Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/06/2026

Soldati e missili israeliani negli Emirati contro l’Iran

La visita rinnegata

Assolutamente preziosa (per gli interessati), ma anche chiaramente imbarazzante. Parliamo della visita-lampo di Netanyahu negli Emirati Arabi, che avrebbe dovuto essere tenuta supersegreta, confinata nelle stanze della diplomazia, per ragioni di “realpolitik”. Ma che, invece, due settimane fa è deflagrata come notizia-bomba, proprio nel momento in cui agli israeliani faceva comodo. E che, invece, nel Paese del Golfo ha sollevato un’immediata cortina fumogena di smentite. Nessuno ha visto nessuno, insomma, dicono ad Abu Dhabi. “Netanyahu non l’ho mai incontrato”, ha dichiarato con lo sguardo sfuggente il Presidente, sceicco Mohamed bin Zayed al-Nahyan. E lo capiamo. Si, perché pur comprendendo gli interessi nazionali (non tanto patriottici, quanto piuttosto finanziari) che agitano i sonni degli emiri, si fa fatica a pensare che degli arabi sunniti abbiano srotolato il tappeto rosso sotto i piedi dello “sterminatore di Gaza”. Eppure è così, perché la guerra contro l’Iran, che sembra studiata apposta a tavolino, per destabilizzare irrimediabilmente ciò che resta dei fragili equilibri della regione, ha rimescolato le alleanze. O, meglio, ha pericolosamente accelerato divergenze (e ‘convergenze’) che non promettono nulla di buono. Così, gli israeliani hanno praticamente stretto un patto di ferro, benedetto da Trump, con gli Emirati in funzione anti-Iran. Usando il Paese, assieme agli americani, come utile testa di ponte per attaccare il regime degli ayatollah.

Truppe e missili di Tel Aviv

Dunque, secondo il Wall Street Journal, il dado è tratto: l’intesa tra Tel Aviv e Abu Dhabi, fin qui formalizzata solo attraverso i Patti di Abramo, ora ha fatto un salto di qualità. In un certo senso è diventata una partnership militare. “La guerra con l’Iran – scrive il giornale – ha portato a una notevole espansione dei legami, con Israele che si è spinto fino a schierare truppe e sistemi di difesa missilistica nel Paese del Golfo, per proteggerlo da eventuali attacchi iraniani. Ma un viaggio segreto negli Emirati Arabi Uniti, che il Primo ministro israeliano ha affermato di aver compiuto, e la rapida smentita da parte degli Emirati Arabi Uniti, rivelano i rischi politici che ancora incombono sulle relazioni” tra i due Paesi. Smentite, giri di valzer diplomatici, cosmesi politica, sforzi (maldestri) di negare l’evidenza: comunque sia, tutto il circo Barnum di indiscrezioni che ruotano intorno al vertice “rinnegato” testimonia che Emirati e Israele hanno discusso, in profondità, di come attaccare l’Iran. E per sottolineare l’importanza che gli analisti danno a quella che ormai può essere considerata, a tutti gli effetti, come un’alleanza strategica, sempre il Journal scrive che “durante la guerra, Israele ha inviato batterie Iron Dome e truppe a difesa degli Emirati Arabi Uniti, e diverse decine di soldati sono tuttora di stanza in un complesso militare nel Paese del Golfo, secondo quanto riferito da una fonte a conoscenza dei fatti. Numerosi alti funzionari israeliani, oltre al Primo Ministro Benjamin Netanyahu, al capo del Mossad, al capo dello Shin Bet e al capo di Stato maggiore israeliano, si sono recati segretamente negli Emirati durante il conflitto, per coordinare le attività contro l’Iran”.

Un ruolo bellico segreto

L’escalation della crisi, nel caso dell’attuale Guerra del Golfo, è determinata dalla strategia iraniana della “guerra di logoramento” a bassa intensità. Mano a mano che la dottrina israeliana della “decapitazione” andava avanti, a Teheran si è rafforzata la corrente degli “intransigenti”. In sostanza, ha vinto una linea di conduzione del conflitto che punta al suo allargamento e alla massimizzazione dei danni collaterali, tali da coinvolgere anche i Paesi non belligeranti. La dottrina Hormuz è il caposaldo di questo ragionamento, che tende a strangolare le rotte mondiali di approvvigionamento energetico. Allora, se prima della guerra, i Paesi del Golfo avevano dichiarato che non avrebbero permesso l’utilizzo del loro spazio aereo o delle loro basi per attacchi contro il regime degli ayatollah, dopo è cambiato tutto. Quando, cioè, l’Iran ha deciso di bombardare porti e infrastrutture di stati neutrali. Gli Emirati Arabi – sostiene il WSJ – hanno subito il peso maggiore di questi attacchi, poiché l’Iran li ha presi di mira con oltre 2.800 tra missili e droni, un numero di gran lunga superiore a quello utilizzato contro qualsiasi altro Paese, Israele compreso.

Attacchi congiunti con Israele

Forse l’aspetto più significativo dell’alleanza tripartita Usa-Emirati-Israele sono le operazioni di bombardamento compiute assieme. Tra gli obiettivi sono stati segnalati le isole di Qeshm e Abu Musa nello Stretto di Hormuz; Bandar Abbas, la raffineria di Lavan e il grande impianto petrolchimico di Asaluyeh. “L’entità della risposta aggressiva degli Emirati Arabi Uniti – conclude il WSJha esacerbato le divisioni all’interno del Golfo. All’inizio di aprile, l’Arabia Saudita si è lamentata con gli Stati Uniti del fatto che gli attacchi degli Emirati stessero aumentando il rischio che le infrastrutture energetiche regionali potessero essere prese di mira dall’Iran, cosa che avrebbe potuto far impennare i prezzi del petrolio e scuotere i mercati globali”.

“I sauditi volevano che gli Stati Uniti facessero pressione sugli sceicchi affinché interrompessero gli attacchi di rappresaglia e si unissero agli sforzi diplomatici dei Paesi della regione”.

Fonte

20/05/2026

Quello che ci hanno nascosto sulla guerra in Medio Oriente

I segreti svelati dal Post

L’Iran ha coinvolto nella guerra i Paesi del Golfo che ospitano basi statunitensi, colpendo obiettivi militari e civili. Durante la guerra i governi dei Paesi attaccati hanno più volte ribadito di avere il diritto di rispondere agli attacchi, ma non hanno mai detto di averlo fatto, limitandosi a dare notizia dei droni e dei missili iraniani intercettati. La scorsa settimana in due articoli del Wall Street Journal e di Reuters è emerso che le aviazioni di Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita hanno compiuto attacchi su obiettivi iraniani, sfruttando la distruzione della contraerea iraniana. Sono stati attacchi con danni ingenti.

Stati in guerra ‘ufficiosa’

L’Arabia Saudita e il Kuwait hanno anche attaccato con bombardamenti aerei e lanci di missili le milizie filoiraniane attive in Iraq, che avevano attaccato loro obiettivi. Anche queste operazioni sono state condotte segretamente: hanno ucciso diversi combattenti e distrutto una struttura utilizzata dalla milizia Kataib Hezbollah, sostenuta dall’Iran, per le comunicazioni e le operazioni con i droni.

I danni alle basi statunitensi

Nei primi giorni di guerra sono stati uccisi sette militari statunitensi, 6 in Kuwait e 1 in Arabia Saudita, colpiti da attacchi iraniani: 400 soldati sono stati feriti nel corso dei 40 giorni, perlopiù in forma lieve (quelli gravemente feriti sarebbero 12, secondo fonti governative citate dal Washington Post). Saltuariamente sono emerse foto di danni alle basi statunitensi, ma dopo due settimane di guerra l’amministrazione Usa ha chiesto ai due principali fornitori di foto satellitari commerciali, Vantor e Planet Labs, di sospendere le pubblicazioni delle immagini della regione.

Nascondere i fatti per verità addomesticate

I media iraniani hanno invece continuato a pubblicare immagini satellitari e il Washington Post le ha recentemente analizzate, confrontandole con quelle di satelliti europei a più bassa definizione: lo studio ha permesso di confermare che almeno 217 strutture e 11 mezzi militari sono stati distrutti o danneggiati negli attacchi iraniani a 15 basi statunitensi. I danni sono quindi molto maggiori di quelli dichiarati dal governo e riguardano anche postazioni di comunicazione satellitare, antenne satellitari e sistemi di difesa missilistica Patriot. In molti casi le basi sono state evacuate dopo i primi giorni di guerra, e i soldati sono stati trasferiti altrove.

I danni nei Paesi del Golfo

Anche i danni subiti dai paesi del Golfo sono con ogni probabilità sottostimati: dopo i primi giorni di guerra i governi dei paesi interessati hanno vietato alla popolazione di riprendere le zone colpite, perseguendo e arrestando giornalisti o semplici cittadini che contravvenivano alle indicazioni. Gli Emirati Arabi Uniti, per esempio, erano preoccupati di non compromettere ulteriormente l’immagine di destinazione turistica e di centro economico-finanziario di città come Dubai o Abu Dhabi.

La base segreta israeliana in Iraq

A inizio maggio il Wall Street Journal ha anche scoperto che Israele aveva costruito e utilizzato una base militare clandestina nel deserto dell’Iraq occidentale, circa 180 chilometri a sud-ovest della città di Karbala. La base comprendeva una pista d’atterraggio per i caccia e ospitava squadre delle forze speciali israeliane per operazioni sotto copertura, oltre che squadre di ricerca e soccorso per recuperare eventuali piloti che fossero stati abbattuti da portare in salvo. Quando l’esercito iracheno ha provato ad avvicinarsi per verificare i movimenti militari anomali nel suo territorio, Israele ha difeso la base, sparando sui soldati iracheni per impedire loro di avvicinarsi. Poi l’ha smantellata.

Rapporti fra Emirati Arabi Uniti e Israele

Giovedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato che durante la guerra ha fatto una visita segreta negli Emirati Arabi Uniti. Il governo emiratino ha poi smentito, ma sono arrivate altre conferme. I due paesi hanno relazioni diplomatiche dal 2020, quando gli Emirati Arabi Uniti sono entrati nei cosiddetti Accordi di Abramo promossi dagli Stati Uniti che dovevano servire a normalizzare i rapporti tra Israele e alcuni paesi arabi. Si è anche saputo che durante la guerra Israele ha inviato il proprio sistema di difesa aerea Iron Dome per proteggere gli Emirati dai missili dell’Iran: è la prima volta che viene fornito a un paese che non siano gli Stati Uniti.

Il numero dei morti, in Libano e in Iran

Anche il numero complessivo delle persone uccise negli attacchi di Stati Uniti e Israele resta sconosciuto. I dati ufficiali indicano 3.375 persone uccise in Iran e 2.702 in Libano. Le informazioni sull’Iran sono poche e lacunose, il numero probabilmente sottostima quello dei militari morti. Per quel che riguarda il Libano, invece, in un articolo di Reuters due fonti del gruppo libanese Hezbollah hanno detto che i combattenti uccisi dagli israeliani in questa fase della guerra, nel 2026, sono «diverse migliaia». Le persone uccise potrebbero quindi essere molte di più.

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19/05/2026

Guerra all'Iran - Bombe ferme, trattativa in corso

Mr. Taco Trump non cambia mai. L’acronimo sfottente significa del resto “Trump fa sempre marcia indietro” (Trump Always Chickens Out).

Tornato da Pechino praticamente a mani vuote, senza aver ottenuto né in guerra né in diplomazia quella “vittoria” da sbandierare per uscire dall’angolo in cui si è chiuso con le sue mani, aveva di nuovo messo in piedi il format – a metà strada tra il mafioso e il western – “non c’è nulla da trattare, solo prendere o lasciare, altrimenti vi annientiamo”.

