Il ruolo svolto da Hamas in Palestina e nella regione è difficile da comprendere se ridotto a una semplice dicotomia: resistenza contro l’occupazione o movimento islamico contro un’autorità nazionale.
L’ascesa, la persistenza e l’influenza regionale di Hamas possono essere spiegate solo come il prodotto di una crisi più profonda – la crisi del progetto nazionale palestinese stesso – e al contempo come uno dei fattori che hanno contribuito ad aggravare e perpetuare questa crisi.
Hamas non è emerso dal nulla. È sorto alla fine degli anni ’80 in un momento in cui il movimento nazionale palestinese stava attraversando una crisi complessa. L’occupazione israeliana continuava, il progetto di liberazione guidato dall’OLP era entrato in una fase di logoramento e declino, e il divario tra la retorica nazionale e la realtà vissuta dai palestinesi si stava ampliando.
Poi è arrivata l’era dell’Autorità Palestinese, che ha esacerbato la crisi. Invece di condurre a uno stato indipendente, si è trasformato in un’autorità dai poteri limitati, appesantita da corruzione, burocrazia e divisioni interne, e incapace di soddisfare le aspirazioni palestinesi di libertà e indipendenza.
In questo contesto, Hamas si è presentato come un’alternativa morale, organizzativa e politica. Non era semplicemente una fazione armata, ma una rete sociale, di difesa dei diritti, educativa e caritatevole con un elevato grado di capacità organizzativa e una notevole disciplina istituzionale.
La sua legittimità derivava da tre fonti principali: il suo discorso di resistenza contro l’occupazione, la sua immagine di alternativa più onesta alle élite esistenti e la sua capacità di fornire servizi e costruire profondi legami sociali all’interno della società palestinese.
Tuttavia, l’ascesa di Hamas non è stata solo il risultato della sua forza. Si è verificata anche in un contesto di crescente sfiducia nel progetto politico rappresentato dall’Autorità Palestinese.
L’Autorità, nata dopo gli Accordi di Oslo, portava con sé la storica promessa di trasformare la fase di transizione in uno stato indipendente, ma questa promessa si è scontrata con ostacoli interni ed esterni che ne hanno impedito la realizzazione.
Sul piano esterno, l’Autorità Palestinese ha continuato a operare nella realtà dell’occupazione, senza piena sovranità su territorio, confini e risorse. Inoltre, la continua attività di insediamento, soprattutto con l’ascesa della destra israeliana, ha indebolito la fiducia nella possibilità di raggiungere una soluzione politica basata sulla creazione di uno Stato palestinese indipendente.
Con lo stallo dei negoziati e il ripetersi delle crisi, ampi settori della popolazione palestinese hanno iniziato a credere che il processo negoziale non fosse più in grado di raggiungere gli obiettivi nazionali promessi.
Anche gli attentati suicidi compiuti da Hamas e dalla Jihad islamica in Israele a metà degli anni ’90 hanno contribuito a indebolire la posizione dell’Autorità Palestinese e a ostacolarne il progetto politico.
In quel periodo, l’Autorità stava cercando di consolidare la propria legittimità come partner degli Accordi di Oslo, mentre questi attentati minavano la fiducia israeliana in tale processo e rafforzavano la retorica delle forze israeliane contrarie agli accordi politici.
Contemporaneamente, l’Autorità Palestinese si trovò di fronte a un difficile dilemma: dal punto di vista della sicurezza, era tenuta a fermare gli attacchi suicidi e a rispettare i propri impegni politici, ma internamente doveva affrontare le accuse di essere diventata uno strumento per proteggere un processo negoziale che non aveva prodotto i risultati sperati dai palestinesi.
Pertanto, il conflitto tra l’opzione del negoziato e quella della resistenza armata acuì la divisione palestinese e indebolì la capacità dell’Autorità di costruire un’ampia legittimità nazionale.
Sul fronte interno, l’Autorità soffrì di crisi strutturali che ne minarono la legittimità. Molti la percepivano come associata alla burocrazia, alla corruzione e alla monopolizzazione del potere decisionale. Inoltre, la sua forte dipendenza dal sostegno esterno e la dipendenza delle sue capacità amministrative e finanziarie dalle circostanze politiche circostanti portarono alcuni a considerarla più un organo amministrativo limitato che uno Stato pienamente sovrano.
Si creò così un vuoto politico e morale: l’Autorità Palestinese non riuscì a realizzare lo Stato promesso e le forze nazionali tradizionali non riuscirono a proporre un’alternativa convincente. In questo vuoto, Hamas è riuscito a presentarsi come un movimento di resistenza dotato di chiarezza ideologica e capacità organizzativa, capitalizzando sulla frustrazione popolare e sul calo di fiducia nel processo politico esistente.
Tuttavia, il successo di Hamas rifletteva anche il fallimento del progetto nazionale palestinese di trasformarsi in uno Stato funzionante. Quanto più il progetto di costruzione dello Stato vacillava e quanto più la legittimità delle istituzioni nazionali si erodeva, tanto maggiore era la propensione verso movimenti che si presentavano come portatori di significato, identità e resistenza.
Il paradosso, tuttavia, ha cominciato a emergere con l’ingresso di Hamas nell’arena politica e la successiva presa del potere nella Striscia di Gaza nel 2007.
Il movimento, che aveva beneficiato della crisi dello Stato palestinese, si è trovato di fronte a un interrogativo a cui non riusciva a dare una risposta definitiva: è un movimento di resistenza o un’autorità di governo? Fa parte di un progetto nazionale palestinese o di un progetto islamico transnazionale? Trae la sua legittimità dal popolo palestinese e dalle sue istituzioni, o dall’idea di resistenza e dalla comunità ideologica?
Tali questioni non erano meramente teoriche; si riflettevano nella realtà pratica della vita palestinese. Emersero due sistemi politici distinti: l’Autorità Palestinese in Cisgiordania e il governo guidato da Hamas nella Striscia di Gaza.
Invece di istituzioni nazionali che diventassero un quadro unificante per i palestinesi, la scena palestinese si trasformò in uno spazio diviso politicamente, istituzionalmente e geograficamente. Pertanto, il movimento che si affermò a causa dell’assenza di uno Stato divenne parte integrante del dilemma stesso della costruzione dello Stato.
La tensione tra la logica del movimento e la logica dello Stato non si limitò alla divisione palestinese. Hamas, in virtù delle sue radici ideologiche, appartiene a una concezione dell’Islam politico che trascende gli stretti confini nazionali. Di conseguenza, è sempre esistita una tensione tra la priorità di costruire uno Stato palestinese come Stato di cittadini e la priorità del progetto di resistenza come progetto ideologico aperto a una più ampia sfera islamica e regionale.
Questa tensione ha conferito ad Hamas una significativa presenza regionale. Il movimento non è più semplicemente un attore palestinese, ma piuttosto parte di una complessa rete regionale di alleanze, rivalità e polarizzazioni. La causa palestinese stessa è spesso diventata un’arena in cui calcoli regionali e identità transnazionali si intersecano con gli obiettivi nazionali palestinesi immediati.
Ma l’esperienza ha anche rivelato i limiti di questo modello. I movimenti ideologici possono acquisire una notevole legittimità come movimenti di protesta e resistenza, ma la costruzione di uno Stato stabile e moderno solleva questioni diverse: come si può governare una società eterogenea? Come si distribuisce il potere? Come si costruiscono le istituzioni? Come si prendono le decisioni cruciali? E come si può conciliare la logica della resistenza con la vita quotidiana di milioni di civili?
La recente guerra a Gaza ha messo in luce in modo drammatico questo dilemma. Il movimento si è impegnato in un importante scontro sotto la bandiera della resistenza, mentre la società palestinese si è trovata ad affrontare una profonda catastrofe umanitaria e infrastrutturale.
Indipendentemente dalle diverse opinioni sulle cause e le responsabilità della guerra, l’esito ha nuovamente evidenziato la fragilità della situazione palestinese: un popolo senza uno Stato sovrano, istituzioni nazionali divise e un movimento di resistenza che governa una parte del territorio ma non possiede gli attributi di uno Stato né la capacità di proteggere la società dalle conseguenze del conflitto.
Qui risiede il paradosso fondamentale. Hamas è salito al potere proprio perché uno Stato palestinese non si è ancora concretizzato e perché ampi segmenti della popolazione palestinese hanno perso fiducia nelle élite e nelle istituzioni esistenti.
Tuttavia, in quanto movimento che combina la logica della resistenza, la logica di un gruppo ideologico e la logica di governo, è diventato anche parte integrante del processo stesso di riproduzione della crisi. Più debole è lo Stato, maggiore è la sua influenza; e maggiore è la sua influenza, più difficile diventa costruire uno Stato palestinese unificato, capace di monopolizzare il potere decisionale e gli armamenti e di rappresentare tutti i palestinesi.
La difficile situazione palestinese non risiede unicamente nella presenza di Hamas, né unicamente nel fallimento dell’Autorità Palestinese, né tantomeno unicamente nelle divisioni interne. Le radici di questa difficile situazione affondano molto più in profondità. Si tratta di una crisi di un popolo che non è ancora riuscito a trasformare la propria identità nazionale in uno Stato funzionante, dotato di legittimità, istituzioni e sovranità. In questo vuoto, continuano a emergere movimenti messianici e le alternative, col tempo, diventano parte della stessa crisi che avrebbero dovuto risolvere.
Spezzare questo ciclo richiede non solo la sostituzione di una fazione politica con un’altra, ma la ricostruzione del progetto nazionale stesso sulle fondamenta dello Stato, delle sue istituzioni e della cittadinanza.
La resistenza non deve sostituirsi allo Stato, né lo Stato deve essere uno strumento per gestire l’occupazione. Piuttosto, deve essere un quadro politico che tuteli i diritti del popolo, ne accolga la diversità e gli garantisca un futuro che trascenda la logica delle crisi ricorrenti.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/07/2026
Hamas e la crisi dello Stato-nazione palestinese
10/07/2026
Hamas scioglie il governo di Gaza
Il 6 luglio, Ismail al-Thawabta, direttore generale dell’ufficio stampa del governo di Gaza guidato da Hamas, ha annunciato lo scioglimento della struttura governativa della Striscia dopo circa 20 anni.
“Ci auguriamo che questo importante passo sul campo contribuisca a porre fine all’aggressione, a fermare il genocidio, a garantire il ritiro dell’esercito israeliano dalla Striscia di Gaza, a riaprire i valichi per consentire l’ingresso dei camion degli aiuti e a porre fine alla politica della fame”, ha dichiarato.
A prendere il posto del “Comitato d’emergenza” (com’era denominato il governo di Gaza di Hamas) dovrebbe essere il “Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza” (NCAG), un organismo tecnocratico gestito da Palestinesi – non dall’Autorità Nazionale Palestinese – e sostenuto dalle Nazioni Unite, creato a seguito della risoluzione 2803/2025, che istituiva anche l’ormai desaparecido “Board of Peace”.
A proposito di questo nuovo organismo governativo, al-Thawabta ha aggiunto che: “Tutti i dipendenti che lavorano nell’erogazione dei servizi sono dipendenti statali e sono pienamente preparati a lavorare sotto l’egida del Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza”.
Nelle dichiarazioni di al-Thawabta non si fa alcun cenno né riguardo il disarmo unilaterale di Hamas, rispetto al quale l’organizzazione si è più volte detta indisponibile, né riguardo chi svolgerà le funzioni di polizia, le quali, al pari delle funzioni civili, appartengono all’ambito di azione attribuito al NCAG.
In una serie di post su X, il commissario capo del NCAH Ali Shaath ha affermato che l’organismo è “Pienamente preparato ad assumere le proprie responsabilità nazionali non appena saranno poste in atto le condizioni necessarie e le misure abilitanti per lo svolgimento del suo lavoro. Questi prerequisiti sono fondamentali per la creazione del contesto politico, amministrativo e di sicurezza necessario affinché il Comitato possa adempiere efficacemente alle proprie funzioni, in un modo tale da servire gli interessi di tutti i palestinesi nella Striscia di Gaza”.
Nel frattempo, come noto, l’occupazione sionista continua a espandersi, a uccidere e a creare le condizioni per la diffusione di infezioni ed epidemia nella Striscia di Gaza. Il bilancio dei Palestinesi trucidati dall’inizio della cosiddetta tregua nell’ottobre 2025 ha superato i mille e la porzione di territorio occupato è giunta ormai a circa il 70% dell’intero territorio dell’enclave.
Il Ministero degli Esteri dell’esecutivo nazisionista ha ovviamente dichiarato che lo scioglimento dell’organismo governativo di Hamas “Non è una strada verso la soluzione, perché ciò che Hamas sta cercando di fare è copiare il modello di Hezbollah”. Ciò che si chiede sono il disarmo e la smilitarizzazione della Striscia di Gaza. Un atto del genere, date le pratiche genocidarie messe in atto dal regime sionista, equivarrebbe al via libera per la “soluzione finale” per Gaza.
Dal canto suo, Hamas, con quest’atto, vuole eliminare – di fronte agli organismi internazionali e ai paesi dell’area – il maggiore alibi dietro cui si nasconde il perdurare dell’occupazione della Striscia e, in generale, tiene il fronte di Gaza isolato dal contesto regionale in trasformazione.
Il fronte libanese, ad esempio, essendo entrato a pieno titolo nel gioco negoziale legato allo Stretto di Hormutz, alle rappresaglie militari iraniane e alle pressioni diplomatiche esercitate dai paesi del Golfo sugli USA, ha visto almeno uno stop dell’avanzamento dell’occupazione.
Da questo punto di vista, attualmente, Gaza sembra fuori dai giochi, se non del tutto dimenticata, nonostante sia implicitamente citata nel primo punto del “memorandum of understanding” (in cui si parla di “cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano”).
Si spera, in definitiva, che il subentro di un organismo neutro a Gaza possa costituire un passaggio tattico funzionale a far rientrare l’enclave nella nuova “architettura di sicurezza” più sfavorevole all’imperialismo che sta scaturendo nel quadrante dell’Asia Occidentale, dopo il pessimo esito della guerra degli USA contro l’Iran.
Fonte
“Ci auguriamo che questo importante passo sul campo contribuisca a porre fine all’aggressione, a fermare il genocidio, a garantire il ritiro dell’esercito israeliano dalla Striscia di Gaza, a riaprire i valichi per consentire l’ingresso dei camion degli aiuti e a porre fine alla politica della fame”, ha dichiarato.
A prendere il posto del “Comitato d’emergenza” (com’era denominato il governo di Gaza di Hamas) dovrebbe essere il “Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza” (NCAG), un organismo tecnocratico gestito da Palestinesi – non dall’Autorità Nazionale Palestinese – e sostenuto dalle Nazioni Unite, creato a seguito della risoluzione 2803/2025, che istituiva anche l’ormai desaparecido “Board of Peace”.
A proposito di questo nuovo organismo governativo, al-Thawabta ha aggiunto che: “Tutti i dipendenti che lavorano nell’erogazione dei servizi sono dipendenti statali e sono pienamente preparati a lavorare sotto l’egida del Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza”.
Nelle dichiarazioni di al-Thawabta non si fa alcun cenno né riguardo il disarmo unilaterale di Hamas, rispetto al quale l’organizzazione si è più volte detta indisponibile, né riguardo chi svolgerà le funzioni di polizia, le quali, al pari delle funzioni civili, appartengono all’ambito di azione attribuito al NCAG.
In una serie di post su X, il commissario capo del NCAH Ali Shaath ha affermato che l’organismo è “Pienamente preparato ad assumere le proprie responsabilità nazionali non appena saranno poste in atto le condizioni necessarie e le misure abilitanti per lo svolgimento del suo lavoro. Questi prerequisiti sono fondamentali per la creazione del contesto politico, amministrativo e di sicurezza necessario affinché il Comitato possa adempiere efficacemente alle proprie funzioni, in un modo tale da servire gli interessi di tutti i palestinesi nella Striscia di Gaza”.
Nel frattempo, come noto, l’occupazione sionista continua a espandersi, a uccidere e a creare le condizioni per la diffusione di infezioni ed epidemia nella Striscia di Gaza. Il bilancio dei Palestinesi trucidati dall’inizio della cosiddetta tregua nell’ottobre 2025 ha superato i mille e la porzione di territorio occupato è giunta ormai a circa il 70% dell’intero territorio dell’enclave.
Il Ministero degli Esteri dell’esecutivo nazisionista ha ovviamente dichiarato che lo scioglimento dell’organismo governativo di Hamas “Non è una strada verso la soluzione, perché ciò che Hamas sta cercando di fare è copiare il modello di Hezbollah”. Ciò che si chiede sono il disarmo e la smilitarizzazione della Striscia di Gaza. Un atto del genere, date le pratiche genocidarie messe in atto dal regime sionista, equivarrebbe al via libera per la “soluzione finale” per Gaza.
Dal canto suo, Hamas, con quest’atto, vuole eliminare – di fronte agli organismi internazionali e ai paesi dell’area – il maggiore alibi dietro cui si nasconde il perdurare dell’occupazione della Striscia e, in generale, tiene il fronte di Gaza isolato dal contesto regionale in trasformazione.
Il fronte libanese, ad esempio, essendo entrato a pieno titolo nel gioco negoziale legato allo Stretto di Hormutz, alle rappresaglie militari iraniane e alle pressioni diplomatiche esercitate dai paesi del Golfo sugli USA, ha visto almeno uno stop dell’avanzamento dell’occupazione.
Da questo punto di vista, attualmente, Gaza sembra fuori dai giochi, se non del tutto dimenticata, nonostante sia implicitamente citata nel primo punto del “memorandum of understanding” (in cui si parla di “cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano”).
Si spera, in definitiva, che il subentro di un organismo neutro a Gaza possa costituire un passaggio tattico funzionale a far rientrare l’enclave nella nuova “architettura di sicurezza” più sfavorevole all’imperialismo che sta scaturendo nel quadrante dell’Asia Occidentale, dopo il pessimo esito della guerra degli USA contro l’Iran.
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20/06/2026
Hannoun e gli altri palestinesi di nuovo in custodia cautelare per volere di Israele
Il Tribunale del Riesame di Genova ha emesso una nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere per Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia (API), e altri tre suoi collaboratori, confermando la misura detentiva e respingendo le istanze della difesa dopo il recente pronunciamento della Corte di Cassazione, che aveva annullato il provvedimento di dicembre.
“La raccolta sistematica di denaro – scrive la presidente del Tribunale, Marina Orsini – non è fatta da soggetti estranei all’associazione terroristica (Hamas, ndr), spinti dalla situazione emergenziale della guerra come vorrebbe sostenere la difesa nelle sue memorie agli atti, ma da parte di soggetti che partecipano all’associazione stessa, ne condividono le finalità anche terroristiche e si attivano dunque per finanziarla, tanto da riuscire a farlo costantemente per molti anni”.
Ricordiamo che questi soggetti considerati non estranei ad Hamas hanno ricevuto fondi anche dall’OPEC e dall’ONU, e che la natura “terroristica” è indicata solo da Israele. La Cassazione aveva effettivamente sottolineato come la decisione del Riesame non poteva essere fondata su indeterminate fonti aperte e, nei fatti, sugli elementi arrivati da Tel Aviv per costruire un teorema giudiziario repressivo.
La Cassazione aveva inoltre chiesto che venisse chiarito se le charities coinvolte “rappresentino mero ‘schermo’ fittizio del finanziamento di atti terroristici; ovvero se, qualora le charities siano invece esistenti ed impegnate nel settore del welfare per conto di Hamas o gestito da Hamas, tale settore sia comunque funzionale, in tutto o in parte, al compimento degli obiettivi terroristici della stessa Hamas”.
Insomma, anche un qualche legame con la forza politica presente a Gaza non basterebbe per parlare di terrorismo. Basti pensare che tra le prove a sostegno di questo tipo di finalità viene portata l’adozione di 21 orfani di combattenti di Hamas, avvenuta in un periodo, quello tra il 2021 e il 2024, in cui il totale delle adozioni è stato superiore alle mille. Se adottare 21 bambini, a prescindere da quel che facevano i genitori e da quel che si pensa di Hamas, è terrorismo, si capisce la natura del procedimento in corso.
E tuttavia, l’istanza di scarcerazione è stata rigettata in seguito al ricorso della Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo (DDA). In particolare, per i giudici di Genova Hannoun deve rimanere in carcere perché ci sarebbe pericolo di fuga e di inquinamento delle prove. In sostanza, viene tenuto in galera perché la realtà non si adatta alla costruzione penale di Israele, allungatasi fino alle aule italiane.
I legali che assistono Hannoun e gli altri palestinesi hanno già annunciato un ulteriore ricorso in Cassazione, che deve essere presentato entro dieci giorni. La difesa contesta che i rilievi della Cassazione non sono stati recepiti, continuando a insistere sull’atteggiamento degli indagati e su ipotetici finanziamenti al terrorismo, senza portare un impianto probatorio nelle forme richieste e riproponendo in larga parte le precedenti motivazioni.
Intanto, l’API e le Donne Palestinesi, consapevoli dell’aria che tirava da Genova, avevano già chiamato un presidio di solidarietà con i detenuti, che si svolgerà oggi, alle ore 18, in San Babila, a Milano. Non è accettabile che la longa manus sionista diriga le indagini italiane, ed è importante ribadire in piazza la contrarietà all’ingiustizia che sta venendo commessa.
Fonte
“La raccolta sistematica di denaro – scrive la presidente del Tribunale, Marina Orsini – non è fatta da soggetti estranei all’associazione terroristica (Hamas, ndr), spinti dalla situazione emergenziale della guerra come vorrebbe sostenere la difesa nelle sue memorie agli atti, ma da parte di soggetti che partecipano all’associazione stessa, ne condividono le finalità anche terroristiche e si attivano dunque per finanziarla, tanto da riuscire a farlo costantemente per molti anni”.
Ricordiamo che questi soggetti considerati non estranei ad Hamas hanno ricevuto fondi anche dall’OPEC e dall’ONU, e che la natura “terroristica” è indicata solo da Israele. La Cassazione aveva effettivamente sottolineato come la decisione del Riesame non poteva essere fondata su indeterminate fonti aperte e, nei fatti, sugli elementi arrivati da Tel Aviv per costruire un teorema giudiziario repressivo.
La Cassazione aveva inoltre chiesto che venisse chiarito se le charities coinvolte “rappresentino mero ‘schermo’ fittizio del finanziamento di atti terroristici; ovvero se, qualora le charities siano invece esistenti ed impegnate nel settore del welfare per conto di Hamas o gestito da Hamas, tale settore sia comunque funzionale, in tutto o in parte, al compimento degli obiettivi terroristici della stessa Hamas”.
