Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
14/07/2026
Israele spara a Marwan Barghouti in carcere
Il “Mandela palestinese” ha scritto in una lettera al suo avvocato che il colpo gli ha causato una ferita molto dolorosa. “Una delle guardie ha sparato alla gamba di Marwan, provocandogli una ferita dolorosa e facendolo sanguinare”, ha denunciato con un post su Facebook la moglie, Fadwa Barghouti. “È stato un altro episodio delle numerose aggressioni in corso contro di lui”, ha aggiunto il figlio Arab, il quale ha specificato che l’attacco è avvenuto la scorsa settimana nel carcere di Ganot, nel deserto del Negev.
La famiglia ne è stata informata dall’avvocato Avigdor Feldman, che ha riferito di non aver ricevuto notizie su cure mediche prestate al detenuto. L’AFP ha visionato la lettera di Marwan. Il servizio carcerario israeliano ha respinto l’accusa.
Non è il primo episodio denunciato dalla famiglia. Nel settembre 2025 Barghouti è stato picchiato durante un trasferimento, riportando quattro costole rotte e ferite alla testa. Poche settimane prima, un video aveva mostrato il ministro israeliano di estrema destra Itamar Ben Gvir minacciarlo in carcere, mentre il leader palestinese appariva visibilmente debilitato.
La Lega Araba ha chiesto l’istituzione di una commissione internazionale d’inchiesta sui “ripetuti assalti” contro Barghouti.
In carcere da oltre vent’anni, Barghouti gode di enorme stima e sostegno politico e umano tra i palestinesi. Quest’anno è stato rieletto nel Comitato centrale di Fatah ottenendo il maggior numero di voti.
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27/05/2026
Palestina - Fatah ha perduto un’altra occasione
Dieci anni dopo il precedente congresso e mentre la causa palestinese attraversa una delle sue stagioni più drammatiche, Fatah ha chiuso ieri sera a Ramallah il suo ottavo congresso senza la svolta radicale che la base attendeva con l’auspicio che i palestinesi possano ritrovare l’unità nazionale. I risultati delle elezioni interne hanno confermato la forza di figure simboliche della storia del movimento, ma anche la capacità della vecchia guardia moderata di mantenere saldamente il controllo dell’apparato politico e istituzionale del partito che rappresenta il pilastro della tanto criticata l’Autorità nazionale palestinese (Anp) di Abu Mazen.
Un dato significativo è arrivato dall’elezione di Marwan Barghouti, il più popolare dei prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, risultato il candidato più votato per il Comitato centrale di Fatah. Un esito dal forte valore simbolico e politico. Barghouti, condannato all’ergastolo da Israele durante la seconda Intifada, continua a rappresentare per molti l’immagine di una leadership nazionale combattiva, capace di parlare tanto ai sostenitori di Fatah quanto ai palestinesi che negli ultimi anni si sono spostati in massa verso il movimento islamico Hamas.
Subito dietro di lui però si è piazzato un uomo di apparato e di dialogo con Usa e Israele, Majid Faraj, capo dei servizi segreti dell’Anp. Il suo risultato consolida ulteriormente il peso delle agenzie di sicurezza all’interno di Fatah e conferma il ruolo centrale assunto negli ultimi anni dagli uomini più vicini ad Abu Mazen. Al terzo posto è arrivato un dirigente storico, Jibril Rajoub, seguito da Hussein Sheikh, il più stretto collaboratore di Abu Mazen e considerato il suo successore designato.
Tra le sorprese figura il quinto posto ottenuto da Laila Ghannam, governatrice di Ramallah e Al-Bireh, entrata per la prima volta nel Comitato centrale con 1.472 voti. Poco dietro Mahmoud al-Aloul, figura storica del movimento, e Tawfiq al-Tirawi, anch’egli esponente della vecchia guardia e uomo di lungo corso dell’apparato di sicurezza palestinese.
Le elezioni hanno assegnato 18 seggi nel Comitato centrale e 80 nel Consiglio rivoluzionario, il parlamento interno del movimento. Nonostante alcuni volti nuovi, il risultato finale riflette soprattutto la continuità con la linea passiva di fronte alle politiche di Israele tenuta negli ultimi 15 anni dai vertici del partito. La vecchia leadership ha mantenuto le posizioni decisive e il quasi novantenne Abu Mazen è stato rieletto per acclamazione presidente del movimento già nel primo giorno del congresso. Un passaggio che ha evidenziato ancora una volta la difficoltà di Fatah ad aprire un vero confronto sul futuro politico palestinese.
L’ingresso nel Comitato centrale di Yasser Abbas, figlio di Abu Mazen, ha inoltre alimentato le critiche di quanti denunciano da anni la crescente concentrazione del potere attorno a un ristretto gruppo dirigente. Parallelamente, la forte affermazione di Faraj e la centralità di Hussein al-Sheikh confermano le opinioni di chi afferma che la successione ad Abu Mazen venga gestita all’interno di un circuito politico e securitario molto ristretto, distante dalle richieste di rinnovamento provenienti dalla base.
Tra gli elementi che deviano dalla continuità c’è l’elezione di due ex detenuti liberati da Israele nello scambio dello scorso anno tra ostaggi israeliani e prigionieri politici palestinesi. Zakaria Zubaidi, popolare ex comandante delle Brigate dei Martiri di Al Aqsa a Jenin durante la seconda Intifada e Taysir Bardini di Gaza. La loro presenza è stata letta da molti delegati come un tentativo di recuperare almeno simbolicamente il legame storico tra il movimento e la militanza popolare. Anche Gaza ha ottenuto una rappresentanza significativa nel Comitato centrale con quattro seggi.
I piccoli segnali di novità non attenuano il dato di fondo: Fatah non ha prodotto una nuova piattaforma politica capace di rilanciare il movimento e più di tutto ridefinire la strategia nazionale palestinese assieme alle altre forze politiche islamiste o di sinistra. Nel suo intervento inaugurale Abu Mazen ha parlato soprattutto delle riforme nell’Anp che gli hanno intimato Usa e Ue, ribadendo l’intenzione di tenere future elezioni presidenziali e legislative senza però indicare alcuna data concreta. Ha denunciato Israele perché ha di fatto confiscato circa cinque miliardi di dollari di fondi palestinesi e ha lasciato intendere che l’Anp sarebbe pronta ad assumere il controllo amministrativo di ciò che resta della Striscia di Gaza, senza però ipotizzare un accordo o un’intesa con Hamas. Il dibattito perciò è rimasto limitato quasi esclusivamente alla gestione dell’Anp e agli appelli rituali alla soluzione dei due Stati, una prospettiva in cui ormai pochi sembrano credere alla luce delle politiche di annessione della Cisgiordania praticate da Israele.
