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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/03/2026

Volkswagen vuole riconvertirsi alla produzione di armi israeliane

Volkswagen, il gigante dell’auto che per decenni ha rappresentato la spina dorsale dell’industria europea, è in una crisi profondissima. In linea con quanto promosso dal riarmo e dalla difesa europei, che mettono d’accordo tutte le principali forze politiche del continente, la casa automobilistica starebbe valutando le opportunità offerte dalla transizione all’economia di guerra, per evitare la chiusura dello storico stabilimento di Osnabrück, in Bassa Sassonia.

In questo caso particolare, la società di Wolfsburg starebbe pensando di trasformarsi in parte integrante della filiera dello stato genocida di Israele. Le strutture di Osnabrück potrebbero essere convertite alla produzione di componenti per l’Iron Dome, il celebre sistema di difesa aerea israeliano, che sta vivendo un palese fallimento nell’aggressione condotta da Tel Aviv e Washington contro l’Iran.

Secondo quanto rivelato dal Financial Times, Volkswagen sarebbe in trattativa avanzata con la Rafael Advanced Defense Systems, l’azienda israeliana che ha sviluppato la “Cupola di Ferro”. L’intesa con Rafael rappresenterebbe la svolta per salvare i 2.300 dipendenti dello stabilimento tedesco al centro della trattativa.

Gli impianti di Osnabrück attraversano da tempo una fase di incertezza. Con la produzione attuale destinata a esaurirsi nel 2027 e i profitti del gruppo erosi dalla spietata concorrenza dei veicoli elettrici cinesi, i suoi lavoratori sono a rischio licenziamento, aggravando una crisi industriale che sta segnando anche la crisi politica della classe dirigente tedesca.

“L’obiettivo è di salvarli tutti, forse anche di espandere” il numero dei dipendenti, ha rivelato il Financial Times citando una fonte anonima. Se l’accordo dovesse andare in porto, la riconversione potrebbe essere completata in un arco di tempo compreso tra i 12 e i 18 mesi, richiedendo investimenti relativamente contenuti per adattare le linee di montaggio esistenti.

L’impegno tedesco non dovrebbe prevedere la fabbricazione dei missili intercettori, ma si concentrerebbe sui camion pesanti per il trasporto, i lanciatori e i generatori di energia necessari al funzionamento delle batterie dell’Iron Dome. L’ambizione dei due partner non si ferma alla fornitura per Israele: Volkswagen e Rafael punterebbero a commercializzare congiuntamente questi sistemi di difesa aerea anche in altri paesi europei, cavalcando l’ondata di riarmo lanciata da Bruxelles.

Il progetto godrebbe del parere favorevole del governo tedesco, che vede di buon occhio il rafforzamento dell’industria della difesa nazionale e il mantenimento dei livelli occupazionali in un settore strategico. Già nel 2025, Rheinmetall aveva mostrato interesse per il sito di Osnabrück, ma l’affare era sfumato in attesa di ordini certi per i carri armati.

Il caso Volkswagen-Rafael è l’esempio più eclatante della tendenza che sta ridisegnando l’industria manifatturiera europea. Di fronte alla crisi dell’automotive e alla necessità di bilanci in attivo, la difesa è l’unica risposta pensata dai vertici europei, in uno scivolamento verso una transizione bellica che è diventato il terreno su cui Bruxelles vuole giocarsi un posto tra i grandi attori globali.

Vogliono vendere l’imperialismo e la guerra promettendo posti di lavoro, in un ricatto che rischia di gettarci in una nuova guerra mondiale, in cui un pilastro, ancora una volta, sarebbe il sostegno ai promotori di un genocidio. L’attualità della resistenza è evidente.

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19/06/2025

Israele vince, anzi pareggia, anzi parliamone...

