Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/04/2026

La chimera

Quasi 60 anni fa, nel settembre 1967 arrivò a Milano il primo carico di container su un treno proveniente dal porto di Anversa. Fu uno schiaffo per Genova. Due anni dopo fu inaugurato il primo terminal contenitori a Ponte Libia. Il lamentato ritardo del porto di Genova parve colmarsi, sebbene l’adeguamento organizzativo e tecnologico al nuovo paradigma del trasporto intermodale conoscerà fasi di conflitto sociale prima della riforma del 1994.

Sino dall’esordio il dibattito pubblico sul porto fu condizionato dalla “fuga dei traffici”, ossia dalle merci originate e destinate al mercato italiano che si servivano dei porti del Nord Europa, i quali, grazie alle reti viarie, ferroviarie e fluviali, erano in grado di operare sino ai confini alpini e oltre, nella Pianura padana, hinterland e bacino di utenza dello scalo genovese. Una “fuga” che le dimensioni e il vantaggio iniziale dei porti del Northern Range e la duttilità dei container promettevano di favorire, ma a cui occorreva rimediare. Nel 1967 si trattava di un treno sperimentale in vista della regolarizzazione del servizio anche con Rotterdam e Amsterdam. Quel giorno nello scalo di Rogoredo furono “sbarcati” 18 contenitori da 20 e 40 piedi da 13 carri ferroviari.

Che cosa sia successo e stia succedendo da allora nei numerosi parchi ferroviari e negli interporti nel frattempo cresciuti nel Nord Italia e connessi con l’Europa, è invece un mistero. Non esistono dati ufficiali. Nonostante che gli investimenti miliardari in opere pubbliche (terzo valico, nuovi nodi e raddoppi ferroviari, nuova diga di Genova, nuove banchine nei porti dell’alto Tirreno ecc.) si affidino tutti al recupero di quei container tuttora “fuggitivi”, oltre che sulla previsione ottimistica di conquistare i mercati continentali prossimi, Svizzera e Germania meridionale. In nessuno dei documenti economici che dovrebbero “validare” gli investimenti infrastrutturali si trova un solo dato circa il mercato contendibile ai “nordici”. Pare il terzo mistero di Fatima, di fronte a cui gli esperti allargano le braccia, come se Istat, dogane, CCIAA, spedizionieri ecc. non disponessero delle fonti, senza che alcuna autorità amministrativa o accademica le interroghi ufficialmente.

Questi dati sono diventati ineludibili oggi, visto il ristagno da quasi un decennio della domanda di trasporto di container nei porti del Nord Tirreno: 5 milioni nel 2025, pari a quanti erano nel 2017, nonostante i soldi pubblici spesi nel frattempo nei nuovi terminal di Vado L. e Ge-Bettolo. Oggi, la domanda di movimentazione container in questi porti è circa il 40% inferiore all’offerta, e il gap salirà al 50-60% a seguito degli investimenti in corso. Per questo, nelle parole dei governanti e delle stesse imprese ricorre l’obiettivo di scavalcare le Alpi e contendere il Sud Europa ai “nordici”, trascurando per brevità l’idiozia di coloro che paragonano Genova a Rotterdam. Proviamo noi, con una buona dose di empiria e di parzialità, a dare dei numeri verosimili per trarne una qualche conclusione.