Le voci critiche non sono mancate, anche se marginalizzate. Diversi quadri intermedi hanno boicottato il congresso. Ahmed Ghneim, vicino a Barghouti, ha accusato la leadership di avere “emarginato le figure storiche e i quadri più legati alla tradizione militante del movimento”. Secondo Ghneim, soltanto un maggiore protagonismo degli ex prigionieri e delle giovani generazioni potrà impedire “il definitivo svuotamento politico di Fatah”. Ancora più duro il giudizio dello scrittore e poeta Mutawakkil Taha, che ha definito l’ottavo congresso “un’occasione mancata” per ridefinire programmi, leadership e strategie alla luce della nuova realtà palestinese.
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25/01/2026
Fadwa Barghouti a Roma, «Liberate Marwan»
Dopo aver incontrato i leader dell’opposizione, Fadwa Barghouti, avvocatessa e moglie di Marwan Barghouti, é stata accolta oggi dall’ambasciatrice palestinese a Roma Mona Abu Amara, nel corso di un tour in Italia organizzato da Assopace Palestina e dal Comitato Nazionale per la liberazione di Marwan Barghouti.
Martedì, infatti, aveva incontrato i rappresentanti del Partito Democratico, del Movimento 5 Stelle e dell’Alleanza Verdi e Sinistra, per discutere un’azione urgente volta alla liberazione di tutti i prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, tra cui suo marito.
Nel suo intervento, l’ambasciatrice Abu Amara ha sottolineato la gravità delle condizioni umanitarie e legali dei prigionieri palestinesi, alla luce delle violazioni sistematiche cui sono sottoposti, affermando che la questione dei prigionieri rappresenta il cuore della lotta palestinese per la libertà e la dignità e richiede una posizione internazionale chiara e incisiva nel rispetto del diritto internazionale umanitario.
Durante il suo discorso, l’ambasciatrice ha affermato: «Il nostro messaggio è che siamo uniti – leadership, popolo e istituzioni – attorno alla causa dei prigionieri palestinesi e del leader Marwan Barghouti; le carceri dell’occupazione sono piene dei nostri bambini e delle nostre donne.» Abu Amara ha concluso con un appello al governo italiano affinché riconosca lo stato di Palestina, come hanno già fatto molti paesi europei tra cui Regno Unito, Francia e Spagna.
Da parte sua, Fadwa Barghouthi ha illustrato le circostanze dell’arresto e del processo di Marwan Barghouti, detenuto da oltre vent’anni, evidenziando le torture e i maltrattamenti subiti, e ribadendo la sua forte valenza simbolica per la lotta del popolo palestinese, chiedendo un’azione politica e parlamentare internazionale urgente per la sua liberazione.
Nella conferenza Fadwa Barghouti ha ringraziato le associazioni che l’hanno invitata in Italia per parlare di suo marito e di tutti i prigionieri palestinesi. Ha ricordato che
«negli ultimi due anni Israele ha scatenato una guerra su tre fronti nei confronti del popolo palestinese. Una guerra unilaterale, visto che noi siamo un popolo e quindi non abbiamo la capacità di opporci militarmente a un esercito organizzato come quello israeliano.Fadwa Barghouti ha terminato dicendo che, nonostante il nome di Marwan Barghouti fosse sulla lista dei prigionieri da liberare nell’accordo sul cessate il fuoco a Gaza, il motivo per cui Israele non lo ha rilasciato «è politico e non di sicurezza nazionale». «La sua vicenda è politica, politico il processo e politica la sentenza», ha dichiarato, spiegando che lo stesso Barghouti, in qualità di parlamentare palestinese, «non ha riconosciuto legittimità al tribunale che lo ha processato e ha rifiutato che la decisione e volontà politica dei palestinesi potessero essere oggetto di un processo.
Noi siamo una popolo armato solamente dalla fede che riusciremo ad arrivare alla liberazione della nostra patria. Mentre i terrificanti fatti di Gaza attiravano tutte le attenzioni del mondo, su un secondo fronte si combatteva un’altra battaglia, altrettanto importante per il futuro della Palestina.
Questo fronte si è aperto in Cisgiordania dove abbiamo visto una fortissima accelerazione del processo di colonizzazione, abbiamo visto una sistematica distruzione delle case dei palestinesi, dei terreni e delle infrastrutture e un allargamento delle colonie illegali.
Tutto questo testimonia del progetto sionista, particolarmente concentrato anche in Cisgiordania, per affossare l’unione tra i due territori palestinesi e impedire che possa nascere uno stato palestinese con una continuità territoriale tale da poter essere considerato un vero stato.
Abbiamo assistito all’espulsione di migliaia di famiglie dai campi profughi del nord della Cisgiordania, e questo si associa alla negazione del diritto al ritorno della popolazione palestinese sancito dalle Nazioni Unite. Sempre in Cisgiordania, la zona C è per il 65% occupata da colonie israeliane.
Per cui, quando ci chiedono se vogliamo una soluzione a due stati noi rispondiamo di sì, ma starebbe alla comunità internazionale proteggere la potenzialità e la fattibilità della soluzione a due stati.
Infine il terzo fronte dell’offensiva israeliana è quello delle carceri.
Dopo il 7 ottobre la condizioni dei prigionieri palestinesi è decisamente peggiorata, sono stati revocati tutti i permessi di visita familiare, è stato impedito anche alla Croce Rossa Intenzionale di accedere alle carceri israeliane e sono state quasi del tutto eliminate anche le visite degli avvocati. Parliamo della sottrazione di tutte quelle conquiste che il movimento dei prigionieri palestinesi avevano ottenuto con battaglie legali e scioperi della fame a partire del 1967, diritti elementari che ora sono stati cancellati.»
Il suo non è stato un processo trasparente e non si può parlare di un giusto processo, anche perché il tribunale non ha adottato “standard internazionali” ma ha operato come «strumento dell’occupazione israeliana per criminalizzare i palestinesi.»
Aggiungendo che «quando l’hanno arrestato avrei potuto restare a casa ad aspettare, invece ho seguito il lungo esempio di lotta delle donne palestinesi e da 23 anni ho viaggiato in 54 paesi battendomi per la sua liberazione e quella di tutti i prigionieri palestinesi».
