Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
10/09/2026
Il braccio di ferro su Hormuz mette in ginocchio gli alleati di Washington
Un’altra implicazione è che le regole dell’economia, del commercio e della finanza globali non possono essere dettate solo dalle potenze occidentali. La crisi dello Stretto di Hormuz offre un esempio lampante di come l’egemonia possa rimanere intrappolata in uno stretto passaggio.
In tutta Europa e in Asia, gli alleati di Washington si trovano ad affrontare crisi per le quali erano impreparati, in particolare nel settore energetico. I danni si estendono anche ai Paesi al di fuori del sistema di alleanze statunitense, le cui fabbriche, aziende agricole e famiglie dipendono dalle stesse rotte commerciali.
L’Europa paga un altro conto di guerra
La crisi e il blocco dello Stretto di Hormuz hanno fatto lievitare i costi energetici, costringendo l’Unione Europea a rivedere al ribasso le previsioni di crescita economica per il 2026 e creando forti pressioni sui prezzi in tutto il continente. Questo nuovo onere si aggiunge all’interruzione delle forniture energetiche e agli impegni di spesa pubblica legati alla guerra in Ucraina.
L’improvviso aumento dei costi energetici ha incrementato le spese per la produzione industriale e i trasporti. L’interruzione del traffico attraverso lo stretto ha esposto l’Europa a un serio rischio di carenza di carburante per aerei e altri combustibili raffinati. Bollette energetiche più elevate e maggiori spese per le imprese stanno comprimendo il potere d’acquisto delle famiglie e danneggiando la fiducia dei consumatori.
I governi europei hanno introdotto tagli fiscali e pacchetti di sostegno diretto, sebbene le loro risposte differiscano. Il blocco ha creato uno shock energetico e delle catene di approvvigionamento condiviso, ma i suoi effetti dipendono dalla struttura industriale di ciascun Paese, dalla dipendenza dalle importazioni e dalla capacità di assorbire costi più elevati.
Le previsioni della Commissione europea di maggio hanno rivisto al ribasso la crescita prevista per l’Unione Europea all’1,1% e per l’eurozona allo 0,9%. Anche la Banca Mondiale, nella sua valutazione di giugno, ha rivisto al ribasso le prospettive di crescita globale, mentre il Fondo Monetario Internazionale a luglio ha alzato le sue previsioni sull’inflazione globale.
I dati provengono da istituzioni e cicli di previsione diversi, ma indicano la stessa condizione: l’aumento dei costi energetici sta indebolendo la crescita e complicando gli sforzi per contenere l’inflazione.
La crescita si indebolisce con l’aumento dei costi energetici.
I motori industriali dell’Unione Europea sotto pressione
La Germania, la maggiore economia europea, si trova ad affrontare una rinnovata pressione sul settore manifatturiero. I settori chimico, automobilistico e dell’industria pesante sono vulnerabili agli elevati costi energetici. L’aumento dei prezzi del petrolio greggio e del gas naturale liquefatto incide sui costi di produzione, mentre l’interruzione delle forniture dal Golfo minaccia la consegna di materie prime petrolchimiche, materiali di imballaggio e altri prodotti industriali.
La Francia ricava circa il 70% della sua elettricità da 57 reattori nucleari operativi, il che offre una certa protezione contro lo shock energetico. Il settore dei trasporti e la spesa delle famiglie rimangono tuttavia esposti. La maggior parte delle automobili, dei veicoli commerciali e delle navi dipendono ancora dai combustibili derivati dal petrolio e l’aumento dei costi di trasporto si ripercuote sui prezzi dei beni finiti, dagli alimenti ai mobili.
La minaccia di una carenza di carburante per aerei è tra le preoccupazioni più gravi per il settore dell’aviazione. Le compagnie aeree hanno dovuto affrontare costi più elevati e riduzioni dei voli, anche laddove le forniture di carburante sono rimaste disponibili. A maggio, il commissario europeo per l’energia ha messo in guardia sui rischi di approvvigionamento a lungo termine, pur affermando che non vi era una carenza immediata.
Parigi ha subito pressioni per proteggere i consumatori, ma i vincoli di bilancio hanno limitato la sua risposta. Il Ministro delle Finanze francese si è opposto a riduzioni fiscali generalizzate e ha preferito aiuti temporanei e mirati. Tuttavia, il problema politico rimane, poiché le famiglie si aspettano protezione mentre il governo cerca di contenere il deficit. L’Italia, già gravata da un elevato debito pubblico, si trova ad affrontare un dilemma simile. Sostenere famiglie e imprese costa denaro in un momento in cui il costo del debito pubblico sta aumentando. La Primo Ministro italiana Giorgia Meloni ha sollecitato una maggiore flessibilità nelle regole fiscali dell’Unione Europea, portando alla luce il conflitto tra gli aiuti al settore energetico e la disciplina di bilancio.
L’esposizione della Gran Bretagna al rischio
Il blocco e la guerra con l’Iran hanno inferto un doppio shock all’economia britannica, in particolare ai settori energetico e commerciale. Sebbene il Regno Unito si rifornisca di petrolio e gas in modo significativo sia a livello nazionale che dalla Norvegia, i suoi costi rimangono legati ai mercati internazionali. Acquistare da un produttore diverso non protegge un Paese da un aumento dei prezzi globali.
La preoccupazione di Londra è il rischio di una ripresa dell’inflazione a fronte di una crescita debole. Gli ultimi dati disponibili dell’Ufficio Nazionale di Statistica indicano un’inflazione annua dei prezzi al consumo del 2,9% a luglio, in aumento rispetto al 2,6% di giugno. L’inflazione per alimenti e bevande analcoliche si è attestata all’1,3%. L’aumento dell’inflazione complessiva aggrava la pressione sulle famiglie, già alle prese con elevati costi della vita.
La dichiarazione di politica monetaria della Banca d’Inghilterra di luglio avvertiva che l’inflazione era destinata ad aumentare “a causa della continua ripercussione dell’aumento dei prezzi dell’energia”. Riuscire a tenerla sotto controllo rischia di esercitare ulteriore pressione su un’economia già debole.
L’aumento dei prezzi del petrolio ha inoltre incrementato la pressione sul settore aereo. Importanti snodi come Heathrow e Gatwick dipendono da forniture di carburante affidabili, il che li espone a prolungate interruzioni nel Golfo. Le linee guida pubblicate dal governo britannico affermavano che le compagnie aeree non stavano affrontando una carenza di carburante al momento della pubblicazione della valutazione, mentre le misure di emergenza miravano a ridurre il rischio di cancellazioni dell’ultimo minuto.
Essendo un Paese insulare, la Gran Bretagna dipende fortemente dal trasporto marittimo per beni di consumo e materie prime industriali. Laddove i servizi Asia-Europa evitano il Mar Rosso e circumnavigano il Capo di Buona Speranza, i viaggi più lunghi comportano costi di trasporto maggiori e ritardi nelle consegne. Queste deviazioni aggravano lo shock di Hormuz, sebbene riguardino un passaggio separato e non forniscano una via di fuga per le navi intrappolate nel Golfo Persico.
Gli impegni militari della Gran Bretagna creano ulteriori esigenze. Londra e Parigi hanno guidato la pianificazione multinazionale di una missione per proteggere la navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz, non appena le condizioni lo permetteranno. La protezione delle rotte commerciali richiede navi, personale e finanziamenti costanti, il che si aggiunge agli oneri di uno Stato che già cerca di conciliare le spese per la difesa con la pressione sui servizi pubblici.
L’Asia subisce le conseguenze dello shock dell’offerta
Questa è la situazione in Occidente. In Oriente, la dipendenza energetica dal Golfo è ancora più diretta. L’Asia orientale e meridionale sono tra le Regioni più esposte alla crisi e le speranze che la diplomazia potesse ripristinare rapidamente i normali flussi si sono ripetutamente rivelate infondate.
L’effettiva chiusura dello Stretto ha colpito una rotta di approvvigionamento fondamentale per i centri industriali asiatici. L’Agenzia Statunitense per l’Informazione Energetica (EIA) stima che l’84% del petrolio greggio e della condensa, e l’83% del gas naturale liquefatto, transitati attraverso Hormuz nel 2024 fossero destinati ai mercati asiatici.
Cina, India, Giappone e Corea del Sud sono tra i principali acquirenti, sebbene affrontino la crisi con riserve, risorse energetiche interne e opzioni per sostituire le forniture interrotte differenti. La loro esposizione non può essere misurata solo in base ai volumi di importazione. Anche la capacità di pagare per alternative e di distribuirle ai consumatori è determinante.
Gli agricoltori indiani si trovano ad affrontare costi sempre più alti
L’India importa circa il 60% del suo fabbisogno di gas liquefatto (GPL), con i carichi provenienti dal Golfo che rivestono un ruolo centrale in questo approvvigionamento. L’interruzione delle forniture ha generato pressioni sui prezzi, dalle bombole di gas per uso domestico ai combustibili industriali.
Secondo il Centro di Ricerca sull’Energia e la Qualità dell’Aria, la spesa indiana per le importazioni di GPL da marzo ad agosto è stata di circa 4,7 miliardi di dollari (4 miliardi di euro), inclusi circa 1,1 miliardi di dollari (949,4 milioni di euro) di costi aggiuntivi legati alla crisi.
Le importazioni totali di GPL sono diminuite del 49% a marzo rispetto alla media dello stesso mese dei due anni precedenti. La quota statunitense delle importazioni è salita al 32% ad aprile, sostituendo parte delle forniture perse dal Golfo. La stima dei costi per sei mesi combina i dati commerciali ufficiali con le stime per i mesi successivi.
Inoltre, Nuova Delhi si è rivolta nuovamente al petrolio russo, poiché le forniture dal Golfo sono diventate meno affidabili. La sicurezza energetica ha costretto l’India a valutare le pressioni occidentali rispetto alle esigenze immediate delle sue raffinerie, imprese e famiglie.
Anche il settore dei fertilizzanti ha subito un duro colpo. Le previsioni della Banca Mondiale di aprile indicavano un aumento del 60% dei prezzi dell’urea per il 2026. In un Paese in cui l’agricoltura sostiene una quota considerevole della popolazione, l’aumento del costo dei fertilizzanti e le interruzioni nell’approvvigionamento delle materie prime aumentano la pressione prima della stagione della semina e fanno lievitare i costi per la tutela degli agricoltori.
L’agricoltura, l’allevamento, la silvicoltura e la pesca sono cresciuti del 3,6% nel periodo aprile-giugno 2026, in calo rispetto al 4,4% dell’anno precedente.
Sebbene anche le precipitazioni, le condizioni del raccolto e la domanda interna influenzino la crescita agricola, le interruzioni nell’approvvigionamento e l’aumento dei costi dei fertilizzanti aggravano le difficoltà degli agricoltori. Proteggerli da questi costi attraverso i sussidi grava ulteriormente sul bilancio statale.
Il Centro di Ricerca sull’Energia e la Qualità dell’Aria stima che il costo aggiuntivo netto per i combustibili fossili in India ammonti a 14,4 miliardi di dollari (12,4 miliardi di euro), pari allo 0,38% del PIL. Una spesa aggiuntiva di tale entità sottrae risorse ad altre voci di spesa, ancor prima di considerare i costi più ampi derivanti dall’interruzione della produzione.
