Nei Campi Flegrei la terra non ha mai smesso di parlare.
Per decenni le trasformazioni del territorio hanno seguito soprattutto la logica della rendita fondiaria, del mercato immobiliare e dell’accumulazione, relegando la consapevolezza della sua fragilità a una questione secondaria. Ogni nuova scossa ha alimentato dichiarazioni, rassicurazioni e promesse, prima che il silenzio tornasse a coprire una delle questioni più rimosse della storia urbanistica italiana.
Perché il problema dell’area flegrea nasce da quando un territorio la cui vulnerabilità era perfettamente conosciuta è stato trasformato, decennio dopo decennio, in uno degli spazi più densamente abitati del Mediterraneo.
Il vulcanologo Giuseppe De Natale insiste da anni su una questione che meriterebbe molta più attenzione di quella che riceve nel dibattito pubblico. La scienza non dispone degli strumenti per stabilire il giorno in cui potrà verificarsi un evento sismico di maggiore intensità.
Può però indicare con chiarezza dove si determinano i punti critici e quali interventi siano necessari per ridurre le conseguenze di un eventuale terremoto. In altre parole, ciò che sfugge alla previsione non coincide affatto con ciò che sfugge alla responsabilità.
È da questo punto in avanti che la geologia, da sola, non basta più a spiegare la realtà dei Campi Flegrei. Per comprendere perché una sequenza sismica generi oggi tanta preoccupazione occorre guardare alla storia del territorio, alle trasformazioni urbane, alle scelte amministrative, ai rapporti tra potere politico, e sviluppo edilizio.
I fattori di rischio non sono comparsi, infatti, con le ultime scosse ma sedimentati nell’arco di decenni, mentre un’area, la cui complessità geologica era ben nota, veniva progressivamente caricata di popolazione, cemento, infrastrutture e funzioni urbane.
E così: ogni piano regolatore rinviato, ogni variante piegata agli interessi della rendita, ogni occasione mancata di governare diversamente l’espansione della città ha contribuito a costruire il quadro con cui oggi ci confrontiamo.
Le radici di questa storia affondano molto lontano. Negli anni del cosiddetto “sacco di Napoli”, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, la città fu investita da una gigantesca espansione edilizia. Sotto le amministrazioni di Achille Lauro e, successivamente, della Democrazia Cristiana guidata da Carlo Gava, migliaia di licenze edilizie trasformarono il territorio in una gigantesca occasione di accumulazione immobiliare.
L’urbanista Vezio De Lucia ha raccontato per decenni come la pianificazione fosse sistematicamente subordinata agli interessi della rendita, denunciando una crescita urbana che sacrificava spazi pubblici, equilibrio territoriale e sicurezza collettiva.
La trasformazione urbana di Napoli seguì sempre più la geografia della rendita. L’espansione della città veniva misurata soprattutto attraverso il valore che il suolo era in grado di produrre, mentre arretravano le esigenze della pianificazione pubblica. Il territorio cessava gradualmente di essere considerato un bene comune da governare e assumeva sempre più il carattere di una risorsa economica da valorizzare. In quella stagione si consolidò un modello destinato a segnare per decenni la storia urbanistica dell’area metropolitana.
Questa impostazione non si è arrestata nemmeno con il terremoto dell’Irpinia del 1980. Quella tragedia avrebbe potuto rappresentare infatti una svolta culturale e politica. Avrebbe potuto inaugurare una stagione di messa in sicurezza diffusa del patrimonio edilizio campano, una riflessione sul rapporto tra rischio sismico e pianificazione urbana, una drastica riduzione della pressione abitativa nelle aree più vulnerabili.
Si aprì piuttosto una stagione che avrebbe inciso profondamente sulla storia economica e politica della Campania. Con la legge 219 del 1981 lo Stato destinò alla ricostruzione una massa di risorse senza precedenti. Accanto agli interventi che permisero di ricostruire interi centri abitati, prese forma un sistema nel quale una quota rilevante della spesa pubblica fu intercettata da reti clientelari, interessi imprenditoriali e organizzazioni camorristiche.
Processi, relazioni della Commissione parlamentare antimafia e numerosi studi hanno documentato come gli appalti e i subappalti della ricostruzione rappresentarono uno dei principali canali attraverso cui la criminalità organizzata consolidò il proprio peso nell’economia legale.
In quella fase operarono organizzazioni come la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo e, successivamente, i gruppi riconducibili alla Nuova Famiglia, all’interno della quale i Nuvoletta, Michele Zaza, i Bardellino e altri clan assunsero un ruolo crescente nell’economia degli appalti, del movimento terra, delle forniture e del calcestruzzo.
Isaia Sales ha individuato proprio negli anni della ricostruzione il passaggio decisivo attraverso il quale la camorra smise definitivamente di essere soltanto un potere criminale territoriale per trasformarsi in un soggetto economico capace di accumulare capitale, condizionare il mercato e intrecciare rapporti stabili con segmenti dell’imprenditoria e della politica.
La ricostruzione restituì case e infrastrutture a migliaia di cittadini (anche se il carattere “provvisorio” di molte sistemazioni si protrasse ben oltre le promesse iniziali: migliaia di terremotati vissero per oltre un decennio in container e prefabbricati. Nella sola provincia di Napoli sorsero insediamenti a Barra e Ponticelli; i campi di Barra furono smantellati soltanto alla fine degli anni Novanta, mentre a Ponticelli alcune famiglie continuarono ad abitare nei cosiddetti “bipiani” anche negli anni Duemila. Nei comuni del cratere irpino e lucano, inoltre, numerosi prefabbricati e container rimasero abitati fino alla metà degli anni Novanta e, in alcuni casi, persino oltre), ma lasciò sostanzialmente immutato il paradigma che aveva guidato fino ad allora le trasformazioni del territorio.
Quando, tra il 1982 e il 1984, il bradisismo costrinse all’evacuazione del Rione Terra e di altre aree di Pozzuoli, migliaia di persone dovettero abbandonare le proprie abitazioni. La costruzione di Monterusciello rispose all’urgenza di dare una sistemazione agli sfollati e rappresentò uno dei più grandi interventi di edilizia residenziale pubblica dell’epoca.
L’urgenza dell’intervento, tuttavia, non si tradusse in una revisione complessiva dell’assetto urbanistico dell’area flegrea. Terminata l’emergenza, il dibattito sulla instabilita dell’area flegrea perse rapidamente centralità.
Le dinamiche di espansione urbana ripresero il loro corso, la popolazione continuò a crescere e la speculazione edilizia tornò a esercitare un’influenza decisiva sulle trasformazioni del territorio. La natura della caldera era conosciuta; molto meno incisiva fu la volontà di trarne conseguenze nella pianificazione urbanistica.
La conclusione di quella stagione non coincise con l’avvio di una diversa politica del territorio. Nel corso dei decenni si sono alternate maggioranze, governi e amministrazioni appartenenti a culture politiche differenti, senza che prendesse forma una strategia capace di affrontare i nodi strutturali dell’area flegrea.
La straordinaria concentrazione della popolazione, le condizioni di una parte consistente del patrimonio edilizio, i ritardi nell’adeguamento sismico di edifici pubblici e privati, il consumo di suolo e l’assenza di una pianificazione orientata a ridurre progressivamente la vulnerabilità territoriale sono rimasti, nella sostanza, questioni irrisolte.
La storia dell’area flegrea ha dunque attraversato governi, stagioni politiche e classi dirigenti molto diverse tra loro. Antonio Bassolino, Stefano Caldoro e Vincenzo De Luca hanno guidato la Regione Campania in fasi profondamente differenti, senza che prendesse forma una politica del territorio capace di misurarsi davvero con le criticità accumulate nel corso dei decenni.
Un discorso analogo riguarda le amministrazioni che si sono succedute a Napoli, Pozzuoli, Bacoli e Quarto. Sono cambiati gli schieramenti, i programmi e i gruppi dirigenti; molto meno è cambiato il modo di intervenire su un’area la cui complessità geologica era nota da tempo.
L’amministrazione guidata da Gaetano Manfredi costituisce, oggi, l’ultimo capitolo di una lunga continuità amministrativa. Le responsabilità che gravano sull’attuale governo della città non cancellano quelle sedimentate nel corso di oltre mezzo secolo, così come il peso della storia non esonera dalle proprie scelte chi amministra oggi.
Negli ultimi anni il rilancio dell’immagine internazionale di Napoli, la crescita del turismo, i grandi eventi, l’attrazione di investimenti e la competizione tra città hanno occupato una posizione centrale nell’azione e nella comunicazione istituzionale.
Molto più defilata è rimasta la discussione sulla condizione del patrimonio edilizio, sulle particolari condizioni dell’area e sulla costruzione di una strategia pubblica di lungo periodo capace di ridurre il rischio (una nota a parte ma nello stesso orizzonte può essere letta anche la scelta di superare la gestione integralmente pubblica del servizio idrico cittadino, interpretata – più che legittimamente – da una parte del mondo associativo e dei movimenti come un ulteriore arretramento del controllo collettivo su un bene essenziale).
Nel capitalismo contemporaneo la prevenzione produce poco rendimento economico. Consolidare scuole, ospedali, case popolari e infrastrutture non genera i margini di profitto che possono derivare da nuove operazioni immobiliari, grandi opere o eventi capaci di attrarre investimenti e consenso. Per la manutenzione della città e la riduzione del rischio si è continuato a intervenire in modo episodico.
Ben diversa è stata, nel corso degli anni, la continuità con cui la valorizzazione ha orientato l’espansione e la trasformazione dello spazio urbano.
I quartieri popolari pagano il prezzo più elevato di questo modello. Bagnoli, Fuorigrotta, Soccavo, Pianura, Pozzuoli e buona parte dell’area concentrano centinaia di migliaia di persone, edifici costruiti in epoche differenti, infrastrutture spesso insufficienti, strade che in condizioni ordinarie risultano già congestionate e che, in uno scenario emergenziale, potrebbero trasformarsi in punti critici.
È questo il risultato di decenni nei quali edifici sono rimasti senza adeguamento, la pianificazione ha progressivamente perso forza, condoni e varianti urbanistiche hanno inciso sull’assetto della città, mentre manutenzioni e investimenti annunciati sono stati rinviati o sono rimasti incompiuti.
La geologia spiega il comportamento del sottosuolo, per comprendere ciò che accade in superficie bisogna guardare alla storia di questo territorio: all’espansione della città, alle scelte urbanistiche, all’uso delle risorse pubbliche e al rapporto che, per oltre mezzo secolo, ha legato politica, economia e governo dello spazio urbano.
I Campi Flegrei raccontano due storie che si intrecciano da secoli. La prima appartiene ai movimenti della sottosuolo, a un equilibrio naturale tanto complesso quanto antico. La seconda è molto più recente e porta l’impronta delle decisioni umane: la crescita della città, la concentrazione della popolazione, il primato della rendita, la pianificazione incompiuta, la prevenzione rimasta troppo spesso ai margini.
È nell’incontro fra queste due storie che prende forma il rischio con cui oggi convivono centinaia di migliaia di persone e per comprenderla bene bisogna tornare indietro a quell’evento di quasi cinquant’anni fa che ha rappresentato uno spartiacque.
Le grandi emergenze modificano sempre gli equilibri di una società. Spostano risorse, ridefiniscono rapporti di forza, aprono spazi economici nuovi. Il terremoto del 23 novembre 1980 non fece eccezione. Alla tragedia umana seguì una delle più imponenti mobilitazioni di denaro pubblico della storia repubblicana.
Migliaia di miliardi di lire iniziarono a scorrere verso la Campania e la Basilicata per finanziare abitazioni, infrastrutture, opere pubbliche, aree industriali e servizi. Intorno a quel flusso di risorse si mosse un universo molto più vasto delle sole imprese incaricate di ricostruire.
Ogni cantiere richiedeva progettisti, movimento terra, cave, trasporti, forniture di cemento, acciaio, guardiania, subappalti. Ogni appalto metteva in movimento una rete di imprese, professionisti, fornitori, intermediari e subappaltatori. Era in quel sistema di relazioni che, non di rado, finivano per intrecciarsi interessi politici, imprenditoriali e criminali.
Le relazioni della Commissione parlamentare antimafia, numerose inchieste giudiziarie e gli studi di storici come Isaia Sales hanno fatto luce su quel passaggio con grande precisione. La ricostruzione non rappresentò soltanto un gigantesco intervento pubblico.
Diventò anche uno dei luoghi nei quali la camorra consolidò la propria presenza nell’economia legale, abbandonando progressivamente l’immagine di organizzazione confinata al contrabbando o all’estorsione per assumere quella di un soggetto capace di investire, mediare, partecipare ai mercati e orientare quote rilevanti dell’economia locale.
La trasformazione era iniziata già negli anni Settanta, ma trovò nella ricostruzione un’accelerazione straordinaria. La Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo aveva costruito il proprio potere anche attraverso il controllo del territorio e delle attività economiche.
Dopo il suo ridimensionamento, i clan della Nuova Famiglia (tra i quali i Nuvoletta, i Bardellino, Michele Zaza e altri gruppi destinati a diventare protagonisti della successiva geografia camorristica) rafforzarono ulteriormente la loro presenza nei settori collegati all’edilizia, ai trasporti, al calcestruzzo, alle cave e al movimento terra.
Quella straordinaria stagione di investimenti pubblici non rappresentava soltanto un’occasione per esercitare il controllo della camorra sui cantieri. Diventava uno spazio nel quale accumulare capitale, investire, stringere alleanze economiche e consolidare una presenza stabile nell’economia legale.
Sarebbe però riduttivo leggere quella stagione come il semplice incontro tra una calamità naturale e una criminalità pronta ad approfittarne. Attorno alla ricostruzione si mise in moto un sistema assai più complesso, nel quale amministrazioni pubbliche, professionisti, imprese, consorzi, istituti di credito e società di costruzione finirono per condividere lo stesso spazio economico.
L’eccezionale afflusso di risorse pubbliche ridisegnò gli equilibri del potere locale e trasformò gli appalti in uno dei principali terreni di mediazione tra interessi politici, economici e, in diversi casi accertati, criminali.
In quel contesto si consolidò anche il peso della Democrazia Cristiana campana, uno dei principali centri di potere della Prima Repubblica. Figure come Ciriaco De Mita e Paolo Cirino Pomicino esercitarono, in ruoli diversi, un’influenza significativa sulle politiche per il Mezzogiorno e sulla distribuzione delle risorse pubbliche.
Le vicende giudiziarie che, negli anni di Tangentopoli, avrebbero coinvolto Pomicino appartengono alla storia della corruzione politica italiana: quella stagione racconta un sistema nel quale l’assegnazione di finanziamenti, appalti e interventi pubblici passava attraverso reti di consenso, mediazioni territoriali e rapporti di potere destinati a sopravvivere ben oltre la fase dell’emergenza.
Tra il 1982 e il 1984 il bradisismo tornò a modificare profondamente la vita dell’area flegrea. Il suolo di Pozzuoli continuava a sollevarsi, le scosse si susseguivano, gli edifici riportavano lesioni e la paura entrava progressivamente nella quotidianità di migliaia di persone.
L’evacuazione del Rione Terra non significò soltanto mettere in salvo una popolazione esposta al rischio. Interruppe una continuità urbana che durava da secoli. Intere famiglie lasciarono abitazioni affacciate sul porto, botteghe, luoghi di lavoro, relazioni di vicinato e una memoria collettiva costruita nell’arco di generazioni.
La costruzione di Monterusciello rispose alla necessità di dare una casa agli sfollati e rappresentò uno dei più grandi interventi di edilizia residenziale pubblica del dopoguerra. La rapidità con cui sorse il nuovo quartiere rispondeva a un bisogno reale e urgente, ma non poteva ricostruire ciò che lo spostamento di migliaia di persone aveva inevitabilmente spezzato: legami sociali, identità collettive, attività economiche e forme di appartenenza sedimentate nel tempo.
Con il progressivo esaurirsi della crisi bradisismica, anche la riflessione sull’assetto dell’area flegrea perse forza, mentre la crescita urbana riprese senza una revisione complessiva del rapporto tra sviluppo edilizio e rischio geologico.
Erano gli stessi anni nei quali un giovane cronista del Mattino stava seguendo un’altra geografia, meno visibile ma altrettanto decisiva. Giancarlo Siani aveva poco più di vent’anni e seguiva la cronaca di Torre Annunziata. Ben presto comprese che raccontare la camorra significava seguire il denaro molto più che gli omicidi. Dietro le guerre tra clan si muovevano interessi economici, rapporti con i centri decisionali locali, imprese, cantieri e grandi flussi di risorse pubbliche.
I suoi articoli ricostruivano connessioni, equilibri, alleanze. Gli omicidi e gli episodi di violenza non rappresentavano il punto d’arrivo del racconto, ma l’inizio di un’indagine sui rapporti tra economia, politica e criminalità organizzata.
Il 23 settembre 1985 Giancarlo Siani venne assassinato sotto casa, al Vomero. Le sentenze hanno accertato che l’ordine di ucciderlo provenne dal clan Nuvoletta. Con lui si tentò di mettere a tacere una delle prime voci che aveva intuito come il potere della camorra non si misurasse soltanto nella violenza esercitata sul territorio, ma anche nella capacità di inserirsi stabilmente nell’economia, negli appalti pubblici e nei rapporti con segmenti della politica e dell’imprenditoria.
Con il passare degli anni il bradisismo uscì lentamente dalle prime pagine. Anche il Rione Terra sembrò appartenere sempre più alla memoria che al presente. Restarono, invece, le conseguenze di quelle scelte: mentre quel territorio continuava a trasformarsi, nuove periferie prendevano forma, il patrimonio edilizio avanzava negli anni e la consapevolezza della sua fragilità geologica tornava, ancora una volta, ad affievolirsi con il progressivo esaurirsi della crisi.
Il terremoto del 31 luglio ha riportato i Campi Flegrei al centro dell’attenzione nazionale. Per qualche ora Napoli è tornata ad aprire i telegiornali e le prime pagine. Le immagini delle persone in strada, delle stazioni chiuse, delle verifiche sugli edifici pubblici hanno restituito al Paese la percezione di una precarietà che, in realtà, non si è mai allontanata da questo territorio.
Come è accaduto altre volte, l’emozione collettiva rischia però di avere un respiro molto più breve dei problemi che l’hanno generata.
Il nodo resta lo stesso da molti anni: è su questo terreno che si misurano il peso delle scelte urbanistiche accumulate nel tempo, la qualità del patrimonio edilizio, l’efficacia della pianificazione e la capacità delle istituzioni di prepararsi a uno scenario che la comunità scientifica invita da tempo a considerare con la massima serietà. Giuseppe De Natale lo ripete da anni.