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31/10/2025
Cosa pensano i palestinesi del ‘piano Trump’?
No al disarmo di Hamas, sfiducia dilagante verso Abbas alla guida dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), sostegno alla formazione di un comitato per amministrare Gaza, ma senza l’esclusione di Hamas e nemmeno dell’ANP, così come a una forza internazionale, ma solo se il suo scopo è difendere i confini di Gaza e non togliere le armi ad Hamas.
Questo, in sunto, il risultato del sondaggio. È bene dare qualche indicazione tecnica, per evitare strumentalizzazioni e propaganda sui dati che stiamo per riportare. Prima di tutto, l’indagine è stata svolta intervistando di persone poco più di 1.200 persone, di cui circa 760 nella Cisgiordania occupata e circa 440 nella Striscia. Le informazioni sono state trasferite su server a cui solo i ricercatori possono accedere, e i loro calcoli hanno un margine di errore del 3,5%.
La PCPSR è un think tank con sede a Ramallah, ha un’esperienza trentennale nella conduzione di sondaggi, cominciata per verificare le opinioni dei palestinesi dopo le novità introdotte dagli Accordi di Oslo nella prima metà degli anni Novanta. Tra i finanziatori delle sue attività c’è stata anche l’Unione Europea, che ha considerato seriamente i dati elaborati dal gruppo di ricerca, anche in anni recenti.
Quello del PCPSR, insomma, non è il profilo di un istituto ‘connivente’ con Hamas e con i ‘terroristi’, come i sionisti nostrani potrebbero tentare di inventarsi. Del resto, poco più di un anno fa l’IDF aveva sostenuto di aver trovato un documento, tra le macerie di Gaza, che dava prova di come i dati del think tank fossero stati falsficati da Hamas. Al solito, uno dei tanti ritrovamenti ‘fortunati’ delle forze israeliane.
Arriviamo ora ai numeri. Stando alle domande poste tra il 22 e il 25 ottobre, il 70% dei palestinesi si oppone al disarmo di Hamas, anche se ciò dovesse significare la ripresa degli attacchi israeliani. È di certo significativo che la contrarietà al disarmo è maggiore nella West Bank occupata, dove circa l’80% degli intervistati ha dichiarato di volere che l’ala armata del gruppo islamico mantenga le armi. Anche a Gaza, comunque, circa il 55% dei palestinesi la pensa così.
Tali opinioni sono evidentemente collegate alla sfiducia rispetto al ‘piano Trump’ e al fatto che Israele decida di fare marcia indietro sulla pulizia etnica. Infatti, il 62% dei palestinesi ritiene che il percorso elaborato dall’amministrazione statunitense non abbia portato alla fine della guerra una volta per tute, e ancora una volta il pessimismo è maggiore in Cisgiordania che a Gaza.
La popolazione palestinese rimane ancora chiaramente divisa sull’attacco del 7 ottobre 2023: per il 53% è stata una scelta corretta. Quello che è certo è che, comunque, Hamas viene vista come un’opzione meno corrotta dell’ANP. Il 35% dei palestinesi sostiene Hamas, mentre il 24% è a favore di Fatah (il 32% non sostiene nessuno dei due partiti o non ha alcuna opinione).
Hamas supera l’apprezzamento dato a Fatah anche nella Cisgiordania, dove teoricamente governa da anni. In generale, è il 60% degli intervistati che si dice soddisfatta della condotta di Hamas – il 66% nella Cisgiordania occupata e il 51% a Gaza –. Ciò si ripercuote anche sulla soddisfazione che riscuote il presidente palestinese Abbas: si ferma al 23%, mentre l’85% dei palestinesi ne auspica le dimissioni. Marwan Barghouti rimane la figura più apprezzata.
Nello specifico del ‘piano Trump’, il 53% degli intervistati si è dichiarato contrario a un comitato di palestinesi non affiliati ad Hamas o all’ANP per governare Gaza, mentre il 45% lo ha sostenuto. Ancora una volta, l’opposizione è molto più alta in Cisgiordania che a Gaza, che ha vissuto gli ultimi due anni sotto le bombe israeliane.
Ma quando ai palestinesi è stata posta la stessa domanda, ma senza prevedere l’esclusione di Hamas e dell’ANP, aggiungendo che la formazione del comitato sarebbe stata legata ai fondi per la ricostruzione, il 67% dei palestinesi ha sostenuto l’idea. Una dinamica simile è stata riscontrata quando si è chiesta un’opinione riguardo a una forza di peacekeeping.
L’opposizione a una forza internazionale araba e musulmana nella Striscia varia notevolmente tra West Bank e Gaza stessa: 78% nella prima, 52% nella seconda. Cifre che si riducono notevolmente quando la funzione delle truppe è stata indicata nella difesa dei confini di Gaza e non nel disarmo di Hamas: il 53% degli intervistati a Gaza e il 43% nella Cisgiordania occupata hanno dichiarato di sostenere la forza, in questo scenario.
Insomma, questi dati confermano che c’è un popolo che parla in favore della sua autodeterminazione. Bisogna fare in modo che i nostri governi guerrafondai comincino ad ascoltarlo.
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24/10/2025
Da una parte l’annessione della Cisgiordania, dall’altra la divisione di Gaza
Infatti, anche se non sembrano andare d’accordo, i processi che stanno portando Israele a estendere la propria sovranità o il controllo di fatto su ulteriori aree che spetterebbero allo stato palestinese vanno a braccetto sia in Cisgiordania sia nella Striscia di Gaza. E ciò avviene col patrocinio dell’imperialismo occidentale, nonostante il diniego trumpiano all’annessione della West Bank.
Una giornata simbolo di quel che raccontiamo è stata sicuramente mercoledì 22 ottobre. Mentre il vicepresidente statunitense, J. D. Vance, era in visita a Gerusalemme insieme all’inviato speciale Steve Witkoff e al genero del tycoon, Jared Kushner, il parlamento israeliano ha fatto passare in prima lettura due progetti di legge riguardanti l’espansione della sovranità sugli insediamenti in Cisgiordania.
Il primo disegno di legge prevede di estenderla a tutte quante le colonie nella West Bank occupata, ed è stato approvato per un solo voto, 25 favorevoli e 24 contrari. A rompere le righe con l’indicazione del partito di Netanyahu, il Likud, è stato Yuli Edelstein. “La sovranità israeliana in ogni parte della nostra patria – ha dichiarato il parlamentare – è all’ordine del giorno”.