L’obbiettivo era esplicitamente Teheran, che prima, però, aveva infilato la proposta spiazzante sull’uranio arricchito in suo possesso, dichiarandosi disponibile a consegnarlo – sì – ma alla Russia, non agli Stati Uniti. E poi, davanti all’ukaze finale di Trump, aveva incaricato il presidente laico Massoud Pezeshkian di rispondere “trattare non significa arrendersi”.

A quel punto in tutto il mondo ci si metteva ad ascoltare il ticchettio dell’orologio in attesa dell’“inevitabile” nuovo attacco israelo-statunitense contro l’Iran. Anche i “mercati”, naturalmente, si erano disposti al peggio, con futures in calo su qualsiasi indice.

Poi nella serata di ieri (ora italiana) la retromarcia: “Ho dato ordine di sospendere l’attacco all’Iran perché ‘sono ora in corso seri negoziati’ che porteranno ad un accordo che risulterà pienamente accettabile per gli Stati Uniti d’America, così come per tutti i Paesi del Medio Oriente e oltre”.

Cosa era cambiato? Che i Paesi arabi del Golfo, i più penalizzati – dopo l’Iran – da una guerra che li aveva coinvolti direttamente bloccandone sia il commercio di petrolio e gas, sia la prospettive di diversificazione del business (il turismo a Dubai è ora azzerato), si erano finalmente fatti avanti per rompere lo schema “guerra o resa”.

L’Emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, il Principe Ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman Al Saud, e il Presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan (il più anti-Teheran del mazzo) hanno chiesto agli Usa di fermarsi e sedersi al tavolo della mediazione, gestita ancora dal Pakistan. Sul piatto c’era infatti una possibile soluzione per evitare che l’Iran possa avere la bomba atomica e contemporaneamente evitare di consegnare al nemico il proprio programma nucleare.

Che qualcosa di importante stesse accadendo negli equilibri del Golfo Persico era apparso chiaro quando era stato reso noto che il Pakistan, in base all’accordo di reciproca difesa tra Islamabad e Riyadh, ha disposto l’invio di un contingente militare di circa 8.000 uomini e velivoli da combattimento in Arabia Saudita.

La mossa rivela certamente che Ryad è preoccupata per l’evolvere della situazione nel Golfo, dovendo scontare una grande ricchezza finanziaria derivante dal petrolio ma anche una forza militare piuttosto inefficiente (nonostante le grandi spese in armamenti, soprattutto statunitensi), tanto da perdere sostanzialmente la guerra durata quasi 10 anni contro gli Houthi.

L’accordo con il Pakistan, soprattutto, prevede una certa copertura anche nucleare. E nell’area l’unico paese dotato di atomiche è Israele, non l’Iran. D’altro canto se Islamabad è credibile come mediatore anche agli occhi di Teheran – i ministri degli esteri si sono incontrati più volte nelle scorse settimane – vuol dire che non risulta sdraiata su posizioni ostili o apertamente nemiche.

Anzi, riferiscono le agenzie locali, durante un incontro con il ministro pakistano Mohsin Naqvi, che si era recato in Iran per consultazioni, le due parti hanno discusso della cooperazione bilaterale tra Iran e Pakistan, anche nei settori della sicurezza e dell’economia. Hanno inoltre scambiato opinioni sugli ultimi sviluppi in materia di sicurezza regionale e sugli sforzi in corso volti a porre fine alla guerra di aggressione imposta dagli Stati Uniti e dal regime sionista all’Iran.

Dunque l’invio di soldati e aerei in Arabia Saudita ha quanto meno un significato di rafforzamento delle difese di Ryad in senso “onnilaterale”, e non pregiudizialmente o esclusivamente anti-iraniano.

Qualunque sia l’interpretazione, in ogni caso, il Pakistan ha assunto un peso specifico superiore nelle dinamiche del Golfo Persico. E gioca per sé, non “conto terzi”, vantando peraltro un ottimo e consolidato rapporto con Pechino.

Il che complica i calcoli di tutti gli altri protagonisti, statunitensi e israeliani in primis.

Dunque la richiesta di Qatar, Arabia ed Emirati di fermare un nuovo ciclo di bombardamenti – riassunta dai media nella formula “bisogna dare una possibilità ai negoziati perché se si colpisce l’Iran, tutti pagheremo il prezzo per questo” – non poteva essere ignorata con un’alzata di spalle.

Ovvia pure la postura muscolare con cui lo stop è stato annunciato: “Siamo pronti ad un assalto completo, su larga scala dell’Iran, con un attimo di preavviso, nel caso in cui non venga raggiunto un Accordo accettabile”. Ma di fatto, per ora, risuonano soltanto le parole, non le bombe.

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La proiezione degli Emirati in Africa: la longa manus degli Accordi di Abramo

Gli Emirati Arabi Uniti (EAU) stanno conducendo una delle politiche estere più aggressive e destabilizzanti che si siano viste negli ultimi decenni, nel silenzio occidentale e in una partnership strategica con Israele, per ridefinire gli assetti dei paesi africani e asiatici che si affacciano su quello che, a Roma, chiamano “Mediterraneo allargato”.

E non è sempre il solito giornale comunista (come il nostro) a dirlo. A metterlo nero su bianco è un dettagliato rapporto del German Institute for International and Security Affairs (SWP), che comincia anche a chiedere conto delle reazioni inesistenti delle cancellerie europee alle scelte emiratine, nonostante le pesanti ripercussioni sui nodi della sicurezza e delle migrazioni verso il Vecchio Continente.

Secondo lo studio, la leadership di Abu Dhabi – guidata da Mohammed bin Zayed Al Nahyan – si è trasformata nel principale motore esterno di alcuni dei più sanguinosi conflitti africani: dal Sudan alla Libia, fino all’Etiopia e alla Somalia. Una strategia d’intervento che non si è fermata nemmeno davanti all’escalation dovuta all’aggressione all’Iran da parte di Stati Uniti e Israele.

Il peso dell’interventismo emiratino emerge in tutta la sua drammaticità in Sudan, teatro di quella che da molte organizzazioni internazionali è considerata la più grave crisi umanitaria globale, con 33,7 milioni di persone bisognose di assistenza e oltre 15 milioni di sfollati. Il rapporto individua negli EAU il principale sponsor militare, logistico e finanziario delle Forze di Supporto Rapido (RSF), la milizia guidata da Mohamed Hamdan Dagalo (noto come Hemedti).

Nell’ottobre del 2025, le RSF hanno espugnato la città di El-Fasher, nel Nord Darfur, compiendo massacri contro la popolazione civile non araba che gli osservatori ONU hanno descritto come una transizione verso il genocidio. Nonostante le dichiarazioni formali di Abu Dhabi, i flussi di approvvigionamento non si sono mai fermati: numerosi voli cargo sospetti hanno continuato a viaggiare dagli Emirati all’Etiopia, per poi riversare armi oltre il confine sudanese.

Il “modus operandi” emiratino evita il dispiegamento di truppe proprie, preferendo muovere l’intelligence e imponenti risorse finanziarie attraverso reti transnazionali. In essa, riporta il think tank tedesco, ci sono le truppe comandate dal generale e politico libico Haftar – che controlla Bengasi e a cui sono stati forniti pure equipaggiamenti occidentali – e anche forze di polizia come la Puntland Maritime Police Force (PMPF), operante dalla regione omonima e semi-autonoma della Somalia.

Abu Dhabi fa anche largo uso di mercenari. Nel 2025 il governo USA ha sanzionato attori legati al reclutamento di centinaia di mercenari colombiani e sudanesi, gestiti dalla società emiratina Global Security Services Group, impiegati in prima linea come piloti di droni, artiglieri e istruttori.

Infine, un pilastro fondamentale della proiezione emiratina in Africa è il suo ruolo nel riciclaggio di oro contrabbandato: Abu Dhabi si arricchisce direttamente attraverso i canali illegali dell’oro proveniente dalle zone di conflitto, costruendo così un meccanismo di finanziamento e sostegno politico ai signori della guerra locali che si ripaga da solo.

L’approccio geopolitico degli EAU risponde a logiche precise, che vedono il caos come obiettivo strategico. Kenneth Roth, ex direttore di Human Rights Watch e docente all’Università di Princeton, in una recente intervista a Clash Report ha affermato: “gli Emirati Arabi Uniti preferiscono paesi divisi e caotici a quelli uniti attorno all’Islam politico”.

Lo studioso ha però fatto presente che Abu Dhabi va a braccetto con Tel Aviv in questo orizzonte: “Israele condivide questa preferenza, dalla Siria all’Iran. Netanyahu non ha un obiettivo finale, solo la distruzione. Gli Emirati Arabi Uniti condividono la preferenza di Israele per il caos rispetto a qualsiasi governo unificato che potrebbe minacciarli”.

Questa convergenza strategica trova riscontro anche sul piano diplomatico. Nell’appena concluso vertice dei BRICS, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha accusato apertamente gli Emirati di aver bloccato una dichiarazione congiunta dei membri del gruppo, volta a condannare le aggressioni israeliane in Medio Oriente, proprio a tutela dei rapporti speciali che Abu Dhabi intrattiene con lo Stato ebraico.

Al contempo, gli EAU stanno collaborando con Israele per stabilire una presenza militare a Berbera, nella regione somala del Somaliland. Una forte presenza nell’area significherebbe avere un avamposto funzionale alla gestione dei flussi del Mar Rosso e a minacciare gli Houthi, estendendo la propria influenza sul Corno d’Africa, sia dal punto di vista geopolitico sia sotto quello economico.

Infatti, la spinta espansionistica in Africa serve anche a tutelare i massicci investimenti infrastrutturali dei colossi statali della logistica, come DP World e AD Ports Group, che gestiscono terminal nevralgici in Senegal, Tanzania, Mozambico, Angola ed Egitto, e che risultano centrali per assicurarsi il controllo delle rotte commerciali e delle materie prime.

Tutto ciò è di cruciale importanza sulla strada della diversificazione economica, su cui Abu Dhabi si è incamminata da molto più tempo di quanto si possa immaginare, se si ragiona secondo i soliti stereotipi sulle “petromonarchie”: l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) riportava già nel settembre 2024 che oltre il 70% del PIL della federazione della penisola araba non provenisse dall’oro nero.

Tuttavia, questa politica ha fatto esplodere le frizioni con il vicino saudita. Nello Yemen, ad esempio, dove i due paesi portavano avanti una campagna militare unitaria contro gli Houthi, e da dove, all’inizio del 2026, gli Emirati hanno deciso di ritirare tutte le loro truppe. L’onda lunga di questa frattura è arrivata al Sudan: l’Arabia Saudita (insieme a Egitto e Somalia) ha chiuso temporaneamente il proprio spazio aereo ai voli di rifornimento emiratini diretti alle RSF.

Le tensioni hanno persino causato il fallimento della Terza Conferenza Internazionale sul Sudan tenutasi a Berlino il 15 aprile 2026. Il culmine di questo processo di rottura è stato l’annuncio del ritiro degli EAU dal cartello petrolifero dell’OPEC, e dalla scelta di giocare una partita più autonoma negli incroci del mondo multipolare. La Cina rimane un partner strategico, ma i larghi investimenti sull’IA sono statunitensi, mentre sul piano geopolitico viene stretta l’alleanza con l’India di Modi, contro l’asse Arabia Saudita-Pakistan.

Le conseguenze dell’interventismo emiratino non restano confinate in Africa, ma colpiscono direttamente la situazione europea in termini di sicurezza commerciale e flussi migratori. Per citare alcuni dati, a causa della guerra in Sudan la percentuale di rifugiati sudanesi sbarcati in Italia è raddoppiata tra il 2024 e il 2025, passando dal 3% al 6% del totale degli arrivi. In Grecia, i sudanesi rappresentano ormai la seconda nazionalità per richiedenti asilo (oltre il 20%).

