Continuamente i tg main-stream inondano la loro narrazione mettendo sullo stesso piano il genocidio dei gazawi (miserabile chi lo nega) con i 1.138 morti del 7/10/23.
Dal momento che non sono minimamente d’accordo su questa narrazione, procedo a fare un minimo di chiarezza.
La prima cosa da rimarcare è che quel giorno non è successo niente di particolarmente strano – se non nelle dimensioni – perché nei 15 anni precedenti lo stato sionista aveva sterminato 6.085 palestinesi e ne aveva rapiti oltre 8mila, chiamandoli “arresti amministrativi”.
Quel giorno sono avvenuti due eventi contemporanei ed opposti: il primo condotto dalla resistenza palestinese a guida Hamas (in coda faccio una ulteriore riflessione), azione che mirava a rompere l’isolamento dei palestinesi stritolati lentamente dallo stato sionista con in vista gli “accordi di Abramo” che dovevano rendere definitivamente invisibili ed eliminati nel tempo i palestinesi, il secondo evento è stato l’inizio della guerra per la “grande Israele”.
Questa azione militare sionista è stata organizzata per molto tempo e aspettava solo il momento giusto per essere attuata, preparazione dimostrata sia da come i sionisti organizzano le loro azioni terroriste (cerca-persone e walkie-talkie che ha richiesto almeno 4 o 5 anni di preparazione).
Molti giornalisti mainstream sottolineano come lo IDF si sia fatto sorprende dall’azione della resistenza, ma questo è falso perché ci sono molte testimonianze che IDF sapeva tutto da mesi e vi erano state segnalazioni dei militi IDF nei giorni precedenti e come il capo dell’IDF, uscendo da casa alle 7 disse alla moglie, prima che iniziassero le azioni di guerriglia, che avrebbe proceduto alla distruzione di Gaza.
Tutta l’azione dell’IDF – il 7/10/23 – è stata nei fatti mirata a massimizzare le vittime civili sioniste, avendo permesso un festival musicale sotto le mure di un lager con dentro 2milioni di persone (e se i nazisti ne avessero tenuto uno accanto ad Auschwitz cosa diremmo oggi?) e poi sparando su tutto e tutti, applicando la direttiva “Hannibal”, proprio per avere il massimo delle vittime.
Dagli elicotteri Apache e dai carri armati si è sparato missili e cannonate senza pietà e d’altronde le centinaia di auto esplose e bruciate, le molte case saltate in aria, come potevano essere provocate da miliziani che avevano solo armi leggere (come si verifica nei molti video)?
L’IDF, si stima, quel giorno ha sterminato propri concittadini nell’ordine di almeno 700 unità!
Ho sentito varie volte critiche a questa mia ricostruzione, quasi negassi la capacità militare della resistenza o, peggio, l’accusassi di essersi fatta usare da IDF. Ma sono ragionamenti sbagliati perché, come detto precedentemente, la resistenza era in qualche modo obbligata ad agire, anche sapendo della risposta sionista: questa ricostruzione invece è necessaria per smontare tutta la falsa retorica e il vittimismo sionista sui morti civili del 7/10/23.
E veniamo alla valutazione “dell’orribile massacro fatto da Hamas”.
Anche tra gli attivisti propal c’è chi considera Hamas molto negativamente e anche io, all’epoca dei fatti ricordati, avevo una pessima considerazione per le violenze a Gaza del 2007 e non capivo le critiche rivolte da molti ad Abbas e alla ANP; ero comunque vicino alla giusta lotta della resistenza palestinese.
Ci ha pensato Abbas nei mesi successivi a chiarirmi la situazione, con le sue dichiarazioni e con quello che era l’azione della ANP in Cisgiordania, dimostrando che è una organizzazione collaborazionista dei criminali sionisti e ora, per me, Abbas è Abu-Quisling!
Partendo da questa presa di coscienza ho ripensato come considerare Hamas.
Premetto che sino da giovane sono stato un pacifista cristiano, poi anche comunista, quindi molto lontano dalle idee fondamentaliste di Hamas, tuttavia mi sono reso conto che questa organizzazione da movimento religioso è evoluta anche in un movimento di resistenza all’occupazione (vedi Yahya Sinwar) e che tra l’altro ha ora un approccio solidale con le altre componenti politiche e religiose palestinesi, cristiane in particolare.
Noi occidentali siamo immersi in una narrazione culturale-politica per cui ciò che non è “occidentale” è considerato negativo e barbaro, quindi una resistenza a guida Hamas può essere solo “terrorista”.
Per capire Hamas ho dovuto fare riferimento al passato della mia comunità religiosa, quella dei Valdesi.
Sin dall’inizio, nel XII secolo, i valdesi, nonostante persecuzioni e roghi, hanno praticato un pacifismo non-violento; con la Riforma Protestante, però, nel tentativo di praticare pubblicamente la loro fede furono sottoposti a stragi, nel nord Italia come in Calabria e Puglia.
Nelle valli sopra Torino i valdesi furono costretti a praticare la lotta armata di guerriglia (fallita in Calabria), per proteggersi, guidati dai loro pastori.
Quindi, che la resistenza palestinese abbia a guida Hamas non è per nulla scandaloso o straordinario: è la loro società che ha espresso questa classe dirigente e questa guida.
Come in molte questioni, l’intervento dei governi occidentali crea solo danni e questo perché sentono la fine della loro egemonia. Ma noi, che sosteniamo la causa palestinese, non dobbiamo farci condizionare dalla loro propaganda fasulla, ma capire e agire, visto che UE e NATO sono chiaramente volte a politiche guerrafondaie.
Concludo dicendo che ora si tenta una tregua che sarà sicuramente violata – come sempre è stato – dai sionisti, perché il loro obiettivo è sempre la “grande Israele” e per questo disarmare la resistenza è un errore imperdonabile senza la fine del sionismo.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/10/2025
09/02/2025
Gallant ammette: “il 7 ottobre fu applicata la direttiva Annibale”
Alcuni testimoni avevano già raccontato, all’indomani delle stragi del 7 ottobre 2023, che le truppe israeliane intervenute contro le milizie palestinesi che da Gaza avevano attaccato insediamenti, postazione militari e il festival musicale “Supernova” avevano aperto il fuoco in maniera indiscriminata, uccidendo sia i palestinesi sia gli ostaggi israeliani o i lavoratori stranieri catturati.
A confermare le testimonianze finora sempre contestate dall’establishment israeliano ci ha pensato, nel corso di un’intervista televisiva, l’allora ministro della Difesa israeliano, poi cacciato dal premier Benjamin Netanyahu.
