Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Ambiguità. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ambiguità. Mostra tutti i post

24/09/2026

Vertice dei BRICS+: tra promesse e contraddizioni

Il 18° Vertice dei BRICS, tenutosi a Nuova Delhi dal 12 al 13 settembre, si è svolto in un contesto di eccezionale intensificazione delle contraddizioni internazionali. Le guerre nell’Asia occidentale, le sanzioni unilaterali, le barriere tariffarie e l’uso della finanza e della tecnologia come armi hanno messo in evidenza il carattere fondamentalmente diseguale dell’ordine internazionale dominato dall’imperialismo.

In questo contesto, la continua espansione dei BRICS riflette il desiderio dei Paesi in via di sviluppo di raggiungere una maggiore autonomia strategica e un sistema più democratico di governance globale. Allo stesso tempo, il vertice ha dimostrato che i BRICS+ restano un raggruppamento eterogeneo, i cui membri differiscono sostanzialmente per allineamenti politici e interessi economici.

La Dichiarazione di Nuova Delhi, frutto del vertice, ha ribadito la richiesta di una riforma delle Nazioni Unite, delle istituzioni finanziarie internazionali e del sistema commerciale multilaterale. Si è opposta alle sanzioni unilaterali non autorizzate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e ha sostenuto un maggiore ricorso al commercio nelle valute nazionali.

La dichiarazione ha inoltre appoggiato una maggiore rappresentanza dei Paesi in via di sviluppo nelle istituzioni le cui regole continuano a essere determinate principalmente dagli Stati Uniti e dai loro alleati. Queste posizioni assumono un’importanza concreta in un momento in cui Washington ricorre sempre più a sanzioni, dazi, controlli sulle esportazioni e controllo dei sistemi di pagamento per disciplinare i Paesi che rifiutano di accettare le sue direttive.

Ambiguità

Tuttavia, il linguaggio attentamente negoziato della dichiarazione ha anche rivelato i limiti dell’allargamento dell’organizzazione. I BRICS+ comprendono ora Paesi sottoposti a una pressione occidentale costante, come Russia e Iran, così come gli Emirati Arabi Uniti e altri Stati che mantengono ampi legami economici e di sicurezza con l’Occidente.

Di conseguenza, il consenso può essere mantenuto soltanto attraverso formulazioni che riconoscano i conflitti senza identificarne sempre le cause politiche. Questa ambiguità è stata particolarmente evidente nel trattamento riservato dal vertice alla guerra sempre più estesa nell’Asia occidentale e alla posizione assunta dall’Iran.

Il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha approfittato del vertice per denunciare le sanzioni unilaterali e la guerra di aggressione contro l’Iran condotta dagli Stati Uniti e da Israele. Ha sottolineato, correttamente, che la resilienza economica non può essere separata dalla pace, dalla sovranità e dalla sicurezza.

L’Iran ha inoltre sostenuto il commercio nelle valute nazionali, un maggiore utilizzo della Nuova Banca di Sviluppo e la costruzione di corridoi indipendenti per i trasporti e l’energia (come ha già fatto attraverso il Pakistan, che ha fornito sei rotte terrestri per consentire alle merci cinesi e russe di entrare in Iran).

Per un Paese sottoposto a decenni di sanzioni, all’esclusione dalle reti finanziarie occidentali e a ripetute minacce di cambio di regime, l’appartenenza ai BRICS+ rappresenta un’importante opportunità diplomatica ed economica.

La posizione dell’Iran, tuttavia, presenta una marcata ambiguità. Teheran presenta i BRICS+ come uno strumento per resistere all’unilateralismo e difendere la sovranità. Allo stesso tempo, deve cercare un accordo con gli Stati vicini del Golfo, molti dei quali sono profondamente integrati con il capitale e gli accordi di sicurezza occidentali.

L’Iran ha firmato una dichiarazione che chiedeva moderazione e de-escalation, mentre accusava Stati Uniti e Israele di aggressione e difendeva le proprie azioni di ritorsione. La sua posizione combattiva nei confronti della pressione imperialista si combina quindi con uno sforzo pragmatico per evitare l’isolamento regionale, ottenere un allentamento delle sanzioni e preservare i canali negoziali.

Questo non dovrebbe essere interpretato semplicemente come un’incoerenza. L’Iran si trova ad affrontare una coalizione militare e finanziaria di gran lunga superiore alle proprie forze e deve muoversi all’interno di severe limitazioni. Ma ciò illustra anche il problema più ampio che i BRICS+ devono affrontare.

L’opposizione al dominio occidentale non genera automaticamente un programma coerente di natura antimperialista. Gli Stati partecipanti sono Stati capitalisti che perseguono i rispettivi interessi nazionali. Le loro classi dominanti possono opporsi a determinati aspetti dell’egemonia statunitense, pur rimanendo disponibili a raggiungere accordi con la finanza globale o con potenze regionali reazionarie.

Di conseguenza, i BRICS+ costituiscono un terreno di confronto all’interno dell’ordine mondiale in trasformazione, non un’alternativa già costituita all’imperialismo.

Partner

L’evento politico più significativo del vertice per l’Asia è stato l’incontro tra il primo ministro Narendra Modi e il presidente cinese Xi Jinping. La prima visita di Xi in India dopo sette anni ha confermato il graduale miglioramento delle relazioni a partire dagli accordi di ritiro militare avviati nel 2024.

I due leader hanno concordato che India e Cina dovrebbero considerarsi partner anziché rivali e affrontare le relazioni bilaterali da una prospettiva strategica di lungo periodo. Hanno inoltre discusso della questione dei confini, del commercio, dell’accesso ai mercati e dei problemi delle catene di approvvigionamento.

Qualsiasi miglioramento duraturo nelle relazioni tra India e Cina dovrebbe essere accolto positivamente. Il prolungato confronto seguito allo scontro nella valle di Galwan del 2020 ha danneggiato entrambi i Paesi, ha aumentato la spesa militare e ha rafforzato gli sforzi degli Stati Uniti per coinvolgere l’India nella propria strategia indo-pacifica. Washington ha cercato costantemente di trasformare l’India in un contrappeso strategico alla Cina attraverso il Quad e l’espansione della cooperazione militare e tecnologica.

Pertanto, un confronto continuo tra India e Cina avvantaggia molto più la strategia degli Stati Uniti che gli interessi delle popolazioni indiana e cinese.

La pace e la tranquillità lungo la Linea di Controllo Effettivo restano indispensabili. Gli accordi sul ritiro delle truppe devono essere seguiti da un impegno costante sul piano diplomatico e militare, dalla chiarificazione delle aree contese e dalla rigorosa osservanza degli accordi esistenti.

Non si dovrebbe permettere né alla retorica nazionalista né alla costruzione competitiva di infrastrutture di provocare un nuovo confronto. Le differenze sul confine non possono essere ignorate, ma possono e devono essere gestite senza subordinare l’intera relazione a una rivalità militarizzata.

Le relazioni economiche presentano una contraddizione altrettanto difficile. La Cina è uno dei maggiori partner commerciali dell’India e un’importante fonte di macchinari, componenti elettronici, prodotti chimici, apparecchiature per le energie rinnovabili e altri fattori produttivi industriali.

Tuttavia, l’enorme deficit commerciale dell’India nei confronti della Cina riflette sia la debolezza del settore manifatturiero indiano sia gli ostacoli che le esportazioni indiane incontrano sul mercato cinese.

Per affrontare questo squilibrio sono necessari un migliore accesso al mercato, investimenti cinesi realizzati in condizioni trasparenti e, soprattutto, una politica industriale indiana capace di sviluppare la capacità produttiva nazionale. Negli ultimi sei mesi, il commercio bilaterale è aumentato vertiginosamente.

L’approccio del governo Modi ha alternato la dipendenza dalle importazioni cinesi e le restrizioni, motivate politicamente, agli investimenti e alla tecnologia cinesi. La sua retorica del “China plus one” non può nascondere il fallimento delle proprie politiche nel generare un’industrializzazione di ampia base. Neppure un più stretto allineamento strategico con gli Stati Uniti può fornire all’India una base manifatturiera indipendente.

Gli Stati Uniti cercano un accesso privilegiato al mercato indiano, mentre ricorrono a dazi, restrizioni tecnologiche e pressioni politiche ogni volta che le politiche indiane si discostano dai loro interessi. L’incoerenza del governo Modi emerge soprattutto dalla sua incapacità di elaborare realmente un’agenda nazionale di sviluppo che sfrutti il dinamismo dell’economia cinese e prenda le distanze da un’America sempre più orientata verso il nazionalismo economico.

La Cina, da parte sua, deve riconoscere che relazioni stabili richiedono sensibilità nei confronti delle legittime preoccupazioni dell’India. Tra queste vi sono la questione irrisolta del confine, l’accesso diseguale ai mercati e lo squilibrio commerciale.

La considerevole asimmetria tra le due economie rende particolarmente importante la reciprocità. L’appello di Pechino alla collaborazione acquisterà significato soltanto quando sarà accompagnato da misure concrete che consentano a beni e servizi indiani di entrare nel mercato cinese e impediscano che le tensioni sul confine finiscano ripetutamente per oscurare il dialogo politico.

La cooperazione tra India e Cina conferirebbe ai BRICS+ un peso molto maggiore nella lotta per la democratizzazione dell’ordine internazionale. Insieme, i due Paesi rappresentano più di un terzo dell’umanità.

La loro cooperazione potrebbe favorire la riforma delle istituzioni internazionali, il finanziamento di politiche a vantaggio del clima, lo scambio di tecnologie, le iniziative di sanità pubblica e un sistema commerciale più equo. Al contrario, un nuovo confronto paralizzerebbe i BRICS+ e consentirebbe alle potenze esterne di sfruttare le divisioni presenti in tutta l’Asia.

Pertanto, l’India dovrebbe seguire una politica estera indipendente basata sulla coesistenza pacifica e non partecipare a un progetto statunitense volto a contenere la Cina.

Il vertice di Nuova Delhi ha prodotto proposte per la continuità istituzionale, una cooperazione finanziaria più solida e una maggiore resilienza tra le economie in via di sviluppo. Tuttavia, le dichiarazioni avranno un valore limitato se non verranno tradotte in accordi concreti.

La Nuova Banca di Sviluppo dovrebbe ampliare i prestiti nelle valute nazionali e dare priorità alle infrastrutture socialmente necessarie, anziché riprodurre le condizioni e l’orientamento aziendale della Banca Mondiale. I meccanismi di pagamento transfrontalieri dovrebbero essere sviluppati in modo trasparente, senza creare nuove forme di dominio da parte delle economie più forti dei BRICS.

Le forti dichiarazioni a sostegno della Rivoluzione cubana e delle aspirazioni all’autodeterminazione del popolo palestinese dovranno trovare un’applicazione concreta. Riusciranno i BRICS+ a trovare un modo per rompere il crudele e illegale embargo degli Stati Uniti contro Cuba? E i BRICS+ offriranno sostegno alla riattivazione della vita politica palestinese?

I BRICS+ incarnano sia il movimento verso un nuovo equilibrio mondiale sia tutte le contraddizioni di tale movimento. Il cauto riavvicinamento tra India e Cina è un esempio di questa contraddizione, poiché combina il riconoscimento della reciproca dipendenza con una sfiducia strategica ancora irrisolta.

Il futuro dei BRICS+ dipenderà dalla capacità di gestire pacificamente tali contraddizioni e dal fatto che la cooperazione produca benefici tangibili per i lavoratori, invece di limitarsi ad ampliare il margine di manovra delle classi dominanti nazionali.

Per l’India, la strada da seguire è chiara: ristabilire relazioni normali e pacifiche con la Cina, resistere all’inserimento nella strategia militare degli Stati Uniti, opporsi all’aggressione e alle sanzioni unilaterali contro l’Iran e lavorare per un ordine multilaterale autenticamente democratico.

Ci sarà un nuovo equilibrio mondiale soltanto quando il dominio imperialista verrà limitato e aumenteranno la sovranità e le possibilità di sviluppo dei popoli. Il vertice di Nuova Delhi ha segnato un ulteriore passo in questa controversa transizione, ma la direzione e il contenuto sociale dell’ordine emergente rimangono oggetto di lotta politica.