Per l’attuale primo ministro un voto del genere è stato foriero di imbarazzo, soprattutto mentre i vertici stelle-e-strisce erano a Gerusalemme. Da Washington, infatti, ribadiscono la propria contrarietà all’annessione della Cisgiordania. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha ripetuto che le misure discusse dalla Knesset e la violenza dei coloni mettono a repentaglio la tregua, oltre ad essere quasi “un’offesa personale” (come se la sua presenza fosse inutile o solo ingombrante).
Va certamente sottolineato come sia lo stesso Rubio (che ieri si è recato in Israele) a evidenziare l’evidente connessione tra il futuro della Cisgiordania e quello di Gaza, anche se media e politici occidentali si sono prodigati per porre in risalto il “pericolo Hamas” e per nascondere l’apartheid giornaliera nella West Bank.
Bisogna poi inoltre ricordare che la contrarietà da parte degli USA alle mire di Tel Aviv su questa area deriva unicamente dal fatto che ciò rappresenta una linea rossa per i governi limitrofi, mentre l’amministrazione Trump sta cercando in tutti i modi di riaffermarsi come ago della bilancia della regione, e di estendere la normalizzazione degli Accordi di Abramo ad altri paesi arabi.
È quello che in pratica ha detto Trump, in un’intervista telefonica concessa lo scorso 15 ottobre al Time, e di cui la rivista ha pubblicato ieri la trascrizione. The Donald si è addirittura spinto a dire che, se Israele proseguirà sulla strada dell’annessione, perderà il supporto degli USA. Tel Aviv ne è l’agente nella regione, ma è utile finché permette la continuazione della diplomazia di normalizzazione, a partire dall’Arabia Saudita, non se “si mette in proprio” con iniziative che ne pregiudicano l’egemonia.
Il presidente statunitense vorrebbe arrivare a integrare di nuovo, e in breve tempo, Riyad negli Accordi di Abramo, dopo lo smottamento causato dal bombardamento israeliano del Qatar e poi dall’alleanza atomica tra Riyad e Islamabad. Ma se ciò dovesse significare il riconoscimento di uno stato di Palestina, ha detto Smotrich che i sauditi possono continuare “a cavalcare cammelli nel deserto”... salvo poi scusarsi per l’uscita apertamente razzista.
La riottosità interna della maggioranza è evidente, e Netanyahu continua a barcamenarsi tra le varie pressioni. Appena arrivato Vance, il primo ministro ci ha tenuto a ribadire che Israele non è un protettorato statunitense, e i rappresentanti dei settori più esplicitamente genocidari del paese (compresa la sedicente “opposizione” ex laburista) ne hanno approfittato per metterlo in chiaro con un voto. Netanyahu ha riaffermato che non c’è modo che permetta alla legge per l’annessione della Cisgiordania di arrivare alla necessaria terza lettura.
Allo stesso tempo, però, il secondo disegno di legge approvato ha un raggio più limitato: riguarda l’annessione dell’insediamento di Maale Adumim, a est di Gerusalemme. Questo, al contrario del primo, è stato approvato con 32 voti favorevoli e solo 9 contrari. C’è una più chiara tendenza maggioritaria a proseguire nel “rosicchiamento” della Cisgiordania, pezzetto dopo pezzetto.
In una dichiarazione, l’ufficio di Netanyahu ha indicato le proposte di legge come una “provocazione politica” dell’opposizione, dando rassicurazione che “senza il sostegno del Likud, è improbabile che queste proposte di legge vengano approvate”. Andando a osservare più nel dettaglio i provvedimenti proposti, la questione si fa più intricata.
Per quanto sia vero che le due proposte provengono dalle file dell’opposizione, le fazioni vicine al ministro della Sicurezza nazionale Ben-Gvir e al ministro delle Finanze Smotrich hanno dato l’assenso. E Netanyahu non si può permettere di entrare in crisi col governo proprio ora che sta evitando il processo a suo carico. Una vicenda che ci ricorda come quasi tutto l’arco parlamentare sostiene in realtà l’occupazione.
L’obiettivo potrebbe essere proprio quello di cedere su una mossa eclatante e definitiva su tutta la regione per continuare allo stesso modo degli ultimi anni, con meno riflettori puntati addosso. Ciò dipenderà, ovviamente, dalla disponibilità delle frange più estreme del governo di Tel Aviv, e in particolare da Smotrich e Ben Gvir, in quanto diretti rappresentanti del mondo dei coloni.
Infatti, c’è poi anche il complesso affaire Barghuthi. Sempre al Time, Trump ha detto che sta valutando di chiederne la scarcerazione a Israele. La figura del leader palestinese è considerata l’unica in grado di unire il suo popolo, tra Gaza e West Bank: quello che servirebbe a Trump per guidare un effettivo processo di transizione della governance di queste aree, mettendo alle strette Hamas, come sta cercando di fare anche con altre sue mosse.
Ma questo ovviamente non sta bene ad Israele – l’intero arco parlamentare, meno i due comunisti – che semplicemente nega, e non da oggi, che possa esistere uno Stato palestinese e perfino l’esistenza stessa di quel popolo.
Nel frattempo, infatti, le indicazioni rilasciate da Vance e Kushner nella propria conferenza stampa a Gerusalemme sembrano delineare una prospettiva di espansione dell’occupazione sionista anche per Gaza. Il Wall Street Journal, infatti, ha parlato del fatto che Washington e Tel Aviv stanno valutando se far partire la ricostruzione della Striscia solo nella zona di controllo israeliana, fino al disarmo di Hamas.
Vance avrebbe infatti affermato che ci sono due aree a Gaza, separate dalla “linea gialla” che divide Gaza ancora sotto occupazione e quella no. La prima sarebbe relativamente sicura, la seconda incredibilmente pericolosa. L’obiettivo dovrebbe essere quello di espandere quest’ultima geograficamente.
Fino ad allora, ha detto Kushner, i fondi per la ricostruzione affluiranno solo nella zona sicura (ovvero quella sotto controllo israeliano), e solo il disarmo di Hamas potrebbe, in sostanza, sbloccare la situazione. Le parole dei vertici statunitensi sono un evidente ricatto imposto ai palestinesi e il tentativo di trovare una soluzione alla “questione Hamas” rimandando le legittime richieste intorno al futuro governo della Striscia.
