Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/06/2026

L’export UE verso gli USA diminuisce, ma è più interessante il caso cinese

I dazi commerciali imposti dall’amministrazione Trump sembrano iniziare a sortire qualche effetto sull’economia europea. Secondo gli ultimi dati rilasciati da Eurostat, nei primi tre mesi del 2026 il valore dei beni scambiati tra UE e USA è crollato di circa il 30% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Una contrazione che equivale a quasi un terzo delle esportazioni europee verso gli States e che rappresenta uno dei peggior trend commerciali degli ultimi anni per Bruxelles. Bisogna però comprendere i dati, non solo riportarli. Nel primo trimestre dell’anno scorso c’è stata un’impennata delle esportazioni, soprattutto di prodotti chimici e annessi, proprio perché era scattato l’allarme sulla guerra commerciale trumpiana.

Effettivamente, il valore delle merci esportate negli USA è diminuito velocemente, con una brusca frenata dopo l’accordo negoziato dalla Commissione Europea con Washington nell’agosto del 2025, che prevedeva l’introduzione di una tariffa del 15% su diverse categorie di merci. Il rialzo del primo trimestre del 2026 non ha fatto recuperare il terreno perso rispetto ai livelli dell’export raggiunti dal 2023 in poi.

Ma stando alle informazioni di Eurostat, l’aumento del deficit commerciale statunitense negli ultimi anni era già stato parzialmente riequilibrato dall’esplosione delle importazioni europee di beni energetici in seguito alla rottura economica e commerciale con la Russia. In sostanza, bisogna prendere con le pinze qualsiasi faglia che sembri emergere nel rapporto consolidato tra i mercati delle due sponde dell’Atlantico.

Ci sono comunque elementi da tener presenti. La Casa Bianca aveva giustificato la stretta protezionistica citando un deficit commerciale superiore ai 300 miliardi di euro a favore dell’UE, anche se i dati della Commissione Europea lo attestano intorno ai 200 miliardi per il 2025. Ovviamente, i numeri sparati da Trump non considerano l’esportazione di servizi statunitensi verso la UE, che riduce il surplus a favore di quest’ultima a soli 21 miliardi di euro.

Ciononostante, la linea dura di Washington ha prevalso, colpendo i pilastri dell’export europeo. Auto e semiconduttori hanno registrato forti rallentamenti, così come il settore farmaceutico. Le eccellenze alimentari del Vecchio Continente sono state tra le più colpite, con una drastica riduzione delle quote di mercato oltreoceano, anche se rimangono marginali rispetto a veicoli, macchinari e prodotti chimici.
Ad ogni modo, gli Stati Uniti rimangono il principale mercato per l’export UE, con un volume d’affari di circa 120 miliardi di euro (pari a circa il 19% del totale delle merci esportate dai suoi membri).

Tra il primo trimestre del 2025 e il secondo dell’anno corrente le esportazioni europee verso l’Indonesia sono volate, grazie alla finalizzazione del CEPA (Comprehensive Economic Partnership Agreement), e sono cresciute verso altri partner (Australia, Canada, e altri).

Bisogna però sottolineare che l’export europeo è diminuito verso altri importanti attori. Con la Cina, il Giappone e la Turchia la flessione per lo stesso periodo si aggira intorno all’8%. A mostrare un trend che sembra davvero attestarsi in maniera strutturale in senso discendente sono le esportazioni verso il Dragone, mentre l’import è tornato a salire.

La frammentazione del mercato globale è la cornice entro la quale vanno comprese queste dinamiche, che è evidente si trovino ancora in una fase di assestamento, e dunque ampiamente soggette a cambiamenti. Tuttavia, bisognerà vedere come avanzerà il braccio di ferro tra Washington e Bruxelles.

La presidenza USA ha accusato l’UE, lo scorso mese, di non contrastare efficacemente il commercio di merci prodotte tramite lavoro forzato, minacciando nuovi dazi. Non è un moto umanitario, quello della Casa Bianca: ciò viene considerato come un danno per gli interessi della produzione stelle-e-strisce, che subisce così una concorrenza sleale.

L‘accusa del tycoon è legata, in realtà, ai ritardi europei nell’attuazione degli impegni presi con l’accordo del 2025, di cui l’implementazione finale dovrà avvenire entro la scadenza tassativa del 4 luglio. L’Europarlamento dovrà dare la ratifica decisiva il prossimo 16 giugno.

Ma l’eliminazione di molti dazi europei su vari prodotti statunitensi è vista come un pericolo sostanziale per molti settori già in affanno nel Vecchio Continente, e dunque l’esito non è scontato. La Cina, nel caso in cui si approfondisse la rottura con Washington, potrebbe rappresentare davvero l’unica àncora di salvezza di Bruxelles.

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13/05/2026

Trump a Pechino, cappello in mano e chiacchiere

Il vertice più importante è anche quello più squilibrato. E il soggetto debole stavolta sono gli Stati Uniti.

Aggressività militare a parte, che ormai è quasi l’unica “specialità della casa”, Washington arranca un po’ in tutti i campi. A voler essere precisi, sta vedendo la Cina in corsia di sorpasso viaggiare a velocità doppia e non riesce a cambiare marcia. Prova a “tenere la posizione” – come nelle gare automobilistiche – con manovre al limite dello scontro (dazi, sanzioni, ecc), che hanno comunque il fiato corto.

Trump si presenta a Pechino con un bilancio di politica estera deficitario quanto a risultati e indigesto quanto a princìpi. La sua aggressività, infatti, ha prodotto un solo risultato di rilievo: il rapimento del presidente venezuelano Maduro, condannato da quasi tutto il mondo (col silenzio dell’Europa) e soprattutto dalla Cina, che ha adottato come regola ferrea la non interferenza negli affari interni di altri paesi, qualsiasi sia il loro regime politico o economico.

L’attacco all’Iran, in particolare, è esplicitamente un attacco anche al sistema di relazioni che vede Pechino al centro di uno schieramento economico-commerciale – i Brics – praticamente alternativo allo “scambio ineguale” gestito dagli Usa. Tehran ne fa parte, come peraltro anche l’Arabia Saudita, e le conseguenze della guerra di certo non fanno un piacere al Celeste Impero.

Ma neanche a Washington. Proprio mentre saliva sulla scaletta dell’aereo Trump è stato salutato dai dati sull’inflazione, salita al 3,8% in aprile a causa soprattutto dell’esplosione del prezzo dei carburanti. Ovvia derivazione della dinamica di petrolio e gas. Anche se gli Usa sono autosufficienti (anzi, addirittura esportatori netti) in fatto di idrocarburi, il prezzo internazionale si è riversato comunque su quelli alla pompa, erodendo significativamente il reddito di cittadini già alle prese con salari che non tengono più il passo.

“Le famiglie americane continuano a subire il peso dell’aumento dei costi energetici, che si aggiunge all’ondata di inflazione affrontata dalla pandemia in poi”, riferisce il sito di notizie Axios. “Inoltre, con lo Stretto di Hormuz ancora di fatto bloccato, cresce il rischio che non abbiamo ancora superato il picco di queste pressioni sui prezzi”.

Gli aumenti salariali soffrono un ritardo su quelli dei prezzi, anche perché non era stato ancora recuperato il gap sorto con la pandemia di Covid. In più, l’ingresso dell’intelligenza artificiale nei processi produttivi sta eliminando decine di migliaia di posti di lavoro di buon livello. Ed anche negli Usa i nuovi posti sono generalmente “lavoretti” a basso salario, nella ristorazione e nel commercio.

In più, i tagli operati dall’amministrazione Trump alla spesa sociale stanno portando la maggior parte delle organizzazioni no profit verso il fallimento. Questo settore comprende dalle organizzazioni delle banche alimentari e rifugi per senzatetto, ai gruppi di aiuto per immigrati. La cancellazione dei contributi federali non poteva essere compensata da quelli statali, e così milioni di persone indigenti (negli Usa ci sono oltre 100 milioni di “non occupati”, su 350 milioni di abitanti e oltre 200 “in età da lavoro”) si ritrovano abbandonate a se stesse.

Tutt’altro panorama in Cina, che da cinque anni a questa parte può vantare la cancellazione della “povertà assoluta”, pur in presenza di grandi disuguaglianze di reddito. Ma a partire da un livello di sopravvivenza assicurato a tutti (e sono 1,4 miliardi di abitanti).

Le relazioni commerciali tra i due paesi sono insomma al centro della trattativa tra Trump e Xi Jinping, e si tratta di un terreno immenso che vede Pechino esportare verso gli Usa per 453 miliardi di dollari e importare per 145.

Il tycoon aveva provato a correggere lo squilibrio con dei dazi mostruosi (anche il 145%), ma aveva dovuto fare subito marcia indietro davanti a dazi di ritorsione equivalenti e soprattutto al divieto di esportazione delle “terre rare”. Ora dovrà cercare qualche diverso tipo di accordo, ma intanto ha mollato sulla possibilità di vendere alla Cina i chip H200 di Nvidia – al terzo posto nella classifica dei più potenti della casa – sollevando qualche preoccupazione tra gli esperti di sicurezza informatica.

Forse anche per questo è stato invitato all’ultimo momento a far parte della spedizione Jensen Huang, ceo di Nvidia, che si aggiunge così agli altri “re dell’hi-tech” che tengono in pugno il tycoon: l’amministratore delegato di Tesla Elon Musk, quello di Apple Tim Cook e il ceo di Qualcomm, Cristiano Amon,

Molto pubblicizzato, a beneficio della base “Maga”, anche il cosiddetto contenzioso sul Fentanyl, che ha provocato l’anno scorso circa 40.000 morti negli Stati Uniti (erano 75.000 tre anni prima). In realtà la Cina produce una serie di sostanze chimiche considerate “precursori” della droga sintetica, che viene poi prodotta fisicamente da narcotrafficanti latino-americani. Ma gli esperti in materia spiegano che la serie dei prodotti chimici utilizzabili per questa produzione mortifera è praticamente infinita, e arriva da qualsiasi paese.

Soprattutto, però, Trump sbarca portandosi dietro la responsabilità di aver sconvolto il mercato energetico mondiale e messo in mora tutte le organizzazioni sovranazionali (dall’Onu al Wto alla Corte penale, ecc) e l’essere unanimemente considerato, in tutto il mondo, completamente inaffidabile. Un accordo con lui è scritto sull’acqua. Anche se a Pechino non mancano certo i mezzi per inchiodare gli impegni almeno su alcune questioni ritenute fondamentali.

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Donald Trump andrà in Cina portandosi dietro una montagna di problemi (e di debiti)

di Alessandro Volpi

Il 14 e il 15 maggio Donald Trump dovrebbe recarsi a Pechino per incontrare Xi Jinping. Si tratta della prima visita di un presidente degli Stati Uniti in Cina da dieci anni: e l’ultima volta era stato lo stesso Trump.

In previsione di questa visita il segretario al Tesoro statunitense, Scott Bessent, ha chiesto alla Cina, dopo aver criticato il suo appoggio a uno “Stato terrorista” come l’Iran, di aiutare gli Stati Uniti nella risoluzione della crisi. Al di là della retorica, è molto probabile che una simile richiesta sia un atto non banale che rivela le profonde difficoltà della presidenza Trump alle prese, in primo luogo, con un debito esplosivo.

La gigantesca montagna di circa 40mila miliardi di dollari è infatti ormai in larghissima parte posseduta da americani. Il 20% fa capo ai fondi pensione dei cittadini statunitensi, il 18% alla Fed che lo sta vendendo, il 25% ai grandi gestori Usa, il 5% alle banche e il 10% ai ricchissimi cittadini statunitensi.

