Continuamente i tg main-stream inondano la loro narrazione mettendo sullo stesso piano il genocidio dei gazawi (miserabile chi lo nega) con i 1.138 morti del 7/10/23.
Dal momento che non sono minimamente d’accordo su questa narrazione, procedo a fare un minimo di chiarezza.
La prima cosa da rimarcare è che quel giorno non è successo niente di particolarmente strano – se non nelle dimensioni – perché nei 15 anni precedenti lo stato sionista aveva sterminato 6.085 palestinesi e ne aveva rapiti oltre 8mila, chiamandoli “arresti amministrativi”.
Quel giorno sono avvenuti due eventi contemporanei ed opposti: il primo condotto dalla resistenza palestinese a guida Hamas (in coda faccio una ulteriore riflessione), azione che mirava a rompere l’isolamento dei palestinesi stritolati lentamente dallo stato sionista con in vista gli “accordi di Abramo” che dovevano rendere definitivamente invisibili ed eliminati nel tempo i palestinesi, il secondo evento è stato l’inizio della guerra per la “grande Israele”.
Questa azione militare sionista è stata organizzata per molto tempo e aspettava solo il momento giusto per essere attuata, preparazione dimostrata sia da come i sionisti organizzano le loro azioni terroriste (cerca-persone e walkie-talkie che ha richiesto almeno 4 o 5 anni di preparazione).
Molti giornalisti mainstream sottolineano come lo IDF si sia fatto sorprende dall’azione della resistenza, ma questo è falso perché ci sono molte testimonianze che IDF sapeva tutto da mesi e vi erano state segnalazioni dei militi IDF nei giorni precedenti e come il capo dell’IDF, uscendo da casa alle 7 disse alla moglie, prima che iniziassero le azioni di guerriglia, che avrebbe proceduto alla distruzione di Gaza.
Tutta l’azione dell’IDF – il 7/10/23 – è stata nei fatti mirata a massimizzare le vittime civili sioniste, avendo permesso un festival musicale sotto le mure di un lager con dentro 2milioni di persone (e se i nazisti ne avessero tenuto uno accanto ad Auschwitz cosa diremmo oggi?) e poi sparando su tutto e tutti, applicando la direttiva “Hannibal”, proprio per avere il massimo delle vittime.
Dagli elicotteri Apache e dai carri armati si è sparato missili e cannonate senza pietà e d’altronde le centinaia di auto esplose e bruciate, le molte case saltate in aria, come potevano essere provocate da miliziani che avevano solo armi leggere (come si verifica nei molti video)?
L’IDF, si stima, quel giorno ha sterminato propri concittadini nell’ordine di almeno 700 unità!
Ho sentito varie volte critiche a questa mia ricostruzione, quasi negassi la capacità militare della resistenza o, peggio, l’accusassi di essersi fatta usare da IDF. Ma sono ragionamenti sbagliati perché, come detto precedentemente, la resistenza era in qualche modo obbligata ad agire, anche sapendo della risposta sionista: questa ricostruzione invece è necessaria per smontare tutta la falsa retorica e il vittimismo sionista sui morti civili del 7/10/23.
E veniamo alla valutazione “dell’orribile massacro fatto da Hamas”.
Anche tra gli attivisti propal c’è chi considera Hamas molto negativamente e anche io, all’epoca dei fatti ricordati, avevo una pessima considerazione per le violenze a Gaza del 2007 e non capivo le critiche rivolte da molti ad Abbas e alla ANP; ero comunque vicino alla giusta lotta della resistenza palestinese.
Ci ha pensato Abbas nei mesi successivi a chiarirmi la situazione, con le sue dichiarazioni e con quello che era l’azione della ANP in Cisgiordania, dimostrando che è una organizzazione collaborazionista dei criminali sionisti e ora, per me, Abbas è Abu-Quisling!
Partendo da questa presa di coscienza ho ripensato come considerare Hamas.
Premetto che sino da giovane sono stato un pacifista cristiano, poi anche comunista, quindi molto lontano dalle idee fondamentaliste di Hamas, tuttavia mi sono reso conto che questa organizzazione da movimento religioso è evoluta anche in un movimento di resistenza all’occupazione (vedi Yahya Sinwar) e che tra l’altro ha ora un approccio solidale con le altre componenti politiche e religiose palestinesi, cristiane in particolare.
Noi occidentali siamo immersi in una narrazione culturale-politica per cui ciò che non è “occidentale” è considerato negativo e barbaro, quindi una resistenza a guida Hamas può essere solo “terrorista”.
Per capire Hamas ho dovuto fare riferimento al passato della mia comunità religiosa, quella dei Valdesi.
Sin dall’inizio, nel XII secolo, i valdesi, nonostante persecuzioni e roghi, hanno praticato un pacifismo non-violento; con la Riforma Protestante, però, nel tentativo di praticare pubblicamente la loro fede furono sottoposti a stragi, nel nord Italia come in Calabria e Puglia.
Nelle valli sopra Torino i valdesi furono costretti a praticare la lotta armata di guerriglia (fallita in Calabria), per proteggersi, guidati dai loro pastori.
Quindi, che la resistenza palestinese abbia a guida Hamas non è per nulla scandaloso o straordinario: è la loro società che ha espresso questa classe dirigente e questa guida.
Come in molte questioni, l’intervento dei governi occidentali crea solo danni e questo perché sentono la fine della loro egemonia. Ma noi, che sosteniamo la causa palestinese, non dobbiamo farci condizionare dalla loro propaganda fasulla, ma capire e agire, visto che UE e NATO sono chiaramente volte a politiche guerrafondaie.
Concludo dicendo che ora si tenta una tregua che sarà sicuramente violata – come sempre è stato – dai sionisti, perché il loro obiettivo è sempre la “grande Israele” e per questo disarmare la resistenza è un errore imperdonabile senza la fine del sionismo.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta 7 ottobre 2023. Mostra tutti i post
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10/10/2025
13/04/2025
Israele - Censura e verità: il caso dell’“eroe” del 7 ottobre Rami Davidian
Un’inchiesta giornalistica molto importante resterà in un cassetto. Si tratta del reportage sull’eroe del 7 ottobre, Rami Davidian, che la redazione del programma “Hamakor” del Canale 13 israeliano aveva preparato per fare luce sulle sue testimonianze ritenute “fragili”. Ma la rete televisiva ha deciso di non mandarla in onda dichiarando: “Comprendiamo le preoccupazioni del pubblico e le conseguenze della messa in onda di questo servizio, quindi abbiamo deciso di non trasmetterlo per il momento”.
Il protagonista della vicenda è Rami Davidian, paramedico e residente a Patish nel sud di Israele. Dopo l’attacco di Hamas dello scorso 7 ottobre, era stato elevato ad eroe dai media per aver salvato centinaia di civili nel Kibbutz Be’eri e al rave party Supernova e per aver assistito – a suo dire – a stupri compiuti da militanti palestinesi. Una figura costruita mediaticamente che ha avuto il suo apice con l’accensione della torcia durante la cerimonia per il Giorno dell’Indipendenza, un’onorificenza riservata in Israele a figure di spicco della società.
Secondo le anticipazioni dell’inchiesta, firmata dal giornalista investigativo Itay Rom e sostenuta dall’editorialista di Haaretz Raviv Drucker, molte delle dichiarazioni di Davidian sono infondate, se non apertamente false. L’uomo ha detto nel film documentario Screams Before Silence (distribuito anche in Italia) della regista Sheryl Sandberg di aver visto donne israeliane brutalmente violentate il 7 ottobre.
L’inchiesta mette in dubbio anche le sue accuse rivolte ai generali in pensione Israel Ziv e Noam Tibon, che Davidian ha definito dei “fuggitivi” durante l’attacco e non come dei soccorritori.
“La domanda è molto semplice”, ha scritto Drucker in un lungo post su X, “è lecito trasmettere decine e centinaia di apparizioni pubbliche di Davidian che includono molte bugie, mentre è impossibile trasmettere 50 minuti in cui si è indagato fino all’ultimo centimetro per scoprire la verità?”. Il suo sfogo riflette una tensione crescente tra il diritto all’informazione e il nazionalismo sfrenato che ha investito la società israeliana dopo l’attacco di Hamas il 7 ottobre.
Il blocco dell’inchiesta da parte del Canale 13 ha suscitato proteste anche all’interno della stessa redazione. Rom, autore del servizio, ha parlato apertamente di una campagna volta a “insistere sul diritto di Davidian a mentire al pubblico in innumerevoli interviste e conferenze”, e ha denunciato le pressioni ricevute per evitare la diffusione del suo lavoro. “In un modo o nell’altro – prevede Rom – alla fine la verità verrà a galla”.
Intanto Davidian continua a godere di un ampio sostegno popolare e prosegue la sua attività pubblica, moltiplicando interviste e apparizioni in cui ha reiterato versioni dei fatti mai dimostrate.
Fonte
Il protagonista della vicenda è Rami Davidian, paramedico e residente a Patish nel sud di Israele. Dopo l’attacco di Hamas dello scorso 7 ottobre, era stato elevato ad eroe dai media per aver salvato centinaia di civili nel Kibbutz Be’eri e al rave party Supernova e per aver assistito – a suo dire – a stupri compiuti da militanti palestinesi. Una figura costruita mediaticamente che ha avuto il suo apice con l’accensione della torcia durante la cerimonia per il Giorno dell’Indipendenza, un’onorificenza riservata in Israele a figure di spicco della società.
Secondo le anticipazioni dell’inchiesta, firmata dal giornalista investigativo Itay Rom e sostenuta dall’editorialista di Haaretz Raviv Drucker, molte delle dichiarazioni di Davidian sono infondate, se non apertamente false. L’uomo ha detto nel film documentario Screams Before Silence (distribuito anche in Italia) della regista Sheryl Sandberg di aver visto donne israeliane brutalmente violentate il 7 ottobre.
L’inchiesta mette in dubbio anche le sue accuse rivolte ai generali in pensione Israel Ziv e Noam Tibon, che Davidian ha definito dei “fuggitivi” durante l’attacco e non come dei soccorritori.
“La domanda è molto semplice”, ha scritto Drucker in un lungo post su X, “è lecito trasmettere decine e centinaia di apparizioni pubbliche di Davidian che includono molte bugie, mentre è impossibile trasmettere 50 minuti in cui si è indagato fino all’ultimo centimetro per scoprire la verità?”. Il suo sfogo riflette una tensione crescente tra il diritto all’informazione e il nazionalismo sfrenato che ha investito la società israeliana dopo l’attacco di Hamas il 7 ottobre.
Il blocco dell’inchiesta da parte del Canale 13 ha suscitato proteste anche all’interno della stessa redazione. Rom, autore del servizio, ha parlato apertamente di una campagna volta a “insistere sul diritto di Davidian a mentire al pubblico in innumerevoli interviste e conferenze”, e ha denunciato le pressioni ricevute per evitare la diffusione del suo lavoro. “In un modo o nell’altro – prevede Rom – alla fine la verità verrà a galla”.
Intanto Davidian continua a godere di un ampio sostegno popolare e prosegue la sua attività pubblica, moltiplicando interviste e apparizioni in cui ha reiterato versioni dei fatti mai dimostrate.
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11/04/2025
L'“eroe” del 7 ottobre è un impostore
L’emittente israeliana Canale 13 ha annunciato che non trasmetterà più un’indagine sulle invenzioni di Rami Davidian, un colono che è stato osannato come un eroe quando affermò di aver salvato oltre 750 israeliani al festival musicale Nova il 7 ottobre, a seguito di un’importante campagna di pressione pubblica.
“Siamo consapevoli dei sentimenti del pubblico e delle conseguenze della trasmissione dell’episodio e preferiamo non trasmetterlo in questo momento”, ha scritto Canale 13 in una dichiarazione del 4 aprile. Un video promozionale pubblicato dal giornalista di Canale 13 Raviv Drucker su X il giorno prima ha attirato centinaia di commenti volgari e pieni di insulti da parte di coloni israeliani fanatici, con la risposta più apprezzata che si riferiva a Drucker come a un “pezzo di merda” e lo accusava di aver cercato di spingere Davidian a suicidarsi.
Drucker ha difeso l’indagine in un post su X, affermando che le bugie di Davidian “non erano delle piccole esagerazioni” come “gonfiare leggermente il numero di coloro che sono stati salvati, assolutamente no”. Invece, “queste sono storie inventate dall’inizio alla fine. Storie da brivido che non sono mai accadute”.
Una delle invenzioni più eclatanti è stata messa in evidenza nel film di propaganda di Sheryl Sandberg, “Urla Prima del Silenzio”, che mostra Davidian apparentemente sull’orlo delle lacrime in un campo nel Sud di Israele mentre dichiara: “Ho visto ragazze legate a ogni albero qui con le mani legate dietro la schiena”.
“Qualcuno le ha uccise, violentate e abusate, qui su questi alberi. Avevano le gambe divaricate”. Mentre la telecamera mostra una serie di alberi con corde legate attorno da attori sconosciuti, Davidian continua: “Tutti coloro che vedono questo sanno subito che le ragazze sono state abusate. Qualcuno le ha spogliate, qualcuno le ha violentate. Hanno inserito ogni genere di cose nei loro organi intimi, come assi di legno, barre di ferro”.
“Più di 30 ragazze sono state uccise e violentate qui. Ho dovuto ricomporle e coprire i loro corpi, così nessun altro avrebbe visto quello che ho visto io. Nessuno può vedere quel genere di cose”, afferma Davidian, mentre una Sandberg dall’aria affranta si china per un abbraccio commosso.
Le invenzioni di Davidian sono state immediatamente accolte dai media tradizionali, con Bret Stephens del New York Times che ha dichiarato in una recensione entusiastica del film di propaganda di Sandberg che “il rifiuto di così tante persone di riconoscere cosa è successo, spesso accompagnato da una derisione beffarda, rende necessario” pubblicare le affermazioni di Davidian.
Il giorno prima, un editoriale del Washington Post ha citato la falsa testimonianza di Davidian per insistere sul fatto che, rispetto al “terribile danno inflitto alla popolazione civile a Gaza”, la “violenza descritta nel documentario di Sandberg occupa un diverso piano di crudeltà calcolata, anzi, di malvagità”.
Le affermazioni di Davidian, ora smentite, sono persino entrate nel famigerato rapporto ONU del 2024 sulla violenza sessuale nei conflitti, che sembra essersi basato su Davidian come “fonte credibile” per l’affermazione chiaramente dubbia che ci sono stati “molteplici persone assassinate, per lo più donne, i cui corpi sono stati trovati nudi dalla vita in giù, alcuni completamente nudi, con alcuni fori di proiettile alla testa e/o legati, comprese le mani legate dietro la schiena e legate a strutture come alberi o pali”.
L’ONU era ben lungi dall’essere l’unico gruppo a prendere per buone le raccapriccianti invenzioni di Davidian. Come ha scritto Drucker, “Nell’anno e mezzo trascorso dagli attacchi del 7 ottobre, Davidian ha trasformato le sue storie in un’industria, con infinite conferenze pagate, in Israele e all’estero” e “decine o forse centinaia di interviste con i media, in cui ripete ancora e ancora storie di crimini mai accaduti”.
Nel 2024, Davidian è stato persino scelto per accendere la torcia nazionale nel Giorno dell’Indipendenza di Israele, un prestigioso onore conferitogli alla luce del suo presunto “eroismo”.
Meno di due mesi dopo gli attacchi di Hamas, Davidian stava già monetizzando le sue dubbie storie tramite un giro internazionale di conferenze, a partire da quello che l’agenzia di stampa ebraica Jewish News Services finanziata da Adelson ha descritto come “una serie di incontri e opportunità di parlare a Miami e New York per descrivere il ruolo che ha svolto come eroe civile durante gli attacchi terroristici del 7 ottobre”. A New York, Davidian ha posato accanto al notoriamente mendace ambasciatore israeliano all’ONU, Gilad Erdan.
L’anno successivo, Davidian ha intrapreso una Campagna Hasbara (Propaganda Sionista) nei plessi universitari degli Stati Uniti, apparendo in numerosi eventi sponsorizzati da Chabad, la setta ebraica di estrema destra nota per il suo virulento Razzismo anti-arabo.
Durante uno di questi eventi all’Università Duke, Davidian ha ripetutamente affermato di aver visto i corpi di numerose donne nude legate agli alberi nel sito del festival musicale. Una donna israeliana che traduceva in diretta per Davidian ha dichiarato: “Ha pianto, ha urlato, ‘Chi? Chi può fare questo?’ Ha cercato di slegare i corpi e coprirli. Lo ha fatto per 20 minuti, poi ha dovuto continuare con la sua missione”.
Altri aneddoti dubbi spacciati dall’uomo che i media israeliani ora chiamano “l’agricoltore eroico” includono il presunto salvataggio di Amit Parizer, una donna di 23 anni che è descritta in una pagina LinkedIn corrispondente alla sua età come un ex responsabile della comunicazione a tempo pieno del J6 & Direzione della Difesa Cibernetica dell’IDF. Davidian, che parla arabo, sostiene che Parizer è stata “rapita attivamente da cinque o sei terroristi” quando presumibilmente l’ha salvata fingendosi un musulmano yemenita.
A causa della mossa dell’ultimo minuto di Canale 13 di tagliare il proprio servizio, la piena portata delle bugie raccontate da Davidian potrebbe non essere mai conosciuta. Secondo Drucker, quella decisione è stata presa dall’amministratore delegato dell’emittente israeliana, Emiliano Kalamzuk, che non aveva nemmeno visto il servizio quando ha deciso di staccare la spina. Secondo Drucker, Kalamzuk ha dichiarato che stava partecipando a un matrimonio ma che avrebbe “cercato di abbreviare la sua permanenza lì e andare a vedere il programma” e poi “decidere nel pomeriggio dopo averlo guardato”.
Ma la decisione era apparentemente già stata presa. “Un’ora dopo mi ha scritto che l’episodio non sarebbe stato trasmesso e che la sua decisione era definitiva. Due minuti dopo è stata rilasciata una dichiarazione ai media”, ha scritto Drucker. Come ha spiegato l’emittente israeliana Walla, “le parole di Drucker sollevano il sospetto che l’amministratore delegato della rete, Emiliano Kalamzuk, non abbia nemmeno guardato l’inchiesta prima di censurarla”.
“È vero”, avrebbe detto una fonte di Canale 13 a Walla, pur riconoscendo che “c’è una piccola possibilità” che l’amministratore delegato non di lingua ebraica dell’emittente “abbia immediatamente lasciato il matrimonio, si sia seduto su una sedia di lato e abbia guardato l’inchiesta, che è in ebraico senza traduzione”. Tuttavia, la fonte ha osservato, “l’indagine dura 53 minuti e Kalamzuk ha fatto una dichiarazione dopo un’ora”.
Ora che il rapporto di Canale 13 è stato seppellito, la natura esatta e la quantità delle invenzioni di Davidian rimangono poco chiare. Ciò che è chiaro, tuttavia, è che le sue storie colorite stanno avendo l’effetto desiderato. Mentre partecipava felicemente alla spinta della propaganda di Israele per fabbricare il consenso per il Genocidio in corso a Gaza, l'“eroico contadino” ha esortato in un programma radio Web (podcast) israeliano: “Spazzate via Gaza, non c’è niente di buono in loro”.
Fonte
“Siamo consapevoli dei sentimenti del pubblico e delle conseguenze della trasmissione dell’episodio e preferiamo non trasmetterlo in questo momento”, ha scritto Canale 13 in una dichiarazione del 4 aprile. Un video promozionale pubblicato dal giornalista di Canale 13 Raviv Drucker su X il giorno prima ha attirato centinaia di commenti volgari e pieni di insulti da parte di coloni israeliani fanatici, con la risposta più apprezzata che si riferiva a Drucker come a un “pezzo di merda” e lo accusava di aver cercato di spingere Davidian a suicidarsi.
Drucker ha difeso l’indagine in un post su X, affermando che le bugie di Davidian “non erano delle piccole esagerazioni” come “gonfiare leggermente il numero di coloro che sono stati salvati, assolutamente no”. Invece, “queste sono storie inventate dall’inizio alla fine. Storie da brivido che non sono mai accadute”.
Una delle invenzioni più eclatanti è stata messa in evidenza nel film di propaganda di Sheryl Sandberg, “Urla Prima del Silenzio”, che mostra Davidian apparentemente sull’orlo delle lacrime in un campo nel Sud di Israele mentre dichiara: “Ho visto ragazze legate a ogni albero qui con le mani legate dietro la schiena”.
“Qualcuno le ha uccise, violentate e abusate, qui su questi alberi. Avevano le gambe divaricate”. Mentre la telecamera mostra una serie di alberi con corde legate attorno da attori sconosciuti, Davidian continua: “Tutti coloro che vedono questo sanno subito che le ragazze sono state abusate. Qualcuno le ha spogliate, qualcuno le ha violentate. Hanno inserito ogni genere di cose nei loro organi intimi, come assi di legno, barre di ferro”.
