Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/06/2020

Dal Tav alla pedemontana lombarda, la lotta contro le grandi opere inutili

Domenica 21 giugno in Valsusa le ruspe sono tornate al lavoro e dal giorno seguente il movimento no TAV è in presidio permanente per fermare la ripresa dei lavori e l’allargamento del cantiere di quella che è la grande opera per antonomasia.

Contestata da una popolazione in lotta da oltre vent’anni contro un modello di sviluppo caratterizzato dal conseguimento del profitto dei pochi soliti, noti a costo della devastazione di interi territori, con uno spreco di denaro pubblico che potrebbe essere ben diversamente utilizzato.

Il tutto nonostante l’ormai dimostrata inutilità dell’opera rispetto agli scopi dichiarati, e nonostante le bocciature che arrivano anche dalla Corte dei conti europea.

Ma il partito trasversale del PIL non sta mai con le mani in mano. È il partito a cui hanno da sempre aderito Confindustria, il PD, la Lega, CL, onnipresente in particolare nella gestione degli affari lombardi, e a cui è iscritto a buon diritto ormai anche il Movimento 5 Stelle, come dimostra la disinvolta retromarcia governista proprio sulla TAV Torino-Lione.

Prima ancora che il comitato di esperti guidato da Colao rendesse pubblico il ‘piano per il rilancio del paese’ che ha, guarda caso, tra i punti fondanti la realizzazione di infrastrutture strategiche e l’approvazione di un nuovo codice degli appalti “liberi tutti”, la Giunta lombarda – nel mese di aprile, in piena epidemia da Covid-19 – trovava il tempo per infilare tra le delibere con cui ha gestito catastroficamente la crisi anche la ricapitalizzazione per 150 milioni di euro, diluiti in 5 anni, della società Milano – Serravalle.

Una società controllata dalla Regione stessa, affinché possa ‘girarli’ a sua volta ad un’altra delle proprie controllate, la Società Autostrada Pedemontana Lombarda.

Così, proprio nel momento più critico dell’epidemia da Covid-19 che ha visto in Italia, e non solo, il triste primato della Lombardia per numero di morti e di contagiati e per l’assoluta incapacità della sua classe dirigente, Confindustria non solo trovava terreno fertile nell’evitare il più possibile il fermo delle attività produttive, ma riusciva ad incassare un successo anche in proiezione futura.

La ricapitalizzazione dovrebbe infatti servire a far ripartire l’autostrada che nelle intenzioni collegherebbe gli aeroporti di Malpensa e Orio al Serio, mettendo in comunicazione, nel nord della Lombardia, la provincia di Varese con quella di Bergamo attraverso un percorso di circa 90 km, di cui solo 22 ultimati nel 2015 e oggi in funzione, fino a Lentate sul Seveso.

Da allora i lavori per l’autostrada, già inserita nel dossier infrastrutture di Expo 2015, e ora nel dossier sulle Olimpiadi Invernali del 2026 sono rimasti fermi.

Il progetto dal costo complessivo preventivato (fonte L’Espresso) vicino ai 5 miliardi di euro (di cui 1,2 miliardi già spesi), con i suoi circa 57 milioni di euro a Km, si inserisce al primo posto tra le autostrade più costose d’Italia.

Nel tratto realizzato il traffico, già nel 2017, risultava essere la metà di quello previsto, a causa del pedaggio a km percorso più caro d’Italia, ancora più della BreBeMi disertata dagli utenti per lo stesso motivo. E così i finanziatori privati sono svaniti nel nulla, lasciando il costo interamente sulle spalle della collettività.

Un altro successo del project financing, insomma, al pari della metro M4 milanese, dove il Comune ha dovuto mettere le toppe (leggesi: i milioni di euro) per rimediare agli errori di progettazione dei privati.

Il tratto non ancora realizzato della Pedemontana dovrebbe sorgere in un territorio caratterizzato da elevata densità abitativa, con presenza di importanti vincoli ambientali e con seri rischi per la salute degli abitanti.

Per la realizzazione dell’opera, infatti, andrebbero fatti scavi nelle zone dove sono seppelliti residui di diossina fuoriusciti dal disastro del 10 Luglio 1976 nell’azienda ICMESA di Meda.

A tal proposito i sindaci di Seveso, Barlassina, Cesano Maderno, Bovisio Masciago e Desio, territori che verranno attraversati proprio dalla tratta B2 dell’autostrada ancora non realizzata – di diversi orientamenti politici ma uniti nella difesa del diritto alla salute dei loro concittadini che, detto per inciso, sono forse non a caso quelli che dovrebbero rieleggerli – hanno ottenuto nel settembre del 2019 da un lato una modifica nella metodologia del campionamento del terreno da bonificare e dall’altro che la bonifica venga effettuata oltre i 20 centimetri di scavo nelle maglie, qualora l’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale riscontrasse nell’aliquota del campione da essa acquisita concentrazioni elevate di contaminante.

Ma la bonifica ad oggi non risulta iniziata. La tratta B2 da costruire avrà inoltre un forte impatto sull’inquinamento ambientale, in una zona già nota per essere tra le più inquinate di Italia e dove l’elevata concentrazione di polveri sottili ha favorito la diffusione del covid-19, e comporta uno spropositato consumo di suolo.

Per evidenziare tutte queste criticità, ma ancor di più per chiedere che i fondi vengano destinati non a questo tipo di opere, non al servizio del modello di sviluppo che finora è stato praticato, ma alla sanità, all’istruzione, al trasporto locale, partendo da quelli che sono i reali bisogni dei cittadini troppo a lungo trascurati, il Coordinamento No Pedemontana ha organizzato domenica 21 giugno, davanti all’ospedale di Desio, un partecipato presidio, a cui ha preso parte anche Potere al Popolo Milano, che ha poi raggiunto anche Cesano.

Un primo passo per ripartire e cercare di dare nuova linfa a chi intende opporsi al modello delle grandi opere.

Il percorso da fare non sarà semplice e quale sarà il livello dello scontro risulta chiaro già dalle dichiarazioni del governatore Fontana, il 24 giugno, nel corso degli Stati Generali per il patto per lo sviluppo organizzati dalla Regione.

Le entrate correnti nel 2020 si sono ridotte già di 320 milioni di euro per i mancati introiti derivanti dal Bollo auto, dall’Irap e dall’addizionale IRPEF e, se non ci sarà una compartecipazione dello Stato, saranno necessari tagli alle politiche sociali, all’istruzione, alla cultura e alla formazione.

Fonte

11/02/2020

Sanità: vediamo i fatti, fuori dalle chiacchiere

Fare sindacato in tempi di “sindacati complici” è certamente complicato, ma si può fare. Bisogna studiare, camminare, discutere con i lavoratori, assumere una visione d’insieme sulle politiche economiche che poi si scaricano come una “necessità imperscrutabile”, quasi divina, su un certo settore.

Questa lettera-documento dell’Usb al ministro della sanità dimostra che si possono tenere insieme diritti dei lavoratori e degli utenti – nella sanità è un criminale chi parla di “clienti” – solo assumendo quella “visione generale” che illumina fenomeni (tagli, appalti, project financing, crisi dei pronto soccorso, ecc) altrimenti inspiegabili o addirittura occasioni per creare una “guerra tra poveri”.

È una visione concretamente politica, perché entra nel merito dei problemi. È una critica feroce delle politiche di austerity e dell’Autonomia differenziata”, ma fatta attraversi numeri, singole misure, chiara identificazione dei punti critici. Fuori dalle chiacchiere e dagli slogan sempre uguali in tutte le occasioni, perché è nel concreto della lotta di classe che si fa la lotta di classe in modo consapevole.

*****

Il Decreto Legge 30 aprile 2019, n. 35, il cosiddetto Decreto “Calabria”, convertito il 25 giugno nella Legge 60/2019, l’intesa concernente il Patto per la Salute 2019-2021 e l’approvazione della Legge di Bilancio 2020, costituiscono, nel loro insieme, un quadro normativo e di intenti che, pur evidenziando un tentativo di invertire la tendenza al definanziamento del Fondo Sanitario Nazionale e pur contenendo misure volte al recupero parziale del personale medico, infermieristico, delle professioni tecnico-sanitarie e socio-sanitarie manifesta, alla luce del quadro attuale del SSN, palesi criticità.

Fra queste, mancati interventi per impedire lo spostamento della domanda verso il mercato privato, la mancanza di risorse vincolate per il rinnovo contrattuale, risorse alle quali dovranno provvedere le Regioni, l’espansione incontrollata dell’assistenza sanitaria integrativa e l’incertezza della esigibilità uniforme dei LEA in tutte le Regioni, specialmente in quelle interessate dai piani di rientro.

Sia la Fondazione Gimbe nel report 2019, che l’Ufficio Parlamentare di Bilancio nel Focus di dicembre su “Lo stato della sanità in Italia” attestano che il Fondo Sanitario Nazionale dal 2010 al 2019, con la scusa della sostenibilità legata al prolungarsi della crisi economica, ha subito una decurtazione della somma stanziata pari a circa 37 miliardi di euro.

L’Italia, quindi, destina alla spesa sanitaria pubblica un terzo di quello che stanziano i paesi dell’area euro avvicinandosi alla soglia, ritenuta critica, del 6,5% del PIL (un valore inferiore di circa tre punti percentuali a quella di Germania 9,6% e Francia 9,5%) e destina alla prevenzione meno della metà della media europea.

Le misure volte al contenimento della spesa, sono state accompagnate e integrate da analoghe misure dirette alla riduzione del personale, blocco del turn-over, in tutta la pubblica amministrazione. In sanità la riduzione del personale ha colpito in maniera preponderante le Regioni sottoposte ai piani di rientro.

