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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/05/2026

Guerra all'Iran - Non sapendo che fare, si riprende a bombardare

Si ricomincia con la guerra all’Iran, che si trascina dietro l’aumento del prezzo dell’energia, l’irrigidimento del blocco sullo Stretto di Hormuz (bipartisan, con statunitensi e iraniani impegnati a non far passare le navi di paesi “amici del nemico”) e una marea di problemi per tutto il Mondo.

Dopo 40 giorni di sospensione “nervosa” della guerra, dopo la visita di Trump a Pechino (più volte rinviata proprio a causa della guerra), dopo l’aver constatato che non è stato raggiunto nessuno degli obbiettivi dichiarati – cambiati in corsa più volte, peraltro – Trump e il genocida Netanyahu si sono sentiti per concordare la ripresa dei bombardamenti. Vi risparmiamo il contorno di propaganda che vorrebbe essere “terrificante”, perché il repertorio dei due è sempre lo stesso.

Per capire bene però come funziona il meccanismo di gestione della notizia “sul fronte occidentale” è utile segnalare che ancora una volta il “la” è stato dato dal sito Axios: “l’orologio sta ticchettando” avrebbe detto Trump in una telefonata, avvertendo che se il regime iraniano non fa un’offerta migliore per un accordo “verranno colpiti molto più duramente”.

Nessuna scusa “umanitaria”, nessuna giustificazione “legalitaria”. O ci date tutto quel che chiediamo, o vi spariamo. Come nella Chicago anni ‘30, insomma.

Interessante sapere che tutte le notizie sulla guerra pubblicate appunto da Axios vengono gestite da un solo giornalista specializzato, Barak Ravid. Il quale ha una carriera che con il giornalismo british c’entra ben poco, visto che è completamente dentro la storia del Mossad (il servizio segreto israeliano).

Mister Ravid, infatti, è un ex (?) ufficiale dell’Unità 8200, l’élite dell’intelligence israeliana, nonché analista politico e di politica estera per la CNN e commentatore per Channel 12 in Israele. Un vero “ponte” tra le due amministrazioni guerrafondaie…

L’Unità 8200 è l’unità di intelligence più grande e riservata delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), omologa della NSA americana, specializzata in spionaggio elettronico, decrittazione e guerra cibernetica. Funziona come vivaio e “nave scuola” per l’industria tecnologica israeliana orientata alla sorveglianza di massa.

Da questo signore, insomma, sicuramente “indipendente” e “autorevole”, parte quasi quotidianamente un “precotto” giornalistico che poi finisce più o meno infiorettato sui media di tutto l’Occidente euro-atlantico. Su questa base, insomma, viene formata – non “informata” – l’opinione pubblica di questa parte del mondo. Un pezzo di Hasbara, si può dire, anzi la sua parte più “eccellente”.

Da qui arriva, oggi, anche l’indicazione sulla riunione del “gabinetto di guerra” statunitense, previsto per domani, che dovrebbe approvare i nuovi attacchi contro Teheran.

L’Iran, da parte sua, ha fatto sapere che in effetti gli è stata recapitata una nuova “proposta” americana, in appena cinque punti. Si tratta in realtà della risposta statunitense alla proposta iraniana su come porre fine alla guerra che includeva cinque condizioni fondamentali relative al programma nucleare, al pagamento di un risarcimento per l’aggressione e allo sblocco dei beni iraniani congelati in istituti occidentali.

In pratica un “niet” totale, con in più la rimozione e la consegna a Washington dei 400 chilogrammi di uranio altamente arricchito, oltre all’impegno a mantenere attivo un solo impianto nucleare sul territorio iraniano (Bushehr, in funzione da anni), come quinta clausola.

Il giudizio di Teheran è ovvio: Washington vorrebbe così raggiungere obiettivi che non è riuscita a conseguire con la guerra. Oltretutto, se anche l’Iran attuasse queste condizioni, la minaccia di un’aggressione israelo-americana rimarrebbe intatta, visto che non si parla di alcun accordo valido e vincolante per il futuro.

La logica con cui Trump e Israele si muovono è stata centrata dal portavoce del ministero degli esteri iraniano, Baghaei. Le accuse statunitensi dicono che l’Iran starebbe “destabilizzando il mercato energetico globale”, come se “la loro guerra illegale sia l’affermazione di voler mantenere la pace e la stabilità nel mercato energetico globale”. Che peraltro era stabile prima dell’attacco del 28 febbraio.

In altre parole, Stati Uniti e Israele prima creano la crisi e la guerra, poi affermano di voler “ristabilire la stabilità” e “difendere la pace”... riprendendo a bombardare! Il che, come già detto, aggrava tutti i problemi non solo energetici del Pianeta.

A Teheran, nel frattempo, il presidente del Parlamento Mohammad Baqer Qalibaf – capo dei negoziatori in Pakistan, al fianco del ministro degli esteri Araghci, è stato nominato rappresentante speciale dell’Iran per gli affari cinesi.

Non è una nomina qualunque, visto che le stesse fonti hanno osservato che “vista la natura della nomina di Qalibaf, questo incarico si differenzia, in termini di livello di autorità, da quello dei precedenti rappresentanti”.

Comunque Teheran non si limita ad aspettare che i genocidi riprendano ad attaccare. “L’Iran, in linea con la recente prassi di scambio di messaggi, ha nuovamente presentato il suo testo in 14 punti tramite il mediatore pakistano, dopo aver apportato delle modifiche”, fanno sapere le agenzie nazionali.