“Più di 30 ragazze sono state uccise e violentate qui. Ho dovuto ricomporle e coprire i loro corpi, così nessun altro avrebbe visto quello che ho visto io. Nessuno può vedere quel genere di cose”, afferma Davidian, mentre una Sandberg dall’aria affranta si china per un abbraccio commosso.
Le invenzioni di Davidian sono state immediatamente accolte dai media tradizionali, con Bret Stephens del New York Times che ha dichiarato in una recensione entusiastica del film di propaganda di Sandberg che “il rifiuto di così tante persone di riconoscere cosa è successo, spesso accompagnato da una derisione beffarda, rende necessario” pubblicare le affermazioni di Davidian.
Il giorno prima, un editoriale del Washington Post ha citato la falsa testimonianza di Davidian per insistere sul fatto che, rispetto al “terribile danno inflitto alla popolazione civile a Gaza”, la “violenza descritta nel documentario di Sandberg occupa un diverso piano di crudeltà calcolata, anzi, di malvagità”.
Le affermazioni di Davidian, ora smentite, sono persino entrate nel famigerato rapporto ONU del 2024 sulla violenza sessuale nei conflitti, che sembra essersi basato su Davidian come “fonte credibile” per l’affermazione chiaramente dubbia che ci sono stati “molteplici persone assassinate, per lo più donne, i cui corpi sono stati trovati nudi dalla vita in giù, alcuni completamente nudi, con alcuni fori di proiettile alla testa e/o legati, comprese le mani legate dietro la schiena e legate a strutture come alberi o pali”.
L’ONU era ben lungi dall’essere l’unico gruppo a prendere per buone le raccapriccianti invenzioni di Davidian. Come ha scritto Drucker, “Nell’anno e mezzo trascorso dagli attacchi del 7 ottobre, Davidian ha trasformato le sue storie in un’industria, con infinite conferenze pagate, in Israele e all’estero” e “decine o forse centinaia di interviste con i media, in cui ripete ancora e ancora storie di crimini mai accaduti”.
Nel 2024, Davidian è stato persino scelto per accendere la torcia nazionale nel Giorno dell’Indipendenza di Israele, un prestigioso onore conferitogli alla luce del suo presunto “eroismo”.
Meno di due mesi dopo gli attacchi di Hamas, Davidian stava già monetizzando le sue dubbie storie tramite un giro internazionale di conferenze, a partire da quello che l’agenzia di stampa ebraica Jewish News Services finanziata da Adelson ha descritto come “una serie di incontri e opportunità di parlare a Miami e New York per descrivere il ruolo che ha svolto come eroe civile durante gli attacchi terroristici del 7 ottobre”. A New York, Davidian ha posato accanto al notoriamente mendace ambasciatore israeliano all’ONU, Gilad Erdan.
L’anno successivo, Davidian ha intrapreso una Campagna Hasbara (Propaganda Sionista) nei plessi universitari degli Stati Uniti, apparendo in numerosi eventi sponsorizzati da Chabad, la setta ebraica di estrema destra nota per il suo virulento Razzismo anti-arabo.
Durante uno di questi eventi all’Università Duke, Davidian ha ripetutamente affermato di aver visto i corpi di numerose donne nude legate agli alberi nel sito del festival musicale. Una donna israeliana che traduceva in diretta per Davidian ha dichiarato: “Ha pianto, ha urlato, ‘Chi? Chi può fare questo?’ Ha cercato di slegare i corpi e coprirli. Lo ha fatto per 20 minuti, poi ha dovuto continuare con la sua missione”.
Altri aneddoti dubbi spacciati dall’uomo che i media israeliani ora chiamano “l’agricoltore eroico” includono il presunto salvataggio di Amit Parizer, una donna di 23 anni che è descritta in una pagina LinkedIn corrispondente alla sua età come un ex responsabile della comunicazione a tempo pieno del J6 & Direzione della Difesa Cibernetica dell’IDF. Davidian, che parla arabo, sostiene che Parizer è stata “rapita attivamente da cinque o sei terroristi” quando presumibilmente l’ha salvata fingendosi un musulmano yemenita.
A causa della mossa dell’ultimo minuto di Canale 13 di tagliare il proprio servizio, la piena portata delle bugie raccontate da Davidian potrebbe non essere mai conosciuta. Secondo Drucker, quella decisione è stata presa dall’amministratore delegato dell’emittente israeliana, Emiliano Kalamzuk, che non aveva nemmeno visto il servizio quando ha deciso di staccare la spina. Secondo Drucker, Kalamzuk ha dichiarato che stava partecipando a un matrimonio ma che avrebbe “cercato di abbreviare la sua permanenza lì e andare a vedere il programma” e poi “decidere nel pomeriggio dopo averlo guardato”.
Ma la decisione era apparentemente già stata presa. “Un’ora dopo mi ha scritto che l’episodio non sarebbe stato trasmesso e che la sua decisione era definitiva. Due minuti dopo è stata rilasciata una dichiarazione ai media”, ha scritto Drucker. Come ha spiegato l’emittente israeliana Walla, “le parole di Drucker sollevano il sospetto che l’amministratore delegato della rete, Emiliano Kalamzuk, non abbia nemmeno guardato l’inchiesta prima di censurarla”.
“È vero”, avrebbe detto una fonte di Canale 13 a Walla, pur riconoscendo che “c’è una piccola possibilità” che l’amministratore delegato non di lingua ebraica dell’emittente “abbia immediatamente lasciato il matrimonio, si sia seduto su una sedia di lato e abbia guardato l’inchiesta, che è in ebraico senza traduzione”. Tuttavia, la fonte ha osservato, “l’indagine dura 53 minuti e Kalamzuk ha fatto una dichiarazione dopo un’ora”.
Ora che il rapporto di Canale 13 è stato seppellito, la natura esatta e la quantità delle invenzioni di Davidian rimangono poco chiare. Ciò che è chiaro, tuttavia, è che le sue storie colorite stanno avendo l’effetto desiderato. Mentre partecipava felicemente alla spinta della propaganda di Israele per fabbricare il consenso per il Genocidio in corso a Gaza, l'“eroico contadino” ha esortato in un programma radio Web (podcast) israeliano: “Spazzate via Gaza, non c’è niente di buono in loro”.
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09/02/2025
Gallant ammette: “il 7 ottobre fu applicata la direttiva Annibale”
Alcuni testimoni avevano già raccontato, all’indomani delle stragi del 7 ottobre 2023, che le truppe israeliane intervenute contro le milizie palestinesi che da Gaza avevano attaccato insediamenti, postazione militari e il festival musicale “Supernova” avevano aperto il fuoco in maniera indiscriminata, uccidendo sia i palestinesi sia gli ostaggi israeliani o i lavoratori stranieri catturati.
A confermare le testimonianze finora sempre contestate dall’establishment israeliano ci ha pensato, nel corso di un’intervista televisiva, l’allora ministro della Difesa israeliano, poi cacciato dal premier Benjamin Netanyahu.
Il 7 ottobre all’esercito di Tel Aviv venne impartito l’ordine di eseguire la cosiddetta “Direttiva Annibale”, ha detto Yoav Gallant al Canale 12 giovedì scorso, causando numerosi morti anche tra i prigionieri oltre che tra i miliziani delle diverse organizzazioni palestinesi protagoniste del sanguinoso blitz. L’ordine, ha detto Gallant, venne applicato «tatticamente” ed «in certi luoghi» nei pressi di Gaza, mentre in altre circostanze non venne utilizzato.
Spiegando ai telespettatori in cosa consiste la “direttiva Hannibal”, il giornalista Amit Segal ha spiegato che essa permette di aprire il fuoco contro gli obiettivi senza preoccuparsi dell’incolumità degli ostaggi israeliani.
In realtà già nel gennaio del 2024 il quotidiano israeliano Yediot Ahronot aveva riferito che il 7 ottobre i comandi dell’esercito israeliano avevano impartito alle truppe l’ordine di eseguire la direttiva in maniera generalizzata, a costo di «mettere in pericolo la vita dei civili nella regione, compresi gli stessi prigionieri», avevano scritto i giornalisti Ronen Bergman e Yoav Zitun.
Nel luglio del 2024, il quotidiano israeliano Haaretz aveva invece riferito che il 7 ottobre alle truppe era stato impartito l’ordine di non permettere a nessun veicolo di tornare a Gaza.
Ora però l’ammissione di Gallant getta nuova luce su quanto avvenne nelle ore successive all’inizio dell’attacco palestinese contro Israele, confermando che una parte significativa delle vittime israeliane e dei lavoratori stranieri uccisi quel giorno sono da addebitare alla reazione indiscriminata e deliberata dell’esercito di Tel Aviv sulla base di una precisa direttiva degli alti comandi delle forze armate.
Secondo un bilancio ufficiale pubblicato il mese scorso, solo il 7 ottobre l’esercito israeliano ha utilizzato contro i combattenti che avevano sconfinato 11.000 proiettili, 500 bombe da una tonnellata e 180 missili.
Nel corso dell’intervista, la prima da quando è stato estromesso dall’esecutivo israeliano, l’ex ministro della Difesa Gallant – su cui pende un mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale al pari di Netanyahu – ha anche dichiarato che l’accordo con Hamas per lo scambio dei prigionieri era di fatto stato raggiunto già nell’aprile scorso, ma venne fatto saltare da Netanyahu a causa delle minacce da parte di Bezalel Smotrich (capo dell’estremista Partito Nazionale Religioso) di abbandonare l’esecutivo.
Fonte
A confermare le testimonianze finora sempre contestate dall’establishment israeliano ci ha pensato, nel corso di un’intervista televisiva, l’allora ministro della Difesa israeliano, poi cacciato dal premier Benjamin Netanyahu.
Il 7 ottobre all’esercito di Tel Aviv venne impartito l’ordine di eseguire la cosiddetta “Direttiva Annibale”, ha detto Yoav Gallant al Canale 12 giovedì scorso, causando numerosi morti anche tra i prigionieri oltre che tra i miliziani delle diverse organizzazioni palestinesi protagoniste del sanguinoso blitz. L’ordine, ha detto Gallant, venne applicato «tatticamente” ed «in certi luoghi» nei pressi di Gaza, mentre in altre circostanze non venne utilizzato.
Spiegando ai telespettatori in cosa consiste la “direttiva Hannibal”, il giornalista Amit Segal ha spiegato che essa permette di aprire il fuoco contro gli obiettivi senza preoccuparsi dell’incolumità degli ostaggi israeliani.
In realtà già nel gennaio del 2024 il quotidiano israeliano Yediot Ahronot aveva riferito che il 7 ottobre i comandi dell’esercito israeliano avevano impartito alle truppe l’ordine di eseguire la direttiva in maniera generalizzata, a costo di «mettere in pericolo la vita dei civili nella regione, compresi gli stessi prigionieri», avevano scritto i giornalisti Ronen Bergman e Yoav Zitun.
Nel luglio del 2024, il quotidiano israeliano Haaretz aveva invece riferito che il 7 ottobre alle truppe era stato impartito l’ordine di non permettere a nessun veicolo di tornare a Gaza.
Ora però l’ammissione di Gallant getta nuova luce su quanto avvenne nelle ore successive all’inizio dell’attacco palestinese contro Israele, confermando che una parte significativa delle vittime israeliane e dei lavoratori stranieri uccisi quel giorno sono da addebitare alla reazione indiscriminata e deliberata dell’esercito di Tel Aviv sulla base di una precisa direttiva degli alti comandi delle forze armate.
Secondo un bilancio ufficiale pubblicato il mese scorso, solo il 7 ottobre l’esercito israeliano ha utilizzato contro i combattenti che avevano sconfinato 11.000 proiettili, 500 bombe da una tonnellata e 180 missili.
Nel corso dell’intervista, la prima da quando è stato estromesso dall’esecutivo israeliano, l’ex ministro della Difesa Gallant – su cui pende un mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale al pari di Netanyahu – ha anche dichiarato che l’accordo con Hamas per lo scambio dei prigionieri era di fatto stato raggiunto già nell’aprile scorso, ma venne fatto saltare da Netanyahu a causa delle minacce da parte di Bezalel Smotrich (capo dell’estremista Partito Nazionale Religioso) di abbandonare l’esecutivo.
Fonte
10/10/2024
Le verità nascoste di Mentana sul 7 ottobre
Dal 12 ottobre 2021 Facebook ha inserito la testata giornalistica diretta da Enrico Mentana, “Open”, all’interno della sua squadra di “collaboratori indipendenti per il fact-checking”.
Da allora “Open” monitora sistematicamente tutti i post pubblicati su Instagram e Facebook e stabilisce se si tratta di contenuti “veri” oppure “falsi” ed , ogni volta che un fact-checker valuta un contenuto come falso, Facebook fa in modo che soltanto poche persone possano vederlo e, contestualmente, invia un avviso a chi lo ha già visto. Inoltre bolla il contenuto con un’etichetta che rimanda all’analisi fatta del fact-checker.
Sia Facebook che Instagram, già dallo scoppio del conflitto in Ucraina, avevano incrementato la rimozione dei contenuti non graditi. Ma dal 7 ottobre 2023 in poi l’attività di censura e le mole di sanzioni a carico dei “trasgressori” si è – via via – fatta più intensa e massiccia fino al blocco temporaneo dei profili sgraditi quando non, addirittura, alla chiusura degli account che veicolavano contenuti ritenuti “non conformi agli standard della community”.
Già dal 2022 un’indagine della testata giornalistica indipendente statunitense MintPress aveva scoperto che centinaia di ex agenti del MOSSAD avevano raggiunto posizioni apicali in Google, Facebook, Microsoft e Amazon. [1].
E infatti a partire dal 7 ottobre 2023 moltissimi contenuti sulla Palestina, sia su Facebook che su Instagram, sono diventati “invisibili” attraverso il meccanismo dello “shadowban”. Ovvero, quando i contenuti non graditi vengono bloccati o limitati in qualche modo senza che ciò sia stato preventivamente comunicato ai suoi autori.
Tant’è che molti utenti, per difendersi da questa forma di censura opaca scrivono i loro post usando parole appositamente deformate come “Isrt***”, “H4m4s” “Pal****” quando si riferiscono ad Israele, Palestina, Gaza et. per sfuggire all’algoritmo, che però cambia in continuazione ogni volta che queste parole modificate vengono individuate e segnalate dai “moderatori” fisici o automatici.
Il risultato di queste attività di censura nascosta è che utenti con profili molto sensibili alla causa palestinese (taluni anche con ampio seguito) – proprio a partire dal 7 ottobre 2023 – hanno visto crollare le visualizzazioni e le interazioni sui propri contenuti.
Ecco, quell’Enrico Mentana, a capo di una testata che ha un ruolo centrale in questa attività di censura (esplicita o subdola), l’altroieri sera, su La7, ha condotto uno Speciale del suo Tg sui fatti del 7 ottobre 2023 dal titolo “L’orrore di un anno”, che ha ricostruito, minuto per minuto, la strage del 7 ottobre al confine con Gaza mettendo insieme, minuziosamente, tantissimi filmati, sia presi dalle telecamere di sorveglianza che da quelli girati da Hamas.
Inevitabilmente l’impatto che quelle immagini hanno avuto sugli spettatori non potrà che essere stato emotivamente sconvolgente perché, per la prima volta, sono state trasmesse in prima serata delle scene di violenza esplicita (analoghe a quelle subite dai palestinesi tutti i giorni, ma sistematicamente oscurate sui social controllati da Open) per almeno due ore senza alcuna interruzione.
Vedendo quella interminabile sequenza di immagini molto crude, anche il più convinto sostenitore della causa palestinese avrà percepito l’orrore delle esecuzioni dei civili nei Kibbutz.
E tuttavia il “documentario” realizzato da Silvia Brasca e Pina Debbi, votato unicamente a dimostrare la “ferocia dei militanti di Hamas”, presenta delle omissioni pesantissime che ne compromettono in modo assai pesante l’attendibilità, la credibilità e, soprattutto, l’imparzialità, quanto meno su una serie di aspetti niente affatto secondari che interessano tutta la vicenda del 7 ottobre.
Un’inchiesta indipendente sui fatti del 7 ottobre pubblicata il 27/10/2023 della testata statunitense di giornalismo investigativo The Grayzone, diretta dal Max Blumenthal, ha dimostrato che l’esercito israeliano, quel giorno, ha ricevuto l’ordine di bombardare le case israeliane e perfino le proprie basi dopo essere state sopraffatte dai militanti di Hamas; e che moltissimi cittadini israeliani sono stati “bruciati vivi” dai bombardamenti degli aerei israeliani intervenuti sul luogo oppure uccisi dal “fuoco amico” delle pallottole sparate dai militari dell’IDF, il cui intervento è stato inserito soltanto alla fine del documentario secondo il classico schema dell’“arrivano i nostri”.
Ed è davvero molto difficile, per fare un esempio, anche soltanto immaginare che centinaia di auto siano state carbonizzate da un piccolo esercito di guerriglieri armati di fucile e non dagli Apache israeliani.[2]
Mentana & co. coprono consapevolmente un grave scandalo: Israele ha ucciso centinaia di suoi cittadini tra il 7 e il 9 ottobre 2023. E il governo ha giustificato ideologicamente tutto ciò all’interno della società israeliana utilizzando un consolidato patto nazionale di omicidio-suicidio noto in Israele come “Direttiva Hannibal”.
Questo articolo si basa su un anno di reportage investigativo di The Electronic Intifada, su un ampio monitoraggio e traduzione dei media israeliani in lingua ebraica, sull’esame indipendente di centinaia di video, su un recente film pro-Israele trasmesso dalla BBC e dalla Paramount+ sul rave Supernova, sulle cifre ufficiali israeliane dei morti e su un rapporto poco letto del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite.
Possiamo concludere che durante l’offensiva del “Diluvio di Al-Aqsa” Israele ha ampliato l’uso della sua micidiale “direttiva Hannibal” – progettata per impedire che i soldati vengano catturati vivi come prigionieri di guerra – uccidendo molti dei suoi stessi civili.
L’uso di questi attacchi “Hannibal” è confermato anche in un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato a giugno. Il fuoco degli elicotteri, dei droni, dei carri armati e persino delle truppe di terra israeliane è stato deliberatamente intrapreso per evitare che i combattenti palestinesi prendessero prigionieri israeliani vivi che potessero essere scambiati con prigionieri palestinesi.
Su iniziativa della Divisione locale di Gaza, “Hannibal” è stato effettuato subito: meno di un’ora dopo l’inizio dell’offensiva palestinese. A mezzogiorno, il comando supremo dell’esercito israeliano (il cosiddetto quartier generale “Pit”, sotto l’edificio israeliano Hakirya, nel centro di Tel Aviv) ha ordinato inequivocabilmente di invocare la direttiva Hannibal in tutta la regione, “anche se ciò significa mettere in pericolo o danneggiare la vita di civili nella regione, compresi gli stessi prigionieri”.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, chiamato in causa dai prigionieri rilasciati e dalle loro famiglie che hanno assistito agli attacchi dell’esercito israeliano, ha dovuto infine ammettere che “centinaia di israeliani sono stati probabilmente uccisi da Israele stesso in episodi di bersagliamento “Hannibal” e di fuoco incrociato non intenzionale”. Israele, insomma, per lungo tempo è stato impegnato in un’aggressiva copertura dei suoi crimini contro il suo stesso popolo. [3]
È quanto mai chiaro che avere gravemente omesso quanto emerso dell’inchiesta di The Grayzone in ordine ad numero notevole di civili israeliani uccisi mentre erano in fuga, a piedi o in auto e, persino, dentro i kibbutz, tutti bombardati in modo indiscriminato dagli aerei israeliani, mirava a spostare tutta la rabbia e l’emotività dello spettatore sui “terroristi” di Hamas e ad offrire un’immagine salvifica delle forze militari israeliane, che compaiono solo alla fine del servizio ma le cui atrocità compiute continuamente sui civili palestinesi durante un intero anno di invasione della Striscia sono state raccolte dai giornalisti di Al Jazeera in un altrettanto terrificante docufilm pubblicato appena qualche giorno fa.
Ma la cosa ancora più incredibile è che, alla fine del servizio, Mentana ha di nuovo rilanciato le false notizie riguardanti le “decapitazioni dei bambini” e gli “stupri” presuntamente compiuti da Hamas, ben sapendo che, nei mesi successivi ai fatti del 7 ottobre è emersa in modo lampante l’assenza di prove, le evidenti discrepanze, le narrazioni distorte e parziali degli eventi, la mancanza di trasparenza, le manipolazioni delle famiglie delle vittime, le dure pressioni sui testimoni, l’assenza totale di verifiche incrociate delle testimonianze e, addirittura, dettagli poi rivelatisi letteralmente inventati di sana pianta.
