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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/10/2026

Petromonarchie in crisi: le loro infrastrutture sono devastate

Dall’inizio della guerra, l’Iran e i suoi alleati in Medio Oriente hanno condotto decine di attacchi mirati contro le infrastrutture del Golfo, danneggiando seriamente e bloccando sistematicamente fabbriche, centrali e stabilimenti di vario tipo e causando guasti a cascata e danni economici in tutta la regione, in una campagna ben orchestrata che contribuisce a spiegare come la Repubblica islamica sia riuscita a tenere testa alla superiorità militare degli Stati Uniti.

Ad affermarlo è un’inchiesta dell’agenzia Reuters che elenca gli obiettivi principali di questa campagna militare. L’Iran e le altre forze del cosiddetto “asse della resistenza” hanno preso di mira i sistemi vitali di trasporto del petrolio a Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti, il principale porto al di fuori dello Stretto di Hormuz, paralizzando le operazioni per settimane. Hanno colpito l’impianto di gas naturale liquefatto di Ras Laffan in Qatar, danneggiando due delle “celle frigorifere” che ospitano le apparecchiature di raffreddamento per la liquefazione del gas.

Tra gli obiettivi degli attacchi iraniani figurano anche la raffineria di gas liquefatto Pearl del Qatar, il complesso del gas di Habshan negli Emirati Arabi Uniti e la fonderia Al Taweelah di Emirates Global Aluminium.

I lanci di missili e droni hanno colpito aeroporti in Bahrein, Kuwait e soprattutto negli Emirati Arabi Uniti e in Arabia Saudita. L’attacco più letale, attribuito ad Ansar Allah, ha causato sabato la morte di 12 persone all’aeroporto internazionale Re Khalid in Arabia Saudita. L’aeroporto del Kuwait è stato colpito otto volte. Uno degli attacchi è avvenuto due giorni dopo la riapertura di un importante terminal, a seguito dei lavori di riparazione effettuati dopo un precedente bombardamento.

Gli attacchi hanno inoltre incenerito una stazione di pompaggio e ne hanno danneggiate altre due lungo un importante oleodotto saudita, bloccando uno dei più importanti corridoi energetici realizzati per aggirare il blocco iraniano di Hormuz. L’attacco del 10 settembre da parte di alcune milizie sciite irachene all'oleodotto saudita East-West Pipeline ha interrotto il flusso di greggio per settimane, minacciando il 4% delle forniture globali di petrolio. Ancora più devastanti sono stati gli attacchi iraniani contro gli impianti di GNL di Ras Laffan in Qatar, che hanno minacciato quasi il 20% dei flussi mondiali di gas naturale liquefatto. Per ripristinare interamente gli impianti, dicono gli esperti, servirà almeno un anno.

Agli attacchi di questo tipo contro le infrastrutture dei paesi del Golfo che ospitano le basi militari statunitensi o partecipano all’aggressione contro Ansar Allah in Yemen i vari governi non hanno dato particolare pubblicità. Gli Stati Uniti hanno minimizzato spesso la capacità distruttiva dell’Iran. Anche i paesi arabi del Golfo spesso non riconoscono i danni ingenti subiti oppure li attribuiscono alla caduta di detriti derivanti dall’intercettazione di missili o droni iraniani.

Ma l’inchiesta di Reuters rivela la precisione di questi attacchi e i gravi danni arrecati alle infrastrutture colpite, oltre all’ingente danno economico provocato.

L’Iran ha preso di mira infrastrutture in diversi paesi arabi del Golfo: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Qatar, Kuwait, Oman e Bahrein. Complessivamente, la Repubblica islamica ha lanciato almeno 135 attacchi con droni e missili contro almeno 84 siti infrastrutturali nel Golfo da quando Stati Uniti e Israele hanno avviato una campagna di bombardamenti contro l’Iran il 28 febbraio.

Prima della guerra, l’Iran possedeva il più grande arsenale di missili balistici del Medio Oriente. Inoltre, l’Iran ha una fiorente industria di droni; prima della guerra era in grado di produrne circa 10.000 al mese, con lo Shahed come velivolo esplosivo di punta.

Gli attacchi hanno seminato il panico in tutto il Golfo e fatto impennare i prezzi del petrolio. Insieme al blocco dello Stretto di Hormuz da parte della Repubblica Islamica, la capacità di lanciare attacchi di precisione rappresenta una minaccia costante per i Paesi sunniti del Golfo e conferisce all’Iran una grande influenza sull’economia globale e un notevole potere contrattuale nei confronti degli Stati Uniti, che da settimane minacciano di colpire Teheran con una nuova ondata di bombardamenti ma finora li hanno sempre rimandati.

D’altronde gli attacchi iraniani hanno seriamente danneggiato anche l’infrastruttura militare degli Stati Uniti in tutta la regione, provocando danni per vari miliardi di dollari. L’ispettore generale del Dipartimento della Difesa statunitense ha riferito al Congresso di Washington che l’Iran ha colpito centinaia di strutture nelle basi statunitensi, oltre a decine di caccia, aerei da trasporto e da rifornimento ed elicotteri.

Il successo dell’attacco sistematico alle infrastrutture da parte dell’Iran è un ulteriore esempio di come la Repubblica Islamica abbia resistito ad anni di dure sanzioni economiche internazionali e recentemente a mesi di attacchi da parte di Stati Uniti e Israele.

Alcune località hanno subito bombardamenti quasi quotidiani che hanno provocato danni per miliardi di dollari, includendo i costi per le riparazioni ma anche le perdite di fatturato. Alcune delle infrastrutture colpite, come una delle più grandi fonderie di alluminio al mondo ad Abu Dhabi, sono state devastate.

L’Iran ha colpito infrastrutture digitali avanzate come i data center di Amazon negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein, dove il servizio è rimasto interrotto per sei mesi.

Un altro attacco strategico è stato quello rivolto contro le reti idriche e di energia elettrica del Kuwait. È stato Trump a minacciare pubblicamente per primo l’approvvigionamento idrico dell’Iran a marzo. Ma sono stati gli iraniani a trasformare quella minaccia in realtà per i loro vicini. Secondo Reuters l’Iran ha colpito almeno quattro degli otto impianti di desalinizzazione e di produzione di energia elettrica del Kuwait tra il 2 marzo e il 20 luglio.

I regimi sunniti hanno sistematicamente nascosto anche i dati reali sul bilancio delle vittime delle rappresaglie iraniane, imponendo una rigida censura alla diffusione di informazioni in merito. Negli Emirati Arabi Uniti, in Bahrein, Qatar, Kuwait e Arabia Saudita è illegale scattare o distribuire determinate foto o video che documentino le conseguenze degli attacchi. Questi paesi citano inoltre regolarmente le leggi contro la diffusione di voci e disinformazione per limitare la copertura giornalistica degli attacchi.

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04/10/2026

Una operazione “false flag” dietro il tentato dirottamento dell’aereo degli Emirati?

Sulla dinamica, gli scopi e le conseguenze del tentato dirottamento dell’aereo della Flydubai, cominciano ad emergere “dettagli”, sia sulla stampa israeliana che in quella di altri paesi dell’area, che meritano di essere presi in seria considerazione.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe cercato di utilizzare un incidente che coinvolgeva un aereo passeggeri emiratino per attirare gli Stati Uniti in un’altra guerra contro l’Iran. A sostenerlo è la televisione iraniana Press TV, citando una fonte regionale anonima a conoscenza della questione.

La fonte ha dichiarato che l’operazione sarebbe stata discussa e finalizzata durante la visita “riservata” di Netanyahu negli Emirati Arabi Uniti, tre giorni prima dell’incidente di mercoledì che ha coinvolto il volo Flydubai FZ1073. Secondo la fonte, Netanyahu viaggiava con alti funzionari militari e di intelligence.

La fonte di Press TV ha affermato che le discussioni hanno coinvolto funzionari di diversi paesi arabi e si sono concentrate sull’ideazione di un’operazione false flag che potesse essere attribuita all’Iran.

L’obiettivo sarebbe stato quello di spingere il presidente USA Donald Trump a rinnovare immediatamente un’azione militare contro Teheran.

Anche l’agenzia di stampa turca Anadolu ha ripreso le accuse di Press TV.

La fonte ha collegato il presunto piano alla preoccupazione di Netanyahu per le prossime elezioni della Knesset, sostenendo che la sua coalizione potrebbe non riuscire a ottenere la maggioranza necessaria per formare un altro governo nelle circostanze attuali.

“In tal caso, dopo essere stato rimosso dalla carica di primo ministro, dovrebbe trascorrere il resto della sua vita politica dietro le sbarre”, ha detto la fonte a Press TV, affermando inoltre che Netanyahu sperava di usare la sua influenza su Trump e sulla Casa Bianca per provocare una guerra su vasta scala contro l’Iran.

Secondo questa versione, Netanyahu ha cercato di usare “le armi, l’economia e il declino della credibilità americana” per porre riparo alla sua “situazione politica disperata”.

Il Times of Israel rammenta oggi che gli Accordi di Abramo – che hanno stabilito legami diplomatici tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti nel 2020 – vietano ai piloti di volare in Israele se i loro paesi non hanno relazioni con Israele.

Nonostante tale disposizione, la televisione israeliana Canale 12 ha riferito che Israele ha permesso a decine di piloti omaniti di volare nel Paese negli ultimi anni, aggiungendo che ha delegato la supervisione di tale divieto, confidando nelle compagnie aeree straniere affinché lo facciano rispettare.

Secondo quanto riferito dall’emittente, il servizio di sicurezza interno Shin Bet non ha mai esaminato le origini dei piloti di Flydubai, limitandosi a chiedere alla compagnia aerea di non impiegare piloti provenienti da stati che non intrattengono rapporti con Israele.

“Lo Shin Bet ha tutti i mezzi per sapere, in cinque minuti, chi sono tutti i piloti della compagnia aerea di Dubai, e ha semplicemente scelto di chiudere un occhio”, ha dichiarato un funzionario anonimo del settore aereo, secondo quanto riportato da Canale 12.

“In Israele, si aspettavano che la compagnia aerea fosse sufficientemente affidabile, quindi negli ultimi anni non hanno condotto verifiche”.

Le accuse secondo cui il tentato dirottamento aereo sia in realtà una operazione False flag, giungono a seguito delle critiche iraniane all’incontro di Netanyahu con il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Sheikh Mohamed bin Zayed Al Nahyan.

Il funzionario della sicurezza iraniano Mohsen Rezaei aveva avvertito mercoledì che ospitare Netanyahu non avrebbe avuto conseguenze favorevoli, esortando Abu Dhabi a “imparare dall’ultima guerra, smettendo di accendere le guerre”.

Il Ministero degli Esteri iraniano ha avvertito che la presenza di Netanyahu minacciava la pace regionale e la sicurezza collettiva. La fonte di Press TV ha detto che l’Iran stava monitorando i movimenti statunitensi e israeliani e si preparava a rispondere a qualsiasi nuova azione ostile.

Come noto, il volo FZ1073, che trasportava 174 passeggeri da Dubai a Tel Aviv, ha effettuato un atterraggio di emergenza mercoledì scorso presso l’aeroporto internazionale Prince Sultan bin Abdulaziz di Tabuk, in Arabia Saudita.

Flydubai ha dichiarato che “si è verificata una rissa nella cabina di pilotaggio” e che i membri dell’equipaggio hanno messo in sicurezza l’aereo prima che fosse deviato. Le autorità aeroportuali saudite hanno riferito che sia il comandante che il primo ufficiale sono rimasti feriti e sono stati portati in ospedale. Tutti i passeggeri e l’equipaggio sono rimasti sani e salvi.

Il Centro Nazionale per la Sicurezza dei Trasporti dell’Arabia Saudita ha successivamente aperto un’indagine sull’incidente. L’inchiesta riguarda sia gli eventi a bordo dell’aeromobile sia le circostanze che hanno portato alla deviazione dalla sua rotta.