Nel recente rapporto annuale di Contship, impresa armatoriale e logistica tedesca, un campione di imprese manifatturiere del Nord Italia ha risposto per il 30% di usare i porti del Nord Europa in export, solo per il 2% in import. Per l’88% di tali imprese la quota di merce movimentata attraverso i porti nord-europei sta in media sotto il 20% del totale. Per quanto riguarda il trasporto da e al porto, il mezzo pressoché esclusivo non è il treno ma la strada, utilizzata dal 98% delle aziende. Le risposte del campione sono prive della destinazione e provenienza della merce attraverso i porti. Il che non permette di enucleare i traffici con porti che per prossimità (UK, IRL, stati baltici, ma anche Nord-America) risultano realisticamente "captive", escludendo quindi i nostri porti. D’altro canto, l’impiego quasi assoluto del camion suggerisce che si tratti di partite di merce in singoli contenitori, lontane da impegnare più carri di un treno, anche tenuto conto che il gap maggiore tra le due modalità di trasporto resta quello economico oltre quello della flessibilità di circolazione. Il rapporto Contship segnala la lunghezza troppo “ridotta” delle tratte intermodali inerenti ai porti italiani, considerato che la ferrovia “manifesta la sua superiorità in termini di costo-efficacia e riduzione delle emissioni per percorrenze maggiori di 400km”.

Alla fine del 2022, l’AD Roberto Ferrari di PSA Italy, parlando di Genova Prà affermò che le prospettive di crescita dei traffici stavano nella contesa con i porti nord-europei basata sulla intermodalità porto-ferrovia, soprattutto una volta che Genova beneficerà del Terzo Valico. Ferrari dichiarò che il mercato contendibile in Europa era di circa 4-5Mio teu e che PSA poteva ambire a ottenerne il 5%, ossia 200-250Mila, un aumento max del 17% della sua attuale movimentazione (considerato altresì che dal 2017 al 2025 Prà ha addirittura perso il 13% dei container). Ciò al netto del tempo necessario, perché nuovi servizi intermodali da Genova per l’Europa sono un’impresa molto ardua e lunga, prova ne è che il terminal di Prà ci prova da 30 anni, da quando nel 1995 avviò il primo servizio per Basilea, poi abortito, come i tentativi successivi con la Baviera. Attualmente esiste un servizio da PSA per la Svizzera che nel 2024 ha trasportato 10mila teu, ma nel 2025 sono scesi a 5mila, nonostante il sussidio pubblico.

È in corso di elaborazione il muovo Piano regolatore del porto di Genova. Le informazioni ufficiali sono pressoché a zero, l’opinione pubblica esclusa, così pare anche l’amministrazione civica. Come il mandato “autarchico” di Bucci ha mostrato, il metodo usuale è di sistemare gli interessi delle imprese, poi si vedrà se e come spiegarlo ai cittadini. Dopo l’abbuffata di miliardi pubblici grazie alla tragedia del Morandi, mentre le opere marittime e le infrastrutture di collegamento sono in corso di costruzione in base a una analisi economica già fallita, basata su proiezioni di milioni di container e su meganavi della via della seta, anch’essa abortita, mentre si insegue la chimera della conquista del Sud-Europa a suon di treni di là da venire e soprattutto da riempire, il Piano regolatore portuale resta l’ultima occasione per riaprire il dibattito pubblico e per esigere finalmente trasparenza sui traffici, sul lavoro, sugli investimenti, dati su cui dovrebbero fondarsi i piani, le concessioni e il governo di Palazzo San Giorgio. Invece che sull’attuale tam tam propagandistico di convegni e interviste, in cui si parla di tutto fuorché di traffici e di lavoro. Le imprese vivono di profitti, ma i cittadini vivono di lavoro, e come dimostrano i bilanci, le prime ricavano utili anche con meno merce mentre mirano ad automatizzare il lavoro, mentre i lavoratori hanno solo da perdere dal declino produttivo del porto, a cominciare da salari e occupazione.

La nuova amministrazione comunale sappia distinguersi dalla precedente, non per sottrarre Palazzo San Giorgio alle sue responsabilità, ma per esigere la tutela degli interessi sociali ed economici dei suoi cittadini che, in quanto il porto è pubblico, ne sono i primi e legittimi titolari.

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23/04/2026

La guerra contro l’Iran ridefinisce la “guerra dei corridoi di connettività”

La guerra degli Stati Uniti contro l’Iran non solo sta ridefinendo la geopolitica, ma sta anche interferendo, destabilizzando e riorientando ciò che The Cradle ha descritto nel giugno 2022 come La guerra dei corridoi di connettività economica; probabilmente il paradigma geoeconomico chiave dell’integrazione eurasiatica nel XXI secolo.