Tutte accuse gravissime avanzate nei confronti del giornale che per primo le ha lanciate, ovvero, il New York Times con l’inchiesta ‘Screams Without Words’: How Hamas Weaponized Sexual Violence on Oct. 7“ (‘Grida Senza Parole’: come Hamas ha usato come arma la violenza sessuale il 7 Ottobre), curata dal Premio Pulitzer Jeffrey Gettleman, dalla regista Anat Schwartz e dal reporter freelance Adam Sella.
Quell’articolo, il cui contenuto venne rilanciato acriticamente da tutti i principali media occidentali, internazionali e italiani (in testa La Stampa: “La violentavano, poi le hanno tagliato il seno e se lo lanciavano per gioco”: l’inchiesta del New York Times scopre l’orrore degli stupri di Hamas nel raid del 7 ottobre), è stato confutato da diverse testate indipendenti come Mondoweiss [4], Electronic Intifada, The Grayzone ed Intercept.
Confutazioni e decostruzioni avvalorate recentemente da un gruppo di oltre cinquanta accademici statunitensi, professori di giornalismo, provenienti dalle più prestigiose università, che hanno sollevato questioni importanti riguardo la narrazione dei fatti del 7 ottobre da parte del NYT.
Le critiche mosse dai professori, insieme a quelle provenienti da altri settori e persino da alcuni membri del personale dello stesso New York Times, hanno confutato tanto la credibilità delle fonti utilizzate quanto il processo editoriale che ha portato alla pubblicazione del rapporto.
Inoltre, diverse smentite e testimonianze contrastanti con la versione ufficiale riguardo le presunte ”decapitazioni” e gli “stupri” da parte di Hamas, sono state rese note, successivamente ai fatti del 7 ottobre 2023, sia dagli stessi scampati alla strage che dagli ostaggi che sono stati successivamente rilasciati.
Ebbene, Enrico Mentana, in conclusione del documentario trasmesso da La7, dopo aver cercato di trovare un impossibile punto di riequilibrio dopo la trasmissione di un servizio talmente fazioso e sbilanciato, ha nuovamente rilanciato quelle ormai note fake news sulle “decapitazioni dei bambini e gli stupri di Hamas”, totalmente incurante della mole di testimonianze e documenti emersi successivamente all’azione di Hamas che hanno smentito categoricamente quella narrazione volutamente distorta dei fatti del 7 ottobre 2023.
E come se non bastasse, il vulcanico direttore del Tg de La7 ha aggiunto che “...i dati dei 41.000 morti ci vengono da Hamas e non sono verificabili”, pur sapendo che l’ultimo studio apparso a luglio scorso sulla rivista scientifica The Lancet, relativo al massacro di civili in corso a Gaza, ha confermato quanto dichiarato dal Ministero della Sanità palestinese (che censisce soltanto i morti passati per le strutture ospedaliere, quando ancora in piedi) aggiungendo, peraltro, un ulteriore tassello alla tesi del genocidio in atto a Gaza: i morti “attribuibili” alla campagna militare in corso a Gaza sarebbero ben al di sopra di quanto fino a oggi riportato, e precisamente ammonterebbero a oltre 185.000 persone, circa il 7,9% della popolazione totale della Striscia.[5]
Un’ultima considerazione che, mi pare, tuttavia, riguardi la questione più importante di tutte. Partendo dalla premessa che, inevitabilmente, ogni guerra (anche quelle di resistenza) produce orrore e violenza e che l’accanimento sui civili è diventata la cifra principale di tutti i conflitti armati degli ultimi decenni, viene da chiedersi: perché offrire due ore di immagini orribili di violenze anche inaudite sui civili di una nazione ritenuta alleata – Israele – proprio mentre si oscurano sistematicamente, sia in tv che sui social, tutte quelle che vengono inflitte ininterrottamente da un anno sugli inermi, sfiniti, affamati e disperati civili palestinesi ridotti a vivere in tendopoli o scuole usate come rifugi continuamente sottoposti ai bombardamenti israeliani?
E non parliamo degli ospedali, quasi tutti distrutti dalle bombe sioniste.
Si tratta di un doppio standard vile ed inaccettabile e chi lo usa dimostra di avere come unico obiettivo quello di utilizzare, ai fini della costruzione della propaganda di guerra e del consenso nei confronti di una sola parte, la sofferenza e l’orrore della guerra non avendo, in realtà, nessuna reale compassione per TUTTE le vittime del conflitto israelo-palestinese.
Come del resto per quelle di tutti gli altri conflitti, dal momento che opera una selezione sulla base del colore della pelle, della “razza” ma, soprattutto, delle alleanze politico-militari.
L’imperialismo, il neocolonialismo, il razzismo ed il suprematismo bianco si nutrono, anche e soprattutto, di queste cose. Non dimentichiamolo.
Note
[1] Invicta Palestina del 03/11/2022 , “Le ex spie israeliane lavorano per Google, Facebook e Microsoft” qui.
[2] THE GRAYZONE del 27/10/2023 ” October 7 testimonies reveal Israel’s military ‘shelling’ Israeli citizens with tanks, missiles” di Max Blumenthal qui.
[3] The Electronic Intifada, “ Come Israele ha ucciso centinaia di suoi cittadini il 7 ottobre” di Asa Winstanley The Electronic Intifada 7 ottobre 2024 qui.
[3] Mondoweiss.net , titolo originale completo Extraordinary charges of bias emerge against NYTimes reporter Anat Schwartz (“Straordinarie accuse di parzialità dirette alla giornalista del New York Times Anat Schwartz”) qui.
[4] THE LANCET del 10/07/2024 “Counting the dead in Gaza: difficult but essential “ di Rasha Khatib – Martin McKee – Salim Yusuf qui.
Fonte
Da allora “Open” monitora sistematicamente tutti i post pubblicati su Instagram e Facebook e stabilisce se si tratta di contenuti “veri” oppure “falsi” ed , ogni volta che un fact-checker valuta un contenuto come falso, Facebook fa in modo che soltanto poche persone possano vederlo e, contestualmente, invia un avviso a chi lo ha già visto. Inoltre bolla il contenuto con un’etichetta che rimanda all’analisi fatta del fact-checker.
Sia Facebook che Instagram, già dallo scoppio del conflitto in Ucraina, avevano incrementato la rimozione dei contenuti non graditi. Ma dal 7 ottobre 2023 in poi l’attività di censura e le mole di sanzioni a carico dei “trasgressori” si è – via via – fatta più intensa e massiccia fino al blocco temporaneo dei profili sgraditi quando non, addirittura, alla chiusura degli account che veicolavano contenuti ritenuti “non conformi agli standard della community”.
Già dal 2022 un’indagine della testata giornalistica indipendente statunitense MintPress aveva scoperto che centinaia di ex agenti del MOSSAD avevano raggiunto posizioni apicali in Google, Facebook, Microsoft e Amazon. [1].
E infatti a partire dal 7 ottobre 2023 moltissimi contenuti sulla Palestina, sia su Facebook che su Instagram, sono diventati “invisibili” attraverso il meccanismo dello “shadowban”. Ovvero, quando i contenuti non graditi vengono bloccati o limitati in qualche modo senza che ciò sia stato preventivamente comunicato ai suoi autori.
Tant’è che molti utenti, per difendersi da questa forma di censura opaca scrivono i loro post usando parole appositamente deformate come “Isrt***”, “H4m4s” “Pal****” quando si riferiscono ad Israele, Palestina, Gaza et. per sfuggire all’algoritmo, che però cambia in continuazione ogni volta che queste parole modificate vengono individuate e segnalate dai “moderatori” fisici o automatici.
Il risultato di queste attività di censura nascosta è che utenti con profili molto sensibili alla causa palestinese (taluni anche con ampio seguito) – proprio a partire dal 7 ottobre 2023 – hanno visto crollare le visualizzazioni e le interazioni sui propri contenuti.
Ecco, quell’Enrico Mentana, a capo di una testata che ha un ruolo centrale in questa attività di censura (esplicita o subdola), l’altroieri sera, su La7, ha condotto uno Speciale del suo Tg sui fatti del 7 ottobre 2023 dal titolo “L’orrore di un anno”, che ha ricostruito, minuto per minuto, la strage del 7 ottobre al confine con Gaza mettendo insieme, minuziosamente, tantissimi filmati, sia presi dalle telecamere di sorveglianza che da quelli girati da Hamas.
Inevitabilmente l’impatto che quelle immagini hanno avuto sugli spettatori non potrà che essere stato emotivamente sconvolgente perché, per la prima volta, sono state trasmesse in prima serata delle scene di violenza esplicita (analoghe a quelle subite dai palestinesi tutti i giorni, ma sistematicamente oscurate sui social controllati da Open) per almeno due ore senza alcuna interruzione.
Vedendo quella interminabile sequenza di immagini molto crude, anche il più convinto sostenitore della causa palestinese avrà percepito l’orrore delle esecuzioni dei civili nei Kibbutz.
E tuttavia il “documentario” realizzato da Silvia Brasca e Pina Debbi, votato unicamente a dimostrare la “ferocia dei militanti di Hamas”, presenta delle omissioni pesantissime che ne compromettono in modo assai pesante l’attendibilità, la credibilità e, soprattutto, l’imparzialità, quanto meno su una serie di aspetti niente affatto secondari che interessano tutta la vicenda del 7 ottobre.
Un’inchiesta indipendente sui fatti del 7 ottobre pubblicata il 27/10/2023 della testata statunitense di giornalismo investigativo The Grayzone, diretta dal Max Blumenthal, ha dimostrato che l’esercito israeliano, quel giorno, ha ricevuto l’ordine di bombardare le case israeliane e perfino le proprie basi dopo essere state sopraffatte dai militanti di Hamas; e che moltissimi cittadini israeliani sono stati “bruciati vivi” dai bombardamenti degli aerei israeliani intervenuti sul luogo oppure uccisi dal “fuoco amico” delle pallottole sparate dai militari dell’IDF, il cui intervento è stato inserito soltanto alla fine del documentario secondo il classico schema dell’“arrivano i nostri”.
Ed è davvero molto difficile, per fare un esempio, anche soltanto immaginare che centinaia di auto siano state carbonizzate da un piccolo esercito di guerriglieri armati di fucile e non dagli Apache israeliani.[2]
Mentana & co. coprono consapevolmente un grave scandalo: Israele ha ucciso centinaia di suoi cittadini tra il 7 e il 9 ottobre 2023. E il governo ha giustificato ideologicamente tutto ciò all’interno della società israeliana utilizzando un consolidato patto nazionale di omicidio-suicidio noto in Israele come “Direttiva Hannibal”.
Questo articolo si basa su un anno di reportage investigativo di The Electronic Intifada, su un ampio monitoraggio e traduzione dei media israeliani in lingua ebraica, sull’esame indipendente di centinaia di video, su un recente film pro-Israele trasmesso dalla BBC e dalla Paramount+ sul rave Supernova, sulle cifre ufficiali israeliane dei morti e su un rapporto poco letto del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite.
Possiamo concludere che durante l’offensiva del “Diluvio di Al-Aqsa” Israele ha ampliato l’uso della sua micidiale “direttiva Hannibal” – progettata per impedire che i soldati vengano catturati vivi come prigionieri di guerra – uccidendo molti dei suoi stessi civili.
L’uso di questi attacchi “Hannibal” è confermato anche in un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato a giugno. Il fuoco degli elicotteri, dei droni, dei carri armati e persino delle truppe di terra israeliane è stato deliberatamente intrapreso per evitare che i combattenti palestinesi prendessero prigionieri israeliani vivi che potessero essere scambiati con prigionieri palestinesi.
Su iniziativa della Divisione locale di Gaza, “Hannibal” è stato effettuato subito: meno di un’ora dopo l’inizio dell’offensiva palestinese. A mezzogiorno, il comando supremo dell’esercito israeliano (il cosiddetto quartier generale “Pit”, sotto l’edificio israeliano Hakirya, nel centro di Tel Aviv) ha ordinato inequivocabilmente di invocare la direttiva Hannibal in tutta la regione, “anche se ciò significa mettere in pericolo o danneggiare la vita di civili nella regione, compresi gli stessi prigionieri”.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, chiamato in causa dai prigionieri rilasciati e dalle loro famiglie che hanno assistito agli attacchi dell’esercito israeliano, ha dovuto infine ammettere che “centinaia di israeliani sono stati probabilmente uccisi da Israele stesso in episodi di bersagliamento “Hannibal” e di fuoco incrociato non intenzionale”. Israele, insomma, per lungo tempo è stato impegnato in un’aggressiva copertura dei suoi crimini contro il suo stesso popolo. [3]
È quanto mai chiaro che avere gravemente omesso quanto emerso dell’inchiesta di The Grayzone in ordine ad numero notevole di civili israeliani uccisi mentre erano in fuga, a piedi o in auto e, persino, dentro i kibbutz, tutti bombardati in modo indiscriminato dagli aerei israeliani, mirava a spostare tutta la rabbia e l’emotività dello spettatore sui “terroristi” di Hamas e ad offrire un’immagine salvifica delle forze militari israeliane, che compaiono solo alla fine del servizio ma le cui atrocità compiute continuamente sui civili palestinesi durante un intero anno di invasione della Striscia sono state raccolte dai giornalisti di Al Jazeera in un altrettanto terrificante docufilm pubblicato appena qualche giorno fa.
Ma la cosa ancora più incredibile è che, alla fine del servizio, Mentana ha di nuovo rilanciato le false notizie riguardanti le “decapitazioni dei bambini” e gli “stupri” presuntamente compiuti da Hamas, ben sapendo che, nei mesi successivi ai fatti del 7 ottobre è emersa in modo lampante l’assenza di prove, le evidenti discrepanze, le narrazioni distorte e parziali degli eventi, la mancanza di trasparenza, le manipolazioni delle famiglie delle vittime, le dure pressioni sui testimoni, l’assenza totale di verifiche incrociate delle testimonianze e, addirittura, dettagli poi rivelatisi letteralmente inventati di sana pianta.
Tutte accuse gravissime avanzate nei confronti del giornale che per primo le ha lanciate, ovvero, il New York Times con l’inchiesta ‘Screams Without Words’: How Hamas Weaponized Sexual Violence on Oct. 7“ (‘Grida Senza Parole’: come Hamas ha usato come arma la violenza sessuale il 7 Ottobre), curata dal Premio Pulitzer Jeffrey Gettleman, dalla regista Anat Schwartz e dal reporter freelance Adam Sella.
Quell’articolo, il cui contenuto venne rilanciato acriticamente da tutti i principali media occidentali, internazionali e italiani (in testa La Stampa: “La violentavano, poi le hanno tagliato il seno e se lo lanciavano per gioco”: l’inchiesta del New York Times scopre l’orrore degli stupri di Hamas nel raid del 7 ottobre), è stato confutato da diverse testate indipendenti come Mondoweiss [4], Electronic Intifada, The Grayzone ed Intercept.
Confutazioni e decostruzioni avvalorate recentemente da un gruppo di oltre cinquanta accademici statunitensi, professori di giornalismo, provenienti dalle più prestigiose università, che hanno sollevato questioni importanti riguardo la narrazione dei fatti del 7 ottobre da parte del NYT.
Le critiche mosse dai professori, insieme a quelle provenienti da altri settori e persino da alcuni membri del personale dello stesso New York Times, hanno confutato tanto la credibilità delle fonti utilizzate quanto il processo editoriale che ha portato alla pubblicazione del rapporto.
Inoltre, diverse smentite e testimonianze contrastanti con la versione ufficiale riguardo le presunte ”decapitazioni” e gli “stupri” da parte di Hamas, sono state rese note, successivamente ai fatti del 7 ottobre 2023, sia dagli stessi scampati alla strage che dagli ostaggi che sono stati successivamente rilasciati.
Ebbene, Enrico Mentana, in conclusione del documentario trasmesso da La7, dopo aver cercato di trovare un impossibile punto di riequilibrio dopo la trasmissione di un servizio talmente fazioso e sbilanciato, ha nuovamente rilanciato quelle ormai note fake news sulle “decapitazioni dei bambini e gli stupri di Hamas”, totalmente incurante della mole di testimonianze e documenti emersi successivamente all’azione di Hamas che hanno smentito categoricamente quella narrazione volutamente distorta dei fatti del 7 ottobre 2023.
E come se non bastasse, il vulcanico direttore del Tg de La7 ha aggiunto che “...i dati dei 41.000 morti ci vengono da Hamas e non sono verificabili”, pur sapendo che l’ultimo studio apparso a luglio scorso sulla rivista scientifica The Lancet, relativo al massacro di civili in corso a Gaza, ha confermato quanto dichiarato dal Ministero della Sanità palestinese (che censisce soltanto i morti passati per le strutture ospedaliere, quando ancora in piedi) aggiungendo, peraltro, un ulteriore tassello alla tesi del genocidio in atto a Gaza: i morti “attribuibili” alla campagna militare in corso a Gaza sarebbero ben al di sopra di quanto fino a oggi riportato, e precisamente ammonterebbero a oltre 185.000 persone, circa il 7,9% della popolazione totale della Striscia.[5]
Un’ultima considerazione che, mi pare, tuttavia, riguardi la questione più importante di tutte. Partendo dalla premessa che, inevitabilmente, ogni guerra (anche quelle di resistenza) produce orrore e violenza e che l’accanimento sui civili è diventata la cifra principale di tutti i conflitti armati degli ultimi decenni, viene da chiedersi: perché offrire due ore di immagini orribili di violenze anche inaudite sui civili di una nazione ritenuta alleata – Israele – proprio mentre si oscurano sistematicamente, sia in tv che sui social, tutte quelle che vengono inflitte ininterrottamente da un anno sugli inermi, sfiniti, affamati e disperati civili palestinesi ridotti a vivere in tendopoli o scuole usate come rifugi continuamente sottoposti ai bombardamenti israeliani?
E non parliamo degli ospedali, quasi tutti distrutti dalle bombe sioniste.
Si tratta di un doppio standard vile ed inaccettabile e chi lo usa dimostra di avere come unico obiettivo quello di utilizzare, ai fini della costruzione della propaganda di guerra e del consenso nei confronti di una sola parte, la sofferenza e l’orrore della guerra non avendo, in realtà, nessuna reale compassione per TUTTE le vittime del conflitto israelo-palestinese.
Come del resto per quelle di tutti gli altri conflitti, dal momento che opera una selezione sulla base del colore della pelle, della “razza” ma, soprattutto, delle alleanze politico-militari.
L’imperialismo, il neocolonialismo, il razzismo ed il suprematismo bianco si nutrono, anche e soprattutto, di queste cose. Non dimentichiamolo.
Note
[1] Invicta Palestina del 03/11/2022 , “Le ex spie israeliane lavorano per Google, Facebook e Microsoft” qui.
[2] THE GRAYZONE del 27/10/2023 ” October 7 testimonies reveal Israel’s military ‘shelling’ Israeli citizens with tanks, missiles” di Max Blumenthal qui.
[3] The Electronic Intifada, “ Come Israele ha ucciso centinaia di suoi cittadini il 7 ottobre” di Asa Winstanley The Electronic Intifada 7 ottobre 2024 qui.
[3] Mondoweiss.net , titolo originale completo Extraordinary charges of bias emerge against NYTimes reporter Anat Schwartz (“Straordinarie accuse di parzialità dirette alla giornalista del New York Times Anat Schwartz”) qui.
[4] THE LANCET del 10/07/2024 “Counting the dead in Gaza: difficult but essential “ di Rasha Khatib – Martin McKee – Salim Yusuf qui.
Fonte
08/10/2024
La porcata giornalistica di Mentana
di Vincenzo Morvillo
Quella allestita ieri sera da Mentana, in uno dei suoi proverbiali “Speciali di approfondimento”, non è stata una trasmissione televisiva. È stata una vera e propria “porcata” a tradimento per commemorare il 7 Ottobre. Ovviamente dalla parte d’Israele.
La trasmissione si apre con interviste ad onor del vero non strumentali, raccolte da un’inviata nella piazza romana in sostegno del popolo palestinese, sabato scorso.
Interviste che fanno capire chiaramente come quella manifestazione non fosse affatto organizzata per “festeggiare” il 7 Ottobre, ma per condannare la macelleria messa su a Gaza da Israele e per dichiararsi vicini alle sofferenze patite dalla gente della Striscia.
Poi però si passa in studio. E qui “Chicco” Mentana comincia la sua operazione di destrutturazione e di sofisticazione della realtà.
La strategia imbastita col suo filo narrativo è facilmente intuibile, basta avere pochi rudimenti di scienze della comunicazione.
Con le parole – di cui ascoltiamo gli enunciati ma inevitabilmente non possiamo sentire le enunciazioni, che attengono alla sfera intenzionale e quindi intima dell’emittente – critica Israele (non condanna attenzione) e ogni forma di guerra.
Nei fatti e con le immagini, tuttavia, ribalta l’assunto equidistante e finto-pacifista per trasmettere il solo orrore obiettivamente rilevabile nella sua versione partigiana e filosionista. Quello per il 7 Ottobre.
Insomma Mentana, come dicevamo all’inizio, imbandisce una vera e propria “porcata” indegna della professione giornalistica. Non c’è altro modo per qualificare la trasmissione di ieri sera.