Il 7 ottobre all’esercito di Tel Aviv venne impartito l’ordine di eseguire la cosiddetta “Direttiva Annibale”, ha detto Yoav Gallant al Canale 12 giovedì scorso, causando numerosi morti anche tra i prigionieri oltre che tra i miliziani delle diverse organizzazioni palestinesi protagoniste del sanguinoso blitz. L’ordine, ha detto Gallant, venne applicato «tatticamente” ed «in certi luoghi» nei pressi di Gaza, mentre in altre circostanze non venne utilizzato.
Spiegando ai telespettatori in cosa consiste la “direttiva Hannibal”, il giornalista Amit Segal ha spiegato che essa permette di aprire il fuoco contro gli obiettivi senza preoccuparsi dell’incolumità degli ostaggi israeliani.
In realtà già nel gennaio del 2024 il quotidiano israeliano Yediot Ahronot aveva riferito che il 7 ottobre i comandi dell’esercito israeliano avevano impartito alle truppe l’ordine di eseguire la direttiva in maniera generalizzata, a costo di «mettere in pericolo la vita dei civili nella regione, compresi gli stessi prigionieri», avevano scritto i giornalisti Ronen Bergman e Yoav Zitun.
Nel luglio del 2024, il quotidiano israeliano Haaretz aveva invece riferito che il 7 ottobre alle truppe era stato impartito l’ordine di non permettere a nessun veicolo di tornare a Gaza.
Ora però l’ammissione di Gallant getta nuova luce su quanto avvenne nelle ore successive all’inizio dell’attacco palestinese contro Israele, confermando che una parte significativa delle vittime israeliane e dei lavoratori stranieri uccisi quel giorno sono da addebitare alla reazione indiscriminata e deliberata dell’esercito di Tel Aviv sulla base di una precisa direttiva degli alti comandi delle forze armate.
Secondo un bilancio ufficiale pubblicato il mese scorso, solo il 7 ottobre l’esercito israeliano ha utilizzato contro i combattenti che avevano sconfinato 11.000 proiettili, 500 bombe da una tonnellata e 180 missili.
Nel corso dell’intervista, la prima da quando è stato estromesso dall’esecutivo israeliano, l’ex ministro della Difesa Gallant – su cui pende un mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale al pari di Netanyahu – ha anche dichiarato che l’accordo con Hamas per lo scambio dei prigionieri era di fatto stato raggiunto già nell’aprile scorso, ma venne fatto saltare da Netanyahu a causa delle minacce da parte di Bezalel Smotrich (capo dell’estremista Partito Nazionale Religioso) di abbandonare l’esecutivo.
Fonte
A confermare le testimonianze finora sempre contestate dall’establishment israeliano ci ha pensato, nel corso di un’intervista televisiva, l’allora ministro della Difesa israeliano, poi cacciato dal premier Benjamin Netanyahu.
Il 7 ottobre all’esercito di Tel Aviv venne impartito l’ordine di eseguire la cosiddetta “Direttiva Annibale”, ha detto Yoav Gallant al Canale 12 giovedì scorso, causando numerosi morti anche tra i prigionieri oltre che tra i miliziani delle diverse organizzazioni palestinesi protagoniste del sanguinoso blitz. L’ordine, ha detto Gallant, venne applicato «tatticamente” ed «in certi luoghi» nei pressi di Gaza, mentre in altre circostanze non venne utilizzato.
Spiegando ai telespettatori in cosa consiste la “direttiva Hannibal”, il giornalista Amit Segal ha spiegato che essa permette di aprire il fuoco contro gli obiettivi senza preoccuparsi dell’incolumità degli ostaggi israeliani.
In realtà già nel gennaio del 2024 il quotidiano israeliano Yediot Ahronot aveva riferito che il 7 ottobre i comandi dell’esercito israeliano avevano impartito alle truppe l’ordine di eseguire la direttiva in maniera generalizzata, a costo di «mettere in pericolo la vita dei civili nella regione, compresi gli stessi prigionieri», avevano scritto i giornalisti Ronen Bergman e Yoav Zitun.
Nel luglio del 2024, il quotidiano israeliano Haaretz aveva invece riferito che il 7 ottobre alle truppe era stato impartito l’ordine di non permettere a nessun veicolo di tornare a Gaza.
Ora però l’ammissione di Gallant getta nuova luce su quanto avvenne nelle ore successive all’inizio dell’attacco palestinese contro Israele, confermando che una parte significativa delle vittime israeliane e dei lavoratori stranieri uccisi quel giorno sono da addebitare alla reazione indiscriminata e deliberata dell’esercito di Tel Aviv sulla base di una precisa direttiva degli alti comandi delle forze armate.
Secondo un bilancio ufficiale pubblicato il mese scorso, solo il 7 ottobre l’esercito israeliano ha utilizzato contro i combattenti che avevano sconfinato 11.000 proiettili, 500 bombe da una tonnellata e 180 missili.
Nel corso dell’intervista, la prima da quando è stato estromesso dall’esecutivo israeliano, l’ex ministro della Difesa Gallant – su cui pende un mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale al pari di Netanyahu – ha anche dichiarato che l’accordo con Hamas per lo scambio dei prigionieri era di fatto stato raggiunto già nell’aprile scorso, ma venne fatto saltare da Netanyahu a causa delle minacce da parte di Bezalel Smotrich (capo dell’estremista Partito Nazionale Religioso) di abbandonare l’esecutivo.
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10/10/2024
Le verità nascoste di Mentana sul 7 ottobre
Dal 12 ottobre 2021 Facebook ha inserito la testata giornalistica diretta da Enrico Mentana, “Open”, all’interno della sua squadra di “collaboratori indipendenti per il fact-checking”.
Da allora “Open” monitora sistematicamente tutti i post pubblicati su Instagram e Facebook e stabilisce se si tratta di contenuti “veri” oppure “falsi” ed , ogni volta che un fact-checker valuta un contenuto come falso, Facebook fa in modo che soltanto poche persone possano vederlo e, contestualmente, invia un avviso a chi lo ha già visto. Inoltre bolla il contenuto con un’etichetta che rimanda all’analisi fatta del fact-checker.
Sia Facebook che Instagram, già dallo scoppio del conflitto in Ucraina, avevano incrementato la rimozione dei contenuti non graditi. Ma dal 7 ottobre 2023 in poi l’attività di censura e le mole di sanzioni a carico dei “trasgressori” si è – via via – fatta più intensa e massiccia fino al blocco temporaneo dei profili sgraditi quando non, addirittura, alla chiusura degli account che veicolavano contenuti ritenuti “non conformi agli standard della community”.
Già dal 2022 un’indagine della testata giornalistica indipendente statunitense MintPress aveva scoperto che centinaia di ex agenti del MOSSAD avevano raggiunto posizioni apicali in Google, Facebook, Microsoft e Amazon. [1].
