Nel suo libro “Quattro Futuri: La Vita Dopo il Capitalismo”, il direttore di Jacobin, Peter Frase, descrive quattro sistemi radicalmente diversi che potrebbero plasmare il futuro della politica e dell’economia globale: comunismo, rentismo*, socialismo e sterminismo.
Ognuno di questi è una proposta ambiziosa, ma prima che uno qualsiasi di essi si affermi, è più probabile che assisteremo a un’altra fase del capitalismo che incorporerà elementi di diversi di essi.
Questa transizione potrebbe durare fino alla metà del secolo. È improbabile che il capitalismo muoia facilmente nel breve o medio termine, eppure non può sopravvivere indefinitamente nella sua forma attuale. La trasformazione economica e politica è diventata inevitabile e il Mondo intero ne sta vivendo le difficoltà.
La transizione porterà nuove alleanze e collaborazioni in evoluzione, insieme a mosse diplomatiche e militari che spesso si contraddicono a vicenda.
Rotte energetiche sotto pressione
La ricerca di equilibri temporanei nella politica globale riflette le molteplici crisi che affliggono l’economia mondiale. I dati relativi al primo semestre del 2026 offrono un quadro rivelatore.
Secondo il rapporto periodico Prospettive e Statistiche del Commercio Globale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, il volume degli scambi commerciali globali ha superato le aspettative, crescendo del 3,5% nonostante le interruzioni causate dalla guerra in Medio Oriente. Le catene di approvvigionamento si sono adattate alle interruzioni nei mercati dell’energia, dei fertilizzanti e dei trasporti.
Sebbene le esportazioni di petrolio greggio dal Medio Oriente siano diminuite di circa il 24% su base annua nel primo semestre del 2026 e le esportazioni di gas naturale liquefatto siano calate del 47%, l’aumento delle spedizioni da altri fornitori ha limitato il calo globale al 6% per il petrolio greggio e a solo l’1% per il gas naturale liquefatto.
Anche i mercati dei fertilizzanti si sono adeguati grazie all’ingresso di fornitori alternativi, sebbene i prezzi rimangano elevati.
I flussi commerciali sono stati reindirizzati attraverso porti e corridoi alternativi, mentre il traffico globale di container è aumentato del 3,9% fino a luglio.
Di conseguenza, l’Organizzazione Mondiale del Commercio ha rivisto al rialzo le sue previsioni di crescita del commercio di merci per il 2026, portandole dall’1,9% al 3,9%, con una crescita prevista al 4,1% nel 2027.
Il boom del commercio legato all’intelligenza artificiale
La forte domanda associata agli investimenti nell’Intelligenza Artificiale ha contribuito a compensare i danni causati dalla guerra in Medio Oriente.
Semiconduttori, server e altri beni che sostengono l’Intelligenza Artificiale hanno rappresentato il 47% dell’aumento del valore del commercio globale di merci durante la prima metà del 2026. Il commercio di questi prodotti è aumentato del 67% su base annua, accelerando un’espansione già evidente nei due anni precedenti.
Tuttavia, i benefici derivanti dagli investimenti nell’Intelligenza Artificiale e dall’espansione del commercio sono stati distribuiti in modo diseguale. Il commercio di servizi e le regioni esposte ai combattimenti hanno sofferto maggiormente.
Si prevede, ad esempio, che il commercio di servizi commerciali crescerà solo del 3,3% quest’anno, un dato nettamente inferiore alla precedente previsione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio del 4,8%.
Nonostante guerre e tensioni geopolitiche, il commercio globale ha continuato a funzionare, con le catene di approvvigionamento che si sono adattate alle interruzioni e le spedizioni che si sono spostate verso rotte e fornitori alternativi.
Il commercio sopravvive alle fratture
Un nuovo modello sta emergendo man mano che l’economia mondiale si adatta alla frammentazione geopolitica. Circa un quinto del commercio globale di merci avviene tra economie geopoliticamente distanti tra loro.
I conflitti in Medio Oriente e i crescenti rischi logistici stanno rimodellando le rotte commerciali. Mentre gli scambi commerciali tra Stati Uniti e Cina sono diminuiti, le relazioni commerciali con l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN) e il Messico continuano ad espandersi.
La concentrazione della produzione strategica in determinati Paesi rappresenta un’ulteriore vulnerabilità. La Cina domina la fornitura di magneti per motori elettrici, i Paesi Bassi e il Giappone occupano posizioni cruciali nella produzione di apparecchiature per semiconduttori e Taiwan rimane centrale nella produzione di microprocessori avanzati.
Eppure, al di là di questa apparente resilienza, il Fondo Monetario Internazionale individua tre principali minacce per l’economia globale: gli elevati prezzi dell’energia, il crescente debito pubblico e la rapida espansione degli investimenti nell’Intelligenza Artificiale.
I costi energetici alimentano l’inflazione, mentre l’aumento del debito rende sempre più difficile il finanziamento. L’Intelligenza Artificiale promette notevoli incrementi di produttività, ma le sue enormi esigenze finanziarie introducono ulteriori rischi in un sistema già sotto pressione.
La politica dell’austerità
La prossima sfida non sarà semplicemente chi produce di più, ma chi riesce a produrre in modo più efficiente.
I guadagni di produttività derivanti dall’Intelligenza Artificiale potrebbero diffondersi rapidamente, ma relativamente pochi Paesi sono in grado di beneficiarne appieno. Le disuguaglianze che ne derivano rischiano di acuire le divisioni economiche e politiche esistenti.
Nel frattempo, il boom dell’Intelligenza Artificiale sta generando pressioni inflazionistiche. Le spese in conto capitale, che raggiungono migliaia di miliardi di dollari, insieme ai costi operativi che ammontano a centinaia di miliardi, stanno mettendo a dura prova le risorse finanziarie.
Le difficoltà di approvvigionamento di beni essenziali, dovute alle guerre in Medio Oriente e in Ucraina, potrebbero protrarsi fino al 2027. L’aumento dei rendimenti obbligazionari, inoltre, manterrà i governi con un debito eccessivo, sotto crescente pressione sui bilanci.
Le economie avanzate sono tra le più esposte. Gli shock energetici e alimentari continuano a spingere l’inflazione, mentre i programmi di elettrificazione e la crescente domanda di elettricità da parte dei centri dati mettono a dura prova i sistemi energetici.
Guerre tariffarie, spese militari e indebitamento pubblico non faranno che aumentare la pressione.
La direttrice generale del Fondo Monetario Internazionale, Kristalina Georgieva, ha sottolineato la necessità di disciplina monetaria e di decisioni fiscali difficili, poiché i governi si trovano ad affrontare queste pressioni.
Tra i Paesi che si trovano ad affrontare le maggiori difficoltà figurano Stati Uniti, Giappone, Regno Unito, Francia, Italia e Germania.
In Francia, gli sforzi per imporre tagli alla spesa e avvicinare il deficit di bilancio al limite di Maastricht del 3% del PIL hanno incontrato una forte resistenza popolare. Il potere d’acquisto si è deteriorato, i servizi pubblici ne hanno risentito e l’austerità è diventata un terreno di scontro politico.
Anche il Giappone si trova ad affrontare difficoltà economiche, con il Primo Ministro Sanae Takaichi sotto pressione per conciliare le richieste dell’opinione pubblica con i vincoli di bilancio del Paese.
La stessa battaglia tra austerità e tenore di vita si profila all’orizzonte anche in altre economie avanzate, in particolare in Europa.
Il neoliberismo raggiunge il punto di ebollizione
Il neoliberismo è sotto pressione da anni. Ora la situazione sta per precipitare. Le economie nazionali e il sistema finanziario internazionale non possono continuare indefinitamente sulle stesse basi.
Si consideri l’enorme volume del debito. Secondo l’Istituto di Finanza Internazionale, il debito globale ha raggiunto i 365.500 miliardi di dollari (326,4 mila miliardi di euro) nella prima metà del 2026, con un aumento di oltre 10.000 miliardi di dollari (8.930 miliardi di euro).
L’aumento dei costi di finanziamento e l’enorme fabbisogno di finanziamento pubblico hanno già scosso i mercati obbligazionari.
Il Governatore della Banca d’Inghilterra, Andrew Bailey, ha messo in guardia sui pericoli che corrono i governi la cui capacità fiscale è stata ridotta dalla debole crescita e dai ripetuti shock economici.
Quando i costi di finanziamento aumentano mentre la crescita si indebolisce, il debito diventa più difficile da gestire. I governi subiscono una pressione crescente per aumentare la spesa, anche se gli investitori richiedono rendimenti più elevati per finanziarla.
La fine del denaro facile
Le prospettive economiche del Fondo Monetario Internazionale di ottobre descrivono un’economia globale che rimane resiliente ma sempre più vulnerabile alle pressioni fiscali, al rinnovarsi delle tensioni commerciali e a un’inversione di tendenza nelle aspettative di investimento nell’Intelligenza Artificiale.
L’era del credito a basso costo sta volgendo al termine, ponendo fine a quasi due decenni di denaro facile.
Per gran parte del periodo successivo alla crisi finanziaria del 2008, i bassi tassi di interesse hanno consentito ai responsabili politici un ampio margine di manovra. Questo contesto sta scomparendo con l’aumento dei costi del servizio del debito.
Nel frattempo, le aspettative legate all’Intelligenza Artificiale continuano a spingere al rialzo i mercati azionari. I principali produttori asiatici di microprocessori e apparecchiature correlate stanno registrando una crescita straordinaria delle esportazioni.
Tuttavia, l’entusiasmo per l’Intelligenza Artificiale è diventato eccessivo. Le valutazioni sono gonfiate dalle aspettative di utili futuri che potrebbero non concretizzarsi mai nella misura prevista dagli investitori.
La bolla dei titoli tecnologici non può espandersi all’infinito. L’unica domanda è come e quando arriverà il momento della resa dei conti.
I mercati obbligazionari sono già alle prese con pressioni strutturali intensificate dalla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio.
Shock climatici e crisi alimentare
La crescente interazione tra i cicli climatici naturali e l’aggravarsi della crisi climatica minaccia di aggravare i problemi di approvvigionamento alimentare mondiale.
Un El Niño intenso, un riscaldamento periodico delle acque dell’Oceano Pacifico che sconvolge i modelli meteorologici in tutto il Mondo, potrebbe causare siccità prolungate, piogge eccessive e gravi danni alla produzione agricola, facendo lievitare i prezzi dei prodotti alimentari e gonfiando le pressioni inflazionistiche.
I Paesi dell’America Centrale sono esposti a rischi di siccità ricorrenti, mentre le piogge monsoniche sempre più irregolari minacciano la produzione agricola in alcune zone dell’Asia.
Anche l’Europa ha subito ondate di calore intense e bassi livelli idrici, con conseguenti interruzioni della navigazione lungo importanti corsi d’acqua come il Reno e il Danubio, e una riduzione del traffico fluviale che potrebbe costare miliardi di euro.
L’impatto sui prodotti agricoli potrebbe essere considerevole, in particolare per zucchero, semi oleosi, olio di palma e riso, la cui produzione è altamente vulnerabile alla siccità e alle piogge eccessive. Per i Paesi più poveri, già alle prese con elevati costi di importazione, un ulteriore aumento dei prezzi dei prodotti alimentari potrebbe aggravare le carenze e rendere i beni di prima necessità sempre più inaccessibili.
Di conseguenza, il Fondo Monetario Internazionale e altre istituzioni internazionali potrebbero trovarsi ad affrontare crescenti richieste di assistenza finanziaria da parte dei Paesi che faticano a garantire un approvvigionamento alimentare adeguato.
