Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/11/2022
Ischia, una tragedia “normale”
La tragedia che si è consumata nel comune di Casamicciola a Ischia (Napoli) non è una sorpresa o un frutto del “destino cinico e baro”.
Non occorre essere esperti di geologia o di qualsivoglia scienza del territorio per capire che sull’isola – praticamente un pezzo di terra emersa di un sistema vulcanico ancora attivo, collocato al centro del Golfo di Napoli – sono stati consumati autentici crimini ambientali e sociali che hanno stuprato un equilibrio naturale ed ambientale tra i più ricchi ed articolati del Mediterraneo.
Non occorre scomodare la statistica per ricordare ai tanti distratti che in quell’area dell’isola di Ischia – periodicamente – si verificano frane, smottamenti e tutta la variegata sintomatologia di un territorio “colonizzato” oltre ogni limite da attività umane che hanno stravolto la configurazione originaria e naturale.
Perciò i lutti di queste ore sono una “novità” solo per l’abituale caravanserraglio di politici, tecnici a vario titolo, presunti giornalisti e quanti provano a raccontare – con i soliti accenni di squallida esecrazione emotiva – la tragedia che si è palesata.
Salvo pochissime eccezioni – subito silenziate da una crescente blindatura dei canali di informazione – nessuno ha fatto cenno alla totale assenza di quei progetti di prevenzione, di messa in sicurezza, di cura del territorio e di risanamento ambientale che vengono costantemente evocati (e spesso anche finanziati), ma di cui non esiste traccia operativa e di concreta realizzazione.
Anzi, nel corso degli anni alle nostre spalle, particolarmente nell’isola di Ischia, sono stati varati diversi condoni e sanatorie edilizie che – sotto la sbandierata intenzione di “sanare il piccolo abuso di necessità” – hanno favorite le grandi catene alberghiere, la realizzazione di resort fin sopra le pendici del Monte Epomeo o a ridosso di spiagge e scogliere, concretizzando un modello di edilizia selvaggia e totalmente deregolamentata.
L’intera isola – come ogni grande attrattore turistico di portata internazionale – ha sedimentato un sistema economico incardinato esclusivamente sulla parossistica “messa a valore del territorio“, del mare e di ogni centimetro quadrato di Ischia.
Una turistificazione imponente e senza un minimo di regole, un patrimonio edilizio cresciuto oltremodo nelle volumetrie e a scapito di criteri di sicurezza e di qualità, un esercito di lavoratori dei servizi imperniato su contratti di lavoro fasulli, sull’inferno del lavoro nero/sottopagato e sullo sfruttamento di tantissimi immigrati.
E – dulcis in fundo – un intreccio affaristico e speculativo tra “capitali puliti” e “capitali criminali”, che hanno delineato una “drogatura del mercato”, delle sue regole e dell’insieme delle relazioni sociali che né discendono.
In questo contesto non hanno – non potevano – trovato alcuno spazio le politiche di tutela del territorio, di salvaguardia ambientale e di fantomatiche “riconversioni ecologiche” a fronte degli abusi e degli scempi consumati.
In tale frenetica spirale di soldi, affari, consumo di suolo e di verde sono stati ignorati i periodici “segnali della natura” (anche quando, come nel recentissimo passato, avevano già provocato numerosi morti) e il business non si è mai interrotto. E nessuno, nel “sistema” tra affari e amministrazione pubblica, si è interrogato sui suoi “limiti” e sui “punti di non ritorno” che erano stati già raggiunti.
Ricordiamo la derisione con cui sono stati dipinti, in questi anni, diversi attivisti sociali e qualche associazione indipendente che, più volte, avevano provato a criticare le conseguenze catastrofiche delle varie decisioni politiche sullo “sviluppo di Ischia”.
Oggi – nelle ore seguenti il disastro – guardiamo i volti e i discorsi di circostanza dei ministri, del governatore De Luca, dei sindaci e di quanti sono stati i promotori e/o i complici di scelte sciagurate che sono la vera causa dei morti, dei feriti, dei danni fisici, economici e psicologici della popolazione.
Ancora una volta – appena calerà l’emozione e scompariranno i titoli da prima pagina – ad Ischia come altrove riprenderà a correre l’irrazionale giostra dell’affarismo e della manomissione ambientale e sociale.
Non è vuota tautologia ribadire che solo un rinnovato protagonismo sociale, un autentico Controllo Popolare e una “sfiducia di massa” verso istituzioni e centri di potere potrà consentirci di prendere in mano il nostro destino (storico, ma anche immediato)!
Fonte
15/11/2018
Passa il Decreto Genova (e Ischia) ma esplodono le tensioni tra i parlamentari M5S
Il Decreto su Genova è stato approvato oggi in via definitiva dal Senato con 167 voti favorevoli, 49 contrari e 53 astensioni. Il provvedimento era passato alla Camera il primo novembre scorso. Intanto, cresce la tensione nel M5S contro i senatori “dissidenti”.
Prima c’era stata l’opposizione a votare il Decreto Salvini, poi il voto di ieri sul decreto Genova che portava “in pancia” anche la questione del condono per le case abusive a Ischia. Ieri il Senato ha reintrodotto il condono edilizio a Ischia, respingendo l’emendamento all’articolo 25, presentato ieri da Forza Italia e approvato in commissione al Senato battendo così la maggioranza. Con la bocciatura, votata durante l’esame del decreto Genova e altre emergenze in corso a Palazzo Madama, si torna di fatto al testo iniziale dell’articolo, per cui restano il riferimento e l’applicazione della legge sul condono dell’85 (la n.47) per le istanze pendenti su immobili danneggiati dal sisma di un anno fa.
Di Maio ha riunito ministri e capigruppo M5s per valutare le sanzioni contro i senatori “ribelli” Nugnes e De Falco, che non avevano votato il Decreto Salvini e che ieri hanno provocato il passo falso del governo, battuto in commissione al Senato sul condono a Ischia contenuto nel decreto. Il vertice dei 5Stelle evoca l’espulsione dal gruppo.
