La Cop30 di Belém, in Brasile, la prima a svolgersi dopo che il Pianeta ha registrato una temperatura media globale più alta di 1,5 gradi rispetto all’epoca pre-industriale (nel 2024), la Cop che è stata definita da più parti come il momento della verità, si è infine conclusa ieri, 22 novembre. Il risultato è ben al di sotto delle aspettative di molti, e ben al di sotto di quel che sarebbe necessario.
Ci si era messo persino un incendio a rendere più complessa la ricerca di un accordo dei rappresentanti dei circa 200 paesi presenti alla foce del Rio delle Amazzoni. Il summit doveva chiudersi il 21 novembre, ma era stata poi prolungata perché, questa volta, sembrava possibile che si chiudesse senza raggiungere una tabella di marcia comune.
Alla fine, il Global Mutirão, termine di origine indigena che indica lo sforzo collettivo verso un obiettivo comune, è stato approvato. Ma la tabella di marcia che manca, ed era fondamentale, è quella sull’abbandono delle fonti fossili. La bozza uscita l’ultimo giorno della Cop, priva di queste indicazioni, era proprio quella che aveva fatto sollevare dubbi sulla possibilità di raggiungere un’intesa, e invece alla fine è stato dato il via libera a cancellare ogni riferimento esplicito a carbone, gas e petrolio, seppur ovviamente in un quadro più ampio.
Oltre 80 paesi sviluppati e in via di sviluppo avevano chiesto che a Belém fosse indicato un percorso scadenzato per la transizione dalle fonti fossili verso quelle sostenibili, in modo tale che tutti i governi fossero chiamati ad adottare un proprio calendario, autonomo ma concreto, per raggiungere l’obiettivo. Lo stesso Lula aveva sostenuto questo appello.
Ma alla fine, anche il presidente brasiliano, dal Sud Africa, dove sta partecipando al G20, ha dovuto accettare cercando di trarne il meglio: “la scienza ha prevalso, il multilateralismo ha vinto”. Se sul primo tema, ovvero sulla conferma della crisi ambientale, non c’è dubbio, l'asserzione che il multilateralismo abbia vinto deve fare i conti con cosa significa vittoria. Si è trattato più di una concertazione, tenendo inoltre presente che gli USA, il paese con la maggior quantità di emissioni pro-capite, non erano presenti.
La Cop28 a Dubai aveva raggiunto l’accordo sulla necessità di eliminare i combustibili fossili e raggiungere le zero emissioni nette entro il 2050, ma non indicò il come e i tempi. La Cop29 di Baku fallì nel dare definizione a questi nodi, e l’intesa sugli aiuti dovuti dai paesi più ricchi verso lo sforzo della transizione non raggiunse le cifre necessarie: 300 miliardi di dollari l’anno invece dei 1.300 calcolati da un gruppo di esperti indipendenti incaricati dall’ONU.
A questa Cop, coi paesi produttori di petrolio di traverso, è stato impossibile fare avanzamenti sul lato del percorso per abbandonare i fossili, e lo stesso vale per la deforestazione, sulla quale sono stati semplicemente confermati gli impegni parziali precedenti. Ad ogni modo, sono stati fatti passi avanti sullo spazio di confronto riguardante il taglio delle emissioni.
Sono stati avviati nuovi processi per accelerare la transizione energetica: il Global Implementation Accelerator e la Belém Mission to 1.5 offriranno una serie di strumenti ai paesi per aiutarli nel definire il proprio percorso di abbandono dei fossili, come stabilito alla Cop28 di Dubai. Il presidente della Cop, André Corrêa do Lago, ha inoltre promesso di continuare a lavorare nelle prossime settimane su possibili piani per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili e per fermare la deforestazione.
Uno dei pochi successi raggiunti in Brasile è stato l’accordo per triplicare i finanziamenti indirizzati ai paesi maggiormente a rischio sugli effetti della crisi climatica, i cosiddetti fondi per l’adattamento. Dei 300 miliardi dei paesi ricchi stanziati a Baku, 120 andranno a questi stati più vulnerabili, ma questo target sarà raggiunto entro il 2035, e non entro il 2030 come era stato richiesto dai beneficiari.
Il Commissario Europeo per il Clima, Wopke Hoekstra, ha affermato che le ambizioni europee erano maggiori, ma anche che l’accordo va sostenuto perché “almeno va nella giusta direzione”. Bisogna sottolineare che Bruxelles punta da tempo ad affermarsi come avanguardia dell’economia verde, anche se questo primato, per installazioni e tecnologie, va alla Cina.
Germania, Francia e Regno Unito avevano addirittura minacciato il veto quando era uscita la bozza senza la roadmap per l’abbandono dei fossili. Ma la realtà è che la UE ha approfittato dell’essere ancora rappresentata da 27 paesi per apparire come paladina dell’ambiente e per intestarsi lo sforzo per l’approvazione del documento finale, mentre alcuni dei suoi membri hanno remato contro impegni radicali.