Le quali, dal 2008 al 2017, hanno visto calare di 36.700 unità i propri addetti, pari al 16%, a fronte di una riduzione totale di 42.000 unità, mentre nello stesso periodo nelle Regioni a statuto ordinario senza piano, la riduzione è stata del 2,2%.

Contestualmente, sempre con la scusante della sostenibilità del SSN, si è avviata una drammatica riduzione della rete ospedaliera e dei posti letto per acuti il cui rapporto scende a 3,7 posti letto ogni mille abitanti nel 2007 fino a 3,2 nel 2017. Questo a fronte di una media europea di 5,7 posti letto ogni mille abitanti. Media europea che vede l’Italia distante dai paesi europei avanzati, ad esempio Germania e Francia, che ne vantano rispettivamente 6 e 8.

Anche in questo caso le Regioni che hanno pagato in maniera più consistente la riduzione dei posti letto sono state quelle sottoposte ai piani di rientro. Alla riduzione della rete ospedaliera e dei posti letto per acuti, non ha fatto da contraltare lo sviluppo del Territorio e delle attività distrettuali.

Le Case della Salute e la Medicina d’Iniziativa non hanno trovato applicazione pratica, se non in alcune Regioni e solo con progetti finanziati finalizzati, mentre la continuità assistenziale e la medicina di prossimità restano concetti teorici, rimanendo la gestione e l’assistenza a carico quasi esclusivo delle famiglie.

La riduzione dei posti letto, non compensata da un sufficiente rafforzamento dei servizi territoriali, ha provocato il sovraffollamento dei Pronto Soccorso e i conseguenti sempre più frequenti episodi di aggressione nei confronti degli operatori sanitari. Non è più procrastinabile prevedere l’innalzamento del numero dei posti letto per acuti e la tutela degli ospedali e dei territori montani e periferici.

Dopo un decennio di costante sottrazione di risorse, quindi, ci ritroviamo con un sistema sanitario forse efficiente dal punto di vista economico, sempre che l’efficienza in sanità possa definirsi dal punto di vista economico, ma sicuramente carente dal punto di vista dell’accesso ai servizi, del personale, sotto finanziato e con evidenti disparità e contraddizioni fra Regioni e, all’interno delle Regioni, fra aree territoriali.

Contraddizioni e disparità che vengono ancor più enfatizzate dalla gestione, volta a principi economicistici e non di salute, delle strutture sanitarie che antepongono il rapporto risorsa/risultato a quello risultato/risorsa e dall’allontanamento dei centri decisionali dal territorio complice la riorganizzazione, anche geografica, delle AASSLL.

In questa ottica di gestione vanno inseriti anche i tentativi di introdurre varianti organizzative come l’“intensità di cure” e la “lean management” che, alla luce della cronica carenza di risorse, sembrano solo tentativi tesi a raschiare il fondo del barile e dove a “risanare” è chiamata solo una categoria, cioè i lavoratori e le lavoratrici del comparto.

Lavoratrici e lavoratori che, penalizzati da anni di blocco contrattuale hanno visto, con l’istituzione degli Ordini Professionali multi-albo, fortemente sostenuta da una incessante attività di lobby, penalizzato ulteriormente il loro reddito.

È inoltre urgente per dare risposta al bisogno di crescita, rivedere e contestualizzare la normativa sulle Professioni Infermieristiche e Tecnico-Sanitarie e di concerto con la Conferenza Stato Regioni la revisione, alla luce del reale impiego e delle mutate condizioni di lavoro, del profilo dell’Operatore Socio Sanitario e di dare attuazione alla prevista Area Socio Sanitaria.

La gestione del processo sanitario e di tutela della salute, governato e basato sull’isolamento dei centri decisionali, sulla esclusiva quadratura del bilancio ed usato esclusivamente come strumento di miglioramento della performance e dell’efficienza economica è destinato al fallimento, come dimostra la classifica dell’erogazione dei LEA che vede occupare le ultime posizioni dalle Regioni (escluse le Regioni e Provincie autonome) sottoposte a piano di rientro e commissariamento.

Riteniamo che sia di rilevante importanza cogliere il fallimento dei piani di rientro per come sono strutturati attualmente e di prevedere un dispositivo che, a fronte del risanamento dei conti, sia vincolato alla tutela e alla garanzia dell’erogazione dei servizi. Un quadro, quindi, di profonda diseguaglianza che andrebbe ad aggravarsi ulteriormente se il progetto della cosiddetta “autonomia differenziata” andasse a compimento.

È peggiorato il saldo fra mobilità attiva e passiva e, focalizzando l’attenzione sui determinanti sociali della salute e sulle differenze socio-economiche territoriali, emergono dati allarmanti sulle differenze fra Nord e Sud. Chiediamo quindi che il Ministro della Salute faccia quanto in Suo potere per impedire che la competenza sulla Sanità passi in maniera esclusiva alle Regioni che ne hanno fatto richiesta ed inoltre auspichiamo maggiori capacità di indirizzo e verifica dello Stato sulle Regioni a garanzia dell’erogazione dei LEA e del governo delle liste di attesa nonché, nello specifico, della norma sulle reinternalizzazioni contenute nel Decreto Calabria.

Sono milioni gli italiani che hanno difficoltà ad accedere alle cure per motivi economici e sono altrettanti quelli che per curarsi, a causa di liste di attesa interminabili, sono costretti a rivolgersi al privato o alla libera professione intramoenia, alimentando la spesa out of pocket.

Si esternalizzano servizi, siano essi cucine o manutenzione, pulizie o sterilizzazioni e si fanno convenzioni con il privato in settori sanitari rilevanti quali la riabilitazione, dove oramai la presenza pubblica risulta marginale o, come in Lombardia, si affida la gestione del paziente cronico e dell’anziano fragile al miglior offerente, sia esso pubblico o privato, mentre in altre Regioni si stanziano milioni di euro, con la scusa dell’abbattimento delle liste di attesa, per prestazioni da effettuarsi tramite il cosiddetto privato sociale.

Prolifera quindi, in maniera pervasiva e incontrollata, il fenomeno della somministrazione illecita di mano d’opera, realizzata mediante appalti di affidamento non genuini, così configurando, di fatto, un rapporto di lavoro alle dirette dipendenze dell’Amministrazione, assimilabile a quello con contratti flessibili che danno diritto all’accesso alle procedure di stabilizzazione.

Chiediamo quindi che la platea dei lavoratori interessati dai processi di stabilizzazione sia estesa anche a coloro che hanno lavorato per il SSN con un regime di lavoro nel quale si è prefigurata la somministrazione illecita di mano d’opera. Si foraggia inoltre il “privato convenzionato” attraverso rimborsi stabiliti da tariffe fissate nel 2012 dal Governo Monti, con una cifra stimata di circa 2 miliardi di euro all’anno.

Ad aggravare il contesto si inserisce la pratica, oramai ampiamente diffusa, della costruzione di nuove strutture sanitarie utilizzando il project financing.

Questa forma di co-finanziamento pubblico/privato, garantisce a quest’ultimo la gestione dei servizi ospedalieri non sanitari per vari decenni e va ad alimentare la compressione dei diritti e dei salari, a nutrire il sistema degli appalti e dei relativi, massicci, fenomeni corruttivi e spesso, come certificato ad esempio dalla Corte dei Conti in Toscana, l’entità delle risorse impiegate dalla componente pubblica, risulta essere anti economica.

Pur apprezzando che dalla versione licenziata del Patto per la Salute, sia sparita la formula “ricerca di tutte le forme di finanziamento” riguardo appunto l’edilizia sanitaria, pensiamo sarebbe servita più determinazione nello stabilire che gli ospedali sono pubblici e la loro costruzione e gestione lo sono altrettanto.

A fronte di tutto questo, come specificato in apertura, sono apprezzabili nel Patto per la Salute, il superamento del comma 361 della Legge 145/2018, l’aumento della percentuale di incremento per la spesa del personale dal 5% al 10% da calcolarsi sull’aumento del FSR con possibilità di portare l’incremento al 20%, la conferma del percorso di attuazione di quanto previsto dall’art. 11 comma 1 del DL 35/2019 in materia di assunzioni mediante risparmi derivanti dalla reinternalizzazione dei servizi sanitari e la possibilità, per le Regioni in equilibrio economico, di destinare alla contrattazione integrativa risorse aggiuntive nel limite del 2% del monte salari regionale rilevato nel 2018.

Come apprezzabile è, nella Legge di Bilancio 2020, la riformulazione dell’art.11 del Decreto Calabria sul tetto di spesa del personale che non può superare quello del 2018, anche se è evidente che le Regioni con piano di rientro, come visto, hanno subito una forte riduzione del numero degli addetti e quindi beneficeranno ben poco di questa variazione; la modifica alla Legge Madia sul superamento del precariato che estende la possibilità per le amministrazioni di assumere a tempo indeterminato fino al 31 dicembre 2022 ed il termine entro cui i lavoratori e le lavoratrici devono aver maturato almeno tre anni di servizio, anche non continuativi, negli ultimi otto anni, viene spostato a fine dicembre 2019 e nel Decreto “milleproroghe” attualmente in esame, è stato presentato un emendamento che porta il termine al 31 dicembre 2020, l’abolizione graduale del super ticket che però in svariate Regioni è già stato abolito e quindi non sarà una misura di impatto generale.

Mentre rimane a nostro avviso invariato l’approccio per quanto riguarda il “secondo pilastro”, cioè i fondi sanitari integrativi per i quali chiediamo di eliminare le agevolazioni fiscali

Le misure, accompagnate da un lieve incremento del FSN, sembrano sì denotare un cambio di approccio nella governance del SSN, ma risultano ampiamente insufficienti a sanare e compensare tutte le criticità che si sono palesate in anni di definanziamento e sottrazione di risorse.