“È doveroso chiudere le pratiche del condono ancora aperte dal 1985 e dal 1994, ma con l’art. 25 del decreto Genova si dà questa possibilità anche alle domande del condono del 2003 che sarebbero illegittime perché il condono in Campania non è mai entrato in vigore per varie vicende giuridiche (e quindi tutti i campani potrebbero chiedere ora di avere lo stesso diritto)” scrive la senatrice Nugnes in un post , precisando inoltre, “non basta, si è anche stabilito che tutte le domande, di tutti e tre i condoni (2003, 1994 e 1985) siano evase esclusivamente secondo i parametri della legge 47/85 e quindi il condono Craxi, ben più permissivo dei due successivi”.
Ma i dissensi interni crescono. Dopo l’approvazione ieri dell’emendamento di FI che ha modificato la norma sul condono di Ischia in Commissione, oggi in Aula anche altri senatori M5S hanno deciso di non partecipare al voto, oltre Paola Nugnes, non hanno votato anche Bogo Deledda, Ciampolillo, Fattori, Giarrusso, Turco e Vaccaro.
Tra le preoccupazioni che emergono tra i Cinque Stelle più allineati, c’è la paura di regalare a Salvini il pretesto dei numeri risicati al Senato per aprire a Fratelli d’Italia la strada della maggioranza.
Fonte
Prima c’era stata l’opposizione a votare il Decreto Salvini, poi il voto di ieri sul decreto Genova che portava “in pancia” anche la questione del condono per le case abusive a Ischia. Ieri il Senato ha reintrodotto il condono edilizio a Ischia, respingendo l’emendamento all’articolo 25, presentato ieri da Forza Italia e approvato in commissione al Senato battendo così la maggioranza. Con la bocciatura, votata durante l’esame del decreto Genova e altre emergenze in corso a Palazzo Madama, si torna di fatto al testo iniziale dell’articolo, per cui restano il riferimento e l’applicazione della legge sul condono dell’85 (la n.47) per le istanze pendenti su immobili danneggiati dal sisma di un anno fa.
Di Maio ha riunito ministri e capigruppo M5s per valutare le sanzioni contro i senatori “ribelli” Nugnes e De Falco, che non avevano votato il Decreto Salvini e che ieri hanno provocato il passo falso del governo, battuto in commissione al Senato sul condono a Ischia contenuto nel decreto. Il vertice dei 5Stelle evoca l’espulsione dal gruppo.
“È doveroso chiudere le pratiche del condono ancora aperte dal 1985 e dal 1994, ma con l’art. 25 del decreto Genova si dà questa possibilità anche alle domande del condono del 2003 che sarebbero illegittime perché il condono in Campania non è mai entrato in vigore per varie vicende giuridiche (e quindi tutti i campani potrebbero chiedere ora di avere lo stesso diritto)” scrive la senatrice Nugnes in un post , precisando inoltre, “non basta, si è anche stabilito che tutte le domande, di tutti e tre i condoni (2003, 1994 e 1985) siano evase esclusivamente secondo i parametri della legge 47/85 e quindi il condono Craxi, ben più permissivo dei due successivi”.
Ma i dissensi interni crescono. Dopo l’approvazione ieri dell’emendamento di FI che ha modificato la norma sul condono di Ischia in Commissione, oggi in Aula anche altri senatori M5S hanno deciso di non partecipare al voto, oltre Paola Nugnes, non hanno votato anche Bogo Deledda, Ciampolillo, Fattori, Giarrusso, Turco e Vaccaro.
Tra le preoccupazioni che emergono tra i Cinque Stelle più allineati, c’è la paura di regalare a Salvini il pretesto dei numeri risicati al Senato per aprire a Fratelli d’Italia la strada della maggioranza.
Fonte
23/08/2017
Il terremoto senza lo Stato
La vicenda del terremoto di Ischia ha assunto tinte drammatiche non solo nella sostanza ma anche per il modo in cui essa si è sviluppata per quello che riguarda il flusso di informazioni.
All’inizio i post su Facebook di qualche tuo amico: una scossa forte, che si è sentita, ma niente di così grave. Ti informi e vedi che anche all’inizio di Settembre del 2016 una scossa di piccola magnitudo ha causato molta paura tra i villeggianti e gli abitanti dell’isola. Vieni a conoscenza del fatto che l’epicentro delle scosse è spesso a poca profondità per cui anche scosse di piccola magnitudo possono provocare dei danni e mettere gli abitanti in uno stato di preoccupazione.
Fin qui tutto normale. Viene diffuso il dato relativo alla magnitudo (3.6 gradi Richter) e alla profondità (10 chilometri). Una bella scossetta ma niente di grave allora. La profondità è maggiore di quella dell’anno precedente. La Regione ha subito mandato i suoi missi dominici a controllare la situazione.
Poi il morto, i crolli, l’ospedale inagibile, gli elicotteri verso il Cardarelli, le persone che vogliono nella notte andare a confortare o a dare una mano ad amici, parenti e semplici conoscenti che pagano regolarmente quasi venti euro alle compagnie di navigazione (come se stessero andando a fare due bagni). Infine il dato dell’Ingv che viene corretto (magnitudo 4.0 e profondità 5 km). Insomma il teatro dell’assurdo. E a quel punto sbottiamo.
Pensi che il fatto che un terremoto di magnitudo 4.0 causi una emergenza sociale così drammatica non si può attribuire solo alla poco profondità dell’epicentro. C’è una scarsa preparazione delle istituzioni (a partire da quelle locali per finire alla Regione) ad eventi del genere, c’è un abusivismo edilizio feroce ma soprattutto c’è lo sfacelo promosso dai governi che si sono succeduti negli ultimi decenni, governi che hanno accettato la logica dell’austerity e dei tagli senza nel contempo agire sulle ragioni dell’inefficienza istituzionale sempre esistita. Da parte di noi tutti c’è poi una passività sociale che terrorizza, un’assuefazione quasi narcotica.