Ogni volta che si scrive un articolo su come sta andando la guerra – Ucraina/Russia o Israele/Iran, fa lo stesso – il rischio è quello di sconfinare nel “complottismo”, o più banalmente nel “noncielodicono”. Colpa delle propagande di guerra incrociate, certo, ma soprattutto della censura strettissima ormai vigente su ogni media mainstream.

Però qualcosa di interessante si può trovare lo stesso, naturalmente non sui media italiani, nonostante persino l’agenzia Ansa – la più ufficiale e inamidata – si sia sentita in dovere di segnalare, sebbene sulla filiale minore, Ansamed, quanto pubblicato da un giornale niente affatto secondario, e certamente non filo-ayatollah, come il... Wall Street Journal.

Una notizia certamente importante, per valutare gli sviluppi dell’aggressione sionista e della risposta di Tehran: “Israele sta esaurendo i propri intercettori difensivi Arrow, sollevando preoccupazioni circa la capacità del Paese di contrastare i missili balistici a lungo raggio provenienti dall’Iran se il conflitto non verrà risolto a breve”.

In pratica, pur avendo il “dominio dei cieli” – ovvero una aviazione moderna, oltretutto supportata operativamente dagli Usa (sia per quanto riguarda i dati satellitari che il rifornimento in volo) – Tel Aviv si ritrova a corto di “munizioni”, gli intercettori difensivi Arrow, per tenere in piedi il sistema Iron Dome.

Un sistema molto preciso e molto costoso, con un numero di batterie piuttosto limitato, che aveva fatto ottima figura con i razzi artigianali Kassam e qualche missile analogo dal Libano. Un sistema che insomma funziona davanti ad attacchi con bassi numeri, ma che già nel 2024 era stato “bucato” con attacchi “a saturazione” ovvero con lanci di droni e missili, in tempi diversi (i droni sono molto più lenti) ma con orario d’arrivo sincronizzato.

I costosissimi Arrow potevano insomma buttare giù un numero corrispondente di oggetti volanti, ma non tutti. E qualcosa di molto pesante arrivava lo stesso su Israele. Ora le ondate in successione, probabilmente con la stessa logica, stanno producendo effetti cumulati, tali da rendere per esempio il centro di Tel Aviv somigliante a quello di Beirut, qualche mese fa...


Beh, si può pensare, quelle necessarie da ora in poi gliele daranno sempre gli americani... Il problema è che gliele hanno già date, e pure per loro ormai scarseggiano, anche perché servono anche agli stessi USA (come si è visto nel breve conflitto con gli Houthi o Ansarallah).

A dirlo sono funzionari del Pentagono, coperti ovviamene dall’anonimato. Ma se la verifica è fatta dal WSJ – una bibbia per gli operatori economici, che dunque non si può permettere di sparare scemenze – possiamo star tranquilli che “la voce” è in questo caso attendibile.

In effetti, scrive il giornale statunitense, “Il funzionario ha affermato che gli Stati Uniti sono a conoscenza dei problemi di capacità da mesi e che Washington sta potenziando le difese di Israele con sistemi terrestri, marittimi e aerei. Da quando il conflitto si è intensificato a giugno, il Pentagono ha inviato ulteriori risorse di difesa missilistica nella regione, e ora si teme che anche gli Stati Uniti stiano esaurendo i propri intercettori”

Anche un altro big del settore, come Tom Karako, direttore del Missile Defence Project presso il Center for Strategic and International Studies, ha affermato che “né gli Stati Uniti né Israele possono continuare a intercettare missili a tempo indeterminato”. Ha sollecitato un’azione tempestiva per affrontare la situazione, affermando che non è sostenibile continuare a rispondere agli attacchi missilistici senza una soluzione.

Pure il Washington Post ha dovuto mollare la narrazione trionfalistica delle prime ore e segnalare che invece qualche problema c’è. Il quotidiano ha riferito infatti di aver parlato in forma anonima con “una persona informata sull’intelligence statunitense e israeliana” che ha affermato come, senza rifornimenti dagli Stati Uniti, “alcune valutazioni prevedono che Israele possa mantenere la sua difesa missilistica per altri 10 o 12 giorni se l’Iran mantiene un ritmo costante di attacchi”.