Una tregua temporanea nelle guerre commerciali
L’indebitamento globale record e la possibilità di un altro crollo del mercato obbligazionario rimangono tra i maggiori pericoli per il sistema finanziario.
Una brusca correzione dei titoli tecnologici potrebbe aggravare il danno, innescando potenzialmente una più ampia instabilità finanziaria e persino una crisi bancaria.
Quasi nessun Paese può sfuggire agli effetti di prolungate carenze di approvvigionamento e dell’aumento dei prezzi, in particolare di energia e cibo. Con il debito globale a livelli record e i mercati finanziari sempre più vulnerabili, l’economia mondiale ha un disperato bisogno di respiro.
La guerra dei dazi tra Washington e Pechino ha subito una temporanea tregua in vista delle elezioni di medio termine negli Stati Uniti, sebbene ciò che seguirà rimanga incerto. Le economie avanzate europee sono già sottoposte a forti pressioni economiche, mentre i crescenti costi della crisi climatica aggravano le loro difficoltà.
Né Washington né l’Unione Europea possono permettersi facilmente un altro scontro militare di vasta portata, per quanto avventata possa rivelarsi la loro dirigenza politica.
Sia gli Stati Uniti che la Cina hanno validi motivi per allentare la tensione, almeno temporaneamente. Una guerra commerciale incontrollata infliggerebbe ulteriori danni al commercio, agli investimenti tecnologici e alla stabilità finanziaria, mentre un periodo di relativa calma potrebbe dare alle loro economie in difficoltà un margine di manovra.
Il terreno scivoloso della multipolarità
È improbabile che il mondo si divida nettamente in due blocchi ostili come accadde durante la Guerra Fredda. Al contrario, sta emergendo una forma di multipolarità più fluida e pericolosa, in cui i Paesi possono cooperare militarmente con gli Stati Uniti, mantenere relazioni economiche con la Cina e perseguire collaborazioni energetiche con la Russia contemporaneamente.
La multipolarità è diventata una necessità, ma finché non saranno stabilite le regole e gli equilibri di potere, ogni ulteriore centro di influenza comporta un altro potenziale scontro.
Anche una soluzione temporanea in Ucraina difficilmente garantirebbe una pace duratura in Europa, dove la NATO e l’Unione Europea potrebbero cercare nuove arene di confronto con la Russia, che si tratti dei Paesi baltici, della Moldavia o di Kaliningrad.
Nessuna tregua per l’Asia occidentale
Mentre le grandi potenze cercano soluzioni temporanee altrove, l’Asia Occidentale rimane un campo di battaglia, con le sue popolazioni che pagano il prezzo più alto. La geografia dell’instabilità si estende dal Marocco all’Afghanistan, da Cipro all’Iran e dalla Turchia all’Oman, ben oltre il territorio tradizionalmente associato al cosiddetto “Progetto del Grande Medio Oriente” di Washington.
Anche il Corno d’Africa è entrato a far parte di questi calcoli, con Etiopia, Eritrea, Somalia, Puntland, Somaliland e Gibuti coinvolti nella lotta per le rotte marittime, le posizioni militari e i corridoi commerciali. L’Accordo di Difesa Congiunta della Mecca, firmato da Arabia Saudita, Turchia e Pakistan in agosto, riflette la crescente dipendenza dagli accordi militari regionali.
Il patto è stato attivato in ottobre nel contesto del rinnovato confronto tra Arabia Saudita e Yemen, sebbene Ankara abbia escluso l’invio di truppe a sostegno di Riad, offrendo invece supporto difensivo. L’Imperialismo Occidentale si sta rivolgendo sempre più alle potenze regionali per controllare la regione e salvaguardare i propri interessi, lasciando ai suoi “gendarmi” appena nominati il compito di togliere le castagne dal fuoco.
Notti insonni nei palazzi
In tutto il Medio Oriente, si stanno elaborando piani per nuovi gasdotti, ferrovie, autostrade e corridoi commerciali per aggirare gli Stretti di Hormuz e Bab al-Mandab. Persino i confini entrano a far parte dei calcoli, mentre le potenze regionali rivalutano le proprie posizioni e si preparano a ulteriori sconvolgimenti.
L’Asse della Resistenza non è stato distrutto e l’Arabia Saudita ha faticato a sottomettere le Forze Armate Yemenite allineate ad Ansarallah, nonostante anni di interventi militari.
Il Bahrein rimane vulnerabile a nuove rivolte tra la sua maggioranza Sciita, mentre il Libano si trova ad affrontare la minaccia di un’altra guerra interna. Le tensioni persistono intorno a Cipro e Israele e Turchia sono impegnate in un’aspra lotta per l’influenza in Siria, dove interessi contrastanti si intersecano sempre più con i piani per nuovi corridoi energetici.
A Damasco, il Presidente siriano autoproclamato Ahmad al-Sharaa, ex capo di Al-Qaeda noto come Abu Mohammad al-Julani, è tirato in direzioni diverse dalle potenze regionali e internazionali. Resta da vedere per quanto tempo riuscirà a rimanere al potere, destreggiandosi tra le loro esigenze contrastanti.
Nel frattempo, le monarchie del Golfo hanno investito somme ingenti nella trasformazione delle loro economie, da centri di esportazione energetica a poli di eccellenza per la tecnologia finanziaria, l’Intelligenza Artificiale, le infrastrutture dati, il settore immobiliare e il commercio internazionale.
Le loro ambizioni, sostenute da investimenti per migliaia di miliardi, si scontrano ora con le conseguenze di una guerra che ha messo a nudo la vulnerabilità delle infrastrutture stesse su cui si basano i loro piani di diversificazione.
Avendo già subito perdite considerevoli, i sovrani del Golfo potrebbero dover attendere un’altra primavera per realizzare le loro ambizioni post-petrolifere. Nei loro sontuosi palazzi, i Re e gli Emiri del Golfo dormono ora nell’inquietudine, temendo una rivoluzione interna e attacchi missilistici dall’estero.
Note
* Il rentismo (o capitalismo rentista) è un sistema economico e sociale in cui il reddito principale non deriva dal lavoro produttivo, dall’innovazione o dalla creazione di beni e servizi, ma dallo sfruttamento di posizioni di vantaggio, di proprietà o di rendite finanziarie.
** Lo sterminismo (o tesi sterminazionista) è il termine storiografico utilizzato per indicare la tesi scientifica secondo cui lo Stato Nazista programmò e attuò deliberatamente lo sterminio sistematico e di massa degli ebrei (la Shoah) e di altre minoranze durante la Seconda Guerra Mondiale)
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
29/10/2026
L’economia mondiale ha i giorni contati
26/09/2026
Il fronte cibernetico del porto
Una nave portacontainer arriva in porto e si ferma sotto una fila di gru portuali alte quanto un palazzo. Le loro braccia si allungano sopra il ponte, agganciano uno dei container impilati a bordo e lo spostano a terra. È una coreografia che si ripete migliaia di volte al giorno in ogni grande porto del mondo, con una precisione crescente e tempi sempre più ridotti. Da operazioni simili dipende buona parte del commercio mondiale e del suo ritmo.
A prima vista, una gru portuale (in gergo: ship-to-shore) sembra soprattutto una grande struttura meccanica, quasi un residuato industriale: acciaio, motori, cavi e carrucole costruiti per sollevare decine di tonnellate. La verità è che le gru installate nei grandi porti contemporanei sono ormai inserite all’interno di ecosistemi digitali molto complessi, piene come sono di sensori che controllano posizione, velocità e oscillazione dei container; software che coordinano i movimenti; strumenti per comunicare con gli altri dispositivi del porto e delle navi, ecc.
La trasformazione di strumenti meccanici in dispositivi digitali non riguarda peraltro solo le gru, ma i porti nel loro complesso. Negli ultimi decenni i terminal si sono riempiti di sistemi informatici che assegnano gli spazi ai container, coordinano camion e treni, gestiscono gli ingressi in banchina, registrano i movimenti delle merci e stabiliscono in quale ordine una nave debba essere caricata o scaricata. Nei terminal più automatizzati, parte delle operazioni che un tempo richiedevano centinaia di lavoratori viene oggi eseguita o coordinata da software, sensori e veicoli autonomi. E i progressi dell'intelligenza artificiale – in termini soprattutto di computer vision, IoT/sensori, digital twin e veicoli autonomi – promettono di rendere la tendenza ancora più evidente in futuro.
Tanta efficienza è necessaria perché nei porti il tempo costa più che altrove. Una nave ferma anziché in viaggio consuma enormi risorse finanziarie. Una colonna di tir in coda perché c’è stato un errore nell’assegnazione di uno slot di carico è un danno che si ripercuote a cascata su migliaia di altri trasporti. Per questo conoscere con precisione e rapidità dove si trova un container, quanto spazio rimane su un cargo, in quale ordine vanno caricate o scaricate le stive è un fattore fondamentale per ridurre tempi e costi e aumentare l’efficienza logistica.
Più efficiente diventa la logistica, più facile ed economica risulta l’organizzazione di catene produttive distribuite su migliaia di chilometri, ovvero la struttura industriale alla base del sistema produttivo contemporaneo. La digitalizzazione dei porti è, in altre parole, uno degli sviluppi tecnologici che hanno permesso alla globalizzazione di funzionare con l’enorme fluidità ed efficienza raggiunta negli ultimi decenni.
Questa stessa trasformazione ha però prodotto altre conseguenze: un porto più digitalizzato è efficiente, ma è anche più vulnerabile ad attacchi informatici e ad altri generi di sabotaggio tecnologico. Ed è così che, di recente, anche i macchinari portuali hanno iniziato a diventare una questione cyber e geopolitica.
Il problematico dominio di ZPMCIl caso più evidente è quello delle gru prodotte da Shanghai Zhenhua Heavy Industries Company, meglio nota come ZPMC. L’azienda cinese è diventata negli ultimi trent’anni il principale produttore mondiale di gru portuali e le sue macchine sono oggi presenti nei terminal di decine di paesi. Negli Stati Uniti, in particolare, ZPMC è arrivata a occupare una posizione dominante tra le gru portuali installate nei porti commerciali.
Per molto tempo questo dato ha interessato solo gli addetti ai lavori. ZPMC era semplicemente un’azienda che vendeva macchinari grandi, costosi e difficili da produrre a clienti che avevano bisogno di movimentare un numero crescente di carichi nel minor tempo possibile. La sua espansione era, prima di tutto, una storia industriale: quella di un’azienda che, come molte altre realtà cinesi, era riuscita a conquistare un settore altamente specializzato grazie alla capacità produttiva, ai prezzi competitivi e alla possibilità (pure questa logistica) di consegnare in tutto il mondo delle gru già quasi completamente assemblate.
Poi sono arrivati gli anni Venti ed è mutato il contesto politico. Negli Stati Uniti del post-Covid la crescente competizione con la Cina ha trasformato progressivamente alcune dipendenze industriali in problemi di sicurezza nazionale. È accaduto con i semiconduttori, con le apparecchiature per le telecomunicazioni, con le batterie, con una lunga serie di tecnologie e materie prime considerate critiche.
E alla fine è arrivato anche il turno delle gru. Macchinari che fino a pochi anni prima venivano raccontati soprattutto come moltiplicatori di efficienza hanno cominciato a essere descritti col vocabolario del rischio. Ci si è iniziati per esempio a domandare come fosse possibile che un componente industriale prodotto da un’azienda cinese, contenente hardware e software provenienti da una filiera internazionale, non solo fosse finito in ogni molo d’America (quelle ZPMC rappresentano quasi l’80% delle gru portuali presenti negli Stati Uniti), ma avesse libero accesso ad alcune delle reti infrastrutturali più importanti dell’economia statunitense.