Successivamente, Flydubai ha annunciato una sospensione temporanea dei voli da e per Israele mentre continuava l’indagine. La compagnia aerea ha dichiarato che la misura consentirebbe alle autorità di “stabilire tutti i fatti che circondano l’incidente”.

Il Times of Israel scrive che gli Emirati Arabi Uniti sono infuriati con Israele per aver concluso frettolosamente che si sia trattato di un attacco “terrorista” prima del completamento delle indagini, e insistono sul fatto che gestiranno direttamente l’inchiesta. Pur non escludendo un movente di quel tipo, al momento preferiscono attendere prima di giungere a una conclusione definitiva, ha affermato l’emittente.

Secondo il quotidiano israeliano, il Mossad e lo Shin Bet stanno intanto lavorando per stabilire se il copilota abbia agito da solo o per conto di un gruppo terroristico. “Al momento, si sta diffondendo sempre più l’ipotesi che abbia agito da solo per motivi nazionalistici e che l’Iran non sia coinvolto, sebbene ciò non sia stato ancora confermato” riporta il Times of Israel.

Il Jerusalem Post riferisce che la El Al Israel Airlines è stata costretta a cancellare i voli per Dubai dopo che le autorità hanno revocato il permesso alle compagnie aeree israeliane di atterrare negli Emirati. Secondo le stime, più di 10.000 israeliani sono bloccati a Dubai e in altre destinazioni da cui si prevedeva che tornassero in Israele tramite i voli delle compagnie aeree emiratine.

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01/10/2026

Quel che zoppica nel tentato “attentato” all’aereo da Dubai

Alla fine “l’attentato” preannunciato più volte da Netanyahu è arrivato. Non è stato proprio quel che sperava il vertice di Israele, dato che l'azione appare piuttosto “casareccio” nell’attuazione, ma sufficientemente simile ad attentati veri da poter passare per tale.

Andiamo con ordine. Nella mattinata di mercoledì 30 settembre un volo di FlyDubai è stato costretto a un atterraggio d’emergenza in Arabia Saudita, a Tabuk, dopo che il copilota ha aggredito il primo pilota con l’obiettivo di far schiantare l’aereo, su cui viaggiavano 174 passeggeri, quasi tutti israeliani.

Sulle prime la notizia parlava di una rissa tra i due piloti – sì – ma con altra nazionalità: uno russo e l’altro ucraino. Comprensibile che potesse esserci qualche screzio...

Poi la contronotizia. Il russo e l’ucraino c’erano davvero, ma tra i passeggeri. Sono infatti due piloti della stessa compagnia che tornavano indietro per un turno di riposo. Bloccato “l’attentatore”, si sono messi ai comandi ed hanno fatto atterrare il velivolo, cosa impossibile per chiunque altro a bordo.

Il co-pilota, bloccato dopo aver ferito il collega indiano, e a sua volta ferito non dalla “reazione dei passeggeri” ma dagli agenti della sicurezza israeliana a bordo in incognito, è di nazionalità omanita. Ora viene descritto come un possibile “integralista” perché sarebbe stato visto “pregare in maniera eccessiva” e prchè “non dava la mano alle donne”.

Non deve sorprendere che tutti i piloti a bordo fossero “stranieri”. Nei paesi arabi del Golfo, ricchi di petrolio e gas ma non di popolazione, è normale che a lavorare siano quasi soltanto immigrati. Indiani, pakistani, bengalesi e cingalesi per i “lavori pesanti”, mentre per le professioni si prende un po’ di tutto, purché con le competenze giuste. I “locali”, in genere, danno gli ordini...

La dinamica, ancora da indagare, pare abbastanza semplice. Il volo FZ1073 di FlyDubai – decollato dall’aeroporto internazionale di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti – ha lanciato un segnale di emergenza dopo due ore di volo. I dati di tracciamento hanno evidenziato un’improvvisa perdita di quota del velivolo, che è sceso di 4mila metri in soli 29 secondi. Nella cabina di pilotaggio stava avvenendo la “rissa”, con il pilota omanita deciso a far schiantare l’aereo a terra e l’indiano – Smit Machchhar il suo nome – che non poteva ovviamente essere d’accordo.

Quando Machchhar è riuscito a sbloccare la porta della cabina, nonostante tutto, sono entrati gli agenti in borghese che hanno immobilizzato il copilota armato di un taglierino.

Da dove nasce allora il format dell’“attentato”?

L’areo emiratino era diretto a Tel Aviv, con 174 persone a bordo, quasi tutte israeliane. L’ipotesi più attendibile – al momento – è che l’omanita abbia improvvisato proprio per questo una mossa suicida, alla “muoia Sansone con tutti i filistei”, come risposta solitaria al genocidio e alle guerre in Medio Oriente.

Israele, a partire da Netanyhau e dal ministro della difesa Katz, insiste invece sull’“attentato terroristico”, ossia sull’evocazione di un “nemico islamista” tale da giustificare la continuazione della “guerra su sette fronti” almeno fino alle elezioni del 27, quando “Bibi” potrebbe finire defenestrato senza peraltro che lo stato sionista cambi di una virgola la sua aggressività mondiale.

Da parte nostra siamo costretti a far notare un paio di banalità piuttosto decisive. Un “attentato terroristico” richiede l’esistenza di una organizzazione. Un pilota affiliato ad un’organizzazione, anche se di dimensioni artigianali, ha cento modi di introdurre a bordo quanto occorre – può bastare qualche etto di esplosivo – per provocare la caduta dell’aereo senza possibili intoppi né salvataggi in extremis.

Ed un’“organizzazione terroristica” – possibilmente fantasma e non reale, perché i terroristi veri come Al Jolani, ex capo dell’Isis in Siria, è ora presidente ricevuto dappertutto in Occidente – è ciò di cui Israele ha bisogno per andare avanti nel suo disegno espansionista e genocida.

Cosa abbia pensato e fatto il pilota omanita lo sapranno per primi i servizi segreti sauditi che lo stanno interrogando  e – come ha purtroppo sperimentato il giornalista Kashoggi – non conoscono limiti, al pari degli altri servizi omologhi. Poi verrà elaborata una versione pubblica confezionata in modo da soddisfare i gusti e le necessità degli altri attori in Medio Oriente. Oppure no, perché anche l’Arabia Saudita appare un po’ stufa di “soddisfare Israele”.

Per l’immediato, insomma, siamo costretti a sorbirci il “trattamento hollywoodiano” messo in piedi dall’hasbara ed accolto senza dubbi dal sistema mediatico occidentale, con “l’idraulico eroe” che sarebbe entrato per primo nella cabina di pilotaggio.

I dettagli sono in questo senso importanti: “Un idraulico israeliano che non aveva mai praticamente preso un aereo in vita sua ha visto cosa stava succedendo. L’aereo stava andando in picchiata, l’idraulico ha trascinato il copilota via dai comandi: lavorare con i tubi rende forti... Ha preso i comandi, è stato in grado di risollevare l’aereo prima che si schiantasse. Poi sono intervenuti uomini della sicurezza che erano seduti in coda e sono intervenuti altri piloti”.

È la versione raccontata da Trump dopo una telefonata con Netanyahu, aggiungendo altri “scoop” deliziosi: “Un idraulico ha avuto la capacità di prendere i comandi e di evitare un disastro. E ha detto che ha imparato a pilotare un aereo guardando un programma in tv, Air Disasters”.

Diciamoci la sincera verità: chi di voi non sarebbe in grado di pilotare un aereo da 120 milioni, lungo 44 metri, pesante 70 tonnellate, dopo aver visto distrattamente qualche telefilm catastrofista?

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Etiopia - Riesplode la guerra civile. L’impatto va ben oltre il Corno d’Africa

Dopo appena quattro anni dal cessate il fuoco, la guerra civile torna in Etiopia. La scorsa settimana, le forze del Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (TPLF) hanno assunto il controllo dei principali scali aeroportuali della regione settentrionale del paese. Sul terreno, sono stati segnalati pesanti combattimenti di fanteria e scambi di colpi d’artiglieria lungo il confine con le regioni di Afar e Amhara.

I fatti sul campo certificano il collasso definitivo dell’Accordo di Pretoria, siglato nel novembre 2022 per congelare la cosiddetta “Guerra del Tigrè”, innescata dalla commistione tra tensioni etniche, diatribe sull’assetto amministrativo del federalismo etiope e accuse di autoritarismo mosse contro il primo ministro Abiy Ahmed Ali.

L’offensiva militare segue di poche ore un terremoto politico: la nascita dell’Alleanza delle Forze Popolari Etiopi per la Sopravvivenza. L’annuncia è arrivato per via televisiva, dagli schermi di Tigrai TV. Il canale è stato poi immediatamente oscurata dall’autorità federale per le telecomunicazioni.

La coalizione raggruppa sette formazioni armate assai eterogenee, alcune delle quali, nel precedente conflitto, erano persino su fronti opposti. Un accordo fragile, che evita di delineare il futuro assetto del paese, e che per ora si è unito nella volontà di rovesciare il governo di Addis Abeba.

A tenere insieme i vari gruppi è la comune opposizione a Abiy Ahmed, accusato di aver smantellato il federalismo etnico per accentrare il potere nella capitale. Dal principale centro del Tigrè, Mekelle, il leader tigrino Debretsion Gebremichael ha definito l’operazione come una guerra difensiva, conseguente ai ripetuti raid di droni condotti da Addis Abeba negli ultimi mesi e alla massiccia mobilitazione dell’esercito federale alle porte della regione.

È stata diametralmente opposta la replica del governo: Getachew Reda, in passato presidente dell’amministrazione ad interim tigrina e oggi consigliere del primo ministro, ha denunciato su X una condotta sconsiderata da parte del TPLF, accusandolo di aver deliberatamente trascinato il paese in una spirale distruttiva.

L’Etiopia ha osservato una significativa crescita economica negli ultimi anni, in particolare in virtù di investimenti stranieri. Il governo federale dispone di un apparato militare ammodernato, rifornito di una consistente flotta di droni armati, a cui si associa il sostegno economico e logistico degli Emirati Arabi Uniti.

Il riesplodere del conflitto interno all’Etiopia, infatti, oltre a rappresentare una tragedia per milioni di persone (tra la fine del 2020 e la fine del 2022 sono stati oltre 600 mila i morti), rischia di essere l’ennesimo tassello a saltare nel delicato puzzle dell’area che va dal Corno d’Africa fino a tutta l’Asia occidentale.

Nell’ovest dell’Etiopia, la fascia di confine del Benishangul-Gumuz e dell’Amhara è già un crocevia nevralgico della guerra in Sudan. Il governo di Khartoum accusa apertamente Addis Abeba di concedere basi logistiche e campi di addestramento ai paramilitari delle Forze di Supporto Rapido (RSF), manovrati e finanziati da Abu Dhabi.

A nord c’è l’Eritrea, che nel conflitto del 2020-2022 si è impegnata militarmente al fianco del governo di Abiy Ahmed contro i tigrini, che rivendicavano anche parte del suo territorio. Il paese è stato però nei fatti escluso dagli accordi di Pretoria, mentre il primo ministro etiope continua a reiterare la richiesta di ottenere uno sbocco sovrano sul Mar Rosso, a discapito proprio dell’Eritrea.

Per questo Asmara si è avvicinata all’Egitto e alla Somalia. Mentre Il Cairo ha aperto un contenzioso con l’Etiopia sulla Grande Diga della Rinascita (GERD) sul Nilo Azzurro, infrastruttura considerata strategica nella gestione delle acque e di tutte le attività annesse, la Somalia fa i conti con la secessione del Somaliland, riconosciuta unicamente da Tel Aviv, che sappiamo bene avere un asse solido con Abu Dhabi.

L’Unione Africana ha invocato colloqui immediati, ricevendo però il secco rimprovero delle autorità tigrine per non aver fatto rispettare le clausole di Pretoria. Gli Stati Uniti hanno esortato il TPLF a fermare gli scontri. Come sottolineato dall’ex ambasciatore italiano Giuseppe Mistretta, pesa l’atteggiamento tenuto finora da Stati Uniti, Unione Europea e Italia.