USB ritiene non più procrastinabile, per tornare a garantire il SSN universale e il rispetto dell’art. 32 della Carta Costituzionale, tornare a investire massicciamente in salute, in sanità e nel personale che le garantisce e chiediamo quindi al Ministro della Salute On. Speranza di adoperarsi affinché si ottenga, nel quinquennio 2021 – 2025 il recupero dei 37 miliardi sottratti dal 2010 al 2019 al Fondo Sanitario Nazionale e l’ individuazione di una soglia minima, parametrata sugli standard europei avanzati, del rapporto spesa sanitaria/PIL, nonché la previsione di un incremento percentuale annuo costante.

Domandiamo al Ministro di adoperarsi affinché venga creata una cornice normativa mediante la quale le Regioni possano provvedere a un piano straordinario di assunzioni, subordinandola alla programmazione del proprio fabbisogno, che interessi in maniera particolare le Regioni con piano di rientro. Piano di assunzioni che, a partire dai 100.000 infermieri necessari a portare, perlomeno, il rapporto infermiere\popolazione nella media europea, comprenda tutti i profili professionali.

Chiediamo inoltre, la reinternalizzazione dei servizi in affidamento a cooperative e privato sociale, la reinternalizzazione della rete dell’Emergenza Urgenza e del 118 e una approfondita revisione normativa che impedisca alle Regioni, come sta accadendo in questi giorni nel Lazio al Policlinico Umberto I e al Sant’Andrea, di continuare a affidare interi reparti ospedalieri alla gestione privata.

Fonte

11/06/2019

Il “pacco” della salute del governo gialloverde

La seconda bozza del Patto della Salute 2019-2021 è, se possibile, peggiorativa rispetto alla prima.

Rimangono infatti tutte le criticità e gli aspetti negativi che USB aveva già evidenziato e si aggiunge la mannaia del taglio del finanziamento al Fondo Sanitario Nazionale in caso di peggioramento del quadro macroeconomico. La clausola non è nuova, è stata infatti già introdotta dal MEF nel precedente Patto e, proprio per questo, lascia presagire un futuro fatto di annunci pubblici di rilancio del SSN e tagli occulti subordinati all’andamento economico del Paese.

Il documento riconosce la quasi totale autonomia delle Regioni in materia sanitaria e sembra preparare e favorire il terreno al progetto sull’Autonomia differenziata che è lecito immaginare, subirà una forte accelerazione dopo le elezioni europee.

Con la scusa dell’urgenza si sollecita la ricerca di tutte le fonti di finanziamento disponibili per l’edilizia sanitaria che si traduce nella pratica del project financing e la conseguente cessione per decenni al privato dei servizi ospedalieri non sanitari.

Viene ribadita la reintroduzione surrettizia di un sistema mutualistico mediante la massiccia detassazione dei Fondi sanitari integrativi e la creazione, di fatto, di un sistema sanitario parallelo differenziato per ceto economico, dal quale guadagnerà la speculazione finanziaria accrescendo le disuguaglianze e l’ingiustizia sociale.

Nonostante i drammatici effetti della riduzione dei posti letto, della carenza di personale e delle esternalizzazioni di interi servizi siano sotto gli occhi di tutti, si prevede di abbassare ulteriormente la soglia dello squilibrio di bilancio per l’ingresso nel Piano di rientro e il commissariamento, introducendo il partenariato e l’affiancamento delle Regioni commissariate da parte di quelle cosiddette “virtuose”... praticamente chi ha tagliato bene e prima è chiamato ad esportare tale “virtù” in altre regioni.

Viene messa in discussione la libertà individuale di cercare il percorso di cura migliore, mediante una stretta della mobilità sanitaria verso altre regioni attuata attraverso accordi regionali che limitano tipologia e numero di prestazioni.

Tutto questo va chiaramente ad inficiare l’unico aspetto positivo del Patto, cioè l’abolizione del superticket di 10 € sulle prestazioni specialistiche e la graduazione della partecipazione alla spesa in funzione del reddito; misura questa che si prevede debba avvenire senza aumento delle spese e, quindi, finanziata da tagli e privatizzazioni.

L’USB di fronte a un simile scenario e per garantire la Sanità pubblica, solidale e universale, non può far altro che continuare a chiedere:

– l’ aumento costante e progressivo del Fondo Sanitario Nazionale;

– la garanzia della reale erogazione dei LEA in tutte le Regioni;

– il blocco definitivo del progetto di Autonomia differenziata;

– un massiccio piano di assunzioni tale da garantire tutela e sicurezza del personale e erogazione adeguata dei servizi;

– l’eliminazione del regime di libera professione intramoenia.

Fonte

04/04/2017

Storie cinesi al porto di Livorno: rischi ed opportunità

La visita della qualificata delegazione cinese a Livorno, con i vertici della China Railway e qualche mediatore finanziario, non è di quelle che passano inosservate. Tantomeno se porterà a quell’investimento sulla Darsena Europa che, fino a non molto tempo fa, sembrava davvero un miraggio. Naturalmente in queste vicende non bisogna lasciarsi abbagliare dai numeri e dai nomi, e si devono capire le opportunità e le criticità che offre l’eventuale concretizzazione della visita della delegazione cinese.

Questo approfondimento si divide in vari paragrafi cercando di dare al lettore una chiave per la comprensione di certi processi di livello internazionale, sia per la logistica sia per l’entità delle produzioni in settori di base come l’acciaio. Il surplus produttivo della Cina con l’orientamento ad investire verso maxi infrastrutture talvolta non si traduce direttamente in benessere ma nel suo contrario in termini di speculazioni fini a se stesse che creano bolle finanziarie e consumo di territorio inutilizzabile per lunghi periodi. L’articolo che segue è propedeutico al convegno su Porti e Logistica del prossimo 5 aprile a Livorno, per cercare di essere pronti e critici nei confronti di eventuali presentazioni mistificanti e completamente fuori dalla realtà a cui la politica nazionale tenta di sottoporci quotidianamente. Ma serve anche per cercare di capire come e perché i capitali cinesi siano interessati anche a Compagnia Portuali (CILP) e all’acciaio di Piombino.

Riassumendo: c’è interessamento concreto per la Darsena Europa almeno fino a quando i possibili investitori cinesi non faranno una valutazione definitiva sul bando. C’è interesse su infrastrutture ferroviarie, interporto e una trattativa seria con Cilp. Le ricadute di un accordo cinesi-Cilp sarebbero già immediate e andrebbero testate in uno scenario che, oltre alla questione Darsena Europa, vede criticità su dighe foranee, scavalco e Scolmatore. Ma, se l’investimento cinese diventasse sistematico, che tipo di logica può prendere piede? Qui la politica deve stare con le orecchie ben dritte, perché ci sono due atteggiamenti standard, che si sono riprodotti in tutto il mondo, verso i quali i soggetti locali devono mostrare capacità di regolazione e di trattativa. Con un occhio di riguardo verso la filiera degli appalti, perché non è detto che portino ricadute sul territorio, come già sperimentato in Africa.

Per chi vuole approfondire ulteriormente ci sarebbe da toccare il Piano OBOR (One Belt and One Road), autorizzato dal Consiglio di Stato cinese nel 2015 e che traccia una vera e propria linea di politica economica estera in termini di logistica, quindi ferrovie e porti, per il paese del Dragone che si attiverà attraverso project finance e accordi bilaterali.

1) Il modello di investimento cinese all’estero.

Le esigenze del sistema Cina verso l’estero nell’ultimo ventennio sono state tre: l’esportazione della costruzione di infrastrutture, di merci e di capitali, nelle dimensioni tali da soddisfare soggetti che crescevano in un contesto di gigantismo economico e finanziario. Naturalmente, l’elemento indispensabile per le prime due necessità, espresse dal sistema Cina, era la movimentazione di capitali. Potremmo dire che il modello espresso nel mondo infrastrutturale è stato “vendere merci cinesi tramite capitali o intermediari cinesi” e tra le merci qui ci stanno anche i servizi finanziari oltre che fornitura di infrastrutture. Mentre per le merci fisiche la logica è sempre stata quella di tenere bassa la moneta nazionale (anche a costo di creare bolle finanziarie). Una logica comunque di sistema che, dal dopoguerra, ha fatto ad esempio la fortuna di paesi come la Germania (senza le bolle esportate però, intelligentemente, altrove dalla Spagna alla Grecia agli stessi Usa). Una logica, quella della penetrazione delle infrastrutture cinesi con capitali di Pechino, che si è espressa in Africa come negli Stati Uniti. In questo schema c’è però una novità. E quando si parla di costruzione di infrastrutture e di sinergie portuali non è una novità da poco. Riguarda proprio la movimentazione di capitali, la precondizione di ogni movimento infrastrutturale. Negli ultimi mesi si è infatti materializzata la restrizione, da parte del governo di Pechino dei movimenti di capitali verso l’estero visto anche, ma non solo, il timore che anche il timido rialzo dei tassi di interesse Usa possa far fuggire i capitali americani in luogo, aumentare l’indebitamento del paese (espresso in dollari) e provocare una fuga generalizzata dei capitali cinesi verso gli Stati Uniti o l’Europa. Le misure prese dal governo cinese devono esser ben chiare a chi si occupa di infrastrutture: in base alle nuove regole introdotte a partire dall’inizio del 2017, sono previsti controlli più ferrei sui movimenti di capitali da parte delle banche, in particolare, gli istituti di credito di Shanghai devono importare renminbi, la valuta cinese, in eguale misura all’ammontare delle esportazioni. Ancora più vincolanti i limiti per le banche di Pechino, che dovranno, a quanto si apprende da stampa specializzata, fare rientrare cento renminbi per ogni ottanta che i clienti intendono portare all’estero, garantendo un forte afflusso netto di capitali. Non è quindi un caso che il rappresentante di China Railway si sia presentato non tanto con la banca cinese dell’Export-import, il colosso bancario che solo nel 2010 ha firmato e finanziato progetti fuori dalla Cina per oltre 100 miliardi di euro, ma con un attore finanziario che opera con fondi offshore (come da descrizione di stampa locale). Significa che eventualmente la sinergia, per l’operazione Darsena Europa, è tra China Railway e un attore di fund-raising viste le restrizioni finanziarie presenti per l’investimento diretto da Pechino. Ma, anche qui, si fa presto a dire un attore quando si tratta di fund-raising. Prima di tutto perché vanno raccolti fondi fuori dalla Cina e trasferiti verso l’Italia con un veicolo finanziario adatto (la vicenda Milan è un esempio di quanto siano difficili operazioni del genere e quanto possano lievitare i costi finanziari del fund-raising). Poi perché l’eventuale presenza di un attore cinese nel finanziamento deve seguire una procedura politica (è la parola giusta) riassumibile in questo schema, redatto tra l’altro poche settimane prima del periodo delle restrizioni.