Nonostante ciò, Abu Dhabi ha finora goduto di una spiccata clemenza diplomatica. I “sovranari” nostrani sono sempre pronti a lanciare l’allarme sui migranti, ma si guardano bene dal denunciare pubblicamente l’origine e il colpevole delle crisi che costringono migliaia di persone a scappare dal proprio paese, per cercare di sopravvivere.

Nel novembre 2025, la ministra di Stato agli Affari Esteri degli Emirati, Lana Nusseibeh, ha condotto un’intensa attività di lobbying a Bruxelles: il risultato è stato la cancellazione di qualsiasi riferimento al ruolo degli EAU nella risoluzione del Parlamento Europeo sul Sudan, grazie all’opposizione del Partito Popolare Europeo (PPE).

Per concludere questo articolo, sono già estremamente significativi il monito e le richieste finali del documento redatto dal SWP. Ripetiamo, non si tratta di un giornale comunista a dirlo, ma è un centro studi tedesco ad affermare che i governi europei non possono più considerare gli Emirati un partner costruttivo, se questi continuano ad agire come fattore di destabilizzazione internazionale, come lo sono oggi.

Sfruttando il fatto che Abu Dhabi teme i danni d’immagine e vuole proteggere le proprie relazioni occidentali a causa delle fragilità emerse con la guerra in Iran, il think tank suggerisce cinque linee d’azione:
- rompere il muro del silenzio sul sostegno degli EAU alle milizie coinvolte nei più efferati crimini registrati negli ultimi anni in Africa;
- estendere le sanzioni economiche dell’UE agli attori emiratini che violano gli embarghi sui territori in guerra;
- bloccare le forniture militari;
- monitorare severamente le transizioni che avvengono sulla piazza finanziaria di Abu Dhabi;
- congelare l’accordo di cooperazione che la Germania (e altri paesi europei) hanno col paese dal 2004, vincolandone la ripresa a un reale cambio di rotta di Abu Dhabi in Africa.

È chiaro che tali proposte si inseriscono in un quadro di riequilibrio delle relazioni con un tassello fondamentale per la UE nello spazio che va da Gibilterra al Golfo Persico: non c’è nessun interesse nel costruire un sistema più giusto, ma solo la volontà di saper svolgere un ruolo attivo in questo spazio politico, non solo subire le scelte di Abu Dhabi.

Non basta, ma leggere queste parole in un rapporto del genere è indice della profondità a cui sono arrivate le contraddizioni… e anche che qualcuno, almeno in Germania, sta storcendo il naso.

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18/05/2026

Guerra all'Iran - Non sapendo che fare, si riprende a bombardare

Si ricomincia con la guerra all’Iran, che si trascina dietro l’aumento del prezzo dell’energia, l’irrigidimento del blocco sullo Stretto di Hormuz (bipartisan, con statunitensi e iraniani impegnati a non far passare le navi di paesi “amici del nemico”) e una marea di problemi per tutto il Mondo.

Dopo 40 giorni di sospensione “nervosa” della guerra, dopo la visita di Trump a Pechino (più volte rinviata proprio a causa della guerra), dopo l’aver constatato che non è stato raggiunto nessuno degli obbiettivi dichiarati – cambiati in corsa più volte, peraltro – Trump e il genocida Netanyahu si sono sentiti per concordare la ripresa dei bombardamenti. Vi risparmiamo il contorno di propaganda che vorrebbe essere “terrificante”, perché il repertorio dei due è sempre lo stesso.

Per capire bene però come funziona il meccanismo di gestione della notizia “sul fronte occidentale” è utile segnalare che ancora una volta il “la” è stato dato dal sito Axios: “l’orologio sta ticchettando” avrebbe detto Trump in una telefonata, avvertendo che se il regime iraniano non fa un’offerta migliore per un accordo “verranno colpiti molto più duramente”.

Nessuna scusa “umanitaria”, nessuna giustificazione “legalitaria”. O ci date tutto quel che chiediamo, o vi spariamo. Come nella Chicago anni ‘30, insomma.

Interessante sapere che tutte le notizie sulla guerra pubblicate appunto da Axios vengono gestite da un solo giornalista specializzato, Barak Ravid. Il quale ha una carriera che con il giornalismo british c’entra ben poco, visto che è completamente dentro la storia del Mossad (il servizio segreto israeliano).

Mister Ravid, infatti, è un ex (?) ufficiale dell’Unità 8200, l’élite dell’intelligence israeliana, nonché analista politico e di politica estera per la CNN e commentatore per Channel 12 in Israele. Un vero “ponte” tra le due amministrazioni guerrafondaie…

L’Unità 8200 è l’unità di intelligence più grande e riservata delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), omologa della NSA americana, specializzata in spionaggio elettronico, decrittazione e guerra cibernetica. Funziona come vivaio e “nave scuola” per l’industria tecnologica israeliana orientata alla sorveglianza di massa.

Da questo signore, insomma, sicuramente “indipendente” e “autorevole”, parte quasi quotidianamente un “precotto” giornalistico che poi finisce più o meno infiorettato sui media di tutto l’Occidente euro-atlantico. Su questa base, insomma, viene formata – non “informata” – l’opinione pubblica di questa parte del mondo. Un pezzo di Hasbara, si può dire, anzi la sua parte più “eccellente”.

Da qui arriva, oggi, anche l’indicazione sulla riunione del “gabinetto di guerra” statunitense, previsto per domani, che dovrebbe approvare i nuovi attacchi contro Teheran.

L’Iran, da parte sua, ha fatto sapere che in effetti gli è stata recapitata una nuova “proposta” americana, in appena cinque punti. Si tratta in realtà della risposta statunitense alla proposta iraniana su come porre fine alla guerra che includeva cinque condizioni fondamentali relative al programma nucleare, al pagamento di un risarcimento per l’aggressione e allo sblocco dei beni iraniani congelati in istituti occidentali.

In pratica un “niet” totale, con in più la rimozione e la consegna a Washington dei 400 chilogrammi di uranio altamente arricchito, oltre all’impegno a mantenere attivo un solo impianto nucleare sul territorio iraniano (Bushehr, in funzione da anni), come quinta clausola.

Il giudizio di Teheran è ovvio: Washington vorrebbe così raggiungere obiettivi che non è riuscita a conseguire con la guerra. Oltretutto, se anche l’Iran attuasse queste condizioni, la minaccia di un’aggressione israelo-americana rimarrebbe intatta, visto che non si parla di alcun accordo valido e vincolante per il futuro.

La logica con cui Trump e Israele si muovono è stata centrata dal portavoce del ministero degli esteri iraniano, Baghaei. Le accuse statunitensi dicono che l’Iran starebbe “destabilizzando il mercato energetico globale”, come se “la loro guerra illegale sia l’affermazione di voler mantenere la pace e la stabilità nel mercato energetico globale”. Che peraltro era stabile prima dell’attacco del 28 febbraio.

In altre parole, Stati Uniti e Israele prima creano la crisi e la guerra, poi affermano di voler “ristabilire la stabilità” e “difendere la pace”... riprendendo a bombardare! Il che, come già detto, aggrava tutti i problemi non solo energetici del Pianeta.

A Teheran, nel frattempo, il presidente del Parlamento Mohammad Baqer Qalibaf – capo dei negoziatori in Pakistan, al fianco del ministro degli esteri Araghci, è stato nominato rappresentante speciale dell’Iran per gli affari cinesi.

Non è una nomina qualunque, visto che le stesse fonti hanno osservato che “vista la natura della nomina di Qalibaf, questo incarico si differenzia, in termini di livello di autorità, da quello dei precedenti rappresentanti”.

Comunque Teheran non si limita ad aspettare che i genocidi riprendano ad attaccare. “L’Iran, in linea con la recente prassi di scambio di messaggi, ha nuovamente presentato il suo testo in 14 punti tramite il mediatore pakistano, dopo aver apportato delle modifiche”, fanno sapere le agenzie nazionali.

Secondo una fonte informata, il nuovo testo iraniano si concentra sul tema dei “negoziati per porre fine alla guerra e sulle misure di rafforzamento della fiducia da parte americana”.

Rientra probabilmente nei “preparativi” per i nuovi attacchi anche la misteriosa incursione di droni negli Emirati, che ha colpito un “generatore elettrico fuori dal perimetro interno” della centrale nucleare di Barakah. Le stesse autorità emiratine, però, ha precisato che tre droni sono entrati nello spazio aereo del Paese “dalla direzione del confine occidentale”. Due sono stati intercettati e “Sono in corso indagini per determinare la fonte degli attacchi”.

Basta guardare la cartina per vedere che l’Iran è a nord, non ad occidente. In quella direzione ci sono prima l’Arabia Saudita e il Qatar (che però funge da “secondo mediatore” insieme al Pakistan). E subito dopo, sarà un caso, Israele, specialista in operazioni false flag.

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09/05/2026

Mesi di lavoro per ripristinare i data center Amazon colpiti dall’Iran

Tra i tanti asset di compagnie private statunitensi colpiti dalle salve missilistiche iraniane nelle prime fasi dell’aggressione israelo-statunitense, ci sono anche stati due data center di Amazon negli Emirati Arabi Uniti.

Secondo il portale ufficiale che segnala lo stato del servizio dei vari server di Amazon Web Services, le due installazioni colpite sono al momento non funzionanti e ci vorranno dei mesi per ripristinare il servizio.

Colpire i data center AWS, uno dei più importanti provider di servizi cloud, in questo momento in cui la maggior parte dei servizi informatici aziendali operano grazie al cloud invece che in locale, causa senza dubbio ingenti danni e rallentamenti per le aziende clienti che utilizzano questa infrastruttura.

Negli ultimi anni i cloud provider americani hanno investito nell’ampliamento dei data center, con l’intenzione di creare una rete capillare di installazioni che siano in grado di coprire tutti i bisogni dei vari clienti con macchine collocate in posizioni geograficamente loro vicine, in modo da limitare la latenza dei servizi e aumentare la robustezza dell’infrastruttura cloud.

Il fatto che queste installazioni, di grandi dimensioni e facilmente riconoscibili dalle foto aeree, diventino degli obbiettivi in un contesto di guerra, secondo alcuni analisti, potrebbe portare ad un cambio di paradigma nella progettazione delle infrastrutture cloud, passando dal cloud di “prossimità” al ricollocamento dei datacenter in luoghi più sicuri e al miglioramento dei sistemi per migrare e ripristinare i dati dalle macchine colpite su altre macchine, in modo da garantire che i servizi ritornino operativi il più presto possibile.

Dunque l’attacco iraniano, oltre a causare un danno economico immediato ad Amazon, avrà senza dubbio avuto un impatto sulle varie aziende dei paesi del Golfo che utilizzano questi servizi.

Inoltre, è risaputo che anche gli apparati militari statunitensi e israeliani usano i servizi cloud nella loro infrastruttura informatica, quindi questi attacchi potrebbero aver danneggiato anche loro in maniera diretta o indiretta.

Non proprio un successone, per i fanatici della guerra e relativi profitti...

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29/04/2026

Emirati fuori dall’Opec causa crisi bellica

Il Golfo Persico è per il momento l’epicentro del terremoto che sta spostando gli equilibri mondiali (in ottica geopolitica) e la struttura dei mercati dell’energia (in ottica macroeconomica). Il collegamento è evidente e ferreo, dunque è inutile privilegiare un’ottica rispetto all’altra.

Tutti i paesi del Golfo hanno fatto parte dell’Opec – poi diventato Opec+ – che comprende anche Algeria, Nigeria, Venezuela, Gabon, Congo, Libia. Il Qatar ne è uscito nel 2019, gli Emirati Arabi Uniti ne stanno uscendo ora (dal 1 maggio).

E questa è indubbiamente una notizia importante, perché lo stato con capitale Abu Dhabi è il terzo produttore del cartello OPEC e il settimo al mondo. L’intenzione dichiarata è aumentare gradualmente la produzione da circa 3,6 milioni a 5 milioni di barili al giorno entro il 2027.