In un articolo apparso sulla rivista Nigrizia, il diplomatico afferma che i paesi occidentali hanno continuato a garantire cospicui flussi finanziari ad Addis Abeba “in nome del posizionamento economico e geo-strategico […] senza chiedere in cambio neanche standard minimi sui diritti umani, sulla rule of law, sui risarcimenti per le popolazioni colpite dalla guerra civile, su una giustizia equa per le atrocità commesse”.

“Né si è mai chiesta – continua – la fine dei bombardamenti con droni sulle popolazioni civili, effettuati dall’esercito federale ogni qual volta venga messo in difficoltà dalle milizie locali di opposizione”. L’Etiopia, insomma, è diventato un fattore di destabilizzazione nel Corno d’Africa. Ma lo è diventato in quanto principale “cavallo” su cui hanno puntato gli imperialisti occidentali per controllare l’area.

Anche il governo Meloni ha guardato con interesse all’Etiopia, cercando di far penetrare il proprio Piano Mattei nel paese. Ancora una volta, un brutto scossone colpisce le mire dei governanti del Vecchio Continente sull’Africa, continente eletto a terreno di “caccia” privilegiato per gli interessi delle multinazionali europee.

Più in generale, l’enorme quantità di capitale, materiale e diplomatico, speso dalla filiera imperialista ad Addis Abeba deve fare i conti con un ennesimo elemento che potrebbe destabilizzarne l’asse, che va da Abu Dhabi fino al Sud Sudan, passando per Tel Aviv. La minaccia più immediata è la pietra tombale che tutto ciò potrebbe porre sulla questione del controllo dello stretto di Bab el-Mandeb.

Per questo il rischio è che l’esacerbarsi delle contraddizioni spinga le potenze occidentali, nel tentativo di risolvere la situazione a proprio favore, ad alimentare un’ulteriore escalation. E per questo, la guerra civile in Etiopia è un dossier che ci riguarda da vicino.

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10/09/2026

Il braccio di ferro su Hormuz mette in ginocchio gli alleati di Washington

La guerra israelo-americana contro la Repubblica Islamica dell’Iran si sta trasformando in un conflitto in cui i calcoli degli aggressori si sono rivelati errati e gli alleati di Washington stanno subendo gravi perdite economiche. Il fallimento di una “superpotenza” nel garantire la vittoria su una potenza regionale suggerisce che l’equilibrio globale non può semplicemente tornare a quello che era prima della guerra.

Un’altra implicazione è che le regole dell’economia, del commercio e della finanza globali non possono essere dettate solo dalle potenze occidentali. La crisi dello Stretto di Hormuz offre un esempio lampante di come l’egemonia possa rimanere intrappolata in uno stretto passaggio.

In tutta Europa e in Asia, gli alleati di Washington si trovano ad affrontare crisi per le quali erano impreparati, in particolare nel settore energetico. I danni si estendono anche ai Paesi al di fuori del sistema di alleanze statunitense, le cui fabbriche, aziende agricole e famiglie dipendono dalle stesse rotte commerciali.

L’Europa paga un altro conto di guerra

La crisi e il blocco dello Stretto di Hormuz hanno fatto lievitare i costi energetici, costringendo l’Unione Europea a rivedere al ribasso le previsioni di crescita economica per il 2026 e creando forti pressioni sui prezzi in tutto il continente. Questo nuovo onere si aggiunge all’interruzione delle forniture energetiche e agli impegni di spesa pubblica legati alla guerra in Ucraina.

L’improvviso aumento dei costi energetici ha incrementato le spese per la produzione industriale e i trasporti. L’interruzione del traffico attraverso lo stretto ha esposto l’Europa a un serio rischio di carenza di carburante per aerei e altri combustibili raffinati. Bollette energetiche più elevate e maggiori spese per le imprese stanno comprimendo il potere d’acquisto delle famiglie e danneggiando la fiducia dei consumatori.

I governi europei hanno introdotto tagli fiscali e pacchetti di sostegno diretto, sebbene le loro risposte differiscano. Il blocco ha creato uno shock energetico e delle catene di approvvigionamento condiviso, ma i suoi effetti dipendono dalla struttura industriale di ciascun Paese, dalla dipendenza dalle importazioni e dalla capacità di assorbire costi più elevati.

Le previsioni della Commissione europea di maggio hanno rivisto al ribasso la crescita prevista per l’Unione Europea all’1,1% e per l’eurozona allo 0,9%. Anche la Banca Mondiale, nella sua valutazione di giugno, ha rivisto al ribasso le prospettive di crescita globale, mentre il Fondo Monetario Internazionale a luglio ha alzato le sue previsioni sull’inflazione globale.

I dati provengono da istituzioni e cicli di previsione diversi, ma indicano la stessa condizione: l’aumento dei costi energetici sta indebolendo la crescita e complicando gli sforzi per contenere l’inflazione.

La crescita si indebolisce con l’aumento dei costi energetici.

I motori industriali dell’Unione Europea sotto pressione

La Germania, la maggiore economia europea, si trova ad affrontare una rinnovata pressione sul settore manifatturiero. I settori chimico, automobilistico e dell’industria pesante sono vulnerabili agli elevati costi energetici. L’aumento dei prezzi del petrolio greggio e del gas naturale liquefatto incide sui costi di produzione, mentre l’interruzione delle forniture dal Golfo minaccia la consegna di materie prime petrolchimiche, materiali di imballaggio e altri prodotti industriali.

La Francia ricava circa il 70% della sua elettricità da 57 reattori nucleari operativi, il che offre una certa protezione contro lo shock energetico. Il settore dei trasporti e la spesa delle famiglie rimangono tuttavia esposti. La maggior parte delle automobili, dei veicoli commerciali e delle navi dipendono ancora dai combustibili derivati ​​dal petrolio e l’aumento dei costi di trasporto si ripercuote sui prezzi dei beni finiti, dagli alimenti ai mobili.

La minaccia di una carenza di carburante per aerei è tra le preoccupazioni più gravi per il settore dell’aviazione. Le compagnie aeree hanno dovuto affrontare costi più elevati e riduzioni dei voli, anche laddove le forniture di carburante sono rimaste disponibili. A maggio, il commissario europeo per l’energia ha messo in guardia sui rischi di approvvigionamento a lungo termine, pur affermando che non vi era una carenza immediata.

Parigi ha subito pressioni per proteggere i consumatori, ma i vincoli di bilancio hanno limitato la sua risposta. Il Ministro delle Finanze francese si è opposto a riduzioni fiscali generalizzate e ha preferito aiuti temporanei e mirati. Tuttavia, il problema politico rimane, poiché le famiglie si aspettano protezione mentre il governo cerca di contenere il deficit. L’Italia, già gravata da un elevato debito pubblico, si trova ad affrontare un dilemma simile. Sostenere famiglie e imprese costa denaro in un momento in cui il costo del debito pubblico sta aumentando. La Primo Ministro italiana Giorgia Meloni ha sollecitato una maggiore flessibilità nelle regole fiscali dell’Unione Europea, portando alla luce il conflitto tra gli aiuti al settore energetico e la disciplina di bilancio.

L’esposizione della Gran Bretagna al rischio

Il blocco e la guerra con l’Iran hanno inferto un doppio shock all’economia britannica, in particolare ai settori energetico e commerciale. Sebbene il Regno Unito si rifornisca di petrolio e gas in modo significativo sia a livello nazionale che dalla Norvegia, i suoi costi rimangono legati ai mercati internazionali. Acquistare da un produttore diverso non protegge un Paese da un aumento dei prezzi globali.

La preoccupazione di Londra è il rischio di una ripresa dell’inflazione a fronte di una crescita debole. Gli ultimi dati disponibili dell’Ufficio Nazionale di Statistica indicano un’inflazione annua dei prezzi al consumo del 2,9% a luglio, in aumento rispetto al 2,6% di giugno. L’inflazione per alimenti e bevande analcoliche si è attestata all’1,3%. L’aumento dell’inflazione complessiva aggrava la pressione sulle famiglie, già alle prese con elevati costi della vita.

La dichiarazione di politica monetaria della Banca d’Inghilterra di luglio avvertiva che l’inflazione era destinata ad aumentare “a causa della continua ripercussione dell’aumento dei prezzi dell’energia”. Riuscire a tenerla sotto controllo rischia di esercitare ulteriore pressione su un’economia già debole.

L’aumento dei prezzi del petrolio ha inoltre incrementato la pressione sul settore aereo. Importanti snodi come Heathrow e Gatwick dipendono da forniture di carburante affidabili, il che li espone a prolungate interruzioni nel Golfo. Le linee guida pubblicate dal governo britannico affermavano che le compagnie aeree non stavano affrontando una carenza di carburante al momento della pubblicazione della valutazione, mentre le misure di emergenza miravano a ridurre il rischio di cancellazioni dell’ultimo minuto.

Essendo un Paese insulare, la Gran Bretagna dipende fortemente dal trasporto marittimo per beni di consumo e materie prime industriali. Laddove i servizi Asia-Europa evitano il Mar Rosso e circumnavigano il Capo di Buona Speranza, i viaggi più lunghi comportano costi di trasporto maggiori e ritardi nelle consegne. Queste deviazioni aggravano lo shock di Hormuz, sebbene riguardino un passaggio separato e non forniscano una via di fuga per le navi intrappolate nel Golfo Persico.

Gli impegni militari della Gran Bretagna creano ulteriori esigenze. Londra e Parigi hanno guidato la pianificazione multinazionale di una missione per proteggere la navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz, non appena le condizioni lo permetteranno. La protezione delle rotte commerciali richiede navi, personale e finanziamenti costanti, il che si aggiunge agli oneri di uno Stato che già cerca di conciliare le spese per la difesa con la pressione sui servizi pubblici.

L’Asia subisce le conseguenze dello shock dell’offerta

Questa è la situazione in Occidente. In Oriente, la dipendenza energetica dal Golfo è ancora più diretta. L’Asia orientale e meridionale sono tra le Regioni più esposte alla crisi e le speranze che la diplomazia potesse ripristinare rapidamente i normali flussi si sono ripetutamente rivelate infondate.

L’effettiva chiusura dello Stretto ha colpito una rotta di approvvigionamento fondamentale per i centri industriali asiatici. L’Agenzia Statunitense per l’Informazione Energetica (EIA) stima che l’84% del petrolio greggio e della condensa, e l’83% del gas naturale liquefatto, transitati attraverso Hormuz nel 2024 fossero destinati ai mercati asiatici.

Cina, India, Giappone e Corea del Sud sono tra i principali acquirenti, sebbene affrontino la crisi con riserve, risorse energetiche interne e opzioni per sostituire le forniture interrotte differenti. La loro esposizione non può essere misurata solo in base ai volumi di importazione. Anche la capacità di pagare per alternative e di distribuirle ai consumatori è determinante.

Gli agricoltori indiani si trovano ad affrontare costi sempre più alti

L’India importa circa il 60% del suo fabbisogno di gas liquefatto (GPL), con i carichi provenienti dal Golfo che rivestono un ruolo centrale in questo approvvigionamento. L’interruzione delle forniture ha generato pressioni sui prezzi, dalle bombole di gas per uso domestico ai combustibili industriali.

Secondo il Centro di Ricerca sull’Energia e la Qualità dell’Aria, la spesa indiana per le importazioni di GPL da marzo ad agosto è stata di circa 4,7 miliardi di dollari (4 miliardi di euro), inclusi circa 1,1 miliardi di dollari (949,4 milioni di euro) di costi aggiuntivi legati alla crisi.

Le importazioni totali di GPL sono diminuite del 49% a marzo rispetto alla media dello stesso mese dei due anni precedenti. La quota statunitense delle importazioni è salita al 32% ad aprile, sostituendo parte delle forniture perse dal Golfo. La stima dei costi per sei mesi combina i dati commerciali ufficiali con le stime per i mesi successivi.