Da est a ovest e da nord a sud, questi corridoi collegano praticamente tutti i principali attori dell’Eurasia.

Approfondiamo quelli che potrebbero essere i quattro vettori più importanti: il corridoio est-ovest della Nuova Via della Seta/Belt and Road Initiative (BRI), guidata dalla Cina; il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud (INSTC) Russia-Iran-India; l’IMEC (Corridoio India-Medio Oriente); e i corridoi proposti che collegherebbero la Turchia con il Qatar, la Siria e l’Iraq.

La Nuova Vie della Seta/BRI della Cina avanza attraverso una molteplicità di corridoi dallo Xinjiang all’Eurasia occidentale, compreso il Corridoio Settentrionale (attraverso la Transiberiana in Russia) e il Corridoio Centrale (attraverso il Kazakistan e il Mar Caspio verso il Caucaso e la Turchia). 

L’Iran al centro dell’integrazione eurasiatica

È la geografia dell’Iran che ha posizionato il paese, fin dai tempi dell’Antica Via della Seta, come crocevia tra Oriente e Occidente; un ruolo riportato in auge dalla Nuova Via della Seta/BRI lanciata dal presidente Xi Jinping nel 2013.

Uno dei suoi vettori cruciali, incluso nell’accordo venticinquennale da 400 miliardi di dollari tra Cina e Iran firmato nel 2021, è il corridoio terrestre Cina-Iran integrato nella BRI. È essenziale per aggirare il dominio marittimo americano, la raffica di sanzioni decennali contro la Repubblica Islamica e i punti di strozzatura sensibili come lo Stretto di Malacca, lo Stretto di Hormuz e il Canale di Suez.

Il primo treno merci proveniente da Xian, l’antica capitale imperiale cinese, è arrivato al porto secco di Aprin in Iran, situato a 20 km da Teheran, inaugurato solo tre anni fa a maggio. Ciò ha segnato l’inaugurazione ufficiale di questo corridoio, riducendo i tempi di transito da un massimo di 40 giorni via mare a un massimo di 15 giorni via terra.

Aprin è un porto secco: un terminal intermodale interno, collegato direttamente via strada/ferrovia ai porti marittimi, nel Mar Caspio o nel Golfo Persico. Ciò significa che le massicce spedizioni cinesi possono accedere rapidamente alle rotte marittime globali.

Il corridoio Cina-Iran si inserisce nel più ampio corridoio est-ovest che, prima della guerra, mirava a collegare lo Xinjiang attraverso l’Asia centrale (Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan) all’Iran, alla Turchia e, più avanti, al Golfo Persico, all’Africa e persino all’Europa.

Naturalmente, la Cina potrebbe anche trarre vantaggio dal corridoio ferroviario per ricevere il petrolio iraniano, invece di fare affidamento sulla flotta fantasma iraniana, sebbene le sfide logistiche rimangano significative.

La ferrovia Cina-Iran sta già ridefinendo l’importanza del Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC), il progetto di punta della BRI che collega lo Xinjiang, attraverso l’autostrada del Karakorum, al Pakistan settentrionale e poi attraverso il Baluchistan fino al porto di Gwadar nel Mar Arabico.

Fino alla scelta di guerra del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, Pechino era incline a prestare maggiore attenzione al corridoio iraniano, considerando l’instabile situazione politica del Pakistan.

Qualunque cosa accada in futuro, l’Iran dovrà comunque destreggiarsi con cautela nell’interazione vertiginosamente complessa tra Cina e India. Dopo tutto, entrambi i membri del BRICS hanno un profondo interesse strategico nei porti iraniani, considerati porte d’accesso essenziali all’Asia centrale.