Manda in onda trequarti d’ora di immagini che raccontano il 7 Ottobre. Immagini orribili, e non si può che definirle tali, ovviamente.
Immagini che mostrano il massacro compiuto dai guerriglieri delle Brigate Ezzedin al-Qassam – ala militare di Hamas – lo scorso anno. Immagini che lasciano storditi per la loro ferocia. Dando per certo, ovviamente, che siano immagini veriterie.
Ma è proprio per questo che, da giornalisti con trent’anni di professione sulle spalle, quella mandata in onda ieri sera va definita “una porcata”. Una manomissione malvagia dei fatti in questione, che fa semplicemente scomparire il “prima” e il “dopo” il 7 ottobre.
Perché conosce bene, questo lucido maggiordomo del sionismo e dell’imperialismo, la forza emotiva che può sprigionare da un filmato tanto iperrealistico.
Conosce bene il valore dirompente di quel tipo di comunicazione e i suoi effetti manipolatori sulle coscienze.
Decontestualizzando e scontornando il paesaggio narrativo, Mentana mostra non un documentario, ma una sorta di documento del male assoluto. Isolato, senza precedenti, senza contraltari. “Immotivato”, se non chiamando in causa un oscuro e inspiegabile “odio”.
Punta al sentimento più viscerale dello spettatore. Vuole indignarlo e disgustarlo con la spettacolarizzazione dell’atrocità. Con l’enfasi del sangue. Di cui pretende quasi che si senta l’odore. Vuole suscitare l’odio nei confronti non di Hamas, ma di tutti i Palestinesi.
Ma il fine ultimo della sua strategia comunicativa è un obiettivo ancor più ignominioso: assolvere Israele dai suoi orrendi crimini, passati e attuali.
Per l’Olocausto che sta ponendo in essere contro il popolo gazawi. Per la follia di una guerra totale contro l’intero Medioriente.
Mentana afferma di condannare Israele per i suoi bombardamenti indiscriminati. Ma non mostra mai un solo fotogramma del massacro che i macellai dell’Idf stanno compiendo a Gaza, in Cisgiordania e in Libano.
I loro eccidi semplicemente scompaiono dalla sua narrazione. Lo spettatore non li vede, non li “sente”, non restano nella coscienza. Nei fatti dunque, “Chicco” sposa in toto l’ideologia colonialista, suprematista, razzista, paranazista del sionismo.
Il suo giornalismo è vergognosa faziosità esercitata sulla pelle del popolo di Palestina. Non lo si può definire altrimenti.
Mentre La7 dal canto suo, qualora ve ne fosse ancora bisogno, con la trasmissione di ieri sera, ha gettato definitivamente la maschera, rivelandosi uno dei tanti megafoni della belva sanguinaria sionista.
La nausea per il lavoro che abbracciammo con entusiasmo e serietà etica, per la categoria dei giornalisti e in generale per quest’Occidente ormai corrotto nei suoi principi basilari, preda ormai di un delirio di onnipotenza guerrafondaia, si fa sempre più insostenibile.
Fonte
Quella allestita ieri sera da Mentana, in uno dei suoi proverbiali “Speciali di approfondimento”, non è stata una trasmissione televisiva. È stata una vera e propria “porcata” a tradimento per commemorare il 7 Ottobre. Ovviamente dalla parte d’Israele.
La trasmissione si apre con interviste ad onor del vero non strumentali, raccolte da un’inviata nella piazza romana in sostegno del popolo palestinese, sabato scorso.
Interviste che fanno capire chiaramente come quella manifestazione non fosse affatto organizzata per “festeggiare” il 7 Ottobre, ma per condannare la macelleria messa su a Gaza da Israele e per dichiararsi vicini alle sofferenze patite dalla gente della Striscia.
Poi però si passa in studio. E qui “Chicco” Mentana comincia la sua operazione di destrutturazione e di sofisticazione della realtà.
La strategia imbastita col suo filo narrativo è facilmente intuibile, basta avere pochi rudimenti di scienze della comunicazione.
Con le parole – di cui ascoltiamo gli enunciati ma inevitabilmente non possiamo sentire le enunciazioni, che attengono alla sfera intenzionale e quindi intima dell’emittente – critica Israele (non condanna attenzione) e ogni forma di guerra.
Nei fatti e con le immagini, tuttavia, ribalta l’assunto equidistante e finto-pacifista per trasmettere il solo orrore obiettivamente rilevabile nella sua versione partigiana e filosionista. Quello per il 7 Ottobre.
Insomma Mentana, come dicevamo all’inizio, imbandisce una vera e propria “porcata” indegna della professione giornalistica. Non c’è altro modo per qualificare la trasmissione di ieri sera.
Manda in onda trequarti d’ora di immagini che raccontano il 7 Ottobre. Immagini orribili, e non si può che definirle tali, ovviamente.
Immagini che mostrano il massacro compiuto dai guerriglieri delle Brigate Ezzedin al-Qassam – ala militare di Hamas – lo scorso anno. Immagini che lasciano storditi per la loro ferocia. Dando per certo, ovviamente, che siano immagini veriterie.
Ma è proprio per questo che, da giornalisti con trent’anni di professione sulle spalle, quella mandata in onda ieri sera va definita “una porcata”. Una manomissione malvagia dei fatti in questione, che fa semplicemente scomparire il “prima” e il “dopo” il 7 ottobre.
Perché conosce bene, questo lucido maggiordomo del sionismo e dell’imperialismo, la forza emotiva che può sprigionare da un filmato tanto iperrealistico.
Conosce bene il valore dirompente di quel tipo di comunicazione e i suoi effetti manipolatori sulle coscienze.
Decontestualizzando e scontornando il paesaggio narrativo, Mentana mostra non un documentario, ma una sorta di documento del male assoluto. Isolato, senza precedenti, senza contraltari. “Immotivato”, se non chiamando in causa un oscuro e inspiegabile “odio”.
Punta al sentimento più viscerale dello spettatore. Vuole indignarlo e disgustarlo con la spettacolarizzazione dell’atrocità. Con l’enfasi del sangue. Di cui pretende quasi che si senta l’odore. Vuole suscitare l’odio nei confronti non di Hamas, ma di tutti i Palestinesi.
Ma il fine ultimo della sua strategia comunicativa è un obiettivo ancor più ignominioso: assolvere Israele dai suoi orrendi crimini, passati e attuali.
Per l’Olocausto che sta ponendo in essere contro il popolo gazawi. Per la follia di una guerra totale contro l’intero Medioriente.
Mentana afferma di condannare Israele per i suoi bombardamenti indiscriminati. Ma non mostra mai un solo fotogramma del massacro che i macellai dell’Idf stanno compiendo a Gaza, in Cisgiordania e in Libano.
I loro eccidi semplicemente scompaiono dalla sua narrazione. Lo spettatore non li vede, non li “sente”, non restano nella coscienza. Nei fatti dunque, “Chicco” sposa in toto l’ideologia colonialista, suprematista, razzista, paranazista del sionismo.
Il suo giornalismo è vergognosa faziosità esercitata sulla pelle del popolo di Palestina. Non lo si può definire altrimenti.
Mentre La7 dal canto suo, qualora ve ne fosse ancora bisogno, con la trasmissione di ieri sera, ha gettato definitivamente la maschera, rivelandosi uno dei tanti megafoni della belva sanguinaria sionista.
La nausea per il lavoro che abbracciammo con entusiasmo e serietà etica, per la categoria dei giornalisti e in generale per quest’Occidente ormai corrotto nei suoi principi basilari, preda ormai di un delirio di onnipotenza guerrafondaia, si fa sempre più insostenibile.
Fonte
07/10/2024
Razzi da Gaza, offensiva israeliana su Jabalia, un anno dopo il 7 ottobre
Mentre il mondo resta con il fiato sospeso in attesa della escalation militare israeliana contro l’Iran, la situazione a Gaza, in Israele e in Libano ad un anno dal 7 ottobre.
L’agenzia israeliana Ynet riferisce che alcuni razzi da Gaza hanno preso di mira i villaggi della zona di confine alle questa mattina alle 6:30 del mattino, l’ora esatta del raid del 7 ottobre dello scorso anno.
Secondo quanto riporta il Times of Israel, la 162ma Divisione israeliana ha lanciato una nuova operazione di terra ieri sera a Jabalia, nel nord della Striscia di Gaza. Le brigate corazzate 401ma e 460ma della divisione hanno circondato la città palestinese durante la notte e i militari stanno attualmente operando nell’area. Le forze armate israeliane hanno effettuato anche una serie di attacchi aerei e bombardamenti di artiglieria su Jabalia.
In Israele le famiglie dei prigionieri israeliani detenuti a Gaza hanno celebrato un anno dall’attacco di Hamas a Israele, a partire da un minuto di silenzio alle 6:29 vicino alla casa del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a Gerusalemme. Una ventina di familiari di ostaggi ancora detenuti a Gaza erano presenti al raduno.
La maggioranza degli israeliani pensa che sia giunto il momento di porre fine alla guerra tra Israele e Hamas secondo un recente sondaggio dell’Israel Democracy Institute.
Circa il 53% del campione totale, il 45% degli ebrei e il 93% degli arabi pensano che sia ora di porre fine alla guerra, secondo il sondaggio, mentre il 43% degli ebrei, il 5% degli arabi e il 36% del campione totale pensano che non sia il momento di porre fine alla guerra.
Alla domanda su quale sia il motivo principale per cui la guerra dovrebbe finire, il 53% degli israeliani ha risposto che dovrebbe essere finita perché la sua “continuazione mette in pericolo gli ostaggi”. Il 56% degli ebrei e il 45% degli arabi hanno detto che gli ostaggi sono stati la ragione principale per cui la guerra dovrebbe finire.
Ad un anno dal 7 ottobre 2023, almeno 41.825 palestinesi sono stati uccisi e 96.910 sono rimasti feriti, secondo il bilancio ufficiale del ministero della Sanità palestinese.
Si attesta invece a 348 il bilancio dei militari israeliani morti dall’avvio dell’offensiva di terra a Gaza. L‘esercito israeliano ha pubblicato le cifre delle proprie perdite in questo anno, con 726 morti dal 7 ottobre a oggi.
Ricordando il 7 ottobre, in una nota il movimento palestinese Hamas scrive che: “Il 7 ottobre è stata una storica azione militante e una risposta naturale ai piani sionisti per liquidare la nostra causa nazionale. Dal 7 ottobre, per un anno, il nemico nazista ha commesso i crimini e i massacri più efferati e ha condotto una guerra di genocidio contro il nostro popolo”. In un passaggio successivo scrive che: “Facciamo appello alle masse del nostro popolo in Cisgiordania, a Gerusalemme, nei territori occupati e nei campi profughi per intensificare ogni forma di resistenza. Assicuriamo al mondo intero che non c’è alcun compromesso sul legittimo diritto del nostro popolo di resistere all’occupazione con tutti i mezzi”.
Libano
In Libano circa 15 raid sono stati lanciati stanotte dagli aerei da guerra israeliani sulla periferia sud di Beirut.
Almeno cinque israeliani sono rimasti feriti questa notte a seguito del lancio di razzi da parte delle milizie Hezbollah contro la città di Haifa, nel nord di Israele. Lo riferiscono fonti sanitarie locali. In una nota, Hezbollah afferma di aver preso di mira la base militare israeliana di Carmel, mentre le autorità israeliane affermano che razzi e frammenti di proiettili abbattuti abbiano colpito il centro abitato.
Secondo alcune fonti un soldato israeliano è rimasto ucciso ieri sera al confine con il Libano ed altri sarebbero rimasti feriti. Due persone sono rimaste ferite, una delle quali gravemente, a Tiberiade a causa dei razzi lanciati dal Libano verso la città.
Il gigantesco sostegno militare statunitense a Israele
Gli Stati Uniti hanno speso la cifra record di almeno 17,9 miliardi di dollari in aiuti militari a Israele da quando sono iniziate le operazioni militari a Gaza un anno fa. A rivelarlo è un rapporto del progetto Costs of War della Brown University, pubblicato oggi nell’anniversario dell’attacco di Hamas contro Israele.
Altri 4,86 miliardi di dollari sono stati destinati all’intensificazione delle operazioni militari statunitensi nella regione dopo l’attacco del 7 ottobre 2023, affermano i ricercatori nei risultati forniti per la prima volta all’Associated Press. Ciò include i costi di una campagna guidata dalla Marina per reprimere gli attacchi alle navi commerciali da parte degli Houthi dello Yemen.
Gran parte delle armi statunitensi consegnate nel corso dell’anno erano munizioni, dai proiettili di artiglieria alle bunker-buster da 2.000 libbre e alle bombe a guida di precisione. Le spese vanno da 4 miliardi di dollari per rifornire i sistemi di difesa missilistica israeliani Iron Dome e David’s Sling a contanti per fucili e carburante per aerei, dice lo studio.
Fonte
L’agenzia israeliana Ynet riferisce che alcuni razzi da Gaza hanno preso di mira i villaggi della zona di confine alle questa mattina alle 6:30 del mattino, l’ora esatta del raid del 7 ottobre dello scorso anno.
Secondo quanto riporta il Times of Israel, la 162ma Divisione israeliana ha lanciato una nuova operazione di terra ieri sera a Jabalia, nel nord della Striscia di Gaza. Le brigate corazzate 401ma e 460ma della divisione hanno circondato la città palestinese durante la notte e i militari stanno attualmente operando nell’area. Le forze armate israeliane hanno effettuato anche una serie di attacchi aerei e bombardamenti di artiglieria su Jabalia.
In Israele le famiglie dei prigionieri israeliani detenuti a Gaza hanno celebrato un anno dall’attacco di Hamas a Israele, a partire da un minuto di silenzio alle 6:29 vicino alla casa del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a Gerusalemme. Una ventina di familiari di ostaggi ancora detenuti a Gaza erano presenti al raduno.
La maggioranza degli israeliani pensa che sia giunto il momento di porre fine alla guerra tra Israele e Hamas secondo un recente sondaggio dell’Israel Democracy Institute.
Circa il 53% del campione totale, il 45% degli ebrei e il 93% degli arabi pensano che sia ora di porre fine alla guerra, secondo il sondaggio, mentre il 43% degli ebrei, il 5% degli arabi e il 36% del campione totale pensano che non sia il momento di porre fine alla guerra.
Alla domanda su quale sia il motivo principale per cui la guerra dovrebbe finire, il 53% degli israeliani ha risposto che dovrebbe essere finita perché la sua “continuazione mette in pericolo gli ostaggi”. Il 56% degli ebrei e il 45% degli arabi hanno detto che gli ostaggi sono stati la ragione principale per cui la guerra dovrebbe finire.
Ad un anno dal 7 ottobre 2023, almeno 41.825 palestinesi sono stati uccisi e 96.910 sono rimasti feriti, secondo il bilancio ufficiale del ministero della Sanità palestinese.
Si attesta invece a 348 il bilancio dei militari israeliani morti dall’avvio dell’offensiva di terra a Gaza. L‘esercito israeliano ha pubblicato le cifre delle proprie perdite in questo anno, con 726 morti dal 7 ottobre a oggi.
Ricordando il 7 ottobre, in una nota il movimento palestinese Hamas scrive che: “Il 7 ottobre è stata una storica azione militante e una risposta naturale ai piani sionisti per liquidare la nostra causa nazionale. Dal 7 ottobre, per un anno, il nemico nazista ha commesso i crimini e i massacri più efferati e ha condotto una guerra di genocidio contro il nostro popolo”. In un passaggio successivo scrive che: “Facciamo appello alle masse del nostro popolo in Cisgiordania, a Gerusalemme, nei territori occupati e nei campi profughi per intensificare ogni forma di resistenza. Assicuriamo al mondo intero che non c’è alcun compromesso sul legittimo diritto del nostro popolo di resistere all’occupazione con tutti i mezzi”.
Libano
In Libano circa 15 raid sono stati lanciati stanotte dagli aerei da guerra israeliani sulla periferia sud di Beirut.
Almeno cinque israeliani sono rimasti feriti questa notte a seguito del lancio di razzi da parte delle milizie Hezbollah contro la città di Haifa, nel nord di Israele. Lo riferiscono fonti sanitarie locali. In una nota, Hezbollah afferma di aver preso di mira la base militare israeliana di Carmel, mentre le autorità israeliane affermano che razzi e frammenti di proiettili abbattuti abbiano colpito il centro abitato.
Secondo alcune fonti un soldato israeliano è rimasto ucciso ieri sera al confine con il Libano ed altri sarebbero rimasti feriti. Due persone sono rimaste ferite, una delle quali gravemente, a Tiberiade a causa dei razzi lanciati dal Libano verso la città.
Il gigantesco sostegno militare statunitense a Israele
Gli Stati Uniti hanno speso la cifra record di almeno 17,9 miliardi di dollari in aiuti militari a Israele da quando sono iniziate le operazioni militari a Gaza un anno fa. A rivelarlo è un rapporto del progetto Costs of War della Brown University, pubblicato oggi nell’anniversario dell’attacco di Hamas contro Israele.
Altri 4,86 miliardi di dollari sono stati destinati all’intensificazione delle operazioni militari statunitensi nella regione dopo l’attacco del 7 ottobre 2023, affermano i ricercatori nei risultati forniti per la prima volta all’Associated Press. Ciò include i costi di una campagna guidata dalla Marina per reprimere gli attacchi alle navi commerciali da parte degli Houthi dello Yemen.
Gran parte delle armi statunitensi consegnate nel corso dell’anno erano munizioni, dai proiettili di artiglieria alle bunker-buster da 2.000 libbre e alle bombe a guida di precisione. Le spese vanno da 4 miliardi di dollari per rifornire i sistemi di difesa missilistica israeliani Iron Dome e David’s Sling a contanti per fucili e carburante per aerei, dice lo studio.
Fonte
7 ottobre 2023, un anno dopo
Un anno fa scrivevamo a caldo su questo giornale che l’azione militare delle organizzazioni palestinesi il 7 ottobre aveva colto di sorpresa gli apparati di sicurezza israeliani ma anche il resto del mondo, sia quello più ostile che quello più vicino alla causa palestinese.
Il bagno di sangue al quale abbiamo assistito in questo anno tra Gaza e Israele, ha indubbiamente alzato l’asticella dell’orrore al quale l’umanità del XXI Secolo sembra doversi abituare.
I nemici del popolo palestinese vorrebbero ancora oggi inchiodare la discussione e diffondere la narrazione secondo cui “tutto il male è iniziato il 7 ottobre”. Una tesi insostenibile da ogni punto di vista. Talmente insostenibile che milioni di persone in tutto il mondo l’hanno respinta scendendo per mesi nelle piazze al fianco dei palestinesi di moltissimi paesi occidentali.
Quella tesi non solo cancella le migliaia di palestinesi uccisi prima del 7 ottobre nelle varie operazioni militari su Gaza (Piombo Fuso, Margine Protettivo, Guardiano delle Mura, il cecchinaggio di massa contro la Grande Marcia del Ritorno al confine di Gaza etc.), ma omette quello che negli anni precedenti è stato un mix tra il politicidio della questione palestinese e la pulizia etnica attuata attraverso il boom degli insediamenti coloniali israeliani in Cisgiordania che rendono praticamente impossibile la nascita di uno Stato palestinese indipendente a fianco di quello israeliano. Invocare oggi il progetto di “due stati per due popoli” come soluzione è diventato una ipocrisia smentita dalla realtà fattuale sul campo. Le mappe della Grande Israele esibite da Netanyahu negli Stati Uniti prima del 7 ottobre sono lì a confermare tale progetto.
A ipotecare con una lapide di ferro e di fuoco gli scenari del Medio Oriente, sono poi arrivati l’ondata di omicidi politici contro “i nemici di Israele”, i bombardamenti e l’invasione israeliana del Libano ed infine il concreto rischio di una escalation bellica tra Israele e Iran.
Il 7 ottobre rimane dunque un passaggio più che uno spartiacque, un violento e sanguinoso “strattone” nella storia contemporanea che ha portato ai livelli più alti la linea di sangue di cui è costellata la settantennale lotta di liberazione del popolo palestinese. Per i palestinesi rimarrà il giorno in cui è stato sconfitto il mito della imbattibilità militare israeliana.
È comprensibile che nella società israeliana e tra gli ebrei che vivono all’estero l’impatto sia stato sensibilmente diverso. Per chi è cresciuto con l’idea di costruire un “luogo sicuro” a fronte degli orrori del passato (in Europa) e delle incertezze del futuro (nel mondo), il fatto che la propria fortezza possa essere stata violata è stato indubbiamente uno shock.
Ma è anche vero che la società israeliana – anche quando prima del 7 ottobre è scesa in piazza per la democrazia – non si è mai posta domande né ha posato lo sguardo oltre il Muro che li separa dalla popolazione palestinese.
Una democrazia con troppi orrori nella pancia è una democrazia decisamente fallace, molto più che imperfetta. E prima poi l’incantesimo costruito e alimentato per decenni si è rotto in modo violento, come forse era inevitabile che si verificasse.