Fonte

06/09/2026

Iraq, acque agitate in vista del disarmo delle milizie e il ritiro USA

Il 30 settembre, formalmente, è fissata una doppia deadline in Iraq, ovvero il ritiro delle truppe straniere e il disarmo di tutte le milizie non statali, con l’integrazione dei propri membri all’interno delle catene di comando dell’esercito.

Ovviamente, l’amministrazione statunitense ha affermato di legare il proprio ritiro al disarmo delle milizie, essendo queste ultime per la grande maggioranza appartenenti alle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), filoiraniane.

Le PMF hanno già una copertura legale che le include formalmente sotto il Ministero della Difesa Iracheno, sin da quando, grazie alla loro azione, impedirono all’Isis di arrivare a Baghdad. Tuttavia, posseggono arsenali propri non censiti e, soprattutto, il controllo diretto di punti strategici del paese, quali alcuni quartieri della cintura di Baghad e alcuni punti di confine con la Siria, a diretto contatto con i nemici qaedisti sotto il comando di Al-Jolani.

Anche le YBS, ala yazida del PKK – la cui amministrazione autonoma del Sinjar non è mai stata riconosciuta da Baghdad – sono parte delle PMF; nel loro caso, anche la Turchia spinge per la dissoluzione, seguendo l’esempio delle Ypg.

Dal punto di vista pratico, il compito che si è proposto il governo centrale è quello di smantellare le aree di “amministrazione autonoma” e i checkpoint in possesso di queste milizie e di subordinarne i membri all’esercito centrale, pensionando o destinando ad altre attività i capi.

Il Primo Ministro Zaidi motiva la richiesta di smantellamento delle PMF con il fatto che esse, effettuando attacchi contro assets statunitensi e partecipando alle risposte iraniane contro l’aggressione, coinvolgono il paese in guerre da cui dovrebbe stare fuori e minaccia di colpire con le leggi antiterrorismo coloro i quali non rispetteranno la deadline di fine settembre. In cambio, più o meno sottobanco offre posti di sottogoverno o asset economici ai capi.

Gli USA, come detto, minacciano di non completare il ritiro e di sanzionare anche il governo centrale, se quest’ultimo non riuscirà a mettere sotto controllo le milizie; si ricorda che i proventi del petrolio iracheno sono tutt’ora a disposizione di un fondo controllato dal Pentagono. Per forzare la mano, assieme all’Arabia Saudita, a fine luglio il Centcom ha effettuato un attacco aereo contro le PMF, provocando una ventina di morti.

All’interno delle PMF, il panorama è frastagliato.

Le Brigate della Pace, legate a Moqtada al Sadr, già in giugno hanno annunciato il proprio smantellamento, la consegna delle armi all’esercito ed il passaggio a movimento meramente politico/parlamentare. Così hanno fatto anche una serie di milizie minori, createsi appositamente nel 2014 in risposta a una fatwa del Grande Ayatollah Al-Sistani per difendere i luoghi sacri dell’Islam sciita dall’Isis.

Non vogliono, invece, saperne una serie di milizie più numerose e meglio armate, legate più strettamente all’Iran e preesistenti alla lotta all’Isis, che combattono da sempre l’occupazione statunitense. Parliamo, ad esempio, di Harakat Hezbollah al-Nujaba e Kata’ib Hezbollah.

Queste ultime, per il loro scioglimento pongono condizioni impossibili da soddisfare per il Premier Zaidi: oltre al ritiro completo di tutte le truppe straniere, la fine del saccheggio delle risorse irachene da parte degli USA, l’estensione del provvedimento di disarmo ai peshmerga curdi e lo smantellamento della Regione Autonoma Curda, vista come un asset degli occupanti.

Man mano che la deadline si avvicina, la situazione si fa sempre più tesa. Per inviare un segnale, il governo centrale ha effettuato un’operazione di polizia in cui sono stati arrestati dei dirigenti di Harakat Hezbollah al-Nujaba e Kata’ib Hezbollah.

Da parte sua l’Iran cerca di gettare acqua sul fuoco, spingendo le milizie sue alleate ad evitare atteggiamenti estremisti. Recentemente si sono recati a Baghdad il capo delle milizie Quds Qaani ed il Presidente del Parlamento Ghalibaf, per effettuare colloqui riservati sia con i capi delle PMF, sia con i vertici del governo centrale.

In particolare, i due avrebbero chiesto alle milizie di smantellare alcuni checkpoint molto visibili e di portare allo scoperto, sotto controllo formale delle strutture delle PMF, anche la parte dei propri arsenali non censita. Ovviamente, di consegna delle armi non se ne parla, ma c’è anche l’ordine di evitare scontri fisici.

Inoltre, Teheran ha smesso di coinvolgere le milizie più esposte nei propri incessanti attacchi contro i gruppi curdo-iraniani di opposizione e le basi statunitensi presenti nella Regione Autonoma Curda.

Su tutte queste vicende vige un interrogativo di fondo: gli USA e le truppe occidentali si ritireranno davvero il 30 settembre? Difficile pensarlo, dopo anni e anni di scadenze non rispettate e vista l’inaffidabilità ripetutamente dimostrata dagli USA.

L’esisto di questo processo è molto importante, perché rischia di influenzare analoghi tentativi di disarmo in corso contro Hezbollah e la Resistenza Palestinese.

La legittima aspirazione di creare istituzioni centrali forti, insomma, sta diventando un pretesto per smantellare la Resistenza contro le guerre imperialiste e sioniste.

Fonte

28/08/2026

Mezze bugie e mezze verità sulle armi italiane all’Ucraina, ancora una volta

Il governo Meloni continua a navigare nella più totale ambiguità/complicità sulle forniture di armamenti italiani all’Ucraina per la guerra contro la Russia. Ma ancora una volta, così come avvenuti sui voli militari statunitensi dalle basi italiane nel contesto dell'aggressione all'Iran, l’esecutivo nasconde la verità al paese attraverso mezze bugie e mezze verità.

Le polemiche in questo caso sono scattate dopo il vertice a Kiev dei paesi europei “volenterosi” (nel far proseguire la guerra in Ucraina, ndr) e per le rivelazioni comparse sul giornale La Repubblica.

La premier Giorgia Meloni aveva confermato l’impegno italiano sugli aiuti all’Ucraina ma parlando dell’invio di nuovi generatori elettrici in vista dell’inverno, in tale contesto aveva anche annunciato che l’Italia non prenderà parte alle esercitazioni su vasta scala della coalizione previste per l’autunno intorno e dentro l’Ucraina.

Due annunci che avevano il compito di tranquillizzare il dissenso interno alla maggioranza di governo e di tenere buona quella parte dell’opposizione contraria all’invio di armi e al coinvolgimento dell’Italia nella guerra in Ucraina.

Ma le indiscrezioni sulle forniture militari italiane a Kiev pubblicate da Repubblica hanno riacceso lo scontro politico a tutto campo.

Stando a quanto riporta La Repubblica, il governo starebbe preparando l’invio a Kiev di armi di ultima generazione come le batterie contraeree Samp-T nella versione NG in grado di abbattere i missili balistici, gli intercettori Aster 30 e alcuni radar. Altro che generatori!

Il governo – prosegue La Repubblica – vorrebbe inoltre ricorrere alla formula del decreto proprio per prevenire eventuali dissensi interni alla maggioranza.

La fornitura prevederebbe quattro batterie antimissile Samp-T di nuova generazione (NG). Poi ci saranno i radar Kronos costruiti da Leonardo, mentre anche l’Italia, così come Francia e Gran Bretagna, darà il via libera formale alla produzione direttamente in Ucraina dei missili – in questo caso gli Aster.

In questo ennesimo decreto per l’invio di armi all’Ucraina ci sarebbero anche il sistema “Grifo” della Difesa italiana, che utilizza i nuovi missili Camm-Er per intercettare droni kamikaze, missili da crociera e armi anti-radar a corta portata.

Su questa ennesima forzatura bellicista del governo, nel teatrino della politica italiana non sono venuti a mancare i paradossi. A destra il gen. Vannacci si scaglia contro questa decisione di inviare armamenti all’Ucraina, nel campo largo c’è invece chi – come l’on. Magi di +Europa o l’on, Ruffino di Azione – la ritene “una buona notizia” anche se la premier è “costretta a farlo di nascosto”.

Il ministro della Difesa Crosetto ha affidato la replica ad una nota pubblicata sul sito del ministero della Difesa, in cui precisa che il Parlamento “ha autorizzato il Governo a inviare, anche per il 2026, come già era stato fatto in tutti gli anni precedenti, aiuti (di natura sia civile che militare) all’Ucraina”.

Come accaduto anche con i precedenti invii di armamenti, anche questo tredicesimo pacchetto sarà coperto da segretezza. Verrà infatti approvato prima tramite un decreto interministeriale, poi passerà al vaglio del Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica i cui membri sono obbligati al segreto, per essere infine approvato dal Consiglio dei ministri.

Per mantenere segreti i materiali da inviare in Ucraina, il governo riferirà, infatti, la lista solo al Copasir. È lo stesso Crosetto a spiegare che quando viene assemblato un “pacchetto” di aiuti, la difesa e le amministrazioni competenti “preparano un decreto, chiedono al presidente del Copasir di poterlo illustrare ai suoi membri, lo illustrano e solo espletati tutti questi passaggi (non formali, ma sostanziali, dato che viviamo in una Repubblica in cui la sovranità è in capo al Parlamento) tale decreto viene adottato, nella prevista forma del secretato, il che mette in condizione tutti i membri del Copasir (dove siedono esponenti di maggioranza come di opposizione) di esserne in piena e totale conoscenza e averne totale contezza, come è giusto che sia”.

Con una certa dose di malizia, ma affermando sicuramente una mezza verità, Crosetto ha poi ricordato che questo è stato il percorso seguito sull’invio di armi in Ucraina da tutti i governi fino a oggi. 

Anche questa volta il Parlamento e il paese saranno messi davanti al fatto compiuto su scelte che stanno trascinando l'Italia sempre più pesantemente nella guerra in Ucraina. Così come avverrà anche per l’indebitamento con i fondi europei SAFE (veri e propri crediti di guerra, ndr) per l’acquisto di nuovi armamenti, anche questo caso non verrà affatto discusso in Parlamento come invece era stato annunciato dal ministro dell’Economia Giorgetti.

È un meccanismo che va spezzato e interrotto con decisione prima che sia troppo tardi.

Fonte

11/07/2026

Processo Spiotta, la prima sentenza che rompe con la logica dell’emergenza

Francesco Romeo, avvocato di Mario Moretti, analizza il verdetto della corte di assise di Alessandria sulla sparatoria del 5 giugno 1975. La sentenza prende le distanze dalla stagione dei maxi processi antiterrorismo nei quali lo strumento del concorso veniva utilizzato come una clava per condannare tutti per tutto.

Stavolta la sentenza ha tenuto conto delle conoscenze storiche intervenute nel frattempo, avvicinandosi ad una rappresentazione più realistica delle responsabilità personali e della struttura organizzativa delle Brigate rosse

di Paolo Morando, Il T quotidiano autonomo del Trentino Alto Adige, 9 luglio 2026

A leggere gli articoli della grande stampa, come al solito sembra che abbiano vinto tutti. Eppure l’altro ieri, dopo quasi un anno e mezzo di dibattimento, la Corte d’assise di Alessandria ha del tutto respinto le richieste dell’accusa: niente ergastolo per Renato Curcio e Mario Moretti, come chiedeva l’accusa, e reato prescritto. E sei anni per Lauro Azzolini a fronte dei ventuno invocati dalla Procura, per giunta “assorbiti” dal meccanismo della continuazione. Richieste a cui si erano allineate anche le parti civili.

A 51 anni dai fatti della Cascina Spiotta, insomma, e in attesa delle motivazioni (tra novanta giorni), il passato si conferma duro a passare.

Francesco Romeo è l’avvocato difensore di Moretti. E nel corso del processo aveva chiesto alla Corte, invano, di fare luce sulla morte (anzi: l’uccisione) di Margherita Cagol.

