Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

27/03/2026

Le guerra delle parole e nelle parole

Ci sono parecchie cose a non quadrare nell’andamento della guerra in corso in Medio Oriente. Tra queste c’è la guerra delle e nelle parole utilizzate sui media mainstream per raccontare cosa sta accadendo.

Cominciamo dall’informazione secondo cui gli attacchi israeliani e statunitensi sull’Iran “colpiscono gli obiettivi”, mentre i missili iraniani in Israele sono caduti “in aree aperte” oppure “i detriti hanno causato danni”. E ancora leggiamo e sentiamo spesso che “Israele crea una zona cuscinetto in Libano”, mentre la Russia dal 2022 ha “occupato parte dell’Ucraina”.

A leggere i giornali o ascoltare i telegiornali in Italia – ma è così un po’ in tutti i paesi occidentali – l’idea che la gente si dovrebbe fare delle guerre in corso ne risulterebbe un po’ balzana. I mass media accettano servilmente di usare il linguaggio della propaganda senza mai azzardare un briciolo di dignità professionale o almeno di buonsenso.

Emblematico in tal senso è il Times of Israel, il quale il 25/03/2026 titola – testualmente – tre diverse corrispondenze dalle zone colpite in questo modo: “L’Iran sembra prendere di mira una centrale elettrica israeliana ma manca il bersaglio”. E ancora “Tre feriti mentre frammenti di missili iraniani cadono in un villaggio beduino non autorizzato”. Infine “Tre persone ferite leggermente, edifici distrutti mentre attacco iraniano prende di mira Tel Aviv”.

Altre fonti indicano invece una situazione ben diversa e assai meno rassicurante per il “fronte interno” israeliano.

Adesso dedichiamo un po’ di tempo a decostruire questo linguaggio della guerra nascosta dalle e nelle parole.

Cominciamo da “detriti”. I detriti danno ovviamente l’idea che il missile nemico sia stato intercettato e che siano caduti sul proprio territorio solo dei frammenti, in pratica solo un fastidioso danno marginale ma sempre meno grave di un missile “carico”.

I missili sono invece “caduti in un’area aperta”. Insomma il nemico spara sempre a casaccio e non coglie mai un obiettivo, non produce mai danni seri né – quasi – vittime.

Poi ci sono i “feriti”, che sono sempre “lievi” o “leggeri”. Niente di drammatico o che possa suscitare allarme. La precisazione sul fatto che il villaggio beduino in Israele colpito dai frammenti di missili non fosse “autorizzato” – non sionista, ma arabo, quindi “removibile” quando verrà deciso – è stato poi la ciliegina sulla torta.

Va avanti così da settimane. Ma poi, appena si apre una crepa in questo muro di disinformazione e censura, appaiono i dati oggettivi che parlano di più di 5mila feriti in Israele, 5.045 per l’esattezza. Ben 180 di questi ci sono stati solo nel recente bombardamento iraniano su Dimona e Arad nei pressi degli impianti nucleari israeliani.

Secondo l’AI, nel 2024, un rapporto globale ha calcolato un rapporto di circa 1,4 feriti per ogni civile ucciso. Questi numeri mostrano come per i civili l’evento letale sia statisticamente molto più frequente rispetto a quanto avvenga per i soldati. Ma Israele dichiara solo 14 morti, di cui 12 civili e 2 militari. Lo “scudo divino” ha strani effetti materiali...

Dal canto loro l’Iran dichiara oltre 1200 morti e 10.000 feriti tra civili e militari, mentre il Libano dichiara 1072 persone uccise e 2066 ferite.

Nei conflitti asimmetrici moderni ormai il numero delle vittime civili supera spesso abbondantemente – e drammaticamente – quello dei militari.

Ma è anche il fattore che impatta di più sulle opinioni pubbliche, che diffonde maggiormente il dolore nelle famiglie e abbassa il morale, sia nella società che nelle truppe al fronte. Motivo per il quale va tenuto nascosto, neutralizzato, mistificato dalle e con le parole. Fino a quando la verità viene fuori e strappa con violenza il velo della censura.

Fonte

Nessun commento:

Posta un commento