2) Il bando per la Darsena Europa e CILP

È quindi comprensibile che gli operatori cinesi abbiano mostrato fretta nell’acquisire la documentazione per partecipare alla gara della Darsena Europa. Non solo perché scade il 21 maggio, dopo un periodo di rinvii, ma anche perché, eventualmente, lo schema della raccolta dei finanziamenti deve essere necessariamente complesso. Trovando una sponda societaria, o una società ad hoc, a Livorno altrimenti più che una partecipazione ad una gara tutto questo può diventare un calvario senza risultati. Nel caso i cinesi, vedremo in che forma, partecipassero al bando sulla gara della Darsena Europa capiremo se la forma giuridica del bando è adatta alle modalità di costruzione della raccolta di capitali così come si configurano in questi soggetti. Ricordiamo che il bando è stato costruito entro uno schema politico che prevedeva il finanziamento di più soggetti pubblici, tra cui la regione che ha messo a bilancio il pagamento degli interessi del capitale prestato nel tentativo di restrizione dei livelli di rischio dell’investimento, e un soggetto privato di fund-raising. Vedremo se questo schema, che all’epoca pareva troppo affollato di soggetti finanziatori per tenere, passerà la prova dei fatti entro lo schema giuridico-normativo che si è data l’Authority, oppure se muteranno le condizioni reali di finanziamento dell’opera. Sarebbe interessante anche sapere cosa si sono detti, nel loro incontro, il ministro Delrio e il rappresentante di China Railway. Il primo, in occasioni anche pubbliche, ha parlato di rischio di overcapacity dei nuovi progetti infrastrutturali nei porti italiani, il secondo, invece, sulla overcapacity, in Cina e non, ci cresce.

Entrambi i temi, la questione della tenuta finanziaria del bando e quella della convergenza, e divergenza, di opinioni tra autorità italiane e cinesi sono fondamentali per stampa e politica locali. Perché fanno la differenza tra un’occasione di sviluppo e una per l’ennesimo inutile effetto annuncio. Anche perché, al di là del meritato rispetto e della dovuta cortesia verso la China Railway, c’è da capire pubblicamente e chiaramente davvero chi vorrebbe fare cosa. Ad esempio, se è vero, come confermato da più fonti, che la China Railway ha mostrato, nella sua visita livornese, interesse per la rete ferroviaria portuale locale è anche vero che, in tutto il mondo, ci risulta che, dall’Algeria all’Uganda al Sudan al Lagos, sia stata ovviamente capofila solo di progetti ferroviari. E se andiamo a vedere i progetti vetrina della China Railroad International non c’è un porto. Non solo, nelle scorse settimane la China Railway ha inaugurato un viaggio ferroviario, di vagoni merci che trasportano container, da Pechino a Londra. Questo investimento è complementare o concorrente della China Railway a un investimento nei porti del Mediterraneo? Non è una questione piccola né va affrontata a colpi di slogan.

Insomma, dando un’occhiata a ciò che questa azienda dice di sé, e che oggettivamente fa, il soggetto China Railway è più ferroviario che portuale. Certo stiamo parlando di parte di una holding vastissima, che comprende anche una società che costruisce porti, ma è anche vero che, in questi casi, capire chi dovrebbe fare cosa è essenziale per capire se gli affari possono funzionare o meno. Perché un dettaglio insignificante magari per l’opinione pubblica è invece essenziale per la politica e l’economia. Per capire se l’operazione, ci venga consentito il gioco di parole, può andare in porto.

Dalla qualità del fund-raising e della cordata costruttrice della eventuale Darsena Europa dipenderebbe, infatti, non poco del futuro del territorio. E siamo di fronte ad un ambito, quello del territorio, che di criticità infrastrutturali ne presenta. La prima è la questione irrisolta delle dighe foranee, la seconda il fatto che il finanziamento del famoso “scavalco” ferroviario, indispensabile in prospettiva Darsena Europa, è ancora in forse, la terza, last but not least, è che i fondi per i lavori allo Scolmatore sono finiti nella vicina provincia di Pisa (e sarebbe una questione sulla quale la politica locale si dovrebbe interrogare evitando anche che qualcuno tiri la coperta corta dei finanziamenti in una logica di guerra di vicinato). Ma c’è anche un’altra criticità in tutto questo scenario: nel caso il bando sulla Darsena Europa non andasse a buon fine il ripiegamento su una ipotesi di Darsena Light non sarebbe automatico. Come nel gioco dell’oca, dal punto di vista tecnico, giuridico e istituzionale bisognerebbe ricominciare tutto da capo anche dal punto di vista della cernita della disponibilità di finanziamenti istituzionali. Questioni non da poco, tutte queste messe sul tappeto dalle dighe foranee passando allo Scolmatore per arrivare al bando, che si sovrappongono al certo sbarco di Infracapital a Livorno e alla vicenda, per ora solo ipotetica, dell’interessamento cinese verso il nostro territorio.

Da quello che poi ci è stato confermato da più fonti l’interessamento della delegazione cinese è stato sia verso la Darsena, sia verso la rete ferroviaria, sia verso l’Interporto come verso la compagnia portuale, la Cilp. Se la questione Darsena sembrerebbe il tentativo di investimento grazie al quale posizionarsi sulle infrastrutture ferroviarie o sull’Interporto, la trattativa Cilp-soggetti cinesi avrebbe, se andasse a buon fine, già un grosso immediato impatto sul territorio. Fonti qualificate ci riferiscono, per l’interessamento cinese verso Cilp, di uno stato comunque serio di trattativa. Si parla apertamente di investitori provenienti dall’ambito real estate, immobiliare, interessati al posizionamento nel nostro porto. Se l’operazione si chiudesse, qualsiasi fosse la quota ceduta ai soggetti cinesi, si aprirebbe uno scenario inedito per la città, e il lavoro portuale, ma si farebbe anche più chiaro lo scenario dell’interessamento cinese per il nostro scalo. Uscendo dal rango di ipotesi per entrare nella dimensione pratica.

3) La via della seta, gli investimenti reali, le bolle finanziarie

A questo punto bisogna comunque capire se la mappa delle vie della seta presentata pochi mesi fa dalle autorità cinesi a Bloomberg (il numero uno dei servizi di analisi finanziaria al mondo) va riscritta o Livorno trova comunque una sistemazione periferica. Come si vede esiste, nelle intenzioni progettuali del governo cinese, una linea arancione scura, quella ferroviaria, e una blu, quella marittima. Una linea di terra e una di mare. Certo, visto che l’autorità portuale è, oggi, di Livorno e Piombino, già che ci siamo, ecco il tipo di tendenza all’export dell’acciaio cinese (sempre linea blu) che queste nuove vie della seta devono supportare.

C’è quindi da capire, a parte la questione dell’acciaio e di Piombino, se la cartina (recente, tra l’altro) delle nuove vie della seta va di aggiornata, con Livorno e il Tirreno che trovano un proprio ruolo, oppure quale sia l’effettiva dimensione dei nostri territori se (il condizionale è d’obbligo) entrano nell’orbita degli investimenti cinesi. Naturalmente, e questo vale sia per impegno infrastrutturale delle vie della seta come per la Darsena Europa, dirimente, per capire il tutto, è lo stato dei vari project-financing.

BMI Research Singapore, che fa parte del gruppo Fitch (la nota agenzia di rating) monitorizza da tempo l’intera operazione vie della seta. Dalla Cina all’Europa ed è in grado di fare pronostici più di qualche improvvisato articolo di giornale, suggestionato da qualche biglietto da visita offerto dall’intervistato. Bene, finora BMI ha parlato di investimenti del governo cinese che rendevano più sopportabili i rischi dell’impresa nella stabilizzazione delle vie della seta. Ed è da valutare l’impatto delle restrizioni di capitale cinese verso l’estero in tutto questo scenario. Prima di parlare, come ha fatto certa stampa locale di arrivo di “uomini d’oro” dalla Cina, che accendono inutili immaginazioni, dopo aver titolato di piogge di milioni da Firenze (anzi da Bientina, con Rossi a gettarli sulla città), vanno davvero inquadrati gli scenari commerciali, infrastrutturali ma soprattutto finanziari (sono quelli che decidono davvero) che manifestano concretezza.