I mediatori arabi della tregua si sono opposti a questa soluzione. A loro opinione – a ragione – ciò è il preludio a un’occupazione a lungo termine di oltre il 50% della Striscia, e del resto l’IDF sta già piazzando barriere di cemento lungo la “linea gialla”. A queste condizioni, si sono detti contrari a partecipare al dispiegamento di forze internazionali.
Israele vuole evidentemente frammentare la continuità di Gaza, come ha già fatto con le colonie in Cisgiordania, e vuole anche costruire una sorta di zona cuscinetto dentro la Striscia per evitare che si possa ripetere un caso di ‘esondazione’ delle forze della resistenza dentro i territori israeliani. E ciò significa ancora una volta, se ce ne fosse ancora bisogno, come sia il sionismo a voler mettere la pietra tombale su ogni ipotesi di Stato palestinese, azzerando così ogni ipotesi di “due Stati”.
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14/10/2025
Libertà per Marwan Barghouti, libertà per i prigionieri politici palestinesi, libertà per la Palestina
Ma nel coloniale “piano di pace” concordato tra Trump e Netanyahu è completamente assente il riferimento alla autodeterminazione del popolo palestinese e a una soluzione che riconosca i diritti politici dei palestinesi. Al tavolo delle trattative mancano i palestinesi e soprattutto sono assenti le voci di coloro che potrebbero rappresentare con la loro storia l’intera comunità palestinese.
Sono donne e uomini che giaccciono da più di vent’anni in galera, in condizioni disumane.
Le voci che mancano di più sono quelle di Marwan Barghouti, già leader di Fatah, formazione laica e principale forza dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP), e di Amhad Sa’adat, presidente del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, organizzazione storica della sinistra palestinese.
Barghouti, in particolare, è il leader più amato dai palestinesi e gode del rispetto di tutti i partiti, fazioni e movimenti della Resistenza. Moltissime azioni possono promuovere la pace e inceppare i meccanismi del genocidio.
La Sumud Flotilla, prima, e la Freedom Flotilla, ora, hanno mostrato al mondo che è possibile rallentare la macchina di morte israeliana e svergognare la complicità di tutti i paesi che ancora sostengono Israele, con armi e appoggio diplomatico.
La pace in Palestina e in Israele sarebbe più vicina se al tavolo delle trattative a rappresentare i palestinesi ci fossero i quadri e i dirigenti palestinesi sepolti vivi nelle carceri israeliane.
La loro liberazione è dunque una delle azioni per avviare su basi di giustizia il processo di pace.
Che i movimenti che si battono per un mondo nuovo, di pace, giustizia climatica e sociale, pongano al centro delle loro rivendicazioni la liberazione dei prigionieri politici palestinesi.
Che dalle piazze emerga il grido di speranza per la nuova Palestina, che Barghouti, in quanto simbolo delle sofferenze di tutti i palestinesi, possa svolgere il ruolo che ebbe a suo tempo Nelson Mandela per la liberazione del Sudafrica dal regime di apartheid.
Chiediamo la liberazione immediata di tutti i prigionieri politici, e ci impegniamo ad avviare e a promuovere una campagna di sensibilizzazione affinché a Barghouti e agli altri dirigenti politici palestinesi venga riconosciuto il diritto di rappresentare la legittima aspirazione della Palestina alla pace, alla giustizia e alla libertà.
Giorgio Monestarolo, Piero Bevilacqua, Filippo Barbera, Luigi De Magistris, Tonino Perna, Francesco Pallante, Alessandra Algostino, Antonio Gibelli, Paolo Favilli, Alessandra Ciattini, Guido Montanari, Eric Gobetti, Guido Ortona, Marco Meotto, Luca Prestia, Matteo Saudino, Livio Pepino, Cristina Albin, Pino Ippolito Armino, Ugo Mattei, Valentina Pazé, Gianni Tognoni, Domenico Gallo, Gian Giacomo Migone.
Per adesioni qui, o scrivere a: liberipalestinesi@gmail.com
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12/10/2025
Israele blocca la scarcerazione di Barghouti
Nell’intesa, che prevede la liberazione di 20 ostaggi israeliani vivi e la restituzione dei corpi di 28 israeliani morti, la parte palestinese è ancora in evoluzione. Le liste vengono aggiornate di ora in ora: al momento si parla di 250 ergastolani e di oltre 1.700 palestinesi arrestati dopo il 7 ottobre 2023. E tra questi ultimi, come scrive Middle East Eye, va ricordato che ci sono centinaia tra donne e bambini sequestrati a Gaza e detenuti senza accuse formali.
Chi è Marwan Barghouti
Ogni palestinese conosce il nome di Marwan Barghouti. Che si tratti di un abitante della Cisgiordania occupata, di Gerusalemme Est o di un sopravvissuto al genocidio di Gaza, il suo volto e la sua storia rappresentano da decenni la resistenza e l’unità nazionale.
Arrestato nel 2002 per il suo ruolo di primo piano nella Seconda Intifada (2000–2005), fu accusato da Israele di aver ordinato attentati suicidi con vittime civili, accuse che Barghouti ha sempre respinto.
Leader carismatico di Fatah, il partito che guida l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), è stato a lungo nel mirino di Israele non solo per il suo passato militante, ma anche per la profonda popolarità di cui gode tra i palestinesi. Non a caso, i sondaggi indicano che Barghouti – oggi 66enne – sarebbe il favorito assoluto in un’ipotetica elezione presidenziale, capace di battere l’attuale presidente Mahmoud Abbas – che pure non gode di grande sostegno a causa della debolezza ormai evidente dell’Autorità Palestinese e della sua età avanzata.
Pur appartenendo a Fatah, Barghouti è considerato una figura unificatrice, capace di parlare a tutto il popolo palestinese, in netto contrasto con l’immagine divisiva e logorata dell’attuale leadership. Nonostante sia dietro le sbarre da oltre vent’anni, la sua popolarità non è mai crollata.
Il leader che unisce, e per questo spaventa
È proprio questa capacità di unire a rendere Marwan Barghouti così scomodo.
Secondo Ismat Mansour, analista politico a Ramallah, “Barghouti può riavvicinare Fatah e Hamas e ricucire lo strappo tra Cisgiordania e Gaza. Hamas lo considera un simbolo di unità, mentre Abbas [Abu Mazen] è percepito come un divisore”.