Insomma, anche un qualche legame con la forza politica presente a Gaza non basterebbe per parlare di terrorismo. Basti pensare che tra le prove a sostegno di questo tipo di finalità viene portata l’adozione di 21 orfani di combattenti di Hamas, avvenuta in un periodo, quello tra il 2021 e il 2024, in cui il totale delle adozioni è stato superiore alle mille. Se adottare 21 bambini, a prescindere da quel che facevano i genitori e da quel che si pensa di Hamas, è terrorismo, si capisce la natura del procedimento in corso.
E tuttavia, l’istanza di scarcerazione è stata rigettata in seguito al ricorso della Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo (DDA). In particolare, per i giudici di Genova Hannoun deve rimanere in carcere perché ci sarebbe pericolo di fuga e di inquinamento delle prove. In sostanza, viene tenuto in galera perché la realtà non si adatta alla costruzione penale di Israele, allungatasi fino alle aule italiane.
I legali che assistono Hannoun e gli altri palestinesi hanno già annunciato un ulteriore ricorso in Cassazione, che deve essere presentato entro dieci giorni. La difesa contesta che i rilievi della Cassazione non sono stati recepiti, continuando a insistere sull’atteggiamento degli indagati e su ipotetici finanziamenti al terrorismo, senza portare un impianto probatorio nelle forme richieste e riproponendo in larga parte le precedenti motivazioni.
Intanto, l’API e le Donne Palestinesi, consapevoli dell’aria che tirava da Genova, avevano già chiamato un presidio di solidarietà con i detenuti, che si svolgerà oggi, alle ore 18, in San Babila, a Milano. Non è accettabile che la longa manus sionista diriga le indagini italiane, ed è importante ribadire in piazza la contrarietà all’ingiustizia che sta venendo commessa.
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26/04/2026
Gaza tra urne e macerie, la sfida di Deir al-Balah
Poco più di un milione di palestinesi è chiamato oggi (ieri - ndR) alle urne per rinnovare 183 consigli locali nei Territori occupati, in una consultazione che coinvolge complessivamente 420 enti tra città, villaggi e municipalità. Secondo la Commissione elettorale centrale, gli aventi diritto sono 1.029.550. La partecipazione però sarà frammentata e segnata da esclusioni e boicottaggi politici. E soprattutto da una pressione militare israeliana che pesa come un macigno sulla vita di milioni palestinesi.
Tutti gli occhi sono puntati su Deir al-Balah, dove votano 70.449 elettori: è l’unica circoscrizione della Striscia di Gaza inclusa nel voto, la prima chiamata alle urne municipali dal 2005. La decisione di limitare qui la consultazione riflette una realtà drammatica. Come ha spiegato Jamil Al-Khalidi, responsabile della Commissione elettorale a Gaza, Deir al-Balah è stata scelta perché relativamente meno devastata dai bombardamenti israeliani. Relativamente, appunto. I raid non si sono fermati neppure con la tregua: anche nelle ultime ore si registrano attacchi, come quello che ha ucciso tre palestinesi a Sheikh Radwan, nel nord di Gaza City.
Durante l’offensiva israeliana seguita al 7 ottobre 2023, Deir al-Balah si è trasformata in un rifugio per decine di migliaia di sfollati. La pressione è enorme su servizi già fragili, temi al centro della competizione elettorale. L’acqua potabile arriva nelle case, quando va bene, una volta ogni quattro o cinque giorni. Le infrastrutture sono danneggiate, la raccolta dei rifiuti quasi impossibile, le fognature sono fuori uso. Non sorprende allora che la campagna elettorale, breve e concentrata soprattutto sui social media, abbia assunto toni tecnici più che ideologici. Le liste in corsa – “Pace e Costruzione”, “Deir al-Balah ci unisce”, “Futuro di Deir al-Balah”, “Rinascita di Deir al-Balah” – evocano programmi amministrativi, promettono interventi concreti: acqua, strade, macerie da rimuovere.
Eppure, dietro questa apparente neutralità, la politica resta centrale. Hamas, che ufficialmente boicotta le elezioni per via della legge elettorale dell’Autorità nazionale palestinese che implica il riconoscimento di Israele, ha scelto una strada indiretta: sostenere una lista “indipendente”, “Deir al-Balah ci unisce”, guidata da Adnan Al Fleit. Tecnico con esperienza nel settore bancario, Al Fleit incarna un profilo pragmatico, ma la sua candidatura rappresenta anche un test politico per il movimento islamista.
La leadership di Hamas osserva questo voto con attenzione. Da un lato, vuole misurare il proprio consenso dopo la devastazione della guerra e le sofferenze inflitte alla popolazione. Dall’altro, si prepara a un possibile riassetto del potere nella Striscia, rendendosi disponibile a cedere formalmente il governo a un comitato tecnico palestinese, mantenendo però un’influenza politica attraverso formazioni affiliate. Se la lista sostenuta da Hamas dovesse ottenere un risultato ampio, il movimento potrebbe rivendicare una resilienza politica oltre che militare significativa.
Sul piano regionale e internazionale, il voto si intreccia con negoziati ancora incerti. Al Cairo proseguono i colloqui tra esponenti di Hamas, rappresentanti del cosiddetto Board of Peace promosso dall’amministrazione del presidente Donald Trump e mediatori internazionali. Ma le posizioni restano distanti: Washington condivide la linea israeliana, subordinando la ricostruzione di Gaza al disarmo di Hamas.
Anche Fatah guarda a Deir al-Balah. Il partito pilastro dell’Autorità nazionale palestinese spera che il peso dell’offensiva israeliana sulla popolazione civile si traduca in una perdita di consenso per Hamas. Un risultato modesto del partito rivale rafforzerebbe le ambizioni dell’Anp di tornare a governare Gaza, aggirando le resistenze israeliane e presentandosi come interlocutore agli occhi degli Stati Uniti.
Se a Gaza il voto ha un valore politico e simbolico, in Cisgiordania il quadro è molto diverso. Qui le elezioni si svolgono in 90 consigli comunali con 321 liste e 3.773 candidati, in gran parte indipendenti. Tuttavia, l’assenza di Hamas, del Fronte popolare, della Jihad islamica e in parte dell’Iniziativa nazionale svuota la competizione. In molte città, come Nablus e Ramallah, le liste legate a Fatah assumono il controllo dei consigli per acclamazione, senza avversari.
Il dato complessivo restituisce l’immagine di un sistema politico diviso, dove il voto locale diventa al tempo stesso esercizio amministrativo e terreno di scontro strategico. Tra urne e macerie, i palestinesi cercano risposte immediate ai bisogni quotidiani, ma sanno che dietro la gestione dell’acqua o delle strade si giocano equilibri ben più ampi: il futuro di Gaza, la leadership nazionale, il rapporto con l’occupante israeliano e con una comunità internazionale che è tornata a ignorare la causa palestinese.
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Tutti gli occhi sono puntati su Deir al-Balah, dove votano 70.449 elettori: è l’unica circoscrizione della Striscia di Gaza inclusa nel voto, la prima chiamata alle urne municipali dal 2005. La decisione di limitare qui la consultazione riflette una realtà drammatica. Come ha spiegato Jamil Al-Khalidi, responsabile della Commissione elettorale a Gaza, Deir al-Balah è stata scelta perché relativamente meno devastata dai bombardamenti israeliani. Relativamente, appunto. I raid non si sono fermati neppure con la tregua: anche nelle ultime ore si registrano attacchi, come quello che ha ucciso tre palestinesi a Sheikh Radwan, nel nord di Gaza City.
Durante l’offensiva israeliana seguita al 7 ottobre 2023, Deir al-Balah si è trasformata in un rifugio per decine di migliaia di sfollati. La pressione è enorme su servizi già fragili, temi al centro della competizione elettorale. L’acqua potabile arriva nelle case, quando va bene, una volta ogni quattro o cinque giorni. Le infrastrutture sono danneggiate, la raccolta dei rifiuti quasi impossibile, le fognature sono fuori uso. Non sorprende allora che la campagna elettorale, breve e concentrata soprattutto sui social media, abbia assunto toni tecnici più che ideologici. Le liste in corsa – “Pace e Costruzione”, “Deir al-Balah ci unisce”, “Futuro di Deir al-Balah”, “Rinascita di Deir al-Balah” – evocano programmi amministrativi, promettono interventi concreti: acqua, strade, macerie da rimuovere.
Eppure, dietro questa apparente neutralità, la politica resta centrale. Hamas, che ufficialmente boicotta le elezioni per via della legge elettorale dell’Autorità nazionale palestinese che implica il riconoscimento di Israele, ha scelto una strada indiretta: sostenere una lista “indipendente”, “Deir al-Balah ci unisce”, guidata da Adnan Al Fleit. Tecnico con esperienza nel settore bancario, Al Fleit incarna un profilo pragmatico, ma la sua candidatura rappresenta anche un test politico per il movimento islamista.
La leadership di Hamas osserva questo voto con attenzione. Da un lato, vuole misurare il proprio consenso dopo la devastazione della guerra e le sofferenze inflitte alla popolazione. Dall’altro, si prepara a un possibile riassetto del potere nella Striscia, rendendosi disponibile a cedere formalmente il governo a un comitato tecnico palestinese, mantenendo però un’influenza politica attraverso formazioni affiliate. Se la lista sostenuta da Hamas dovesse ottenere un risultato ampio, il movimento potrebbe rivendicare una resilienza politica oltre che militare significativa.
Sul piano regionale e internazionale, il voto si intreccia con negoziati ancora incerti. Al Cairo proseguono i colloqui tra esponenti di Hamas, rappresentanti del cosiddetto Board of Peace promosso dall’amministrazione del presidente Donald Trump e mediatori internazionali. Ma le posizioni restano distanti: Washington condivide la linea israeliana, subordinando la ricostruzione di Gaza al disarmo di Hamas.
Anche Fatah guarda a Deir al-Balah. Il partito pilastro dell’Autorità nazionale palestinese spera che il peso dell’offensiva israeliana sulla popolazione civile si traduca in una perdita di consenso per Hamas. Un risultato modesto del partito rivale rafforzerebbe le ambizioni dell’Anp di tornare a governare Gaza, aggirando le resistenze israeliane e presentandosi come interlocutore agli occhi degli Stati Uniti.
Se a Gaza il voto ha un valore politico e simbolico, in Cisgiordania il quadro è molto diverso. Qui le elezioni si svolgono in 90 consigli comunali con 321 liste e 3.773 candidati, in gran parte indipendenti. Tuttavia, l’assenza di Hamas, del Fronte popolare, della Jihad islamica e in parte dell’Iniziativa nazionale svuota la competizione. In molte città, come Nablus e Ramallah, le liste legate a Fatah assumono il controllo dei consigli per acclamazione, senza avversari.
Il dato complessivo restituisce l’immagine di un sistema politico diviso, dove il voto locale diventa al tempo stesso esercizio amministrativo e terreno di scontro strategico. Tra urne e macerie, i palestinesi cercano risposte immediate ai bisogni quotidiani, ma sanno che dietro la gestione dell’acqua o delle strade si giocano equilibri ben più ampi: il futuro di Gaza, la leadership nazionale, il rapporto con l’occupante israeliano e con una comunità internazionale che è tornata a ignorare la causa palestinese.
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31/01/2026
Gaza - Netanyahu riapre Rafah, ma l’obiettivo è la ripresa dell’offensiva militare
di Michele Giorgio
Nell’imminenza della riapertura, domenica, del valico di Rafah, essenziale per il miglioramento delle condizioni di vita per oltre due milioni di gazawi e l’attuazione delle fasi successive dell’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas, le valutazioni dei principali analisti israeliani mostrano un’opinione comune: Benyamin Netanyahu non considera il piano di Trump una soluzione definitiva. Piuttosto il primo ministro di destra scommette sul suo fallimento nella seconda fase e cercherà di creare un pretesto per riprendere l’offensiva contro Gaza. Netanyahu, credono alcuni, spera che Hamas si astenga dal consegnare volontariamente le sue armi in modo che Trump gli dia il “via libera” per una nuova azione militare.
I tentativi di Netanyahu di riprendere gli attacchi sono in linea con le ambizioni della destra più radicale di ottenere una “vittoria totale” volta a imporre un governo militare israeliano su Gaza, ricostruire gli insediamenti coloniali e sfollare la popolazione palestinese. Netanyahu inoltre vuole rafforzare la sua incerta posizione di leader in vista delle elezioni che si terranno quest’anno.
Il commentatore militare di Haaretz, Amos Harel, afferma che l’attuale linea israeliana si basa su una previsione: il fallimento dell’iniziativa degli Stati Uniti. Secondo Harel emergeranno con Washington disaccordi fondamentali sul disarmo di Hamas previsto dalla seconda fase del piano Trump. Israele accetterà la consegna di armi pesanti, come i razzi, da parte di Hamas, ma la disputa persisterà riguardo alle armi leggere e ai fucili d’assalto che Israele considera una minaccia diretta, anche se sono destinati alla polizia palestinese. L’analista afferma che l’esercito, su disposizione di Netanyahu, ha già predisposto piani per occupare tutta Gaza ma il premier resta in attesa del fallimento del piano americano per evitare l’ira di Washington.
Nahum Barnea, del quotidiano Yedioth Ahronoth, esamina quelle che definisce le “complicazioni sul campo”, riferendosi alla recente operazione militare a Hebron, “che ha mostrato le difficoltà che l’esercito potrebbe incontrare nella Striscia di Gaza per disarmarla completamente”. Anche Barnea afferma che Netanyahu spera che Hamas si astenga dal consegnare volontariamente le armi, poiché ciò garantirebbe “legittimità” all’idea di un governo militare israeliano. Tuttavia, aggiunge, questa soluzione è irrealistica considerando il successo di Hamas nel resistere a due anni di bombardamenti e attacchi di Israele.
In un altro articolo pubblicato su Yediot Aharonot, Tzachi Hanegbi, ex capo del Consiglio di sicurezza nazionale e stretto collaboratore di Netanyahu, afferma che “è nell’interesse di Israele concedere a Washington un periodo di prova politica, pur essendo pronto a tornare a combattere se Hamas si rifiuterà di consegnare le armi”. Hanegbi aggiunge che lo scenario di rifiuto di disarmare e di ripresa della guerra è “il più probabile”.
Più parti sostengono come sia già in corso una narrazione mediatica e politica volta a ottenere legittimità nazionale e internazionale per riprendere l’offensiva. Campagna che si concentra su questi punti: accusare Hamas di continuare a rafforzare il suo apparato militare e di trarre profitto dagli aiuti umanitari che entrano a Gaza ed affermare che il comitato tecnico palestinese non sarà altro che una copertura per il continuo dominio del movimento sulla Striscia. Questa campagna cerca anche di dipingere i ruoli regionali, in particolare quelli del Qatar e della Turchia, come dannosi per gli interessi israeliani, per spianare la strada all’idea che distruggere le capacità militari e amministrative palestinesi a Gaza sia l’unica opzione rimasta dopo il fallimento dei percorsi politici.
Due giorni fa, la tv online Canale 14, megafono della destra israeliana, citando fonti militari ha riferito che il capo di stato maggiore, Eyal Zamir, ha approvato un piano per un attacco su larga scala in aree della Striscia di Gaza dove in precedenza sono state effettuate poche operazioni, come parte degli sforzi per “sconfiggere Hamas” e imporre il controllo diretto di Israele sulla Striscia. Secondo il canale televisivo, l’apparato militare e di sicurezza sta prendendo in considerazione tre scenari: un percorso politico volto a smantellare Hamas entro un certo lasso di tempo, un’operazione militare limitata per esercitare una pressione immediata sul campo, oppure una risoluzione militare completa che includa l’occupazione di Gaza e l’imposizione di un’amministrazione israeliana in preparazione di una internazionale.
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Nell’imminenza della riapertura, domenica, del valico di Rafah, essenziale per il miglioramento delle condizioni di vita per oltre due milioni di gazawi e l’attuazione delle fasi successive dell’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas, le valutazioni dei principali analisti israeliani mostrano un’opinione comune: Benyamin Netanyahu non considera il piano di Trump una soluzione definitiva. Piuttosto il primo ministro di destra scommette sul suo fallimento nella seconda fase e cercherà di creare un pretesto per riprendere l’offensiva contro Gaza. Netanyahu, credono alcuni, spera che Hamas si astenga dal consegnare volontariamente le sue armi in modo che Trump gli dia il “via libera” per una nuova azione militare.
I tentativi di Netanyahu di riprendere gli attacchi sono in linea con le ambizioni della destra più radicale di ottenere una “vittoria totale” volta a imporre un governo militare israeliano su Gaza, ricostruire gli insediamenti coloniali e sfollare la popolazione palestinese. Netanyahu inoltre vuole rafforzare la sua incerta posizione di leader in vista delle elezioni che si terranno quest’anno.
Il commentatore militare di Haaretz, Amos Harel, afferma che l’attuale linea israeliana si basa su una previsione: il fallimento dell’iniziativa degli Stati Uniti. Secondo Harel emergeranno con Washington disaccordi fondamentali sul disarmo di Hamas previsto dalla seconda fase del piano Trump. Israele accetterà la consegna di armi pesanti, come i razzi, da parte di Hamas, ma la disputa persisterà riguardo alle armi leggere e ai fucili d’assalto che Israele considera una minaccia diretta, anche se sono destinati alla polizia palestinese. L’analista afferma che l’esercito, su disposizione di Netanyahu, ha già predisposto piani per occupare tutta Gaza ma il premier resta in attesa del fallimento del piano americano per evitare l’ira di Washington.
Nahum Barnea, del quotidiano Yedioth Ahronoth, esamina quelle che definisce le “complicazioni sul campo”, riferendosi alla recente operazione militare a Hebron, “che ha mostrato le difficoltà che l’esercito potrebbe incontrare nella Striscia di Gaza per disarmarla completamente”. Anche Barnea afferma che Netanyahu spera che Hamas si astenga dal consegnare volontariamente le armi, poiché ciò garantirebbe “legittimità” all’idea di un governo militare israeliano. Tuttavia, aggiunge, questa soluzione è irrealistica considerando il successo di Hamas nel resistere a due anni di bombardamenti e attacchi di Israele.
In un altro articolo pubblicato su Yediot Aharonot, Tzachi Hanegbi, ex capo del Consiglio di sicurezza nazionale e stretto collaboratore di Netanyahu, afferma che “è nell’interesse di Israele concedere a Washington un periodo di prova politica, pur essendo pronto a tornare a combattere se Hamas si rifiuterà di consegnare le armi”. Hanegbi aggiunge che lo scenario di rifiuto di disarmare e di ripresa della guerra è “il più probabile”.
Più parti sostengono come sia già in corso una narrazione mediatica e politica volta a ottenere legittimità nazionale e internazionale per riprendere l’offensiva. Campagna che si concentra su questi punti: accusare Hamas di continuare a rafforzare il suo apparato militare e di trarre profitto dagli aiuti umanitari che entrano a Gaza ed affermare che il comitato tecnico palestinese non sarà altro che una copertura per il continuo dominio del movimento sulla Striscia. Questa campagna cerca anche di dipingere i ruoli regionali, in particolare quelli del Qatar e della Turchia, come dannosi per gli interessi israeliani, per spianare la strada all’idea che distruggere le capacità militari e amministrative palestinesi a Gaza sia l’unica opzione rimasta dopo il fallimento dei percorsi politici.
Due giorni fa, la tv online Canale 14, megafono della destra israeliana, citando fonti militari ha riferito che il capo di stato maggiore, Eyal Zamir, ha approvato un piano per un attacco su larga scala in aree della Striscia di Gaza dove in precedenza sono state effettuate poche operazioni, come parte degli sforzi per “sconfiggere Hamas” e imporre il controllo diretto di Israele sulla Striscia. Secondo il canale televisivo, l’apparato militare e di sicurezza sta prendendo in considerazione tre scenari: un percorso politico volto a smantellare Hamas entro un certo lasso di tempo, un’operazione militare limitata per esercitare una pressione immediata sul campo, oppure una risoluzione militare completa che includa l’occupazione di Gaza e l’imposizione di un’amministrazione israeliana in preparazione di una internazionale.
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19/01/2026
Israele blocca anche il “capo” del governo tecnico palestinese per Gaza
Niente può esser peggio di Israele e del suprematismo sionista. Sapete ormai tutti che si è appena installato, per volontà di Sua Maestà Trump, «il miglior amico che Israele abbia mai avuto», il «governo tecnico» incaricato di amministrare la Striscia di Gaza sotto la supervisione del Board of Peace presieduto sempre da Sua Maestà – tramite Il Cognato Supremo Jared Kushner (sionista ultrà, garantito docg).
Non proprio un ente «nemico» di Tel Aviv, insomma. Anzi, nato per facilitare al massimo il suo dominio sulla Striscia, anche se in qualche modo alternativo alla «soluzione finale» preferita da Netanyahu, Smorich e BenGivr (il genocidio totale, senza sopravvissuti).
Perché quest’organismo fantasmatico e totalmente privo di autonomia, ovviamente estraneo ad ogni rappresentatività dei palestinesi, si riunisse formalmente era necessario che Ali Shaath, neo-nominato capo del comitato tecnocratico palestinese di Gaza, potesse andare al Cairo partendo dalla Cisgiordania.
Ma un funzionario palestinese ha riferito al Times of Israel che Ali Shaath è stato bloccato alla partenza e «interrogato» dalla polizia israeliana per oltre sei ore. Solo in un secondo momento è stato lasciato libero di proseguire il suo viaggio.
L’ingegnere, peraltro originario di Khan Younis, ha dichiarato a Palestinian Basma Radio che il primo compito del nuovo «governo» sarebbe eliminare... le macerie, spingendo magari i detriti in mare per creare nuove isole, ampliando così la superficie da destinare a infrastrutture e rifugi.
L’operazione promette di essere più rapida di altre alternative, con un tempo previsto di almeno tre anni. La proposta appare azzardata, ma le agenzie delle Nazioni unite impegnate nella rimozione delle macerie a Gaza stanno in fondo già facendo qualcosa di simile, riutilizzando parte del materiale per livellamenti, strade e ricostruzione. Ma in questo modo se ne smaltirebbero comunque troppo poche e in tempi biblici, vista la dimensione delle distruzioni provocate dall’Idf.
Si tratta di almeno 61 milioni di tonnellate, contenente di tutto, compresi ordigni inesplosi, materiali pericolosi e corpi in decomposizione ai quali dovrebbe essere garantita una sepoltura dignitosa.
La precondizione, però, qualunque sia la «soluzione» scelta, è che Israele riapra i valichi e consenta l’ingresso di tutti i mezzi necessari, senza limitazioni. Ma se non riesce nemmeno a passare il responsabile formale del nuovo «ente amministrativo» scelto da Trump si può immaginare cosa accadrà per aiuti e macchinari...