Avvocato Romeo, la prima domanda: perché secondo lei c’erano gli elementi per una assoluzione piena del suo assistito?

«Sulla base di alcuni dati oggettivi emersi nel processo, benché pare non accolti dalla Corte: da un lato, l’autonomia politica, operativa e logistica delle colonne brigatiste. Nonostante le sentenze, figlie di una precedente stagione, dicano che l’organizzazione era verticistica, ci sono plurime dichiarazioni di dissociati ed ex dirigenti come Franceschini, Curcio e Moretti, e anche di pentiti come Peci, dal 1978 fino ai loro libri degli anni Novanta, che continuano a ripetere come in quella fase storica del 1975 le colonne avevano questa autonomia.
È un dato che però all’epoca non passava nei tribunali, perché c’era evidentemente l’esigenza di usare il concorso di più persone in maniera spropositata, per condannare tutti per tutto».

Si può dire che questo processo della Spiotta, almeno nell’impostazione della Procura, sia figlio di quel tipo di ragionamento?

«Certo. E nonostante le declamazioni della pubblica accusa, secondo cui la stagione del teorema Calogero è tramontata. A parte questa dichiarazione di principio, nei fatti è stata posta la stessa logica di quegli anni: tutti sono colpevoli di tutto».

Nell’impostazione accusatoria, si è insistito molto sul documento relativo alla fuga sparando in caso di accerchiamento. Che però non è stato riconosciuto dai giudici come direttiva, visto che è stato applicato il concorso anomalo.

«Sono convinto che sia andata così, ma lo vedremo nelle motivazioni. Sta di fatto che sia l’accusa pubblica sia l’accusa privata hanno deliberatamente voluto presentare un articolo contenuto in un giornale di propaganda, successivo ai fatti, come un documento politico.
Era un articolo di commento sulla battaglia di Arzello, ma secondo la loro impostazione era invece un ordine di organizzazione. E tuttavia, in tutti i precedenti documenti politici interni delle Brigate Rosse, non c’è traccia di tale direttiva. E questo è un dato insuperabile».

L’inchiesta nasceva per individuare il brigatista che fuggì dalla Spiotta. Poi si è allargata a una dimensione più ampia, coinvolgendo Curcio e Moretti che alla Spiotta quel giorno non c’erano.

«Assolutamente sì, seguendo la linea di sempre: tutti sono responsabili di tutto. E quindi tutti devono essere condannati per tutto».

Perché ancora oggi la si ripropone? C’è chi ha parlato di volontà di vendetta da parte dello Stato nei confronti di ex rivoluzionari ormai ottuagenari.

«In realtà questo è il primo processo in assoluto, per questo tipo di reati, in cui lo Stato non si è costituito parte civile. Non lo ha fatto nessuna sua articolazione. E questo è un dato inedito».

È avvenuto più che per cattiva coscienza dello Stato, ergo dell’Arma dei carabinieri, oppure per un cambio più generale di impostazione?

«Se c’è un cambio di impostazione, non è mai emerso. Il dato di fatto che noi abbiamo, oggettivo, e che si è manifestato anche in sede processuale con il tentativo di nasconderlo, è proprio la cattiva coscienza. E a mio modo di vedere riguarda appunto l’omicidio di Margherita Cagol, che non può essere definito in alcun altro modo.»

Le motivazioni potrebbero contenere un rimando atti alla Procura sul punto?

«Il processo per l’omicidio di Margherita Cagol non si potrà mai celebrare perché il suo assassino, l’appuntato Pietro Barberis, è morto da tempo. Nell’immediatezza dei fatti, nei suoi confronti un procedimento fu aperto, ma venne chiuso con una archiviazione per uso legittimo delle armi.
Il problema è che l’uso legittimo poteva rimandare alla reazione al conflitto a fuoco, ma le evidenze dell’autopsia dicono che Cagol stava con le braccia alzate e ha subìto un colpo sotto l’ascella, che è fuoriuscito dall’altra ascella, portandola alla morte. Diversamente, avrebbe avuto ferite sulle braccia all’altezza dell’ascella, su un braccio o sull’altro. Ferite che però mancano.
Quindi non c’è altro modo per interpretare quel colpo. Per eliminare ogni dubbio, e individuare anche l’esatta dinamica del conflitto a fuoco che ha portato al ferimento mortale di D’Alfonso, avevo chiesto alla Corte una perizia volta a ricostruire la dinamica di tutto quel conflitto a fuoco».

Ma c’è stata l’opposizione sia dell’accusa pubblica sia di quella privata.

«Sì. E la Corte ha deciso di non procedere a questo accertamento, sostenendo che non c’erano più i reperti: armi, proiettili, bossoli. Ma io non avevo chiesto di esaminarli, bensì di ricostruire la dinamica della sparatoria.
Io non penso che in sentenza si possa bypassare questo tema, perché qui abbiamo due vittime: una ferita mortalmente, l’altra uccisa, nella stesso identico contesto spazio-temporale, a pochi minuti di distanza l’una dall’altra.
È del tutto anomalo che si dica di voler cercare la verità e la si ricerchi soltanto in parte, soprattutto quando poi nelle conclusioni rassegnate dalla pubblica accusa si dice che non sappiamo che cosa è successo, non sappiamo chi ha sparato il colpo che ha ucciso D’Alfonso, eccetera. Allora, dico io, forse quell’accertamento che chiedevo era necessario».

Perché la Corte non lo ha disposto? Per non allungare ancora i tempi del processo, che già arrivava con mezzo secolo di ritardo?

«Non ci sono più né armi né proiettili, è stato detto: e io a quella decisione testuale mi devo attenere. Comunque, qualcosa in sentenza dovranno pur dire. E forse allora capiremo meglio».

Crede che la Procura ricorrerà in appello?

«Può farlo. E possono farlo pure le parti civili. Ma anche noi. Valuteremo in base alle motivazioni della sentenza».

Come valuta il comportamento in questi mesi della stampa “mainstream”, che ha seguito il dibattimento sposando la linea di accusa e parti civili?

«Il processo non è stato al centro dell’attenzione mediatica come forse avrebbe meritato. Dopo di che, per alcune testate penso che ci sia stato un problema di complottismo. E di inadeguatezza per alcuni singoli cronisti».

Il processo Spiotta ha riaperto il tema dell’ipoteca giudiziaria sulla storia: l’impossibilità cioè di ragionare su quella stagione fino a quando vi saranno possibili conseguenze penali.

«Questa decisione, che ha rifiutato il paradigma del “tutti colpevoli per tutto”, potrebbe essere uno spunto per rimettere mano alla discussione pubblica su quella stagione. Potrebbe essere un’occasione, un innesco. Vedremo se accadrà.
Tra l’altro, la sentenza ha una sua ulteriore particolarità: è stata respinta l’impostazione proposta nelle controrepliche dai difensori delle parti civili di una equiparazione tra Mafia e Brigate Rosse in termini di organizzazione associativa: come la “cupola” risponde degli omicidi dei mandamenti, lo stesso per le Br.
Io ho contrastato questa loro valutazione, che già era stata accennata in sede di arringa. Nelle repliche hanno calcato ancor più la mano».

La pubblica accusa ha seguito la propria linea unidirezionale, senza valorizzare gli elementi a discarico delle parti. I giudici, popolari e togati, non le hanno però dato ragione.

«Diciamo così: la Corte ha interpretato impeccabilmente il ruolo di giudice terzo tra le parti».

Fonte

25/06/2026

Bugie e mezze verità sull’uso delle basi militari in Italia da parte statunitense

Il segretario della Nato, Mark Rutte, in una intervista a Fox News ha “sputtanato” un po’ tutti gli stati europei aderenti all’alleanza affermando che il quadro europeo ha visto coinvolte tra le 4.000 e le 5.000 missioni di volo statunitensi nell’aggressione contro l’Iran.

È fin troppo evidente come l’incidente sia avvenuto per un eccesso di zelo servilista di Rutte verso Trump, il quale aveva rimproverato gli alleati europei della Nato di non averlo aiutato nella guerra in Medio Oriente.

Nel dettaglio Rutte ha poi sottolineato che le basi militari in Italia hanno svolto un ruolo “massiccio” a sostegno dell’operazione Epic Fury in Iran, con 500 aerei Usa decollati dal territorio italiano, suscitando inevitabilmente uno scontro politico tra governo e opposizione.

Il ministero della Difesa italiano, decisamente irritato, ha respinto la ricostruzione del segretario generale della Nato Mark Rutte sull’uso delle basi italiane nell’ambito della guerra Usa contro l’Iran, ribadendo che l’Italia ha autorizzato esclusivamente attività “tecniche e logistiche, non cinetiche” nell’ambito delle procedure previste dagli accordi esistenti – si legge nella nota del ministero della Difesa – “Le volte in cui si è prospettata una richiesta che esulava da questo perimetro, come è noto, l’Italia non ha concesso l’autorizzazione”.

Delle due l’una: o ha mentito il segretario della Nato o ha mentito il governo italiano che nei mesi scorsi ha sempre negato di aver concesso le basi militari per le operazioni militari statunitensi.

Il governo afferma di aver solo autorizzato operazioni previste dai trattati bilaterali tra USA e Italia del 1957, ma il cui contenuto continua a rimanere in gran parte secretato.

Più volte abbiamo denunciato come in base agli automatismi previsti in questi trattati internazionali firmati nei decenni scorsi dai governi italiani, molto spesso l’Italia si è ritrovata coinvolta in conflitti anche senza dichiarazioni formali se non discussioni postume – e quindi inefficaci – in Parlamento.

In secondo luogo, che da Sigonella siano partiti aerei militari statunitensi è impossibile negarlo. Uno dei droni partiti dalla base militare in Sicilia, tra l’altro, risulta essere stato abbattuto sui cieli del Golfo durante i combattimenti tra statunitensi e iraniani.

Il giornalista Antonio Mazzeo, che monitora da una vita le attività militari nella base di Sigonella, ricorda come nelle ore immediatamente precedenti l’attacco su Teheran, dalla base di Sigonella sarebbe decollato un velivolo da pattugliamento marittimo Boeing P-8 Poseidon, utilizzato anche per attività di intelligence e guerra elettronica.

Ma non c’è solo Sigonella. Anche dalla base militare di Aviano, in Friuli, sono arrivati e partiti aerei militari statunitensi impegnati nella guerra contro l’Iran.

Nel furbesco linguaggio del ministero della Difesa italiano, queste non sarebbero “attività cinetiche”, come se “fare il pieno” di carburante o di munizioni agli attaccanti fosse un un normale “servizio pubblico” neutrale.

Ma anche una fonte della Nato ha provato a mettere furbescamente una toppa su quanto affermato da Rutte: “Il segretario Generale ha sottolineato come gli Alleati, inclusa l’Italia, abbiano rispettato gli accordi bilaterali esistenti in materia di basi e sorvoli. Il punto chiave è che il Segretario Generale non ha detto nulla riguardo alle armi cinetiche, ha affermato che gli Alleati hanno onorato i loro impegni, non che siano andati oltre”.

Nel linguaggio militare, “attività cinetica” è un termine tecnico che, nella stragrande maggioranza dei casi, è un eufemismo per indicare il combattimento e l’uso della forza letale.

Il termine “cinetico” nel gergo militare ha subito un’evoluzione. Il suo significato si è ampliato per indicare le operazioni di guerra convenzionale e di combattimento, specialmente dopo l’11 settembre, per distinguerle da forme di conflitto più moderne. Il termine è stato talvolta usato anche in contesti più ampi per descrivere operazioni di forza, come le recenti azioni militari statunitensi in Venezuela in occasione del sequestro del presidente Maduro.

Commentando le dichiarazioni del segretario della Nato, l’ex comandante del Comitato Operativo Interforze, gen. Bartolini, ha affermato che “Durante l’operazione Epic Fury è stato attuato un ponte aereo che è transitato dalle basi americane in tutta Europa verso i paesi della penisola araba, attraversando gli spazi aerei di tutto il vecchio continente. Il che non significa assolutamente che da dette basi siano partite missioni operative contro l’Iran che siano andate oltre ai normali trasporti aerei per l’area, che si svolgono a fini vari, ad esempio logistici, e non legati direttamente alle operazioni”.