Il sistema Opec

Il cartello ha adottato un regolamento interno di distribuzione delle quote di produzione di ciascun paese aderente in proporzione alle “riserve petrolifere dichiarate”. Formulazione elastica che più volte ha creato dissidi e contrasti interni, quando qualche paese membro improvvisamente alzava unilateralmente la dimensione delle riserve – senza che fosse stato scoperto alcun nuovo giacimento (cosa peraltro difficile, se non impossibile, nell’aerea più setacciata del Pianeta) – allo scopo di poter aumentare la produzione e quindi gli introiti.

La regola, voluta e difesa in genere dall’Arabia Saudita, aveva ed ha lo scopo di mantenere sotto controllo il prezzo del greggio, evitandone il crollo per eccesso di produzione, nella consapevolezza che si tratta di una risorsa naturale non riproducibile, quindi destinata ad esaurirsi in tempi non troppo lunghi.

C’è da dire che tutti i paesi Opec hanno sempre operato vicino al limite fisico della propria capacità produttiva e ben pochi avevano o hanno un margine per aumentarla in tempi brevi. Tra questi soprattutto l’Arabia Saudita e a seguire gli Emirati.

Il mercato del greggio è di fatto piuttosto “rigido” per ragioni fisiche. Aumentare la produzione significa aprire nuovi pozzi estrattivi, per giacimenti vergini o già sfruttati. Il che richiede investimenti e tempi di installazione dipendenti dal grado di difficoltà presentato da ogni singolo giacimento (c’è differenza tra estrarre a livello della superficie terrestre oppure in fondo al mare, sotto la sabbia o sotto strati rocciosi, ecc.). Più semplice ridurre la produzione – fermando alcuni pozzi – quando il prezzo scende troppo.

La mossa degli Emirati

Già da anni Abu Dhabi dava segni di voler uscire da questo sistema di regole ed aumentare la propria quota produttiva. Avendo 1,9 milioni di barili al giorno come spare capacity – pozzi già installati, ma tenuti fermi – il salto dimensionale era possibile in qualsiasi momento.

La guerra Usa-Israele contro l’Iran, e la conseguente “internazionalizzazione” del conflitto a tutti i paesi che nel Golfo ospitano basi Usa (Emirati e sauditi in testa), ha tramutato il desiderio in decisione. A metà tra geopolitica e macroeconomia.

Gli Emirati erano stati i più duri nel chiedere agli altri paesi arabi di prender parte alla guerra contro Teheran, ricevendo cortesi “no, grazie” per l’evidente incapacità statunitense di fornire la promessa “protezione” militare.

Non è un mistero che questi paesi sono, sì, ricchissimi, ma scarsamente dotati di popolazione autoctona, tanto da affidare in genere tutte le mansioni lavorative di medio-basso livello a immigrati temporanei da India, Bangladesh, Sri Lanka, ecc., trattandoli peraltro come schiavi.

In altri termini, hanno armi, ma non un esercito, perché con quel Pil pro-capite è difficile convincere i propri sudditi (sono tutte monarchie, mica “democrazie”) ad andare in guerra. Al massimo possono fare i piloti dei cacciabombardieri, ma – come si è visto nella lunga e perduta guerra contro gli Houthi dello Yemen – questo non basta a vincere.

La ragione della scelta di lasciare l’Opec sembra però soprattutto economica. Tutti i paesi del Golfo, notoriamente, hanno lavorato per diversificare la composizione del proprio prodotto interno lordo sviluppando altri settori, proprio in previsione del progressivo esaurimento del greggio. E gli Emirati erano andati molto avanti su questa strada. Nel 2025, circa il 77,3% del PIL proveniva da settori non petroliferi.

La guerra all’Iran ha rotto questo processo, distruggendo in pochi giorni l’appeal turistico-immobiliare dell’area, diventata una Las Vegas esotica per affaristi “perbene” e soprattutto “permale” (evasori fiscali, riciclatori, bancarottieri, ecc.). Che ora sono tutti in fuga, capitali compresi, ovviamente.

Dunque tornare a pompare greggio come se non ci fosse un domani diventa un’esigenza primaria per mantenere flussi di cassa almeno paragonabili a quelli scritti nei piani di sviluppo.

Tirare su più petrolio, però, è in questo momento più facile che non caricarlo sulle navi per l’esportazione. Il blocco dello Stretto di Hormuz, inaugurato da Teheran e poi implementato dal controblocco statunitense, rende problematico il trasporto e pressoché inutile l’aumento della produzione, che anzi diventa un problema per i siti di stoccaggio dimensionati sulle esigenze ben minori dei tempi di pace.

E al momento non si vede luce. Trump, ancora nella notte, ha minacciato “un blocco prolungato”. Diretto contro le navi che commerciano con l’Iran, ovviamente. Il Wall Street Journal ha riferito che il presidente “ha incaricato i suoi consiglieri di prepararsi a un blocco a lungo termine dell’Iran... Durante recenti incontri, comprese le discussioni nella Situation Room, Trump ha deciso di continuare a esercitare pressione sull’economia iraniana e sulle esportazioni di petrolio impedendo alle navi di entrare o uscire dai porti iraniani”.

Il quotidiano, citando fonti ufficiali, ha indicato che Trump riteneva altre opzioni – riprendere i bombardamenti o ritirarsi dal conflitto – più pericolose del mantenimento del blocco.

Ma è impensabile che Teheran stia con le mani in mano lasciando passare il greggio della concorrenza. Specie di quella che ormai non è neanche più nell’Opec...

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28/04/2026

Mali - Il paese è spaccato in due

A partire da sabato 25 aprile, è partita un’offensiva militare coordinata tra gruppi separatisti e jihadisti contro le autorità del Mali. L’escalation segna un momento centrale per le sorti del governo guidato dal colonnello e presidente Assimi Goita, alla guida del paese dal golpe militare del 2021 che ha espresso una netta cesura col sistema neocoloniale della Françafrique.

Tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025, il governo maliano aveva cambiato approccio verso le multinazionali occidentali dell’oro, mentre poco dopo l’Alleanza degli Stati del Sahel, l’AES (che unisce Mali, Niger e Burkina Faso, e di cui Goita è stato presidente fino alla fine del 2025) ha deciso di integrare ancora di più i suoi membri con un passaporto biometrico, una stazione televisiva e un’unità militare comuni.

Queste brevi righe di introduzione servono a far capire l’importanza del Mali nell’asse anticoloniale nato tra le sabbie del Sahel, un’asse che ha rappresentato una significativa battuta d’arresto per l’imperialismo europeo in Africa, agito soprattutto per interposta presenza – e sistema monetario – francese.

I risvolti degli eventi in corso in questi giorni sono perciò di fondamentale importanza non solo per la stabilità della regione, ma anche per gli assetti di tutto il quadrante che va dal Mediterraneo fino al Golfo Persico, visti i fili delle forze in azione che arrivano fino a Israele e agli Emirati Arabi Uniti.

Per ora ci limiteremo a riportare gli eventi e gli attori in campo, in attesa di notizie più precise di fronte ad avvenimenti che risultano ancora piuttosto convulsi.

I fatti e i protagonisti

Le violenze sono esplose nelle prime ore di sabato. I testimoni hanno riferito di forti esplosioni e conflitti a fuoco prolungati iniziati intorno alle 06:00 del mattino vicino alla base militare di Kati, situata a breve distanza dalla capitale Bamako, nel sud del paese. Kati non è solo un centro nevralgico dell’esercito, ma ospita anche la residenza di Goita. Come hanno riportato fonti militari ad Al Jazeera, il Ministro della Difesa, Sadio Camara, è rimasto ucciso durante gli assalti.

Lo Stato Maggiore delle Forze Armate del Mali ha inizialmente parlato di “gruppi terroristici non identificati” che avrebbero preso di mira diverse caserme sia nella capitale che nelle province interne. Ma quali siano questi gruppi è piuttosto chiaro a tutti gli osservatori della regione, e sono arrivate poi anche rivendicazioni ufficiali: Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), braccio locale di Al Qaida, e separatisti Tuareg del Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad, anche se non si esclude la partecipazione di altre milizie.

Il Movimento dell’Azawad ha risaputamente aumentato la propria capacità bellica sfruttando anche legami con arsenali di contrabbando provenienti dalla Libia, dove il controllo dei flussi di armamenti è venuto meno con lo smembramento del paese in potentati locali successivo all’aggressione occidentale. I separatisti hanno rivendicato la presa di posizioni strategiche a Kidal e Gao, nelle zone più interne del Sahara.

Le forze russe e il sostegno ucraino al terrorismo

Per molti analisti, il controllo di Kidal equivale, simbolicamente e militarmente, al controllo dell’intero nord del Mali, dove il governo faceva anche affidamento sulle forze russe post-Wagner, ovvero il Corpo Africano delle Forze Armate di Mosca. Il comunicato diffuso ieri dall’unità sembrerebbe confermare quantomeno una ritirata strategica:
“In conformità con una decisione congiunta della leadership della Repubblica del Mali, le unità del Corpo Africano che erano state stazionate e combattevano nell’insediamento di Kidal hanno lasciato la località insieme ai militari dell’Esercito del Mali. I militari feriti e le attrezzature pesanti sono stati evacuati per primi. Il personale continua a svolgere la missione di combattimento assegnata. La situazione nella Repubblica del Mali rimane difficile”.
A inizio aprile, Radio France International aveva confermato la presenza di centinaia di ufficiali ucraini in Libia, per contrastare l’influenza del Cremlino nel paese e per monitorare e colpire le operazioni della flotta russa nell’area. Già dal 2024 l’AES aveva posto Kiev sotto accusa all’ONU per il suo sostegno ai gruppi jihadisti del Sahel, e difatti, dal 2023, il JNIM è riuscito a condurre attacchi con droni, di cui è possibile che le forniture e le tecnologie siano arrivate proprio dal paese dell’Est Europa.

I fili che arrivano fino al Golfo Persico

Tra le fonti economiche del JNIM e dei separatisti c’è, tra le altre cose, anche il contrabbando di oro dalle tante miniere della regione. Il centro internazionale dello smercio illegale del metallo prezioso sono gli Emirati Arabi Uniti, che sfruttano questo ruolo informale anche nei rapporti, militari ed economici, con le RSF del Sudan. L’oro arriva poi spesso in Europa, coinvolgendo nel traffico anche Tel Aviv e Berna.

È insomma un quadro articolato, quello che parte dagli assalti di questi di giorni. Esso ha importanti legami con l’intera cornice strategica ed economica afferente alla “Eurafrica”, con l’aggiunta dell’Asia Occidentale. Per ora, comunque, l‘esercito maliano ha dichiarato di aver respinto gli assalti, ma la situazione sul terreno rimane volatile. Da Bamako e Kati si trovano sui social immagini di abitazioni distrutte e strade bloccate dai soldati.

Le condanne internazionali contro gli attacchi sono giunte dall’Unione Africana, dall’Organizzazione della Cooperazione Islamica e persino dall’Ufficio degli Stati Uniti per gli Affari Africani, ma una soluzione politica appare impossibile. Non è da escludere che alcune delle forze in campo tra gli assalitori si stiano muovendo anche senza una completa copertura da parte degli imperialisti occidentali, che comunque hanno da guadagnare dall’indebolimento del governo Goita.

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23/04/2026

Una linea facilitata per l’accesso al dollaro, o gli Emirati minacciano di usare lo yuan cinese

Gli Emirati Arabi Uniti hanno avviato una trattativa serrata con la Casa Bianca per ottenere una via d’accesso privilegiata ai dollari statunitensi, attraverso linee di swap valutario. La mossa, rivelata dal Wall Street Journal, arriva mentre il conflitto tra l’asse USA-Israele e l’Iran minaccia di trascinare la monarchia del Golfo in una pesante crisi finanziaria, mettendo a rischio la stabilità della sua moneta (il dirham) e anche il ruolo di hub finanziario globale assunto dal paese.