Il primo punto, fissato da Forbes (che è una delle riviste finanziarie top del pianeta) è quella che viene chiamata “mentalità della bolla”. Un modo di operare pubblico e privato che privilegia, nella costruzione della infrastrutture, la raccolta di fondi in qualsiasi modo nella fase della costruzione finanziaria del progetto. Senza un vero rapporto tra tenuta della fase di raccolta fondi e sviluppo del progetto. Il risultato sta, in Cina, in esplosione di bolle finanziarie che lasciano progetti incompiuti o cattedrali nel deserto. E se ne sono accorti gli stessi cinesi che da tempo si domandano come evitare fallimenti dei loro progetti all’estero. Qui, certi titolisti improvvisati dovrebbero leggersi la domanda che i cinesi rivolgono a sé stessi ovvero sul perché i loro progetti falliscono all’estero.

Certo, dei progetti cinesi non ci sono solo i fallimenti ma saper, bene, dove il potenziale investitore rischia di sbagliare non è questione secondaria. Il fatto che anche gli stessi cinesi siano consapevoli del problema può rappresentare un punto positivo.

Quindi invece di titolare “uomini d’oro”, con racconti da ingenui di provincia pronti ad essere spennati (anche perché gli “altri” leggono...), la stampa locale, assieme alla politica, deve stare attenta alla fattibilità finanziaria dei progetti e al rapporto tra finanza e infrastrutture. Se i project-financing sono falliti in Italia, e se la Cina non è esente da questi fallimenti all’estero, evitare un atteggiamento di regolazione non solo normativa ma diplomatica e in fase di trattative potrebbe essere un problema.

4) Gli appalti

Altro punto verso la quale la stampa e la politica locale devono stare bene attenti è quello della filiera degli appalti. Non è un caso se, tra i componenti della delegazione cinese, qualcuno si sia informato proprio su questo argomento. Già, perché la tendenza di questo genere di operazioni è, se lasciata indisturbata, “all China”: capitali cinesi, o raccolti da cinesi, governo, nel rispetto formale delle autorità locali, saldamente nelle mani del Dragone, e quante più ditte possibili che vengono dalla Cina. Del resto bisogna far quadrare un complesso quadro finanziario, tenere un certo livello di profitto e di produttività. La tendenza è quella di riprodurre, vizi e virtù, l’interna catena dalla moneta alla costruzione, alla rete delle ditte proprio all’estero. Il punto non è solo che il modello “all China”, ampiamente sperimentato in Africa, ha delle criticità sul piano dei vantaggi per le economie territoriali. Ma anche che tende a riprodursi, criticità comprese, nei paesi occidentali. Si guardi alle considerazioni che fanno le autorità neozelandesi proprio su un investimento diretto nelle infrastrutture locali e portuali nel quale sarebbe presente proprio China Railway. È vero che stiamo parlando di un paese geograficamente agli antipodi dell’Italia ma di una economia storicamente occidentale, con autorità strutturate, con efficienza, per attirare investimenti globali. Quello che dicono le autorità neozelandesi è chiaro: vanno bene gli investimenti cinesi, abbiamo bisogno di fondi per le infrastrutture, ma l’affare si fa solo se è chiaro cosa ci guadagna l’economia territoriale anche in termini di partecipazione diretta ai lavori. Altrimenti diventa un investimento di cinesi per la Cina, di cui l’estero è solo un pretesto.


Non dare nulla per scontato, specie negli appalti, è un punto al quale eventualmente stampa e politica locale sono chiamati a intervenire. Va anche aggiunto che l’Unione Europea, per la costruzione della nuova ferrovia Belgrado-Budapest (nella foto la firma dell’accordo) da parte proprio della China Railway, ha fermato la parte di concessioni che la riguardano proprio a causa dei troppi appalti Cina su Cina.

Anche saper creare precedenti in grado di poter ragionare da pari a pari è un’ottima medicina per le criticità. Se è vero che una delegazione cinese è stata ospitata in comune, ed è un fatto positivo, è altrettanto vero che la strategia dell’attesa dell’investitore cinese che si innamora è insensata. Come ha fatto la compagnia portuali bisogna andare da quelle parti per essere accettati. E ci sono diversi programmi di ricerca e cooperazione locali, finanziati dalle autorità regionali, che possono fare al caso di Livorno. Basta non pensare di vendere loro quello che hanno già e avere un’idea chiara dei prodotti da proporre in joint-venture. Anche qui la politica può fare molto se esce dalla routine delle polemiche inutili e dagli effetti annuncio su Facebook.

Facciamo infine un’operazione politica: guardiamo oltre il prossimo quarto d’ora. La comunità cinese di Livorno è cresciuta, in un trend di presenza nazionale abbastanza stabile, del 30% nel nostro territorio dall’inizio della crisi. Si pensa forse che investimenti nel porto e presenza sul territorio siano separate? Ad un certo punto le due dimensioni fanno sinergia. La presenza cinese predilige i porti, a Oakland, tra penetrazione tecnologica e di capitali e presenza di popolazione, ad un certo punto il sindaco eletto era una donna cinese. Scenari lontani? Fantascienza? Certo, niente si ripete allo stesso modo, l’Italia non è la California, ma forse non si è capito quanto la globalizzazione oggi acceleri i processi di cambiamento dei territori. Quelli che cambiano l’asse reale dei poteri sui territori e la loro direttrice economica.

L’investimento cinese può essere un’opportunità o un grave rischio. Di sicuro l’improvvisazione in questo scenario i rischi, se ci sono, li amplifica. Comunque andrà questo scenario, aggiunto alla presenza reale di Infracapital, il futuro di Livorno sarà inedito, non sperimentato.

Redazione, 3 aprile 2017

Fonte

09/08/2016

Ap…profitti ospedalieri: danni, costi e storture del project financing

Pubblichiamo l'articolo di apertura del Senza Soste cartaceo n.117 attualmente in distribuzione. Lo facciamo a seguito delle polemiche riapertesi sulla questione nuovo ospedale, project financing e corruzione in seguito all'arresto di Saverio Guerrato, imprenditore edile a capo dell'azienda che avrebbe vinto la preselezione per la costruzione del nuovo ospedale di Livorno. Come abbiamo detto più volte, noi non facciamo cronaca e non partiamo dalla cronaca per spiegare i sistemi e le scelte politiche. Certo, le grandi opere in Italia sono sempre state sinonimo di corruzione e criminalità organizzata, basta vedere il Tav ad esempio, ma un'opera deve essere innanzitutto combattuta o sostenuta per la propria utilità/inutilità pubblica, la propria convenienza/non convenienza nel rapporto fra costi e benefici e per il proprio impatto su salute e ambiente. Proprio per questo nel giorno delle polemiche sulla corruzione legata al nuovo ospedale, noi rilanciamo con questo articolo in cui Daniele Rovai, autore nel 2013 del libro-inchiesta “La nuova sanità toscana – I 4 nuovi ospedali toscani e la legge truffa del project financing" ci racconta di tutti i danni, i cambiamenti, i costi e le storture che gli ospedali toscani in project financing hanno portato. Buona lettura. 

Redazione, 5 agosto 2016

vedi anche

Ap…profitti ospedalieri

La Regione Toscana continua a spingere per la costruzione di un nuovo ospedale a Livorno e nega i finanziamenti per la ristrutturazione di quello di viale Alfieri. Ma nei nuovi ospedali costruiti con il project financing non tutto sembra andare per il verso giusto: come a Lucca, dove vengono pagati al concessionario 72.000 pasti all’anno a fronte dei 49.700 necessari

Nel 2003 la Regione Toscana decide di realizzare 4 nuovi ospedali. Da qualche anno, partendo da uno studio dell’oncologo Umberto Veronesi (nel 2000 ministro della Salute), l’idea del sistema di accoglienza ospedaliera è radicalmente cambiata. Fine dell’ospedale come unico momento di cura (sia che si tratti di un mal di pancia o di un’operazione al cuore), valorizzazione del territorio con strutture alternative che si occupino delle malattie croniche e realizzazione di strutture ospedaliere che trattano solo le patologie acute e non croniche, ospedali all’avanguardia tecnologica dove si sta il tempo necessario per risolvere il problema, per poi essere trasferiti per la convalescenza su strutture periferiche.
 
Ospedali per acuti, questa la loro definizione. Fine dei reparti come li conosciamo, fine del primario che controlla il suo reparto. Adesso ci sono i settings e un tutor si prende cura del paziente, chiamando il consulente (dottore, primario) più adatto a fornire una diagnosi. Infermieri con maggiori responsabilità ed esperti in più discipline. Fine della specializzazione. Sale operatorie multifunzionali dove operare. Intorno all’ospedale, nel territorio, strutture per la cura e la prevenzione, le cosiddette Cds (Case Della Salute) e strutture per la lungodegenza. Una rivoluzione copernicana, per capirci. Oggi che gli ospedali sono stati costruiti e sono entrati in funzione ormai da due anni, non è ancora andata a regime né la sanità del III millennio concepita dalla mente del professor Veronesi, né tanto meno la riforma sanitaria voluta nel 2005 dal presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, che prevedeva lo sviluppo della sanità sul territorio per dare un senso alla costruzione dei nuovi ospedali. Al contrario sono aumentati i problemi.

Nuovi ospedali con meno posti letto. Totale mancanza delle strutture territoriali, con conseguente ingolfamento dei Pronto Soccorso, con pazienti che stazionano sulle barelle per giorni, oppure pazienti sistemati nei letti di chirurgia per la mancanza di posti letto in medicina, con conseguente rinvio di operazioni. Quindi lunghe liste di attesa per esami ed interventi, sebbene nei nuovi ospedali ci siano ben 14 sale operatorie.

Il caos ed un emergenza continua. Di innovativo ci sono stati tagli al personale, blocco del turn over e tagli dei servizi territoriali con chiusure e accorpamenti dei distretti.

