Lunedì 15 dicembre, la Camera d’Appello della Corte Penale Internazionale (CPI) ha respinto ufficialmente il tentativo di Israele di bloccare l’indagine sui crimini di guerra commessi a Gaza, confermando la validità dei mandati di arresto emessi nel 2024 contro il primo ministro Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant.
La sentenza, emessa oggi, respinge l’appello presentato da Israele contro una decisione procedurale basata sull’Articolo 18(1) dello Statuto di Roma. Secondo la difesa israeliana, la CPI non avrebbe giurisdizione sul caso e avrebbe omesso di notificare correttamente l’avvio di una nuova indagine in relazione agli eventi successivi al 7 ottobre.
I giudici d’appello hanno però respinto questa argomentazione, stabilendo che tali eventi rientrano nell’ambito dell’indagine già notificata nel 2021 e che, di conseguenza, non era necessaria alcuna nuova notifica.
La decisione rappresenta un passaggio cruciale nell’indagine che ha portato, nel novembre dello scorso anno, all’emissione dei mandati di arresto contro Netanyahu e Gallant.
Negli ultimi mesi, Israele ha presentato diversi ricorsi per cercare di invalidarli, tra cui un tentativo di squalificare il procuratore capo Karim Khan per presunta mancanza di imparzialità e una contestazione della giurisdizione della Corte in Palestina.
Se uno di questi ricorsi fosse stato accolto, i mandati di arresto sarebbero stati dichiarati nulli.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/02/2025
Gallant ammette: “il 7 ottobre fu applicata la direttiva Annibale”
Alcuni testimoni avevano già raccontato, all’indomani delle stragi del 7 ottobre 2023, che le truppe israeliane intervenute contro le milizie palestinesi che da Gaza avevano attaccato insediamenti, postazione militari e il festival musicale “Supernova” avevano aperto il fuoco in maniera indiscriminata, uccidendo sia i palestinesi sia gli ostaggi israeliani o i lavoratori stranieri catturati.
A confermare le testimonianze finora sempre contestate dall’establishment israeliano ci ha pensato, nel corso di un’intervista televisiva, l’allora ministro della Difesa israeliano, poi cacciato dal premier Benjamin Netanyahu.
Il 7 ottobre all’esercito di Tel Aviv venne impartito l’ordine di eseguire la cosiddetta “Direttiva Annibale”, ha detto Yoav Gallant al Canale 12 giovedì scorso, causando numerosi morti anche tra i prigionieri oltre che tra i miliziani delle diverse organizzazioni palestinesi protagoniste del sanguinoso blitz. L’ordine, ha detto Gallant, venne applicato «tatticamente” ed «in certi luoghi» nei pressi di Gaza, mentre in altre circostanze non venne utilizzato.
Spiegando ai telespettatori in cosa consiste la “direttiva Hannibal”, il giornalista Amit Segal ha spiegato che essa permette di aprire il fuoco contro gli obiettivi senza preoccuparsi dell’incolumità degli ostaggi israeliani.
In realtà già nel gennaio del 2024 il quotidiano israeliano Yediot Ahronot aveva riferito che il 7 ottobre i comandi dell’esercito israeliano avevano impartito alle truppe l’ordine di eseguire la direttiva in maniera generalizzata, a costo di «mettere in pericolo la vita dei civili nella regione, compresi gli stessi prigionieri», avevano scritto i giornalisti Ronen Bergman e Yoav Zitun.
Nel luglio del 2024, il quotidiano israeliano Haaretz aveva invece riferito che il 7 ottobre alle truppe era stato impartito l’ordine di non permettere a nessun veicolo di tornare a Gaza.
Ora però l’ammissione di Gallant getta nuova luce su quanto avvenne nelle ore successive all’inizio dell’attacco palestinese contro Israele, confermando che una parte significativa delle vittime israeliane e dei lavoratori stranieri uccisi quel giorno sono da addebitare alla reazione indiscriminata e deliberata dell’esercito di Tel Aviv sulla base di una precisa direttiva degli alti comandi delle forze armate.
Secondo un bilancio ufficiale pubblicato il mese scorso, solo il 7 ottobre l’esercito israeliano ha utilizzato contro i combattenti che avevano sconfinato 11.000 proiettili, 500 bombe da una tonnellata e 180 missili.
Nel corso dell’intervista, la prima da quando è stato estromesso dall’esecutivo israeliano, l’ex ministro della Difesa Gallant – su cui pende un mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale al pari di Netanyahu – ha anche dichiarato che l’accordo con Hamas per lo scambio dei prigionieri era di fatto stato raggiunto già nell’aprile scorso, ma venne fatto saltare da Netanyahu a causa delle minacce da parte di Bezalel Smotrich (capo dell’estremista Partito Nazionale Religioso) di abbandonare l’esecutivo.
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A confermare le testimonianze finora sempre contestate dall’establishment israeliano ci ha pensato, nel corso di un’intervista televisiva, l’allora ministro della Difesa israeliano, poi cacciato dal premier Benjamin Netanyahu.
Il 7 ottobre all’esercito di Tel Aviv venne impartito l’ordine di eseguire la cosiddetta “Direttiva Annibale”, ha detto Yoav Gallant al Canale 12 giovedì scorso, causando numerosi morti anche tra i prigionieri oltre che tra i miliziani delle diverse organizzazioni palestinesi protagoniste del sanguinoso blitz. L’ordine, ha detto Gallant, venne applicato «tatticamente” ed «in certi luoghi» nei pressi di Gaza, mentre in altre circostanze non venne utilizzato.
Spiegando ai telespettatori in cosa consiste la “direttiva Hannibal”, il giornalista Amit Segal ha spiegato che essa permette di aprire il fuoco contro gli obiettivi senza preoccuparsi dell’incolumità degli ostaggi israeliani.
In realtà già nel gennaio del 2024 il quotidiano israeliano Yediot Ahronot aveva riferito che il 7 ottobre i comandi dell’esercito israeliano avevano impartito alle truppe l’ordine di eseguire la direttiva in maniera generalizzata, a costo di «mettere in pericolo la vita dei civili nella regione, compresi gli stessi prigionieri», avevano scritto i giornalisti Ronen Bergman e Yoav Zitun.
Nel luglio del 2024, il quotidiano israeliano Haaretz aveva invece riferito che il 7 ottobre alle truppe era stato impartito l’ordine di non permettere a nessun veicolo di tornare a Gaza.
Ora però l’ammissione di Gallant getta nuova luce su quanto avvenne nelle ore successive all’inizio dell’attacco palestinese contro Israele, confermando che una parte significativa delle vittime israeliane e dei lavoratori stranieri uccisi quel giorno sono da addebitare alla reazione indiscriminata e deliberata dell’esercito di Tel Aviv sulla base di una precisa direttiva degli alti comandi delle forze armate.
Secondo un bilancio ufficiale pubblicato il mese scorso, solo il 7 ottobre l’esercito israeliano ha utilizzato contro i combattenti che avevano sconfinato 11.000 proiettili, 500 bombe da una tonnellata e 180 missili.
Nel corso dell’intervista, la prima da quando è stato estromesso dall’esecutivo israeliano, l’ex ministro della Difesa Gallant – su cui pende un mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale al pari di Netanyahu – ha anche dichiarato che l’accordo con Hamas per lo scambio dei prigionieri era di fatto stato raggiunto già nell’aprile scorso, ma venne fatto saltare da Netanyahu a causa delle minacce da parte di Bezalel Smotrich (capo dell’estremista Partito Nazionale Religioso) di abbandonare l’esecutivo.
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16/01/2025
Il governo italiano assicura l’impunità a Netanyahu
Per sapere alcune notizie occorre scoprirle sulla stampa israeliana. Apprendiamo infatti dal Times of Israel che il governo italiano ha rassicurato i funzionari israeliani che il primo ministro Benjamin Netanyahu non sarebbe stato arrestato in base a un mandato della Corte Penale Internazionale se avesse visitato il nostro paese.
Il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha sollevato la questione durante i suoi recenti incontri a Roma con il ministro degli Esteri e il ministro della Giustizia italiani. Solo nel pomeriggio di mercoledì ne hanno riferito le agenzie. Nessun accenno alla questione è stato fatto nell’intervista rilasciata dal ministro israeliano al Corriere della Sera né nelle interviste-tappetino rilasciate a Rai News e Bruno Vespa su Rai 1.
A Sa’ar è stato assicurato dai ministri che il governo italiano ha ricevuto un parere legale secondo cui i capi di Stato, incluso Netanyahu, hanno l’immunità durante le visite in Italia, sulla base della Convenzione di Vienna, afferma una fonte citata dal giornale israeliano.
In realtà lo Statuto di Roma che ha istituito la Corte penale internazionale è chiaro e non lascia spazio a fraintendimenti. L’immunità a Netanyahu e Gallant, paventata da esponenti del governo italiano, non è applicabile. Il mandato d’arresto emesso lo scorso 22 novembre nei confronti dei due membri del governo israeliano va eseguita senza se e senza ma, nel caso in cui i due esponenti israeliani si dovessero recare in uno dei 124 Paesi che hanno sottoscritto lo Statuto.
A novembre la Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di arresto per Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant con l’accusa di crimini di guerra e crimini contro l’umanità per quanto avvenuto nella Striscia di Gaza.
Israele, come altri paesi come USA e Russia, non è firmatario dello Statuto di Roma né membro della Corte Penale Internazionale ma il resto dei paesi del mondo si, ed è in questi paesi – Italia inclusa – che i mandati della CPI vanno rispettati e non solo quelli spiccati contro i leader africani o russi.
È bene ricordare che un cittadino palestinese di Gaza ha fatto causa al governo italiano per la sua “complicità” con Israele. Si tratta di Salahaldin M. A. Abdalaty, un avvocato gazawi, che ha perso sei familiari alla fine del 2023 uccisi dalle bombe israeliane sulla Striscia. Grazie a un pool di legali del foro di Torino ha fatto depositare al Tribunale di Roma a inizio aprile 2024 un ricorso urgente per far condannare il nostro Paese per il supporto militare, economico e politico a Tel Aviv.
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Il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha sollevato la questione durante i suoi recenti incontri a Roma con il ministro degli Esteri e il ministro della Giustizia italiani. Solo nel pomeriggio di mercoledì ne hanno riferito le agenzie. Nessun accenno alla questione è stato fatto nell’intervista rilasciata dal ministro israeliano al Corriere della Sera né nelle interviste-tappetino rilasciate a Rai News e Bruno Vespa su Rai 1.
A Sa’ar è stato assicurato dai ministri che il governo italiano ha ricevuto un parere legale secondo cui i capi di Stato, incluso Netanyahu, hanno l’immunità durante le visite in Italia, sulla base della Convenzione di Vienna, afferma una fonte citata dal giornale israeliano.
In realtà lo Statuto di Roma che ha istituito la Corte penale internazionale è chiaro e non lascia spazio a fraintendimenti. L’immunità a Netanyahu e Gallant, paventata da esponenti del governo italiano, non è applicabile. Il mandato d’arresto emesso lo scorso 22 novembre nei confronti dei due membri del governo israeliano va eseguita senza se e senza ma, nel caso in cui i due esponenti israeliani si dovessero recare in uno dei 124 Paesi che hanno sottoscritto lo Statuto.