Secondo una fonte informata, il nuovo testo iraniano si concentra sul tema dei “negoziati per porre fine alla guerra e sulle misure di rafforzamento della fiducia da parte americana”.

Rientra probabilmente nei “preparativi” per i nuovi attacchi anche la misteriosa incursione di droni negli Emirati, che ha colpito un “generatore elettrico fuori dal perimetro interno” della centrale nucleare di Barakah. Le stesse autorità emiratine, però, ha precisato che tre droni sono entrati nello spazio aereo del Paese “dalla direzione del confine occidentale”. Due sono stati intercettati e “Sono in corso indagini per determinare la fonte degli attacchi”.

Basta guardare la cartina per vedere che l’Iran è a nord, non ad occidente. In quella direzione ci sono prima l’Arabia Saudita e il Qatar (che però funge da “secondo mediatore” insieme al Pakistan). E subito dopo, sarà un caso, Israele, specialista in operazioni false flag.

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01/12/2024

Le spie israeliane che lavorano come “giornalisti” nelle maggiori testate USA

Negli Stati Uniti ci sono giornalisti che lavorano per importanti testate ed emittenti televisive che hanno avuto un passato in unità militari e di intelligence di Israele e, a giudicare dal loro lavoro, sembrano ancora fare gli interessi del loro Paese nella guerra di informazione e propaganda. New York Times, CNN ed Axios sono alcune delle testate che ospitano nelle proprie fila persone con enormi conflitti d’interesse in relazione a quanto scrivono sul genocidio in corso a Gaza e il conflitto allargato al Medio Oriente che Israele sta portando avanti.

In particolare, a spiccare sono i nomi di Barak Ravid, insignito del prestigioso White House Press Correspondents’ Award direttamente dalle mani di Joe Biden, e Tal Heinrich, ex CNN che adesso lavora per il Trinity Broadcasting e al contempo riveste il ruolo di portavoce ufficiale del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Impiegato presso la testata giornalistica Axios, Barak Ravid è ex analista dell’agenzia di spionaggio israeliana denominata Unità 8200 e, fino allo scorso anno, riservista dell’esercito israeliano.

L’Unità 8200 è la più grande (e forse più controversa) organizzazione di intelligence di Israele, responsabile di molte operazioni di spionaggio e di terrorismo di alto profilo tra le quali il recente attacco ai cercapersone, che ha ucciso qualche centinaio di persone e ferito migliaia di civili libanesi.

Ad un anno di distanza dall’inizio della guerra di Israele, Ravid aveva scritto un articolo per Axios in cui metteva in fila tutte le vittorie ottenute da Netanyahu dal 7 ottobre 2023 in avanti, spiegando come il primo ministro israeliano fosse riuscito a mantenere il controllo della situazione e la sua posizione nonostante le critiche provenienti da più fronti, tanto dall’interno di Israele quanto dall’esterno.

A seguito dell’invasione israeliana del Libano, durante un’intervista rilasciata alla CNN (e come scritto anche sui suoi canali social), Ravid spiegava la strategia di Israele, da lui condivisa, tramite una orwelliana definizione di «de-escalation attraverso l’escalation».

Nell’aprile scorso, Ravid ha vinto il prestigioso White House Press Correspondents’ Award «per l’eccellenza complessiva nella copertura della Casa Bianca», uno dei più alti riconoscimenti del giornalismo americano. Ravid ha ricevuto il premio direttamente dalle mani del Presidente Joe Biden.

Tuttavia, leggendo i suoi articoli non può non saltare all’occhio come il suo lavoro non abbia previsto nulla di più che riportare in maniera acritica le posizioni di Washington e Tel Aviv, servendo la propaganda di entrambe i Paesi mentre a Gaza veniva messo in atto un genocidio.

Insieme a Ravid vi è poi Tal Heinrich, che ha trascorso tre anni come agente dell’Unità 8200, tra il 2014 e il 2017. Heinrich è stata produttrice sul campo e redattrice per l’ufficio di Gerusalemme della CNN proprio nello stesso periodo in cui era parte dell’unità militare d’élite israeliana. Attualmente, lavora per il network televisivo statunitense Trinity Broadcasting ed è la portavoce ufficiale del primo ministro Benjamin Netanyahu.

Alla CNN si trova poi Tamar Michaelis, che si occupa dei contenuti su Israele e Palestina, nonostante abbia precedentemente prestato servizio come portavoce ufficiale delle Forze di Difesa Israeliane.

Shachar Peled ha trascorso tre anni come ufficiale nell’Unità 8200, guidando un team di analisti in sorveglianza, intelligence e guerra informatica, oltre ad aver lavorato come analista per il servizio di intelligence israeliano Shin Bet. Peled ha lavorato per diverse testate ed emittenti televisive, sia in Israele che negli Stati Uniti, dove è stata impiegata dal 2017 al 2019 come produttrice e scrittrice per la CNN. Nel 2021 è stata assunta da Google nel ruolo di Senior Media Specialist, dove ha lavorato fino al 2023.

Anat Schwartz, un ex ufficiale dell’intelligence dell’aeronautica israeliana, è stata invece co-autrice del famigerato articolo del New York Times, Screams Without Words (Urla senza parole), in cui si affermava che i combattenti di Hamas avessero sistematicamente violentato gli israeliani il 7 ottobre – teoria successivamente smontata da diverse testate giornalistiche e organizzazioni internazionali.

Negli Stati Uniti, insomma, una parte di notizie su Israele sono confezionate direttamente da Tel Aviv.

Fonte