E rifletti sul fatto che Ischia ha niente meno che sei Comuni (recentemente si è proposto di accorparli in uno solo ma pare che pochi ischitani siano d’accordo) ed un solo ospedale pubblico fino alla scossa di ieri degno di questo nome. Un ospedale pubblico costruito da un industriale del Nord, l’editore Angelo Rizzoli e dedicato alla moglie defunta. E ti chiedi allora se Ischia sia mai appartenuta allo Stato italiano e se appartengono allo Stato italiano tante isole e tante località turistiche costruite dalla volontà di pochi spesso nemmeno buoni. Posti dove la speculazione edilizia è spesso il rovescio della “vocazione turistica”, del lavoro frenetico di uno sciame di cavallette che conosce solo l’economia e non le diseconomie. Posti dove lo Stato non c’è e non lo si vuole. Dove il giorno dopo ci si lamenta giustamente delle prenotazioni saltate, dei telefoni che non squillano, dell’economia che si è fermata. Posti dove tutti corrono come i ragazzini del bar. Posti dove la politica si va a fare il bagno, e basta.
Rifletti anche sul fatto che in questi posti la rilevazione sismica forse è guasta e dunque l’Ingv si è dovuto arrangiare. Abbiamo voglia a sfottere gli antivaccinisti e quelli delle scie chimiche. Se le istituzioni non mettono i soldi pure la scienza dà i numeri e fa figure barbine. Se adesso devo andare a Napoli per ricoverarmi, io ischitano posso pure pensare che la tisana di ortica sia meglio del farmaco salvavita e posso elogiare le virtù anticancerogene del limone. Perché forse sono mortificato. Forse perché piuttosto che portarmi all’ospedale il catetere comprato in farmacia preferisco fare finta che basti la fede.
E rifletti ancora sul fatto che la piccola proprietà immobiliare è incapace di prevenire, investire realmente sul bene rispettando la legge. Questa polverizzazione litigiosa non ha molto tempo davanti a sé. E la legge assieme alla pressione fiscale sta diventando il filtro grazie al quale i piccoli proprietari saranno divorati dalle grandi aziende immobiliari. E, del resto, se lo Stato vende le piccole isole ai privati perché non dovrebbe favorire la concentrazione immobiliare? Cosa impedisce ad uno Stato che ha dismesso tutto di dismettere anche i suoi cittadini? E cosa impedisce all’isolano che ha questo Stato di fronte di fare speculazione edilizia finché può? Il patto già non c’era mai stato (e i governi vivevano di questa separazione in casa) ma ora il patto viene avocato da una parte sola in nome della legge ma non nell’interesse pubblico. Grazie ad uno Stato che si è autodeposto i cittadini tradiscono se stessi e gli altri in una microconflittualità senza quartiere. Le cavallette corrono senza guardare chi calpestano nel frattempo. Corrono per salvarsi proprio come in un terremoto.
E abbiamo voglia a fingere che possiamo rimboccarci le maniche. Spesso si favoleggia l’iniziativa dal basso, quella che sarebbe stata il culmine di un processo di democratizzazione radicale della politica. Invece si tratta dell’occupazione degli spazi lasciati vuoti dallo Stato in ritirata. Si metteranno toppe per tutto il tempo, si allacceranno fili, interi impianti (elettrici, idraulici), si faranno corsi, si parlerà, si progetterà, si riattaccheranno essenzialmente cocci. Poi quando i vuoti saranno puliti, depurati, arricchiti di luce e di ornamenti, verrà di nuovo il proprietario che dovrà vendere. E caccerà gli occupanti. O, peggio ancora, li coopterà. In quest’ultimo caso non si potranno rivendicare nemmeno le esperienze. Non si potrà nemmeno dire che abbiamo fatto proprio un insieme di conoscenze utili per il futuro. Perché non si avrà nemmeno il coraggio di raccontare.
La prevenzione delle catastrofi naturali non è la buona volontà che si esprime al momento della disgrazia. Presuppone uno sguardo nel lungo periodo, una grande capacità di investimento, una forte interdisciplinarità a livello scientifico, una capacità rivoluzionaria di far interagire scienza e domande sociali, una mobilitazione capillare della popolazione, uno sforzo collettivo di combattere qualsiasi tentativo di rimozione dettato dall’angoscia, un rinnovato senso della legge e una tensione fortissima ad interpretarla ed applicarla nella direzione della giustizia sociale.
Abbiamo bisogno dello Stato. Abbiamo bisogno di una istituzione democratica che possa emettere moneta, indebitarsi con i propri cittadini, tassarli per il benessere di tutti e non per pagare gli interessi del debito. Abbiamo bisogno di una istituzione democratica che abbia tutti gli strumenti per monitorare il territorio, per pianificare la politica industriale, per gestire i flussi energetici, per formare le generazioni future, per garantire la salute dei cittadini, per promuovere maggiore occupazione, per fornire un salario sociale a chi non ha trovato una collocazione sul mercato del lavoro.
Questa Europa può essere quello Stato? Quanto tempo ci vorrà perché lo sia? Chi è pronto a scommettere che questo avverrà in tempi ragionevoli e non nel lungo periodo in cui saremo tutti morti?
Per quanto possiamo pensare ai tanti problemi che verranno poi, c’è un solo progetto che abbia la realistica prospettiva di essere per lo meno tentato. E’ l’uscita dall’Unione Europea! Il resto non è nemmeno definibile alla luce del fatto che nessuno veramente ci crede e dunque nessuno lo immagina davvero. Facciamo un esempio: è pensabile un vero sciopero di tutti i lavoratori europei in nome degli interessi di una parte di essi? Da quanto tempo i sindacati più rappresentativi avrebbero potuto adeguare le proprie strutture (non diciamo mettere d’accordo i lavoratori) alla circolazione di merci, di uomini e di capitali che il progetto europeo ha comportato? E’ stato fatto un solo tentativo serio in questo senso? Se ne è parlato in termini diversi della conversazione al buffet?