A novembre la Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di arresto per Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant con l’accusa di crimini di guerra e crimini contro l’umanità per quanto avvenuto nella Striscia di Gaza.
Israele, come altri paesi come USA e Russia, non è firmatario dello Statuto di Roma né membro della Corte Penale Internazionale ma il resto dei paesi del mondo si, ed è in questi paesi – Italia inclusa – che i mandati della CPI vanno rispettati e non solo quelli spiccati contro i leader africani o russi.
È bene ricordare che un cittadino palestinese di Gaza ha fatto causa al governo italiano per la sua “complicità” con Israele. Si tratta di Salahaldin M. A. Abdalaty, un avvocato gazawi, che ha perso sei familiari alla fine del 2023 uccisi dalle bombe israeliane sulla Striscia. Grazie a un pool di legali del foro di Torino ha fatto depositare al Tribunale di Roma a inizio aprile 2024 un ricorso urgente per far condannare il nostro Paese per il supporto militare, economico e politico a Tel Aviv.
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23/11/2024
Israele - Tutti con Netanyahu, poche voci a sostegno della Corte penale
Il giorno dopo il clamore mondiale per i mandati di cattura emessi dalla Corte penale internazionale (Cpi) contro Benyamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant per crimini di guerra e contro l’umanità a Gaza, l’imprenditore miliardario Eyal Waldman, notissimo in Israele, ha usato gran parte dell’intervista al giornale Maariv ad attaccare il primo ministro e leader della destra. Ma non per i crimini di cui è accusato dalla Corte dell’Aia. Waldman, che ha avuto la figlia Danielle uccisa il 7 ottobre 2023, ha accusato Netanyahu di essere un «corrotto» che, ha previsto, dovesse essere rieletto farà altri gravi danni al paese. Per Waldman il primo ministro è responsabile un po’ di tutto e si è augurato che diventi premier Naftali Bennett. In questa lunga arringa è mancato qualsiasi riferimento alla devastante offensiva che ha ucciso 44mila palestinesi e quasi raso al suolo Gaza. Non sorprende. Waldman rappresenta l’atteggiamento della stragrande maggioranza degli israeliani nei confronti del mandato di arresto internazionale per Netanyahu. Il premier è colpevole di tutto, ma non di crimini contro i palestinesi. Perché, pensano un po’ tutti, la guerra contro Gaza che porta avanti è giusta, contro il terrorismo e i palestinesi della Striscia sono tutti responsabili per il 7 ottobre.
«È davvero sconcertante come tutti coloro che scendono in strada a manifestare contro Netanyahu per la questione degli ostaggi a Gaza e perché il governo non ha saputo e voluto riportarli a casa (attraverso un accordo con Hamas, ndr), parlino ora di cospirazione contro Israele e di antisemitismo difendendo Netanyahu» ci dice Kobi Snitz, ricercatore universitario attivo in movimenti di estrema sinistra. «A Gaza e non solo vengono commessi crimini gravissimi, c’è un genocidio, e spero che questa decisione della Corte internazionale possa avere una applicazione concreta», aggiunge Snitz. Altri attivisti non sono speranzosi come lui e dubitano che i mandati di arresto saranno eseguiti.
Assieme a quella di Snitz altre voci, seppur rare, si sono levate in Israele a sostegno della giustizia internazionale. Almeno sui social. Tra queste quella della giornalista Orly Noi, dell’accademico Ori Goldberg e del deputato Ofer Cassif, sospeso per sei mesi dalla Knesset per aver sostenuto l’iniziativa del Sudafrica che ha portato Israele sotto indagine alla Corte Internazionale di Giustizia per «genocidio» a Gaza. «La verità non può essere nascosta per sempre – ha scritto Cassif – anche se l’opposizione si unisce pateticamente al governo criminale e usa lo slogan logoro e ingannevole dell’‘antisemitismo’. No! Non lo è! È una giusta e degna richiesta di giustizia».
Dopo le invettive di giovedì che Netanyahu, Gallant, maggioranza di governo e opposizione hanno indirizzato alla Cpi e al procuratore internazionale Karim Khan, i media israeliani hanno provato a spiegare e prevedere le implicazioni pratiche non solo per Netanyahu e Gallant, ma anche per gli ufficiali delle forze armate in viaggio all’estero. «Sarà una lunga battaglia legale, ma a livello internazionale e politico questo è un duro colpo per Israele», ha affermato l’ex procuratore militare Liron Liebman, aggiungendo che alti ufficiali israeliani ritenuti in possesso di informazioni collegate all’offensiva a Gaza «potrebbero arrestati e perseguiti». Liebman si è lamentato per il fatto che il sistema giudiziario israeliano, «riconosciuto a livello internazionale», non abbia avviato una inchiesta vera sulle accuse relative agli aiuti umanitari a Gaza poiché, a suo dire, ciò avrebbe evitato l’intervento della Cpi. Noa Landau su Haaretz ha previsto che gli israeliani continueranno «a nascondere la testa sotto la sabbia» su ciò che viene fatto in loro nome a Gaza. Analisti vicini al governo invece temono che i mandati di arresto contro Netanyahu e Gallant possano spingere paesi alleati ad interrompere le forniture di armi a Israele.
Il governo, intanto, si consola guardando i leader europei che balbettano e che, con poche eccezioni, non osano dichiarare che arresteranno Netanyahu se andrà nei loro Stati. Il premier israeliano ha ringraziato l’Ungheria per l’invito a visitare il paese nonostante il mandato d’arresto e ha elogiato la «chiarezza morale» di Viktor Orban presidente di turno dell’Ue. Il ministro della Difesa Israel Katz ieri ha risposto indirettamente alla Cpi annunciando ieri che Israele non ricorrerà più alla detenzione amministrativa, ovvero alla detenzione senza processo, contro i coloni ebrei in Cisgiordania ma la userà solo contro i palestinesi. Israele al momento tiene in prigione 3.451 detenuti amministrativi: solo otto sono ebrei, tutti gli altri sono palestinesi.
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«È davvero sconcertante come tutti coloro che scendono in strada a manifestare contro Netanyahu per la questione degli ostaggi a Gaza e perché il governo non ha saputo e voluto riportarli a casa (attraverso un accordo con Hamas, ndr), parlino ora di cospirazione contro Israele e di antisemitismo difendendo Netanyahu» ci dice Kobi Snitz, ricercatore universitario attivo in movimenti di estrema sinistra. «A Gaza e non solo vengono commessi crimini gravissimi, c’è un genocidio, e spero che questa decisione della Corte internazionale possa avere una applicazione concreta», aggiunge Snitz. Altri attivisti non sono speranzosi come lui e dubitano che i mandati di arresto saranno eseguiti.
Assieme a quella di Snitz altre voci, seppur rare, si sono levate in Israele a sostegno della giustizia internazionale. Almeno sui social. Tra queste quella della giornalista Orly Noi, dell’accademico Ori Goldberg e del deputato Ofer Cassif, sospeso per sei mesi dalla Knesset per aver sostenuto l’iniziativa del Sudafrica che ha portato Israele sotto indagine alla Corte Internazionale di Giustizia per «genocidio» a Gaza. «La verità non può essere nascosta per sempre – ha scritto Cassif – anche se l’opposizione si unisce pateticamente al governo criminale e usa lo slogan logoro e ingannevole dell’‘antisemitismo’. No! Non lo è! È una giusta e degna richiesta di giustizia».
Dopo le invettive di giovedì che Netanyahu, Gallant, maggioranza di governo e opposizione hanno indirizzato alla Cpi e al procuratore internazionale Karim Khan, i media israeliani hanno provato a spiegare e prevedere le implicazioni pratiche non solo per Netanyahu e Gallant, ma anche per gli ufficiali delle forze armate in viaggio all’estero. «Sarà una lunga battaglia legale, ma a livello internazionale e politico questo è un duro colpo per Israele», ha affermato l’ex procuratore militare Liron Liebman, aggiungendo che alti ufficiali israeliani ritenuti in possesso di informazioni collegate all’offensiva a Gaza «potrebbero arrestati e perseguiti». Liebman si è lamentato per il fatto che il sistema giudiziario israeliano, «riconosciuto a livello internazionale», non abbia avviato una inchiesta vera sulle accuse relative agli aiuti umanitari a Gaza poiché, a suo dire, ciò avrebbe evitato l’intervento della Cpi. Noa Landau su Haaretz ha previsto che gli israeliani continueranno «a nascondere la testa sotto la sabbia» su ciò che viene fatto in loro nome a Gaza. Analisti vicini al governo invece temono che i mandati di arresto contro Netanyahu e Gallant possano spingere paesi alleati ad interrompere le forniture di armi a Israele.
Il governo, intanto, si consola guardando i leader europei che balbettano e che, con poche eccezioni, non osano dichiarare che arresteranno Netanyahu se andrà nei loro Stati. Il premier israeliano ha ringraziato l’Ungheria per l’invito a visitare il paese nonostante il mandato d’arresto e ha elogiato la «chiarezza morale» di Viktor Orban presidente di turno dell’Ue. Il ministro della Difesa Israel Katz ieri ha risposto indirettamente alla Cpi annunciando ieri che Israele non ricorrerà più alla detenzione amministrativa, ovvero alla detenzione senza processo, contro i coloni ebrei in Cisgiordania ma la userà solo contro i palestinesi. Israele al momento tiene in prigione 3.451 detenuti amministrativi: solo otto sono ebrei, tutti gli altri sono palestinesi.
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22/11/2024
Il tribunale della Storia aspetta Netanyahu
Che Benjamin Netanyahu o Yoav Gallant – colpiti da mandato di cattura internazionale per decisione della Corte Penale Internazionale – possano essere effettivamente arrestati è un solo un wishful thinking; uno di quei pensieri che rendono il mondo presente per qualche minuto meno insopportabile.
In concreto non avverrà, anche se il trattato istitutivo della Corte – firmato a Roma nel 1996 ed entrato in vigore nel 2002 – obbliga gli Stati aderenti a comportarsi di conseguenza.
A “Bibi” e al suo ex ministro della difesa – quello che aveva affermato “stiamo combattendo contro animali umani e ci comporteremo di conseguenza” – basterà non andare in uno dei 120 paesi che l’hanno ratificato (all’appello mancano Usa, Cina, Russia e la stessa Israele – che pure l’aveva inizialmente firmato – più una serie di paesi minori).
Di certo non potrebbero venire in Europa, anche se non riusciamo a immagnare uno dei pallidi servi dell’impero Usa provare a mettere le manette ai macellai della popolazione di Gaza (il fascistoide Orbàn già lo ha invitato a fargli visita...).
La decisione della Corte, comunque, è a suo modo storica. È infatti la prima volta che figure di vertice di un paese occidentale – Israele è dichiaratamente la longa manus degli Stati Uniti in Medio Oriente – vengono inseriti nella lista dei “ricercati” per crimini di guerra (in attesa del giudizio pendente per l’accusa di genocidio presso la Corte di Giustizia, sempre a L’Aja).
Subito i camerieri e i complici dei genocidi sono scattati a difesa del loro “collega”. Del resto, dopo 13 mesi di bombardamenti e massacri, dopo 75 anni di occupazione e massacri, stanno difendendo anche o soprattutto se stessi.