Insomma, quando si parla dell’uso delle basi militari in Italia da parte degli Stati Uniti si precipita in una zona paludosa di mezze bugie e mezze verità (in linguaggio burocratico-militare) che però non riescono più a nascondere la sostanza del problema: occorre mettere fine ai vincoli e agli automatismi previsti dai trattati internazionali, per evitare che il nostro paese si ritrovi in guerra senza neanche essersene reso conto.

Si tratta di un crimine e di una responsabilità in più delle nostre classi dirigenti.

Fonte

03/05/2026

Le extraordinary rendition di Israele sul territorio italiano. Una impunità che deve cessare

L’arresto, il pestaggio e la deportazione in un carcere israeliano di due attivisti della Global Sumud Flotilla a bordo di una imbarcazione italiana, somigliano in tutto e per tutto alle extraordinary rendition con cui la CIA ha sequestrato in giro per il mondo persone sospettate di essere legate ai network jihadisti dopo l’11 settembre 2001.

Ce ne fu anche una in Italia, clamorosa, contro l’imam Abu Omar, sequestrato nel 2003 per le strade di Milano con un blitz e condotto clandestinamente via Aviano (la base militare USA) in un carcere egiziano dove fu sottoposto a torture. I servizi segreti italiani ne furono complici. Gli agenti della CIA responsabili furono condannati da un tribunale italiano ma vennero graziati, prima da Napolitano e poi da Mattarella.

Il caso ancora più clamoroso – ma “stranamente” in questo caso senza alcuna conseguenza legale – fu il sequestro di Mordecai Vanunu effettuato dal Mossad in Italia (a Roma) il 30 settembre 1986. Vanunu è il tecnico nucleare israeliano che svelò al Sunday Times e al mondo la minaccia dell’arsenale atomico israeliano. Sequestrato con una operazione clandestina del Mossad articolata tra Londra e Roma venne condotto in Israele e rinchiuso in carcere per diciotto anni.

Nel caso della Flotilla i militari israeliani hanno effettuato il sequestro a bordo di una imbarcazione battente bandiera italiana e in acque internazionali vicino alle coste della Grecia (della quale stanno emergendo tutte le complicità con il blitz israeliano contro la Flotilla). Coerenti con la loro mentalità e le loro regole di ingaggio hanno anche pestato duramente gli attivisti abbordati. Da quanto riferiscono gli avvocati che li hanno incontrati in carcere, le torture e vessazioni sono continuate in cella.

Ma una barca battente bandiera italiana in acque internazionale è territorio italiano e quindi i militari israeliani hanno sequestrato due persone sul nostro territorio. Una violazione palese di tutte le leggi internazionali e della sovranità nazionale italiana.

Tutto questo è stato denunciato sabato mattina dagli attivisti solidali con la Flotilla davanti alla Farnesina. Ma il governo italiano e il ministero degli Esteri rimangono tuttora silenti di fronte all’ennesima violazione israeliana contro l’Italia, in questo caso dunque verso un paese ritenuto “il miglior amico di Israele in Europa”.

Certo, di recente i rapporti tra il governo Meloni e Israele si sono un po’ raffreddati, sicuramente per merito delle enormi manifestazioni per la Palestina dei mesi scorsi ma anche, e forse soprattutto, per una serie di abusi commessi da Israele verso i soldati italiani del contingente Unifil in Libano e verso il Vaticano.

C’è stata la sospensione del rinnovo automatico del Memorandum di cooperazione firmato Italia-Israele del 2005 e una presa di posizione contro l’atto di pirateria nelle acque internazionali contro le barche della Flotilla. Ma in sede europea il governo italiano ha bloccato la risoluzione per l’interruzione del Trattato bilaterale tra UE e Israele, una misura assai più sostanziosa.

Thiago Avila è un attivista brasiliano mentre Seif Abu Keshek è ispano-palestinese, motivo per il quale la Spagna ha usato toni ben più alti contro il sequestro.

Ma adesso c’è una nuova rogna ed è grossa come una casa. E lo si capisce, appunto, dal mutismo del governo sul sequestro dei due attivisti in “territorio italiano”.

Ancora una volta siamo di fronte ad una verifica tra formalità e sostanza. Israele è abituata a fare come le pare in Italia e verso l’Italia e si sente ancora arrogante della propria impunità. Una indulgenza durata fin troppo.

Fonte

17/03/2026

L’incubo delle armi nucleari nella guerra in corso in Medio Oriente

Ci sono troppi “dettagli” che non quadrano nelle ripetute, ossessive e inaccettabili dichiarazioni dei governi occidentali sul fatto che l’Iran “non deve avere la bomba atomica” e che Israele ha quindi diritto “di bombardarlo per difendersi”.

Queste posizioni evitano accuratamente di soffermarsi su un convitato di pietra che è invece l’architrave della questione: l’arsenale nucleare israeliano, sul quale da Washington a Parigi e da Roma a Londra fanno tutti i finti tonti.

Tel Aviv mantiene infatti una politica di ambiguità strategica riguardo il possesso o meno di armi nucleari, ma il Bulletin of Atomic Scientists del 2022 stimava in circa 90 le testate in mano israeliana.

Bisogna ricordare che Israele è uno dei soli quattro paesi al mondo a non aver firmato il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) ed ha sempre ostacolato i controlli dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). Interrogata sui lavori nel centro nucleare di Dimona, nel deserto del Negev, l’Agenzia che ha ripetutamente ispezionato i siti nucleari iraniani ha ribadito che Israele “non è obbligato a fornire informazioni su altri impianti nucleari nel Paese” al di fuori del reattore di ricerca Soreq.

L’AIEA ha mostrato fin troppa condiscendenza con le omissioni di Israele in materia di armi nucleari.

Ma l’escalation bellica che Israele ha provocato in tutto il Medio Oriente, e l’evidente doppio standard e asimmetria rispetto al programma nucleare iraniano, ora che è scattato l’allarme per l’eventuale uso di armi nucleari sull’Iran, impone di far venire alla luce il pericolo che rappresenta la minaccia israeliana per tutta la regione, e non solo.

Assistiamo dunque ad una distorsione narrativa e analitica secondo cui “la minaccia” sarebbe l’Iran che ancora non possiede l’arma nucleare, ma non lo sarebbe Israele che invece già possiede le armi nucleari – anche se non lo dichiara – e che in due anni ha mosso guerra ai palestinesi, al Libano, alla Siria, all’Iran, allo Yemen e per non farsi mancare nulla ha anche bombardato Doha, capitale del Qatar, per uccidere i negoziatori di Hamas.

Siccome è del tutto improbabile che questo “dettaglio” lo sentiremo evocare nei dibattiti parlamentari o nei talk show televisivi, sarebbe utile che cominciasse a circolare nel dibattito pubblico e nelle iniziative di denuncia e mobilitazione contro la guerra in Medio Oriente.

È evidente che il pericolo per la stabilità della regione è rappresentato soprattutto da Israele e dall’imperialismo occidentale che lo sostiene. Sono costoro infatti che hanno tutto l’interesse a destabilizzare un’area strategica del mondo per mantenerne il controllo a tutti i costi.

Il riequilibrio della deterrenza che Teheran ha cercato di realizzare in questi anni, ha origine proprio nell’ambiguità israeliana in materia di armamenti nucleari e nell’impossibilità di fidarsi di qualsiasi trattato stipulato con l’Occidente che non preveda anche un controllo in tal senso su Israele. Tutte le proposte di tenere una Conferenza regionale sul disarmo nucleare in Medio Oriente (ultima quella proposta dal governo finlandese nel 2012) sono state respinte da Tel Aviv.

Questa asimmetria va denunciata con forza, ed è chiaro come sia necessaria una forte pressione internazionale affinché anche Israele venga posta sotto osservazione internazionale riguardo, ad esempio, ai nuovi edifici nel centro nucleare di Dimona documentati dall’Associated Press pochi mesi fa.

Non è più tollerabile che vi sia accondiscendenza riguardo al possesso di armi atomiche da parte di uno Stato guidato da una visione “messianica” e che pratica apertamente il terrorismo di stato e il genocidio contro gli altri popoli e paesi della regione.

Contestualmente, stanno suscitando grandi preoccupazioni in tutto il Medio Oriente e a livello internazionale anche alcune dichiarazioni dell’amministrazione Trump su “armi decisive” in un conflitto in cui gli Usa sono alle prese con serissime difficoltà nel piegare l’Iran con i pur potentissimi e ipertecnologici armamenti convenzionali di cui già dispone.

Per avere un’idea delle preoccupazioni che si agitano nella regione, pubblichiamo qui di seguito un recentissimo articolo del giornale arabo Athabat sui rischi di utilizzo di armi nucleari da parte degli USA nella guerra in corso in Medio Oriente.

*****

Iran. Il conto alla rovescia per l’ora zero nucleare si avvicina?

Parlare della bomba nucleare americana B61-13 (a gravità) non è solo una dimostrazione di forza, ma un segnale di possesso della “chiave” in grado di distruggere anche i siti iraniani più fortificati. Ci troviamo di fronte ad una fase che ha superato il linguaggio della diplomazia per approdare al linguaggio della deterrenza nucleare tattica.

1) Cos’è la bomba B61 e da dove deriva la sua potenza? Si tratta di una “bomba nucleare a gravità” in servizio dagli anni ’60, ma l’ultima versione, la B61-13, è una bestia tecnologica completamente diversa. È un bunker buster che si basa su una caduta libera guidata ad alta precisione. Vanta una potenza distruttiva di circa 360 kilotoni (equivalente a 24 volte la potenza della bomba di Hiroshima) ed è progettata per penetrare prima nel terreno e poi esplodere in profondità nel sottosuolo, generando un’onda sismica che distrugge le gallerie.

2) Perché è considerata il peggior incubo per l’impianto di Fordow? Gli impianti nucleari iraniani come Fordow non si trovano in superficie, ma piuttosto è una “città sotto le montagne”, protetta da centinaia di metri di roccia. La bomba B61, nelle sue versioni potenziate, è stata progettata specificamente per questo scopo; non colpisce semplicemente la superficie, ma “scava” nel sottosuolo per garantire la distruzione dei reattori situati sotto, vanificando così il vantaggio di nascondersi sotto le montagne.

3) I messaggi politici dietro l’arma: Washington non si limita a inviare bombe, ma sta anche inviando un messaggio al regime iraniano: l’ombrello nucleare è pronto ad essere attivato se l’arricchimento dell’uranio supera le linee rosse.

La presenza di portaerei e i recenti test missilistici Minuteman-3 confermano che ci troviamo di fronte a un piano globale, non a una minaccia passeggera.

4) L’equilibrio del terrore e la pericolosa deriva: mentre l’America brandisce la B61, Teheran è consapevole che qualsiasi utilizzo di quest’arma significherebbe un cambiamento radicale delle regole d’ingaggio internazionali. Il pericolo qui non risiede solo nella distruzione di un sito, ma nello scivolamento verso un vero e proprio scontro regionale, in mezzo agli avvertimenti internazionali secondo cui l’uso di “armi nucleari tattiche” spalancherebbe le porte dell’inferno, che non si chiuderebbero facilmente.

5) Conclusione: La regione sta vivendo una “crisi missilistica cubana” nella sua versione mediorientale. Le opzioni si stanno esaurendo e la B61 è l’ultima carta da giocare per ottenere importanti concessioni o per uno scontro che cambierà per sempre il volto della regione.

Fonte

14/03/2026

Come l’Italia si ritrova sempre in guerra... a sua insaputa

Occorre ammettere che quando Giorgia Meloni in Parlamento ha richiamato la complicità dei governi di centro-sinistra nei bombardamenti Usa e Nato degli anni precedenti, ha avuto, purtroppo, ragioni da vendere.