Naturalmente i bombardamenti israeliani hanno preso di mira anche le basi di lancio dei missili iraniani, ed un certo numero è andato distrutto. Ma qui finisce l’informazione “verificata” e si entra nelle opposte propagande di guerra, con valutazioni sempre esagerate sui propri “successi” e le immense perdite per il nemico (secondo gli ucraini, per esempio, nella guerra sarebbe morti oltre un milione di soldati russi, ossia molti di più di quelli impiegati e ancora in azione).

Insomma, si entra in quella “terra di nessuno” in cui le valutazioni sulla residua forza reciproca diventano “scommesse” che troveranno verifica solo con gli avvenimenti.

Per dire, anche la propaganda iraniana scimmiotta e sfotte quella occidentale e sionista. Le Guardie della rivoluzione iraniana hanno infatti dichiarato di avere raggiunto “il dominio totale sui cieli dei territori occupati (Israele, ndr), rendendo le difese israeliane impotenti di fronte agli ultimi attacchi missilistici dell’Iran”.

Lo riferisce Tasnim, agenzia vicina ai pasdaran, secondo cui “una nuova tornata di attacchi missilistici da parte dell’Iran ha preso di mira posizioni nei territori occupati mercoledì mattina, segnando l’undicesima ondata della risposta di Tehran all’aggressione israeliana”.

Inutile castellare su chi esageri di più, anche perché in entrambi i casi si gioca su numeri (missili e antimissili) abbastanza limitati, che garantiscono verifiche piuttosto rapide.

Il problema è capire che questa guerra, così come quella in Ucraina, non è la ormai vecchia “guerra asimmetrica” dove l’Occidente ha tutto, un piccolo Stato da attaccare quasi nulla, e tutto si decide rapidamente con pochi bombardamenti ben mirati che lasciano la vittima senza più possibilità di reagire (se non nei confronti delle truppe quando scendono “on the ground”).

Qui c’è una partita molto più simmetrica, dove “si lavora” sui consumi di materiali e armi, e non è detto che armamenti meno tecnologici e meno costosi, ma molto più numerosi, non possano determinare esiti imprevisti.

Sarà un caso, ma improvvisamente i ministri degli Esteri di Germania, Francia, Gran Bretagna (il cosiddetto E3) e l’Alta rappresentante Ue Kaja Kallas terranno venerdì a Ginevra colloqui sul nucleare con l’Iran.

I ministri incontreranno prima Kallas, presso il consolato tedesco a Ginevra, poi avranno un incontro congiunto con il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi.

Ma tranquilli, non si tratta di un’iniziativa autonoma. Il piano è stato concordato con gli Stati Uniti.

Segno che al di là dei proclami e dei bombardamenti qualcosa non va come previsto da Netanyahu (e Trump) al momento di aprire le ostilità contro Tehran.

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24/05/2025

Stato maggiore della Difesa: “serve un Iron Dome italiano e un comandante unico europeo”

Il generale Luciano Portolano, capo di Stato maggiore della Difesa, è intervenuto in audizione alla Commissione Difesa della Camera, lo scorso mercoledì. Le sue parole hanno evidenziato due elementi fondamentali del prossimo riarmo in cui si è imbarcata la UE: per l’Italia, si tratta dello sviluppo di un proprio Iron Dome, e per la dimensione continentale è l’istituzione di un comandante unico europeo.

La dotazione di un avanzato scudo missilistico è indicata dal militare come una priorità. Egli ha infatti sottolineato che “esistono dei sistemi di difesa aerea, ma non abbiamo un sistema di copertura totale, sia sulla parte nazionale, ma soprattutto quando andiamo a guardare in maniera più estesa l’area di responsabilità della NATO, con riferimento ai paesi del fianco sud dell’alleanza”.