Abbiamo visto obiezioni abbiette secondo cui “non si possono mettere sullo stesso piano i leader di uno stato democratico e i terroristi di Hamas” (sono stati emessi mandati di cattura anche per Haniye e Sinwar, nel frattempo uccisi, oltre che per Deif, della cui sorte non si sa ufficialmente nulla). Come se una reato del genere (crimini di guerra) non potesse “per princìpio” essere contestato a degli occidentali (le “democrazie” sono altra cosa, e di molti tipi).
Altrettanto ridicoli gli arzigogoli para-giuridici, come “la Corte non ha giurisdizione su Israele perché Tel Aviv non aderisce al trattato istitutivo”. Ci vuole un attimo a verificare che invece può benissimo processare e condannare cittadini di uno “Stato non parte” del trattato se questi hanno aggredito uno “Stato parte”.
E la Palestina aderisce e riconosce la Corte Penale Internazionale.
Sofismi e menzogne a parte, la portata storica della decisione rompe forse definitivamente la “narrazione” e l’ideologia che copriva larga parte del cosiddetto “diritto internazionale”. Se, infatti, “la legge non è uguale per tutti” non esiste né la legge né i tribunali.
Va infatti ricordato che tutta questa architettura legale ha preso definitivamente corpo dopo la “caduta del Muro”, negli anni ‘90, quando l’Occidente neoliberista – e quindi soprattutto gli Stati Uniti – era rimasto l’unico “sceriffo in città”, in grado di decidere chi e cosa era “fuorilegge”, la sentenza e la punizione.
Non a caso fin qui la Corte aveva messo in Stato d’accusa solo leader di paesi africani (Congo, Repubblica Centrafricana, Uganda, Darfur–Sudan, Kenya, Libia, Costa d’Avorio, Mali, Burundi), o di “nemici dell’Occidente”, come in Georgia, e infine Vladimir Putin.
Un “braccio legale” che aveva servizievolmente accompagnato gli assalti dell’imperialismo, chiudendo gli occhi, il naso e la bocca davanti ai suoi orrori. Tant’è che diversi paesi africani avevano più volte contestato il suo operato, così evidentemente a doppio standard.
Questi mandati di cattura contro i genocidi israeliani, invece, sembrano affermare il princìpio base di ogni legislazione seria: La legge è uguale per tutti. E un crimine di guerra è una crimine di guerra, chiunque lo commetta.
Ma ora ogni re e ogni diritto resta nudo. La reazione occidentale dimostra al resto del mondo che certi “reati universali” – crimini di guerra e genocidio in testa – valgono solo se servono ad accusare i propri nemici. Ma non possono essere mai imputati a uno dei componenti della “comunità internazionale occidentale”.
Proprio come pretendono i sionisti quando teorizzano che l’unico genocidio della storia è quello che hanno subito gli ebrei, e dunque Israele – che però non rappresenta affatto “tutti gli ebrei”, ma solo la loro frazione colonialista – non può essere accusato di un simile crimine.
Sappiamo bene che è molto più probabile che finiscano in galera i giudici della Corte Penale de L’Aja che non “Bibi” e Gallant. Trump già promette sanzioni contro di loro dopo il suo insediamento. Mentre il Mossad probabilmente è già sulle loro tracce (contro il procuratore, il britannico Karim Khan, erano già partite accuse di “molestie sessuali”, secondo lo schema usato per tenere per anni in galera Julian Assange)…
Siamo in tempi di guerra e “la legge” dipende dal suo esito. Anche per processare i nazisti come autori del “male assoluto”, in fondo, fu necessario prima batterli sul campo.
È tempo che Israele e l’imperialismo, insomma il suprematismo occidentale, finiscano effettivamente sul banco degli imputati e quindi fuori dalla Storia.
Ma i tribunali arriveranno ad avere potere effettivo solo dopo...
Fonte
In concreto non avverrà, anche se il trattato istitutivo della Corte – firmato a Roma nel 1996 ed entrato in vigore nel 2002 – obbliga gli Stati aderenti a comportarsi di conseguenza.
A “Bibi” e al suo ex ministro della difesa – quello che aveva affermato “stiamo combattendo contro animali umani e ci comporteremo di conseguenza” – basterà non andare in uno dei 120 paesi che l’hanno ratificato (all’appello mancano Usa, Cina, Russia e la stessa Israele – che pure l’aveva inizialmente firmato – più una serie di paesi minori).
Di certo non potrebbero venire in Europa, anche se non riusciamo a immagnare uno dei pallidi servi dell’impero Usa provare a mettere le manette ai macellai della popolazione di Gaza (il fascistoide Orbàn già lo ha invitato a fargli visita...).
La decisione della Corte, comunque, è a suo modo storica. È infatti la prima volta che figure di vertice di un paese occidentale – Israele è dichiaratamente la longa manus degli Stati Uniti in Medio Oriente – vengono inseriti nella lista dei “ricercati” per crimini di guerra (in attesa del giudizio pendente per l’accusa di genocidio presso la Corte di Giustizia, sempre a L’Aja).
Subito i camerieri e i complici dei genocidi sono scattati a difesa del loro “collega”. Del resto, dopo 13 mesi di bombardamenti e massacri, dopo 75 anni di occupazione e massacri, stanno difendendo anche o soprattutto se stessi.
Abbiamo visto obiezioni abbiette secondo cui “non si possono mettere sullo stesso piano i leader di uno stato democratico e i terroristi di Hamas” (sono stati emessi mandati di cattura anche per Haniye e Sinwar, nel frattempo uccisi, oltre che per Deif, della cui sorte non si sa ufficialmente nulla). Come se una reato del genere (crimini di guerra) non potesse “per princìpio” essere contestato a degli occidentali (le “democrazie” sono altra cosa, e di molti tipi).
Altrettanto ridicoli gli arzigogoli para-giuridici, come “la Corte non ha giurisdizione su Israele perché Tel Aviv non aderisce al trattato istitutivo”. Ci vuole un attimo a verificare che invece può benissimo processare e condannare cittadini di uno “Stato non parte” del trattato se questi hanno aggredito uno “Stato parte”.
E la Palestina aderisce e riconosce la Corte Penale Internazionale.
Sofismi e menzogne a parte, la portata storica della decisione rompe forse definitivamente la “narrazione” e l’ideologia che copriva larga parte del cosiddetto “diritto internazionale”. Se, infatti, “la legge non è uguale per tutti” non esiste né la legge né i tribunali.
Va infatti ricordato che tutta questa architettura legale ha preso definitivamente corpo dopo la “caduta del Muro”, negli anni ‘90, quando l’Occidente neoliberista – e quindi soprattutto gli Stati Uniti – era rimasto l’unico “sceriffo in città”, in grado di decidere chi e cosa era “fuorilegge”, la sentenza e la punizione.
Non a caso fin qui la Corte aveva messo in Stato d’accusa solo leader di paesi africani (Congo, Repubblica Centrafricana, Uganda, Darfur–Sudan, Kenya, Libia, Costa d’Avorio, Mali, Burundi), o di “nemici dell’Occidente”, come in Georgia, e infine Vladimir Putin.
Un “braccio legale” che aveva servizievolmente accompagnato gli assalti dell’imperialismo, chiudendo gli occhi, il naso e la bocca davanti ai suoi orrori. Tant’è che diversi paesi africani avevano più volte contestato il suo operato, così evidentemente a doppio standard.
Questi mandati di cattura contro i genocidi israeliani, invece, sembrano affermare il princìpio base di ogni legislazione seria: La legge è uguale per tutti. E un crimine di guerra è una crimine di guerra, chiunque lo commetta.
Ma ora ogni re e ogni diritto resta nudo. La reazione occidentale dimostra al resto del mondo che certi “reati universali” – crimini di guerra e genocidio in testa – valgono solo se servono ad accusare i propri nemici. Ma non possono essere mai imputati a uno dei componenti della “comunità internazionale occidentale”.
Proprio come pretendono i sionisti quando teorizzano che l’unico genocidio della storia è quello che hanno subito gli ebrei, e dunque Israele – che però non rappresenta affatto “tutti gli ebrei”, ma solo la loro frazione colonialista – non può essere accusato di un simile crimine.
Sappiamo bene che è molto più probabile che finiscano in galera i giudici della Corte Penale de L’Aja che non “Bibi” e Gallant. Trump già promette sanzioni contro di loro dopo il suo insediamento. Mentre il Mossad probabilmente è già sulle loro tracce (contro il procuratore, il britannico Karim Khan, erano già partite accuse di “molestie sessuali”, secondo lo schema usato per tenere per anni in galera Julian Assange)…
Siamo in tempi di guerra e “la legge” dipende dal suo esito. Anche per processare i nazisti come autori del “male assoluto”, in fondo, fu necessario prima batterli sul campo.
È tempo che Israele e l’imperialismo, insomma il suprematismo occidentale, finiscano effettivamente sul banco degli imputati e quindi fuori dalla Storia.
Ma i tribunali arriveranno ad avere potere effettivo solo dopo...
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21/11/2024
Netanyahu e Gallant ricercati come criminali contro l’umanità. La decisione della Corte Internazionale
La Camera preliminare I della Corte Penale internazionale ha emesso mandati di arresto per il premier israeliano Benyamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant nell’ambito dell’inchiesta sui massacri a Gaza.
La Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di arresto per Netanyahu e Gallant “per crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi almeno dall’8 ottobre 2023 fino ad almeno il 20 maggio 2024, giorno in cui la Procura ha depositato le domande di mandato di arresto”, riferisce una nota parlando di “un attacco diffuso e sistematico contro la popolazione civile di Gaza”. Il mandato di cattura era esteso anche a tre leader di Hamas, due dei quali però (Sinwar e Hanyeh) sono stati uccisi dagli israeliani in esecuzioni extragiudiziali, mentre sul terzo (Deif) non ci sono più notizie. Gli israeliani sostengono di aver ucciso anche lui.
I mandati di cattura erano stati classificati come segreti al fine di proteggere i testimoni e salvaguardare lo svolgimento delle indagini. Ma la Corte Penale Internazionale ha deciso di divulgare le informazioni poiché una condotta simile a quella contenuta nel mandato di arresto è ancora in corso.
Nella giornata di ieri infatti è stato di 88 morti il bilancio dei raid israeliani nel nord della Striscia di Gaza, con 66 vittime palestinesi che si contano solo in un bombardamento di una zona residenziale nei pressi dell’ospedale Kamal Adwan a Beit Lahia.
La decisione trasforma Netanyahu e gli altri imputati in ricercati a livello internazionale e di questo dovranno tenere conto i governi occidentali loro complici.
Israele, che non è membro della Corte Penale Internazionale, ha sempre respinto l’autorità della Corte affermando che è politicamente faziosa nei suoi confronti. Dal canto suo, la Corte sostiene che non è necessario che Israele accetti la sua giurisdizione poiché essa può esercitare la propria giurisdizione sulla base della giurisdizione territoriale della “Palestina”. Pertanto Netanyahu e Gallant sono ora passibili di arresto se si recheranno in uno degli oltre 120 paesi che aderiscono alla Corte Penale Internazionale.
Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha criticato il procuratore della CPI per aver richiesto i mandati e ha espresso sostegno al diritto di Israele di difendersi da Hamas. Questa settimana, il leader della maggioranza al Senato John Thune ha minacciato di imporre sanzioni contro la Corte se avesse emesso i mandati.