Il capitale estero detiene meno del 25%, il minimo storico: i rendimenti alti, dunque, servono a pagare i cittadini statunitensi, che vedono però deprezzarsi il valore dei loro titoli. È evidente che si tratta di una situazione difficilmente sostenibile: gli interessi costano troppo e il debito si svaluta rischiando di trascinare a fondo l’economia Usa. In questo quadro la guerra è troppo onerosa, Trump ha bisogno di chiuderla ma anche di ritrovare la fiducia dei compratori internazionali del debito federale per ridurre i tassi e alleggerire l’esposizione, enorme, degli statunitensi.

Ma il presidente ha un secondo problema: la corsa delle Borse Usa è garantita dai grandi fondi – quelli che hanno in portafoglio il 25% del debito federale – che forniscono liquidità ai listini statunitensi, dove dirottano i risparmi mondiali per far sovrappesare le azioni delle grandi società tecnologiche nei loro Etf, con cui, in un circolo vizioso, raccolgono quegli stessi risparmi.

L’impressione evidente è che siamo di fronte a un complicato e pericoloso gioco di moltiplicazione dei pani e dei pesci che gli Stati Uniti non possono reggere senza una almeno parziale legittimazione cinese, destinata a riparare i canali mondiali di acquisto del debito Usa e di mantenimento in vita del dollaro, grazie al quale tornare a finanziare lo stesso debito: una legittimazione che i cinesi non sembrano ormai più disposti a dare, oppure a concederla a carissimo prezzo.

La condizione degli Stati Uniti è, peraltro, aggravata dal quadro energetico globale rispetto al quale non sono affatto tranquilli. In questo momento molti dei gasdotti e degli oleodotti utilizzati negli ultimi decenni in Europa sono chiusi: l’approvvigionamento via terra passa dalla Norvegia, dall’Azerbaijan e dall’Algeria, che sono naturalmente oggetto di contesa fra i vari Paesi europei.

A questa insufficienza si sta provando a far fronte con il trasporto marittimo che è però difficilissimo per tre ragioni. La prima è la scarsità assoluta di navi da trasporto, la seconda è la difficoltà estrema di trovare chi assicura quelle navi e la terza, più importante, è costituita dalle pochissime rotte aperte. In pratica l’unica veramente sicura è quella atlantica che, naturalmente rende l’Europa ancora più dipendente dagli Stati Uniti ma che sconta, peraltro, le difficoltà di trasporto interno all’Europa stessa. Hormuz è chiuso, Yemen-Gibuti ridottissimo, Suez ridotto, Panama in difficoltà e Malacca intasatissimo.

Ciò significa un’enorme difficoltà nel trasporto anche del gas “naturale” liquefatto (Gnl) statunitense e nell’approvvigionamento del mercato delle benzine, centrale per gli Stati Uniti, dovuto all’insufficiente capacità di raffinazione degli stessi USA a cui, con il blocco dei trasporti, viene messa in crisi la decisiva possibilità di importazione.

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23/04/2026

La guerra contro l’Iran ridefinisce la “guerra dei corridoi di connettività”

La guerra degli Stati Uniti contro l’Iran non solo sta ridefinendo la geopolitica, ma sta anche interferendo, destabilizzando e riorientando ciò che The Cradle ha descritto nel giugno 2022 come La guerra dei corridoi di connettività economica; probabilmente il paradigma geoeconomico chiave dell’integrazione eurasiatica nel XXI secolo.

Da est a ovest e da nord a sud, questi corridoi collegano praticamente tutti i principali attori dell’Eurasia.

Approfondiamo quelli che potrebbero essere i quattro vettori più importanti: il corridoio est-ovest della Nuova Via della Seta/Belt and Road Initiative (BRI), guidata dalla Cina; il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud (INSTC) Russia-Iran-India; l’IMEC (Corridoio India-Medio Oriente); e i corridoi proposti che collegherebbero la Turchia con il Qatar, la Siria e l’Iraq.

La Nuova Vie della Seta/BRI della Cina avanza attraverso una molteplicità di corridoi dallo Xinjiang all’Eurasia occidentale, compreso il Corridoio Settentrionale (attraverso la Transiberiana in Russia) e il Corridoio Centrale (attraverso il Kazakistan e il Mar Caspio verso il Caucaso e la Turchia). 

L’Iran al centro dell’integrazione eurasiatica

È la geografia dell’Iran che ha posizionato il paese, fin dai tempi dell’Antica Via della Seta, come crocevia tra Oriente e Occidente; un ruolo riportato in auge dalla Nuova Via della Seta/BRI lanciata dal presidente Xi Jinping nel 2013.

Uno dei suoi vettori cruciali, incluso nell’accordo venticinquennale da 400 miliardi di dollari tra Cina e Iran firmato nel 2021, è il corridoio terrestre Cina-Iran integrato nella BRI. È essenziale per aggirare il dominio marittimo americano, la raffica di sanzioni decennali contro la Repubblica Islamica e i punti di strozzatura sensibili come lo Stretto di Malacca, lo Stretto di Hormuz e il Canale di Suez.

Il primo treno merci proveniente da Xian, l’antica capitale imperiale cinese, è arrivato al porto secco di Aprin in Iran, situato a 20 km da Teheran, inaugurato solo tre anni fa a maggio. Ciò ha segnato l’inaugurazione ufficiale di questo corridoio, riducendo i tempi di transito da un massimo di 40 giorni via mare a un massimo di 15 giorni via terra.

Aprin è un porto secco: un terminal intermodale interno, collegato direttamente via strada/ferrovia ai porti marittimi, nel Mar Caspio o nel Golfo Persico. Ciò significa che le massicce spedizioni cinesi possono accedere rapidamente alle rotte marittime globali.

Il corridoio Cina-Iran si inserisce nel più ampio corridoio est-ovest che, prima della guerra, mirava a collegare lo Xinjiang attraverso l’Asia centrale (Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan) all’Iran, alla Turchia e, più avanti, al Golfo Persico, all’Africa e persino all’Europa.

Naturalmente, la Cina potrebbe anche trarre vantaggio dal corridoio ferroviario per ricevere il petrolio iraniano, invece di fare affidamento sulla flotta fantasma iraniana, sebbene le sfide logistiche rimangano significative.

La ferrovia Cina-Iran sta già ridefinendo l’importanza del Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC), il progetto di punta della BRI che collega lo Xinjiang, attraverso l’autostrada del Karakorum, al Pakistan settentrionale e poi attraverso il Baluchistan fino al porto di Gwadar nel Mar Arabico.

Fino alla scelta di guerra del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, Pechino era incline a prestare maggiore attenzione al corridoio iraniano, considerando l’instabile situazione politica del Pakistan.

Qualunque cosa accada in futuro, l’Iran dovrà comunque destreggiarsi con cautela nell’interazione vertiginosamente complessa tra Cina e India. Dopo tutto, entrambi i membri del BRICS hanno un profondo interesse strategico nei porti iraniani, considerati porte d’accesso essenziali all’Asia centrale.

Inoltre, il porto iraniano di Chabahar, nel Sistan-Baluchistan, parte di quella che poteva essere considerata, almeno prima della guerra, la Via della Seta indiana, è in diretta concorrenza con il porto pakistano/BRI di Gwadar nel Mar Arabico, distante solo circa 80 chilometri.

Questo ci riporta ancora una volta al ruolo senza pari dell’Iran nella connettività eurasiatica. L’Iran si trova all’incrocio privilegiato di due corridoi di trasporto chiave: il vettore est-ovest guidato dalla Cina e l’INSTC, che collega tre membri del BRICS – Russia, Iran e India.

Ciò che Teheran aveva fatto, fino alla guerra, era stato allineare abilmente la sua politica multivettoriale con entrambe le potenze, Cina e India, e con entrambi i corridoi. Considerando l’allineamento dell’India con Israele proprio prima dell’attacco contro l’Iran del 28 febbraio, le cose potrebbero cambiare radicalmente in futuro.

L’INSTC si scontra con l’IMEC

L’INSTC può essere sinteticamente descritto come il vettore nord-sud dell’integrazione eurasiatica, che collega Russia, Iran e India e si intreccia con la Nuova Via della Seta cinese, che si snoda da est a ovest attraverso l’Asia centrale.

Nel maggio dello scorso anno, con una troupe professionale di cinque persone, ho girato Golden Corridor: il primo documentario al mondo, in inglese, su come l’INSTC si sviluppa all’interno dell’Iran, dal Mar Caspio al Golfo Persico e al Mar di Oman, con un’attenzione particolare a Chabahar.

Fino alla guerra, l’India era estremamente preoccupata per il potenziale investimento cinese a Chabahar – una preoccupazione confermata dalle autorità portuali durante la mia visita. Chabahar è, o almeno era, vista dagli strateghi indiani come il loro fiore all’occhiello in Iran: di fatto l’unica via praticabile per l’India verso l’Eurasia, per raggiungere i mercati dell’Asia centrale, della Russia e, infine, dell’Europa.

Non c’è da stupirsi che gli indiani fossero spaventati dalla possibilità che la Cina si assicurasse una presenza navale nell’Oceano Indiano occidentale.

Tutti gli investimenti indiani a Chabahar sono ora in sospeso. Erano già in stallo a causa delle pressioni statunitensi. La Cina, però, rimane implacabile. Guardando al futuro, Pechino ha già elaborato un piano di investimenti per la costa di Makran nel Sistan-Baluchistan, completo di un massiccio dispiegamento di aziende cinesi che collegano i porti iraniani alla BRI.

L’Iran opterà per un pragmatismo strategico, soprattutto dopo che l’India ha di fatto abbandonato la sua politica di non allineamento e la propria autonomia di fronte agli Stati Uniti: tutto ciò a causa dei calcoli superficiali e miopi del governo guidato da Narendra Modi. L’India dovrà quindi affrontare una dura battaglia se non vuole perdere il suo “gioiello della corona” persiano.

Qui vediamo ancora una volta la profonda interconnessione dei principali corridoi trans-eurasiatici. La ferrovia Cina-Iran, parte del corridoio Cina-Asia centrale-Turchia-Europa, si collega all’INSTC in Iran, che è sostenuto in modo cruciale dalla Russia.

Allo stesso tempo, entrambi si oppongono nettamente al corridoio impropriamente chiamato India-Medio Oriente-Europa, l’IMEC, che in realtà è il corridoio Israele-Medio Oriente-India-Europa. L’obiettivo chiave dell’IMEC, un prodotto della spinta degli Accordi di Abramo del Trump 2.0, è trasformare Israele in un hub strategico per i flussi commerciali ed energetici nell’Asia occidentale.

Come descritto per la prima volta da The Cradle, l’IMEC è stato finora poco più di una grande operazione di pubbliche relazioni lanciata in occasione del vertice del G20 a Nuova Delhi. Dovrebbe essere interpretato come la tardiva risposta dell’Occidente collettivo alla BRI: l’ennesimo progetto americano per “contenere” la Cina e, più recentemente, l’Iran in quanto membro dell’INSTC.

Soprattutto, l’IMEC è un corridoio di trasporto progettato per aggirare i tre principali vettori di una vera integrazione eurasiatica: i membri del BRICS, ovvero Cina, Russia e Iran.

La guerra contro l’Iran, tuttavia, sta facendo fare un bagno di realtà all’IMEC. Il porto di Haifa è stato gravemente danneggiato dai missili iraniani. Riyadh e Abu Dhabi sono in conflitto diretto su come adattarsi a un Golfo Persico post-americano in cui l’Iran sarà la potenza dominante.