Ovvio che ripiegare sul livello nazionale sembra una disfatta, sembra un venire meno ideologico, sembra una contaminazione con ideologie che abbiamo sempre combattuto. Forse manchiamo di memoria storica. E’ l’Europa che, turandoci il naso, abbiamo accettato che non ha dato la possibilità di costituire un internazionalismo conseguente. Il sovranismo pezzente di Salvini è solo l’ultima maniera del Pinturicchio, direbbe Totò. La prima maniera sono stati proprio i governi di sinistra che, grazie a Blair, a Schroder, a Prodi e D’Alema hanno indebolito la classe lavoratrice che sarebbe stata la spina dorsale di un’Europa che almeno avrebbe avvertito la contraddizione che la attanagliava. Ed hanno lavorato perché la solidarietà tra i lavoratori di tutta Europa fosse impossibile. Un esercito sconfitto ripiega per non essere massacrato. Un esercito sconfitto ripiega per trovare vie d’uscita e, chissà, la possibilità di contrattaccare. Molto spesso a sinistra si pensa di rimanere coerenti con le proprie posizioni, come se la convinzione personale bastasse a garantire questa continuità. Guardare solo alla nostra mente è un’operazione astratta: ciò che ci dice cosa siamo è la posizione all’interno del conflitto. Crediamo di pensare le stesse cose ed invece stiamo scivolando indietro. Dobbiamo pensare all’interno della situazione data. Dobbiamo fare qualche piccolo passo avanti. Dobbiamo scavare un poco nelle macerie non importa se siamo le vittime o i salvatori.
Fonte
All’inizio i post su Facebook di qualche tuo amico: una scossa forte, che si è sentita, ma niente di così grave. Ti informi e vedi che anche all’inizio di Settembre del 2016 una scossa di piccola magnitudo ha causato molta paura tra i villeggianti e gli abitanti dell’isola. Vieni a conoscenza del fatto che l’epicentro delle scosse è spesso a poca profondità per cui anche scosse di piccola magnitudo possono provocare dei danni e mettere gli abitanti in uno stato di preoccupazione.
Fin qui tutto normale. Viene diffuso il dato relativo alla magnitudo (3.6 gradi Richter) e alla profondità (10 chilometri). Una bella scossetta ma niente di grave allora. La profondità è maggiore di quella dell’anno precedente. La Regione ha subito mandato i suoi missi dominici a controllare la situazione.
Poi il morto, i crolli, l’ospedale inagibile, gli elicotteri verso il Cardarelli, le persone che vogliono nella notte andare a confortare o a dare una mano ad amici, parenti e semplici conoscenti che pagano regolarmente quasi venti euro alle compagnie di navigazione (come se stessero andando a fare due bagni). Infine il dato dell’Ingv che viene corretto (magnitudo 4.0 e profondità 5 km). Insomma il teatro dell’assurdo. E a quel punto sbottiamo.
Pensi che il fatto che un terremoto di magnitudo 4.0 causi una emergenza sociale così drammatica non si può attribuire solo alla poco profondità dell’epicentro. C’è una scarsa preparazione delle istituzioni (a partire da quelle locali per finire alla Regione) ad eventi del genere, c’è un abusivismo edilizio feroce ma soprattutto c’è lo sfacelo promosso dai governi che si sono succeduti negli ultimi decenni, governi che hanno accettato la logica dell’austerity e dei tagli senza nel contempo agire sulle ragioni dell’inefficienza istituzionale sempre esistita. Da parte di noi tutti c’è poi una passività sociale che terrorizza, un’assuefazione quasi narcotica.
E rifletti sul fatto che Ischia ha niente meno che sei Comuni (recentemente si è proposto di accorparli in uno solo ma pare che pochi ischitani siano d’accordo) ed un solo ospedale pubblico fino alla scossa di ieri degno di questo nome. Un ospedale pubblico costruito da un industriale del Nord, l’editore Angelo Rizzoli e dedicato alla moglie defunta. E ti chiedi allora se Ischia sia mai appartenuta allo Stato italiano e se appartengono allo Stato italiano tante isole e tante località turistiche costruite dalla volontà di pochi spesso nemmeno buoni. Posti dove la speculazione edilizia è spesso il rovescio della “vocazione turistica”, del lavoro frenetico di uno sciame di cavallette che conosce solo l’economia e non le diseconomie. Posti dove lo Stato non c’è e non lo si vuole. Dove il giorno dopo ci si lamenta giustamente delle prenotazioni saltate, dei telefoni che non squillano, dell’economia che si è fermata. Posti dove tutti corrono come i ragazzini del bar. Posti dove la politica si va a fare il bagno, e basta.
Rifletti anche sul fatto che in questi posti la rilevazione sismica forse è guasta e dunque l’Ingv si è dovuto arrangiare. Abbiamo voglia a sfottere gli antivaccinisti e quelli delle scie chimiche. Se le istituzioni non mettono i soldi pure la scienza dà i numeri e fa figure barbine. Se adesso devo andare a Napoli per ricoverarmi, io ischitano posso pure pensare che la tisana di ortica sia meglio del farmaco salvavita e posso elogiare le virtù anticancerogene del limone. Perché forse sono mortificato. Forse perché piuttosto che portarmi all’ospedale il catetere comprato in farmacia preferisco fare finta che basti la fede.