Ad aprile, la Banca di Riserva dell’India prevedeva una crescita del 6,9% nel 2026-2027, contro il 7,6% stimato per l’anno fiscale precedente. Il rallentamento previsto lascia Nuova Delhi con un'economia più debole, mentre cerca di contenere i costi per sostenere consumatori e produttori.
La dipendenza comporta un “premio di trasporto”
L’elevata dipendenza dal petrolio del Golfo ha reso le assicurazioni un’ulteriore fonte di pressione. All’inizio del conflitto, i premi per il rischio di guerra sono aumentati da circa lo 0,25% del valore di una nave all’1-1,5%, un incremento da quattro a sei volte. Le tariffe hanno oscillato in base ai combattimenti e ai cessate il fuoco, anziché rimanere a un livello di crisi fisso.
Sostituire i carichi del Golfo con forniture provenienti da produttori più distanti aumenta i tempi di spedizione, il consumo di carburante e la domanda di petroliere. Una rotta alternativa intorno all’Africa può evitare il Mar Rosso, ma né il Capo di Buona Speranza né il Canale di Suez aggirano Hormuz per le merci ancora all’interno del Golfo Persico. Gli oleodotti di esportazione che conducono a terminali al di fuori dello Stretto offrono un’alternativa limitata.
La costosa dipendenza del Giappone
Il Giappone è entrato nella crisi con una popolazione che invecchia, carenza di manodopera, un debito pubblico molto elevato e l’eredità di decenni di domanda debole e deflazione. Lo shock di Hormuz ha aggiunto un aumento esterno dei costi dal lato dell’offerta in un momento in cui l’inflazione aveva già sostituito la deflazione come preoccupazione politica immediata.
Per un Paese che prima della guerra importava oltre il 90% del suo petrolio greggio attraverso questa via, l’interruzione ha aumentato direttamente il costo dei fattori produttivi chiave e minacciato il potere d’acquisto. La debolezza dello yen ha aggravato il problema, poiché gli importatori devono trovare più yen per pagare le fatture denominate in dollari, ancor prima di qualsiasi aumento del prezzo del petrolio in dollari.
Per contrastare le pressioni inflazionistiche, a giugno la Banca del Giappone ha aumentato il suo tasso di riferimento di 25 punti base, portandolo all’1%. L’aumento ha prolungato il ciclo di inasprimento della politica monetaria, aumentando i costi di finanziamento, mentre famiglie e imprese si trovavano anche a dover affrontare importazioni più costose.
Successivamente, Giappone e Stati Uniti hanno lanciato un raro intervento valutario congiunto per sostenere lo yen, ma il sollievo è stato di breve durata. La valuta ha ripreso la sua discesa, poiché i tassi di interesse statunitensi in aumento continuano a favorire il dollaro.
I segnali d’allarme continuano a risuonare nell’economia giapponese. Un ulteriore aumento dei tassi era in discussione in vista della riunione di settembre, mentre Tokyo ha cercato di diversificare le fonti di approvvigionamento petrolifero e di sostenere le rotte che aggirano Hormuz. La necessità di alternative è diventata più urgente, anche se la loro realizzazione richiederà tempo.
L’industria sudcoreana riduce la produzione
La Corea del Sud ottiene circa il 70% del suo petrolio e il 20% del suo gas naturale liquefatto dall’Asia Occidentale. La crisi ha quindi colpito direttamente i settori manifatturiero e chimico, dove l’energia e le materie prime derivate dal petrolio sono essenziali per la produzione.
I settori petrolchimico, delle materie plastiche e altri settori ad alta intensità energetica si trovano ad affrontare costi più elevati e pressioni per ridurre la capacità produttiva. La carenza di nafta è particolarmente grave perché questo materiale viene utilizzato per realizzare prodotti destinati all’industria automobilistica, elettronica, degli imballaggi e delle costruzioni. Una carenza in questa fase può estendersi a settori molto distanti dall’estrazione del petrolio.
Il governo ha cercato di attutire lo shock attraverso il sostegno pubblico e misure per garantire gli approvvigionamenti. A fine marzo, è stato proposto un bilancio supplementare di 26.200 miliardi di won (16.640.000 euro) per aiutare famiglie e imprese. Tale intervento trasferisce parte dell’onere immediato sulle finanze pubbliche, anche quando previene perdite maggiori altrove.
Il paradosso energetico del sud-est asiatico
L’industria del Sud-Est asiatico dipende anche dal petrolio greggio del Golfo, dal gas naturale liquefatto e dai prodotti petrolchimici. L’aumento dei costi energetici e le interruzioni delle forniture mettono a rischio fabbriche e posti di lavoro in tutta l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico, sebbene la gravità vari considerevolmente tra i diversi Paesi e settori.
Le Filippine sono ulteriormente esposte al rischio a causa dei circa 2,4 milioni di filippini che lavorano in Medio Oriente. La loro sicurezza, il loro impiego e la loro capacità di inviare denaro a casa sono tutti vulnerabili in caso di conflitto prolungato.
Malesia e Indonesia, due importanti economie del Sud-Est Asiatico, si trovano di fronte a un paradosso energetico. Entrambe producono petrolio e gas e possono beneficiare di prezzi delle materie prime più elevati, eppure la produzione interna non elimina la dipendenza dai combustibili importati, dai prezzi internazionali o dai costosi sussidi ai consumatori.
Entrambi i governi hanno mantenuto i prezzi dei carburanti sovvenzionati, introducendo al contempo limiti di acquisto. Maggiori introiti dalle esportazioni possono fornire un cuscinetto, ma aumentano anche i costi per la protezione delle famiglie. L’equilibrio dipende dai combustibili che ciascun paese produce, importa e sovvenziona. I profitti di un esportatore o di una compagnia energetica statale possono coesistere con una crescente pressione sulle famiglie e sulle industrie che acquistano il suo combustibile.
L’accordo di protezione del Golfo è sotto accusa
Poi c’è l’Asia Occidentale stessa, dove è iniziata la guerra. L’attacco israelo-americano all’Iran alla fine di febbraio e la successiva interruzione delle attività a Hormuz hanno esposto gli alleati di Washington nel Golfo a crisi su più fronti. Gli attacchi a infrastrutture energetiche e civili hanno portato le conseguenze economiche della guerra direttamente negli Stati che ospitano forze militari statunitensi.
Le previsioni sono peggiorate drasticamente, ma i danni sono disomogenei. Le proiezioni del Fondo Monetario Internazionale di aprile indicavano una contrazione dell’8,6% per il Qatar, dello 0,6% per il Kuwait e dello 0,5% per il Bahrein. L’interruzione delle attività è proseguita ben oltre le previsioni di aprile.
Il Qatar ha subito danni particolarmente gravi alla sua economia dipendente dal gas naturale liquefatto. Alla fine di agosto, Oxford Economics avvertiva di una contrazione che si avvicinava al 30%, a causa dei danni a Ras Laffan. Il peggioramento rispetto alle previsioni primaverili riflette l’entità dei danni alle infrastrutture da cui dipendono i proventi delle esportazioni del Qatar.
La mancanza di uno sbocco marittimo al di fuori di Hormuz rende le esportazioni del Kuwait estremamente vulnerabili. Il Bahrein, già fortemente indebitato, si trova ad affrontare ulteriori pressioni finanziarie; i prezzi dei suoi derivato creditizi (credit default swap) erano aumentati di quasi il 40% alla fine di agosto. Il costo dell’assicurazione del debito pubblico offre un’ulteriore misura dell’incertezza che ora avvolge la Regione.
Riad attutisce le perdite, Dubai perde terreno
L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno maggiori margini per attenuare lo shock, sebbene nessuno dei due ne sia rimasto immune. Le previsioni del Fondo Monetario Internazionale di aprile prevedevano ancora una crescita del 3,1% per entrambi, nonostante avessero ridotto le prospettive dell’Arabia Saudita di 1,4 punti percentuali e quelle degli Emirati Arabi Uniti di 1,9 punti. Le loro rotte di esportazione alternative offrono una certa protezione, ma lasciano esposta gran parte dell’economia nel suo complesso.
L’oleodotto Est-Ovest dell’Arabia Saudita ha permesso al Paese di esportare parte del petrolio attraverso il Mar Rosso, aggirando Hormuz. Anche i prezzi del petrolio più elevati hanno in parte compensato la diminuzione dei volumi. L’esperienza del Regno Saudita dimostra perché i danni alla produzione e le variazioni delle entrate non sempre si muovono di pari passo.
Ciononostante, le perdite economiche sono considerevoli. L’attività petrolifera saudita è diminuita del 24,7% nel secondo trimestre, mentre il PIL complessivo si è contratto del 4,8% su base annua. Il deficit di bilancio si è attestato intorno ai 9,1 miliardi di dollari (7,855 miliardi di euro), nonostante il beneficio derivante dall’aumento delle entrate petrolifere.
Gli Emirati Arabi Uniti, in particolare Dubai e Abu Dhabi, hanno risentito del loro ruolo di centro logistico, turistico e finanziario globale. Secondo le stime di JPMorgan, pubblicate a fine agosto, le vendite immobiliari a Dubai sono crollate del 70-80%, mentre le azioni degli Emirati Arabi Uniti hanno perso circa il 14% durante il conflitto.
La chiusura dello spazio aereo regionale ha inizialmente costretto le principali compagnie aeree a sospendere o ridurre drasticamente le operazioni. Emirates ha dichiarato di aver ripristinato il 96% della sua rete globale entro il 4 maggio. La riapertura delle rotte, tuttavia, espone le compagnie aeree a costi del carburante più elevati e a nuove interruzioni dovute a problemi di sicurezza.
Abu Dhabi ha anche utilizzato l’oleodotto Habshan-Fujairah per mantenere alcune esportazioni di petrolio attraverso il Golfo dell’Oman. Come la rotta saudita, rappresenta uno sbocco prezioso, ma non può sostituire tutte le spedizioni né ripristinare la fiducia da cui dipende l’economia nel suo complesso.
Il costo ricade sulle famiglie
La crisi si estende oltre le entrate petrolifere e i mercati finanziari, influenzando la vita quotidiana. La vulnerabilità degli impianti di desalinizzazione è particolarmente grave negli Stati in cui l’acqua potabile dipende in larga misura da impianti costieri ad alta intensità energetica. Un attacco a un impianto, alla sua rete di alimentazione o alla sua rete di distribuzione minaccia un servizio essenziale con poche alternative immediate.
Le interruzioni della catena di approvvigionamento aumentano anche il costo dell’importazione di cibo e altri beni di prima necessità. Anche laddove l’intervento del governo o le scorte esistenti impediscano carenze, la sostituzione dei carichi e il mantenimento delle forniture comportano una spesa aggiuntiva. Tali costi devono essere assorbiti dagli importatori, dalle famiglie o dallo Stato.
Secondo la stima di Rystad Energy di aprile, la riparazione dei danni in Iran e negli Stati arabi del Golfo Persico potrebbe costare dai 34 ai 58 miliardi di dollari (da 29 a 50 miliardi di euro). Oltre agli impianti petroliferi e del gas, il conto si estende a fabbriche, centrali elettriche e impianti di desalinizzazione da cui dipende gran parte della Regione per l’acqua potabile.
La spesa per gli armamenti mette sotto pressione lo sviluppo
Il blocco di Hormuz e i danni alle infrastrutture petrolifere, idriche e civili stanno costringendo gli alleati di Washington nel Golfo a rivalutare i propri accordi di sicurezza. Ospitare le forze statunitensi non li ha protetti dalle conseguenze economiche della guerra, mentre la riparazione delle infrastrutture essenziali crea obblighi che dureranno ben oltre qualsiasi cessate il fuoco.