Fonte
“Adesso il mondo ha subito un brusco risveglio e la comunità internazionale dovrà dire e fare molto di più che dichiarazioni di circostanza e ulteriore complicità con Israele. Ed anche la sinistra italiana ed europea dovrebbero smettere di balbettare banalità e obsoleti luoghi comuni sulla questione palestinese”.Ed è in tal senso che il genocidio di Gaza deve pesare anche sulle complicità che i governi occidentali avevano garantito e continuano ad assicurare ai progetti di uno stato canaglia come Israele.
Il bagno di sangue al quale abbiamo assistito in questo anno tra Gaza e Israele, ha indubbiamente alzato l’asticella dell’orrore al quale l’umanità del XXI Secolo sembra doversi abituare.
I nemici del popolo palestinese vorrebbero ancora oggi inchiodare la discussione e diffondere la narrazione secondo cui “tutto il male è iniziato il 7 ottobre”. Una tesi insostenibile da ogni punto di vista. Talmente insostenibile che milioni di persone in tutto il mondo l’hanno respinta scendendo per mesi nelle piazze al fianco dei palestinesi di moltissimi paesi occidentali.
Quella tesi non solo cancella le migliaia di palestinesi uccisi prima del 7 ottobre nelle varie operazioni militari su Gaza (Piombo Fuso, Margine Protettivo, Guardiano delle Mura, il cecchinaggio di massa contro la Grande Marcia del Ritorno al confine di Gaza etc.), ma omette quello che negli anni precedenti è stato un mix tra il politicidio della questione palestinese e la pulizia etnica attuata attraverso il boom degli insediamenti coloniali israeliani in Cisgiordania che rendono praticamente impossibile la nascita di uno Stato palestinese indipendente a fianco di quello israeliano. Invocare oggi il progetto di “due stati per due popoli” come soluzione è diventato una ipocrisia smentita dalla realtà fattuale sul campo. Le mappe della Grande Israele esibite da Netanyahu negli Stati Uniti prima del 7 ottobre sono lì a confermare tale progetto.
A ipotecare con una lapide di ferro e di fuoco gli scenari del Medio Oriente, sono poi arrivati l’ondata di omicidi politici contro “i nemici di Israele”, i bombardamenti e l’invasione israeliana del Libano ed infine il concreto rischio di una escalation bellica tra Israele e Iran.
Il 7 ottobre rimane dunque un passaggio più che uno spartiacque, un violento e sanguinoso “strattone” nella storia contemporanea che ha portato ai livelli più alti la linea di sangue di cui è costellata la settantennale lotta di liberazione del popolo palestinese. Per i palestinesi rimarrà il giorno in cui è stato sconfitto il mito della imbattibilità militare israeliana.
È comprensibile che nella società israeliana e tra gli ebrei che vivono all’estero l’impatto sia stato sensibilmente diverso. Per chi è cresciuto con l’idea di costruire un “luogo sicuro” a fronte degli orrori del passato (in Europa) e delle incertezze del futuro (nel mondo), il fatto che la propria fortezza possa essere stata violata è stato indubbiamente uno shock.
Ma è anche vero che la società israeliana – anche quando prima del 7 ottobre è scesa in piazza per la democrazia – non si è mai posta domande né ha posato lo sguardo oltre il Muro che li separa dalla popolazione palestinese.
Una democrazia con troppi orrori nella pancia è una democrazia decisamente fallace, molto più che imperfetta. E prima poi l’incantesimo costruito e alimentato per decenni si è rotto in modo violento, come forse era inevitabile che si verificasse.
Fonte
08/04/2024
L’invenzione delle decapitazioni di bimbi e degli stupri di massa del 7 ottobre 2023
Breve storia dei fake usati per giustificare un genocidio e della pagina più buia del giornalismo italiano dal dopoguerra.
Ricordate la notizia dei 40 bambini decapitati nel kibbutz di Kfar Aza da parte di Hamas? Ebbene, dopo più di sei mesi, anche il quotidiano francese Le Monde riporta che la notizia era assolutamente falsa. Ed in ciò l’importante testata transalpina era stata preceduta, appena due settimane fa, dell’eccellente inchiesta dell’unità investigativa di Al Jazeera, “October 7”.
Ma come non ricordare quando il direttore del TG La7, Enrico Mentana, subito dopo il 7 ottobre 2023, diceva di avere le foto dei bambini decapitati, ma anche che chiedere di vederle fosse da “negazionisti di Hamas”?
Già l’11 ottobre 2023 alcuni reporter francesi ed il giornalista israeliano Oren Ziv, che si trovavano a Kfar Aza insieme a Nicole Zedek e all’esercito israeliano, affermavano di non aver visto “bambini decapitati”.
Quella stessa giornalista israeliana ammise, poi, di non aver mai visto i corpi e che la “notizia” le era stata riferita dai soldati stessi che stavano rastrellando le case.
Lo stesso avvenne per gli stupri di massa, riferiti dallo stesso Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu al Presidente Biden. La notizia circolò in tutto il mondo, ma di fronte all’assenza di evidenze, il Los Angeles Times pubblicò per primo la smentita. A ruota (come sempre) le “grandi e indipendenti” agenzie di stampa italiane rilanciarono la notizia che si trattava di un falso.
Ma ormai la macchina della disinformazione era partita.
Tuttavia, il direttore di Repubblica, Maurizio Molinari, noto per la sua proterva faziosità, quando si parla di Israele, nonostante le smentite, accettò ugualmente la notizia come vera parlando di un “Male che si manifesta decapitando e bruciando bambini inermi”.
E, ancora oggi, basta googlare e trovare titoli di giornali e di vari siti di informazione che riportano quella notizia assolutamente falsa che ha avvelenato, per più di sei mesi, i pozzi del dibattito pubblico intorno a ciò che davvero successe quel 7 ottobre e sugli orrori e le carneficine quotidiane che da quel 7 ottobre in poi continuano a ripetersi a Gaza, nonostante le massicce proteste globali ed uno storico pronunciamento di condanna di Israele da parte della Corte Internazionale di Giustizia dell’ONU.
Fonte
Ricordate la notizia dei 40 bambini decapitati nel kibbutz di Kfar Aza da parte di Hamas? Ebbene, dopo più di sei mesi, anche il quotidiano francese Le Monde riporta che la notizia era assolutamente falsa. Ed in ciò l’importante testata transalpina era stata preceduta, appena due settimane fa, dell’eccellente inchiesta dell’unità investigativa di Al Jazeera, “October 7”.
Ma come non ricordare quando il direttore del TG La7, Enrico Mentana, subito dopo il 7 ottobre 2023, diceva di avere le foto dei bambini decapitati, ma anche che chiedere di vederle fosse da “negazionisti di Hamas”?
Già l’11 ottobre 2023 alcuni reporter francesi ed il giornalista israeliano Oren Ziv, che si trovavano a Kfar Aza insieme a Nicole Zedek e all’esercito israeliano, affermavano di non aver visto “bambini decapitati”.
Quella stessa giornalista israeliana ammise, poi, di non aver mai visto i corpi e che la “notizia” le era stata riferita dai soldati stessi che stavano rastrellando le case.
Lo stesso avvenne per gli stupri di massa, riferiti dallo stesso Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu al Presidente Biden. La notizia circolò in tutto il mondo, ma di fronte all’assenza di evidenze, il Los Angeles Times pubblicò per primo la smentita. A ruota (come sempre) le “grandi e indipendenti” agenzie di stampa italiane rilanciarono la notizia che si trattava di un falso.
Ma ormai la macchina della disinformazione era partita.
Tuttavia, il direttore di Repubblica, Maurizio Molinari, noto per la sua proterva faziosità, quando si parla di Israele, nonostante le smentite, accettò ugualmente la notizia come vera parlando di un “Male che si manifesta decapitando e bruciando bambini inermi”.
E, ancora oggi, basta googlare e trovare titoli di giornali e di vari siti di informazione che riportano quella notizia assolutamente falsa che ha avvelenato, per più di sei mesi, i pozzi del dibattito pubblico intorno a ciò che davvero successe quel 7 ottobre e sugli orrori e le carneficine quotidiane che da quel 7 ottobre in poi continuano a ripetersi a Gaza, nonostante le massicce proteste globali ed uno storico pronunciamento di condanna di Israele da parte della Corte Internazionale di Giustizia dell’ONU.
Fonte
19/02/2024
Cosa è successo il 7 ottobre 2023? Soldato israeliano rivela l’ordine di sparare contro un kibbutz
Nuove rivelazioni si aggiungono al crescente corpo di prove che indicano che molti israeliani morti il 7 ottobre sono stati uccisi dall’esercito israeliano. Nel frattempo, il governo israeliano ha messo il bavaglio ai prigionieri liberati da Gaza per evitare di danneggiare ulteriormente la narrazione ufficiale.
Testimonianze di prima mano di soldati israeliani, per quanto inesperti, rivelano l’ordine di aprire il fuoco contro le comunità israeliane quando i miliziani palestinesi hanno violato le recinzioni che circondano Gaza il 7 ottobre.
Un servizio “entusiasmante” di una compagnia di carri armati tutta al femminile, pubblicato dalla rete israeliana N12 News, contiene ammissioni da parte del capitano ventenne – identificata solo come “Karni” – che le è stato ordinato da un soldato “in preda al panico” di aprire il fuoco sulle case del kibbutz Holit, indipendentemente dal fatto che contenessero o meno dei civili.
Dieci israeliani sono stati uccisi a Holit il 7 ottobre; tra i morti non c’erano bambini.
“Il soldato mi ha indicato e mi ha detto: “Spara lì – i terroristi sono lì””, ha raccontato il capitano nel filmato appena pubblicato, sottolineando che quando ha chiesto “ci sono civili lì?”, il suo connazionale ha risposto semplicemente “non lo so” e le ha ordinato di “sparare” comunque un colpo di cannone contro gli edifici.
Alla fine, ha ricordato, “ho deciso di non sparare” perché “questa è una comunità israeliana”. Invece, ha aggiunto, “ho sparato con la mia mitragliatrice contro una casa”.
Mentre il governo israeliano e il suo esercito di propagandisti internazionali hanno incolpato solo Hamas per una serie di macabre uccisioni il 7 ottobre, insieme ad affermazioni infondate di stupri, torture e decapitazioni di bambini, i commenti nel rapporto di N12 si aggiungono a un crescente corpo di prove che dimostrano che i bombardamenti dei carri armati israeliani sono responsabili di molte delle vittime subite nei kibbutzim israeliani. Secondo i soldati intervistati, tra gli altri uccisi dalla compagnia di carri armati in questione ci sono presunti miliziani palestinesi ai quali dicono di averli schiacciato a morte il loro veicolo.
“Il mio autista vede due terroristi sulla strada e lo segnala”, racconta il capitano al suo intervistatore di N12. Quando “le dico di investirli, lei si limita a investire i terroristi e passa oltre”, spiega allegramente.
La compagnia femminile di carristi sembra essere stata addestrata sui veicoli meno avanzati dell’arsenale israeliano e le sono stati affidati solo compiti di difesa dei confini. Nel caos dell’assalto di Hamas del 7 ottobre, sono state costrette a salire su veicoli più avanzati, dotati di un sistema di armi a controllo remoto (RCWS).
Nel rapporto dell’N12, il generale di brigata Raviv Mahmia ha ammesso che affrontare una banda di miliziani nel Kibbutz Holit è stato un compito “molto complesso” per il quale le giovani carriste “per molti versi... non erano addestrate a combattere”.
“Hanno sparato nelle comunità israeliane, guidando su strade normali”, ha osservato.
Imbavagliare i prigionieri israeliani liberati per salvare la propaganda
Le rivelazioni secondo cui le truppe israeliane avrebbero ricevuto l’ordine di aprire il fuoco indiscriminatamente sulle comunità israeliane arrivano mentre i servizi di sicurezza del Paese compiono sforzi disperati per controllare la narrazione della guerra di Gaza.
A seguito di un accordo di cessate il fuoco temporaneo che ha visto decine di prigionieri ebrei rilasciati da Gaza a partire dal 24 novembre, il Canale 12 di Israele ha rivelato che le autorità di Tel Aviv hanno istituito nuove regole che richiedono che gli israeliani liberati siano strettamente monitorati quando rilasciano interviste.
I prigionieri liberati dalla custodia di Hamas “dovranno ricevere una stretta supervisione e saranno istruiti su cosa dire ai media e cosa no”, ha chiarito il rapporto.
Al momento della pubblicazione, nessuno degli israeliani liberati di recente aveva parlato pubblicamente con i media. Le apparizioni dei prigionieri sui media israeliani sono diventate sempre più rare dopo il rilascio di Yochaved Lifshitz, 85 anni, che è stata aspramente criticata per aver stretto la mano a uno dei suoi custodi di Hamas e aver riconosciuto che “ci hanno trattato con gentilezza”.
I recenti commenti di una parente di un’altra anziana donna israeliana rilasciata il 24 novembre, Ruth Munder, sembrano convalidare questa tesi.
Descrivendo il periodo trascorso dagli israeliani a Gaza, il familiare ha detto: “Fortunatamente, non hanno vissuto esperienze spiacevoli durante la loro prigionia; sono stati trattati in modo umano”.
“Contrariamente ai nostri timori”, Munder “non ha incontrato le storie orribili che avevamo immaginato” e, alla fine, i custodi dei prigionieri “non hanno fatto loro del male”, ha dichiarato il familiare al quotidiano israeliano Jerusalem Post.
Allo stesso modo, la sorella di un lavoratore thailandese preso in ostaggio a Gaza ha raccontato ai media internazionali che suo fratello è stato “trattato molto bene” e “sembrava felice” quando è stato rilasciato.
Un ospite del canale israeliano Channel 13 News ha riconosciuto che “è importante ricordare che molti hanno accusato [l’ex prigioniera israeliana] Yochaved Lifschitz [di slealtà], ma lei ha dichiarato proprio queste cose. Ha subito un cattivo trattamento ed è stata descritta come causa di un significativo danno mediatico, accusata di mentire a causa della prigionia del marito, che Hamas l’ha influenzata, facendole il lavaggio del cervello prima del suo rilascio. Ma ogni parola che ha detto era vera, e queste persone fanno le stesse affermazioni”.
Al momento di lasciare Gaza per Israele, la prigioniera israeliana Danielle Aloni ha lasciato una lettera ai suoi carcerieri di Hamas ringraziandoli per ” il senso di umanità ineguagliabile che avete mostrato verso di me e verso mia figlia Emilia. Siete stati come genitori per lei, invitandola nella vostra stanza ogni volta che lo desiderava”.
Ha concluso esprimendo gratitudine per “l’atto gentile che avete mostrato qui nonostante la difficile situazione che stavate affrontando voi stessi. E per le difficili perdite che vi hanno colpito qui a Gaza. Vorrei che in questo mondo potessimo essere amici”.
Durante il periodo di prigionia, Aloni è apparsa in un video in cui accusava Netanyahu per la sua incapacità di negoziare il suo rilascio e quello degli altri ostaggi.
Sebbene il governo israeliano possa sostenere che Aloni sia stata costretta a scrivere la lettera sotto estrema costrizione, non le ha ancora permesso di parlare pubblicamente della sua esperienza a Gaza.
Fonte
Testimonianze di prima mano di soldati israeliani, per quanto inesperti, rivelano l’ordine di aprire il fuoco contro le comunità israeliane quando i miliziani palestinesi hanno violato le recinzioni che circondano Gaza il 7 ottobre.
Un servizio “entusiasmante” di una compagnia di carri armati tutta al femminile, pubblicato dalla rete israeliana N12 News, contiene ammissioni da parte del capitano ventenne – identificata solo come “Karni” – che le è stato ordinato da un soldato “in preda al panico” di aprire il fuoco sulle case del kibbutz Holit, indipendentemente dal fatto che contenessero o meno dei civili.
Dieci israeliani sono stati uccisi a Holit il 7 ottobre; tra i morti non c’erano bambini.
“Il soldato mi ha indicato e mi ha detto: “Spara lì – i terroristi sono lì””, ha raccontato il capitano nel filmato appena pubblicato, sottolineando che quando ha chiesto “ci sono civili lì?”, il suo connazionale ha risposto semplicemente “non lo so” e le ha ordinato di “sparare” comunque un colpo di cannone contro gli edifici.
Alla fine, ha ricordato, “ho deciso di non sparare” perché “questa è una comunità israeliana”. Invece, ha aggiunto, “ho sparato con la mia mitragliatrice contro una casa”.
Mentre il governo israeliano e il suo esercito di propagandisti internazionali hanno incolpato solo Hamas per una serie di macabre uccisioni il 7 ottobre, insieme ad affermazioni infondate di stupri, torture e decapitazioni di bambini, i commenti nel rapporto di N12 si aggiungono a un crescente corpo di prove che dimostrano che i bombardamenti dei carri armati israeliani sono responsabili di molte delle vittime subite nei kibbutzim israeliani. Secondo i soldati intervistati, tra gli altri uccisi dalla compagnia di carri armati in questione ci sono presunti miliziani palestinesi ai quali dicono di averli schiacciato a morte il loro veicolo.
“Il mio autista vede due terroristi sulla strada e lo segnala”, racconta il capitano al suo intervistatore di N12. Quando “le dico di investirli, lei si limita a investire i terroristi e passa oltre”, spiega allegramente.
La compagnia femminile di carristi sembra essere stata addestrata sui veicoli meno avanzati dell’arsenale israeliano e le sono stati affidati solo compiti di difesa dei confini. Nel caos dell’assalto di Hamas del 7 ottobre, sono state costrette a salire su veicoli più avanzati, dotati di un sistema di armi a controllo remoto (RCWS).
Nel rapporto dell’N12, il generale di brigata Raviv Mahmia ha ammesso che affrontare una banda di miliziani nel Kibbutz Holit è stato un compito “molto complesso” per il quale le giovani carriste “per molti versi... non erano addestrate a combattere”.
“Hanno sparato nelle comunità israeliane, guidando su strade normali”, ha osservato.
Imbavagliare i prigionieri israeliani liberati per salvare la propaganda
Le rivelazioni secondo cui le truppe israeliane avrebbero ricevuto l’ordine di aprire il fuoco indiscriminatamente sulle comunità israeliane arrivano mentre i servizi di sicurezza del Paese compiono sforzi disperati per controllare la narrazione della guerra di Gaza.
A seguito di un accordo di cessate il fuoco temporaneo che ha visto decine di prigionieri ebrei rilasciati da Gaza a partire dal 24 novembre, il Canale 12 di Israele ha rivelato che le autorità di Tel Aviv hanno istituito nuove regole che richiedono che gli israeliani liberati siano strettamente monitorati quando rilasciano interviste.
I prigionieri liberati dalla custodia di Hamas “dovranno ricevere una stretta supervisione e saranno istruiti su cosa dire ai media e cosa no”, ha chiarito il rapporto.
Al momento della pubblicazione, nessuno degli israeliani liberati di recente aveva parlato pubblicamente con i media. Le apparizioni dei prigionieri sui media israeliani sono diventate sempre più rare dopo il rilascio di Yochaved Lifshitz, 85 anni, che è stata aspramente criticata per aver stretto la mano a uno dei suoi custodi di Hamas e aver riconosciuto che “ci hanno trattato con gentilezza”.
I recenti commenti di una parente di un’altra anziana donna israeliana rilasciata il 24 novembre, Ruth Munder, sembrano convalidare questa tesi.
Descrivendo il periodo trascorso dagli israeliani a Gaza, il familiare ha detto: “Fortunatamente, non hanno vissuto esperienze spiacevoli durante la loro prigionia; sono stati trattati in modo umano”.
“Contrariamente ai nostri timori”, Munder “non ha incontrato le storie orribili che avevamo immaginato” e, alla fine, i custodi dei prigionieri “non hanno fatto loro del male”, ha dichiarato il familiare al quotidiano israeliano Jerusalem Post.
Allo stesso modo, la sorella di un lavoratore thailandese preso in ostaggio a Gaza ha raccontato ai media internazionali che suo fratello è stato “trattato molto bene” e “sembrava felice” quando è stato rilasciato.
Un ospite del canale israeliano Channel 13 News ha riconosciuto che “è importante ricordare che molti hanno accusato [l’ex prigioniera israeliana] Yochaved Lifschitz [di slealtà], ma lei ha dichiarato proprio queste cose. Ha subito un cattivo trattamento ed è stata descritta come causa di un significativo danno mediatico, accusata di mentire a causa della prigionia del marito, che Hamas l’ha influenzata, facendole il lavaggio del cervello prima del suo rilascio. Ma ogni parola che ha detto era vera, e queste persone fanno le stesse affermazioni”.
Al momento di lasciare Gaza per Israele, la prigioniera israeliana Danielle Aloni ha lasciato una lettera ai suoi carcerieri di Hamas ringraziandoli per ” il senso di umanità ineguagliabile che avete mostrato verso di me e verso mia figlia Emilia. Siete stati come genitori per lei, invitandola nella vostra stanza ogni volta che lo desiderava”.