E rifletti ancora sul fatto che la piccola proprietà immobiliare è incapace di prevenire, investire realmente sul bene rispettando la legge. Questa polverizzazione litigiosa non ha molto tempo davanti a sé. E la legge assieme alla pressione fiscale sta diventando il filtro grazie al quale i piccoli proprietari saranno divorati dalle grandi aziende immobiliari. E, del resto, se lo Stato vende le piccole isole ai privati perché non dovrebbe favorire la concentrazione immobiliare? Cosa impedisce ad uno Stato che ha dismesso tutto di dismettere anche i suoi cittadini? E cosa impedisce all’isolano che ha questo Stato di fronte di fare speculazione edilizia finché può? Il patto già non c’era mai stato (e i governi vivevano di questa separazione in casa) ma ora il patto viene avocato da una parte sola in nome della legge ma non nell’interesse pubblico. Grazie ad uno Stato che si è autodeposto i cittadini tradiscono se stessi e gli altri in una microconflittualità senza quartiere. Le cavallette corrono senza guardare chi calpestano nel frattempo. Corrono per salvarsi proprio come in un terremoto.
E abbiamo voglia a fingere che possiamo rimboccarci le maniche. Spesso si favoleggia l’iniziativa dal basso, quella che sarebbe stata il culmine di un processo di democratizzazione radicale della politica. Invece si tratta dell’occupazione degli spazi lasciati vuoti dallo Stato in ritirata. Si metteranno toppe per tutto il tempo, si allacceranno fili, interi impianti (elettrici, idraulici), si faranno corsi, si parlerà, si progetterà, si riattaccheranno essenzialmente cocci. Poi quando i vuoti saranno puliti, depurati, arricchiti di luce e di ornamenti, verrà di nuovo il proprietario che dovrà vendere. E caccerà gli occupanti. O, peggio ancora, li coopterà. In quest’ultimo caso non si potranno rivendicare nemmeno le esperienze. Non si potrà nemmeno dire che abbiamo fatto proprio un insieme di conoscenze utili per il futuro. Perché non si avrà nemmeno il coraggio di raccontare.
La prevenzione delle catastrofi naturali non è la buona volontà che si esprime al momento della disgrazia. Presuppone uno sguardo nel lungo periodo, una grande capacità di investimento, una forte interdisciplinarità a livello scientifico, una capacità rivoluzionaria di far interagire scienza e domande sociali, una mobilitazione capillare della popolazione, uno sforzo collettivo di combattere qualsiasi tentativo di rimozione dettato dall’angoscia, un rinnovato senso della legge e una tensione fortissima ad interpretarla ed applicarla nella direzione della giustizia sociale.
Abbiamo bisogno dello Stato. Abbiamo bisogno di una istituzione democratica che possa emettere moneta, indebitarsi con i propri cittadini, tassarli per il benessere di tutti e non per pagare gli interessi del debito. Abbiamo bisogno di una istituzione democratica che abbia tutti gli strumenti per monitorare il territorio, per pianificare la politica industriale, per gestire i flussi energetici, per formare le generazioni future, per garantire la salute dei cittadini, per promuovere maggiore occupazione, per fornire un salario sociale a chi non ha trovato una collocazione sul mercato del lavoro.
Questa Europa può essere quello Stato? Quanto tempo ci vorrà perché lo sia? Chi è pronto a scommettere che questo avverrà in tempi ragionevoli e non nel lungo periodo in cui saremo tutti morti?
Per quanto possiamo pensare ai tanti problemi che verranno poi, c’è un solo progetto che abbia la realistica prospettiva di essere per lo meno tentato. E’ l’uscita dall’Unione Europea! Il resto non è nemmeno definibile alla luce del fatto che nessuno veramente ci crede e dunque nessuno lo immagina davvero. Facciamo un esempio: è pensabile un vero sciopero di tutti i lavoratori europei in nome degli interessi di una parte di essi? Da quanto tempo i sindacati più rappresentativi avrebbero potuto adeguare le proprie strutture (non diciamo mettere d’accordo i lavoratori) alla circolazione di merci, di uomini e di capitali che il progetto europeo ha comportato? E’ stato fatto un solo tentativo serio in questo senso? Se ne è parlato in termini diversi della conversazione al buffet?
Ovvio che ripiegare sul livello nazionale sembra una disfatta, sembra un venire meno ideologico, sembra una contaminazione con ideologie che abbiamo sempre combattuto. Forse manchiamo di memoria storica. E’ l’Europa che, turandoci il naso, abbiamo accettato che non ha dato la possibilità di costituire un internazionalismo conseguente. Il sovranismo pezzente di Salvini è solo l’ultima maniera del Pinturicchio, direbbe Totò. La prima maniera sono stati proprio i governi di sinistra che, grazie a Blair, a Schroder, a Prodi e D’Alema hanno indebolito la classe lavoratrice che sarebbe stata la spina dorsale di un’Europa che almeno avrebbe avvertito la contraddizione che la attanagliava. Ed hanno lavorato perché la solidarietà tra i lavoratori di tutta Europa fosse impossibile. Un esercito sconfitto ripiega per non essere massacrato. Un esercito sconfitto ripiega per trovare vie d’uscita e, chissà, la possibilità di contrattaccare. Molto spesso a sinistra si pensa di rimanere coerenti con le proprie posizioni, come se la convinzione personale bastasse a garantire questa continuità. Guardare solo alla nostra mente è un’operazione astratta: ciò che ci dice cosa siamo è la posizione all’interno del conflitto. Crediamo di pensare le stesse cose ed invece stiamo scivolando indietro. Dobbiamo pensare all’interno della situazione data. Dobbiamo fare qualche piccolo passo avanti. Dobbiamo scavare un poco nelle macerie non importa se siamo le vittime o i salvatori.