L’emissione da parte della Corte penale internazionale dei mandati di cattura per crimini di guerra e contro l’umanità contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro della difesa Yoav Gallant costituisce un passo di grande importanza sulla lunga strada per l’affermazione della giustizia e del diritto internazionale. Deve comunque proseguire la lotta per fermare il genocidio del popolo palestinese in corso e mettere in galera i responsabili, israeliani o di altra nazionalità.
Fonte
La Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di arresto per Netanyahu e Gallant “per crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi almeno dall’8 ottobre 2023 fino ad almeno il 20 maggio 2024, giorno in cui la Procura ha depositato le domande di mandato di arresto”, riferisce una nota parlando di “un attacco diffuso e sistematico contro la popolazione civile di Gaza”. Il mandato di cattura era esteso anche a tre leader di Hamas, due dei quali però (Sinwar e Hanyeh) sono stati uccisi dagli israeliani in esecuzioni extragiudiziali, mentre sul terzo (Deif) non ci sono più notizie. Gli israeliani sostengono di aver ucciso anche lui.
I mandati di cattura erano stati classificati come segreti al fine di proteggere i testimoni e salvaguardare lo svolgimento delle indagini. Ma la Corte Penale Internazionale ha deciso di divulgare le informazioni poiché una condotta simile a quella contenuta nel mandato di arresto è ancora in corso.
Nella giornata di ieri infatti è stato di 88 morti il bilancio dei raid israeliani nel nord della Striscia di Gaza, con 66 vittime palestinesi che si contano solo in un bombardamento di una zona residenziale nei pressi dell’ospedale Kamal Adwan a Beit Lahia.
La decisione trasforma Netanyahu e gli altri imputati in ricercati a livello internazionale e di questo dovranno tenere conto i governi occidentali loro complici.
Israele, che non è membro della Corte Penale Internazionale, ha sempre respinto l’autorità della Corte affermando che è politicamente faziosa nei suoi confronti. Dal canto suo, la Corte sostiene che non è necessario che Israele accetti la sua giurisdizione poiché essa può esercitare la propria giurisdizione sulla base della giurisdizione territoriale della “Palestina”. Pertanto Netanyahu e Gallant sono ora passibili di arresto se si recheranno in uno degli oltre 120 paesi che aderiscono alla Corte Penale Internazionale.
Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha criticato il procuratore della CPI per aver richiesto i mandati e ha espresso sostegno al diritto di Israele di difendersi da Hamas. Questa settimana, il leader della maggioranza al Senato John Thune ha minacciato di imporre sanzioni contro la Corte se avesse emesso i mandati.
L’emissione da parte della Corte penale internazionale dei mandati di cattura per crimini di guerra e contro l’umanità contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro della difesa Yoav Gallant costituisce un passo di grande importanza sulla lunga strada per l’affermazione della giustizia e del diritto internazionale. Deve comunque proseguire la lotta per fermare il genocidio del popolo palestinese in corso e mettere in galera i responsabili, israeliani o di altra nazionalità.
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06/11/2024
Israele - Silurato Gallant, arrestato collaboratore di Netanyahu
Lo stesso giorno in cui Trump si apprestava a vincere le elezioni americane, Netanyahu, ha sollevato dall’incarico il ministro della Difesa, Yoav Gallant. Lo ha dichiarato lo stesso premier israeliano secondo cui “Purtroppo negli ultimi mesi è venuta meno la fiducia tra me e il ministro della Difesa”, indicando che Gallant sarà sostituito dal ministro degli Esteri, Israel Katz.
Gallant era ritenuto uno dei ministri israeliani più vicino all’amministrazione Biden e spesso ha forzato la mano nell’interlocuzione con gli Stati Uniti in alcuni dei passaggi critici della “guerra senza limiti” scatenata da Israele e del genocidio contro i palestinesi a Gaza. Secondo alcune voci Netanyahu starebbe per licenziare anche il capo di stato maggiore Herzi Halevi e il capo dello Shin Bet Ronen Bar.
La polizia israeliana ha intanto rilasciato questa mattina i 40 manifestanti fermati ieri sera durante le proteste scoppiate a Tel Aviv contro il sollevamento dall’incarico del ministro della Difesa, Yoav Gallant, da parte di Netanyahu.
Il Times of Israel collega la decisione di Netanyahu di licenziare Gallant alla spinta del suo governo ad approvare una legislazione volta a facilitare l'“evasione” del servizio militare da parte degli israeliani ultra-ortodossi.
Gallant ieri sera dopo il suo licenziamento ha affermato che: “Sono stato licenziato per aver chiesto il servizio militare israeliano per tutti, compresa la comunità ultraortodossa, un accordo sugli ostaggi e un’inchiesta sui fallimenti del 7 ottobre”.
Gallant è un oppositore della legislazione sostenuta dagli Haredi per esentare gli studenti delle yeshiva (scuole che studiano la Torah) dal servizio militare. Lunedì, l’IDF ha annunciato che avrebbe inviato altri 7.000 ordini di leva ai membri della comunità ultra-ortodossa la prossima settimana, dopo che la prima fase di un piano per arruolare soldati tra gli haredi è stata in gran parte infruttuosa.
Itamar Ben Gvir, il ministro della sicurezza nazionale israeliano di estrema destra, ha espresso sostegno alla decisione di Netanyahu di rimuovere Gallant. “Mi congratulo con il primo ministro per la decisione di licenziare Gallant”, ha dichiarato Ben Gvir.
Secondo il Jerusalem Post, la politica di sicurezza di Israele è in continuo mutamento, e l’uscita di scena di Gallant potrebbe portare a un maggiore impegno militare a Gaza, “restringendo le possibilità di impegni diplomatici volti a negoziare ostaggi”. La sua partenza potrebbe spingere la coalizione di Netanyahu verso “un approccio militare unificato ma più intenso, poiché le voci di estrema destra nel governo acquisiscono influenza sulla direzione politica”.
Intanto la televisione israeliana Channel 12 ha reso noto che la polizia sabato sera ha fatto irruzione nell’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu affermando che il raid è stato senza precedenti.
Il rapporto dice che non è stato immediatamente chiaro se il raid fosse collegato a un’indagine sulle fughe di notizie di intelligence di guerra da parte del gabinetto di governo, o ad una seconda indagine che è stata rivelata ieri, apparentemente collegata agli sforzi di Netanyahu per falsificare i verbali delle riunioni di guerra.
La polizia israeliana ha arrestato uno dei principali collaboratori di Netanyahu, Eli Feldstein, accusato di aver fatto trapelare false informazioni riservate con l’intento di far naufragare i colloqui per un cessate il fuoco a Gaza e il rilascio degli ostaggi israeliani.
L’indagine si concentra su accuse secondo cui l’ufficio del primo ministro avrebbe diffuso ai media esteri la notizia che Hamas stava progettando di contrabbandare ostaggi fuori da Gaza attraverso il confine egiziano e di alimentare divisioni nella società israeliana per fare pressione su Netanyahu affinché accettasse un accordo per la liberazione degli ostaggi e un cessate il fuoco.
Il collaboratore di Netantayahu, Eliezer Feldstein, è tra le persone interrogate per la fuga di “informazioni sensibili e riservate”.
La magistratura israeliana ha prolungato la detenzione di Feldstein e di un altro sospettato fino a domenica, 10 novembre. Lo riferisce il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, secondo cui il rappresentante dello Shin Bet, l’agenzia interna di intelligence, presente all’udienza ha chiesto che la detenzione dei sospettati coinvolti nel caso dei documenti segreti fosse prorogata di otto giorni.
Il leader dell’opposizione israeliana Yair Lapid domenica ha accusato l’ufficio del primo ministro di aver diffuso “documenti segreti falsificati per sabotare la possibilità di un accordo sugli ostaggi, e plasmare un’operazione di influenza dell’opinione pubblica contro le famiglie degli ostaggi”.
Le famiglie degli ostaggi detenuti a Gaza hanno accusato Netanyahu di aver ostacolato ripetutamente un accordo con Hamas, denunciano come la fine della guerra a Gaza costringerebbe il primo ministro a indire elezioni.
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Gallant era ritenuto uno dei ministri israeliani più vicino all’amministrazione Biden e spesso ha forzato la mano nell’interlocuzione con gli Stati Uniti in alcuni dei passaggi critici della “guerra senza limiti” scatenata da Israele e del genocidio contro i palestinesi a Gaza. Secondo alcune voci Netanyahu starebbe per licenziare anche il capo di stato maggiore Herzi Halevi e il capo dello Shin Bet Ronen Bar.
La polizia israeliana ha intanto rilasciato questa mattina i 40 manifestanti fermati ieri sera durante le proteste scoppiate a Tel Aviv contro il sollevamento dall’incarico del ministro della Difesa, Yoav Gallant, da parte di Netanyahu.
Il Times of Israel collega la decisione di Netanyahu di licenziare Gallant alla spinta del suo governo ad approvare una legislazione volta a facilitare l'“evasione” del servizio militare da parte degli israeliani ultra-ortodossi.
Gallant ieri sera dopo il suo licenziamento ha affermato che: “Sono stato licenziato per aver chiesto il servizio militare israeliano per tutti, compresa la comunità ultraortodossa, un accordo sugli ostaggi e un’inchiesta sui fallimenti del 7 ottobre”.
Gallant è un oppositore della legislazione sostenuta dagli Haredi per esentare gli studenti delle yeshiva (scuole che studiano la Torah) dal servizio militare. Lunedì, l’IDF ha annunciato che avrebbe inviato altri 7.000 ordini di leva ai membri della comunità ultra-ortodossa la prossima settimana, dopo che la prima fase di un piano per arruolare soldati tra gli haredi è stata in gran parte infruttuosa.
Itamar Ben Gvir, il ministro della sicurezza nazionale israeliano di estrema destra, ha espresso sostegno alla decisione di Netanyahu di rimuovere Gallant. “Mi congratulo con il primo ministro per la decisione di licenziare Gallant”, ha dichiarato Ben Gvir.
Secondo il Jerusalem Post, la politica di sicurezza di Israele è in continuo mutamento, e l’uscita di scena di Gallant potrebbe portare a un maggiore impegno militare a Gaza, “restringendo le possibilità di impegni diplomatici volti a negoziare ostaggi”. La sua partenza potrebbe spingere la coalizione di Netanyahu verso “un approccio militare unificato ma più intenso, poiché le voci di estrema destra nel governo acquisiscono influenza sulla direzione politica”.
Intanto la televisione israeliana Channel 12 ha reso noto che la polizia sabato sera ha fatto irruzione nell’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu affermando che il raid è stato senza precedenti.
Il rapporto dice che non è stato immediatamente chiaro se il raid fosse collegato a un’indagine sulle fughe di notizie di intelligence di guerra da parte del gabinetto di governo, o ad una seconda indagine che è stata rivelata ieri, apparentemente collegata agli sforzi di Netanyahu per falsificare i verbali delle riunioni di guerra.
La polizia israeliana ha arrestato uno dei principali collaboratori di Netanyahu, Eli Feldstein, accusato di aver fatto trapelare false informazioni riservate con l’intento di far naufragare i colloqui per un cessate il fuoco a Gaza e il rilascio degli ostaggi israeliani.