Il richiamo all’aggressione Nato alla Jugoslavia nel 1999 (governo D’Alema-Mattarella) e poi al bombardamento mirato contro il generale iraniano Sulemaini in Iraq nel 2020 (governo Conte), è stato fatto dalla Meloni con sottile perfidia ma clamorosa evidenza.

Si potrebbero poi citare l’aggressione alla Libia nel 2011 (voluta fortemente da Napolitano e imposta a Berlusconi) o i bombardamenti sulla Siria nel 2018 (governo Gentiloni).

Insomma sulla concessione delle basi militari e gli scavalcamenti del Parlamento in materia di guerra, gli scheletri nell’armadio di tutti i governi – di centro-destra o centro-sinistra – abbondano. La pericolosità insita in questi meccanismi sull’uso delle basi militari è venuta fuori con tutta la sua ipocrisia anche nella riunione di emergenza del Consiglio Supremo di Difesa convocata da Mattarella al Quirinale.

Il documento approvato in questa riunione del Csd scrive infatti che: “Il Consiglio ha preso atto favorevolmente che, con propria risoluzione, il Parlamento si è già espresso sulle richieste ricevute da parte dei Paesi amici ed alleati di assistenza nella loro difesa nonché sulla necessità che l’utilizzo delle infrastrutture militari presenti sul territorio nazionale e concesse alle forze statunitensi avvenga nel rispetto del quadro giuridico definito dagli accordi internazionali vigenti che include fra l’altro attività addestrativa e di supporto tecnico-logistico”.

Il problema infatti non è la composizione politica dei governi ma gli automatismi previsti dai trattati internazionali sottoscritti in modo del tutto subalterno dall’Italia in più fasi.

Ci sono quelli bilaterali con gli Stati Uniti del 1957 che di fatto consegnano alla extraterritorialità e al controllo USA alcune porzioni del nostro territorio. C’è poi la Nato, e infine ci sono anche i trattati europei (Maastricht) che hanno imposto automatismi in materia di scelte e priorità economico-sociali.

Sono dei Trattati che tutti i governi hanno ritenuto sempre intoccabili e immodificabili, nonostante siano cambiate le condizioni storiche e le necessità strategiche.

Ma sono soprattutto dei Trattati che prevedono automatismi che scavalcano ogni decisione parlamentare e fanno ritrovare il Paese coinvolto in conflitti o scelte esterne ancora prima di essersene reso conto.

Se i bombardamenti della Nato sulla Jugoslavia (inclusi quelli degli aerei militari italiani, ndr) cominciarono il 24 marzo del 1999 con il governo D’Alema-Mattarella, l’activation order nelle basi Usa e Nato in Italia era già stato ordinato dall’uscente governo Prodi nell’ottobre del 1998.

Il Parlamento ne discusse quando i jet militari della Nato e dell’Italia avevano già cominciato a bombardare Belgrado e un paese europeo come la Federazione Jugoslava. Anche in quel caso assistemmo agli arzigogoli “a sinistra” dei vari Cossutta, Rizzo etc. che non si opposero in Parlamento a quella scelta e provocarono addirittura la scissione nel PRC per “tenere in piedi il governo”. Una situazione che abbiamo rivisto dieci anni dopo con il secondo governo Prodi sulla questione della missione militare italiana in Afghanistan.

I nastri della storia e della memoria scorrono velocemente in queste settimane di guerra in Medio Oriente, riportando in evidenza fatti, contraddizioni e immagini che hanno segnato i passaggi che hanno portato a questa situazione di guerra incombente.

Occorre ammettere che quando abbiamo visto il popolo iraniano e i suoi esponenti di governo scendere in strada sfidando i bombardamenti di Usa e Israele sulle città, la mente è tornata al popolo serbo-jugoslavo che manifestava sui ponti sul Danubio o proteggeva le fabbriche come la Zastava facendo da scudo umano con i propri corpi per difendere le infrastrutture del paese dalle bombe della Nato.

La rimessa in discussione o – meglio ancora – la disdetta, di Trattati internazionali come la Nato o quello bilaterale con gli Stati Uniti o di quelli europei, o diventa un passaggio obbligato dei nuovi governi oppure l’Italia si troverà sempre coinvolta automaticamente in guerre o scelte economiche disastrose che il paese non vuole o di cui non ha assolutamente bisogno.

Le basi militari USA in base a questi trattati continueranno ad agire e ad essere operative autonomamente in tutte le guerre che gli Stati Uniti – e non l’Italia – decideranno di fare e di combattere. Le munizioni continueranno a partire da Camp Darby, gli aerei da Aviano e i droni da Sigonella senza che il Parlamento possa dire mezza parola.

E questo continuerà a ripetersi sia se al governo ci sia Giorgia Meloni, sia che ci vada Elly Schlein o Giuseppe Conte, a meno che non ci sia un cambio di passo e una rottura con il passato.

Sarà bene che quando i partiti dell’opposizione torneranno a chiedere ossessivamente che “la premier venga in aula a riferire”, magari anche sui risultati del Var in Roma-Juventus, si preparino adeguatamente e tengano conto degli scheletri nel proprio armadio, altrimenti ne usciranno sempre con le ossa rotta e la figura degli imbecilli.

Avere in pancia queste ambiguità indebolisce enormemente le forze che intendono fermare il coinvolgimento dell’Italia nelle guerre.

Fonte

12/03/2026

Guerra in Medio Oriente. Russia e Cina scelgono di sedersi sulla riva del fiume...

Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha votato ieri due bozze di risoluzione relative alla guerra in corso in Medio Oriente. Tra queste, c’era il progetto di risoluzione presentato dalla Russia che esortava tutte le parti a cessare immediatamente le operazioni militari in Medio Oriente e in altre regioni per evitare un’ulteriore escalation della situazione; la condanna tutti gli attacchi contro civili e infrastrutture civili; e l’invito a tutte le parti a proteggere i civili e le infrastrutture civili in conformità con i loro obblighi previsti dal diritto internazionale, incluso il diritto umanitario internazionale.

La bozza di risoluzione presentata dalla Russia ha ricevuto però solo quattro voti a favore, due contrari e nove astensioni e quindi non è stata adottata: Russia, Cina, Pakistan e Somalia hanno votato a favore, mentre Stati Uniti e Lettonia hanno votato contro.

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha invece approvato la risoluzione redatta dal Bahrain che condanna l’Iran ma omette qualsiasi menzione degli attacchi degli Stati Uniti e di Israele. Tredici dei 15 membri del Consiglio di Sicurezza hanno votato a favore del documento, mentre Russia e Cina si sono astenute. Il progetto di risoluzione preparato dal Bahrain con il sostegno dei paesi del Golfo si concentra esclusivamente sull’Iran e sulle sue azioni, senza mai menzionare gli Stati Uniti o Israele nel testo.

L’agenzia russa Tass riferisce che il presidente russo Putin ha avuto una seconda conversazione telefonica in una sola settimana con il presidente iraniano Pezeshkian “per continuare la discussione sulla situazione in Medio Oriente alla luce dell’aggressione armata degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran” specifica la nota del Cremlino. La loro precedente conversazione telefonica era avvenuta il 6 marzo.

“La guerra sta finendo o sta entrando in una fase prolungata?” – si interroga sulla Ria Novosti l’esperto russo Piotr Apokov – “Nel primo caso, nella prossima settimana (massimo due), gli Stati Uniti dichiareranno vittoria, l’Iran inizierà a guarire le sue ferite e il mondo inizierà a riprendersi dallo shock. La situazione non tornerà mai a quella prebellica, e le conseguenze a lungo termine, sia geopolitiche che regionali, saranno molto gravi, senza contare il fatto che non tutte diventeranno immediatamente chiare”.

Secondo Apokov “L’unico scenario vincente per Stati Uniti e Israele è “uccidere” l’Iran. Ma è praticamente impossibile. Puoi uccidere Khamenei (e anche più di uno), puoi bombardare l’industria petrolifera e le infrastrutture iraniane, causare carestie ed epidemie. Ma tutto questo dovrà essere pagato – non con denaro, ma con l’atteggiamento dei due miliardi di persone del mondo islamico e della maggior parte della comunità mondiale. Il mondo non è in grado di fermare il massacro degli iraniani con la forza, ma sta già traendo conclusioni da ciò che sta accadendo”.

La Cina dal canto suo afferma di essere rimasta delusa e rammaricata che il progetto di risoluzione presentato dalla Russia al Consiglio di Sicurezza dell’Onu non sia stato adottato.

Il quotidiano China Daily riporta che il ministero degli Esteri cinese Wang Yi ha avuto in questi giorni undici colloqui telefonici con i suoi omologhi di Russia, Oman, Iran, Francia, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrain, Qatar e Pakistan.

Nelle conversazioni, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha espresso la posizione della Cina basata su un appello al cessate il fuoco immediato in Medio Oriente e a sforzi verso una soluzione politica.

“La chiave per prevenire un’ulteriore escalation sta nel fatto che Stati Uniti e Israele interrompano le loro operazioni militari, la Cina ha fatto anche sapere che non approva gli attacchi ai paesi del Golfo e condanna tutti gli attacchi contro strutture civili e civili innocenti” riporta il giornale cinese Global Times.

Nei giorni scorsi l’inviato speciale cinese Zhai Jun aveva incontrato di persona i responsabili di Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti.

Liu Zhonming, esperto dell’Istituto per il Medio Oriente cinese, ha affermato che “la tensione continua nello Stretto di Hormuz è un’arma a doppio taglio per entrambe le parti: per gli Stati Uniti è una minaccia alla sicurezza energetica e l’economia; per l’Iran, è dannoso per le sue relazioni con i paesi del Golfo”.

Liu ha aggiunto che il conflitto è in un periodo di stallo, ma “questo tipo di conflitto ad alta intensità e costi elevati è insostenibile per entrambe le parti e per i paesi della regione”.

Tang Zhichao, ricercatore di studi sul Medio Oriente presso l’Accademia Cinese di Scienze Sociali, sentito dal China Daily ha sottolineato che “la Cina ha evitato di schierarsi nel conflitto come hanno fatto alcuni paesi occidentali”.

Rimangono dunque ancora imperscrutabili le posizioni sulla guerra in corso di Russia e Cina, legate all’Iran da trattati bilaterali e forti interessi economici e strategici. Ci sono posizioni di principio che chiedono la fine delle ostilità e il ritorno ai negoziati, ma si intravede tra le righe la previsione che un prolungarsi della guerra sarebbe costosissimo per l’Iran ma indebolirebbe molto anche l’egemonia di Usa e Israele nella regione mediorientale. Una guerra prolungata in Medio Oriente dunque sarebbe uno svantaggio strategico per Washington e Tel Aviv da cui Cina e Russia potrebbero invece trarre vantaggio.

Viene affidato così ai media la diffusione del messaggio secondo cui ci sarebbero aiuti “non ufficiali” russi e cinesi ai sistemi di comunicazione, lancio e intercettazione iraniani. La precisione con cui i missili di Teheran hanno colpito le infrastrutture militari statunitensi e israeliani in questi giorni in tutta la regione sembrano indirettamente confermare questo messaggio.

Del resto sia la Cina che la Russia non intendono alzare la soglia dello scontro con gli Stati Uniti, ma neanche possono rinunciare ai propri interessi strategici, e la regione del Golfo è uno di questi.

Fonte

06/03/2026

Le ambiguità sull’aggressione all’Iran creano “pasticci”. Il caso di Milano

Martedì 3 marzo a Milano abbiamo assistito, al classico “pasticciaccio brutto” di un presidio convocato sotto il Consolato USA che ha rivelato le ambiguità e le debolezze del campo della sinistra “radicale” pur di fronte alla portata enorme degli eventi bellici che si stanno verificando in Iran e Medio Oriente.

Un risultato penoso e controproducente, in qualche modo solo “compensato” dalla buona riuscita della piazza di Roma, che ha avuto ben altre caratteristiche contrapponendosi apertamente alle forze italiane, filo-israeliane e iraniane che sostengono i bombardamenti sull’Iran.