Nessuno è oggi in grado di stabilire se o quando potrà verificarsi un terremoto più forte o un’evoluzione diversa dell’attuale crisi bradisismica. Esistono però conoscenze sufficienti per individuare le criticità del territorio, la vulnerabilità di una parte del patrimonio edilizio, le difficoltà che un’eventuale evacuazione di centinaia di migliaia di persone comporterebbe in un’area attraversata ogni giorno da una mobilità già fortemente congestionata.
È su questo terreno che il rischio sismico diventa anche una questione di classe. Le grandi calamità non distribuiscono le proprie conseguenze in modo uniforme. Seguono, quasi sempre, la mappa delle disuguaglianze già esistenti.
Chi dispone di patrimonio, risparmi, seconde case, reti professionali o attività facilmente trasferibili affronta una crisi con strumenti che altri non possiedono. Per chi vive del proprio salario, di un’occupazione provvisoria, di una pensione modesta o di un piccolo esercizio commerciale legato al territorio, anche pochi mesi di sospensione possono compromettere un equilibrio costruito nell’arco di anni.
Le classi subalterne arrivano a questi passaggi storici con margini di protezione estremamente ridotti. Un’evacuazione prolungata non significherebbe soltanto lasciare la propria abitazione. Potrebbe interrompere rapporti di lavoro, cancellare il reddito di migliaia di famiglie, mettere in difficoltà piccole attività, disperdere reti di solidarietà quotidiana costruite nel tempo e allontanare interi quartieri dai luoghi nei quali si svolge la loro vita sociale.
Ogni trasferimento modifica anche gli equilibri di una comunità: cambiano i percorsi casa-lavoro, cambiano le scuole, cambiano le relazioni di vicinato, cambiano quelle forme di mutuo aiuto che, soprattutto nei quartieri popolari, rappresentano una risorsa concreta molto prima di diventare una categoria sociologica.
Ogni ri-destinazione modifica anche gli equilibri economici. Alcuni soggetti troverebbero nuove occasioni di investimento, altri attenderebbero per anni il ritorno a una condizione di normalità.
L’esperienza italiana mostra quanto la distribuzione delle risorse pubbliche possa contribuire ad allargare oppure a ridurre le disuguaglianze già esistenti. La ricostruzione successiva al terremoto del 1980 rappresenta una lezione ancora attuale.
Accanto agli interventi che restituirono abitazioni e servizi a migliaia di persone, enormi quantità di denaro alimentarono interessi economici, clientele e infiltrazioni che modificarono profondamente gli equilibri della regione.
Pensare che una futura stagione di investimenti straordinari non susciterebbe anche oggi l’interesse della criminalità organizzata significherebbe ignorare la storia degli ultimi quarant’anni.
Le organizzazioni camorristiche di oggi non sono quelle degli anni di Cutolo, dei Nuvoletta o di Michele Zaza. Si sono trasformate insieme all’economia, investono in mercati differenti, utilizzano strumenti finanziari più sofisticati e operano spesso lontano dalla visibilità che caratterizzava la stagione delle guerre di camorra.
Una continuità, però, attraversa tutta la loro storia: la capacità di riconoscere i luoghi nei quali si concentrano grandi risorse pubbliche e di costruire, attorno a esse, relazioni economiche, imprenditoriali e politiche.
L’edilizia, il movimento terra, la logistica, i trasporti, lo smaltimento delle macerie, le forniture e la rete dei subappalti continuano a rappresentare settori particolarmente esposti a queste dinamiche. È proprio nei passaggi in cui la spesa pubblica si concentra e le procedure tendono ad accelerare che diventa più alta la pressione esercitata dagli interessi criminali, economici e clientelari.
Esiste, infine, una questione che riguarda il modo stesso in cui immaginiamo il futuro di questo territorio. Da decenni la comunità scientifica produce studi, dati e analisi sempre più raffinati. Urbanisti, geologi e vulcanologi descrivono con grande precisione le criticità dell’area flegrea.
Questa conoscenza continua però a scontrarsi con tempi politici molto più brevi, con priorità che cambiano rapidamente e con una pianificazione che fatica ad assumere il rischio come criterio permanente di governo del territorio.
La vicenda dei Campi Flegrei obbliga a guardare il rischio da una prospettiva diversa. Le scosse fanno emergere differenze che si sono accumulate nel corso dei decenni, dentro le trasformazioni della città, nelle politiche urbanistiche, nelle condizioni del lavoro, nella distribuzione delle risorse e nella qualità dei servizi pubblici.
È in questa prospettiva che la vicenda flegrea assume un significato più ampio. La storia di questo territorio attraversa certamente la propria peculiare conformazione ma porta impressi anche i segni delle forme che hanno governato lo sviluppo urbano, dell’influenza esercitata dalla rendita fondiaria, della progressiva perdita di centralità della pianificazione pubblica e di una politica che, troppo spesso, ha rincorso gli avvenimenti invece di anticiparli.
Le conoscenze scientifiche non sono mai mancate. Da tempo geologi, vulcanologi e urbanisti descrivono con precisione le criticità dell’area. Più difficile si è rivelato trasformare quel patrimonio di conoscenze in una visione capace di orientare stabilmente le scelte sul territorio.
Ogni volta che la terra trema si riapre una discussione che sembra ripartire sempre dall’inizio. Cambiano le dichiarazioni, si aggiornano i piani, si moltiplicano gli annunci. Intanto la città continua a portare sulle proprie spalle il peso delle decisioni accumulate nell’arco di oltre mezzo secolo.
È forse questa la continuità più ostinata della storia flegrea: non il movimento tellurico che appartiene alla natura di questo luogo, ma la difficoltà delle classi dirigenti nel fare della memoria uno strumento di governo e della prevenzione una scelta politica permanente.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/08/2026
La lingua tagliente dei Campi Flegrei
17/07/2026
Stragi di Viareggio e Ponte Morandi. Quando la condanna è prevenzione
Le condanne ai manager privati e a pubblici funzionari per il crollo del Ponte Morandi a Genova, sono un atto di giustizia e anche di prevenzione.
Dopo la sentenza definitiva verso Mauro Moretti per la Strage di Viareggio, quella in primo grado per Giovanni Castellucci ex AD delle Autostrade e per Mauro Colletta, dirigente della vigilanza dei Trasporti, con altri 30 imputati, è una conferma importante.
Non c’è mai una “ tragica fatalità” nelle stragi di cittadini e negli omicidi dei lavoratori.
C’è invece la precisa RESPONSABILITÀ di chi dovrebbe fare e non fa e di chi dovrebbe controllare e non controlla.
Le condanne non restituiscono le vittime ai familiari, ma danno loro il conforto che la loro lotta per avere giustizia non sia stata vana.
E soprattutto queste condanne servono per l’oggi e il domani.
Il governo e le imprese hanno cominciato il loro pianto ipocrita su queste condanne; e magari preparano già qualche porcata legislativa per renderle più difficili.
I manager non possono fare il loro lavoro tranquillamente, se su di loro incombe la minaccia delle condanne! E i responsabili pubblici non possono temere di pagare se non controllano!
Questo stanno ripetendo su giornali e tv i garantisti dei padroni.
E invece sì, chi progetta un’opera, chi la gestisce, chi organizza il lavoro e la vita, chi dovrebbe verificare che tutto questo sia sicuro, tutti costoro dovrebbero avere come prima paura quella di fare del male alle persone.
E questo timore dovrebbe essere ben superiore a quello di non realizzare un profitto adeguato, o a quello di non rispettare le prerogative delle imprese.
In un paese dove centinaia di persone sono morte in stragi colpose e quindicimila sono state uccise sul lavoro in dieci anni, le sentenze dure contro i responsabili servono. Anzi ce ne sono ancora troppo poche.
È vero che prima di tutto bisognerebbe fare la prevenzione, ma quando il sistema degli affari distrugge tante vite e il potere pubblico è subalterno o complice, anche la condanna penale di dirigenti e manager diventa prevenzione.
Fonte
Dopo la sentenza definitiva verso Mauro Moretti per la Strage di Viareggio, quella in primo grado per Giovanni Castellucci ex AD delle Autostrade e per Mauro Colletta, dirigente della vigilanza dei Trasporti, con altri 30 imputati, è una conferma importante.
Non c’è mai una “ tragica fatalità” nelle stragi di cittadini e negli omicidi dei lavoratori.
C’è invece la precisa RESPONSABILITÀ di chi dovrebbe fare e non fa e di chi dovrebbe controllare e non controlla.
Le condanne non restituiscono le vittime ai familiari, ma danno loro il conforto che la loro lotta per avere giustizia non sia stata vana.
E soprattutto queste condanne servono per l’oggi e il domani.
Il governo e le imprese hanno cominciato il loro pianto ipocrita su queste condanne; e magari preparano già qualche porcata legislativa per renderle più difficili.
I manager non possono fare il loro lavoro tranquillamente, se su di loro incombe la minaccia delle condanne! E i responsabili pubblici non possono temere di pagare se non controllano!
Questo stanno ripetendo su giornali e tv i garantisti dei padroni.
E invece sì, chi progetta un’opera, chi la gestisce, chi organizza il lavoro e la vita, chi dovrebbe verificare che tutto questo sia sicuro, tutti costoro dovrebbero avere come prima paura quella di fare del male alle persone.
E questo timore dovrebbe essere ben superiore a quello di non realizzare un profitto adeguato, o a quello di non rispettare le prerogative delle imprese.
In un paese dove centinaia di persone sono morte in stragi colpose e quindicimila sono state uccise sul lavoro in dieci anni, le sentenze dure contro i responsabili servono. Anzi ce ne sono ancora troppo poche.
È vero che prima di tutto bisognerebbe fare la prevenzione, ma quando il sistema degli affari distrugge tante vite e il potere pubblico è subalterno o complice, anche la condanna penale di dirigenti e manager diventa prevenzione.
Fonte
05/02/2025
Italia - Un paese senza più prevenzione: si guadagna molto di più sulla malattia
Ieri era la “giornata mondiale del cancro”. Ma che si fa, In Italia per la prevenzione di una patologia devastante che è in continuo aumento e che vede già 2 milioni e 250 mila pazienti con una diagnosi di tumore?
La risposta ce l’aveva data, una settimana fa, la fondazione Gimbe richiamando l’attenzione sul fatto che, mentre il Decreto Legge sulle liste d’attesa del governo prevedeva almeno sei decreti attuativi, al 29 gennaio, nonostante gli annunci in pompa magna, risulta approvato un solo decreto attuativo. Degli altri, tre sono già scaduti (due da quasi 4 mesi e l’altro da quasi 5 mesi) e per due non è stata definita alcuna scadenza.
E sempre secondo il presidente della fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta: “Le riforme annunciate restano un esercizio retorico se non tradotte in azioni concrete, mentre il raggiungimento di risultati parziali è solo una magra consolazione politica, priva di reali benefici per la società”.
È seguita una violentissima reazione del senatore di Fratelli d’Italia, Franco Zaffini, presidente della commissione Sanità e Lavoro di palazzo Madama che ha accusato direttamente Cartabellotta “di mentire sul nostro Sistema sanitario nazionale” e di diffusione di fake news “al servizio delle strumentalizzazioni dei comunisti e dei loro cavalier serventi” (gomploddo comunista!).
Gli ha risposto Guido Quici, presidente della federazione sindacale dei medici Cimo-Fesmed: “Non c’è nessuna volontà reale di ridurre le lunghissime liste d’attesa a cui sono costrette le persone”.
Al netto della propaganda, la politica del governo sulla sanità è quanto mai chiara: con buona pace del diritto alla salute e della Costituzione (che quel diritto prevede) la domanda di cura e di servizi sanitari deve spostarsi sempre più verso l’offerta privata e verso la sanità in convenzione che prende fiumi di soldi pubblici e che, notoriamente, non vede margini di profitto nella prevenzione e nella medicina territoriale. Ne vede tanti, invece, nell’ospedalizzazione e nella malattia stessa.
La tragica esperienza del covid, purtroppo, non ha insegnato nulla.
Vedi anche qui.
Fonte
La risposta ce l’aveva data, una settimana fa, la fondazione Gimbe richiamando l’attenzione sul fatto che, mentre il Decreto Legge sulle liste d’attesa del governo prevedeva almeno sei decreti attuativi, al 29 gennaio, nonostante gli annunci in pompa magna, risulta approvato un solo decreto attuativo. Degli altri, tre sono già scaduti (due da quasi 4 mesi e l’altro da quasi 5 mesi) e per due non è stata definita alcuna scadenza.
E sempre secondo il presidente della fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta: “Le riforme annunciate restano un esercizio retorico se non tradotte in azioni concrete, mentre il raggiungimento di risultati parziali è solo una magra consolazione politica, priva di reali benefici per la società”.
È seguita una violentissima reazione del senatore di Fratelli d’Italia, Franco Zaffini, presidente della commissione Sanità e Lavoro di palazzo Madama che ha accusato direttamente Cartabellotta “di mentire sul nostro Sistema sanitario nazionale” e di diffusione di fake news “al servizio delle strumentalizzazioni dei comunisti e dei loro cavalier serventi” (gomploddo comunista!).
Gli ha risposto Guido Quici, presidente della federazione sindacale dei medici Cimo-Fesmed: “Non c’è nessuna volontà reale di ridurre le lunghissime liste d’attesa a cui sono costrette le persone”.
Al netto della propaganda, la politica del governo sulla sanità è quanto mai chiara: con buona pace del diritto alla salute e della Costituzione (che quel diritto prevede) la domanda di cura e di servizi sanitari deve spostarsi sempre più verso l’offerta privata e verso la sanità in convenzione che prende fiumi di soldi pubblici e che, notoriamente, non vede margini di profitto nella prevenzione e nella medicina territoriale. Ne vede tanti, invece, nell’ospedalizzazione e nella malattia stessa.
La tragica esperienza del covid, purtroppo, non ha insegnato nulla.
Vedi anche qui.
Fonte
17/08/2023
Parole come pietre dopo la devastazione a Bardonecchia
A pochi giorni di distanza dall’ultima emergenza idrogeologica d’Italia – quella che si è abbattuta su Bardonecchia – in una intervista a Mondo Economico, il presidente dell’Unione dei Comuni Montani (Uncem) Marco Bussone, ha denunciato come “L’abbandono del territorio è grave quanto il consumo del territorio. E l’abbandono è dovuto alla mancanza dell’uomo che coltiva e gestisce le aree. Oltre, naturalmente, al bosco. Per troppi decenni l’Italia si è dimenticata e continua a dimenticarsi che avere persone che lavorano e mantengono con agricoltura e allevamento i versanti montani, è fondamentale per prevenire dissesto e tutelare l’assetto del territorio”.
La frana che ha colpito la Val di Susa e invaso il centro di Bardonecchia solo per caso non si è trascinata dietro anche una scia di morti. L’ondata di fango scatenata alla vigilia di Ferragosto da un nubifragio in quota vede un bilancio provvisorio di dieci milioni di danni, ma la cifra pare destinata a crescere. E le immagini dal paese dell’alta Valsusa hanno subito riportato alla memoria scene identiche di poche settimane prima, dall’altra parte delle Alpi, in Trentino Alto Adige e Veneto. Per non dimenticare poi le devastazioni dell’alluvione in Emilia Romagna e Ischia. E ancora prima nelle Marche.
Il tutto avvenuto in meno di un anno a riprova di quanto il cambiamento climatico lasci ferite sempre più frequenti sul territorio e le comunità nel nostro paese.
L’Uncem, riporta Mondo Economico, ha deciso di stilare una sorta di vademecum per la cura del territorio. Quindici punti in tutto che al primo posto vedono la partita sui fondi disponibili e quelli invece necessari. “Troppe risorse ferme. Il PNRR ha solo 2,5 miliardi di euro per la prevenzione del dissesto idrogeologico. Ne servono molti di più. Almeno 10 miliardi. Che si sommino alle risorse finora mai spese, accantonate in diverse leggi di bilancio. Occorre arrivare a investire 10 miliardi in 10 anni”. In altre parole, cento miliardi per ridurre il rischio, prevenire i dissesti.
Nei quindici punti non mancano osservazioni che pesano come macigni: “Il PNRR non ha aggiunto di fatto risorse, procedendo invece con un cambio di matrice e di cespite: le risorse stanziate in leggi di bilancio ai Comuni sono state spostate sul piano nazionale di ripresa e resilienza per un artificio contabile”.
Fonte
La frana che ha colpito la Val di Susa e invaso il centro di Bardonecchia solo per caso non si è trascinata dietro anche una scia di morti. L’ondata di fango scatenata alla vigilia di Ferragosto da un nubifragio in quota vede un bilancio provvisorio di dieci milioni di danni, ma la cifra pare destinata a crescere. E le immagini dal paese dell’alta Valsusa hanno subito riportato alla memoria scene identiche di poche settimane prima, dall’altra parte delle Alpi, in Trentino Alto Adige e Veneto. Per non dimenticare poi le devastazioni dell’alluvione in Emilia Romagna e Ischia. E ancora prima nelle Marche.
Il tutto avvenuto in meno di un anno a riprova di quanto il cambiamento climatico lasci ferite sempre più frequenti sul territorio e le comunità nel nostro paese.
L’Uncem, riporta Mondo Economico, ha deciso di stilare una sorta di vademecum per la cura del territorio. Quindici punti in tutto che al primo posto vedono la partita sui fondi disponibili e quelli invece necessari. “Troppe risorse ferme. Il PNRR ha solo 2,5 miliardi di euro per la prevenzione del dissesto idrogeologico. Ne servono molti di più. Almeno 10 miliardi. Che si sommino alle risorse finora mai spese, accantonate in diverse leggi di bilancio. Occorre arrivare a investire 10 miliardi in 10 anni”. In altre parole, cento miliardi per ridurre il rischio, prevenire i dissesti.
Nei quindici punti non mancano osservazioni che pesano come macigni: “Il PNRR non ha aggiunto di fatto risorse, procedendo invece con un cambio di matrice e di cespite: le risorse stanziate in leggi di bilancio ai Comuni sono state spostate sul piano nazionale di ripresa e resilienza per un artificio contabile”.
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20/05/2023
Alluvione Emilia Romagna, la proposta USB: un piano straordinario di messa in sicurezza del territorio con agenzie regionali, risorse pubbliche e l’assunzione di scienziati, tecnici e operai
La conta provvisoria dei danni della tremenda alluvione che ha colpito l’Emilia Romagna parla di 14 morti, 15mila evacuati, decine di fiumi esondati, centinaia di smottamenti e danni per miliardi. Numeri, purtroppo, destinati a crescere.
La priorità rimane quella di salvare le vite umane e far rientrare le persone nelle proprie abitazioni in sicurezza, ma possiamo già provare ad immaginare le ricadute sull’economia.
Diversi i settori in ginocchio, dall’agricoltura all’industria passando per il turismo, con ingenti danni alle strutture balneari mentre la stagione turistica è alle porte, con miliardi di euro di PIL compromessi a causa di un evento meteorologico estremo.