La scorsa settimana, il governatore della Banca Centrale emiratina, Khaled Mohamed Balama, ha incontrato a Washington il Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent e i vertici della Federal Reserve. L’obiettivo è stabilire una linea di swap: un accordo che permetterebbe ad Abu Dhabi di ottenere liquidità in dollari a costi contenuti per difendere le proprie riserve e sostenere l’aggancio della valuta locale al biglietto verde.

Sebbene non sia stata ancora presentata una richiesta formale, funzionari arabi hanno descritto l’iniziativa come una misura precauzionale necessaria a fronte di una possibile crisi di liquidità. La vicenda ha proporzioni sistemiche significative per l’attuale modello finanziario poiché gli emirati avrebbero accompagnato la richiesta con una minaccia poco velata: se il paese dovesse trovarsi a corto di dollari, potrebbero essere costretto a utilizzare lo yuan cinese o altre valute straniere per le transazioni petrolifere.

Il primato globale del dollaro si fonda, in larga parte, sul suo utilizzo quasi esclusivo nel mercato energetico. In questo modo, la moneta USA è diventato uno strumento fondamentale dell’imperialismo yankee nell’ultimo mezzo secolo. Anche semplicemente la possibilità che un dei principali produttori OPEC (oltre 3 milioni di barili al giorno) possa aprire le porte alla divisa cinese nelle transazioni sul petrolio rappresenta un pericolo enorme per Washington.

L’aggressione all’Iran e il suo fallimento, fino a questo momento, si configurano almeno come una battuta d’arresto non indifferente, ma potrebbero diventare una vera e propria disfatta strategica se ciò accelererà il processo di dedollarizzazione. E per quanto gli Emirati siano storici alleati degli Stati Uniti, il coinvolgimento nel conflitto contro Teheran ha avuto costi altissimi.

La Repubblica Islamica ha risposto con migliaia di attacchi tramite droni e missili, colpendo infrastrutture chiave per gas e petrolio. Il blocco parziale dello Stretto di Hormuz ha inoltre paralizzato le esportazioni via mare, recidendo la principale fonte di afflusso di dollari per il paese.

I funzionari di Abu Dhabi non nascondono il proprio malumore nei confronti dell’amministrazione Trump, che ha mostrato ai paesi del Golfo, nel più bellicoso dei modi, l’incapacità statunitense di difenderli, elemento di scambio nell’accordo per il mantenimento del sistema del petrodollaro.

In attesa di una risposta dalla Federal Reserve, gli Emirati si sono mossi su altri fronti. Ma rimane il problema che qualsiasi ipotesi di ripresa veloce non è plausibile, nemmeno si raggiungesse davvero una pace tra i contendenti. Anche il ministro saudita delle Finanze, Mohammed Al-Jadaan, ha raffreddato qualsiasi entusiasmo rispetto a una ripartenza immediata del mercato degli idrocarburi.

L’aggressione all’Iran si sta rivelando sempre più come uno spartiacque storico rispetto al processo di erosione dell’egemonia statunitense nel mondo.

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07/04/2026

Il fronte interno del Golfo. Proteste a sostegno dei palestinesi e dell’Iran

L’approvazione da parte della Knesset della legge che introduce una pena di morte “razzializzata”, per i soli palestinesi, ha innescato una violenta ondata di sdegno in tutto il mondo arabo, aggravando un clima già surriscaldato dal fatto che i governi del Golfo stanno subendo gli effetti della connivenza con il regime israeliano e con l’aggressione statunitense all’Iran.

Dalla Siria all’Iraq, sono state molte le piazze che hanno mostrato la fragilità di un modello che si fonda sull’appropriazione dei proventi del petrolio da parte di una ristretta élite, che – per ora – lo scambia in un sistema che favorisce il dollaro come strumento di dominio imperialistico. Mentre intanto il popolo deve confrontarsi con autoritarie architetture istituzionali e sperimentare, così come hanno fatto i palestinesi, con il terrorismo sionista.

Non sembra ci sia in vista un rovesciamento totale, ma è chiaro che il fatto che Israele massacri i fratelli palestinesi dei popoli del Golfo, mentre Washington dimostra di non poter proteggere nemmeno le proprie infrastrutture regionali, sta sortendo pesanti effetti anche sui fronti interni di questi paesi.

In un certo senso, il Bahrain ne può essere considerato una cartina tornasole: paese minuscolo, con un ruolo centrale nell’architettura del Consiglio di Cooperazione del Golfo e grazie al quale si è salvato dall’ondata di mobilitazioni delle cosiddette “primavere arabe”, è anche il paese che sta premendo di più (anche all’ONU), insieme agli Emirati Arabi Uniti, per riaprire lo Stretto di Hormuz, anche con la forza. E intanto affronta denunce internazionali per violazioni significative dei diritti dei suoi cittadini.

Qui di seguito una panoramica degli ultimi eventi in vari paesi della regione.

Siria

In Siria, la rabbia popolare è esplosa non solo contro Israele, ma anche verso i partner regionali dell’entità sionista. A Damasco, i manifestanti hanno tentato di assaltare l’ambasciata degli Emirati Arabi Uniti, accusati di essere complici di Israele mentre la Knesset approva la pena di morte per i palestinesi che lottano contro l’occupazione.

Sembra che il governo di al-Sharaa abbia deciso di muoversi su una strada scivolosa: permettere le proteste per evitare di apparire asservito all’asse degli Accordi di Abramo, ma allo stesso tempo impedire ai civili di avvicinarsi al confine israeliano per scongiurare scontri diretti.

Nel frattempo, la tensione resta altissima a Quneitra, a ridosso delle alture del Golan occupate, dove fonti locali denunciano l’uccisione di un ragazzo di 17 anni, Oussama Fahad, colpito da un carro armato israeliano, insieme a nuove incursioni e chiusure stradali operate dalle forze di Tel Aviv.

Giordania

Il governo di Amman ha adottato una linea di blindatura del sistema, temendo che la protesta civile contro la nuova legge israeliana possa destabilizzare l’ordine interno. Il Ministero dell’Interno ha infatti annunciato il divieto assoluto di tutte le manifestazioni programmate contro la chiusura della moschea di Al-Aqsa e contro la nuova normativa razzista di Tel Aviv.

Emirati Arabi Uniti

Gli Emirati Arabi Uniti si trovano al centro di una dura controversia diplomatica a causa degli Accordi di Abramo. Accusati da diversi accademici e manifestanti regionali di agire come ariete per Israele nel mondo arabo, gli Emirati hanno reagito con fermezza ai disordini di Damasco.

Il Ministero degli Esteri ha ufficialmente condannato gli atti di vandalismo contro la propria sede diplomatica, richiamando le autorità siriane alle proprie responsabilità di protezione. Nel frattempo, già all’inizio della scorsa settimana il Wall Street Journal aveva parlato dei preparativi per una partecipazione diretta di Abu Dhabi alla guerra contro l’Iran, mentre si rafforzano le voci che affermano come ciò stia già accadendo.

Iraq

In Iraq, la mobilitazione ha assunto dimensioni di massa sotto la spinta delle guide religiose e politiche. A Baghdad come a Mosul, migliaia di persone sono scese in strada seguendo l’appello del leader sciita Sayyed Muqtada al-Sadr per denunciare l’aggressione all’Iran. I manifestanti hanno espresso solidarietà non solo ai palestinesi, ma anche ai popoli di Libano e Iran, trasformando il malcontento per la legge israeliana in un grido di resistenza regionale contro le influenze occidentali e israeliane in Medio Oriente.

Ricordiamo che le forze coagulate intorno a Muqtada al-Sadr e il movimento Sadrista rappresenta da vent’anni uno dei principali attori della resistenza irachena all’occupazione occidentale del paese, che in seguito all’aggressione all’Iran ha visto ritirare le forze della NATO. Intanto, continuano gli attacchi a sostegno di Teheran, contro la base di Erbil e quella di Victoria, che ha visto divampare un pesante incendio.

Bahrain

Nel Bahrain, la goccia che sta facendo traboccare il vaso è la morte in custodia di Mohamed al-Mousawi, un cittadino sciita il cui corpo è stato restituito alla famiglia con evidenti segni di tortura, è diventata un caso internazionale. Mentre il governo dichiara che si è trattato di un attacco cardiaco e giustifica i numerosi arresti con la necessità di difendere la sicurezza nazionale dallo spionaggio iraniano, varie organizzazioni per i diritti umani hanno già accusato il regno di utilizzare la guerra come pretesto per mettere a tacere il dissenso interno.

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09/03/2026

Guerra all’Iran. L’Aeronautica militare italiana vola in Medio Oriente

Sette volte avanti e indietro dalla grande base di Pratica di Mare (Roma) alle infrastrutture aeroportuali di Riyadh (Arabia Saudita), Dubai e Abu Dhabi (Emirati Arabi Uniti).

Da mercoledì 4 ad oggi 7 marzo, l’Aeronautica Militare italiana ha effettuato diverse missioni nell’area del Golfo dove si estende a macchia d’olio il conflitto bellico generato dall’attacco di USA e Israele contro l’Iran.

Secondo quanto rivelato dagli analisti di ItaMilRadar ci sono stati perlomeno 14 voli (sette di andata e sette di ritorno) tra l’Italia ed Arabia Saudita ed Emirati. Nello specifico sono stati impiegati due grandi aerei cisterna Boeing KC-767A (numeri di registrazione MM62227 ed MM62229) in forza al 14° Stormo dell’Aeronautica Militare di Pratica di Mare.

Gli scopi delle missioni non sono stati specificati dalla Difesa italiana ma è presumibile che con i velivoli si sia consentito il trasferimento e/o il rimpatrio di una parte dei militari italiani dislocati in alcune basi militari del Golfo, sotto attacco dei droni e dei missili iraniani.

“Il tracciato delle rotte dei voli degli ultimi due giorni mostra un consistente movimento a navetta operato da due aerei cisterna KC-767A”, scrive ItaMilRadar. “Fin dall’inizio della settimana, l’aereo aveva effettuato diversi viaggi di andata e ritorno da Pratica di Mare a diverse destinazioni del Golfo Persico, principalmente Riyadh, Dubai ed Abu Dhabi. La flotta degli aerei KC-767A dell’Aeronautica italiana è normalmente impiegata per missioni di rifornimento in volo e trasporto strategico. Tuttavia, oltre alle operazioni di rifornimento di carburante, questo aereo può trasportare anche passeggeri e carichi vari, rendendolo adatto per la movimentazione rapida del personale durante situazioni di emergenza”.

Data la frequenza dei voli, gli analisti ritengono che si sia trattato di uno sforzo operativo di natura logistica più che di un’attività di trasporto rutinaria.

“L’Italia mantiene diverse presenze militari nell’area e periodi altissima tensione regionale possono aver condotto ad una movimentazione precauzionale del personale”, conclude ItaMilRadar.

Intanto stamani è atterrato nello scalo di Trapani Birgi un aereo C130 dell’Aeronautica con a bordo alcuni piloti italiani provenienti dal Kuwait. Dalla fine di gennaio, i militari erano impegnati in attività di addestramento presso la base aerea di Ali al Salem, colpita dagli attacchi iraniani che avevano danneggiato due edifici e due hangar che ospitavano alcuni caccia Eurofighter Typhoon in dotazione al 37° Stormo, reparto delle forze aeree di stanza proprio nello scalo siciliano.

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03/03/2026

La guerra vista da Abu Dhabi

di Paolo Desogus

La situazione è un po’ questa qua. Nella zona di Abu Dhabi, dove sono attualmente visiting professor, sono in corso alcuni attacchi mirati alle strutture militari: il porto (colpito), l’aeroporto e la base americana di Al Dhafra. Si sentono molti rumori di colpi in sottofondo, la maggior parte dei quali è dovuta alle risposte della contraerea che, devo dire, è stata molto efficiente, molto più di quanto accaduto a Dubai o in altre città del Golfo, come nel Barhein.