Ha concluso esprimendo gratitudine per “l’atto gentile che avete mostrato qui nonostante la difficile situazione che stavate affrontando voi stessi. E per le difficili perdite che vi hanno colpito qui a Gaza. Vorrei che in questo mondo potessimo essere amici”.
Durante il periodo di prigionia, Aloni è apparsa in un video in cui accusava Netanyahu per la sua incapacità di negoziare il suo rilascio e quello degli altri ostaggi.
Sebbene il governo israeliano possa sostenere che Aloni sia stata costretta a scrivere la lettera sotto estrema costrizione, non le ha ancora permesso di parlare pubblicamente della sua esperienza a Gaza.
Fonte
14/02/2024
Il 7 ottobre 2023 rappresenta la più eclatante serie di fallimenti dello Stato d’Israele
Ovunque si è dibattuto del fallimento di quell’apparato d’intelligence che si credeva tra i più efficaci del mondo. C’è certezza che non tutti i gangli del sistema fossero all’oscuro di quanto stesse succedendo e che abbiano “lasciato fare”, ma altre articolazioni di sicuro non si aspettavano ciò che è accaduto. Sia come sia, la reputazione ne esce distrutta.
Invece, sotto il profilo politico, il fallimento è iniziato il giorno successivo, cioè da quando Israele ha deciso di compiere un massacro. Portando alla rottura di rapporti consolidati e al conseguente isolamento internazionale, sancito anche dall’inchiesta della Corte Internazionale di Giustizia.
Il fallimento politico si è manifestato pure all’interno d’Israele, con una frantumazione della società ed una esasperazione degli attriti tra le varie anime del paese.
Il fallimento militare d’Israele sta invece nell’incapacità di battere la Resistenza palestinese e nel conseguente accanimento contro la popolazione civile. Sono ormai lontani i tempi in cui l’esercito israeliano era composto da soldati duri e determinati, temprati nella lotta contro il nazismo.
In questo generale quadro di fallimenti israeliani, ce ne è uno ulteriore, saldamente legato all’ultimo punto esposto, ed è il fallimento tecnologico.
Viviamo in una società in cui la propaganda politica assume risvolti anche commerciali. Questa, come noto, si incanala nei mezzi d’informazione, nei prodotti culturali, nei modelli sociali, etc. Stando sotto il dominio di Washington, siamo costretti a subire passivamente le narrazioni americane o dei suoi interlocutori privilegiati. Da qui, il martellamento della propaganda israeliana che cerca d’imporre il proprio punto di vista.
Ovviamente, e parallelamente, ci sono tutta un’altra serie di sistemi d’ingerenza e condizionamento. Per queste ragioni, nella società italiana si è imposta la convinzione che i prodotti israeliani siano tutti d’eccellenza, soprattutto quelli dell’apparato militare industriale.
Questo è falso. Buona parte delle armi delle forze armate israeliane non sono all’avanguardia o non sono qualitativamente efficaci come millantato dagli apparati propagandistici. Si tratta di strumenti che ti possono far vincere quando c’è d’affrontare ragazzi che tirano le pietre, ma già di fronte a milizie ben organizzate mostrano tutti i propri limiti.
Sorge quindi il dubbio su cosa succederebbe se oggi Israele dovesse affrontare un esercito moderno e ben armato.
Il fatto che le armi leggere israeliane siano per lo più ferme a sessant’anni fa, non è un problema. Il vero limite è nel dare per scontato di poter contare su un vantaggio tecnologico che in realtà già da tempo è stato colmato. Ma soprattutto, alcune tecnologie che prima erano appannaggio esclusivo dei militari, ora si trovano o in libera vendita o in canali non inaccessibili.
Rimanendo nel campo della fanteria, ormai tutti (anche le milizie) dispongono di radio digitali criptate, visori notturni, disturbatori di frequenze, sistemi di videosorveglianza, comandi remoti, etc. Ovviamente nel campo dei droni, ormai sul mercato civile si trovano prodotti efficacissimi anche per scopi militari (magari con piccoli adattamenti).
Si è arrivati al paradosso che spesso il mercato è più avanti rispetto a quelle che sono le disponibilità delle forze armate: nel lasso di tempo che un soggetto istituzionale impiega nel mettere in moto le procedure per acquisire una nuova tecnologia, può darsi che quella sia già divenuta obsoleta.
Il 7 ottobre 2023 c’è stata la dimostrazione concreta che talvolta per sconfiggere la tecnologia più avanzata non è necessario lanciarsi in una corsa alla ricerca e sviluppo, si possono usare in maniera efficace i sistemi tradizionali.
A tal riguardo è emblematico il caso di “Iron Dome” – il sistema antimissile israeliano – che oggettivamente si è dimostrato essere uno dei più efficaci al mondo, ma che ha (come tutti gli altri) un tallone d’Achille.
Il sistema è efficacissimo se deve intercettare un missile, anche nel caso di dover intercettare diversi missili in rapida successione, offre risultati straordinari. Ma se i missili da intercettare diventano di più dei colpi che può sparare per abbatterli, il sistema va in crisi.
In questo modo Iron Dome è stato infranto il 7 ottobre 2023, “per saturazione”: sono stati lanciati centinaia di missili in rapida successione (nel corso della giornata sono stati più di cinquemila) e il sistema antimissile non sapeva più quale colpire, oppure non aveva più nulla per colpirlo una volta che aveva esaurito la propria dotazione di missili.
L’aspetto grottesco è che Iron Dome spendeva i propri colpi abbattendo dei razzi palestinesi che erano sostanzialmente grondaie riempite di fertilizzante, poi una volta che che il sistema entrava in crisi, da Gaza venivano sparati dei razzi decisamente più potenti che non venivano però intercettati.
Probabilmente il prodotto più prestigioso della produzione militare israeliana è il carrarmato Merkava. Per alcuni si tratta del miglior carro del mondo, per altri è un pachiderma d’acciaio montato su cingoli. Difficile valutarlo, perché finora è stato prevalentemente usato in conflitti asimmetrici, ossia per sparare a persone che lanciano pietre o contro forze armate non adeguatamente equipaggiate.
Sebbene un carro armato vada valutato principalmente nel confronto con altri carri armati, non si può rimanere indifferenti di fronte alle scene dei combattimenti urbani a Gaza, in cui i palestinesi hanno fatto il tiro al bersaglio sui carri israeliani, infliggendo pesanti perdite.
Lì sicuramente il problema maggiore è stato nella scelta di portare i carri in uno scenario di guerriglia urbana, luogo in cui possono essere facilmente bersagliati. Seppur mostrando di possedere di una buona corazzatura, i mezzi israeliani escono umiliati da Gaza.
Le ingenti perdite di carri hanno spinto Israele a rivedere la propria politica commerciale. Il 22 giugno 2023 il quotidiano israeliano Haaretz scriveva che il Governo era pronto a fornire dei carri Merkava a Cipro. Quest’ultimo, una volta ricevuti i carri israeliani, avrebbe dovuto inviare in Ucraina i carri sovietici T80 di cui ancora dispone.
La ragione alla base dello scambio è che anche Cipro era stata spinta a sostenere l’Ucraina, inviando i propri mezzi di produzione sovietica avrebbe ovviato ai problemi d’addestramento del personale ucraino, che già conosce bene quelle macchine. Forse Israele era prossima a sottoscrivere un accordo analogo anche con la Croazia.
Dopo che Israele ha iniziato a perdere un cospicuo numero di carri a Gaza, ha interrotto il programma di vendita dei Merkava ad altri stati. I carri israeliani ora vengono distrutti a Gaza e non inviati a paesi che li avrebbero dovuti sostituire con i propri da inviare in Ucraina.
A Kiev non arrivano quindi i carri che sperava di ricevere e si ritrova in una condizione particolarmente difficile. Per ovviare a questo genere di problemi, e soprattutto alla montante “stanchezza” dei paesi occidentali nel continuare a sostenere il regime di Zelenskyj, si va diffondendo in tutto il mondo la pratica parlamentare di ancorare gli aiuti all’Ucraina a quelli per Israele.
Mettere tutto in uno stesso pacchetto talvolta aiuta (nel senso che blocca entrambi) e altre volte invece porta ad accantonare le riluttanze verso ulteriori invii di armi.
Il fallimento tecnologico della produzione bellica israeliana non arriva in un momento qualsiasi, ma nel pieno della più mastodontica corsa agli armamenti degli ultimi tempi. Nel clima di generale preoccupazione, tutti gli stati del mondo provvedono a procurarsi strumenti adeguati ad affrontare le minacce.
Seppur i dati siano difficilmente reperibili, è plausibile che anche le commesse per l’apparato militare industriale israeliano abbiano beneficiato della fase. Nel momento di maggior espansione del mercato, mostrare agli occhi del mondo tutti i limiti dei propri prodotti può rappresentare un gigantesco danno economico. Chi avrebbe comprato i prodotti israeliani sulla base della loro buona fama, ora potrebbe ricredersi.
Seppur alla lista dei vari fallimenti difficilmente si potrà aggiungere anche quello economico, di sicuro in Israele hanno comunque accusato il colpo.
Fonte
Invece, sotto il profilo politico, il fallimento è iniziato il giorno successivo, cioè da quando Israele ha deciso di compiere un massacro. Portando alla rottura di rapporti consolidati e al conseguente isolamento internazionale, sancito anche dall’inchiesta della Corte Internazionale di Giustizia.
Il fallimento politico si è manifestato pure all’interno d’Israele, con una frantumazione della società ed una esasperazione degli attriti tra le varie anime del paese.
Il fallimento militare d’Israele sta invece nell’incapacità di battere la Resistenza palestinese e nel conseguente accanimento contro la popolazione civile. Sono ormai lontani i tempi in cui l’esercito israeliano era composto da soldati duri e determinati, temprati nella lotta contro il nazismo.
In questo generale quadro di fallimenti israeliani, ce ne è uno ulteriore, saldamente legato all’ultimo punto esposto, ed è il fallimento tecnologico.
Viviamo in una società in cui la propaganda politica assume risvolti anche commerciali. Questa, come noto, si incanala nei mezzi d’informazione, nei prodotti culturali, nei modelli sociali, etc. Stando sotto il dominio di Washington, siamo costretti a subire passivamente le narrazioni americane o dei suoi interlocutori privilegiati. Da qui, il martellamento della propaganda israeliana che cerca d’imporre il proprio punto di vista.
Ovviamente, e parallelamente, ci sono tutta un’altra serie di sistemi d’ingerenza e condizionamento. Per queste ragioni, nella società italiana si è imposta la convinzione che i prodotti israeliani siano tutti d’eccellenza, soprattutto quelli dell’apparato militare industriale.
Questo è falso. Buona parte delle armi delle forze armate israeliane non sono all’avanguardia o non sono qualitativamente efficaci come millantato dagli apparati propagandistici. Si tratta di strumenti che ti possono far vincere quando c’è d’affrontare ragazzi che tirano le pietre, ma già di fronte a milizie ben organizzate mostrano tutti i propri limiti.
Sorge quindi il dubbio su cosa succederebbe se oggi Israele dovesse affrontare un esercito moderno e ben armato.
Il fatto che le armi leggere israeliane siano per lo più ferme a sessant’anni fa, non è un problema. Il vero limite è nel dare per scontato di poter contare su un vantaggio tecnologico che in realtà già da tempo è stato colmato. Ma soprattutto, alcune tecnologie che prima erano appannaggio esclusivo dei militari, ora si trovano o in libera vendita o in canali non inaccessibili.
Rimanendo nel campo della fanteria, ormai tutti (anche le milizie) dispongono di radio digitali criptate, visori notturni, disturbatori di frequenze, sistemi di videosorveglianza, comandi remoti, etc. Ovviamente nel campo dei droni, ormai sul mercato civile si trovano prodotti efficacissimi anche per scopi militari (magari con piccoli adattamenti).
Si è arrivati al paradosso che spesso il mercato è più avanti rispetto a quelle che sono le disponibilità delle forze armate: nel lasso di tempo che un soggetto istituzionale impiega nel mettere in moto le procedure per acquisire una nuova tecnologia, può darsi che quella sia già divenuta obsoleta.
Il 7 ottobre 2023 c’è stata la dimostrazione concreta che talvolta per sconfiggere la tecnologia più avanzata non è necessario lanciarsi in una corsa alla ricerca e sviluppo, si possono usare in maniera efficace i sistemi tradizionali.
A tal riguardo è emblematico il caso di “Iron Dome” – il sistema antimissile israeliano – che oggettivamente si è dimostrato essere uno dei più efficaci al mondo, ma che ha (come tutti gli altri) un tallone d’Achille.
Il sistema è efficacissimo se deve intercettare un missile, anche nel caso di dover intercettare diversi missili in rapida successione, offre risultati straordinari. Ma se i missili da intercettare diventano di più dei colpi che può sparare per abbatterli, il sistema va in crisi.
In questo modo Iron Dome è stato infranto il 7 ottobre 2023, “per saturazione”: sono stati lanciati centinaia di missili in rapida successione (nel corso della giornata sono stati più di cinquemila) e il sistema antimissile non sapeva più quale colpire, oppure non aveva più nulla per colpirlo una volta che aveva esaurito la propria dotazione di missili.
L’aspetto grottesco è che Iron Dome spendeva i propri colpi abbattendo dei razzi palestinesi che erano sostanzialmente grondaie riempite di fertilizzante, poi una volta che che il sistema entrava in crisi, da Gaza venivano sparati dei razzi decisamente più potenti che non venivano però intercettati.
Probabilmente il prodotto più prestigioso della produzione militare israeliana è il carrarmato Merkava. Per alcuni si tratta del miglior carro del mondo, per altri è un pachiderma d’acciaio montato su cingoli. Difficile valutarlo, perché finora è stato prevalentemente usato in conflitti asimmetrici, ossia per sparare a persone che lanciano pietre o contro forze armate non adeguatamente equipaggiate.
Sebbene un carro armato vada valutato principalmente nel confronto con altri carri armati, non si può rimanere indifferenti di fronte alle scene dei combattimenti urbani a Gaza, in cui i palestinesi hanno fatto il tiro al bersaglio sui carri israeliani, infliggendo pesanti perdite.
Lì sicuramente il problema maggiore è stato nella scelta di portare i carri in uno scenario di guerriglia urbana, luogo in cui possono essere facilmente bersagliati. Seppur mostrando di possedere di una buona corazzatura, i mezzi israeliani escono umiliati da Gaza.
Le ingenti perdite di carri hanno spinto Israele a rivedere la propria politica commerciale. Il 22 giugno 2023 il quotidiano israeliano Haaretz scriveva che il Governo era pronto a fornire dei carri Merkava a Cipro. Quest’ultimo, una volta ricevuti i carri israeliani, avrebbe dovuto inviare in Ucraina i carri sovietici T80 di cui ancora dispone.
La ragione alla base dello scambio è che anche Cipro era stata spinta a sostenere l’Ucraina, inviando i propri mezzi di produzione sovietica avrebbe ovviato ai problemi d’addestramento del personale ucraino, che già conosce bene quelle macchine. Forse Israele era prossima a sottoscrivere un accordo analogo anche con la Croazia.
Dopo che Israele ha iniziato a perdere un cospicuo numero di carri a Gaza, ha interrotto il programma di vendita dei Merkava ad altri stati. I carri israeliani ora vengono distrutti a Gaza e non inviati a paesi che li avrebbero dovuti sostituire con i propri da inviare in Ucraina.
A Kiev non arrivano quindi i carri che sperava di ricevere e si ritrova in una condizione particolarmente difficile. Per ovviare a questo genere di problemi, e soprattutto alla montante “stanchezza” dei paesi occidentali nel continuare a sostenere il regime di Zelenskyj, si va diffondendo in tutto il mondo la pratica parlamentare di ancorare gli aiuti all’Ucraina a quelli per Israele.
Mettere tutto in uno stesso pacchetto talvolta aiuta (nel senso che blocca entrambi) e altre volte invece porta ad accantonare le riluttanze verso ulteriori invii di armi.
Il fallimento tecnologico della produzione bellica israeliana non arriva in un momento qualsiasi, ma nel pieno della più mastodontica corsa agli armamenti degli ultimi tempi. Nel clima di generale preoccupazione, tutti gli stati del mondo provvedono a procurarsi strumenti adeguati ad affrontare le minacce.
Seppur i dati siano difficilmente reperibili, è plausibile che anche le commesse per l’apparato militare industriale israeliano abbiano beneficiato della fase. Nel momento di maggior espansione del mercato, mostrare agli occhi del mondo tutti i limiti dei propri prodotti può rappresentare un gigantesco danno economico. Chi avrebbe comprato i prodotti israeliani sulla base della loro buona fama, ora potrebbe ricredersi.
Seppur alla lista dei vari fallimenti difficilmente si potrà aggiungere anche quello economico, di sicuro in Israele hanno comunque accusato il colpo.
Fonte
06/11/2023
Israele - Cosa è successo veramente il 7 ottobre?
Un mese dopo l’assalto di Hamas contro Israele il 7 ottobre, un quadro più chiaro di ciò che è accaduto, chi è morto e chi ha ucciso, sta cominciando a emergere.
Invece del massacro di civili su vasta scala rivendicato da Israele, i dati parziali pubblicati dal quotidiano ebraico Haaretz mostrano che quasi la metà degli israeliani uccisi quel giorno erano in realtà combattenti: soldati o poliziotti.
Nel frattempo, due settimane di generalizzate notizie da parte dei media occidentali secondo cui Hamas avrebbe ucciso circa 1.400 civili israeliani durante il suo attacco militare del 7 ottobre sono servite ad infiammare gli animi e a creare il clima per la distruzione incontrollata della Striscia di Gaza e della sua popolazione civile da parte di Israele.
I resoconti del bilancio delle vittime israeliane sono stati filtrati e distorti per suggerire che quel giorno si sia verificato un massacro di civili su larga scala, con neonati, bambini e donne come principali obiettivi di un attacco terroristico.
Ora, le statistiche dettagliate sulle vittime pubblicate dal quotidiano israeliano Haaretz dipingono un quadro completamente diverso. A partire dal 23 ottobre, il quotidiano ha rilasciato informazioni su 683 israeliani uccisi durante l’attacco guidato da Hamas, compresi i loro nomi e i luoghi della loro morte il 7 ottobre.
Di queste, 331 vittime, ovvero il 48,4%, sono state confermate essere soldati e agenti di polizia, molti dei quali donne. Altri 13 sono descritti come membri del servizio di soccorso, e i restanti 339 sono apparentemente considerati civili.
Sebbene questo elenco non sia completo e rappresenti solo circa la metà del bilancio delle vittime dichiarato da Israele, quasi la metà delle persone uccise nello scontro sono chiaramente identificate come combattenti israeliani.
Inoltre, finora non sono stati registrati decessi di bambini di età inferiore ai tre anni, il che mette in discussione la narrativa israeliana secondo cui i bambini erano presi di mira dai combattenti della Resistenza Palestinese.
Delle 683 vittime totali segnalate finora, sette erano di età compresa tra 4 e 7 anni e nove di età compresa tra 10 e 17 anni. Le restanti 667 vittime sembrano essere adulti.
Il numero e la percentuale di civili e bambini palestinesi tra le vittime dei bombardamenti israeliani nelle ultime due settimane – oltre 5.791 morti, di cui 2.360 bambini e 1.292 donne, e più di 18.000 feriti – sono di gran lunga superiori a qualsiasi di queste cifre israeliane emerse dagli eventi del 7 ottobre.
Rianalizzare gli eventi
L’audace Operazione militare guidata da Hamas, nome in codice ‘Diluvio di Al-Aqsa’, si è svolta con un drammatico attacco all’alba intorno alle 6:30 (ora della Palestina) del 7 ottobre. Ciò è stato accompagnato da un frastuono di sirene che hanno rotto il silenzio della Gerusalemme Occupata, segnalando l’inizio di quello che è diventato un evento straordinario nei 75 anni di storia dello Stato di Occupazione.
Secondo il portavoce dell’ala armata di Hamas, le Brigate Al-Qassam, circa 1.500 combattenti palestinesi hanno attraversato la formidabile barriera di separazione Gaza-Israele.
Tuttavia, questa fuga non si è limitata alle sole forze di Hamas. Numerosi combattenti armati appartenenti ad altre fazioni, come la Jihad Islamica Palestinese (PIJ), hanno successivamente violato la linea dell’armistizio, insieme ad alcuni palestinesi non affiliati ad alcuna milizia organizzata.
Quando è diventato evidente che non si trattava di una normale Operazione di Resistenza, centinaia di video hanno rapidamente inondato i social media, raffiguranti truppe e coloni israeliani morti, feroci scontri a fuoco tra varie parti e israeliani catturati e portati a Gaza.
Questi video sono stati girati con i telefoni israeliani o diffusi da combattenti palestinesi che filmavano la loro stessa Operazione. Fu solo qualche ora dopo che iniziarono ad emergere accuse più raccapriccianti e decisamente dubbie.