Allo stato attuale, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman (MbS), sebbene sempre cauto, sembra incline a trovare un compromesso. Il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed (MbZ), al contrario, è a tutti gli effetti in guerra con Teheran.

L’Europa sta attivamente commettendo un suicidio politico ed economico. E l’India è perplessa su come quadrare il cerchio: come organizzare un vertice BRICS credibile entro la fine dell’anno allineandosi con gli Stati Uniti.

A tutti gli effetti, l’IMEC è ora in coma profondo.

Prendiamo alcuni risultati provvisori della guerra. Mancano quasi 1.100 km di binari dalla ferrovia che va da Fujairah negli Emirati Arabi Uniti ad Haifa; ne mancano 745 km da Jebel Ali a Dubai ad Haifa; e ne mancano 630 km dalla ferrovia che va da Abu Dhabi a Haifa.

Ciò fa apparire l’IMEC ancora più fragile all’indomani della guerra. Anche diversi potenziali nodi del corridoio e le infrastrutture circostanti sono stati colpiti dai missili iraniani. E potrebbe non essere ancora finita.
 
Le ambizioni della Turchia in materia di Pipelineistan

La Turchia, ovviamente, ha dovuto sviluppare le proprie idee di integrazione eurasiatica, soprattutto considerando che il neo-ottomanismo vuole posizionare Ankara come un attore in grado di rivaleggiare con Russia e Iran.

Allo stato attuale, la scommessa di Ankara è quella di puntare totalmente sul “Pipelineistan”, come l’ho definito due decenni fa, il labirinto ultra-politicizzato dei corridoi energetici eurasiatici.

Quindi il Pipelineistan include tutto, dal collegamento petrolifero Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC), la cui realizzazione fu promossa dal defunto Zbigniew Brzezinski, autore di “La grande scacchiera”, fino al South Stream e al Turk Stream costruiti dalla Russia, nonché alle interminabili telenovele sul gas come il Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India (TAPI) e l’Iran-Pakistan-India (IPI), successivamente ridotto a IP.

Una delle principali ossessioni americane è stata a lungo quella di impedire la costruzione di un gasdotto Iran-Pakistan: un cordone ombelicale tra due potenti nazioni musulmane che collega l’Asia occidentale all’Asia meridionale.

Il ministro dell’Energia turco Alparslan Bayraktar – sì, ricordate i droni? – è in grande spolvero. La sua idea preferita è quella di collegare Bassora – la capitale ricca di petrolio dell’Iraq meridionale – all’oleodotto Iraq-Turchia, che collega Kirkuk a Ceyhan, nel Mediterraneo (dove arriva anche il BTC), con una capacità di oltre 1,5 milioni di barili al giorno. Il problema è che l’assenza di consenso politico in Iraq rende questo progetto, per ora, un sogno irrealizzabile.

La Turchia sta addirittura valutando di collegare i giacimenti petroliferi siriani – la cui produzione è tutt’altro che abbondante, con un massimo di 300.000 barili al giorno – all’oleodotto Iraq-Turchia. Si tratta di un territorio complesso, considerando che nessuno sa davvero chi controlli la Siria.

Tuttavia, Ankara rimane implacabile. Il Santo Graal sarebbe un gasdotto dal Qatar alla Turchia attraverso l’Arabia Saudita, la Giordania e la Siria.

È una versione bizzarra della storia che si ripete. Un gasdotto era al centro della guerra in Siria: originariamente avrebbe dovuto collegare Iran, Iraq e Siria, prima che il Qatar spingesse nel 2009 per un percorso dal North Field attraverso l’Arabia Saudita e la Giordania fino alla Siria – un progetto posto sotto veto da Damasco.

La guerra contro l’Iran ha nuovamente stravolto tutto dopo che QatarEnergy ha dichiarato forza maggiore su una parte significativa delle sue esportazioni di GNL, con ripercussioni sia sull’Europa che sull’Asia.

Il Qatar continua a privilegiare il GNL rispetto ai gasdotti. Ma ora entra in scena la Turchia, con l’idea di un gasdotto – ancora da costruire – dal Qatar per rifornire l’Europa, presentato da Bayraktar come una “rotta di esportazione alternativa”. Ciò costerebbe almeno 15 miliardi di dollari: un gasdotto di 1.500 km che attraversa ben cinque confini. Un vero e proprio grattacapo, certificato e costoso.

Più fattibile, almeno in teoria, è il gasdotto transcaspico, che mira a collegare il Turkmenistan attraverso il Mar Caspio all’Azerbaigian e alla Georgia, molto probabilmente in parallelo al gasdotto BTC e poi verso l’Europa.

Ancora una volta, bisogna costruirlo. Costerebbe almeno 2 miliardi di dollari: un gasdotto sottomarino di oltre 300 km attraverso il Mar Caspio da Turkmenbashi a Baku. È lungo, ho fatto quella traversata su una nave da carico azera negli anni 2000 e ci vogliono almeno 8 ore. Successivamente, l’oleodotto, ancora inesistente, si collegherebbe con altri due, quello del Caucaso meridionale e quello transanatolico.

I costi aggiuntivi sarebbero inevitabili: per lo sviluppo a monte, la capacità di compressione e l’espansione a valle.

E anche se l’intero progetto venisse alla luce, il Turkmenistan non ha capacità di riserva: praticamente tutta la sua produzione va nello Xinjiang in Cina attraverso un gasdotto costruito e pagato dalla Cina. Nella migliore delle ipotesi, la Turchia importa una piccola quantità di gas turkmeno attraverso l’Iran, su base di scambio; anche l’Iran utilizza questo gas.
 
Creare corridoi di connettività, non guerre

Ciò che è chiaro è che la guerra dei corridoi di connettività rimarrà il principale vettore geoeconomico dall’Asia occidentale all’Asia centrale e meridionale, coinvolgendo molteplici percorsi verso l’integrazione eurasiatica.

La guerra contro l’Iran sta accelerando parecchie interconnessioni. Prendiamo, ad esempio, la National Logistics Corporation (NLC) in Pakistan che accede al Gabd Border Terminal per potenziare il commercio con l’Iran e soprattutto con l’Uzbekistan in Asia centrale, tramite un sistema chiamato TIR (Trasporto Internazionale su Strada), aggirando l’Afghanistan.

La NLC sta agendo in modo piuttosto strategico, attivando contemporaneamente molteplici corridoi commerciali verso la Cina, l’Iran e l’Asia centrale e, allo stesso tempo, contribuendo a rafforzare il fronte commerciale e finanziario dell’Iran, messo a dura prova dalla guerra.

E non stiamo nemmeno parlando dell’altro corridoio di connettività chiave del futuro: la rotta marittima settentrionale lungo la costa russa nell’Artico fino al Mare di Barents, che i cinesi chiamano poeticamente la Via della Seta artica.

Cina, India e Corea del Sud sono fortemente interessate alla Northern Sea Route (NSR) [che collegherebbe il Mare del Nord con lo Stretto di Bering, ndr], oggetto ogni anno di approfondite discussioni nei forum di San Pietroburgo e Vladivostok.

Non è un caso che gli Stati Uniti abbiano bombardato diversi nodi dell’INSTC: il porto di Bandar Anzali, Isfahan, il porto di Bandar Abbas, il porto di Chabahar. Così come un tratto della ferrovia Cina-Iran, parte della BRI e finanziata dalla Cina.

Questa è una guerra contro l’Iran, contro la Cina, contro i BRICS, contro l’integrazione eurasiatica. Eppure l’integrazione eurasiatica si rifiuta semplicemente di essere sviata.

Creiamo corridoi di connettività, non guerre.

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08/04/2026

Contro il disastro annunciato servono soluzioni radicali

di Alessandro Volpi

Cronache dal disastro

In questo momento lo Stretto di Hormuz è sostanzialmente chiuso mentre per Suez i volumi di transito sono ridotti del 70%. Diventa dunque fondamentale per l’economia globale, a cominciare da quella cinese, il transito attraverso lo Stretto di Malacca, da dove ormai passano quasi tutti i beni provenienti e indirizzati verso l’Asia.

La sua chiusura comporterebbe la paralisi della Cina in pochi giorni. Ora tale Stretto è aperto ma per effetto della chiusura degli altri transiti è fortemente congestionato con ritardi di settimane nella consegna delle merci e con prezzi in ascesa.

Bisogna aggiungere che la navigazione attraverso Malacca è molto complicata per il basso fondale e l’attuale incremento dei passaggi determina maggiori rischi in tale senso, accentuati dalle attività di pirateria. Se una nave si incagliasse, con Hormuz chiuso e Suez a scartamento ridotto, la recessione sarebbe immediata.

Per la prima volta, da anni, siamo di fronte ad una crisi che non è solo il prodotto della speculazione finanziaria ma è dettata dalla follia imperiale di Stati Uniti e Israele; peraltro Trump ipotizza di mandare truppe di terra in Iran, decidendo così di affondare il suo paese che non può sopportare un debito destinato a pagare il 5% di interesse sui Tresaury decennali per fronteggiare ogni giorno una spesa di 4,5 miliardi di dollari per la guerra.

Naturalmente quei tassi di interesse obbligheranno debiti deboli come quello italiano a pagare altrettanto e avere quindi un macigno sui propri conti pubblici. Aggiungerei una nota finale. Con Hormuz chiuso e con Malacca congestionata, la Cina dovrà approvvigionarsi sempre più, via tubo, dalla Russia che avrà vantaggi enormi dalla guerra degli Usa. Viva il capitalismo liberale!

Uno Stato votato alla guerra

Il bilancio dello Stato di Israele è decisamente limitato, in totale 215 miliardi di dollari, paragonabile, per dimensione, a quello dell’Austria.

Ha però una peculiarità evidente costituita dal fatto che le spese militari rappresentano la seconda voce di uscita, dopo l’enorme spesa per interessi, e ben prima della spesa sanitaria che è pari a circa la metà di quella militare.

Dunque si tratta di un paese votato alla guerra, che, in questo momento, sta spendendo circa 750 milioni di dollari al giorno per finanziare l’attacco all’Iran.

Ma il dato più impressionante è proprio l’insostenibilità di questa spesa, che, appunto, genera un enorme costo in tema di interessi sul debito. Il deficit di bilancio oscilla fra il 6 e l’8% ma la gran parte della spesa militare è coperta dagli aiuti ordinari e straordinari americani, che sono vicini ai 30 miliardi di dollari l’anno, e dall’emissione dei war bonds, comprati dalle grandi istituzioni finanziarie americane, con interessi però sempre più alti perché è evidente il rischio reale di insolvenza da parte di Israele che, peraltro, ha problemi anche sul versante energetico, dovendo importare il 70% del petrolio che utilizza e dipendendo molto da Azerbaigian e Kazakistan.

Mi sembra chiaro, dunque, che abbiamo di fronte due realtà, Stati Uniti e Israele, impegnate in conflitti che stanno facendo esplodere il loro debito e che reggono ancora perché i grandi fondi finanziari continuano a comprare i loro titoli. Forse non è un caso che Larry Fink, il ceo di BlackRock, nella sua lettera ai “suoi risparmiatori” li invita a non preoccuparsi della casa ma di accettare un sempre maggior impegno verso il mercato finanziario, perché altrimenti l’esposizione di BlackRock verso debiti fallimentari non potrà essere compensata dalla bolla finanziaria.