Inoltre, Nuova Delhi si è rivolta nuovamente al petrolio russo, poiché le forniture dal Golfo sono diventate meno affidabili. La sicurezza energetica ha costretto l’India a valutare le pressioni occidentali rispetto alle esigenze immediate delle sue raffinerie, imprese e famiglie.

Anche il settore dei fertilizzanti ha subito un duro colpo. Le previsioni della Banca Mondiale di aprile indicavano un aumento del 60% dei prezzi dell’urea per il 2026. In un Paese in cui l’agricoltura sostiene una quota considerevole della popolazione, l’aumento del costo dei fertilizzanti e le interruzioni nell’approvvigionamento delle materie prime aumentano la pressione prima della stagione della semina e fanno lievitare i costi per la tutela degli agricoltori.

L’agricoltura, l’allevamento, la silvicoltura e la pesca sono cresciuti del 3,6% nel periodo aprile-giugno 2026, in calo rispetto al 4,4% dell’anno precedente.

Sebbene anche le precipitazioni, le condizioni del raccolto e la domanda interna influenzino la crescita agricola, le interruzioni nell’approvvigionamento e l’aumento dei costi dei fertilizzanti aggravano le difficoltà degli agricoltori. Proteggerli da questi costi attraverso i sussidi grava ulteriormente sul bilancio statale.

Il Centro di Ricerca sull’Energia e la Qualità dell’Aria stima che il costo aggiuntivo netto per i combustibili fossili in India ammonti a 14,4 miliardi di dollari (12,4 miliardi di euro), pari allo 0,38% del PIL. Una spesa aggiuntiva di tale entità sottrae risorse ad altre voci di spesa, ancor prima di considerare i costi più ampi derivanti dall’interruzione della produzione.

Ad aprile, la Banca di Riserva dell’India prevedeva una crescita del 6,9% nel 2026-2027, contro il 7,6% stimato per l’anno fiscale precedente. Il rallentamento previsto lascia Nuova Delhi con un'economia più debole, mentre cerca di contenere i costi per sostenere consumatori e produttori.
 
La dipendenza comporta un “premio di trasporto”

L’elevata dipendenza dal petrolio del Golfo ha reso le assicurazioni un’ulteriore fonte di pressione. All’inizio del conflitto, i premi per il rischio di guerra sono aumentati da circa lo 0,25% del valore di una nave all’1-1,5%, un incremento da quattro a sei volte. Le tariffe hanno oscillato in base ai combattimenti e ai cessate il fuoco, anziché rimanere a un livello di crisi fisso.

Sostituire i carichi del Golfo con forniture provenienti da produttori più distanti aumenta i tempi di spedizione, il consumo di carburante e la domanda di petroliere. Una rotta alternativa intorno all’Africa può evitare il Mar Rosso, ma né il Capo di Buona Speranza né il Canale di Suez aggirano Hormuz per le merci ancora all’interno del Golfo Persico. Gli oleodotti di esportazione che conducono a terminali al di fuori dello Stretto offrono un’alternativa limitata.

La costosa dipendenza del Giappone

Il Giappone è entrato nella crisi con una popolazione che invecchia, carenza di manodopera, un debito pubblico molto elevato e l’eredità di decenni di domanda debole e deflazione. Lo shock di Hormuz ha aggiunto un aumento esterno dei costi dal lato dell’offerta in un momento in cui l’inflazione aveva già sostituito la deflazione come preoccupazione politica immediata.

Per un Paese che prima della guerra importava oltre il 90% del suo petrolio greggio attraverso questa via, l’interruzione ha aumentato direttamente il costo dei fattori produttivi chiave e minacciato il potere d’acquisto. La debolezza dello yen ha aggravato il problema, poiché gli importatori devono trovare più yen per pagare le fatture denominate in dollari, ancor prima di qualsiasi aumento del prezzo del petrolio in dollari.

Per contrastare le pressioni inflazionistiche, a giugno la Banca del Giappone ha aumentato il suo tasso di riferimento di 25 punti base, portandolo all’1%. L’aumento ha prolungato il ciclo di inasprimento della politica monetaria, aumentando i costi di finanziamento, mentre famiglie e imprese si trovavano anche a dover affrontare importazioni più costose.

Successivamente, Giappone e Stati Uniti hanno lanciato un raro intervento valutario congiunto per sostenere lo yen, ma il sollievo è stato di breve durata. La valuta ha ripreso la sua discesa, poiché i tassi di interesse statunitensi in aumento continuano a favorire il dollaro.

I segnali d’allarme continuano a risuonare nell’economia giapponese. Un ulteriore aumento dei tassi era in discussione in vista della riunione di settembre, mentre Tokyo ha cercato di diversificare le fonti di approvvigionamento petrolifero e di sostenere le rotte che aggirano Hormuz. La necessità di alternative è diventata più urgente, anche se la loro realizzazione richiederà tempo.

L’industria sudcoreana riduce la produzione

La Corea del Sud ottiene circa il 70% del suo petrolio e il 20% del suo gas naturale liquefatto dall’Asia Occidentale. La crisi ha quindi colpito direttamente i settori manifatturiero e chimico, dove l’energia e le materie prime derivate dal petrolio sono essenziali per la produzione.

I settori petrolchimico, delle materie plastiche e altri settori ad alta intensità energetica si trovano ad affrontare costi più elevati e pressioni per ridurre la capacità produttiva. La carenza di nafta è particolarmente grave perché questo materiale viene utilizzato per realizzare prodotti destinati all’industria automobilistica, elettronica, degli imballaggi e delle costruzioni. Una carenza in questa fase può estendersi a settori molto distanti dall’estrazione del petrolio.

Il governo ha cercato di attutire lo shock attraverso il sostegno pubblico e misure per garantire gli approvvigionamenti. A fine marzo, è stato proposto un bilancio supplementare di 26.200 miliardi di won (16.640.000 euro) per aiutare famiglie e imprese. Tale intervento trasferisce parte dell’onere immediato sulle finanze pubbliche, anche quando previene perdite maggiori altrove.

Il paradosso energetico del sud-est asiatico

L’industria del Sud-Est asiatico dipende anche dal petrolio greggio del Golfo, dal gas naturale liquefatto e dai prodotti petrolchimici. L’aumento dei costi energetici e le interruzioni delle forniture mettono a rischio fabbriche e posti di lavoro in tutta l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico, sebbene la gravità vari considerevolmente tra i diversi Paesi e settori.

Le Filippine sono ulteriormente esposte al rischio a causa dei circa 2,4 milioni di filippini che lavorano in Medio Oriente. La loro sicurezza, il loro impiego e la loro capacità di inviare denaro a casa sono tutti vulnerabili in caso di conflitto prolungato.

Malesia e Indonesia, due importanti economie del Sud-Est Asiatico, si trovano di fronte a un paradosso energetico. Entrambe producono petrolio e gas e possono beneficiare di prezzi delle materie prime più elevati, eppure la produzione interna non elimina la dipendenza dai combustibili importati, dai prezzi internazionali o dai costosi sussidi ai consumatori.

Entrambi i governi hanno mantenuto i prezzi dei carburanti sovvenzionati, introducendo al contempo limiti di acquisto. Maggiori introiti dalle esportazioni possono fornire un cuscinetto, ma aumentano anche i costi per la protezione delle famiglie. L’equilibrio dipende dai combustibili che ciascun paese produce, importa e sovvenziona. I profitti di un esportatore o di una compagnia energetica statale possono coesistere con una crescente pressione sulle famiglie e sulle industrie che acquistano il suo combustibile.

L’accordo di protezione del Golfo è sotto accusa

Poi c’è l’Asia Occidentale stessa, dove è iniziata la guerra. L’attacco israelo-americano all’Iran alla fine di febbraio e la successiva interruzione delle attività a Hormuz hanno esposto gli alleati di Washington nel Golfo a crisi su più fronti. Gli attacchi a infrastrutture energetiche e civili hanno portato le conseguenze economiche della guerra direttamente negli Stati che ospitano forze militari statunitensi.

Le previsioni sono peggiorate drasticamente, ma i danni sono disomogenei. Le proiezioni del Fondo Monetario Internazionale di aprile indicavano una contrazione dell’8,6% per il Qatar, dello 0,6% per il Kuwait e dello 0,5% per il Bahrein. L’interruzione delle attività è proseguita ben oltre le previsioni di aprile.

Il Qatar ha subito danni particolarmente gravi alla sua economia dipendente dal gas naturale liquefatto. Alla fine di agosto, Oxford Economics avvertiva di una contrazione che si avvicinava al 30%, a causa dei danni a Ras Laffan. Il peggioramento rispetto alle previsioni primaverili riflette l’entità dei danni alle infrastrutture da cui dipendono i proventi delle esportazioni del Qatar.

La mancanza di uno sbocco marittimo al di fuori di Hormuz rende le esportazioni del Kuwait estremamente vulnerabili. Il Bahrein, già fortemente indebitato, si trova ad affrontare ulteriori pressioni finanziarie; i prezzi dei suoi derivato creditizi (credit default swap) erano aumentati di quasi il 40% alla fine di agosto. Il costo dell’assicurazione del debito pubblico offre un’ulteriore misura dell’incertezza che ora avvolge la Regione.

Riad attutisce le perdite, Dubai perde terreno

L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno maggiori margini per attenuare lo shock, sebbene nessuno dei due ne sia rimasto immune. Le previsioni del Fondo Monetario Internazionale di aprile prevedevano ancora una crescita del 3,1% per entrambi, nonostante avessero ridotto le prospettive dell’Arabia Saudita di 1,4 punti percentuali e quelle degli Emirati Arabi Uniti di 1,9 punti. Le loro rotte di esportazione alternative offrono una certa protezione, ma lasciano esposta gran parte dell’economia nel suo complesso.

L’oleodotto Est-Ovest dell’Arabia Saudita ha permesso al Paese di esportare parte del petrolio attraverso il Mar Rosso, aggirando Hormuz. Anche i prezzi del petrolio più elevati hanno in parte compensato la diminuzione dei volumi. L’esperienza del Regno Saudita dimostra perché i danni alla produzione e le variazioni delle entrate non sempre si muovono di pari passo.

Ciononostante, le perdite economiche sono considerevoli. L’attività petrolifera saudita è diminuita del 24,7% nel secondo trimestre, mentre il PIL complessivo si è contratto del 4,8% su base annua. Il deficit di bilancio si è attestato intorno ai 9,1 miliardi di dollari (7,855 miliardi di euro), nonostante il beneficio derivante dall’aumento delle entrate petrolifere.

Gli Emirati Arabi Uniti, in particolare Dubai e Abu Dhabi, hanno risentito del loro ruolo di centro logistico, turistico e finanziario globale. Secondo le stime di JPMorgan, pubblicate a fine agosto, le vendite immobiliari a Dubai sono crollate del 70-80%, mentre le azioni degli Emirati Arabi Uniti hanno perso circa il 14% durante il conflitto.

La chiusura dello spazio aereo regionale ha inizialmente costretto le principali compagnie aeree a sospendere o ridurre drasticamente le operazioni. Emirates ha dichiarato di aver ripristinato il 96% della sua rete globale entro il 4 maggio. La riapertura delle rotte, tuttavia, espone le compagnie aeree a costi del carburante più elevati e a nuove interruzioni dovute a problemi di sicurezza.

Abu Dhabi ha anche utilizzato l’oleodotto Habshan-Fujairah per mantenere alcune esportazioni di petrolio attraverso il Golfo dell’Oman. Come la rotta saudita, rappresenta uno sbocco prezioso, ma non può sostituire tutte le spedizioni né ripristinare la fiducia da cui dipende l’economia nel suo complesso.

Il costo ricade sulle famiglie

La crisi si estende oltre le entrate petrolifere e i mercati finanziari, influenzando la vita quotidiana. La vulnerabilità degli impianti di desalinizzazione è particolarmente grave negli Stati in cui l’acqua potabile dipende in larga misura da impianti costieri ad alta intensità energetica. Un attacco a un impianto, alla sua rete di alimentazione o alla sua rete di distribuzione minaccia un servizio essenziale con poche alternative immediate.