Dobbiamo abituarci al cambiamento di scenario climatico con l’Italia vittima di un processo di tropicalizzazione e non servivano certo i ministri del governo Meloni a spiegarci quanto urgenti e non rinviabili siano le contromisure da prendere: bastava leggere i rapporti oramai decennali delle maggiori agenzie internazionali, della comunità scientifica e degli attivisti per il clima che denunciano da anni l’immobilismo delle istituzioni.
La tropicalizzazione è un fenomeno che va avanti da tempo: a settembre l’Agenzia europea per l’ambiente aveva pubblicato l’ennesimo report sui danni derivanti da fenomeni climatici estremi. Negli ultimi 40 anni sono costati 90 miliardi, la metà causati da danni derivanti dal dissesto idrogeologico, e quasi 20mila morti.
Ogni anno dal 2011 nel nostro Paese si conta almeno 1 miliardo di danni da eventi climatici, con una strage in termini di vite umane e gravissime ripercussioni sull’economia nazionale. L’Italia è il paese dell’Europa più colpito con circa il 17% del totale degli eventi estremi avvenuti nel continente e il primo per danni derivanti dal rischio idrogeologico (51 miliardi).
Questi dati ci raccontano non più un’emergenza bensì un processo di lungo periodo che trova il nostro Paese ancora impreparato, con colpevoli responsabilità della politica, sia locale che nazionale.
Il Piano di adattamento ai cambiamenti climatici dal 2018 non è stato ancora approvato, come ferma è la legge contro il consumo il suolo, mentre non si arresta la crescita della cementificazione, direttamente collegata alla moltiplicazione dei danni economici e umani degli eventi alluvionali.
L’ISPRA nel rapporto 2022 sul consumo di suolo stima che ogni giorno 19 ettari di suolo nazionale vengano ricoperti artificialmente, registrando la crescita maggiore negli ultimi 10 anni. Per il consumo di suolo nelle aree ad alta pericolosità idraulica, è proprio l’Emilia Romagna la prima in Italia per cementificazione delle aree alluvionali: +78,6 ettari nelle aree ad elevata pericolosità e +501,9 ettari in quella a media pericolosità.
Il 5,4% del territorio nazionale è considerato a pericolosità idraulica elevata, con 2,5 milioni di persone che vivono in aree ad alto rischio alluvionale e circa 7 milioni in aree a medio rischio. Ad esempio, nelle province di Rimini e Ferrara, un abitante su quattro vive in aree ad alto rischio.
Sempre secondo l’ISPRA, il costo che l’Italia dovrà sostenere entro il 2030 a causa della perdita dei servizi ecosistemici dovuta al consumo di suolo, sarà compreso tra gli 81 e i 99 miliardi di euro.
Nel 2018 l’USB aveva elaborato una proposta per la costituzione di Agenzie Regionali per la manutenzione delle foreste e del territorio, ripresentata nuovamente nel 2020 quando tutti si interrogavano sull’utilizzo dei fondi del PNRR destinati al clima, prima che i Governi e il mondo imprenditoriale dimostrassero la loro inadeguatezza dirottandoli ciecamente verso le imprese anziché in politiche pubbliche di cura del territorio.
Prendersi cura del territorio è una scelta di civiltà: la prevenzione è infatti sempre l'opzione che si rivela meno costosa.
Bisogna mettere una volta per tutte la parola fine allo stato emergenziale in cui si trova l’Italia da decenni per alluvioni, incendi, frane, slavine e terremoti. Tanto più che la prevenzione costituisce anche una importante opportunità di rilancio economico ed occupazionale per i territori, in particolare per le fasce sociali più deboli e per le aree interne.
Non mancheremo di gridarlo a gran voce, ancora una volta, durante lo sciopero generale nazionale proclamato da USB per venerdì 26 maggio.
Fonte
La priorità rimane quella di salvare le vite umane e far rientrare le persone nelle proprie abitazioni in sicurezza, ma possiamo già provare ad immaginare le ricadute sull’economia.
Diversi i settori in ginocchio, dall’agricoltura all’industria passando per il turismo, con ingenti danni alle strutture balneari mentre la stagione turistica è alle porte, con miliardi di euro di PIL compromessi a causa di un evento meteorologico estremo.
Dobbiamo abituarci al cambiamento di scenario climatico con l’Italia vittima di un processo di tropicalizzazione e non servivano certo i ministri del governo Meloni a spiegarci quanto urgenti e non rinviabili siano le contromisure da prendere: bastava leggere i rapporti oramai decennali delle maggiori agenzie internazionali, della comunità scientifica e degli attivisti per il clima che denunciano da anni l’immobilismo delle istituzioni.
La tropicalizzazione è un fenomeno che va avanti da tempo: a settembre l’Agenzia europea per l’ambiente aveva pubblicato l’ennesimo report sui danni derivanti da fenomeni climatici estremi. Negli ultimi 40 anni sono costati 90 miliardi, la metà causati da danni derivanti dal dissesto idrogeologico, e quasi 20mila morti.
Ogni anno dal 2011 nel nostro Paese si conta almeno 1 miliardo di danni da eventi climatici, con una strage in termini di vite umane e gravissime ripercussioni sull’economia nazionale. L’Italia è il paese dell’Europa più colpito con circa il 17% del totale degli eventi estremi avvenuti nel continente e il primo per danni derivanti dal rischio idrogeologico (51 miliardi).
Questi dati ci raccontano non più un’emergenza bensì un processo di lungo periodo che trova il nostro Paese ancora impreparato, con colpevoli responsabilità della politica, sia locale che nazionale.
Il Piano di adattamento ai cambiamenti climatici dal 2018 non è stato ancora approvato, come ferma è la legge contro il consumo il suolo, mentre non si arresta la crescita della cementificazione, direttamente collegata alla moltiplicazione dei danni economici e umani degli eventi alluvionali.
L’ISPRA nel rapporto 2022 sul consumo di suolo stima che ogni giorno 19 ettari di suolo nazionale vengano ricoperti artificialmente, registrando la crescita maggiore negli ultimi 10 anni. Per il consumo di suolo nelle aree ad alta pericolosità idraulica, è proprio l’Emilia Romagna la prima in Italia per cementificazione delle aree alluvionali: +78,6 ettari nelle aree ad elevata pericolosità e +501,9 ettari in quella a media pericolosità.
Il 5,4% del territorio nazionale è considerato a pericolosità idraulica elevata, con 2,5 milioni di persone che vivono in aree ad alto rischio alluvionale e circa 7 milioni in aree a medio rischio. Ad esempio, nelle province di Rimini e Ferrara, un abitante su quattro vive in aree ad alto rischio.
Sempre secondo l’ISPRA, il costo che l’Italia dovrà sostenere entro il 2030 a causa della perdita dei servizi ecosistemici dovuta al consumo di suolo, sarà compreso tra gli 81 e i 99 miliardi di euro.
Nel 2018 l’USB aveva elaborato una proposta per la costituzione di Agenzie Regionali per la manutenzione delle foreste e del territorio, ripresentata nuovamente nel 2020 quando tutti si interrogavano sull’utilizzo dei fondi del PNRR destinati al clima, prima che i Governi e il mondo imprenditoriale dimostrassero la loro inadeguatezza dirottandoli ciecamente verso le imprese anziché in politiche pubbliche di cura del territorio.
Prendersi cura del territorio è una scelta di civiltà: la prevenzione è infatti sempre l'opzione che si rivela meno costosa.
Bisogna mettere una volta per tutte la parola fine allo stato emergenziale in cui si trova l’Italia da decenni per alluvioni, incendi, frane, slavine e terremoti. Tanto più che la prevenzione costituisce anche una importante opportunità di rilancio economico ed occupazionale per i territori, in particolare per le fasce sociali più deboli e per le aree interne.
Non mancheremo di gridarlo a gran voce, ancora una volta, durante lo sciopero generale nazionale proclamato da USB per venerdì 26 maggio.
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In venti anni spesi solo un quarto dei fondi per il dissesto idrogeologico
Un rapporto della Corte dei Conti di alcuni mesi fa, rilevava come, per prevenire le calamità in 7mila comuni a “rischio idrogeologico”, fossero necessari almeno 26 miliardi di euro. Ma in 20 anni – tra il 1999 e il 2019 (e con 14 governi diversi) ne sono stati usati solo sette, un quarto del necessario.
Il dato della Corte dei Conti, è stato rilevato da Il Fatto leggendo l’ultima relazione annuale della magistratura contabile relativa alle “Misure per la gestione del rischio di alluvione e per la riduzione del rischio idrogeologico”.
Il documento risale al luglio 2022, ma i dati venivano già segnalati in diversi rapporti dell’Ispra (vedi il Rapporto ReNdis 2020) che hanno ricostruito finanziamenti e interventi realizzati, appunto, dal 1999 al 2019.
Il rapporto della Corte dei Conti rileva come oltre il 16,6 per cento del territorio nazionale sia classificato a “maggiore pericolosità”, con 7.275 Comuni interessati dal fenomeno. L’Italia, inoltre risulta essere il Paese europeo maggiormente interessato da fenomeni franosi, con circa i 2/3 delle frane censite in Europa.
Eppure in 20 anni sono stati finanziati solo 6mila progetti per 7 miliardi “mentre – recita la relazione dei magistrati contabili – l’importo complessivo di richieste pervenute nel medesimo periodo, che si può considerare una stima del costo teorico per la messa in sicurezza dell’intero territorio nazionale, risulta pari a 26 miliardi di euro”.
A strozzare l’afflusso di risorse e la consegna delle opere – secondo la Corte dei Conti – è la tempistica degli interventi, che hanno una durata media di 4,2 anni, oltre la metà dei quali (57%) usati per la fase di progettazione, e poi quella della amministrativa necessaria al percorso attuativo.
A febbraio del 2022 la giunta dell’Emilia aveva approvato la graduatoria di 13 progetti di intervento per 17 milioni (impianti sollevamento, ripristino funzionalità idraulica, sicurezza rete scolante, casse di espansione) tra Modena, Ferrara, Fidenza, Rimini, Sala Bolognese: tempi medi di consegna erano previsti in 13-32 mesi.
Viene poi segnalato il problema delle sovrapposizioni tra Dipartimento della Protezione Civile e del Ministero dell’Ambiente, con il risultato (ma anche il prevalere di una logica) che gli interventi per l’emergenza hanno avuto precedenza su quelli destinati alla prevenzione.
Su questo aspetto la Corte dei Conti auspica un cambio di passo col PNRR. Ma anche qui gli stanziamenti per “prevenire e contrastare gli effetti del cambiamento climatico sui fenomeni di dissesto idrogeologico e sulla vulnerabilità del territorio” sono minimi – 2,4 miliardi di euro – rispetto ad un fabbisogno, come abbiamo visto, stimato dieci volte superiore.
I fondi nel PNRR per le misure di intervento sul dissesto idrogeologico sono divisi in 1,287 miliardi per l’attività ordinaria di investimento e promozione delle riforme in materia di rischio idrogeologico, di competenza del Ministero dell’Ambiente e con risorse già nel sul bilancio; gli altri 1,2 miliardi (comprensivi di 800 milioni di euro di risorse aggiuntive) vengono invece assegnati al Dipartimento della Protezione civile per la gestione delle emergenze.
Il PNRR prevede anche una riforma finalizzata alla semplificazione ed accelerazione degli interventi di contrasto al rischio idrogeologico, al fine di superare le criticità di natura procedurale, legate alla debolezza e all’assenza di un efficace sistema di governance nelle azioni di contrasto al dissesto idrogeologico.
L’inchiesta del Fatto Quotidiano rileva che per il conseguimento dell’obiettivo di riforma indicato dal PNRR (Milestone M2Cd-1) negli ultimi due anni sono stati emanati ben 10 provvedimenti tra articoli di legge e decreti veri e propri.
Molti però sono rimasti sulla carta. Ad esempio la legge 233/2021 del governo Draghi: prevedeva (all’art. 16, comma 3) “l’individuazione degli interventi di mitigazione del rischio idrogeologico nelle regioni del centro-nord”.
Non è stato ancora adottato il decreto attuativo della legge che converte la 186/2022 del governo Meloni, quella che stanziava 2,5 milioni per formare e reclutare personale a tempo indeterminato al fine di “potenziare le attività finalizzate a mitigare il rischio idrogeologico e rafforzare il contingente dell’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino meridionale”.
La lezione che si ricava da questi dati è che sul dissesto del territorio e le conseguenze dei cambiamenti climatici, i governi degli ultimi venti anni abbiano proceduto come sulla sanità. In questa si è privilegiata la chirurgia e le “eccellenze” piuttosto che la prevenzione e la medicina territoriale.
Nella gestione del territorio si è preferito finanziare – ed oliare – gli apparati di gestione delle emergenze piuttosto che la prevenzione con interventi strutturali sul territorio. Nella prima come nella seconda i devastanti risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Interessante sarebbe anche il monitoraggio su chi si sia arricchito con questo prevalere della logica dell’emergenza piuttosto che quella della prevenzione.
Fonte
Il dato della Corte dei Conti, è stato rilevato da Il Fatto leggendo l’ultima relazione annuale della magistratura contabile relativa alle “Misure per la gestione del rischio di alluvione e per la riduzione del rischio idrogeologico”.
Il documento risale al luglio 2022, ma i dati venivano già segnalati in diversi rapporti dell’Ispra (vedi il Rapporto ReNdis 2020) che hanno ricostruito finanziamenti e interventi realizzati, appunto, dal 1999 al 2019.
Il rapporto della Corte dei Conti rileva come oltre il 16,6 per cento del territorio nazionale sia classificato a “maggiore pericolosità”, con 7.275 Comuni interessati dal fenomeno. L’Italia, inoltre risulta essere il Paese europeo maggiormente interessato da fenomeni franosi, con circa i 2/3 delle frane censite in Europa.
Eppure in 20 anni sono stati finanziati solo 6mila progetti per 7 miliardi “mentre – recita la relazione dei magistrati contabili – l’importo complessivo di richieste pervenute nel medesimo periodo, che si può considerare una stima del costo teorico per la messa in sicurezza dell’intero territorio nazionale, risulta pari a 26 miliardi di euro”.
A strozzare l’afflusso di risorse e la consegna delle opere – secondo la Corte dei Conti – è la tempistica degli interventi, che hanno una durata media di 4,2 anni, oltre la metà dei quali (57%) usati per la fase di progettazione, e poi quella della amministrativa necessaria al percorso attuativo.
A febbraio del 2022 la giunta dell’Emilia aveva approvato la graduatoria di 13 progetti di intervento per 17 milioni (impianti sollevamento, ripristino funzionalità idraulica, sicurezza rete scolante, casse di espansione) tra Modena, Ferrara, Fidenza, Rimini, Sala Bolognese: tempi medi di consegna erano previsti in 13-32 mesi.
Viene poi segnalato il problema delle sovrapposizioni tra Dipartimento della Protezione Civile e del Ministero dell’Ambiente, con il risultato (ma anche il prevalere di una logica) che gli interventi per l’emergenza hanno avuto precedenza su quelli destinati alla prevenzione.
Su questo aspetto la Corte dei Conti auspica un cambio di passo col PNRR. Ma anche qui gli stanziamenti per “prevenire e contrastare gli effetti del cambiamento climatico sui fenomeni di dissesto idrogeologico e sulla vulnerabilità del territorio” sono minimi – 2,4 miliardi di euro – rispetto ad un fabbisogno, come abbiamo visto, stimato dieci volte superiore.
I fondi nel PNRR per le misure di intervento sul dissesto idrogeologico sono divisi in 1,287 miliardi per l’attività ordinaria di investimento e promozione delle riforme in materia di rischio idrogeologico, di competenza del Ministero dell’Ambiente e con risorse già nel sul bilancio; gli altri 1,2 miliardi (comprensivi di 800 milioni di euro di risorse aggiuntive) vengono invece assegnati al Dipartimento della Protezione civile per la gestione delle emergenze.
Il PNRR prevede anche una riforma finalizzata alla semplificazione ed accelerazione degli interventi di contrasto al rischio idrogeologico, al fine di superare le criticità di natura procedurale, legate alla debolezza e all’assenza di un efficace sistema di governance nelle azioni di contrasto al dissesto idrogeologico.
L’inchiesta del Fatto Quotidiano rileva che per il conseguimento dell’obiettivo di riforma indicato dal PNRR (Milestone M2Cd-1) negli ultimi due anni sono stati emanati ben 10 provvedimenti tra articoli di legge e decreti veri e propri.
Molti però sono rimasti sulla carta. Ad esempio la legge 233/2021 del governo Draghi: prevedeva (all’art. 16, comma 3) “l’individuazione degli interventi di mitigazione del rischio idrogeologico nelle regioni del centro-nord”.
Non è stato ancora adottato il decreto attuativo della legge che converte la 186/2022 del governo Meloni, quella che stanziava 2,5 milioni per formare e reclutare personale a tempo indeterminato al fine di “potenziare le attività finalizzate a mitigare il rischio idrogeologico e rafforzare il contingente dell’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino meridionale”.
La lezione che si ricava da questi dati è che sul dissesto del territorio e le conseguenze dei cambiamenti climatici, i governi degli ultimi venti anni abbiano proceduto come sulla sanità. In questa si è privilegiata la chirurgia e le “eccellenze” piuttosto che la prevenzione e la medicina territoriale.
Nella gestione del territorio si è preferito finanziare – ed oliare – gli apparati di gestione delle emergenze piuttosto che la prevenzione con interventi strutturali sul territorio. Nella prima come nella seconda i devastanti risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Interessante sarebbe anche il monitoraggio su chi si sia arricchito con questo prevalere della logica dell’emergenza piuttosto che quella della prevenzione.
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29/01/2022
Sanità - “La prevenzione? Trascurata perchè in conflitto con il mercato”
Nel corso di un convegno Silvio Garattini, fondatore e presidente dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri Irccs, fotografa con una frase un aspetto inquietante – ma noto – della sanità italiana: la prevenzione è trascurata perchè “in conflitto con il mercato”.
A volte basta una frase, una battuta, una dichiarazione colta tra i tanti lanci di agenzia per accendere un enorme riflettore e spalancare gli occhi (qualora fossero socchiusi) su una realtà evidente e macroscopica. O ricevere conferme su un qualcosa che esiste, c’è, ma forse anche inconsciamente si tende a rimuovere pur avendo ben presenti le nefandezze del capitalismo e dell’obbligo di mettere tutto e sempre “a profitto”, a qualunque costo. Questa sorta di epifania laica ed oscena, questa sensazione di rivelazione è parzialmente capitata anche a noi, quando ci è finita sotto gli occhi una notizia di qualche giorno fa. Eccola:
Eppure, nonostante questa evidenza, nonostante la scoperta – che molti italiani fecero all’inizio di marzo del 2020 – che un paese di 60 milioni di abitanti, molti dei quali anziani, aveva a disposizione poche migliaia di postazioni in terapia intensiva, nonostante le grida d’allarme di medici, infermieri e operatori sanitari, nonostante le promesse della classe dirigente di tornare ad investire massicciamente in sanità, ci ritroviamo ancora a dover adottare provvedimenti emergenziali per “evitare di intasare le terapie intensive”. Cosa significa? Che forse questa operazione di finanziamento straordinario e strutturale alla sanità pubblica non è stato fatto sul serio, in questi due anni. E perchè?