Lo stesso «Comitato di pace» del presidente Usa appare ancora molto vago, pieno di «buchi» (non tutte le posizioni risultano coperte), e dagli obiettivi così incerti da sembrare quasi «compreso» nella «nuovo Onu» solo filo-americana che lo stesso Trump vorrebbe consolidare a sua esclusivo vantaggio (60 paesi da lui «invitati» in cambio del versamento di un miliardo di dollari, per partecipare ai futuri profitti).
Sia l’ANP di Abu Mazen che Hamas – obtorto collo – hanno dichiarato il proprio sostegno al nuovo ente, nutrendo chiaramente la speranza che l’impronta Usa sia tale da far togliere il piede dal tubo dell’ossigeno sia a Gaza che in Cisgiordania.
I problemi non mancano, visto che a ricoprire la carica di «responsabile della sicurezza» a Gaza dovrebbe essere Sami Nasman, contro cui Hamas ha emesso in passato un ordine di cattura.
Tutti i nomi del team «tecnocratico» erano stati approvati da Israele, anche se lo stesso Netanyahu l’ha definito utile solo ad una «transizione simbolica» per la «seconda fase» che non impedirà comunque a Tel Aviv di raggiungere i suoi obiettivi, tra cui il disarmo di Hamas e la smilitarizzazione della Striscia.
Come si vede, il completamento del genocidio resta l’opzione principale. Tutto il resto sarebbe vissuto da Israele come una «sconfitta».
Fonte
Non proprio un ente «nemico» di Tel Aviv, insomma. Anzi, nato per facilitare al massimo il suo dominio sulla Striscia, anche se in qualche modo alternativo alla «soluzione finale» preferita da Netanyahu, Smorich e BenGivr (il genocidio totale, senza sopravvissuti).
Perché quest’organismo fantasmatico e totalmente privo di autonomia, ovviamente estraneo ad ogni rappresentatività dei palestinesi, si riunisse formalmente era necessario che Ali Shaath, neo-nominato capo del comitato tecnocratico palestinese di Gaza, potesse andare al Cairo partendo dalla Cisgiordania.
Ma un funzionario palestinese ha riferito al Times of Israel che Ali Shaath è stato bloccato alla partenza e «interrogato» dalla polizia israeliana per oltre sei ore. Solo in un secondo momento è stato lasciato libero di proseguire il suo viaggio.
L’ingegnere, peraltro originario di Khan Younis, ha dichiarato a Palestinian Basma Radio che il primo compito del nuovo «governo» sarebbe eliminare... le macerie, spingendo magari i detriti in mare per creare nuove isole, ampliando così la superficie da destinare a infrastrutture e rifugi.
L’operazione promette di essere più rapida di altre alternative, con un tempo previsto di almeno tre anni. La proposta appare azzardata, ma le agenzie delle Nazioni unite impegnate nella rimozione delle macerie a Gaza stanno in fondo già facendo qualcosa di simile, riutilizzando parte del materiale per livellamenti, strade e ricostruzione. Ma in questo modo se ne smaltirebbero comunque troppo poche e in tempi biblici, vista la dimensione delle distruzioni provocate dall’Idf.
Si tratta di almeno 61 milioni di tonnellate, contenente di tutto, compresi ordigni inesplosi, materiali pericolosi e corpi in decomposizione ai quali dovrebbe essere garantita una sepoltura dignitosa.
La precondizione, però, qualunque sia la «soluzione» scelta, è che Israele riapra i valichi e consenta l’ingresso di tutti i mezzi necessari, senza limitazioni. Ma se non riesce nemmeno a passare il responsabile formale del nuovo «ente amministrativo» scelto da Trump si può immaginare cosa accadrà per aiuti e macchinari...
Lo stesso «Comitato di pace» del presidente Usa appare ancora molto vago, pieno di «buchi» (non tutte le posizioni risultano coperte), e dagli obiettivi così incerti da sembrare quasi «compreso» nella «nuovo Onu» solo filo-americana che lo stesso Trump vorrebbe consolidare a sua esclusivo vantaggio (60 paesi da lui «invitati» in cambio del versamento di un miliardo di dollari, per partecipare ai futuri profitti).
Sia l’ANP di Abu Mazen che Hamas – obtorto collo – hanno dichiarato il proprio sostegno al nuovo ente, nutrendo chiaramente la speranza che l’impronta Usa sia tale da far togliere il piede dal tubo dell’ossigeno sia a Gaza che in Cisgiordania.
I problemi non mancano, visto che a ricoprire la carica di «responsabile della sicurezza» a Gaza dovrebbe essere Sami Nasman, contro cui Hamas ha emesso in passato un ordine di cattura.
Tutti i nomi del team «tecnocratico» erano stati approvati da Israele, anche se lo stesso Netanyahu l’ha definito utile solo ad una «transizione simbolica» per la «seconda fase» che non impedirà comunque a Tel Aviv di raggiungere i suoi obiettivi, tra cui il disarmo di Hamas e la smilitarizzazione della Striscia.
Come si vede, il completamento del genocidio resta l’opzione principale. Tutto il resto sarebbe vissuto da Israele come una «sconfitta».
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08/01/2026
Hamas sceglie i suoi leader: l’imperativo è evitare l’isolamento
di Michele Giorgio
Il movimento islamico è chiamato a scelte strategiche in un’enclave rasa al suolo. Venti anni dopo le elezioni Legislative, le ultime tenute nei Territori occupati palestinesi, vinte da Hamas – in modo trasparente e democratico – e due anni dopo l’offensiva israeliana che ha raso al suolo Gaza, il movimento islamico è impegnato in elezioni interne che, per la loro importanza, vanno ben oltre la scelta dei leader che sostituiranno Ismail Haniyeh, Yahya Sinwar e altri dirigenti uccisi da Israele nel 2024 e nel 2025.
Hamas, dopo aver preso il potere con la forza delle armi a Gaza nel 2007, costringendo alla fuga gran parte dei rivali del partito Fatah, ha costantemente mediato tra il ruolo di governo e quello di leadership della lotta armata, alternando nazionalismo e strategia militante. Un compromesso che ha gradualmente favorito l’ala militare e ridotto il potere decisionale del braccio politico del movimento.
Ad imprimere questa svolta fu soprattutto la decisione dei paesi occidentali di disconoscere l’esito elettorale del 2006 e di boicottare il governo di Hamas. Israele da parte sua arrestò quasi tutti i ministri e deputati del gruppo islamico in Cisgiordania e confinò nella Striscia gli altri dirigenti del movimento. Sviluppi che fecero apparire agli occhi di militanti e simpatizzanti come fallimentare la scelta di andare al governo attraverso il voto, aprendo la strada alla via militare.
Oggi Hamas fa i conti con una situazione sul terreno di eccezionale complessità. I due candidati alla leadership, Khaled Mashaal (già capo dell’ufficio politico) e Khalil Al Hayya (che ha guidato ad interim il movimento dopo l’uccisione di Yahya Sinwar) saranno chiamati ad affrontare sfide senza precedenti, come la rinuncia al governo di Gaza (peraltro già accettata) e il disarmo che pretendono Israele e Usa e che il movimento è disposto a considerare solo quando vedrà la luce lo Stato di Palestina.
Più di tutto Hamas è posto davanti alla catastrofica situazione di oltre due milioni di civili a Gaza vittime dei bombardamenti israeliani. Se da un lato gran parte degli abitanti punta il dito contro Netanyahu e i suoi ministri e sostiene l’idea della resistenza, dall’altro molti ritengono che con Hamas al potere la ricostruzione non comincerà mai alla luce del piano di Donald Trump e della guerra permanente di Israele a Gaza e nella regione.
«Per questo, se oggi si tenessero nuove elezioni (nei Territori occupati), Hamas non riceverebbe i consensi oceanici ottenuti 20 anni fa» ci dice l’analista Ghassan Khatib «in Cisgiordania gode di molti sostenitori ma a Gaza, dove il suo governo già prima del 7 ottobre non era acclamato, molti farebbero una scelta diversa. Non è una questione ideologica, ma di governo, legata all’idea di poter ricostruire Gaza».
Allo stesso tempo Hamas era e resta una forza compatta ed organizzata, come sottolineano gli stessi dirigenti politici e analisti israeliani. Gli attacchi aerei e di terra hanno decimato la struttura militare e politica, tuttavia, l’organizzazione ha mantenuto la presenza territoriale e la capacità di negoziare, come dimostra il suo ruolo nel cessate il fuoco e negli scambi tra ostaggi israeliani e prigionieri palestinesi.
La perdita di un leader chiave come Ismail Haniyeh è stata compensata da figure emergenti. «I colpi subiti hanno anche fatto sorgere opportunità di riorganizzazione che in questa fase, chiunque diventerà il nuovo capo, presumibilmente sarà orientata al rafforzamento del movimento e a contenere i danni che non sono soltanto militari e politici», prevede Khatib.
La crisi finanziaria è ampia: con i flussi di entrate tradizionali interrotti e l’economia sotto assedio, il movimento fatica a garantire retribuzioni e assistenza sociale, condizioni che rischiano di minare l’amministrazione ombra che Hamas proverà a mettere in piedi alle spalle del cosiddetto «governo tecnico palestinese» contemplato dall’accordo di cessate il fuoco.
La direzione politica di Hamas si impegnerà anche per impedire un ulteriore limitazione delle sue capacità di cooperare con attori esterni – alla quale lavorano Israele, Usa, i governi europei e non pochi di quelli arabi – e per essere riconosciuta come interlocutrice legittima senza dover necessariamente cedere il passo o collaborare concretamente con la rivale (o nemica) Autorità nazionale palestinese di Abu Mazen.
Nel documento di 36 pagine diffuso il mese scorso dal titolo «Hamas non può essere isolato», il movimento islamico oltre a giustificare e spiegare il suo attacco del 7 ottobre, afferma di essere «una componente autentica e profondamente radicata della comunità palestinese». Aggiunge che «Hamas aderendo ai principi nazionali palestinesi, indirizza la propria resistenza esclusivamente contro l’occupazione... Isolare Hamas è un’illusione politica».
Fonte
Il movimento islamico è chiamato a scelte strategiche in un’enclave rasa al suolo. Venti anni dopo le elezioni Legislative, le ultime tenute nei Territori occupati palestinesi, vinte da Hamas – in modo trasparente e democratico – e due anni dopo l’offensiva israeliana che ha raso al suolo Gaza, il movimento islamico è impegnato in elezioni interne che, per la loro importanza, vanno ben oltre la scelta dei leader che sostituiranno Ismail Haniyeh, Yahya Sinwar e altri dirigenti uccisi da Israele nel 2024 e nel 2025.
Hamas, dopo aver preso il potere con la forza delle armi a Gaza nel 2007, costringendo alla fuga gran parte dei rivali del partito Fatah, ha costantemente mediato tra il ruolo di governo e quello di leadership della lotta armata, alternando nazionalismo e strategia militante. Un compromesso che ha gradualmente favorito l’ala militare e ridotto il potere decisionale del braccio politico del movimento.
Ad imprimere questa svolta fu soprattutto la decisione dei paesi occidentali di disconoscere l’esito elettorale del 2006 e di boicottare il governo di Hamas. Israele da parte sua arrestò quasi tutti i ministri e deputati del gruppo islamico in Cisgiordania e confinò nella Striscia gli altri dirigenti del movimento. Sviluppi che fecero apparire agli occhi di militanti e simpatizzanti come fallimentare la scelta di andare al governo attraverso il voto, aprendo la strada alla via militare.
Oggi Hamas fa i conti con una situazione sul terreno di eccezionale complessità. I due candidati alla leadership, Khaled Mashaal (già capo dell’ufficio politico) e Khalil Al Hayya (che ha guidato ad interim il movimento dopo l’uccisione di Yahya Sinwar) saranno chiamati ad affrontare sfide senza precedenti, come la rinuncia al governo di Gaza (peraltro già accettata) e il disarmo che pretendono Israele e Usa e che il movimento è disposto a considerare solo quando vedrà la luce lo Stato di Palestina.
Più di tutto Hamas è posto davanti alla catastrofica situazione di oltre due milioni di civili a Gaza vittime dei bombardamenti israeliani. Se da un lato gran parte degli abitanti punta il dito contro Netanyahu e i suoi ministri e sostiene l’idea della resistenza, dall’altro molti ritengono che con Hamas al potere la ricostruzione non comincerà mai alla luce del piano di Donald Trump e della guerra permanente di Israele a Gaza e nella regione.
«Per questo, se oggi si tenessero nuove elezioni (nei Territori occupati), Hamas non riceverebbe i consensi oceanici ottenuti 20 anni fa» ci dice l’analista Ghassan Khatib «in Cisgiordania gode di molti sostenitori ma a Gaza, dove il suo governo già prima del 7 ottobre non era acclamato, molti farebbero una scelta diversa. Non è una questione ideologica, ma di governo, legata all’idea di poter ricostruire Gaza».
Allo stesso tempo Hamas era e resta una forza compatta ed organizzata, come sottolineano gli stessi dirigenti politici e analisti israeliani. Gli attacchi aerei e di terra hanno decimato la struttura militare e politica, tuttavia, l’organizzazione ha mantenuto la presenza territoriale e la capacità di negoziare, come dimostra il suo ruolo nel cessate il fuoco e negli scambi tra ostaggi israeliani e prigionieri palestinesi.
La perdita di un leader chiave come Ismail Haniyeh è stata compensata da figure emergenti. «I colpi subiti hanno anche fatto sorgere opportunità di riorganizzazione che in questa fase, chiunque diventerà il nuovo capo, presumibilmente sarà orientata al rafforzamento del movimento e a contenere i danni che non sono soltanto militari e politici», prevede Khatib.
La crisi finanziaria è ampia: con i flussi di entrate tradizionali interrotti e l’economia sotto assedio, il movimento fatica a garantire retribuzioni e assistenza sociale, condizioni che rischiano di minare l’amministrazione ombra che Hamas proverà a mettere in piedi alle spalle del cosiddetto «governo tecnico palestinese» contemplato dall’accordo di cessate il fuoco.
La direzione politica di Hamas si impegnerà anche per impedire un ulteriore limitazione delle sue capacità di cooperare con attori esterni – alla quale lavorano Israele, Usa, i governi europei e non pochi di quelli arabi – e per essere riconosciuta come interlocutrice legittima senza dover necessariamente cedere il passo o collaborare concretamente con la rivale (o nemica) Autorità nazionale palestinese di Abu Mazen.
Nel documento di 36 pagine diffuso il mese scorso dal titolo «Hamas non può essere isolato», il movimento islamico oltre a giustificare e spiegare il suo attacco del 7 ottobre, afferma di essere «una componente autentica e profondamente radicata della comunità palestinese». Aggiunge che «Hamas aderendo ai principi nazionali palestinesi, indirizza la propria resistenza esclusivamente contro l’occupazione... Isolare Hamas è un’illusione politica».
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01/01/2026
Il problema è sostenere o meno il diritto alla resistenza dei palestinesi
di Roberto Prinzi
Seppur interessanti, trovo che coloro che rispondono all’arresto di Hannoun soffermandosi sul fatto che tali accuse si basano su quanto afferma Israele non centrino il punto dirimente della questione.
Che Israele detti la nostra politica intervenendo direttamente o meno anche su questioni interne non lo scopriamo oggi e non lo scopriamo tra l’altro con il governo attuale: basterebbe vedere il processo a quanto accadde all’Aquila contro i tre palestinesi. O cosa per decenni il Mossad ha fatto a casa nostra. O semplicemente come l’ago della nostra politica estera, soprattutto negli ultimi anni, segni sempre di più Washington e Tel Aviv.
Sia chiaro: è sempre giusto denunciare la nostra complicità e sudditanza. Ed è lodevole non stancarsi mai di farlo a costo di essere ripetitivi. Ma, purtroppo, non basta. Fermarsi qui, senza andare oltre nella nostra analisi, vuol dire non esporsi veramente e politicamente su quello che per me è il punto dei punti.
Quello che, per intenderci, fa saltare carriere, che produce denunce, arresti, registrazioni nell’autoproclamato Occidente che grida: “Je Suis Charlie Hebdo”. In poche parole: essere con la Resistenza dei popoli oppressi.
Resistenza che, come è giusto che sia, danneggia direttamente i “nostri” interessi (noi siamo oppressori) o ferisce i nostri “amici” o le marionette che mettiamo lì affinché facciano i nostri interessi. Resistenza ancora più “criminale” – pardon terroristica – perché usa addirittura le armi. L’oppresso, a meno che non siamo noi a cambiargli status perché si genuflette ai nostri (di Washington soprattutto) desiderata, non può usarle. Armi che però – e qui è appunto la cosa tragicomica – noi paghiamo profumatamente (impoverendoci sempre di più, mentre tutto lo stato sociale cade a picco) facendo anche i salamalecchi alle industrie belliche.
Sintetizzando: No alla “Resistenza” palestinese (sono “terroristi“), viva la “Resistenza” ucraina (sono “combattenti”, “eroi”). Da qui, il doppio standard: se i secondi fanno saltare con autobombe (sempre più nostre) civili in Russia, beh il loro atto non è un attacco terroristico, ma viene addirittura applaudito perché mostra le “debolezze” del nostro nemico, Vladimir Putin.
È spesso proprio quest’ultima categorie di persone – che, attenzione, abbraccia oltre alla destra la quasi totalità del centro sinistra – è politicamente ancora più rivoltante quando poi, dopo aver fatto appena una sostituzione di luoghi (esce Ucraina, entra Palestina,) fa la morale sul 7 ottobre che definisce “pogrom”, “atto terroristico”, tra l’altro fingendo (vergognosamente) di dimenticare l’intero contesto in cui sia avvenuto.
La vera questione su Hannoun è la seguente: essere o meno con la Resistenza dei nativi palestinesi.
Una presa di posizione che può nascere solo da uno sforzo di rilettura del passato e del presente attraverso la lotta degli oppressi: nelle sue differenze e modalità c’è un filo di continuità che unisce, giusto per fare qualche esempio, le rivolte anticoloniali pre e post periodo vittoriano, passando per il Sudafrica, Vietnam e Iraq alla Palestina: è l’insostenibile crudeltà del colonialismo (e con tutto ciò che esso comporta) a salire sul banco degli imputati.
In questa ottica, cosa sia Hamas, cosa abbia fatto, cosa faccia a noi interessa poco in questa fase in cui perdura la più vecchia e brutale forma di colonialismo esistente al mondo. Chi in queste ore continua a investire del tempo se Hamas è organizzazione “terroristica” o meno non può essere un nostro fratello o sorella di lotta. Tanto meno, e soprattutto perché non siamo noi i protagonisti, dei palestinesi.
Dobbiamo cambiare modo di leggere gli eventi in un’ottica post coloniale, facendoci da parte. Non sovrapponendo la nostra voce a chi è vittima. Se vogliamo far del bene alla causa palestinese possiamo semplicemente essere dei ponti. Possiamo noi accettare, da bianchi privilegiati nati in una parte del mondo sporca di sangue e violenza (altro che Hamas...), che gli oppressi si ribellano?
Se no, di grazia, spiegate perchè se lo facevamo noi negli anni '40 ancora oggi ci celebriamo e se lo ha fatto un iracheno 20 anni fa o un palestinese era un terrorista?
Se sì, bene allora dobbiamo tenere conto che nel ribellarsi, soprattutto dopo che sei occupato e umiliato da oltre 100 anni, i popoli in lotta commettono anche errori e atrocità. E che l’atrocità è l’unico frutto che può sorgere nell’oppressione coloniale.
È questo il punto che va sottolineato. Non esistono atrocità di serie A e serie B: quando gli indiani massacravano nell’Ottocento anche i civili inglesi non lo facevano in modo meno brutale di quanto avvenuto nei kibbutz e ai giovani israeliani del rave. Eppure non dovevano sollevarsi contro quello spietato sfruttamento?
Eppure sono stati atti orribili contro civili esattamente con il 7 ottobre. Per le vittime civili israeliane di quel giorno provo un profondo dolore. Almeno dalla mia condizione di privilegiato posso permetterlo. Ci siamo detti sempre “Restiamo umani” e non possiamo venir meno a quella promessa perché è ciò che permette all’intero cielo di non cadere.
Anche se quelle vittime godevano dei privilegi del sistema coloniale. Anche se quelle vittime magari erano parte attiva di quel sistema coloniale. Anche se ballavano a pochi chilometri da un campo di concentramento. Quelle vittime le sento con dolore a maggior ragione perché credo che la Palestina sia “dal fiume al mare” e che la Palestina che spero sorga debba riconoscere e pianga anche quelle vittime. È un punto di partenza imprescindibile per qualunque riconciliazione: sentire l’altro, ma finalmente in un’ottica di uguaglianza senza muri e fili spinati.
I nostri media stanno offrendo in questi giorni una fotografia perfettamente chiara del loro degrado e prostituzione intellettuale. Così come imbarazzante è “l’opposizione”: quasi godono a fare a gara a mettere Hanoun sul patibolo. A prendere le distanze. Ma non è da meno colpevole, forse più ipocrita pur nel suo interessante giro di parole da intellettuale, chi critica aspramente Salvini invitandolo a “non delegittimare il movimento pro-Palestina” come fa Salis a Genova. Ma poi aggiunge che Hamas è un gruppo terroristico.
Ancora più schizofrenico chi magari aggiunge subito dopo: “viva la Resistenza palestinese!”. Ma come: Hamas, pur nelle sue tante ambiguità e nei suoi tornaconti politici, è la stessa che in misura maggiore è stata nelle strade ad annientare i cingolati dell’oppressore? O vogliamo negare la realtà? Sono le stesse forme di Resistenza palestinese che considerano Hamas tale.
E noi, qui a qualche migliaio di chilometri, vogliamo decidere cosa va bene o cosa no? Vogliamo continuare a parlare al posto degli oppressi? E se siamo con quest’ultimi, non eravamo con quei miliziani di Hamas – non solo loro ricordiamolo – che infliggevano colpi ai carri armati coloniali?
Ecco quindi che essere con Hanoun, essere con l’imam Shahin, deve essere senza se e senza ma. Soprattutto in queste ore. Nei distingui, venuti fuori anche da AVS, si vede tutta la pochezza di gruppi parlamentari che di sinistra non hanno nulla e che andrebbero abbandonati nelle tornate elettorali.
Non sei con i palestinesi oppressi se piangi per un bambino gazawi assassinato. Se con pietismo tratti i palestinesi solo in quanto vittime. Che poi chi se ne frega se siano liberi o meno e al massimo, sia chiaro, che siano liberi come vogliamo noi. Irrilevante se ti avvolgi in una kefya profumatissima e hai un bandierone della Palestina. Le Salis non riconosceranno mai la Resistenza. E se pure dovessero farlo, parleranno che “deve essere non violenta”. Il privilegiato che stabilisce le modalità di lotta dell’oppresso.
