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23/04/2026

La guerra contro l’Iran ridefinisce la “guerra dei corridoi di connettività”

La guerra degli Stati Uniti contro l’Iran non solo sta ridefinendo la geopolitica, ma sta anche interferendo, destabilizzando e riorientando ciò che The Cradle ha descritto nel giugno 2022 come La guerra dei corridoi di connettività economica; probabilmente il paradigma geoeconomico chiave dell’integrazione eurasiatica nel XXI secolo.

Da est a ovest e da nord a sud, questi corridoi collegano praticamente tutti i principali attori dell’Eurasia.

Approfondiamo quelli che potrebbero essere i quattro vettori più importanti: il corridoio est-ovest della Nuova Via della Seta/Belt and Road Initiative (BRI), guidata dalla Cina; il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud (INSTC) Russia-Iran-India; l’IMEC (Corridoio India-Medio Oriente); e i corridoi proposti che collegherebbero la Turchia con il Qatar, la Siria e l’Iraq.

La Nuova Vie della Seta/BRI della Cina avanza attraverso una molteplicità di corridoi dallo Xinjiang all’Eurasia occidentale, compreso il Corridoio Settentrionale (attraverso la Transiberiana in Russia) e il Corridoio Centrale (attraverso il Kazakistan e il Mar Caspio verso il Caucaso e la Turchia). 

L’Iran al centro dell’integrazione eurasiatica

È la geografia dell’Iran che ha posizionato il paese, fin dai tempi dell’Antica Via della Seta, come crocevia tra Oriente e Occidente; un ruolo riportato in auge dalla Nuova Via della Seta/BRI lanciata dal presidente Xi Jinping nel 2013.

Uno dei suoi vettori cruciali, incluso nell’accordo venticinquennale da 400 miliardi di dollari tra Cina e Iran firmato nel 2021, è il corridoio terrestre Cina-Iran integrato nella BRI. È essenziale per aggirare il dominio marittimo americano, la raffica di sanzioni decennali contro la Repubblica Islamica e i punti di strozzatura sensibili come lo Stretto di Malacca, lo Stretto di Hormuz e il Canale di Suez.

Il primo treno merci proveniente da Xian, l’antica capitale imperiale cinese, è arrivato al porto secco di Aprin in Iran, situato a 20 km da Teheran, inaugurato solo tre anni fa a maggio. Ciò ha segnato l’inaugurazione ufficiale di questo corridoio, riducendo i tempi di transito da un massimo di 40 giorni via mare a un massimo di 15 giorni via terra.

Aprin è un porto secco: un terminal intermodale interno, collegato direttamente via strada/ferrovia ai porti marittimi, nel Mar Caspio o nel Golfo Persico. Ciò significa che le massicce spedizioni cinesi possono accedere rapidamente alle rotte marittime globali.

Il corridoio Cina-Iran si inserisce nel più ampio corridoio est-ovest che, prima della guerra, mirava a collegare lo Xinjiang attraverso l’Asia centrale (Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan) all’Iran, alla Turchia e, più avanti, al Golfo Persico, all’Africa e persino all’Europa.

Naturalmente, la Cina potrebbe anche trarre vantaggio dal corridoio ferroviario per ricevere il petrolio iraniano, invece di fare affidamento sulla flotta fantasma iraniana, sebbene le sfide logistiche rimangano significative.

La ferrovia Cina-Iran sta già ridefinendo l’importanza del Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC), il progetto di punta della BRI che collega lo Xinjiang, attraverso l’autostrada del Karakorum, al Pakistan settentrionale e poi attraverso il Baluchistan fino al porto di Gwadar nel Mar Arabico.

Fino alla scelta di guerra del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, Pechino era incline a prestare maggiore attenzione al corridoio iraniano, considerando l’instabile situazione politica del Pakistan.

Qualunque cosa accada in futuro, l’Iran dovrà comunque destreggiarsi con cautela nell’interazione vertiginosamente complessa tra Cina e India. Dopo tutto, entrambi i membri del BRICS hanno un profondo interesse strategico nei porti iraniani, considerati porte d’accesso essenziali all’Asia centrale.

Inoltre, il porto iraniano di Chabahar, nel Sistan-Baluchistan, parte di quella che poteva essere considerata, almeno prima della guerra, la Via della Seta indiana, è in diretta concorrenza con il porto pakistano/BRI di Gwadar nel Mar Arabico, distante solo circa 80 chilometri.

Questo ci riporta ancora una volta al ruolo senza pari dell’Iran nella connettività eurasiatica. L’Iran si trova all’incrocio privilegiato di due corridoi di trasporto chiave: il vettore est-ovest guidato dalla Cina e l’INSTC, che collega tre membri del BRICS – Russia, Iran e India.

Ciò che Teheran aveva fatto, fino alla guerra, era stato allineare abilmente la sua politica multivettoriale con entrambe le potenze, Cina e India, e con entrambi i corridoi. Considerando l’allineamento dell’India con Israele proprio prima dell’attacco contro l’Iran del 28 febbraio, le cose potrebbero cambiare radicalmente in futuro.

L’INSTC si scontra con l’IMEC

L’INSTC può essere sinteticamente descritto come il vettore nord-sud dell’integrazione eurasiatica, che collega Russia, Iran e India e si intreccia con la Nuova Via della Seta cinese, che si snoda da est a ovest attraverso l’Asia centrale.