E infatti a partire dal 7 ottobre 2023 moltissimi contenuti sulla Palestina, sia su Facebook che su Instagram, sono diventati “invisibili” attraverso il meccanismo dello “shadowban”. Ovvero, quando i contenuti non graditi vengono bloccati o limitati in qualche modo senza che ciò sia stato preventivamente comunicato ai suoi autori.
Tant’è che molti utenti, per difendersi da questa forma di censura opaca scrivono i loro post usando parole appositamente deformate come “Isrt***”, “H4m4s” “Pal****” quando si riferiscono ad Israele, Palestina, Gaza et. per sfuggire all’algoritmo, che però cambia in continuazione ogni volta che queste parole modificate vengono individuate e segnalate dai “moderatori” fisici o automatici.
Il risultato di queste attività di censura nascosta è che utenti con profili molto sensibili alla causa palestinese (taluni anche con ampio seguito) – proprio a partire dal 7 ottobre 2023 – hanno visto crollare le visualizzazioni e le interazioni sui propri contenuti.
Ecco, quell’Enrico Mentana, a capo di una testata che ha un ruolo centrale in questa attività di censura (esplicita o subdola), l’altroieri sera, su La7, ha condotto uno Speciale del suo Tg sui fatti del 7 ottobre 2023 dal titolo “L’orrore di un anno”, che ha ricostruito, minuto per minuto, la strage del 7 ottobre al confine con Gaza mettendo insieme, minuziosamente, tantissimi filmati, sia presi dalle telecamere di sorveglianza che da quelli girati da Hamas.
Inevitabilmente l’impatto che quelle immagini hanno avuto sugli spettatori non potrà che essere stato emotivamente sconvolgente perché, per la prima volta, sono state trasmesse in prima serata delle scene di violenza esplicita (analoghe a quelle subite dai palestinesi tutti i giorni, ma sistematicamente oscurate sui social controllati da Open) per almeno due ore senza alcuna interruzione.
Vedendo quella interminabile sequenza di immagini molto crude, anche il più convinto sostenitore della causa palestinese avrà percepito l’orrore delle esecuzioni dei civili nei Kibbutz.
E tuttavia il “documentario” realizzato da Silvia Brasca e Pina Debbi, votato unicamente a dimostrare la “ferocia dei militanti di Hamas”, presenta delle omissioni pesantissime che ne compromettono in modo assai pesante l’attendibilità, la credibilità e, soprattutto, l’imparzialità, quanto meno su una serie di aspetti niente affatto secondari che interessano tutta la vicenda del 7 ottobre.
Un’inchiesta indipendente sui fatti del 7 ottobre pubblicata il 27/10/2023 della testata statunitense di giornalismo investigativo The Grayzone, diretta dal Max Blumenthal, ha dimostrato che l’esercito israeliano, quel giorno, ha ricevuto l’ordine di bombardare le case israeliane e perfino le proprie basi dopo essere state sopraffatte dai militanti di Hamas; e che moltissimi cittadini israeliani sono stati “bruciati vivi” dai bombardamenti degli aerei israeliani intervenuti sul luogo oppure uccisi dal “fuoco amico” delle pallottole sparate dai militari dell’IDF, il cui intervento è stato inserito soltanto alla fine del documentario secondo il classico schema dell’“arrivano i nostri”.
Ed è davvero molto difficile, per fare un esempio, anche soltanto immaginare che centinaia di auto siano state carbonizzate da un piccolo esercito di guerriglieri armati di fucile e non dagli Apache israeliani.[2]
Mentana & co. coprono consapevolmente un grave scandalo: Israele ha ucciso centinaia di suoi cittadini tra il 7 e il 9 ottobre 2023. E il governo ha giustificato ideologicamente tutto ciò all’interno della società israeliana utilizzando un consolidato patto nazionale di omicidio-suicidio noto in Israele come “Direttiva Hannibal”.
Questo articolo si basa su un anno di reportage investigativo di The Electronic Intifada, su un ampio monitoraggio e traduzione dei media israeliani in lingua ebraica, sull’esame indipendente di centinaia di video, su un recente film pro-Israele trasmesso dalla BBC e dalla Paramount+ sul rave Supernova, sulle cifre ufficiali israeliane dei morti e su un rapporto poco letto del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite.
Possiamo concludere che durante l’offensiva del “Diluvio di Al-Aqsa” Israele ha ampliato l’uso della sua micidiale “direttiva Hannibal” – progettata per impedire che i soldati vengano catturati vivi come prigionieri di guerra – uccidendo molti dei suoi stessi civili.
L’uso di questi attacchi “Hannibal” è confermato anche in un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato a giugno. Il fuoco degli elicotteri, dei droni, dei carri armati e persino delle truppe di terra israeliane è stato deliberatamente intrapreso per evitare che i combattenti palestinesi prendessero prigionieri israeliani vivi che potessero essere scambiati con prigionieri palestinesi.
Su iniziativa della Divisione locale di Gaza, “Hannibal” è stato effettuato subito: meno di un’ora dopo l’inizio dell’offensiva palestinese. A mezzogiorno, il comando supremo dell’esercito israeliano (il cosiddetto quartier generale “Pit”, sotto l’edificio israeliano Hakirya, nel centro di Tel Aviv) ha ordinato inequivocabilmente di invocare la direttiva Hannibal in tutta la regione, “anche se ciò significa mettere in pericolo o danneggiare la vita di civili nella regione, compresi gli stessi prigionieri”.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, chiamato in causa dai prigionieri rilasciati e dalle loro famiglie che hanno assistito agli attacchi dell’esercito israeliano, ha dovuto infine ammettere che “centinaia di israeliani sono stati probabilmente uccisi da Israele stesso in episodi di bersagliamento “Hannibal” e di fuoco incrociato non intenzionale”. Israele, insomma, per lungo tempo è stato impegnato in un’aggressiva copertura dei suoi crimini contro il suo stesso popolo. [3]
È quanto mai chiaro che avere gravemente omesso quanto emerso dell’inchiesta di The Grayzone in ordine ad numero notevole di civili israeliani uccisi mentre erano in fuga, a piedi o in auto e, persino, dentro i kibbutz, tutti bombardati in modo indiscriminato dagli aerei israeliani, mirava a spostare tutta la rabbia e l’emotività dello spettatore sui “terroristi” di Hamas e ad offrire un’immagine salvifica delle forze militari israeliane, che compaiono solo alla fine del servizio ma le cui atrocità compiute continuamente sui civili palestinesi durante un intero anno di invasione della Striscia sono state raccolte dai giornalisti di Al Jazeera in un altrettanto terrificante docufilm pubblicato appena qualche giorno fa.