Il progetto dei 4 nuovi ospedali, cantierizzato nel 2010 e concluso a fine 2015 con l’apertura del nosocomio di Massa e Carrara (il primo ad aprire a luglio 2013 è stato quello di Pistoia, seguito a settembre 2013 da quello di Prato e a metà 2015 da quello di Lucca), è stato realizzato usando la finanza di progetto. Si tratta di una tipologia di contratto che prevede la completa gestione dell’opera, dal progetto iniziale, alla costruzione, alla gestione, da parte di un costruttore privato denominato concessionario. Nel codice degli appalti pubblici, la cosiddetta Legge Merloni, il concessionario realizza l’opera finanziandola interamente. Il concedente, la pubblica amministrazione, in cambio concede al costruttore di gestire per un determinato periodo di tempo (massimo 20 anni) la struttura cosi da ottenere un ricavo. È chiaro che con la concessione si possono costruire infrastrutture che producono reddito (parcheggi, teatri, ponti, ecc.), le cosiddette opere calde. Grazie all’introduzione nel codice degli appalti pubblici della formula della Finanza di Progetto come variante della Concessione, il costruttore-concessionario ha delle facilitazioni. Deve finanziare l’opera in parte anche se gestirà tutto il progetto. Potrà scegliere direttamente le ditte con cui collaborare alla costruzione dell’infrastruttura. Deve farsi prestare i soldi per finanziare l’opera da una banca che non potrà, però, rifarsi sui beni del costruttore nel caso il costruttore non sia in grado di rendere il prestito.

Si può costruire in Finanza di Progetto anche opere che non generano reddito, dette opere fredde, come una scuola, un ospedale, utilizzando comunque la formula della Concessione. Sarà cura della pubblica amministrazione (nel caso dei 4 ospedali le 4 Asl di riferimento) stipulare un contratto dove, a fronte di un canone annuo riconosciuto al concessionario, questi fornisce tutti i servizi che servono a tener aperta e mandare avanti la struttura, così da rientrare del finanziamento. Nel caso dei 4 ospedali il concessionario fornisce i servizi di mensa, lavanderia, portierato, Cup, pulizia, manutenzione, per fare degli esempi. Inoltre gli è stato permesso di poter usufruire di alcuni spazi dei nuovi ospedali per realizzare strutture commerciali, ovvero non solo bar ed edicole, ma anche pizzerie al taglio, parrucchieri, parafarmacie, sportelli bancari. Ambienti commerciali da cui generare ulteriore reddito.

Il costo di costruzione dei 4 nuovi ospedali è stato di circa 270 milioni, che sono arrivati a 534 milioni di euro con gli arredamenti e l’acquisto di nuove attrezzature. Il contributo del pubblico è stato di circa 397 milioni, mentre il contributo del costruttore di circa 85 milioni. La gara licenziata dalla Regione Toscana nel 2003 prevedeva un esborso del costruttore del 25% del costo di costruzione. Il contratto per la gestione dei servizi non sanitari per i 4 nuovi ospedali, calcolato nel 2007 in circa 54 milioni di euro annui per 19 anni, porterà nelle casse del concessionario circa 1 miliardo e 140 milioni di euro.

Oggi si può affermare che la gestione dei servizi sanitari di questi nuovi ospedali costa di più che in quelli ormai chiusi. Dai dati licenziati dalle Asl di riferimento si certifica come siano aumentati i costi di manutenzione (+ 26%), la manutenzione degli impianti tecnologici (+55%), la gestione delle pulizie (+9%) e come ci siano dei costi nuovi, come il trasporto automatizzato (422.000 euro l’anno) o la sterilizzazione dei ferri chirurgici che è passata dai 100.000 euro della gestione interna al 1.000.000 di euro con l’esternalizzazione del servizio. Clamoroso cosa scrive l’Asl di Lucca riguardo ai pasti per il personale. Il business plan del costruttore ha previsto per quell’ospedale la produzione di 72.000 pasti all’anno. Peccato che i pasti necessari siano soltanto 49.700, come scrive la Asl, e che quindi se tale differenza negativa sarà mantenuta si renderà necessario trovare il modo di utilizzare i pasti in eccedenza, considerato il fatto che comunque il numero minimo di 72.000 dovrà essere pagato.

Degno di nota riportare cosa ha scritto il Sole 24 Ore ad aprile 2014 riguardo alla costruzione in Finanza di Progetto di alcuni ospedali costruiti in Veneto. Si prende l’esempio del nuovo ospedale di Santorso nell’Alto Vicentino. Grazie alla documentazione raccolta da un’associazione di abitanti di Schio è dimostrato come al concessionario, Summano Sanità, siano stati riconosciuti per 24 anni interessi tra il 19 ed il 20% per il canone di disponibilità del nuovo ospedale, la gestione degli spazi pubblicitari e i parcheggi. E addirittura del 22% per il noleggio di attrezzature sanitarie. In pratica il concessionario ha praticato prezzi fuori mercato producendo una gestione che assicura introiti garantiti con guadagni importanti. Un sistema sanitario che non funziona. Ospedali più piccoli ma che di gestione costano più di quelli vecchi.

Li avranno almeno costruiti bene? Non sembrerebbe. A metà 2014 - sono già operativi i nosocomi di Pistoia e Prato - un solerte funzionario della Asl di Lucca licenzia una delibera dove si chiede l’intervento di un azienda specializzata nel collaudo di strutture ospedaliere, la H.C. Consulting. Il motivo è che essendo i 4 nuovi ospedali identici, il funzionario vuole essere sicuro di non ritrovarsi con i problemi dei due già aperti. La delibera finisce nelle mani di un consigliere comunale che la rende pubblica. Si scopre così che sia a Pistoia che a Prato si sono riscontrati: 1) non conformità delle pressioni aeree nei locali di isolamento del reparto di malattie infettive sia per l’assenza di tenuta delle porte delle zone filtro sia per la carente sigillatura delle pareti divisorie tra le stanze di degenza; 2) criticità di tenuta delle zone filtro anche nelle stanze di degenza destinate all’isolamento respiratorio dei pazienti in reparti diversi dalle malattie infettive (rianimazione, pediatria, ostetricia, terapia intensiva neonatale); 3) riscontro di impropria immissione di aria esterna non proveniente dall’impianto di ventilazione specifico nelle sale operatorie, con conseguente contaminazione particellare; 4) riscontro di malfunzionamento dei sensori di rilevamento delle pressioni aeree nelle sale operatorie; 5) riscontro di non rispondenza ai requisiti di legge dell’acqua destinata al consumo umano distribuita dalla rete idrica ospedaliera.

Con l’apertura a inizio 2015 del quarto ospedale, quello di Massa e Carrara, il progetto è completo. In quasi due anni di esercizio di quelli di Prato, Pistoia e Lucca, ci sono stati problemi su problemi. Da piccole cose, come la spesa di 30.000 euro a Pistoia per l’installazione di 4 lame d’aria all’ingresso principale perché il sistema di entrata-uscita a doppie porte non funzionava, alla constatazione che l’eliporto del nuovo ospedale di Lucca non è funzionale, causa la vicinanza con alcune abitazioni che vedrebbero volar via il tetto delle loro case dalle turbolenza provocate dalle pale dell’elicottero Pegaso.

Daniele Rovai - Articolo tratto da Senza Soste cartaceo n.117

29/12/2015

L'aria che tira a Torino 2. Fra debito e speculazione edilizia

Continua il nostro ciclo di articoli su Torino e dintorni. Dopo esserci occupati della deindustrializzazione e delle velleità di sostituirla con turismo e servizi, oggi ci occupiamo di un altro motore della “crescita” torinese: la speculazione edilizia (possibilmente pagata a debito pubblico).
Proprio prima delle feste la Regione Piemonte ha annunciato in pompa magna il progetto del "Parco della salute": un mega investimento da 600 milioni di euro (ma "Repubblica" parla già di 800-900 milioni) che dovrebbe riunire in un unico polo, al Lingotto, "tutto il patrimonio dell’attuale azienda ospedaliera, in termini di professionalità e tecnologie, (...) idem per le attività relative alla Facoltà di Medicina e di Chirurgia dell’Università di Torino" (da “La Stampa”, 22/12/2015) . Più di 5000 studenti e 1040 posti letto per i pazienti, partenza lavori prevista nel 2017 e fine dei lavori fissata nel 2021.

Tutto molto bello, ma come si finanzia? Qualcosa metterà lo stato, e poi si metteranno in vendita gli ospedali Molinette, Sant'Anna e Regina Margherita, che sarebbero a questo punto inutili. E il resto? Così ad occhio e croce si pagherà a debito. Bazzecole per una regione che ha quasi 6 miliardi di euro di disavanzi, in parte proprio imputabili ai disastri compiuti dalle ultime giunte sulla spesa sanitaria.

I privati già si leccano i baffi: il loro coinvolgimento è giudicato "essenziale per integrare i fondi pubblici: si punta ad un affidamento per la costruzione e la gestione dei servizi non sanitari (manutenzione, calore, energia) del polo ospedaliero in quattro anni; previsto un canone di ammortamento di 26 milioni l’anno, per 22 anni, da riconoscere al privato che accetterà la sfida (la scelta del promotore avverrà a fine 2016)".

Ma la torta non è solo quella del Parco della Salute: c'è sopratutto l'area lungo il Po in cui sono dislocati gli ospedali da dismettere che fa gola ai costruttori torinesi. Case, ma non solo. L'assessore all'urbanistica Lo Russo è chiarissimo: "poi, perché escludere, che so?, una grande azienda interessata a creare lì un suo centro di ricerca? Oppure, vista la zona di prestigio, l’interesse di un grande player alberghiero? C’è tempo».

E intanto il Presidente del Collegio Costruttori di Torino ricorda che una fettona di torta la vogliono pure loro. Alla domanda del giornalista della “Stampa” "Chiedete di essere coinvolti nella cabina di regia che lavora alla realizzazione del Parco della Salute?" risponde “Penso che il nostro punto di vista potrebbe essere utile” (il corsivo è nostro).