La spesa per la difesa ora compete con la ricostruzione, il sostegno pubblico e lo sviluppo a lungo termine. Gli investimenti in infrastrutture non si sono fermati: gli Stati del Golfo stanno anche accelerando i piani per porti e oleodotti che riducano la dipendenza da Hormuz. Ma la necessità di finanziare rotte alternative è di per sé parte del prezzo della guerra.
Miliardi che potrebbero migliorare i servizi pubblici e il tenore di vita rischiano di essere assorbiti dall’acquisto di armi e dalla riparazione di ciò che è stato distrutto. Più a lungo durerà questa situazione, più gli alleati di Washington saranno costretti a spendere semplicemente per preservare la sicurezza e la prosperità che la loro alleanza avrebbe dovuto garantire.
Fonte
21/08/2026
I corridoi che stanno ridisegnando l’Asia Occidentale
La mappa delle alleanze che si estende tra l’Asia occidentale e meridionale non è più tracciata solo dalla geografia o dagli allineamenti settari. Negli ultimi anni, un nuovo ordine regionale ha iniziato a prendere forma, in cui gli interessi di sicurezza sono legati a tecnologia, energia, porti, catene di approvvigionamento e cavi di comunicazione.
Il controllo delle infrastrutture transfrontaliere è diventato centrale nella lotta per l’influenza quanto gli accordi militari e politici.
Al centro di questo cambiamento c’è una rete di collaborazione che collega Israele, India ed Emirati Arabi Uniti, supportata dal coinvolgimento diretto degli Stati Uniti attraverso il quadro I2U2.
Accanto a questa rete si trovano altre rotte in cui convergono gli interessi di Turchia, Pakistan, Qatar e Stati del Golfo Persico, estendendosi a progetti come il Corridoio Economico Cina-Pakistan e la “Strada di Sviluppo” dell’Iraq.
La Regione non si è divisa in due blocchi coerenti, né gli Stati coinvolti condividono una posizione su ogni questione. Lo sviluppo più importante è il passaggio dalle alleanze militari convenzionali a reti di influenza economica, tecnologica e di sicurezza costruite attorno a porti, ferrovie, energia e dati.
Il quadro I2U2
Il quadro I2U2 è una delle espressioni più chiare di questo cambiamento. Riunendo India, Israele, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti, è nato come strumento di cooperazione in materia di sicurezza alimentare, energia pulita, tecnologia, commercio e investimenti. Al primo vertice dei leader dei quattro Paesi nel 2022, è stata sottolineata l’importanza degli investimenti e delle iniziative congiunte nei settori dell’acqua, dell’energia, dei trasporti, dello spazio, della sanità e della sicurezza alimentare.
L’importanza di I2U2, tuttavia, va oltre i progetti annunciati. Esso unisce la tecnologia israeliana, la capacità industriale e i mercati indiani, i capitali e la logistica degli Emirati e il potere politico e strategico degli Stati Uniti.
Il quadro di riferimento collega l’Asia occidentale agli oceani Indiano e Pacifico e consente a Israele, India ed Emirati Arabi Uniti di costruire partenariati che vanno oltre i tradizionali legami bilaterali.
Il raggruppamento è nato anche dall’apertura politica creata dagli Accordi di Abramo. La normalizzazione tra gli Emirati Arabi Uniti e Israele ha fornito a Washington una piattaforma attraverso la quale capitali, manodopera e capacità industriali indiane potevano essere più strettamente collegati al settore tecnologico israeliano e ai centri logistici del Golfo.
Tuttavia, il suo linguaggio economico non cancella lo scopo strategico che lo sottende, con la difesa che non è più limitata ai confini e agli eserciti convenzionali. Include sempre più la resilienza delle catene di approvvigionamento, i porti, le infrastrutture digitali, la sicurezza informatica e la protezione dei flussi energetici e commerciali.
L’ideologia lubrifica gli ingranaggi
Gli interessi economici e di sicurezza sono accompagnati da una certa sovrapposizione di prospettive politiche, in particolare nei confronti dell'“islam politico” e dei gruppi armati transnazionali, sebbene le motivazioni di ciascuno Stato differiscano considerevolmente.
Nel caso degli Emirati, il contrasto all'“islam politico” è diventato un elemento centrale della visione di Abu Dhabi in materia di sicurezza nazionale e regionale. L’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale israeliano ha descritto una dottrina politico-religiosa degli Emirati Arabi Uniti che presenta la pace come un valore islamico e una componente dell’identità nazionale.
Abu Dhabi promuove questa dottrina, diretta dallo Stato, contro i Fratelli Musulmani e le correnti Salafite, nell’ambito di una più ampia campagna contro l'“islam politico” in tutta la Regione.
L’India affronta l'“islam politico” e i gruppi armati da una prospettiva di sicurezza interna e regionale, plasmata in gran parte dal conflitto con il Pakistan e dalla disputa sul Kashmir. Ciò ha ulteriormente rafforzato la cooperazione con Israele e gli Emirati Arabi Uniti, in particolare nei settori dello spionaggio, della sicurezza informatica, della sorveglianza e della tecnologia militare.
I governi israeliani che si sono succeduti, soprattutto quelli guidati dal primo ministro Benjamin Netanyahu, hanno sfruttato il confronto con i gruppi armati e le minacce asimmetriche per promuovere Israele come potenza tecnologica e di sicurezza su cui gli Stati regionali possono fare affidamento.
Le guerre e le crisi degli ultimi anni hanno aumentato la pressione per una più stretta cooperazione in materia di difesa e tecnologia tra Israele, India, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti.
Tuttavia, la sola ideologia non può spiegare queste relazioni. L’India non condivide necessariamente la posizione di Israele sull’Iran, mentre la politica estera degli Emirati Arabi Uniti non si limita a seguire quella di Nuova Delhi o di Washington. La convergenza di interessi consente lo sviluppo di collaborazioni concrete anche laddove gli Stati partecipanti divergono su altri fronti.
Il peso cruciale dell’India
L’India riveste un ruolo eccezionale in questo contesto a causa della sua influenza demografica, economica e geografica. La sua popolazione di oltre 1,4 miliardi di abitanti, i settori manifatturiero e tecnologico in espansione e la vasta Diaspora nel Golfo Persico rendono difficile escludere Nuova Delhi da qualsiasi tentativo di riorganizzare gli scambi commerciali tra Asia ed Europa.
Un’analisi del Jerusalem Post pubblicata nel 2022 descriveva un’emergente “alleanza indo-abramitica” che lega Israele, gli Emirati Arabi Uniti e l’India attraverso la sicurezza marittima, la difesa missilistica, i droni, la sicurezza dei dati e la lotta all’estremismo islamico.
L’importanza dell’India, tuttavia, non si limita al suo ruolo militare. La sua presenza nel Golfo e le crescenti relazioni commerciali con gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita le conferiscono la capacità di reindirizzare parte del commercio asiatico verso rotte che non necessariamente passano attraverso i corridoi tradizionali, dove Pakistan e Iran esercitano una maggiore influenza.
Questa posizione offre inoltre all’India un margine di manovra per diversificare le proprie strategie. L’India mantiene legami energetici e di trasporto con l’Iran, anche attraverso Chabahar, pur portando avanti il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa con Washington e i suoi alleati regionali.
Nuova Delhi può quindi partecipare a sistemi concorrenti senza rinunciare alla sua consolidata politica di autonomia strategica, anche se il suo rapporto di sicurezza con Israele continua ad approfondirsi.
Il fronte infrastrutturale del corridoio economico India-Medio Oriente-Europa
Annunciato al vertice del G20 di Nuova Delhi nel 2023, il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa mira a collegare l’India, il Golfo Persico e l’Europa attraverso porti, ferrovie e infrastrutture energetiche e di comunicazione.
I piani prevedono un collegamento ferroviario, un’interconnessione elettrica, infrastrutture per l’idrogeno pulito e cavi dati ad alta velocità. La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha presentato il corridoio nel 2023 come un modo per accelerare gli scambi commerciali tra India ed Europa, aprendo al contempo nuove connessioni nel settore energetico e nell’economia digitale.
Nel 2025, la Commissione europea ha promosso separatamente il Corridoio Digitale UE-Africa-India nell’ambito più ampio del Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa. L’iniziativa si concentra su un sistema di cavi sottomarini di 11.700 chilometri che collega l’Europa e l’India attraverso il Mediterraneo, l’Asia occidentale e l’Africa orientale, con l’obiettivo dichiarato di fornire connessioni dati sicure e ad alta capacità.
I corridoi stanno diventando sempre più sistemi integrati per il trasporto di merci, energia e dati. Gli Stati in grado di proteggere o influenzare queste reti acquisiscono una forma di potere strategico un tempo associata principalmente al controllo di porti e stretti.
Il progetto, tuttavia, rimane esposto a intrighi politici e conflitti. Il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa dipende da un passaggio terrestre attraverso l’Arabia Saudita e la Giordania fino al porto israeliano di Haifa.
Il Genocidio palestinese a Gaza e la mancata normalizzazione dei rapporti tra Arabia Saudita e Israele hanno reso incerte le sue basi politiche, sollevando crescenti interrogativi sulla sua fattibilità.
Gwadar e la via dello sviluppo
Il Corridoio Economico Cina-Pakistan e la “Via dello Sviluppo” irachena non dovrebbero essere considerati un unico progetto o come elementi di un’alleanza unificata guidata da Turchia, Pakistan e Arabia Saudita. Appartengono a reti diverse, ma entrambi contribuiscono a impedire che un’unica rotta monopolizzi il commercio regionale.
Il Corridoio Economico Cina-Pakistan è il ramo pakistano della Nuova Via della Seta cinese, che collega la Cina con il Pakistan e il Porto di Gwadar sul Mar Arabico. Il Segretariato pakistano del Corridoio Economico Cina-Pakistan elenca una rete di progetti portuali, di zone franche, stradali e logistici intorno a Gwadar. Tra questi, l’Autostrada Eastbay Gwadar, costruita per collegare il porto e la sua zona franca alla rete autostradale nazionale pakistana.
La Via dello Sviluppo irachena è un’iniziativa separata, ma la posizione dell’Iraq tra il Golfo Persico, la Turchia e l’Europa le conferisce particolare importanza. Nell’aprile del 2024, Iraq, Turchia, Qatar ed Emirati Arabi Uniti hanno firmato un memorandum d’intesa sul progetto, concepito per collegare il Porto di Grand Faw al confine turco attraverso circa 1.200 chilometri di strade e ferrovie in Iraq.
L’investimento previsto si aggira intorno ai 17 miliardi di dollari (14,7 miliardi di euro), con la realizzazione suddivisa in tre fasi. Il Ministero dei Trasporti del Qatar afferma che la prima fase dovrebbe essere completata nel 2028, seguita dalle fasi successive nel 2033 e nel 2050. Baghdad presenta la “Via dello Sviluppo” come un corridoio commerciale Est-Ovest concorrente, che collega il Golfo Persico all’Europa.
Questa partecipazione complica qualsiasi tentativo di dividere la competizione tra Israele, Emirati Arabi Uniti e India da una parte e Turchia, Pakistan e Arabia Saudita dall’altra. Gli Emirati Arabi Uniti fanno parte anche della “Via dello Sviluppo” insieme a Turchia, Qatar e Iraq.