Ma la cosa ancora più incredibile è che, alla fine del servizio, Mentana ha di nuovo rilanciato le false notizie riguardanti le “decapitazioni dei bambini” e gli “stupri” presuntamente compiuti da Hamas, ben sapendo che, nei mesi successivi ai fatti del 7 ottobre è emersa in modo lampante l’assenza di prove, le evidenti discrepanze, le narrazioni distorte e parziali degli eventi, la mancanza di trasparenza, le manipolazioni delle famiglie delle vittime, le dure pressioni sui testimoni, l’assenza totale di verifiche incrociate delle testimonianze e, addirittura, dettagli poi rivelatisi letteralmente inventati di sana pianta.
Tutte accuse gravissime avanzate nei confronti del giornale che per primo le ha lanciate, ovvero, il New York Times con l’inchiesta ‘Screams Without Words’: How Hamas Weaponized Sexual Violence on Oct. 7“ (‘Grida Senza Parole’: come Hamas ha usato come arma la violenza sessuale il 7 Ottobre), curata dal Premio Pulitzer Jeffrey Gettleman, dalla regista Anat Schwartz e dal reporter freelance Adam Sella.
Quell’articolo, il cui contenuto venne rilanciato acriticamente da tutti i principali media occidentali, internazionali e italiani (in testa La Stampa: “La violentavano, poi le hanno tagliato il seno e se lo lanciavano per gioco”: l’inchiesta del New York Times scopre l’orrore degli stupri di Hamas nel raid del 7 ottobre), è stato confutato da diverse testate indipendenti come Mondoweiss [4], Electronic Intifada, The Grayzone ed Intercept.
Confutazioni e decostruzioni avvalorate recentemente da un gruppo di oltre cinquanta accademici statunitensi, professori di giornalismo, provenienti dalle più prestigiose università, che hanno sollevato questioni importanti riguardo la narrazione dei fatti del 7 ottobre da parte del NYT.
Le critiche mosse dai professori, insieme a quelle provenienti da altri settori e persino da alcuni membri del personale dello stesso New York Times, hanno confutato tanto la credibilità delle fonti utilizzate quanto il processo editoriale che ha portato alla pubblicazione del rapporto.
Inoltre, diverse smentite e testimonianze contrastanti con la versione ufficiale riguardo le presunte ”decapitazioni” e gli “stupri” da parte di Hamas, sono state rese note, successivamente ai fatti del 7 ottobre 2023, sia dagli stessi scampati alla strage che dagli ostaggi che sono stati successivamente rilasciati.
Ebbene, Enrico Mentana, in conclusione del documentario trasmesso da La7, dopo aver cercato di trovare un impossibile punto di riequilibrio dopo la trasmissione di un servizio talmente fazioso e sbilanciato, ha nuovamente rilanciato quelle ormai note fake news sulle “decapitazioni dei bambini e gli stupri di Hamas”, totalmente incurante della mole di testimonianze e documenti emersi successivamente all’azione di Hamas che hanno smentito categoricamente quella narrazione volutamente distorta dei fatti del 7 ottobre 2023.
E come se non bastasse, il vulcanico direttore del Tg de La7 ha aggiunto che “...i dati dei 41.000 morti ci vengono da Hamas e non sono verificabili”, pur sapendo che l’ultimo studio apparso a luglio scorso sulla rivista scientifica The Lancet, relativo al massacro di civili in corso a Gaza, ha confermato quanto dichiarato dal Ministero della Sanità palestinese (che censisce soltanto i morti passati per le strutture ospedaliere, quando ancora in piedi) aggiungendo, peraltro, un ulteriore tassello alla tesi del genocidio in atto a Gaza: i morti “attribuibili” alla campagna militare in corso a Gaza sarebbero ben al di sopra di quanto fino a oggi riportato, e precisamente ammonterebbero a oltre 185.000 persone, circa il 7,9% della popolazione totale della Striscia.[5]
Un’ultima considerazione che, mi pare, tuttavia, riguardi la questione più importante di tutte. Partendo dalla premessa che, inevitabilmente, ogni guerra (anche quelle di resistenza) produce orrore e violenza e che l’accanimento sui civili è diventata la cifra principale di tutti i conflitti armati degli ultimi decenni, viene da chiedersi: perché offrire due ore di immagini orribili di violenze anche inaudite sui civili di una nazione ritenuta alleata – Israele – proprio mentre si oscurano sistematicamente, sia in tv che sui social, tutte quelle che vengono inflitte ininterrottamente da un anno sugli inermi, sfiniti, affamati e disperati civili palestinesi ridotti a vivere in tendopoli o scuole usate come rifugi continuamente sottoposti ai bombardamenti israeliani?
E non parliamo degli ospedali, quasi tutti distrutti dalle bombe sioniste.
Si tratta di un doppio standard vile ed inaccettabile e chi lo usa dimostra di avere come unico obiettivo quello di utilizzare, ai fini della costruzione della propaganda di guerra e del consenso nei confronti di una sola parte, la sofferenza e l’orrore della guerra non avendo, in realtà, nessuna reale compassione per TUTTE le vittime del conflitto israelo-palestinese.
Come del resto per quelle di tutti gli altri conflitti, dal momento che opera una selezione sulla base del colore della pelle, della “razza” ma, soprattutto, delle alleanze politico-militari.
L’imperialismo, il neocolonialismo, il razzismo ed il suprematismo bianco si nutrono, anche e soprattutto, di queste cose. Non dimentichiamolo.
Note
[1] Invicta Palestina del 03/11/2022 , “Le ex spie israeliane lavorano per Google, Facebook e Microsoft” qui.
[2] THE GRAYZONE del 27/10/2023 ” October 7 testimonies reveal Israel’s military ‘shelling’ Israeli citizens with tanks, missiles” di Max Blumenthal qui.
[3] The Electronic Intifada, “ Come Israele ha ucciso centinaia di suoi cittadini il 7 ottobre” di Asa Winstanley The Electronic Intifada 7 ottobre 2024 qui.
[3] Mondoweiss.net , titolo originale completo Extraordinary charges of bias emerge against NYTimes reporter Anat Schwartz (“Straordinarie accuse di parzialità dirette alla giornalista del New York Times Anat Schwartz”) qui.
[4] THE LANCET del 10/07/2024 “Counting the dead in Gaza: difficult but essential “ di Rasha Khatib – Martin McKee – Salim Yusuf qui.
Fonte
Da allora “Open” monitora sistematicamente tutti i post pubblicati su Instagram e Facebook e stabilisce se si tratta di contenuti “veri” oppure “falsi” ed , ogni volta che un fact-checker valuta un contenuto come falso, Facebook fa in modo che soltanto poche persone possano vederlo e, contestualmente, invia un avviso a chi lo ha già visto. Inoltre bolla il contenuto con un’etichetta che rimanda all’analisi fatta del fact-checker.