Inoltre, il porto iraniano di Chabahar, nel Sistan-Baluchistan, parte di quella che poteva essere considerata, almeno prima della guerra, la Via della Seta indiana, è in diretta concorrenza con il porto pakistano/BRI di Gwadar nel Mar Arabico, distante solo circa 80 chilometri.

Questo ci riporta ancora una volta al ruolo senza pari dell’Iran nella connettività eurasiatica. L’Iran si trova all’incrocio privilegiato di due corridoi di trasporto chiave: il vettore est-ovest guidato dalla Cina e l’INSTC, che collega tre membri del BRICS – Russia, Iran e India.

Ciò che Teheran aveva fatto, fino alla guerra, era stato allineare abilmente la sua politica multivettoriale con entrambe le potenze, Cina e India, e con entrambi i corridoi. Considerando l’allineamento dell’India con Israele proprio prima dell’attacco contro l’Iran del 28 febbraio, le cose potrebbero cambiare radicalmente in futuro.

L’INSTC si scontra con l’IMEC

L’INSTC può essere sinteticamente descritto come il vettore nord-sud dell’integrazione eurasiatica, che collega Russia, Iran e India e si intreccia con la Nuova Via della Seta cinese, che si snoda da est a ovest attraverso l’Asia centrale.

Nel maggio dello scorso anno, con una troupe professionale di cinque persone, ho girato Golden Corridor: il primo documentario al mondo, in inglese, su come l’INSTC si sviluppa all’interno dell’Iran, dal Mar Caspio al Golfo Persico e al Mar di Oman, con un’attenzione particolare a Chabahar.

Fino alla guerra, l’India era estremamente preoccupata per il potenziale investimento cinese a Chabahar – una preoccupazione confermata dalle autorità portuali durante la mia visita. Chabahar è, o almeno era, vista dagli strateghi indiani come il loro fiore all’occhiello in Iran: di fatto l’unica via praticabile per l’India verso l’Eurasia, per raggiungere i mercati dell’Asia centrale, della Russia e, infine, dell’Europa.

Non c’è da stupirsi che gli indiani fossero spaventati dalla possibilità che la Cina si assicurasse una presenza navale nell’Oceano Indiano occidentale.

Tutti gli investimenti indiani a Chabahar sono ora in sospeso. Erano già in stallo a causa delle pressioni statunitensi. La Cina, però, rimane implacabile. Guardando al futuro, Pechino ha già elaborato un piano di investimenti per la costa di Makran nel Sistan-Baluchistan, completo di un massiccio dispiegamento di aziende cinesi che collegano i porti iraniani alla BRI.

L’Iran opterà per un pragmatismo strategico, soprattutto dopo che l’India ha di fatto abbandonato la sua politica di non allineamento e la propria autonomia di fronte agli Stati Uniti: tutto ciò a causa dei calcoli superficiali e miopi del governo guidato da Narendra Modi. L’India dovrà quindi affrontare una dura battaglia se non vuole perdere il suo “gioiello della corona” persiano.

Qui vediamo ancora una volta la profonda interconnessione dei principali corridoi trans-eurasiatici. La ferrovia Cina-Iran, parte del corridoio Cina-Asia centrale-Turchia-Europa, si collega all’INSTC in Iran, che è sostenuto in modo cruciale dalla Russia.

Allo stesso tempo, entrambi si oppongono nettamente al corridoio impropriamente chiamato India-Medio Oriente-Europa, l’IMEC, che in realtà è il corridoio Israele-Medio Oriente-India-Europa. L’obiettivo chiave dell’IMEC, un prodotto della spinta degli Accordi di Abramo del Trump 2.0, è trasformare Israele in un hub strategico per i flussi commerciali ed energetici nell’Asia occidentale.

Come descritto per la prima volta da The Cradle, l’IMEC è stato finora poco più di una grande operazione di pubbliche relazioni lanciata in occasione del vertice del G20 a Nuova Delhi. Dovrebbe essere interpretato come la tardiva risposta dell’Occidente collettivo alla BRI: l’ennesimo progetto americano per “contenere” la Cina e, più recentemente, l’Iran in quanto membro dell’INSTC.