Il salto repressivo in Italia e nelle pseudo democrazie europee, Germania in testa, è pericoloso. Nei mesi scorsi hanno denunciato, arrestato e picchiato attivisti “pro-Pal”. Non si può non sottolineare il salto di qualità di queste ultime settimane. Non possiamo, ancora una volta, fingere di non capire come la Palestina ci riguarda ed è la cartina al tornasole delle nostre vite: racconta il nostro presente fornendoci una istantanea chiarissima di come sia ridicola la pseudo-opposizione parlamentare e quanto siano non democratiche le “nostre democrazie”.
Oggi Hannoun, domani sempre di più decine di attiviste e attivisti per qualunque altra causa. È un fenomeno che è già iniziato con la complicità della magistratura la cui azione repressiva avviene sempre con una perfetta tempistica.
Fonte
Seppur interessanti, trovo che coloro che rispondono all’arresto di Hannoun soffermandosi sul fatto che tali accuse si basano su quanto afferma Israele non centrino il punto dirimente della questione.
Che Israele detti la nostra politica intervenendo direttamente o meno anche su questioni interne non lo scopriamo oggi e non lo scopriamo tra l’altro con il governo attuale: basterebbe vedere il processo a quanto accadde all’Aquila contro i tre palestinesi. O cosa per decenni il Mossad ha fatto a casa nostra. O semplicemente come l’ago della nostra politica estera, soprattutto negli ultimi anni, segni sempre di più Washington e Tel Aviv.
Sia chiaro: è sempre giusto denunciare la nostra complicità e sudditanza. Ed è lodevole non stancarsi mai di farlo a costo di essere ripetitivi. Ma, purtroppo, non basta. Fermarsi qui, senza andare oltre nella nostra analisi, vuol dire non esporsi veramente e politicamente su quello che per me è il punto dei punti.
Quello che, per intenderci, fa saltare carriere, che produce denunce, arresti, registrazioni nell’autoproclamato Occidente che grida: “Je Suis Charlie Hebdo”. In poche parole: essere con la Resistenza dei popoli oppressi.
Resistenza che, come è giusto che sia, danneggia direttamente i “nostri” interessi (noi siamo oppressori) o ferisce i nostri “amici” o le marionette che mettiamo lì affinché facciano i nostri interessi. Resistenza ancora più “criminale” – pardon terroristica – perché usa addirittura le armi. L’oppresso, a meno che non siamo noi a cambiargli status perché si genuflette ai nostri (di Washington soprattutto) desiderata, non può usarle. Armi che però – e qui è appunto la cosa tragicomica – noi paghiamo profumatamente (impoverendoci sempre di più, mentre tutto lo stato sociale cade a picco) facendo anche i salamalecchi alle industrie belliche.
Sintetizzando: No alla “Resistenza” palestinese (sono “terroristi“), viva la “Resistenza” ucraina (sono “combattenti”, “eroi”). Da qui, il doppio standard: se i secondi fanno saltare con autobombe (sempre più nostre) civili in Russia, beh il loro atto non è un attacco terroristico, ma viene addirittura applaudito perché mostra le “debolezze” del nostro nemico, Vladimir Putin.
È spesso proprio quest’ultima categorie di persone – che, attenzione, abbraccia oltre alla destra la quasi totalità del centro sinistra – è politicamente ancora più rivoltante quando poi, dopo aver fatto appena una sostituzione di luoghi (esce Ucraina, entra Palestina,) fa la morale sul 7 ottobre che definisce “pogrom”, “atto terroristico”, tra l’altro fingendo (vergognosamente) di dimenticare l’intero contesto in cui sia avvenuto.
La vera questione su Hannoun è la seguente: essere o meno con la Resistenza dei nativi palestinesi.
Una presa di posizione che può nascere solo da uno sforzo di rilettura del passato e del presente attraverso la lotta degli oppressi: nelle sue differenze e modalità c’è un filo di continuità che unisce, giusto per fare qualche esempio, le rivolte anticoloniali pre e post periodo vittoriano, passando per il Sudafrica, Vietnam e Iraq alla Palestina: è l’insostenibile crudeltà del colonialismo (e con tutto ciò che esso comporta) a salire sul banco degli imputati.
In questa ottica, cosa sia Hamas, cosa abbia fatto, cosa faccia a noi interessa poco in questa fase in cui perdura la più vecchia e brutale forma di colonialismo esistente al mondo. Chi in queste ore continua a investire del tempo se Hamas è organizzazione “terroristica” o meno non può essere un nostro fratello o sorella di lotta. Tanto meno, e soprattutto perché non siamo noi i protagonisti, dei palestinesi.
Dobbiamo cambiare modo di leggere gli eventi in un’ottica post coloniale, facendoci da parte. Non sovrapponendo la nostra voce a chi è vittima. Se vogliamo far del bene alla causa palestinese possiamo semplicemente essere dei ponti. Possiamo noi accettare, da bianchi privilegiati nati in una parte del mondo sporca di sangue e violenza (altro che Hamas...), che gli oppressi si ribellano?
Se no, di grazia, spiegate perchè se lo facevamo noi negli anni '40 ancora oggi ci celebriamo e se lo ha fatto un iracheno 20 anni fa o un palestinese era un terrorista?
Se sì, bene allora dobbiamo tenere conto che nel ribellarsi, soprattutto dopo che sei occupato e umiliato da oltre 100 anni, i popoli in lotta commettono anche errori e atrocità. E che l’atrocità è l’unico frutto che può sorgere nell’oppressione coloniale.
È questo il punto che va sottolineato. Non esistono atrocità di serie A e serie B: quando gli indiani massacravano nell’Ottocento anche i civili inglesi non lo facevano in modo meno brutale di quanto avvenuto nei kibbutz e ai giovani israeliani del rave. Eppure non dovevano sollevarsi contro quello spietato sfruttamento?
Eppure sono stati atti orribili contro civili esattamente con il 7 ottobre. Per le vittime civili israeliane di quel giorno provo un profondo dolore. Almeno dalla mia condizione di privilegiato posso permetterlo. Ci siamo detti sempre “Restiamo umani” e non possiamo venir meno a quella promessa perché è ciò che permette all’intero cielo di non cadere.
Anche se quelle vittime godevano dei privilegi del sistema coloniale. Anche se quelle vittime magari erano parte attiva di quel sistema coloniale. Anche se ballavano a pochi chilometri da un campo di concentramento. Quelle vittime le sento con dolore a maggior ragione perché credo che la Palestina sia “dal fiume al mare” e che la Palestina che spero sorga debba riconoscere e pianga anche quelle vittime. È un punto di partenza imprescindibile per qualunque riconciliazione: sentire l’altro, ma finalmente in un’ottica di uguaglianza senza muri e fili spinati.
I nostri media stanno offrendo in questi giorni una fotografia perfettamente chiara del loro degrado e prostituzione intellettuale. Così come imbarazzante è “l’opposizione”: quasi godono a fare a gara a mettere Hanoun sul patibolo. A prendere le distanze. Ma non è da meno colpevole, forse più ipocrita pur nel suo interessante giro di parole da intellettuale, chi critica aspramente Salvini invitandolo a “non delegittimare il movimento pro-Palestina” come fa Salis a Genova. Ma poi aggiunge che Hamas è un gruppo terroristico.
Ancora più schizofrenico chi magari aggiunge subito dopo: “viva la Resistenza palestinese!”. Ma come: Hamas, pur nelle sue tante ambiguità e nei suoi tornaconti politici, è la stessa che in misura maggiore è stata nelle strade ad annientare i cingolati dell’oppressore? O vogliamo negare la realtà? Sono le stesse forme di Resistenza palestinese che considerano Hamas tale.
E noi, qui a qualche migliaio di chilometri, vogliamo decidere cosa va bene o cosa no? Vogliamo continuare a parlare al posto degli oppressi? E se siamo con quest’ultimi, non eravamo con quei miliziani di Hamas – non solo loro ricordiamolo – che infliggevano colpi ai carri armati coloniali?
Ecco quindi che essere con Hanoun, essere con l’imam Shahin, deve essere senza se e senza ma. Soprattutto in queste ore. Nei distingui, venuti fuori anche da AVS, si vede tutta la pochezza di gruppi parlamentari che di sinistra non hanno nulla e che andrebbero abbandonati nelle tornate elettorali.
Non sei con i palestinesi oppressi se piangi per un bambino gazawi assassinato. Se con pietismo tratti i palestinesi solo in quanto vittime. Che poi chi se ne frega se siano liberi o meno e al massimo, sia chiaro, che siano liberi come vogliamo noi. Irrilevante se ti avvolgi in una kefya profumatissima e hai un bandierone della Palestina. Le Salis non riconosceranno mai la Resistenza. E se pure dovessero farlo, parleranno che “deve essere non violenta”. Il privilegiato che stabilisce le modalità di lotta dell’oppresso.
Il salto repressivo in Italia e nelle pseudo democrazie europee, Germania in testa, è pericoloso. Nei mesi scorsi hanno denunciato, arrestato e picchiato attivisti “pro-Pal”. Non si può non sottolineare il salto di qualità di queste ultime settimane. Non possiamo, ancora una volta, fingere di non capire come la Palestina ci riguarda ed è la cartina al tornasole delle nostre vite: racconta il nostro presente fornendoci una istantanea chiarissima di come sia ridicola la pseudo-opposizione parlamentare e quanto siano non democratiche le “nostre democrazie”.
Oggi Hannoun, domani sempre di più decine di attiviste e attivisti per qualunque altra causa. È un fenomeno che è già iniziato con la complicità della magistratura la cui azione repressiva avviene sempre con una perfetta tempistica.
Fonte
31/12/2025
Il diavolo nei dettagli. L’inchiesta di Genova sui “finanziatori di Hamas”
Le note a piè di pagina dell’ordinanza di arresto contro i presunti finanziatori italiani di Hamas
Mentre i telegiornali ci stordivano con la storia dei presunti finanziamenti al terrorismo travestiti da beneficenza verso la Palestina, io ho passato il fine settimana effettivamente a leggermi le 300 pagine dell’ordinanza di arresto contro questi nuovi sospetti. Adesso vi racconto tutto per filo e per segno e senza ipocrisie, però voglio partire da un dettaglio passato inosservato che in apparenza non c’entra niente con questa inchiesta, da una nota a piè di pagina dell’ordinanza di arresto. Voglio partire proprio da qui perché noi in questi giorni abbiamo sentito anche da chi in teoria simpatizza con il movimento a favore della Palestina le soliti frasi di circostanza: “Fiducia nella giustizia”, “la magistratura fa solo il suo dovere” e noi quindi dobbiamo prima di tutto sgombrare il campo da qualsiasi favola sulla presunta neutralità della giustizia.
Perché qui abbiamo a che fare, mi dispiace dirlo ai devoti della magistratura ma non intendo usare mezzi termini, con dei giudici che sono dei veri e propri estremisti ideologici e la loro ideologia è il suprematismo occidentale, l’idea che le persone che vivono nella nostra parte del Pianeta siano superiori ai barbari che vivono fuori. E ve lo dimostro. Nella prima parte di quest’ordinanza il giudice per le indagini preliminari Silvia Cartanini vuole dimostrare che Hamas non è un movimento di liberazione della Palestina ma una minaccia globale, jihadista che vuole rovesciare qualsiasi Stato che non si conformi ai principi fondamentalisti che loro sostengono, anche in modo violento, per sostituirlo con uno Stato islamista.
E per dimostrare questa cosa fa una scelta piuttosto curiosa e cioè cita la dichiarazione di solidarietà dell’ex leader del comitato politico di Hamas, Khaled Meshal, una dichiarazione di solidarietà nei confronti degli studenti del Bangladesh che, forse qualcuno di voi ricorderà, poco tempo fa hanno rovesciato il loro corrottissimo governo. E qui, curiosamente, la giudice Cartanini sente come suo dovere quello di condannare le rivolte in Bangladesh ricordando le pesanti perdite sofferte dalle forze dell’ordine. Ho controllato: ci sono circa una quarantina di morti tra le forze dell’ordine durante questa rivoluzione a fronte di circa 1500 studenti sterminati dal governo. Poi fa questa notazione di cui vi parlavo, nota numero 14 a pagina 24 con il termine “studenti”, tra virgolette, bengalesi, non si immagini un movimento culturale magari anche a carattere generazionale come accaduto nei decenni scorsi in Occidente.
Gli studenti non sono altro che gli allievi delle scuole coraniche ossia la Madrassa ossia il medesimo movimento che ha originato i talebani, infatti taliban significa appunto studenti, questa è la nota. Quindi, se sei uno studente occidentale il tuo è un movimento culturale, invece, i poveri studenti del Bangladesh che si sono dati, tra l’altro, come capo del governo un premio Nobel per l’economia liberale, siccome hanno fatto l’errore di studiare il corano a scuola sono dei talebani. E questa sociologia da quattro soldi impregna tutte le prime cinquanta pagine dell’ordinanza in cui si vuole dimostrare la natura intrinsecamente terroristica del movimento Hamas.
Siccome però Hamas, almeno nel 2017, nei suoi statuti ufficialmente rifiuta l’utilizzo della violenza al di fuori dei territori occupati e anzi accetta, almeno formalmente, la soluzione dei due stati, l’ordinanza accumula una serie di citazioni di esponenti più o meno di spicco del movimento tratte dai media per dimostrare che in realtà, in cuor loro, i membri di Hamas non riconoscono l’esistenza dello Stato di Israele e vogliono una Palestina libera dal fiume al mare. E qui c’è un’altra nota in cui si compiange l’uso, spesso inconsapevole, di questo slogan nelle manifestazioni e anche in Europa. Eppure, siccome al giudice Carpanini piace la storia avrebbe potuto scavare un po’ più a fondo per rendersi conto di come l’idea di dover liberare quella terra dal fiume al mare sia un’idea di origine sionista che precede addirittura il 1948 e che si ritrova perfino negli slogan del Likud, il partito di governo israeliano che, quello sì, vuole e mette in pratica un Israele dal fiume al mare senza quindi nessuna terra per i palestinesi.
Dopo aver messo in chiaro la visione del mondo a cui si conforma, l’ordinanza entra finalmente nel merito delle prove presunte contro gli imputati. Ed è qui che le cose si fanno veramente sconvolgenti.
Magistrati passacarte di IDF?
Le associazioni di beneficenza per la Palestina, che adesso la magistratura accusa di finanziare il terrorismo, per un quarto di secolo sono state oggetto di una strettissima sorveglianza con migliaia di telefonate intercettate, cimici installate nelle case e nelle automobili, indagini patrimoniali e pure un agente infiltrato che ha estratto copie di tutti i documenti delle associazioni, eppure nelle 300 pagine dell’ordinanza di arresto contro i 9 sospettati di aver costituito in Italia una cellula di Hamas, non c’è uno straccio di prova che anche un solo euro sia stato utilizzato per finanziare attività terroristiche. Ci hanno fatto vedere immagini di macchine contasoldi e mazzette di contanti che poi gli imputati trasportavano in valigette verso l’Egitto o la Turchia per farli arrivare a Gaza, però nelle carte c’è scritto chiaramente che i contanti provenivano dalle elemosine raccolte nelle moschee, venivano regolarmente contabilizzati e dichiarati alla frontiera. E siccome le associazioni sotto accusa mantenevano registri contabili molto precisi, è possibile ricostruire dove finivano questi soldi.
E finivano in adozione a distanza di orfani palestinesi, nella costruzione per esempio di un impianto di desalinizzazione per un ospedale di Gaza, o nel sostegno alle famiglie ricadute in guerra nel più estremo dei casi. Questo lo mettono, nero su bianco, gli stessi inquirenti che da 25 anni a questa parte, con una serie di indagini di volta in volta aperte e poi archiviate, provano a mandare in galera per queste attività benefiche le persone che sono state arrestate la settimana scorsa. E fino alla settimana scorsa le indagini erano sempre state archiviate perché i giudici spiegavano che la beneficenza, piacciano o no i suoi destinatari, non è un reato.
Allora che cos’è cambiato adesso? È cambiato, e parlano le carte, che Israele ha inviato all’Italia un dettagliatissimo dossier in cui spiega alle autorità italiane che in verità praticamente tutte le organizzazioni benefiche palestinesi non sono altro che una facciata per Hamas, che anche quando queste associazioni effettivamente svolgono attività benefiche, questo non fa altro che aumentare il prestigio sociale di Hamas, alimentando quindi indirettamente il terrorismo, e che comunque negli orfanotrofi palestinesi i bambini vengono indottrinati alla religione, cosa che immagino negli orfanotrofi delle suore non succeda affatto, e cantano canzoni contro i sionisti. E chissà perché questi bambini orfani ce l’hanno con i sionisti, e chissà perché sono rimasti orfani. Ma il dossier israeliano su cui si basa questa indagine della nostra magistratura non è semplice propaganda, no, è tutto supportato da prove irrefutabili che l’esercito israeliano ha rinvenuto nel corso delle operazioni a Gaza e in Cisgiordania.
Esattamente come il documento emerso dei tunnel che dimostrava i collegamenti tra Hamas e la flottiglia, vi ricordate qualche settimana fa, che poi si è rivelato un falso. O il documento che dimostrava che gli ospedali di Gaza erano tutte basi di Hamas, che poi si è rivelato essere un semplice calendario. In questo caso però non sarà neanche possibile vagliare l’attendibilità di molte di queste prove, perché Israele non si è neanche degnato di fornirle in originale.
È il caso di una testimonianza chiave per dimostrare il collegamento tra le associazioni benefiche e Hamas di cui con estremo candore i giudici italiani dicono in una nota a piè di pagina, stiamo aspettando che gli israeliani ce le mandino per intero perché per ora ci hanno mandato solo il riassunto, che loro prendono per buono. Ma facciamo finta per un momento che le prove fornite da Israele siano totalmente attendibili. Sarebbero utilizzabili in un processo italiano? Il giudice per le indagini preliminari spiega che sì, le prove raccolte in zone di guerra sono utilizzabili, secondo la giurisprudenza, sempre che siano state raccolte in osservanza dei diritti umani e costituzionali previsti dalla nostra Costituzione.
Io dopo aver letto questa frase mi sono messo disperatamente a cercare l’argomentazione giuridica che spieghi in che modo le operazioni dell’IDF in Cisgiordania e a Gaza siano conformi ai diritti umani, ma di questa argomentazione non c’è neanche l’ombra.
So che sembra incredibile, però la magistratura italiana si è ridotta a questo, a fare da passacarte per l’esercito genocida di Israele.
Ma quindi non c’è proprio niente di vero in quello che ci hanno raccontato in questi giorni? Lo vediamo nel prossimo video.
Fonte
Mentre i telegiornali ci stordivano con la storia dei presunti finanziamenti al terrorismo travestiti da beneficenza verso la Palestina, io ho passato il fine settimana effettivamente a leggermi le 300 pagine dell’ordinanza di arresto contro questi nuovi sospetti. Adesso vi racconto tutto per filo e per segno e senza ipocrisie, però voglio partire da un dettaglio passato inosservato che in apparenza non c’entra niente con questa inchiesta, da una nota a piè di pagina dell’ordinanza di arresto. Voglio partire proprio da qui perché noi in questi giorni abbiamo sentito anche da chi in teoria simpatizza con il movimento a favore della Palestina le soliti frasi di circostanza: “Fiducia nella giustizia”, “la magistratura fa solo il suo dovere” e noi quindi dobbiamo prima di tutto sgombrare il campo da qualsiasi favola sulla presunta neutralità della giustizia.
Perché qui abbiamo a che fare, mi dispiace dirlo ai devoti della magistratura ma non intendo usare mezzi termini, con dei giudici che sono dei veri e propri estremisti ideologici e la loro ideologia è il suprematismo occidentale, l’idea che le persone che vivono nella nostra parte del Pianeta siano superiori ai barbari che vivono fuori. E ve lo dimostro. Nella prima parte di quest’ordinanza il giudice per le indagini preliminari Silvia Cartanini vuole dimostrare che Hamas non è un movimento di liberazione della Palestina ma una minaccia globale, jihadista che vuole rovesciare qualsiasi Stato che non si conformi ai principi fondamentalisti che loro sostengono, anche in modo violento, per sostituirlo con uno Stato islamista.
E per dimostrare questa cosa fa una scelta piuttosto curiosa e cioè cita la dichiarazione di solidarietà dell’ex leader del comitato politico di Hamas, Khaled Meshal, una dichiarazione di solidarietà nei confronti degli studenti del Bangladesh che, forse qualcuno di voi ricorderà, poco tempo fa hanno rovesciato il loro corrottissimo governo. E qui, curiosamente, la giudice Cartanini sente come suo dovere quello di condannare le rivolte in Bangladesh ricordando le pesanti perdite sofferte dalle forze dell’ordine. Ho controllato: ci sono circa una quarantina di morti tra le forze dell’ordine durante questa rivoluzione a fronte di circa 1500 studenti sterminati dal governo. Poi fa questa notazione di cui vi parlavo, nota numero 14 a pagina 24 con il termine “studenti”, tra virgolette, bengalesi, non si immagini un movimento culturale magari anche a carattere generazionale come accaduto nei decenni scorsi in Occidente.
Gli studenti non sono altro che gli allievi delle scuole coraniche ossia la Madrassa ossia il medesimo movimento che ha originato i talebani, infatti taliban significa appunto studenti, questa è la nota. Quindi, se sei uno studente occidentale il tuo è un movimento culturale, invece, i poveri studenti del Bangladesh che si sono dati, tra l’altro, come capo del governo un premio Nobel per l’economia liberale, siccome hanno fatto l’errore di studiare il corano a scuola sono dei talebani. E questa sociologia da quattro soldi impregna tutte le prime cinquanta pagine dell’ordinanza in cui si vuole dimostrare la natura intrinsecamente terroristica del movimento Hamas.
Siccome però Hamas, almeno nel 2017, nei suoi statuti ufficialmente rifiuta l’utilizzo della violenza al di fuori dei territori occupati e anzi accetta, almeno formalmente, la soluzione dei due stati, l’ordinanza accumula una serie di citazioni di esponenti più o meno di spicco del movimento tratte dai media per dimostrare che in realtà, in cuor loro, i membri di Hamas non riconoscono l’esistenza dello Stato di Israele e vogliono una Palestina libera dal fiume al mare. E qui c’è un’altra nota in cui si compiange l’uso, spesso inconsapevole, di questo slogan nelle manifestazioni e anche in Europa. Eppure, siccome al giudice Carpanini piace la storia avrebbe potuto scavare un po’ più a fondo per rendersi conto di come l’idea di dover liberare quella terra dal fiume al mare sia un’idea di origine sionista che precede addirittura il 1948 e che si ritrova perfino negli slogan del Likud, il partito di governo israeliano che, quello sì, vuole e mette in pratica un Israele dal fiume al mare senza quindi nessuna terra per i palestinesi.