Normali gru o spie cyber?Nel febbraio del 2024, l’amministrazione Biden è così intervenuta sulla cybersecurity dei porti statunitensi, dedicando particolare attenzione proprio alle gru ship-to-shore prodotte in Cina. Il timore era che sistemi di comunicazione, accessi remoti o altre componenti digitali potessero essere sfruttati per raccogliere informazioni o, in uno scenario più grave, interferire con le operazioni portuali. Nacque così sui media l’espressione “gru-spia”, che evocava l’immagine di queste enormi mantidi d’acciaio cinesi affacciate sui porti americani, le quali, oltre a spostare container, avrebbero potuto rappresentare una specie di cavallo di Troia digitale.
Era un’immagine potente, ma anche una semplificazione della realtà politica dietro il fenomeno. Il problema delle gru ZPMC non si limita alla eventuale, presunta, e tutta da dimostrare, volontà cinese di sabotare la logistica statunitense o mondiale. Il problema delle gru ZPMC ha a che fare con il difficilissimo ripensamento di un sistema industriale internazionale che per decenni ha ricercato l’efficienza estrema, ma che, negli ultimi anni, è diventato politicamente sempre più spaventato da se stesso. E questo genera alcuni paradossi.
Il primo paradosso è che una gru ZPMC non è, in realtà, interamente cinese. Come molti oggetti industriali complessi del nostro tempo, è il risultato di una catena di fornitura internazionale. Al suo interno contiene motori, sensori e componenti prodotti da aziende europee, giapponesi o americane, assemblati in Cina e infine installati in un porto dall’altra parte del mondo. Una filiera così stratificata è una caratteristica normale dell’industria contemporanea, ma rende molto difficile stabilire dove cominci e dove finisca il rischio associato a una determinata tecnologia.
Eliminare una gru cinese da un porto americano, per esempio, non significa necessariamente eliminare tutti i componenti critici cinesi dall’infrastruttura del porto. Allo stesso modo, sostituire una gru cinese con una macchina europea o giapponese non solo costa di più, ma non garantisce necessariamente che questa non utilizzi a sua volta componenti o subfornitori cinesi in qualche punto della sua catena di fornitura (che è la ragione per cui la burocrazia del protezionismo è una delle questioni tecnicamente più complesse al mondo).
Nel caso di una gru portuale, poi, la questione si complica ulteriormente perché il prodotto non termina ai confini della macchina. Una volta installata, la gru viene collegata all’ecosistema digitale del terminal. Deve comunicare con altri sistemi, essere aggiornata, diagnosticata, riparata. Le configurazioni variano da porto a porto e alcune macchine possono essere controllate, programmate o assistite da remoto.
Nel corso delle indagini condotte nel 2023 e nel 2024 dal Congresso USA furono trovati modem cellulari installati su alcune gru ZPMC o all’interno delle infrastrutture di rete che le servivano. In alcuni casi, secondo le commissioni parlamentari che condussero l’indagine, quegli apparati non erano esplicitamente previsti dai contratti stipulati dai porti. ZPMC aveva inoltre richiesto in diverse occasioni accesso remoto alle proprie gru, ufficialmente per attività di diagnostica e manutenzione.
Nessuna di queste caratteristiche, presa isolatamente, è la cosiddetta “smoking gun”. D’altra parte, un modem può avere una funzione perfettamente legittima e l’accesso da remoto, quando possibile, è comune nella manutenzione delle apparecchiature industriali, visti i grossi risparmi che permette. Il problema è che la stessa funzione che permette a un ingegnere di diagnosticare un guasto a distanza può, se progettata o configurata (magari intenzionalmente) male, trasformarsi in un punto di accesso per qualcun altro.
Le indagini statunitensi hanno quindi mostrato vulnerabilità e possibilità di accesso, ma non hanno dimostrato che Pechino abbia effettivamente utilizzato le gru ZPMC per spiare o sabotare i porti statunitensi. Nel rapporto sulle minacce informatiche al sistema marittimo pubblicato nel 2025, la Coast Guard precisava che i propri specialisti non avevano osservato attività malevole sulle o attraverso le gru, pur ritenendo che le vulnerabilità individuate le rendessero possibili.
È una distinzione importante: una vulnerabilità informatica può essere una falla tecnica, ma non indica inequivocabilmente la volontà di arrecare un danno. Una backdoor deliberatamente inserita da un produttore è invece qualcosa di diverso, perché implica intenzionalità. Dimostrare infine che l’eventuale backdoor individuata sia stata effettivamente utilizzata da uno Stato per attività di spionaggio richiede un ulteriore salto probatorio.
Il paradosso della globalizzazioneEd è qui che rischio informatico effettivo e percezione del rischio geopolitico (con tutti i pregiudizi che essa comporta) finiscono per sovrapporsi. Un governo che si occupa della sicurezza di infrastrutture essenziali non può soltanto domandarsi se qualcuno abbia già sfruttato una vulnerabilità o se esista per errore o per dolo, ma deve soprattutto chiedersi, e a maggior ragione nel caso di un porto, se qualcuno potrebbe usarla in futuro e con quali effetti. Bloccare un grande terminal significa infatti rallentare l’arrivo di generi alimentari, di farmaci, di componenti industriale e, in caso di conflitti, di materiale destinato alle forze armate. La vulnerabilità di un porto può avere conseguenze che si propagano nell’entroterra per migliaia di chilometri.
Ma proprio perché il ragionamento riguarda non ciò che accade o è accaduto ma ciò che potrebbe accadere, diventa difficile stabilire quale sia un livello di rischio accettabile. Se fosse necessario eliminare da qualunque infrastruttura critica ogni tecnologia potenzialmente vulnerabile, o riconducibile a un avversario politico, bisognerebbe ricostruire interamente le catene di fornitura mondiali.
Il problema è che le dipendenze tecnologiche – nei porti o nei data center – non nascono per caso e soprattutto non scompaiono rapidamente. ZPMC ha conquistato il mercato perché per decenni ha fatto esattamente ciò che il sistema economico globale chiedeva ai suoi fornitori: produrre su larga scala, contenere i costi, aumentare l’efficienza e consegnare in tutto il mondo.
ZPMC ha conquistato e dominato il settore per anni perché era un produttore capace non soltanto di costruire enormi gru, ma anche di assemblarle, trasportarle via mare e installarle direttamente nei terminal, offrendo ai propri clienti un vantaggio economico e di efficienza molto concreto. Per un porto che deve aumentare rapidamente la propria capacità, la provenienza geografica dei macchinari è stata per molto tempo una questione secondaria rispetto al prezzo, ai tempi di consegna e alle prestazioni.
Per trent’anni aziende e governi hanno costruito le loro supply chain partendo dall’idea che contasse solo l’efficienza: se un’azienda era in grado di produrre una gru migliore o più economica, aveva senso acquistarla. Se assemblare un prodotto dall’altra parte del mondo consentiva di abbassarne il prezzo, era razionale organizzare la produzione in quel modo. E la possibilità di spostare merci rapidamente, e con costi relativamente bassi, rendeva tutto questo molto conveniente. La posizione di quasi monopolio del settore raggiunta da ZPMC non è dunque un’anomalia della globalizzazione. Al contrario, è la dimostrazione del suo successo.
La vicenda delle “gru-spia” cinesi ci mostra quindi cosa succede quando la stessa logica che si è esaltata per anni viene filtrata attraverso un paradigma politico diverso e un clima di scarsa fiducia internazionale. La globalizzazione aveva entusiasticamente costruito la propria efficienza sulla convinzione che l’interdipendenza fosse soprattutto una risorsa. La competizione geopolitica contemporanea dà invece priorità all’ipotesi opposta: che ogni interdipendenza sia anche, almeno potenzialmente, una vulnerabilità. E così facendo non sta mettendo in discussione soltanto gli effetti della globalizzazione (chi dipende da chi, dove vengono prodotti i beni o chi controlla determinate tecnologie), ma anche gli strumenti materiali con cui la globalizzazione stessa funziona.
12/06/2026
L’export UE verso gli USA diminuisce, ma è più interessante il caso cinese
I dazi commerciali imposti dall’amministrazione Trump sembrano iniziare a sortire qualche effetto sull’economia europea. Secondo gli ultimi dati rilasciati da Eurostat, nei primi tre mesi del 2026 il valore dei beni scambiati tra UE e USA è crollato di circa il 30% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Una contrazione che equivale a quasi un terzo delle esportazioni europee verso gli States e che rappresenta uno dei peggior trend commerciali degli ultimi anni per Bruxelles. Bisogna però comprendere i dati, non solo riportarli. Nel primo trimestre dell’anno scorso c’è stata un’impennata delle esportazioni, soprattutto di prodotti chimici e annessi, proprio perché era scattato l’allarme sulla guerra commerciale trumpiana.
Effettivamente, il valore delle merci esportate negli USA è diminuito velocemente, con una brusca frenata dopo l’accordo negoziato dalla Commissione Europea con Washington nell’agosto del 2025, che prevedeva l’introduzione di una tariffa del 15% su diverse categorie di merci. Il rialzo del primo trimestre del 2026 non ha fatto recuperare il terreno perso rispetto ai livelli dell’export raggiunti dal 2023 in poi.
Ma stando alle informazioni di Eurostat, l’aumento del deficit commerciale statunitense negli ultimi anni era già stato parzialmente riequilibrato dall’esplosione delle importazioni europee di beni energetici in seguito alla rottura economica e commerciale con la Russia. In sostanza, bisogna prendere con le pinze qualsiasi faglia che sembri emergere nel rapporto consolidato tra i mercati delle due sponde dell’Atlantico.
Ci sono comunque elementi da tener presenti. La Casa Bianca aveva giustificato la stretta protezionistica citando un deficit commerciale superiore ai 300 miliardi di euro a favore dell’UE, anche se i dati della Commissione Europea lo attestano intorno ai 200 miliardi per il 2025. Ovviamente, i numeri sparati da Trump non considerano l’esportazione di servizi statunitensi verso la UE, che riduce il surplus a favore di quest’ultima a soli 21 miliardi di euro.
Ciononostante, la linea dura di Washington ha prevalso, colpendo i pilastri dell’export europeo. Auto e semiconduttori hanno registrato forti rallentamenti, così come il settore farmaceutico. Le eccellenze alimentari del Vecchio Continente sono state tra le più colpite, con una drastica riduzione delle quote di mercato oltreoceano, anche se rimangono marginali rispetto a veicoli, macchinari e prodotti chimici.
Ad ogni modo, gli Stati Uniti rimangono il principale mercato per l’export UE, con un volume d’affari di circa 120 miliardi di euro (pari a circa il 19% del totale delle merci esportate dai suoi membri).
Tra il primo trimestre del 2025 e il secondo dell’anno corrente le esportazioni europee verso l’Indonesia sono volate, grazie alla finalizzazione del CEPA (Comprehensive Economic Partnership Agreement), e sono cresciute verso altri partner (Australia, Canada, e altri).
Bisogna però sottolineare che l’export europeo è diminuito verso altri importanti attori. Con la Cina, il Giappone e la Turchia la flessione per lo stesso periodo si aggira intorno all’8%. A mostrare un trend che sembra davvero attestarsi in maniera strutturale in senso discendente sono le esportazioni verso il Dragone, mentre l’import è tornato a salire.