Infatti, l’Italia si è posta evidentemente in contrasto con passi netti contro i combustibili fossili. Il ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin ha dichiarato: “in un momento geopolitico quale quello attuale, dove è finita un’epoca e gli interessi e gli equilibri politici mondiali e quindi automaticamente le alleanze sono molto diverse rispetto al passato, devo dire che era l’unica soluzione fattibile, quindi deve essere vista positivamente, con soddisfazione”.
Il ministro ha aggiunto, riguardo alla tabella di marcia per la fuoriuscita dai fossili: “non è parte del documento della Cop30 perché metà dei paesi sinceramente non condividevano questa posizione”. In realtà, la stessa UE ha fatto fatica a trovare un’intesa sulla riduzione delle emissioni, e pezzi importanti della propria industria, a partire dall’automotive, si sono ribellate all’abbandono dei motori endotermici e anche ai più recenti impegni. In questo modo, Bruxelles ha cercato di trarre il massimo dalla Cop rispondendo anche alle preoccupazioni della sua industria.
Per quanto riguarda il Dragone, infine, il testo finale ha introdotto il riferimento al commercio internazionale che era stato richiesto da Pechino, e con esso “riafferma che le misure per combattere il cambiamento climatico, incluse quelle multilaterali, non dovrebbero costituire uno strumento arbitrario o ingiustificabile di discriminazione o una restrizione al commercio internazionale mascherata”.
Alcuni accordi sono stati presi anche per ciò che riguarda le barriere commerciali correlate al cambiamento climatico. Ciò conferma certo che il multilateralismo ha ancora molto da offrire sul lato della governance globale. Ma anche che la guerra commerciale promossa dagli Stati Uniti è arrivata nel pieno della Cop, nonostante gli States fossero assenti a Belém.
Nonostante le parole di Lula, non si può ignorare come ormai forum come quello della Cop vedano il proprio peso degradarsi, rispetto a uno scenario mondiale frammentato tra aree con interessi contrastanti e non componibili.
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15/11/2025
La COP30 espelle la delegazione di Israele
La delegazione israeliana è stata espulsa dall’assemblea della COP30. Le proteste di fronte alla sede di Belem in Brasile e il boicottaggio espresso dalla maggioranza delle delegazioni hanno cacciato i rappresentanti del genocidio a Gaza. La notizia è stata censurata dalla stampa di Netanyahu.
La Commissione Onu per gli affari economici e finanziari ha votato a stragrande maggioranza una risoluzione che riconosce il diritto inalienabile del popolo palestinese alla sua terra e alle risorse idriche, considerando nulle e violazioni del diritto internazionale tutte le annessioni compiute da Israele. La bozza di risoluzione è stata avanzata dal gruppo 77 e dalla Cina. Hanno votato contro soltanto otto Paesi (Usa, Israele, Argentina e vari staterelli minuscoli), mentre 152 hanno votato a favore, compresi tutti i Paesi dell’UE e il Canada. 12 gli astenuti.
Secondo il portavoce Unicef “Israele sta impedendo l’ingresso a Gaza di beni essenziali, tra cui siringhe per vaccini e biberon. Dallo scorso agosto sono state trattenute 938.000 confezioni di latte in polvere pronto all’uso. Ciò significa che circa un milione di bottiglie di latte potrebbero raggiungere i bambini che soffrono di diversi livelli di malnutrizione. Le restrizioni all’ingresso di forniture umanitarie essenziali, come kit per la maternità, frigoriferi a energia solare, pezzi di ricambio, generatori e materiali per la depurazione dell’acqua stanno ostacolando gravemente gli sforzi umanitari nel settore”.
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La Commissione Onu per gli affari economici e finanziari ha votato a stragrande maggioranza una risoluzione che riconosce il diritto inalienabile del popolo palestinese alla sua terra e alle risorse idriche, considerando nulle e violazioni del diritto internazionale tutte le annessioni compiute da Israele. La bozza di risoluzione è stata avanzata dal gruppo 77 e dalla Cina. Hanno votato contro soltanto otto Paesi (Usa, Israele, Argentina e vari staterelli minuscoli), mentre 152 hanno votato a favore, compresi tutti i Paesi dell’UE e il Canada. 12 gli astenuti.
Secondo il portavoce Unicef “Israele sta impedendo l’ingresso a Gaza di beni essenziali, tra cui siringhe per vaccini e biberon. Dallo scorso agosto sono state trattenute 938.000 confezioni di latte in polvere pronto all’uso. Ciò significa che circa un milione di bottiglie di latte potrebbero raggiungere i bambini che soffrono di diversi livelli di malnutrizione. Le restrizioni all’ingresso di forniture umanitarie essenziali, come kit per la maternità, frigoriferi a energia solare, pezzi di ricambio, generatori e materiali per la depurazione dell’acqua stanno ostacolando gravemente gli sforzi umanitari nel settore”.
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14/11/2025
Cop30, tra le proteste indigene
Martedì, contestualmente alla conferenza COP30 (30ª Conferenza delle Parti sulla Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) che sta avendo luogo in questi giorni a Belém in Brasile, è scoppiata una nutrita protesta da parte di comunità indigene e attivisti per il clima, che ha visto dozzine di manifestanti – appartenenti soprattutto a comunità amazzoniche – forzare l’ingresso della cosiddetta “Blue Zone”, riservata agli addetti ai lavori.