La minaccia principale è ancora indicata nella Russia, a cui vengono affiancati tutti quei paesi che sono definiti come ‘sistemi autoritari’, in primis Iran e Corea del Nord. Nel confronto con Mosca, il sostegno all’Ucraina viene ribadito come una “nobile missione”, ma viene anche posta l’attenzione sull’esaurimento delle scorte di munizioni negli arsenali occidentali.

Per Portolano, riguardo al nodo dei proiettili, ha detto che “dipende da due fattori: la capacità di spesa che ho per poter acquisire munizionamento, ma essenzialmente è la capacità di produzione di chi poi mi deve garantire questo munizionamento, dunque la capacità di produzione delle aziende”.

Il discorso del generale rimanda, dunque, a un orizzonte della difesa che non si ferma all’Italia, ma che deve essere compreso dentro la difesa collettiva individuata nella NATO, e nel ruolo che l’Italia gioca nel Mediterraneo allargato. Riguardo alla cornice euroatlantica, però, Portolano evidenzia come la fase sia cambiata, e come il riarmo e l’economia di guerra europei assumano un peso nuovo.

Parlando dell’Esercito, egli afferma che di certo le forze italiane sono abituate a quelle che chiama “missioni di peacekeeping” (operazioni di guerra asimmetrica), ma il conflitto in Ucraina ha dimostrato come sia necessario sviluppare nuove capacità di difesa e deterrenza. E che fino a oggi queste erano garantite dagli Stati Uniti, ma non sarà più così.

L’alleanza atlantica rimane un pilastro imprescindibile, ma è necessario un compiuto complesso militare-industriale europeo per far fronte alle esigenze belliche di una UE che vuole assumere maggiore autonomia strategica, e dotarsi di tutti gli strumenti necessari a diventare un attore geostrategico credibile. A partire dai nodi riguardanti un esercito europeo.

“Se vogliamo essere efficaci nell’ambito della difesa europea – ha detto Portolano – in modo complementare rispetto alla Nato, dobbiamo realizzare una struttura di comando e controllo che oggi non esiste”, e per questo bisogna istituire “la figura di un comandante unico europeo che sia il referente a livello politico, sulla base di quella che dovrebbe essere la politica estera, la politica di difesa del continente europeo”.

È questa la proposta che rende tutto più complesso, ovvero la questione di un comando unificato di una realtà che non è ancora nemmeno una confederazione, e in cui è difficile immaginare un referente militare unico tra 27 paesi membri. Tuttavia, da poco la UE ha fatto passi avanti su di un primo nucleo di una forza armata comunitaria.

Non solo il sonno della ragione, ma anche la crisi e la competizione globale generano mostri, e la UE armata ha già superato precedenti tabù: manteniamo l’attenzione alta, perché potrebbe superarne anche su questo lato.

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14/02/2024

Il 7 ottobre 2023 rappresenta la più eclatante serie di fallimenti dello Stato d’Israele

Ovunque si è dibattuto del fallimento di quell’apparato d’intelligence che si credeva tra i più efficaci del mondo. C’è certezza che non tutti i gangli del sistema fossero all’oscuro di quanto stesse succedendo e che abbiano “lasciato fare”, ma altre articolazioni di sicuro non si aspettavano ciò che è accaduto. Sia come sia, la reputazione ne esce distrutta.

Invece, sotto il profilo politico, il fallimento è iniziato il giorno successivo, cioè da quando Israele ha deciso di compiere un massacro. Portando alla rottura di rapporti consolidati e al conseguente isolamento internazionale, sancito anche dall’inchiesta della Corte Internazionale di Giustizia.

Il fallimento politico si è manifestato pure all’interno d’Israele, con una frantumazione della società ed una esasperazione degli attriti tra le varie anime del paese.