Nel maggio dello scorso anno, con una troupe professionale di cinque persone, ho girato Golden Corridor: il primo documentario al mondo, in inglese, su come l’INSTC si sviluppa all’interno dell’Iran, dal Mar Caspio al Golfo Persico e al Mar di Oman, con un’attenzione particolare a Chabahar.

Fino alla guerra, l’India era estremamente preoccupata per il potenziale investimento cinese a Chabahar – una preoccupazione confermata dalle autorità portuali durante la mia visita. Chabahar è, o almeno era, vista dagli strateghi indiani come il loro fiore all’occhiello in Iran: di fatto l’unica via praticabile per l’India verso l’Eurasia, per raggiungere i mercati dell’Asia centrale, della Russia e, infine, dell’Europa.

Non c’è da stupirsi che gli indiani fossero spaventati dalla possibilità che la Cina si assicurasse una presenza navale nell’Oceano Indiano occidentale.

Tutti gli investimenti indiani a Chabahar sono ora in sospeso. Erano già in stallo a causa delle pressioni statunitensi. La Cina, però, rimane implacabile. Guardando al futuro, Pechino ha già elaborato un piano di investimenti per la costa di Makran nel Sistan-Baluchistan, completo di un massiccio dispiegamento di aziende cinesi che collegano i porti iraniani alla BRI.

L’Iran opterà per un pragmatismo strategico, soprattutto dopo che l’India ha di fatto abbandonato la sua politica di non allineamento e la propria autonomia di fronte agli Stati Uniti: tutto ciò a causa dei calcoli superficiali e miopi del governo guidato da Narendra Modi. L’India dovrà quindi affrontare una dura battaglia se non vuole perdere il suo “gioiello della corona” persiano.

Qui vediamo ancora una volta la profonda interconnessione dei principali corridoi trans-eurasiatici. La ferrovia Cina-Iran, parte del corridoio Cina-Asia centrale-Turchia-Europa, si collega all’INSTC in Iran, che è sostenuto in modo cruciale dalla Russia.

Allo stesso tempo, entrambi si oppongono nettamente al corridoio impropriamente chiamato India-Medio Oriente-Europa, l’IMEC, che in realtà è il corridoio Israele-Medio Oriente-India-Europa. L’obiettivo chiave dell’IMEC, un prodotto della spinta degli Accordi di Abramo del Trump 2.0, è trasformare Israele in un hub strategico per i flussi commerciali ed energetici nell’Asia occidentale.

Come descritto per la prima volta da The Cradle, l’IMEC è stato finora poco più di una grande operazione di pubbliche relazioni lanciata in occasione del vertice del G20 a Nuova Delhi. Dovrebbe essere interpretato come la tardiva risposta dell’Occidente collettivo alla BRI: l’ennesimo progetto americano per “contenere” la Cina e, più recentemente, l’Iran in quanto membro dell’INSTC.

Soprattutto, l’IMEC è un corridoio di trasporto progettato per aggirare i tre principali vettori di una vera integrazione eurasiatica: i membri del BRICS, ovvero Cina, Russia e Iran.

La guerra contro l’Iran, tuttavia, sta facendo fare un bagno di realtà all’IMEC. Il porto di Haifa è stato gravemente danneggiato dai missili iraniani. Riyadh e Abu Dhabi sono in conflitto diretto su come adattarsi a un Golfo Persico post-americano in cui l’Iran sarà la potenza dominante.

Allo stato attuale, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman (MbS), sebbene sempre cauto, sembra incline a trovare un compromesso. Il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed (MbZ), al contrario, è a tutti gli effetti in guerra con Teheran.

L’Europa sta attivamente commettendo un suicidio politico ed economico. E l’India è perplessa su come quadrare il cerchio: come organizzare un vertice BRICS credibile entro la fine dell’anno allineandosi con gli Stati Uniti.

A tutti gli effetti, l’IMEC è ora in coma profondo.

Prendiamo alcuni risultati provvisori della guerra. Mancano quasi 1.100 km di binari dalla ferrovia che va da Fujairah negli Emirati Arabi Uniti ad Haifa; ne mancano 745 km da Jebel Ali a Dubai ad Haifa; e ne mancano 630 km dalla ferrovia che va da Abu Dhabi a Haifa.

Ciò fa apparire l’IMEC ancora più fragile all’indomani della guerra. Anche diversi potenziali nodi del corridoio e le infrastrutture circostanti sono stati colpiti dai missili iraniani. E potrebbe non essere ancora finita.
 
Le ambizioni della Turchia in materia di Pipelineistan

La Turchia, ovviamente, ha dovuto sviluppare le proprie idee di integrazione eurasiatica, soprattutto considerando che il neo-ottomanismo vuole posizionare Ankara come un attore in grado di rivaleggiare con Russia e Iran.

Allo stato attuale, la scommessa di Ankara è quella di puntare totalmente sul “Pipelineistan”, come l’ho definito due decenni fa, il labirinto ultra-politicizzato dei corridoi energetici eurasiatici.