La risposta, forse, ce la da l’oncologo Silvio Garattini: perchè il mercato della sanità deve espandersi. E dunque se allarghi troppo la disponibilità di cure pubbliche, forse qualche problema al mercato della salute lo crei. Come d’altronde se previeni troppo: se la gente non si ammala, come si fa poi a vendergli la cura?
Fonte
A volte basta una frase, una battuta, una dichiarazione colta tra i tanti lanci di agenzia per accendere un enorme riflettore e spalancare gli occhi (qualora fossero socchiusi) su una realtà evidente e macroscopica. O ricevere conferme su un qualcosa che esiste, c’è, ma forse anche inconsciamente si tende a rimuovere pur avendo ben presenti le nefandezze del capitalismo e dell’obbligo di mettere tutto e sempre “a profitto”, a qualunque costo. Questa sorta di epifania laica ed oscena, questa sensazione di rivelazione è parzialmente capitata anche a noi, quando ci è finita sotto gli occhi una notizia di qualche giorno fa. Eccola:
La prevenzione “è un problema che riguarda tutta la medicina. È un aspetto molto trascurato, questo perché è in conflitto di interesse con il mercato della medicina che vuole espandersi. E la prevenzione, invece, tende a ridurre spazio prevenendo le malattie. Basti pensare che più del 70% dei tumori sono evitabili. E di cancro muoiono ogni anno 180mila persone in Italia”. Lo ha detto Silvio Garattini, fondatore e presidente dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri Irccs, nel corso del convegno organizzato dal Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi (Cnop) a Roma, dedicato ai dati di efficacia dei trattamenti psicologici per la messa a punto di un documento di consenso. “Nel documento – ha sottolineato Garattini che presiede la giuria del Consensus – abbiamo sottolineato il problema della necessità della prevenzione in questo ambito”.Il concetto, già espresso anche in precedenza dall’oncologo, farmacologo e ricercatore Silvio Garattini – che guida dopo averlo fondato l’Istituto di ricerca Mario Negri – è chiaro nella sua drammatica semplicità: in Italia muoiono 180mila persone all’anno di tumore. Il 70% dei tumori sono evitabili, ma serve prevenzione. La prevenzione è trascurata perchè in conflitto con il mercato che vuole espandersi. Non c’è molto altro da aggiungere. Tutto conosciuto, tutto noto, tutto risaputo: quante volte abbiamo raccontato dei tagli alla sanità pubblica, ai finanziamenti a quella privata, al dramma di tanti cittadini e di tante famiglie che, impoverendosi e perdendo potere d’acquisto non riescono più a curarsi, perchè curarsi in fretta e bene spesso costa. Nonostante l’Italia abbia un Servizio Sanitario Nazionale che – nonostante tutto – ancora tiene. Non fosse bastata tutta questa consapevolezza, è arrivata anche la pandemia a ricordarci quanto fosse necessario tornare ad investire in sanità pubblica: quando il Covid-19 dilagava nel nostro paese divenne evidente che in casi simili, di emergenza sanitaria generalizzata e pandemica, solo la sanità pubblica era in grado di salvare vite e contenere l’infezione.
Eppure, nonostante questa evidenza, nonostante la scoperta – che molti italiani fecero all’inizio di marzo del 2020 – che un paese di 60 milioni di abitanti, molti dei quali anziani, aveva a disposizione poche migliaia di postazioni in terapia intensiva, nonostante le grida d’allarme di medici, infermieri e operatori sanitari, nonostante le promesse della classe dirigente di tornare ad investire massicciamente in sanità, ci ritroviamo ancora a dover adottare provvedimenti emergenziali per “evitare di intasare le terapie intensive”. Cosa significa? Che forse questa operazione di finanziamento straordinario e strutturale alla sanità pubblica non è stato fatto sul serio, in questi due anni. E perchè?
La risposta, forse, ce la da l’oncologo Silvio Garattini: perchè il mercato della sanità deve espandersi. E dunque se allarghi troppo la disponibilità di cure pubbliche, forse qualche problema al mercato della salute lo crei. Come d’altronde se previeni troppo: se la gente non si ammala, come si fa poi a vendergli la cura?
Fonte
01/12/2020
Il Covid-19 e la non prevenzione
Ad ascoltare i telegiornali di questi giorni, non c’è dubbio che la strategia che si è deciso di scegliere contro questa pandemia da SARS-CoV-2, a livello mondiale, sia quella di scoprire il vaccino, o meglio i vaccini giusti.
Questa strategia non è esente da rischi, visto che si parla di studiare e sperimentare in pochi mesi, quello che di norma richiederebbe almeno alcuni anni.
Servirebbe un dibattito un po’ più serio, e fa pensare la posizione del prof. Andrea Crisanti che – non senza criterio scientifico, secondo me – afferma che prima di farsi iniettare un vaccino completamente diverso da tutti i precedenti (quello basato su RNA) e con una sperimentazione così breve, vorrebbe almeno leggerne la documentazione scientifica (che invece le case farmaceutiche possono decidere di secretare al pubblico per due anni).
Il punto su cui vorrei ragionare però non è il Covid-19, né questi nuovi miracolosi vaccini che promettono protezioni che, in una rapida escalation di coperture, presto toccheranno il 101%.
Vorrei andare oltre la siepe e pensare al futuro. Siamo così ottimisti da pensare davvero che il SARS-CoV-2 sarà l’ultima pandemia che affliggerà la nostra umanità? Io credo di no. Molti virologi in tempi non sospetti avevano ipotizzato l’arrivo di epidemie di vari tipi di virus da pipistrelli semplicemente perché di questi virus ne esistono moltissimi, capaci di fare il cosiddetto salto di specie.
E siccome di mammiferi selvatici sulla terra ormai ne restano pochissimi, ecco che i virus sono ormai obbligati a scegliere l’uomo o gli animali allevati (vedasi quanto accaduto alle migliaia di visoni abbattuti recentemente). E la scelta dell’uomo, per loro, è certamente la più semplice (mio post "Nei panni del virus").
In un mondo sempre più a rischio di epidemie e pandemie, quello che dovremmo tutti cercare di fare, dalla scienza alla politica all’uomo comune, è quello di farci trovare pronti, potenziando al massimo il nostro sistema immunitario e potenziando la medicina del territorio fino ad arrivare alla prevenzione personalizzata (già attuabile con le attuali conoscenze).
Invece, a quello che vedo, si punta solo sul vaccino!
Al nostro sistema immunitario per funzionare al massimo delle potenzialità servono certamente, in ordine di importanza, le vitamine D, C, B12, B9, B6 ed A. E servono anche i minerali ferro, zinco, rame e selenio.
Tutti questi nutrienti, hanno dimostrato ampiamente la loro importanza, e per questo sono stati approvati da EFSA con una frase, che testualmente dice per ciascuno di essi: “Contribuisce alla normale funzione del sistema immunitario.” Per questa ragione sulle scatole di qualunque integratore alimentare che contenga uno dei nutrienti approvati in quantità considerate significative, troverete questa scritta.
Questi nutrienti si trovano naturalmente in molti alimenti, e prima di pensare agli integratori occorre sempre mettere a posto la nostra dieta. Un concetto fondamentale che mio figlio mi ha spiegato, dai supereroi “Avengers”, è che nessuno di questi nutrienti lavora da solo, ma che se anche soltanto uno manca, il sistema immunitario si indebolisce moltissimo.
Quindi quello che dovremo cercare di fare per prevenire le forme più gravi di Covid-19 è quello di non finire in carenza di nessuno di questi. E gli studi fatti sulla vitamina D dimostrano chiaramente che la sua carenza si associa alle forme più gravi di Covid.
Poi serve moltissimo conservare un microbiota in salute, perché sappiamo bene che esso può modificare il funzionamento del sistema immunitario in meglio o in peggio (in caso di disbiosi). E per farlo, serve una dieta integrale, molto variata, con molti vegetali, molta fibra e poca carne (che in eccesso tende a dar luogo a disbiosi putrefattive). Anche le farine 0 e 00 in eccesso possono causare forti disbiosi.
La cosa più importante però, sempre per guardare al futuro, è quello di potenziare al massimo il sistema immunitario dei nostri bambini, che oggi fortunatamente sono quasi del tutto risparmiati dal Covid-19, ma potrebbero non esserlo dal prossimo virus che arriverà. E l’alimentazione (e l’ambiente in cui vivono) nei primi anni di vita è fondamentale per rendere forte il loro sistema immunitario.
Però, non vedo programmi di educazione alimentare nelle scuole né nei reparti di neonatologia, e vedo genitori che crescono bambini a pizza, hamburger, kebab, merendine e coca (ma rigorosamente senza caffeina!).
Infine è fondamentale mantenere un peso normale. Il sovrappeso o peggio l’obesità, soprattutto nei bambini ma anche negli adulti, rema contro al sistema immunitario. Il tessuto adiposo in eccesso, produce una infiammazione sistemica cronica che tiene occupato il sistema immunitario a combattere contro il nulla.
Infatti, l’obesità e le patologie concomitanti, come era facilmente prevedibile, si sono dimostrate un fattore di rischio molto importante per sviluppare le forme di Covid-19 più gravi. Tanto da portare ad ipotizzare un vero legame tra la cattiva nutrizione e le forme più gravi di questa malattia.
Quello che vedo è che in previsione di un futuro in cui attacchi di nuovi virus non mancheranno, si fa troppo poco per la prevenzione e si prega troppo, in modo quasi religioso, perché un buon vaccino arrivi presto.
Esattamente quello che si sta facendo in politica, investendo milioni di euro in decreti per ristori, ma evitando di investe denaro per recuperare una medicina del territorio che sia in grado di rafforzare la prevenzione.
Forse perché si continuano a considerare le persone innanzitutto come clienti, poi come pazienti e mai come soggetti attivi educabili ad una vera prevenzione personalizzata di moltissime patologie, Covid-19 inclusa.
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Questa strategia non è esente da rischi, visto che si parla di studiare e sperimentare in pochi mesi, quello che di norma richiederebbe almeno alcuni anni.
Servirebbe un dibattito un po’ più serio, e fa pensare la posizione del prof. Andrea Crisanti che – non senza criterio scientifico, secondo me – afferma che prima di farsi iniettare un vaccino completamente diverso da tutti i precedenti (quello basato su RNA) e con una sperimentazione così breve, vorrebbe almeno leggerne la documentazione scientifica (che invece le case farmaceutiche possono decidere di secretare al pubblico per due anni).
Il punto su cui vorrei ragionare però non è il Covid-19, né questi nuovi miracolosi vaccini che promettono protezioni che, in una rapida escalation di coperture, presto toccheranno il 101%.
Vorrei andare oltre la siepe e pensare al futuro. Siamo così ottimisti da pensare davvero che il SARS-CoV-2 sarà l’ultima pandemia che affliggerà la nostra umanità? Io credo di no. Molti virologi in tempi non sospetti avevano ipotizzato l’arrivo di epidemie di vari tipi di virus da pipistrelli semplicemente perché di questi virus ne esistono moltissimi, capaci di fare il cosiddetto salto di specie.
E siccome di mammiferi selvatici sulla terra ormai ne restano pochissimi, ecco che i virus sono ormai obbligati a scegliere l’uomo o gli animali allevati (vedasi quanto accaduto alle migliaia di visoni abbattuti recentemente). E la scelta dell’uomo, per loro, è certamente la più semplice (mio post "Nei panni del virus").
In un mondo sempre più a rischio di epidemie e pandemie, quello che dovremmo tutti cercare di fare, dalla scienza alla politica all’uomo comune, è quello di farci trovare pronti, potenziando al massimo il nostro sistema immunitario e potenziando la medicina del territorio fino ad arrivare alla prevenzione personalizzata (già attuabile con le attuali conoscenze).
Invece, a quello che vedo, si punta solo sul vaccino!
Al nostro sistema immunitario per funzionare al massimo delle potenzialità servono certamente, in ordine di importanza, le vitamine D, C, B12, B9, B6 ed A. E servono anche i minerali ferro, zinco, rame e selenio.
Tutti questi nutrienti, hanno dimostrato ampiamente la loro importanza, e per questo sono stati approvati da EFSA con una frase, che testualmente dice per ciascuno di essi: “Contribuisce alla normale funzione del sistema immunitario.” Per questa ragione sulle scatole di qualunque integratore alimentare che contenga uno dei nutrienti approvati in quantità considerate significative, troverete questa scritta.
Questi nutrienti si trovano naturalmente in molti alimenti, e prima di pensare agli integratori occorre sempre mettere a posto la nostra dieta. Un concetto fondamentale che mio figlio mi ha spiegato, dai supereroi “Avengers”, è che nessuno di questi nutrienti lavora da solo, ma che se anche soltanto uno manca, il sistema immunitario si indebolisce moltissimo.
Quindi quello che dovremo cercare di fare per prevenire le forme più gravi di Covid-19 è quello di non finire in carenza di nessuno di questi. E gli studi fatti sulla vitamina D dimostrano chiaramente che la sua carenza si associa alle forme più gravi di Covid.
Poi serve moltissimo conservare un microbiota in salute, perché sappiamo bene che esso può modificare il funzionamento del sistema immunitario in meglio o in peggio (in caso di disbiosi). E per farlo, serve una dieta integrale, molto variata, con molti vegetali, molta fibra e poca carne (che in eccesso tende a dar luogo a disbiosi putrefattive). Anche le farine 0 e 00 in eccesso possono causare forti disbiosi.
La cosa più importante però, sempre per guardare al futuro, è quello di potenziare al massimo il sistema immunitario dei nostri bambini, che oggi fortunatamente sono quasi del tutto risparmiati dal Covid-19, ma potrebbero non esserlo dal prossimo virus che arriverà. E l’alimentazione (e l’ambiente in cui vivono) nei primi anni di vita è fondamentale per rendere forte il loro sistema immunitario.
Però, non vedo programmi di educazione alimentare nelle scuole né nei reparti di neonatologia, e vedo genitori che crescono bambini a pizza, hamburger, kebab, merendine e coca (ma rigorosamente senza caffeina!).
Infine è fondamentale mantenere un peso normale. Il sovrappeso o peggio l’obesità, soprattutto nei bambini ma anche negli adulti, rema contro al sistema immunitario. Il tessuto adiposo in eccesso, produce una infiammazione sistemica cronica che tiene occupato il sistema immunitario a combattere contro il nulla.
Infatti, l’obesità e le patologie concomitanti, come era facilmente prevedibile, si sono dimostrate un fattore di rischio molto importante per sviluppare le forme di Covid-19 più gravi. Tanto da portare ad ipotizzare un vero legame tra la cattiva nutrizione e le forme più gravi di questa malattia.
Quello che vedo è che in previsione di un futuro in cui attacchi di nuovi virus non mancheranno, si fa troppo poco per la prevenzione e si prega troppo, in modo quasi religioso, perché un buon vaccino arrivi presto.
Esattamente quello che si sta facendo in politica, investendo milioni di euro in decreti per ristori, ma evitando di investe denaro per recuperare una medicina del territorio che sia in grado di rafforzare la prevenzione.
Forse perché si continuano a considerare le persone innanzitutto come clienti, poi come pazienti e mai come soggetti attivi educabili ad una vera prevenzione personalizzata di moltissime patologie, Covid-19 inclusa.
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30/07/2020
Prevenzione e repressione della criminalità... ma nelle polizie
La prevenzione e la repressione efficaci della criminalità nei ranghi delle polizie sono possibili (a proposito dei fatti della caserma dei Carabinieri di Piacenza)
La vicenda della caserma dei Carabinieri di Piacenza sicuramente resterà come uno dei casi più scioccanti di questi ultimi anni. I numerosi reati gravissimi praticati da anni dai militari di questa caserma fanno pensare a una vera e propria associazione a delinquere che riusciva a beneficiare della copertura di essere anche unità dell’Arma dei Carabinieri.
Ancora più grave è che per anni questa caserma sia stata considerata un’eccellenza e ricevesse premi per la sua alta “produttività”. Come ha scritto qualche osservatore, appare allora palese il sospetto che questa unità abbia goduto di una benevole se non complice indifferenza o tolleranza da parte dei superiori (forse non solo a livello locale) ma anche di un meccanismo perverso.
Questo meccanismo perverso è quello che sta sempre dietro tutte le vicende simili che come tutti sanno sono decine e decine in tutta Italia (così come nei ranghi delle polizie di altri Paesi detti democratici). Se si sfogliano i media nazionali e locali degli ultimi anni si trovano facilmente casi alquanto simili a quello della caserma dei CC di Piacenza.
Cioè operatori delle polizie che si coprono facendo tanti arresti grazie ai loro confidenti, i quali sono anche complici nel giro di spaccio di droga o di merci da ricettazione.
La logica dominante è premiare questo genere di produttività che non a caso finisce per coprire chi pratica abusi e persino crimini gravi da associazione a delinquere. Non si premia invece chi – poche persone – combatte la schiavizzazione di italiani e immigrati e chi è responsabile di disastri sanitari e ambientali (**).
Queste sono le insicurezze ignorate dalla maggioranza di tutte le polizie nazionali e locali che invece perseguono persino le vittime anziché i carnefici, cioè le “prede facili” perché prive di tutela e quindi alla mercé di ogni sorta di criminale aggressione tanto più se viene da operatori delle polizie.
Cosa permette la riproduzione di questi fatti? Questa è la domanda assai semplice che i vertici delle polizie dovrebbero porsi e che sembra non vogliano porsi.
Se ci si pone questa domanda appare chiaro che la questione riguarda l’assenza di prevenzione.
Ma questa prevenzione come potrebbe essere praticata con efficacia ed efficienza? Solo con:
a) il monitoraggio continuo dei casi di devianza e criminalità nei ranghi delle polizie;
b) l’analisi dei casi;
c) l’adozione delle misure appropriate per intervenire prima incentivando e proteggendo la vigilanza da parte di tutti gli operatori e anche dei cittadini (quelli che si chiamano whistleblowing o “denunciatori di comportamenti illeciti”);
d) la giusta sanzione di questi reati e quindi il netto e chiaro messaggio che le polizie non garantiscono più l’impunità e la tolleranza di comportamenti e atti criminali.