Anche per questo Israele non vuole sentir parlare della sua liberazione.
Il politologo palestinese Khalil Shikaki spiega che “Israele teme che, una volta libero, Barghouti possa unificare i palestinesi. E Netanyahu non lo permetterà”.
A conferma di quanto la sua figura resti scomoda, lo scorso agosto il ministro dell’ultradestra Itamar Ben Gvir ha pubblicato un video – riportato da The Guardian – in cui sbeffeggiava Barghouti, ancora rinchiuso nel carcere di Ganot. Oggi, l’immagine di Barghouti è molto diversa da quella delle sue foto più note. Non somiglia più al murale che lo ritrae a Ramallah, in Cisgiordania. Ma la sua popolarità non è svanita dietro le sbarre – e Israele lo sa.
La motivazione ufficiale, però, è un’altra. Come riporta Haaretz, Barghouti è considerato “un uomo con le mani sporche di sangue israeliano”, e per molti cittadini israeliani la sua liberazione sarebbe semplicemente inaccettabile.
Un argomento che, almeno in apparenza, sembra coerente – se non fosse che tra gli ergastolani che Israele si prepara comunque a liberare figurano anche persone condannate per gli stessi reati imputati a Barghouti.
Per questo, è probabile che il rifiuto netto di Netanyahu abbia radici politiche più che giudiziarie: Barghouti rappresenta un pericolo non per ciò che ha fatto, ma per ciò che ancora può fare. Come sottolineano diversi analisti, la sua figura minaccia di ribaltare gli equilibri interni palestinesi e di restituire legittimità a un fronte nazionale che Israele preferisce diviso.
Secondo Middle East Eye, lo scorso 8 settembre, Steve Witkoff, inviato speciale statunitense per il Medio Oriente, aveva già avallato e firmato una lista di prigionieri che includeva il nome di Barghouti. Poche ore dopo, però, il suo nome sarebbe stato rimosso unilateralmente dall’ufficio del primo ministro israeliano.
Fonte
16/08/2025
Barghouti, prigioniero da 23 anni, aggredito in cella da BenGvir
L’incidente ha scatenato numerosi reazioni: il capo della Commissione per gli Affari dei Prigionieri e degli Ex Prigionieri ha dichiarato “Ciò che Ben-Gvir ha detto costituisce una minaccia pubblica e supera ogni limite. Invito il popolo palestinese a essere solidale con Barghouti e la comunità internazionale ad agire con urgenza per garantirgli protezione”. L’Ufficio informazioni per i prigionieri palestinesi ha descritto l’attacco “una scena che rivela una mentalità di vendetta”.
Barghouti, 66 anni, importante politico e leader di Fatah, ha partecipato alla Prima Intifada nel 1987 ed è emerso come figura di spicco nella Seconda Intifada nel 2000. Israele lo ha arrestato nel 2002 e lo ha condannato a cinque ergastoli, accusandolo di essere responsabile degli attacchi compiuti da gruppi armati affiliati a Fatah che hanno causato la morte e il ferimento di israeliani.
Nel filmato con Ben Gvir, Barghouti appare fragile e in cattive condizioni di salute.
La famiglia del prigioniero palestinese ha espresso il timore che possa essere “giustiziato” in prigione in seguito alle minacce ricevute in carcere.
Da quando Ben-Gvir ha assunto l’incarico di Ministro della Sicurezza Nazionale alla fine del 2022, è stato osservato un calo significativo del peso dei prigionieri. Il 17 luglio scorso Ben-Gvir si è vantato di aver fatto morire di fame i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane davanti alla Corte Suprema.
Come denuncia un articolo del giornale israeliano Haaretz, da ottobre 2023 le condizioni nei carceri di Israele sono ulteriormente peggiorate: i prigionieri sono più isolati in quanto Israele ha impedito alla Croce Rossa e alle famiglie di far loro visita. E spesso anche agli avvocati viene impedito di entrare in carcere per periodi che vanno da settimane a mesi.
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23/11/2023
Marwan Barghouti, un potenziale leader del dopoguerra per la Palestina?
Una delle possibili opzioni in discussione per il futuro dell’enclave palestinese assediata riguarda Barghouti, detenuto da Israele dal 2002. Alcuni lo ritengono capace di ristabilire la legittimità dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) e di assumere la guida di un potenziale governo che gestirebbe la situazione in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.
Una settimana fa, il Segretario di Stato americano Antony Blinken ha affermato che qualsiasi piano per il futuro governo nella Striscia di Gaza “deve includere un governo guidato dai palestinesi e Gaza unificata con la Cisgiordania sotto l’Autorità Palestinese, per raggiungere infine un Stato”.
Barghouti è un candidato popolare per i palestinesi, ma probabilmente incontrerebbe una forte resistenza da parte di Israele e dell’Anp a Ramallah.
Dal punto di vista israeliano, Barghouti è una figura del “terrorismo palestinese”. È stato in prigione per più di 20 anni per il suo presunto ruolo nell’organizzazione di attacchi suicidi mortali durante la Seconda Intifada (2000-2005).
Barghouti, all’epoca segretario generale di Fatah in Cisgiordania, è stato condannato nel 2004 a cinque ergastoli. Da allora ha continuato a sostenere la sua innocenza e a considerare illegittimo il tribunale che lo ha processato.
“Marwan è accusato di aver fondato le Brigate dei Martiri di al-Aqsa [una milizia di Fatah particolarmente attiva durante la Seconda Intifada, ndr] e alcuni dei suoi sostenitori provengono da questo stesso gruppo”, ha spiegato Tahani Moustafa, analista palestinese dell’International Crisis Group.
Trentaquattro per cento dei voti
Israele è diffidente nei confronti di Barghouti anche a causa della sua capacità di galvanizzare un movimento nazionale palestinese diviso da tempo.
A differenza di altre figure dell’Anp, Barghouti non è stato accusato di collaborare con le autorità israeliane. Essendo stato una figura di spicco nella Prima e nella Seconda Intifada, Barghouti condanna lo stretto coordinamento tra le autorità della Cisgiordania e di Israele sulle questioni di sicurezza.
“Mai prima nella storia è stato chiesto a una popolazione sotto occupazione di fornire servizi all’occupante”, ha affermato in un’intervista a Le Monde nel 2016.