La frammentazione del mercato globale è la cornice entro la quale vanno comprese queste dinamiche, che è evidente si trovino ancora in una fase di assestamento, e dunque ampiamente soggette a cambiamenti. Tuttavia, bisognerà vedere come avanzerà il braccio di ferro tra Washington e Bruxelles.
La presidenza USA ha accusato l’UE, lo scorso mese, di non contrastare efficacemente il commercio di merci prodotte tramite lavoro forzato, minacciando nuovi dazi. Non è un moto umanitario, quello della Casa Bianca: ciò viene considerato come un danno per gli interessi della produzione stelle-e-strisce, che subisce così una concorrenza sleale.
L‘accusa del tycoon è legata, in realtà, ai ritardi europei nell’attuazione degli impegni presi con l’accordo del 2025, di cui l’implementazione finale dovrà avvenire entro la scadenza tassativa del 4 luglio. L’Europarlamento dovrà dare la ratifica decisiva il prossimo 16 giugno.
Ma l’eliminazione di molti dazi europei su vari prodotti statunitensi è vista come un pericolo sostanziale per molti settori già in affanno nel Vecchio Continente, e dunque l’esito non è scontato. La Cina, nel caso in cui si approfondisse la rottura con Washington, potrebbe rappresentare davvero l’unica àncora di salvezza di Bruxelles.
Fonte
13/05/2026
Trump a Pechino, cappello in mano e chiacchiere
Aggressività militare a parte, che ormai è quasi l’unica “specialità della casa”, Washington arranca un po’ in tutti i campi. A voler essere precisi, sta vedendo la Cina in corsia di sorpasso viaggiare a velocità doppia e non riesce a cambiare marcia. Prova a “tenere la posizione” – come nelle gare automobilistiche – con manovre al limite dello scontro (dazi, sanzioni, ecc), che hanno comunque il fiato corto.
Trump si presenta a Pechino con un bilancio di politica estera deficitario quanto a risultati e indigesto quanto a princìpi. La sua aggressività, infatti, ha prodotto un solo risultato di rilievo: il rapimento del presidente venezuelano Maduro, condannato da quasi tutto il mondo (col silenzio dell’Europa) e soprattutto dalla Cina, che ha adottato come regola ferrea la non interferenza negli affari interni di altri paesi, qualsiasi sia il loro regime politico o economico.
L’attacco all’Iran, in particolare, è esplicitamente un attacco anche al sistema di relazioni che vede Pechino al centro di uno schieramento economico-commerciale – i Brics – praticamente alternativo allo “scambio ineguale” gestito dagli Usa. Tehran ne fa parte, come peraltro anche l’Arabia Saudita, e le conseguenze della guerra di certo non fanno un piacere al Celeste Impero.
Ma neanche a Washington. Proprio mentre saliva sulla scaletta dell’aereo Trump è stato salutato dai dati sull’inflazione, salita al 3,8% in aprile a causa soprattutto dell’esplosione del prezzo dei carburanti. Ovvia derivazione della dinamica di petrolio e gas. Anche se gli Usa sono autosufficienti (anzi, addirittura esportatori netti) in fatto di idrocarburi, il prezzo internazionale si è riversato comunque su quelli alla pompa, erodendo significativamente il reddito di cittadini già alle prese con salari che non tengono più il passo.
“Le famiglie americane continuano a subire il peso dell’aumento dei costi energetici, che si aggiunge all’ondata di inflazione affrontata dalla pandemia in poi”, riferisce il sito di notizie Axios. “Inoltre, con lo Stretto di Hormuz ancora di fatto bloccato, cresce il rischio che non abbiamo ancora superato il picco di queste pressioni sui prezzi”.
Gli aumenti salariali soffrono un ritardo su quelli dei prezzi, anche perché non era stato ancora recuperato il gap sorto con la pandemia di Covid. In più, l’ingresso dell’intelligenza artificiale nei processi produttivi sta eliminando decine di migliaia di posti di lavoro di buon livello. Ed anche negli Usa i nuovi posti sono generalmente “lavoretti” a basso salario, nella ristorazione e nel commercio.
In più, i tagli operati dall’amministrazione Trump alla spesa sociale stanno portando la maggior parte delle organizzazioni no profit verso il fallimento. Questo settore comprende dalle organizzazioni delle banche alimentari e rifugi per senzatetto, ai gruppi di aiuto per immigrati. La cancellazione dei contributi federali non poteva essere compensata da quelli statali, e così milioni di persone indigenti (negli Usa ci sono oltre 100 milioni di “non occupati”, su 350 milioni di abitanti e oltre 200 “in età da lavoro”) si ritrovano abbandonate a se stesse.
Tutt’altro panorama in Cina, che da cinque anni a questa parte può vantare la cancellazione della “povertà assoluta”, pur in presenza di grandi disuguaglianze di reddito. Ma a partire da un livello di sopravvivenza assicurato a tutti (e sono 1,4 miliardi di abitanti).
Le relazioni commerciali tra i due paesi sono insomma al centro della trattativa tra Trump e Xi Jinping, e si tratta di un terreno immenso che vede Pechino esportare verso gli Usa per 453 miliardi di dollari e importare per 145.
Il tycoon aveva provato a correggere lo squilibrio con dei dazi mostruosi (anche il 145%), ma aveva dovuto fare subito marcia indietro davanti a dazi di ritorsione equivalenti e soprattutto al divieto di esportazione delle “terre rare”. Ora dovrà cercare qualche diverso tipo di accordo, ma intanto ha mollato sulla possibilità di vendere alla Cina i chip H200 di Nvidia – al terzo posto nella classifica dei più potenti della casa – sollevando qualche preoccupazione tra gli esperti di sicurezza informatica.
Forse anche per questo è stato invitato all’ultimo momento a far parte della spedizione Jensen Huang, ceo di Nvidia, che si aggiunge così agli altri “re dell’hi-tech” che tengono in pugno il tycoon: l’amministratore delegato di Tesla Elon Musk, quello di Apple Tim Cook e il ceo di Qualcomm, Cristiano Amon,
Molto pubblicizzato, a beneficio della base “Maga”, anche il cosiddetto contenzioso sul Fentanyl, che ha provocato l’anno scorso circa 40.000 morti negli Stati Uniti (erano 75.000 tre anni prima). In realtà la Cina produce una serie di sostanze chimiche considerate “precursori” della droga sintetica, che viene poi prodotta fisicamente da narcotrafficanti latino-americani. Ma gli esperti in materia spiegano che la serie dei prodotti chimici utilizzabili per questa produzione mortifera è praticamente infinita, e arriva da qualsiasi paese.
Soprattutto, però, Trump sbarca portandosi dietro la responsabilità di aver sconvolto il mercato energetico mondiale e messo in mora tutte le organizzazioni sovranazionali (dall’Onu al Wto alla Corte penale, ecc) e l’essere unanimemente considerato, in tutto il mondo, completamente inaffidabile. Un accordo con lui è scritto sull’acqua. Anche se a Pechino non mancano certo i mezzi per inchiodare gli impegni almeno su alcune questioni ritenute fondamentali.
Fonte
Donald Trump andrà in Cina portandosi dietro una montagna di problemi (e di debiti)
Il 14 e il 15 maggio Donald Trump dovrebbe recarsi a Pechino per incontrare Xi Jinping. Si tratta della prima visita di un presidente degli Stati Uniti in Cina da dieci anni: e l’ultima volta era stato lo stesso Trump.
In previsione di questa visita il segretario al Tesoro statunitense, Scott Bessent, ha chiesto alla Cina, dopo aver criticato il suo appoggio a uno “Stato terrorista” come l’Iran, di aiutare gli Stati Uniti nella risoluzione della crisi. Al di là della retorica, è molto probabile che una simile richiesta sia un atto non banale che rivela le profonde difficoltà della presidenza Trump alle prese, in primo luogo, con un debito esplosivo.
La gigantesca montagna di circa 40mila miliardi di dollari è infatti ormai in larghissima parte posseduta da americani. Il 20% fa capo ai fondi pensione dei cittadini statunitensi, il 18% alla Fed che lo sta vendendo, il 25% ai grandi gestori Usa, il 5% alle banche e il 10% ai ricchissimi cittadini statunitensi.
Il capitale estero detiene meno del 25%, il minimo storico: i rendimenti alti, dunque, servono a pagare i cittadini statunitensi, che vedono però deprezzarsi il valore dei loro titoli. È evidente che si tratta di una situazione difficilmente sostenibile: gli interessi costano troppo e il debito si svaluta rischiando di trascinare a fondo l’economia Usa. In questo quadro la guerra è troppo onerosa, Trump ha bisogno di chiuderla ma anche di ritrovare la fiducia dei compratori internazionali del debito federale per ridurre i tassi e alleggerire l’esposizione, enorme, degli statunitensi.
Ma il presidente ha un secondo problema: la corsa delle Borse Usa è garantita dai grandi fondi – quelli che hanno in portafoglio il 25% del debito federale – che forniscono liquidità ai listini statunitensi, dove dirottano i risparmi mondiali per far sovrappesare le azioni delle grandi società tecnologiche nei loro Etf, con cui, in un circolo vizioso, raccolgono quegli stessi risparmi.
L’impressione evidente è che siamo di fronte a un complicato e pericoloso gioco di moltiplicazione dei pani e dei pesci che gli Stati Uniti non possono reggere senza una almeno parziale legittimazione cinese, destinata a riparare i canali mondiali di acquisto del debito Usa e di mantenimento in vita del dollaro, grazie al quale tornare a finanziare lo stesso debito: una legittimazione che i cinesi non sembrano ormai più disposti a dare, oppure a concederla a carissimo prezzo.
La condizione degli Stati Uniti è, peraltro, aggravata dal quadro energetico globale rispetto al quale non sono affatto tranquilli. In questo momento molti dei gasdotti e degli oleodotti utilizzati negli ultimi decenni in Europa sono chiusi: l’approvvigionamento via terra passa dalla Norvegia, dall’Azerbaijan e dall’Algeria, che sono naturalmente oggetto di contesa fra i vari Paesi europei.
A questa insufficienza si sta provando a far fronte con il trasporto marittimo che è però difficilissimo per tre ragioni. La prima è la scarsità assoluta di navi da trasporto, la seconda è la difficoltà estrema di trovare chi assicura quelle navi e la terza, più importante, è costituita dalle pochissime rotte aperte. In pratica l’unica veramente sicura è quella atlantica che, naturalmente rende l’Europa ancora più dipendente dagli Stati Uniti ma che sconta, peraltro, le difficoltà di trasporto interno all’Europa stessa. Hormuz è chiuso, Yemen-Gibuti ridottissimo, Suez ridotto, Panama in difficoltà e Malacca intasatissimo.
Ciò significa un’enorme difficoltà nel trasporto anche del gas “naturale” liquefatto (Gnl) statunitense e nell’approvvigionamento del mercato delle benzine, centrale per gli Stati Uniti, dovuto all’insufficiente capacità di raffinazione degli stessi USA a cui, con il blocco dei trasporti, viene messa in crisi la decisiva possibilità di importazione.
Fonte
23/04/2026
La guerra contro l’Iran ridefinisce la “guerra dei corridoi di connettività”
Da est a ovest e da nord a sud, questi corridoi collegano praticamente tutti i principali attori dell’Eurasia.
Approfondiamo quelli che potrebbero essere i quattro vettori più importanti: il corridoio est-ovest della Nuova Via della Seta/Belt and Road Initiative (BRI), guidata dalla Cina; il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud (INSTC) Russia-Iran-India; l’IMEC (Corridoio India-Medio Oriente); e i corridoi proposti che collegherebbero la Turchia con il Qatar, la Siria e l’Iraq.