Le interruzioni della catena di approvvigionamento aumentano anche il costo dell’importazione di cibo e altri beni di prima necessità. Anche laddove l’intervento del governo o le scorte esistenti impediscano carenze, la sostituzione dei carichi e il mantenimento delle forniture comportano una spesa aggiuntiva. Tali costi devono essere assorbiti dagli importatori, dalle famiglie o dallo Stato.

Secondo la stima di Rystad Energy di aprile, la riparazione dei danni in Iran e negli Stati arabi del Golfo Persico potrebbe costare dai 34 ai 58 miliardi di dollari (da 29 a 50 miliardi di euro). Oltre agli impianti petroliferi e del gas, il conto si estende a fabbriche, centrali elettriche e impianti di desalinizzazione da cui dipende gran parte della Regione per l’acqua potabile.

La spesa per gli armamenti mette sotto pressione lo sviluppo

Il blocco di Hormuz e i danni alle infrastrutture petrolifere, idriche e civili stanno costringendo gli alleati di Washington nel Golfo a rivalutare i propri accordi di sicurezza. Ospitare le forze statunitensi non li ha protetti dalle conseguenze economiche della guerra, mentre la riparazione delle infrastrutture essenziali crea obblighi che dureranno ben oltre qualsiasi cessate il fuoco.

La spesa per la difesa ora compete con la ricostruzione, il sostegno pubblico e lo sviluppo a lungo termine. Gli investimenti in infrastrutture non si sono fermati: gli Stati del Golfo stanno anche accelerando i piani per porti e oleodotti che riducano la dipendenza da Hormuz. Ma la necessità di finanziare rotte alternative è di per sé parte del prezzo della guerra.

Miliardi che potrebbero migliorare i servizi pubblici e il tenore di vita rischiano di essere assorbiti dall’acquisto di armi e dalla riparazione di ciò che è stato distrutto. Più a lungo durerà questa situazione, più gli alleati di Washington saranno costretti a spendere semplicemente per preservare la sicurezza e la prosperità che la loro alleanza avrebbe dovuto garantire.

Fonte

21/08/2026

I corridoi che stanno ridisegnando l’Asia Occidentale

La mappa delle alleanze che si estende tra l’Asia occidentale e meridionale non è più tracciata solo dalla geografia o dagli allineamenti settari. Negli ultimi anni, un nuovo ordine regionale ha iniziato a prendere forma, in cui gli interessi di sicurezza sono legati a tecnologia, energia, porti, catene di approvvigionamento e cavi di comunicazione.

Il controllo delle infrastrutture transfrontaliere è diventato centrale nella lotta per l’influenza quanto gli accordi militari e politici.

Al centro di questo cambiamento c’è una rete di collaborazione che collega Israele, India ed Emirati Arabi Uniti, supportata dal coinvolgimento diretto degli Stati Uniti attraverso il quadro I2U2.

Accanto a questa rete si trovano altre rotte in cui convergono gli interessi di Turchia, Pakistan, Qatar e Stati del Golfo Persico, estendendosi a progetti come il Corridoio Economico Cina-Pakistan e la “Strada di Sviluppo” dell’Iraq.

La Regione non si è divisa in due blocchi coerenti, né gli Stati coinvolti condividono una posizione su ogni questione. Lo sviluppo più importante è il passaggio dalle alleanze militari convenzionali a reti di influenza economica, tecnologica e di sicurezza costruite attorno a porti, ferrovie, energia e dati.

Il quadro I2U2

Il quadro I2U2 è una delle espressioni più chiare di questo cambiamento. Riunendo India, Israele, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti, è nato come strumento di cooperazione in materia di sicurezza alimentare, energia pulita, tecnologia, commercio e investimenti. Al primo vertice dei leader dei quattro Paesi nel 2022, è stata sottolineata l’importanza degli investimenti e delle iniziative congiunte nei settori dell’acqua, dell’energia, dei trasporti, dello spazio, della sanità e della sicurezza alimentare.

L’importanza di I2U2, tuttavia, va oltre i progetti annunciati. Esso unisce la tecnologia israeliana, la capacità industriale e i mercati indiani, i capitali e la logistica degli Emirati e il potere politico e strategico degli Stati Uniti.

Il quadro di riferimento collega l’Asia occidentale agli oceani Indiano e Pacifico e consente a Israele, India ed Emirati Arabi Uniti di costruire partenariati che vanno oltre i tradizionali legami bilaterali.

Il raggruppamento è nato anche dall’apertura politica creata dagli Accordi di Abramo. La normalizzazione tra gli Emirati Arabi Uniti e Israele ha fornito a Washington una piattaforma attraverso la quale capitali, manodopera e capacità industriali indiane potevano essere più strettamente collegati al settore tecnologico israeliano e ai centri logistici del Golfo.

Tuttavia, il suo linguaggio economico non cancella lo scopo strategico che lo sottende, con la difesa che non è più limitata ai confini e agli eserciti convenzionali. Include sempre più la resilienza delle catene di approvvigionamento, i porti, le infrastrutture digitali, la sicurezza informatica e la protezione dei flussi energetici e commerciali.

L’ideologia lubrifica gli ingranaggi

Gli interessi economici e di sicurezza sono accompagnati da una certa sovrapposizione di prospettive politiche, in particolare nei confronti dell'“islam politico” e dei gruppi armati transnazionali, sebbene le motivazioni di ciascuno Stato differiscano considerevolmente.

Nel caso degli Emirati, il contrasto all'“islam politico” è diventato un elemento centrale della visione di Abu Dhabi in materia di sicurezza nazionale e regionale. L’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale israeliano ha descritto una dottrina politico-religiosa degli Emirati Arabi Uniti che presenta la pace come un valore islamico e una componente dell’identità nazionale.

Abu Dhabi promuove questa dottrina, diretta dallo Stato, contro i Fratelli Musulmani e le correnti Salafite, nell’ambito di una più ampia campagna contro l'“islam politico” in tutta la Regione.

L’India affronta l'“islam politico” e i gruppi armati da una prospettiva di sicurezza interna e regionale, plasmata in gran parte dal conflitto con il Pakistan e dalla disputa sul Kashmir. Ciò ha ulteriormente rafforzato la cooperazione con Israele e gli Emirati Arabi Uniti, in particolare nei settori dello spionaggio, della sicurezza informatica, della sorveglianza e della tecnologia militare.

I governi israeliani che si sono succeduti, soprattutto quelli guidati dal primo ministro Benjamin Netanyahu, hanno sfruttato il confronto con i gruppi armati e le minacce asimmetriche per promuovere Israele come potenza tecnologica e di sicurezza su cui gli Stati regionali possono fare affidamento.

Le guerre e le crisi degli ultimi anni hanno aumentato la pressione per una più stretta cooperazione in materia di difesa e tecnologia tra Israele, India, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti.

Tuttavia, la sola ideologia non può spiegare queste relazioni. L’India non condivide necessariamente la posizione di Israele sull’Iran, mentre la politica estera degli Emirati Arabi Uniti non si limita a seguire quella di Nuova Delhi o di Washington. La convergenza di interessi consente lo sviluppo di collaborazioni concrete anche laddove gli Stati partecipanti divergono su altri fronti.

Il peso cruciale dell’India

L’India riveste un ruolo eccezionale in questo contesto a causa della sua influenza demografica, economica e geografica. La sua popolazione di oltre 1,4 miliardi di abitanti, i settori manifatturiero e tecnologico in espansione e la vasta Diaspora nel Golfo Persico rendono difficile escludere Nuova Delhi da qualsiasi tentativo di riorganizzare gli scambi commerciali tra Asia ed Europa.

Un’analisi del Jerusalem Post pubblicata nel 2022 descriveva un’emergente “alleanza indo-abramitica” che lega Israele, gli Emirati Arabi Uniti e l’India attraverso la sicurezza marittima, la difesa missilistica, i droni, la sicurezza dei dati e la lotta all’estremismo islamico.

L’importanza dell’India, tuttavia, non si limita al suo ruolo militare. La sua presenza nel Golfo e le crescenti relazioni commerciali con gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita le conferiscono la capacità di reindirizzare parte del commercio asiatico verso rotte che non necessariamente passano attraverso i corridoi tradizionali, dove Pakistan e Iran esercitano una maggiore influenza.

Questa posizione offre inoltre all’India un margine di manovra per diversificare le proprie strategie. L’India mantiene legami energetici e di trasporto con l’Iran, anche attraverso Chabahar, pur portando avanti il ​​Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa con Washington e i suoi alleati regionali.

Nuova Delhi può quindi partecipare a sistemi concorrenti senza rinunciare alla sua consolidata politica di autonomia strategica, anche se il suo rapporto di sicurezza con Israele continua ad approfondirsi.

Il fronte infrastrutturale del corridoio economico India-Medio Oriente-Europa

Annunciato al vertice del G20 di Nuova Delhi nel 2023, il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa mira a collegare l’India, il Golfo Persico e l’Europa attraverso porti, ferrovie e infrastrutture energetiche e di comunicazione.

I piani prevedono un collegamento ferroviario, un’interconnessione elettrica, infrastrutture per l’idrogeno pulito e cavi dati ad alta velocità. La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha presentato il corridoio nel 2023 come un modo per accelerare gli scambi commerciali tra India ed Europa, aprendo al contempo nuove connessioni nel settore energetico e nell’economia digitale.

Nel 2025, la Commissione europea ha promosso separatamente il Corridoio Digitale UE-Africa-India nell’ambito più ampio del Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa. L’iniziativa si concentra su un sistema di cavi sottomarini di 11.700 chilometri che collega l’Europa e l’India attraverso il Mediterraneo, l’Asia occidentale e l’Africa orientale, con l’obiettivo dichiarato di fornire connessioni dati sicure e ad alta capacità.

I corridoi stanno diventando sempre più sistemi integrati per il trasporto di merci, energia e dati. Gli Stati in grado di proteggere o influenzare queste reti acquisiscono una forma di potere strategico un tempo associata principalmente al controllo di porti e stretti.

Il progetto, tuttavia, rimane esposto a intrighi politici e conflitti. Il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa dipende da un passaggio terrestre attraverso l’Arabia Saudita e la Giordania fino al porto israeliano di Haifa.

Il Genocidio palestinese a Gaza e la mancata normalizzazione dei rapporti tra Arabia Saudita e Israele hanno reso incerte le sue basi politiche, sollevando crescenti interrogativi sulla sua fattibilità.

Gwadar e la via dello sviluppo

Il Corridoio Economico Cina-Pakistan e la “Via dello Sviluppo” irachena non dovrebbero essere considerati un unico progetto o come elementi di un’alleanza unificata guidata da Turchia, Pakistan e Arabia Saudita. Appartengono a reti diverse, ma entrambi contribuiscono a impedire che un’unica rotta monopolizzi il commercio regionale.

Il Corridoio Economico Cina-Pakistan è il ramo pakistano della Nuova Via della Seta cinese, che collega la Cina con il Pakistan e il Porto di Gwadar sul Mar Arabico. Il Segretariato pakistano del Corridoio Economico Cina-Pakistan elenca una rete di progetti portuali, di zone franche, stradali e logistici intorno a Gwadar. Tra questi, l’Autostrada Eastbay Gwadar, costruita per collegare il porto e la sua zona franca alla rete autostradale nazionale pakistana.

La Via dello Sviluppo irachena è un’iniziativa separata, ma la posizione dell’Iraq tra il Golfo Persico, la Turchia e l’Europa le conferisce particolare importanza. Nell’aprile del 2024, Iraq, Turchia, Qatar ed Emirati Arabi Uniti hanno firmato un memorandum d’intesa sul progetto, concepito per collegare il Porto di Grand Faw al confine turco attraverso circa 1.200 chilometri di strade e ferrovie in Iraq.