Soprattutto, l’IMEC è un corridoio di trasporto progettato per aggirare i tre principali vettori di una vera integrazione eurasiatica: i membri del BRICS, ovvero Cina, Russia e Iran.

La guerra contro l’Iran, tuttavia, sta facendo fare un bagno di realtà all’IMEC. Il porto di Haifa è stato gravemente danneggiato dai missili iraniani. Riyadh e Abu Dhabi sono in conflitto diretto su come adattarsi a un Golfo Persico post-americano in cui l’Iran sarà la potenza dominante.

Allo stato attuale, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman (MbS), sebbene sempre cauto, sembra incline a trovare un compromesso. Il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed (MbZ), al contrario, è a tutti gli effetti in guerra con Teheran.

L’Europa sta attivamente commettendo un suicidio politico ed economico. E l’India è perplessa su come quadrare il cerchio: come organizzare un vertice BRICS credibile entro la fine dell’anno allineandosi con gli Stati Uniti.

A tutti gli effetti, l’IMEC è ora in coma profondo.

Prendiamo alcuni risultati provvisori della guerra. Mancano quasi 1.100 km di binari dalla ferrovia che va da Fujairah negli Emirati Arabi Uniti ad Haifa; ne mancano 745 km da Jebel Ali a Dubai ad Haifa; e ne mancano 630 km dalla ferrovia che va da Abu Dhabi a Haifa.

Ciò fa apparire l’IMEC ancora più fragile all’indomani della guerra. Anche diversi potenziali nodi del corridoio e le infrastrutture circostanti sono stati colpiti dai missili iraniani. E potrebbe non essere ancora finita.
 
Le ambizioni della Turchia in materia di Pipelineistan

La Turchia, ovviamente, ha dovuto sviluppare le proprie idee di integrazione eurasiatica, soprattutto considerando che il neo-ottomanismo vuole posizionare Ankara come un attore in grado di rivaleggiare con Russia e Iran.

Allo stato attuale, la scommessa di Ankara è quella di puntare totalmente sul “Pipelineistan”, come l’ho definito due decenni fa, il labirinto ultra-politicizzato dei corridoi energetici eurasiatici.

Quindi il Pipelineistan include tutto, dal collegamento petrolifero Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC), la cui realizzazione fu promossa dal defunto Zbigniew Brzezinski, autore di “La grande scacchiera”, fino al South Stream e al Turk Stream costruiti dalla Russia, nonché alle interminabili telenovele sul gas come il Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India (TAPI) e l’Iran-Pakistan-India (IPI), successivamente ridotto a IP.

Una delle principali ossessioni americane è stata a lungo quella di impedire la costruzione di un gasdotto Iran-Pakistan: un cordone ombelicale tra due potenti nazioni musulmane che collega l’Asia occidentale all’Asia meridionale.

Il ministro dell’Energia turco Alparslan Bayraktar – sì, ricordate i droni? – è in grande spolvero. La sua idea preferita è quella di collegare Bassora – la capitale ricca di petrolio dell’Iraq meridionale – all’oleodotto Iraq-Turchia, che collega Kirkuk a Ceyhan, nel Mediterraneo (dove arriva anche il BTC), con una capacità di oltre 1,5 milioni di barili al giorno. Il problema è che l’assenza di consenso politico in Iraq rende questo progetto, per ora, un sogno irrealizzabile.

La Turchia sta addirittura valutando di collegare i giacimenti petroliferi siriani – la cui produzione è tutt’altro che abbondante, con un massimo di 300.000 barili al giorno – all’oleodotto Iraq-Turchia. Si tratta di un territorio complesso, considerando che nessuno sa davvero chi controlli la Siria.

Tuttavia, Ankara rimane implacabile. Il Santo Graal sarebbe un gasdotto dal Qatar alla Turchia attraverso l’Arabia Saudita, la Giordania e la Siria.