Il fallimento militare d’Israele sta invece nell’incapacità di battere la Resistenza palestinese e nel conseguente accanimento contro la popolazione civile. Sono ormai lontani i tempi in cui l’esercito israeliano era composto da soldati duri e determinati, temprati nella lotta contro il nazismo.

In questo generale quadro di fallimenti israeliani, ce ne è uno ulteriore, saldamente legato all’ultimo punto esposto, ed è il fallimento tecnologico.

Viviamo in una società in cui la propaganda politica assume risvolti anche commerciali. Questa, come noto, si incanala nei mezzi d’informazione, nei prodotti culturali, nei modelli sociali, etc. Stando sotto il dominio di Washington, siamo costretti a subire passivamente le narrazioni americane o dei suoi interlocutori privilegiati. Da qui, il martellamento della propaganda israeliana che cerca d’imporre il proprio punto di vista.

Ovviamente, e parallelamente, ci sono tutta un’altra serie di sistemi d’ingerenza e condizionamento. Per queste ragioni, nella società italiana si è imposta la convinzione che i prodotti israeliani siano tutti d’eccellenza, soprattutto quelli dell’apparato militare industriale.

Questo è falso. Buona parte delle armi delle forze armate israeliane non sono all’avanguardia o non sono qualitativamente efficaci come millantato dagli apparati propagandistici. Si tratta di strumenti che ti possono far vincere quando c’è d’affrontare ragazzi che tirano le pietre, ma già di fronte a milizie ben organizzate mostrano tutti i propri limiti.

Sorge quindi il dubbio su cosa succederebbe se oggi Israele dovesse affrontare un esercito moderno e ben armato.

Il fatto che le armi leggere israeliane siano per lo più ferme a sessant’anni fa, non è un problema. Il vero limite è nel dare per scontato di poter contare su un vantaggio tecnologico che in realtà già da tempo è stato colmato. Ma soprattutto, alcune tecnologie che prima erano appannaggio esclusivo dei militari, ora si trovano o in libera vendita o in canali non inaccessibili.

Rimanendo nel campo della fanteria, ormai tutti (anche le milizie) dispongono di radio digitali criptate, visori notturni, disturbatori di frequenze, sistemi di videosorveglianza, comandi remoti, etc. Ovviamente nel campo dei droni, ormai sul mercato civile si trovano prodotti efficacissimi anche per scopi militari (magari con piccoli adattamenti).

Si è arrivati al paradosso che spesso il mercato è più avanti rispetto a quelle che sono le disponibilità delle forze armate: nel lasso di tempo che un soggetto istituzionale impiega nel mettere in moto le procedure per acquisire una nuova tecnologia, può darsi che quella sia già divenuta obsoleta.

Il 7 ottobre 2023 c’è stata la dimostrazione concreta che talvolta per sconfiggere la tecnologia più avanzata non è necessario lanciarsi in una corsa alla ricerca e sviluppo, si possono usare in maniera efficace i sistemi tradizionali.

A tal riguardo è emblematico il caso di “Iron Dome” – il sistema antimissile israeliano – che oggettivamente si è dimostrato essere uno dei più efficaci al mondo, ma che ha (come tutti gli altri) un tallone d’Achille.

Il sistema è efficacissimo se deve intercettare un missile, anche nel caso di dover intercettare diversi missili in rapida successione, offre risultati straordinari. Ma se i missili da intercettare diventano di più dei colpi che può sparare per abbatterli, il sistema va in crisi.

In questo modo Iron Dome è stato infranto il 7 ottobre 2023, “per saturazione”: sono stati lanciati centinaia di missili in rapida successione (nel corso della giornata sono stati più di cinquemila) e il sistema antimissile non sapeva più quale colpire, oppure non aveva più nulla per colpirlo una volta che aveva esaurito la propria dotazione di missili.

L’aspetto grottesco è che Iron Dome spendeva i propri colpi abbattendo dei razzi palestinesi che erano sostanzialmente grondaie riempite di fertilizzante, poi una volta che che il sistema entrava in crisi, da Gaza venivano sparati dei razzi decisamente più potenti che non venivano però intercettati.