Quindi il Pipelineistan include tutto, dal collegamento petrolifero Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC), la cui realizzazione fu promossa dal defunto Zbigniew Brzezinski, autore di “La grande scacchiera”, fino al South Stream e al Turk Stream costruiti dalla Russia, nonché alle interminabili telenovele sul gas come il Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India (TAPI) e l’Iran-Pakistan-India (IPI), successivamente ridotto a IP.

Una delle principali ossessioni americane è stata a lungo quella di impedire la costruzione di un gasdotto Iran-Pakistan: un cordone ombelicale tra due potenti nazioni musulmane che collega l’Asia occidentale all’Asia meridionale.

Il ministro dell’Energia turco Alparslan Bayraktar – sì, ricordate i droni? – è in grande spolvero. La sua idea preferita è quella di collegare Bassora – la capitale ricca di petrolio dell’Iraq meridionale – all’oleodotto Iraq-Turchia, che collega Kirkuk a Ceyhan, nel Mediterraneo (dove arriva anche il BTC), con una capacità di oltre 1,5 milioni di barili al giorno. Il problema è che l’assenza di consenso politico in Iraq rende questo progetto, per ora, un sogno irrealizzabile.

La Turchia sta addirittura valutando di collegare i giacimenti petroliferi siriani – la cui produzione è tutt’altro che abbondante, con un massimo di 300.000 barili al giorno – all’oleodotto Iraq-Turchia. Si tratta di un territorio complesso, considerando che nessuno sa davvero chi controlli la Siria.

Tuttavia, Ankara rimane implacabile. Il Santo Graal sarebbe un gasdotto dal Qatar alla Turchia attraverso l’Arabia Saudita, la Giordania e la Siria.

È una versione bizzarra della storia che si ripete. Un gasdotto era al centro della guerra in Siria: originariamente avrebbe dovuto collegare Iran, Iraq e Siria, prima che il Qatar spingesse nel 2009 per un percorso dal North Field attraverso l’Arabia Saudita e la Giordania fino alla Siria – un progetto posto sotto veto da Damasco.

La guerra contro l’Iran ha nuovamente stravolto tutto dopo che QatarEnergy ha dichiarato forza maggiore su una parte significativa delle sue esportazioni di GNL, con ripercussioni sia sull’Europa che sull’Asia.

Il Qatar continua a privilegiare il GNL rispetto ai gasdotti. Ma ora entra in scena la Turchia, con l’idea di un gasdotto – ancora da costruire – dal Qatar per rifornire l’Europa, presentato da Bayraktar come una “rotta di esportazione alternativa”. Ciò costerebbe almeno 15 miliardi di dollari: un gasdotto di 1.500 km che attraversa ben cinque confini. Un vero e proprio grattacapo, certificato e costoso.

Più fattibile, almeno in teoria, è il gasdotto transcaspico, che mira a collegare il Turkmenistan attraverso il Mar Caspio all’Azerbaigian e alla Georgia, molto probabilmente in parallelo al gasdotto BTC e poi verso l’Europa.

Ancora una volta, bisogna costruirlo. Costerebbe almeno 2 miliardi di dollari: un gasdotto sottomarino di oltre 300 km attraverso il Mar Caspio da Turkmenbashi a Baku. È lungo, ho fatto quella traversata su una nave da carico azera negli anni 2000 e ci vogliono almeno 8 ore. Successivamente, l’oleodotto, ancora inesistente, si collegherebbe con altri due, quello del Caucaso meridionale e quello transanatolico.

I costi aggiuntivi sarebbero inevitabili: per lo sviluppo a monte, la capacità di compressione e l’espansione a valle.

E anche se l’intero progetto venisse alla luce, il Turkmenistan non ha capacità di riserva: praticamente tutta la sua produzione va nello Xinjiang in Cina attraverso un gasdotto costruito e pagato dalla Cina. Nella migliore delle ipotesi, la Turchia importa una piccola quantità di gas turkmeno attraverso l’Iran, su base di scambio; anche l’Iran utilizza questo gas.
 
Creare corridoi di connettività, non guerre

Ciò che è chiaro è che la guerra dei corridoi di connettività rimarrà il principale vettore geoeconomico dall’Asia occidentale all’Asia centrale e meridionale, coinvolgendo molteplici percorsi verso l’integrazione eurasiatica.

La guerra contro l’Iran sta accelerando parecchie interconnessioni. Prendiamo, ad esempio, la National Logistics Corporation (NLC) in Pakistan che accede al Gabd Border Terminal per potenziare il commercio con l’Iran e soprattutto con l’Uzbekistan in Asia centrale, tramite un sistema chiamato TIR (Trasporto Internazionale su Strada), aggirando l’Afghanistan.

La NLC sta agendo in modo piuttosto strategico, attivando contemporaneamente molteplici corridoi commerciali verso la Cina, l’Iran e l’Asia centrale e, allo stesso tempo, contribuendo a rafforzare il fronte commerciale e finanziario dell’Iran, messo a dura prova dalla guerra.

E non stiamo nemmeno parlando dell’altro corridoio di connettività chiave del futuro: la rotta marittima settentrionale lungo la costa russa nell’Artico fino al Mare di Barents, che i cinesi chiamano poeticamente la Via della Seta artica.