La riproduzione della devianza e della criminalità nei ranghi delle polizie c’è sempre stata e sempre ci sarà: come in tutti i settori dello Stato, di tutti i Paesi. Ma siamo in un contesto economico, sociale, culturale e politico che rischia di far proliferare questi casi. L’impunità di questi casi è certamente la prima causa della loro riproduzione.
Sin quando i vertici delle polizie non adotteranno questo metodo di prevenzione e repressione dei comportamenti devianti o criminali nei loro ranghi ci sarà sempre un alto rischio di riproduzione e grave discredito dello stato di diritto democratico che appare come un’ipocrisia – se non addirittura l’eterogenesi delle democrazia – quando lascia libero campo agli illegalismi dei forti, dei dominanti, di chi gode dell’impunità.
(**) come quelli che hanno fatto l’inchiesta su Fincantieri oppure Roberto Mancini che scopri “la teŕra dei fuochi” e ne morì di cancro.
Fonte
La vicenda della caserma dei Carabinieri di Piacenza sicuramente resterà come uno dei casi più scioccanti di questi ultimi anni. I numerosi reati gravissimi praticati da anni dai militari di questa caserma fanno pensare a una vera e propria associazione a delinquere che riusciva a beneficiare della copertura di essere anche unità dell’Arma dei Carabinieri.
Ancora più grave è che per anni questa caserma sia stata considerata un’eccellenza e ricevesse premi per la sua alta “produttività”. Come ha scritto qualche osservatore, appare allora palese il sospetto che questa unità abbia goduto di una benevole se non complice indifferenza o tolleranza da parte dei superiori (forse non solo a livello locale) ma anche di un meccanismo perverso.
Questo meccanismo perverso è quello che sta sempre dietro tutte le vicende simili che come tutti sanno sono decine e decine in tutta Italia (così come nei ranghi delle polizie di altri Paesi detti democratici). Se si sfogliano i media nazionali e locali degli ultimi anni si trovano facilmente casi alquanto simili a quello della caserma dei CC di Piacenza.
Cioè operatori delle polizie che si coprono facendo tanti arresti grazie ai loro confidenti, i quali sono anche complici nel giro di spaccio di droga o di merci da ricettazione.
La logica dominante è premiare questo genere di produttività che non a caso finisce per coprire chi pratica abusi e persino crimini gravi da associazione a delinquere. Non si premia invece chi – poche persone – combatte la schiavizzazione di italiani e immigrati e chi è responsabile di disastri sanitari e ambientali (**).
Queste sono le insicurezze ignorate dalla maggioranza di tutte le polizie nazionali e locali che invece perseguono persino le vittime anziché i carnefici, cioè le “prede facili” perché prive di tutela e quindi alla mercé di ogni sorta di criminale aggressione tanto più se viene da operatori delle polizie.
Cosa permette la riproduzione di questi fatti? Questa è la domanda assai semplice che i vertici delle polizie dovrebbero porsi e che sembra non vogliano porsi.
Se ci si pone questa domanda appare chiaro che la questione riguarda l’assenza di prevenzione.
Ma questa prevenzione come potrebbe essere praticata con efficacia ed efficienza? Solo con:
a) il monitoraggio continuo dei casi di devianza e criminalità nei ranghi delle polizie;
b) l’analisi dei casi;
c) l’adozione delle misure appropriate per intervenire prima incentivando e proteggendo la vigilanza da parte di tutti gli operatori e anche dei cittadini (quelli che si chiamano whistleblowing o “denunciatori di comportamenti illeciti”);
d) la giusta sanzione di questi reati e quindi il netto e chiaro messaggio che le polizie non garantiscono più l’impunità e la tolleranza di comportamenti e atti criminali.
La riproduzione della devianza e della criminalità nei ranghi delle polizie c’è sempre stata e sempre ci sarà: come in tutti i settori dello Stato, di tutti i Paesi. Ma siamo in un contesto economico, sociale, culturale e politico che rischia di far proliferare questi casi. L’impunità di questi casi è certamente la prima causa della loro riproduzione.
Sin quando i vertici delle polizie non adotteranno questo metodo di prevenzione e repressione dei comportamenti devianti o criminali nei loro ranghi ci sarà sempre un alto rischio di riproduzione e grave discredito dello stato di diritto democratico che appare come un’ipocrisia – se non addirittura l’eterogenesi delle democrazia – quando lascia libero campo agli illegalismi dei forti, dei dominanti, di chi gode dell’impunità.
(**) come quelli che hanno fatto l’inchiesta su Fincantieri oppure Roberto Mancini che scopri “la teŕra dei fuochi” e ne morì di cancro.
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18/04/2020
Nicaragua - Modello contro la pandemia
Nove casi di Corona virus, 5 di essi guariti, 3 in cura ed 1
deceduto. Quest’ultimo giunto dagli Stati Uniti già malato e con un
quadro clinico seriamente compromesso. Questo bilancio, pur suscettibile
di leggere variazioni, è straordinariamente unico nel panorama mondiale
e dovrebbe fare del Nicaragua e del suo modello sanitario, improntato
alla dimensione sociale egualitaria e comunitaria un caso di studio.
Il Presidente del Nicaragua, Comandante Daniel Ortega, in un intervento pubblico trasmesso ieri a reti unificate, ha spiegato il modo in cui il Nicaragua ha ingaggiato e conduce la battaglia contro la pandemia. Il governo ha assunto le linee guida internazionali ed i protocolli di vigilanza indicati dall’OMS, adattandoli però alla sua realtà sociale, economica e territoriale.
A questo proposito, ha ricordato il Presidente Ortega, non si è lanciato a testa bassa, chiudendo completamente il paese per contenere la diffusione del virus, perché il 70% circa del PIL è generato dalla distribuzione e vendita dei prodotti alimentari che, impedita, avrebbe determinato il crollo economico della nazione e quindi del suo popolo. La maggior quota produttiva dei nicaraguensi è legata infatti ad attività di tipo rurale e una larghissima parte della sua popolazione vive di semina, raccolto e vendita dei prodotti agricoli. Combattere il propagarsi possibile del virus con la morte certa per fame non è sembrata una via percorribile. Si sono garantite invece produzione e distribuzione dei beni fondamentali, primo fra tutti il cibo, che rappresentano la garanzia di tenuta del Paese. “Il popolo nicaraguense – ha sottolineato il Comandante Ortega – abituato ad ogni tipo di difficoltà, di tragedie, di blocchi, sa lavorare la terra come nessun altro e non morirà mai di fame”.
Il governo ha adottato un criterio di intervento progressivo, dando luogo ad una serie di misure cautelative, che hanno ridotto le tipologie di attività consentite ma senza negare il diritto al lavoro e alla circolazione. Allungamento di una settimana del periodo di vacanze pasquali per scuole ed università, misure di prevenzione nel pubblico impiego, controllo dei posti di frontiera aerei, marittimi e terrestri; restrizioni all’ingresso di stranieri nel paese. Abituato ad affrontare epidemie tipiche delle zone tropicali e catastrofi naturali e con una popolazione vaccinata al 100%, cosciente della utilità di una informazione corretta, ha investito sulla prevenzione e, quindi, anche sulla comunicazione diretta al suo popolo sui comportamenti da seguire. Lo ha fatto attraverso i media tradizionali e i social media e con brigate di volontari coordinati dal ministero della salute, che si sono recati casa per casa, anche nei luoghi più remoti, ad informare su profilassi da tenere, comportamenti da adottare, sintomi da rilevare e procedure da osservare. Due milioni e 843.000 visite dirette in un paese che conta con poco più di 6 milioni di abitanti.
Un metodo, quello delle brigate inviate in ogni dove del paese, che dalla prima campagna di alfabetizzazione del 1980 ad oggi, rappresenta l’essenza dell’impostazione culturale del rapporto tra sandinismo e popolo nicaraguense: il cittadino va dalle istituzioni ma anche queste si recano dal cittadino. Nella salute, lo schema adottato risponde alla decentralizzazione dei servizi medici in ogni dove del paese, costruzione di ospedali in ogni provincia, centri di cura e di assistenza medica che coprono l’intero territorio e servono l’intera popolazione.
Come per l’assistenza e l’istruzione, il principio fondamentale della politica sanitaria è la totale gratuità del servizio. In tredici anni di governo sandinista sono stati costruiti 13 ospedali perfettamente equipaggiati che portano a 73 il numero complessivo. Sono 143 i poliambulatori, 1343 i presidi medici e 5806 le case destinate all’accoglienza, strutture comunitarie dove si realizza una prima accoglienza per stabilire dove indirizzare il paziente. Sono stati costruiti 70 centri per la terapia del dolore, 178 case per assistenza alle donne in gravidanza e 91 strutture per i soggetti diversamente abili. Edificati ed equipaggiati cinque centri specializzati ed un laboratorio di citogenetica e di diagnosi prenatale, ed è in funzione un laboratorio di ingegneria biomolecolare (solo il Messico ne ha un altro nell’area) frutto della cooperazione con la Russia. Sono state acquistate 404 ambulanze di cui sei acquatiche ed è a disposizione di tutti i pazienti oncologici l’acceleratore lineare, unico in tutto il Centro America.
Salute, istruzione, assistenza. Il modello è egualitario, gratuito, comunitario. L’insieme di queste politiche, che privilegiano le condizioni materiali delle classi popolari in parallelo all’ammodernamento ed allo sviluppo economico del Paese, rappresentano l’essenza pura delle politiche socioeconomiche del governo sandinista.
Dov’era il Presidente Ortega?
L’assenza da telecamere e taccuini del Presidente Ortega aveva spinto settori della stampa estera a porre dubbi sulla sua sorte. Da più di un mese non appariva in pubblico e, su suggerimento dell’opposizione golpista nicaraguense, testate giornalistiche di diversi paesi avevano avanzato ipotesi, formulato auspici, inventato retroscena. Morte? Malattia? Dimissioni? Improvvisati Sherlock Holmes convinti che un Presidente sia un fenomeno da palcoscenico, con riflettori accesi ed espressioni in favore di telecamere.
L’opposizione chiedeva che il Presidente parlasse alla nazione: voleva dimostrare che il Nicaragua fosse nel pieno di una tragedia ingovernabile e che si dovevano approntare misure draconiane (ma se pure le avesse applicate avrebbero gridato alla repressione ndr). Nulla che abbia a che vedere con la situazione reale. La richiesta di bloccare il Paese era un tentativo di generare caos e produrre un drammatico impoverimento massiccio della popolazione. Almeno quella che per vivere ha bisogno di lavorare, non certo quella mantenuta dagli organismi statunitensi purché destabilizzi il Paese.
Il Comandante Ortega non ha ritenuto fino a ieri di doversi presentare di fronte alle telecamere per diversi motivi. Il primo è che un Presidente che parla al Paese a reti unificate è una misura raramente adottata nel corso dei 13 anni di presidenza e, proporla in una situazione di attenzione e allarme ma di nessuna crisi, avrebbe avuto l’effetto di confermare la drammaticità che vuole l’opposizione per i suoi scopi politici. La disciplina e l’ordine con il quale vengono rispettate le indicazioni del governo gli danno ragione. Inoltre, il lavoro di indirizzo e coordinamento che il Comandante svolge non ha bisogno di essere illustrato da telecamere: i report quotidiani alla popolazione sono diffusi dalla vicepresidente Rosario Murillo e dal ministero della Salute.
Non è stata l’unica manovra golpista: hanno chiesto di dare alle strutture sanitarie private la gestione dei test subendo un ovvio rifiuto. Lo scopo era inventare cifre apocalittiche di malati per generare panico interno e porre il governo in scontro con la comunità internazionale. Usano l’hastag internazionale state a casa, ma si fanno riprendere nelle feste e al mare. E lo stare a casa non riguarda, of course, i loro cuochi, camerieri, giardinieri, autisti e scorte. Dicono che il Nicaragua è pericoloso ma quelli che fuggirono dopo il tentato golpe stanno tornando: forse è più pericoloso rimanere in Costa Rica. Lo testimonia l'ambasciatore statunitense Sullivan, che ha scelto di restare in Nicaragua a far partorire sua moglie piuttosto che tornare negli USA. Un vescovo di fede somozista annuncia di costituire un centro gestito dalla sua parrocchia per la diagnosi e cura del Covid: viene vietato e la stessa Conferenza Episcopale lo convoca e chiede conto di una iniziativa così ridicola. L’associazione padronale, dal canto suo, ricorda lo spessore etico e di cui si fregia: dice di contribuire alla battaglia contro la pandemia, ma non tira fuori un dollaro e promuove una raccolta fondi di altri. I ricchi, insomma, non spendono, semmai incassano.
Nel suo intervento il Presidente Ortega, come al solito, non ha risposto agli insulti dell’opposizione golpista o ironizzato sulle loro figuracce planetarie: non è nel suo carattere e poi uno statista guarda in alto, dove non volano scarafaggi. Ha invece lanciato per l’ennesima volta un appello a riconvertire le spese militari in spese sociali, ricordando a Mr. Trump che il paese più potente economicamente, politicamente e militarmente al mondo, non riesce a proteggere i suoi cittadini.
Niente di nuovo insomma. Un presidente come Daniel Ortega che ha a cuore il suo popolo e un governo che attua politiche che dovrebbero essere prese a modello, visti i risultati. Una opposizione ridicola che, unica al mondo, esprime auspici di contagi di massa pur di generare caos e ridurre il consenso al governo, ma nessuno fa caso a quello che dicono e fanno. Perché nello svolgersi drammatico di una battaglia internazionale tra scienza e pandemia, tra negligenza e buongoverno, lo scenario è serio. I burattini non trovano spazio.
Fonte
Il Presidente del Nicaragua, Comandante Daniel Ortega, in un intervento pubblico trasmesso ieri a reti unificate, ha spiegato il modo in cui il Nicaragua ha ingaggiato e conduce la battaglia contro la pandemia. Il governo ha assunto le linee guida internazionali ed i protocolli di vigilanza indicati dall’OMS, adattandoli però alla sua realtà sociale, economica e territoriale.
A questo proposito, ha ricordato il Presidente Ortega, non si è lanciato a testa bassa, chiudendo completamente il paese per contenere la diffusione del virus, perché il 70% circa del PIL è generato dalla distribuzione e vendita dei prodotti alimentari che, impedita, avrebbe determinato il crollo economico della nazione e quindi del suo popolo. La maggior quota produttiva dei nicaraguensi è legata infatti ad attività di tipo rurale e una larghissima parte della sua popolazione vive di semina, raccolto e vendita dei prodotti agricoli. Combattere il propagarsi possibile del virus con la morte certa per fame non è sembrata una via percorribile. Si sono garantite invece produzione e distribuzione dei beni fondamentali, primo fra tutti il cibo, che rappresentano la garanzia di tenuta del Paese. “Il popolo nicaraguense – ha sottolineato il Comandante Ortega – abituato ad ogni tipo di difficoltà, di tragedie, di blocchi, sa lavorare la terra come nessun altro e non morirà mai di fame”.
Il governo ha adottato un criterio di intervento progressivo, dando luogo ad una serie di misure cautelative, che hanno ridotto le tipologie di attività consentite ma senza negare il diritto al lavoro e alla circolazione. Allungamento di una settimana del periodo di vacanze pasquali per scuole ed università, misure di prevenzione nel pubblico impiego, controllo dei posti di frontiera aerei, marittimi e terrestri; restrizioni all’ingresso di stranieri nel paese. Abituato ad affrontare epidemie tipiche delle zone tropicali e catastrofi naturali e con una popolazione vaccinata al 100%, cosciente della utilità di una informazione corretta, ha investito sulla prevenzione e, quindi, anche sulla comunicazione diretta al suo popolo sui comportamenti da seguire. Lo ha fatto attraverso i media tradizionali e i social media e con brigate di volontari coordinati dal ministero della salute, che si sono recati casa per casa, anche nei luoghi più remoti, ad informare su profilassi da tenere, comportamenti da adottare, sintomi da rilevare e procedure da osservare. Due milioni e 843.000 visite dirette in un paese che conta con poco più di 6 milioni di abitanti.
Un metodo, quello delle brigate inviate in ogni dove del paese, che dalla prima campagna di alfabetizzazione del 1980 ad oggi, rappresenta l’essenza dell’impostazione culturale del rapporto tra sandinismo e popolo nicaraguense: il cittadino va dalle istituzioni ma anche queste si recano dal cittadino. Nella salute, lo schema adottato risponde alla decentralizzazione dei servizi medici in ogni dove del paese, costruzione di ospedali in ogni provincia, centri di cura e di assistenza medica che coprono l’intero territorio e servono l’intera popolazione.
Come per l’assistenza e l’istruzione, il principio fondamentale della politica sanitaria è la totale gratuità del servizio. In tredici anni di governo sandinista sono stati costruiti 13 ospedali perfettamente equipaggiati che portano a 73 il numero complessivo. Sono 143 i poliambulatori, 1343 i presidi medici e 5806 le case destinate all’accoglienza, strutture comunitarie dove si realizza una prima accoglienza per stabilire dove indirizzare il paziente. Sono stati costruiti 70 centri per la terapia del dolore, 178 case per assistenza alle donne in gravidanza e 91 strutture per i soggetti diversamente abili. Edificati ed equipaggiati cinque centri specializzati ed un laboratorio di citogenetica e di diagnosi prenatale, ed è in funzione un laboratorio di ingegneria biomolecolare (solo il Messico ne ha un altro nell’area) frutto della cooperazione con la Russia. Sono state acquistate 404 ambulanze di cui sei acquatiche ed è a disposizione di tutti i pazienti oncologici l’acceleratore lineare, unico in tutto il Centro America.
Salute, istruzione, assistenza. Il modello è egualitario, gratuito, comunitario. L’insieme di queste politiche, che privilegiano le condizioni materiali delle classi popolari in parallelo all’ammodernamento ed allo sviluppo economico del Paese, rappresentano l’essenza pura delle politiche socioeconomiche del governo sandinista.
Dov’era il Presidente Ortega?
L’assenza da telecamere e taccuini del Presidente Ortega aveva spinto settori della stampa estera a porre dubbi sulla sua sorte. Da più di un mese non appariva in pubblico e, su suggerimento dell’opposizione golpista nicaraguense, testate giornalistiche di diversi paesi avevano avanzato ipotesi, formulato auspici, inventato retroscena. Morte? Malattia? Dimissioni? Improvvisati Sherlock Holmes convinti che un Presidente sia un fenomeno da palcoscenico, con riflettori accesi ed espressioni in favore di telecamere.
L’opposizione chiedeva che il Presidente parlasse alla nazione: voleva dimostrare che il Nicaragua fosse nel pieno di una tragedia ingovernabile e che si dovevano approntare misure draconiane (ma se pure le avesse applicate avrebbero gridato alla repressione ndr). Nulla che abbia a che vedere con la situazione reale. La richiesta di bloccare il Paese era un tentativo di generare caos e produrre un drammatico impoverimento massiccio della popolazione. Almeno quella che per vivere ha bisogno di lavorare, non certo quella mantenuta dagli organismi statunitensi purché destabilizzi il Paese.