P.s. nella catena di approvvigionamento dei carburanti per i jet israeliani, un ruolo importante lo hanno la raffineria Saras di Sarroch in Sardegna e quella Eni di Taranto.

Le truffe della finanza USA

Secondo molto istituti di ricerca, l’attuale guerra genera un rischio di recessione negli Stati Uniti, nell’arco dei prossimi mesi, del 55-60%.

Inoltre i Credit Default Swap, le assicurazioni contro il rischio di un insolvenza del debito degli Stati Uniti sono diventati particolarmente costi, passando dallo 0,15 al 2,1% e superando il costo delle assicurazione del debito di molte economia europee e asiatiche. Nonostante tutto questo, le Agenzie di rating, a cui è assegnato il compito di “valutare” i debiti e, di conseguenza, le condizioni finanziarie di un paese, non declassano il titolo Usa. Perché lo fanno?

La risposta è semplice. Se i titoli di Stato americani venissero declassati pesantemente, tutti gli altri rating del mondo dovrebbero essere rivisti al ribasso. Il debito USA è il “metro” con cui si misura tutto il resto.

Le agenzie di rating sanno che un declassamento aggressivo innescherebbe una vendita massiccia di asset da parte di fondi pensione e banche centrali, causando una depressione economica mondiale che renderebbe il rating stesso irrilevante.

Soprattutto metterebbe in crisi i grandi gestori del risparmio globale, BlackRock in primis, che sono i principali possessori del debito Usa e non potrebbero più metterlo nei fondi dei lavoratori e delle lavoratici globali.

In sintesi, la agenzie di rating hanno costruito i loro parametri sul debito Usa e cosi lo hanno reso collocabile in giro per il mondo. Ora che il debito Usa è diventato pericolosissimo, le Agenzie di rating fanno di tutto per nasconderlo. Naturalmente i principali azionisti delle agenzie sono BlackRock, Vanguard e State Street. Il capitalismo finanziario è un sistema di carte truccate per truffare il Mondo.

La recessione sta arrivando

Lo dicono moltissimi indicatori e potrebbe configurarsi come una crisi davvero globale tale da generare una guerra altrettanto globale e devastante. Da questa prospettiva non si può certo uscire con una “riforma” del neoliberalismo, che è il responsabile principale di tale crisi, costruita su una ulteriore privatizzazione e finanziarizzazione, volta a smontare i sistemi di welfare e sostituirli con l’impero dei fondi privati.

La crisi infatti è così grande che sta divorando i risparmi collettivi che sono la benzina di un simile sistema. Ma da questa crisi non si esce neppure con le politiche keynesiane.

È evidente che, con questa montagna di debito pubblico, finanziare la spesa pubblica impone interessi non sostenibili e così grandi da diventare, in moltissimi casi, la prima voce del bilancio degli Stati, obbligati di fatto ad eliminare il welfare.

Dunque, neoliberalismo e keynesismo – certamente non da mettere sullo stesso piano – non sono in grado di portarci fuori dall’immiserimento del Pianeta.

Non si può non essere radicali nelle soluzioni

Per effetto della guerra in Iran, scatenata da Stati Uniti e Israele, al bilancio dello Stato italiano mancano circa 20 miliardi rispetto alle previsioni della Legge di Bilancio.

In sostanza si tratta di farne un’altra per evitare che neppure le spese essenziali, come sanità e istruzione, vengano garantite. Il punto centrale, allora, è chi pagherà questa copertura, avendo chiaro che ricorrere a nuovo debito, alle condizioni attuali, rischia di essere proibitivo; i rendimenti dei titoli italiani a 10 anni si sono impennati al 4% con un aumento della spesa per interessi di quasi 3 miliardi di euro.

Io penso che se vogliamo evitare un ulteriore impoverimento del Paese e un ulteriore arricchimento dei super ricchi dovremmo pensare ad alcune soluzioni radicali.

In generale dovremmo abbandonare la logica perversa dell’austerità e portare il deficit al 4,5/5% senza preoccuparsi di rientrare negli stupidi parametri europei che, peraltro, oggi servono solo a potersi indebitare, a costi appunto alti, per il riarmo.

Sul versante delle entrate occorre un aumento dell’Ires sulle società energetiche e sulle banche, che stanno facendo formidabili profitti distribuiti a pochissimi grandi azionisti, al 70% non italiani. Serve anche una patrimoniale straordinaria per i patrimoni netti sopra i 4 milioni di euro, una revisione dell’imposta di deposito che dovrebbe salire allo 0,6% per gli impieghi finanziari superiori ai 250 mila euro e un aumento della aliquota sulle plusvalenze al 28%. Sul versante delle uscite, bisogna ridurre la spesa militare, in particolare i circa 10 miliardi destinati all’acquisto di sistemi d’arma.

È bene ricordare che l’incremento della spesa militare rispetto al 2025 è stato pari al 12%, a fronte di voci, a cominciare dalla sanità, che sono cresciute quasi per niente. Bisogna poi accelerare la chiusura delle società pubbliche inattive che sono circa 8.000, senza dipendenti e utilizzate solo per pagare consigli di amministrazioni e collegi sindacali nominati dalla politica.

Contestualmente occorre avviare un processo di rinazionalizzazione e ripubblicizzazione di monopoli naturali come quello dell’energia e quello idrico che, nei prossimi anni, saranno risorse fondamentali per evitare l’impoverimento collettivo.

Mi fermo qui, se la guerra crea povertà bisogna combattere radicalmente la guerra stessa e combattere radicalmente l’impoverimento.

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01/04/2026

Cronache dal disastro

di Alessandro Volpi

In questo momento lo Stretto di Hormuz è sostanzialmente chiuso mentre per Suez i volumi di transito sono ridotti del 70%.

Diventa dunque fondamentale per l’economia globale, a cominciare da quella cinese, il transito attraverso lo Stretto di Malacca, da dove ormai passano quasi tutti i beni provenienti e indirizzati verso l’Asia.

La sua chiusura comporterebbe la paralisi della Cina in pochi giorni. Ora tale Stretto è aperto ma per effetto della chiusura degli altri transiti è fortemente congestionato con ritardi di settimane nella consegna delle merci e con prezzi in ascesa.

Bisogna aggiungere che la navigazione attraverso Malacca è molto complicata per il basso fondale e l’attuale incremento dei passaggi determina maggiori rischi in tale senso, accentuati dalle attività di pirateria.

Se una nave si incagliasse, con Hormuz chiuso e Suez a scartamento ridotto, la recessione sarebbe immediata. Per la prima volta, da anni, siamo di fronte ad una crisi che non è solo il prodotto della speculazione finanziaria ma è dettata dalla follia imperiale di Stati Uniti e Israele; peraltro Trump ipotizza di mandare truppe di terra in Iran, decidendo così di affondare il suo paese che non può sopportare un debito destinato a pagare il 5% di interessi sui Tresaury decennali per fronteggiare ogni giorno una spesa di 4,5 miliardi di dollari per la guerra.

Naturalmente quei tassi di interesse obbligheranno debiti pubblici deboli come quello italiano a pagare altrettanto e avere quindi un macigno sui propri conti pubblici.

Aggiungerei una nota finale. Con Hormuz chiuso e con Malacca congestionata, la Cina dovrà approvvigionarsi sempre più, via tubo, dalla Russia che avrà vantaggi enormi dalla guerra degli Usa. Viva il capitalismo liberale!

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12/02/2026

USA - I dazi di Trump si stanno rivelando un boomerang per l’economia

I dazi di Trump sono un boomerang per l’economia statunitense. Ad affermarlo è un rapporto del centro di ricerca tedesco Kiel Institute for the world economy ritenuto uno dei più autorevoli think tank economici a livello internazionale.

L’istituto ha analizzato circa 25 milioni di registri di spedizione da gennaio a novembre 2025, per un valore totale di quasi 4.000 miliardi di dollari di importazioni statunitensi, per arrivare alla conclusione che l’onere tariffario è stato trasferito agli acquirenti statunitensi per il 96%. Gli esportatori esteri hanno assorbito solo circa il 4%.

“In altre parole sono stati gli importatori e alla fine i consumatori americani a pagare per i dazi di Trump” affermano Mario Lettieri e Paolo Raimondi (il primo presidente del Centro Internazionale di Studi Sociali, il secondo economista) in un articolo pubblicato dal quotidiano economico Italia Oggi.

Poco meno di un mese fa, analizzando l’economia statunitense, era stato il quotidiano economico tedesco Handesblatt a rilevare che: “i prezzi probabilmente aumenteranno ancora in modo più significativo in primavera. Questo non sarebbe un problema solo per i cittadini statunitensi, ma anche per Trump... Indipendentemente da quanta influenza Trump guadagnerà sulla Fed nei prossimi mesi, entrambi gli scenari possono far male al presidente degli Stati Uniti poco prima delle importanti elezioni di metà mandato di novembre”.

Lo studio del Kiel Institute ha evidenziato in particolare che i volumi degli scambi e delle importazioni americani sono diminuiti, ma i prezzi dei beni esportati verso gli Usa non sono affatto diminuiti.

La retorica di Trump cianciona sulla notizia che sarebbero stati gli esportatori esteri a pagare per i dazi. In effetti nel periodo preso in esame “ci sarebbero stati 200 miliardi di dollari in più di entrate doganali negli USA, le quali però, sono finite nelle casse del Tesoro e non nelle tasche dei consumatori” scrivono Lettieri e Raimondi.

L’effetto principale dei dazi dunque è stato di quello di ridurre le importazioni, piuttosto che costringere i produttori stranieri a proporre prezzi più bassi. Ciò significa meno beni, meno varietà e catene di approvvigionamento interrotte per le aziende americane.

Di conseguenza, i produttori americani che dipendono da semilavorati importati devono affrontare costi più elevati. Devono assorbirli, riducendo profitti e investimenti, scaricarli sui clienti, aumentando i prezzi per gli acquirenti a valle o affannarsi a trovare fonti alternative, sostenendo costi di adeguamento e ritardi.

“Ci sono diversi fattori che spiegano perché gli esportatori stranieri non hanno abbassato i prezzi per mantenere l’accesso al mercato statunitense. In primo luogo esistono dei mercati alternativi” – osservano Lettieri e Raimondi – “Gli Stati Uniti sono un mercato ampio, ma non l’unico. Infatti, molti esportatori possono reindirizzare le loro vendite verso l’Europa, l’Asia e i paesi Brics. Non è un processo facile, ma se diventa fattibile, allora gli esportatori non sono incentivati a ridurre i prezzi per mantenere il mercato statunitense”.

Il Kiel Institute calcola poi che con un dazio del 50% un esportatore dovrebbe ridurre il prezzo delle sue merci di almeno il 30%. Il che non sarebbe redditizio per la maggior parte delle aziende. Ciò, di conseguenza, spinge verso la riduzione dei volumi esportati.

Inoltre, se si pensa che i dazi siano temporanei, si tende a non apportare costosi aggiustamenti dei prezzi per non creare un precedente che indurrebbe futuri aumenti tariffari. Si evita così una corsa al ribasso. Anche le catene di approvvigionamento sono rigide per cui molti importatori statunitensi hanno rapporti di lunga data con fornitori esteri e non possono facilmente passare a fonti alternative.

Lo studio del Kiel Institute rileva poi che i dazi del 50% imposti al Brasile e quelli del 30-50% imposti all’India non hanno portato a una sostanziale riduzione dei prezzi da parte di questi due paesi dei Brics.