Ma non è l'unica notizia di giornata. La Busiarda sceglie un titolo con echi salgariani: "Capre, boa e zebù. La strana fattoria dal 2017 in riva al Po". Succede che il Parco pubblico Michelotti, 30.000 mq in riva al Po, dopo essere stato abbandonato al degrado dall'amministrazione comunale per anni fino alla sua chiusura, viene ceduto in concessione trentennale alla società Zoom (che già possiede uno zoo in provincia) per realizzare, appunto, uno zoo. E così adesso chi vorrà entrare nel parco dovrà pagare un biglietto fra i 12 e i 17 euro, visto che – come ricorda l'appello lanciato da "Coordinamento No Zoo" – rimarrà accessibile gratuitamente solo l'area gioco per i bambini.

Inutile stupirsi. In un'intervista del Settembre 2008 (riportata in “Chi comanda Torino”, bel libro di Maurizio Pagliassotti essenziale per capire questi meccanismi) l'allora sindaco Chiamparino dichiara: “dopo l'ubriacatura olimpica, e i relativi finanziamenti pubblici, l'unica strada per attivare investimenti è l'urbanistica”.

Peccato che, come abbiamo argomentato nel nostro precedente articolo, il tentativo di sostituire l'occupazione perduta per via del processo di deindustrializzazione con speculazione edilizia e turismo non funzioni.

È notizia proprio di questi giorni che FCA abbia annunciato un'ulteriore anno di cassa integrazione per riorganizzazione alle presse di Mirafiori. Qualcuno dica all'assessore all'urbanistica che tocca inventarsi qualcos'altro ancora...

Fonte

11/04/2015

Project financing, il buco segreto da 200 miliardi nei conti pubblici

Malato terminale. Esempio di ospedale costruito con il project financing. Esaurita la funzione di far guadagnare i suoi finanziatori, sarà «dismesso»? Non solo corruzione. Dietro gli appalti di Ischia, anche la pratica dei contratti stipulati dagli enti locali o dalle Asl che arricchiscono i privati a spese nostre

di Giorgio Meletti - Il Fatto Quotidiano, 8 aprile 2015

La prima impressione è che il gas di Ischia costi più del vino di D’Alema. Dando un’occhiata ai bilanci della Cpl Concordia, sotto inchiesta per presunte pratiche di corruzione, s'intuisce un chiaro movente. Nel 2013 la cooperativa ha fatturato 415 milioni di euro e ha conseguito un utile netto consolidato di 4,5 milioni di euro. La sua controllata Ischia Gas, microscopica società di distribuzione dell’isola, ha conseguito un utile netto di 1,6 milioni (un terzo di tutto il gruppo) dando il gas a 1800 utenti e trasportandone 1,9 milioni di metri cubi. In pratica un utile netto di circa 80 centesimi a metro cubo, che è all’incirca il prezzo di mercato del metano.

I MAGISTRATI NAPOLETANI ci spiegheranno, se riusciranno a provarli, i meccanismi della corruzione, ma sarebbe anche utile che si addentrassero nella ricetta della vera pozione miracolosa di casi come Ischia: il project financing. Questo sistema è il vero cancro nascosto della finanza pubblica. Con o senza corruzione sta scavando una voragine nelle casse dello Stato.

Pochi giorni fa l’Autorità Anticorruzione di Raffaele Cantone ha chiesto alla Asl 3 di Nuoro i documenti sul contratto di project financing per la costruzione del nuovo ospedale, dove multinazionali dai nomi altisonanti (accompagnate dall’immancabile cooperativa rossa) si sono presentate a catturare il lucroso affare. Il Fatto ha già raccontato la storia due anni fa. A Nuoro, per investire 45 milioni sull’ospedale, non potendo accedere a mutui perché i conti della Asl non lo consentivano, hanno fatto il mitico project: il privato ci mette il capitale e viene ripagato con un sontuoso affitto della nuova struttura, più vari contratti per servizi ospedalieri non sanitari (pulizia, sorveglianza etc.). Il tutto per la durata di 28 anni. Non avendo potuto fare un mutuo da 45 milioni la Asl si è impegnata a dare ai privati circa 800 milioni in tutto, violando non solo il buon senso ma anche le norme europee secondo cui gli appalti dei servizi non possono durare più di tre-cinque anni. L’Italia è ormai piena di operazioni del genere, il vero bengodi di costruttori e società di servizi.

È un calcolo complicato da fare, perché ormai ciascuna Asl e ciascuno dei quasi novemila comuni, hanno scoperto il giochetto ed è difficile raccogliere tutti i dati. Un solo esempio. L’ospedale Sant’Orsola di Bologna ha bandito nel 2010 una gara per la costruzione della cosiddetta centrale tecnologica. Ha vinto la Manutencoop, gigante delle coop rosse, guidata da trent’anni dal pluriindagato Claudio Levorato. Ma un altro manager rosso, Roberto Casari (foto sotto) della Cpl Concordia, oggi agli arresti per la vicenda Ischia, si è talmente arrabbiato per essere arrivato secondo da presentare un esposto alla procura di Bologna.

La pm Rossella Poggioli ha così scoperto che la centrale tecnologica ha un costo di 30 milioni, che il bando di gara indicava un valore dell’appalto di circa 6 milioni (perché il resto del costo è coperto da capitali privati), ma che alla fine il contratto vinto da Levorato vale circa 400 milioni, perché comprende forniture di servizi vari per 25 anni.

Trattandosi di contratti per la fornitura dei servizi non risultano né tra gli investimenti né tra i debiti. Praticamente non lasciano traccia nei bilanci pubblici. Ma la stima prudente degli addetti ai lavori indica un indebitamento implicito, sotterraneo o nascosto di circa 200 miliardi di euro. Si tratterebbe del 10 per cento in più rispetto al dato ufficiale del debito italiano.

UNA COLTRE DI SILENZIO COPRE il fenomeno, e si capisce perché: i ras politici hanno trovato il modo di tagliare nastri alla faccia delle ristrettezze finanziarie degli enti locali. Ogni tanto si scopre quasi per caso un brandello di verità. Quando nel Veneto fu arrestato Piergiorgio Baita, capo della Mantovani e quindi dominus del Mose di Venezia, e noto come «mago del project», tutta la regione andò nel panico, temendo uno stop traumatico ai numerosi project financing in corso. A parte una serie di strade e autostrade modello «classico» Brebemi (i privati anticipano il capitale poi se il traffico è inferiore alle attese lo Stato paga la differenza), si scoprì che in project financing si stavano costruendo anche l’ospedale di Padova e il tribunale di Rovigo.

Ora sarà lecito chiedersi che senso ha il modello dell’investimento privato su un tribunale: qual è il rischio di mercato? L’opera viene ripagata da appositi pedaggi o con multe comminate ai condannati? O anche l’innocente deve pagare qualcosa per il disturbo? Niente di tutto ciò ovviamente: sarà la pubblica amministrazione a pagare un canone di affitto a lungo termine al costruttore. Così l’edificio costerà ai contribuenti molto più che chiedere un mutuo in banca. Solo che con il project nessuno vede niente. La nuova sede del comune di Bologna è stata fatta in project financing: qualcuno l’ha costruita e il Comune si è impegnato a pagare un affitto di 9,5 milioni l’anno per 28 anni. L’opera è costata 70 milioni, il Comune apparentemente non ha investito un euro, il patto di stabilità è rispettato, ma di fatto al contribuente è stato accollato un debito di oltre 250 milioni che sarà pagato dai figli del geniale sindaco che ha fatto il contratto.

L’allora governatore del Veneto, Giancarlo Galan, poi arrestato per il Mose, teorizzava nel 2010: «L’alternativa non è fare un ospedale con i soldi pubblici o farlo con i soldi dei privati. Perché la prima possibilità non è data. Se non ci fossero stati i capitali privati, a Mestre non ci sarebbe un nuovo ospedale». Invece Mestre ha il nuovo ospedale. Che bello. I conti andò a farli Mariano Maugeri del Sole 24 Ore, scoprendo che è costato 140 milioni di euro a chi l’ha costruito, che ha messo 20 milioni suoi e 120 presi in banca, e ha avuto indietro dalla regione dell’astuto Galan il capitale più 280 milioni di interessi più contratti di forniture per 1,2 miliardi in 24 anni. I conti sono presto fatti: grazie al project financing un ospedale può costare fino a dieci e anche venti volte il valore dell’opera edificata.

Fonte

27/11/2014

Ospedali, il diabolico contratto che produce debito

Ivan Cavicchi - tratto da http://ilmanifesto.info


A un par­ti­co­lare tipo di debito occulto di cui nes­suno parla e al quale il Veneto, e molte altre regioni, ha fatto spesso ricorso, e che si chiama “con­tratto di con­ces­sione” o “finanza di pro­getto” (pro­ject finan­cing). Una brutta bestia affa­mata capace di stare acquat­tata per anni pro­prio come un debito som­merso e sal­tare fuori al momento giu­sto per man­giarsi il nostro sistema pubblico.

L’idea, tanto per cam­biare, è copiata dalla sanità inglese, e intro­dotta in Ita­lia alla fine degli anni ’90 (legge n 415/1998) in una fase in cui alle regioni da una parte si impon­gono impo­ste cre­scenti, restrizioni finan­ziare e dall’altra è loro offerta, con la riforma Bindi, la pos­si­bi­lità di fare “sperimentazioni gestio­nali”. Con que­sta scusa alle regioni non sem­brò vero di poter aggi­rare con i con­tratti di concessione, gli sbar­ra­menti di spesa: men­tre si tagliava ovun­que, soprat­tutto posti letto, esse con­ti­nua­rono a costruire ospe­dali dan­doli in con­ces­sione ai privati.