La Nuova Vie della Seta/BRI della Cina avanza attraverso una molteplicità di corridoi dallo Xinjiang all’Eurasia occidentale, compreso il Corridoio Settentrionale (attraverso la Transiberiana in Russia) e il Corridoio Centrale (attraverso il Kazakistan e il Mar Caspio verso il Caucaso e la Turchia).
L’Iran al centro dell’integrazione eurasiatica
È la geografia dell’Iran che ha posizionato il paese, fin dai tempi dell’Antica Via della Seta, come crocevia tra Oriente e Occidente; un ruolo riportato in auge dalla Nuova Via della Seta/BRI lanciata dal presidente Xi Jinping nel 2013.
Uno dei suoi vettori cruciali, incluso nell’accordo venticinquennale da 400 miliardi di dollari tra Cina e Iran firmato nel 2021, è il corridoio terrestre Cina-Iran integrato nella BRI. È essenziale per aggirare il dominio marittimo americano, la raffica di sanzioni decennali contro la Repubblica Islamica e i punti di strozzatura sensibili come lo Stretto di Malacca, lo Stretto di Hormuz e il Canale di Suez.
Il primo treno merci proveniente da Xian, l’antica capitale imperiale cinese, è arrivato al porto secco di Aprin in Iran, situato a 20 km da Teheran, inaugurato solo tre anni fa a maggio. Ciò ha segnato l’inaugurazione ufficiale di questo corridoio, riducendo i tempi di transito da un massimo di 40 giorni via mare a un massimo di 15 giorni via terra.
Aprin è un porto secco: un terminal intermodale interno, collegato direttamente via strada/ferrovia ai porti marittimi, nel Mar Caspio o nel Golfo Persico. Ciò significa che le massicce spedizioni cinesi possono accedere rapidamente alle rotte marittime globali.
Il corridoio Cina-Iran si inserisce nel più ampio corridoio est-ovest che, prima della guerra, mirava a collegare lo Xinjiang attraverso l’Asia centrale (Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan) all’Iran, alla Turchia e, più avanti, al Golfo Persico, all’Africa e persino all’Europa.
Naturalmente, la Cina potrebbe anche trarre vantaggio dal corridoio ferroviario per ricevere il petrolio iraniano, invece di fare affidamento sulla flotta fantasma iraniana, sebbene le sfide logistiche rimangano significative.
La ferrovia Cina-Iran sta già ridefinendo l’importanza del Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC), il progetto di punta della BRI che collega lo Xinjiang, attraverso l’autostrada del Karakorum, al Pakistan settentrionale e poi attraverso il Baluchistan fino al porto di Gwadar nel Mar Arabico.
Fino alla scelta di guerra del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, Pechino era incline a prestare maggiore attenzione al corridoio iraniano, considerando l’instabile situazione politica del Pakistan.
Qualunque cosa accada in futuro, l’Iran dovrà comunque destreggiarsi con cautela nell’interazione vertiginosamente complessa tra Cina e India. Dopo tutto, entrambi i membri del BRICS hanno un profondo interesse strategico nei porti iraniani, considerati porte d’accesso essenziali all’Asia centrale.
Inoltre, il porto iraniano di Chabahar, nel Sistan-Baluchistan, parte di quella che poteva essere considerata, almeno prima della guerra, la Via della Seta indiana, è in diretta concorrenza con il porto pakistano/BRI di Gwadar nel Mar Arabico, distante solo circa 80 chilometri.
Questo ci riporta ancora una volta al ruolo senza pari dell’Iran nella connettività eurasiatica. L’Iran si trova all’incrocio privilegiato di due corridoi di trasporto chiave: il vettore est-ovest guidato dalla Cina e l’INSTC, che collega tre membri del BRICS – Russia, Iran e India.
Ciò che Teheran aveva fatto, fino alla guerra, era stato allineare abilmente la sua politica multivettoriale con entrambe le potenze, Cina e India, e con entrambi i corridoi. Considerando l’allineamento dell’India con Israele proprio prima dell’attacco contro l’Iran del 28 febbraio, le cose potrebbero cambiare radicalmente in futuro.
L’INSTC si scontra con l’IMEC
L’INSTC può essere sinteticamente descritto come il vettore nord-sud dell’integrazione eurasiatica, che collega Russia, Iran e India e si intreccia con la Nuova Via della Seta cinese, che si snoda da est a ovest attraverso l’Asia centrale.
Nel maggio dello scorso anno, con una troupe professionale di cinque persone, ho girato Golden Corridor: il primo documentario al mondo, in inglese, su come l’INSTC si sviluppa all’interno dell’Iran, dal Mar Caspio al Golfo Persico e al Mar di Oman, con un’attenzione particolare a Chabahar.
Fino alla guerra, l’India era estremamente preoccupata per il potenziale investimento cinese a Chabahar – una preoccupazione confermata dalle autorità portuali durante la mia visita. Chabahar è, o almeno era, vista dagli strateghi indiani come il loro fiore all’occhiello in Iran: di fatto l’unica via praticabile per l’India verso l’Eurasia, per raggiungere i mercati dell’Asia centrale, della Russia e, infine, dell’Europa.
Non c’è da stupirsi che gli indiani fossero spaventati dalla possibilità che la Cina si assicurasse una presenza navale nell’Oceano Indiano occidentale.
Tutti gli investimenti indiani a Chabahar sono ora in sospeso. Erano già in stallo a causa delle pressioni statunitensi. La Cina, però, rimane implacabile. Guardando al futuro, Pechino ha già elaborato un piano di investimenti per la costa di Makran nel Sistan-Baluchistan, completo di un massiccio dispiegamento di aziende cinesi che collegano i porti iraniani alla BRI.
L’Iran opterà per un pragmatismo strategico, soprattutto dopo che l’India ha di fatto abbandonato la sua politica di non allineamento e la propria autonomia di fronte agli Stati Uniti: tutto ciò a causa dei calcoli superficiali e miopi del governo guidato da Narendra Modi. L’India dovrà quindi affrontare una dura battaglia se non vuole perdere il suo “gioiello della corona” persiano.
Qui vediamo ancora una volta la profonda interconnessione dei principali corridoi trans-eurasiatici. La ferrovia Cina-Iran, parte del corridoio Cina-Asia centrale-Turchia-Europa, si collega all’INSTC in Iran, che è sostenuto in modo cruciale dalla Russia.
Allo stesso tempo, entrambi si oppongono nettamente al corridoio impropriamente chiamato India-Medio Oriente-Europa, l’IMEC, che in realtà è il corridoio Israele-Medio Oriente-India-Europa. L’obiettivo chiave dell’IMEC, un prodotto della spinta degli Accordi di Abramo del Trump 2.0, è trasformare Israele in un hub strategico per i flussi commerciali ed energetici nell’Asia occidentale.
Come descritto per la prima volta da The Cradle, l’IMEC è stato finora poco più di una grande operazione di pubbliche relazioni lanciata in occasione del vertice del G20 a Nuova Delhi. Dovrebbe essere interpretato come la tardiva risposta dell’Occidente collettivo alla BRI: l’ennesimo progetto americano per “contenere” la Cina e, più recentemente, l’Iran in quanto membro dell’INSTC.
Soprattutto, l’IMEC è un corridoio di trasporto progettato per aggirare i tre principali vettori di una vera integrazione eurasiatica: i membri del BRICS, ovvero Cina, Russia e Iran.
La guerra contro l’Iran, tuttavia, sta facendo fare un bagno di realtà all’IMEC. Il porto di Haifa è stato gravemente danneggiato dai missili iraniani. Riyadh e Abu Dhabi sono in conflitto diretto su come adattarsi a un Golfo Persico post-americano in cui l’Iran sarà la potenza dominante.
Allo stato attuale, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman (MbS), sebbene sempre cauto, sembra incline a trovare un compromesso. Il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed (MbZ), al contrario, è a tutti gli effetti in guerra con Teheran.
L’Europa sta attivamente commettendo un suicidio politico ed economico. E l’India è perplessa su come quadrare il cerchio: come organizzare un vertice BRICS credibile entro la fine dell’anno allineandosi con gli Stati Uniti.
A tutti gli effetti, l’IMEC è ora in coma profondo.
Prendiamo alcuni risultati provvisori della guerra. Mancano quasi 1.100 km di binari dalla ferrovia che va da Fujairah negli Emirati Arabi Uniti ad Haifa; ne mancano 745 km da Jebel Ali a Dubai ad Haifa; e ne mancano 630 km dalla ferrovia che va da Abu Dhabi a Haifa.
Ciò fa apparire l’IMEC ancora più fragile all’indomani della guerra. Anche diversi potenziali nodi del corridoio e le infrastrutture circostanti sono stati colpiti dai missili iraniani. E potrebbe non essere ancora finita.
Le ambizioni della Turchia in materia di Pipelineistan
La Turchia, ovviamente, ha dovuto sviluppare le proprie idee di integrazione eurasiatica, soprattutto considerando che il neo-ottomanismo vuole posizionare Ankara come un attore in grado di rivaleggiare con Russia e Iran.
Allo stato attuale, la scommessa di Ankara è quella di puntare totalmente sul “Pipelineistan”, come l’ho definito due decenni fa, il labirinto ultra-politicizzato dei corridoi energetici eurasiatici.
Quindi il Pipelineistan include tutto, dal collegamento petrolifero Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC), la cui realizzazione fu promossa dal defunto Zbigniew Brzezinski, autore di “La grande scacchiera”, fino al South Stream e al Turk Stream costruiti dalla Russia, nonché alle interminabili telenovele sul gas come il Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India (TAPI) e l’Iran-Pakistan-India (IPI), successivamente ridotto a IP.
Una delle principali ossessioni americane è stata a lungo quella di impedire la costruzione di un gasdotto Iran-Pakistan: un cordone ombelicale tra due potenti nazioni musulmane che collega l’Asia occidentale all’Asia meridionale.
Il ministro dell’Energia turco Alparslan Bayraktar – sì, ricordate i droni? – è in grande spolvero. La sua idea preferita è quella di collegare Bassora – la capitale ricca di petrolio dell’Iraq meridionale – all’oleodotto Iraq-Turchia, che collega Kirkuk a Ceyhan, nel Mediterraneo (dove arriva anche il BTC), con una capacità di oltre 1,5 milioni di barili al giorno. Il problema è che l’assenza di consenso politico in Iraq rende questo progetto, per ora, un sogno irrealizzabile.
La Turchia sta addirittura valutando di collegare i giacimenti petroliferi siriani – la cui produzione è tutt’altro che abbondante, con un massimo di 300.000 barili al giorno – all’oleodotto Iraq-Turchia. Si tratta di un territorio complesso, considerando che nessuno sa davvero chi controlli la Siria.
Tuttavia, Ankara rimane implacabile. Il Santo Graal sarebbe un gasdotto dal Qatar alla Turchia attraverso l’Arabia Saudita, la Giordania e la Siria.
È una versione bizzarra della storia che si ripete. Un gasdotto era al centro della guerra in Siria: originariamente avrebbe dovuto collegare Iran, Iraq e Siria, prima che il Qatar spingesse nel 2009 per un percorso dal North Field attraverso l’Arabia Saudita e la Giordania fino alla Siria – un progetto posto sotto veto da Damasco.
La guerra contro l’Iran ha nuovamente stravolto tutto dopo che QatarEnergy ha dichiarato forza maggiore su una parte significativa delle sue esportazioni di GNL, con ripercussioni sia sull’Europa che sull’Asia.