Ma è l’accumulo di problemi sui prezzi quello su cui Trump rischia di andare a sbattere. È ancora l’Handesblatt a sottolineare che “contrariamente a quanto annunciato dal presidente USA su larga scala, l’inflazione non è stata sconfitta”.

Anche i dati statistici di census.gov evidenziano che le grandi aspettative di Trump sui dazi non si sono concretizzate. Da gennaio a novembre 2025 il deficit commerciale americano per le sole merci (senza i servizi) si è attestato a 1.139.777 mld di dollari, con un aumento del 5% rispetto allo stesso periodo del 2024. Il settore dei servizi, invece, vanta un grande surplus. Nei primi tre mesi del 2025 le importazioni erano schizzate per riempire di scorte i magazzini, prima degli annunci dei dazi di aprile. Quest’anno potrebbe andare meglio.

Lettieri e Raimondi ci ricordano poi che la guerra dei dazi, decisa dal presidente americano Herbert Hoover dopo il crollo della borsa di Wall Street del 1929, “aveva provocato una forte restrizione del commercio americano e internazionale contribuendo a scatenare la Grande Depressione economica. L’America cominciò a risollevarsi soltanto con il New Deal e le riforme bancarie e finanziarie di F. D. Roosevelt”.

In conclusione, si può costatare che i dazi danneggiano tutti, esportatori, importatori e consumatori, riducono i volumi del commercio internazionale e generano forti tensioni economiche e geopolitiche che possono sfociare in vere e proprie guerre. “Non ci sarebbe da stupirsi se domani Trump mettesse anche il Kiel Institute nella lista dei nemici da punire” chiosano i due economisti.

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03/02/2026

La Cina lancia il renminbi come valuta di riserva globale

Questa volta è lo stesso Xi Jinping a parlare della sfida monetaria che la Cina sta lanciando all’ordine del dollaro. Il 31 gennaio, in un intervento pubblicato su Qiushi, rivista ideologica di punta del Partito Comunista Cinese (PCC), il presidente del Dragone ha discusso il ruolo che dovrà avere il renminbi (RMB) nel quadro internazionale, tratteggiando una posizione alternativa a quella del “biglietto verde”.

Per essere precisi, il commento di Xi Jinping risale, in realtà, al 2024, e fa parte di un più ampio discorso pronunciato davanti ad alti funzionari regionali. Solo ora, però, è stato messo pubblicamente per iscritto, sintomo dell’accelerazione delle contraddizioni e della necessità, da parte della leadership comunista, di mettere in chiaro i parametri dell’azione economica da perseguire nel breve-medio termine.

Il presidente cinese ha invocato la costruzione di una “valuta potente”, che possa essere “ampiamente utilizzata nel commercio internazionale, negli investimenti e nei mercati dei cambi e raggiungere lo status di valuta di riserva”. Per sostenere questo processo, Pechino dovrà avere una “banca centrale potente”, istituzioni finanziarie globalmente competitive e centri finanziari in grado di “attrarre capitale ed esercitare influenza sui prezzi globali”.

Proprio pochi giorni fa abbiamo pubblicato un articolo che riportava l’incrinarsi della supremazia del dollaro, in cui un ruolo importante ce l’hanno anche le monete digitali (la Cina ha la sua, e la sta promuovendo da tempo). In generale, senza andare nei tecnicismi monetari, basta aprire i giornali economici per osservare come i canali finanziari usino sempre più valute alternative al dollaro, e soprattutto lo yuan.

Che il PCC abbia deciso ora di mettere per iscritto i commenti del presidente Xi non è certo casuale. L’articolo arriva in un momento di profonda incertezza nei mercati globali, con un dollaro messo sotto pressione dalla bolla finanziaria che cresce negli States, dall’imprevedibilità e “irregolarità” delle azioni della Casa Bianca, dallo scontro istituzionale aperto con la FED, che si è solo momentaneamente calmato con la nomina di Kevin Warsh come successore di Jerome Powell.

Il pericolo, per le casse statunitensi, è che non solo molti operatori finanziari, ma persino le banche centrali si convincano a riconsiderare la loro esposizione verso gli asset in dollari, e questo sarebbe un danno non solo per i tassi di cambio, ma anche e soprattutto per la capacità di rifinanziamento del debito (senza immaginare probabili fallimenti della più grande economia mondiale).

Non si parla ancora di una “sostituzione” del dollaro, ma piuttosto della formazione di aree valutarie competitive, in cui il renminbi possa giocare il proprio ruolo. Con una moneta (e anche sistemi di pagamento) che faccia da contrappeso, la Cina può immaginare di limitare l’influenza e la pressione degli Stati Uniti in un sistema finanziario che si sta frammentando, così come il mercato mondiale.

Bisogna comunque tenere i piedi per terra. Sebbene il renminbi sia diventata la seconda valuta finanziaria commerciale più usata al mondo, ha ancora un ruolo marginale nelle riserve globali. “A partire dal terzo trimestre del 2025 – si legge sul Financial Times – il dollaro ha rappresentato circa il 57% delle riserve globali, in calo rispetto al 71% del 2000, mentre l’euro si è attestato a circa il 20%, secondo i dati del FMI. Il renminbi era sesto, a solo l’1,93%”.

Perché faccia un salto in avanti non solo negli scambi, ma anche come moneta di riserva, lo yuan deve risolvere ancora varie questioni. Al di là di alcune importanti riforme strutturali necessarie affinché gli investitori globali si fidino pienamente del renminbi, molti operatori e anche lo stesso FMI hanno parlato di una moneta cinese sottovalutata, secondo alcuni artificiosamente, per favorire le esportazioni in una fase di accentuata guerra commerciale.

Ma l’indirizzo di fondo sembra tracciato, e non per volontà del Dragone, bensì per la crisi strutturale che il capitale vive da anni, e che sta facendo esplodere le faglie di competizione. Non molto tempo fa il governatore della banca centrale cinese Pan Gongsheng aveva parlato di un “sistema monetario internazionale multipolare”. Pechino ha semplicemente la capacità strategica di attrezzarsi al cambio di epoca.

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23/11/2025

La Cop30 si chiude senza una tabella di marcia precisa per superare i fossili

La Cop30 di Belém, in Brasile, la prima a svolgersi dopo che il Pianeta ha registrato una temperatura media globale più alta di 1,5 gradi rispetto all’epoca pre-industriale (nel 2024), la Cop che è stata definita da più parti come il momento della verità, si è infine conclusa ieri, 22 novembre. Il risultato è ben al di sotto delle aspettative di molti, e ben al di sotto di quel che sarebbe necessario.

Ci si era messo persino un incendio a rendere più complessa la ricerca di un accordo dei rappresentanti dei circa 200 paesi presenti alla foce del Rio delle Amazzoni. Il summit doveva chiudersi il 21 novembre, ma era stata poi prolungata perché, questa volta, sembrava possibile che si chiudesse senza raggiungere una tabella di marcia comune.

Alla fine, il Global Mutirão, termine di origine indigena che indica lo sforzo collettivo verso un obiettivo comune, è stato approvato. Ma la tabella di marcia che manca, ed era fondamentale, è quella sull’abbandono delle fonti fossili. La bozza uscita l’ultimo giorno della Cop, priva di queste indicazioni, era proprio quella che aveva fatto sollevare dubbi sulla possibilità di raggiungere un’intesa, e invece alla fine è stato dato il via libera a cancellare ogni riferimento esplicito a carbone, gas e petrolio, seppur ovviamente in un quadro più ampio.

Oltre 80 paesi sviluppati e in via di sviluppo avevano chiesto che a Belém fosse indicato un percorso scadenzato per la transizione dalle fonti fossili verso quelle sostenibili, in modo tale che tutti i governi fossero chiamati ad adottare un proprio calendario, autonomo ma concreto, per raggiungere l’obiettivo. Lo stesso Lula aveva sostenuto questo appello.

Ma alla fine, anche il presidente brasiliano, dal Sud Africa, dove sta partecipando al G20, ha dovuto accettare cercando di trarne il meglio: “la scienza ha prevalso, il multilateralismo ha vinto”. Se sul primo tema, ovvero sulla conferma della crisi ambientale, non c’è dubbio, l'asserzione che il multilateralismo abbia vinto deve fare i conti con cosa significa vittoria. Si è trattato più di una concertazione, tenendo inoltre presente che gli USA, il paese con la maggior quantità di emissioni pro-capite, non erano presenti.

La Cop28 a Dubai aveva raggiunto l’accordo sulla necessità di eliminare i combustibili fossili e raggiungere le zero emissioni nette entro il 2050, ma non indicò il come e i tempi. La Cop29 di Baku fallì nel dare definizione a questi nodi, e l’intesa sugli aiuti dovuti dai paesi più ricchi verso lo sforzo della transizione non raggiunse le cifre necessarie: 300 miliardi di dollari l’anno invece dei 1.300 calcolati da un gruppo di esperti indipendenti incaricati dall’ONU.

A questa Cop, coi paesi produttori di petrolio di traverso, è stato impossibile fare avanzamenti sul lato del percorso per abbandonare i fossili, e lo stesso vale per la deforestazione, sulla quale sono stati semplicemente confermati gli impegni parziali precedenti. Ad ogni modo, sono stati fatti passi avanti sullo spazio di confronto riguardante il taglio delle emissioni.

Sono stati avviati nuovi processi per accelerare la transizione energetica: il Global Implementation Accelerator e la Belém Mission to 1.5 offriranno una serie di strumenti ai paesi per aiutarli nel definire il proprio percorso di abbandono dei fossili, come stabilito alla Cop28 di Dubai. Il presidente della Cop, André Corrêa do Lago, ha inoltre promesso di continuare a lavorare nelle prossime settimane su possibili piani per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili e per fermare la deforestazione.

Uno dei pochi successi raggiunti in Brasile è stato l’accordo per triplicare i finanziamenti indirizzati ai paesi maggiormente a rischio sugli effetti della crisi climatica, i cosiddetti fondi per l’adattamento. Dei 300 miliardi dei paesi ricchi stanziati a Baku, 120 andranno a questi stati più vulnerabili, ma questo target sarà raggiunto entro il 2035, e non entro il 2030 come era stato richiesto dai beneficiari.

Il Commissario Europeo per il Clima, Wopke Hoekstra, ha affermato che le ambizioni europee erano maggiori, ma anche che l’accordo va sostenuto perché “almeno va nella giusta direzione”. Bisogna sottolineare che Bruxelles punta da tempo ad affermarsi come avanguardia dell’economia verde, anche se questo primato, per installazioni e tecnologie, va alla Cina.

Germania, Francia e Regno Unito avevano addirittura minacciato il veto quando era uscita la bozza senza la roadmap per l’abbandono dei fossili. Ma la realtà è che la UE ha approfittato dell’essere ancora rappresentata da 27 paesi per apparire come paladina dell’ambiente e per intestarsi lo sforzo per l’approvazione del documento finale, mentre alcuni dei suoi membri hanno remato contro impegni radicali.

Infatti, l’Italia si è posta evidentemente in contrasto con passi netti contro i combustibili fossili. Il ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin ha dichiarato: “in un momento geopolitico quale quello attuale, dove è finita un’epoca e gli interessi e gli equilibri politici mondiali e quindi automaticamente le alleanze sono molto diverse rispetto al passato, devo dire che era l’unica soluzione fattibile, quindi deve essere vista positivamente, con soddisfazione”.