Il Comandante Ortega non ha ritenuto fino a ieri di doversi presentare di fronte alle telecamere per diversi motivi. Il primo è che un Presidente che parla al Paese a reti unificate è una misura raramente adottata nel corso dei 13 anni di presidenza e, proporla in una situazione di attenzione e allarme ma di nessuna crisi, avrebbe avuto l’effetto di confermare la drammaticità che vuole l’opposizione per i suoi scopi politici. La disciplina e l’ordine con il quale vengono rispettate le indicazioni del governo gli danno ragione. Inoltre, il lavoro di indirizzo e coordinamento che il Comandante svolge non ha bisogno di essere illustrato da telecamere: i report quotidiani alla popolazione sono diffusi dalla vicepresidente Rosario Murillo e dal ministero della Salute.
Non è stata l’unica manovra golpista: hanno chiesto di dare alle strutture sanitarie private la gestione dei test subendo un ovvio rifiuto. Lo scopo era inventare cifre apocalittiche di malati per generare panico interno e porre il governo in scontro con la comunità internazionale. Usano l’hastag internazionale state a casa, ma si fanno riprendere nelle feste e al mare. E lo stare a casa non riguarda, of course, i loro cuochi, camerieri, giardinieri, autisti e scorte. Dicono che il Nicaragua è pericoloso ma quelli che fuggirono dopo il tentato golpe stanno tornando: forse è più pericoloso rimanere in Costa Rica. Lo testimonia l'ambasciatore statunitense Sullivan, che ha scelto di restare in Nicaragua a far partorire sua moglie piuttosto che tornare negli USA. Un vescovo di fede somozista annuncia di costituire un centro gestito dalla sua parrocchia per la diagnosi e cura del Covid: viene vietato e la stessa Conferenza Episcopale lo convoca e chiede conto di una iniziativa così ridicola. L’associazione padronale, dal canto suo, ricorda lo spessore etico e di cui si fregia: dice di contribuire alla battaglia contro la pandemia, ma non tira fuori un dollaro e promuove una raccolta fondi di altri. I ricchi, insomma, non spendono, semmai incassano.
Nel suo intervento il Presidente Ortega, come al solito, non ha risposto agli insulti dell’opposizione golpista o ironizzato sulle loro figuracce planetarie: non è nel suo carattere e poi uno statista guarda in alto, dove non volano scarafaggi. Ha invece lanciato per l’ennesima volta un appello a riconvertire le spese militari in spese sociali, ricordando a Mr. Trump che il paese più potente economicamente, politicamente e militarmente al mondo, non riesce a proteggere i suoi cittadini.
Niente di nuovo insomma. Un presidente come Daniel Ortega che ha a cuore il suo popolo e un governo che attua politiche che dovrebbero essere prese a modello, visti i risultati. Una opposizione ridicola che, unica al mondo, esprime auspici di contagi di massa pur di generare caos e ridurre il consenso al governo, ma nessuno fa caso a quello che dicono e fanno. Perché nello svolgersi drammatico di una battaglia internazionale tra scienza e pandemia, tra negligenza e buongoverno, lo scenario è serio. I burattini non trovano spazio.
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26/10/2017
L’estate sta finendo? Gli incendi che devastano la Val Susa
Siamo a fine ottobre. In questi giorni – complice un caldo e un secco eccezionale – il Piemonte, ed in particolar modo la Val Susa – è stato colpito da incendi devastanti. In Valle di Susa, i danni sono ingenti. Come lo furono in Sicilia quest’estate.
Vorrei riflettere su un aggettivo che ho usato: eccezionale. Certamente, non si può dedurre nulla sui cambiamenti climatici da un singolo episodio. Un conto è il tempo, il meteo, un altro conto è il clima. Fare i soliti discorsi sembra fin troppo facile, e scontato.
Tuttavia. Tuttavia riflettevo, ad una conferenza che ho sentito pochi giorni fa, su questo dato: in Italia abbiamo valori e notizie affidabili sulla temperatura da circa due secoli. Ebbene, la statistica ci dice che nove dei dieci anni più caldi degli ultimi due secoli appartengono all’ultimo ventennio. Nove su dieci: primeggia ancora il terribile 2003 (l’anno della bolla di caldo, per chi lo ricorda), ma – per esempio – al secondo e terzo posto ci sono gli ultimi due anni 2015 e 2016. Questo 2017 ha buone speranze di piazzarsi nelle prime posizioni, visto che appunto raramente si erano viste condizioni di temperatura, assenza di pioggia, insistenza dell’alta pressione come quelle di questi due mesi autunnali di settembre ed ottobre.
Quando da “eccezionale”, lo stesso fenomeno inizia a ripetersi costantemente nell’arco dei decenni, bisogna abbandonare questo aggettivo: occorre parlare diversamente, occorre parlare di tendenza al rialzo della temperatura. E che questo fenomeno, a livello di statistiche pluridecennali e modelli di calcolo – ormai, assai raffinati – sia dovuto alle attività umane, ed in particolare all’immissione in atmosfera di anidride carbonica, a livello scientifico non è più negata praticamente da nessuno. Ci sono sfumature, ci sono valutazioni diverse dell’entità del fenomeno, ma nessuno più lo nega.
Diverso è ovviamente l’ambito politico, ma ritengo questo un puro accidente, che neppure vale la pena di nominare. Il presidente del paese maggiormente responsabile dei cambiamenti climatici, nega la loro esistenza, disimpegna gli Stati Uniti da ogni accordo (come i pur blandi Accordi di Parigi), fa cancellare da tutti i siti governativi la frase “climate change”. Aboliti per decreto i cambiamenti climatici. Non vale la pena commentare.
Allo stesso modo sembra scontato un mero ragionamento economico, che però si riallaccia a quello di prima. Il vasto incendio che stava divampando in Val Susa è stato domato anche grazie a due aerei Canadair. Occorre dire che il grande sforzo è stato quello dei vigili del fuoco arrivate sui luoghi, oltre che dei moltissimi volontari. Ma riflettiamo sui mezzi. Se Due aerei anti-incendio sembrano pochi, consideriamo che in tutta Italia ce ne sono solo 19. Inutile ripetere che il loro costo è una frazione di quello di un cacciabombardiere F35. Nel 2017 lo Stato ha speso 724 milioni per gli F35, che è il programma più costoso, cui possiamo aggiungere 717 milioni per gli Eurofighter. Eccetera. Cose già dette, a suo tempo, inascoltate.
Certamente il vento di caduta (phoen) e la “eccezionale” siccità sono alla base della gravità, del rapido propagarsi degli incendi. Il dolo che può averli originati ha trovato strada facile. Ed era un disastro annunciato da parecchie settimane, viste le condizioni ambientali.
Certamente le forze – quelle disponibili – sono state impiegate con razionalità visti i molti fronti sui quali si sono trovate ad operare. Ma sono abbastanza, visto quanto è successo al Sud questa estate? Prevedere queste emergenze, stante l’evoluzione del clima, non è difficile.
Non sarebbe il momento per le polemiche, ma ricordiamo che la prevenzione costa molto meno dello spegnimento. Ma i danni non finiscono a incendio spento, l’ecosistema li mostrerà, dolorosamente, pian piano. Nel frattempo, dice il meteo, non pioverà almeno fino a fine mese.
Concludo, dopo tanti dati misurati, con una sensazione. Il mese scorso, un caro amico che non nomino – Johnson Righeira – mi ha mandato il video di una sua nota canzone, che è stata riportata al successo da Francesco Guasti, un cantante giovane. L’uscita del pezzo non è stata a giugno, come capitava qualche anno fa, ma a settembre. Tanto, la stagione estiva si è prolungata, ci siamo detti al telefono scherzando fra di noi.
Quando ho messo giù il telefono, ho pensato: speriamo. Era la prima volta in mezzo secolo che speravo che finisse l’estate.
Oltre che sperare occorre agire. Ma è quando piove, però, che “chi di dovere” a livello nazionale e mondiale, dovrebbe pensarci.
Fonte
Vorrei riflettere su un aggettivo che ho usato: eccezionale. Certamente, non si può dedurre nulla sui cambiamenti climatici da un singolo episodio. Un conto è il tempo, il meteo, un altro conto è il clima. Fare i soliti discorsi sembra fin troppo facile, e scontato.
Tuttavia. Tuttavia riflettevo, ad una conferenza che ho sentito pochi giorni fa, su questo dato: in Italia abbiamo valori e notizie affidabili sulla temperatura da circa due secoli. Ebbene, la statistica ci dice che nove dei dieci anni più caldi degli ultimi due secoli appartengono all’ultimo ventennio. Nove su dieci: primeggia ancora il terribile 2003 (l’anno della bolla di caldo, per chi lo ricorda), ma – per esempio – al secondo e terzo posto ci sono gli ultimi due anni 2015 e 2016. Questo 2017 ha buone speranze di piazzarsi nelle prime posizioni, visto che appunto raramente si erano viste condizioni di temperatura, assenza di pioggia, insistenza dell’alta pressione come quelle di questi due mesi autunnali di settembre ed ottobre.
Quando da “eccezionale”, lo stesso fenomeno inizia a ripetersi costantemente nell’arco dei decenni, bisogna abbandonare questo aggettivo: occorre parlare diversamente, occorre parlare di tendenza al rialzo della temperatura. E che questo fenomeno, a livello di statistiche pluridecennali e modelli di calcolo – ormai, assai raffinati – sia dovuto alle attività umane, ed in particolare all’immissione in atmosfera di anidride carbonica, a livello scientifico non è più negata praticamente da nessuno. Ci sono sfumature, ci sono valutazioni diverse dell’entità del fenomeno, ma nessuno più lo nega.
Diverso è ovviamente l’ambito politico, ma ritengo questo un puro accidente, che neppure vale la pena di nominare. Il presidente del paese maggiormente responsabile dei cambiamenti climatici, nega la loro esistenza, disimpegna gli Stati Uniti da ogni accordo (come i pur blandi Accordi di Parigi), fa cancellare da tutti i siti governativi la frase “climate change”. Aboliti per decreto i cambiamenti climatici. Non vale la pena commentare.
Allo stesso modo sembra scontato un mero ragionamento economico, che però si riallaccia a quello di prima. Il vasto incendio che stava divampando in Val Susa è stato domato anche grazie a due aerei Canadair. Occorre dire che il grande sforzo è stato quello dei vigili del fuoco arrivate sui luoghi, oltre che dei moltissimi volontari. Ma riflettiamo sui mezzi. Se Due aerei anti-incendio sembrano pochi, consideriamo che in tutta Italia ce ne sono solo 19. Inutile ripetere che il loro costo è una frazione di quello di un cacciabombardiere F35. Nel 2017 lo Stato ha speso 724 milioni per gli F35, che è il programma più costoso, cui possiamo aggiungere 717 milioni per gli Eurofighter. Eccetera. Cose già dette, a suo tempo, inascoltate.
Certamente il vento di caduta (phoen) e la “eccezionale” siccità sono alla base della gravità, del rapido propagarsi degli incendi. Il dolo che può averli originati ha trovato strada facile. Ed era un disastro annunciato da parecchie settimane, viste le condizioni ambientali.
Certamente le forze – quelle disponibili – sono state impiegate con razionalità visti i molti fronti sui quali si sono trovate ad operare. Ma sono abbastanza, visto quanto è successo al Sud questa estate? Prevedere queste emergenze, stante l’evoluzione del clima, non è difficile.
Non sarebbe il momento per le polemiche, ma ricordiamo che la prevenzione costa molto meno dello spegnimento. Ma i danni non finiscono a incendio spento, l’ecosistema li mostrerà, dolorosamente, pian piano. Nel frattempo, dice il meteo, non pioverà almeno fino a fine mese.
Concludo, dopo tanti dati misurati, con una sensazione. Il mese scorso, un caro amico che non nomino – Johnson Righeira – mi ha mandato il video di una sua nota canzone, che è stata riportata al successo da Francesco Guasti, un cantante giovane. L’uscita del pezzo non è stata a giugno, come capitava qualche anno fa, ma a settembre. Tanto, la stagione estiva si è prolungata, ci siamo detti al telefono scherzando fra di noi.
Quando ho messo giù il telefono, ho pensato: speriamo. Era la prima volta in mezzo secolo che speravo che finisse l’estate.
Oltre che sperare occorre agire. Ma è quando piove, però, che “chi di dovere” a livello nazionale e mondiale, dovrebbe pensarci.
Fonte
12/09/2017
L'11 settembre a Livorno
A Livorno l’11 settembre è, più
banalmente, il giorno dopo il 10 ovvero quella data a partire dalla
quale si cerca di farsi un’idea del bilancio e delle prospettive di una
città dopo quanto accaduto. Si tratta di un evento che ha avuto un
impatto forte sulla città, forse persino storico, e che, come tutti gli
eventi di questo tipo, obbliga a ripensare il futuro.
C’è davvero da ringraziare tutti coloro
che hanno fatto, e stanno facendo, il possibile, e anche l’impossibile,
per essere a disposizione in una situazione del genere (per informazioni logistiche seguite la nostra pagina Facebook o quella delle Brigate di Solidarietà Attiva oltre che le pagine istituzionali).
Per quello che ci riguarda non ci
mettiamo, adesso, a distribuire colpe e ragioni. In una situazione di
danno e di ricostruzione è un approccio inutile. Certo, il tempo deve
aiutare la comprensione collettiva dell’ampiezza del fenomeno della criticità dell’assetto idrogeologico, dei rischi reali e strutturali che vive il nostro territorio. Una cosa però ci sentiamo di dirla: la prevenzione e la cura del territorio sono i primi fenomeni a venir meno in caso di austerità dei bilanci pubblici. E’ un fatto risaputo dall’800, da quando si cominciano a sacrificare i bilanci in nome della stabilità della moneta.
E oggi questa prevenzione e questa cura
sono tanto più importanti quando in grado, oltre a tutelare l’assetto
idrogeologico del territorio, di produrre occupazione. E
di quella buona: legata alla tutela dell’ambiente e alla salute delle
persone. La differenza con una recente opera, sul territorio (indovinate
quale), che è costata 900 milioni e ha prodotto 30 posti di lavoro
balza agli occhi. Qui di posti di lavoro legati alla cura e alla
prevenzione territoriale, realisticamente, ce ne possono essere almeno
venti volte di più di quelli prodotti da “grandi” opere del genere.
Certo, ci vogliono soldi, tanti. Certo, ci vuole spesa pubblica. Certo ci vogliono vigilanza e trasparenza
per evitare sprechi e l’abitudine, ben radicata in Italia, di
trasformare questo genere di posti di lavoro in mangiatoie per reti
clientelari disposti a tutto meno che a curare il territorio. Ma si
tratta di tutto fuorché di una spesa improduttiva che genera, anzi,
innovazione.
Oggi queste parole, dopo quello che è
successo, sono chiare a tutti. Ricordiamocelo soprattutto per il domani.
Quando l’attenzione sarà calata e i problemi veri saranno rimasti tutti
sul tappeto.
Redazione, 11 settembre 2017
10/09/2017
L’Uragano Irma, la reazione di Cuba, il panico di Trump
Qui di seguito pubblichiamo una corrispondenza del giornalista cubano Sergio Alejandro Gomez e il comunicato della Stato Maggiore della Difesa Civile cubana sul passaggio dell’Uragano Irma nella parte orientale dell’isola. Le strutture della difesa civile hanno affrontato l’emergenza, la popolazione si è organizzata, evacuando quando doveva e rimanendo quando poteva con grande disciplina e organizzazione. L’uragano è stato particolarmente violento, ma non si hanno notizie disastrose come quelle provenienti dagli Usa. Una bella differenza con il tweet di Trump che ha scritto: «La Guardia Costiera americana, Fema (l’agenzia per la gestione delle emergenze) e tutte le coraggiose persone federali e statali sono pronte. Irma sta arrivando. Dio benedica tutti».
Qui un VIDEO sul passaggio dell’Uragano Irma a Cuba
Irma se ne va molto lentamente da Cuba, e a L’Avana si sono verificati tutti i pronostici rispetto alle inondazioni delle coste provocate nel litorale, colpito da ondate tra cinque e otto metri dalla fine del pomeriggio di sabato 9.
Uno dei punti più critici è il municipio di Centro Avana, e in particolare il popolare quartiere di Cayo Hueso, dove l’acqua del mare ha raggiunto livelli mai visti prima.
«È la prima volta nella vita che qui s’inonda così. A volte piove forte e ci sono crescite, ma mai fino a questa strada», commentano a Granma dei vicini che vivono in San Lázaro y Soledad.
L’inondazione è arrivata sino a questo punto, a pochi isolati dal pittoresco Callejón de Hamel e ben vicino al Malecón, cosa che non era prevista.
«Questa è una zona bassa che quando piove s’inonda, ma l’acqua non si era mai accumulata in questo modo», ha spiegato Javier Martínez Díaz, membro del Burò nel Partito del municipio di Centro Avana.
Come conseguenza, si è stati obbligati a lavori di recupero e salvataggi d’emergenza nella zona, per evacuare tutti coloro che vivono nei bassi e correvano pericoli. Questo compito lo hanno realizzato gruppi distinti di pompieri, guardacoste e personale della Croce Rossa, assieme al sistema integrato delle urgenze mediche (SIUM).
«Questo è un lavoro congiunto: alcuni identificano i danneggiati e poi un altro gruppo va e realizza il recupero. Ci appoggiamo tra di noi e abbiamo evacuato persone in diversi punti, ma è impossibile sapere quante persone restano ancora», ha assicurato Alexei Magné, capo della squadriglie dei guardacoste «Io sono appena uscito di lì. La maggioranza delle persone sono chiuse in casa al sicuro, ma non possono uscire. Noi continuiamo a percorrere la Calle San Lázaro andando avanti, ossia tutta la zona colpita».
«Il Governo e la Difesa Civile hanno realizzato la prima evacuazione, poi ci siamo noi per la parti a rischio, dato che l’inondazione ha superato i parametri che si aspettavano», ha detto a Granma il primo sottufficiale Emanuel Gámez.
Mai-Lin Alberty Arozarena, prima segretaria dell’Unione dei Giovani Comunisti (UJC) della provincia, ha reiterato a Granma che il mare è penetrato molto più del previsto e che la mareggiata ha inondato completamente il Parco Maceo, in Centro Avana.
«Da quando abbiamo cominciato alle sei del pomeriggio, i lavori di recupero e salvataggio in questa località ci hanno permesso d’evacuare 20 famiglie con bambini e anziani», ha aggiunto la prima segretaria.
«Sino ad ora non sono state riportate perdite di vite umane e le autorità provinciali che hanno realizzato riscatti e salvataggi delle famiglie nella comunità sperano che la situazione si mantenga così. La cosa più importante è mantenere la calma», ha detto Alberty.