Dopo aver messo in chiaro la visione del mondo a cui si conforma, l’ordinanza entra finalmente nel merito delle prove presunte contro gli imputati. Ed è qui che le cose si fanno veramente sconvolgenti.
Magistrati passacarte di IDF?
Le associazioni di beneficenza per la Palestina, che adesso la magistratura accusa di finanziare il terrorismo, per un quarto di secolo sono state oggetto di una strettissima sorveglianza con migliaia di telefonate intercettate, cimici installate nelle case e nelle automobili, indagini patrimoniali e pure un agente infiltrato che ha estratto copie di tutti i documenti delle associazioni, eppure nelle 300 pagine dell’ordinanza di arresto contro i 9 sospettati di aver costituito in Italia una cellula di Hamas, non c’è uno straccio di prova che anche un solo euro sia stato utilizzato per finanziare attività terroristiche. Ci hanno fatto vedere immagini di macchine contasoldi e mazzette di contanti che poi gli imputati trasportavano in valigette verso l’Egitto o la Turchia per farli arrivare a Gaza, però nelle carte c’è scritto chiaramente che i contanti provenivano dalle elemosine raccolte nelle moschee, venivano regolarmente contabilizzati e dichiarati alla frontiera. E siccome le associazioni sotto accusa mantenevano registri contabili molto precisi, è possibile ricostruire dove finivano questi soldi.
E finivano in adozione a distanza di orfani palestinesi, nella costruzione per esempio di un impianto di desalinizzazione per un ospedale di Gaza, o nel sostegno alle famiglie ricadute in guerra nel più estremo dei casi. Questo lo mettono, nero su bianco, gli stessi inquirenti che da 25 anni a questa parte, con una serie di indagini di volta in volta aperte e poi archiviate, provano a mandare in galera per queste attività benefiche le persone che sono state arrestate la settimana scorsa. E fino alla settimana scorsa le indagini erano sempre state archiviate perché i giudici spiegavano che la beneficenza, piacciano o no i suoi destinatari, non è un reato.
Allora che cos’è cambiato adesso? È cambiato, e parlano le carte, che Israele ha inviato all’Italia un dettagliatissimo dossier in cui spiega alle autorità italiane che in verità praticamente tutte le organizzazioni benefiche palestinesi non sono altro che una facciata per Hamas, che anche quando queste associazioni effettivamente svolgono attività benefiche, questo non fa altro che aumentare il prestigio sociale di Hamas, alimentando quindi indirettamente il terrorismo, e che comunque negli orfanotrofi palestinesi i bambini vengono indottrinati alla religione, cosa che immagino negli orfanotrofi delle suore non succeda affatto, e cantano canzoni contro i sionisti. E chissà perché questi bambini orfani ce l’hanno con i sionisti, e chissà perché sono rimasti orfani. Ma il dossier israeliano su cui si basa questa indagine della nostra magistratura non è semplice propaganda, no, è tutto supportato da prove irrefutabili che l’esercito israeliano ha rinvenuto nel corso delle operazioni a Gaza e in Cisgiordania.
Esattamente come il documento emerso dei tunnel che dimostrava i collegamenti tra Hamas e la flottiglia, vi ricordate qualche settimana fa, che poi si è rivelato un falso. O il documento che dimostrava che gli ospedali di Gaza erano tutte basi di Hamas, che poi si è rivelato essere un semplice calendario. In questo caso però non sarà neanche possibile vagliare l’attendibilità di molte di queste prove, perché Israele non si è neanche degnato di fornirle in originale.
È il caso di una testimonianza chiave per dimostrare il collegamento tra le associazioni benefiche e Hamas di cui con estremo candore i giudici italiani dicono in una nota a piè di pagina, stiamo aspettando che gli israeliani ce le mandino per intero perché per ora ci hanno mandato solo il riassunto, che loro prendono per buono. Ma facciamo finta per un momento che le prove fornite da Israele siano totalmente attendibili. Sarebbero utilizzabili in un processo italiano? Il giudice per le indagini preliminari spiega che sì, le prove raccolte in zone di guerra sono utilizzabili, secondo la giurisprudenza, sempre che siano state raccolte in osservanza dei diritti umani e costituzionali previsti dalla nostra Costituzione.
Io dopo aver letto questa frase mi sono messo disperatamente a cercare l’argomentazione giuridica che spieghi in che modo le operazioni dell’IDF in Cisgiordania e a Gaza siano conformi ai diritti umani, ma di questa argomentazione non c’è neanche l’ombra.
So che sembra incredibile, però la magistratura italiana si è ridotta a questo, a fare da passacarte per l’esercito genocida di Israele.
Ma quindi non c’è proprio niente di vero in quello che ci hanno raccontato in questi giorni? Lo vediamo nel prossimo video.
Fonte
27/12/2025
L’azione a senso unico del governo italiano: i terroristi sono i palestinesi
Nuovo attacco alle organizzazioni palestinesi presenti in Italia con l’arresto di nove persone, con la solita accusa di sostenere Hamas. Questa volta gli elementi a carico sarebbero i finanziamenti che queste associazioni avrebbero inviato direttamente o indirettamente all’organizzazione combattente palestinese. Non siamo ovviamente in grado di entrare nel merito dell’inchiesta giudiziaria ma il dato che balza agli occhi è sempre lo stesso: la completa sudditanza del governo italiano alle operazioni militari del governo genocida di Netanyahu. Mentre è sempre più esplicita la collaborazione con Israele sul piano economico e militare, con una fitta di rete di interscambi commerciali ma anche sul piano della compravendita di armamenti, le forze di polizia italiane sono attive per colpire il mondo della diaspora palestinese, immancabilmente accusato di terrorismo.
Il ministro Piantedosi si è ben guardato dall’indagare su quei cittadini italiani con doppio passaporto israeliano che avrebbero partecipato come militari al genocidio dei palestinesi, nonostante le interrogazioni parlamentari. Né si è preoccupato di intervenire a proposito delle vacanze italiane di militari israeliani, segnalate sui media in diverse occasioni, con tanto di protezione della polizia italiana. Il dato più evidente è che il genocidio dei palestinesi viene derubricato a diritto di Israele a difendersi mentre la resistenza del popolo palestinese è indiscutibilmente definita terrorismo.
Naturalmente dietro queste operazioni di polizia si cela anche l’intento di mettere la museruola al movimento di solidarietà con la Palestina, che negli ultimi mesi ha dato un’ampia dimostrazione di incontrare il sostegno di larga parte del Paese. Mentre sul genocidio in atto i riflettori mediatici si sono spenti, è forte l’amplificazione della notizia degli arresti, per lasciar intendere che i milioni di italiani scesi in piazza siano stati manipolati dal terrorismo.
Ma il terrorismo di cui siamo tutti vittime è quello di Israele e dei suoi alleati, complici del massacro della popolazione palestinese e oggi mobilitati in una impressionante campagna generale di riarmo.
Gli arresti di oggi puzzano di complicità con il governo di Netanyahu: quando arresteranno i vertici della Leonardo per le armi vendute ad Israele?
Unione Sindacale di Base
Fonte
Il ministro Piantedosi si è ben guardato dall’indagare su quei cittadini italiani con doppio passaporto israeliano che avrebbero partecipato come militari al genocidio dei palestinesi, nonostante le interrogazioni parlamentari. Né si è preoccupato di intervenire a proposito delle vacanze italiane di militari israeliani, segnalate sui media in diverse occasioni, con tanto di protezione della polizia italiana. Il dato più evidente è che il genocidio dei palestinesi viene derubricato a diritto di Israele a difendersi mentre la resistenza del popolo palestinese è indiscutibilmente definita terrorismo.
Naturalmente dietro queste operazioni di polizia si cela anche l’intento di mettere la museruola al movimento di solidarietà con la Palestina, che negli ultimi mesi ha dato un’ampia dimostrazione di incontrare il sostegno di larga parte del Paese. Mentre sul genocidio in atto i riflettori mediatici si sono spenti, è forte l’amplificazione della notizia degli arresti, per lasciar intendere che i milioni di italiani scesi in piazza siano stati manipolati dal terrorismo.
Ma il terrorismo di cui siamo tutti vittime è quello di Israele e dei suoi alleati, complici del massacro della popolazione palestinese e oggi mobilitati in una impressionante campagna generale di riarmo.
Gli arresti di oggi puzzano di complicità con il governo di Netanyahu: quando arresteranno i vertici della Leonardo per le armi vendute ad Israele?
Unione Sindacale di Base
Fonte
10/12/2025
Gaza - Hamas disarmerà solo se Israele accetterà uno Stato palestinese
Hamas ha rifiutato il disarmo dei propri combattenti a meno che Israele non si impegni in un processo politico per la statualità palestinese e fornisca garanzie che non riprenderà la guerra.
Il funzionario di Hamas Bassem Naim ha dichiarato l’8 dicembre che il gruppo è disposto a consegnare il potere “immediatamente” al governo tecnico palestinese previsto nel piano Trump e che la disattivazione delle armi potrebbe iniziare sotto una tregua a lungo termine di 5-10 anni.
“Durante questo periodo, possiamo deporre le nostre armi, immagazzinarle o congelarle con garanzie palestinesi, regionali o internazionali per facilitare una discussione politica che potrebbe concludersi con lo Stato palestinese. Allora saremo pronti a consegnare tutte le nostre armi a questo nuovo stato indipendente, e persino a integrare i nostri combattenti nel nuovo esercito palestinese”, ha detto.
Hamas ha avvertito che i negoziati per attuare la seconda fase dell’accordo di cessate il fuoco a Gaza non possono aver luogo mentre Israele continua a violare la prima fase dell’accordo. “Israele sta violando apertamente l’accordo di cessate il fuoco”, ha dichiarato Hussam Badran, altro esponente di Hamas.
“L’occupazione non ha adempiuto a nessuno dei suoi obblighi fondamentali nella prima fase, poiché mantiene chiuso il valico di Rafah, impedisce l’ingresso di tende e roulotte, riduce gli aiuti umanitari e continua i suoi crimini di uccisioni e demolizioni all’interno della linea gialla. Queste pratiche sono una continuazione dell’aggressione che avrebbe dovuto cessare immediatamente dopo l’inizio dell’accordo, e notiamo che continuano senza alcun reale impegno”, ha aggiunto Badran.
“Ogni discussione sulla seconda fase è subordinata a una reale pressione sull’occupazione da parte dei mediatori e degli Stati Uniti per costringerla ad attuare pienamente quanto concordato nella prima fase”, ha proseguito il funzionario di Hamas.
Come parte della prima fase dell’accordo, le truppe israeliane si sono ritirate in quella che ora viene definita la “linea gialla”. L’accordo stabilisce che le forze israeliane possono mantenere una presenza perimetrale a Gaza fino al completo disarmo della resistenza, e si ritireranno gradualmente man mano che il processo di disarmo avanzerà. Tuttavia, l’esercito israeliano ha oltrepassato la linea gialla nel tentativo di conquistare più territorio, violando l’accordo.
Badran ha fatto riferimento alle recenti dichiarazioni del capo dell’esercito israeliano Eyal Zamir durante un tour a Gaza. Zamir ha detto il 7 dicembre che la linea gialla è la “nuova linea di confine”. L’esponente di Hamas ha definito ciò “un palese rinnegamento dell’accordo di cessate il fuoco”.
Israele ha affermato una settimana fa che avrebbe aperto presto il valico di Rafah in coordinamento con l’Egitto. Il Cairo lo ha negato e ha detto che qualsiasi accordo avrebbe aperto il valico da entrambi i lati, poiché Tel Aviv si è rifiutata di permettere ai palestinesi di tornare a Gaza dall’Egitto.
Da quando è iniziato il cessate il fuoco, Israele ha mantenuto strette restrizioni sulla quantità di aiuti che entrano a Gaza. All’inizio dello scorso mese, Tel Aviv aveva permesso l’ingresso solo del 28% degli aiuti che dovevano entrare nella Striscia come parte dell’accordo. Ciò include attrezzature essenziali urgentemente necessarie per le operazioni di rimozione delle macerie.
Attualmente ci sono 68 milioni di tonnellate di macerie a Gaza a causa della guerra genocida di Israele e della distruzione sistematica delle infrastrutture, secondo il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP). Il capo dell’UNDP in Palestina, Jaco Cilliers, ha dichiarato: “Nello scenario migliore, ci vorranno almeno cinque, più probabilmente sette anni” per affrontare le macerie.
Secondo fonti citate da Axios venerdì, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sta pianificando di annunciare la Fase Due dell’accordo di cessate il fuoco di Gaza prima di Natale. Uno degli aspetti principali del “piano di pace” di Trump è lo schieramento di una Forza di Sicurezza Internazionale (ISF) composta da paesi regionali. Turchia, Qatar, Azerbaigian, Indonesia e Pakistan hanno segnalato la disponibilità a contribuire con truppe.
Tuttavia, il piano Trump affida all’ISF il compito di disarmare e smantellare Hamas e altre fazioni della resistenza. Nelle ultime settimane sono emerse numerose rivelazioni che indicano un significativo disagio arabo e regionale all’idea di essere costretti ad affrontare scontri armati a Gaza. Un alto funzionario pakistano ha detto recentemente che il suo paese è pronto a contribuire con truppe per il mantenimento della pace, ma ha escluso di partecipare a qualsiasi disarmo.
Israele ha categoricamente respinto qualsiasi statualità palestinese e si oppone al ritorno dell’Autorità Palestinese (AP) a Gaza – un altro elemento cruciale del “piano di pace” statunitense.
Da quando è stato raggiunto l’accordo, centinaia di palestinesi sono stati uccisi da raid aerei israeliani. “Israele potrebbe ancora considerare un’opzione militare come un modo per disarmare Hamas e quindi non ha fretta di passare alla seconda fase del cessate il fuoco”, hanno riferito fonti a Haaretz alla fine dello scorso mese.
Fonte
Il funzionario di Hamas Bassem Naim ha dichiarato l’8 dicembre che il gruppo è disposto a consegnare il potere “immediatamente” al governo tecnico palestinese previsto nel piano Trump e che la disattivazione delle armi potrebbe iniziare sotto una tregua a lungo termine di 5-10 anni.
“Durante questo periodo, possiamo deporre le nostre armi, immagazzinarle o congelarle con garanzie palestinesi, regionali o internazionali per facilitare una discussione politica che potrebbe concludersi con lo Stato palestinese. Allora saremo pronti a consegnare tutte le nostre armi a questo nuovo stato indipendente, e persino a integrare i nostri combattenti nel nuovo esercito palestinese”, ha detto.
Hamas ha avvertito che i negoziati per attuare la seconda fase dell’accordo di cessate il fuoco a Gaza non possono aver luogo mentre Israele continua a violare la prima fase dell’accordo. “Israele sta violando apertamente l’accordo di cessate il fuoco”, ha dichiarato Hussam Badran, altro esponente di Hamas.
“L’occupazione non ha adempiuto a nessuno dei suoi obblighi fondamentali nella prima fase, poiché mantiene chiuso il valico di Rafah, impedisce l’ingresso di tende e roulotte, riduce gli aiuti umanitari e continua i suoi crimini di uccisioni e demolizioni all’interno della linea gialla. Queste pratiche sono una continuazione dell’aggressione che avrebbe dovuto cessare immediatamente dopo l’inizio dell’accordo, e notiamo che continuano senza alcun reale impegno”, ha aggiunto Badran.
“Ogni discussione sulla seconda fase è subordinata a una reale pressione sull’occupazione da parte dei mediatori e degli Stati Uniti per costringerla ad attuare pienamente quanto concordato nella prima fase”, ha proseguito il funzionario di Hamas.
Come parte della prima fase dell’accordo, le truppe israeliane si sono ritirate in quella che ora viene definita la “linea gialla”. L’accordo stabilisce che le forze israeliane possono mantenere una presenza perimetrale a Gaza fino al completo disarmo della resistenza, e si ritireranno gradualmente man mano che il processo di disarmo avanzerà. Tuttavia, l’esercito israeliano ha oltrepassato la linea gialla nel tentativo di conquistare più territorio, violando l’accordo.
Badran ha fatto riferimento alle recenti dichiarazioni del capo dell’esercito israeliano Eyal Zamir durante un tour a Gaza. Zamir ha detto il 7 dicembre che la linea gialla è la “nuova linea di confine”. L’esponente di Hamas ha definito ciò “un palese rinnegamento dell’accordo di cessate il fuoco”.
Israele ha affermato una settimana fa che avrebbe aperto presto il valico di Rafah in coordinamento con l’Egitto. Il Cairo lo ha negato e ha detto che qualsiasi accordo avrebbe aperto il valico da entrambi i lati, poiché Tel Aviv si è rifiutata di permettere ai palestinesi di tornare a Gaza dall’Egitto.
Da quando è iniziato il cessate il fuoco, Israele ha mantenuto strette restrizioni sulla quantità di aiuti che entrano a Gaza. All’inizio dello scorso mese, Tel Aviv aveva permesso l’ingresso solo del 28% degli aiuti che dovevano entrare nella Striscia come parte dell’accordo. Ciò include attrezzature essenziali urgentemente necessarie per le operazioni di rimozione delle macerie.
Attualmente ci sono 68 milioni di tonnellate di macerie a Gaza a causa della guerra genocida di Israele e della distruzione sistematica delle infrastrutture, secondo il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP). Il capo dell’UNDP in Palestina, Jaco Cilliers, ha dichiarato: “Nello scenario migliore, ci vorranno almeno cinque, più probabilmente sette anni” per affrontare le macerie.
Secondo fonti citate da Axios venerdì, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sta pianificando di annunciare la Fase Due dell’accordo di cessate il fuoco di Gaza prima di Natale. Uno degli aspetti principali del “piano di pace” di Trump è lo schieramento di una Forza di Sicurezza Internazionale (ISF) composta da paesi regionali. Turchia, Qatar, Azerbaigian, Indonesia e Pakistan hanno segnalato la disponibilità a contribuire con truppe.
Tuttavia, il piano Trump affida all’ISF il compito di disarmare e smantellare Hamas e altre fazioni della resistenza. Nelle ultime settimane sono emerse numerose rivelazioni che indicano un significativo disagio arabo e regionale all’idea di essere costretti ad affrontare scontri armati a Gaza. Un alto funzionario pakistano ha detto recentemente che il suo paese è pronto a contribuire con truppe per il mantenimento della pace, ma ha escluso di partecipare a qualsiasi disarmo.
Israele ha categoricamente respinto qualsiasi statualità palestinese e si oppone al ritorno dell’Autorità Palestinese (AP) a Gaza – un altro elemento cruciale del “piano di pace” statunitense.
Da quando è stato raggiunto l’accordo, centinaia di palestinesi sono stati uccisi da raid aerei israeliani. “Israele potrebbe ancora considerare un’opzione militare come un modo per disarmare Hamas e quindi non ha fretta di passare alla seconda fase del cessate il fuoco”, hanno riferito fonti a Haaretz alla fine dello scorso mese.
Fonte
31/10/2025
Cosa pensano i palestinesi del ‘piano Trump’?
Un recente sondaggio pubblicato dal Palestinian Centre for Policy and Survey Research (PCPSR) ha interrogato i palestinesi su cosa pensano riguardo al piano di ‘pace’ (cioè di nuova amministrazione coloniale) promosso dal presidente USA Trump. Le risposte che sono state registrate lascerebbero sicuramente spiazzati molti commentatori occidentali, se solo si prendessero la briga di chiedere ai diretti interessati cosa vogliono.
No al disarmo di Hamas, sfiducia dilagante verso Abbas alla guida dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), sostegno alla formazione di un comitato per amministrare Gaza, ma senza l’esclusione di Hamas e nemmeno dell’ANP, così come a una forza internazionale, ma solo se il suo scopo è difendere i confini di Gaza e non togliere le armi ad Hamas.
Questo, in sunto, il risultato del sondaggio. È bene dare qualche indicazione tecnica, per evitare strumentalizzazioni e propaganda sui dati che stiamo per riportare. Prima di tutto, l’indagine è stata svolta intervistando di persone poco più di 1.200 persone, di cui circa 760 nella Cisgiordania occupata e circa 440 nella Striscia. Le informazioni sono state trasferite su server a cui solo i ricercatori possono accedere, e i loro calcoli hanno un margine di errore del 3,5%.
La PCPSR è un think tank con sede a Ramallah, ha un’esperienza trentennale nella conduzione di sondaggi, cominciata per verificare le opinioni dei palestinesi dopo le novità introdotte dagli Accordi di Oslo nella prima metà degli anni Novanta. Tra i finanziatori delle sue attività c’è stata anche l’Unione Europea, che ha considerato seriamente i dati elaborati dal gruppo di ricerca, anche in anni recenti.
Quello del PCPSR, insomma, non è il profilo di un istituto ‘connivente’ con Hamas e con i ‘terroristi’, come i sionisti nostrani potrebbero tentare di inventarsi. Del resto, poco più di un anno fa l’IDF aveva sostenuto di aver trovato un documento, tra le macerie di Gaza, che dava prova di come i dati del think tank fossero stati falsficati da Hamas. Al solito, uno dei tanti ritrovamenti ‘fortunati’ delle forze israeliane.
Arriviamo ora ai numeri. Stando alle domande poste tra il 22 e il 25 ottobre, il 70% dei palestinesi si oppone al disarmo di Hamas, anche se ciò dovesse significare la ripresa degli attacchi israeliani. È di certo significativo che la contrarietà al disarmo è maggiore nella West Bank occupata, dove circa l’80% degli intervistati ha dichiarato di volere che l’ala armata del gruppo islamico mantenga le armi. Anche a Gaza, comunque, circa il 55% dei palestinesi la pensa così.
Tali opinioni sono evidentemente collegate alla sfiducia rispetto al ‘piano Trump’ e al fatto che Israele decida di fare marcia indietro sulla pulizia etnica. Infatti, il 62% dei palestinesi ritiene che il percorso elaborato dall’amministrazione statunitense non abbia portato alla fine della guerra una volta per tute, e ancora una volta il pessimismo è maggiore in Cisgiordania che a Gaza.
La popolazione palestinese rimane ancora chiaramente divisa sull’attacco del 7 ottobre 2023: per il 53% è stata una scelta corretta. Quello che è certo è che, comunque, Hamas viene vista come un’opzione meno corrotta dell’ANP. Il 35% dei palestinesi sostiene Hamas, mentre il 24% è a favore di Fatah (il 32% non sostiene nessuno dei due partiti o non ha alcuna opinione).
Hamas supera l’apprezzamento dato a Fatah anche nella Cisgiordania, dove teoricamente governa da anni. In generale, è il 60% degli intervistati che si dice soddisfatta della condotta di Hamas – il 66% nella Cisgiordania occupata e il 51% a Gaza –. Ciò si ripercuote anche sulla soddisfazione che riscuote il presidente palestinese Abbas: si ferma al 23%, mentre l’85% dei palestinesi ne auspica le dimissioni. Marwan Barghouti rimane la figura più apprezzata.