Cina, India e Corea del Sud sono fortemente interessate alla Northern Sea Route (NSR) [che collegherebbe il Mare del Nord con lo Stretto di Bering, ndr], oggetto ogni anno di approfondite discussioni nei forum di San Pietroburgo e Vladivostok.

Non è un caso che gli Stati Uniti abbiano bombardato diversi nodi dell’INSTC: il porto di Bandar Anzali, Isfahan, il porto di Bandar Abbas, il porto di Chabahar. Così come un tratto della ferrovia Cina-Iran, parte della BRI e finanziata dalla Cina.

Questa è una guerra contro l’Iran, contro la Cina, contro i BRICS, contro l’integrazione eurasiatica. Eppure l’integrazione eurasiatica si rifiuta semplicemente di essere sviata.

Creiamo corridoi di connettività, non guerre.

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21/12/2024

Israele apre il suo quinto fronte di guerra: lo Yemen

Dopo Gaza, Cisgiordania, Libano e Siria, si va aprendo il quinto fronte della guerra senza limiti di Israele in Medio Oriente nello Yemen.

Poco dopo che un razzo lanciato dallo Yemen è stato parzialmente intercettato sui cieli di Tel Aviv (dove i detriti hanno fatto alcuni danni ma non vittime), è partito un attacco israeliano senza precedenti per forza, contro il nord dello Yemen. Il bilancio è di 9 persone uccise: 7 sono morte in un attacco al porto di Salif, le altre in due attacchi all‘impianto petrolifero di Ras Issa – afferma il canale tv Al Masirah – nella provincia occidentale di Hodeidah.

Secondo Haaretz il razzo yemenita ha lasciato un cratere profondo diversi metri nel luogo della sua caduta a Tel Aviv, causando ingenti danni a dozzine di appartamenti. La radio dell’esercito israeliano ha detto che due missili intercettori si sono diretti verso il razzo proveniente dallo Yemen ma non sono riusciti ad abbatterlo e si sono autodistrutti in aria.

Gli attacchi israeliani hanno preso di mira anche due centrali elettriche a sud e a nord della capitale yemenita, Sanaa. I raid israeliani nello Yemen erano volti a colpire tutti e tre i porti utilizzati dalle forze di Ansarallah (più noti come gli Houthi) sulla costa del paese. Tutti i rimorchiatori utilizzati per portare le navi nei porti sono stati colpiti, così come – nel precedente attacco al porto yemenita di Hodeidah – erano state distrutte le gru per scaricare le spedizioni.

Quest’ultimo fronte di guerra nello Yemen va tenuto sotto stretta osservazione perché il controllo del Mar Rosso appare decisivo per diversi progetti strategici israeliani – e non solo – che partono dal porto israeliano di Eilat, il quale a causa dell’azione di interdizione del traffico marittimo da parte del movimento yemenita Ansarallah ha visto crollare dell’85% la propria attività economica e logistica.

In campo come progetto strategico non c’è solo il Canale Ben Gurion verso il Mediterraneo, inteso come alternativo al Canale di Suez controllato dall’Egitto, ma anche altri corridoi logistici terrestri che partono sempre da Eilat e che vedono coinvolte società facenti capo all’impero economico dello stesso Trump. La via del Mar Rosso deve quindi essere riportata sotto controllo, anche con il ricorso alla guerra.

Il contesto nell’area del Mar Rosso è quello dell’aperta competizione tra i corridoi infrastrutturali della Via della Seta cinese con l’IMEC – o via del Cotone – statunitense. In pratica è terreno della competizione frontale tra i BRICS e il blocco Euroatlantico nei luoghi strategici del Medio Oriente.

I primi ritengono che la pace e la stabilità siano decisivi per il proprio sviluppo economico, il secondo non esclude affatto che la guerra e l’instabilità siano strumenti utili per complicare le cose, avvelenare i pozzi e fare arretrare le prospettive di crescita e di indipendenza dei BRICS.

In questa area del mondo, il blocco euroatlantico ha a disposizione solo Israele – e in parte la costosa rete di basi militari statunitensi in Medio Oriente – come emanazione diretta dei propri interessi. Per cui se la guerra e l’instabilità regionale sono una priorità o una necessità dell’Occidente collettivo, Israele è la potenza adibita a fare il lavoro sporco per tutti.

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05/12/2024

Israele è una minaccia per tutti, non solo per i palestinesi

A settembre, mentre le truppe israeliane avviavano l’ennesima invasione del Libano, Netanyahu volava a New York all’assemblea plenaria delle Nazioni Unite illustrando due scenari.

Il primo mostrava i benefici economici dell’ambita integrazione tra Israele e i paesi arabi del Golfo evocata dagli Accordi di Abramo.

Il secondo dichiarava che Israele era impegnata in una guerra su “sette fronti” contro i propri nemici mortali in tutto il Medio Oriente. Non solo i palestinesi di Gaza e Cisgiordania ma anche Iran, Libano, Siria, Yemen, Iraq, sia come entità statali che come organizzazioni non statali.

Anche un anno prima Netanyahu si era presentato negli Stati Uniti con alcune mappe che indicavano i confini di Israele e le potenzialità del paese, ma con il “dettaglio” che cancellavano completamente l’esistenza dei Territori Palestinesi sia a Gaza che in Cisgiordania.