Probabilmente il prodotto più prestigioso della produzione militare israeliana è il carrarmato Merkava. Per alcuni si tratta del miglior carro del mondo, per altri è un pachiderma d’acciaio montato su cingoli. Difficile valutarlo, perché finora è stato prevalentemente usato in conflitti asimmetrici, ossia per sparare a persone che lanciano pietre o contro forze armate non adeguatamente equipaggiate.

Sebbene un carro armato vada valutato principalmente nel confronto con altri carri armati, non si può rimanere indifferenti di fronte alle scene dei combattimenti urbani a Gaza, in cui i palestinesi hanno fatto il tiro al bersaglio sui carri israeliani, infliggendo pesanti perdite.

Lì sicuramente il problema maggiore è stato nella scelta di portare i carri in uno scenario di guerriglia urbana, luogo in cui possono essere facilmente bersagliati. Seppur mostrando di possedere di una buona corazzatura, i mezzi israeliani escono umiliati da Gaza.

Le ingenti perdite di carri hanno spinto Israele a rivedere la propria politica commerciale. Il 22 giugno 2023 il quotidiano israeliano Haaretz scriveva che il Governo era pronto a fornire dei carri Merkava a Cipro. Quest’ultimo, una volta ricevuti i carri israeliani, avrebbe dovuto inviare in Ucraina i carri sovietici T80 di cui ancora dispone.

La ragione alla base dello scambio è che anche Cipro era stata spinta a sostenere l’Ucraina, inviando i propri mezzi di produzione sovietica avrebbe ovviato ai problemi d’addestramento del personale ucraino, che già conosce bene quelle macchine. Forse Israele era prossima a sottoscrivere un accordo analogo anche con la Croazia.

Dopo che Israele ha iniziato a perdere un cospicuo numero di carri a Gaza, ha interrotto il programma di vendita dei Merkava ad altri stati. I carri israeliani ora vengono distrutti a Gaza e non inviati a paesi che li avrebbero dovuti sostituire con i propri da inviare in Ucraina.

A Kiev non arrivano quindi i carri che sperava di ricevere e si ritrova in una condizione particolarmente difficile. Per ovviare a questo genere di problemi, e soprattutto alla montante “stanchezza” dei paesi occidentali nel continuare a sostenere il regime di Zelenskyj, si va diffondendo in tutto il mondo la pratica parlamentare di ancorare gli aiuti all’Ucraina a quelli per Israele.

Mettere tutto in uno stesso pacchetto talvolta aiuta (nel senso che blocca entrambi) e altre volte invece porta ad accantonare le riluttanze verso ulteriori invii di armi.

Il fallimento tecnologico della produzione bellica israeliana non arriva in un momento qualsiasi, ma nel pieno della più mastodontica corsa agli armamenti degli ultimi tempi. Nel clima di generale preoccupazione, tutti gli stati del mondo provvedono a procurarsi strumenti adeguati ad affrontare le minacce.

Seppur i dati siano difficilmente reperibili, è plausibile che anche le commesse per l’apparato militare industriale israeliano abbiano beneficiato della fase. Nel momento di maggior espansione del mercato, mostrare agli occhi del mondo tutti i limiti dei propri prodotti può rappresentare un gigantesco danno economico. Chi avrebbe comprato i prodotti israeliani sulla base della loro buona fama, ora potrebbe ricredersi.

Seppur alla lista dei vari fallimenti difficilmente si potrà aggiungere anche quello economico, di sicuro in Israele hanno comunque accusato il colpo.

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15/07/2014

Gaza - La paura della pace dell’industria militare israeliana

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Hamas esalta le potenzialità dei suoi razzi, capaci di raggiungere persino le città israeliane a ridosso del confine con il Libano. Israele sottolinea le capacità del suo sistema antimissile Iron Dome (Kippat Barzel). In entrambi i casi si tratta di esagerazioni con un evidente fine politico e propagandistico (e commerciale). Va premesso che la logica assassina per vincere le guerre impone le uccisioni di civili, allo scopo di demoralizzare il nemico e frantumare il consenso al suo esecutivo politico.