L’indagine si concentra su accuse secondo cui l’ufficio del primo ministro avrebbe diffuso ai media esteri la notizia che Hamas stava progettando di contrabbandare ostaggi fuori da Gaza attraverso il confine egiziano e di alimentare divisioni nella società israeliana per fare pressione su Netanyahu affinché accettasse un accordo per la liberazione degli ostaggi e un cessate il fuoco.
Il collaboratore di Netantayahu, Eliezer Feldstein, è tra le persone interrogate per la fuga di “informazioni sensibili e riservate”.
La magistratura israeliana ha prolungato la detenzione di Feldstein e di un altro sospettato fino a domenica, 10 novembre. Lo riferisce il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, secondo cui il rappresentante dello Shin Bet, l’agenzia interna di intelligence, presente all’udienza ha chiesto che la detenzione dei sospettati coinvolti nel caso dei documenti segreti fosse prorogata di otto giorni.
Il leader dell’opposizione israeliana Yair Lapid domenica ha accusato l’ufficio del primo ministro di aver diffuso “documenti segreti falsificati per sabotare la possibilità di un accordo sugli ostaggi, e plasmare un’operazione di influenza dell’opinione pubblica contro le famiglie degli ostaggi”.
Le famiglie degli ostaggi detenuti a Gaza hanno accusato Netanyahu di aver ostacolato ripetutamente un accordo con Hamas, denunciano come la fine della guerra a Gaza costringerebbe il primo ministro a indire elezioni.
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23/05/2024
Riprende la Resistenza Palestinese nel nord di Gaza: scontri nel gabinetto di guerra
Il gabinetto di guerra sionista è così irrazionale che spesso sembra credere alla propria propaganda. Dopo che qualche mese fa, infatti, i vertici militari avevano annunciato la “distruzione di Hamas” nel nord della Striscia (da cui derivava che mancasse solo Rafah per fare completamente piazza pulita), la forte ripresa della Resistenza Palestinese in quell’area (vedi qui e qui) è stato un evento talmente imprevisto da riproporre gravi scontri fra i componenti del gabinetto di guerra, all’interno del quale si è palesato un ventaglio di posizioni diverse e opposte sul tema della governance di Gaza dopo la guerra.
Nei giorni scorsi, il Ministro della Difesa Yoav Gallant, del Likud, stesso partito di Netanyahu e come lui “candidato” ad un mandato di cattura internazionale, ha protestato nei confronti del suo primo ministro per non essersi mai espresso sul futuro di Gaza: “Da ottobre ho sollevato più volte la questione nel gabinetto di guerra, e non ho ricevuto risposta. Chiedo al primo ministro Benjamin Netanyahu di prendere una decisione e dichiarare che Israele non stabilirà un controllo civile sulla Striscia di Gaza e che Israele non stabilirà un controllo militare sulla Striscia di Gaza”.
Per Gallant, quindi, è necessario preparare un’alternativa di governo formalmente “in mano palestinese” e, eventualmente, ad una coalizione internazionale, altrimenti “rimarrebbero solo due opzioni negative: o il governo di Hamas, o il governo militare di Israele”. Ciò significa, per inciso, ammettere che uno degli obiettivi dichiarati – ovvero la distruzione di Hamas – è di fatto impossibile da raggiungere.
Concorda, in parte, con lui Benny Gantz, della coalizione “Blu e Bianco”, definita “centrista”, entrato nel gabinetto di guerra all’indomani dell’inizio del genocidio e strafavorito, secondo i sondaggi, in caso di voto anticipato.
Secondo Gantz, lo stato sionista può mantenere anche nel dopoguerra un certo grado di controllo militare sulla Striscia di Gaza, ma deve assolutamente progettare il subentro di un’autorità civile composta da una non precisata “entità palestinese”, accompagnata da “attori internazionali”.
Gantz ha posto addirittura un ultimatum: se non verrà presentato e discusso un piano del genere entro l’8 giugno, il suo partito non appoggerà più l’esecutivo: “Se scegli di seguire la strada dei fanatici e gettare tutta la nazione nell’abisso, saremo costretti a lasciare il governo”, ha detto rivolgendosi al primo ministro.
Entrambi questi ministri sono ex capi di stato maggiore dell’esercito ed hanno espresso tali perplessità proprio nei giorni in cui sono stati gli stessi vertici militari a farle trapelare per mezzo stampa. Sperano inoltre, in tal modo, di accreditarsi come alleati più affidabili dell’amministrazione USA, offrendo una sponda al tentativo, in corso da mesi, di reclutare diversi paesi arabi alleati, unitamente all’attuale governo dell’ANP, costruito sul calco degli interessi di Washington, per preparare il futuro governo della Striscia.
Sulla sponda opposta, ovviamente è schierato Ben Gvir, esponente del partito “Potere Ebraico”, ideologicamente appartenente al sionismo religioso estremista, che negli anni ’90 era considerato “terrorista” dalle stesse autorità sioniste.
Il controllo della Striscia di Gaza dovrebbe per lui rimanere “solo alla stato d’Israele, e a nessun altro”, ha ribadito, “dovrebbe esserci la piena occupazione di Gaza e colonie ebraiche. Ma non è abbastanza. C’è un altro passo essenziale, che consiste nell’incoraggiare la migrazione volontaria (dei Palestinesi)”.
Tali colonie dovrebbero estendersi ben oltre quelle smantellate nel 2005 dall’allora governo Sharon: “Se davvero assistessimo all’emigrazione, con centinaia di migliaia di persone in partenza, potremmo portare sempre più persone. Io stesso sarò molto felice di vivere a Gaza”.
Gli intenti genocidiari non vengono insomma nascosti, neanche sul tema del passaggio degli aiuti: “Mi vergogno di essere l’unico nel governo ad aver votato contro il trasferimento delle spedizioni (di aiuti) a Gaza attraverso Kerem Shalom. Volete umanitarismo? Restituite gli ostaggi”.
A spalleggiare i deliri di Ben Gvir vi è lo stesso Netanyahu, il quale, pur non parlando esplicitamente di ri-colonizzazione di Gaza, sostiene che il controllo civile e militare dovrà rimanere in mano sionista perché “ad un hamastan non deve succedere un fatahstan”, escludendo quindi nella pratica qualsiasi autorità palestinese, anche solo di facciata.
Rispetto al tema degli ostaggi, se l’ipotesi Gallant-Gantz apre alla ricerca di un accordo per uno scambio di prigionieri con la Resistenza Palestinese, l’ipotesi estremista sembra non curarsene più di tanto. Anzi, gli estremisti sionisti sembrano puntare a prolungare la guerra finché tutti gli ostaggi non verranno uccisi sotto le stesse bombe che teoricamente vengono sganciate per “liberarli”, per poi poter procedere con ancora più vigoria verso la pulizia etnica, o “emigrazione volontaria”, secondo la terminologia ultra-sionista.
In ogni caso, il fatto che l’ondivago Netanyahu si sia schierato con loro segnala come la posizione schiettamente genocidaria dell’estrema destra religiosa gli appaia, nella sua irrazionalità, “più realistica” rispetto alle formulazioni ancora vaghe di Gallant e Gantz.
La Resistenza Palestinese, infatti, ha chiarito più volte che non lascerà mai il campo a paesi o entità terze che vorranno governare la Striscia di Gaza entrandovi, in pratica, a bordo dei carri armati dell’occupante. “Hamas esisteva per restare”, ha ribadito il Capo dell’Ufficio Politico dell’organizzazione sunnita Haniyeh. “Il movimento deciderà, insieme a tutte le fazioni nazionali, l’amministrazione della Striscia di Gaza dopo la guerra”.
Dal canto loro, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, finora, hanno più volte declinato l’invito degli USA a partecipare ad una forza multinazionale che contribuisca al controllo della Striscia nel dopoguerra. Al momento, infatti, i rischi di insabbiarsi per via dell’ostilità della Resistenza Palestinese sono troppo alti. In più, lo stato sionista, attualmente, non si presenta affatto affidabile, vista l’egemonia estremista al suo interno.
Tuttavia, tale diniego non è da considerarsi definitivo. Secondo Middle East Eye, il Bahrein, che spesso si comporta come l’appendice più filo-americana dell’Arabia Saudita, avrebbe dato la propria disponibilità agli USA.
Fonte
Nei giorni scorsi, il Ministro della Difesa Yoav Gallant, del Likud, stesso partito di Netanyahu e come lui “candidato” ad un mandato di cattura internazionale, ha protestato nei confronti del suo primo ministro per non essersi mai espresso sul futuro di Gaza: “Da ottobre ho sollevato più volte la questione nel gabinetto di guerra, e non ho ricevuto risposta. Chiedo al primo ministro Benjamin Netanyahu di prendere una decisione e dichiarare che Israele non stabilirà un controllo civile sulla Striscia di Gaza e che Israele non stabilirà un controllo militare sulla Striscia di Gaza”.
Per Gallant, quindi, è necessario preparare un’alternativa di governo formalmente “in mano palestinese” e, eventualmente, ad una coalizione internazionale, altrimenti “rimarrebbero solo due opzioni negative: o il governo di Hamas, o il governo militare di Israele”. Ciò significa, per inciso, ammettere che uno degli obiettivi dichiarati – ovvero la distruzione di Hamas – è di fatto impossibile da raggiungere.
Concorda, in parte, con lui Benny Gantz, della coalizione “Blu e Bianco”, definita “centrista”, entrato nel gabinetto di guerra all’indomani dell’inizio del genocidio e strafavorito, secondo i sondaggi, in caso di voto anticipato.
Secondo Gantz, lo stato sionista può mantenere anche nel dopoguerra un certo grado di controllo militare sulla Striscia di Gaza, ma deve assolutamente progettare il subentro di un’autorità civile composta da una non precisata “entità palestinese”, accompagnata da “attori internazionali”.
Gantz ha posto addirittura un ultimatum: se non verrà presentato e discusso un piano del genere entro l’8 giugno, il suo partito non appoggerà più l’esecutivo: “Se scegli di seguire la strada dei fanatici e gettare tutta la nazione nell’abisso, saremo costretti a lasciare il governo”, ha detto rivolgendosi al primo ministro.
Entrambi questi ministri sono ex capi di stato maggiore dell’esercito ed hanno espresso tali perplessità proprio nei giorni in cui sono stati gli stessi vertici militari a farle trapelare per mezzo stampa. Sperano inoltre, in tal modo, di accreditarsi come alleati più affidabili dell’amministrazione USA, offrendo una sponda al tentativo, in corso da mesi, di reclutare diversi paesi arabi alleati, unitamente all’attuale governo dell’ANP, costruito sul calco degli interessi di Washington, per preparare il futuro governo della Striscia.
Sulla sponda opposta, ovviamente è schierato Ben Gvir, esponente del partito “Potere Ebraico”, ideologicamente appartenente al sionismo religioso estremista, che negli anni ’90 era considerato “terrorista” dalle stesse autorità sioniste.
Il controllo della Striscia di Gaza dovrebbe per lui rimanere “solo alla stato d’Israele, e a nessun altro”, ha ribadito, “dovrebbe esserci la piena occupazione di Gaza e colonie ebraiche. Ma non è abbastanza. C’è un altro passo essenziale, che consiste nell’incoraggiare la migrazione volontaria (dei Palestinesi)”.