Il Qatar continua a privilegiare il GNL rispetto ai gasdotti. Ma ora entra in scena la Turchia, con l’idea di un gasdotto – ancora da costruire – dal Qatar per rifornire l’Europa, presentato da Bayraktar come una “rotta di esportazione alternativa”. Ciò costerebbe almeno 15 miliardi di dollari: un gasdotto di 1.500 km che attraversa ben cinque confini. Un vero e proprio grattacapo, certificato e costoso.
Più fattibile, almeno in teoria, è il gasdotto transcaspico, che mira a collegare il Turkmenistan attraverso il Mar Caspio all’Azerbaigian e alla Georgia, molto probabilmente in parallelo al gasdotto BTC e poi verso l’Europa.
Ancora una volta, bisogna costruirlo. Costerebbe almeno 2 miliardi di dollari: un gasdotto sottomarino di oltre 300 km attraverso il Mar Caspio da Turkmenbashi a Baku. È lungo, ho fatto quella traversata su una nave da carico azera negli anni 2000 e ci vogliono almeno 8 ore. Successivamente, l’oleodotto, ancora inesistente, si collegherebbe con altri due, quello del Caucaso meridionale e quello transanatolico.
I costi aggiuntivi sarebbero inevitabili: per lo sviluppo a monte, la capacità di compressione e l’espansione a valle.
E anche se l’intero progetto venisse alla luce, il Turkmenistan non ha capacità di riserva: praticamente tutta la sua produzione va nello Xinjiang in Cina attraverso un gasdotto costruito e pagato dalla Cina. Nella migliore delle ipotesi, la Turchia importa una piccola quantità di gas turkmeno attraverso l’Iran, su base di scambio; anche l’Iran utilizza questo gas.
Creare corridoi di connettività, non guerre
Ciò che è chiaro è che la guerra dei corridoi di connettività rimarrà il principale vettore geoeconomico dall’Asia occidentale all’Asia centrale e meridionale, coinvolgendo molteplici percorsi verso l’integrazione eurasiatica.
La guerra contro l’Iran sta accelerando parecchie interconnessioni. Prendiamo, ad esempio, la National Logistics Corporation (NLC) in Pakistan che accede al Gabd Border Terminal per potenziare il commercio con l’Iran e soprattutto con l’Uzbekistan in Asia centrale, tramite un sistema chiamato TIR (Trasporto Internazionale su Strada), aggirando l’Afghanistan.
La NLC sta agendo in modo piuttosto strategico, attivando contemporaneamente molteplici corridoi commerciali verso la Cina, l’Iran e l’Asia centrale e, allo stesso tempo, contribuendo a rafforzare il fronte commerciale e finanziario dell’Iran, messo a dura prova dalla guerra.
E non stiamo nemmeno parlando dell’altro corridoio di connettività chiave del futuro: la rotta marittima settentrionale lungo la costa russa nell’Artico fino al Mare di Barents, che i cinesi chiamano poeticamente la Via della Seta artica.
Cina, India e Corea del Sud sono fortemente interessate alla Northern Sea Route (NSR) [che collegherebbe il Mare del Nord con lo Stretto di Bering, ndr], oggetto ogni anno di approfondite discussioni nei forum di San Pietroburgo e Vladivostok.
Non è un caso che gli Stati Uniti abbiano bombardato diversi nodi dell’INSTC: il porto di Bandar Anzali, Isfahan, il porto di Bandar Abbas, il porto di Chabahar. Così come un tratto della ferrovia Cina-Iran, parte della BRI e finanziata dalla Cina.
Questa è una guerra contro l’Iran, contro la Cina, contro i BRICS, contro l’integrazione eurasiatica. Eppure l’integrazione eurasiatica si rifiuta semplicemente di essere sviata.
Creiamo corridoi di connettività, non guerre.
Fonte
08/04/2026
Contro il disastro annunciato servono soluzioni radicali
Cronache dal disastro
In questo momento lo Stretto di Hormuz è sostanzialmente chiuso mentre per Suez i volumi di transito sono ridotti del 70%. Diventa dunque fondamentale per l’economia globale, a cominciare da quella cinese, il transito attraverso lo Stretto di Malacca, da dove ormai passano quasi tutti i beni provenienti e indirizzati verso l’Asia.
La sua chiusura comporterebbe la paralisi della Cina in pochi giorni. Ora tale Stretto è aperto ma per effetto della chiusura degli altri transiti è fortemente congestionato con ritardi di settimane nella consegna delle merci e con prezzi in ascesa.
Bisogna aggiungere che la navigazione attraverso Malacca è molto complicata per il basso fondale e l’attuale incremento dei passaggi determina maggiori rischi in tale senso, accentuati dalle attività di pirateria. Se una nave si incagliasse, con Hormuz chiuso e Suez a scartamento ridotto, la recessione sarebbe immediata.
Per la prima volta, da anni, siamo di fronte ad una crisi che non è solo il prodotto della speculazione finanziaria ma è dettata dalla follia imperiale di Stati Uniti e Israele; peraltro Trump ipotizza di mandare truppe di terra in Iran, decidendo così di affondare il suo paese che non può sopportare un debito destinato a pagare il 5% di interesse sui Tresaury decennali per fronteggiare ogni giorno una spesa di 4,5 miliardi di dollari per la guerra.
Naturalmente quei tassi di interesse obbligheranno debiti deboli come quello italiano a pagare altrettanto e avere quindi un macigno sui propri conti pubblici. Aggiungerei una nota finale. Con Hormuz chiuso e con Malacca congestionata, la Cina dovrà approvvigionarsi sempre più, via tubo, dalla Russia che avrà vantaggi enormi dalla guerra degli Usa. Viva il capitalismo liberale!
Uno Stato votato alla guerra
Il bilancio dello Stato di Israele è decisamente limitato, in totale 215 miliardi di dollari, paragonabile, per dimensione, a quello dell’Austria.
Ha però una peculiarità evidente costituita dal fatto che le spese militari rappresentano la seconda voce di uscita, dopo l’enorme spesa per interessi, e ben prima della spesa sanitaria che è pari a circa la metà di quella militare.
Dunque si tratta di un paese votato alla guerra, che, in questo momento, sta spendendo circa 750 milioni di dollari al giorno per finanziare l’attacco all’Iran.
Ma il dato più impressionante è proprio l’insostenibilità di questa spesa, che, appunto, genera un enorme costo in tema di interessi sul debito. Il deficit di bilancio oscilla fra il 6 e l’8% ma la gran parte della spesa militare è coperta dagli aiuti ordinari e straordinari americani, che sono vicini ai 30 miliardi di dollari l’anno, e dall’emissione dei war bonds, comprati dalle grandi istituzioni finanziarie americane, con interessi però sempre più alti perché è evidente il rischio reale di insolvenza da parte di Israele che, peraltro, ha problemi anche sul versante energetico, dovendo importare il 70% del petrolio che utilizza e dipendendo molto da Azerbaigian e Kazakistan.
Mi sembra chiaro, dunque, che abbiamo di fronte due realtà, Stati Uniti e Israele, impegnate in conflitti che stanno facendo esplodere il loro debito e che reggono ancora perché i grandi fondi finanziari continuano a comprare i loro titoli. Forse non è un caso che Larry Fink, il ceo di BlackRock, nella sua lettera ai “suoi risparmiatori” li invita a non preoccuparsi della casa ma di accettare un sempre maggior impegno verso il mercato finanziario, perché altrimenti l’esposizione di BlackRock verso debiti fallimentari non potrà essere compensata dalla bolla finanziaria.
P.s. nella catena di approvvigionamento dei carburanti per i jet israeliani, un ruolo importante lo hanno la raffineria Saras di Sarroch in Sardegna e quella Eni di Taranto.
Le truffe della finanza USA
Secondo molto istituti di ricerca, l’attuale guerra genera un rischio di recessione negli Stati Uniti, nell’arco dei prossimi mesi, del 55-60%.
Inoltre i Credit Default Swap, le assicurazioni contro il rischio di un insolvenza del debito degli Stati Uniti sono diventati particolarmente costi, passando dallo 0,15 al 2,1% e superando il costo delle assicurazione del debito di molte economia europee e asiatiche. Nonostante tutto questo, le Agenzie di rating, a cui è assegnato il compito di “valutare” i debiti e, di conseguenza, le condizioni finanziarie di un paese, non declassano il titolo Usa. Perché lo fanno?
La risposta è semplice. Se i titoli di Stato americani venissero declassati pesantemente, tutti gli altri rating del mondo dovrebbero essere rivisti al ribasso. Il debito USA è il “metro” con cui si misura tutto il resto.
Le agenzie di rating sanno che un declassamento aggressivo innescherebbe una vendita massiccia di asset da parte di fondi pensione e banche centrali, causando una depressione economica mondiale che renderebbe il rating stesso irrilevante.
Soprattutto metterebbe in crisi i grandi gestori del risparmio globale, BlackRock in primis, che sono i principali possessori del debito Usa e non potrebbero più metterlo nei fondi dei lavoratori e delle lavoratici globali.
In sintesi, la agenzie di rating hanno costruito i loro parametri sul debito Usa e cosi lo hanno reso collocabile in giro per il mondo. Ora che il debito Usa è diventato pericolosissimo, le Agenzie di rating fanno di tutto per nasconderlo. Naturalmente i principali azionisti delle agenzie sono BlackRock, Vanguard e State Street. Il capitalismo finanziario è un sistema di carte truccate per truffare il Mondo.
La recessione sta arrivando
Lo dicono moltissimi indicatori e potrebbe configurarsi come una crisi davvero globale tale da generare una guerra altrettanto globale e devastante. Da questa prospettiva non si può certo uscire con una “riforma” del neoliberalismo, che è il responsabile principale di tale crisi, costruita su una ulteriore privatizzazione e finanziarizzazione, volta a smontare i sistemi di welfare e sostituirli con l’impero dei fondi privati.
La crisi infatti è così grande che sta divorando i risparmi collettivi che sono la benzina di un simile sistema. Ma da questa crisi non si esce neppure con le politiche keynesiane.
È evidente che, con questa montagna di debito pubblico, finanziare la spesa pubblica impone interessi non sostenibili e così grandi da diventare, in moltissimi casi, la prima voce del bilancio degli Stati, obbligati di fatto ad eliminare il welfare.
Dunque, neoliberalismo e keynesismo – certamente non da mettere sullo stesso piano – non sono in grado di portarci fuori dall’immiserimento del Pianeta.
Non si può non essere radicali nelle soluzioni
Per effetto della guerra in Iran, scatenata da Stati Uniti e Israele, al bilancio dello Stato italiano mancano circa 20 miliardi rispetto alle previsioni della Legge di Bilancio.
In sostanza si tratta di farne un’altra per evitare che neppure le spese essenziali, come sanità e istruzione, vengano garantite. Il punto centrale, allora, è chi pagherà questa copertura, avendo chiaro che ricorrere a nuovo debito, alle condizioni attuali, rischia di essere proibitivo; i rendimenti dei titoli italiani a 10 anni si sono impennati al 4% con un aumento della spesa per interessi di quasi 3 miliardi di euro.
Io penso che se vogliamo evitare un ulteriore impoverimento del Paese e un ulteriore arricchimento dei super ricchi dovremmo pensare ad alcune soluzioni radicali.
In generale dovremmo abbandonare la logica perversa dell’austerità e portare il deficit al 4,5/5% senza preoccuparsi di rientrare negli stupidi parametri europei che, peraltro, oggi servono solo a potersi indebitare, a costi appunto alti, per il riarmo.