Sia Facebook che Instagram, già dallo scoppio del conflitto in Ucraina, avevano incrementato la rimozione dei contenuti non graditi. Ma dal 7 ottobre 2023 in poi l’attività di censura e le mole di sanzioni a carico dei “trasgressori” si è – via via – fatta più intensa e massiccia fino al blocco temporaneo dei profili sgraditi quando non, addirittura, alla chiusura degli account che veicolavano contenuti ritenuti “non conformi agli standard della community”.
Già dal 2022 un’indagine della testata giornalistica indipendente statunitense MintPress aveva scoperto che centinaia di ex agenti del MOSSAD avevano raggiunto posizioni apicali in Google, Facebook, Microsoft e Amazon. [1].
E infatti a partire dal 7 ottobre 2023 moltissimi contenuti sulla Palestina, sia su Facebook che su Instagram, sono diventati “invisibili” attraverso il meccanismo dello “shadowban”. Ovvero, quando i contenuti non graditi vengono bloccati o limitati in qualche modo senza che ciò sia stato preventivamente comunicato ai suoi autori.
Tant’è che molti utenti, per difendersi da questa forma di censura opaca scrivono i loro post usando parole appositamente deformate come “Isrt***”, “H4m4s” “Pal****” quando si riferiscono ad Israele, Palestina, Gaza et. per sfuggire all’algoritmo, che però cambia in continuazione ogni volta che queste parole modificate vengono individuate e segnalate dai “moderatori” fisici o automatici.
Il risultato di queste attività di censura nascosta è che utenti con profili molto sensibili alla causa palestinese (taluni anche con ampio seguito) – proprio a partire dal 7 ottobre 2023 – hanno visto crollare le visualizzazioni e le interazioni sui propri contenuti.
Ecco, quell’Enrico Mentana, a capo di una testata che ha un ruolo centrale in questa attività di censura (esplicita o subdola), l’altroieri sera, su La7, ha condotto uno Speciale del suo Tg sui fatti del 7 ottobre 2023 dal titolo “L’orrore di un anno”, che ha ricostruito, minuto per minuto, la strage del 7 ottobre al confine con Gaza mettendo insieme, minuziosamente, tantissimi filmati, sia presi dalle telecamere di sorveglianza che da quelli girati da Hamas.
Inevitabilmente l’impatto che quelle immagini hanno avuto sugli spettatori non potrà che essere stato emotivamente sconvolgente perché, per la prima volta, sono state trasmesse in prima serata delle scene di violenza esplicita (analoghe a quelle subite dai palestinesi tutti i giorni, ma sistematicamente oscurate sui social controllati da Open) per almeno due ore senza alcuna interruzione.
Vedendo quella interminabile sequenza di immagini molto crude, anche il più convinto sostenitore della causa palestinese avrà percepito l’orrore delle esecuzioni dei civili nei Kibbutz.
E tuttavia il “documentario” realizzato da Silvia Brasca e Pina Debbi, votato unicamente a dimostrare la “ferocia dei militanti di Hamas”, presenta delle omissioni pesantissime che ne compromettono in modo assai pesante l’attendibilità, la credibilità e, soprattutto, l’imparzialità, quanto meno su una serie di aspetti niente affatto secondari che interessano tutta la vicenda del 7 ottobre.
Un’inchiesta indipendente sui fatti del 7 ottobre pubblicata il 27/10/2023 della testata statunitense di giornalismo investigativo The Grayzone, diretta dal Max Blumenthal, ha dimostrato che l’esercito israeliano, quel giorno, ha ricevuto l’ordine di bombardare le case israeliane e perfino le proprie basi dopo essere state sopraffatte dai militanti di Hamas; e che moltissimi cittadini israeliani sono stati “bruciati vivi” dai bombardamenti degli aerei israeliani intervenuti sul luogo oppure uccisi dal “fuoco amico” delle pallottole sparate dai militari dell’IDF, il cui intervento è stato inserito soltanto alla fine del documentario secondo il classico schema dell’“arrivano i nostri”.
Ed è davvero molto difficile, per fare un esempio, anche soltanto immaginare che centinaia di auto siano state carbonizzate da un piccolo esercito di guerriglieri armati di fucile e non dagli Apache israeliani.[2]
Mentana & co. coprono consapevolmente un grave scandalo: Israele ha ucciso centinaia di suoi cittadini tra il 7 e il 9 ottobre 2023. E il governo ha giustificato ideologicamente tutto ciò all’interno della società israeliana utilizzando un consolidato patto nazionale di omicidio-suicidio noto in Israele come “Direttiva Hannibal”.
Questo articolo si basa su un anno di reportage investigativo di The Electronic Intifada, su un ampio monitoraggio e traduzione dei media israeliani in lingua ebraica, sull’esame indipendente di centinaia di video, su un recente film pro-Israele trasmesso dalla BBC e dalla Paramount+ sul rave Supernova, sulle cifre ufficiali israeliane dei morti e su un rapporto poco letto del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite.
Possiamo concludere che durante l’offensiva del “Diluvio di Al-Aqsa” Israele ha ampliato l’uso della sua micidiale “direttiva Hannibal” – progettata per impedire che i soldati vengano catturati vivi come prigionieri di guerra – uccidendo molti dei suoi stessi civili.
L’uso di questi attacchi “Hannibal” è confermato anche in un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato a giugno. Il fuoco degli elicotteri, dei droni, dei carri armati e persino delle truppe di terra israeliane è stato deliberatamente intrapreso per evitare che i combattenti palestinesi prendessero prigionieri israeliani vivi che potessero essere scambiati con prigionieri palestinesi.
Su iniziativa della Divisione locale di Gaza, “Hannibal” è stato effettuato subito: meno di un’ora dopo l’inizio dell’offensiva palestinese. A mezzogiorno, il comando supremo dell’esercito israeliano (il cosiddetto quartier generale “Pit”, sotto l’edificio israeliano Hakirya, nel centro di Tel Aviv) ha ordinato inequivocabilmente di invocare la direttiva Hannibal in tutta la regione, “anche se ciò significa mettere in pericolo o danneggiare la vita di civili nella regione, compresi gli stessi prigionieri”.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, chiamato in causa dai prigionieri rilasciati e dalle loro famiglie che hanno assistito agli attacchi dell’esercito israeliano, ha dovuto infine ammettere che “centinaia di israeliani sono stati probabilmente uccisi da Israele stesso in episodi di bersagliamento “Hannibal” e di fuoco incrociato non intenzionale”. Israele, insomma, per lungo tempo è stato impegnato in un’aggressiva copertura dei suoi crimini contro il suo stesso popolo. [3]
È quanto mai chiaro che avere gravemente omesso quanto emerso dell’inchiesta di The Grayzone in ordine ad numero notevole di civili israeliani uccisi mentre erano in fuga, a piedi o in auto e, persino, dentro i kibbutz, tutti bombardati in modo indiscriminato dagli aerei israeliani, mirava a spostare tutta la rabbia e l’emotività dello spettatore sui “terroristi” di Hamas e ad offrire un’immagine salvifica delle forze militari israeliane, che compaiono solo alla fine del servizio ma le cui atrocità compiute continuamente sui civili palestinesi durante un intero anno di invasione della Striscia sono state raccolte dai giornalisti di Al Jazeera in un altrettanto terrificante docufilm pubblicato appena qualche giorno fa.