Ankara e Riad mantengono una posizione neutrale
La Turchia occupa un posto particolare in questa equazione. È un membro della NATO con legami economici che si estendono in Europa, Russia, Golfo Persico e Asia centrale, mentre la sua influenza politica e militare spazia dalla Siria all’Iraq al Caucaso. Per Ankara, la “Via dello Sviluppo” offre l’opportunità di rafforzare la sua posizione di ponte terrestre tra il Golfo Persico e l’Europa.
L’Arabia Saudita è più difficile da collocare all’interno di un blocco definito. Riad è firmataria del Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa, ma ha anche approfondito le relazioni con Cina, Russia, Turchia e Pakistan. Mostra scarso interesse per un allineamento regionale chiuso, preferendo trasformare la sua posizione geografica ed economica in una leva negoziale presso diversi centri di potere.
I principali Stati regionali evitano sempre più di scegliere tra due schieramenti. Cercano un posto in molteplici reti, utilizzando una collaborazione per rafforzare la propria posizione negoziale in un’altra.
Questo non è tanto un equilibrio stabile quanto una copertura permanente. Una ferrovia, un investimento portuale, un accordo di difesa o una collaborazione energetica possono legare due Stati su un fronte, lasciandoli però in contrapposizione su un altro.
Il Levante escluso
La competizione sta anche rimodellando il Mediterraneo Orientale. Le coste siriane e libanesi sono ben più che semplici teatro di scontri militari. Occupano territori in cui potrebbero convergere potenziali rotte energetiche, di trasporto e di comunicazione tra il Golfo Persico, il Mediterraneo e l’Europa.
Per Israele, legami più forti con il Golfo Persico, l’India e l’Europa conferirebbero al Mediterraneo Orientale un nuovo ruolo all’interno delle reti commerciali ed energetiche. Per la Turchia, qualsiasi corridoio che colleghi il Golfo Persico all’Europa aggirando il territorio turco ne eroderebbe il valore strategico.
La “Via dello Sviluppo”, invece, offre ad Ankara il ruolo di terminale e porta d’accesso per il traffico proveniente dal Golfo Persico attraverso l’Iraq.
Il Libano e la Siria rischiano di passare dal centro della loro geografia strategica ai margini delle nuove reti di trasporto e investimento. Porti, strade, ferrovie, collegamenti energetici, reti dati e stabilità politica sono tutti elementi necessari per trasformare la geografia in potere economico.
Beirut ha già manifestato interesse ad aderire alla rotta del Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa, incentrata su Israele, nonostante le contraddizioni politiche e di sicurezza che tale mossa comporterebbe.
La Siria, nel frattempo, rimane limitata dai danni della guerra, dalle sanzioni e da infrastrutture frammentate, il che espone entrambi i Paesi al rischio di essere aggirati da corridoi che si snodano intorno a loro.
Il potere fluisce attraverso la rete
La mappa che emerge non mostra due blocchi opposti nel vecchio senso. Segna una transizione da alleanze rigide a reti sovrapposte.
Israele, India, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti cooperano laddove convergono tecnologia, sicurezza e commercio, mentre Turchia, Pakistan, Qatar, Arabia Saudita e Iraq partecipano ad altre reti che si intersecano ripetutamente con la prima.
La prossima sfida si estenderà quindi oltre i confini e l’influenza politica per arrivare al controllo del movimenti commerciali, energetici e informativi.
Porti e stretti sono stati tra i principali strumenti di potere nel Ventesimo secolo. Nel Ventunesimo secolo, ad essi si sono aggiunti cavi sottomarini, centri dati, intelligenza artificiale, sistemi di sicurezza cibernetica, reti ferroviarie e gasdotti per l’idrogeno.
Il futuro dell’Asia Occidentale sarà plasmato dalla potenza militare, ma anche dagli Stati in grado di rendersi nodi indispensabili in questi nuovi sistemi.
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19/08/2026
Gli Usa cambiano strategia, per prendere tempo
Due notizie pressoché contemporanee confermano l’impressione. Gli Emirati Arabi – lo Stato del Golfo più allineato con gli interessi Usa – ha dichiarato che “Tutti gli scambi commerciali, le transazioni finanziarie e gli scambi con l’Iran sono stati sospesi fino a nuovo avviso”. Una misura economicamente trascurabile – i rapporti tra i due paesi sono da tempo ai mini termini – ma politicamente “eccitante”.
La dichiarazione è giunta dopo quella del Ministero della Difesa emiratino, secondo cui la difesa aerea aveva rilevato due missili balistici lanciati dall’Iran, uno dei quali è caduto al di fuori delle acque territoriali del Paese e l’altro al loro interno. Come si vede, due autentici buchi nell’acqua vengono elevati al rango di «attacco cui è necessario rispondere».
Tra l’altro occorre anche dire che Teheran smentisce seccamente di aver sparato due missili e attribuisce il fatto ad «un’operazione falsa bandiera». Ossia ad un deliberato «fuoco d’artificio» statunitense o israeliano (altri soggetti interessati non ce ne sono, per ora) per riattizzare la tensione.
Nei mesi scorsi l’Iran aveva diverse volte preso di mira le basi Usa nel Golfo, quindi anche negli Emirati, dimostrando una notevole precisione che ha provocato danni serissimi alle strutture militari, accompagnata da una rivendicazione piena e motivata. Se insomma Teheran avesse davvero deciso di attaccare non avrebbe fatto due buchi nell’acqua e avrebbe anche spiegato il perché.
La seconda notizia viene ovviamente da Washington e riguarda l’annuncio di un «cambio di strategia» contro l’Iran: dagli attacchi missilistici al «lento strangolamento dell’economia». Enunciata dal ministro del tesoro Bessent questa svolta indica più cose.
In primo luogo che la scarsità di missili sia difensivi che offensivi (i Patriot tra i primi e i Tomahawk tra i secondi sono i modelli più noti) è effettivamente un problema al momento insormontabile per l’esercito Usa. Anche i contratti firmati ad occhi chiusi per «incentivare la produzione» non potranno sortire grandi risultati a breve termine (le linee di montaggio vanno installate, testate e poi si vede, anche perché diversi componenti in “terre rare” vengono dalla Cina e sono sottoposte alle “controsanzioni” di Pechino).
In secondo luogo il cambio indica che che gli Stati Uniti non intendono affatto rinunciare alle loro pretese di piegare l’Iran e l’«asse sciita», ma sono costretti a rinviare a un tempo migliore il redde rationem militare (il che probabilmente incontra la rabbia di Netanyahu, che stava facendo pressione – insieme a dei «teorici della guerra» statunitensi – per l’eventuale utilizzo di testate nucleari «tattiche», ossia di minor potenza e/o livelli di radioattività).
La terza evidenza è che questa strategia «economica» ha forse ancora minori probabilità di successo rispetto a quella militare.
Sei mesi di guerra hanno chiarito che il blocco di Hormuz – sia da parte iraniana che americana – sono un problema per l’economia mondiale, fin qui attenuato grazie al rilascio di grandi quantità di greggio dalle «riserve strategiche» dei principali paesi del mondo, oltre che alla sospensione delle sanzioni al petrolio iraniano già caricato sulle navi e a quello russo, che di fatto arriva sui mercati grazie a triangolazioni varie, peraltro benedette dagli stessi euro-idioti che continuano a sfornare «pacchetti di sanzioni contro Mosca» senza neanche rendersi conto del boomerang che ciò comporta da quattro anni a questa parte.
In più, è ormai arcinoto che numerose altre vie commerciali non marittime sono state aperte in seguito a progetti realizzati ben prima della guerra (come la ferrovia cinese che ora raggiunge Teheran) e a causa di quest’ultima (il Pakistan ha moltiplicato i punti di passaggio alla frontiera). E questo senza neanche calcolare le nuove rotte che attraversano il mar Caspio in direzione della Russia.
Quella che si prospetta, dunque, è una sorta di «tregua guerreggiata», un conflitto a medio-bassa intensità ma di durata indeterminata. Che possa essere ben accetta a Tel Aviv è escluso; che possa funzionare nei confronti di Teheran, anche. Che possa proseguire anche dopo le elezioni di midterm negli Stati Uniti – primo martedì di novembre – è altamente incerto, perché il Congresso, dopo essere stato rinnovato per metà, potrebbe non garantire più una maggioranza a Trump ed essere condizionato da una pattuglia «socialista» che va assumendo toni e dimensioni sempre meno trascurabili.
Nel frattempo Trump gioca a “padrone del mondo” dichiarando lo Stretto di Hormuz come “territorio americano” e postando una cartina in cui “si impossessa” di pezzi di Emirati ed Oman, oltre che di frammenti di territorio iraniano.
È quel che gli è rimasto del potere coloniale e imperialista di un tempo: quello di “nominare” qualsiasi cosa in un modo che ne illustrava il dominio reale. Ora serve solo per il tempo di un tweet...
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04/06/2026
Soldati e missili israeliani negli Emirati contro l’Iran
La visita rinnegata
Assolutamente preziosa (per gli interessati), ma anche chiaramente imbarazzante. Parliamo della visita-lampo di Netanyahu negli Emirati Arabi, che avrebbe dovuto essere tenuta supersegreta, confinata nelle stanze della diplomazia, per ragioni di “realpolitik”. Ma che, invece, due settimane fa è deflagrata come notizia-bomba, proprio nel momento in cui agli israeliani faceva comodo. E che, invece, nel Paese del Golfo ha sollevato un’immediata cortina fumogena di smentite. Nessuno ha visto nessuno, insomma, dicono ad Abu Dhabi. “Netanyahu non l’ho mai incontrato”, ha dichiarato con lo sguardo sfuggente il Presidente, sceicco Mohamed bin Zayed al-Nahyan. E lo capiamo. Si, perché pur comprendendo gli interessi nazionali (non tanto patriottici, quanto piuttosto finanziari) che agitano i sonni degli emiri, si fa fatica a pensare che degli arabi sunniti abbiano srotolato il tappeto rosso sotto i piedi dello “sterminatore di Gaza”. Eppure è così, perché la guerra contro l’Iran, che sembra studiata apposta a tavolino, per destabilizzare irrimediabilmente ciò che resta dei fragili equilibri della regione, ha rimescolato le alleanze. O, meglio, ha pericolosamente accelerato divergenze (e ‘convergenze’) che non promettono nulla di buono. Così, gli israeliani hanno praticamente stretto un patto di ferro, benedetto da Trump, con gli Emirati in funzione anti-Iran. Usando il Paese, assieme agli americani, come utile testa di ponte per attaccare il regime degli ayatollah.