Fonte
22/08/2017
Ischia. “Morire per un terremoto così è assurdo”
Due morti e 39 feriti, è questo il bilancio provvisorio del terremoto che ha colpito ieri sera l’isola di Ischia intorno alle 21. La Rete Sismica dell’Osservatorio Vesuviano ha ricalcolato i parametri con una magnitudo pari a 4.0. Gli sfollati sono circa 2.000 a Casamicciola e 600 a Lacco Ameno, in tutto circa 2.600, ha riferito il capo della Protezione Civile, Angelo Borrelli,
Con l’epicentro nel mare al largo di Forio d’Ischia, a circa 10 km di profondità e magnitudo 4, lascia perplesso come un terremoto di tale magnitudo possa provocare danni e vittime nel nostro Paese, “è possibile che la magnitudo possa essere stata leggermente sottostimata ma, ripeto, è francamente allucinante che si continui a morire per terremoti di questa entità”. Ad affermarlo all’agenzia Askanews è Francesco Peduto, presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi. “Il nostro Paese si conferma estremamente vulnerabile, non ci facciamo mancare niente dal punto di vista dei rischi geologici, non solo rischio sismico, ma anche vulcanico e idrogeologico. Ora sarebbe facile parlare dei ritardi della ricostruzione in Italia centrale, della necessità di accelerare interventi e azioni, ma quello che lascia più interdetti è la mancanza di atti concreti per la prevenzione”, sottolinea il presidente dei geologi.
Sono circa circa 21,5 milioni gli abitanti che in Italia risiedono in zone ad elevato rischio sismico. Le abitazioni interessate sono 12 milioni, secondo vari studi e ricerche prodotti negli ultimi anni. Per la messa in sicurezza del patrimonio immobiliare italiano le stime sui costi spaziano da 6 a 850 miliardi di euro in funzione dell’ampiezza degli interventi. Costi sociali che risultano comunque inferiori ai danni provocati dai terremoti (senza contare il prezzo inaccettabile di vite umane).
La protezione civile ha calcolato in quasi 150 miliardi di euro i danni diretti degli eventi sismici negli ultimi 40 anni. L’ordine degli ingegneri ha stimato oneri per 121 miliardi tra il 1968 e il 2014 con una media di 2,6 miliardi l’anno. Uno studio dell’Ance (associazione dei costruttori) indica i 3,5 miliardi l’anno i costi per la mancata prevenzione. Anche il Cresme un anno fa ha realizzato una mappa sul rischio sismico indicando che la quota più consistente di edifici esposti al rischio ha un uso prevalentemente residenziale, pari a 12,9 milioni di unità, mentre gli edifici per le attività produttive sono quasi 991mila, di cui 213mila in zona sismica 1 e 778mila in zona 2.
Fonte
Con l’epicentro nel mare al largo di Forio d’Ischia, a circa 10 km di profondità e magnitudo 4, lascia perplesso come un terremoto di tale magnitudo possa provocare danni e vittime nel nostro Paese, “è possibile che la magnitudo possa essere stata leggermente sottostimata ma, ripeto, è francamente allucinante che si continui a morire per terremoti di questa entità”. Ad affermarlo all’agenzia Askanews è Francesco Peduto, presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi. “Il nostro Paese si conferma estremamente vulnerabile, non ci facciamo mancare niente dal punto di vista dei rischi geologici, non solo rischio sismico, ma anche vulcanico e idrogeologico. Ora sarebbe facile parlare dei ritardi della ricostruzione in Italia centrale, della necessità di accelerare interventi e azioni, ma quello che lascia più interdetti è la mancanza di atti concreti per la prevenzione”, sottolinea il presidente dei geologi.
Sono circa circa 21,5 milioni gli abitanti che in Italia risiedono in zone ad elevato rischio sismico. Le abitazioni interessate sono 12 milioni, secondo vari studi e ricerche prodotti negli ultimi anni. Per la messa in sicurezza del patrimonio immobiliare italiano le stime sui costi spaziano da 6 a 850 miliardi di euro in funzione dell’ampiezza degli interventi. Costi sociali che risultano comunque inferiori ai danni provocati dai terremoti (senza contare il prezzo inaccettabile di vite umane).
La protezione civile ha calcolato in quasi 150 miliardi di euro i danni diretti degli eventi sismici negli ultimi 40 anni. L’ordine degli ingegneri ha stimato oneri per 121 miliardi tra il 1968 e il 2014 con una media di 2,6 miliardi l’anno. Uno studio dell’Ance (associazione dei costruttori) indica i 3,5 miliardi l’anno i costi per la mancata prevenzione. Anche il Cresme un anno fa ha realizzato una mappa sul rischio sismico indicando che la quota più consistente di edifici esposti al rischio ha un uso prevalentemente residenziale, pari a 12,9 milioni di unità, mentre gli edifici per le attività produttive sono quasi 991mila, di cui 213mila in zona sismica 1 e 778mila in zona 2.
Fonte
11/04/2015
Project financing, il buco segreto da 200 miliardi nei conti pubblici
Malato terminale. Esempio di ospedale costruito con il project financing. Esaurita la funzione di far guadagnare i suoi finanziatori, sarà «dismesso»? Non solo corruzione. Dietro gli appalti di Ischia, anche la pratica dei contratti stipulati dagli enti locali o dalle Asl che arricchiscono i privati a spese nostre
di Giorgio Meletti - Il Fatto Quotidiano, 8 aprile 2015
La prima impressione è che il gas di Ischia costi più del vino di D’Alema. Dando un’occhiata ai bilanci della Cpl Concordia, sotto inchiesta per presunte pratiche di corruzione, s'intuisce un chiaro movente. Nel 2013 la cooperativa ha fatturato 415 milioni di euro e ha conseguito un utile netto consolidato di 4,5 milioni di euro. La sua controllata Ischia Gas, microscopica società di distribuzione dell’isola, ha conseguito un utile netto di 1,6 milioni (un terzo di tutto il gruppo) dando il gas a 1800 utenti e trasportandone 1,9 milioni di metri cubi. In pratica un utile netto di circa 80 centesimi a metro cubo, che è all’incirca il prezzo di mercato del metano.
I MAGISTRATI NAPOLETANI ci spiegheranno, se riusciranno a provarli, i meccanismi della corruzione, ma sarebbe anche utile che si addentrassero nella ricetta della vera pozione miracolosa di casi come Ischia: il project financing. Questo sistema è il vero cancro nascosto della finanza pubblica. Con o senza corruzione sta scavando una voragine nelle casse dello Stato.