Scattata l’aggressione militare israelo-statunitense all’Iran, come Rete dei Comunisti, assieme ad altre forze politiche, ci siamo da subito attivati per scendere in piazza e indicare le responsabilità degli USA e di Israele nel generale attacco ai popoli del Medio Oriente e non solo, ma anche la complicità del nostro governo e delle istituzioni europee nello spingere sull’acceleratore del militarismo e dell’economia di guerra. Un processo che sta accompagnando in tutta evidenza la repressione, la compressione dei diritti e l’attacco sempre più feroce ai settori popolari e di classe, rischiando poi di trascinarci direttamente in guerra.

Abbiamo deciso di rispondere, con le nostre parole d’ordine, alla convocazione chiamata da altre forze politiche e sindacali della piazza a Milano sotto il consolato USA, evitando “settarismi” e senza creare spaccature inutili di fronte alla gravità della situazione, anche perché, in un primo momento, la mobilitazione era stata convocata su una piattaforma debole ma tutto sommato condivisibile.

Nel giro delle successive 48 ore, però, la convocazione e la piazza si è andata configurando come una vera e propria palude politica, ambigua e pericolosa, al punto che la nostra scelta finale è stata di evitare la partecipazione ritagliandoci un momento di protesta precedente e separato.

Ancora una volta c’è chi ha pensato, mantenendo una ambiguità di fondo volta a schivare i problemi, di tentare di accreditarsi nel cosiddetto “campo largo” o ad “allargare” al cosiddetto “popolo della sinistra” (con risultati anche numerici deludenti), facendo di una questione seria come quella della guerra una merce di scambio strumentale.

Questo ha prodotto la voragine che abbiamo visto in piazza martedì a Milano, creando le condizioni affinché si spostasse l’attenzione sullo scontro che si è verificato nella piazza stessa tra le diverse posizioni dei diversi gruppi di iraniani, una ambiguità alimentata dal “né-né-ismo” degli organizzatori che avevano convocato la piazza, fornendo così ampia visibilità e spazio di manovra agli ulteriori contestatori reazionari muniti di bandiera dello scià di Persia e di Israele.

Quanto è accaduto è il frutto della mancanza di una posizione netta e coerente. È del tutto fuorviante continuare ad evitare di assumersi la responsabilità di cogliere nel nostro contesto il nemico principale (Usa e Israele).

Inseguire e farsi poi utilizzare dai corpi intermedi del “campo largo”, rinnovando una subalternità pluridecennale, porta ormai a fare proprie le posizioni da “sinistra imperiale” di Elly Schlein, quella che in nome della superiorità dell’Europa non disdegna affatto di aggredire o sanzionare altri paesi o altri popoli nel resto del Mondo.

Accettare questa logica è stata una discesa negli inferi che ha determinato lo sbandamento delle forze di classe, l’abbandono di una prospettiva internazionalista capace di ricostruire una prospettiva socialista e comunista, cosa che nel tempo ha provocato la sfiducia e a volte persino l’odio per il tradimento subìto da parte dei settori popolari.

C’è bisogno di ben altre indicazioni e determinazione davanti alla crisi sempre più evidente e alla rinnovata aggressività da parte dell’Occidente collettivo dentro (e verso il basso) e fuori i propri confini, piuttosto che anteporre distinguo e i propri desiderata alla necessità di combattere contro l’imperialismo, anche di casa nostra, le sue complicità e responsabilità, senza se e senza ma.

Un atteggiamento esattamente opposto è stato invece quello che ha fatto riuscire le enormi mobilitazioni a fianco del popolo palestinese lo scorso autunno, manifestazioni che hanno rotto gli argini della passività nel nostro paese.

Proprio sulle mobilitazioni per la Palestina queste ambiguità e subalternità dannose si sono manifestate in maniera chiara e limpida. Fin dall’inizio del genocidio la questione di “appoggio/dissociazione da Hamas” è stata utilizzata come una clava contro la possibilità di costruire un movimento di solidarietà col popolo palestinese, mentre era in realtà un elemento secondario di fronte a 76 anni di resistenza di un popolo alla pulizia etnica e ai massacri sfociati nell’orrore di un genocidio vero e proprio.

Oggi e di nuovo, a “sinistra”, molti ricadono nella stessa trappola sulla questione dell’“appoggio/dissociazione dalla Repubblica Islamica”, spingendosi inconsapevolmente o consapevolmente sulla narrazione decisa di fatto da Israele, ieri nella retorica del “massacro del 7 ottobre”, di “liberare i palestinesi da Hamas”, in una spirale disarmante e devastante, oggi sul liberare le donne iraniane dagli ayatollah.

La stessa logica si è vista anche sul Venezuela, nel tentativo di separare l’attacco al paese dal rapimento del Presidente Maduro e dal processo Bolivariano, ma a Milano viene riproposta anche ogni 25 aprile, quando in nome dell’unità antifascista e dei “valori condivisi” si è marciato, spesso in una sfilata con caratteristiche da “rave party”, dietro ai responsabili dell’equiparazione nazismo-comunismo, della brigata ebraica, o alle bandiere dalla NATO, ecc.

Emerge la necessità di costruzione di percorsi coerenti, autonomi e in rottura con queste logiche. È un terreno difficile che spesso ci ha visti andare controcorrente e talvolta in solitudine, ma sulla quale continueremo ad impegnarci con tutte le compagne, i compagni e le realtà che rigettano ogni equidistanza di fronte all’aggressività militare dell’imperialismo.

Per queste ragioni parteciperemo sabato 7 marzo, come tutti i sabati, alla manifestazione indetta a Milano dalle organizzazioni palestinesi per dire “Giù le mani dal Medioriente, fermiamo il genocidio in Palestina, no al progetto della Grande Israele e al dominio imperialista USA”, assieme a chi coerentemente si è sempre mobilitato a fianco del popolo palestinese e contro le aggressioni imperialiste.

Sabato 7 marzo tutte e tutti al corteo “Giù le mani dal Medioriente” da Piazza Scala al Consolato USA.

Fonte

Crosetto a Belgrado. Triangolazione per inviare armi a Israele?

La recente vicenda del ministro Crosetto – bloccato a Dubai durante l’attacco all’Iran – ha assunto tratti grotteschi, giustamente in molti gli hanno chiesto conto sia di quella leggerezza, sia di che cosa stesse a fare a Dubai.

Tutte domande legittime, eppure è ancora più interessante capire cosa abbia fatto il Ministro della Difesa Crosetto appena tornato al proprio lavoro istituzionale: è volato in Serbia per incontrare il Presidente Vucic e il Ministro della Difesa Gasic.

Vedere un Ministro della Difesa italiano svolgere una visita in Serbia, fa sempre un certo effetto, i bombardamenti del 1999 sono lontani, ma non così tanto. Ad ogni modo, non si tratta di un caso isolato, dal 2018 era successo già altre quattro volte che ci fosse una visita di ministri della Difesa italiani a Belgrado.

Stando alle dichiarazioni ufficiali comunicate dal Ministero della Difesa italiano, gli incontri sono stati finalizzati anche al “confronto sul rafforzamento della cooperazione bilaterale, in particolare nel settore della difesa, quale strumento concreto per consolidare fiducia reciproca e dialogo politico”. Una formula estremamente vaga, come si confà a certi contesti, che quindi non aiuta a capire il senso della missione.

Ad ogni modo, noi sappiamo bene che Crosetto è uomo dell’apparato militare-industriale, esperto in commercio di armamenti e molto sensibile alla difesa d’Israele. Una difesa che necessita di moltissime armi, anche di quelle italiane. Formalmente, dopo il massacro di Gaza, sulla spinta delle mobilitazioni di piazza, l’Italia non ha fatto nuove forniture di armamenti ad Israele.

Effettivamente parrebbe che non siano stati sottoscritti nuovi contratti, nonostante che in quella direzione spingessero enormi pressioni politiche e interessi commerciali. Pertanto, è necessario vigilare che – sotto la pressione politica esercitata da Israele o dai suoi amici, e con la simultanea spinta degli interessi commerciali dell’apparato militare-industriale – a qualcuno non venga l’idea di mandare di nascosto armi a Netanyahu. Una simile operazione potrebbe avvenire solo tramite triangolazioni attraverso altri paesi, perché un invio diretto dall’Italia a Israele potrebbe esser facilmente scoperto. Lungi dal sostenere che ciò stia succedendo, si vuole solo cercare di capire e vigilare affinché ciò non accada.

Per questo bisogna chiedere a Crosetto che cosa sia andato a fare a Belgrado.

Infatti, Belgrado è un’importante hub da cui partono gli armamenti destinati ad Israele. Belgrado e Tel Aviv, poco più di un anno fa (nel pieno della mattanza di Gaza) firmarono un accordo stratosferico da 1,6 miliardi di dollari per le forniture militari. Per un paese piccolo come la Serbia, la cifra è assurda, si pensi che rappresenta più della metà del budget annuale per la difesa. Quindi, non è verosimile che a Israele vengano mandate solo armi di produzione nazionale. Più plausibile invece che la Serbia prenda armi da altri paesi per poi mandarle in Israele.

Armi dalla Serbia ad Israele ne sono già state inviate. Probabilmente l’ultima consegna è avvenuta lo scorso 2 marzo (ad attacco contro l’Iran già in corso) quando un cargo Boeing 747 della compagnia israeliana Challenge Airlines ha effettuato un volo da Belgrado a Tel Aviv. Si noti che lo stesso aereo (identificato come 4x-ICK), stando ai dati reperibili su flightradar24.com, il giorno prima era atterrato a Ramstein in Germania, dove c’è l’importante base militare statunitense.

Quindi, c’è da domandarsi se la Serbia a Israele gli venda solo armi di produzione nazionale, o se le prenda da qualcun altro per poi farle arrivare a Tel Aviv. Una triangolazione comoda sia per chi è palesemente coinvolto nell’affare, ma anche per chi non volesse farsi notare mentre indirettamente manda armi a Netanyahu.

Pertanto è legittimo chiedere al ministro Crosetto se l’Italia fornisca armi alla Serbia e se possa essere coinvolta in una qualche triangolazione verso Israele.

Fonte

03/03/2026

La Francia si propone come arsenale nucleare della UE, la nuova dottrina aumenta i pericoli

Dalla base per sottomarini di Île Longue, Emmanuel Macron ha annunciato il potenziamento dell’arsenale nucleare francese, oltre alla revisione della dottrina di deterrenza, che diventa “avanzata” e coinvolge vari alleati europei in una cornice comune e cooperativa (ma non sulle autorizzazioni per premere il “bottone” e sganciare la bomba).

Se dal 2008 l’arsenale francese era rimasto stabile sotto le 300 testate, oggi l’Eliseo ordina un potenziamento numerico di cui, d’ora in avanti, non verranno più fornite cifre ufficiali. È una netta virata verso una “ambiguità strategica”, in cui gli avversari devono sapere che la Francia si è rafforzata ed è più pericolosa, ma non devono sapere esattamente quanto e come.

Non solo i numeri, ma anche gli “interessi vitali” che Parigi difende col suo arsenale nucleare non saranno più di pubblico dominio. Non c’è nessuna lista definita, in modo tale che siano più sfumati i confini di cosa è ritenuto una minaccia esistenziale e cosa no, e – nella testa della classe dirigente francese – scoraggiare ulteriormente altri attori da azioni di cui non possono conoscere l’esito.

“Per essere liberi bisogna essere temuti, e per essere temuti bisogna essere potenti”, ha dichiarato Macron, motivando la decisione di invertire la rotta seguita fino a oggi. Dichiarazioni che fanno venire i brividi, perché fondano il futuro delle relazioni internazionali nella corsa al riarmo. Così sono nate le guerre mondiali.

La mancanza di trasparenza sui numeri e sulle “linee rosse”, giustificata col non dare riferimenti ai “nemici”, aumenta i rischi intrinseci del confronto tra potenze nucleari, affidato alle proclamazioni di potenza piuttosto che ad una cornice comune di sicurezza, imposta anche dal fatto che, in una guerra atomica, ci saranno solo vinti e nessun vincitore.