Sul versante delle entrate occorre un aumento dell’Ires sulle società energetiche e sulle banche, che stanno facendo formidabili profitti distribuiti a pochissimi grandi azionisti, al 70% non italiani. Serve anche una patrimoniale straordinaria per i patrimoni netti sopra i 4 milioni di euro, una revisione dell’imposta di deposito che dovrebbe salire allo 0,6% per gli impieghi finanziari superiori ai 250 mila euro e un aumento della aliquota sulle plusvalenze al 28%. Sul versante delle uscite, bisogna ridurre la spesa militare, in particolare i circa 10 miliardi destinati all’acquisto di sistemi d’arma.
È bene ricordare che l’incremento della spesa militare rispetto al 2025 è stato pari al 12%, a fronte di voci, a cominciare dalla sanità, che sono cresciute quasi per niente. Bisogna poi accelerare la chiusura delle società pubbliche inattive che sono circa 8.000, senza dipendenti e utilizzate solo per pagare consigli di amministrazioni e collegi sindacali nominati dalla politica.
Contestualmente occorre avviare un processo di rinazionalizzazione e ripubblicizzazione di monopoli naturali come quello dell’energia e quello idrico che, nei prossimi anni, saranno risorse fondamentali per evitare l’impoverimento collettivo.
Mi fermo qui, se la guerra crea povertà bisogna combattere radicalmente la guerra stessa e combattere radicalmente l’impoverimento.
Fonte
01/04/2026
Cronache dal disastro
In questo momento lo Stretto di Hormuz è sostanzialmente chiuso mentre per Suez i volumi di transito sono ridotti del 70%.
Diventa dunque fondamentale per l’economia globale, a cominciare da quella cinese, il transito attraverso lo Stretto di Malacca, da dove ormai passano quasi tutti i beni provenienti e indirizzati verso l’Asia.
La sua chiusura comporterebbe la paralisi della Cina in pochi giorni. Ora tale Stretto è aperto ma per effetto della chiusura degli altri transiti è fortemente congestionato con ritardi di settimane nella consegna delle merci e con prezzi in ascesa.
Bisogna aggiungere che la navigazione attraverso Malacca è molto complicata per il basso fondale e l’attuale incremento dei passaggi determina maggiori rischi in tale senso, accentuati dalle attività di pirateria.
Se una nave si incagliasse, con Hormuz chiuso e Suez a scartamento ridotto, la recessione sarebbe immediata. Per la prima volta, da anni, siamo di fronte ad una crisi che non è solo il prodotto della speculazione finanziaria ma è dettata dalla follia imperiale di Stati Uniti e Israele; peraltro Trump ipotizza di mandare truppe di terra in Iran, decidendo così di affondare il suo paese che non può sopportare un debito destinato a pagare il 5% di interessi sui Tresaury decennali per fronteggiare ogni giorno una spesa di 4,5 miliardi di dollari per la guerra.
Naturalmente quei tassi di interesse obbligheranno debiti pubblici deboli come quello italiano a pagare altrettanto e avere quindi un macigno sui propri conti pubblici.
Aggiungerei una nota finale. Con Hormuz chiuso e con Malacca congestionata, la Cina dovrà approvvigionarsi sempre più, via tubo, dalla Russia che avrà vantaggi enormi dalla guerra degli Usa. Viva il capitalismo liberale!
Fonte
12/02/2026
USA - I dazi di Trump si stanno rivelando un boomerang per l’economia
L’istituto ha analizzato circa 25 milioni di registri di spedizione da gennaio a novembre 2025, per un valore totale di quasi 4.000 miliardi di dollari di importazioni statunitensi, per arrivare alla conclusione che l’onere tariffario è stato trasferito agli acquirenti statunitensi per il 96%. Gli esportatori esteri hanno assorbito solo circa il 4%.
“In altre parole sono stati gli importatori e alla fine i consumatori americani a pagare per i dazi di Trump” affermano Mario Lettieri e Paolo Raimondi (il primo presidente del Centro Internazionale di Studi Sociali, il secondo economista) in un articolo pubblicato dal quotidiano economico Italia Oggi.
Poco meno di un mese fa, analizzando l’economia statunitense, era stato il quotidiano economico tedesco Handesblatt a rilevare che: “i prezzi probabilmente aumenteranno ancora in modo più significativo in primavera. Questo non sarebbe un problema solo per i cittadini statunitensi, ma anche per Trump... Indipendentemente da quanta influenza Trump guadagnerà sulla Fed nei prossimi mesi, entrambi gli scenari possono far male al presidente degli Stati Uniti poco prima delle importanti elezioni di metà mandato di novembre”.
Lo studio del Kiel Institute ha evidenziato in particolare che i volumi degli scambi e delle importazioni americani sono diminuiti, ma i prezzi dei beni esportati verso gli Usa non sono affatto diminuiti.
La retorica di Trump cianciona sulla notizia che sarebbero stati gli esportatori esteri a pagare per i dazi. In effetti nel periodo preso in esame “ci sarebbero stati 200 miliardi di dollari in più di entrate doganali negli USA, le quali però, sono finite nelle casse del Tesoro e non nelle tasche dei consumatori” scrivono Lettieri e Raimondi.
L’effetto principale dei dazi dunque è stato di quello di ridurre le importazioni, piuttosto che costringere i produttori stranieri a proporre prezzi più bassi. Ciò significa meno beni, meno varietà e catene di approvvigionamento interrotte per le aziende americane.
Di conseguenza, i produttori americani che dipendono da semilavorati importati devono affrontare costi più elevati. Devono assorbirli, riducendo profitti e investimenti, scaricarli sui clienti, aumentando i prezzi per gli acquirenti a valle o affannarsi a trovare fonti alternative, sostenendo costi di adeguamento e ritardi.
“Ci sono diversi fattori che spiegano perché gli esportatori stranieri non hanno abbassato i prezzi per mantenere l’accesso al mercato statunitense. In primo luogo esistono dei mercati alternativi” – osservano Lettieri e Raimondi – “Gli Stati Uniti sono un mercato ampio, ma non l’unico. Infatti, molti esportatori possono reindirizzare le loro vendite verso l’Europa, l’Asia e i paesi Brics. Non è un processo facile, ma se diventa fattibile, allora gli esportatori non sono incentivati a ridurre i prezzi per mantenere il mercato statunitense”.
Il Kiel Institute calcola poi che con un dazio del 50% un esportatore dovrebbe ridurre il prezzo delle sue merci di almeno il 30%. Il che non sarebbe redditizio per la maggior parte delle aziende. Ciò, di conseguenza, spinge verso la riduzione dei volumi esportati.
Inoltre, se si pensa che i dazi siano temporanei, si tende a non apportare costosi aggiustamenti dei prezzi per non creare un precedente che indurrebbe futuri aumenti tariffari. Si evita così una corsa al ribasso. Anche le catene di approvvigionamento sono rigide per cui molti importatori statunitensi hanno rapporti di lunga data con fornitori esteri e non possono facilmente passare a fonti alternative.
Lo studio del Kiel Institute rileva poi che i dazi del 50% imposti al Brasile e quelli del 30-50% imposti all’India non hanno portato a una sostanziale riduzione dei prezzi da parte di questi due paesi dei Brics.
Ma è l’accumulo di problemi sui prezzi quello su cui Trump rischia di andare a sbattere. È ancora l’Handesblatt a sottolineare che “contrariamente a quanto annunciato dal presidente USA su larga scala, l’inflazione non è stata sconfitta”.
Anche i dati statistici di census.gov evidenziano che le grandi aspettative di Trump sui dazi non si sono concretizzate. Da gennaio a novembre 2025 il deficit commerciale americano per le sole merci (senza i servizi) si è attestato a 1.139.777 mld di dollari, con un aumento del 5% rispetto allo stesso periodo del 2024. Il settore dei servizi, invece, vanta un grande surplus. Nei primi tre mesi del 2025 le importazioni erano schizzate per riempire di scorte i magazzini, prima degli annunci dei dazi di aprile. Quest’anno potrebbe andare meglio.
Lettieri e Raimondi ci ricordano poi che la guerra dei dazi, decisa dal presidente americano Herbert Hoover dopo il crollo della borsa di Wall Street del 1929, “aveva provocato una forte restrizione del commercio americano e internazionale contribuendo a scatenare la Grande Depressione economica. L’America cominciò a risollevarsi soltanto con il New Deal e le riforme bancarie e finanziarie di F. D. Roosevelt”.
In conclusione, si può costatare che i dazi danneggiano tutti, esportatori, importatori e consumatori, riducono i volumi del commercio internazionale e generano forti tensioni economiche e geopolitiche che possono sfociare in vere e proprie guerre. “Non ci sarebbe da stupirsi se domani Trump mettesse anche il Kiel Institute nella lista dei nemici da punire” chiosano i due economisti.
Fonte
03/02/2026
La Cina lancia il renminbi come valuta di riserva globale
Per essere precisi, il commento di Xi Jinping risale, in realtà, al 2024, e fa parte di un più ampio discorso pronunciato davanti ad alti funzionari regionali. Solo ora, però, è stato messo pubblicamente per iscritto, sintomo dell’accelerazione delle contraddizioni e della necessità, da parte della leadership comunista, di mettere in chiaro i parametri dell’azione economica da perseguire nel breve-medio termine.
Il presidente cinese ha invocato la costruzione di una “valuta potente”, che possa essere “ampiamente utilizzata nel commercio internazionale, negli investimenti e nei mercati dei cambi e raggiungere lo status di valuta di riserva”. Per sostenere questo processo, Pechino dovrà avere una “banca centrale potente”, istituzioni finanziarie globalmente competitive e centri finanziari in grado di “attrarre capitale ed esercitare influenza sui prezzi globali”.
Proprio pochi giorni fa abbiamo pubblicato un articolo che riportava l’incrinarsi della supremazia del dollaro, in cui un ruolo importante ce l’hanno anche le monete digitali (la Cina ha la sua, e la sta promuovendo da tempo). In generale, senza andare nei tecnicismi monetari, basta aprire i giornali economici per osservare come i canali finanziari usino sempre più valute alternative al dollaro, e soprattutto lo yuan.
Che il PCC abbia deciso ora di mettere per iscritto i commenti del presidente Xi non è certo casuale. L’articolo arriva in un momento di profonda incertezza nei mercati globali, con un dollaro messo sotto pressione dalla bolla finanziaria che cresce negli States, dall’imprevedibilità e “irregolarità” delle azioni della Casa Bianca, dallo scontro istituzionale aperto con la FED, che si è solo momentaneamente calmato con la nomina di Kevin Warsh come successore di Jerome Powell.
Il pericolo, per le casse statunitensi, è che non solo molti operatori finanziari, ma persino le banche centrali si convincano a riconsiderare la loro esposizione verso gli asset in dollari, e questo sarebbe un danno non solo per i tassi di cambio, ma anche e soprattutto per la capacità di rifinanziamento del debito (senza immaginare probabili fallimenti della più grande economia mondiale).
Non si parla ancora di una “sostituzione” del dollaro, ma piuttosto della formazione di aree valutarie competitive, in cui il renminbi possa giocare il proprio ruolo. Con una moneta (e anche sistemi di pagamento) che faccia da contrappeso, la Cina può immaginare di limitare l’influenza e la pressione degli Stati Uniti in un sistema finanziario che si sta frammentando, così come il mercato mondiale.