Pochi giorni fa l’Autorità Anticorruzione di Raffaele Cantone ha chiesto alla Asl 3 di Nuoro i documenti sul contratto di project financing per la costruzione del nuovo ospedale, dove multinazionali dai nomi altisonanti (accompagnate dall’immancabile cooperativa rossa) si sono presentate a catturare il lucroso affare. Il Fatto ha già raccontato la storia due anni fa. A Nuoro, per investire 45 milioni sull’ospedale, non potendo accedere a mutui perché i conti della Asl non lo consentivano, hanno fatto il mitico project: il privato ci mette il capitale e viene ripagato con un sontuoso affitto della nuova struttura, più vari contratti per servizi ospedalieri non sanitari (pulizia, sorveglianza etc.). Il tutto per la durata di 28 anni. Non avendo potuto fare un mutuo da 45 milioni la Asl si è impegnata a dare ai privati circa 800 milioni in tutto, violando non solo il buon senso ma anche le norme europee secondo cui gli appalti dei servizi non possono durare più di tre-cinque anni. L’Italia è ormai piena di operazioni del genere, il vero bengodi di costruttori e società di servizi.
È un calcolo complicato da fare, perché ormai ciascuna Asl e ciascuno dei quasi novemila comuni, hanno scoperto il giochetto ed è difficile raccogliere tutti i dati. Un solo esempio. L’ospedale Sant’Orsola di Bologna ha bandito nel 2010 una gara per la costruzione della cosiddetta centrale tecnologica. Ha vinto la Manutencoop, gigante delle coop rosse, guidata da trent’anni dal pluriindagato Claudio Levorato. Ma un altro manager rosso, Roberto Casari (foto sotto) della Cpl Concordia, oggi agli arresti per la vicenda Ischia, si è talmente arrabbiato per essere arrivato secondo da presentare un esposto alla procura di Bologna.
La pm Rossella Poggioli ha così scoperto che la centrale tecnologica ha un costo di 30 milioni, che il bando di gara indicava un valore dell’appalto di circa 6 milioni (perché il resto del costo è coperto da capitali privati), ma che alla fine il contratto vinto da Levorato vale circa 400 milioni, perché comprende forniture di servizi vari per 25 anni.
Trattandosi di contratti per la fornitura dei servizi non risultano né tra gli investimenti né tra i debiti. Praticamente non lasciano traccia nei bilanci pubblici. Ma la stima prudente degli addetti ai lavori indica un indebitamento implicito, sotterraneo o nascosto di circa 200 miliardi di euro. Si tratterebbe del 10 per cento in più rispetto al dato ufficiale del debito italiano.
UNA COLTRE DI SILENZIO COPRE il fenomeno, e si capisce perché: i ras politici hanno trovato il modo di tagliare nastri alla faccia delle ristrettezze finanziarie degli enti locali. Ogni tanto si scopre quasi per caso un brandello di verità. Quando nel Veneto fu arrestato Piergiorgio Baita, capo della Mantovani e quindi dominus del Mose di Venezia, e noto come «mago del project», tutta la regione andò nel panico, temendo uno stop traumatico ai numerosi project financing in corso. A parte una serie di strade e autostrade modello «classico» Brebemi (i privati anticipano il capitale poi se il traffico è inferiore alle attese lo Stato paga la differenza), si scoprì che in project financing si stavano costruendo anche l’ospedale di Padova e il tribunale di Rovigo.
Ora sarà lecito chiedersi che senso ha il modello dell’investimento privato su un tribunale: qual è il rischio di mercato? L’opera viene ripagata da appositi pedaggi o con multe comminate ai condannati? O anche l’innocente deve pagare qualcosa per il disturbo? Niente di tutto ciò ovviamente: sarà la pubblica amministrazione a pagare un canone di affitto a lungo termine al costruttore. Così l’edificio costerà ai contribuenti molto più che chiedere un mutuo in banca. Solo che con il project nessuno vede niente. La nuova sede del comune di Bologna è stata fatta in project financing: qualcuno l’ha costruita e il Comune si è impegnato a pagare un affitto di 9,5 milioni l’anno per 28 anni. L’opera è costata 70 milioni, il Comune apparentemente non ha investito un euro, il patto di stabilità è rispettato, ma di fatto al contribuente è stato accollato un debito di oltre 250 milioni che sarà pagato dai figli del geniale sindaco che ha fatto il contratto.
L’allora governatore del Veneto, Giancarlo Galan, poi arrestato per il Mose, teorizzava nel 2010: «L’alternativa non è fare un ospedale con i soldi pubblici o farlo con i soldi dei privati. Perché la prima possibilità non è data. Se non ci fossero stati i capitali privati, a Mestre non ci sarebbe un nuovo ospedale». Invece Mestre ha il nuovo ospedale. Che bello. I conti andò a farli Mariano Maugeri del Sole 24 Ore, scoprendo che è costato 140 milioni di euro a chi l’ha costruito, che ha messo 20 milioni suoi e 120 presi in banca, e ha avuto indietro dalla regione dell’astuto Galan il capitale più 280 milioni di interessi più contratti di forniture per 1,2 miliardi in 24 anni. I conti sono presto fatti: grazie al project financing un ospedale può costare fino a dieci e anche venti volte il valore dell’opera edificata.
Fonte
di Giorgio Meletti - Il Fatto Quotidiano, 8 aprile 2015
La prima impressione è che il gas di Ischia costi più del vino di D’Alema. Dando un’occhiata ai bilanci della Cpl Concordia, sotto inchiesta per presunte pratiche di corruzione, s'intuisce un chiaro movente. Nel 2013 la cooperativa ha fatturato 415 milioni di euro e ha conseguito un utile netto consolidato di 4,5 milioni di euro. La sua controllata Ischia Gas, microscopica società di distribuzione dell’isola, ha conseguito un utile netto di 1,6 milioni (un terzo di tutto il gruppo) dando il gas a 1800 utenti e trasportandone 1,9 milioni di metri cubi. In pratica un utile netto di circa 80 centesimi a metro cubo, che è all’incirca il prezzo di mercato del metano.