Truppe e missili di Tel Aviv
Dunque, secondo il Wall Street Journal, il dado è tratto: l’intesa tra Tel Aviv e Abu Dhabi, fin qui formalizzata solo attraverso i Patti di Abramo, ora ha fatto un salto di qualità. In un certo senso è diventata una partnership militare. “La guerra con l’Iran – scrive il giornale – ha portato a una notevole espansione dei legami, con Israele che si è spinto fino a schierare truppe e sistemi di difesa missilistica nel Paese del Golfo, per proteggerlo da eventuali attacchi iraniani. Ma un viaggio segreto negli Emirati Arabi Uniti, che il Primo ministro israeliano ha affermato di aver compiuto, e la rapida smentita da parte degli Emirati Arabi Uniti, rivelano i rischi politici che ancora incombono sulle relazioni” tra i due Paesi. Smentite, giri di valzer diplomatici, cosmesi politica, sforzi (maldestri) di negare l’evidenza: comunque sia, tutto il circo Barnum di indiscrezioni che ruotano intorno al vertice “rinnegato” testimonia che Emirati e Israele hanno discusso, in profondità, di come attaccare l’Iran. E per sottolineare l’importanza che gli analisti danno a quella che ormai può essere considerata, a tutti gli effetti, come un’alleanza strategica, sempre il Journal scrive che “durante la guerra, Israele ha inviato batterie Iron Dome e truppe a difesa degli Emirati Arabi Uniti, e diverse decine di soldati sono tuttora di stanza in un complesso militare nel Paese del Golfo, secondo quanto riferito da una fonte a conoscenza dei fatti. Numerosi alti funzionari israeliani, oltre al Primo Ministro Benjamin Netanyahu, al capo del Mossad, al capo dello Shin Bet e al capo di Stato maggiore israeliano, si sono recati segretamente negli Emirati durante il conflitto, per coordinare le attività contro l’Iran”.
Un ruolo bellico segreto
L’escalation della crisi, nel caso dell’attuale Guerra del Golfo, è determinata dalla strategia iraniana della “guerra di logoramento” a bassa intensità. Mano a mano che la dottrina israeliana della “decapitazione” andava avanti, a Teheran si è rafforzata la corrente degli “intransigenti”. In sostanza, ha vinto una linea di conduzione del conflitto che punta al suo allargamento e alla massimizzazione dei danni collaterali, tali da coinvolgere anche i Paesi non belligeranti. La dottrina Hormuz è il caposaldo di questo ragionamento, che tende a strangolare le rotte mondiali di approvvigionamento energetico. Allora, se prima della guerra, i Paesi del Golfo avevano dichiarato che non avrebbero permesso l’utilizzo del loro spazio aereo o delle loro basi per attacchi contro il regime degli ayatollah, dopo è cambiato tutto. Quando, cioè, l’Iran ha deciso di bombardare porti e infrastrutture di stati neutrali. Gli Emirati Arabi – sostiene il WSJ – hanno subito il peso maggiore di questi attacchi, poiché l’Iran li ha presi di mira con oltre 2.800 tra missili e droni, un numero di gran lunga superiore a quello utilizzato contro qualsiasi altro Paese, Israele compreso.
Attacchi congiunti con Israele
Forse l’aspetto più significativo dell’alleanza tripartita Usa-Emirati-Israele sono le operazioni di bombardamento compiute assieme. Tra gli obiettivi sono stati segnalati le isole di Qeshm e Abu Musa nello Stretto di Hormuz; Bandar Abbas, la raffineria di Lavan e il grande impianto petrolchimico di Asaluyeh. “L’entità della risposta aggressiva degli Emirati Arabi Uniti – conclude il WSJ – ha esacerbato le divisioni all’interno del Golfo. All’inizio di aprile, l’Arabia Saudita si è lamentata con gli Stati Uniti del fatto che gli attacchi degli Emirati stessero aumentando il rischio che le infrastrutture energetiche regionali potessero essere prese di mira dall’Iran, cosa che avrebbe potuto far impennare i prezzi del petrolio e scuotere i mercati globali”.
“I sauditi volevano che gli Stati Uniti facessero pressione sugli sceicchi affinché interrompessero gli attacchi di rappresaglia e si unissero agli sforzi diplomatici dei Paesi della regione”.
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20/05/2026
Quello che ci hanno nascosto sulla guerra in Medio Oriente
L’Iran ha coinvolto nella guerra i Paesi del Golfo che ospitano basi statunitensi, colpendo obiettivi militari e civili. Durante la guerra i governi dei Paesi attaccati hanno più volte ribadito di avere il diritto di rispondere agli attacchi, ma non hanno mai detto di averlo fatto, limitandosi a dare notizia dei droni e dei missili iraniani intercettati. La scorsa settimana in due articoli del Wall Street Journal e di Reuters è emerso che le aviazioni di Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita hanno compiuto attacchi su obiettivi iraniani, sfruttando la distruzione della contraerea iraniana. Sono stati attacchi con danni ingenti.
Stati in guerra ‘ufficiosa’
L’Arabia Saudita e il Kuwait hanno anche attaccato con bombardamenti aerei e lanci di missili le milizie filoiraniane attive in Iraq, che avevano attaccato loro obiettivi. Anche queste operazioni sono state condotte segretamente: hanno ucciso diversi combattenti e distrutto una struttura utilizzata dalla milizia Kataib Hezbollah, sostenuta dall’Iran, per le comunicazioni e le operazioni con i droni.
I danni alle basi statunitensi
Nei primi giorni di guerra sono stati uccisi sette militari statunitensi, 6 in Kuwait e 1 in Arabia Saudita, colpiti da attacchi iraniani: 400 soldati sono stati feriti nel corso dei 40 giorni, perlopiù in forma lieve (quelli gravemente feriti sarebbero 12, secondo fonti governative citate dal Washington Post). Saltuariamente sono emerse foto di danni alle basi statunitensi, ma dopo due settimane di guerra l’amministrazione Usa ha chiesto ai due principali fornitori di foto satellitari commerciali, Vantor e Planet Labs, di sospendere le pubblicazioni delle immagini della regione.
Nascondere i fatti per verità addomesticate
I media iraniani hanno invece continuato a pubblicare immagini satellitari e il Washington Post le ha recentemente analizzate, confrontandole con quelle di satelliti europei a più bassa definizione: lo studio ha permesso di confermare che almeno 217 strutture e 11 mezzi militari sono stati distrutti o danneggiati negli attacchi iraniani a 15 basi statunitensi. I danni sono quindi molto maggiori di quelli dichiarati dal governo e riguardano anche postazioni di comunicazione satellitare, antenne satellitari e sistemi di difesa missilistica Patriot. In molti casi le basi sono state evacuate dopo i primi giorni di guerra, e i soldati sono stati trasferiti altrove.
I danni nei Paesi del Golfo
Anche i danni subiti dai paesi del Golfo sono con ogni probabilità sottostimati: dopo i primi giorni di guerra i governi dei paesi interessati hanno vietato alla popolazione di riprendere le zone colpite, perseguendo e arrestando giornalisti o semplici cittadini che contravvenivano alle indicazioni. Gli Emirati Arabi Uniti, per esempio, erano preoccupati di non compromettere ulteriormente l’immagine di destinazione turistica e di centro economico-finanziario di città come Dubai o Abu Dhabi.
La base segreta israeliana in Iraq
A inizio maggio il Wall Street Journal ha anche scoperto che Israele aveva costruito e utilizzato una base militare clandestina nel deserto dell’Iraq occidentale, circa 180 chilometri a sud-ovest della città di Karbala. La base comprendeva una pista d’atterraggio per i caccia e ospitava squadre delle forze speciali israeliane per operazioni sotto copertura, oltre che squadre di ricerca e soccorso per recuperare eventuali piloti che fossero stati abbattuti da portare in salvo. Quando l’esercito iracheno ha provato ad avvicinarsi per verificare i movimenti militari anomali nel suo territorio, Israele ha difeso la base, sparando sui soldati iracheni per impedire loro di avvicinarsi. Poi l’ha smantellata.
Rapporti fra Emirati Arabi Uniti e Israele
Giovedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato che durante la guerra ha fatto una visita segreta negli Emirati Arabi Uniti. Il governo emiratino ha poi smentito, ma sono arrivate altre conferme. I due paesi hanno relazioni diplomatiche dal 2020, quando gli Emirati Arabi Uniti sono entrati nei cosiddetti Accordi di Abramo promossi dagli Stati Uniti che dovevano servire a normalizzare i rapporti tra Israele e alcuni paesi arabi. Si è anche saputo che durante la guerra Israele ha inviato il proprio sistema di difesa aerea Iron Dome per proteggere gli Emirati dai missili dell’Iran: è la prima volta che viene fornito a un paese che non siano gli Stati Uniti.
Il numero dei morti, in Libano e in Iran
Anche il numero complessivo delle persone uccise negli attacchi di Stati Uniti e Israele resta sconosciuto. I dati ufficiali indicano 3.375 persone uccise in Iran e 2.702 in Libano. Le informazioni sull’Iran sono poche e lacunose, il numero probabilmente sottostima quello dei militari morti. Per quel che riguarda il Libano, invece, in un articolo di Reuters due fonti del gruppo libanese Hezbollah hanno detto che i combattenti uccisi dagli israeliani in questa fase della guerra, nel 2026, sono «diverse migliaia». Le persone uccise potrebbero quindi essere molte di più.
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19/05/2026
Guerra all'Iran - Bombe ferme, trattativa in corso
Tornato da Pechino praticamente a mani vuote, senza aver ottenuto né in guerra né in diplomazia quella “vittoria” da sbandierare per uscire dall’angolo in cui si è chiuso con le sue mani, aveva di nuovo messo in piedi il format – a metà strada tra il mafioso e il western – “non c’è nulla da trattare, solo prendere o lasciare, altrimenti vi annientiamo”.
L’obbiettivo era esplicitamente Teheran, che prima, però, aveva infilato la proposta spiazzante sull’uranio arricchito in suo possesso, dichiarandosi disponibile a consegnarlo – sì – ma alla Russia, non agli Stati Uniti. E poi, davanti all’ukaze finale di Trump, aveva incaricato il presidente laico Massoud Pezeshkian di rispondere “trattare non significa arrendersi”.
A quel punto in tutto il mondo ci si metteva ad ascoltare il ticchettio dell’orologio in attesa dell’“inevitabile” nuovo attacco israelo-statunitense contro l’Iran. Anche i “mercati”, naturalmente, si erano disposti al peggio, con futures in calo su qualsiasi indice.
Poi nella serata di ieri (ora italiana) la retromarcia: “Ho dato ordine di sospendere l’attacco all’Iran perché ‘sono ora in corso seri negoziati’ che porteranno ad un accordo che risulterà pienamente accettabile per gli Stati Uniti d’America, così come per tutti i Paesi del Medio Oriente e oltre”.
Cosa era cambiato? Che i Paesi arabi del Golfo, i più penalizzati – dopo l’Iran – da una guerra che li aveva coinvolti direttamente bloccandone sia il commercio di petrolio e gas, sia la prospettive di diversificazione del business (il turismo a Dubai è ora azzerato), si erano finalmente fatti avanti per rompere lo schema “guerra o resa”.
L’Emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, il Principe Ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman Al Saud, e il Presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan (il più anti-Teheran del mazzo) hanno chiesto agli Usa di fermarsi e sedersi al tavolo della mediazione, gestita ancora dal Pakistan. Sul piatto c’era infatti una possibile soluzione per evitare che l’Iran possa avere la bomba atomica e contemporaneamente evitare di consegnare al nemico il proprio programma nucleare.
Che qualcosa di importante stesse accadendo negli equilibri del Golfo Persico era apparso chiaro quando era stato reso noto che il Pakistan, in base all’accordo di reciproca difesa tra Islamabad e Riyadh, ha disposto l’invio di un contingente militare di circa 8.000 uomini e velivoli da combattimento in Arabia Saudita.
La mossa rivela certamente che Ryad è preoccupata per l’evolvere della situazione nel Golfo, dovendo scontare una grande ricchezza finanziaria derivante dal petrolio ma anche una forza militare piuttosto inefficiente (nonostante le grandi spese in armamenti, soprattutto statunitensi), tanto da perdere sostanzialmente la guerra durata quasi 10 anni contro gli Houthi.