Tali colonie dovrebbero estendersi ben oltre quelle smantellate nel 2005 dall’allora governo Sharon: “Se davvero assistessimo all’emigrazione, con centinaia di migliaia di persone in partenza, potremmo portare sempre più persone. Io stesso sarò molto felice di vivere a Gaza”.
Gli intenti genocidiari non vengono insomma nascosti, neanche sul tema del passaggio degli aiuti: “Mi vergogno di essere l’unico nel governo ad aver votato contro il trasferimento delle spedizioni (di aiuti) a Gaza attraverso Kerem Shalom. Volete umanitarismo? Restituite gli ostaggi”.
A spalleggiare i deliri di Ben Gvir vi è lo stesso Netanyahu, il quale, pur non parlando esplicitamente di ri-colonizzazione di Gaza, sostiene che il controllo civile e militare dovrà rimanere in mano sionista perché “ad un hamastan non deve succedere un fatahstan”, escludendo quindi nella pratica qualsiasi autorità palestinese, anche solo di facciata.
Rispetto al tema degli ostaggi, se l’ipotesi Gallant-Gantz apre alla ricerca di un accordo per uno scambio di prigionieri con la Resistenza Palestinese, l’ipotesi estremista sembra non curarsene più di tanto. Anzi, gli estremisti sionisti sembrano puntare a prolungare la guerra finché tutti gli ostaggi non verranno uccisi sotto le stesse bombe che teoricamente vengono sganciate per “liberarli”, per poi poter procedere con ancora più vigoria verso la pulizia etnica, o “emigrazione volontaria”, secondo la terminologia ultra-sionista.
In ogni caso, il fatto che l’ondivago Netanyahu si sia schierato con loro segnala come la posizione schiettamente genocidaria dell’estrema destra religiosa gli appaia, nella sua irrazionalità, “più realistica” rispetto alle formulazioni ancora vaghe di Gallant e Gantz.
La Resistenza Palestinese, infatti, ha chiarito più volte che non lascerà mai il campo a paesi o entità terze che vorranno governare la Striscia di Gaza entrandovi, in pratica, a bordo dei carri armati dell’occupante. “Hamas esisteva per restare”, ha ribadito il Capo dell’Ufficio Politico dell’organizzazione sunnita Haniyeh. “Il movimento deciderà, insieme a tutte le fazioni nazionali, l’amministrazione della Striscia di Gaza dopo la guerra”.
Dal canto loro, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, finora, hanno più volte declinato l’invito degli USA a partecipare ad una forza multinazionale che contribuisca al controllo della Striscia nel dopoguerra. Al momento, infatti, i rischi di insabbiarsi per via dell’ostilità della Resistenza Palestinese sono troppo alti. In più, lo stato sionista, attualmente, non si presenta affatto affidabile, vista l’egemonia estremista al suo interno.
Tuttavia, tale diniego non è da considerarsi definitivo. Secondo Middle East Eye, il Bahrein, che spesso si comporta come l’appendice più filo-americana dell’Arabia Saudita, avrebbe dato la propria disponibilità agli USA.
Fonte
21/05/2024
Mandati di cattura per Netanyhau e i vertici di Hamas
Il procuratore capo della Corte penale internazionale ha chiesto alla Camera preliminare del Tribunale di emettere mandati di arresto contro il premier israeliano Benyamin Netanyahu e il suo ministro della Difesa Yoav Gallant per “crimini di guerra e crimini contro l’umanità” compiuti nella Striscia di Gaza a partire dall’8 ottobre 2023.
Lo stesso procuratore ha chiesto anche di emettere mandati di arresto nei confronti dei leader di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, nonché per Mohammed Deif, Ismail Haniyeh e Diab Ibrahim Al Masri per “crimini di guerra e crimini contro l’umanità” commessi in Israele e nella Striscia di Gaza dal 7 ottobre 2023.
Il mandato dovrà ora essere ratificato dalla Corte, visto che si tratta – equiparando le istituzioni giudiziarie con le nostre – di una “richiesta dell’accusa”.
Ma è evidente che anche la sola richiesta, benché ancora priva di effetti concreti, sancisce la fine dell’“eccezionalismo” dello Stato israeliano, che per 75 anni ha potuto commettere qualsiasi crimine di guerra senza mai essere oggetto di una decisione legale così potente.
Una impunità totale nonostante Israele abbia da sempre disatteso qualsiasi risoluzione delle Nazioni Unite, ossia condanne “politiche” della comunità mondiale che sono state in altri casi più che sufficienti a scatenare guerre devastanti, anche in presenza di prove completamente false.
Basti pensare alle “armi di distruzione di massa” che solo gli Stati Uniti avevano “visto” in Iraq...
Sul piano della legalità internazionale – e quindi anche sul piano politico ed ideologico – si apre ora una fase piuttosto complessa, in quanto è scontato che ci saranno pressioni Usa ed occidentali perché siano effettuati gli arresti contro i capi di Hamas. Ma, al tempo stesso, si cercherà di delegittimare gli identici provvedimenti nei confronti dei vertici di Tel Aviv.
Ma è indubbio che diventa molto difficile inventarsi una “narrazione” secondo cui alcuni mandati sono “sacrosanti” mentre altri, della stessa identica Corte, sarebbero “inaccettabili”. Tanto più se i brutali dati numerici riferiscono di circa 1.200 vittime israeliane il 7 ottobre (alcune centinaia della quali militari in servizio attivo, il resto civili), mentre ad ora le vittime accertate palestinesi a Gaza superano i 36.000, oltre un terzo dei quali donne e bambini.
Una sproporzione abnorme, tale da far impallidire persino il ricordo – e il paragone – con le rappresaglie naziste durante la seconda guerra mondiale.
Il procuratore della Cpi – ben consapevole dell’immenso significato politico della sua decisione, ancor prima di assumerla – ha annunciato che, “come ulteriore salvaguardia” degli imputati, aveva chiesto la consulenza di “un un gruppo di esperti di diritto internazionale“, che ringrazia per il sostegno.
“Ho convocato un gruppo imparziale per sostenere l’esame delle prove e l’analisi legale in relazione a queste richieste di mandato d’arresto“, dice Karim Khan nelle motivazioni della richiesta alla Corte. Il gruppo è composto da esperti “di immensa levatura nel diritto umanitario internazionale e nel diritto penale internazionale“, tra cui Sir Adrian Fulford, la baronessa Helena Kennedy, presidente dell’Istituto per i diritti umani dell’International Bar Association, Elizabeth Wilmshurst, ex vice consigliere giuridico presso il Foreign and Commonwealth Office del Regno Unito e Danny Friedman.
Non solo. In aggiunta figurano due dei consiglieri speciali di Khan, “Amal Clooney e Sua Eccellenza il giudice Theodor Meron“.
“Questa analisi di esperti indipendenti ha sostenuto e rafforzato le richieste presentate oggi dal mio Ufficio: sono grato anche per il contributo di alcuni altri miei consiglieri speciali a questa revisione, in particolare Adama Dieng e il professor Kevin Jon Heller“. Un battaglione di giuristi che nessuna bestia ideologizzata può accusare di “antisemitismo”...
La richiesta del mandato di arresto per Netanyahu e Gallant fa riferimento alla violazione degli articoli 7 e 8 dello Statuto di Roma e si sviluppa nei seguenti capi di accusa: «Affamare i civili come metodo di guerra e come crimine di guerra; l’aver causato intenzionalmente grandi sofferenze, o gravi lesioni al corpo o alla salute; trattamenti crudeli come crimine di guerra; uccisione intenzionale o omicidio come crimine di guerra; attacchi intenzionalmente diretti contro una popolazione civile come crimine di guerra; sterminio e/o omicidio, anche nel contesto di morti per fame, come crimine contro l’umanità; persecuzione come crimine contro l’umanità, altri atti inumani come crimini contro l’umanità».
La richiesta di mandato di cattura mette a nudo in primo luogo l’immonda ipocrisia dell’Occidente neoliberista, che ha sempre cercato di ammantare di “legalità” il proprio insopportabile “doppio standard”: feroce con i “nemici”, indulgente con gli “amici”.
La stessa Corte Penale dell’Aja, ricordiamo, quasi un erede diretta del Tribunale di Norimberga, nonostante sia nata con lo Statuto di Roma come organismo sovranazionale per perseguire le violazioni delle convenzioni di Ginevra, i crimini di guerra, i genocidi, e le aggressioni tra Stati, non è stata riconosciuta in primo luogo dagli Stati Uniti, che non ammettono alcuna autorità mondiale al di sopra della propria (nazionale). Seguiti in questo da altri autentici “campioni della democrazia” come lo stesso Israele e l’Ucraina.
La Corte è comunque riconosciuta da ben 124 Stati, i due terzi del componenti dell’Onu, e praticamente da tutti i membri dell’Unione Europea. Mentre ne sono rimasti fuori anche Cina, Russia e India, giganti che non intendono vedere la propria libertà di azione nelle mani di un organismo voluto e strutturato soprattutto dai paesi occidentali.
Se il mandato di cattura sarà effettivamente emesso, insomma, Netanyahu e Gallant potrebbero andare solo nei paesi che non riconoscono la Corte (Usa e Ucraina in testa, insomma, ma anche in Russia e Cina), mentre dovrebbero in teoria essere arrestati se provano e metter piede a Roma, Parigi, Berlino o Londra.
Ovvio che i governi occidentali si guarderanno bene dal “disturbare” la mobilità dei due genocidi alla guida di Israele, ma proprio il disattendere un atto di giurisdizione internazionale sarà elemento di discredito assoluto agli occhi del resto del mondo.
Al di là degli effetti giuridici o “carcerari” insomma, il mandato di cattura devasta la trama delle menzogne suprematiste occidentali, mettendo a nudo la pura e semplice “volontà di potenza” che anima l’imperialismo in questa fase di degrado su molti piani.
Ne è consapevole il vertice di Tel Aviv, che ha reagito immediatamente con rabbia e ben scarsa lucidità: «Mettere i leader di un paese che è andato in battaglia per proteggere i suoi cittadini sulla stessa linea dei terroristi assetati di sangue è cecità morale – ha scritto su X Benny Gantz, che aveva appena minacciato di uscire dal governo Netanyahu – Accettare la richiesta del procuratore generale sarebbe un crimine storico».
Scarsa lucidità, dicevamo, perché la contrapposizione proposta (“leader di un paese” e “terroristi assetati di sangue“) si affida a classificazioni per nulla univoche a livello internazionale.
Ad esempio, addirittura la Turchia di Erdogan, pur essendo membro della Nato, riconosce Hamas come rappresentante – tra gli altri – del popolo palestinese e non come “organizzazione terroristica“.
In effetti, la scelta del Procuratore della Corte Penale mette al centro un principio da cui ogni “liberale” dovrebbe far molta fatica a prendere le distanze: conta quel che fai, non chi sei. Governo o gruppo di resistenza variamente motivato, non è importante.
Una narrazione falsaria è andata in pezzi. Non sarà semplice costruirne una altrettanto credibile...
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Lo stesso procuratore ha chiesto anche di emettere mandati di arresto nei confronti dei leader di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, nonché per Mohammed Deif, Ismail Haniyeh e Diab Ibrahim Al Masri per “crimini di guerra e crimini contro l’umanità” commessi in Israele e nella Striscia di Gaza dal 7 ottobre 2023.