I MAGISTRATI NAPOLETANI ci spiegheranno, se riusciranno a provarli, i meccanismi della corruzione, ma sarebbe anche utile che si addentrassero nella ricetta della vera pozione miracolosa di casi come Ischia: il project financing. Questo sistema è il vero cancro nascosto della finanza pubblica. Con o senza corruzione sta scavando una voragine nelle casse dello Stato.
Pochi giorni fa l’Autorità Anticorruzione di Raffaele Cantone ha chiesto alla Asl 3 di Nuoro i documenti sul contratto di project financing per la costruzione del nuovo ospedale, dove multinazionali dai nomi altisonanti (accompagnate dall’immancabile cooperativa rossa) si sono presentate a catturare il lucroso affare. Il Fatto ha già raccontato la storia due anni fa. A Nuoro, per investire 45 milioni sull’ospedale, non potendo accedere a mutui perché i conti della Asl non lo consentivano, hanno fatto il mitico project: il privato ci mette il capitale e viene ripagato con un sontuoso affitto della nuova struttura, più vari contratti per servizi ospedalieri non sanitari (pulizia, sorveglianza etc.). Il tutto per la durata di 28 anni. Non avendo potuto fare un mutuo da 45 milioni la Asl si è impegnata a dare ai privati circa 800 milioni in tutto, violando non solo il buon senso ma anche le norme europee secondo cui gli appalti dei servizi non possono durare più di tre-cinque anni. L’Italia è ormai piena di operazioni del genere, il vero bengodi di costruttori e società di servizi.
È un calcolo complicato da fare, perché ormai ciascuna Asl e ciascuno dei quasi novemila comuni, hanno scoperto il giochetto ed è difficile raccogliere tutti i dati. Un solo esempio. L’ospedale Sant’Orsola di Bologna ha bandito nel 2010 una gara per la costruzione della cosiddetta centrale tecnologica. Ha vinto la Manutencoop, gigante delle coop rosse, guidata da trent’anni dal pluriindagato Claudio Levorato. Ma un altro manager rosso, Roberto Casari (foto sotto) della Cpl Concordia, oggi agli arresti per la vicenda Ischia, si è talmente arrabbiato per essere arrivato secondo da presentare un esposto alla procura di Bologna.
La pm Rossella Poggioli ha così scoperto che la centrale tecnologica ha un costo di 30 milioni, che il bando di gara indicava un valore dell’appalto di circa 6 milioni (perché il resto del costo è coperto da capitali privati), ma che alla fine il contratto vinto da Levorato vale circa 400 milioni, perché comprende forniture di servizi vari per 25 anni.
Trattandosi di contratti per la fornitura dei servizi non risultano né tra gli investimenti né tra i debiti. Praticamente non lasciano traccia nei bilanci pubblici. Ma la stima prudente degli addetti ai lavori indica un indebitamento implicito, sotterraneo o nascosto di circa 200 miliardi di euro. Si tratterebbe del 10 per cento in più rispetto al dato ufficiale del debito italiano.
UNA COLTRE DI SILENZIO COPRE il fenomeno, e si capisce perché: i ras politici hanno trovato il modo di tagliare nastri alla faccia delle ristrettezze finanziarie degli enti locali. Ogni tanto si scopre quasi per caso un brandello di verità. Quando nel Veneto fu arrestato Piergiorgio Baita, capo della Mantovani e quindi dominus del Mose di Venezia, e noto come «mago del project», tutta la regione andò nel panico, temendo uno stop traumatico ai numerosi project financing in corso. A parte una serie di strade e autostrade modello «classico» Brebemi (i privati anticipano il capitale poi se il traffico è inferiore alle attese lo Stato paga la differenza), si scoprì che in project financing si stavano costruendo anche l’ospedale di Padova e il tribunale di Rovigo.
Ora sarà lecito chiedersi che senso ha il modello dell’investimento privato su un tribunale: qual è il rischio di mercato? L’opera viene ripagata da appositi pedaggi o con multe comminate ai condannati? O anche l’innocente deve pagare qualcosa per il disturbo? Niente di tutto ciò ovviamente: sarà la pubblica amministrazione a pagare un canone di affitto a lungo termine al costruttore. Così l’edificio costerà ai contribuenti molto più che chiedere un mutuo in banca. Solo che con il project nessuno vede niente. La nuova sede del comune di Bologna è stata fatta in project financing: qualcuno l’ha costruita e il Comune si è impegnato a pagare un affitto di 9,5 milioni l’anno per 28 anni. L’opera è costata 70 milioni, il Comune apparentemente non ha investito un euro, il patto di stabilità è rispettato, ma di fatto al contribuente è stato accollato un debito di oltre 250 milioni che sarà pagato dai figli del geniale sindaco che ha fatto il contratto.
L’allora governatore del Veneto, Giancarlo Galan, poi arrestato per il Mose, teorizzava nel 2010: «L’alternativa non è fare un ospedale con i soldi pubblici o farlo con i soldi dei privati. Perché la prima possibilità non è data. Se non ci fossero stati i capitali privati, a Mestre non ci sarebbe un nuovo ospedale». Invece Mestre ha il nuovo ospedale. Che bello. I conti andò a farli Mariano Maugeri del Sole 24 Ore, scoprendo che è costato 140 milioni di euro a chi l’ha costruito, che ha messo 20 milioni suoi e 120 presi in banca, e ha avuto indietro dalla regione dell’astuto Galan il capitale più 280 milioni di interessi più contratti di forniture per 1,2 miliardi in 24 anni. I conti sono presto fatti: grazie al project financing un ospedale può costare fino a dieci e anche venti volte il valore dell’opera edificata.
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