Nello specifico del ‘piano Trump’, il 53% degli intervistati si è dichiarato contrario a un comitato di palestinesi non affiliati ad Hamas o all’ANP per governare Gaza, mentre il 45% lo ha sostenuto. Ancora una volta, l’opposizione è molto più alta in Cisgiordania che a Gaza, che ha vissuto gli ultimi due anni sotto le bombe israeliane.
Ma quando ai palestinesi è stata posta la stessa domanda, ma senza prevedere l’esclusione di Hamas e dell’ANP, aggiungendo che la formazione del comitato sarebbe stata legata ai fondi per la ricostruzione, il 67% dei palestinesi ha sostenuto l’idea. Una dinamica simile è stata riscontrata quando si è chiesta un’opinione riguardo a una forza di peacekeeping.
L’opposizione a una forza internazionale araba e musulmana nella Striscia varia notevolmente tra West Bank e Gaza stessa: 78% nella prima, 52% nella seconda. Cifre che si riducono notevolmente quando la funzione delle truppe è stata indicata nella difesa dei confini di Gaza e non nel disarmo di Hamas: il 53% degli intervistati a Gaza e il 43% nella Cisgiordania occupata hanno dichiarato di sostenere la forza, in questo scenario.
Insomma, questi dati confermano che c’è un popolo che parla in favore della sua autodeterminazione. Bisogna fare in modo che i nostri governi guerrafondai comincino ad ascoltarlo.
Fonte
No al disarmo di Hamas, sfiducia dilagante verso Abbas alla guida dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), sostegno alla formazione di un comitato per amministrare Gaza, ma senza l’esclusione di Hamas e nemmeno dell’ANP, così come a una forza internazionale, ma solo se il suo scopo è difendere i confini di Gaza e non togliere le armi ad Hamas.
Questo, in sunto, il risultato del sondaggio. È bene dare qualche indicazione tecnica, per evitare strumentalizzazioni e propaganda sui dati che stiamo per riportare. Prima di tutto, l’indagine è stata svolta intervistando di persone poco più di 1.200 persone, di cui circa 760 nella Cisgiordania occupata e circa 440 nella Striscia. Le informazioni sono state trasferite su server a cui solo i ricercatori possono accedere, e i loro calcoli hanno un margine di errore del 3,5%.
La PCPSR è un think tank con sede a Ramallah, ha un’esperienza trentennale nella conduzione di sondaggi, cominciata per verificare le opinioni dei palestinesi dopo le novità introdotte dagli Accordi di Oslo nella prima metà degli anni Novanta. Tra i finanziatori delle sue attività c’è stata anche l’Unione Europea, che ha considerato seriamente i dati elaborati dal gruppo di ricerca, anche in anni recenti.
Quello del PCPSR, insomma, non è il profilo di un istituto ‘connivente’ con Hamas e con i ‘terroristi’, come i sionisti nostrani potrebbero tentare di inventarsi. Del resto, poco più di un anno fa l’IDF aveva sostenuto di aver trovato un documento, tra le macerie di Gaza, che dava prova di come i dati del think tank fossero stati falsficati da Hamas. Al solito, uno dei tanti ritrovamenti ‘fortunati’ delle forze israeliane.
Arriviamo ora ai numeri. Stando alle domande poste tra il 22 e il 25 ottobre, il 70% dei palestinesi si oppone al disarmo di Hamas, anche se ciò dovesse significare la ripresa degli attacchi israeliani. È di certo significativo che la contrarietà al disarmo è maggiore nella West Bank occupata, dove circa l’80% degli intervistati ha dichiarato di volere che l’ala armata del gruppo islamico mantenga le armi. Anche a Gaza, comunque, circa il 55% dei palestinesi la pensa così.
Tali opinioni sono evidentemente collegate alla sfiducia rispetto al ‘piano Trump’ e al fatto che Israele decida di fare marcia indietro sulla pulizia etnica. Infatti, il 62% dei palestinesi ritiene che il percorso elaborato dall’amministrazione statunitense non abbia portato alla fine della guerra una volta per tute, e ancora una volta il pessimismo è maggiore in Cisgiordania che a Gaza.
La popolazione palestinese rimane ancora chiaramente divisa sull’attacco del 7 ottobre 2023: per il 53% è stata una scelta corretta. Quello che è certo è che, comunque, Hamas viene vista come un’opzione meno corrotta dell’ANP. Il 35% dei palestinesi sostiene Hamas, mentre il 24% è a favore di Fatah (il 32% non sostiene nessuno dei due partiti o non ha alcuna opinione).
Hamas supera l’apprezzamento dato a Fatah anche nella Cisgiordania, dove teoricamente governa da anni. In generale, è il 60% degli intervistati che si dice soddisfatta della condotta di Hamas – il 66% nella Cisgiordania occupata e il 51% a Gaza –. Ciò si ripercuote anche sulla soddisfazione che riscuote il presidente palestinese Abbas: si ferma al 23%, mentre l’85% dei palestinesi ne auspica le dimissioni. Marwan Barghouti rimane la figura più apprezzata.
Nello specifico del ‘piano Trump’, il 53% degli intervistati si è dichiarato contrario a un comitato di palestinesi non affiliati ad Hamas o all’ANP per governare Gaza, mentre il 45% lo ha sostenuto. Ancora una volta, l’opposizione è molto più alta in Cisgiordania che a Gaza, che ha vissuto gli ultimi due anni sotto le bombe israeliane.
Ma quando ai palestinesi è stata posta la stessa domanda, ma senza prevedere l’esclusione di Hamas e dell’ANP, aggiungendo che la formazione del comitato sarebbe stata legata ai fondi per la ricostruzione, il 67% dei palestinesi ha sostenuto l’idea. Una dinamica simile è stata riscontrata quando si è chiesta un’opinione riguardo a una forza di peacekeeping.
L’opposizione a una forza internazionale araba e musulmana nella Striscia varia notevolmente tra West Bank e Gaza stessa: 78% nella prima, 52% nella seconda. Cifre che si riducono notevolmente quando la funzione delle truppe è stata indicata nella difesa dei confini di Gaza e non nel disarmo di Hamas: il 53% degli intervistati a Gaza e il 43% nella Cisgiordania occupata hanno dichiarato di sostenere la forza, in questo scenario.
Insomma, questi dati confermano che c’è un popolo che parla in favore della sua autodeterminazione. Bisogna fare in modo che i nostri governi guerrafondai comincino ad ascoltarlo.
Fonte
29/10/2025
La tregua a Gaza era un trucco
La tregua raggiunta a Gaza diciotto giorni fa nel quadro del Piano Trump era solo un trucco. Una volta ottenuti indietro gli ostaggi israeliani ancora detenuti, il governo israeliano ha usato tutti i pretesti sia per continuare a colpire i palestinesi (97 civili uccisi durante la tregua, altri 50 solo nelle ultime 48 ore, 2 soli soldati israeliani uccisi nello stesso periodo) per rompere la tregua stessa e ricominciare la propria offensiva con l’obiettivo dichiarato di “espandere il territorio sotto il controllo dell’IDF nella Striscia di Gaza dopo le ripetute violazioni dell’accordo di cessate il fuoco da parte di Hamas”.
Come al solito Israele cerca di nascondere la verità dei fatti accusando Hamas di aver violato la tregua perché perderebbe tempo nel recupero e consegna dei resti degli ostaggi morti sotto le macerie di Gaza.
La stessa Hamas ha fatto sapere che “La resistenza non ha alcun interesse a nascondere il corpo di qualsiasi prigioniero nemico o a ritardarne la consegna. Il nemico deve capire che siamo impegnati nell’accordo e deve smettere di accusarci di violarlo”.
Non solo. Israele ha respinto la proposta di alcuni paesi arabi e islamici di utilizzare delle task force comuni con gli israeliani per il recupero dei resti degli ostaggi.
Alla vigilia della tregua avevamo intuito e denunciato che il “Piano Trump”, lungi dal riconoscere il diritto all’autodeterminazione dei palestinesi, doveva produrre due effetti: uno, fermare le ostilità sul campo con la liberazione degli ostaggi e raffreddare l’isolamento di Israele in Medio Oriente; l’altro, disinnescare le dilaganti mobilitazioni popolari in solidarietà con il popolo palestinese nei paesi europei ed occidentali.
Su quest’ultimo aspetto si è concentrato molto il governo italiano, ma anche il sistema politico/mediatico filo-israeliano e quello sedicente “equidistante” di stampo liberale, fortemente preoccupati della dimensione assunta dai movimenti in sostegno ai palestinesi e dal ripudio totale di Israele.
“Se c’è la tregua o addirittura la pace perché continuate a manifestare per la Palestina o a criticare Israele?”. Con questa tiritera ci bombardano da tre settimane i mass media e le dichiarazioni della politica complice del genocidio dei palestinesi.
E se – secondo loro ovviamente – non sono più giustificate le manifestazioni, adesso si comincia a manganellarle e limitarle ad ogni occasione, mandando il chiaro segnale che “l’aria è cambiata”. E magari attivando anche le squadre neofasciste per provocare e aggredire studenti e giornalisti.
È fin troppo evidente come i media e le forze filo-israeliane stiano cercando con ogni mezzo di recuperare il terreno perduto e ripristinare la loro “narrazione” sulla questione palestinese e il genocidio in atto da due anni.
La sanguinosa farsa della “tregua” a Gaza non deve trarre in inganno. La mobilitazione, l’informazione, la solidarietà con il popolo palestinese non deve arretrare di un millimetro così come non devono cedere terreno le iniziative di boicottaggio e di isolamento di Israele.
L’impunità per uno stato genocida non era accettabile prima e non potrà certo esserlo adesso.
Fonte
Come al solito Israele cerca di nascondere la verità dei fatti accusando Hamas di aver violato la tregua perché perderebbe tempo nel recupero e consegna dei resti degli ostaggi morti sotto le macerie di Gaza.
La stessa Hamas ha fatto sapere che “La resistenza non ha alcun interesse a nascondere il corpo di qualsiasi prigioniero nemico o a ritardarne la consegna. Il nemico deve capire che siamo impegnati nell’accordo e deve smettere di accusarci di violarlo”.
Non solo. Israele ha respinto la proposta di alcuni paesi arabi e islamici di utilizzare delle task force comuni con gli israeliani per il recupero dei resti degli ostaggi.
Alla vigilia della tregua avevamo intuito e denunciato che il “Piano Trump”, lungi dal riconoscere il diritto all’autodeterminazione dei palestinesi, doveva produrre due effetti: uno, fermare le ostilità sul campo con la liberazione degli ostaggi e raffreddare l’isolamento di Israele in Medio Oriente; l’altro, disinnescare le dilaganti mobilitazioni popolari in solidarietà con il popolo palestinese nei paesi europei ed occidentali.
Su quest’ultimo aspetto si è concentrato molto il governo italiano, ma anche il sistema politico/mediatico filo-israeliano e quello sedicente “equidistante” di stampo liberale, fortemente preoccupati della dimensione assunta dai movimenti in sostegno ai palestinesi e dal ripudio totale di Israele.
“Se c’è la tregua o addirittura la pace perché continuate a manifestare per la Palestina o a criticare Israele?”. Con questa tiritera ci bombardano da tre settimane i mass media e le dichiarazioni della politica complice del genocidio dei palestinesi.
E se – secondo loro ovviamente – non sono più giustificate le manifestazioni, adesso si comincia a manganellarle e limitarle ad ogni occasione, mandando il chiaro segnale che “l’aria è cambiata”. E magari attivando anche le squadre neofasciste per provocare e aggredire studenti e giornalisti.
È fin troppo evidente come i media e le forze filo-israeliane stiano cercando con ogni mezzo di recuperare il terreno perduto e ripristinare la loro “narrazione” sulla questione palestinese e il genocidio in atto da due anni.
La sanguinosa farsa della “tregua” a Gaza non deve trarre in inganno. La mobilitazione, l’informazione, la solidarietà con il popolo palestinese non deve arretrare di un millimetro così come non devono cedere terreno le iniziative di boicottaggio e di isolamento di Israele.
L’impunità per uno stato genocida non era accettabile prima e non potrà certo esserlo adesso.
Fonte
28/10/2025
Israele riprende i bombardamenti su Gaza ma accusa Hamas. La tregua è una sanguinosa farsa
Scontri a fuoco si sono verificati oggi a Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, fra militanti di Hamas e soldati dell’Idf.
Il quotidiano israeliano Hayom ha riferito che l’esercito di Tel Aviv ha iniziato la sua offensiva sulla Striscia di Gaza, in una nuova violazione dell’accordo di cessate il fuoco sostenuto dagli Stati Uniti.
Secondo il sito americano Axios, relativamente alle accuse di Israele secondo cui Hamas ha violato la tregua, un funzionario degli Stati Uniti ha detto che Washington non vede una violazione dell’accordo da parte di Hamas che giustifichi una risposta. Il funzionario statunitense ha esortato Israele a non intraprendere azioni radicali che potrebbero portare al collasso dell’accordo di cessate il fuoco.
Benyamin Netanyahu ha dato l’ordine di effettuare raid immediati sulla Striscia di Gaza. Lo ha annunciato l’ufficio del primo ministro israeliano. “A seguito di consultazioni sulla sicurezza, il Primo Ministro Netanyahu ha ordinato all’esercito di effettuare immediatamente potenti attacchi nella Striscia di Gaza”.
Israele accusa Hamas di aver violato il cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti, ma i media israeliani riferiscono che il primo ministro Benjamin Netanyahu ha deciso di “espandere il territorio sotto il controllo dell’IDF nella Striscia di Gaza dopo le ripetute violazioni dell’accordo di cessate il fuoco da parte di Hamas”.
Il corrispondente di Al-Jazeera ha riferito che gli aerei da guerra israeliani hanno rinnovato i loro raid sulle aree a ovest di Gaza City, in concomitanza con un altro raid sul quartiere di Al-Zaytoun a est della città. Un drone israeliano ha preso di mira le vicinanze del complesso medico Shifa a Gaza City con diversi missili.
Dall’inizio della tregua a Gaza, diciotto giorni fa, le truppe israeliane hanno già ucciso 97 palestinesi. Solo da domenica a oggi altri otto. Nello stesso periodo sono stati uccisi due soldati israeliani.
Hamas ha intanto rinviato la consegna del corpo di uno degli ostaggi, che era prevista in serata, dopo quelle che ha definito “violazioni” israeliane del cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti. “Rinvieremo la consegna prevista per oggi a causa delle violazioni dell’occupazione”, hanno dichiarato le Brigate Ezzedine Al-Qassam in una nota, aggiungendo che qualsiasi “escalation israeliana ostacolerà la ricerca e il recupero dei corpi”.
L’annuncio di Hamas è arrivato pochi minuti dopo che Benjamin Netanyahu ha ordinato intensi attacchi sulla Striscia.
Il membro dell’ufficio politico di Hamas, Suhail al-Hindi, ha detto ad Al Jazeera che Hamas, la resistenza e le fazioni sono fedelmente impegnate nell’accordo. “Finora, abbiamo consegnato 16 corpi dei prigionieri israeliani. Abbiamo affrontato grandi difficoltà durante il recupero dei corpi dei prigionieri e stiamo ancora chiedendo attrezzature pesanti per recuperare il resto. Il nemico deve capire che siamo impegnati nell’accordo e deve smettere di accusarci di violarlo. Abbiamo chiesto l’approvazione del nemico per inserire squadre di ricerca nelle zone rosse per cercare i corpi dei suoi prigionieri, ma ha rifiutato. Stiamo aspettando l’approvazione dell’occupazione per consentire alle squadre di entrare a Rafah per cercare i corpi dei suoi prigionieri”.
Parlando con l’emittente quatariota l’esponente di Hamas ha precisato che “La resistenza non ha alcun interesse a nascondere il corpo di qualsiasi prigioniero nemico o a ritardarne la consegna. Abbiamo fatto ogni sforzo per recuperare i corpi e l’occupazione ha la responsabilità di ritardare il recupero del resto. Chiediamo ai mediatori di fare pressione sul nemico per facilitare l’estrazione dei resti dei suoi prigionieri”.
Israele ha respinto un’iniziativa avanzata dai paesi mediatori per il cessate il fuoco di Gaza che avrebbe visto la creazione di una squadra multilaterale incaricata di entrare a Gaza e recuperare i corpi degli ostaggi deceduti rimasti nella Striscia, hanno detto due diplomatici arabi al Times of Israel.
L’iniziativa avrebbe visto rappresentanti di Israele, Stati Uniti, Qatar, Turchia ed Egitto formare una squadra di ricerca congiunta che avrebbe condiviso capacità avanzate e intelligence per localizzare e recuperare gli ostaggi rimanenti, ma la proposta è stata respinta dal governo di Tel Aviv, dicono i diplomatici arabi.
Appare ormai evidente come il governo israeliano non avesse alcun interesse nel mantenere la tregua a Gaza e che una volta ottenuti gli ostaggi abbia cercato in ogni modo il pretesto per ricominciare i bombardamenti e le operazioni militari contro i palestinesi.
Fonte
Il quotidiano israeliano Hayom ha riferito che l’esercito di Tel Aviv ha iniziato la sua offensiva sulla Striscia di Gaza, in una nuova violazione dell’accordo di cessate il fuoco sostenuto dagli Stati Uniti.
Secondo il sito americano Axios, relativamente alle accuse di Israele secondo cui Hamas ha violato la tregua, un funzionario degli Stati Uniti ha detto che Washington non vede una violazione dell’accordo da parte di Hamas che giustifichi una risposta. Il funzionario statunitense ha esortato Israele a non intraprendere azioni radicali che potrebbero portare al collasso dell’accordo di cessate il fuoco.
Benyamin Netanyahu ha dato l’ordine di effettuare raid immediati sulla Striscia di Gaza. Lo ha annunciato l’ufficio del primo ministro israeliano. “A seguito di consultazioni sulla sicurezza, il Primo Ministro Netanyahu ha ordinato all’esercito di effettuare immediatamente potenti attacchi nella Striscia di Gaza”.
Israele accusa Hamas di aver violato il cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti, ma i media israeliani riferiscono che il primo ministro Benjamin Netanyahu ha deciso di “espandere il territorio sotto il controllo dell’IDF nella Striscia di Gaza dopo le ripetute violazioni dell’accordo di cessate il fuoco da parte di Hamas”.
Il corrispondente di Al-Jazeera ha riferito che gli aerei da guerra israeliani hanno rinnovato i loro raid sulle aree a ovest di Gaza City, in concomitanza con un altro raid sul quartiere di Al-Zaytoun a est della città. Un drone israeliano ha preso di mira le vicinanze del complesso medico Shifa a Gaza City con diversi missili.
Dall’inizio della tregua a Gaza, diciotto giorni fa, le truppe israeliane hanno già ucciso 97 palestinesi. Solo da domenica a oggi altri otto. Nello stesso periodo sono stati uccisi due soldati israeliani.
Hamas ha intanto rinviato la consegna del corpo di uno degli ostaggi, che era prevista in serata, dopo quelle che ha definito “violazioni” israeliane del cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti. “Rinvieremo la consegna prevista per oggi a causa delle violazioni dell’occupazione”, hanno dichiarato le Brigate Ezzedine Al-Qassam in una nota, aggiungendo che qualsiasi “escalation israeliana ostacolerà la ricerca e il recupero dei corpi”.
L’annuncio di Hamas è arrivato pochi minuti dopo che Benjamin Netanyahu ha ordinato intensi attacchi sulla Striscia.
Il membro dell’ufficio politico di Hamas, Suhail al-Hindi, ha detto ad Al Jazeera che Hamas, la resistenza e le fazioni sono fedelmente impegnate nell’accordo. “Finora, abbiamo consegnato 16 corpi dei prigionieri israeliani. Abbiamo affrontato grandi difficoltà durante il recupero dei corpi dei prigionieri e stiamo ancora chiedendo attrezzature pesanti per recuperare il resto. Il nemico deve capire che siamo impegnati nell’accordo e deve smettere di accusarci di violarlo. Abbiamo chiesto l’approvazione del nemico per inserire squadre di ricerca nelle zone rosse per cercare i corpi dei suoi prigionieri, ma ha rifiutato. Stiamo aspettando l’approvazione dell’occupazione per consentire alle squadre di entrare a Rafah per cercare i corpi dei suoi prigionieri”.
Parlando con l’emittente quatariota l’esponente di Hamas ha precisato che “La resistenza non ha alcun interesse a nascondere il corpo di qualsiasi prigioniero nemico o a ritardarne la consegna. Abbiamo fatto ogni sforzo per recuperare i corpi e l’occupazione ha la responsabilità di ritardare il recupero del resto. Chiediamo ai mediatori di fare pressione sul nemico per facilitare l’estrazione dei resti dei suoi prigionieri”.
Israele ha respinto un’iniziativa avanzata dai paesi mediatori per il cessate il fuoco di Gaza che avrebbe visto la creazione di una squadra multilaterale incaricata di entrare a Gaza e recuperare i corpi degli ostaggi deceduti rimasti nella Striscia, hanno detto due diplomatici arabi al Times of Israel.
L’iniziativa avrebbe visto rappresentanti di Israele, Stati Uniti, Qatar, Turchia ed Egitto formare una squadra di ricerca congiunta che avrebbe condiviso capacità avanzate e intelligence per localizzare e recuperare gli ostaggi rimanenti, ma la proposta è stata respinta dal governo di Tel Aviv, dicono i diplomatici arabi.
Appare ormai evidente come il governo israeliano non avesse alcun interesse nel mantenere la tregua a Gaza e che una volta ottenuti gli ostaggi abbia cercato in ogni modo il pretesto per ricominciare i bombardamenti e le operazioni militari contro i palestinesi.
Fonte
Turchia - Il PKK annuncia il ritiro definitivo delle proprie forze
Il PKK ha compiuto un altro passo unilaterale, conseguente alla chiamata al disarmo effettuata da Ocalan e la successiva risoluzione di scioglimento del proprio congresso: dopo la cerimonia simbolica di distruzione delle armi dello scorso luglio[1], il 26 ottobre le Forze di Difesa del Popolo (HPG) e l’Unità delle Donne Libere (YPA-Star), ovvero le ali militari maschile e femminile dell’organizzazione, hanno annunciato il ritiro delle loro forze dalla Turchia, verso le “Zone di Difesa di Medya”, ovvero le due aree montuose del Kurdistan iracheno dove si trovano gli altri miliziani.
Durante la cerimonia di ritiro, trasmessa da un luogo non specificato, è stata letta una dichiarazione in lingua turca da Sabri Ok ed in lingua curda da Serhat Vejîn Dersîm[2], due dirigenti dell’organizzazione.