Già nei giorni precedenti una flottiglia di circa cento imbarcazioni, guidata da leader indigeni come Raoni Metuktire e Davi Kopenawa Yanomami, aveva navigato per migliaia di chilometri lungo il Rio delle Amazzoni per portare il proprio messaggio alla COP30.
Lo scontro con le forze di sicurezza è stato, come prevedibile, immediato e violento, e le guardie hanno usato tavoli e barriere improvvisate per fermare la marea umana che stava provando a entrare nel centro conferenze. Alcuni portavano cartelli con slogan come «Our land is not for sale» (“La nostra terra non è in vendita”) e «We can’t eat money» (“Non possiamo mangiare denaro”), denunciando in questo modo l’impatto devastante dell’agricoltura industriale su larga scala, l’estrattivismo minerario e petrolifero senza limiti che affligge in nome di un presunto “sviluppo” i territori che queste comunità abitano da secoli e il disboscamento massiccio delle loro terre.
L’episodio non solo rappresenta un indubbio salto di qualità nel processo di tensione crescente tra popolazioni indigene e istituzioni internazionali e governi in merito a come vengono gestite le conferenze climatiche e le politiche ambientali – accusando fondamentalmente i “potenti” di non includere nei processi decisionali proprio coloro che vivono sulla propria pelle gli effetti più catastrofici dei cambiamenti climatici (uno degli slogan urlati era “Non possono decidere per noi senza di noi”) – ma riafferma al contempo con forza che esistono precise responsabilità politiche, storiche ed economiche soggiacenti la crisi climatica a cui assistiamo.
In questo senso l’odierno linguaggio coloniale del potere si cela, quindi, dietro narrazioni sviluppiste – in cui lo sviluppo è sempre economico e mai umano – di cui le comunità indigene pagano il prezzo più alto.
Sinteticamente, la protesta mostra chiaramente che la COP non è solo “una conferenza tecnica”, come i media e i governi vorrebbero far credere, ma anche un’arena politica e di conflitto – dove questioni di giustizia climatica, diritti territoriali e lotta all’impoverimento relazionato al cambiamento climatico entrano in gioco.
Ma non è tutto. L’articolazione del problema da parte delle comunità amazzoniche chiama in causa un intero modo di produzione e di distribuzione della ricchezza, proponendo al tempo stesso che il punto di vista indigeno – basato su un’interazione “densa” e reciproca con l’ambiente circostante (non solo “uso della natura” ma “co-abitare con la natura”, “gestione” più che sfruttamento, “cicli” più che “linee continue”) – possa diventare un nuovo paradigma per ripensare la giustizia climatica e sociale e dare contributi molto importanti alla lotta contro la crisi ambientale in atto, tanto per quanto riguarda la mitigazione (cioè riduzione delle cause) che l’adattamento (cioè gestione degli effetti).
A tal proposito, l’Articolazione dei Popoli Indigeni del Brasile (APIB), pur non avendo organizzato questa protesta specifica, ha rilasciato una dichiarazione in cui ne sostiene le motivazioni, affermando di sostenere “l’autonomia di tutti i popoli di esprimersi liberamente” e ribadendo che “la risposta siamo noi”.
Al contempo un coordinatore della Global Youth Coalition ha spiegato che i manifestanti non agiscono per cattiveria, ma per disperazione, nel tentativo di proteggere le loro terre e il fiume Amazonas da una distruzione imminente che minaccia la loro stessa sopravvivenza, riaffermando quel ruolo di “protettori della Terra” che da qualche decennio queste comunità hanno adottato nella narrazione di sé a livello globale.
Sulla stessa linea di pensiero un’altra istanza dei manifestanti riguarda il riconoscimento della protezione delle foreste e dei territori indigeni come parte fondamentale della lotta al cambiamento climatico.
Sebbene le possibilità concrete di essere ascoltati all’interno dei luoghi di potere – nonostante la facciata – siano remote, queste comunità ci mostrano oggi la necessità di ribaltare un modo di produzione basato sullo sfruttamento umano e ambientale e ci indicano la strada per ripensare il modello di sviluppo dominante, valorizzando ideali di giustizia sociale non basati unicamente sulla logica del profitto.
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Già nei giorni precedenti una flottiglia di circa cento imbarcazioni, guidata da leader indigeni come Raoni Metuktire e Davi Kopenawa Yanomami, aveva navigato per migliaia di chilometri lungo il Rio delle Amazzoni per portare il proprio messaggio alla COP30.
Lo scontro con le forze di sicurezza è stato, come prevedibile, immediato e violento, e le guardie hanno usato tavoli e barriere improvvisate per fermare la marea umana che stava provando a entrare nel centro conferenze. Alcuni portavano cartelli con slogan come «Our land is not for sale» (“La nostra terra non è in vendita”) e «We can’t eat money» (“Non possiamo mangiare denaro”), denunciando in questo modo l’impatto devastante dell’agricoltura industriale su larga scala, l’estrattivismo minerario e petrolifero senza limiti che affligge in nome di un presunto “sviluppo” i territori che queste comunità abitano da secoli e il disboscamento massiccio delle loro terre.