«Staremo qui sino a che tutte le famiglie colpite saranno in salvo, senza badare al tempo che ci vorrà».
Qui di seguito il comunicato delle autorità cubane
Anche se si allontana, Irma rappresenta sempre un pericolo per Cuba: le sue bande d’alimentazione mantengono l’influenza sulle regioni centrali e occidentali, con piogge forti e localmente intense. I venti con forza di tormenta tropicale persistono da Sancti Spíritus ad Artemisa, e si mantengono le inondazioni delle coste, nel litorale nord occidentale da Matanzas ad Artemisa, nella costa nord delle province di Sancti Spíritus e Villa Clara, e nel litorale a sud da Camagüey a Matanzas.
La popolazione è invitata a mantenersi informata sull’evoluzione di Irma, ad osservare le misure di sicurezza per preservare la vita e in particolare a non uscire dal luogo in cui si protegge la famiglia sino a quando persisteranno i venti di tormenta tropicale, a non transitare in aree inondate, a non andare in zone inondate per pescare, fare il bagno o raccogliere oggetti, a non toccare cavi caduti e ad allontanarsi da luoghi con pericolo di crollo e/o smottamento del terreno.
Si reitera al nostro popolo la necessità d’essere preparato per partecipare ad azioni di recupero e ricostruzione di quanto è stato danneggiato, mantenendo la solidarietà che ci caratterizza e compiendo disciplinatamente gli orientamenti delle autorità competenti.
Stato Maggiore Nazionale della Difesa Civile
Fonte
Qui un VIDEO sul passaggio dell’Uragano Irma a Cuba
Irma se ne va molto lentamente da Cuba, e a L’Avana si sono verificati tutti i pronostici rispetto alle inondazioni delle coste provocate nel litorale, colpito da ondate tra cinque e otto metri dalla fine del pomeriggio di sabato 9.
Uno dei punti più critici è il municipio di Centro Avana, e in particolare il popolare quartiere di Cayo Hueso, dove l’acqua del mare ha raggiunto livelli mai visti prima.
«È la prima volta nella vita che qui s’inonda così. A volte piove forte e ci sono crescite, ma mai fino a questa strada», commentano a Granma dei vicini che vivono in San Lázaro y Soledad.
L’inondazione è arrivata sino a questo punto, a pochi isolati dal pittoresco Callejón de Hamel e ben vicino al Malecón, cosa che non era prevista.
«Questa è una zona bassa che quando piove s’inonda, ma l’acqua non si era mai accumulata in questo modo», ha spiegato Javier Martínez Díaz, membro del Burò nel Partito del municipio di Centro Avana.
Come conseguenza, si è stati obbligati a lavori di recupero e salvataggi d’emergenza nella zona, per evacuare tutti coloro che vivono nei bassi e correvano pericoli. Questo compito lo hanno realizzato gruppi distinti di pompieri, guardacoste e personale della Croce Rossa, assieme al sistema integrato delle urgenze mediche (SIUM).
«Questo è un lavoro congiunto: alcuni identificano i danneggiati e poi un altro gruppo va e realizza il recupero. Ci appoggiamo tra di noi e abbiamo evacuato persone in diversi punti, ma è impossibile sapere quante persone restano ancora», ha assicurato Alexei Magné, capo della squadriglie dei guardacoste «Io sono appena uscito di lì. La maggioranza delle persone sono chiuse in casa al sicuro, ma non possono uscire. Noi continuiamo a percorrere la Calle San Lázaro andando avanti, ossia tutta la zona colpita».
«Il Governo e la Difesa Civile hanno realizzato la prima evacuazione, poi ci siamo noi per la parti a rischio, dato che l’inondazione ha superato i parametri che si aspettavano», ha detto a Granma il primo sottufficiale Emanuel Gámez.
Mai-Lin Alberty Arozarena, prima segretaria dell’Unione dei Giovani Comunisti (UJC) della provincia, ha reiterato a Granma che il mare è penetrato molto più del previsto e che la mareggiata ha inondato completamente il Parco Maceo, in Centro Avana.
«Da quando abbiamo cominciato alle sei del pomeriggio, i lavori di recupero e salvataggio in questa località ci hanno permesso d’evacuare 20 famiglie con bambini e anziani», ha aggiunto la prima segretaria.
«Sino ad ora non sono state riportate perdite di vite umane e le autorità provinciali che hanno realizzato riscatti e salvataggi delle famiglie nella comunità sperano che la situazione si mantenga così. La cosa più importante è mantenere la calma», ha detto Alberty.
«Staremo qui sino a che tutte le famiglie colpite saranno in salvo, senza badare al tempo che ci vorrà».
Qui di seguito il comunicato delle autorità cubane
Anche se si allontana, Irma rappresenta sempre un pericolo per Cuba: le sue bande d’alimentazione mantengono l’influenza sulle regioni centrali e occidentali, con piogge forti e localmente intense. I venti con forza di tormenta tropicale persistono da Sancti Spíritus ad Artemisa, e si mantengono le inondazioni delle coste, nel litorale nord occidentale da Matanzas ad Artemisa, nella costa nord delle province di Sancti Spíritus e Villa Clara, e nel litorale a sud da Camagüey a Matanzas.
La popolazione è invitata a mantenersi informata sull’evoluzione di Irma, ad osservare le misure di sicurezza per preservare la vita e in particolare a non uscire dal luogo in cui si protegge la famiglia sino a quando persisteranno i venti di tormenta tropicale, a non transitare in aree inondate, a non andare in zone inondate per pescare, fare il bagno o raccogliere oggetti, a non toccare cavi caduti e ad allontanarsi da luoghi con pericolo di crollo e/o smottamento del terreno.
Si reitera al nostro popolo la necessità d’essere preparato per partecipare ad azioni di recupero e ricostruzione di quanto è stato danneggiato, mantenendo la solidarietà che ci caratterizza e compiendo disciplinatamente gli orientamenti delle autorità competenti.
Stato Maggiore Nazionale della Difesa Civile
Fonte
30/08/2017
Harvey, una lezione per gli Stati Uniti: la risposta di Cuba agli uragani
Questo articolo esce in contemporanea su Contropiano e L’Antidiplomatico.
Il passaggio dell’uragano Harvey, ormai declassato a tempesta tropicale, sui territori di Texas e Louisiana ad ora ha provocato 12 morti oltre a danni ingenti. In Texas siamo al quarto giorno di inondazioni e le previsioni parlano ancora di piogge per le prossime ore. Il servizio meteo federale statunitense lo ha definito «un evento senza precedenti».
A 12 anni dalle distruzioni causate dall’uragano Katrina, l’emittente teleSUR ha ricordato che una piccola isola caraibica con poche risorse, Cuba, riesce a proteggere il proprio popolo da questi eventi estremi in maniera molto più efficace rispetto a tanti dei paesi più ricchi a livello mondiale. Una lezione da apprendere per gli Stati Uniti.
La preparazione e la prevenzione in materia sono il marchio di qualità della Rivoluzione Cubana. Con risultati tangibili: in occasione dell’uragano Ivan nell’anno 2004, il governo cubano grazie a un efficace sistema di allarme e di organizzazione preventiva delle comunità locali, fu in grado di evacuare in poche ore oltre 2 milioni di persone.
Il sistema cubano è tanto efficace quanto poco costoso. Al punto da spingere il governo dello Sri Lanka a chiedere aiuto e consulenza a Cuba e non ai paesi occidentali per approntare un piano di organizzazione ed emergenza per gli tsunami. Quello cubano è un modello considerato superiore rispetto ai modelli adottati dai paesi ricchi e facilmente replicabile per i paesi in via di sviluppo anche dalle Nazioni Unite.
In occasione di grossi disastri come l’uragano Katrina o la tempesta tropicale Harvey, Cuba registra danni «limitati alle proprietà e poche perdite umane», segnala ai microfoni di teleSUR il direttore della rivista scientifica Medicc Review Gail Reed, in ragione dell’alto livello di preparazione.
Secondo Reed, l’approccio cubano alle politiche di prevenzione dimostra una riflessione approfondita sul potere della natura e sull’impatto del cambiamento climatico. Mentre la filosofia statunitense di sollievo dal disastro, non riesce o non vuole riconoscere la fragilità umana.
Infine, Gail Reed ricorda come nel 2005, Cuba, che soffre da oltre mezzo secolo un illegale blocco economico imposto dagli Stati Uniti, offrì di inviare 1.500 medici della Brigata Henry Reeves per aiutare la popolazione di New Orleans colpita dall’uragano Katrina. L’allora presidente George W. Bush rifiutò l’offerta d’aiuto.
Fonte
Il passaggio dell’uragano Harvey, ormai declassato a tempesta tropicale, sui territori di Texas e Louisiana ad ora ha provocato 12 morti oltre a danni ingenti. In Texas siamo al quarto giorno di inondazioni e le previsioni parlano ancora di piogge per le prossime ore. Il servizio meteo federale statunitense lo ha definito «un evento senza precedenti».
A 12 anni dalle distruzioni causate dall’uragano Katrina, l’emittente teleSUR ha ricordato che una piccola isola caraibica con poche risorse, Cuba, riesce a proteggere il proprio popolo da questi eventi estremi in maniera molto più efficace rispetto a tanti dei paesi più ricchi a livello mondiale. Una lezione da apprendere per gli Stati Uniti.
La preparazione e la prevenzione in materia sono il marchio di qualità della Rivoluzione Cubana. Con risultati tangibili: in occasione dell’uragano Ivan nell’anno 2004, il governo cubano grazie a un efficace sistema di allarme e di organizzazione preventiva delle comunità locali, fu in grado di evacuare in poche ore oltre 2 milioni di persone.
Il sistema cubano è tanto efficace quanto poco costoso. Al punto da spingere il governo dello Sri Lanka a chiedere aiuto e consulenza a Cuba e non ai paesi occidentali per approntare un piano di organizzazione ed emergenza per gli tsunami. Quello cubano è un modello considerato superiore rispetto ai modelli adottati dai paesi ricchi e facilmente replicabile per i paesi in via di sviluppo anche dalle Nazioni Unite.
In occasione di grossi disastri come l’uragano Katrina o la tempesta tropicale Harvey, Cuba registra danni «limitati alle proprietà e poche perdite umane», segnala ai microfoni di teleSUR il direttore della rivista scientifica Medicc Review Gail Reed, in ragione dell’alto livello di preparazione.
Secondo Reed, l’approccio cubano alle politiche di prevenzione dimostra una riflessione approfondita sul potere della natura e sull’impatto del cambiamento climatico. Mentre la filosofia statunitense di sollievo dal disastro, non riesce o non vuole riconoscere la fragilità umana.
Infine, Gail Reed ricorda come nel 2005, Cuba, che soffre da oltre mezzo secolo un illegale blocco economico imposto dagli Stati Uniti, offrì di inviare 1.500 medici della Brigata Henry Reeves per aiutare la popolazione di New Orleans colpita dall’uragano Katrina. L’allora presidente George W. Bush rifiutò l’offerta d’aiuto.
Fonte
22/08/2017
Ischia. “Morire per un terremoto così è assurdo”
Due morti e 39 feriti, è questo il bilancio provvisorio del terremoto che ha colpito ieri sera l’isola di Ischia intorno alle 21. La Rete Sismica dell’Osservatorio Vesuviano ha ricalcolato i parametri con una magnitudo pari a 4.0. Gli sfollati sono circa 2.000 a Casamicciola e 600 a Lacco Ameno, in tutto circa 2.600, ha riferito il capo della Protezione Civile, Angelo Borrelli,
Con l’epicentro nel mare al largo di Forio d’Ischia, a circa 10 km di profondità e magnitudo 4, lascia perplesso come un terremoto di tale magnitudo possa provocare danni e vittime nel nostro Paese, “è possibile che la magnitudo possa essere stata leggermente sottostimata ma, ripeto, è francamente allucinante che si continui a morire per terremoti di questa entità”. Ad affermarlo all’agenzia Askanews è Francesco Peduto, presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi. “Il nostro Paese si conferma estremamente vulnerabile, non ci facciamo mancare niente dal punto di vista dei rischi geologici, non solo rischio sismico, ma anche vulcanico e idrogeologico. Ora sarebbe facile parlare dei ritardi della ricostruzione in Italia centrale, della necessità di accelerare interventi e azioni, ma quello che lascia più interdetti è la mancanza di atti concreti per la prevenzione”, sottolinea il presidente dei geologi.
Sono circa circa 21,5 milioni gli abitanti che in Italia risiedono in zone ad elevato rischio sismico. Le abitazioni interessate sono 12 milioni, secondo vari studi e ricerche prodotti negli ultimi anni. Per la messa in sicurezza del patrimonio immobiliare italiano le stime sui costi spaziano da 6 a 850 miliardi di euro in funzione dell’ampiezza degli interventi. Costi sociali che risultano comunque inferiori ai danni provocati dai terremoti (senza contare il prezzo inaccettabile di vite umane).
La protezione civile ha calcolato in quasi 150 miliardi di euro i danni diretti degli eventi sismici negli ultimi 40 anni. L’ordine degli ingegneri ha stimato oneri per 121 miliardi tra il 1968 e il 2014 con una media di 2,6 miliardi l’anno. Uno studio dell’Ance (associazione dei costruttori) indica i 3,5 miliardi l’anno i costi per la mancata prevenzione. Anche il Cresme un anno fa ha realizzato una mappa sul rischio sismico indicando che la quota più consistente di edifici esposti al rischio ha un uso prevalentemente residenziale, pari a 12,9 milioni di unità, mentre gli edifici per le attività produttive sono quasi 991mila, di cui 213mila in zona sismica 1 e 778mila in zona 2.
Fonte
Con l’epicentro nel mare al largo di Forio d’Ischia, a circa 10 km di profondità e magnitudo 4, lascia perplesso come un terremoto di tale magnitudo possa provocare danni e vittime nel nostro Paese, “è possibile che la magnitudo possa essere stata leggermente sottostimata ma, ripeto, è francamente allucinante che si continui a morire per terremoti di questa entità”. Ad affermarlo all’agenzia Askanews è Francesco Peduto, presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi. “Il nostro Paese si conferma estremamente vulnerabile, non ci facciamo mancare niente dal punto di vista dei rischi geologici, non solo rischio sismico, ma anche vulcanico e idrogeologico. Ora sarebbe facile parlare dei ritardi della ricostruzione in Italia centrale, della necessità di accelerare interventi e azioni, ma quello che lascia più interdetti è la mancanza di atti concreti per la prevenzione”, sottolinea il presidente dei geologi.
Sono circa circa 21,5 milioni gli abitanti che in Italia risiedono in zone ad elevato rischio sismico. Le abitazioni interessate sono 12 milioni, secondo vari studi e ricerche prodotti negli ultimi anni. Per la messa in sicurezza del patrimonio immobiliare italiano le stime sui costi spaziano da 6 a 850 miliardi di euro in funzione dell’ampiezza degli interventi. Costi sociali che risultano comunque inferiori ai danni provocati dai terremoti (senza contare il prezzo inaccettabile di vite umane).
La protezione civile ha calcolato in quasi 150 miliardi di euro i danni diretti degli eventi sismici negli ultimi 40 anni. L’ordine degli ingegneri ha stimato oneri per 121 miliardi tra il 1968 e il 2014 con una media di 2,6 miliardi l’anno. Uno studio dell’Ance (associazione dei costruttori) indica i 3,5 miliardi l’anno i costi per la mancata prevenzione. Anche il Cresme un anno fa ha realizzato una mappa sul rischio sismico indicando che la quota più consistente di edifici esposti al rischio ha un uso prevalentemente residenziale, pari a 12,9 milioni di unità, mentre gli edifici per le attività produttive sono quasi 991mila, di cui 213mila in zona sismica 1 e 778mila in zona 2.
Fonte
02/02/2017
I terremotati tornano sotto Montecitorio
Le popolazioni ripetutamente colpite dal terremoto che da questa estate sta colpendo la dorsale appenninica centrale, stanno facendo di tutto per impedire che le autorità si dimentichino della loro situazione, resa ancora più drammatica dall'inverno e dalla lentezza della macchina della ricostruzione. Basta con le passerelle, rispetto degli impegni, fuori i soldi per gli interventi, queste le richieste avanzate dalla gente delle zone terremotate. Questa mattina sono tornati sotto Montecitorio e sono stati ricevuti dalla Presidente della Camera Boldrini. Qui di seguito un video e il reportage fotografico della manifestazione. (Foto e video di Patrizia Cortellessa)
Fonte
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23/01/2017
Terremoto. Basta con ipocrisia e retorica. Confrontiamoci sulle cose da fare
Non solo terremoti e nevicate eccezionali ma anche e soprattutto un territorio devastato e violentato da abusi edilizi, disboscamenti, piani regolatori non rispettati o inesistenti, e poi procedure, sistemi e mezzi di emergenza assolutamente inadeguati. Questo è il “bel paese” sotto i nostri occhi in questi giorni e diventa sempre più insopportabile l'ipocrisia e la retorica del “ora è il tempo di salvare le vite, poi discuteremo delle responsabilità” che si leva da governo, istituzioni e gran parte delle forze politiche e dei media. Quel “poi” non arriva mai e ogni volta si ripete sempre la stessa storia: promesse, dichiarazioni roboanti, patetici appelli alla solidarietà e poi tutto nel dimenticatoio.
Noi non ci stiamo.
Certo all'inizio si devono salvare le vite e siamo stati tutti felici di vedere quei bambini uscire dalla montagna di neve che li aveva seppelliti. Certo siamo orgogliosi di avere dei vigili del fuoco e dei soccorritori che si sacrificano giorno e notte, spesso scavando con le mani.
Non ne possiamo più però delle raccolte di soldi per i terremotati: le abbiamo organizzate anche noi ma siamo convinti che uno stato che spende 20 miliardi per salvare qualche banca non dovrebbe aver bisogno delle “collette” di privati cittadini, non dovrebbe far passare 6 mesi per montare 25 (venticinque) casette di legno ad Amatrice, non dovrebbe attendere giorni (e neanche tante ore) per far arrivare mezzi di soccorso in un territorio dove nevicava da giorni e a forte rischio sismico, non dovrebbe permettere la distruzione delle economie locali come sta avvenendo in quei territori dove gli allevamenti di animali che rappresentano per molti l'esclusivo sostentamento, sono abbandonati al loro destino.
La magistratura indagherà su eventuali responsabilità specifiche ma quelle che denunciamo sono responsabilità politiche che coinvolgono i governi degli ultimi decenni.
Se in Giappone un terremoto del 7° grado produce qualche lieve ferito e da noi eventi molto meno gravi fanno centinaia di vittime, significa che è il sistema di prevenzione che non funziona.