È una versione bizzarra della storia che si ripete. Un gasdotto era al centro della guerra in Siria: originariamente avrebbe dovuto collegare Iran, Iraq e Siria, prima che il Qatar spingesse nel 2009 per un percorso dal North Field attraverso l’Arabia Saudita e la Giordania fino alla Siria – un progetto posto sotto veto da Damasco.

La guerra contro l’Iran ha nuovamente stravolto tutto dopo che QatarEnergy ha dichiarato forza maggiore su una parte significativa delle sue esportazioni di GNL, con ripercussioni sia sull’Europa che sull’Asia.

Il Qatar continua a privilegiare il GNL rispetto ai gasdotti. Ma ora entra in scena la Turchia, con l’idea di un gasdotto – ancora da costruire – dal Qatar per rifornire l’Europa, presentato da Bayraktar come una “rotta di esportazione alternativa”. Ciò costerebbe almeno 15 miliardi di dollari: un gasdotto di 1.500 km che attraversa ben cinque confini. Un vero e proprio grattacapo, certificato e costoso.

Più fattibile, almeno in teoria, è il gasdotto transcaspico, che mira a collegare il Turkmenistan attraverso il Mar Caspio all’Azerbaigian e alla Georgia, molto probabilmente in parallelo al gasdotto BTC e poi verso l’Europa.

Ancora una volta, bisogna costruirlo. Costerebbe almeno 2 miliardi di dollari: un gasdotto sottomarino di oltre 300 km attraverso il Mar Caspio da Turkmenbashi a Baku. È lungo, ho fatto quella traversata su una nave da carico azera negli anni 2000 e ci vogliono almeno 8 ore. Successivamente, l’oleodotto, ancora inesistente, si collegherebbe con altri due, quello del Caucaso meridionale e quello transanatolico.

I costi aggiuntivi sarebbero inevitabili: per lo sviluppo a monte, la capacità di compressione e l’espansione a valle.

E anche se l’intero progetto venisse alla luce, il Turkmenistan non ha capacità di riserva: praticamente tutta la sua produzione va nello Xinjiang in Cina attraverso un gasdotto costruito e pagato dalla Cina. Nella migliore delle ipotesi, la Turchia importa una piccola quantità di gas turkmeno attraverso l’Iran, su base di scambio; anche l’Iran utilizza questo gas.
 
Creare corridoi di connettività, non guerre

Ciò che è chiaro è che la guerra dei corridoi di connettività rimarrà il principale vettore geoeconomico dall’Asia occidentale all’Asia centrale e meridionale, coinvolgendo molteplici percorsi verso l’integrazione eurasiatica.

La guerra contro l’Iran sta accelerando parecchie interconnessioni. Prendiamo, ad esempio, la National Logistics Corporation (NLC) in Pakistan che accede al Gabd Border Terminal per potenziare il commercio con l’Iran e soprattutto con l’Uzbekistan in Asia centrale, tramite un sistema chiamato TIR (Trasporto Internazionale su Strada), aggirando l’Afghanistan.

La NLC sta agendo in modo piuttosto strategico, attivando contemporaneamente molteplici corridoi commerciali verso la Cina, l’Iran e l’Asia centrale e, allo stesso tempo, contribuendo a rafforzare il fronte commerciale e finanziario dell’Iran, messo a dura prova dalla guerra.

E non stiamo nemmeno parlando dell’altro corridoio di connettività chiave del futuro: la rotta marittima settentrionale lungo la costa russa nell’Artico fino al Mare di Barents, che i cinesi chiamano poeticamente la Via della Seta artica.

Cina, India e Corea del Sud sono fortemente interessate alla Northern Sea Route (NSR) [che collegherebbe il Mare del Nord con lo Stretto di Bering, ndr], oggetto ogni anno di approfondite discussioni nei forum di San Pietroburgo e Vladivostok.