Non credo di correre dei seri pericoli. Non siamo un obiettivo militare. Siamo assistiti dalle due ambasciate, quella italiana in quanto cittadino e quella francese in quanto funzionario pubblico in missione. Il nostro ritorno è previsto per venerdì notte. Non so se verrà confermato dato che lo spazio aereo è stato chiuso. Vedremo poi se la Francia o l’Italia organizzeranno un nostro espatrio.

Con gli altri colleghi ci prepariamo in ogni caso a continuare le lezioni, anche se a distanza, cioè dall’albergo. È un po’ tutto surreale perché in fondo ci comportiamo come se non fosse successo niente. Anche il Ramadan e i cinque appelli alla preghiera rendono tutto più straniante. C’è chi è nervoso, chi ha paura e chi come me è fatalista. Ci vediamo regolarmente in questo grande e confortevole albergo che dà sul mare e dal quale vediamo alcune grandi dune.

L’unico momento di vera tensione è stato ieri, quando verso mezzanotte, ora locale, hanno cominciato a suonare degli allarmi sui nostri telefonini. Non ho capito bene che sistema abbiano usato, ma hanno cominciato tutti a suonare all’unisono. Siamo quindi corsi nella hall dell’albergo dove c’era già molta confusione visto che la direzione stava cercando di dare una sistemazione a coloro che non sono più potuti partire per via della cancellazione dei voli.

Per fortuna è durata poco. Verso l’una siamo andati a dormire.

Permettetemi un piccolo commento. La guerra provocata da Usa e Israele è un crimine che si aggiunge a una serie di sconvolgimenti internazionale dalle ramificazioni enormi, sia geopolitiche, culturali che giuridiche. Con questo non voglio dire che le risposte dell’Iran siano legittime: la situazione è precipitata per cui non è più questo il punto. Voglio dire pero che sono la conseguenza di una scelta militare americana e israeliana scellerata, contro la quale occorre opporsi.

La strategia dell’Iran credo che sia quella di mettere sotto pressione i paesi del Golfo affinché prendano una netta posizione contraria agli Usa e a Israele, con il quale erano in trattativa per gli accordi di Abramo.

Tenete conto che gli attacchi di questi giorni arrivano dopo un periodo di trattative diplomatiche con l’Iran. Trump e Netanyahu hanno però ben pensato di far saltare improvvisamente il tavolo, anche con l’idea di raccogliere lo scalpo di Khamenei. La diplomazia dovrebbe essere sacra, ma questi gangster ne stanno facendo carne di porco.

Solo un manico di gente rimbecillita pronta a credere alle scemenze della propaganda occidentale può ora credere che la morte di Khamenei possa avere un effetto benefico per l’Iran e per la regione. Hanno creato l’effetto opposto: hanno ucciso un leader religioso riconosciuto come guida anche da molti suoi contestatori. Ne hanno fatto un martire.

Se del resto ho capito qualcosa nei soggiorni che ho avuto qui in Medio Oriente è che l’idea che il resto del mondo smani dalla voglia di vivere come noi e di liberarsi delle proprie strutture politiche e culturali tradizionali è una grandissima sciocchezza. La nostra stampa riesce sempre a trovare qualche cittadino occidentalizzato che ripete quello che vuole che si dica. Ma le cose stanno in modo parecchio differente.

C’è chi non ci vede come un modello. Chi non ci riconosce le virtù civili che ci auto attribuiamo. Chi ci considera una massa di presuntuosi alienati. Chi vede nei nostri comportamenti solo ipocrisia, opportunismo e somma inaffidabilità.

Con un po’ meno di presunzione e meno preconcetti finto progressisti (che poi non sono altro che i germi del razzismo culturale) anche i più creduloni della nostra provincetta europea possono iniziare a capirlo.

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31/01/2026

La battaglia dell’Iran per la sopravvivenza è anche quella del mondo arabo

È passata appena una settimana da quando il presidente statunitense Donald Trump a Davos ha mostrato la sua firma davanti alle telecamere su un documento per il suo cosiddetto Board of Peace, e il Medio Oriente è sul filo del rasoio per la possibilità molto reale di una terza guerra del Golfo.

È una sensazione familiare. Il gruppo d’attacco della portaerei USS Abraham Lincoln è arrivato a portata di tiro dell’Iran domenica. F-15E Strike Eagle e bombardieri B-52 sono stati inviati rispettivamente in Giordania e Qatar.

Il Canale 13 israeliano ha riferito che anche l’esercito statunitense si stava preparando a rinforzare le difese a terra, con l’arrivo di una batteria di difesa aerea Thaad prevista nei prossimi giorni.

Anche i media israeliani hanno lavorato duramente. Israel Hayom, il quotidiano più vicino al governo israeliano, ha riferito che Giordania, Emirati Arabi Uniti e Regno Unito fornirebbero supporto logistico e di intelligence all’esercito statunitense in caso di attacco.

Questo ha spinto gli Emirati a dichiarare pubblicamente di essere impegnati “a non permettere che il proprio spazio aereo, territorio o acque vengano utilizzati in azioni militari ostili contro l’Iran… Ribadiamo il nostro impegno a non fornire alcun supporto logistico a qualsiasi azione militare ostile contro l’Iran”

Questo sarà ignorato dall’Iran, i cui alti funzionari hanno avvertito che gli Emirati Arabi Uniti sono già andati troppo oltre. In caso di un altro attacco, la Repubblica Islamica non limiterebbe la sua rappresaglia solo a Israele e alle basi militari statunitensi.

Un alto funzionario iraniano mi ha detto lo scorso anno che Israele stava usando Azerbaigian ed Emirati Arabi Uniti nella sua guerra sporca contro l’Iran. “Ci aspettiamo sicuramente un altro ciclo di questa guerra, e questa volta l’Iran non sarà colto di sorpresa né sarà sulla difensiva. Passerà all’offensiva”, ha affermato. “Gli Emirati Arabi Uniti pagheranno un prezzo enorme. La prossima volta che verremo attaccati, si riverseranno nel Golfo e nella regione”

Prendere di mira Khamenei

Quando Israele e Stati Uniti hanno attaccato l’Iran lo scorso giugno, in una guerra durata 12 giorni, Teheran è stata ingannata da un un ciclo di colloqui in Oman che gli fece credere che Israele non avrebbe colpito prima di allora.

All’epoca, la Casa Bianca respinse l’idea che il cambio di regime fosse un obiettivo degli attacchi, che prendevano di mira comandanti militari di alto livello, scienziati nucleari e i bunker che ospitavano le centrifughe iraniane per l’arricchimento dell’uranio.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, tuttavia, voleva un cambio di regime, affermando che l’assassinio della Guida Suprema iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei, “non avrebbe fatto scalare il conflitto, ma avrebbe posto fine al conflitto”.

Ma la Casa Bianca si dissociò. Axios ha riferito che Trump era più riluttante di Netanyahu a prendere di mira Khamenei. Un alto funzionario dell’amministrazione USA ha commentato: “È l’ayatollah che conoscete contro l’ayatollah che non conoscete”

Questa volta, però, quella riservatezza è sparita. Il leader supremo sarà il bersaglio principale.

Migliaia di persone sono state uccise durante la recente repressione delle proteste in Iran. Quanti siano è una questione di accesa discussione. La scorsa settimana, il governo iraniano ha stimato il bilancio delle vittime a poco più di 3.100, mentre il Wall Street Journal ha citato stime di gruppi per i diritti umani che collocano il numero più vicino ai 10mila.

La rivolta è iniziata a dicembre come protesta dei commercianti di Teheran che denunciavano il crollo del rial e l’aumento vertiginoso dei costi della vita. Il movimento si è diffuso rapidamente in altre città e nei quartieri operai più poveri, in un chiaro segno di furia e disperazione a livello nazionale dopo decenni di sanzioni, corruzione e cattiva gestione statunitensi.

Lo stesso è accaduto diversi anni fa, dopo la morte in custodia di Mahsa Amin, una donna curda iraniana di 22 anni arrestata dalla “polizia della moralità” iraniana per non aver rispettato il codice di abbigliamento islamico.

Ma il fatto che questa rabbia contro la stagnazione economica, vissuta sia dalla classe media che dalla classe operaia, sia stata e sia genuina, non esclude il coinvolgimento delle agenzie di intelligence occidentali e israeliane nell’alimentare il fuoco. Le due cose non si escludono a vicenda.

Pressione massima contro l’Iran

La profonda crisi economica dell’Iran è il risultato sia della cattiva gestione interna dello Stato, sia delle sanzioni paralizzanti imposte da Trump, che nel suo primo mandato ha ritirato gli Stati Uniti dall’accordo nucleare con l’Iran e ha imposto una politica di “massima pressione” che è stata proseguita dall’amministrazione democratica di Biden.

Come il genocidio di Gaza, tentare di mettere in ginocchio l’economia iraniana è una politica bipartisan. Le principali vittime di questa politica sono il popolo iraniano, per il quale l’Occidente sostiene di essere così preoccupato.

Creare le condizioni per la loro disperazione, e poi usarla come casus belli contro il paese nel suo complesso, non è una novità per il Mossad, la CIA o l’MI6 – né cercare attivamente di trasformare una protesta economica in un’insurrezione armata. Ciò che cambia questa volta è che poco o nessun tentativo è stato fatto di nascondere le loro impronte digitali.

Il Mossad non nascondeva il suo coinvolgimento. In un post in lingua farsi su X (ex Twitter) il 29 dicembre, ha incoraggiato gli iraniani a protestare, arrivando persino a dire che era fisicamente con loro durante le manifestazioni. “Uscite insieme per le strade. È arrivato il momento”, scrisse il Mossad. “Siamo con te. Non solo a distanza e verbalmente. Siamo con te sul campo”

Questo da solo potrebbe spiegare l’alto numero di morti tra i poliziotti. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha accusato reti affiliate a Israele di aver infiltrato le proteste, di aver compiuto sabotaggi e attacchi mirati per intensificare gli scontri e aumentare le vittime.

La strategia israeliana è fallita quando decine di migliaia di persone tennero un raduno filogovernativo, internet fu chiuso e migliaia di persone sono state arrestate ma non prima che fosse stata impiantata nei media occidentali l’idea che la caduta del regime fosse ormai una causa internazionale per i diritti umani, e che le fazioni anti-regime avessero un potenziale leader in Reza Pahlavi, il 65enne figlio dell’ultimo scià iraniano.

Trump si è rifiutato esplicitamente di incontrare Pahlavi. Alla domanda del conduttore del podcast Hugh Hewitt se volesse incontrare Pahlavi, con base negli Stati Uniti, Trump ha risposto: “L’ho osservato, e sembra una brava persona. Ma non sono sicuro che sia appropriato a questo punto farlo come presidente”

Questo è stato interpretato come un messaggio in stile venezuelano secondo cui, se Trump avesse eliminato Khamenei, sarebbe stato disposto a fare un accordo con l’amministrazione sopravvissuta.

Cambio di posizione

Abbiamo già percorso questa strada molte volte. Ma questa volta, c’è una differenza significativa rispetto ai precedenti tentativi di abbattere la Repubblica Islamica.

Il mondo arabo sunnita – che per così tanto tempo si è sentito bersaglio dell’espansione della rete di gruppi armati iraniani che, a volte, ha combattuto aspre guerre per procura in Iraq, Libano, Yemen e Siria – si sta voltando invece verso l’Iran.

Questo non avviene per una nozione romantica di sostegno alla causa palestinese, né per un improvviso afflato di tolleranza religiosa. Non si tratta nemmeno principalmente di preservare asset petroliferi, che sono estremamente vulnerabili a droni e missili di rappresaglia.