Il ministro ha aggiunto, riguardo alla tabella di marcia per la fuoriuscita dai fossili: “non è parte del documento della Cop30 perché metà dei paesi sinceramente non condividevano questa posizione”. In realtà, la stessa UE ha fatto fatica a trovare un’intesa sulla riduzione delle emissioni, e pezzi importanti della propria industria, a partire dall’automotive, si sono ribellate all’abbandono dei motori endotermici e anche ai più recenti impegni. In questo modo, Bruxelles ha cercato di trarre il massimo dalla Cop rispondendo anche alle preoccupazioni della sua industria.

Per quanto riguarda il Dragone, infine, il testo finale ha introdotto il riferimento al commercio internazionale che era stato richiesto da Pechino, e con esso “riafferma che le misure per combattere il cambiamento climatico, incluse quelle multilaterali, non dovrebbero costituire uno strumento arbitrario o ingiustificabile di discriminazione o una restrizione al commercio internazionale mascherata”.

Alcuni accordi sono stati presi anche per ciò che riguarda le barriere commerciali correlate al cambiamento climatico. Ciò conferma certo che il multilateralismo ha ancora molto da offrire sul lato della governance globale. Ma anche che la guerra commerciale promossa dagli Stati Uniti è arrivata nel pieno della Cop, nonostante gli States fossero assenti a Belém.

Nonostante le parole di Lula, non si può ignorare come ormai forum come quello della Cop vedano il proprio peso degradarsi, rispetto a uno scenario mondiale frammentato tra aree con interessi contrastanti e non componibili.

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02/10/2025

L’Asean si prepara a “un futuro commerciale che non dipenderà dagli Stati Uniti”

La citazione che leggete nel titolo proviene dalla traduzione di un articolo uscito il 30 settembre su Foreign Policy, una delle riviste di politica internazionale più rinomate o, almeno, più seguite. Basata a Washington, è proprio dalla capitale statunitense che lanciano l’allarme su come un pezzo importante di mondo si sta preparando a indirizzare il proprio commercio globale oltre i dazi di Trump.

Pochi giorni fa si è concluso a Kuala Lumpur, in Malesia, il 57esimo incontro dei ministri dell’Economia dei paesi dell’Asean, l’associazione dei paesi del Sud-Est asiatico che collabora per lo sviluppo comune e che dal 1992 rappresenta anche tra le più importanti aree di libero scambio al mondo, entrata pienamente in funzione nel 2015.

Quest’area è cresciuta innestandosi nella ‘globalizzazione’, assumendo un modello produttivo export-oriented che ha permesso uno sviluppo economico significativo. Solo per dare un dato, nel 2022 il rapporto tra commercio e PIL dei paesi dell’Associazione si è attestato al 106,2%, superiore persino a quello dell’Unione Europea (103,6%).

Il problema è che, dopo la Cina, il principale mercato d’esportazione dell’Asean sono gli Stati Uniti, che acquistano circa un quinto dei beni venduti dall’area asiatica. I dazi che ha imposto ora la Casa Bianca rappresentano dunque un duro colpo per il modello economico dell’Associazione.

Un rapporto del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) indica il Sud-Est asiatico come la zona più colpita dai dazi statunitensi: le esportazioni potrebbero subire un calo di quasi il 10%. Le ultime tariffe annunciate da The Donald, calcola sempre Foreign Policy, avranno un impatto intorno ai 25 miliardi di dollari.

Per questo, oltre alle dichiarazioni di circostanza, ad esempio quelle sulla “preoccupazione per la crescente tendenza al protezionismo e l’aumento delle misure commerciali unilaterali”, a Kuala Lumpur è emerso chiaramente che l’Asean sta concretamente preparando un sistema commerciale e finanziario che non dipenda più dai canali stelle-e-strisce.

Innanzitutto, il mese prossimo dovrebbe essere aggiornato l’accordo di libero scambio tra l’Associazione alla Cina. L’Asean sta lavorando anche all’aggiornamento degli accordi commerciali stretti con l’India e al rafforzamento dei legami in materia con la Corea del Sud. Il blocco del Sud-Est asiatico starebbe verificando la possibilità di espandere i propri rapporto verso il Golfo Persico.

Entro la fine del 2026 è prevista anche la firma di un accordo commerciale col Canada. Infine, l’Asean sta pianificando di ampliare il Partenariato economico regionale globale (RCEP), il più grande accordo di libero scambio nel mondo. L’accordo unisce i 10 paesi dell’Asean, Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda. Anche Bangladesh, Sri Lanka e Cile potrebbero essere coinvolti.

Ma c’è anche qualcosa in più. A maggio i paesi ASEAN+3 (Cina, Giappone, Corea del Sud) hanno approvato il Chiang Mai Initiative Multilateralisation (CMIM) Rapid Financing Facility, un nuovo meccanismo per offrire rapidamente aiuto finanziario alle economie che affrontano difficoltà emergenziali sulla bilancia dei pagamenti.

La particolarità di questo strumento è che, a differenza del passato, il CMIM Rapid Financing Facility non utilizzerà il dollaro, ma lo yuan cinese e altre valute regionali. Un segnale importante rispetto alla formazione di aree valutarie autonome dal ‘biglietto verde’ USA, che spingono dunque sul processo di dedollarizzazione.

Se a tutto ciò si aggiungono le novità che vengono dalla Malesia, si può dire che, a conti fatti, sono le stesse misure di Trump contro il multipolarismo a far accelerare l’emersione di un mondo di alleanze e sistemi economici policentrico, o comunque non centrato sugli Stati Uniti. Il che non significa necessariamente maggiore emancipazione, ma sicuramente l’opportunità di potersela conquistare.

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18/09/2025

Varsavia chiude le frontiere e si strangola da sola

Un vecchio proverbio popolare descrive in modo crudo l’idiozia di un marito che vuole fare un grosso dispetto alla moglie. Torna inevitabilmente alla mente guardando quel che sta facendo una certa “Europa”, quella collocata ad est.

Non paghi della figuraccia internazionale fatta con la storia dell’“assalto russo” con droni – almeno nelle sedi che contano, i media italioti si bevono di tutto... – i dirigenti polacchi più “europeisti”, guidati da Donald Tusk, hanno preso due decisioni importanti: l’organizzazione di manovre militari al confine con la Bielorussia (in contemporanea con le esercitazioni Zapad, dall’altra parte) e la completa chiusura dei confini con Minsk, oltre che con l’exclave di Kaliningrad.

Sulle manovre, poche cose da dire, ma significative. Come tutte le esercitazioni di una certa importanza (numero dei soldati coinvolti), a quelle russe-bielorusse erano stati invitati i paesi membri dell’Osce (come prevedono i trattati).

Tra quanti hanno presenziato c’erano due alti ufficiali dell’aeronautica statunitense, più rappresentanti di Turchia e Ungheria. In pratica tre paesi della Nato, tra cui quello che guida, più altri venti paesi. Ha colpito in modo particolare la presenza alle manovre dell’India con 65 militari sul campo.

Per di più questi “ospiti” sono stati liberi di fare quello che volevano. «Vi mostreremo tutto ciò che vi interessa. Potete andare, guardare, parlare con la gente», ha detto loro il ministro bielorusso Viktor Khrenin. Non male, per una “dittatura”. E comunque non risultano invitati “terzi” alle manovre della “democratica” Polonia...

Dovrebbe risultare interessante – anche se sottaciuta – la partecipazione simbolica di soldati indiani alle esercitazioni russe, segno che l’ormai debordante suprematismo occidentale sta convincendo il resto del mondo a cercare alleanze alternative, non solo sul piano economico.

Fin qui, comunque, siamo quasi nella norma. La chiusura dei confini, invece, sotto la grancassa della retorica militare nasconde un mezzo suicidio economico. Sia per Varsavia che per l’intera UE.

Come segnalano i giornali economici, questa decisione recide un’arteria commerciale da 25 miliardi di euro l’anno, visto che movimenta il 90% del traffico merci su rotaia tra la Cina e l’UE. E non ha neanche una scadenza temporale prevedibile (“il traffico verrà ripristinato una volta che il confine sarà pienamente sicuro”, dice il governo).

Ed era una rotta in rapida espansione, visto che i volumi di carico tra Cina e UE sono cresciuti del 10,6% nel 2024, mentre il valore delle merci è balzato di quasi l’85% a 25,07 miliardi di euro. Il corridoio rappresenta ora il 3,7% di tutto il commercio UE-Cina, in aumento dal 2,1% di un anno prima, praticamente il doppio.

A farne le spese immediatamente è la società PKP Cargo, controllata dallo stato polacco. Se la chiusura durasse a lungo, dicono gli amministratori, inevitabilmente quel traffico prenderebbe altre rotte (Kazakhstan, Turchia, ecc.) e ci resterebbe anche dopo un’eventuale riapertura.

La dimostrazione del delirio sta comunque nel fatto che soltanto una settimana prima l’azienda statale polacca aveva varato il suo primo treno merci Varsavia-Cina, trasportando merci da diversi paesi europei, destinata a cementare il ruolo della Polonia come hub e ad aumentare il profilo internazionale di PKP Cargo.

Come corollario immediato circa 10.000 autisti bielorussi impiegati da aziende di trasporti polacche (vengono pagati di meno, ovviamente) sono bloccati: non possono tornare a lavorare in Polonia, e neanche tornare a casa. Tutti i carichi sono fermi, comprese le spedizioni time-sensitive come medicine e alimenti.

La chiusura non è ovviamente piaciuta a Pechino, che ha mandato immediatamente il suo ministro degli esteri a Varsavia per incontrare il pari grado Radosław Sikorski (quel genio che aveva gioito sui social, ringraziando “l’America”, all’indomani dell’attentato al gasdotto Nord Stream, che portava gas russo a basso costo in Germania e in parte anche in Polonia).

Il portavoce polacco ha spiegato che “Durante i colloqui è stato messo molto in chiaro che in questa situazione, la logica del commercio, che è anche benefica per noi, sta per essere sostituita dalla logica della sicurezza”.

“E allora mangiatevi la sicurezza”, deve aver pensato la delegazione cinese (sono diplomaticamente corretti, certe cose non le dicono...).

Sarà un caso, ma subito dopo è stata ufficializzata l’apertura – da parte di Pechino – della “nuova Via della Seta” alternativa, che passa per il circolo polare artico. Questo sabato partirà dal porto di Quingdao la prima portacontainer, diretta a Rotterdam e Amburgo, lungo quella che è stata battezzata China-Europe Artic Express.

Sulla carta geografica appare un giro molto lungo, ma è una falsa prospettiva (la terra è sferica, le carte sono piatte); in realtà il viaggio durerà solo 18 giorni rispetto ai 28-40 necessari sulla rotta più antica, attraverso lo Stretto di Malacca, l’Oceano Indiano e il canale di Suez.

Certo, in treno ci avrebbe comunque lo stesso tempo (18 giorni), forse con costi un po’ minori, “ma se volete suicidarvi, chi siamo noi per impedirvelo?”

A Varsavia, in effetti, sembrano contenti di fare quel che agli Usa piace di più. “Sono abbastanza sicuro che Washington sia più che felice di vedere le rotte chiuse – almeno temporaneamente – perché hanno fatto pressioni sull’Unione Europea per introdurre dazi aggiuntivi sulla Cina a causa delle esportazioni russe di petrolio e gas verso la Cina”, ha detto Piotr Krawczyk, ex capo dell’Agenzia per l’Intelligence Estera polacca. “Sono anche abbastanza sicuro che gli americani sorridano e sostengano il governo polacco nel non avere fretta di riaprirlo – almeno non molto presto”.