L’accordo con il Pakistan, soprattutto, prevede una certa copertura anche nucleare. E nell’area l’unico paese dotato di atomiche è Israele, non l’Iran. D’altro canto se Islamabad è credibile come mediatore anche agli occhi di Teheran – i ministri degli esteri si sono incontrati più volte nelle scorse settimane – vuol dire che non risulta sdraiata su posizioni ostili o apertamente nemiche.
Anzi, riferiscono le agenzie locali, durante un incontro con il ministro pakistano Mohsin Naqvi, che si era recato in Iran per consultazioni, le due parti hanno discusso della cooperazione bilaterale tra Iran e Pakistan, anche nei settori della sicurezza e dell’economia. Hanno inoltre scambiato opinioni sugli ultimi sviluppi in materia di sicurezza regionale e sugli sforzi in corso volti a porre fine alla guerra di aggressione imposta dagli Stati Uniti e dal regime sionista all’Iran.
Dunque l’invio di soldati e aerei in Arabia Saudita ha quanto meno un significato di rafforzamento delle difese di Ryad in senso “onnilaterale”, e non pregiudizialmente o esclusivamente anti-iraniano.
Qualunque sia l’interpretazione, in ogni caso, il Pakistan ha assunto un peso specifico superiore nelle dinamiche del Golfo Persico. E gioca per sé, non “conto terzi”, vantando peraltro un ottimo e consolidato rapporto con Pechino.
Il che complica i calcoli di tutti gli altri protagonisti, statunitensi e israeliani in primis.
Dunque la richiesta di Qatar, Arabia ed Emirati di fermare un nuovo ciclo di bombardamenti – riassunta dai media nella formula “bisogna dare una possibilità ai negoziati perché se si colpisce l’Iran, tutti pagheremo il prezzo per questo” – non poteva essere ignorata con un’alzata di spalle.
Ovvia pure la postura muscolare con cui lo stop è stato annunciato: “Siamo pronti ad un assalto completo, su larga scala dell’Iran, con un attimo di preavviso, nel caso in cui non venga raggiunto un Accordo accettabile”. Ma di fatto, per ora, risuonano soltanto le parole, non le bombe.
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La proiezione degli Emirati in Africa: la longa manus degli Accordi di Abramo
E non è sempre il solito giornale comunista (come il nostro) a dirlo. A metterlo nero su bianco è un dettagliato rapporto del German Institute for International and Security Affairs (SWP), che comincia anche a chiedere conto delle reazioni inesistenti delle cancellerie europee alle scelte emiratine, nonostante le pesanti ripercussioni sui nodi della sicurezza e delle migrazioni verso il Vecchio Continente.
Secondo lo studio, la leadership di Abu Dhabi – guidata da Mohammed bin Zayed Al Nahyan – si è trasformata nel principale motore esterno di alcuni dei più sanguinosi conflitti africani: dal Sudan alla Libia, fino all’Etiopia e alla Somalia. Una strategia d’intervento che non si è fermata nemmeno davanti all’escalation dovuta all’aggressione all’Iran da parte di Stati Uniti e Israele.
Il peso dell’interventismo emiratino emerge in tutta la sua drammaticità in Sudan, teatro di quella che da molte organizzazioni internazionali è considerata la più grave crisi umanitaria globale, con 33,7 milioni di persone bisognose di assistenza e oltre 15 milioni di sfollati. Il rapporto individua negli EAU il principale sponsor militare, logistico e finanziario delle Forze di Supporto Rapido (RSF), la milizia guidata da Mohamed Hamdan Dagalo (noto come Hemedti).
Nell’ottobre del 2025, le RSF hanno espugnato la città di El-Fasher, nel Nord Darfur, compiendo massacri contro la popolazione civile non araba che gli osservatori ONU hanno descritto come una transizione verso il genocidio. Nonostante le dichiarazioni formali di Abu Dhabi, i flussi di approvvigionamento non si sono mai fermati: numerosi voli cargo sospetti hanno continuato a viaggiare dagli Emirati all’Etiopia, per poi riversare armi oltre il confine sudanese.
Il “modus operandi” emiratino evita il dispiegamento di truppe proprie, preferendo muovere l’intelligence e imponenti risorse finanziarie attraverso reti transnazionali. In essa, riporta il think tank tedesco, ci sono le truppe comandate dal generale e politico libico Haftar – che controlla Bengasi e a cui sono stati forniti pure equipaggiamenti occidentali – e anche forze di polizia come la Puntland Maritime Police Force (PMPF), operante dalla regione omonima e semi-autonoma della Somalia.
Abu Dhabi fa anche largo uso di mercenari. Nel 2025 il governo USA ha sanzionato attori legati al reclutamento di centinaia di mercenari colombiani e sudanesi, gestiti dalla società emiratina Global Security Services Group, impiegati in prima linea come piloti di droni, artiglieri e istruttori.
Infine, un pilastro fondamentale della proiezione emiratina in Africa è il suo ruolo nel riciclaggio di oro contrabbandato: Abu Dhabi si arricchisce direttamente attraverso i canali illegali dell’oro proveniente dalle zone di conflitto, costruendo così un meccanismo di finanziamento e sostegno politico ai signori della guerra locali che si ripaga da solo.
L’approccio geopolitico degli EAU risponde a logiche precise, che vedono il caos come obiettivo strategico. Kenneth Roth, ex direttore di Human Rights Watch e docente all’Università di Princeton, in una recente intervista a Clash Report ha affermato: “gli Emirati Arabi Uniti preferiscono paesi divisi e caotici a quelli uniti attorno all’Islam politico”.
Lo studioso ha però fatto presente che Abu Dhabi va a braccetto con Tel Aviv in questo orizzonte: “Israele condivide questa preferenza, dalla Siria all’Iran. Netanyahu non ha un obiettivo finale, solo la distruzione. Gli Emirati Arabi Uniti condividono la preferenza di Israele per il caos rispetto a qualsiasi governo unificato che potrebbe minacciarli”.
Questa convergenza strategica trova riscontro anche sul piano diplomatico. Nell’appena concluso vertice dei BRICS, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha accusato apertamente gli Emirati di aver bloccato una dichiarazione congiunta dei membri del gruppo, volta a condannare le aggressioni israeliane in Medio Oriente, proprio a tutela dei rapporti speciali che Abu Dhabi intrattiene con lo Stato ebraico.
Al contempo, gli EAU stanno collaborando con Israele per stabilire una presenza militare a Berbera, nella regione somala del Somaliland. Una forte presenza nell’area significherebbe avere un avamposto funzionale alla gestione dei flussi del Mar Rosso e a minacciare gli Houthi, estendendo la propria influenza sul Corno d’Africa, sia dal punto di vista geopolitico sia sotto quello economico.
Infatti, la spinta espansionistica in Africa serve anche a tutelare i massicci investimenti infrastrutturali dei colossi statali della logistica, come DP World e AD Ports Group, che gestiscono terminal nevralgici in Senegal, Tanzania, Mozambico, Angola ed Egitto, e che risultano centrali per assicurarsi il controllo delle rotte commerciali e delle materie prime.
Tutto ciò è di cruciale importanza sulla strada della diversificazione economica, su cui Abu Dhabi si è incamminata da molto più tempo di quanto si possa immaginare, se si ragiona secondo i soliti stereotipi sulle “petromonarchie”: l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) riportava già nel settembre 2024 che oltre il 70% del PIL della federazione della penisola araba non provenisse dall’oro nero.
Tuttavia, questa politica ha fatto esplodere le frizioni con il vicino saudita. Nello Yemen, ad esempio, dove i due paesi portavano avanti una campagna militare unitaria contro gli Houthi, e da dove, all’inizio del 2026, gli Emirati hanno deciso di ritirare tutte le loro truppe. L’onda lunga di questa frattura è arrivata al Sudan: l’Arabia Saudita (insieme a Egitto e Somalia) ha chiuso temporaneamente il proprio spazio aereo ai voli di rifornimento emiratini diretti alle RSF.
Le tensioni hanno persino causato il fallimento della Terza Conferenza Internazionale sul Sudan tenutasi a Berlino il 15 aprile 2026. Il culmine di questo processo di rottura è stato l’annuncio del ritiro degli EAU dal cartello petrolifero dell’OPEC, e dalla scelta di giocare una partita più autonoma negli incroci del mondo multipolare. La Cina rimane un partner strategico, ma i larghi investimenti sull’IA sono statunitensi, mentre sul piano geopolitico viene stretta l’alleanza con l’India di Modi, contro l’asse Arabia Saudita-Pakistan.
Le conseguenze dell’interventismo emiratino non restano confinate in Africa, ma colpiscono direttamente la situazione europea in termini di sicurezza commerciale e flussi migratori. Per citare alcuni dati, a causa della guerra in Sudan la percentuale di rifugiati sudanesi sbarcati in Italia è raddoppiata tra il 2024 e il 2025, passando dal 3% al 6% del totale degli arrivi. In Grecia, i sudanesi rappresentano ormai la seconda nazionalità per richiedenti asilo (oltre il 20%).
Nonostante ciò, Abu Dhabi ha finora goduto di una spiccata clemenza diplomatica. I “sovranari” nostrani sono sempre pronti a lanciare l’allarme sui migranti, ma si guardano bene dal denunciare pubblicamente l’origine e il colpevole delle crisi che costringono migliaia di persone a scappare dal proprio paese, per cercare di sopravvivere.
Nel novembre 2025, la ministra di Stato agli Affari Esteri degli Emirati, Lana Nusseibeh, ha condotto un’intensa attività di lobbying a Bruxelles: il risultato è stato la cancellazione di qualsiasi riferimento al ruolo degli EAU nella risoluzione del Parlamento Europeo sul Sudan, grazie all’opposizione del Partito Popolare Europeo (PPE).
Per concludere questo articolo, sono già estremamente significativi il monito e le richieste finali del documento redatto dal SWP. Ripetiamo, non si tratta di un giornale comunista a dirlo, ma è un centro studi tedesco ad affermare che i governi europei non possono più considerare gli Emirati un partner costruttivo, se questi continuano ad agire come fattore di destabilizzazione internazionale, come lo sono oggi.
Sfruttando il fatto che Abu Dhabi teme i danni d’immagine e vuole proteggere le proprie relazioni occidentali a causa delle fragilità emerse con la guerra in Iran, il think tank suggerisce cinque linee d’azione:
- rompere il muro del silenzio sul sostegno degli EAU alle milizie coinvolte nei più efferati crimini registrati negli ultimi anni in Africa;
- estendere le sanzioni economiche dell’UE agli attori emiratini che violano gli embarghi sui territori in guerra;
- bloccare le forniture militari;
- monitorare severamente le transizioni che avvengono sulla piazza finanziaria di Abu Dhabi;
- congelare l’accordo di cooperazione che la Germania (e altri paesi europei) hanno col paese dal 2004, vincolandone la ripresa a un reale cambio di rotta di Abu Dhabi in Africa.
È chiaro che tali proposte si inseriscono in un quadro di riequilibrio delle relazioni con un tassello fondamentale per la UE nello spazio che va da Gibilterra al Golfo Persico: non c’è nessun interesse nel costruire un sistema più giusto, ma solo la volontà di saper svolgere un ruolo attivo in questo spazio politico, non solo subire le scelte di Abu Dhabi.