Di fronte a quelle mappe che cancellavano definitivamente la presenza palestinese e annunciavano la pulizia etnica dell’area, l’azione militare palestinese del 7 ottobre 2023 è stata in qualche modo inevitabile. I palestinesi dovevano scegliere tra lottare per sopravvivere o accettare di essere cancellati silenziosamente, senza colpo ferire.

Dopo il 7 ottobre 2023 e per almeno un anno, i palestinesi hanno costretto il mondo a rimettere il loro diritto di esistenza al centro dell’agenda politica internazionale. Senza ne sarebbero stati liquidati definitivamente.

Il prezzo pagato in termine di vite umane e distruzioni a Gaza è stato enorme, ma il politicidio della questione palestinese era iniziato molto prima del genocidio che oggi tutti hanno sotto gli occhi.

La guerra di Israele sui “sette fronti”, una minaccia per tutti

In questi ultimi mesi in Medio Oriente abbiamo assistito ad un cambio di passo dell’escalation espansionista israeliana sui “sette fronti”, in quella che ormai si configura come una “guerra senza limiti” che si fa beffe delle istituzioni internazionali e della loro legalità, spesso agita su un doppio standard oggi insopportabile per gran parte del mondo non occidentale. La conferma viene dalle complici reticenze dei governi europei sul mandato di cattura della Corte Penale Internazionale contro Netanyahu.

Quindi oltre al fronte palestinese a Gaza e in Cisgiordania si sono aggiunti quello in Libano, in Iran, in Siria e poi ancora Iraq e Yemen.

Quest’ultimo fronte di guerra, in modo particolare, va tenuto sotto osservazione perché il controllo del Mar Rosso appare decisivo per diversi progetti strategici israeliani – e non solo – che partono dal porto di Eilat, che a causa dell'interdizione del traffico marittimo da parte del movimento yemenita Ansarallah (più conosciuto come “gli Houthi”, ndr) ha visto crollare dell’85% la propria attività economica e logistica.

In campo come progetto strategico non c’è solo il Canale Ben Gurion verso il Mediterraneo, inteso come alternativo al Canale di Suez controllato dall’Egitto, ma anche altri corridoi logistici terrestri che partono sempre da Eilat e che vedono coinvolte società facenti capo all’impero economico dello stesso Trump.

Il contesto è quello dell’aperta competizione tra i corridoi infrastrutturali della Via della Seta cinese e l’IMEC – o via del Cotone – statunitense. In pratica è la competizione frontale tra i BRICS e il blocco Euroatlantico nei luoghi strategici del Medio Oriente.

I primi ritengono che la pace e la stabilità siano decisivi per il proprio sviluppo economico, il secondo non esclude affatto che la guerra e l’instabilità siano strumenti utili per complicare le cose, avvelenare i pozzi e fare arretrare le prospettive di crescita e di indipendenza dei BRICS.

In questa area del mondo, il blocco euroatlantico ha a disposizione solo Israele – e in parte la costosa rete di basi militari statunitensi in Medio Oriente – come emanazione diretta dei propri interessi. Per cui se la guerra e l’instabilità regionale sono una priorità o una necessità dell’Occidente collettivo, Israele è la potenza adibita a fare il lavoro sporco per tutti.

Israele come laboratorio della guerra e del suprematismo occidentale

Ci sono alcuni fattori che è importante non sottovalutare:

1) Israele è una potenza nucleare. Dispone di alcune decine di bombe atomiche ed ha sia la dottrina militare che la “mentalità politico/messianica” per usarle.

2) Israele ha la necessità e la volontà di estendere i propri confini. Vuole le terre e le risorse di cui non dispone e l’incremento demografico adeguato per imporsi nella regione. Alimentare l’allarme antisemitismo in Europa e negli USA è funzionale anche a spingere la diaspora ebraica a trasferirsi in Israele e annettere tutti i Territori Palestinesi. Il processo di immigrazione in Israele però si era interrotto a causa dello scontro politico e civile interno contro il governo di destra di Netanyahu ed è diventato più forte dopo il 7 ottobre 2023.

3) La visione politico/messianica che ispira l’attuale establishment israeliano appare a molti di noi incomprensibile e inaccettabile nel XXI Secolo. Eppure è un’arma ideologica potente e pervasiva sia per legittimare il genocidio dei palestinesi e “l’annientamento dei nemici”, sia il continuo allargamento dei confini in nome della sicurezza di Israele, sia per la legittimazione del suprematismo occidentale contro “la Jungla” rappresentata dagli altri popoli non occidentali, in questo caso particolare quelli islamici. È una “evoluzione” del sionismo più pericolosa e inquietante del progetto coloniale stesso. Israele è diventato il laboratorio e il campo di sperimentazione di tutto questo inquietante apparato ideologico.

Non è un caso che il sionismo può contare ormai da tempo anche su settori politici non ebraici come le destre in Europa o i cristiani evangelici negli Stati Uniti.

Il coinvolgimento dell’Italia

Il clima di guerra permanente e globale negli ultimi tre anni è stato ormai sdoganato anche in Europa intorno al conflitto in Ucraina e allo scontro con la Russia.