La nuova concezione viene integrata in quella che è definita “deterrenza avanzata”, un modello di cooperazione che si affianca alla NATO senza duplicare la deterrenza fornita dalla missione nucleare dell’Alleanza Atlantica. La Francia non vi partecipa, perché dalla fine degli anni Cinquanta ha deciso di sviluppare la propria “force de frappe”, un proprio arsenale di “dissuasione” nucleare. A cui si aggiungono lo sviluppo di nuovi mezzi, come il sottomarino nucleare di nuova generazione, battezzato “L’Invincibile”, che entrerà in servizio nel 2036.

Ora, Macron propone a vari alleati di essere il fulcro di un sistema che si incardini in maniera più specifica sulla dimensione europea, in cui la volontà di aumentare le tensioni, contro la Russia ovviamente, non accenna a scemare. L’evidente disimpegno statunitense dalla difesa dell’Europa, inoltre, viene visto come un segnale chiaro di minore prevedibilità rispetto alle tutele che possono essere garantite da Washington.

Il presidente francese ha dichiarato che personale britannico ha già partecipato come osservatore alle esercitazioni nucleari francesi, lo scorso dicembre, e l’invito è stato esteso anche alla Germania. Polonia, Grecia e Danimarca avrebbero anch’esse accettato di partecipare come osservatori, mentre Belgio, Paesi Bassi e Svezia hanno espresso interesse per questa nuova cornice nucleare.

Otto paesi, coinvolti con un approccio graduale nei meccanismi della deterrenza francese. In questa partnership sarebbero compresi sia esercitazioni congiunte sia lo schieramento di asset strategici francesi sul territorio degli alleati. Ad ogni modo, ogni decisione sull’arsenale rimarrà in capo all’Eliseo.

In questa nuova organizzazione di coordinamento specifica, non ci sarà dunque nessun ombrello nucleare formale basato su trattati, ma un modello “sfumato” di condivisione, dove gli alleati sono considerati nel processo di deterrenza francese, senza avere però diritti sulle testate atomiche. E senza partecipare alle spese in merito.

Macron, infatti, non ha chiesto ai partner contributi finanziari diretti per la forza nucleare, ma ha proposto uno scambio strategico: la Francia garantisce la “deterrenza avanzata”, mentre i partner europei sono chiamati a colmare le lacune della difesa convenzionale, investendo massicciamente in difesa aerea e altre capacità critiche.

“La nostra sicurezza non è mai stata concepita esclusivamente entro i limiti del nostro territorio, sia convenzionalmente che sul piano nucleare”, ha sottolineato Macron. Tale sicurezza, insomma, è intesa come elemento intrecciato al tessuto di sicurezza europeo. Ed è infatti un terreno fondamentale attraverso cui la Francia sta spingendo verso una difesa europea, che sia strumento di risposta alla crisi economica e insieme di proiezione delle mire imperialistiche europee.

I punti di frizione sono però tanti, e hanno già portato a divergenze evidenti con Berlino, altro grande attore del riarmo europeo. Sul tema nucleare, però, l’asse con la Germania si trova in condizioni migliori. Il Cancelliere Friedrich Merz ha confermato l’avvio di un “gruppo direttivo nucleare di alto livello” tra Parigi e Berlino.

Inoltre, Francia, Germania e Regno Unito collaboreranno al progetto ELSA (European Long Range Strike Approach) per lo sviluppo di missili a lunghissimo raggio, coinvolgendo anche Italia e Polonia. L’obiettivo è colmare il gap nelle capacità di attacco convenzionale in profondità, fornendo all’Europa opzioni di gestione delle crisi al di sotto della soglia nucleare.

Ci sono alcuni elementi da mettere in evidenza, in conclusione. Il primo è che l’attacco immotivato (se non nella politica estera aggressiva di Israele) dell’Iran viene aggiunto tra le motivazioni con cui viene promossa la costruzione di una difesa europea, pensata in maniera evidente “contro” altre realtà. Senza considerare che non è Teheran che, evidentemente, sta aumentando l’insicurezza nucleare nel mondo.

Il secondo è che sul terreno nucleare (ma anche su quello dei missili) si continua a sostenere l’ipotesi di una UE armata come opportunità per entrare nel gioco delle “grandi potenze”. Ma considerata la natura evidentemente provocatoria delle scelte militari fatte a livello comunitario, allora risulta evidente che questa corsa al riarmo rende più instabile il quadrante europeo e diventa un ulteriore rischio di guerra più generalizzata.

Infine, non si può ignorare che questa dichiarazione arriva quando è ormai evidente che, dopo le prossime elezioni francesi, a governare il paese saranno o la sinistra guidata dalla France Insoumise (e contro cui è partita un’ondata di attacchi chiaramente collegata) o i fascisti – con forme diverse tra i “filo-atlantisti” di Bardella e i sodali della Le Pen che pensano a una difesa maggiormente scollegata dai pilastri NATO a seconda che vinca l’uno o l’altro schieramento.

La tendenza alla guerra come risposta del capitale europeo alla sua crisi viene confermata. Il capitale su base continentale si sente sempre più vicino a perdere qualsiasi spazio nello scenario globale, e a dover abbandonare qualsiasi prospettiva di autonomia non solo rispetto ai “nemici”, ma anche e soprattutto verso gli “alleati” storici oltreoceano.

Non è tema secondario, dunque, chi vincerà in Francia, ma il riarmo rimane vettore centrale della politica futura per chiunque. Il tentativo di non perdere il treno si concretizza in un passo che aumenta i rischi di sicurezza di tutti i popoli europei.

Fonte

17/02/2026

Board of Peace. La creatura di Trump per demolire l’Onu e liquidare i palestinesi

La prima riunione del Board of Peace, l’ircocervo affaristico/politico creato da Trump, si terrà a Washington il prossimo giovedì 19 febbraio. Da qualsiasi punto di vista lo si guardi è fin troppo evidente che si tratta di un passaggio di quella “demolizione” dell’ordine internazionale perseguita dall’amministrazione statunitense.

Sul piatto verranno messi i primi 5 miliardi raccolti tra gli Stati-soci per essere investiti nel business immobiliare della riviera di Gaza. Ma prima dovranno gettare a mare milioni di tonnellate di macerie (e i resti umani in esse rimasti intrappolati) e mandare via tutta o gran parte della popolazione palestinese della Striscia. Tra le ipotesi c’è quella di ammucchiarla e confinarla in un’area recintata e controllata, condannandola ad una vita da profughi in un carcere a cielo aperto. Robert Inlakesh scrive su The Cradle che in questo progetto Israele potrebbe contare sulla complicità degli Emirati Arabi Uniti.

Al fondo finanziario mancano però ancora parecchi dei soldi annunciati. Se ogni stato aderente al Board of Peace deve versare almeno un miliardo di dollari per essere ammesso con un seggio permanente al club, fanno difetto ancora diversi pagatori. In compenso vari paesi si sono impegnati a fornire migliaia di soldati per la Forza internazionale di stabilizzazione e la polizia locale, “per mantenere sicurezza e pace per la popolazione di Gaza”. Ma al momento Israele non vorrebbe tra le scatole a Gaza né truppe turche, né indonesiane.

A questa struttura, che Trump annuncia avere “un potenziale illimitato” e di voler e poter essere utilizzata non solo a Gaza ma anche altrove, hanno finora aderito Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Turchia, Qatar, Barhein, Giordania, Marocco, Pakistan, Indonesia, Armenia, Azerbaijan, Uzbekistan, Kosovo, Argentina, Vietnam. Israele si è unito all’iniziativa “Board of Peace”, secondo quanto dichiarato mercoledì da Netanyahu, solo durante la sua visita a Washington, dove ha incontrato Trump e il Segretario di Stato Marco Rubio.

Per l’Europa al momento ci sono solo Ungheria e Albania, forse la Bielorussia, mentre l’Italia di Giorgia Meloni sta infilando come di consueto i piedi in due scarpe, tenendosene fuori formalmente ma cercando di rientrarvi come osservatore.

Insomma il governo Meloni vuole tenersi stretto Trump ma deve fare i conti con i vincoli dell’art.11 della Costituzione in materia di adesione a organizzazioni internazionali, vincoli ai quali fanno riferimento i partiti dell’opposizione per sbarrare il passo al governo nell’adesione all’organismo.

La ripetitiva e inefficace richiesta delle opposizioni di “venire a riferire in Parlamento” è stata però subito accolta e neutralizzata, se ne discuterà infatti oggi alla Camera con delle comunicazioni del ministro degli esteri Tajani e, pare, con un voto finale sulle risoluzioni che verranno presentate.

Ma la Meloni ha anche un problema di soldi. Se vuole stare dentro al Board deve “cacciare” almeno un miliardo di dollari. A meno che non intenda distoglierlo dai 5,5 miliardi di euro stanziati per il fatidico Piano Mattei (di cui spesi in tre anni e mezzo solo 1,3 miliardi, ndr) dovrebbe tirare per la giacca di brutto il ministro dell’Economia e non sarebbe una passeggiata, per di più senza grandi convinzioni e consensi intorno ad una scelta che mette in sollecitazione sia i rapporti con il resto della UE e con la stessa Onu.

Il varo del Board of Peace, come noto è stato ufficialmente annunciato lo scorso gennaio da Jared Koushner al World Economic Forum di Davos e viene descritto come un nuovo organismo internazionale che, almeno nelle intenzioni della Casa Bianca, dovrebbe occuparsi della gestione e della risoluzione dei conflitti globali, insomma una sorta di Onu alternativa e in formato Trump.

Nella bozza dello Statuto del Board of Peace paradossalmente non c’è nessun riferimento esplicito a Gaza ma si evoca un mandato molto più ampio per la “promozione di stabilità, pace e governance” nelle aree colpite o minacciate da conflitti. Alcune dichiarazioni dello stesso Trump lasciano intendere che il Board of Peace “potrebbe” arrivare a sostituire le Nazioni Unite e avrebbe nel presidente USA un “presidente a tempo indeterminato”.

Intervenendo alla recente Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, il Segretario di Stato statunitense Marco Rubio ha dichiarato che l’ONU “non poteva risolvere la guerra a Gaza” e “praticamente non ha avuto alcun ruolo nella risoluzione dei conflitti globali”.

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu intervenendo ad una sessione speciale della Knesset, riferendosi alla Fase 2 per Gaza, ha già chiarito che “la prossima fase non è la ricostruzione ma il disarmo di Hamas”. Tel Aviv ha aderito al Board of Peace solo dopo la recentissima visita di Netanyahu negli USA e dopo molti tentennamenti. Gli interessi di Israele al momento non sembrano coincidere esattamente con quelli della Casa Bianca.

L’ANP è stata esclusa dal Board, ma il piano statunitense prevede un’amministrazione di Gaza affidata a un comitato tecnocratico palestinese separato, chiamato “Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza” (NCAG). Questo comitato di 15 membri è guidato da Ali Shaath, un ex funzionario dell’ANP originario di Gaza, e opererà sotto la supervisione del Board of Peace.

I palestinesi appaiono molto divisi tra i pochi favorevoli e i molti contrari nel dare adesione e credibilità al Board of Peace. Mustafa Barghouti, segretario generale dell’Iniziativa Nazionale Palestinese, ha avvertito i leader che stavano vivendo in una “bolla di illusione”. “Mentre parliamo, il governo israeliano ha dichiarato che tutta la Cisgiordania è disponibile per gli insediamenti”, ha detto Barghouti. “Hanno praticamente dato il colpo di grazia all’accordo di Oslo davanti a tutto il mondo”.

Che l’Italia della Meloni voglia sentirsi parte di tale progetto è l’ennesimo orrore che questo governo vorrebbe farci ingoiare sul piano della collocazione internazionale del nostro paese. Del resto la normalità con cui si è reso complice con il genocidio dei palestinesi e l’accanimento contro la relatrice dell’Onu Francesca Albanese hanno già detto molto. Ma qui siamo ben dentro una insanabile passione per il lavoro sporco.

Fonte

08/01/2026

I volenterosi facilitatori del lavoro sporco di Trump

Puntuali come l’abbassamento delle temperature a gennaio, in questi giorni drammatici stanno comparendo di nuovo gli “equidistanti”.