L’investimento previsto si aggira intorno ai 17 miliardi di dollari (14,7 miliardi di euro), con la realizzazione suddivisa in tre fasi. Il Ministero dei Trasporti del Qatar afferma che la prima fase dovrebbe essere completata nel 2028, seguita dalle fasi successive nel 2033 e nel 2050. Baghdad presenta la “Via dello Sviluppo” come un corridoio commerciale Est-Ovest concorrente, che collega il Golfo Persico all’Europa.

Questa partecipazione complica qualsiasi tentativo di dividere la competizione tra Israele, Emirati Arabi Uniti e India da una parte e Turchia, Pakistan e Arabia Saudita dall’altra. Gli Emirati Arabi Uniti fanno parte anche della “Via dello Sviluppo” insieme a Turchia, Qatar e Iraq.

Ankara e Riad mantengono una posizione neutrale

La Turchia occupa un posto particolare in questa equazione. È un membro della NATO con legami economici che si estendono in Europa, Russia, Golfo Persico e Asia centrale, mentre la sua influenza politica e militare spazia dalla Siria all’Iraq al Caucaso. Per Ankara, la “Via dello Sviluppo” offre l’opportunità di rafforzare la sua posizione di ponte terrestre tra il Golfo Persico e l’Europa.

L’Arabia Saudita è più difficile da collocare all’interno di un blocco definito. Riad è firmataria del Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa, ma ha anche approfondito le relazioni con Cina, Russia, Turchia e Pakistan. Mostra scarso interesse per un allineamento regionale chiuso, preferendo trasformare la sua posizione geografica ed economica in una leva negoziale presso diversi centri di potere.

I principali Stati regionali evitano sempre più di scegliere tra due schieramenti. Cercano un posto in molteplici reti, utilizzando una collaborazione per rafforzare la propria posizione negoziale in un’altra.

Questo non è tanto un equilibrio stabile quanto una copertura permanente. Una ferrovia, un investimento portuale, un accordo di difesa o una collaborazione energetica possono legare due Stati su un fronte, lasciandoli però in contrapposizione su un altro.

Il Levante escluso

La competizione sta anche rimodellando il Mediterraneo Orientale. Le coste siriane e libanesi sono ben più che semplici teatro di scontri militari. Occupano territori in cui potrebbero convergere potenziali rotte energetiche, di trasporto e di comunicazione tra il Golfo Persico, il Mediterraneo e l’Europa.

Per Israele, legami più forti con il Golfo Persico, l’India e l’Europa conferirebbero al Mediterraneo Orientale un nuovo ruolo all’interno delle reti commerciali ed energetiche. Per la Turchia, qualsiasi corridoio che colleghi il Golfo Persico all’Europa aggirando il territorio turco ne eroderebbe il valore strategico.

La “Via dello Sviluppo”, invece, offre ad Ankara il ruolo di terminale e porta d’accesso per il traffico proveniente dal Golfo Persico attraverso l’Iraq.

Il Libano e la Siria rischiano di passare dal centro della loro geografia strategica ai margini delle nuove reti di trasporto e investimento. Porti, strade, ferrovie, collegamenti energetici, reti dati e stabilità politica sono tutti elementi necessari per trasformare la geografia in potere economico.

Beirut ha già manifestato interesse ad aderire alla rotta del Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa, incentrata su Israele, nonostante le contraddizioni politiche e di sicurezza che tale mossa comporterebbe.

La Siria, nel frattempo, rimane limitata dai danni della guerra, dalle sanzioni e da infrastrutture frammentate, il che espone entrambi i Paesi al rischio di essere aggirati da corridoi che si snodano intorno a loro.

Il potere fluisce attraverso la rete

La mappa che emerge non mostra due blocchi opposti nel vecchio senso. Segna una transizione da alleanze rigide a reti sovrapposte.

Israele, India, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti cooperano laddove convergono tecnologia, sicurezza e commercio, mentre Turchia, Pakistan, Qatar, Arabia Saudita e Iraq partecipano ad altre reti che si intersecano ripetutamente con la prima.

La prossima sfida si estenderà quindi oltre i confini e l’influenza politica per arrivare al controllo del movimenti commerciali, energetici e informativi.

Porti e stretti sono stati tra i principali strumenti di potere nel Ventesimo secolo. Nel Ventunesimo secolo, ad essi si sono aggiunti cavi sottomarini, centri dati, intelligenza artificiale, sistemi di sicurezza cibernetica, reti ferroviarie e gasdotti per l’idrogeno.

Il futuro dell’Asia Occidentale sarà plasmato dalla potenza militare, ma anche dagli Stati in grado di rendersi nodi indispensabili in questi nuovi sistemi.

Fonte

19/08/2026

Gli Usa cambiano strategia, per prendere tempo

La «tregua» di due mesi derivante dal Memorandum of Undestanding firmato in Svizzera è finita, e dunque torna il momento delle provocazioni che preludono a una ripresa dei bombardamenti Usa e israeliani.

Due notizie pressoché contemporanee confermano l’impressione. Gli Emirati Arabi – lo Stato del Golfo più allineato con gli interessi Usa – ha dichiarato che “Tutti gli scambi commerciali, le transazioni finanziarie e gli scambi con l’Iran sono stati sospesi fino a nuovo avviso”. Una misura economicamente trascurabile – i rapporti tra i due paesi sono da tempo ai mini termini – ma politicamente “eccitante”.

La dichiarazione è giunta dopo quella del Ministero della Difesa emiratino, secondo cui la difesa aerea aveva rilevato due missili balistici lanciati dall’Iran, uno dei quali è caduto al di fuori delle acque territoriali del Paese e l’altro al loro interno. Come si vede, due autentici buchi nell’acqua vengono elevati al rango di «attacco cui è necessario rispondere».

Tra l’altro occorre anche dire che Teheran smentisce seccamente di aver sparato due missili e attribuisce il fatto ad «un’operazione falsa bandiera». Ossia ad un deliberato «fuoco d’artificio» statunitense o israeliano (altri soggetti interessati non ce ne sono, per ora) per riattizzare la tensione.

Nei mesi scorsi l’Iran aveva diverse volte preso di mira le basi Usa nel Golfo, quindi anche negli Emirati, dimostrando una notevole precisione che ha provocato danni serissimi alle strutture militari, accompagnata da una rivendicazione piena e motivata. Se insomma Teheran avesse davvero deciso di attaccare non avrebbe fatto due buchi nell’acqua e avrebbe anche spiegato il perché.

La seconda notizia viene ovviamente da Washington e riguarda l’annuncio di un «cambio di strategia» contro l’Iran: dagli attacchi missilistici al «lento strangolamento dell’economia». Enunciata dal ministro del tesoro Bessent questa svolta indica più cose.

In primo luogo che la scarsità di missili sia difensivi che offensivi (i Patriot tra i primi e i Tomahawk tra i secondi sono i modelli più noti) è effettivamente un problema al momento insormontabile per l’esercito Usa. Anche i contratti firmati ad occhi chiusi per «incentivare la produzione» non potranno sortire grandi risultati a breve termine (le linee di montaggio vanno installate, testate e poi si vede, anche perché diversi componenti in “terre rare” vengono dalla Cina e sono sottoposte alle “controsanzioni” di Pechino).

In secondo luogo il cambio indica che che gli Stati Uniti non intendono affatto rinunciare alle loro pretese di piegare l’Iran e l’«asse sciita», ma sono costretti a rinviare a un tempo migliore il redde rationem militare (il che probabilmente incontra la rabbia di Netanyahu, che stava facendo pressione – insieme a dei «teorici della guerra» statunitensi – per l’eventuale utilizzo di testate nucleari «tattiche», ossia di minor potenza e/o livelli di radioattività).

La terza evidenza è che questa strategia «economica» ha forse ancora minori probabilità di successo rispetto a quella militare.

Sei mesi di guerra hanno chiarito che il blocco di Hormuz – sia da parte iraniana che americana – sono un problema per l’economia mondiale, fin qui attenuato grazie al rilascio di grandi quantità di greggio dalle «riserve strategiche» dei principali paesi del mondo, oltre che alla sospensione delle sanzioni al petrolio iraniano già caricato sulle navi e a quello russo, che di fatto arriva sui mercati grazie a triangolazioni varie, peraltro benedette dagli stessi euro-idioti che continuano a sfornare «pacchetti di sanzioni contro Mosca» senza neanche rendersi conto del boomerang che ciò comporta da quattro anni a questa parte.

In più, è ormai arcinoto che numerose altre vie commerciali non marittime sono state aperte in seguito a progetti realizzati ben prima della guerra (come la ferrovia cinese che ora raggiunge Teheran) e a causa di quest’ultima (il Pakistan ha moltiplicato i punti di passaggio alla frontiera). E questo senza neanche calcolare le nuove rotte che attraversano il mar Caspio in direzione della Russia.

Quella che si prospetta, dunque, è una sorta di «tregua guerreggiata», un conflitto a medio-bassa intensità ma di durata indeterminata. Che possa essere ben accetta a Tel Aviv è escluso; che possa funzionare nei confronti di Teheran, anche. Che possa proseguire anche dopo le elezioni di midterm negli Stati Uniti – primo martedì di novembre – è altamente incerto, perché il Congresso, dopo essere stato rinnovato per metà, potrebbe non garantire più una maggioranza a Trump ed essere condizionato da una pattuglia «socialista» che va assumendo toni e dimensioni sempre meno trascurabili.

Nel frattempo Trump gioca a “padrone del mondo” dichiarando lo Stretto di Hormuz come “territorio americano” e postando una cartina in cui “si impossessa” di pezzi di Emirati ed Oman, oltre che di frammenti di territorio iraniano.

È quel che gli è rimasto del potere coloniale e imperialista di un tempo: quello di “nominare” qualsiasi cosa in un modo che ne illustrava il dominio reale. Ora serve solo per il tempo di un tweet...

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04/06/2026

Soldati e missili israeliani negli Emirati contro l’Iran

La visita rinnegata

Assolutamente preziosa (per gli interessati), ma anche chiaramente imbarazzante. Parliamo della visita-lampo di Netanyahu negli Emirati Arabi, che avrebbe dovuto essere tenuta supersegreta, confinata nelle stanze della diplomazia, per ragioni di “realpolitik”. Ma che, invece, due settimane fa è deflagrata come notizia-bomba, proprio nel momento in cui agli israeliani faceva comodo. E che, invece, nel Paese del Golfo ha sollevato un’immediata cortina fumogena di smentite. Nessuno ha visto nessuno, insomma, dicono ad Abu Dhabi. “Netanyahu non l’ho mai incontrato”, ha dichiarato con lo sguardo sfuggente il Presidente, sceicco Mohamed bin Zayed al-Nahyan. E lo capiamo. Si, perché pur comprendendo gli interessi nazionali (non tanto patriottici, quanto piuttosto finanziari) che agitano i sonni degli emiri, si fa fatica a pensare che degli arabi sunniti abbiano srotolato il tappeto rosso sotto i piedi dello “sterminatore di Gaza”. Eppure è così, perché la guerra contro l’Iran, che sembra studiata apposta a tavolino, per destabilizzare irrimediabilmente ciò che resta dei fragili equilibri della regione, ha rimescolato le alleanze. O, meglio, ha pericolosamente accelerato divergenze (e ‘convergenze’) che non promettono nulla di buono. Così, gli israeliani hanno praticamente stretto un patto di ferro, benedetto da Trump, con gli Emirati in funzione anti-Iran. Usando il Paese, assieme agli americani, come utile testa di ponte per attaccare il regime degli ayatollah.