Il mandato dovrà ora essere ratificato dalla Corte, visto che si tratta – equiparando le istituzioni giudiziarie con le nostre – di una “richiesta dell’accusa”.
Ma è evidente che anche la sola richiesta, benché ancora priva di effetti concreti, sancisce la fine dell’“eccezionalismo” dello Stato israeliano, che per 75 anni ha potuto commettere qualsiasi crimine di guerra senza mai essere oggetto di una decisione legale così potente.
Una impunità totale nonostante Israele abbia da sempre disatteso qualsiasi risoluzione delle Nazioni Unite, ossia condanne “politiche” della comunità mondiale che sono state in altri casi più che sufficienti a scatenare guerre devastanti, anche in presenza di prove completamente false.
Basti pensare alle “armi di distruzione di massa” che solo gli Stati Uniti avevano “visto” in Iraq...
Sul piano della legalità internazionale – e quindi anche sul piano politico ed ideologico – si apre ora una fase piuttosto complessa, in quanto è scontato che ci saranno pressioni Usa ed occidentali perché siano effettuati gli arresti contro i capi di Hamas. Ma, al tempo stesso, si cercherà di delegittimare gli identici provvedimenti nei confronti dei vertici di Tel Aviv.
Ma è indubbio che diventa molto difficile inventarsi una “narrazione” secondo cui alcuni mandati sono “sacrosanti” mentre altri, della stessa identica Corte, sarebbero “inaccettabili”. Tanto più se i brutali dati numerici riferiscono di circa 1.200 vittime israeliane il 7 ottobre (alcune centinaia della quali militari in servizio attivo, il resto civili), mentre ad ora le vittime accertate palestinesi a Gaza superano i 36.000, oltre un terzo dei quali donne e bambini.
Una sproporzione abnorme, tale da far impallidire persino il ricordo – e il paragone – con le rappresaglie naziste durante la seconda guerra mondiale.
Il procuratore della Cpi – ben consapevole dell’immenso significato politico della sua decisione, ancor prima di assumerla – ha annunciato che, “come ulteriore salvaguardia” degli imputati, aveva chiesto la consulenza di “un un gruppo di esperti di diritto internazionale“, che ringrazia per il sostegno.
“Ho convocato un gruppo imparziale per sostenere l’esame delle prove e l’analisi legale in relazione a queste richieste di mandato d’arresto“, dice Karim Khan nelle motivazioni della richiesta alla Corte. Il gruppo è composto da esperti “di immensa levatura nel diritto umanitario internazionale e nel diritto penale internazionale“, tra cui Sir Adrian Fulford, la baronessa Helena Kennedy, presidente dell’Istituto per i diritti umani dell’International Bar Association, Elizabeth Wilmshurst, ex vice consigliere giuridico presso il Foreign and Commonwealth Office del Regno Unito e Danny Friedman.
Non solo. In aggiunta figurano due dei consiglieri speciali di Khan, “Amal Clooney e Sua Eccellenza il giudice Theodor Meron“.
“Questa analisi di esperti indipendenti ha sostenuto e rafforzato le richieste presentate oggi dal mio Ufficio: sono grato anche per il contributo di alcuni altri miei consiglieri speciali a questa revisione, in particolare Adama Dieng e il professor Kevin Jon Heller“. Un battaglione di giuristi che nessuna bestia ideologizzata può accusare di “antisemitismo”...
La richiesta del mandato di arresto per Netanyahu e Gallant fa riferimento alla violazione degli articoli 7 e 8 dello Statuto di Roma e si sviluppa nei seguenti capi di accusa: «Affamare i civili come metodo di guerra e come crimine di guerra; l’aver causato intenzionalmente grandi sofferenze, o gravi lesioni al corpo o alla salute; trattamenti crudeli come crimine di guerra; uccisione intenzionale o omicidio come crimine di guerra; attacchi intenzionalmente diretti contro una popolazione civile come crimine di guerra; sterminio e/o omicidio, anche nel contesto di morti per fame, come crimine contro l’umanità; persecuzione come crimine contro l’umanità, altri atti inumani come crimini contro l’umanità».
La richiesta di mandato di cattura mette a nudo in primo luogo l’immonda ipocrisia dell’Occidente neoliberista, che ha sempre cercato di ammantare di “legalità” il proprio insopportabile “doppio standard”: feroce con i “nemici”, indulgente con gli “amici”.
La stessa Corte Penale dell’Aja, ricordiamo, quasi un erede diretta del Tribunale di Norimberga, nonostante sia nata con lo Statuto di Roma come organismo sovranazionale per perseguire le violazioni delle convenzioni di Ginevra, i crimini di guerra, i genocidi, e le aggressioni tra Stati, non è stata riconosciuta in primo luogo dagli Stati Uniti, che non ammettono alcuna autorità mondiale al di sopra della propria (nazionale). Seguiti in questo da altri autentici “campioni della democrazia” come lo stesso Israele e l’Ucraina.
La Corte è comunque riconosciuta da ben 124 Stati, i due terzi del componenti dell’Onu, e praticamente da tutti i membri dell’Unione Europea. Mentre ne sono rimasti fuori anche Cina, Russia e India, giganti che non intendono vedere la propria libertà di azione nelle mani di un organismo voluto e strutturato soprattutto dai paesi occidentali.
Se il mandato di cattura sarà effettivamente emesso, insomma, Netanyahu e Gallant potrebbero andare solo nei paesi che non riconoscono la Corte (Usa e Ucraina in testa, insomma, ma anche in Russia e Cina), mentre dovrebbero in teoria essere arrestati se provano e metter piede a Roma, Parigi, Berlino o Londra.
Ovvio che i governi occidentali si guarderanno bene dal “disturbare” la mobilità dei due genocidi alla guida di Israele, ma proprio il disattendere un atto di giurisdizione internazionale sarà elemento di discredito assoluto agli occhi del resto del mondo.
Al di là degli effetti giuridici o “carcerari” insomma, il mandato di cattura devasta la trama delle menzogne suprematiste occidentali, mettendo a nudo la pura e semplice “volontà di potenza” che anima l’imperialismo in questa fase di degrado su molti piani.
Ne è consapevole il vertice di Tel Aviv, che ha reagito immediatamente con rabbia e ben scarsa lucidità: «Mettere i leader di un paese che è andato in battaglia per proteggere i suoi cittadini sulla stessa linea dei terroristi assetati di sangue è cecità morale – ha scritto su X Benny Gantz, che aveva appena minacciato di uscire dal governo Netanyahu – Accettare la richiesta del procuratore generale sarebbe un crimine storico».
Scarsa lucidità, dicevamo, perché la contrapposizione proposta (“leader di un paese” e “terroristi assetati di sangue“) si affida a classificazioni per nulla univoche a livello internazionale.
Ad esempio, addirittura la Turchia di Erdogan, pur essendo membro della Nato, riconosce Hamas come rappresentante – tra gli altri – del popolo palestinese e non come “organizzazione terroristica“.
In effetti, la scelta del Procuratore della Corte Penale mette al centro un principio da cui ogni “liberale” dovrebbe far molta fatica a prendere le distanze: conta quel che fai, non chi sei. Governo o gruppo di resistenza variamente motivato, non è importante.
Una narrazione falsaria è andata in pezzi. Non sarà semplice costruirne una altrettanto credibile...
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07/02/2024
“La corrente principale di Israele ci ha portato all’Aja, non le sue frange estremiste”
Isaac Herzog, Yoav Gallant, Israel Katz: Presidente, Ministro della Difesa e Ministro degli Esteri di Israele. Il Presidente della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, Joan Donoghue, ha scelto di citarli tutti e tre come prova del sospetto incitamento al Genocidio in Israele.
Il giudice non ha citato le frange di estrema destra, né Itamar Ben-Gvir né Eyal Golan; né i generali in pensione Giora Eiland (“lasciamo che le epidemie si diffondano a Gaza”) né Yair Golan, l’’uomo di pace’ e diagnostico dei processi (“lasciamo morire di fame Gaza“).
Il terzo dei provvedimenti provvisori emessi dal tribunale venerdì, firmato dall’ex presidente della Corte Suprema israeliana Aharon Barak, giudice incaricato di Israele nel caso, ordina a Israele di adottare tutte le misure in suo potere per prevenire e punire l’incitamento diretto e pubblico al Genocidio dei palestinesi nella Striscia di Gaza.
Sembrerebbe che Israele debba ora indagare, ed eventualmente punire, il suo Presidente e i due più importanti ministri del governo che avrebbero dovuto essere convocati dalla polizia già domenica mattina. Naturalmente Israele non lo farà, ma è impossibile ignorare i sospetti sollevati dalla Corte riguardo al cuore stesso di Israele.
La sentenza della Corte Internazionale di Giustizia è un capolavoro di cautela e moderazione. Solo in Israele, che si illude e nega fino all’accidia, si può “tirare un sospiro di sollievo” e perfino “festeggiare” dopo una sentenza simile. Uno Stato che è sotto processo per Genocidio davanti al tribunale delle Nazioni Unite dovrebbe vergognarsi di se stesso e non celebrare nulla.
Uno Stato il cui Presidente e alti ministri sono sospettati di incitamento al Genocidio dovrebbe fare ammenda e non meravigliarsi dei propri grandi risultati immaginari. Ogni israeliano avrebbe dovuto sobbalzare venerdì per il semplice fatto del processo, e provare un profondo senso di vergogna e umiliazione nel sentire le motivazioni della sentenza.
Potrebbero esserci degli israeliani che hanno sentito per la prima volta ciò che il loro Paese ha fatto e continua a fare a Gaza in questa guerra. Questa volta, nemmeno i suoi media propagandisti, che fino ad ora li avevano protetti con infinita dedizione, senza mostrare loro nulla, sono potuti accorrere in loro aiuto.
È un po’ più difficile accusare questa Corte di antisemitismo adesso, dopo che non ha ordinato a Israele di fermare la guerra. Ciò non ha disturbato la corrispondente politica del notiziario di Canale 13 Moriah Asraf Wolberg.
Wolberg, che indossa una collana con un pendente a forma di Israele comprendente la Cisgiordania, non ha ceduto agli “antisemiti dell’Aja”; ha continuato a recitare il mantra secondo cui la Corte è ipocrita, il mondo è ipocrita e Israele sta conducendo la guerra più giusta e morale del mondo. Chiunque voglia crederci anche dopo l’ordinanza del tribunale dell’Aja è il benvenuto; si può credere a qualsiasi finzione.
Soprattutto, però, dobbiamo prestare attenzione alla saggezza della Corte, che si è concentrata sulla corrente principale di Israele, non sulle sue frange.
Herzog, ex presidente del Partito Laburista è la persona più unificante e istituzionale in Israele; Gallant, il cui licenziamento è stato fisicamente impedito dalla protesta del centrosinistra; e Katz che, nonostante abbia chiesto sabato di perseguire penalmente il capo dell’Agenzia per i Rifugiati dell’UNRWA, è considerato relativamente moderato.
Sono loro i principali sospettati di incitamento al Genocidio. L’incitamento al Genocidio del popolo palestinese potrebbe essere stato inventato da Meir Kahane, ma è già quasi intrinseco nella società israeliana.