L’episodio non solo rappresenta un indubbio salto di qualità nel processo di tensione crescente tra popolazioni indigene e istituzioni internazionali e governi in merito a come vengono gestite le conferenze climatiche e le politiche ambientali – accusando fondamentalmente i “potenti” di non includere nei processi decisionali proprio coloro che vivono sulla propria pelle gli effetti più catastrofici dei cambiamenti climatici (uno degli slogan urlati era “Non possono decidere per noi senza di noi”) – ma riafferma al contempo con forza che esistono precise responsabilità politiche, storiche ed economiche soggiacenti la crisi climatica a cui assistiamo.
In questo senso l’odierno linguaggio coloniale del potere si cela, quindi, dietro narrazioni sviluppiste – in cui lo sviluppo è sempre economico e mai umano – di cui le comunità indigene pagano il prezzo più alto.
Sinteticamente, la protesta mostra chiaramente che la COP non è solo “una conferenza tecnica”, come i media e i governi vorrebbero far credere, ma anche un’arena politica e di conflitto – dove questioni di giustizia climatica, diritti territoriali e lotta all’impoverimento relazionato al cambiamento climatico entrano in gioco.
Ma non è tutto. L’articolazione del problema da parte delle comunità amazzoniche chiama in causa un intero modo di produzione e di distribuzione della ricchezza, proponendo al tempo stesso che il punto di vista indigeno – basato su un’interazione “densa” e reciproca con l’ambiente circostante (non solo “uso della natura” ma “co-abitare con la natura”, “gestione” più che sfruttamento, “cicli” più che “linee continue”) – possa diventare un nuovo paradigma per ripensare la giustizia climatica e sociale e dare contributi molto importanti alla lotta contro la crisi ambientale in atto, tanto per quanto riguarda la mitigazione (cioè riduzione delle cause) che l’adattamento (cioè gestione degli effetti).
A tal proposito, l’Articolazione dei Popoli Indigeni del Brasile (APIB), pur non avendo organizzato questa protesta specifica, ha rilasciato una dichiarazione in cui ne sostiene le motivazioni, affermando di sostenere “l’autonomia di tutti i popoli di esprimersi liberamente” e ribadendo che “la risposta siamo noi”.
Al contempo un coordinatore della Global Youth Coalition ha spiegato che i manifestanti non agiscono per cattiveria, ma per disperazione, nel tentativo di proteggere le loro terre e il fiume Amazonas da una distruzione imminente che minaccia la loro stessa sopravvivenza, riaffermando quel ruolo di “protettori della Terra” che da qualche decennio queste comunità hanno adottato nella narrazione di sé a livello globale.
Sulla stessa linea di pensiero un’altra istanza dei manifestanti riguarda il riconoscimento della protezione delle foreste e dei territori indigeni come parte fondamentale della lotta al cambiamento climatico.
Sebbene le possibilità concrete di essere ascoltati all’interno dei luoghi di potere – nonostante la facciata – siano remote, queste comunità ci mostrano oggi la necessità di ribaltare un modo di produzione basato sullo sfruttamento umano e ambientale e ci indicano la strada per ripensare il modello di sviluppo dominante, valorizzando ideali di giustizia sociale non basati unicamente sulla logica del profitto.
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09/11/2025
Domani inizia la Cop30, da molti definita la “Cop della verità”
Dal 10 al 21 novembre si terrà la Conferenza delle Parti a Belém, in Brasile. Non si può prevedere il futuro, e dunque quali saranno le conclusioni di questo summit internazionale, ma le linee di tendenza sono chiarissime da anni, e sono quelle dell’incompatibilità dello ‘sviluppo’ (si fa per dire) capitalistico con la tutela dell’ambiente.
È possibile, però, raccogliere le premesse dei dibattiti a cui assisteremo nei prossimi giorni. Cartina tornasole è il vertice dei leader svoltosi il 6 e 7 novembre, una due giorni dedicata a foreste, protezione degli oceani e lotta globale contro la fame il 6, energie rinnovabili, transizione verde, e piani nazionali di riduzione delle emissioni il 7.
In queste prime due giornate di confronto, dedicate ai politici e non ancora alle squadre tecniche (su numeri e clausole potremo tornare più avanti), erano presenti 143 delegazioni, tra cui 57 capi di stato e 39 ministri da vari paesi del mondo. In molti hanno sottolineato l’assenza dei leader di USA, Cina e India, che insieme nel 2024 erano responsabili del 50% delle emissioni globali.
È bene, però, ricordare alcune differenze. Cina e India rappresentano insieme oltre un terzo della popolazione mondiale, gli Stati Uniti hanno una popolazione che è circa un quarto – forse un po’ meno – di ciascuno degli altri due paesi. Inoltre, l’anno scorso il sito scientifico Carbon Brief riportava che le emissioni pro-capite di ogni cinese erano intorno alle 227 tonnellate di CO2 ogni anno, quelle dei cittadini UE 682 e quelle di ogni statunitense addirittura 1.570.