Bisogna comunque tenere i piedi per terra. Sebbene il renminbi sia diventata la seconda valuta finanziaria commerciale più usata al mondo, ha ancora un ruolo marginale nelle riserve globali. “A partire dal terzo trimestre del 2025 – si legge sul Financial Times – il dollaro ha rappresentato circa il 57% delle riserve globali, in calo rispetto al 71% del 2000, mentre l’euro si è attestato a circa il 20%, secondo i dati del FMI. Il renminbi era sesto, a solo l’1,93%”.
Perché faccia un salto in avanti non solo negli scambi, ma anche come moneta di riserva, lo yuan deve risolvere ancora varie questioni. Al di là di alcune importanti riforme strutturali necessarie affinché gli investitori globali si fidino pienamente del renminbi, molti operatori e anche lo stesso FMI hanno parlato di una moneta cinese sottovalutata, secondo alcuni artificiosamente, per favorire le esportazioni in una fase di accentuata guerra commerciale.
Ma l’indirizzo di fondo sembra tracciato, e non per volontà del Dragone, bensì per la crisi strutturale che il capitale vive da anni, e che sta facendo esplodere le faglie di competizione. Non molto tempo fa il governatore della banca centrale cinese Pan Gongsheng aveva parlato di un “sistema monetario internazionale multipolare”. Pechino ha semplicemente la capacità strategica di attrezzarsi al cambio di epoca.
Fonte
23/11/2025
La Cop30 si chiude senza una tabella di marcia precisa per superare i fossili
Ci si era messo persino un incendio a rendere più complessa la ricerca di un accordo dei rappresentanti dei circa 200 paesi presenti alla foce del Rio delle Amazzoni. Il summit doveva chiudersi il 21 novembre, ma era stata poi prolungata perché, questa volta, sembrava possibile che si chiudesse senza raggiungere una tabella di marcia comune.
Alla fine, il Global Mutirão, termine di origine indigena che indica lo sforzo collettivo verso un obiettivo comune, è stato approvato. Ma la tabella di marcia che manca, ed era fondamentale, è quella sull’abbandono delle fonti fossili. La bozza uscita l’ultimo giorno della Cop, priva di queste indicazioni, era proprio quella che aveva fatto sollevare dubbi sulla possibilità di raggiungere un’intesa, e invece alla fine è stato dato il via libera a cancellare ogni riferimento esplicito a carbone, gas e petrolio, seppur ovviamente in un quadro più ampio.
Oltre 80 paesi sviluppati e in via di sviluppo avevano chiesto che a Belém fosse indicato un percorso scadenzato per la transizione dalle fonti fossili verso quelle sostenibili, in modo tale che tutti i governi fossero chiamati ad adottare un proprio calendario, autonomo ma concreto, per raggiungere l’obiettivo. Lo stesso Lula aveva sostenuto questo appello.
Ma alla fine, anche il presidente brasiliano, dal Sud Africa, dove sta partecipando al G20, ha dovuto accettare cercando di trarne il meglio: “la scienza ha prevalso, il multilateralismo ha vinto”. Se sul primo tema, ovvero sulla conferma della crisi ambientale, non c’è dubbio, l'asserzione che il multilateralismo abbia vinto deve fare i conti con cosa significa vittoria. Si è trattato più di una concertazione, tenendo inoltre presente che gli USA, il paese con la maggior quantità di emissioni pro-capite, non erano presenti.
La Cop28 a Dubai aveva raggiunto l’accordo sulla necessità di eliminare i combustibili fossili e raggiungere le zero emissioni nette entro il 2050, ma non indicò il come e i tempi. La Cop29 di Baku fallì nel dare definizione a questi nodi, e l’intesa sugli aiuti dovuti dai paesi più ricchi verso lo sforzo della transizione non raggiunse le cifre necessarie: 300 miliardi di dollari l’anno invece dei 1.300 calcolati da un gruppo di esperti indipendenti incaricati dall’ONU.
A questa Cop, coi paesi produttori di petrolio di traverso, è stato impossibile fare avanzamenti sul lato del percorso per abbandonare i fossili, e lo stesso vale per la deforestazione, sulla quale sono stati semplicemente confermati gli impegni parziali precedenti. Ad ogni modo, sono stati fatti passi avanti sullo spazio di confronto riguardante il taglio delle emissioni.
Sono stati avviati nuovi processi per accelerare la transizione energetica: il Global Implementation Accelerator e la Belém Mission to 1.5 offriranno una serie di strumenti ai paesi per aiutarli nel definire il proprio percorso di abbandono dei fossili, come stabilito alla Cop28 di Dubai. Il presidente della Cop, André Corrêa do Lago, ha inoltre promesso di continuare a lavorare nelle prossime settimane su possibili piani per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili e per fermare la deforestazione.
Uno dei pochi successi raggiunti in Brasile è stato l’accordo per triplicare i finanziamenti indirizzati ai paesi maggiormente a rischio sugli effetti della crisi climatica, i cosiddetti fondi per l’adattamento. Dei 300 miliardi dei paesi ricchi stanziati a Baku, 120 andranno a questi stati più vulnerabili, ma questo target sarà raggiunto entro il 2035, e non entro il 2030 come era stato richiesto dai beneficiari.
Il Commissario Europeo per il Clima, Wopke Hoekstra, ha affermato che le ambizioni europee erano maggiori, ma anche che l’accordo va sostenuto perché “almeno va nella giusta direzione”. Bisogna sottolineare che Bruxelles punta da tempo ad affermarsi come avanguardia dell’economia verde, anche se questo primato, per installazioni e tecnologie, va alla Cina.
Germania, Francia e Regno Unito avevano addirittura minacciato il veto quando era uscita la bozza senza la roadmap per l’abbandono dei fossili. Ma la realtà è che la UE ha approfittato dell’essere ancora rappresentata da 27 paesi per apparire come paladina dell’ambiente e per intestarsi lo sforzo per l’approvazione del documento finale, mentre alcuni dei suoi membri hanno remato contro impegni radicali.
Infatti, l’Italia si è posta evidentemente in contrasto con passi netti contro i combustibili fossili. Il ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin ha dichiarato: “in un momento geopolitico quale quello attuale, dove è finita un’epoca e gli interessi e gli equilibri politici mondiali e quindi automaticamente le alleanze sono molto diverse rispetto al passato, devo dire che era l’unica soluzione fattibile, quindi deve essere vista positivamente, con soddisfazione”.
Il ministro ha aggiunto, riguardo alla tabella di marcia per la fuoriuscita dai fossili: “non è parte del documento della Cop30 perché metà dei paesi sinceramente non condividevano questa posizione”. In realtà, la stessa UE ha fatto fatica a trovare un’intesa sulla riduzione delle emissioni, e pezzi importanti della propria industria, a partire dall’automotive, si sono ribellate all’abbandono dei motori endotermici e anche ai più recenti impegni. In questo modo, Bruxelles ha cercato di trarre il massimo dalla Cop rispondendo anche alle preoccupazioni della sua industria.
Per quanto riguarda il Dragone, infine, il testo finale ha introdotto il riferimento al commercio internazionale che era stato richiesto da Pechino, e con esso “riafferma che le misure per combattere il cambiamento climatico, incluse quelle multilaterali, non dovrebbero costituire uno strumento arbitrario o ingiustificabile di discriminazione o una restrizione al commercio internazionale mascherata”.
Alcuni accordi sono stati presi anche per ciò che riguarda le barriere commerciali correlate al cambiamento climatico. Ciò conferma certo che il multilateralismo ha ancora molto da offrire sul lato della governance globale. Ma anche che la guerra commerciale promossa dagli Stati Uniti è arrivata nel pieno della Cop, nonostante gli States fossero assenti a Belém.
Nonostante le parole di Lula, non si può ignorare come ormai forum come quello della Cop vedano il proprio peso degradarsi, rispetto a uno scenario mondiale frammentato tra aree con interessi contrastanti e non componibili.
Fonte
02/10/2025
L’Asean si prepara a “un futuro commerciale che non dipenderà dagli Stati Uniti”
Pochi giorni fa si è concluso a Kuala Lumpur, in Malesia, il 57esimo incontro dei ministri dell’Economia dei paesi dell’Asean, l’associazione dei paesi del Sud-Est asiatico che collabora per lo sviluppo comune e che dal 1992 rappresenta anche tra le più importanti aree di libero scambio al mondo, entrata pienamente in funzione nel 2015.
Quest’area è cresciuta innestandosi nella ‘globalizzazione’, assumendo un modello produttivo export-oriented che ha permesso uno sviluppo economico significativo. Solo per dare un dato, nel 2022 il rapporto tra commercio e PIL dei paesi dell’Associazione si è attestato al 106,2%, superiore persino a quello dell’Unione Europea (103,6%).
Il problema è che, dopo la Cina, il principale mercato d’esportazione dell’Asean sono gli Stati Uniti, che acquistano circa un quinto dei beni venduti dall’area asiatica. I dazi che ha imposto ora la Casa Bianca rappresentano dunque un duro colpo per il modello economico dell’Associazione.
Un rapporto del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) indica il Sud-Est asiatico come la zona più colpita dai dazi statunitensi: le esportazioni potrebbero subire un calo di quasi il 10%. Le ultime tariffe annunciate da The Donald, calcola sempre Foreign Policy, avranno un impatto intorno ai 25 miliardi di dollari.
Per questo, oltre alle dichiarazioni di circostanza, ad esempio quelle sulla “preoccupazione per la crescente tendenza al protezionismo e l’aumento delle misure commerciali unilaterali”, a Kuala Lumpur è emerso chiaramente che l’Asean sta concretamente preparando un sistema commerciale e finanziario che non dipenda più dai canali stelle-e-strisce.
Innanzitutto, il mese prossimo dovrebbe essere aggiornato l’accordo di libero scambio tra l’Associazione alla Cina. L’Asean sta lavorando anche all’aggiornamento degli accordi commerciali stretti con l’India e al rafforzamento dei legami in materia con la Corea del Sud. Il blocco del Sud-Est asiatico starebbe verificando la possibilità di espandere i propri rapporto verso il Golfo Persico.
Entro la fine del 2026 è prevista anche la firma di un accordo commerciale col Canada. Infine, l’Asean sta pianificando di ampliare il Partenariato economico regionale globale (RCEP), il più grande accordo di libero scambio nel mondo. L’accordo unisce i 10 paesi dell’Asean, Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda. Anche Bangladesh, Sri Lanka e Cile potrebbero essere coinvolti.
Ma c’è anche qualcosa in più. A maggio i paesi ASEAN+3 (Cina, Giappone, Corea del Sud) hanno approvato il Chiang Mai Initiative Multilateralisation (CMIM) Rapid Financing Facility, un nuovo meccanismo per offrire rapidamente aiuto finanziario alle economie che affrontano difficoltà emergenziali sulla bilancia dei pagamenti.
La particolarità di questo strumento è che, a differenza del passato, il CMIM Rapid Financing Facility non utilizzerà il dollaro, ma lo yuan cinese e altre valute regionali. Un segnale importante rispetto alla formazione di aree valutarie autonome dal ‘biglietto verde’ USA, che spingono dunque sul processo di dedollarizzazione.
Se a tutto ciò si aggiungono le novità che vengono dalla Malesia, si può dire che, a conti fatti, sono le stesse misure di Trump contro il multipolarismo a far accelerare l’emersione di un mondo di alleanze e sistemi economici policentrico, o comunque non centrato sugli Stati Uniti. Il che non significa necessariamente maggiore emancipazione, ma sicuramente l’opportunità di potersela conquistare.
Fonte