Ma la cosa ancora più incredibile è che, alla fine del servizio, Mentana ha di nuovo rilanciato le false notizie riguardanti le “decapitazioni dei bambini” e gli “stupri” presuntamente compiuti da Hamas, ben sapendo che, nei mesi successivi ai fatti del 7 ottobre è emersa in modo lampante l’assenza di prove, le evidenti discrepanze, le narrazioni distorte e parziali degli eventi, la mancanza di trasparenza, le manipolazioni delle famiglie delle vittime, le dure pressioni sui testimoni, l’assenza totale di verifiche incrociate delle testimonianze e, addirittura, dettagli poi rivelatisi letteralmente inventati di sana pianta.
Tutte accuse gravissime avanzate nei confronti del giornale che per primo le ha lanciate, ovvero, il New York Times con l’inchiesta ‘Screams Without Words’: How Hamas Weaponized Sexual Violence on Oct. 7“ (‘Grida Senza Parole’: come Hamas ha usato come arma la violenza sessuale il 7 Ottobre), curata dal Premio Pulitzer Jeffrey Gettleman, dalla regista Anat Schwartz e dal reporter freelance Adam Sella.
Quell’articolo, il cui contenuto venne rilanciato acriticamente da tutti i principali media occidentali, internazionali e italiani (in testa La Stampa: “La violentavano, poi le hanno tagliato il seno e se lo lanciavano per gioco”: l’inchiesta del New York Times scopre l’orrore degli stupri di Hamas nel raid del 7 ottobre), è stato confutato da diverse testate indipendenti come Mondoweiss [4], Electronic Intifada, The Grayzone ed Intercept.
Confutazioni e decostruzioni avvalorate recentemente da un gruppo di oltre cinquanta accademici statunitensi, professori di giornalismo, provenienti dalle più prestigiose università, che hanno sollevato questioni importanti riguardo la narrazione dei fatti del 7 ottobre da parte del NYT.
Le critiche mosse dai professori, insieme a quelle provenienti da altri settori e persino da alcuni membri del personale dello stesso New York Times, hanno confutato tanto la credibilità delle fonti utilizzate quanto il processo editoriale che ha portato alla pubblicazione del rapporto.
Inoltre, diverse smentite e testimonianze contrastanti con la versione ufficiale riguardo le presunte ”decapitazioni” e gli “stupri” da parte di Hamas, sono state rese note, successivamente ai fatti del 7 ottobre 2023, sia dagli stessi scampati alla strage che dagli ostaggi che sono stati successivamente rilasciati.
Ebbene, Enrico Mentana, in conclusione del documentario trasmesso da La7, dopo aver cercato di trovare un impossibile punto di riequilibrio dopo la trasmissione di un servizio talmente fazioso e sbilanciato, ha nuovamente rilanciato quelle ormai note fake news sulle “decapitazioni dei bambini e gli stupri di Hamas”, totalmente incurante della mole di testimonianze e documenti emersi successivamente all’azione di Hamas che hanno smentito categoricamente quella narrazione volutamente distorta dei fatti del 7 ottobre 2023.
E come se non bastasse, il vulcanico direttore del Tg de La7 ha aggiunto che “...i dati dei 41.000 morti ci vengono da Hamas e non sono verificabili”, pur sapendo che l’ultimo studio apparso a luglio scorso sulla rivista scientifica The Lancet, relativo al massacro di civili in corso a Gaza, ha confermato quanto dichiarato dal Ministero della Sanità palestinese (che censisce soltanto i morti passati per le strutture ospedaliere, quando ancora in piedi) aggiungendo, peraltro, un ulteriore tassello alla tesi del genocidio in atto a Gaza: i morti “attribuibili” alla campagna militare in corso a Gaza sarebbero ben al di sopra di quanto fino a oggi riportato, e precisamente ammonterebbero a oltre 185.000 persone, circa il 7,9% della popolazione totale della Striscia.[5]
Un’ultima considerazione che, mi pare, tuttavia, riguardi la questione più importante di tutte. Partendo dalla premessa che, inevitabilmente, ogni guerra (anche quelle di resistenza) produce orrore e violenza e che l’accanimento sui civili è diventata la cifra principale di tutti i conflitti armati degli ultimi decenni, viene da chiedersi: perché offrire due ore di immagini orribili di violenze anche inaudite sui civili di una nazione ritenuta alleata – Israele – proprio mentre si oscurano sistematicamente, sia in tv che sui social, tutte quelle che vengono inflitte ininterrottamente da un anno sugli inermi, sfiniti, affamati e disperati civili palestinesi ridotti a vivere in tendopoli o scuole usate come rifugi continuamente sottoposti ai bombardamenti israeliani?
E non parliamo degli ospedali, quasi tutti distrutti dalle bombe sioniste.
Si tratta di un doppio standard vile ed inaccettabile e chi lo usa dimostra di avere come unico obiettivo quello di utilizzare, ai fini della costruzione della propaganda di guerra e del consenso nei confronti di una sola parte, la sofferenza e l’orrore della guerra non avendo, in realtà, nessuna reale compassione per TUTTE le vittime del conflitto israelo-palestinese.
Come del resto per quelle di tutti gli altri conflitti, dal momento che opera una selezione sulla base del colore della pelle, della “razza” ma, soprattutto, delle alleanze politico-militari.
L’imperialismo, il neocolonialismo, il razzismo ed il suprematismo bianco si nutrono, anche e soprattutto, di queste cose. Non dimentichiamolo.
Note
[1] Invicta Palestina del 03/11/2022 , “Le ex spie israeliane lavorano per Google, Facebook e Microsoft” qui.
[2] THE GRAYZONE del 27/10/2023 ” October 7 testimonies reveal Israel’s military ‘shelling’ Israeli citizens with tanks, missiles” di Max Blumenthal qui.
[3] The Electronic Intifada, “ Come Israele ha ucciso centinaia di suoi cittadini il 7 ottobre” di Asa Winstanley The Electronic Intifada 7 ottobre 2024 qui.
[3] Mondoweiss.net , titolo originale completo Extraordinary charges of bias emerge against NYTimes reporter Anat Schwartz (“Straordinarie accuse di parzialità dirette alla giornalista del New York Times Anat Schwartz”) qui.
[4] THE LANCET del 10/07/2024 “Counting the dead in Gaza: difficult but essential “ di Rasha Khatib – Martin McKee – Salim Yusuf qui.