Il che è certamente vero, ma... siete sicuri che le merci importate da Pechino siano sostituibili in tempi brevi con merci Usa e che le vostre siano adatte a sostituire quelle cinesi che arrivano negli States? Se l’incastro non funziona – e, a occhio, non può funzionare, per lo meno in tempi economicamente accettabili – per Varsavia e la UE si apre un’altra fonte di crisi.

Ma se vi sentite “più sicuri” così...

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14/09/2025

La resilienza cinese

di Michelangelo Cocco

Da mesi siamo sprofondati nella più grande guerra commerciale dagli anni Trenta del secolo scorso, eppure gli scambi della principale potenza commerciale, la Cina, continuano a crescere. Come spiegare questa apparente contraddizione?

Provare a rispondere a questa domanda è importante anche per smentire la paradossale narrazione – che i media mainstream stanno diffondendo con un certo successo – secondo la quale la Cina vorrebbe dominare il Mondo. I dati invece dicono semplicemente che la seconda economia del Pianeta continua la sua rincorsa per scavalcare quella statunitense, e che è riuscita a riorganizzare i suoi scambi globali in modo da fronteggiare efficacemente anche l’uragano tariffario scatenato da Donald Trump. Che il sistema cinese si stia dimostrando in questa fase più efficiente di altri non implica, ipso facto, alcun disegno cinese di conquista globale.

Partiamo dalle ultime statistiche ufficiali, secondo le quali, nei primi otto mesi di quest’anno, il commercio estero della Cina (export+import) ammonta a 29.500 miliardi di yuan (oltre 4.140 miliardi di dollari), in aumento del 3,5 percento su base annua.

I dazi che il presidente degli Stati Uniti e i suoi rozzi consiglieri economici e commerciali hanno voluto contro tutto il Mondo hanno rallentato le esportazioni e le importazioni della Cina, che tuttavia continuano a crescere, mentre stanno provocando una riconfigurazione del commercio e delle filiere industriali globali, a opera dei paesi colpiti che si stanno riorganizzando – in qualche modo “guidati” dal faro cinese – per fronteggiare la tempesta, finora con successo.

L’analisi del governo di Pechino di ciò che sta avvenendo in Cina è, come riferito dal portavoce dell’Amministrazione generale delle dogane (Gac), Lü Daliang, che «nonostante un contesto esterno difficile, il commercio estero della Cina si è dimostrato molto resiliente, mentre continua a emergere un potenziale sempre maggiore».

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25/08/2025

La Cina alla conquista del Sud globale

Un “nuovo ordine commerciale globale”. È ciò che sta emergendo dalla rete sempre più fitta di scambi tra la Cina e i paesi emergenti in risposta al protezionismo statunitense e all’aumento delle tensioni geopolitiche. A sostenerlo è uno studio di Standard & Poor’s che evidenzia che, dal 2015, le esportazioni cinesi verso il Sud globale sono raddoppiate, in particolare a partire dalla guerra commerciale (2018-2019) scatenata dalla prima amministrazione Trump.

Secondo il report dell’agenzia di rating statunitense (China Inc. heads to Global South in the age of tariffs), negli ultimi cinque anni, l’export di Pechino verso i paesi del Sud globale è aumentato del 65 per cento, triplicando il ritmo del quinquennio precedente. Le esportazioni cinesi verso i mercati più ricchi, Stati Uniti ed Europa occidentale, sono cresciute invece rispettivamente solo del 28 e del 58 per cento nell’ultimo decennio.

Attualmente, il valore delle esportazioni della Cina verso il Sud globale è di 1.600 miliardi di dollari, il 50 per cento in più rispetto alle sue esportazioni combinate verso gli Stati Uniti e l’Europa occidentale, che ammontano a 1.000 miliardi di dollari.

Si tratta di una tendenza destinata a continuare. Infatti il combinato disposto dei nuovi dazi sulle importazioni negli Stati Uniti voluti da Donald Trump e del rallentamento dell’economia cinese spingerà sempre di più le compagnie cinesi a vendere i loro prodotti nei mercati emergenti.

E così, secondo Standard & Poor’s:

Il risultato potrebbe essere un nuovo ordine del commercio globale in cui il commercio Sud-Sud diventa il nuovo centro di gravità e le multinazionali cinesi emergono come nuovi attori chiave.

Il ruolo centrale assunto dal Sud globale per la Cina non si limita agli scambi. Anche gli investimenti cinesi nei paesi anzitutto dell’Asia, ma anche dell’Africa e dell’America latina stanno aumentando costantemente e massicciamente, in particolare nella manifattura. Ad esempio, i flussi verso i quattro maggiori partner commerciali della Cina nel Sud-est asiatico – Indonesia, Malesia, Thailandia e Vietnam – sono quadruplicati nell’ultimo decennio, raggiungendo una media di 8,8 miliardi di dollari all’anno.

Secondo lo studio di S&P:

È probabile che questi investimenti continuino nell’era dei dazi, non solo per evitare nuove imposte o assicurarsi risorse, ma anche per sviluppare i mercati finali e ridurre la dipendenza dalle vendite negli Stati Uniti. Questa strategia di diversificazione potrebbe essere uno dei pochi modi praticabili per gestire le elevate incertezze dell'era dei dazi.

Il rapporto di S&P ha indicato il caso dell’Indonesia come quello in cui più chiaramente «le aziende cinesi potrebbero allineare i propri investimenti e le proprie attività con gli obiettivi di sviluppo locale». Il paese asiatico ha infatti sfruttato gli afflussi di capitali per sviluppare rapidamente la propria industria del nichel e avanzare nella catena di fornitura dei veicoli elettrici.

Allo stesso modo, le case automobilistiche cinesi hanno rapidamente ampliato la propria presenza sul mercato, capitalizzando sulla transizione energetica nell’Asia meridionale e sud-orientale, con vendite cresciute di tredici volte in Malesia, raddoppiate in Thailandia, Indonesia e Filippine e aumentate di oltre il 50 per cento in India e Vietnam negli ultimi tre anni.

Il rapporto dell’agenzia di rating Usa evidenzia che l’espansione cinese nel Sud del mondo è diventata evidente in una serie di settori, tra i quali: ingegneria, edilizia, macchinari, attrezzature, beni di consumo e servizi.

«I nuovi dazi statunitensi potrebbero non essere la causa diretta, ma fungono da acceleratore comune», hanno affermato gli analisti di S&P.

Il documento rileva inoltre i diversi rischi che le aziende cinesi devono fronteggiare nella loro espansione all’estero, tra cui: partner commerciali sconosciuti; sistemi legali e infrastrutture meno sviluppati; preoccupazioni locali circa la potenziale vendita di beni da parte delle aziende cinesi a prezzi eccessivamente bassi per soppiantare i concorrenti; controlli normativi; sanzioni o dazi compensativi.

Nonostante queste sfide, gli analisti di S&P hanno affermato di aspettarsi che la tendenza continui, poiché le aziende «cercano di diversificare le vendite al di fuori degli Stati Uniti ed espandersi in altri mercati con prospettive di crescita più solide rispetto a quelle nazionali». 

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11/06/2025

La vendita dei porti del Canale di Panama ne mette a rischio la neutralità

La vendita di due dei cinque porti alle estremità del Canale di Panam alla cordata che vede insieme BlackRock e la famiglia Aponte mette a rischio la neutralità prevista per la via d’acqua. È Ricaurte Vásquez, amministratore dell’Autorità del Canale di Panama, a farlo sapere, attraverso il Financial Times.

Vásquez mette in guardia dal fatto che il recente accordo di cessione dei terminal da parte della CK Hutchinson di Hong Kong andrebbe contro lo stesso accordo firmato con gli Stati Uniti, che ha riportato il Canale sotto giurisdizione panamense. Trump aveva invece sempre criticato una sorta di controllo che vi avrebbero imposto i cinesi.

La Casa Bianca ha già ottenuto di posizionare delle truppe a ridosso del corridoio commerciale, ma aveva dato anche il benestare all’operazione che avrebbe visto due dei terminali vicini al Canale passare sotto il controllo di operatori occidentali. La realtà è che ora è Washington, questa volta davvero, che potrebbe esercitare un controllo sull’istmo, con effetti che vanno ben oltre di esso.

La vendita dei porti era già stata fermata dall’antitrust cinese, che in molti avevano accusato di operare secondo logiche politiche. Le dichiarazioni rilasciate da più parti negli ultimi giorni sembrano invece confermare un pericolo concreto di tendenza monopolistica che potrebbe ulteriormente mettere in crisi la ‘libera concorrenza’, in genere rivendicato come pilastro del progresso da parte del capitale.

“Se si verifica un livello significativo di concentrazione sugli operatori terminalisti appartenenti a una compagnia di navigazione integrata o a una singola compagnia – ha chiarito Vásquez – ciò andrà a scapito della competitività di Panama sul mercato e sarà incompatibile con la neutralità”. A preoccuparsi sono anche i concorrenti della MSC di Aponte.

Molto analisti hanno sottolineato come, se l’accordo andasse a buon fine, la compagnia di navigazione italo-svizzera avrebbe una presa sostanziale sull’infrastruttura portuale mondiale, diventando il principale operatore di terminal container al mondo. Infatti, secondo la società di consulenza marittima Drewry, la compravendita porterebbe a MSC l’8,3% del mercato globale in quel settore.

La compagnia che fa capo alla famiglia Aponte è già la più grande quando si parla di capacità di trasporto navale, e in molti si chiedono se non possa usare la sua posizione sui porti per guadagnare sulle tariffe, o semplicemente non concedendo agli avversari le migliori finestre di attracco, dilatando i loro tempi di navigazione e i loro costi.

Con la prevista messa in servizio di nuove navi, aumenterà la pressione sui terminal, il valore degli attracchi e, con essi, anche la leva di potere in mano agli Aponte. Con questo accordo, MSC diventerà una presenza dominante nel Sud-Est asiatico, in Messico e in Europa, dove si imporrà sul nodo fondamentale di Rotterdam.

Insomma, sono gli effetti dell’integrazione verticale di un gigante della logistica su un comparto che ne rappresenta la spina dorsale a far lanciare l’allarme. Certo, l’accordo prevedeva impegni legali da parte della MSC a gestire i terminal senza logiche discriminatorie, ma è risaputo che quello che è scritto sulla carta spesso non vale per questi colossi.

E lo sa bene anche Pechino. Infatti, anche se la CK Hutchinson non ha venduto i 10 porti che controlla nella Cina continentale e a Hong Kong, nel Dragone si pensa che questo passaggio di mano permetterà agli Stati Uniti di minare i propri interessi nazionali, limitando le spedizioni dalla Cina e diventando così un’arma nella guerra commerciale riaperta da Trump.

La diatriba su Panama continua a rappresentare la cartina tornasole del clima commerciale e logistico mondiale, in questa fase di frammentazione del mercato globale.

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29/05/2025

USA - Trema il castello di dazi di Trump

Un verdetto della corte di New York sul commercio internazionale ha bloccato ieri sera i super dazi sulle importazioni negli Stati Uniti varati da Donald Trump il 2 aprile scorso, nel cosiddetto “Liberation Day”, nonché quelli decretati all’inizio dell’anno contro Cina, Messico e Canada, ufficialmente per contrastare l’ingresso dell’oppiaceo fentanyl negli Stati Uniti.

Per Trump e la sua idea di rendere di nuovo grande l’America (Make America Great Again) riportandovi la manifattura soprattutto grazie ai dazi sulle importazioni si tratta di una sconfitta politica bruciante. La decisione dei giudici è arrivata su richiesta di 12 stati, guidati dall’Oregon, e associazioni imprenditoriali, a testimonianza della contrarietà al protezionismo di una parte rilevante degli Stati Uniti.