L’Italia è già dentro questo scenario di guerra in Europa con le scelte fatte dai governi in questi anni (forniture militari a Kiev, aumento delle spese militari, partecipazione attiva alla guerra ibrida ed ideologica) ma è coinvolta – e lo sarà in misura crescente – anche nella guerra senza limiti in Medio Oriente.

a) C’è una strettissima compenetrazione tra le industrie militari e tecnologiche italiane con quelle israeliane. Non deve preoccupare solo la vendita di armi a Israele ma anche l’acquisto di armi e sistemi d’arma e dual use israeliani per gli apparati militari, di intelligence e di ricerca italiani. Con il boom delle spese militari, questa compenetrazione bellica tra Italia e Israele – se non contrastata con le campagne sulle sanzioni, il disinvestimento e il boicottaggio – è destinata a crescere.

b) Se si apre il fronte di guerra nello Yemen e sul Mar Rosso, l’Italia non solo è già coinvolta con la missione navale Aspides, ma lo sarà ancora di più perché a causa della interdizione degli Houthi ha perso già il 38% degli scambi commerciali tramite traffico marittimo. Non solo. Sono anni che i comandi militari italiani ragionano in termini di “Mediterraneo allargato”, arrivando a ritenere strategici e interni a questo scenario anche il Mar Rosso, il Golfo Persico, l’Oceano Indiano occidentale e il Golfo di Guinea.

c) Come abbiamo visto il sionismo nella sua nuova visione politico/messianica che viene da Israele, agisce ideologicamente e politicamente anche negli altri paesi, incluso il nostro. I paesi europei e gli Stati Uniti per Israele sono una sorta di “fronte interno” in cui la guerra va combattuta e vinta contro coloro che vi si oppongono, frontalmente o blandamente che sia.

Lo si è visto con la rinnovata aggressività dei gruppi sionisti e con la persistente offensiva ideologica che ha spinto alla convergenza suprematismo occidentalista, destre neofasciste e nazionaliste e circoli sionisti.

Israele pericolo anche per il nostro mondo

Questa analisi sulla “guerra senza limiti” e sul ruolo di Israele come pericolo per il nostro mondo e non solo per i palestinesi e i popoli del Medio Oriente, può apparire prematura o velleitaria, ma in qualche modo è tempo che entri nella riflessione e nel dibattito dei movimenti di solidarietà con la Palestina. Un punto di vista del resto suggerito e ben argomentato da John Rees, uno degli esponenti della Stop the War Coalition britannica, una organizzazione che ha contribuito a portare decine di migliaia di persone in piazza per la Palestina in Gran Bretagna.

Il genocidio dei palestinesi mantiene indubbiamente la sua centralità sia nella mobilitazione che nella sensibilità di molta opinione pubblica, ma il punto più alto della contraddizione in Medio Oriente e nello scenario di guerra globale, è diventato indubbiamente il ruolo di Israele come “stato terrorista” e per le conseguenze che produce in una fase di ipercompetizione globale che non esclude affatto la guerra come strumento per affrontare le contraddizioni del modo di produzione capitalistico.

Continuiamo a ritenere che per chi agisce in Italia in solidarietà con i popoli del Medio Oriente, il compito sia quello di spezzare o complicare l’esistenza alle complicità con la macchina da guerra e ideologica israeliana e cercare di indebolirle al massimo.

In secondo luogo riteniamo che il compito dei comunisti in Italia sia quello di lottare e indebolire il proprio imperialismo, a cominciare dai suoi apparati di comando nel nostro paese.

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01/09/2024

Alleanze mediorientali: Iraq e Turchia sempre più vicine

Il Medio Oriente brucia per il conflitto a Gaza, per i venti di guerra che soffiano sul Libano, per le tensioni tra diversi attori nazionali e internazionali in Siria e Iraq, e per le minacce che Israele rivolge non solo agli Hezbollah libanesi ma anche al più potente Iran.

Non è chiaro se i tentativi di Washington per scongiurare una deflagrazione della guerra nella regione siano sinceri oppure solo parole al vento. Dipenderà esclusivamente dai suoi interessi strategici nella regione.

Probabilmente entrerà a far parte delle valutazioni statunitensi l’esito dei negoziati che sta intrattenendo con l’Iraq. Baghdad ha chiesto a Washington di ritirarsi dal paese, dove ha il proprio personale e diverse basi militari, ritenendo di non aver più bisogno del suo sostegno nella lotta all’Isis, sebbene l’organizzazione sia viva e vegeta, ristrutturata in piccole cellule che operano in diversi stati, incluso l’Iraq.

Gli Stati Uniti sanno che andarsene significa favorire l’apertura degli argini a un’influenza ancora più massiccia dell’Iran nel paese, il cui primo ministro appartiene all’area sciita.

Il Medio Oriente è in movimento, con diversi attori che cercano nuove alleanze per garantirsi il controllo territoriale e conseguentemente i mercati che dall’Asia arrivano fino all'Europa.

Erdogan, il presidente della Turchia, fa parte della partita. L’anno scorso aveva iniziato ammiccamenti con Baghdad, lavorando per un avvicinamento. Tra i due paesi non correva buon sangue a causa delle continue violazioni territoriali turche alla caccia dei membri del PKK. Ad aprile di quest’anno sono stati siglati dalle due capitali diversi accordi commerciali e altri legati al rifornimento di acqua verso l’Iraq.