Non basta, ma leggere queste parole in un rapporto del genere è indice della profondità a cui sono arrivate le contraddizioni… e anche che qualcuno, almeno in Germania, sta storcendo il naso.
Fonte
18/05/2026
Guerra all'Iran - Non sapendo che fare, si riprende a bombardare
Dopo 40 giorni di sospensione “nervosa” della guerra, dopo la visita di Trump a Pechino (più volte rinviata proprio a causa della guerra), dopo l’aver constatato che non è stato raggiunto nessuno degli obbiettivi dichiarati – cambiati in corsa più volte, peraltro – Trump e il genocida Netanyahu si sono sentiti per concordare la ripresa dei bombardamenti. Vi risparmiamo il contorno di propaganda che vorrebbe essere “terrificante”, perché il repertorio dei due è sempre lo stesso.
Per capire bene però come funziona il meccanismo di gestione della notizia “sul fronte occidentale” è utile segnalare che ancora una volta il “la” è stato dato dal sito Axios: “l’orologio sta ticchettando” avrebbe detto Trump in una telefonata, avvertendo che se il regime iraniano non fa un’offerta migliore per un accordo “verranno colpiti molto più duramente”.
Nessuna scusa “umanitaria”, nessuna giustificazione “legalitaria”. O ci date tutto quel che chiediamo, o vi spariamo. Come nella Chicago anni ‘30, insomma.
Interessante sapere che tutte le notizie sulla guerra pubblicate appunto da Axios vengono gestite da un solo giornalista specializzato, Barak Ravid. Il quale ha una carriera che con il giornalismo british c’entra ben poco, visto che è completamente dentro la storia del Mossad (il servizio segreto israeliano).
Mister Ravid, infatti, è un ex (?) ufficiale dell’Unità 8200, l’élite dell’intelligence israeliana, nonché analista politico e di politica estera per la CNN e commentatore per Channel 12 in Israele. Un vero “ponte” tra le due amministrazioni guerrafondaie…
L’Unità 8200 è l’unità di intelligence più grande e riservata delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), omologa della NSA americana, specializzata in spionaggio elettronico, decrittazione e guerra cibernetica. Funziona come vivaio e “nave scuola” per l’industria tecnologica israeliana orientata alla sorveglianza di massa.
Da questo signore, insomma, sicuramente “indipendente” e “autorevole”, parte quasi quotidianamente un “precotto” giornalistico che poi finisce più o meno infiorettato sui media di tutto l’Occidente euro-atlantico. Su questa base, insomma, viene formata – non “informata” – l’opinione pubblica di questa parte del mondo. Un pezzo di Hasbara, si può dire, anzi la sua parte più “eccellente”.
Da qui arriva, oggi, anche l’indicazione sulla riunione del “gabinetto di guerra” statunitense, previsto per domani, che dovrebbe approvare i nuovi attacchi contro Teheran.
L’Iran, da parte sua, ha fatto sapere che in effetti gli è stata recapitata una nuova “proposta” americana, in appena cinque punti. Si tratta in realtà della risposta statunitense alla proposta iraniana su come porre fine alla guerra che includeva cinque condizioni fondamentali relative al programma nucleare, al pagamento di un risarcimento per l’aggressione e allo sblocco dei beni iraniani congelati in istituti occidentali.
In pratica un “niet” totale, con in più la rimozione e la consegna a Washington dei 400 chilogrammi di uranio altamente arricchito, oltre all’impegno a mantenere attivo un solo impianto nucleare sul territorio iraniano (Bushehr, in funzione da anni), come quinta clausola.
Il giudizio di Teheran è ovvio: Washington vorrebbe così raggiungere obiettivi che non è riuscita a conseguire con la guerra. Oltretutto, se anche l’Iran attuasse queste condizioni, la minaccia di un’aggressione israelo-americana rimarrebbe intatta, visto che non si parla di alcun accordo valido e vincolante per il futuro.
La logica con cui Trump e Israele si muovono è stata centrata dal portavoce del ministero degli esteri iraniano, Baghaei. Le accuse statunitensi dicono che l’Iran starebbe “destabilizzando il mercato energetico globale”, come se “la loro guerra illegale sia l’affermazione di voler mantenere la pace e la stabilità nel mercato energetico globale”. Che peraltro era stabile prima dell’attacco del 28 febbraio.
In altre parole, Stati Uniti e Israele prima creano la crisi e la guerra, poi affermano di voler “ristabilire la stabilità” e “difendere la pace”... riprendendo a bombardare! Il che, come già detto, aggrava tutti i problemi non solo energetici del Pianeta.
A Teheran, nel frattempo, il presidente del Parlamento Mohammad Baqer Qalibaf – capo dei negoziatori in Pakistan, al fianco del ministro degli esteri Araghci, è stato nominato rappresentante speciale dell’Iran per gli affari cinesi.
Non è una nomina qualunque, visto che le stesse fonti hanno osservato che “vista la natura della nomina di Qalibaf, questo incarico si differenzia, in termini di livello di autorità, da quello dei precedenti rappresentanti”.
Comunque Teheran non si limita ad aspettare che i genocidi riprendano ad attaccare. “L’Iran, in linea con la recente prassi di scambio di messaggi, ha nuovamente presentato il suo testo in 14 punti tramite il mediatore pakistano, dopo aver apportato delle modifiche”, fanno sapere le agenzie nazionali.
Secondo una fonte informata, il nuovo testo iraniano si concentra sul tema dei “negoziati per porre fine alla guerra e sulle misure di rafforzamento della fiducia da parte americana”.
Rientra probabilmente nei “preparativi” per i nuovi attacchi anche la misteriosa incursione di droni negli Emirati, che ha colpito un “generatore elettrico fuori dal perimetro interno” della centrale nucleare di Barakah. Le stesse autorità emiratine, però, ha precisato che tre droni sono entrati nello spazio aereo del Paese “dalla direzione del confine occidentale”. Due sono stati intercettati e “Sono in corso indagini per determinare la fonte degli attacchi”.
Basta guardare la cartina per vedere che l’Iran è a nord, non ad occidente. In quella direzione ci sono prima l’Arabia Saudita e il Qatar (che però funge da “secondo mediatore” insieme al Pakistan). E subito dopo, sarà un caso, Israele, specialista in operazioni false flag.
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09/05/2026
Mesi di lavoro per ripristinare i data center Amazon colpiti dall’Iran
Secondo il portale ufficiale che segnala lo stato del servizio dei vari server di Amazon Web Services, le due installazioni colpite sono al momento non funzionanti e ci vorranno dei mesi per ripristinare il servizio.
Colpire i data center AWS, uno dei più importanti provider di servizi cloud, in questo momento in cui la maggior parte dei servizi informatici aziendali operano grazie al cloud invece che in locale, causa senza dubbio ingenti danni e rallentamenti per le aziende clienti che utilizzano questa infrastruttura.
Negli ultimi anni i cloud provider americani hanno investito nell’ampliamento dei data center, con l’intenzione di creare una rete capillare di installazioni che siano in grado di coprire tutti i bisogni dei vari clienti con macchine collocate in posizioni geograficamente loro vicine, in modo da limitare la latenza dei servizi e aumentare la robustezza dell’infrastruttura cloud.
Il fatto che queste installazioni, di grandi dimensioni e facilmente riconoscibili dalle foto aeree, diventino degli obbiettivi in un contesto di guerra, secondo alcuni analisti, potrebbe portare ad un cambio di paradigma nella progettazione delle infrastrutture cloud, passando dal cloud di “prossimità” al ricollocamento dei datacenter in luoghi più sicuri e al miglioramento dei sistemi per migrare e ripristinare i dati dalle macchine colpite su altre macchine, in modo da garantire che i servizi ritornino operativi il più presto possibile.
Dunque l’attacco iraniano, oltre a causare un danno economico immediato ad Amazon, avrà senza dubbio avuto un impatto sulle varie aziende dei paesi del Golfo che utilizzano questi servizi.
Inoltre, è risaputo che anche gli apparati militari statunitensi e israeliani usano i servizi cloud nella loro infrastruttura informatica, quindi questi attacchi potrebbero aver danneggiato anche loro in maniera diretta o indiretta.
Non proprio un successone, per i fanatici della guerra e relativi profitti...
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29/04/2026
Emirati fuori dall’Opec causa crisi bellica
Tutti i paesi del Golfo hanno fatto parte dell’Opec – poi diventato Opec+ – che comprende anche Algeria, Nigeria, Venezuela, Gabon, Congo, Libia. Il Qatar ne è uscito nel 2019, gli Emirati Arabi Uniti ne stanno uscendo ora (dal 1 maggio).
E questa è indubbiamente una notizia importante, perché lo stato con capitale Abu Dhabi è il terzo produttore del cartello OPEC e il settimo al mondo. L’intenzione dichiarata è aumentare gradualmente la produzione da circa 3,6 milioni a 5 milioni di barili al giorno entro il 2027.
Il sistema Opec
Il cartello ha adottato un regolamento interno di distribuzione delle quote di produzione di ciascun paese aderente in proporzione alle “riserve petrolifere dichiarate”. Formulazione elastica che più volte ha creato dissidi e contrasti interni, quando qualche paese membro improvvisamente alzava unilateralmente la dimensione delle riserve – senza che fosse stato scoperto alcun nuovo giacimento (cosa peraltro difficile, se non impossibile, nell’aerea più setacciata del Pianeta) – allo scopo di poter aumentare la produzione e quindi gli introiti.
La regola, voluta e difesa in genere dall’Arabia Saudita, aveva ed ha lo scopo di mantenere sotto controllo il prezzo del greggio, evitandone il crollo per eccesso di produzione, nella consapevolezza che si tratta di una risorsa naturale non riproducibile, quindi destinata ad esaurirsi in tempi non troppo lunghi.
C’è da dire che tutti i paesi Opec hanno sempre operato vicino al limite fisico della propria capacità produttiva e ben pochi avevano o hanno un margine per aumentarla in tempi brevi. Tra questi soprattutto l’Arabia Saudita e a seguire gli Emirati.
Il mercato del greggio è di fatto piuttosto “rigido” per ragioni fisiche. Aumentare la produzione significa aprire nuovi pozzi estrattivi, per giacimenti vergini o già sfruttati. Il che richiede investimenti e tempi di installazione dipendenti dal grado di difficoltà presentato da ogni singolo giacimento (c’è differenza tra estrarre a livello della superficie terrestre oppure in fondo al mare, sotto la sabbia o sotto strati rocciosi, ecc.). Più semplice ridurre la produzione – fermando alcuni pozzi – quando il prezzo scende troppo.
La mossa degli Emirati
Già da anni Abu Dhabi dava segni di voler uscire da questo sistema di regole ed aumentare la propria quota produttiva. Avendo 1,9 milioni di barili al giorno come spare capacity – pozzi già installati, ma tenuti fermi – il salto dimensionale era possibile in qualsiasi momento.
La guerra Usa-Israele contro l’Iran, e la conseguente “internazionalizzazione” del conflitto a tutti i paesi che nel Golfo ospitano basi Usa (Emirati e sauditi in testa), ha tramutato il desiderio in decisione. A metà tra geopolitica e macroeconomia.
Gli Emirati erano stati i più duri nel chiedere agli altri paesi arabi di prender parte alla guerra contro Teheran, ricevendo cortesi “no, grazie” per l’evidente incapacità statunitense di fornire la promessa “protezione” militare.