A Belém, era comunque presente il vice primo ministro Ding Xuexiang, che ha ribadito la necessità di “rafforzare la collaborazione internazionale nel campo delle tecnologie e dell’industria verdi” e di “rimuovere le barriere commerciali e garantire la libera circolazione di prodotti verdi di qualità”. Certo, il Dragone ne ha un interesse concreto, essendo l’attore più all’avanguardia nel settore, ma non è certo colpa sua se il capitale ha ignorato la crisi climatica per decenni.
La UE si presenta all’appuntamento con un accordo raggiunto con difficoltà rispetto alla riduzione del 90%, entro il 2040, delle emissioni rispetto ai livelli del 1990. Un accordo già bersagliato da un vertice tra le organizzazioni imprenditoriali di Italia, Francia e Germania (Confindustria, Medef e Bdi). Gli Stati Uniti usciranno formalmente dagli Accordi di Parigi nel 2026 e Trump gira per il mondo cercando di vendere il suo GNL.
Arrivando, dunque, ai più interessanti interventi del 6-7 novembre, partiamo da quello del Segretario Generale dell’ONU, Guterres, il quale ha chiesto un piano chiaro sulla limitazione del riscaldamento globale a 1,5 gradi rispetto all’epoca pre-industriale. “Niente più greenwashing – ha detto – niente scappatoie. Dobbiamo trasformare quell’impegno in azione”.
Guterres ha anche sottolineato la necessità di azioni concrete sugli aiuti climatici per i paesi in via di sviluppo. Questo gruppo di paesi è al centro del dibattito, perché l’Occidente non vuole pagare i danni fatti con decenni di sfruttamento senza regole sul lato ambientale, e da altrettanti decenni di colonialismo e neocolonialismo sul lato economico e sociale. Il legame tra crisi climatica e disuguaglianze è stato esplicitato ancora una volta in un recente rapporto di Oxfam.
Lula, facendo gli onori di casa del Brasile, ha evidenziato con forza questo tema, mentre ha ricordato che la Cop che si sta per svolgere in Amazzonia, il polmone verde del mondo, è la “Cop della verità” rispetto agli impegni concreti da prendere, facendo eco a molte associazioni e organizzazioni non governative.
Il presidente brasiliano ha detto: “il cambiamento climatico è il risultato della stessa dinamica che per secoli ha diviso le nostre società tra ricchi e poveri e diviso il mondo tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo. Sarà impossibile contenere il cambiamento climatico senza superare le disuguaglianze dentro le nazioni e tra le nazioni”.
Ma Lula si è spinto anche oltre, mettendo in mostra l’ipocrisia di un mondo che trova i soldi per la guerra ma non per l’ambiente. Il politico brasiliano ha stigmatizzato il fatto che nel mondo si spenderà in armi “il doppio di quanto spendiamo” nella conversione ecologica. La corsa al riarmo, in sostanza, “spiana la strada a un’apocalisse climatica”: la tendenza alla guerra e la lotta al cambiamento climatico sono alternative, o l’una o l’altra.
Anche il discorso del presidente colombiano Gustavo Petro ha esposto elementi che vanno ben oltre le dichiarazioni di facciata, tornando sui temi già accennati da Lula. Se per quest’ultimo il conflitto in Ucraina ha fatto perdere anni di sforzi ecologici, il politico colombiano è intervenuto sul rapporto tra Bruxelles e Mosca: “l’Europa non può continuare a vedere la Russia come un nemico. Il suo vero nemico è la morte dei suoi nipoti a causa del collasso climatico”.
“Molti dei paesi emettitori di CO2 – ha aggiunto – dedicano i loro soldi alla produzione di più armi”, ha detto, criticando l’assenza statunitense al summit e attaccando le politiche trumpiane nei confronti dei migranti e delle illegali aggressioni alle imbarcazioni nei Caraibi e nel pacifico, dirette contro il Venezuela e la Colombia stessa.
Il presidente colombiano, invitando i presenti al vertice tra la CELAC (la comunità degli stati latinoamericani e dei Caraibi) e la UE, oggi in apertura ma boicottato attivamente da Washington che ha costretto ad ampie defezioni, ha lanciato anche l’idea di creare una rete elettrica panamericana di energia pulita (solare, eolico, geotermico e idroelettrico).
Si tratta di un investimento globale da 500 miliardi di dollari per produrre 1.400 gigawatt di energia pulita all’anno. Un significativo impegno nella conversione ecologica, a cui Petro ha chiamato a partecipare l’Africa, la Cina, l’Europa, chiunque sia interessato a investire in nuovi legami fondati su di uno sviluppo verde.
Ma è uno sforzo rivoluzionario anche rispetto alle necessità energetiche del continente. Questa potrebbe essere una misura concreta per legare insieme, sulla base di interessi comuni, un gruppo di paesi che hanno tutto da guadagnare nel difendere reciprocamente la propria indipendenza dalle ingerenze statunitensi.