Non lasciatevi perciò ingannare da quei comandanti militari che vi spiegano come venga fatto di tutto per minimizzare le perdite tra i civili. In realtà gli strateghi della guerra sanno che versare sangue innocente, infliggere tremende punizioni collettive alle popolazioni, è la strada maestra verso la vittoria. Era vero nella guerra del passato – dai bombardamenti nazisti su Londra all’uso americano dell’atomica contro Hiroshima – ed è vero oggi con la guerra «asimmetrica». La bomba israeliana che sabato sera ha ucciso a Gaza 18 membri della famiglia del capo della polizia di Hamas, Tayser al Batch, al momento dell’uscita dei fedeli dalle mosche, è stata «casualmente» sganciata proprio dopo il nutrito lanci di razzi verso Tel Aviv annunciato da Hamas per le ore 21. Una rappresaglia, anche se nessuno potrà provarla.

Partendo da questa logica intrisa di sangue, allora Hamas non può certo affermare di avere vinto. Il suo braccio armato, le Brigate Ezzedin al Qassam, ha lanciato negli ultimi sette giorni centinaia di razzi a corta e lunga gittata – Qassam, M-77, J-80, M-302, R 160, versioni locali di missili prodotti nelle regione – che se da un lato hanno generato paura e ansia tra gli israeliani, dall’altro non hanno ucciso. Hanno provocato qualche ferito (e due signore sono morte per infarto) e danni materiali.

Israele con la sua potenza di fuoco invece ha ucciso quasi 180 palestinesi (tra cui decine di donne e bambini), provocato oltre mille feriti, distruzioni di centinaia di case e migliaia di sfollati. Al di là di ciò che, per ovvie ragioni, sostiene Hamas, i razzi palestinesi sembrano essere più un’arma di pressione psicologica che non militare. Tuttavia lo stesso Israele ne accresce la portata allo scopo di ingigantire la «minaccia terroristica» e di esaltare le capacità dell’Iron Dome in vista, evidentemente, della vendita del sistema antimissile nel mondo.

Da più parti è stato detto e scritto che la «Cupola» ha abbattuto l’80% dei razzi palestinesi. Il dato vero comunicato dalla stessa difesa israeliana conferma che ha intercettato (fino a due giorni fa) 147 razzi su oltre 800, una percentuale considerata «alta» dai comandi militari ma che è largamente insoddisfacente per i civili che devono correre nei rifugi in cerca di riparo. La sensazione è che anche questa offensiva militare come quelle precedenti contro Gaza servirà ai fertili progettisti israeliani e all’industria bellica locale Rafael per realizzare ottimi profitti. Kippat Barzel sarebbe in grado di avvistare e distruggere in volo con un missile intercettore (Tamir) i razzi che minacciano aree abitate, facendo invece passare quelli che, teoricamente, non costituiscono una minaccia.

Non tutti nel paese restano in silenzio. Moti Shefer, uno scienziato e progettista israeliano vincitore di prestigiosi premi internazionali, sostiene che l’Iron Dome è un grande «bluff». «Non esiste oggi nel mondo un missile capace di intercettare un altro missile – ha detto Shefer al giornale economico Globes – Iron Dome è un suono e una luce che sta intercettando solo l’opinione pubblica israeliana. Le esplosioni che vedete in cielo è il missile stesso che esplode». Secondo Shefer, i Tamir sganciati dalla «cupola» sino ad oggi non avrebbero intercettato alcun razzo proveniente da Gaza e l’Iron Dome non sarebbe altro che una «cospirazione» messa in atto dalle due parti che hanno paura della pace: le industrie militari e il primo ministro Netanyahu.

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