Dalla base per sottomarini di Île Longue, Emmanuel Macron ha annunciato il potenziamento dell’arsenale nucleare francese, oltre alla revisione della dottrina di deterrenza, che diventa “avanzata” e coinvolge vari alleati europei in una cornice comune e cooperativa (ma non sulle autorizzazioni per premere il “bottone” e sganciare la bomba).
Se dal 2008 l’arsenale francese era rimasto stabile sotto le 300 testate, oggi l’Eliseo ordina un potenziamento numerico di cui, d’ora in avanti, non verranno più fornite cifre ufficiali. È una netta virata verso una “ambiguità strategica”, in cui gli avversari devono sapere che la Francia si è rafforzata ed è più pericolosa, ma non devono sapere esattamente quanto e come.
Non solo i numeri, ma anche gli “interessi vitali” che Parigi difende col suo arsenale nucleare non saranno più di pubblico dominio. Non c’è nessuna lista definita, in modo tale che siano più sfumati i confini di cosa è ritenuto una minaccia esistenziale e cosa no, e – nella testa della classe dirigente francese – scoraggiare ulteriormente altri attori da azioni di cui non possono conoscere l’esito.
“Per essere liberi bisogna essere temuti, e per essere temuti bisogna essere potenti”, ha dichiarato Macron, motivando la decisione di invertire la rotta seguita fino a oggi. Dichiarazioni che fanno venire i brividi, perché fondano il futuro delle relazioni internazionali nella corsa al riarmo. Così sono nate le guerre mondiali.
La mancanza di trasparenza sui numeri e sulle “linee rosse”, giustificata col non dare riferimenti ai “nemici”, aumenta i rischi intrinseci del confronto tra potenze nucleari, affidato alle proclamazioni di potenza piuttosto che ad una cornice comune di sicurezza, imposta anche dal fatto che, in una guerra atomica, ci saranno solo vinti e nessun vincitore.
La nuova concezione viene integrata in quella che è definita “deterrenza avanzata”, un modello di cooperazione che si affianca alla NATO senza duplicare la deterrenza fornita dalla missione nucleare dell’Alleanza Atlantica. La Francia non vi partecipa, perché dalla fine degli anni Cinquanta ha deciso di sviluppare la propria “force de frappe”, un proprio arsenale di “dissuasione” nucleare. A cui si aggiungono lo sviluppo di nuovi mezzi, come il sottomarino nucleare di nuova generazione, battezzato “L’Invincibile”, che entrerà in servizio nel 2036.
Ora, Macron propone a vari alleati di essere il fulcro di un sistema che si incardini in maniera più specifica sulla dimensione europea, in cui la volontà di aumentare le tensioni, contro la Russia ovviamente, non accenna a scemare. L’evidente disimpegno statunitense dalla difesa dell’Europa, inoltre, viene visto come un segnale chiaro di minore prevedibilità rispetto alle tutele che possono essere garantite da Washington.
Il presidente francese ha dichiarato che personale britannico ha già partecipato come osservatore alle esercitazioni nucleari francesi, lo scorso dicembre, e l’invito è stato esteso anche alla Germania. Polonia, Grecia e Danimarca avrebbero anch’esse accettato di partecipare come osservatori, mentre Belgio, Paesi Bassi e Svezia hanno espresso interesse per questa nuova cornice nucleare.
Otto paesi, coinvolti con un approccio graduale nei meccanismi della deterrenza francese. In questa partnership sarebbero compresi sia esercitazioni congiunte sia lo schieramento di asset strategici francesi sul territorio degli alleati. Ad ogni modo, ogni decisione sull’arsenale rimarrà in capo all’Eliseo.
In questa nuova organizzazione di coordinamento specifica, non ci sarà dunque nessun ombrello nucleare formale basato su trattati, ma un modello “sfumato” di condivisione, dove gli alleati sono considerati nel processo di deterrenza francese, senza avere però diritti sulle testate atomiche. E senza partecipare alle spese in merito.
Macron, infatti, non ha chiesto ai partner contributi finanziari diretti per la forza nucleare, ma ha proposto uno scambio strategico: la Francia garantisce la “deterrenza avanzata”, mentre i partner europei sono chiamati a colmare le lacune della difesa convenzionale, investendo massicciamente in difesa aerea e altre capacità critiche.
“La nostra sicurezza non è mai stata concepita esclusivamente entro i limiti del nostro territorio, sia convenzionalmente che sul piano nucleare”, ha sottolineato Macron. Tale sicurezza, insomma, è intesa come elemento intrecciato al tessuto di sicurezza europeo. Ed è infatti un terreno fondamentale attraverso cui la Francia sta spingendo verso una difesa europea, che sia strumento di risposta alla crisi economica e insieme di proiezione delle mire imperialistiche europee.
I punti di frizione sono però tanti, e hanno già portato a divergenze evidenti con Berlino, altro grande attore del riarmo europeo. Sul tema nucleare, però, l’asse con la Germania si trova in condizioni migliori. Il Cancelliere Friedrich Merz ha confermato l’avvio di un “gruppo direttivo nucleare di alto livello” tra Parigi e Berlino.
Inoltre, Francia, Germania e Regno Unito collaboreranno al progetto ELSA (European Long Range Strike Approach) per lo sviluppo di missili a lunghissimo raggio, coinvolgendo anche Italia e Polonia. L’obiettivo è colmare il gap nelle capacità di attacco convenzionale in profondità, fornendo all’Europa opzioni di gestione delle crisi al di sotto della soglia nucleare.
Ci sono alcuni elementi da mettere in evidenza, in conclusione. Il primo è che l’attacco immotivato (se non nella politica estera aggressiva di Israele) dell’Iran viene aggiunto tra le motivazioni con cui viene promossa la costruzione di una difesa europea, pensata in maniera evidente “contro” altre realtà. Senza considerare che non è Teheran che, evidentemente, sta aumentando l’insicurezza nucleare nel mondo.
Il secondo è che sul terreno nucleare (ma anche su quello dei missili) si continua a sostenere l’ipotesi di una UE armata come opportunità per entrare nel gioco delle “grandi potenze”. Ma considerata la natura evidentemente provocatoria delle scelte militari fatte a livello comunitario, allora risulta evidente che questa corsa al riarmo rende più instabile il quadrante europeo e diventa un ulteriore rischio di guerra più generalizzata.
Infine, non si può ignorare che questa dichiarazione arriva quando è ormai evidente che, dopo le prossime elezioni francesi, a governare il paese saranno o la sinistra guidata dalla France Insoumise (e contro cui è partita un’ondata di attacchi chiaramente collegata) o i fascisti – con forme diverse tra i “filo-atlantisti” di Bardella e i sodali della Le Pen che pensano a una difesa maggiormente scollegata dai pilastri NATO a seconda che vinca l’uno o l’altro schieramento.
La tendenza alla guerra come risposta del capitale europeo alla sua crisi viene confermata. Il capitale su base continentale si sente sempre più vicino a perdere qualsiasi spazio nello scenario globale, e a dover abbandonare qualsiasi prospettiva di autonomia non solo rispetto ai “nemici”, ma anche e soprattutto verso gli “alleati” storici oltreoceano.
Non è tema secondario, dunque, chi vincerà in Francia, ma il riarmo rimane vettore centrale della politica futura per chiunque. Il tentativo di non perdere il treno si concretizza in un passo che aumenta i rischi di sicurezza di tutti i popoli europei.
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