Fonte
31/10/2023
I civili israeliani uccisi il 7 ottobre. Le responsabilità non sono solo palestinesi
Su diversi media israeliani – e di diverso orientamento – cominciano a spuntare domande pesanti sulle cause delle molte morti di civili israeliani il 7 ottobre, e non solo per mano dei palestinesi.
Già nelle scorse settimane avevamo riportato la testimonianza di una donna israeliana sopravvissuta il 7 ottobre, che in due interviste alle radiotelevisioni statali aveva esplicitamente parlato di “fuoco incrociato” da parte dei militari israeliani.
Sui giornali israeliani Yedioth Aronoth e Mako stanno emergendo testimonianze di piloti di elicotteri e soldati che ammettono di aver sostanzialmente “sparato nel mucchio” senza distinguere se quelli a cui sparavano erano guerriglieri palestinesi o civili israeliani.
Del resto anche le immagini delle distruzioni di molte case, nei kibbutz attaccati il 7 ottobre, davano più l’idea di essere stati bombardati che bruciati dai palestinesi.
Una seria inchiesta sulle stragi del 7 ottobre potrebbe svelare che l’alto numero di civili israeliani uccisi non lo sono stati solo per responsabilità dei palestinesi, ma anche per gli ordini dati ai piloti degli elicotteri e ai militari israeliani arrivati sul posto per respingere l’incursione dei palestinesi.
Sul comportamento adottato dalle forze armate israeliane il 7 ottobre occorre sapere qualcosa di più e di cui avevamo già accennato nelle scorse settimane.
Le Forze Armate israeliane hanno adottato un protocollo molto controverso noto come la Direttiva Hannibal.
Le opinioni divergono su come questo protocollo, che è rimasto un segreto militare fino al 2003, sia diventato noto come Hannibal. Ci sono indicazioni che il nome derivi dal generale cartaginese, che scelse di avvelenarsi piuttosto che cadere prigioniero dei Romani, ma i funzionari militari israeliani insistono sul fatto che un computer ha generato il nome casualmente. Qualunque sia la sua provenienza, il soprannome sembra appropriato.
Elaborata da tre alti comandanti delle Forze armate israeliane nel 1986, in seguito alla cattura di due soldati israeliani da parte di Hezbollah, la Direttiva Hannibal stabiliva le misure che l’esercito doveva adottare in caso di rapimento di un soldato.
Il suo obiettivo dichiarato è quello di impedire che le truppe israeliane cadano in mani nemiche, “anche a costo di ferire o uccidere i nostri soldati“.
Mentre le normali procedure dell’IDF vietano ai soldati di sparare in direzione generale dei loro commilitoni, incluso l’attacco a un veicolo in fuga, tali procedure, secondo la Direttiva Hannibal, devono essere derogate in caso di rapimento: “Tutto deve essere fatto per fermare il veicolo e impedirgli di fuggire“.
Sebbene l’ordine specifichi che in questi casi dovrebbe essere utilizzato solo il fuoco selettivo con armi leggere, il messaggio che c’è dietro è clamoroso. Quando un soldato viene rapito, non solo tutti gli obiettivi sono legittimi – compresi, come abbiamo visto durante il fine settimana, le ambulanze – ma è permesso, e anche implicitamente consigliabile, che i soldati sparino da soli.
Per più di un decennio, i censori militari hanno impedito ai giornalisti di riferire sul protocollo, apparentemente perché temevano che avrebbe demoralizzato l’opinione pubblica israeliana.
Nel 2003, un medico israeliano che aveva sentito parlare della direttiva mentre prestava servizio come riservista, in Libano, ha iniziato a sostenerne l'annullamento, portando alla sua declassificazione.
Quell’anno, un’inchiesta di Haaretz sulla direttiva concluse che “dal punto di vista dell’esercito, un soldato morto è meglio di un soldato prigioniero che soffre e costringe lo Stato a rilasciare migliaia di prigionieri per ottenere la sua liberazione“.
Per anni, i soldati israeliani sul campo di battaglia hanno discusso animatamente della direttiva e del suo utilizzo. Almeno un comandante di battaglione, secondo l’inchiesta di Haaretz, si è rifiutato di informare i suoi soldati in merito, sostenendo che era “palesemente illegale“.
E un rabbino, interrogato da un soldato sull’aspetto religioso dell’ordine, gli consigliò di disobbedire.
Il maggiore generale Yossi Peled, uno dei comandanti che ha redatto la direttiva, ha detto ad Haaretz che il suo scopo era quello di affermare fino a che punto i militari potevano spingersi per prevenire i rapimenti.
“Non sgancerei una bomba da una tonnellata sul veicolo, ma lo colpirei con un proiettile di carro armato che potrebbe fare un grande buco nel veicolo, il che renderebbe possibile a chiunque non sia stato colpito direttamente, se il veicolo non esplodesse, di emergere tutto intero“, ha detto Peled. È comprensibile che i soldati si grattino la testa per formulazioni come queste.
Sin dall’inizio della direttiva, l’IDF è noto per averla utilizzata solo una manciata di volte, incluso il caso di Gilad Shalit. L’ordine è arrivato troppo tardi per Shalit e non ha impedito il suo rapimento – o il suo eventuale rilascio, nel 2011, in cambio di milleventisette prigionieri palestinesi.
Quell’anno, nell’ambito dell’inchiesta militare sulle circostanze che portarono alla cattura di Shalit, il capo di stato maggiore dell’IDF, Benny Gantz, modificò la direttiva. Ora consente ai comandanti sul campo di agire senza attendere la conferma dei loro superiori.
Allo stesso tempo, il linguaggio della direttiva è stato temperato per chiarire che non richiede l’uccisione volontaria dei soldati catturati.
Nel cambiare la formulazione del protocollo, Gantz ha introdotto un principio etico noto come “dottrina del doppio effetto“, che afferma che un cattivo risultato (l’uccisione di un soldato prigioniero) è moralmente ammissibile solo come effetto collaterale della promozione di una buona azione (fermare i suoi carcerieri).
Il giornale statunitense New Yorker riporta che Daniel Nisman, che gestisce una società di consulenza per la sicurezza geopolitica, ha commentato sul Times che la direttiva Hannibal “suona terribile, ma bisogna considerarla nel quadro dell’accordo Shalit. Sono stati cinque anni di tormento per questo paese, dove ogni telegiornale finiva con quanti giorni Shalit era stato prigioniero. È come una ferita che non guarisce mai“.
Il 7 ottobre i militari israeliani potrebbero aver ritenuto che la priorità fosse l’uccisione di più combattenti palestinesi possibili e che evitare o limitare le eventuali vittime civili israeliane non fosse una priorità.