Sarebbe necessario un piano decennale di risanamento complessivo del territorio, di rimboschimento, di manutenzione dei sistemi idrici, di verifica preventiva dello stato degli edifici nelle zone a rischio sismico.
Una verifica che dovrebbe poi produrre lavori di adeguamento sismico quando possibile e di ritiro dell'abitabilità quando impossibile con costruzione di altre abitazioni a carico dello stato.
Si dovrebbero dotare gli enti locali, magari consorziandoli, di mezzi adeguati per gli interventi preventivi senza aspettare che gli spazzaneve arrivino da centinaia di chilometri di distanza.
Anche l'emergenza dovrebbe essere riportata ad un sistema totalmente pubblico, efficace ed adeguato, basato non sull'attuale “protezione civile” che per molti versi è legato ai partiti e alla burocrazia ma principalmente sul corpo dei vigili del fuoco che dovrebbe essere fortemente rinforzato in mezzi moderni e uomini, con presidi fissi sul territorio, con strumenti e procedure adeguate a tutte le emergenze.
Tutto ciò produrrebbe decine di migliaia di posti di lavoro stabili, contribuendo così anche alla ripresa economica di territori che in molti casi vivono in situazioni di forte disagio sociale, di sottosviluppo e di fortissima disoccupazione.
Se i soldi si trovano per le banche, a maggior ragione devono essere trovati per rendere vivibile il paese, per prevedere un risanamento complessivo dell'ambiente e degli edifici, per costruire un sistema di emergenza realmente efficace e legato al territorio.
USB ha elaborato una proposta di legge, già depositata alla camera, sulla protezione civile e la prevenzione e nella quale proponiamo l'avvio di una massiccia opera di risanamento idrogeologico a livello nazionale e messa in sicurezza del territorio prevalentemente sismico assumendo giovani con le professionalità necessarie e utili come geometri, ingegneri, architetti, geologi etc.
Di tutto questo vogliamo parlare e per questo organizzeremo presto un confronto pubblico che vorremmo si tenesse in contatto diretto con quei territori violentati dal terremoto e dall'ingordigia dell'uomo e dalla ricerca del profitto a tutti i costi. Un confronto al quale chiederemo di partecipare anche esperti geologi e ricercatori e i vigili del fuoco, i veri professionisti dell'emergenza.
Fonte
Noi non ci stiamo.
Certo all'inizio si devono salvare le vite e siamo stati tutti felici di vedere quei bambini uscire dalla montagna di neve che li aveva seppelliti. Certo siamo orgogliosi di avere dei vigili del fuoco e dei soccorritori che si sacrificano giorno e notte, spesso scavando con le mani.
Non ne possiamo più però delle raccolte di soldi per i terremotati: le abbiamo organizzate anche noi ma siamo convinti che uno stato che spende 20 miliardi per salvare qualche banca non dovrebbe aver bisogno delle “collette” di privati cittadini, non dovrebbe far passare 6 mesi per montare 25 (venticinque) casette di legno ad Amatrice, non dovrebbe attendere giorni (e neanche tante ore) per far arrivare mezzi di soccorso in un territorio dove nevicava da giorni e a forte rischio sismico, non dovrebbe permettere la distruzione delle economie locali come sta avvenendo in quei territori dove gli allevamenti di animali che rappresentano per molti l'esclusivo sostentamento, sono abbandonati al loro destino.
La magistratura indagherà su eventuali responsabilità specifiche ma quelle che denunciamo sono responsabilità politiche che coinvolgono i governi degli ultimi decenni.
Se in Giappone un terremoto del 7° grado produce qualche lieve ferito e da noi eventi molto meno gravi fanno centinaia di vittime, significa che è il sistema di prevenzione che non funziona.
Sarebbe necessario un piano decennale di risanamento complessivo del territorio, di rimboschimento, di manutenzione dei sistemi idrici, di verifica preventiva dello stato degli edifici nelle zone a rischio sismico.
Una verifica che dovrebbe poi produrre lavori di adeguamento sismico quando possibile e di ritiro dell'abitabilità quando impossibile con costruzione di altre abitazioni a carico dello stato.
Si dovrebbero dotare gli enti locali, magari consorziandoli, di mezzi adeguati per gli interventi preventivi senza aspettare che gli spazzaneve arrivino da centinaia di chilometri di distanza.
Anche l'emergenza dovrebbe essere riportata ad un sistema totalmente pubblico, efficace ed adeguato, basato non sull'attuale “protezione civile” che per molti versi è legato ai partiti e alla burocrazia ma principalmente sul corpo dei vigili del fuoco che dovrebbe essere fortemente rinforzato in mezzi moderni e uomini, con presidi fissi sul territorio, con strumenti e procedure adeguate a tutte le emergenze.
Tutto ciò produrrebbe decine di migliaia di posti di lavoro stabili, contribuendo così anche alla ripresa economica di territori che in molti casi vivono in situazioni di forte disagio sociale, di sottosviluppo e di fortissima disoccupazione.
Se i soldi si trovano per le banche, a maggior ragione devono essere trovati per rendere vivibile il paese, per prevedere un risanamento complessivo dell'ambiente e degli edifici, per costruire un sistema di emergenza realmente efficace e legato al territorio.
USB ha elaborato una proposta di legge, già depositata alla camera, sulla protezione civile e la prevenzione e nella quale proponiamo l'avvio di una massiccia opera di risanamento idrogeologico a livello nazionale e messa in sicurezza del territorio prevalentemente sismico assumendo giovani con le professionalità necessarie e utili come geometri, ingegneri, architetti, geologi etc.
Di tutto questo vogliamo parlare e per questo organizzeremo presto un confronto pubblico che vorremmo si tenesse in contatto diretto con quei territori violentati dal terremoto e dall'ingordigia dell'uomo e dalla ricerca del profitto a tutti i costi. Un confronto al quale chiederemo di partecipare anche esperti geologi e ricercatori e i vigili del fuoco, i veri professionisti dell'emergenza.
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19/01/2017
Cronache dal terremoto
Intervista a Mario Di Vito, giornalista, collaboratore di varie testate tra cui il manifesto, realizzata da Radio Città Aperta.
Buongiorno Mario.
Ciao, buongiorno.
Questa mattina abbiamo visto su il manifesto una serie di tuoi articoli che facevano una panoramica della situazione delle condizioni di diversi territori alle prese con le conseguenze del sisma, forse anche le conseguenze delle scosse di ieri... tutto ciò unito al tempo, a questa quantità di neve che forse ha messo in evidenza una serie di difficoltà di gestione della struttura della Protezione Civile. Non so, è una impressione che ci viene anche dai contatti che abbiamo avuto, con qualche testimone che purtroppo non ha potuto collegarsi con noi per motivi di linea telefonica. Tu che impressione hai, come si sta sviluppando la situazione nelle zone che hai potuto naturalmente verificare con i tuoi occhi?
Ieri sono stato nell’ascolano principalmente, fino alla zona della montagna, anche se era difficile poi salire oltre ad un certo punto. Perché il problema di questi giorni, più che le scosse di terremoto, che certamente hanno destato più di qualche preoccupazione, ma hanno fatto tutto sommato pochi danni, il problema è stato il maltempo, la neve. La neve soprattutto perché è stata una nevicata in un certo senso straordinaria, si dice la più grande dal 1956. Aveva cominciato a fare danni anche prima del terremoto di ieri, in realtà. Dopo di che, con le nuove scosse – le tre scosse della mattina, più quella del pomeriggio, e le decina di repliche che poi sono andate in scena fino a sera e continuano ancora adesso – tutte le operazioni di soccorso, di aiuto, di recupero (anche per i sopralluoghi e cose del genere) sono state estremamente complicate. Dopo di che si è creato l’allarme per le valanghe. In Abruzzo la situazione si è fatta drammatica, con quell’albergo sotto il Gran Sasso che ci sono volute ore perché i soccorsi riuscissero ad arrivare e ancora adesso sono lì; e nessuno se la sente di fare una stima di quante vittime possano esserci. Sono 30 i dispersi e non si sa ancora bene quanti di questi potrebbero essere morti, perché i soccorsi non hanno voluto fare stime e anche adesso, nelle varie agenzie che escono, e i collegamenti con televisioni e radio, non si azzardano stime. Però la situazione è veramente drammatica. C’è questo albergo, peraltro anche abbastanza grande, ai piedi del gran Sasso, che è stato completamente travolto da una valanga di neve. Anche se non si sa se si sia staccata in conseguenza del terremoto o del maltempo stesso, perché la quantità di neve che ha buttato giù in questi giorni ha veramente dell’incredibile. Questo è anche quello che rilevano comunque la maggior parte dei sindaci impegnati sul territorio.
Quindi esiste un problema di disponibilità di mezzi e di strutture per intervenire in modo funzionale? Oppure...
E’ soprattutto il solito discorso: è una mancanza di prevenzione. Perché nell’emergenza è chiaro che tutti quanti più che raddoppiano gli sforzi, li triplicano, li quadruplicano, li centuplicano veramente. E’ un problema di prevenzione. Che sarebbe nevicato d'inverno, sull’Appennino, non può essere una sorpresa per nessuno. Si sa che d’inverno in montagna il clima è rigido e facilmente nevica. Anche se avesse fatto un metro di neve in più rispetto al normale, non è che cambia molto. La verità è che ci si è arrivati molto impreparati. Cioè, sta venendo fuori che la gestione di questo post terremoto, nei mesi, è stata piuttosto lacunosa, malgrado l’apertura di credito verso il commissario alla ricostruzione, ed anche verso il governo, la regione, sia stata grande in un primo momento. Dopo i disastri gestionali dell’Aquila, ci si aspettava qualcosa di meglio. Ma in realtà è venuto fuori come un dramma vero quello degli allevatori. Gli allevatori, che sono un po’ la colonna economica di queste zone, stanno vedendo morire di freddo tutti i loro animali. Questo non dipende dal terremoto, dipende dal fatto che in cinque mesi dal sisma è stato completato soltanto il 15% delle strutture di protezione. A questo ci dovevano pensare comunque il governo, il commissario, la regione ecc. e giù a cascata. La gestione è drammatica, ma è drammatica al di là dei fatti di ieri.
Diciamo che i fatti di ieri hanno semplicemente amplificato una situazione di emergenza che sta venendo fuori in tutta la sua gravità...
Oggi ha fatto un titolo secondo me buono il Fatto Quotidiano, cosa che dico raramente. Diceva: “Solo il terremoto si è ricordato dei terremotati”. Che è vero...
Il tema della prevenzione sta venendo fuori in modo abbastanza significativo. Tu che impressioni hai avuto? In questi mesi ti sei mosso parecchio nelle zone, soprattutto in quelle relative alle Marche. Ti risulta, al netto dell’emergenza neve, che sia effettivamente andata così oppure c'è stata anche un po’ di propaganda... Ricordiamo che sotto il governo Renzi la comunicazione di quanto tutto fosse efficiente è stata abbastanza insistente.
Di propaganda ne è stata fatta veramente tanta e molti degli interventi annunciati non sono stati realizzati. Ripeto, il discorso è quello di prima, nel senso che chiaramente il “non vi lasceremo soli” – la frase che hanno ripetuto un po’ tutti i vari esponenti del governo, ma anche lo stesso Mattarella, tutti quelli che sono passati nelle zone del terremoto – sono rimaste parole al vento. Al netto del problema di chi ha scelto di vivere magari in camper, in roulotte, nelle proprie zone in condizioni assolutamente disagevoli ... però non si può fare una colpa a qualcuno di non aver voluto lasciare quella che è casa sua. La situazione è veramente difficile ed è veramente gestita in maniera non buona. E’ impossibile promuovere l’operato del commissario e del governo, perché c’è anche un problema di sovrapposizione di competenze. Su questo terremoto ci stanno lavorando: il governo che ha fatto il decreto, le quattro regioni – Marche, Umbria, Lazio, Abruzzo – il commissario, più tutte le province che spesso entrano in contrasto tra loro... Ci sono comuni che avevano autorizzato l’autocostruzione e poi la regione Marche ha dovuto stoppare tutto perché era in violazione della legge urbanistica regionale; quindi uno non può costruirsi una casetta in legno, pagandosela, nella sua proprietà, perché non è conforme al piano regolatore. Un disastro. Ordini contraddittori... La situazione è questa.
Bene Mario noi per il momento ti ringraziamo, magari ci aggiorniamo nei prossimi giorni qualora tu avessi altre informazioni. Grazie per il tuo lavoro. Buona giornata.
Ciao.
Fonte
Buongiorno Mario.
Ciao, buongiorno.
Questa mattina abbiamo visto su il manifesto una serie di tuoi articoli che facevano una panoramica della situazione delle condizioni di diversi territori alle prese con le conseguenze del sisma, forse anche le conseguenze delle scosse di ieri... tutto ciò unito al tempo, a questa quantità di neve che forse ha messo in evidenza una serie di difficoltà di gestione della struttura della Protezione Civile. Non so, è una impressione che ci viene anche dai contatti che abbiamo avuto, con qualche testimone che purtroppo non ha potuto collegarsi con noi per motivi di linea telefonica. Tu che impressione hai, come si sta sviluppando la situazione nelle zone che hai potuto naturalmente verificare con i tuoi occhi?
Ieri sono stato nell’ascolano principalmente, fino alla zona della montagna, anche se era difficile poi salire oltre ad un certo punto. Perché il problema di questi giorni, più che le scosse di terremoto, che certamente hanno destato più di qualche preoccupazione, ma hanno fatto tutto sommato pochi danni, il problema è stato il maltempo, la neve. La neve soprattutto perché è stata una nevicata in un certo senso straordinaria, si dice la più grande dal 1956. Aveva cominciato a fare danni anche prima del terremoto di ieri, in realtà. Dopo di che, con le nuove scosse – le tre scosse della mattina, più quella del pomeriggio, e le decina di repliche che poi sono andate in scena fino a sera e continuano ancora adesso – tutte le operazioni di soccorso, di aiuto, di recupero (anche per i sopralluoghi e cose del genere) sono state estremamente complicate. Dopo di che si è creato l’allarme per le valanghe. In Abruzzo la situazione si è fatta drammatica, con quell’albergo sotto il Gran Sasso che ci sono volute ore perché i soccorsi riuscissero ad arrivare e ancora adesso sono lì; e nessuno se la sente di fare una stima di quante vittime possano esserci. Sono 30 i dispersi e non si sa ancora bene quanti di questi potrebbero essere morti, perché i soccorsi non hanno voluto fare stime e anche adesso, nelle varie agenzie che escono, e i collegamenti con televisioni e radio, non si azzardano stime. Però la situazione è veramente drammatica. C’è questo albergo, peraltro anche abbastanza grande, ai piedi del gran Sasso, che è stato completamente travolto da una valanga di neve. Anche se non si sa se si sia staccata in conseguenza del terremoto o del maltempo stesso, perché la quantità di neve che ha buttato giù in questi giorni ha veramente dell’incredibile. Questo è anche quello che rilevano comunque la maggior parte dei sindaci impegnati sul territorio.
Quindi esiste un problema di disponibilità di mezzi e di strutture per intervenire in modo funzionale? Oppure...
E’ soprattutto il solito discorso: è una mancanza di prevenzione. Perché nell’emergenza è chiaro che tutti quanti più che raddoppiano gli sforzi, li triplicano, li quadruplicano, li centuplicano veramente. E’ un problema di prevenzione. Che sarebbe nevicato d'inverno, sull’Appennino, non può essere una sorpresa per nessuno. Si sa che d’inverno in montagna il clima è rigido e facilmente nevica. Anche se avesse fatto un metro di neve in più rispetto al normale, non è che cambia molto. La verità è che ci si è arrivati molto impreparati. Cioè, sta venendo fuori che la gestione di questo post terremoto, nei mesi, è stata piuttosto lacunosa, malgrado l’apertura di credito verso il commissario alla ricostruzione, ed anche verso il governo, la regione, sia stata grande in un primo momento. Dopo i disastri gestionali dell’Aquila, ci si aspettava qualcosa di meglio. Ma in realtà è venuto fuori come un dramma vero quello degli allevatori. Gli allevatori, che sono un po’ la colonna economica di queste zone, stanno vedendo morire di freddo tutti i loro animali. Questo non dipende dal terremoto, dipende dal fatto che in cinque mesi dal sisma è stato completato soltanto il 15% delle strutture di protezione. A questo ci dovevano pensare comunque il governo, il commissario, la regione ecc. e giù a cascata. La gestione è drammatica, ma è drammatica al di là dei fatti di ieri.
Diciamo che i fatti di ieri hanno semplicemente amplificato una situazione di emergenza che sta venendo fuori in tutta la sua gravità...
Oggi ha fatto un titolo secondo me buono il Fatto Quotidiano, cosa che dico raramente. Diceva: “Solo il terremoto si è ricordato dei terremotati”. Che è vero...
Il tema della prevenzione sta venendo fuori in modo abbastanza significativo. Tu che impressioni hai avuto? In questi mesi ti sei mosso parecchio nelle zone, soprattutto in quelle relative alle Marche. Ti risulta, al netto dell’emergenza neve, che sia effettivamente andata così oppure c'è stata anche un po’ di propaganda... Ricordiamo che sotto il governo Renzi la comunicazione di quanto tutto fosse efficiente è stata abbastanza insistente.
Di propaganda ne è stata fatta veramente tanta e molti degli interventi annunciati non sono stati realizzati. Ripeto, il discorso è quello di prima, nel senso che chiaramente il “non vi lasceremo soli” – la frase che hanno ripetuto un po’ tutti i vari esponenti del governo, ma anche lo stesso Mattarella, tutti quelli che sono passati nelle zone del terremoto – sono rimaste parole al vento. Al netto del problema di chi ha scelto di vivere magari in camper, in roulotte, nelle proprie zone in condizioni assolutamente disagevoli ... però non si può fare una colpa a qualcuno di non aver voluto lasciare quella che è casa sua. La situazione è veramente difficile ed è veramente gestita in maniera non buona. E’ impossibile promuovere l’operato del commissario e del governo, perché c’è anche un problema di sovrapposizione di competenze. Su questo terremoto ci stanno lavorando: il governo che ha fatto il decreto, le quattro regioni – Marche, Umbria, Lazio, Abruzzo – il commissario, più tutte le province che spesso entrano in contrasto tra loro... Ci sono comuni che avevano autorizzato l’autocostruzione e poi la regione Marche ha dovuto stoppare tutto perché era in violazione della legge urbanistica regionale; quindi uno non può costruirsi una casetta in legno, pagandosela, nella sua proprietà, perché non è conforme al piano regolatore. Un disastro. Ordini contraddittori... La situazione è questa.
Bene Mario noi per il momento ti ringraziamo, magari ci aggiorniamo nei prossimi giorni qualora tu avessi altre informazioni. Grazie per il tuo lavoro. Buona giornata.
Ciao.
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