Truppe e missili di Tel Aviv

Dunque, secondo il Wall Street Journal, il dado è tratto: l’intesa tra Tel Aviv e Abu Dhabi, fin qui formalizzata solo attraverso i Patti di Abramo, ora ha fatto un salto di qualità. In un certo senso è diventata una partnership militare. “La guerra con l’Iran – scrive il giornale – ha portato a una notevole espansione dei legami, con Israele che si è spinto fino a schierare truppe e sistemi di difesa missilistica nel Paese del Golfo, per proteggerlo da eventuali attacchi iraniani. Ma un viaggio segreto negli Emirati Arabi Uniti, che il Primo ministro israeliano ha affermato di aver compiuto, e la rapida smentita da parte degli Emirati Arabi Uniti, rivelano i rischi politici che ancora incombono sulle relazioni” tra i due Paesi. Smentite, giri di valzer diplomatici, cosmesi politica, sforzi (maldestri) di negare l’evidenza: comunque sia, tutto il circo Barnum di indiscrezioni che ruotano intorno al vertice “rinnegato” testimonia che Emirati e Israele hanno discusso, in profondità, di come attaccare l’Iran. E per sottolineare l’importanza che gli analisti danno a quella che ormai può essere considerata, a tutti gli effetti, come un’alleanza strategica, sempre il Journal scrive che “durante la guerra, Israele ha inviato batterie Iron Dome e truppe a difesa degli Emirati Arabi Uniti, e diverse decine di soldati sono tuttora di stanza in un complesso militare nel Paese del Golfo, secondo quanto riferito da una fonte a conoscenza dei fatti. Numerosi alti funzionari israeliani, oltre al Primo Ministro Benjamin Netanyahu, al capo del Mossad, al capo dello Shin Bet e al capo di Stato maggiore israeliano, si sono recati segretamente negli Emirati durante il conflitto, per coordinare le attività contro l’Iran”.

Un ruolo bellico segreto

L’escalation della crisi, nel caso dell’attuale Guerra del Golfo, è determinata dalla strategia iraniana della “guerra di logoramento” a bassa intensità. Mano a mano che la dottrina israeliana della “decapitazione” andava avanti, a Teheran si è rafforzata la corrente degli “intransigenti”. In sostanza, ha vinto una linea di conduzione del conflitto che punta al suo allargamento e alla massimizzazione dei danni collaterali, tali da coinvolgere anche i Paesi non belligeranti. La dottrina Hormuz è il caposaldo di questo ragionamento, che tende a strangolare le rotte mondiali di approvvigionamento energetico. Allora, se prima della guerra, i Paesi del Golfo avevano dichiarato che non avrebbero permesso l’utilizzo del loro spazio aereo o delle loro basi per attacchi contro il regime degli ayatollah, dopo è cambiato tutto. Quando, cioè, l’Iran ha deciso di bombardare porti e infrastrutture di stati neutrali. Gli Emirati Arabi – sostiene il WSJ – hanno subito il peso maggiore di questi attacchi, poiché l’Iran li ha presi di mira con oltre 2.800 tra missili e droni, un numero di gran lunga superiore a quello utilizzato contro qualsiasi altro Paese, Israele compreso.

Attacchi congiunti con Israele

Forse l’aspetto più significativo dell’alleanza tripartita Usa-Emirati-Israele sono le operazioni di bombardamento compiute assieme. Tra gli obiettivi sono stati segnalati le isole di Qeshm e Abu Musa nello Stretto di Hormuz; Bandar Abbas, la raffineria di Lavan e il grande impianto petrolchimico di Asaluyeh. “L’entità della risposta aggressiva degli Emirati Arabi Uniti – conclude il WSJ – ha esacerbato le divisioni all’interno del Golfo. All’inizio di aprile, l’Arabia Saudita si è lamentata con gli Stati Uniti del fatto che gli attacchi degli Emirati stessero aumentando il rischio che le infrastrutture energetiche regionali potessero essere prese di mira dall’Iran, cosa che avrebbe potuto far impennare i prezzi del petrolio e scuotere i mercati globali”.

“I sauditi volevano che gli Stati Uniti facessero pressione sugli sceicchi affinché interrompessero gli attacchi di rappresaglia e si unissero agli sforzi diplomatici dei Paesi della regione”.

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20/05/2026

Quello che ci hanno nascosto sulla guerra in Medio Oriente

I segreti svelati dal Post

L’Iran ha coinvolto nella guerra i Paesi del Golfo che ospitano basi statunitensi, colpendo obiettivi militari e civili. Durante la guerra i governi dei Paesi attaccati hanno più volte ribadito di avere il diritto di rispondere agli attacchi, ma non hanno mai detto di averlo fatto, limitandosi a dare notizia dei droni e dei missili iraniani intercettati. La scorsa settimana in due articoli del Wall Street Journal e di Reuters è emerso che le aviazioni di Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita hanno compiuto attacchi su obiettivi iraniani, sfruttando la distruzione della contraerea iraniana. Sono stati attacchi con danni ingenti.

Stati in guerra ‘ufficiosa’

L’Arabia Saudita e il Kuwait hanno anche attaccato con bombardamenti aerei e lanci di missili le milizie filoiraniane attive in Iraq, che avevano attaccato loro obiettivi. Anche queste operazioni sono state condotte segretamente: hanno ucciso diversi combattenti e distrutto una struttura utilizzata dalla milizia Kataib Hezbollah, sostenuta dall’Iran, per le comunicazioni e le operazioni con i droni.

I danni alle basi statunitensi

Nei primi giorni di guerra sono stati uccisi sette militari statunitensi, 6 in Kuwait e 1 in Arabia Saudita, colpiti da attacchi iraniani: 400 soldati sono stati feriti nel corso dei 40 giorni, perlopiù in forma lieve (quelli gravemente feriti sarebbero 12, secondo fonti governative citate dal Washington Post). Saltuariamente sono emerse foto di danni alle basi statunitensi, ma dopo due settimane di guerra l’amministrazione Usa ha chiesto ai due principali fornitori di foto satellitari commerciali, Vantor e Planet Labs, di sospendere le pubblicazioni delle immagini della regione.

Nascondere i fatti per verità addomesticate

I media iraniani hanno invece continuato a pubblicare immagini satellitari e il Washington Post le ha recentemente analizzate, confrontandole con quelle di satelliti europei a più bassa definizione: lo studio ha permesso di confermare che almeno 217 strutture e 11 mezzi militari sono stati distrutti o danneggiati negli attacchi iraniani a 15 basi statunitensi. I danni sono quindi molto maggiori di quelli dichiarati dal governo e riguardano anche postazioni di comunicazione satellitare, antenne satellitari e sistemi di difesa missilistica Patriot. In molti casi le basi sono state evacuate dopo i primi giorni di guerra, e i soldati sono stati trasferiti altrove.

I danni nei Paesi del Golfo

Anche i danni subiti dai paesi del Golfo sono con ogni probabilità sottostimati: dopo i primi giorni di guerra i governi dei paesi interessati hanno vietato alla popolazione di riprendere le zone colpite, perseguendo e arrestando giornalisti o semplici cittadini che contravvenivano alle indicazioni. Gli Emirati Arabi Uniti, per esempio, erano preoccupati di non compromettere ulteriormente l’immagine di destinazione turistica e di centro economico-finanziario di città come Dubai o Abu Dhabi.

La base segreta israeliana in Iraq

A inizio maggio il Wall Street Journal ha anche scoperto che Israele aveva costruito e utilizzato una base militare clandestina nel deserto dell’Iraq occidentale, circa 180 chilometri a sud-ovest della città di Karbala. La base comprendeva una pista d’atterraggio per i caccia e ospitava squadre delle forze speciali israeliane per operazioni sotto copertura, oltre che squadre di ricerca e soccorso per recuperare eventuali piloti che fossero stati abbattuti da portare in salvo. Quando l’esercito iracheno ha provato ad avvicinarsi per verificare i movimenti militari anomali nel suo territorio, Israele ha difeso la base, sparando sui soldati iracheni per impedire loro di avvicinarsi. Poi l’ha smantellata.

Rapporti fra Emirati Arabi Uniti e Israele

Giovedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato che durante la guerra ha fatto una visita segreta negli Emirati Arabi Uniti. Il governo emiratino ha poi smentito, ma sono arrivate altre conferme. I due paesi hanno relazioni diplomatiche dal 2020, quando gli Emirati Arabi Uniti sono entrati nei cosiddetti Accordi di Abramo promossi dagli Stati Uniti che dovevano servire a normalizzare i rapporti tra Israele e alcuni paesi arabi. Si è anche saputo che durante la guerra Israele ha inviato il proprio sistema di difesa aerea Iron Dome per proteggere gli Emirati dai missili dell’Iran: è la prima volta che viene fornito a un paese che non siano gli Stati Uniti.

Il numero dei morti, in Libano e in Iran

Anche il numero complessivo delle persone uccise negli attacchi di Stati Uniti e Israele resta sconosciuto. I dati ufficiali indicano 3.375 persone uccise in Iran e 2.702 in Libano. Le informazioni sull’Iran sono poche e lacunose, il numero probabilmente sottostima quello dei militari morti. Per quel che riguarda il Libano, invece, in un articolo di Reuters due fonti del gruppo libanese Hezbollah hanno detto che i combattenti uccisi dagli israeliani in questa fase della guerra, nel 2026, sono «diverse migliaia». Le persone uccise potrebbero quindi essere molte di più.

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19/05/2026

Guerra all'Iran - Bombe ferme, trattativa in corso

Mr. Taco Trump non cambia mai. L’acronimo sfottente significa del resto “Trump fa sempre marcia indietro” (Trump Always Chickens Out).

Tornato da Pechino praticamente a mani vuote, senza aver ottenuto né in guerra né in diplomazia quella “vittoria” da sbandierare per uscire dall’angolo in cui si è chiuso con le sue mani, aveva di nuovo messo in piedi il format – a metà strada tra il mafioso e il western – “non c’è nulla da trattare, solo prendere o lasciare, altrimenti vi annientiamo”.

L’obbiettivo era esplicitamente Teheran, che prima, però, aveva infilato la proposta spiazzante sull’uranio arricchito in suo possesso, dichiarandosi disponibile a consegnarlo – sì – ma alla Russia, non agli Stati Uniti. E poi, davanti all’ukaze finale di Trump, aveva incaricato il presidente laico Massoud Pezeshkian di rispondere “trattare non significa arrendersi”.

A quel punto in tutto il mondo ci si metteva ad ascoltare il ticchettio dell’orologio in attesa dell’“inevitabile” nuovo attacco israelo-statunitense contro l’Iran. Anche i “mercati”, naturalmente, si erano disposti al peggio, con futures in calo su qualsiasi indice.

Poi nella serata di ieri (ora italiana) la retromarcia: “Ho dato ordine di sospendere l’attacco all’Iran perché ‘sono ora in corso seri negoziati’ che porteranno ad un accordo che risulterà pienamente accettabile per gli Stati Uniti d’America, così come per tutti i Paesi del Medio Oriente e oltre”.

Cosa era cambiato? Che i Paesi arabi del Golfo, i più penalizzati – dopo l’Iran – da una guerra che li aveva coinvolti direttamente bloccandone sia il commercio di petrolio e gas, sia la prospettive di diversificazione del business (il turismo a Dubai è ora azzerato), si erano finalmente fatti avanti per rompere lo schema “guerra o resa”.

L’Emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, il Principe Ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman Al Saud, e il Presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan (il più anti-Teheran del mazzo) hanno chiesto agli Usa di fermarsi e sedersi al tavolo della mediazione, gestita ancora dal Pakistan. Sul piatto c’era infatti una possibile soluzione per evitare che l’Iran possa avere la bomba atomica e contemporaneamente evitare di consegnare al nemico il proprio programma nucleare.

Che qualcosa di importante stesse accadendo negli equilibri del Golfo Persico era apparso chiaro quando era stato reso noto che il Pakistan, in base all’accordo di reciproca difesa tra Islamabad e Riyadh, ha disposto l’invio di un contingente militare di circa 8.000 uomini e velivoli da combattimento in Arabia Saudita.

La mossa rivela certamente che Ryad è preoccupata per l’evolvere della situazione nel Golfo, dovendo scontare una grande ricchezza finanziaria derivante dal petrolio ma anche una forza militare piuttosto inefficiente (nonostante le grandi spese in armamenti, soprattutto statunitensi), tanto da perdere sostanzialmente la guerra durata quasi 10 anni contro gli Houthi.