Insomma, la Cop30 si preannuncia un incontro che, da una parte, mostra quanto ormai il multilateralismo sia stato abbandonato come vettore per la definizione delle dispute internazionali da parte delle potenze occidentali, in particolare dagli Stati Uniti. Dall’altra come, in un mondo multipolare, l’ambiente diventi, al pari di altre questioni, terreno per lo sviluppo di alleanze alternative. La Cop30 non parlerà solo di clima, ma degli orizzonti entro cui diversi pezzi di mondo vedono la possibilità di un futuro.
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È possibile, però, raccogliere le premesse dei dibattiti a cui assisteremo nei prossimi giorni. Cartina tornasole è il vertice dei leader svoltosi il 6 e 7 novembre, una due giorni dedicata a foreste, protezione degli oceani e lotta globale contro la fame il 6, energie rinnovabili, transizione verde, e piani nazionali di riduzione delle emissioni il 7.
In queste prime due giornate di confronto, dedicate ai politici e non ancora alle squadre tecniche (su numeri e clausole potremo tornare più avanti), erano presenti 143 delegazioni, tra cui 57 capi di stato e 39 ministri da vari paesi del mondo. In molti hanno sottolineato l’assenza dei leader di USA, Cina e India, che insieme nel 2024 erano responsabili del 50% delle emissioni globali.
È bene, però, ricordare alcune differenze. Cina e India rappresentano insieme oltre un terzo della popolazione mondiale, gli Stati Uniti hanno una popolazione che è circa un quarto – forse un po’ meno – di ciascuno degli altri due paesi. Inoltre, l’anno scorso il sito scientifico Carbon Brief riportava che le emissioni pro-capite di ogni cinese erano intorno alle 227 tonnellate di CO2 ogni anno, quelle dei cittadini UE 682 e quelle di ogni statunitense addirittura 1.570.
A Belém, era comunque presente il vice primo ministro Ding Xuexiang, che ha ribadito la necessità di “rafforzare la collaborazione internazionale nel campo delle tecnologie e dell’industria verdi” e di “rimuovere le barriere commerciali e garantire la libera circolazione di prodotti verdi di qualità”. Certo, il Dragone ne ha un interesse concreto, essendo l’attore più all’avanguardia nel settore, ma non è certo colpa sua se il capitale ha ignorato la crisi climatica per decenni.
La UE si presenta all’appuntamento con un accordo raggiunto con difficoltà rispetto alla riduzione del 90%, entro il 2040, delle emissioni rispetto ai livelli del 1990. Un accordo già bersagliato da un vertice tra le organizzazioni imprenditoriali di Italia, Francia e Germania (Confindustria, Medef e Bdi). Gli Stati Uniti usciranno formalmente dagli Accordi di Parigi nel 2026 e Trump gira per il mondo cercando di vendere il suo GNL.
Arrivando, dunque, ai più interessanti interventi del 6-7 novembre, partiamo da quello del Segretario Generale dell’ONU, Guterres, il quale ha chiesto un piano chiaro sulla limitazione del riscaldamento globale a 1,5 gradi rispetto all’epoca pre-industriale. “Niente più greenwashing – ha detto – niente scappatoie. Dobbiamo trasformare quell’impegno in azione”.
Guterres ha anche sottolineato la necessità di azioni concrete sugli aiuti climatici per i paesi in via di sviluppo. Questo gruppo di paesi è al centro del dibattito, perché l’Occidente non vuole pagare i danni fatti con decenni di sfruttamento senza regole sul lato ambientale, e da altrettanti decenni di colonialismo e neocolonialismo sul lato economico e sociale. Il legame tra crisi climatica e disuguaglianze è stato esplicitato ancora una volta in un recente rapporto di Oxfam.
Lula, facendo gli onori di casa del Brasile, ha evidenziato con forza questo tema, mentre ha ricordato che la Cop che si sta per svolgere in Amazzonia, il polmone verde del mondo, è la “Cop della verità” rispetto agli impegni concreti da prendere, facendo eco a molte associazioni e organizzazioni non governative.
Il presidente brasiliano ha detto: “il cambiamento climatico è il risultato della stessa dinamica che per secoli ha diviso le nostre società tra ricchi e poveri e diviso il mondo tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo. Sarà impossibile contenere il cambiamento climatico senza superare le disuguaglianze dentro le nazioni e tra le nazioni”.
Ma Lula si è spinto anche oltre, mettendo in mostra l’ipocrisia di un mondo che trova i soldi per la guerra ma non per l’ambiente. Il politico brasiliano ha stigmatizzato il fatto che nel mondo si spenderà in armi “il doppio di quanto spendiamo” nella conversione ecologica. La corsa al riarmo, in sostanza, “spiana la strada a un’apocalisse climatica”: la tendenza alla guerra e la lotta al cambiamento climatico sono alternative, o l’una o l’altra.
Anche il discorso del presidente colombiano Gustavo Petro ha esposto elementi che vanno ben oltre le dichiarazioni di facciata, tornando sui temi già accennati da Lula. Se per quest’ultimo il conflitto in Ucraina ha fatto perdere anni di sforzi ecologici, il politico colombiano è intervenuto sul rapporto tra Bruxelles e Mosca: “l’Europa non può continuare a vedere la Russia come un nemico. Il suo vero nemico è la morte dei suoi nipoti a causa del collasso climatico”.