“Abu Mazen [Mahmoud Abbas, attuale presidente dell’Autorità Palestinese, ndr] ha offerto a Israele undici anni di sicurezza senza precedenti. Ma Israele ne ha approfittato per espandere gli insediamenti, confiscare le terre, ebraicizzare Gerusalemme e continuare l’assedio di Gaza, dove la disoccupazione e la povertà sono ai massimi livelli”, ha continuato.
Nel corso degli anni la posizione di Barghouti ha contribuito ad aumentare la sua popolarità tra la popolazione palestinese. “La sua prigionia è infatti uno dei motivi per cui Marwan è così popolare”, ha osservato Hamada Jaber, consulente del Centro palestinese per la politica e la ricerca sui sondaggi (PCPSR). “Continua a seguire ciò che accade in Palestina ed è ancora presente nella comunità”, ha aggiunto Jaber.
Nel 2006, il leader di Fatah è stato il primo a candidarsi al parlamento da una prigione israeliana e ha rinnovato il suo seggio nel Consiglio legislativo palestinese. Barghouti rappresenta una minaccia per l’Autorità Palestinese, che è stata afflitta per anni da corruzione, autoritarismo e inerzia ed è improbabile che spinga per il rilascio di Barghouti.
Venerdì scorso, Mahmoud Abbas ha dichiarato che l’Autorità Palestinese sarebbe pronta a riprendere il controllo di Gaza “nel quadro di una soluzione politica globale” che comporti la formazione di uno Stato palestinese indipendente, che includa Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est.
Anche se questo scenario ha poche possibilità di successo, Jaber ha detto che una cosa è certa: “I maggiori perdenti dal possibile rilascio di Marwan Barghouti sarebbero gli attuali leader di Fatah”.
Dalla sua cella, Barghouti ha appoggiato la lista Fateh per le elezioni legislative del 2021, guidate dalla moglie Fadwa e da Nasser al-Qidwa, in cambio del sostegno di quest’ultimo alla sua candidatura presidenziale.
Le elezioni, inizialmente promesse da Mahmoud Abbas, avrebbero dovuto essere le prime dal 2005-2006. Tuttavia, Abbas le ha rinviate a tempo indeterminato, temendo che le liste dei dissidenti potessero autorizzare Hamas a prendere il controllo in Cisgiordania, come hanno notato diversi osservatori.
Moustafa suggerisce: “La popolarità di Marwan può essere in gran parte spiegata dal fatto che rappresenta un voto di protesta contro Mahmoud Abbas... Ma ancora una volta, questo non significa molto, date le limitate opzioni disponibili all’interno di Fatah”.
Secondo un sondaggio pubblicato lo scorso settembre da PCPSR e condotte tra i palestinesi della Cisgiordania e di Gaza, se oggi si tenessero nuove elezioni presidenziali, Barghouti sarebbe il candidato preferito, Abbas riceverebbe il 34% dei voti, seguito da Ismail Haniyeh (capo dell’ufficio politico di Hamas).
Gli eventi del 7 ottobre hanno offuscato ulteriormente l’immagine delle autorità di Ramallah, poiché Hamas si è rafforzato e si è presentato ancora una volta come il difensore della causa palestinese su scala nazionale.
Nel panorama attuale, Barghouti ha il vantaggio di rappresentare una terza opzione tra l’attuale leadership di Fatah e Hamas. Pertanto, potrebbe attirare in qualche modo anche il sostegno della fazione islamica. Presentato come mediatore, nel 2006 insieme ad altri prigionieri ha firmato la “Lettera dei prigionieri”, in cui chiedeva l’integrazione del movimento islamico nell’OLP.
Negli ultimi anni, Hamas ha fatto sapere in diverse occasioni che Barghouti costituisce una priorità in qualsiasi accordo di scambio di prigionieri con Israele. Il 28 ottobre, l’ala militare del movimento islamico ha dichiarato di essere pronta a rilasciare i quasi 240 ostaggi israeliani catturati il 7 ottobre in cambio del rilascio di tutti i prigionieri palestinesi incarcerati in Israele.
Tuttavia, la vicinanza tra Barghouti e Hamas sembra complicare ulteriormente il suo rilascio. “È difficile immaginare come (Barghouti) possa contribuire a raggiungere gli obiettivi che Israele e la comunità internazionale si sono prefissati a Gaza”, ha continuato Moustafa.
Questi obiettivi includono “limitare la resistenza e creare un’entità in grado di mantenere la pace a Gaza nello stesso modo in cui si aspettano che l’Anp faccia in Cisgiordania – cosa che ha dimostrato di non poter più fare”.
L’ultima risorsa di Barghouti potrebbe essere quella di fare pressione su stati arabi come la Giordania e l’Egitto affinché spingano per il suo rilascio. Gli hanno mostrato sostegno in passato e potrebbero essere motivati dal desiderio di mantenere la propria stabilità.
“Se la comunità internazionale e i paesi arabi fossero disposti a gestire il conflitto, Barghouti potrebbe essere l’unico leader in grado di isolare Israele e la comunità internazionale per circa un decennio”, ha affermato Jaber.
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30/10/2023
I palestinesi vorrebbero Marwan Barghouti come proprio leader
I risultati dell’indagine, per quanto condotta con criteri molto influenzati dalla visione occidentale (lo “zampino” della NED statunitense non è un dettaglio, ndr), rivelano risultati molto interessanti su come la vedono i palestinesi sul piano delle prospettive politiche.
Ma rivelano anche una situazione sociale drammaticamente precipitata sia a Gaza che in Cisgiordania, a conferma che la macchina coloniale israeliana continua a stritolare una intera popolazione non solo sul piano militare.
Viene confermato che i palestinesi vorrebbero come loro leader Marwan Barghouti, nelle carceri israeliane ormai dal 2002 e che la soluzione dei due popoli per due stati era ancora maggioritaria. Difficile dire se oggi può essere ancora tale.
Qui di seguito il resoconto del sondaggio Arab Barometer pubblicato su Foreign Affairs
Cosa pensano veramente di Hamas i palestinesi
Da quando gli attacchi di Hamas del 7 ottobre hanno causato la morte di oltre 1.400 israeliani in un solo giorno, la risposta di Israele ha richiesto un pesante tributo alla popolazione di Gaza.
Secondo il Ministero della Sanità palestinese, finora più di 7.000 abitanti di Gaza sono stati uccisi e più di 17.000 feriti nei bombardamenti aerei israeliani.