Sul tavolo c’era anche la questione dei curdi del PKK, parzialmente rinviata ma che pare abbia trovato una soluzione, tuttavia ancora non totale secondo i desiderata turchi, nel recente incontro tra i rispettivi ministri degli affari esteri. Il 15 agosto, infatti, Hakan Fidan per la Turchia e Fuad Hussein per l’Iraq hanno sottoscritto un Memorandum d’intesa che prevede la cooperazione tra i due paesi sulle questioni militari, di sicurezza e intelligence nonché di antiterrorismo.

Un ulteriore passo che Erdogan spera porti finalmente al riconoscimento, da parte di Baghdad, del PKK come organizzazione terroristica. Finora l’Iraq si è limitato a definirlo organizzazione fuorilegge, scelta fatta a marzo sotto la pressione di Ankara ma anche in vista dei dossier che avrebbero discusso ad aprile.

Il Memorandum prevede che ci sia il rispetto reciproco della sovranità territoriale, riferimento che è ovvio immaginare si rivolga in particolare alla Turchia, che da anni viola questo principio internazionale e da circa due mesi porta avanti un’operazione militare nel Kurdistan iracheno contro il PKK. Stabilisce inoltre che ogni azione militare debba essere prima avallata dal paese sul cui territorio viene esercitata e costituisce il Joint Security and Coordination Centre a Baghdad che, secondo quanto scritto dalla testata giornalistica The Cradle, mette in evidenza la volontà di una cooperazione strutturale, confermata dalla conversione della base militare turca di Bashiqa, nel nord dell’Iraq, in un centro per l’addestramento militare congiunto sotto il controllo di Baghdad.

Questa nuova strategia basata sulla stretta collaborazione tra i due paesi, passa anche attraverso gli investimenti previsti per la costruzione della development road, un gigantesco piano infrastrutturale che si propone come corridoio per le merci che devono raggiungere l’Europa da Oriente.

Il progetto si contrappone a quello sponsorizzato dagli Stati Uniti, l’India Middle East Europe Economic Corridor (IMEC), che taglia fuori tanto l’Iraq quanto la Turchia, facendo infuriare Erdogan, che non fa nulla per mascherarlo, e che coinvolge, tra gli altri, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, Israele e la Giordania. Tornano alla mente gli Accordi di Abramo per la normalizzazione dei rapporti fra Israele e i vicini mediorientali, funzionali anche alla realizzazione dell’IMEC.

L’Iraq ha bisogno di investimenti nel paese e vuole liberarsi della presenza statunitense, così giocare la carta di un’alleanza con la Turchia sembra la mossa corretta. Erdogan gioca invece una partita più grande perché vuole assicurarsi un’area di influenza in Medio Oriente; lo sta facendo tentando un avvicinamento con il presidente siriano Bashar al-Assad e stringendo strette relazioni commerciali e militari con l’Iraq. Sa di dover fare i conti con l’Iran, potenza regionale con cui è in competizione e con la quale i rapporti sono oscillanti, alle prese con lo stesso obiettivo di creazione di zone di influenza.

A trovarsi in una situazione scomoda sono gli Stati Uniti che tanto la Turchia quanto l’Iran vogliono fortemente ridimensionato in Medio Oriente e lavorano alla realizzazione di questo obiettivo. Per Washington il rapporto con Israele diventa più che mai importante e non resta certamente a guardare le mosse della Turchia e soprattutto dell’Iran senza far nulla.

La partita sembra tutta aperta nella regione mediorientale e anche la cessazione della guerra a Gaza è una carta da giocare, quando e come dipende dagli interessi di ciascun giocatore, sulla pelle dei palestinesi.

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15/09/2023

Si riapre lo scontro sui “corridoi strategici”

All’inizio di questo secolo c’è stata la Nuova Via della Seta (BRI) proposta dalla Cina per facilitare gli scambi tra Asia ed Europa. Poi è arrivata “La Via del Cotone” (IMEC) avanzata dagli Stati Uniti in contrapposizione a quella cinese. Adesso, a scombinare le carte, si è inserita la Turchia.

Il presidente turco Erdogan, contrario al piano di un corridoio commerciale che colleghi l’Asia del sud e l’Europa senza passare dalla Turchia, ha rilanciato con un progetto alternativo per collegare Golfo Persico ed Europa. “L'ho detto chiaramente e lo ripeto: senza la Turchia non si fa nessun corridoio” aveva tuonato Erdogan dopo il recente vertice del G20 a Delhi.

Al G20 i leader di India, Arabia Saudita, Emirati Arabi e Unione Europea avevano firmato un protocollo di intesa per la realizzazione del progetto denominato India-Middle East-Europe Economic Corridor (Imec). Un progetto sostenuto soprattutto dagli Stati Uniti in antagonismo alla Belt and Road Iniziative cinese. Si tratta di un corridoio strategico basato su linee di collegamento marittime e ferroviarie con l’obiettivo di arrivare in Grecia attraverso Emirati Arabi, Arabia Saudita, Giordania e Israele.

Ma questo corridoio (che ha l’obiettivo di abbattere i tempi di consegna delle merci del 40% e risparmiare sui costi delle assicurazioni e del carburante) tagliava fuori la Turchia.