Accuse infondate di atrocità di Hamas
Aviva Klompas, ex autrice di discorsi per la missione israeliana alle Nazioni Unite, è stata la prima israeliana autorevole a diffondere la notizia secondo cui c’erano notizie di “ragazze israeliane violentate e i loro corpi trascinati per strada“.
Ha pubblicato questo post su X (ex Twitter) alle 21:18 (ora della Palestina), il 7 ottobre, sebbene un editoriale di Klompas pubblicato su Newsweek alle 00:28 (ora della Palestina), l’8 ottobre, non facesse menzione di alcuna violenza sessuale.
Klompas è anche la co-fondatrice di Boundless Israel, un “gruppo di pensiero attivo” che lavora “per rivitalizzare l’istruzione in Israele e intraprendere azioni collettive coraggiose per combattere l’odio verso gli ebrei“. Un gruppo di beneficenza “impenitentemente sionista” che lavora per promuovere le narrazioni israeliane sui social media.
L’unico caso pubblicizzato come prova di stupro era quello di una giovane donna tedesco-israeliana di nome Shani Louk, che è stata filmata a faccia in giù nel retro di un camioncino e creduta morta [poi effettivamente deceduta per le ferite subite, ndr].
Non era chiaro se i combattenti filmati con Louk nel veicolo diretto a Gaza fossero membri di Hamas, poiché non indossavano le uniformi o le insegne delle truppe di Al-Qassam identificabili in altri video di Hamas, alcuni indossavano addirittura abiti civili e sandali.
Più tardi, sua madre affermò di avere le prove che sua figlia era ancora viva, ma aveva subito una grave ferita alla testa. Ciò risulta vero dalle informazioni rilasciate da Hamas secondo le quali Louk era in cura per le sue ferite in un non meglio specificato ospedale di Gaza.
A complicare ulteriormente le cose, il giorno in cui sono emerse queste accuse di stupro, gli israeliani non avrebbero avuto accesso a queste informazioni. Le loro forze armate non erano ancora entrate in molte, se non nella maggior parte, delle aree liberate dalla Resistenza ed erano ancora impegnate in scontri armati con loro su più fronti.
Tuttavia, queste accuse di stupro hanno preso vita propria, tanto che lo stesso Presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha affermato, durante un discorso giorni dopo, che le donne israeliane erano state “violentate, aggredite e sfoggiate come trofei” dai combattenti di Hamas.
È importante notare che l’articolo di The Forward (l’Avanti) dell’11 ottobre riportava che l’esercito israeliano aveva riconosciuto di non avere prove di tali accuse in quel momento.
Quando in seguito l’esercito fece le proprie accuse di decapitazioni, amputazioni e stupri, la Reuters sottolineò che “il personale militare che supervisionava il processo di identificazione non presentava alcuna prova forense sotto forma di immagini o referti clinici“. Ad oggi non è stata presentata alcuna prova credibile di queste atrocità.
Altre accuse oltraggiose, come la storia che Hamas “ha decapitato 40 bambini“, hanno fatto notizia e riempito le prime pagine di innumerevoli giornali occidentali. Perfino Biden ha affermato di aver visto “foto di terroristi che decapitano bambini“.
Le affermazioni risalgono al colono e soldato riservista israeliano David Ben Zion, che in precedenza aveva istigato violenti attacchi contro i palestinesi e chiesto che la città di Huwara in Cisgiordania fosse spazzata via. Non è mai stata prodotta alcuna prova a sostegno di queste affermazioni e la stessa Casa Bianca ha confermato in seguito che Joe Biden non aveva mai visto foto del genere.
Il piano di Hamas
Ci sono poche o nessuna prova credibile che i combattenti palestinesi avessero un piano per, o deliberatamente cercato di, uccidere o danneggiare i civili israeliani disarmati il 7 ottobre. Dai filmati disponibili, vediamo che si sono impegnati principalmente con le forze armate israeliane, causando la morte di centinaia di soldati di occupazione. Come ha chiarito il 12 ottobre il Portavoce delle Brigate Qassam, Abu Obeida:
Il vice capo dell’ufficio politico di Hamas Saleh Al-Arouri, in un’intervista dopo l’Operazione, ha sottolineato: “Abbiamo un numero elevato e qualitativo e alti ufficiali. Tutto quello che possiamo dire ora è che la libertà dei nostri prigionieri è a portata di mano”.
Entrambe le parti giocano a questo gioco: dall’inizio dell’assalto militare a Gaza, Israele ha rastrellato e imprigionato più di 1.200 palestinesi nella Cisgiordania Occupata. Ad oggi ci sono stati 38 accordi di scambio di prigionieri tra le fazioni della Resistenza e Tel Aviv, accordi a cui gli israeliani spesso resistono fino all’ultimo minuto.
Mentre arrivano queste testimonianze, stanno emergendo rapporti secondo cui le autorità israeliane hanno intensificato i maltrattamenti, le torture e persino l’uccisione dei prigionieri palestinesi sotto la loro custodia, una violazione delle Convenzioni di Ginevra, che, ironicamente, un attore non statale come Hamas sembra aver seguito alla lettera.
In relazione agli eventi del 7 ottobre, ci sono sicuramente alcuni video che ritraggono israeliani forse disarmati, uccisi nei loro veicoli o all’ingresso delle strutture, affinché le truppe palestinesi potessero accedervi.
Ci sono anche video che mostrano i combattenti impegnati in sparatorie con le forze armate israeliane, mentre nel mezzo c’erano israeliani disarmati che si mettevano al riparo, oltre a video di combattenti che sparavano verso le case e lanciavano granate nelle aree fortificate. Le testimonianze oculari suggeriscono anche che le granate siano state lanciate nei rifugi antiaerei, anche se non è chiaro da chi.
Anche durante il “festival di pace” israeliano, che è stato citato come l’attacco più mortale commesso dai combattenti palestinesi durante la loro operazione, sono emersi video che sembravano mostrare le forze israeliane che aprivano il fuoco attraverso una folla di civili disarmati, verso obiettivi che credevano fossero membri di Hamas. ABC News ha anche riferito che un carro armato israeliano si era diretto verso il luogo del festival.
Un massacro israeliano nel Kibbutz Be'eri?
Nel suo rapporto sugli eventi del Kibbutz Be’eri, la ABC News ha fotografato pezzi di artiglieria simili a munizioni israeliane all’esterno di una casa bombardata. Il giornalista David Muir ha riferito che in seguito all’attacco sono stati ritrovati combattenti di Hamas, coperti da teli di plastica.
Inoltre, i video della scena mostrano case che sembrano essere state colpite da munizioni che i combattenti di Hamas non posseggono. Muir ha riferito che circa 14 persone sono state tenute in ostaggio in un edificio da combattenti palestinesi.
Un articolo di Haaretz in lingua ebraica pubblicato il 20 ottobre, che appare solo in inglese in un articolo di Mondoweiss da leggere assolutamente, dipinge una storia molto diversa di ciò che accadde a Be’eri quel giorno. Un residente del Kibbutz che era lontano da casa, la cui compagna è stata uccisa nello scontro, rivela nuovi sorprendenti dettagli:
Comportamenti di Hamas: prove contro accuse
Yasmin Porat, una sopravvissuta del Kibbutz Be’eri, ha detto in un’intervista per un programma radiofonico israeliano, condotto dall’emittente di Stato Kan, che le forze israeliane “hanno eliminato tutti, compresi gli ostaggi”, affermando inoltre che “c’era un fuoco incrociato molto, molto pesante” e persino bombardamenti di carri armati.
Porat aveva partecipato al festival di Nova e aveva testimoniato del trattamento umano ricevuto durante le diverse interviste condotte con i media israeliani. Ha spiegato che quando è stata tenuta prigioniera, i combattenti di Hamas “sono stati civili”, dicendole in ebraico: “Guardami bene, non ti uccideremo. Vogliamo portarti a Gaza. Non ti uccideremo. Quindi stai calma, non morirai”. Ha anche aggiunto quanto segue:
Mentre veniva consegnata agli intermediari della Croce Rossa, l’anziana prigioniera israeliana è stata ripresa dalla telecamera mentre si voltava per stringere la mano del suo rapitore di Hamas nel suo ultimo addio. La trasmissione in diretta di Lifshitz, in cui ha parlato del suo calvario durato due settimane, ha “umanizzato” ancora di più i suoi rapitori di Hamas mentre raccontava la sua vita quotidiana con i combattenti:
È essenziale riconoscere che in molti resoconti dei giornalisti occidentali sul campo, la maggior parte delle informazioni riguardanti le azioni dei combattenti di Hamas provengono dall’esercito israeliano, un partecipante attivo al conflitto.
Le prove emergenti ora indicano che esiste un’alta probabilità, soprattutto a causa dell’entità dei danni infrastrutturali, che le forze militari israeliane possano aver deliberatamente ucciso prigionieri, sparato su obiettivi sbagliati o scambiato israeliani per palestinesi nei loro scontri a fuoco. Se l’unica fonte di informazione per una grave affermazione fatta è l’esercito israeliano, allora bisogna tener conto del fatto che ha motivo di nascondere i casi di fuoco amico.
Il fuoco amico israeliano dilagava, anche nei giorni successivi, da parte di un esercito con pochissima esperienza di combattimento reale. Nella città di Ashkelon (Askalan) l’8 ottobre, soldati israeliani hanno ucciso a colpi d’arma da fuoco e gridato insulti al corpo di un uomo che credevano fosse un combattente di Hamas, ma in seguito si sono resi conto di aver giustiziato un israeliano. Questo è solo uno dei tre esempi di fuoco amico avvenuti in un giorno, che hanno provocato l’uccisione di israeliani da parte delle loro stesse truppe.
Nella nebbia della guerra, le parti in conflitto hanno prospettive diverse su ciò che è accaduto durante l’attacco iniziale e sulle sue conseguenze. Non è in discussione il fatto che i gruppi armati palestinesi abbiano inflitto perdite significative all’esercito israeliano, ma nelle settimane e nei mesi a venire sarà in corso un ampio dibattito su tutto il resto.
È urgentemente necessaria un’indagine internazionale indipendente e imparziale, che abbia accesso alle informazioni di tutte le parti coinvolte nel conflitto. Né gli israeliani né gli americani saranno d’accordo su questo, il che di per sé suggerisce che Tel Aviv ha molto da nascondere.
Nel frattempo, i civili palestinesi a Gaza subiscono attacchi continui e indiscriminati con le armi pesanti più sofisticate esistenti, vivendo sotto la minaccia persistente di sfollamento forzato e potenzialmente irreversibile. Questo bombardamento aereo israeliano è stato reso possibile solo dal flusso di storie infondate sulle “atrocità di Hamas” che i media hanno cominciato a diffondere a partire dal 7 ottobre.
24 ottobre 2023
da Global Research. Robert Inlakesh è un analista politico, giornalista e regista di documentari attualmente residente a Londra, Regno Unito. È stato corrispondente e residente nei Territori Palestinesi Occupati e ha lavorato con RT, Mint Press, MEMO, Quds News, TRT, Al-Mayadeen English e altri.
Sharmine Narwani è un socio anziano al St. Antony’s College, Università di Oxford.
Fonte
Invece del massacro di civili su vasta scala rivendicato da Israele, i dati parziali pubblicati dal quotidiano ebraico Haaretz mostrano che quasi la metà degli israeliani uccisi quel giorno erano in realtà combattenti: soldati o poliziotti.
Nel frattempo, due settimane di generalizzate notizie da parte dei media occidentali secondo cui Hamas avrebbe ucciso circa 1.400 civili israeliani durante il suo attacco militare del 7 ottobre sono servite ad infiammare gli animi e a creare il clima per la distruzione incontrollata della Striscia di Gaza e della sua popolazione civile da parte di Israele.
I resoconti del bilancio delle vittime israeliane sono stati filtrati e distorti per suggerire che quel giorno si sia verificato un massacro di civili su larga scala, con neonati, bambini e donne come principali obiettivi di un attacco terroristico.
Ora, le statistiche dettagliate sulle vittime pubblicate dal quotidiano israeliano Haaretz dipingono un quadro completamente diverso. A partire dal 23 ottobre, il quotidiano ha rilasciato informazioni su 683 israeliani uccisi durante l’attacco guidato da Hamas, compresi i loro nomi e i luoghi della loro morte il 7 ottobre.
Di queste, 331 vittime, ovvero il 48,4%, sono state confermate essere soldati e agenti di polizia, molti dei quali donne. Altri 13 sono descritti come membri del servizio di soccorso, e i restanti 339 sono apparentemente considerati civili.
Sebbene questo elenco non sia completo e rappresenti solo circa la metà del bilancio delle vittime dichiarato da Israele, quasi la metà delle persone uccise nello scontro sono chiaramente identificate come combattenti israeliani.
Inoltre, finora non sono stati registrati decessi di bambini di età inferiore ai tre anni, il che mette in discussione la narrativa israeliana secondo cui i bambini erano presi di mira dai combattenti della Resistenza Palestinese.
Delle 683 vittime totali segnalate finora, sette erano di età compresa tra 4 e 7 anni e nove di età compresa tra 10 e 17 anni. Le restanti 667 vittime sembrano essere adulti.
Il numero e la percentuale di civili e bambini palestinesi tra le vittime dei bombardamenti israeliani nelle ultime due settimane – oltre 5.791 morti, di cui 2.360 bambini e 1.292 donne, e più di 18.000 feriti – sono di gran lunga superiori a qualsiasi di queste cifre israeliane emerse dagli eventi del 7 ottobre.
Rianalizzare gli eventi
L’audace Operazione militare guidata da Hamas, nome in codice ‘Diluvio di Al-Aqsa’, si è svolta con un drammatico attacco all’alba intorno alle 6:30 (ora della Palestina) del 7 ottobre. Ciò è stato accompagnato da un frastuono di sirene che hanno rotto il silenzio della Gerusalemme Occupata, segnalando l’inizio di quello che è diventato un evento straordinario nei 75 anni di storia dello Stato di Occupazione.
Secondo il portavoce dell’ala armata di Hamas, le Brigate Al-Qassam, circa 1.500 combattenti palestinesi hanno attraversato la formidabile barriera di separazione Gaza-Israele.
Tuttavia, questa fuga non si è limitata alle sole forze di Hamas. Numerosi combattenti armati appartenenti ad altre fazioni, come la Jihad Islamica Palestinese (PIJ), hanno successivamente violato la linea dell’armistizio, insieme ad alcuni palestinesi non affiliati ad alcuna milizia organizzata.
Quando è diventato evidente che non si trattava di una normale Operazione di Resistenza, centinaia di video hanno rapidamente inondato i social media, raffiguranti truppe e coloni israeliani morti, feroci scontri a fuoco tra varie parti e israeliani catturati e portati a Gaza.
Questi video sono stati girati con i telefoni israeliani o diffusi da combattenti palestinesi che filmavano la loro stessa Operazione. Fu solo qualche ora dopo che iniziarono ad emergere accuse più raccapriccianti e decisamente dubbie.
Accuse infondate di atrocità di Hamas
Aviva Klompas, ex autrice di discorsi per la missione israeliana alle Nazioni Unite, è stata la prima israeliana autorevole a diffondere la notizia secondo cui c’erano notizie di “ragazze israeliane violentate e i loro corpi trascinati per strada“.
Ha pubblicato questo post su X (ex Twitter) alle 21:18 (ora della Palestina), il 7 ottobre, sebbene un editoriale di Klompas pubblicato su Newsweek alle 00:28 (ora della Palestina), l’8 ottobre, non facesse menzione di alcuna violenza sessuale.
Klompas è anche la co-fondatrice di Boundless Israel, un “gruppo di pensiero attivo” che lavora “per rivitalizzare l’istruzione in Israele e intraprendere azioni collettive coraggiose per combattere l’odio verso gli ebrei“. Un gruppo di beneficenza “impenitentemente sionista” che lavora per promuovere le narrazioni israeliane sui social media.
L’unico caso pubblicizzato come prova di stupro era quello di una giovane donna tedesco-israeliana di nome Shani Louk, che è stata filmata a faccia in giù nel retro di un camioncino e creduta morta [poi effettivamente deceduta per le ferite subite, ndr].
Non era chiaro se i combattenti filmati con Louk nel veicolo diretto a Gaza fossero membri di Hamas, poiché non indossavano le uniformi o le insegne delle truppe di Al-Qassam identificabili in altri video di Hamas, alcuni indossavano addirittura abiti civili e sandali.
Più tardi, sua madre affermò di avere le prove che sua figlia era ancora viva, ma aveva subito una grave ferita alla testa. Ciò risulta vero dalle informazioni rilasciate da Hamas secondo le quali Louk era in cura per le sue ferite in un non meglio specificato ospedale di Gaza.
A complicare ulteriormente le cose, il giorno in cui sono emerse queste accuse di stupro, gli israeliani non avrebbero avuto accesso a queste informazioni. Le loro forze armate non erano ancora entrate in molte, se non nella maggior parte, delle aree liberate dalla Resistenza ed erano ancora impegnate in scontri armati con loro su più fronti.
Tuttavia, queste accuse di stupro hanno preso vita propria, tanto che lo stesso Presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha affermato, durante un discorso giorni dopo, che le donne israeliane erano state “violentate, aggredite e sfoggiate come trofei” dai combattenti di Hamas.
È importante notare che l’articolo di The Forward (l’Avanti) dell’11 ottobre riportava che l’esercito israeliano aveva riconosciuto di non avere prove di tali accuse in quel momento.
Quando in seguito l’esercito fece le proprie accuse di decapitazioni, amputazioni e stupri, la Reuters sottolineò che “il personale militare che supervisionava il processo di identificazione non presentava alcuna prova forense sotto forma di immagini o referti clinici“. Ad oggi non è stata presentata alcuna prova credibile di queste atrocità.
Altre accuse oltraggiose, come la storia che Hamas “ha decapitato 40 bambini“, hanno fatto notizia e riempito le prime pagine di innumerevoli giornali occidentali. Perfino Biden ha affermato di aver visto “foto di terroristi che decapitano bambini“.
Le affermazioni risalgono al colono e soldato riservista israeliano David Ben Zion, che in precedenza aveva istigato violenti attacchi contro i palestinesi e chiesto che la città di Huwara in Cisgiordania fosse spazzata via. Non è mai stata prodotta alcuna prova a sostegno di queste affermazioni e la stessa Casa Bianca ha confermato in seguito che Joe Biden non aveva mai visto foto del genere.
Il piano di Hamas
Ci sono poche o nessuna prova credibile che i combattenti palestinesi avessero un piano per, o deliberatamente cercato di, uccidere o danneggiare i civili israeliani disarmati il 7 ottobre. Dai filmati disponibili, vediamo che si sono impegnati principalmente con le forze armate israeliane, causando la morte di centinaia di soldati di occupazione. Come ha chiarito il 12 ottobre il Portavoce delle Brigate Qassam, Abu Obeida:
“L’Operazione Onda di Al-Aqsa mirava a distruggere la Divisione Gaza (un’unità dell’esercito israeliano ai confini di Gaza) che è stata attaccata in 15 punti, seguita dall’attacco di altri 10 obiettivi militari. Abbiamo attaccato il sito di Zikim e diversi altri insediamenti fuori dal quartier generale della Divisione Gaza”.Abu Obeida e altri funzionari della Resistenza affermano che l’altro obiettivo chiave della loro operazione era prendere prigionieri israeliani da poter scambiare con i circa 5.300 prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, molti dei quali sono donne e minori.
Il vice capo dell’ufficio politico di Hamas Saleh Al-Arouri, in un’intervista dopo l’Operazione, ha sottolineato: “Abbiamo un numero elevato e qualitativo e alti ufficiali. Tutto quello che possiamo dire ora è che la libertà dei nostri prigionieri è a portata di mano”.
Entrambe le parti giocano a questo gioco: dall’inizio dell’assalto militare a Gaza, Israele ha rastrellato e imprigionato più di 1.200 palestinesi nella Cisgiordania Occupata. Ad oggi ci sono stati 38 accordi di scambio di prigionieri tra le fazioni della Resistenza e Tel Aviv, accordi a cui gli israeliani spesso resistono fino all’ultimo minuto.
Mentre arrivano queste testimonianze, stanno emergendo rapporti secondo cui le autorità israeliane hanno intensificato i maltrattamenti, le torture e persino l’uccisione dei prigionieri palestinesi sotto la loro custodia, una violazione delle Convenzioni di Ginevra, che, ironicamente, un attore non statale come Hamas sembra aver seguito alla lettera.
In relazione agli eventi del 7 ottobre, ci sono sicuramente alcuni video che ritraggono israeliani forse disarmati, uccisi nei loro veicoli o all’ingresso delle strutture, affinché le truppe palestinesi potessero accedervi.