Questo cambiamento di posizione riguarda la percezione degli interessi nazionali arabi di sovranità e indipendenza. L’Iran è sempre più visto come se stesse combattendo la stessa battaglia che gli stati arabi stanno conducendo contro la dominazione e l’occupazione. Anche loro temono che Israele sia sulla strada per diventare l’egemone militare della regione, e che frammentare gli stati vicini sia la via più rapida per raggiungere questo obiettivo.

Il cambiamento più drammatico verso Israele si può vedere in Arabia Saudita, che nell’ultimo decennio è stata la roccaforte degli intrighi anti-Iran. Il 6 ottobre 2023, il giorno prima dell’attacco guidato da Hamas contro il sud di Israele, l’Arabia Saudita era sull’orlo della firma degli Accordi di Abramo, con i quali il regno avrebbe normalizzato i rapporti con Israele. Oggi, al contrario, non solo questa mossa è completamente fuori discussione, ma è stata lanciata una campagna virulenta nei media contro Israele.

Un articolo in particolare avrebbe potuto essere pubblicato e ripubblicato solo con l’approvazione dei vertici. In ogni caso, la comparsa dell’accademico saudita Ahmed bin Othman al-Tuwaijiri nella sezione delle colonne del giornale Al Jazeera avrebbe dovuto suscitare sospetti, dato che il media è un portavoce del governo qatariota, e Tuwaijri stesso è stato più che comprensivo verso i Fratelli Musulmani banditi in Arabia Saudita.

Per un governo che ha condotto diverse purghe di accademici e giornalisti sauditi legati all’Islam politico, la presenza di Tuwaijri è di per sé degna di nota.

Il giornale ha pubblicato un articolo pungente in cui Tuwaijri accusa gli Emirati Arabi Uniti di gettarsi “tra le braccia del sionismo” e di funzionare da “cavallo di Israele nel mondo arabo nella speranza di essere usato contro il Regno e i principali paesi arabi – nel tradimento di Dio, del Suo Messaggero e dell’intera nazione”.

Tuwaijri ha giustamente accusato gli Emirati Arabi Uniti di frammentare la Libia, di “diffondere il caos in Sudan” finanziando e armando le Forze di Supporto Rapido, e di “infiltrarsi in Tunisia come parassiti”.

Ha inoltre affermato che gli Emirati Arabi Uniti sostenevano deliberatamente il progetto della Grande Diga del Rinascimento dell’Etiopia, nonostante i danni che ciò avrebbe potuto infliggere ai livelli dell’acqua del Nilo a valle e agli interessi strategici dell’Egitto.

Tutto questo è vero, ma venendo dall’Arabia Saudita, complice degli Emirati in gran parte della controrivoluzione che ha schiacciato le Primavere Arabe, questa è una cosa forte.

Abu Dhabi ha risposto attivando le sue reti a Washington. Barak Ravid di Axios ha scritto che l’articolo non era solo anti-Israele, ma anche antisemita.

La Anti-Defamation League (ADL) si è poi espressa, affermando di essere allarmata dalla “crescente frequenza e volume di voci saudite di spicco – analisti, giornalisti e predicatori – che usano apertamente discorsi antisemiti e promuovono aggressivamente la retorica anti-Accordi di Abramo, spesso mentre diffondono teorie del complotto su ‘complotti sionisti'”.

Non appena il clamore su questo articolo ha raggiunto tale intensità, l’articolo stesso è scomparso da internet. L’ADL si è attribuita il merito di questa cancellazione sottolineando che è avvenuta poco dopo la pubblicazione del post del gruppo.

Ma questa non sarebbe stata l’ultima parola sull’articolo, che quasi improvvisamente è riapparso sul sito di Al Jazeera.

Colui che si presume sia la voce di Saud al-Qahtan, zar dei media del principe ereditario Mohammed bin Salman, ha scritto su X: “Alcune persone degli Emirati riconciliati – che Dio li riformi – stanno diffondendo una menzogna secondo cui l’articolo saudita su al-Tuwaijri è stato cancellato da Al Jazirah! Per paura delle relazioni internazionali! Questo non è vero. L’articolo è ancora lì, ed ecco il link all’articolo”

L’unica conclusione da trarre da questa vicenda è che ciò che Tuwaijri ha detto rappresenta la linea ufficiale stessa del regno Saudita.

Politica di frammentazione in Medio Oriente

L’effetto Gaza si sta facendo sentire in tutta la regione. Gaza stessa è stata una sconfitta militare per Hamas, Hezbollah e Iran. L’effetto Gaza, tuttavia, è tutt’altro che diverso.

Nello schiacciare Gaza, Netanyahu ha ripetutamente promesso di rimodellare il Medio Oriente. Ha affermato più volte da allora che sta “cambiando il volto del Medio Oriente” e che questo conflitto è una “guerra di rinascita”.

Una parte integrante della politica di frammentazione portata avanti da Israele era assicurarsi che, dopo la caduta dell’ex presidente Bashar al-Assad, la Siria non riemergesse mai come stato nazione sovrano.

Questa era l’intenzione di Netanyahu quando ha lanciato il più grande bombardamento della storia della Siria poche ore dopo la caduta di Assad alla fine del 2024. L’aeronautica e la marina siriana furono distrutte in 24 ore.

I carri armati israeliani sono poi entrati nel sud della Siria con il pretesto di istituire un protettorato per i Drusi, un’offerta inizialmente respinta dalla leadership drusa.

Israele ha anche offerto di “proteggere” i curdi nel nord della Siria. Questa offerta si è rivelata spettacolarmente vuota la scorsa settimana, dopo che gli scontri iniziati nelle aree curde di Aleppo hanno portato al drammatico crollo delle Forze Democratiche Siriane (SDF) e alla presa del controllo da parte di Damasco.

L’ex sostenitore delle SDF, gli Stati Uniti, non ha mosso un dito per fermare la rotta, e Israele non ha risposto alle richieste di aiuto dei curdi.

Prima che fosse firmato un cessate il fuoco, Tom Barrack, inviato speciale statunitense per la Siria, ha accusato il comandante delle SDF Mazloum Abdi di tentare di coinvolgere Israele negli affari interni siriani.

La regione sta effettivamente cambiando, ma non come Netanyahu aveva immaginato un tempo. La Siria era esausta dopo un decennio di guerra civile quando il regime di Assad è crollato come un castello di carte. Il suo nuovo leader, il presidente Ahmed al-Sharaa, si è fatto in quattro per segnalare che non voleva una guerra con Israele.

Un anno dopo, l’atmosfera in Siria è stata trasformata dall’aggressione e dall’arroganza dei suoi occupanti israeliani, che non solo non hanno intenzione di cedere le Alture del Golan occupate, ma le cui forze ora si trovano a meno di 25 chilometri da Damasco stessa.

La lezione imparata

Combattere Israele è ormai motivo di orgoglio nazionale in Siria, come lo è in gran parte della regione. Sharaa stesso continua con la stessa cautela e astuzia che ha mostrato quando ha rovesciato Assad.

Sull’orlo della vittoria nel nord della Siria, Sharaa ha emesso un decreto riconoscendo il curdo come lingua nazionale e ristabilendo la cittadinanza a tutti i curdi siriani.

Nuovi patti militari sono in arrivo. Israele ne definisce uno di questi come una Nato musulmana, ma non è affatto così.

Si sta formando una crescente consapevolezza tra le potenze musulmane della regione secondo cui l’unico modo per contenere Israele è difendersi a vicenda. Questa è la lezione appresa vedendo Israele eliminare un nemico alla volta.

Il più grande esercito regionale, la Turchia, è attualmente in trattativa per aderire a un patto di difesa reciproca esistente tra Arabia Saudita e Pakistan. Turchia, Arabia Saudita ed Egitto ora sostengono apertamente il capo dell’esercito sudanese Abdel Fattah al-Burhan.

E per approfondire ulteriormente la spaccatura con gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita sta per acquistare oro sudanese, una mossa che limiterebbe ma non porrebbe fine al commercio africano dell’oro di Abu Dhabi.

Il fallimento dei piani di Netanyahu

Questi sono tutti segnali che la regione sta effettivamente cambiando, ma non proprio come Netanyahu immaginava.

Israele sta affrontando la sconfitta su più di un fronte. Non è riuscito a innescare un esodo di massa della popolazione né da Gaza né dalla Cisgiordania occupata, come tutte le sue politiche, dal bombardamento alla fame, erano state progettate per ottenere.

Non è riuscito a frammentare la Siria. Anzi, il contrario: Israele è riuscito a unificarla come mai prima d’ora. Non è riuscito a stabilire una presenza militare nel Somaliland separatista e ora si trova ad affrontare l’opposizione aperta del governo somalo.

Ha perso il sostegno dell’Egitto su Gaza e della Giordania sulla Cisgiordania – entrambi considererebbero un afflusso di rifugiati palestinesi una minaccia esistenziale.

L’ultimo tentativo di Netanyahu sarebbe attaccare di nuovo l’Iran. Il suo principale alleato, gli Emirati Arabi Uniti, ha perso molta influenza dopo essere stato cacciato dallo Yemen.

Ci sono tre opzioni in caso di attacco all’Iran

La prima sarebbe quella di decapitare la leadership iraniana e intimidire i membri sopravvissuti dell’élite affinché collaborino. È improbabile che questo funzioni in Iran. L’ayatollah che sostituirà Khamenei sarebbe sicuramente più determinato a mettere le mani dell’Iran sull’unico deterrente contro un ulteriore attacco: la bomba atomica.

La seconda opzione, in caso di crollo dello Stato, sarebbe quella di istituire un protettorato israeliano sotto Pahlavi. Anche questo è improbabile, dato che non dispone di quasi nessun sostegno in Iran e, se fosse posto al potere, sarebbe ancora più burattino di Israele rispetto a suo padre.

Ma la terza e più probabile opzione in caso di crollo dello stato sarebbe una guerra civile e la frammentazione dell’Iran. Questo provocherebbe un enorme afflusso di iraniani verso nord e ovest verso Arabia Saudita e Turchia, destabilizzando massicciamente la regione nel suo complesso.

Il governo iraniano ha ragione a considerare questi eventi come una minaccia esistenziale – e tutti nella regione, qualunque sia la storia dei loro rapporti con la Repubblica Islamica, dovrebbero fare del loro meglio per difendere l’Iran e garantirne la sovranità.

Netanyahu sta tramando piani per attaccare l’Iran perché ogni altra mossa che ha compiuto è fallita. La battaglia dell’Iran per la sopravvivenza è la lotta della regione per la sopravvivenza – e assolutamente nessun sovrano arabo dovrebbe dimenticarlo.

Fonte

29/01/2026

Come il Sud Globale sta smantellando la supremazia del dollaro

“L’egemonia americana ha contribuito a fornire beni pubblici: vie marittime aperte, un sistema finanziario stabile, sicurezza collettiva e supporto a quadri per la risoluzione delle controversie... Abbiamo partecipato ai rituali e in gran parte evitato di denunciare il divario tra retorica e realtà… Questo patto non funziona più. Sia chiaro: siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione”.
Primo Ministro canadese Mark Carney, discorso speciale al World Economic Forum (WEF), Davos 2026

L’era della supremazia globale indiscussa del dollaro si sta sfilacciando. Quello che una volta era un pilastro della finanza e del commercio globale è ora un dominio conteso, mentre un numero crescente di Stati cerca alternative alla valuta a lungo utilizzata per imporre i diktat occidentali. La centralità del dollaro USA nelle transazioni transfrontaliere e il suo ruolo di valuta di riserva mondiale non sono più garantiti – e questo cambiamento non è più teorico.

Per decenni, il dollaro ha funzionato come mezzo di scambio universale, riserva di valore e unità di conto. Ma questi vantaggi sono arrivati a costi elevati. La dipendenza del sistema internazionale dalle politiche di un singolo Stato ha generato rischi e attriti. Oggi, questi rischi sono diventati ostacoli all’espansione del commercio globale. E mentre le economie emergenti guadagnano fiducia e peso, Washington è costretta a cedere il suo dominio monetario.