Non è un mistero che questi paesi sono, sì, ricchissimi, ma scarsamente dotati di popolazione autoctona, tanto da affidare in genere tutte le mansioni lavorative di medio-basso livello a immigrati temporanei da India, Bangladesh, Sri Lanka, ecc., trattandoli peraltro come schiavi.
In altri termini, hanno armi, ma non un esercito, perché con quel Pil pro-capite è difficile convincere i propri sudditi (sono tutte monarchie, mica “democrazie”) ad andare in guerra. Al massimo possono fare i piloti dei cacciabombardieri, ma – come si è visto nella lunga e perduta guerra contro gli Houthi dello Yemen – questo non basta a vincere.
La ragione della scelta di lasciare l’Opec sembra però soprattutto economica. Tutti i paesi del Golfo, notoriamente, hanno lavorato per diversificare la composizione del proprio prodotto interno lordo sviluppando altri settori, proprio in previsione del progressivo esaurimento del greggio. E gli Emirati erano andati molto avanti su questa strada. Nel 2025, circa il 77,3% del PIL proveniva da settori non petroliferi.
La guerra all’Iran ha rotto questo processo, distruggendo in pochi giorni l’appeal turistico-immobiliare dell’area, diventata una Las Vegas esotica per affaristi “perbene” e soprattutto “permale” (evasori fiscali, riciclatori, bancarottieri, ecc.). Che ora sono tutti in fuga, capitali compresi, ovviamente.
Dunque tornare a pompare greggio come se non ci fosse un domani diventa un’esigenza primaria per mantenere flussi di cassa almeno paragonabili a quelli scritti nei piani di sviluppo.
Tirare su più petrolio, però, è in questo momento più facile che non caricarlo sulle navi per l’esportazione. Il blocco dello Stretto di Hormuz, inaugurato da Teheran e poi implementato dal controblocco statunitense, rende problematico il trasporto e pressoché inutile l’aumento della produzione, che anzi diventa un problema per i siti di stoccaggio dimensionati sulle esigenze ben minori dei tempi di pace.
E al momento non si vede luce. Trump, ancora nella notte, ha minacciato “un blocco prolungato”. Diretto contro le navi che commerciano con l’Iran, ovviamente. Il Wall Street Journal ha riferito che il presidente “ha incaricato i suoi consiglieri di prepararsi a un blocco a lungo termine dell’Iran... Durante recenti incontri, comprese le discussioni nella Situation Room, Trump ha deciso di continuare a esercitare pressione sull’economia iraniana e sulle esportazioni di petrolio impedendo alle navi di entrare o uscire dai porti iraniani”.
Il quotidiano, citando fonti ufficiali, ha indicato che Trump riteneva altre opzioni – riprendere i bombardamenti o ritirarsi dal conflitto – più pericolose del mantenimento del blocco.
Ma è impensabile che Teheran stia con le mani in mano lasciando passare il greggio della concorrenza. Specie di quella che ormai non è neanche più nell’Opec...
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28/04/2026
Mali - Il paese è spaccato in due
Tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025, il governo maliano aveva cambiato approccio verso le multinazionali occidentali dell’oro, mentre poco dopo l’Alleanza degli Stati del Sahel, l’AES (che unisce Mali, Niger e Burkina Faso, e di cui Goita è stato presidente fino alla fine del 2025) ha deciso di integrare ancora di più i suoi membri con un passaporto biometrico, una stazione televisiva e un’unità militare comuni.
Queste brevi righe di introduzione servono a far capire l’importanza del Mali nell’asse anticoloniale nato tra le sabbie del Sahel, un’asse che ha rappresentato una significativa battuta d’arresto per l’imperialismo europeo in Africa, agito soprattutto per interposta presenza – e sistema monetario – francese.
I risvolti degli eventi in corso in questi giorni sono perciò di fondamentale importanza non solo per la stabilità della regione, ma anche per gli assetti di tutto il quadrante che va dal Mediterraneo fino al Golfo Persico, visti i fili delle forze in azione che arrivano fino a Israele e agli Emirati Arabi Uniti.
Per ora ci limiteremo a riportare gli eventi e gli attori in campo, in attesa di notizie più precise di fronte ad avvenimenti che risultano ancora piuttosto convulsi.
I fatti e i protagonisti
Le violenze sono esplose nelle prime ore di sabato. I testimoni hanno riferito di forti esplosioni e conflitti a fuoco prolungati iniziati intorno alle 06:00 del mattino vicino alla base militare di Kati, situata a breve distanza dalla capitale Bamako, nel sud del paese. Kati non è solo un centro nevralgico dell’esercito, ma ospita anche la residenza di Goita. Come hanno riportato fonti militari ad Al Jazeera, il Ministro della Difesa, Sadio Camara, è rimasto ucciso durante gli assalti.
Lo Stato Maggiore delle Forze Armate del Mali ha inizialmente parlato di “gruppi terroristici non identificati” che avrebbero preso di mira diverse caserme sia nella capitale che nelle province interne. Ma quali siano questi gruppi è piuttosto chiaro a tutti gli osservatori della regione, e sono arrivate poi anche rivendicazioni ufficiali: Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), braccio locale di Al Qaida, e separatisti Tuareg del Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad, anche se non si esclude la partecipazione di altre milizie.
Il Movimento dell’Azawad ha risaputamente aumentato la propria capacità bellica sfruttando anche legami con arsenali di contrabbando provenienti dalla Libia, dove il controllo dei flussi di armamenti è venuto meno con lo smembramento del paese in potentati locali successivo all’aggressione occidentale. I separatisti hanno rivendicato la presa di posizioni strategiche a Kidal e Gao, nelle zone più interne del Sahara.
Le forze russe e il sostegno ucraino al terrorismo
Per molti analisti, il controllo di Kidal equivale, simbolicamente e militarmente, al controllo dell’intero nord del Mali, dove il governo faceva anche affidamento sulle forze russe post-Wagner, ovvero il Corpo Africano delle Forze Armate di Mosca. Il comunicato diffuso ieri dall’unità sembrerebbe confermare quantomeno una ritirata strategica:
“In conformità con una decisione congiunta della leadership della Repubblica del Mali, le unità del Corpo Africano che erano state stazionate e combattevano nell’insediamento di Kidal hanno lasciato la località insieme ai militari dell’Esercito del Mali. I militari feriti e le attrezzature pesanti sono stati evacuati per primi. Il personale continua a svolgere la missione di combattimento assegnata. La situazione nella Repubblica del Mali rimane difficile”.A inizio aprile, Radio France International aveva confermato la presenza di centinaia di ufficiali ucraini in Libia, per contrastare l’influenza del Cremlino nel paese e per monitorare e colpire le operazioni della flotta russa nell’area. Già dal 2024 l’AES aveva posto Kiev sotto accusa all’ONU per il suo sostegno ai gruppi jihadisti del Sahel, e difatti, dal 2023, il JNIM è riuscito a condurre attacchi con droni, di cui è possibile che le forniture e le tecnologie siano arrivate proprio dal paese dell’Est Europa.
I fili che arrivano fino al Golfo Persico
Tra le fonti economiche del JNIM e dei separatisti c’è, tra le altre cose, anche il contrabbando di oro dalle tante miniere della regione. Il centro internazionale dello smercio illegale del metallo prezioso sono gli Emirati Arabi Uniti, che sfruttano questo ruolo informale anche nei rapporti, militari ed economici, con le RSF del Sudan. L’oro arriva poi spesso in Europa, coinvolgendo nel traffico anche Tel Aviv e Berna.
È insomma un quadro articolato, quello che parte dagli assalti di questi di giorni. Esso ha importanti legami con l’intera cornice strategica ed economica afferente alla “Eurafrica”, con l’aggiunta dell’Asia Occidentale. Per ora, comunque, l‘esercito maliano ha dichiarato di aver respinto gli assalti, ma la situazione sul terreno rimane volatile. Da Bamako e Kati si trovano sui social immagini di abitazioni distrutte e strade bloccate dai soldati.
Le condanne internazionali contro gli attacchi sono giunte dall’Unione Africana, dall’Organizzazione della Cooperazione Islamica e persino dall’Ufficio degli Stati Uniti per gli Affari Africani, ma una soluzione politica appare impossibile. Non è da escludere che alcune delle forze in campo tra gli assalitori si stiano muovendo anche senza una completa copertura da parte degli imperialisti occidentali, che comunque hanno da guadagnare dall’indebolimento del governo Goita.
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23/04/2026
Una linea facilitata per l’accesso al dollaro, o gli Emirati minacciano di usare lo yuan cinese
La scorsa settimana, il governatore della Banca Centrale emiratina, Khaled Mohamed Balama, ha incontrato a Washington il Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent e i vertici della Federal Reserve. L’obiettivo è stabilire una linea di swap: un accordo che permetterebbe ad Abu Dhabi di ottenere liquidità in dollari a costi contenuti per difendere le proprie riserve e sostenere l’aggancio della valuta locale al biglietto verde.
Sebbene non sia stata ancora presentata una richiesta formale, funzionari arabi hanno descritto l’iniziativa come una misura precauzionale necessaria a fronte di una possibile crisi di liquidità. La vicenda ha proporzioni sistemiche significative per l’attuale modello finanziario poiché gli emirati avrebbero accompagnato la richiesta con una minaccia poco velata: se il paese dovesse trovarsi a corto di dollari, potrebbero essere costretto a utilizzare lo yuan cinese o altre valute straniere per le transazioni petrolifere.
Il primato globale del dollaro si fonda, in larga parte, sul suo utilizzo quasi esclusivo nel mercato energetico. In questo modo, la moneta USA è diventato uno strumento fondamentale dell’imperialismo yankee nell’ultimo mezzo secolo. Anche semplicemente la possibilità che un dei principali produttori OPEC (oltre 3 milioni di barili al giorno) possa aprire le porte alla divisa cinese nelle transazioni sul petrolio rappresenta un pericolo enorme per Washington.
L’aggressione all’Iran e il suo fallimento, fino a questo momento, si configurano almeno come una battuta d’arresto non indifferente, ma potrebbero diventare una vera e propria disfatta strategica se ciò accelererà il processo di dedollarizzazione. E per quanto gli Emirati siano storici alleati degli Stati Uniti, il coinvolgimento nel conflitto contro Teheran ha avuto costi altissimi.
La Repubblica Islamica ha risposto con migliaia di attacchi tramite droni e missili, colpendo infrastrutture chiave per gas e petrolio. Il blocco parziale dello Stretto di Hormuz ha inoltre paralizzato le esportazioni via mare, recidendo la principale fonte di afflusso di dollari per il paese.
I funzionari di Abu Dhabi non nascondono il proprio malumore nei confronti dell’amministrazione Trump, che ha mostrato ai paesi del Golfo, nel più bellicoso dei modi, l’incapacità statunitense di difenderli, elemento di scambio nell’accordo per il mantenimento del sistema del petrodollaro.
In attesa di una risposta dalla Federal Reserve, gli Emirati si sono mossi su altri fronti. Ma rimane il problema che qualsiasi ipotesi di ripresa veloce non è plausibile, nemmeno si raggiungesse davvero una pace tra i contendenti. Anche il ministro saudita delle Finanze, Mohammed Al-Jadaan, ha raffreddato qualsiasi entusiasmo rispetto a una ripartenza immediata del mercato degli idrocarburi.
L’aggressione all’Iran si sta rivelando sempre più come uno spartiacque storico rispetto al processo di erosione dell’egemonia statunitense nel mondo.
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