Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

04/06/2026

Soldati e missili israeliani negli Emirati contro l’Iran

La visita rinnegata

Assolutamente preziosa (per gli interessati), ma anche chiaramente imbarazzante. Parliamo della visita-lampo di Netanyahu negli Emirati Arabi, che avrebbe dovuto essere tenuta supersegreta, confinata nelle stanze della diplomazia, per ragioni di “realpolitik”. Ma che, invece, due settimane fa è deflagrata come notizia-bomba, proprio nel momento in cui agli israeliani faceva comodo. E che, invece, nel Paese del Golfo ha sollevato un’immediata cortina fumogena di smentite. Nessuno ha visto nessuno, insomma, dicono ad Abu Dhabi. “Netanyahu non l’ho mai incontrato”, ha dichiarato con lo sguardo sfuggente il Presidente, sceicco Mohamed bin Zayed al-Nahyan. E lo capiamo. Si, perché pur comprendendo gli interessi nazionali (non tanto patriottici, quanto piuttosto finanziari) che agitano i sonni degli emiri, si fa fatica a pensare che degli arabi sunniti abbiano srotolato il tappeto rosso sotto i piedi dello “sterminatore di Gaza”. Eppure è così, perché la guerra contro l’Iran, che sembra studiata apposta a tavolino, per destabilizzare irrimediabilmente ciò che resta dei fragili equilibri della regione, ha rimescolato le alleanze. O, meglio, ha pericolosamente accelerato divergenze (e ‘convergenze’) che non promettono nulla di buono. Così, gli israeliani hanno praticamente stretto un patto di ferro, benedetto da Trump, con gli Emirati in funzione anti-Iran. Usando il Paese, assieme agli americani, come utile testa di ponte per attaccare il regime degli ayatollah.

Truppe e missili di Tel Aviv

Dunque, secondo il Wall Street Journal, il dado è tratto: l’intesa tra Tel Aviv e Abu Dhabi, fin qui formalizzata solo attraverso i Patti di Abramo, ora ha fatto un salto di qualità. In un certo senso è diventata una partnership militare. “La guerra con l’Iran – scrive il giornale – ha portato a una notevole espansione dei legami, con Israele che si è spinto fino a schierare truppe e sistemi di difesa missilistica nel Paese del Golfo, per proteggerlo da eventuali attacchi iraniani. Ma un viaggio segreto negli Emirati Arabi Uniti, che il Primo ministro israeliano ha affermato di aver compiuto, e la rapida smentita da parte degli Emirati Arabi Uniti, rivelano i rischi politici che ancora incombono sulle relazioni” tra i due Paesi. Smentite, giri di valzer diplomatici, cosmesi politica, sforzi (maldestri) di negare l’evidenza: comunque sia, tutto il circo Barnum di indiscrezioni che ruotano intorno al vertice “rinnegato” testimonia che Emirati e Israele hanno discusso, in profondità, di come attaccare l’Iran. E per sottolineare l’importanza che gli analisti danno a quella che ormai può essere considerata, a tutti gli effetti, come un’alleanza strategica, sempre il Journal scrive che “durante la guerra, Israele ha inviato batterie Iron Dome e truppe a difesa degli Emirati Arabi Uniti, e diverse decine di soldati sono tuttora di stanza in un complesso militare nel Paese del Golfo, secondo quanto riferito da una fonte a conoscenza dei fatti. Numerosi alti funzionari israeliani, oltre al Primo Ministro Benjamin Netanyahu, al capo del Mossad, al capo dello Shin Bet e al capo di Stato maggiore israeliano, si sono recati segretamente negli Emirati durante il conflitto, per coordinare le attività contro l’Iran”.

Un ruolo bellico segreto

L’escalation della crisi, nel caso dell’attuale Guerra del Golfo, è determinata dalla strategia iraniana della “guerra di logoramento” a bassa intensità. Mano a mano che la dottrina israeliana della “decapitazione” andava avanti, a Teheran si è rafforzata la corrente degli “intransigenti”. In sostanza, ha vinto una linea di conduzione del conflitto che punta al suo allargamento e alla massimizzazione dei danni collaterali, tali da coinvolgere anche i Paesi non belligeranti. La dottrina Hormuz è il caposaldo di questo ragionamento, che tende a strangolare le rotte mondiali di approvvigionamento energetico. Allora, se prima della guerra, i Paesi del Golfo avevano dichiarato che non avrebbero permesso l’utilizzo del loro spazio aereo o delle loro basi per attacchi contro il regime degli ayatollah, dopo è cambiato tutto. Quando, cioè, l’Iran ha deciso di bombardare porti e infrastrutture di stati neutrali. Gli Emirati Arabi – sostiene il WSJ – hanno subito il peso maggiore di questi attacchi, poiché l’Iran li ha presi di mira con oltre 2.800 tra missili e droni, un numero di gran lunga superiore a quello utilizzato contro qualsiasi altro Paese, Israele compreso.

Attacchi congiunti con Israele

Forse l’aspetto più significativo dell’alleanza tripartita Usa-Emirati-Israele sono le operazioni di bombardamento compiute assieme. Tra gli obiettivi sono stati segnalati le isole di Qeshm e Abu Musa nello Stretto di Hormuz; Bandar Abbas, la raffineria di Lavan e il grande impianto petrolchimico di Asaluyeh. “L’entità della risposta aggressiva degli Emirati Arabi Uniti – conclude il WSJha esacerbato le divisioni all’interno del Golfo. All’inizio di aprile, l’Arabia Saudita si è lamentata con gli Stati Uniti del fatto che gli attacchi degli Emirati stessero aumentando il rischio che le infrastrutture energetiche regionali potessero essere prese di mira dall’Iran, cosa che avrebbe potuto far impennare i prezzi del petrolio e scuotere i mercati globali”.

“I sauditi volevano che gli Stati Uniti facessero pressione sugli sceicchi affinché interrompessero gli attacchi di rappresaglia e si unissero agli sforzi diplomatici dei Paesi della regione”.

Fonte

Nessun commento:

Posta un commento