Nell’Israele post-7 ottobre, la reazione corretta alla punizione di Gaza è: “C’è un’intera nazione là fuori ad essere responsabile”, nelle parole del Presidente che firma le bombe; “Ho allentato tutte le restrizioni. Stiamo combattendo contro degli animali”, come ha detto il Ministro della Difesa, quando era a capo del Comando Meridionale delle Forze Armate, che amava chiedere di tagliare “la testa del serpente”.
Oppure: “Loro non riceveranno una goccia d’acqua né una sola batteria”, come ha minacciato il 13 ottobre il Ministro degli Esteri israeliano Katz, quando era Ministro dell’Energia.
I giudici dell’Aja hanno diagnosticato perfettamente ciò che qui ci rifiutiamo di ammettere: il problema di Israele è la sua corrente principale, non le sue frange estremiste.
È la corrente principale che ci ha portato all’Aja, è la corrente principale che ha incitato al Genocidio, dopo che Israele si è convinto con incredibile facilità che dopo il 7 ottobre tutto le sarebbe stato permesso. Fortunatamente all’Aja sembra che la pensino diversamente, molto diversamente.
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Il giudice non ha citato le frange di estrema destra, né Itamar Ben-Gvir né Eyal Golan; né i generali in pensione Giora Eiland (“lasciamo che le epidemie si diffondano a Gaza”) né Yair Golan, l’’uomo di pace’ e diagnostico dei processi (“lasciamo morire di fame Gaza“).
Il terzo dei provvedimenti provvisori emessi dal tribunale venerdì, firmato dall’ex presidente della Corte Suprema israeliana Aharon Barak, giudice incaricato di Israele nel caso, ordina a Israele di adottare tutte le misure in suo potere per prevenire e punire l’incitamento diretto e pubblico al Genocidio dei palestinesi nella Striscia di Gaza.
Sembrerebbe che Israele debba ora indagare, ed eventualmente punire, il suo Presidente e i due più importanti ministri del governo che avrebbero dovuto essere convocati dalla polizia già domenica mattina. Naturalmente Israele non lo farà, ma è impossibile ignorare i sospetti sollevati dalla Corte riguardo al cuore stesso di Israele.
La sentenza della Corte Internazionale di Giustizia è un capolavoro di cautela e moderazione. Solo in Israele, che si illude e nega fino all’accidia, si può “tirare un sospiro di sollievo” e perfino “festeggiare” dopo una sentenza simile. Uno Stato che è sotto processo per Genocidio davanti al tribunale delle Nazioni Unite dovrebbe vergognarsi di se stesso e non celebrare nulla.
Uno Stato il cui Presidente e alti ministri sono sospettati di incitamento al Genocidio dovrebbe fare ammenda e non meravigliarsi dei propri grandi risultati immaginari. Ogni israeliano avrebbe dovuto sobbalzare venerdì per il semplice fatto del processo, e provare un profondo senso di vergogna e umiliazione nel sentire le motivazioni della sentenza.
Potrebbero esserci degli israeliani che hanno sentito per la prima volta ciò che il loro Paese ha fatto e continua a fare a Gaza in questa guerra. Questa volta, nemmeno i suoi media propagandisti, che fino ad ora li avevano protetti con infinita dedizione, senza mostrare loro nulla, sono potuti accorrere in loro aiuto.
È un po’ più difficile accusare questa Corte di antisemitismo adesso, dopo che non ha ordinato a Israele di fermare la guerra. Ciò non ha disturbato la corrispondente politica del notiziario di Canale 13 Moriah Asraf Wolberg.
Wolberg, che indossa una collana con un pendente a forma di Israele comprendente la Cisgiordania, non ha ceduto agli “antisemiti dell’Aja”; ha continuato a recitare il mantra secondo cui la Corte è ipocrita, il mondo è ipocrita e Israele sta conducendo la guerra più giusta e morale del mondo. Chiunque voglia crederci anche dopo l’ordinanza del tribunale dell’Aja è il benvenuto; si può credere a qualsiasi finzione.
Soprattutto, però, dobbiamo prestare attenzione alla saggezza della Corte, che si è concentrata sulla corrente principale di Israele, non sulle sue frange.
Herzog, ex presidente del Partito Laburista è la persona più unificante e istituzionale in Israele; Gallant, il cui licenziamento è stato fisicamente impedito dalla protesta del centrosinistra; e Katz che, nonostante abbia chiesto sabato di perseguire penalmente il capo dell’Agenzia per i Rifugiati dell’UNRWA, è considerato relativamente moderato.
Sono loro i principali sospettati di incitamento al Genocidio. L’incitamento al Genocidio del popolo palestinese potrebbe essere stato inventato da Meir Kahane, ma è già quasi intrinseco nella società israeliana.
Nell’Israele post-7 ottobre, la reazione corretta alla punizione di Gaza è: “C’è un’intera nazione là fuori ad essere responsabile”, nelle parole del Presidente che firma le bombe; “Ho allentato tutte le restrizioni. Stiamo combattendo contro degli animali”, come ha detto il Ministro della Difesa, quando era a capo del Comando Meridionale delle Forze Armate, che amava chiedere di tagliare “la testa del serpente”.
Oppure: “Loro non riceveranno una goccia d’acqua né una sola batteria”, come ha minacciato il 13 ottobre il Ministro degli Esteri israeliano Katz, quando era Ministro dell’Energia.
I giudici dell’Aja hanno diagnosticato perfettamente ciò che qui ci rifiutiamo di ammettere: il problema di Israele è la sua corrente principale, non le sue frange estremiste.
È la corrente principale che ci ha portato all’Aja, è la corrente principale che ha incitato al Genocidio, dopo che Israele si è convinto con incredibile facilità che dopo il 7 ottobre tutto le sarebbe stato permesso. Fortunatamente all’Aja sembra che la pensino diversamente, molto diversamente.
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19/12/2023
Israele prepara escalation militare in Libano
Le Forze armate israeliane stanno pianificando un’offensiva di terra nel Libano meridionale, rischiando di avviare un’ulteriore escalation nel conflitto in corso in Medio Oriente.
Secondo quanto riportano fonti del quotidiano britannico The Times, le Forze armate israeliane vorrebbero far arretrare le posizioni del movimento sciita libanese Hezbollah dal sud del Libano a ridosso del fiume Litani, una linea di demarcazione di importanza simbolica per entrambe le parti.
Il giornale israeliano Times of Israel riferisce che Israele in queste settimane ha intensificato la pressione sugli Stati Uniti e su vari paesi dell’Unione Europea per modificare l’applicazione della risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che ha posto fine alla seconda guerra del Libano nel 2006 e ha stabilito che Hezbollah non deve piazzare i suoi operativi a sud del fiume Litani in Libano.
Il ministro degli Esteri israeliano Eli Cohen ha annunciato domenica che Israele e Francia hanno istituito un “gruppo di lavoro congiunto... con l’obiettivo di coordinare l’attuazione della risoluzione 1701.”
Durante un incontro con la sua omologa francese Catherine Colonna, che si trovava in Israele per la seconda volta da quando è scoppiata la guerra tra Israele e Hamas, Cohen ha affermato: “Solo l’attuazione della risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza e l’allontanamento di Hezbollah dal confine con Israele impediranno la guerra in Libano”.
Su un eventuale offensiva militare nel sud del Libano, il britannico Times riporta alcune dichiarazioni di alti ufficiali israeliani. “Le Idf sono pronte”, ha dichiarato il tenente colonnello Jonathan Conricus, aggiungendo: “Il capo di Stato maggiore dell’Idf ha approvato i piani e definito i programmi per essere preparati a questo punto”.
Tra i membri del gabinetto di guerra, secondo quanto riportato dal quotidiano britannico, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, sembra essere il più nervoso all’idea di iniziare un conflitto su un nuovo fronte, mentre il ministro della Difesa ed ex generale dell’Idf, Yoav Gallant, si è mostrato ottimista sulle possibilità di infliggere seri danni a Hezbollah.
Gallant domenica ha nuovamente minacciato di intensificare bruscamente l’azione militare contro Hezbollah.
L’emittente Al Manar riferisce che il deputato libanese Mohammed Raad – del gruppo parlamentare Lealtà alla Resistenza – ha affermato che, alla luce della barbarie sionista contro Gaza, Hezbollah continuerà a colpire i siti di occupazione israeliana al confine con il Libano al fine di proteggere tutto il popolo libanese dalla criminalità del nemico.
Raad ha sottolineato che il nemico ha visto tutta la potenza di Hezbollah, aggiungendo che la Resistenza ha chiari i modi per difendere il Libano nonostante tutte le minacce sioniste e occidentali al riguardo.
Fonte
Secondo quanto riportano fonti del quotidiano britannico The Times, le Forze armate israeliane vorrebbero far arretrare le posizioni del movimento sciita libanese Hezbollah dal sud del Libano a ridosso del fiume Litani, una linea di demarcazione di importanza simbolica per entrambe le parti.
Il giornale israeliano Times of Israel riferisce che Israele in queste settimane ha intensificato la pressione sugli Stati Uniti e su vari paesi dell’Unione Europea per modificare l’applicazione della risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che ha posto fine alla seconda guerra del Libano nel 2006 e ha stabilito che Hezbollah non deve piazzare i suoi operativi a sud del fiume Litani in Libano.
Il ministro degli Esteri israeliano Eli Cohen ha annunciato domenica che Israele e Francia hanno istituito un “gruppo di lavoro congiunto... con l’obiettivo di coordinare l’attuazione della risoluzione 1701.”
Durante un incontro con la sua omologa francese Catherine Colonna, che si trovava in Israele per la seconda volta da quando è scoppiata la guerra tra Israele e Hamas, Cohen ha affermato: “Solo l’attuazione della risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza e l’allontanamento di Hezbollah dal confine con Israele impediranno la guerra in Libano”.
Su un eventuale offensiva militare nel sud del Libano, il britannico Times riporta alcune dichiarazioni di alti ufficiali israeliani. “Le Idf sono pronte”, ha dichiarato il tenente colonnello Jonathan Conricus, aggiungendo: “Il capo di Stato maggiore dell’Idf ha approvato i piani e definito i programmi per essere preparati a questo punto”.
Tra i membri del gabinetto di guerra, secondo quanto riportato dal quotidiano britannico, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, sembra essere il più nervoso all’idea di iniziare un conflitto su un nuovo fronte, mentre il ministro della Difesa ed ex generale dell’Idf, Yoav Gallant, si è mostrato ottimista sulle possibilità di infliggere seri danni a Hezbollah.
Gallant domenica ha nuovamente minacciato di intensificare bruscamente l’azione militare contro Hezbollah.
L’emittente Al Manar riferisce che il deputato libanese Mohammed Raad – del gruppo parlamentare Lealtà alla Resistenza – ha affermato che, alla luce della barbarie sionista contro Gaza, Hezbollah continuerà a colpire i siti di occupazione israeliana al confine con il Libano al fine di proteggere tutto il popolo libanese dalla criminalità del nemico.
Raad ha sottolineato che il nemico ha visto tutta la potenza di Hezbollah, aggiungendo che la Resistenza ha chiari i modi per difendere il Libano nonostante tutte le minacce sioniste e occidentali al riguardo.
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