L’accordo con il Pakistan, soprattutto, prevede una certa copertura anche nucleare. E nell’area l’unico paese dotato di atomiche è Israele, non l’Iran. D’altro canto se Islamabad è credibile come mediatore anche agli occhi di Teheran – i ministri degli esteri si sono incontrati più volte nelle scorse settimane – vuol dire che non risulta sdraiata su posizioni ostili o apertamente nemiche.

Anzi, riferiscono le agenzie locali, durante un incontro con il ministro pakistano Mohsin Naqvi, che si era recato in Iran per consultazioni, le due parti hanno discusso della cooperazione bilaterale tra Iran e Pakistan, anche nei settori della sicurezza e dell’economia. Hanno inoltre scambiato opinioni sugli ultimi sviluppi in materia di sicurezza regionale e sugli sforzi in corso volti a porre fine alla guerra di aggressione imposta dagli Stati Uniti e dal regime sionista all’Iran.

Dunque l’invio di soldati e aerei in Arabia Saudita ha quanto meno un significato di rafforzamento delle difese di Ryad in senso “onnilaterale”, e non pregiudizialmente o esclusivamente anti-iraniano.

Qualunque sia l’interpretazione, in ogni caso, il Pakistan ha assunto un peso specifico superiore nelle dinamiche del Golfo Persico. E gioca per sé, non “conto terzi”, vantando peraltro un ottimo e consolidato rapporto con Pechino.

Il che complica i calcoli di tutti gli altri protagonisti, statunitensi e israeliani in primis.

Dunque la richiesta di Qatar, Arabia ed Emirati di fermare un nuovo ciclo di bombardamenti – riassunta dai media nella formula “bisogna dare una possibilità ai negoziati perché se si colpisce l’Iran, tutti pagheremo il prezzo per questo” – non poteva essere ignorata con un’alzata di spalle.

Ovvia pure la postura muscolare con cui lo stop è stato annunciato: “Siamo pronti ad un assalto completo, su larga scala dell’Iran, con un attimo di preavviso, nel caso in cui non venga raggiunto un Accordo accettabile”. Ma di fatto, per ora, risuonano soltanto le parole, non le bombe.

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La proiezione degli Emirati in Africa: la longa manus degli Accordi di Abramo

Gli Emirati Arabi Uniti (EAU) stanno conducendo una delle politiche estere più aggressive e destabilizzanti che si siano viste negli ultimi decenni, nel silenzio occidentale e in una partnership strategica con Israele, per ridefinire gli assetti dei paesi africani e asiatici che si affacciano su quello che, a Roma, chiamano “Mediterraneo allargato”.

E non è sempre il solito giornale comunista (come il nostro) a dirlo. A metterlo nero su bianco è un dettagliato rapporto del German Institute for International and Security Affairs (SWP), che comincia anche a chiedere conto delle reazioni inesistenti delle cancellerie europee alle scelte emiratine, nonostante le pesanti ripercussioni sui nodi della sicurezza e delle migrazioni verso il Vecchio Continente.

Secondo lo studio, la leadership di Abu Dhabi – guidata da Mohammed bin Zayed Al Nahyan – si è trasformata nel principale motore esterno di alcuni dei più sanguinosi conflitti africani: dal Sudan alla Libia, fino all’Etiopia e alla Somalia. Una strategia d’intervento che non si è fermata nemmeno davanti all’escalation dovuta all’aggressione all’Iran da parte di Stati Uniti e Israele.

Il peso dell’interventismo emiratino emerge in tutta la sua drammaticità in Sudan, teatro di quella che da molte organizzazioni internazionali è considerata la più grave crisi umanitaria globale, con 33,7 milioni di persone bisognose di assistenza e oltre 15 milioni di sfollati. Il rapporto individua negli EAU il principale sponsor militare, logistico e finanziario delle Forze di Supporto Rapido (RSF), la milizia guidata da Mohamed Hamdan Dagalo (noto come Hemedti).

Nell’ottobre del 2025, le RSF hanno espugnato la città di El-Fasher, nel Nord Darfur, compiendo massacri contro la popolazione civile non araba che gli osservatori ONU hanno descritto come una transizione verso il genocidio. Nonostante le dichiarazioni formali di Abu Dhabi, i flussi di approvvigionamento non si sono mai fermati: numerosi voli cargo sospetti hanno continuato a viaggiare dagli Emirati all’Etiopia, per poi riversare armi oltre il confine sudanese.

Il “modus operandi” emiratino evita il dispiegamento di truppe proprie, preferendo muovere l’intelligence e imponenti risorse finanziarie attraverso reti transnazionali. In essa, riporta il think tank tedesco, ci sono le truppe comandate dal generale e politico libico Haftar – che controlla Bengasi e a cui sono stati forniti pure equipaggiamenti occidentali – e anche forze di polizia come la Puntland Maritime Police Force (PMPF), operante dalla regione omonima e semi-autonoma della Somalia.

Abu Dhabi fa anche largo uso di mercenari. Nel 2025 il governo USA ha sanzionato attori legati al reclutamento di centinaia di mercenari colombiani e sudanesi, gestiti dalla società emiratina Global Security Services Group, impiegati in prima linea come piloti di droni, artiglieri e istruttori.

Infine, un pilastro fondamentale della proiezione emiratina in Africa è il suo ruolo nel riciclaggio di oro contrabbandato: Abu Dhabi si arricchisce direttamente attraverso i canali illegali dell’oro proveniente dalle zone di conflitto, costruendo così un meccanismo di finanziamento e sostegno politico ai signori della guerra locali che si ripaga da solo.

L’approccio geopolitico degli EAU risponde a logiche precise, che vedono il caos come obiettivo strategico. Kenneth Roth, ex direttore di Human Rights Watch e docente all’Università di Princeton, in una recente intervista a Clash Report ha affermato: “gli Emirati Arabi Uniti preferiscono paesi divisi e caotici a quelli uniti attorno all’Islam politico”.

Lo studioso ha però fatto presente che Abu Dhabi va a braccetto con Tel Aviv in questo orizzonte: “Israele condivide questa preferenza, dalla Siria all’Iran. Netanyahu non ha un obiettivo finale, solo la distruzione. Gli Emirati Arabi Uniti condividono la preferenza di Israele per il caos rispetto a qualsiasi governo unificato che potrebbe minacciarli”.

Questa convergenza strategica trova riscontro anche sul piano diplomatico. Nell’appena concluso vertice dei BRICS, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha accusato apertamente gli Emirati di aver bloccato una dichiarazione congiunta dei membri del gruppo, volta a condannare le aggressioni israeliane in Medio Oriente, proprio a tutela dei rapporti speciali che Abu Dhabi intrattiene con lo Stato ebraico.

Al contempo, gli EAU stanno collaborando con Israele per stabilire una presenza militare a Berbera, nella regione somala del Somaliland. Una forte presenza nell’area significherebbe avere un avamposto funzionale alla gestione dei flussi del Mar Rosso e a minacciare gli Houthi, estendendo la propria influenza sul Corno d’Africa, sia dal punto di vista geopolitico sia sotto quello economico.

Infatti, la spinta espansionistica in Africa serve anche a tutelare i massicci investimenti infrastrutturali dei colossi statali della logistica, come DP World e AD Ports Group, che gestiscono terminal nevralgici in Senegal, Tanzania, Mozambico, Angola ed Egitto, e che risultano centrali per assicurarsi il controllo delle rotte commerciali e delle materie prime.

Tutto ciò è di cruciale importanza sulla strada della diversificazione economica, su cui Abu Dhabi si è incamminata da molto più tempo di quanto si possa immaginare, se si ragiona secondo i soliti stereotipi sulle “petromonarchie”: l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) riportava già nel settembre 2024 che oltre il 70% del PIL della federazione della penisola araba non provenisse dall’oro nero.

Tuttavia, questa politica ha fatto esplodere le frizioni con il vicino saudita. Nello Yemen, ad esempio, dove i due paesi portavano avanti una campagna militare unitaria contro gli Houthi, e da dove, all’inizio del 2026, gli Emirati hanno deciso di ritirare tutte le loro truppe. L’onda lunga di questa frattura è arrivata al Sudan: l’Arabia Saudita (insieme a Egitto e Somalia) ha chiuso temporaneamente il proprio spazio aereo ai voli di rifornimento emiratini diretti alle RSF.

Le tensioni hanno persino causato il fallimento della Terza Conferenza Internazionale sul Sudan tenutasi a Berlino il 15 aprile 2026. Il culmine di questo processo di rottura è stato l’annuncio del ritiro degli EAU dal cartello petrolifero dell’OPEC, e dalla scelta di giocare una partita più autonoma negli incroci del mondo multipolare. La Cina rimane un partner strategico, ma i larghi investimenti sull’IA sono statunitensi, mentre sul piano geopolitico viene stretta l’alleanza con l’India di Modi, contro l’asse Arabia Saudita-Pakistan.

Le conseguenze dell’interventismo emiratino non restano confinate in Africa, ma colpiscono direttamente la situazione europea in termini di sicurezza commerciale e flussi migratori. Per citare alcuni dati, a causa della guerra in Sudan la percentuale di rifugiati sudanesi sbarcati in Italia è raddoppiata tra il 2024 e il 2025, passando dal 3% al 6% del totale degli arrivi. In Grecia, i sudanesi rappresentano ormai la seconda nazionalità per richiedenti asilo (oltre il 20%).

Nonostante ciò, Abu Dhabi ha finora goduto di una spiccata clemenza diplomatica. I “sovranari” nostrani sono sempre pronti a lanciare l’allarme sui migranti, ma si guardano bene dal denunciare pubblicamente l’origine e il colpevole delle crisi che costringono migliaia di persone a scappare dal proprio paese, per cercare di sopravvivere.

Nel novembre 2025, la ministra di Stato agli Affari Esteri degli Emirati, Lana Nusseibeh, ha condotto un’intensa attività di lobbying a Bruxelles: il risultato è stato la cancellazione di qualsiasi riferimento al ruolo degli EAU nella risoluzione del Parlamento Europeo sul Sudan, grazie all’opposizione del Partito Popolare Europeo (PPE).

Per concludere questo articolo, sono già estremamente significativi il monito e le richieste finali del documento redatto dal SWP. Ripetiamo, non si tratta di un giornale comunista a dirlo, ma è un centro studi tedesco ad affermare che i governi europei non possono più considerare gli Emirati un partner costruttivo, se questi continuano ad agire come fattore di destabilizzazione internazionale, come lo sono oggi.

Sfruttando il fatto che Abu Dhabi teme i danni d’immagine e vuole proteggere le proprie relazioni occidentali a causa delle fragilità emerse con la guerra in Iran, il think tank suggerisce cinque linee d’azione:
- rompere il muro del silenzio sul sostegno degli EAU alle milizie coinvolte nei più efferati crimini registrati negli ultimi anni in Africa;
- estendere le sanzioni economiche dell’UE agli attori emiratini che violano gli embarghi sui territori in guerra;
- bloccare le forniture militari;
- monitorare severamente le transizioni che avvengono sulla piazza finanziaria di Abu Dhabi;
- congelare l’accordo di cooperazione che la Germania (e altri paesi europei) hanno col paese dal 2004, vincolandone la ripresa a un reale cambio di rotta di Abu Dhabi in Africa.

È chiaro che tali proposte si inseriscono in un quadro di riequilibrio delle relazioni con un tassello fondamentale per la UE nello spazio che va da Gibilterra al Golfo Persico: non c’è nessun interesse nel costruire un sistema più giusto, ma solo la volontà di saper svolgere un ruolo attivo in questo spazio politico, non solo subire le scelte di Abu Dhabi.

Non basta, ma leggere queste parole in un rapporto del genere è indice della profondità a cui sono arrivate le contraddizioni… e anche che qualcuno, almeno in Germania, sta storcendo il naso.

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