Il dollaro regna ancora, ma la sua presa si sta allentando

Il dollaro continua a dominare le transazioni transfrontaliere, sia nei conti correnti che nei mercati finanziari. Rimane una riserva di valore affidabile sia per gli investitori istituzionali che per i privati. Ma la marea sta cambiando. Dall’inizio della pandemia di COVID-19, le banche centrali e il capitale privato hanno costantemente ridotto le loro disponibilità in dollari, reindirizzando il valore verso l’oro e altri asset tangibili.

Sebbene il dollaro sia ancora utilizzato per standardizzare la contabilità globale, l’utilizzo dell’intelligenza artificiale (IA) e l’innovazione tecnologica consentono ora a panieri di valute – come quelli composti dalle nazioni BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) – di sostituire facilmente molte delle funzioni del dollaro. In breve, l’era in cui non esisteva un’alternativa credibile è finita.

I BRICS e l’ascesa delle valute contrappeso

Mentre il Sud Globale espande la sua quota nel commercio e nel PIL mondiale, l’uso pratico delle valute non in dollari sta guadagnando terreno. All’interno del blocco BRICS, le transazioni vengono sempre più condotte in valute nazionali.

SWIFT (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication) – la rete di messaggistica dominata dall’Occidente utilizzata dalle banche per i pagamenti transfrontalieri – rimane dominante, ma le alternative stanno guadagnando terreno. I dati mostrano che nel maggio 2025 lo yuan cinese, che rappresentava solo il 2% dei pagamenti globali, facilitava già il 50% del commercio interno ai BRICS.

Sebbene il sistema di pagamento dei BRICS sia ancora lontano dall’accettazione globale, la sua presenza è in crescita. E dietro questo slancio c’è una comprensione strategica: la vera sovranità monetaria non può coesistere con la dipendenza da sistemi finanziari ostili.

CBDC: un salto digitale verso una finanza multipolare

Il più grande ostacolo alla costruzione di alternative multipolari non è la volontà politica ma l’infrastruttura. Sostituire SWIFT richiede piattaforme sicure, scalabili e interoperabili. Qui, le valute digitali delle banche centrali (CBDC) – versioni digitali basate su blockchain delle valute nazionali emesse e regolamentate dalle banche centrali – offrono un percorso trasformativo. A differenza delle criptovalute, le CBDC sono pienamente garantite e controllate dalle autorità monetarie sovrane, combinando la velocità digitale con la supervisione statale.

Pechino guida la carica. La Banca Popolare Cinese ha ampliato il suo Cross-Border Interbank Payment System (CIPS), un’alternativa a SWIFT progettata per le transazioni in yuan e sempre più integrata con le piattaforme CBDC.

Secondo le sue stime, le CBDC possono ridurre i costi di transazione fino al 50% e liquidare i pagamenti transfrontalieri in pochi secondi. SWIFT, al contrario, dipende da un modello bancario corrispondente lento e stratificato che può richiedere giorni e impone pesanti commissioni.

Lo yuan digitale supera i 2 trilioni di dollari

Questo è il motivo per cui lo yuan digitale cinese (e-CNY) è cresciuto di oltre l’800% dal 2023, superando i 2,3 trilioni di dollari di volume di transazioni entro la fine del 2025. Per aumentare l’adozione domestica, la Cina sta impiegando una strategia che preserva la sovranità e la regolamentazione dell’e-CNY incorporando al contempo caratteristiche fruttifere e funzionalità simili alle stablecoin.

Project mBridge – abbreviazione di “multiple CBDC Bridge” – è un’iniziativa congiunta sviluppata dall’Innovation Hub della Banca dei Regolamenti Internazionali e dalle banche centrali di Cina, Hong Kong, Thailandia ed Emirati Arabi Uniti. Consente pagamenti transfrontalieri in tempo reale utilizzando CBDC su una piattaforma blockchain condivisa senza la necessità di banche corrispondenti o messaggistica SWIFT.

Nel 2025, mBridge ha elaborato 55,49 miliardi di dollari di transazioni – un aumento di 2.500 volte rispetto alle prove iniziali del 2022. Oltre il 95% del suo volume è in e-CNY, sfidando le previsioni iniziali secondo cui le CBDC, e in particolare quella cinese, avrebbero sofferto dello scetticismo pubblico e di casi d’uso limitati.

Cinque anni dopo il suo lancio, l’e-CNY rimane il più grande esperimento di valuta digitale di una banca centrale al mondo. E il suo successo sta rimodellando le ipotesi su chi può dettare i tempi nell’innovazione finanziaria.

Le frontiere della fintech nell’Asia occidentale

Il cambiamento non si limita all’Asia orientale e meridionale. In Asia occidentale, gli Emirati Arabi Uniti stanno prendendo il comando nei pagamenti digitali. Una nuova piattaforma sostenuta dalla Cina e testata dalle banche centrali di Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Hong Kong e Thailandia ha già eseguito oltre 4.000 transazioni transfrontaliere. Il Ministero delle Finanze degli Emirati Arabi Uniti ha recentemente completato la prima transazione statale utilizzando dirham digitali all’ingrosso.

La designazione da parte di Pechino della First Abu Dhabi Bank come sua seconda istituzione di compensazione dello yuan negli Emirati segna un passo più profondo nell’integrazione monetaria regionale. A differenza delle precedenti nomine di istituzioni cinesi all’estero, questa mossa eleva una banca locale, segnalando sia fiducia strategica che l’intenzione di costruire nodi regionali di autonomia finanziaria.

Questo si basa su cambiamenti precedenti, incluso l’accordo storico del 2023 in cui Emirati Arabi Uniti e Cina hanno regolato un commercio di gas naturale liquefatto (GNL) in yuan – il primo nel suo genere e una rottura simbolica dal sistema petrodollaro.

BUNA e l’architettura dell’autonomia monetaria

L’Arab Regional Payment Clearing and Settlement Organization, nota come BUNA, è un altro pezzo critico dell’architettura di pagamento emergente. Con sede negli Emirati Arabi Uniti e gestita dal Fondo Monetario Arabo, BUNA è una piattaforma di pagamento transfrontaliera e multivaluta creata per facilitare i flussi commerciali e di investimento all’interno e oltre il mondo arabo.

Consente alle banche centrali e commerciali di inviare e ricevere pagamenti in più valute nella regione araba e con partner globali. I volumi delle transazioni mensili sono cresciuti fino a migliaia, e BUNA continua ad espandere la partecipazione. Mentre la sua strategia a lungo termine include l’interoperabilità con altri sistemi regionali e globali, come l’UPI indiano o il CIPS cinese, non è stato annunciato ufficialmente alcun calendario fisso o lista confermata di nuove valute.

Ren Haiping, Vice Capo della Ricerca Strategica presso il China Center for International Economic Exchanges, ha osservato che espandere la portata valutaria di BUNA – incluso l’aggiunta della rupia e dello yuan – potrebbe migliorare l’infrastruttura del mercato finanziario e approfondire i legami economici cooperativi, compresi i collegamenti commerciali e di investimento transfrontalieri tra i partecipanti.

Questo è riecheggiato da iniziative più ampie del Golfo come AFAQ, il Gulf Instant Payment System lanciato dal Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), che collega le banche degli Stati membri e facilita transazioni transfrontaliere in tempo reale senza fare affidamento sulle banche di compensazione in dollari. AFAQ è progettato per creare un ecosistema di pagamento regionale unificato che offre liquidazione rapida, sicura ed efficiente delle transazioni all’interno degli Stati arabi del Golfo Persico.

Nessuna rivoluzione monetaria senza trasformazione istituzionale

Nonostante i progressi digitali della Cina, nessuno Stato da solo può fungere da àncora per un nuovo sistema globale. La trasformazione richiederà un’architettura istituzionale – una stanza di compensazione come la European Payment Union (EPU) del dopoguerra, che ha contribuito a stabilizzare il commercio intraeuropeo regolando gli squilibri multilateralmente piuttosto che bilateralmente in dollari USA scarsi.

La New Development Bank (NDB) all’interno dei BRICS è nella posizione migliore per guidare questo processo. Ma le dinamiche di potere globale consolidate – non solo l’inerzia finanziaria – rimangono il vero ostacolo. Sotto il governo USA del Presidente Donald Trump, Washington ha intensificato sia la pressione economica che quella militare per soffocare tali cambiamenti. La sua militarizzazione delle sanzioni in Venezuela e Iran è stato un chiaro avvertimento in tal senso.

Trump definisce apertamente il dominio del dollaro come una questione di sicurezza nazionale, e persino un legittimo ‘casus belli‘. Questa mentalità persiste in entrambi i partiti politici statunitensi ed è diventata un pilastro della politica atlantista.

Il dollaro domina ancora la finanza, ma le crepe si stanno allargando

Nonostante perda terreno nel commercio, il dollaro domina ancora la finanza transfrontaliera. Nel 2024, il commercio globale di beni e servizi ha raggiunto i 33 trilioni di dollari – circa un terzo del PIL globale. Eppure, secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali, il fatturato FX giornaliero era di 7,5 trilioni di dollari – più di cinque volte il volume commerciale annuale. Quel mercato rimane schiacciante in dollari.

Nel 2022, il dollaro figurava nell’88% di tutte le transazioni FX. Ad aprile 2025, la sua quota era addirittura leggermente salita all’89,2%. L’euro è sceso al 28,9% (dal 30,6% nel 2022). Lo yen è rimasto stabile al 16,8%. Nel frattempo, lo yuan è salito all’8,5% – una salita costante dal 2013. Eppure, gran parte del dominio del dollaro ora deriva non dalla forza, ma dalla debolezza altrui: il declino dell’euro e della sterlina ha solo rafforzato la sua posizione.

Dall’aggirare SWIFT alla costruzione del futuro

La Cina sa di non poter smantellare da sola il dominio del dollaro. I BRICS e il più ampio Sud Globale devono guidare la carica. L’architettura sta già prendendo forma. Entro gennaio 2025, paesi tra cui Russia, Iran, Venezuela, Arabia Saudita, Cina, Emirati Arabi Uniti ed Egitto avevano iniziato a utilizzare il “petro-yuan” nelle transazioni energetiche transfrontaliere.

Per Mosca, questo cambiamento è una risposta diretta alle sanzioni e uno sforzo per sfuggire alla morsa di SWIFT e del commercio basato sul dollaro. La mossa ha funzionato – non simbolicamente, ma materialmente. E mentre altri seguono, quella che una volta era una strategia di bypass sta diventando il nucleo di un nuovo sistema.

Un’apertura per il momento multipolare

Il conflitto in Groenlandia sta aprendo nuove opportunità per il Sud Globale, poiché la pressione geopolitica statunitense e i rischi dei mercati finanziari potrebbero spingere l’Europa a ridurre la dipendenza dal dollaro e ad allontanarsi dagli asset USA. Gli investitori potrebbero spostarsi verso paradisi sicuri come il franco svizzero o rafforzare i legami economici con Pechino. Queste dinamiche potrebbero accelerare lo sviluppo di sistemi di pagamento alternativi.

Questa crisi in evoluzione della supremazia del dollaro ha esposto una più profonda rottura politica sotto la superficie dei mutevoli equilibri finanziari. Il Sud Globale non è più disposto a finanziare, facilitare o rimanere vulnerabile a un sistema imperiale che alimenta la propria sottomissione economica.

Nuove istituzioni stanno nascendo, i vecchi sistemi si stanno sfilacciando e le illusioni di inevitabilità che un tempo sostenevano la primazia finanziaria USA si stanno infrangendo. L’ordine monetario che emergerà in futuro non sarà dettato da Washington, ma forgiato nell’interesse condiviso di coloro che a lungo ne sono stati esclusi.

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