di Luciano Vasapollo
A Cuba la situazione è molto pesante. Si vive in uno stato di alto allarme dopo le dichiarazioni di Trump, che parla di “regolare la situazione” nei modi che lui conosce. È dentro questo quadro che va letta la nuova, grave interruzione totale del Sistema Elettrico Nazionale cubano, verificatasi ieri alle 06:38 del mattino.
Si tratta della terza nel solo mese di marzo. Non un incidente isolato, ma il sintomo evidente di una pressione sistemica, politica ed economica, che si traduce in un attacco diretto alle condizioni materiali di vita del popolo cubano.
L’Unione Nazionale dell’Elettricità ha confermato la disconnessione completa del SEN, mentre il Ministero dell’Energia e delle Miniere ha individuato nella bassa frequenza e nelle fluttuazioni di tensione la causa tecnica immediata. Ma sarebbe ingenuo fermarsi alla superficie tecnica: dietro questa crisi c’è la carenza strutturale di carburanti, aggravata dall’embargo imposto dagli Stati Uniti.
Non è solo una questione energetica. È una questione politica
Il blocco impedisce a Cuba di approvvigionarsi di petrolio, gasolio, olio combustibile e gnl. Ma non solo: ostacola anche l’importazione di componenti e tecnologie necessarie per la manutenzione e il rinnovamento delle centrali. In questo modo si colpisce deliberatamente l’intero sistema produttivo ed energetico del Paese.
Un atto di guerra non dichiarata, che si traduce in una punizione collettiva
Le conseguenze sono evidenti. Il sistema di generazione distribuita, che potrebbe alleviare significativamente i blackout, è fermo proprio per la mancanza di combustibili. Le centrali termoelettriche, già provate dalla loro vetustà, subiscono guasti continui: sette unità risultavano fuori servizio già nelle prime ore della crisi. Il risultato è un deficit crescente tra domanda e offerta di energia, aggravato da settimane di consumo elevato. Eppure, anche in questa situazione, Cuba non è ferma.
Il processo di ripristino del sistema elettrico avviene con gradualità, attraverso una sequenza tecnica complessa che parte dall’attivazione dei sistemi ausiliari per alimentare le centrali e prosegue con la riattivazione progressiva dei circuiti. Parallelamente, il Paese continua a costruire alternative: oltre 40 parchi fotovoltaici, realizzati nel corso del 2025, stanno entrando in funzione e rappresentano un primo passo concreto verso una maggiore autonomia energetica.
La risposta cubana: non la resa, ma la trasformazione
La strategia individuata punta alla sovranità energetica, alla diversificazione delle fonti, all’incremento della produzione nazionale di petrolio e gas, e soprattutto allo sviluppo delle energie rinnovabili. In altre parole, una transizione obbligata ma anche profondamente politica, che riduce la dipendenza dai combustibili fossili e dalle dinamiche imposte dall’esterno.
In questo contesto si inserisce anche il lavoro della delegazione della Rete dei Comunisti, che continua la sua presenza sull’isola.
La presenza dei delegati RdC
Negli ultimi giorni si è svolta una grande assemblea internazionale con 650 delegati provenienti da 33 Paesi e circa 300 organizzazioni politiche, sociali e di solidarietà. Un evento di straordinaria importanza, che ha visto la partecipazione dell’intero gruppo dirigente cubano, a partire dal presidente Miguel Díaz-Canel, insieme a ministri, membri del Consiglio di Stato e del Comitato Centrale.
Non è stata solo una riunione politica, ma un momento di condivisione, cultura e internazionalismo: interventi, musica, incontri, in attesa dell’arrivo delle navi dal Messico con tonnellate di medicinali e pannelli solari, frutto di una mobilitazione internazionale che ha visto protagoniste organizzazioni italiane e di molti altri Paesi.
È questa la risposta concreta all’embargo: la solidarietà
La delegazione ha inoltre svolto visite di grande rilievo politico e culturale: dal centro dedicato a Ernest Hemingway ai luoghi simbolo della sua produzione, fino ai progetti di recupero urbano legati all’eredità di Eusebio Leal, come il convento delle Clarisse. Un lavoro che intreccia memoria, cultura e integrazione sociale.
Gli incontri con comunità religiose, istituzioni culturali e politiche – dal Parlamento al Centro Fidel, fino all’Università dell’Avana – confermano un dato fondamentale: Cuba non è isolata. È sotto attacco, ma non è sola.
In queste ore proseguono i colloqui con il Comitato Centrale e con numerose realtà sociali e culturali. E non può non essere sottolineato il ruolo fondamentale dei compagni cubani, in particolare dei “Cinque” e di Antonio Guerrero, che hanno accompagnato e sostenuto la delegazione in ogni momento.
Di fronte a tutto questo, diventa sempre più evidente la natura dell’offensiva statunitense: un’aggressione sistematica, che mira a piegare un Paese che continua a rivendicare la propria indipendenza.
Ma altrettanto evidente è la risposta: resistenza, dignità e internazionalismo
Cuba oggi è un laboratorio politico vivente, dove si misura concretamente lo scontro tra imperialismo e autodeterminazione. E in questo scenario, ogni blackout non è solo un problema tecnico: è il segno visibile di un conflitto più ampio.
Un conflitto che chiama tutti, anche fuori dall’isola, a prendere posizione.
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