Erdogan ha immediatamente replicato che “La Turchia è un importante centro di commercio, la nostra posizione garantisce la linea di collegamento più conveniente da est a ovest. Se si vuole collegare il Golfo Persico con l’Europa la Turchia rimane la via più logica”.

A differenza del corridoio Imec, quello avanzato da Erdogan prevede un sistema di collegamenti ferroviari e di autostrade che unisca i porti di Emirati e Qatar con l’Europa attraverso Iraq e Turchia.

Erdogan ha rivelato che Emirati, Qatar e Turchia sono “prontissimi a iniziare” e nessuno dei partner coinvolti “ha intenzione di perdere altro tempo”. Il progetto di sviluppo infrastrutturale riguarda essenzialmente l’Iraq e prevede la costruzione di una linea ferroviaria a doppio binario lunga circa 1.200 chilometri e un’autostrada di collegamento con il porto di Al-Faw, nella provincia irachena di Bassora.

Turchia e petromonarchie del Golfo hanno sottolineato la possibilità che il corridoio commerciale venga affiancato anche da oleodotti e gasdotti e da impianti industriali lungo il percorso. Si tratta di un investimento previsto di 17 miliardi di dollari, da cui si prevedono ricavi per 4 miliardi di dollari l’anno.

Lo scontro sui “corridoi strategici” risale però ai primi anni '90, quando dopo la dissoluzione dell’URSS, l’immenso spazio euroasiatico si era aperto agli interessi capitalistici. Progetti per investimenti infrastrutturali si erano dipanati sulla mappa di quella parte del mondo con un reticolo di corridoi fatti da ferrovie, autostrade, oleodotti, gasdotti con l’obiettivo di fare arrivare nei paesi a capitalismo avanzato le risorse dell’Asia ex sovietica e facilitare la logistica delle merci in entrambe le direzioni.

Ma sui corridoi strategici si sono anche aperti o provocati conflitti feroci. I diritti di passaggio (le royalties) e la collocazione degli impianti industriali lungo il percorso, sono ben presti diventati una posta in gioco durissima.

Nel 1993 il progetto del Corridoio Baku-Ceyhan – dall’Azerbaijan alla Turchia mediterranea – doveva apertamente bypassare quello russo che sbucava sul Mar Nero (Novorossik). Lo scontro tra questi due progetti di corridoio, più noti come South Stream (russo) e Nabucco (statunitense) si è dipanato fino ai nostri giorni, innescando sanguinosi conflitti sui loro percorsi e sui quali in troppi hanno perso memoria.

Ad esempio il Nabucco doveva passare sul territorio dei curdi in Turchia, i quali da allora sono stati sottoposti ad una repressione sempre più feroce per “pacificare” il territorio. Analogamente iniziavano i “sifonamenti” e i sabotaggi degli oleodotti e gasdotti russi in Cecenia e in altre repubbliche caucasiche – che portarono a due ferocissime guerre – per indebolirne la competitività con il corridoio Baku-Ceyhan.


Perfino nei Balcani, lo scontro tra il Corridoio 8 (sostenuto da Usa e Gran Bretagna che sbucava sull’Adriatico) rispetto al Corridoio 10 (sostenuto da Mosca e Berlino che passando in Serbia sbucava in Germania), non è stato affatto estraneo alla guerra scatenata dalla Nato contro la Serbia nel 1999. Su questo abbiamo scritto ampiamente in quegli anni lavorando sulle intuizioni di un osservatore attento come Alberto Negri.

Curiosamente, i primi a parlare della Nuova Via della Seta furono gli Stati Uniti nel 1994 con il “Silk Road Strategy Act”. La stessa invasione dell’Afghanistan nel 2001 da parte degli Usa e della Nato va inquadrata dentro questa nuova geografia politica dei corridoi strategici in Asia.

In qualche modo anche il Tav in Val di Susa va inquadrato in questo scontro sui corridoi strategici, dove alle esigenze economiche si sono affiancate anche quelle della logistica militare.

La Nuova Via della Seta cinese è stata concepita in una fase di concertazione tra le maggiori economie mondiali sotto l’egemonia statunitense. Ma poi, alla fine del XX Secolo, dalla globalizzazione si è passati alla competizione globale e molte camere di compensazione – la Cina nel 2001 entrava nella Wto, la Russia dal 1997 era membro del G8 e nel 2002 chiese di entrare nella Nato – tra i vari interessi strategici delle maggiori potenze sono saltate.

Inoltre, se nei primi anni '90 i corridoi strategici erano asimmetrici (tutti dovevano convergere nell’area economica europea più ricca), adesso che le economie asiatiche corrono più di quelle europee vanno pensati in duplice direzione e a condizioni paritarie e reciprocamente vantaggiose.

Le insopprimibili necessità di una logistica efficiente e veloce nei paesi capitalisti, dove la circolazione delle merci ha sopravanzato i problemi della loro produzione, hanno così riaperto lo scontro sui corridoi strategici.

Ma stavolta gli attori in campo sono molto più numerosi di quelli dei primi anni '90. La spinta al multipolarismo è anche questo. Il problema è che, per dirla con Khol, questa sarà “una questione di pace o di guerra nel XXI Secolo“.

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