“Molti dei paesi emettitori di CO2 – ha aggiunto – dedicano i loro soldi alla produzione di più armi”, ha detto, criticando l’assenza statunitense al summit e attaccando le politiche trumpiane nei confronti dei migranti e delle illegali aggressioni alle imbarcazioni nei Caraibi e nel pacifico, dirette contro il Venezuela e la Colombia stessa.
Il presidente colombiano, invitando i presenti al vertice tra la CELAC (la comunità degli stati latinoamericani e dei Caraibi) e la UE, oggi in apertura ma boicottato attivamente da Washington che ha costretto ad ampie defezioni, ha lanciato anche l’idea di creare una rete elettrica panamericana di energia pulita (solare, eolico, geotermico e idroelettrico).
Si tratta di un investimento globale da 500 miliardi di dollari per produrre 1.400 gigawatt di energia pulita all’anno. Un significativo impegno nella conversione ecologica, a cui Petro ha chiamato a partecipare l’Africa, la Cina, l’Europa, chiunque sia interessato a investire in nuovi legami fondati su di uno sviluppo verde.
Ma è uno sforzo rivoluzionario anche rispetto alle necessità energetiche del continente. Questa potrebbe essere una misura concreta per legare insieme, sulla base di interessi comuni, un gruppo di paesi che hanno tutto da guadagnare nel difendere reciprocamente la propria indipendenza dalle ingerenze statunitensi.
Insomma, la Cop30 si preannuncia un incontro che, da una parte, mostra quanto ormai il multilateralismo sia stato abbandonato come vettore per la definizione delle dispute internazionali da parte delle potenze occidentali, in particolare dagli Stati Uniti. Dall’altra come, in un mondo multipolare, l’ambiente diventi, al pari di altre questioni, terreno per lo sviluppo di alleanze alternative. La Cop30 non parlerà solo di clima, ma degli orizzonti entro cui diversi pezzi di mondo vedono la possibilità di un futuro.
Fonte
05/11/2025
“Le emissioni dei super-ricchi minacciano il Pianeta”
Il rapporto recentemente pubblicato da Oxfam in vista della Cop30, la Conferenza delle Parti che si tiene annualmente per discutere e trattare le misure contro il cambiamento climatico, riporta che lo 0,1% più ricco del Pianeta è responsabile, in un solo giorno, di più emissioni del 50% più povero della popolazione mondiale in un intero anno.
Questo squilibrio deriva sia dal tenore di vita sia dagli investimenti in attività inquinanti. E l’altro elemento che politicamente risulta estremamente interessante è che, dal 1990 a oggi, la quota totale delle emissioni di questo 0,1% è cresciuta del 32%, mentre quella della metà più povera della popolazione mondiale è diminuita del 3%.
Ciò non fa che rendere ancora più evidente, ancora una volta, come la questione ambientale sia una questione di classe. La riconversione ecologica non avviene da un giorno all’altro, questo è certo, ma se si continuerà a lasciarla nelle mani del mercato, cioè delle scelte fatte in virtù di interesse particolari, essa non si realizzerà mai. Tra l’altro, è Oxfam stesso a renderlo palese.
Nel rapporto si fa presente che c’è un gruppo elitario di super-ricchi che sta esercitando tutta la pressione possibile sui decisori politici, per mantenere la dipendenza dai combustibili fossili e aumentare i propri prodotti. I padroni preferirebbero vedere il mondo bruciare piuttosto che perdere qualche dividendo.
E su questa strada si stanno dirigendo con una larga connivenza politica, nonostante la propaganda di un capitalismo green. Secondo il report, le emissioni causate dall’1% più ricco della popolazione mondiale, entro io 2050, potrebbero arrivare a causare fino a 1,3 milioni di vittime con l’aumento delle temperature, e un danno economico di oltre 44 trilioni di dollari nei paesi a basso e medio reddito.
Il portavoce di Oxfam Italia, Francesco Petrelli, ha affermato: “la crisi climatica è strettamente connessa all’acuirsi delle disuguaglianze globali e ne aggrava la portata”. Ciò non è legato solamente al fatto che siano spesso i paesi più poveri ad essere quelli più a rischio rispetto agli effetti nefasti del cambiamento climatico.
È una questione profondamente neocoloniale. I paesi imperialisti occidentali approfittano di legislazioni meno stringenti in tema ambientale nei paesi in via di sviluppo, scaricandovi le attività più inquinanti. Per di più mistificano i dati per attribuirne a questi ultimi la responsabilità. In questo modo, puntano a perpetrare le disuguaglianze.
Spesso, queste asimmetrie di potere vengono alimentate con la promessa di lavoro e redditi per popolazioni che affrontano gravi difficoltà. In questo modo le ragioni strutturali della dipendenza non vengono mai intaccate. Oggi, inoltre, assistiamo persino a un ‘colonialismo verde’, in cui progetti infrastrutturali ed energetici funzionali al capitale occidentale vengono delocalizzati nel Sud Globale.