E forse, proprio sulla base della Direttiva Hannibal, erano preferibili dei morti piuttosto che degli ostaggi in mano ai palestinesi, soprattutto perché una buona parte degli ostaggi sono militari e agenti di polizia.
Fonte
Già nelle scorse settimane avevamo riportato la testimonianza di una donna israeliana sopravvissuta il 7 ottobre, che in due interviste alle radiotelevisioni statali aveva esplicitamente parlato di “fuoco incrociato” da parte dei militari israeliani.
Sui giornali israeliani Yedioth Aronoth e Mako stanno emergendo testimonianze di piloti di elicotteri e soldati che ammettono di aver sostanzialmente “sparato nel mucchio” senza distinguere se quelli a cui sparavano erano guerriglieri palestinesi o civili israeliani.
Del resto anche le immagini delle distruzioni di molte case, nei kibbutz attaccati il 7 ottobre, davano più l’idea di essere stati bombardati che bruciati dai palestinesi.
Una seria inchiesta sulle stragi del 7 ottobre potrebbe svelare che l’alto numero di civili israeliani uccisi non lo sono stati solo per responsabilità dei palestinesi, ma anche per gli ordini dati ai piloti degli elicotteri e ai militari israeliani arrivati sul posto per respingere l’incursione dei palestinesi.
Sul comportamento adottato dalle forze armate israeliane il 7 ottobre occorre sapere qualcosa di più e di cui avevamo già accennato nelle scorse settimane.
Le Forze Armate israeliane hanno adottato un protocollo molto controverso noto come la Direttiva Hannibal.
Le opinioni divergono su come questo protocollo, che è rimasto un segreto militare fino al 2003, sia diventato noto come Hannibal. Ci sono indicazioni che il nome derivi dal generale cartaginese, che scelse di avvelenarsi piuttosto che cadere prigioniero dei Romani, ma i funzionari militari israeliani insistono sul fatto che un computer ha generato il nome casualmente. Qualunque sia la sua provenienza, il soprannome sembra appropriato.
Elaborata da tre alti comandanti delle Forze armate israeliane nel 1986, in seguito alla cattura di due soldati israeliani da parte di Hezbollah, la Direttiva Hannibal stabiliva le misure che l’esercito doveva adottare in caso di rapimento di un soldato.
Il suo obiettivo dichiarato è quello di impedire che le truppe israeliane cadano in mani nemiche, “anche a costo di ferire o uccidere i nostri soldati“.
Mentre le normali procedure dell’IDF vietano ai soldati di sparare in direzione generale dei loro commilitoni, incluso l’attacco a un veicolo in fuga, tali procedure, secondo la Direttiva Hannibal, devono essere derogate in caso di rapimento: “Tutto deve essere fatto per fermare il veicolo e impedirgli di fuggire“.
Sebbene l’ordine specifichi che in questi casi dovrebbe essere utilizzato solo il fuoco selettivo con armi leggere, il messaggio che c’è dietro è clamoroso. Quando un soldato viene rapito, non solo tutti gli obiettivi sono legittimi – compresi, come abbiamo visto durante il fine settimana, le ambulanze – ma è permesso, e anche implicitamente consigliabile, che i soldati sparino da soli.
Per più di un decennio, i censori militari hanno impedito ai giornalisti di riferire sul protocollo, apparentemente perché temevano che avrebbe demoralizzato l’opinione pubblica israeliana.
Nel 2003, un medico israeliano che aveva sentito parlare della direttiva mentre prestava servizio come riservista, in Libano, ha iniziato a sostenerne l'annullamento, portando alla sua declassificazione.
Quell’anno, un’inchiesta di Haaretz sulla direttiva concluse che “dal punto di vista dell’esercito, un soldato morto è meglio di un soldato prigioniero che soffre e costringe lo Stato a rilasciare migliaia di prigionieri per ottenere la sua liberazione“.
Per anni, i soldati israeliani sul campo di battaglia hanno discusso animatamente della direttiva e del suo utilizzo. Almeno un comandante di battaglione, secondo l’inchiesta di Haaretz, si è rifiutato di informare i suoi soldati in merito, sostenendo che era “palesemente illegale“.
E un rabbino, interrogato da un soldato sull’aspetto religioso dell’ordine, gli consigliò di disobbedire.
Il maggiore generale Yossi Peled, uno dei comandanti che ha redatto la direttiva, ha detto ad Haaretz che il suo scopo era quello di affermare fino a che punto i militari potevano spingersi per prevenire i rapimenti.
“Non sgancerei una bomba da una tonnellata sul veicolo, ma lo colpirei con un proiettile di carro armato che potrebbe fare un grande buco nel veicolo, il che renderebbe possibile a chiunque non sia stato colpito direttamente, se il veicolo non esplodesse, di emergere tutto intero“, ha detto Peled. È comprensibile che i soldati si grattino la testa per formulazioni come queste.
Sin dall’inizio della direttiva, l’IDF è noto per averla utilizzata solo una manciata di volte, incluso il caso di Gilad Shalit. L’ordine è arrivato troppo tardi per Shalit e non ha impedito il suo rapimento – o il suo eventuale rilascio, nel 2011, in cambio di milleventisette prigionieri palestinesi.
Quell’anno, nell’ambito dell’inchiesta militare sulle circostanze che portarono alla cattura di Shalit, il capo di stato maggiore dell’IDF, Benny Gantz, modificò la direttiva. Ora consente ai comandanti sul campo di agire senza attendere la conferma dei loro superiori.
Allo stesso tempo, il linguaggio della direttiva è stato temperato per chiarire che non richiede l’uccisione volontaria dei soldati catturati.
Nel cambiare la formulazione del protocollo, Gantz ha introdotto un principio etico noto come “dottrina del doppio effetto“, che afferma che un cattivo risultato (l’uccisione di un soldato prigioniero) è moralmente ammissibile solo come effetto collaterale della promozione di una buona azione (fermare i suoi carcerieri).
Il giornale statunitense New Yorker riporta che Daniel Nisman, che gestisce una società di consulenza per la sicurezza geopolitica, ha commentato sul Times che la direttiva Hannibal “suona terribile, ma bisogna considerarla nel quadro dell’accordo Shalit. Sono stati cinque anni di tormento per questo paese, dove ogni telegiornale finiva con quanti giorni Shalit era stato prigioniero. È come una ferita che non guarisce mai“.
Il 7 ottobre i militari israeliani potrebbero aver ritenuto che la priorità fosse l’uccisione di più combattenti palestinesi possibili e che evitare o limitare le eventuali vittime civili israeliane non fosse una priorità.
E forse, proprio sulla base della Direttiva Hannibal, erano preferibili dei morti piuttosto che degli ostaggi in mano ai palestinesi, soprattutto perché una buona parte degli ostaggi sono militari e agenti di polizia.
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