Il portavoce della Casa bianca, Kush Desai, ha reagito criticando duramente la magistratura, affermando che «non spetta ai giudici non eletti decidere come affrontare adeguatamente un’emergenza nazionale».

L’amministrazione repubblicana – attraverso il dipartimento di giustizia – ha immediatamente fatto ricorso contro la sentenza, che dunque non riporta ancora il sereno sui mercati internazionali sconvolti dall’ondata di super-dazi del “Liberation Day” (in seguito sospesi per 90 giorni in vista di possibili accordi commerciali bilaterali che l’amministrazione Trump dovrebbe raggiungere coi singoli paesi).

Perché l’alt dei giudici

Secondo le toghe, che hanno deciso all’unanimità (tre su tre), i poteri previsti in caso di “emergenza nazionale” utilizzati da Trump – bypassando il parlamento – non potevano essere utilizzati dal presidente per varare la gran parte dei dazi fin qui approvati sulle importazioni delle merci dalla Cina e dal resto del mondo. Trump avrebbe dunque agito contro la Costituzione sia avendo utilizzato una legge che non gli attribuiva alcun potere sui dazi, sia per aver bypassato il parlamento.

La corte di Manhattan sul commercio internazionale ha spiegato che: «la corte non interpreta l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) come atto a conferire tale autorità illimitata e annulla le tariffe contestate imposte ai sensi dello stesso». Questo sostanzialmente perché lo International Emergency Economic Powers Act non contiene alcun riferimento ai dazi come strumento da poter utilizzare in caso di “emergenza nazionale”.

Secondo i giudici:
Lo IEEPA non autorizza nessuno degli ordini tariffari mondiali, di ritorsione o relativi ad attività commerciali. Gli ordini tariffari mondiali e di ritorsione eccedono qualsiasi autorità concessa al Presidente dallo IEEPA per regolamentare le importazioni tramite tariffe. I dazi relativi al commercio sono inefficaci perché non affrontano le minacce indicate in tali ordini.
Che succede ora

L’ambasciatore di Pechino negli Stati Uniti, Xie Feng, ha reagito alla sentenza durante un evento presso l’ambasciata cinese, dichiarando al Washington Post che il suo governo non vuole una guerra tariffaria con nessun paese perché «pensiamo che sarebbe un gioco a somma zero; nessuno ne uscirebbe vincitore». Xie ha aggiunto che la Cina è «fermamente contraria ai dazi, ma ovviamente quando ci vengono imposti, non c'è altra scelta che reagire».

Il ricorso presentato immediatamente dall’amministrazione Trump contro la decisione dei giudici lascia il commercio internazionale in un clima di incertezza e dunque, al momento, non cambia nulla per i governi e le aziende, che continueranno a studiare come dirigere altrove parte del loro export o come indirizzarlo verso il ricco mercato americano partendo però da paesi terzi gravati da dazi meno pesanti.

Per la politica economica e tariffaria dell’amministrazione Trump si apre invece una fase, se possibile, ancora più caotica dei mesi che hanno accompagnato il varo di dazi d’ogni genere, contro tutti.

Il prossimo passaggio potrebbe essere il giudizio sui dazi di Trump da parte di una corte federale, o la decisione potrebbe essere demandata direttamente alla Corte suprema.

Secondo quanto riporta la CNN:
La corte di Manhattan si è pronunciata a favore di un’ingiunzione permanente, che potrebbe potenzialmente bloccare i dazi globali di Trump prima ancora che vengano raggiunti “accordi” con la maggior parte degli altri partner commerciali. La corte ha disposto una finestra temporale di 10 giorni di calendario per l’emissione di provvedimenti amministrativi “per rendere effettiva l’ingiunzione permanente”. Ciò significa che la maggior parte – ma non la totalità – dei dazi di Trump verrebbe bloccata se la sentenza venisse recepita in appello e, potenzialmente, anche presso la Corte suprema.

L’ordinanza di ieri sera sospende i dazi del 30 per cento imposti da Trump sulla Cina, i dazi del 25 per cento su alcuni beni importati da Messico e Canada e i dazi universali del 10 per cento sulla maggior parte dei beni in arrivo negli Stati Uniti. Non incide, tuttavia, sui dazi del 25 per cento su auto, ricambi auto, acciaio o alluminio, che erano soggetti alla Sezione 232 del Trade Expansion Act, una legge diversa da quella citata da Trump per le sue più ampie misure commerciali.
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01/05/2025

Cina-UE, riparte il dialogo (condizionato)

Se alla fine ci sarà un vero e proprio riavvicinamento o se i due blocchi si limiteranno ad accordarsi su limitati interessi comuni al momento è difficile prevederlo, ma un fatto è certo: tra la Repubblica popolare cinese e l’Unione Europea è ripartito il dialogo di fatto sospeso dal 2021, quando Pechino e Bruxelles si erano reciprocamente sanzionate ed era stato congelato il Comprehensive Agreement on Investment (Cai) a lungo negoziato tra le parti.

Si tratta per ora di contatti “obbligati”, dopo l’irruzione alla Casa bianca di Donald Trump, dalla necessità da parte sia della Cina che dell’UE di far fronte al protezionismo dell’amministrazione repubblicana provando a mantenere l’economia globale aperta agli scambi e agli investimenti.

Ricapitolando, nel prossimo mese di luglio (non c’è ancora la conferma ufficiale) i vertici dell’UE saranno a Pechino, dove incontreranno la leadership cinese per un summit tra i due blocchi che potrebbe rappresentare il momento per ufficializzare il riavvicinamento e/o singole iniziative congiunte, in occasione del cinquantenario dello stabilimento delle relazioni tra la RPC e l’UE.

Pechino ha preteso che il vertice (per prassi a rotazione) si svolgesse per la seconda volta consecutiva nella capitale cinese, dove – nell’ottobre 2023 – si è tenuto il XII EU-China Strategic Dialogue.

L’8 aprile scorso, von der Leyen ha parlato con il premier cinese Li Qiang (su richiesta dello stesso numero due del Partito comunista cinese) e il giorno successivo il commissario per il commercio, Maros Sefcovic, ha sentito il ministro del Commercio cinese, Wang Wentao.

Secondo quanto riportato dal ministero del Commercio di Pechino, nel corso della videochiamata Wang e Sefcovic si sono accordati per «avviare immediatamente i negoziati sugli impegni sui prezzi minimi dei veicoli elettrici cinesi importati nell’UE, nonché per discutere di cooperazione tra Cina e UE in materia di investimenti nell’industria automobilistica». Bruxelles è dunque disponibile a fare marcia indietro sull’aumento dei dazi (fino al 45,3 per cento) sui veicoli elettrici cinesi importati nell’UE approvato nell’ottobre scorso, nell’ambito di un’intesa più ampia con Pechino.

Durante la chiamata tra von der Leyen e Li, i due hanno concordato di monitorare gli effetti di distorsione sugli scambi globali derivanti dai dazi varati dall’amministrazione Trump.

Da parte dell’Unione Europea c’è in particolare il timore che un’ondata di prodotti cinesi a basso prezzo – in precedenza destinati agli Stati Uniti – possa essere dirottata verso l’Europa, aumentando la pressione sui produttori comunitari.

Dall’insediamento di Trump, il 20 gennaio scorso, le due parti hanno iniziato a riavvicinarsi. In realtà Pechino si stava preparando da tempo e, in vista di un possibile ritorno di Tariff Man, la sua diplomazia ha portato avanti negli ultimi due anni un intenso pressing diplomatico nei confronti dell’UE e dei singoli paesi membri.


Ursula von der Leyen, il giorno seguente l’insediamento di Trump ha pronunciato al World Economic Forum un discorso con parziali aperture alla Cina, citata 14 volte. La presidente della Commissione UE non è mai stata tenera con Pechino, eppure, nel suo discorso a Davos ha sottolineato che:
“Molti credono – anche in Cina – che sarebbe nell’interesse a lungo termine della Cina gestire in modo più responsabile i propri squilibri economici. Questa è anche la nostra opinione. E credo che dobbiamo interagire in modo costruttivo con la Cina, per trovare soluzioni nel nostro interesse comune.
Il 2025 segna 50 anni di relazioni diplomatiche della nostra Unione con la Cina. Lo considero un’opportunità per approfondire le nostre relazioni con la Cina e, ove possibile, anche per espandere i nostri legami commerciali e di investimento. È tempo di perseguire un rapporto più equilibrato con la Cina, in uno spirito di equità e reciprocità. Questo nuovo impegno con i paesi di tutto il mondo non è solo una necessità economica, ma è anche un messaggio per il mondo. È la risposta dell’Europa alla crescente concorrenza globale.”
Il Parlamento di Strasburgo – l’organismo comunitario che più degli altri negli ultimi anni ha criticato la Cina – nelle ultime settimane ha confermato che sono state cancellate le restrizioni agli incontri tra i parlamentari Ue e funzionari cinesi in vigore da aprile 2023: un’apertura verso la ripresa di un dialogo politico pieno.

Le linee guida depennate stabilivano che «le controparti ufficiali (parlamentari) non saranno invitate a visitare il Parlamento europeo» e che non ci saranno “missioni ufficiali” in Cina finché le sanzioni (quelle cinesi del 2021, ndr) rimarranno in vigore, «a meno che la missione non includa almeno un membro» che sia stato sanzionato. Inoltre, disponevano che i contatti bilaterali tra funzionari fossero «limitati ai titolari di cariche e che i servizi del parlamento ne venissero informati». Idem per gli incontri nei forum multilaterali.

Negli ultimi giorni da Bruxelles hanno fatto sapere che le discussioni sulla rimozione delle sanzioni varate da Pechino nel 2021 nei confronti di parlamentari ed entità dell’Unione Europea «stanno continuando e sono giunte alla fase finale». Così un portavoce dell’UE ha confermato le voci che si rincorrevano da settimane, secondo le quali Pechino sta per cancellare le sanzioni varate il 22 marzo 2021. Una rappresaglia che arrivò in risposta a sanzioni “storiche”, le prime imposte dall’Ue contro la Repubblica popolare cinese (per la violazione dei diritti dell’uomo nella regione cinese del Xinjiang).

A lavorare alla cancellazione di quelle sanzioni sono stati, da parte europea, soprattutto la presidente del parlamento UE, Roberta Metsola, mentre la diplomazia di Pechino non ha mai fermato la sua azione di lobbying in tal senso. Non è chiaro se anche l’UE cancellerebbe contestualmente le sanzioni varate quello stesso 22 marzo 2021 contro un gruppo di funzionari del Partito comunista cinese.

Metsola, «informerà innanzitutto i leader dei gruppi parlamentari una volta ricevuta la conferma ufficiale da parte delle autorità cinesi della revoca delle sanzioni». «È sempre stata intenzione del parlamento europeo far revocare le sanzioni e riprendere le relazioni con la Cina», ha aggiunto il portavoce.

Le sanzioni del 2021 avevano causato immediatamente il congelamento del Comprehensive Agreement on Investment, il trattato bilaterale sugli investimenti negoziato per anni tra Pechino e Bruxelles.

È improbabile che la distensione tra Cina e UE possa portare al varo del CAI così com’era (un’intesa considerata “superata” da più parti), ma è chiaro che nel nuovo scenario internazionale Pechino e Bruxelles potrebbero trovare nuove intese su investimenti e commercio a tutela dei rispettivi interessi minacciati dalla nuova amministrazione Usa.

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