È con questi strumenti che vengono fatti fallire i summit come la Cop30, quest’anno a Belém, in Brasile, dal 10 al 21 novembre. Alla Cop29, a Baku, erano presenti 1.773 lobbisti delle industrie delle fonti fossili, più del numero dei delegati dei 10 paesi più colpiti dagli effetti della crisi climatica.
Quest’anno la Cop si preannuncia come un evento di significativo impatto internazionale, per almeno due motivi. Il primo è che, sul tema di una diplomazia ambientale, si è speso molto il presidente brasiliano Lula, che vanta inoltre l’appartenenza ai BRICS. Il secondo è che arriva a 10 anni dagli Accordi di Parigi.
Il contenimento dell’innalzamento della temperatura entro gli 1,5° rispetto all’età pre-industriale è ormai evidentemente fallito, e per una responsabilità chiara e misurabile delle potenze occidentali. Gli investimenti e le politiche necessarie anche solo a correre ai ripari sono evidentemente inaccettabili e incompatibili con gli interessi dei grandi attori del ‘libero mercato’.
Oggi più che mai, appare chiaro che promuovere una coerente agenda ambientale è necessario pensarla dentro il ribaltamento delle dipendenze delle attuali relazioni internazionali e associarla a una trasformazione profonda delle fondamenta dello sviluppo economico e sociale.
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Questo squilibrio deriva sia dal tenore di vita sia dagli investimenti in attività inquinanti. E l’altro elemento che politicamente risulta estremamente interessante è che, dal 1990 a oggi, la quota totale delle emissioni di questo 0,1% è cresciuta del 32%, mentre quella della metà più povera della popolazione mondiale è diminuita del 3%.
Ciò non fa che rendere ancora più evidente, ancora una volta, come la questione ambientale sia una questione di classe. La riconversione ecologica non avviene da un giorno all’altro, questo è certo, ma se si continuerà a lasciarla nelle mani del mercato, cioè delle scelte fatte in virtù di interesse particolari, essa non si realizzerà mai. Tra l’altro, è Oxfam stesso a renderlo palese.
Nel rapporto si fa presente che c’è un gruppo elitario di super-ricchi che sta esercitando tutta la pressione possibile sui decisori politici, per mantenere la dipendenza dai combustibili fossili e aumentare i propri prodotti. I padroni preferirebbero vedere il mondo bruciare piuttosto che perdere qualche dividendo.
E su questa strada si stanno dirigendo con una larga connivenza politica, nonostante la propaganda di un capitalismo green. Secondo il report, le emissioni causate dall’1% più ricco della popolazione mondiale, entro io 2050, potrebbero arrivare a causare fino a 1,3 milioni di vittime con l’aumento delle temperature, e un danno economico di oltre 44 trilioni di dollari nei paesi a basso e medio reddito.
Il portavoce di Oxfam Italia, Francesco Petrelli, ha affermato: “la crisi climatica è strettamente connessa all’acuirsi delle disuguaglianze globali e ne aggrava la portata”. Ciò non è legato solamente al fatto che siano spesso i paesi più poveri ad essere quelli più a rischio rispetto agli effetti nefasti del cambiamento climatico.
È una questione profondamente neocoloniale. I paesi imperialisti occidentali approfittano di legislazioni meno stringenti in tema ambientale nei paesi in via di sviluppo, scaricandovi le attività più inquinanti. Per di più mistificano i dati per attribuirne a questi ultimi la responsabilità. In questo modo, puntano a perpetrare le disuguaglianze.
Spesso, queste asimmetrie di potere vengono alimentate con la promessa di lavoro e redditi per popolazioni che affrontano gravi difficoltà. In questo modo le ragioni strutturali della dipendenza non vengono mai intaccate. Oggi, inoltre, assistiamo persino a un ‘colonialismo verde’, in cui progetti infrastrutturali ed energetici funzionali al capitale occidentale vengono delocalizzati nel Sud Globale.
È con questi strumenti che vengono fatti fallire i summit come la Cop30, quest’anno a Belém, in Brasile, dal 10 al 21 novembre. Alla Cop29, a Baku, erano presenti 1.773 lobbisti delle industrie delle fonti fossili, più del numero dei delegati dei 10 paesi più colpiti dagli effetti della crisi climatica.
Quest’anno la Cop si preannuncia come un evento di significativo impatto internazionale, per almeno due motivi. Il primo è che, sul tema di una diplomazia ambientale, si è speso molto il presidente brasiliano Lula, che vanta inoltre l’appartenenza ai BRICS. Il secondo è che arriva a 10 anni dagli Accordi di Parigi.
Il contenimento dell’innalzamento della temperatura entro gli 1,5° rispetto all’età pre-industriale è ormai evidentemente fallito, e per una responsabilità chiara e misurabile delle potenze occidentali. Gli investimenti e le politiche necessarie anche solo a correre ai ripari sono evidentemente inaccettabili e incompatibili con gli interessi dei grandi attori del ‘libero mercato’.
Oggi più che mai, appare chiaro che promuovere una coerente agenda ambientale è necessario pensarla dentro il ribaltamento delle dipendenze delle attuali relazioni internazionali e associarla a una trasformazione profonda delle fondamenta dello sviluppo economico e sociale.
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