“Considerando le gravissime minacce al futuro della Turchia e dei Curdi poste dai conflitti e dalle guerre in Medio Oriente, e in seguito alle dichiarazioni del Presidente della Turchia, di Devlet Bahçeli, Presidente dell’MHP, e del Leader Abdullah Öcalan, in Turchia è stato avviato un nuovo processo. Questo processo ha acquisito una propria identità dopo l’Appello per la pace e una società democratica del Leader Abdullah Öcalan del 27 febbraio 2025. Il processo sta ora attraversando una fase molto critica e importante. Negli ultimi 8 mesi, noi, come parte curda, abbiamo compiuto passi storici nell’ambito dell’Appello per la pace e la società democratica”.
I due hanno poi ricordato la convocazione del Congresso di scioglimento del PKK e la successiva cerimonia di distruzione delle armi ed hanno ribadito che l’organizzazione è decisa a procedere, nonostante l’insufficiente risposta da parte dello stato turco:
Cvdet Yilmaz, vicepresidente del principale partito di governo, ovvero il Partito Della Giustizia e dello Sviluppo (AKP), ha pubblicato su X un messaggio di celebrazione dell’evento[3]:
Ciò che è più grave, vengono eluse anche le leggi attualmente vigenti che potrebbero dar luogo a passi importanti nel processo di pace.
Ad esempio, non è stata rispettata la sentenza, costituzionalmente vincolante, della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU), che ha decretato la scarcerazione del leader curdo Selahattin Demirtaş e di tutti i condannati del cosiddetto “Processo Kobane”, perché basato su presupposti prettamente politici e giuridicamente inconsistenti: le condanne si basano per lo più su una serie di tweet, attraverso i quali gli imputati invitavano alla mobilitazione generale pacifica a seguito del diniego, da parte del governo, di soccorrere le truppe curdo-siriane allora assediate dall’Isis (si diceva infatti, che dietro le quinte, il governo appoggiasse quest’ultimo).
Ebbene, lo scorso 7 Ottobre, il Ministero della Giustizia ha fatto ricorso durante le ultimissime ore utili (l’8 ottobre sarebbero scaduti i termini) contro l’ennesimo pronunciamento di scarcerazione da parte della CEDU, provocando rabbia, frustrazione e dubbi all’interno del movimento curdo, sulle reali intenzioni dello stato turco.
Pare, infatti, evidente che le forze governative stiano traccheggiando e cercando si strumentalizzare politicamente il processo di pace, allo scopo di attirare nella propria alleanza il Partito dell’Uguaglianza e della Democrazia dei Popoli (DEM), che sta facendo da mediatore con Ocalan e con il PKK. Il tutto in vista delle prossime elezioni presidenziali del 2028, in cui la presenza di Demirtas, con il suo carico di consensi, potrebbe essere molto ingombrante.
A minare ulteriormente la fiducia circa le reali intenzioni pacificatrici del governo vi è la persistente pressione giudiziaria esercitata sul principale partito di opposizione, il Partito Popolare Repubblicano (CHP), in testa in tutti i sondaggi. Nei giorni scorsi un ennesimo procedimento, stavolta per spionaggio[4], è stato intrapreso contro il candidato alle prossime presidenziali eletto alle primarie del partito, ovvero il sindaco di Istanbul Ekrem İmamoğlu, già in carcere dallo scorso marzo nell’ambito di altri processi.
La manovra governativa sembra chiara: cercare di evitare la sconfitta alle prossime presidenziali distruggendo il CHP ed allargando l’allenza al DEM, in cambio di qualche piccola modifiche costituzionale. All’interno della quale, magari, inserire anche l’allungamento del numero dei mandati presidenziali per permettere la rielezione a Erdogan, nel caso in cui le lotte interne all’AKP non dovessero risolversi con la nomina di un successore credibile.
Il 30 ottobre ci sarà il prossimo incontro fra il Presidente Erdogan e la delegazione del partito DEM che sta incontrando regolarmente anche Ocalan nel carcere di Imrali. Qualche sviluppo, anche minimo, è atteso, visti i passi mossi dal PKK.
Al di là delle questioni nazionali, però, è la questione siriana, legata alla presenza dell’Amministrazione Autonome del nord-est a guida curda, il maggiore ostacolo in questo processo di pace.
L’avventuristica rimozione del regime baathista a favore dei qaedisti di Hayat-Tahrir al-Sham (HTS), rivendicata dalla Turchia, non sta pagando come nei progetti previsti da Ankara.
Anzi, le pratiche settarie delle nuove autorità di Damasco, nonché il loro scarso controllo del territorio, stanno determinando un rafforzamento dell’area a guida curda, sempre appoggiata e sostenuta dalla presenza militare USA e ben vista anche da Israele, nell’ambito suoi piani per tenere frazionata la Siria ed espandervi la propria influenza nel sud.
Come noto, la Turchia reclama che la chiamata al disarmo di Ocalan e del Congresso del PKK sia estesa anche alle milizie curdo-siriane Ypg/Ypj, considerate affiliate con il PKK stesso, ma attualmente non ha la forza di imporre nulla del genere. Trattative per l’integrazione delle Ypg/Ypg nell’esercito di HTS e di tutta l’area curda all’interno della struttura statale centrale sono effettivamente in piedi, ma, come vi stiamo raccontando[5], non procedono nel verso auspicato da Ankara.
Certamente Erdogan si aspetta che il suo attivismo nell’appoggiare il cosiddetto “piano di pace” di Trump a Gaza, porti qualche risultato anche sul fronte siriano. Ovvero che gli USA ritirino il loro appoggio alle Ypg.
Tuttavia, più volte in passato, anche durante la prima Amministrazione Trump, le strutture militari presenti nel nord-est della Siria ed il Pentagono hanno più volte ostacolati i progetti di ritiro del Presidente.
Se vuole superare questi ostacoli, la Turchia dovrà come minimo impegnarsi nell’implementazione dei piani coloniali del tycoon a Gaza, ovvero utilizzare la propria influenza su Hamas per concorrere al disarmo della Resistenza Palestinese ed accoglierne alcuni militanti e dirigenti, di cui verrebbe decretato l’esilio.
Hamas disarmato o sottomesso all’amministrazione coloniale di Gaza, in cambio delle Ypg disarmate o sottomesse ad HTS in Siria: questo è un piano plausibilmente oggetto di colloqui fra Ankara e Washington.
Erdogan ha la forza e/o la volontà di sostenere una cosa del genere e “venderla” alla propria opinione pubblica come conquiste verso la pacificazione generale fra Turchi, Curdi ed Arabi, di cui tanto parla nei suoi discorsi pubblici? I dubbi e gli ostacoli in merito rendono quasi inverosimile una risposta positiva a questa domanda.
Note
1) https://www.youtube.com/watch?v=EUbZ7uqcF-s
2) https://anfenglishmobile.com/features/leadership-of-the-kurdistan-freedom-movement-we-withdraw-our-guerrilla-units-from-turkey-81911
3) https://x.com/_cevdetyilmaz/status/1982488135389921440
4) https://www.rsi.ch/info/mondo/Turchia-il-Governo-prende-il-controllo-dell%E2%80%99emittente-dell%E2%80%99opposizione–3228741.html
5) https://contropiano.org/news/internazionale-news/2025/10/20/bistrattato-dagli-alleati-al-golani-va-in-russia-0187860
Fonte
Durante la cerimonia di ritiro, trasmessa da un luogo non specificato, è stata letta una dichiarazione in lingua turca da Sabri Ok ed in lingua curda da Serhat Vejîn Dersîm[2], due dirigenti dell’organizzazione.
“Considerando le gravissime minacce al futuro della Turchia e dei Curdi poste dai conflitti e dalle guerre in Medio Oriente, e in seguito alle dichiarazioni del Presidente della Turchia, di Devlet Bahçeli, Presidente dell’MHP, e del Leader Abdullah Öcalan, in Turchia è stato avviato un nuovo processo. Questo processo ha acquisito una propria identità dopo l’Appello per la pace e una società democratica del Leader Abdullah Öcalan del 27 febbraio 2025. Il processo sta ora attraversando una fase molto critica e importante. Negli ultimi 8 mesi, noi, come parte curda, abbiamo compiuto passi storici nell’ambito dell’Appello per la pace e la società democratica”.
I due hanno poi ricordato la convocazione del Congresso di scioglimento del PKK e la successiva cerimonia di distruzione delle armi ed hanno ribadito che l’organizzazione è decisa a procedere, nonostante l’insufficiente risposta da parte dello stato turco:
“Nonostante tutti gli approcci negativi e insufficienti nei confronti dei nostri passi, il Leader Abdullah Öcalan e il Movimento per la Libertà del Kurdistan stanno ancora lavorando per adottare nuove misure concrete che spianerebbero la strada al passaggio del processo di Pace e Società Democratica, nella sua seconda fase. In tal modo, mirano a eliminare le crescenti minacce contro la Turchia e i Curdi e a gettare le basi per una vita libera, democratica e fraterna per i secoli a venire.Si tratta di un passo per lo più simbolico, di scarso peso negoziale, visto che gran parte delle forze del PKK entro i confini turchi sono state eliminate durante il conflitto urbano del 2015-2016 e l’operatività di quelle residue è molto limitata. Costituisce, comunque, l’ennesima dimostrazione di buona volontà.
Di conseguenza, le risoluzioni del XII Congresso del PKK avevano previsto e pianificato il ritiro, nelle Zone di Difesa di Medya, di quelle unità di guerriglia la cui presenza all’interno dei confini turchi avrebbe potuto aumentare il rischio di scontri e possibili provocazioni.
Stiamo ora mettendo in pratica queste risoluzioni, approvate anche dal Leader Abdullah Öcalan. Una parte di quei gruppi di guerriglia che hanno raggiunto le Zone di Difesa di Medya sono ora presenti qui e stanno prendendo parte personalmente a questa dichiarazione.
Analoghe misure regolamentari vengono adottate anche per quelle posizioni lungo il confine che potrebbero comportare il rischio di scontri e possibili provocazioni... È chiaro che siamo impegnati a rispettare le risoluzioni del XII Congresso e decisi a metterle in atto.
Tuttavia, affinché queste risoluzioni possano essere attuate, è necessario adottare determinati approcci giuridici e politici, in linea con le risoluzioni del XII Congresso del PKK e come necessità del processo. In questo contesto, è necessario elaborare una Legge Transitoria, unica nel suo genere, per il PKK; inoltre, è necessario promulgare senza indugio le leggi necessarie per la libertà e l’integrazione democratica che consentano la partecipazione alla politica democratica”.
Cvdet Yilmaz, vicepresidente del principale partito di governo, ovvero il Partito Della Giustizia e dello Sviluppo (AKP), ha pubblicato su X un messaggio di celebrazione dell’evento[3]:
“Oggi è stata raggiunta un’altra importante pietra miliare nell’obiettivo di una Turchia libera dal terrorismo, che ha acquisito slancio con lo storico appello del presidente dell’MHP Devlet Bahçeli nel quadro della Visione per il Secolo Turco del nostro presidente Recep Tayyip Erdoğan. La decisione di allontanare dal nostro Paese e dai suoi confini gli elementi armati dell’organizzazione terroristica, che ha deciso di sciogliersi in risposta all’appello del suo fondatore, è un passo importante nella giusta direzione...In realtà al momento, lo Stato turco non ha effettuato nessun passo: non è stata promulgata nessuna legge a tutela dei guerriglieri che posano le armi, non sono state modificate le condizione di detenzione di Ocalan, né è stato elevato lo status della lingua e della cultura curde. La commissione parlamentare istituita appositamente continua a riunirsi, senza produrre delibere concrete.
La Commissione nazionale per la solidarietà, la fratellanza e la democrazia, che continua il suo lavoro con ampia partecipazione e buon senso... determinerà il quadro normativo che potrebbe essere necessario nel processo di liquidazione dell’organizzazione terroristica”.
Ciò che è più grave, vengono eluse anche le leggi attualmente vigenti che potrebbero dar luogo a passi importanti nel processo di pace.
Ad esempio, non è stata rispettata la sentenza, costituzionalmente vincolante, della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU), che ha decretato la scarcerazione del leader curdo Selahattin Demirtaş e di tutti i condannati del cosiddetto “Processo Kobane”, perché basato su presupposti prettamente politici e giuridicamente inconsistenti: le condanne si basano per lo più su una serie di tweet, attraverso i quali gli imputati invitavano alla mobilitazione generale pacifica a seguito del diniego, da parte del governo, di soccorrere le truppe curdo-siriane allora assediate dall’Isis (si diceva infatti, che dietro le quinte, il governo appoggiasse quest’ultimo).
Ebbene, lo scorso 7 Ottobre, il Ministero della Giustizia ha fatto ricorso durante le ultimissime ore utili (l’8 ottobre sarebbero scaduti i termini) contro l’ennesimo pronunciamento di scarcerazione da parte della CEDU, provocando rabbia, frustrazione e dubbi all’interno del movimento curdo, sulle reali intenzioni dello stato turco.
Pare, infatti, evidente che le forze governative stiano traccheggiando e cercando si strumentalizzare politicamente il processo di pace, allo scopo di attirare nella propria alleanza il Partito dell’Uguaglianza e della Democrazia dei Popoli (DEM), che sta facendo da mediatore con Ocalan e con il PKK. Il tutto in vista delle prossime elezioni presidenziali del 2028, in cui la presenza di Demirtas, con il suo carico di consensi, potrebbe essere molto ingombrante.
A minare ulteriormente la fiducia circa le reali intenzioni pacificatrici del governo vi è la persistente pressione giudiziaria esercitata sul principale partito di opposizione, il Partito Popolare Repubblicano (CHP), in testa in tutti i sondaggi. Nei giorni scorsi un ennesimo procedimento, stavolta per spionaggio[4], è stato intrapreso contro il candidato alle prossime presidenziali eletto alle primarie del partito, ovvero il sindaco di Istanbul Ekrem İmamoğlu, già in carcere dallo scorso marzo nell’ambito di altri processi.
La manovra governativa sembra chiara: cercare di evitare la sconfitta alle prossime presidenziali distruggendo il CHP ed allargando l’allenza al DEM, in cambio di qualche piccola modifiche costituzionale. All’interno della quale, magari, inserire anche l’allungamento del numero dei mandati presidenziali per permettere la rielezione a Erdogan, nel caso in cui le lotte interne all’AKP non dovessero risolversi con la nomina di un successore credibile.
Il 30 ottobre ci sarà il prossimo incontro fra il Presidente Erdogan e la delegazione del partito DEM che sta incontrando regolarmente anche Ocalan nel carcere di Imrali. Qualche sviluppo, anche minimo, è atteso, visti i passi mossi dal PKK.
Al di là delle questioni nazionali, però, è la questione siriana, legata alla presenza dell’Amministrazione Autonome del nord-est a guida curda, il maggiore ostacolo in questo processo di pace.
L’avventuristica rimozione del regime baathista a favore dei qaedisti di Hayat-Tahrir al-Sham (HTS), rivendicata dalla Turchia, non sta pagando come nei progetti previsti da Ankara.
Anzi, le pratiche settarie delle nuove autorità di Damasco, nonché il loro scarso controllo del territorio, stanno determinando un rafforzamento dell’area a guida curda, sempre appoggiata e sostenuta dalla presenza militare USA e ben vista anche da Israele, nell’ambito suoi piani per tenere frazionata la Siria ed espandervi la propria influenza nel sud.
Come noto, la Turchia reclama che la chiamata al disarmo di Ocalan e del Congresso del PKK sia estesa anche alle milizie curdo-siriane Ypg/Ypj, considerate affiliate con il PKK stesso, ma attualmente non ha la forza di imporre nulla del genere. Trattative per l’integrazione delle Ypg/Ypg nell’esercito di HTS e di tutta l’area curda all’interno della struttura statale centrale sono effettivamente in piedi, ma, come vi stiamo raccontando[5], non procedono nel verso auspicato da Ankara.
Certamente Erdogan si aspetta che il suo attivismo nell’appoggiare il cosiddetto “piano di pace” di Trump a Gaza, porti qualche risultato anche sul fronte siriano. Ovvero che gli USA ritirino il loro appoggio alle Ypg.
Tuttavia, più volte in passato, anche durante la prima Amministrazione Trump, le strutture militari presenti nel nord-est della Siria ed il Pentagono hanno più volte ostacolati i progetti di ritiro del Presidente.
Se vuole superare questi ostacoli, la Turchia dovrà come minimo impegnarsi nell’implementazione dei piani coloniali del tycoon a Gaza, ovvero utilizzare la propria influenza su Hamas per concorrere al disarmo della Resistenza Palestinese ed accoglierne alcuni militanti e dirigenti, di cui verrebbe decretato l’esilio.
Hamas disarmato o sottomesso all’amministrazione coloniale di Gaza, in cambio delle Ypg disarmate o sottomesse ad HTS in Siria: questo è un piano plausibilmente oggetto di colloqui fra Ankara e Washington.
Erdogan ha la forza e/o la volontà di sostenere una cosa del genere e “venderla” alla propria opinione pubblica come conquiste verso la pacificazione generale fra Turchi, Curdi ed Arabi, di cui tanto parla nei suoi discorsi pubblici? I dubbi e gli ostacoli in merito rendono quasi inverosimile una risposta positiva a questa domanda.
Note
1) https://www.youtube.com/watch?v=EUbZ7uqcF-s
2) https://anfenglishmobile.com/features/leadership-of-the-kurdistan-freedom-movement-we-withdraw-our-guerrilla-units-from-turkey-81911
3) https://x.com/_cevdetyilmaz/status/1982488135389921440
4) https://www.rsi.ch/info/mondo/Turchia-il-Governo-prende-il-controllo-dell%E2%80%99emittente-dell%E2%80%99opposizione–3228741.html
5) https://contropiano.org/news/internazionale-news/2025/10/20/bistrattato-dagli-alleati-al-golani-va-in-russia-0187860
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Milizie armate da Israele per eliminare Hamas, mentre Trump appalta la ‘Nuova Gaza’
Un’approfondita inchiesta di Sky News, accompagnata da dichiarazioni e video rilasciate all’emittente, ha mostrato quello che era già noto a tutti: ci sono milizie di mercenari e collaborazionisti con Israele che operano nella Striscia di Gaza. La novità, semmai, è che escono allo scoperto per rivendicare un progetto di governo alternativo ad Hamas.
Il nodo delle bande di criminali al soldo di Tel Aviv, che hanno partecipato all’occupazione della Striscia e sono state la manovalanza che spesso ha trafugato aiuti umanitari per affamarne la popolazione, è emerso all’attenzione pubblica appena firmata la fragile tregua, qualche settimana fa. Hamas ha cominciato a liberare la Striscia dai collaborazionisti, come sempre è successo alla fine di ogni conflitto.
Inizialmente, il presidente statunitense Trump si era lasciato sfuggire la realtà, chiarendo che, in sostanza, Hamas stava affrontando dei criminali. Poi, però, è tornato a difendere la narrazione sionista che vuole la Striscia sottoposta alla violenza arbitraria dell’organizzazione islamica. E questo perché, ora, le bande di mercenari possono assumere un ruolo politico nuovo.
Se la tregua (durante la quale, comunque, Israele continua a uccidere palestinesi impunemente) ha di certo raffreddato lo scontro diretto tra i militanti della resistenza palestinese e l’IDF, Israele ha continuato a combattere una battaglia interna alla zona della Striscia da cui le sue forze armate si sono ritirate attraverso milizie collaborazioniste.
Una sorta di ‘fronte interno’ per Hamas, un fronte che ora prende parola ed esplicita la sua funzione. L’inchiesta di Sky News ha infatti confermato che ci sono quattro milizie sostenute da Israele, che hanno le proprie basi nella zona ancora sotto controllo sionista. La notizia più interessante è che queste milizie si considerano parte di un progetto comune per rimuovere Hamas dalla Striscia.
Il leader di una di queste milizie lo ha dichiarato a chiare lettere. “Abbiamo un progetto ufficiale: io, [Yasser] Abu Shabab, [Rami] Halas e [Ashraf] al Mansi”, ha affermato a Sky News Hossam al Astal, “siamo tutti per la ‘Nuova Gaza’. Presto otterremo il pieno controllo della Striscia di Gaza e ci riuniremo sotto un unico ombrello”.
Un altro dei comandanti di queste milizie è Yasser Abu Shabab. Chi presta un po’ di attenzione alle notizie, saprà che era già salito alla ribalta lo scorso luglio, quando il Wall Street Journal gli aveva concesso uno spazio per dichiarare la propria candidatura alla gestione di Gaza dopo la guerra. Abu Shabab è stato coinvolto in traffici di armi e droga con l’ISIS: ecco il rappresentante della ‘transizione democratica’.
Queste forze irregolari ricevono rifornimenti, anche alimentari, da Israele, mentre gli aiuti umanitari continuano a essere limitati. Un altro dei quattro capi, Rami Halas, ha dichiarato a Sky News che il coordinamento con le IDF avviene indirettamente, attraverso l’Ufficio di coordinamento distrettuale.
Si tratta di un organismo che fa parte del Ministero della Difesa israeliano, ma comprende anche funzionari dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP). “Nel mio gruppo – dice al Astal – ci sono persone che sono ancora oggi dipendenti dell’ANP”. L’Autorità Palestinese non ha risposto alle domande poste dai giornalisti di Sky News.
Non hanno risposto all’emittente nemmeno dagli Emirati Arabi Uniti, quando sono stati fatti notare collegamenti sospetti. Il vice di Abu Shabab, Ghassan al Duhine, è stato fotografato due volte accanto a un veicolo con targa registrata negli Emirati. Anche i loghi usati dalle milizie nella Striscia sono molto simili a quelli di altri gruppi sostenuti dal paese arabico nello Yemen.
Interrogato al riguardo anche al Astal, egli ha detto: “se Dio vuole, col tempo tutto diventerà chiaro. Ma sì, ci sono paesi arabi che sostengono il nostro progetto”, cioè una ‘Nuova Gaza’ in cui saranno queste bande di criminali ad amministrare la Striscia. O, per lo meno, quella parte della Striscia che rimarrà sotto occupazione, come hanno adombrato il vicepresidente USA Vance e Kushner nella recente visita in Israele.
Intanto, il Segretario di Stato Marco Rubio ha ribadito il divieto all’UNRWA di operare nella Striscia, dichiarando che l’agenzia “è diventata una filiale di Hamas”, nonostante il recente parere della Corte Internazionale di Giustizia che ha censurato le azioni israeliane e l’attacco all’organismo dell’ONU.
Al Centro di coordinamento civile-militare (CMCC) che gli Stati Uniti hanno stabilito in Israele, per Rubio lavorerà alla ricostruzione della Striscia solo chi è gradito a Washington e a Tel Aviv. Tra gli altri, la Samaritan’s Purse, organizzazione evangelica guidata da un fedele alleato di Trump, il reverendo Franklin Graham.