Non è un caso che gli Stati Uniti abbiano bombardato diversi nodi dell’INSTC: il porto di Bandar Anzali, Isfahan, il porto di Bandar Abbas, il porto di Chabahar. Così come un tratto della ferrovia Cina-Iran, parte della BRI e finanziata dalla Cina.

Questa è una guerra contro l’Iran, contro la Cina, contro i BRICS, contro l’integrazione eurasiatica. Eppure l’integrazione eurasiatica si rifiuta semplicemente di essere sviata.

Creiamo corridoi di connettività, non guerre.

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21/12/2024

Israele apre il suo quinto fronte di guerra: lo Yemen

Dopo Gaza, Cisgiordania, Libano e Siria, si va aprendo il quinto fronte della guerra senza limiti di Israele in Medio Oriente nello Yemen.

Poco dopo che un razzo lanciato dallo Yemen è stato parzialmente intercettato sui cieli di Tel Aviv (dove i detriti hanno fatto alcuni danni ma non vittime), è partito un attacco israeliano senza precedenti per forza, contro il nord dello Yemen. Il bilancio è di 9 persone uccise: 7 sono morte in un attacco al porto di Salif, le altre in due attacchi all‘impianto petrolifero di Ras Issa – afferma il canale tv Al Masirah – nella provincia occidentale di Hodeidah.

Secondo Haaretz il razzo yemenita ha lasciato un cratere profondo diversi metri nel luogo della sua caduta a Tel Aviv, causando ingenti danni a dozzine di appartamenti. La radio dell’esercito israeliano ha detto che due missili intercettori si sono diretti verso il razzo proveniente dallo Yemen ma non sono riusciti ad abbatterlo e si sono autodistrutti in aria.

Gli attacchi israeliani hanno preso di mira anche due centrali elettriche a sud e a nord della capitale yemenita, Sanaa. I raid israeliani nello Yemen erano volti a colpire tutti e tre i porti utilizzati dalle forze di Ansarallah (più noti come gli Houthi) sulla costa del paese. Tutti i rimorchiatori utilizzati per portare le navi nei porti sono stati colpiti, così come – nel precedente attacco al porto yemenita di Hodeidah – erano state distrutte le gru per scaricare le spedizioni.

Quest’ultimo fronte di guerra nello Yemen va tenuto sotto stretta osservazione perché il controllo del Mar Rosso appare decisivo per diversi progetti strategici israeliani – e non solo – che partono dal porto israeliano di Eilat, il quale a causa dell’azione di interdizione del traffico marittimo da parte del movimento yemenita Ansarallah ha visto crollare dell’85% la propria attività economica e logistica.

In campo come progetto strategico non c’è solo il Canale Ben Gurion verso il Mediterraneo, inteso come alternativo al Canale di Suez controllato dall’Egitto, ma anche altri corridoi logistici terrestri che partono sempre da Eilat e che vedono coinvolte società facenti capo all’impero economico dello stesso Trump. La via del Mar Rosso deve quindi essere riportata sotto controllo, anche con il ricorso alla guerra.

Il contesto nell’area del Mar Rosso è quello dell’aperta competizione tra i corridoi infrastrutturali della Via della Seta cinese con l’IMEC – o via del Cotone – statunitense. In pratica è terreno della competizione frontale tra i BRICS e il blocco Euroatlantico nei luoghi strategici del Medio Oriente.

I primi ritengono che la pace e la stabilità siano decisivi per il proprio sviluppo economico, il secondo non esclude affatto che la guerra e l’instabilità siano strumenti utili per complicare le cose, avvelenare i pozzi e fare arretrare le prospettive di crescita e di indipendenza dei BRICS.

In questa area del mondo, il blocco euroatlantico ha a disposizione solo Israele – e in parte la costosa rete di basi militari statunitensi in Medio Oriente – come emanazione diretta dei propri interessi. Per cui se la guerra e l’instabilità regionale sono una priorità o una necessità dell’Occidente collettivo, Israele è la potenza adibita a fare il lavoro sporco per tutti.