Un articolo dell’Huffington Post (area La Repubblica per intendersi) sottolinea con enfasi come l’arcipelago vicino al PD stia negando ogni adesione alla giornata di mobilitazione nazionale del 10 gennaio intorno alla parola d’ordine “Giù le mani dal Venezuela” che vedrà manifestazioni in molte città italiane.

Il giornale online collaterale a La Repubblica, avanza poi un paragone improprio tra le giornate di mobilitazione sulla Palestina di settembre e ottobre e quella programmata per sabato prossimo, puntando sulla prevedibile differenza in termini di partecipazione popolare. È evidente la capziosità di un simile paragone.

Dagli esponenti del PD a quelli dell’Arci nazionale o alla CGIL, è tutto un prendere le distanze da Maduro e dalla “dittatura venezuelana”. Certo Trump ha esagerato ma il Venezuela bolivariano rimane comunque una esperienza indigeribile e indigesta per i “democratici de noantri”.

In questa operazione di delegittimazione delle mobilitazioni solidali con il Venezuela si trascura un dettaglio: nessuno dei promotori della giornata di sabato 10 gennaio ha mai nutrito illusioni sul fatto che il Pd o pezzi del campo largo potessero sentire la responsabilità di prendere una posizione chiara contro una aggressione imperialista come quella realizzata dall’amministrazione Trump.

Non lo hanno mai fatto. Nè su quella contro l’Iraq nel 2003 né, tantomeno, su quella contro la federazione Jugoslava nel 1999 dove anzi sostennero i bombardamenti della Nato su Belgrado. Non lo hanno fatto neanche nel 2011 sulla Libia e ci hanno messo quasi due anni per trovare il coraggio di dire e fare qualcosa contro il genocidio dei palestinesi in corso a Gaza dall’ottobre 2023.

In tutte quelle occasioni, quella che molti cominciano a definire come “la sinistra imperiale”, hanno sempre accettato il ricatto della narrazione dominante del sistema politico/mediatico occidentale. Alla fin fine il demone da sconfiggere non era la bellicista supremazia di una superpotenza occidentale ma erano i Saddam Hussein, i Milosevic, i Gheddafi, Hamas e oggi Maduro. Era questa la “giungla” da liquidare con ogni mezzo illudendosi di poter mitigare le sanguinose spine nel proprio giardino.

Certo gli USA o la Nato bombardavano popoli e paesi che non li avevano aggrediti ma comunque questi erano gestiti da autocrati, dittatori, pazzi criminali etc etc. Ragione per cui meritavano di essere deposti, fucilati, impiccati, bombardati, con il solo difetto di qualche migliaio di vittime collaterali.

Di fronte alla enormità della minaccia rappresentata, oggi più di ieri, da un imperialismo consapevole del proprio declino e pertanto più inferocito, prevale nel mondo del campo largo – Pd, Cgil, Arci, Anpi etc. – la preoccupazione di prendere le distanze dagli aggrediti e, nella migliore delle ipotesi, di mostrarsi equidistanti tra aggrediti e aggressori. Del resto è proprio tale ambiguità che rende debole e inefficace l’opposizione ad un governo di destra sistematicamente allineato e complice prima con Israele e oggi con gli Stati Uniti.

Quello dell’equidistanza è uno schema ripetuto spesso che però non è stato messo in campo nel caso dell’Ucraina, dove la chiamata alle armi e all’arruolamento nel blocco euroatlantico è stata pressoché totale. Nel caso del Venezuela, invece, non trovano nemmeno il coraggio di dire almeno che c’è “un rapitore e un rapito”, evitando di impegnarsi e schierarsi contro una operazione statunitense che ratifica la fine di ogni parvenza di diritto internazionale e precipita velocemente il mondo su un piano inclinato.

Del resto eravamo stati facili profeti quando abbiamo scritto che la “normalizzazione del genocidio” contro i palestinesi rappresentava una soglia che, una volta oltrepassata, avrebbe spianato la strada alla banalità del male, in ogni quadrante ed in ogni circostanza.

Siamo ormai nel mezzo di tempi di ferro e di fuoco dove la supremazia militare statunitense e il suo braccio in Medio Oriente – Israele – puntano a ridisegnare una mappa delle relazioni internazionali in cui i loro interessi non devono avere competitori ma solo sudditi e partner commerciali e nelle quali all’egemonia viene sostituito il timore. Essere “temuti” prevale ormai sull’essere rispettati.

In un contesto storico con tali caratteristiche non c’è più spazio per ambiguità e equidistanza. Così come avvenuto nelle mobilitazioni al fianco del popolo palestinese, sabato in piazza ci sarà chi ne è consapevole già da adesso.

Fonte

16/12/2025

Guerra in Ucraina - “La pace è vicina”, ma forse no…

A Berlino va in scena “l’accordo” che potrebbe portare alla pace in Ucraina. Che sarebbe cosa ottima, se non fosse per il piccolo limite che per ora quel che è stato lì concordato riguarda soltanto il composito schieramento occidentale. La pace vera, insomma, va fatta con la Russia... Tutto quello di cui stiamo parlando è solo la predisposizione di una proposta dal lato euro-atlantico.

Come è regola di ogni trattativa strategicamente rilevante i contenuti sono per il momento “coperti”, ma le immancabili indiscrezioni pilotate definiscono comunque con qualche certezza “la direzione” in cui tutti i protagonisti del vertice di ieri sera – Steve Witkoff e Jared Kuchner come inviati di Trump, i leader dei principali paesi europei (Germania, Danimarca, Finlandia, Francia, Regno Unito, Italia, Olanda, Polonia, Svezia e Norvegia, più la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen e quello del Consiglio europeo Antònio Costa, nonché l”extra-comunitario” britannico Keir Starmer) – dovranno incamminarsi.

Perché il percorso venga ritenuto praticabile serviva naturalmente il consenso ucraino, e Volodymyr Zelenskyy ha dato una valutazione ottimistica della nuova offerta da parte di funzionari americani riguardante le “garanzie di sicurezza”, descritte come una sorta di art.5 della Nato pur senza che Kiev entri nell’Alleanza (punto che per Mosca è sempre stato dirimente).

Andrebbe ricordato che l’attuale art. 5 garantisce, ai paesi membri attaccati dall’esterno, una forma di attivazione da parte dei partner, ma nella misura che ognuno di essi ritiene possibile. Nessun impegno obbligatorio ad entrare in guerra, insomma. Ma per il momento la formula ambigua può soddisfare il lato atlantico, sperando che a Mosca siano di bocca buona... 

Al trionfalismo autopromozionale di Trump (“siamo più vicini ora che mai” alla pace) fa però da contrappunto la cautela di Zelenskij e degli europei: i piani sono solo una “prima bozza”, con questioni importanti ancora irrisolte. Tra cui viene indicata come principale la gestione della parte di Donbass ancora non conquistata dai russi e da cui Kiev dovrebbe comunque ritirarsi.

Persino il bellicosissimo padrone di casa, il cancelliere Friedrich Merz, ha accolto con favore quelle che ha definito le “notevoli” garanzie di sicurezza “giuridiche” e “materiali” che i negoziatori americani avevano proposto. “Per la prima volta dal 2022, un cessate il fuoco è concepibile”, ha detto in una conferenza stampa con Zelenskyy. “Ora dipende interamente dalla Russia se un cessate il fuoco può essere raggiunto entro Natale”. 

E qui già si deve notare una pesante smagliatura, perché da sempre – e di nuovo in queste ore – Mosca ripete di non essere interessata ad un “cessate il fuoco” temporaneo che servirebbe solo a riarmare e riorganizzare l’esercito di Kiev, ma pretende di arrivare ad una “pace vera”, ossia con garanzie formali e sostanziali reciproche. Non unilaterali... 

Non a caso, la lunga e contorta dichiarazione finale, firmata dai soli paesi europei più Londra, si dilunga sul fatto che “gli Stati Uniti” si sarebbero “impegnati” insieme ai leader europei a garantire la futura sicurezza dell’Ucraina e a favorirne la ripresa economica. Ciò includerebbe impegni a sostenere l’esercito ucraino per mantenere una forza “in tempo di pace” di 800.000 unità per poter “dissuadere” e “difendere”.

Un esercito di queste dimensioni per un paese ormai desertificato demograficamente – tra russofoni fuggiti ad est, ucraini fuggiti in Occidente, morti, feriti e invalidi – e con una economia ridotta alla pura sussistenza è assolutamente insostenibile, sia sul piano finanziario che della disponibilità di “forza lavoro”.

E qui si va provocatoriamente ad inserire l’idea di “far rispettare la pace” da una “forza multinazionale Ucraina” guidata dall’Europa, composta da contributi di nazioni disponibili e “supportata dagli Stati Uniti”. Questa forza proteggerebbe i cieli dell’Ucraina, supporterebbe la sicurezza in mare e rafforzerebbe le forze armate ucraine, “anche operando in Ucraina”.

Separatamente, gli Stati Uniti sarebbero responsabili di un meccanismo per monitorare il cessate il fuoco e fornire un preavviso di eventuali futuri attacchi. Ci sarebbe anche un impegno legalmente vincolante a prendere misure per ristabilire la pace se la Russia attaccasse di nuovo, potenzialmente incluso “l’uso della forza armata, assistenza intelligence e logistica”.

Di fatto, questa proposta significa l’ingresso degli eserciti occidentali in Ucraina, in contrapposizione diretta con l’esercito russo. Ovvero proprio la condizione per evitare la quale è scoppiata la guerra. Pensare che Mosca possa accettarlo è ridicolo; proporlo vuol dire cercare di far saltare la trattativa dandone poi la colpa a Mosca.

Sulla questione della cessione di territori, i farneticanti leader europei hanno detto che spetterebbe a Zelenskyy decidere – se necessario consultando il popolo ucraino con un referendum (per effettuare il quale Zelenskij chiederebbe un cessate il fuoco “garantito dalla Nato”, riaprendo così le questioni che si dovrebbero invece chiudere).

Pesa molto l’approssimazione e la fretta con cui Trump e la sua “squadra” di inviati vogliono procedere. Due difetti che sembrano fatti proprio per seminare il terreno di ambiguità, punti irrisolti, interpretazioni innumerevoli e dunque nuove potenziali occasioni di riapertura del conflitto.

Basti pensare a come descrivono la “trovate” del simil-art.5: “La base di quell’accordo è fondamentalmente avere garanzie davvero forti, simili all’Articolo 5”, ha detto un alto funzionario americano. “Quelle garanzie non saranno sul tavolo per sempre. Quelle garanzie sono sul tavolo proprio ora se si raggiunge una conclusione in modo positivo”. 

Tradotto: “le stiamo proponendo adesso, ma se qualcuno la tira a lungo potremmo ritirarle...”

Da parte europea, fuori dalle comunque provocatorie dichiarazioni ufficiali, emerge nei “retroscena” una forte ostilità innanzitutto verso l’amministrazione Trump, come se fosse questo – e non la guerra – il problema principale.

“Dov’è la credibilità?” avrebbe chiesto un diplomatico europeo. “L’Articolo 5 senza l’adesione incoraggerà semplicemente la Russia a provare a metterlo alla prova”. Chiediamo noi: un funzionario che non ha ancora capito perché è cominciata la guerra può seriamente lavorare per farla finire?

Un altro funzionario che ha voluto restare anonimo ha spiegato a POLITICO – con parole un po’ più esplicite di quelle pronunciate ieri da Mattarella – “C’è una guerra di disinformazione qui. La cosa terribile è che non viene solo dai russi, dai cinesi o dagli iraniani. Viene anche dagli Stati Uniti”. Tutto, insomma, pur di non prendere atto che una strategia – decisa dagli Usa in versione “dem” – è fallita ed ora bisognerebbe inventarsene un’altra, invece di continuare con la vecchia in condizioni molto più precarie.

Gli Stati Uniti in versione Trump si stanno infatti sfilando, e agli europei lasciano il conto da pagare. Nella loro follia unilaterale questi ultimi si sono oltretutto incartati nell’idea di appropriarsi degli asset russi depositati nelle banche europee, soprattutto in Belgio. Ma su questo sarà il caso di occuparsene a parte...

Fonte