La Samaritan’s Purse ha collaborato anche con la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), anch’essa guidata da un rappresentante della comunità evangelica, il reverendo Johnnie Moore. Stando a quel che riporta Reuters, a Washington è in corso un ragionamento, intorno alla possibilità di sciogliere la GHF nella Samaritan’s Purse.
Infine, il simbolo della GHF compare anche nei video raccolti da Sky News: alcuni suoi ‘aiuti’ finiscono alle milizie sostenute da Israele nella Striscia. Un cerchio di morte che si chiude intorno alla lotta palestinese contro l’occupante.
Fonte
Il nodo delle bande di criminali al soldo di Tel Aviv, che hanno partecipato all’occupazione della Striscia e sono state la manovalanza che spesso ha trafugato aiuti umanitari per affamarne la popolazione, è emerso all’attenzione pubblica appena firmata la fragile tregua, qualche settimana fa. Hamas ha cominciato a liberare la Striscia dai collaborazionisti, come sempre è successo alla fine di ogni conflitto.
Inizialmente, il presidente statunitense Trump si era lasciato sfuggire la realtà, chiarendo che, in sostanza, Hamas stava affrontando dei criminali. Poi, però, è tornato a difendere la narrazione sionista che vuole la Striscia sottoposta alla violenza arbitraria dell’organizzazione islamica. E questo perché, ora, le bande di mercenari possono assumere un ruolo politico nuovo.
Se la tregua (durante la quale, comunque, Israele continua a uccidere palestinesi impunemente) ha di certo raffreddato lo scontro diretto tra i militanti della resistenza palestinese e l’IDF, Israele ha continuato a combattere una battaglia interna alla zona della Striscia da cui le sue forze armate si sono ritirate attraverso milizie collaborazioniste.
Una sorta di ‘fronte interno’ per Hamas, un fronte che ora prende parola ed esplicita la sua funzione. L’inchiesta di Sky News ha infatti confermato che ci sono quattro milizie sostenute da Israele, che hanno le proprie basi nella zona ancora sotto controllo sionista. La notizia più interessante è che queste milizie si considerano parte di un progetto comune per rimuovere Hamas dalla Striscia.
Il leader di una di queste milizie lo ha dichiarato a chiare lettere. “Abbiamo un progetto ufficiale: io, [Yasser] Abu Shabab, [Rami] Halas e [Ashraf] al Mansi”, ha affermato a Sky News Hossam al Astal, “siamo tutti per la ‘Nuova Gaza’. Presto otterremo il pieno controllo della Striscia di Gaza e ci riuniremo sotto un unico ombrello”.
Un altro dei comandanti di queste milizie è Yasser Abu Shabab. Chi presta un po’ di attenzione alle notizie, saprà che era già salito alla ribalta lo scorso luglio, quando il Wall Street Journal gli aveva concesso uno spazio per dichiarare la propria candidatura alla gestione di Gaza dopo la guerra. Abu Shabab è stato coinvolto in traffici di armi e droga con l’ISIS: ecco il rappresentante della ‘transizione democratica’.
Queste forze irregolari ricevono rifornimenti, anche alimentari, da Israele, mentre gli aiuti umanitari continuano a essere limitati. Un altro dei quattro capi, Rami Halas, ha dichiarato a Sky News che il coordinamento con le IDF avviene indirettamente, attraverso l’Ufficio di coordinamento distrettuale.
Si tratta di un organismo che fa parte del Ministero della Difesa israeliano, ma comprende anche funzionari dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP). “Nel mio gruppo – dice al Astal – ci sono persone che sono ancora oggi dipendenti dell’ANP”. L’Autorità Palestinese non ha risposto alle domande poste dai giornalisti di Sky News.
Non hanno risposto all’emittente nemmeno dagli Emirati Arabi Uniti, quando sono stati fatti notare collegamenti sospetti. Il vice di Abu Shabab, Ghassan al Duhine, è stato fotografato due volte accanto a un veicolo con targa registrata negli Emirati. Anche i loghi usati dalle milizie nella Striscia sono molto simili a quelli di altri gruppi sostenuti dal paese arabico nello Yemen.
Interrogato al riguardo anche al Astal, egli ha detto: “se Dio vuole, col tempo tutto diventerà chiaro. Ma sì, ci sono paesi arabi che sostengono il nostro progetto”, cioè una ‘Nuova Gaza’ in cui saranno queste bande di criminali ad amministrare la Striscia. O, per lo meno, quella parte della Striscia che rimarrà sotto occupazione, come hanno adombrato il vicepresidente USA Vance e Kushner nella recente visita in Israele.
Intanto, il Segretario di Stato Marco Rubio ha ribadito il divieto all’UNRWA di operare nella Striscia, dichiarando che l’agenzia “è diventata una filiale di Hamas”, nonostante il recente parere della Corte Internazionale di Giustizia che ha censurato le azioni israeliane e l’attacco all’organismo dell’ONU.
Al Centro di coordinamento civile-militare (CMCC) che gli Stati Uniti hanno stabilito in Israele, per Rubio lavorerà alla ricostruzione della Striscia solo chi è gradito a Washington e a Tel Aviv. Tra gli altri, la Samaritan’s Purse, organizzazione evangelica guidata da un fedele alleato di Trump, il reverendo Franklin Graham.
La Samaritan’s Purse ha collaborato anche con la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), anch’essa guidata da un rappresentante della comunità evangelica, il reverendo Johnnie Moore. Stando a quel che riporta Reuters, a Washington è in corso un ragionamento, intorno alla possibilità di sciogliere la GHF nella Samaritan’s Purse.
Infine, il simbolo della GHF compare anche nei video raccolti da Sky News: alcuni suoi ‘aiuti’ finiscono alle milizie sostenute da Israele nella Striscia. Un cerchio di morte che si chiude intorno alla lotta palestinese contro l’occupante.
Fonte
24/10/2025
Da una parte l’annessione della Cisgiordania, dall’altra la divisione di Gaza
La ‘tregua’ di Trump (quattro giorni fa erano 97 i palestinesi uccisi dall’IDF dal suo inizio: una concezione tutta sionista di “tregua”) non solo ha mostrato tutto il carattere coloniale delle soluzioni pensate per la questione palestinese, in cui gli unici interessi considerati sono quelli di Tel Aviv. Ormai comincia a mostrare anche il fatto di essere un preludio all’espansione israeliana.
Infatti, anche se non sembrano andare d’accordo, i processi che stanno portando Israele a estendere la propria sovranità o il controllo di fatto su ulteriori aree che spetterebbero allo stato palestinese vanno a braccetto sia in Cisgiordania sia nella Striscia di Gaza. E ciò avviene col patrocinio dell’imperialismo occidentale, nonostante il diniego trumpiano all’annessione della West Bank.
Una giornata simbolo di quel che raccontiamo è stata sicuramente mercoledì 22 ottobre. Mentre il vicepresidente statunitense, J. D. Vance, era in visita a Gerusalemme insieme all’inviato speciale Steve Witkoff e al genero del tycoon, Jared Kushner, il parlamento israeliano ha fatto passare in prima lettura due progetti di legge riguardanti l’espansione della sovranità sugli insediamenti in Cisgiordania.
Il primo disegno di legge prevede di estenderla a tutte quante le colonie nella West Bank occupata, ed è stato approvato per un solo voto, 25 favorevoli e 24 contrari. A rompere le righe con l’indicazione del partito di Netanyahu, il Likud, è stato Yuli Edelstein. “La sovranità israeliana in ogni parte della nostra patria – ha dichiarato il parlamentare – è all’ordine del giorno”.
Per l’attuale primo ministro un voto del genere è stato foriero di imbarazzo, soprattutto mentre i vertici stelle-e-strisce erano a Gerusalemme. Da Washington, infatti, ribadiscono la propria contrarietà all’annessione della Cisgiordania. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha ripetuto che le misure discusse dalla Knesset e la violenza dei coloni mettono a repentaglio la tregua, oltre ad essere quasi “un’offesa personale” (come se la sua presenza fosse inutile o solo ingombrante).
Va certamente sottolineato come sia lo stesso Rubio (che ieri si è recato in Israele) a evidenziare l’evidente connessione tra il futuro della Cisgiordania e quello di Gaza, anche se media e politici occidentali si sono prodigati per porre in risalto il “pericolo Hamas” e per nascondere l’apartheid giornaliera nella West Bank.
Bisogna poi inoltre ricordare che la contrarietà da parte degli USA alle mire di Tel Aviv su questa area deriva unicamente dal fatto che ciò rappresenta una linea rossa per i governi limitrofi, mentre l’amministrazione Trump sta cercando in tutti i modi di riaffermarsi come ago della bilancia della regione, e di estendere la normalizzazione degli Accordi di Abramo ad altri paesi arabi.
È quello che in pratica ha detto Trump, in un’intervista telefonica concessa lo scorso 15 ottobre al Time, e di cui la rivista ha pubblicato ieri la trascrizione. The Donald si è addirittura spinto a dire che, se Israele proseguirà sulla strada dell’annessione, perderà il supporto degli USA. Tel Aviv ne è l’agente nella regione, ma è utile finché permette la continuazione della diplomazia di normalizzazione, a partire dall’Arabia Saudita, non se “si mette in proprio” con iniziative che ne pregiudicano l’egemonia.
Il presidente statunitense vorrebbe arrivare a integrare di nuovo, e in breve tempo, Riyad negli Accordi di Abramo, dopo lo smottamento causato dal bombardamento israeliano del Qatar e poi dall’alleanza atomica tra Riyad e Islamabad. Ma se ciò dovesse significare il riconoscimento di uno stato di Palestina, ha detto Smotrich che i sauditi possono continuare “a cavalcare cammelli nel deserto”... salvo poi scusarsi per l’uscita apertamente razzista.
La riottosità interna della maggioranza è evidente, e Netanyahu continua a barcamenarsi tra le varie pressioni. Appena arrivato Vance, il primo ministro ci ha tenuto a ribadire che Israele non è un protettorato statunitense, e i rappresentanti dei settori più esplicitamente genocidari del paese (compresa la sedicente “opposizione” ex laburista) ne hanno approfittato per metterlo in chiaro con un voto. Netanyahu ha riaffermato che non c’è modo che permetta alla legge per l’annessione della Cisgiordania di arrivare alla necessaria terza lettura.
Allo stesso tempo, però, il secondo disegno di legge approvato ha un raggio più limitato: riguarda l’annessione dell’insediamento di Maale Adumim, a est di Gerusalemme. Questo, al contrario del primo, è stato approvato con 32 voti favorevoli e solo 9 contrari. C’è una più chiara tendenza maggioritaria a proseguire nel “rosicchiamento” della Cisgiordania, pezzetto dopo pezzetto.
In una dichiarazione, l’ufficio di Netanyahu ha indicato le proposte di legge come una “provocazione politica” dell’opposizione, dando rassicurazione che “senza il sostegno del Likud, è improbabile che queste proposte di legge vengano approvate”. Andando a osservare più nel dettaglio i provvedimenti proposti, la questione si fa più intricata.
Per quanto sia vero che le due proposte provengono dalle file dell’opposizione, le fazioni vicine al ministro della Sicurezza nazionale Ben-Gvir e al ministro delle Finanze Smotrich hanno dato l’assenso. E Netanyahu non si può permettere di entrare in crisi col governo proprio ora che sta evitando il processo a suo carico. Una vicenda che ci ricorda come quasi tutto l’arco parlamentare sostiene in realtà l’occupazione.
L’obiettivo potrebbe essere proprio quello di cedere su una mossa eclatante e definitiva su tutta la regione per continuare allo stesso modo degli ultimi anni, con meno riflettori puntati addosso. Ciò dipenderà, ovviamente, dalla disponibilità delle frange più estreme del governo di Tel Aviv, e in particolare da Smotrich e Ben Gvir, in quanto diretti rappresentanti del mondo dei coloni.
Infatti, c’è poi anche il complesso affaire Barghuthi. Sempre al Time, Trump ha detto che sta valutando di chiederne la scarcerazione a Israele. La figura del leader palestinese è considerata l’unica in grado di unire il suo popolo, tra Gaza e West Bank: quello che servirebbe a Trump per guidare un effettivo processo di transizione della governance di queste aree, mettendo alle strette Hamas, come sta cercando di fare anche con altre sue mosse.
Ma questo ovviamente non sta bene ad Israele – l’intero arco parlamentare, meno i due comunisti – che semplicemente nega, e non da oggi, che possa esistere uno Stato palestinese e perfino l’esistenza stessa di quel popolo.
Nel frattempo, infatti, le indicazioni rilasciate da Vance e Kushner nella propria conferenza stampa a Gerusalemme sembrano delineare una prospettiva di espansione dell’occupazione sionista anche per Gaza. Il Wall Street Journal, infatti, ha parlato del fatto che Washington e Tel Aviv stanno valutando se far partire la ricostruzione della Striscia solo nella zona di controllo israeliana, fino al disarmo di Hamas.
Vance avrebbe infatti affermato che ci sono due aree a Gaza, separate dalla “linea gialla” che divide Gaza ancora sotto occupazione e quella no. La prima sarebbe relativamente sicura, la seconda incredibilmente pericolosa. L’obiettivo dovrebbe essere quello di espandere quest’ultima geograficamente.
Fino ad allora, ha detto Kushner, i fondi per la ricostruzione affluiranno solo nella zona sicura (ovvero quella sotto controllo israeliano), e solo il disarmo di Hamas potrebbe, in sostanza, sbloccare la situazione. Le parole dei vertici statunitensi sono un evidente ricatto imposto ai palestinesi e il tentativo di trovare una soluzione alla “questione Hamas” rimandando le legittime richieste intorno al futuro governo della Striscia.
I mediatori arabi della tregua si sono opposti a questa soluzione. A loro opinione – a ragione – ciò è il preludio a un’occupazione a lungo termine di oltre il 50% della Striscia, e del resto l’IDF sta già piazzando barriere di cemento lungo la “linea gialla”. A queste condizioni, si sono detti contrari a partecipare al dispiegamento di forze internazionali.
Israele vuole evidentemente frammentare la continuità di Gaza, come ha già fatto con le colonie in Cisgiordania, e vuole anche costruire una sorta di zona cuscinetto dentro la Striscia per evitare che si possa ripetere un caso di ‘esondazione’ delle forze della resistenza dentro i territori israeliani. E ciò significa ancora una volta, se ce ne fosse ancora bisogno, come sia il sionismo a voler mettere la pietra tombale su ogni ipotesi di Stato palestinese, azzerando così ogni ipotesi di “due Stati”.
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Infatti, anche se non sembrano andare d’accordo, i processi che stanno portando Israele a estendere la propria sovranità o il controllo di fatto su ulteriori aree che spetterebbero allo stato palestinese vanno a braccetto sia in Cisgiordania sia nella Striscia di Gaza. E ciò avviene col patrocinio dell’imperialismo occidentale, nonostante il diniego trumpiano all’annessione della West Bank.
Una giornata simbolo di quel che raccontiamo è stata sicuramente mercoledì 22 ottobre. Mentre il vicepresidente statunitense, J. D. Vance, era in visita a Gerusalemme insieme all’inviato speciale Steve Witkoff e al genero del tycoon, Jared Kushner, il parlamento israeliano ha fatto passare in prima lettura due progetti di legge riguardanti l’espansione della sovranità sugli insediamenti in Cisgiordania.
Il primo disegno di legge prevede di estenderla a tutte quante le colonie nella West Bank occupata, ed è stato approvato per un solo voto, 25 favorevoli e 24 contrari. A rompere le righe con l’indicazione del partito di Netanyahu, il Likud, è stato Yuli Edelstein. “La sovranità israeliana in ogni parte della nostra patria – ha dichiarato il parlamentare – è all’ordine del giorno”.
Per l’attuale primo ministro un voto del genere è stato foriero di imbarazzo, soprattutto mentre i vertici stelle-e-strisce erano a Gerusalemme. Da Washington, infatti, ribadiscono la propria contrarietà all’annessione della Cisgiordania. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha ripetuto che le misure discusse dalla Knesset e la violenza dei coloni mettono a repentaglio la tregua, oltre ad essere quasi “un’offesa personale” (come se la sua presenza fosse inutile o solo ingombrante).
Va certamente sottolineato come sia lo stesso Rubio (che ieri si è recato in Israele) a evidenziare l’evidente connessione tra il futuro della Cisgiordania e quello di Gaza, anche se media e politici occidentali si sono prodigati per porre in risalto il “pericolo Hamas” e per nascondere l’apartheid giornaliera nella West Bank.
Bisogna poi inoltre ricordare che la contrarietà da parte degli USA alle mire di Tel Aviv su questa area deriva unicamente dal fatto che ciò rappresenta una linea rossa per i governi limitrofi, mentre l’amministrazione Trump sta cercando in tutti i modi di riaffermarsi come ago della bilancia della regione, e di estendere la normalizzazione degli Accordi di Abramo ad altri paesi arabi.
È quello che in pratica ha detto Trump, in un’intervista telefonica concessa lo scorso 15 ottobre al Time, e di cui la rivista ha pubblicato ieri la trascrizione. The Donald si è addirittura spinto a dire che, se Israele proseguirà sulla strada dell’annessione, perderà il supporto degli USA. Tel Aviv ne è l’agente nella regione, ma è utile finché permette la continuazione della diplomazia di normalizzazione, a partire dall’Arabia Saudita, non se “si mette in proprio” con iniziative che ne pregiudicano l’egemonia.
Il presidente statunitense vorrebbe arrivare a integrare di nuovo, e in breve tempo, Riyad negli Accordi di Abramo, dopo lo smottamento causato dal bombardamento israeliano del Qatar e poi dall’alleanza atomica tra Riyad e Islamabad. Ma se ciò dovesse significare il riconoscimento di uno stato di Palestina, ha detto Smotrich che i sauditi possono continuare “a cavalcare cammelli nel deserto”... salvo poi scusarsi per l’uscita apertamente razzista.
La riottosità interna della maggioranza è evidente, e Netanyahu continua a barcamenarsi tra le varie pressioni. Appena arrivato Vance, il primo ministro ci ha tenuto a ribadire che Israele non è un protettorato statunitense, e i rappresentanti dei settori più esplicitamente genocidari del paese (compresa la sedicente “opposizione” ex laburista) ne hanno approfittato per metterlo in chiaro con un voto. Netanyahu ha riaffermato che non c’è modo che permetta alla legge per l’annessione della Cisgiordania di arrivare alla necessaria terza lettura.
Allo stesso tempo, però, il secondo disegno di legge approvato ha un raggio più limitato: riguarda l’annessione dell’insediamento di Maale Adumim, a est di Gerusalemme. Questo, al contrario del primo, è stato approvato con 32 voti favorevoli e solo 9 contrari. C’è una più chiara tendenza maggioritaria a proseguire nel “rosicchiamento” della Cisgiordania, pezzetto dopo pezzetto.
In una dichiarazione, l’ufficio di Netanyahu ha indicato le proposte di legge come una “provocazione politica” dell’opposizione, dando rassicurazione che “senza il sostegno del Likud, è improbabile che queste proposte di legge vengano approvate”. Andando a osservare più nel dettaglio i provvedimenti proposti, la questione si fa più intricata.
Per quanto sia vero che le due proposte provengono dalle file dell’opposizione, le fazioni vicine al ministro della Sicurezza nazionale Ben-Gvir e al ministro delle Finanze Smotrich hanno dato l’assenso. E Netanyahu non si può permettere di entrare in crisi col governo proprio ora che sta evitando il processo a suo carico. Una vicenda che ci ricorda come quasi tutto l’arco parlamentare sostiene in realtà l’occupazione.
L’obiettivo potrebbe essere proprio quello di cedere su una mossa eclatante e definitiva su tutta la regione per continuare allo stesso modo degli ultimi anni, con meno riflettori puntati addosso. Ciò dipenderà, ovviamente, dalla disponibilità delle frange più estreme del governo di Tel Aviv, e in particolare da Smotrich e Ben Gvir, in quanto diretti rappresentanti del mondo dei coloni.
Infatti, c’è poi anche il complesso affaire Barghuthi. Sempre al Time, Trump ha detto che sta valutando di chiederne la scarcerazione a Israele. La figura del leader palestinese è considerata l’unica in grado di unire il suo popolo, tra Gaza e West Bank: quello che servirebbe a Trump per guidare un effettivo processo di transizione della governance di queste aree, mettendo alle strette Hamas, come sta cercando di fare anche con altre sue mosse.
Ma questo ovviamente non sta bene ad Israele – l’intero arco parlamentare, meno i due comunisti – che semplicemente nega, e non da oggi, che possa esistere uno Stato palestinese e perfino l’esistenza stessa di quel popolo.
Nel frattempo, infatti, le indicazioni rilasciate da Vance e Kushner nella propria conferenza stampa a Gerusalemme sembrano delineare una prospettiva di espansione dell’occupazione sionista anche per Gaza. Il Wall Street Journal, infatti, ha parlato del fatto che Washington e Tel Aviv stanno valutando se far partire la ricostruzione della Striscia solo nella zona di controllo israeliana, fino al disarmo di Hamas.
Vance avrebbe infatti affermato che ci sono due aree a Gaza, separate dalla “linea gialla” che divide Gaza ancora sotto occupazione e quella no. La prima sarebbe relativamente sicura, la seconda incredibilmente pericolosa. L’obiettivo dovrebbe essere quello di espandere quest’ultima geograficamente.
Fino ad allora, ha detto Kushner, i fondi per la ricostruzione affluiranno solo nella zona sicura (ovvero quella sotto controllo israeliano), e solo il disarmo di Hamas potrebbe, in sostanza, sbloccare la situazione. Le parole dei vertici statunitensi sono un evidente ricatto imposto ai palestinesi e il tentativo di trovare una soluzione alla “questione Hamas” rimandando le legittime richieste intorno al futuro governo della Striscia.
I mediatori arabi della tregua si sono opposti a questa soluzione. A loro opinione – a ragione – ciò è il preludio a un’occupazione a lungo termine di oltre il 50% della Striscia, e del resto l’IDF sta già piazzando barriere di cemento lungo la “linea gialla”. A queste condizioni, si sono detti contrari a partecipare al dispiegamento di forze internazionali.
Israele vuole evidentemente frammentare la continuità di Gaza, come ha già fatto con le colonie in Cisgiordania, e vuole anche costruire una sorta di zona cuscinetto dentro la Striscia per evitare che si possa ripetere un caso di ‘esondazione’ delle forze della resistenza dentro i territori israeliani. E ciò significa ancora una volta, se ce ne fosse ancora bisogno, come sia il sionismo a voler mettere la pietra tombale su ogni ipotesi di Stato palestinese, azzerando così ogni ipotesi di “due Stati”.
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