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26/10/2024

Ponte sullo Stretto senza termini tecnici e di fattibilità, ma la UE lo finanzia perché “strategico”

Continua la diatriba tra i sindaci delle due sponde dello Stretto di Messina e la società omonima, concessionaria per la costruzione del ponte che dovrebbe collegare Sicilia e Calabria.

Sono stati presentati al ministero dell’Ambiente altri 800 progetti a integrazione della documentazione già presentato, ma presentano non poche problematiche.

I progetti hanno uno “scarso grado d’approfondimento” dice Giusy Caminiti, sindaca del comune reggino di Villa San Giovanni, “senza affrontare tutti gli aspetti della fattibilità dell’opera e i dettagli progettuali, rinviando al progetto esecutivo indagini, prove e progettazioni di opere essenziali”. In pratica, tutti i calcoli verranno fatti a ponte in costruzione.

Per fare un esempio, viene minimizzato il ruolo della faglia Cannitello, sotto i pilastri del ponte, e vieni ignorato il vincolo di inedificabilità assoluta posto dal legislatore. Nella documentazione c’è addirittura una tavola in cui tutte le faglie sono addirittura scomparse.

Il sindaco di Messina, Federico Basile, ha aggiunto: “prendiamo atto che la Stretto di Messina ha proposto soluzioni per lo più descrittive non progettualmente rappresentate in termini tecnici e di fattibilità”.

La società, invece, spinge per ottenere il via libera del Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile (CIPESS) entro l’anno.

Intanto, ha ottenuto un’altra importante firma: quella del Grant Agreement per il finanziamento europeo dei costi di progettazione esecutiva. Si tratta di 25 milioni di euro, approvati dalla Climate, Infrastructure and Environment Executive Agency (CINEA) della Commissione UE, un organismo che si occupa di aiutare a implementare il Green Deal.

Parliamo di sovvenzioni a fondo perduto per coprire il 50% dei costi dell’infrastruttura ferroviaria. Pietro Ciucci, amministratore delegato della Stretto di Messina, ha detto che questo accordo “conferma il ruolo strategico dell’opera” e anche Salvini ne ha sottolineato il suo “interesse sovranazionale”.

Questa è la questione centrale, in fin dei conti, oltre alla solita ondata di speculazione e distribuzione di favori che accompagna le grandi opere. Il Ponte sullo Stretto di Messina è stato infatti inserito definitivamente nel Corridoio Scandinavo-Mediterraneo delle Reti Transeuropee dei Trasporti (TEN-T).

Si tratta di nove corridoi strategici, pensati per modificare le linee di connessione e trasformarle da nazionali ad europee, rispondendo così alle esigenze (anche militari) comunitarie. Tra i cantieri che rientrano in questo programma c’è anche la Tav Torino-Lione, come parte del Corridoio Mediterraneo, dalla Spagna all’Ungheria.

Tra la fine del 2023 e la metà del 2024, nell’aggiornamento delle linee guida per lo sviluppo della TEN-T è comparso anche il ponte sullo Stretto. La conferma definitiva è arrivata a giugno, mentre già a gennaio la società Stretto di Messina aveva presentato la sua candidatura al CINEA, che è stata giudicata “rispondente ai criteri selettivi”.

Tutti i fili e gli interessi intorno al ponte si uniscono infine nel salto di qualità che la UE vuole fare come soggetto protagonista della competizione globale. Anche perché sembra difficile credere davvero che una tale opera abbia le “positive ricadute socioeconomiche e ambientali” che anche la Commissione Europea millanta.

Qualche giorno fa, molte associazioni ambientaliste hanno presentato un dossier di oltre 600 pagine in cui si evidenzia che nelle analisi della società che ha in gestione la costruzione manca “una valutazione della somma che i vari impatti connessi alla realizzazione dell’opera producono”. Si tratta di una “violazione della normativa vigente, sia comunitaria che nazionale”.

La propaganda del governo e della transizione verde europea si infrange senza appello su questa realtà.

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