Ci sono anche video che mostrano i combattenti impegnati in sparatorie con le forze armate israeliane, mentre nel mezzo c’erano israeliani disarmati che si mettevano al riparo, oltre a video di combattenti che sparavano verso le case e lanciavano granate nelle aree fortificate. Le testimonianze oculari suggeriscono anche che le granate siano state lanciate nei rifugi antiaerei, anche se non è chiaro da chi.
Anche durante il “festival di pace” israeliano, che è stato citato come l’attacco più mortale commesso dai combattenti palestinesi durante la loro operazione, sono emersi video che sembravano mostrare le forze israeliane che aprivano il fuoco attraverso una folla di civili disarmati, verso obiettivi che credevano fossero membri di Hamas. ABC News ha anche riferito che un carro armato israeliano si era diretto verso il luogo del festival.
Un massacro israeliano nel Kibbutz Be'eri?
Nel suo rapporto sugli eventi del Kibbutz Be’eri, la ABC News ha fotografato pezzi di artiglieria simili a munizioni israeliane all’esterno di una casa bombardata. Il giornalista David Muir ha riferito che in seguito all’attacco sono stati ritrovati combattenti di Hamas, coperti da teli di plastica.
Inoltre, i video della scena mostrano case che sembrano essere state colpite da munizioni che i combattenti di Hamas non posseggono. Muir ha riferito che circa 14 persone sono state tenute in ostaggio in un edificio da combattenti palestinesi.
Un articolo di Haaretz in lingua ebraica pubblicato il 20 ottobre, che appare solo in inglese in un articolo di Mondoweiss da leggere assolutamente, dipinge una storia molto diversa di ciò che accadde a Be’eri quel giorno. Un residente del Kibbutz che era lontano da casa, la cui compagna è stata uccisa nello scontro, rivela nuovi sorprendenti dettagli:
“Gli trema la voce quando gli viene in mente la sua compagna, che in quel momento era assediata nella sua casa. Secondo lui, solo lunedì notte (9 ottobre) e solo dopo che i comandanti sul campo avevano preso decisioni difficili, compreso il bombardamento delle case con tutti i loro occupanti all’interno per eliminare i terroristi insieme agli ostaggi, l’IDF ha ripreso completamente il controllo del kibbutz. Il prezzo fu terribile: furono uccise almeno 112 persone a Be’Eri. Altri sono stati rapiti. Ieri, 11 giorni dopo il massacro, in una delle case distrutte sono stati scoperti i corpi di una madre e di suo figlio. Si ritiene che altri corpi giacciano ancora tra le macerie”.Le prove fotografiche della distruzione di Be’Eri confermano il suo racconto. Solo le munizioni pesanti dell’esercito israeliano avrebbero potuto distruggere le abitazioni in questo modo.
Comportamenti di Hamas: prove contro accuse
Yasmin Porat, una sopravvissuta del Kibbutz Be’eri, ha detto in un’intervista per un programma radiofonico israeliano, condotto dall’emittente di Stato Kan, che le forze israeliane “hanno eliminato tutti, compresi gli ostaggi”, affermando inoltre che “c’era un fuoco incrociato molto, molto pesante” e persino bombardamenti di carri armati.
Porat aveva partecipato al festival di Nova e aveva testimoniato del trattamento umano ricevuto durante le diverse interviste condotte con i media israeliani. Ha spiegato che quando è stata tenuta prigioniera, i combattenti di Hamas “sono stati civili”, dicendole in ebraico: “Guardami bene, non ti uccideremo. Vogliamo portarti a Gaza. Non ti uccideremo. Quindi stai calma, non morirai”. Ha anche aggiunto quanto segue:
“Ci davano da bere quando avevamo sete. Quando vedevano che eravamo nervosi ci rassicuravano. È stato molto spaventoso ma nessuno ci ha maltrattato. Fortunatamente non mi è successo niente di simile a quello che ho sentito dai media”.Sempre più spesso, e con orrore di alcuni funzionari e organi di stampa israeliani, testimoni oculari israeliani e sopravvissuti allo spargimento di sangue testimoniano di essere stati trattati con umanità dai combattenti palestinesi. Il 24 ottobre, l’emittente di stato israeliana Kan ha lamentato il fatto che all’ostaggio Yocheved Lifshitz, rilasciata da Hamas il giorno prima, sia stato permesso di rilasciare dichiarazioni in diretta.
Mentre veniva consegnata agli intermediari della Croce Rossa, l’anziana prigioniera israeliana è stata ripresa dalla telecamera mentre si voltava per stringere la mano del suo rapitore di Hamas nel suo ultimo addio. La trasmissione in diretta di Lifshitz, in cui ha parlato del suo calvario durato due settimane, ha “umanizzato” ancora di più i suoi rapitori di Hamas mentre raccontava la sua vita quotidiana con i combattenti:
“Sono stati molto gentili. Si sono presi cura di noi. Ci hanno dato delle medicine e siamo stati curati. Uno degli uomini con noi è rimasto gravemente ferito in un incidente in moto. I loro paramedici (di Hamas) si sono presi cura delle sue ferite, gli hanno dato medicine e antibiotici. Le persone erano amichevoli. Hanno mantenuto il posto molto pulito. Erano molto preoccupati per noi”.Più domande che risposte
È essenziale riconoscere che in molti resoconti dei giornalisti occidentali sul campo, la maggior parte delle informazioni riguardanti le azioni dei combattenti di Hamas provengono dall’esercito israeliano, un partecipante attivo al conflitto.
Le prove emergenti ora indicano che esiste un’alta probabilità, soprattutto a causa dell’entità dei danni infrastrutturali, che le forze militari israeliane possano aver deliberatamente ucciso prigionieri, sparato su obiettivi sbagliati o scambiato israeliani per palestinesi nei loro scontri a fuoco. Se l’unica fonte di informazione per una grave affermazione fatta è l’esercito israeliano, allora bisogna tener conto del fatto che ha motivo di nascondere i casi di fuoco amico.
Il fuoco amico israeliano dilagava, anche nei giorni successivi, da parte di un esercito con pochissima esperienza di combattimento reale. Nella città di Ashkelon (Askalan) l’8 ottobre, soldati israeliani hanno ucciso a colpi d’arma da fuoco e gridato insulti al corpo di un uomo che credevano fosse un combattente di Hamas, ma in seguito si sono resi conto di aver giustiziato un israeliano. Questo è solo uno dei tre esempi di fuoco amico avvenuti in un giorno, che hanno provocato l’uccisione di israeliani da parte delle loro stesse truppe.
Nella nebbia della guerra, le parti in conflitto hanno prospettive diverse su ciò che è accaduto durante l’attacco iniziale e sulle sue conseguenze. Non è in discussione il fatto che i gruppi armati palestinesi abbiano inflitto perdite significative all’esercito israeliano, ma nelle settimane e nei mesi a venire sarà in corso un ampio dibattito su tutto il resto.
È urgentemente necessaria un’indagine internazionale indipendente e imparziale, che abbia accesso alle informazioni di tutte le parti coinvolte nel conflitto. Né gli israeliani né gli americani saranno d’accordo su questo, il che di per sé suggerisce che Tel Aviv ha molto da nascondere.
Nel frattempo, i civili palestinesi a Gaza subiscono attacchi continui e indiscriminati con le armi pesanti più sofisticate esistenti, vivendo sotto la minaccia persistente di sfollamento forzato e potenzialmente irreversibile. Questo bombardamento aereo israeliano è stato reso possibile solo dal flusso di storie infondate sulle “atrocità di Hamas” che i media hanno cominciato a diffondere a partire dal 7 ottobre.
24 ottobre 2023
da Global Research. Robert Inlakesh è un analista politico, giornalista e regista di documentari attualmente residente a Londra, Regno Unito. È stato corrispondente e residente nei Territori Palestinesi Occupati e ha lavorato con RT, Mint Press, MEMO, Quds News, TRT, Al-Mayadeen English e altri.
Sharmine Narwani è un socio anziano al St. Antony’s College, Università di Oxford.
Fonte
31/10/2023
I civili israeliani uccisi il 7 ottobre. Le responsabilità non sono solo palestinesi
Su diversi media israeliani – e di diverso orientamento – cominciano a spuntare domande pesanti sulle cause delle molte morti di civili israeliani il 7 ottobre, e non solo per mano dei palestinesi.
Già nelle scorse settimane avevamo riportato la testimonianza di una donna israeliana sopravvissuta il 7 ottobre, che in due interviste alle radiotelevisioni statali aveva esplicitamente parlato di “fuoco incrociato” da parte dei militari israeliani.
Sui giornali israeliani Yedioth Aronoth e Mako stanno emergendo testimonianze di piloti di elicotteri e soldati che ammettono di aver sostanzialmente “sparato nel mucchio” senza distinguere se quelli a cui sparavano erano guerriglieri palestinesi o civili israeliani.
Del resto anche le immagini delle distruzioni di molte case, nei kibbutz attaccati il 7 ottobre, davano più l’idea di essere stati bombardati che bruciati dai palestinesi.
Una seria inchiesta sulle stragi del 7 ottobre potrebbe svelare che l’alto numero di civili israeliani uccisi non lo sono stati solo per responsabilità dei palestinesi, ma anche per gli ordini dati ai piloti degli elicotteri e ai militari israeliani arrivati sul posto per respingere l’incursione dei palestinesi.
Sul comportamento adottato dalle forze armate israeliane il 7 ottobre occorre sapere qualcosa di più e di cui avevamo già accennato nelle scorse settimane.
Le Forze Armate israeliane hanno adottato un protocollo molto controverso noto come la Direttiva Hannibal.
Le opinioni divergono su come questo protocollo, che è rimasto un segreto militare fino al 2003, sia diventato noto come Hannibal. Ci sono indicazioni che il nome derivi dal generale cartaginese, che scelse di avvelenarsi piuttosto che cadere prigioniero dei Romani, ma i funzionari militari israeliani insistono sul fatto che un computer ha generato il nome casualmente. Qualunque sia la sua provenienza, il soprannome sembra appropriato.
Elaborata da tre alti comandanti delle Forze armate israeliane nel 1986, in seguito alla cattura di due soldati israeliani da parte di Hezbollah, la Direttiva Hannibal stabiliva le misure che l’esercito doveva adottare in caso di rapimento di un soldato.
Il suo obiettivo dichiarato è quello di impedire che le truppe israeliane cadano in mani nemiche, “anche a costo di ferire o uccidere i nostri soldati“.
Mentre le normali procedure dell’IDF vietano ai soldati di sparare in direzione generale dei loro commilitoni, incluso l’attacco a un veicolo in fuga, tali procedure, secondo la Direttiva Hannibal, devono essere derogate in caso di rapimento: “Tutto deve essere fatto per fermare il veicolo e impedirgli di fuggire“.
Sebbene l’ordine specifichi che in questi casi dovrebbe essere utilizzato solo il fuoco selettivo con armi leggere, il messaggio che c’è dietro è clamoroso. Quando un soldato viene rapito, non solo tutti gli obiettivi sono legittimi – compresi, come abbiamo visto durante il fine settimana, le ambulanze – ma è permesso, e anche implicitamente consigliabile, che i soldati sparino da soli.
Per più di un decennio, i censori militari hanno impedito ai giornalisti di riferire sul protocollo, apparentemente perché temevano che avrebbe demoralizzato l’opinione pubblica israeliana.
Nel 2003, un medico israeliano che aveva sentito parlare della direttiva mentre prestava servizio come riservista, in Libano, ha iniziato a sostenerne l'annullamento, portando alla sua declassificazione.
Quell’anno, un’inchiesta di Haaretz sulla direttiva concluse che “dal punto di vista dell’esercito, un soldato morto è meglio di un soldato prigioniero che soffre e costringe lo Stato a rilasciare migliaia di prigionieri per ottenere la sua liberazione“.
Per anni, i soldati israeliani sul campo di battaglia hanno discusso animatamente della direttiva e del suo utilizzo. Almeno un comandante di battaglione, secondo l’inchiesta di Haaretz, si è rifiutato di informare i suoi soldati in merito, sostenendo che era “palesemente illegale“.
E un rabbino, interrogato da un soldato sull’aspetto religioso dell’ordine, gli consigliò di disobbedire.
Il maggiore generale Yossi Peled, uno dei comandanti che ha redatto la direttiva, ha detto ad Haaretz che il suo scopo era quello di affermare fino a che punto i militari potevano spingersi per prevenire i rapimenti.
“Non sgancerei una bomba da una tonnellata sul veicolo, ma lo colpirei con un proiettile di carro armato che potrebbe fare un grande buco nel veicolo, il che renderebbe possibile a chiunque non sia stato colpito direttamente, se il veicolo non esplodesse, di emergere tutto intero“, ha detto Peled. È comprensibile che i soldati si grattino la testa per formulazioni come queste.
Sin dall’inizio della direttiva, l’IDF è noto per averla utilizzata solo una manciata di volte, incluso il caso di Gilad Shalit. L’ordine è arrivato troppo tardi per Shalit e non ha impedito il suo rapimento – o il suo eventuale rilascio, nel 2011, in cambio di milleventisette prigionieri palestinesi.
Quell’anno, nell’ambito dell’inchiesta militare sulle circostanze che portarono alla cattura di Shalit, il capo di stato maggiore dell’IDF, Benny Gantz, modificò la direttiva. Ora consente ai comandanti sul campo di agire senza attendere la conferma dei loro superiori.
Allo stesso tempo, il linguaggio della direttiva è stato temperato per chiarire che non richiede l’uccisione volontaria dei soldati catturati.
Nel cambiare la formulazione del protocollo, Gantz ha introdotto un principio etico noto come “dottrina del doppio effetto“, che afferma che un cattivo risultato (l’uccisione di un soldato prigioniero) è moralmente ammissibile solo come effetto collaterale della promozione di una buona azione (fermare i suoi carcerieri).
Il giornale statunitense New Yorker riporta che Daniel Nisman, che gestisce una società di consulenza per la sicurezza geopolitica, ha commentato sul Times che la direttiva Hannibal “suona terribile, ma bisogna considerarla nel quadro dell’accordo Shalit. Sono stati cinque anni di tormento per questo paese, dove ogni telegiornale finiva con quanti giorni Shalit era stato prigioniero. È come una ferita che non guarisce mai“.
Il 7 ottobre i militari israeliani potrebbero aver ritenuto che la priorità fosse l’uccisione di più combattenti palestinesi possibili e che evitare o limitare le eventuali vittime civili israeliane non fosse una priorità.
E forse, proprio sulla base della Direttiva Hannibal, erano preferibili dei morti piuttosto che degli ostaggi in mano ai palestinesi, soprattutto perché una buona parte degli ostaggi sono militari e agenti di polizia.
Fonte
Già nelle scorse settimane avevamo riportato la testimonianza di una donna israeliana sopravvissuta il 7 ottobre, che in due interviste alle radiotelevisioni statali aveva esplicitamente parlato di “fuoco incrociato” da parte dei militari israeliani.
Sui giornali israeliani Yedioth Aronoth e Mako stanno emergendo testimonianze di piloti di elicotteri e soldati che ammettono di aver sostanzialmente “sparato nel mucchio” senza distinguere se quelli a cui sparavano erano guerriglieri palestinesi o civili israeliani.
Del resto anche le immagini delle distruzioni di molte case, nei kibbutz attaccati il 7 ottobre, davano più l’idea di essere stati bombardati che bruciati dai palestinesi.
Una seria inchiesta sulle stragi del 7 ottobre potrebbe svelare che l’alto numero di civili israeliani uccisi non lo sono stati solo per responsabilità dei palestinesi, ma anche per gli ordini dati ai piloti degli elicotteri e ai militari israeliani arrivati sul posto per respingere l’incursione dei palestinesi.
Sul comportamento adottato dalle forze armate israeliane il 7 ottobre occorre sapere qualcosa di più e di cui avevamo già accennato nelle scorse settimane.
Le Forze Armate israeliane hanno adottato un protocollo molto controverso noto come la Direttiva Hannibal.
Le opinioni divergono su come questo protocollo, che è rimasto un segreto militare fino al 2003, sia diventato noto come Hannibal. Ci sono indicazioni che il nome derivi dal generale cartaginese, che scelse di avvelenarsi piuttosto che cadere prigioniero dei Romani, ma i funzionari militari israeliani insistono sul fatto che un computer ha generato il nome casualmente. Qualunque sia la sua provenienza, il soprannome sembra appropriato.
Elaborata da tre alti comandanti delle Forze armate israeliane nel 1986, in seguito alla cattura di due soldati israeliani da parte di Hezbollah, la Direttiva Hannibal stabiliva le misure che l’esercito doveva adottare in caso di rapimento di un soldato.
Il suo obiettivo dichiarato è quello di impedire che le truppe israeliane cadano in mani nemiche, “anche a costo di ferire o uccidere i nostri soldati“.
Mentre le normali procedure dell’IDF vietano ai soldati di sparare in direzione generale dei loro commilitoni, incluso l’attacco a un veicolo in fuga, tali procedure, secondo la Direttiva Hannibal, devono essere derogate in caso di rapimento: “Tutto deve essere fatto per fermare il veicolo e impedirgli di fuggire“.
Sebbene l’ordine specifichi che in questi casi dovrebbe essere utilizzato solo il fuoco selettivo con armi leggere, il messaggio che c’è dietro è clamoroso. Quando un soldato viene rapito, non solo tutti gli obiettivi sono legittimi – compresi, come abbiamo visto durante il fine settimana, le ambulanze – ma è permesso, e anche implicitamente consigliabile, che i soldati sparino da soli.
Per più di un decennio, i censori militari hanno impedito ai giornalisti di riferire sul protocollo, apparentemente perché temevano che avrebbe demoralizzato l’opinione pubblica israeliana.
Nel 2003, un medico israeliano che aveva sentito parlare della direttiva mentre prestava servizio come riservista, in Libano, ha iniziato a sostenerne l'annullamento, portando alla sua declassificazione.
Quell’anno, un’inchiesta di Haaretz sulla direttiva concluse che “dal punto di vista dell’esercito, un soldato morto è meglio di un soldato prigioniero che soffre e costringe lo Stato a rilasciare migliaia di prigionieri per ottenere la sua liberazione“.
Per anni, i soldati israeliani sul campo di battaglia hanno discusso animatamente della direttiva e del suo utilizzo. Almeno un comandante di battaglione, secondo l’inchiesta di Haaretz, si è rifiutato di informare i suoi soldati in merito, sostenendo che era “palesemente illegale“.
E un rabbino, interrogato da un soldato sull’aspetto religioso dell’ordine, gli consigliò di disobbedire.
Il maggiore generale Yossi Peled, uno dei comandanti che ha redatto la direttiva, ha detto ad Haaretz che il suo scopo era quello di affermare fino a che punto i militari potevano spingersi per prevenire i rapimenti.
“Non sgancerei una bomba da una tonnellata sul veicolo, ma lo colpirei con un proiettile di carro armato che potrebbe fare un grande buco nel veicolo, il che renderebbe possibile a chiunque non sia stato colpito direttamente, se il veicolo non esplodesse, di emergere tutto intero“, ha detto Peled. È comprensibile che i soldati si grattino la testa per formulazioni come queste.
Sin dall’inizio della direttiva, l’IDF è noto per averla utilizzata solo una manciata di volte, incluso il caso di Gilad Shalit. L’ordine è arrivato troppo tardi per Shalit e non ha impedito il suo rapimento – o il suo eventuale rilascio, nel 2011, in cambio di milleventisette prigionieri palestinesi.
Quell’anno, nell’ambito dell’inchiesta militare sulle circostanze che portarono alla cattura di Shalit, il capo di stato maggiore dell’IDF, Benny Gantz, modificò la direttiva. Ora consente ai comandanti sul campo di agire senza attendere la conferma dei loro superiori.
Allo stesso tempo, il linguaggio della direttiva è stato temperato per chiarire che non richiede l’uccisione volontaria dei soldati catturati.
Nel cambiare la formulazione del protocollo, Gantz ha introdotto un principio etico noto come “dottrina del doppio effetto“, che afferma che un cattivo risultato (l’uccisione di un soldato prigioniero) è moralmente ammissibile solo come effetto collaterale della promozione di una buona azione (fermare i suoi carcerieri).
Il giornale statunitense New Yorker riporta che Daniel Nisman, che gestisce una società di consulenza per la sicurezza geopolitica, ha commentato sul Times che la direttiva Hannibal “suona terribile, ma bisogna considerarla nel quadro dell’accordo Shalit. Sono stati cinque anni di tormento per questo paese, dove ogni telegiornale finiva con quanti giorni Shalit era stato prigioniero. È come una ferita che non guarisce mai“.
Il 7 ottobre i militari israeliani potrebbero aver ritenuto che la priorità fosse l’uccisione di più combattenti palestinesi possibili e che evitare o limitare le eventuali vittime civili israeliane non fosse una priorità.
E forse, proprio sulla base della Direttiva Hannibal, erano preferibili dei morti piuttosto che degli ostaggi in mano ai palestinesi, soprattutto perché una buona parte degli ostaggi sono militari e agenti di polizia.
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