Il con­tratto di con­ces­sione di un ospe­dale è qual­cosa di dia­bo­lico: il pri­vato finan­zia la costru­zione dell’ospedale aven­done in cam­bio la gestione per un certo numero di anni (20/30) dopo i quali il pub­blico suben­tra come pro­prie­ta­rio ma ere­di­tando pratica­mente dei catorci. La legge impone che il pri­vato per finan­ziare l’ospedale debba chie­dere un mutuo che tut­ta­via è garan­tito dal pubblico. Per cui tutti i rischi finan­ziari sono del pub­blico, il pri­vato non rischia niente. Ma c’è di più: il con­ces­sio­na­rio ha diritto di sfrut­tare l’opera costruita, ma un ospe­dale non è un par­cheg­gio o una auto­strada che nel tempo danno pro­fitti, per cui per remu­ne­rare il finan­zia­tore, la regione e l’azienda di riferimento:

1) gli pagano un canone di con­ces­sione per tutto il tempo della con­ces­sione tra­sfe­rendo così spesa pub­blica al pri­vato e senza nes­sun tipo di risparmio;

2) gli affidano la gestione com­pleta di quelli che si chia­mano “ser­vizi non sani­tari” vale a dire mense, rac­colta rifiuti, pasti agli amma­lati, puli­zie, spazi com­mer­ciali, quindi un busi­ness da paura ma che ha il pic­colo incon­ve­niente che per essere pri­vato è gra­vato dall’Iva e che quindi costa al pub­blico almeno il 22% in più.

Siamo alla più spu­do­rata delle spe­cu­la­zioni, cioè il con­ces­sio­na­rio ha inte­resse a spen­dere di meno nei costi di fab­bri­ca­zione dell’ospedale e quindi nella qua­lità della strut­tura e a far spen­dere di più per la gestione. Infatti i costi gestio­nali in gene­rale sono dise­co­no­mici e per que­sto mag­giori rispetto a quelli degli ospe­dali a gestione pub­blica e, a seconda dei casi, essi variano dal 30, 40, 50% in più (L.Benci). Cioè la qua­lità della strut­tura è bassa, i costi di gestione sono molto alti, ai cit­ta­dini sono sot­tratte tante risorse e quel che è peg­gio si costrui­sce un debito pub­blico occulto per­ché nasco­sto nei bilanci privati.

Quasi tutte le regioni per fare ospe­dali hanno fatto ricorso ai con­tratti di con­ces­sione, per­ché costruire un ospe­dale è una auten­tica fiera del malaf­fare. In par­ti­co­lare si distin­guono la Lom­bar­dia, il Veneto, la Toscana, la Puglia, il Tren­tino - Alto Adige, l’Emilia Romagna... cioè tutte quelle regioni che si auto­de­fi­ni­scono “vir­tuose”, che dicono di avere i conti in regola.

Su que­sta immensa spe­cu­la­zione delle regioni, la magi­stra­tura con­ta­bile pro­prio della regione Veneto, ha detto chiaro e tondo che l’operazione di dare gli ospe­dali in con­ces­sione al pri­vato è “a debito” e va ad incre­men­tare il debito pubblico.

Se andiamo a vedere cosa è acca­duto in Inghil­terra sba­glie­remmo ad igno­rare il monito della Corte dei Conti e la denun­cia dei medici di Vicenza: G. Hob­sborne (head of exche­quer del mini­stero delle finanze) ha defi­nito il financing pro­ject in sanità come «totally discre­di­ted» e il governo è stato costretto per sal­vare i 31 Trust (Asl) a ver­sare 451 milioni di ster­line per finan­ziare i canoni di conces­sione degli ospe­dali, e atti­vare un fondo ad hoc di 1.5 mld di ster­line per 25 anni per aiu­tare i trust in difficoltà.

Cosa acca­drà in Ita­lia non lo so, anche se è pre­ve­di­bile che anche que­sto sistema pub­blico come quello mutua­li­stico, sotto il peso dell’indebitamento occulto e della spe­cu­la­zione rischi di spez­zarsi. Quello che so è che que­ste regioni sono diven­tate di fatto enti immo­rali, che è immo­rale rubare soldi ai malati e ai lavo­ra­tori e che in tutta Ita­lia gli ordini, i col­legi, i sin­da­cati, le società scien­ti­fi­che, le asso­cia­zioni sociali, dovreb­bero tutti insieme dire come i medici di Vicenza «ora basta»... con i ladri di sanità.

21 novembre 2014


Le cagate del libero mercato di stampo anglosassone...

28/06/2014

Nuovi ospedali: "project financing" o strozzinaggio legalizzato?

L'articolo che segue è tratto dall'edizione cartacea di Senzasoste attualmente in edicola. Abbiamo pensato di pubblicarlo in contemporanea anche sul nostro sito perché la questione nuovo ospedale è al centro del dibattito politico cittadino. Dopo l'annuncio del nuovo sindaco di voler stoppare l'operazione, Livorno è sotto attacco da parte del "governatore" Rossi, che paventa scenari apocalittici e chiede (da vero signore qual è) la restituzione dei soldi che la Regione avrebbe speso per la viabilità. Questo articolo dimostra invece che sull'operazione nuovo ospedale di motivi di perplessità ce ne sono parecchi, e che la nuova Giunta farebbe bene ad aprire subito un audit per capire come sono stati calcolati gli interessi del "project financing". Leggete cosa sta succedendo in Veneto (red.)

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di Dattero e Ciro Bilardi

Il project financing è quello straordinario escamotage per cui il privato anticipa dei soldi per costruire un’opera pubblica e in cambio si aggiudica concessioni per un periodo “congruo” a ripagare tale anticipo. Nel progetto del nuovo ospedale a Montenero a fronte di 81 milioni di euro di anticipi ai privati verrebbero assegnate concessioni della durata di 34 anni per un valore di 32,7 milioni di euro all’anno. Un totale di 1 miliardo e 111 milioni di euro!

In Veneto, dove il project financing è stato utilizzato a piene mani, questo meccanismo è nell’occhio del ciclone. Ma quanto leggerete non è stato pubblicato dalla stampa locale livornese.

L’attuale presidente del Veneto Zaia, che è un leghista e non un pericoloso “ambientalista del no” aveva incentrato la sua campagna elettorale del 2010 sull’annullamento dei project financing onerosissimi stipulati dal suo predecessore Galan. Ma una volta eletto ha scoperto che i contratti sono blindati da penali impossibili. “Chiedo aiuto al Parlamento” ha dichiarato “voglio chiudere i project del passato perché ci costano un’enormità in termini finanziari, ma ho bisogno di una normativa che mi consenta di liquidare i privati con una transazione. Il problema è di livello nazionale”.

Galan, che aveva “regnato” in Veneto per 15 anni ed era stato anche ministro con Berlusconi, è attualmente coinvolto nell’inchiesta Mose. Secondo i magistrati si era fatto uno “stipendio” di un milione l’anno solo di mazzette, in cambio delle quali, guarda caso, avrebbe "accelerato l'iter procedurale dei project financing”.

Per il nuovo ospedale di Santorso, nell’Alto Vicentino [nella foto in alto], un’associazione ha realizzato un audit e ha calcolato che per il noleggio delle attrezzature sanitarie i tassi di interesse arrivavano al 22%, quando un tasso del 10,5% era già da considerarsi usura. Se l’ULSS avesse chiesto gli stessi soldi in banca avrebbe un debito di 3 milioni e 865 mila euro l’anno, mentre con il project financing restituirà 7 milioni e 629mila euro l’anno. La differenza complessiva è di 150 milioni di euro regalati ai privati.

È stato presentato un esposto firmato anche da un sindaco, sei assessori e trenta consiglieri comunali di ben 11 Comuni, si è mossa la Corte dei Conti che sta procedendo per danno erariale, ma anche la magistratura ordinaria che sta indagando per usura.

Ma quali sono le imprese con cui in Veneto sono stati stipulati questi accordi capestro? Ecco le onnipresenti CMB e CCC, ovvero le cooperative piddine emiliane, impegnate anche nella discussa Expo 2015, e per i due ospedali di Castelfranco-Montebelluna c’è anche Guerrato, l’impresa che ha vinto l’appalto per l’Ospedale di Montenero. Nel caso dell’Ospedale di Venezia troviamo Co.ve.co (cooperative piddine del Veneto) associate al gruppo Guerrato per l’ospedale di Montenero e presenti pure loro nell’Expo 2015.

Alcune domande “sorgono spontanee”. La prima è: nel caso dell’ospedale di Montenero come sono stati calcolati gli interessi per i privati? Sarebbe necessario far partire un audit prima che sia troppo tardi. L’assessore Marroni ha infatti dichiarato che «Le regole del project financing prevedono che una parte della negoziazione avvenga dopo che c’è stata l’assegnazione provvisoria. Dopo di che sarà il momento dell’assegnazione definitiva».

L’importo di 1 miliardo e 111 milioni di euro certamente non è tutto profitto netto, ma è comunque una cifra impressionante. Tanto per dare un’idea, corrisponde a un migliaio di posti di lavoro a tempo pieno e indeterminato. Quanti sarebbero invece i posti di lavoro assicurati dai privati? Perché non utilizzare questi soldi per assumere direttamente gli operatori sanitari?

E come mai la Regione Toscana, che ama vantarsi del proprio sistema sanitario pubblico, adotta un meccanismo finanziario che apre le porte a partner privati inamovibili esternalizzando anche servizi essenziali come la sterilizzazione? Come mai si introduce un meccanismo che come dimostra la cronaca veneta è criminogeno? Interrogativi inquietanti a cui il “governatore” farebbe bene a rispondere.

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