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29/03/2026

Volkswagen vuole riconvertirsi alla produzione di armi israeliane

Volkswagen, il gigante dell’auto che per decenni ha rappresentato la spina dorsale dell’industria europea, è in una crisi profondissima. In linea con quanto promosso dal riarmo e dalla difesa europei, che mettono d’accordo tutte le principali forze politiche del continente, la casa automobilistica starebbe valutando le opportunità offerte dalla transizione all’economia di guerra, per evitare la chiusura dello storico stabilimento di Osnabrück, in Bassa Sassonia.

In questo caso particolare, la società di Wolfsburg starebbe pensando di trasformarsi in parte integrante della filiera dello stato genocida di Israele. Le strutture di Osnabrück potrebbero essere convertite alla produzione di componenti per l’Iron Dome, il celebre sistema di difesa aerea israeliano, che sta vivendo un palese fallimento nell’aggressione condotta da Tel Aviv e Washington contro l’Iran.

Secondo quanto rivelato dal Financial Times, Volkswagen sarebbe in trattativa avanzata con la Rafael Advanced Defense Systems, l’azienda israeliana che ha sviluppato la “Cupola di Ferro”. L’intesa con Rafael rappresenterebbe la svolta per salvare i 2.300 dipendenti dello stabilimento tedesco al centro della trattativa.

Gli impianti di Osnabrück attraversano da tempo una fase di incertezza. Con la produzione attuale destinata a esaurirsi nel 2027 e i profitti del gruppo erosi dalla spietata concorrenza dei veicoli elettrici cinesi, i suoi lavoratori sono a rischio licenziamento, aggravando una crisi industriale che sta segnando anche la crisi politica della classe dirigente tedesca.

“L’obiettivo è di salvarli tutti, forse anche di espandere” il numero dei dipendenti, ha rivelato il Financial Times citando una fonte anonima. Se l’accordo dovesse andare in porto, la riconversione potrebbe essere completata in un arco di tempo compreso tra i 12 e i 18 mesi, richiedendo investimenti relativamente contenuti per adattare le linee di montaggio esistenti.

L’impegno tedesco non dovrebbe prevedere la fabbricazione dei missili intercettori, ma si concentrerebbe sui camion pesanti per il trasporto, i lanciatori e i generatori di energia necessari al funzionamento delle batterie dell’Iron Dome. L’ambizione dei due partner non si ferma alla fornitura per Israele: Volkswagen e Rafael punterebbero a commercializzare congiuntamente questi sistemi di difesa aerea anche in altri paesi europei, cavalcando l’ondata di riarmo lanciata da Bruxelles.

Il progetto godrebbe del parere favorevole del governo tedesco, che vede di buon occhio il rafforzamento dell’industria della difesa nazionale e il mantenimento dei livelli occupazionali in un settore strategico. Già nel 2025, Rheinmetall aveva mostrato interesse per il sito di Osnabrück, ma l’affare era sfumato in attesa di ordini certi per i carri armati.

Il caso Volkswagen-Rafael è l’esempio più eclatante della tendenza che sta ridisegnando l’industria manifatturiera europea. Di fronte alla crisi dell’automotive e alla necessità di bilanci in attivo, la difesa è l’unica risposta pensata dai vertici europei, in uno scivolamento verso una transizione bellica che è diventato il terreno su cui Bruxelles vuole giocarsi un posto tra i grandi attori globali.

Vogliono vendere l’imperialismo e la guerra promettendo posti di lavoro, in un ricatto che rischia di gettarci in una nuova guerra mondiale, in cui un pilastro, ancora una volta, sarebbe il sostegno ai promotori di un genocidio. L’attualità della resistenza è evidente.

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