Le perdite potrebbero salire rapidamente molto più in alto se Israele andrà avanti con la sua prevista invasione di terra. Il presidente israeliano Isaac Herzog, il primo ministro Benjamin Netanyahu, il membro della Knesset Ariel Kallner e altri funzionari di spicco hanno chiesto una campagna militare che copra l’intero territorio di Gaza.
I missili israeliani hanno già distrutto il 50% di tutti gli edifici di Gaza, comprese le aree in cui i palestinesi hanno cercato rifugio dopo aver ascoltato gli appelli israeliani di evacuare le loro case.
Alcuni degli alti funzionari israeliani, invocando il successo di Hamas nelle elezioni parlamentari palestinesi del 2006, hanno in effetti dichiarato che tutti gli abitanti di Gaza fanno parte dell’infrastruttura terroristica di Hamas e sono complici delle atrocità del gruppo, e sono quindi obiettivi legittimi della rappresaglia israeliana.
L’argomentazione secondo cui l’intera popolazione di Gaza può essere ritenuta responsabile delle azioni di Hamas viene rapidamente però screditata quando si guardano i fatti.
Arab Barometer, una rete di ricerca di cui siamo co-investigatori principali, ha condotto un’indagine a Gaza e in Cisgiordania pochi giorni prima dello scoppio della guerra tra Israele e Hamas.
I risultati, pubblicati qui per la prima volta, rivelano che invece di sostenere Hamas, la stragrande maggioranza degli abitanti di Gaza è stata frustrata dall’inefficace governo del gruppo armato, che sta sopportando estreme difficoltà economiche.
Anche la maggior parte degli abitanti di Gaza non si allinea con l’ideologia di Hamas. A differenza di Hamas, il cui obiettivo è distruggere lo Stato israeliano, la maggior parte degli intervistati è a favore di una soluzione a due Stati con una Palestina indipendente e Israele che coesistono fianco a fianco.
Le continue violenze non avvicineranno il futuro che la maggior parte degli abitanti di Gaza spera. Invece di eliminare la simpatia per il terrorismo, le passate repressioni israeliane che rendono la vita più difficile ai comuni abitanti di Gaza hanno aumentato il sostegno ad Hamas.
Se l’attuale campagna militare a Gaza avrà un effetto simile sull’opinione pubblica palestinese, farà un ulteriore passo indietro alla causa della pace a lungo termine.
Frustrazione crescente
L’indagine di Arab Barometer sulla Cisgiordania e Gaza, condotta in collaborazione con il Palestinian Center for Policy and Survey Research e con il supporto del National Endowment for Democracy, fornisce un’istantanea delle opinioni dei cittadini comuni alla vigilia dell’ultimo conflitto.
Il progetto sull’opinione pubblica più longevo e completo della regione, Arab Barometer ha condotto otto ondate di sondaggi che coprono 16 paesi del Medio Oriente e del Nord Africa dal 2006.
Tutti i sondaggi sono progettati per essere rappresentativi a livello nazionale, la maggior parte di essi (compresa l’ultima indagine in Cisgiordania e Gaza) sono condotti in interviste faccia a faccia nei luoghi di residenza degli intervistati e i dati raccolti sono resi pubblici.
In ogni paese, le domande del sondaggio mirano a misurare gli atteggiamenti e i valori degli intervistati su una varietà di questioni economiche, politiche e internazionali.
Le nostre interviste più recenti sono state condotte tra il 28 settembre e l’8 ottobre, intervistando 790 intervistati in Cisgiordania e 399 a Gaza. (le interviste a Gaza sono state completate il 6 ottobre, quindi prima degli eventi del 7 ottobre).
I risultati dell’indagine rivelano che gli abitanti di Gaza hanno pochissima fiducia nel loro governo guidato da Hamas. Alla richiesta di identificare il livello di fiducia che avevano nelle autorità di Hamas, una pluralità di intervistati (44%) ha dichiarato di non avere alcuna fiducia. “Non c’è molta fiducia” è stata la seconda risposta più comune, con il 23%. Solo il 29 per cento degli abitanti di Gaza ha espresso “molta” fiducia nel proprio governo.
Inoltre, il 72 per cento ha affermato che c’era una grande (34 per cento) o media (38 per cento) quantità di corruzione nelle istituzioni governative, e una minoranza pensava che il governo stesse adottando misure significative per affrontare il problema.
Marwan Barghouti è ancora il leader preferito dai palestinesi
Alla domanda su come voterebbero se le elezioni presidenziali si tenessero a Gaza e la scheda elettorale presentasse Ismail Haniyeh, il leader di Hamas, Mahmoud Abbas, il presidente dell’Autorità palestinese, e Marwan Barghouti, il dirigente del comitato centrale di Fatah, il partito guidato da Abbas, imprigionato dal 2002 da Israele.
Solo il 24% degli intervistati ha detto che avrebbe votato per Haniyeh. Barghouti ha ricevuto la quota maggiore di sostegno con il 32 per cento e Abbas ha ricevuto il 12 per cento. Il 52% degli intervistati ha dichiarato che non parteciperà.
Le opinioni degli abitanti di Gaza sull’Autorità Palestinese, che governa la Cisgiordania, non sono molto migliori. Una leggera maggioranza (52 per cento) crede che l’Autorità Palestinese sia un peso per il popolo palestinese e il 67 per cento vorrebbe vedere Abbas dimettersi. La popolazione di Gaza è disillusa non solo da Hamas, ma dall’intera leadership palestinese.
A Gaza aumento spaventoso della povertà
L’importanza dei problemi economici di Gaza è emersa chiaramente anche nei risultati del sondaggio.
Secondo la Banca Mondiale, il tasso di povertà a Gaza è passato dal 39% nel 2011 al 59% nel 2021. Molti abitanti di Gaza hanno lottato per assicurarsi i beni di prima necessità a causa sia della scarsità che dei costi.
Tra gli intervistati, il 78 per cento ha affermato che la disponibilità di cibo è un problema moderato o grave a Gaza, mentre il 75 per cento ha detto che non è affatto un problema.
Una percentuale simile (75%) ha riferito di avere difficoltà da moderate a gravi a permettersi il cibo anche quando era disponibile; Solo il 51% ha dichiarato che l’accessibilità economica del cibo non è un problema.
Le famiglie di Gaza hanno risentito acutamente dell’impatto della scarsità di cibo. Il 75% degli intervistati ha riferito di aver esaurito il cibo e di non avere i soldi per comprarne altro per i 30 giorni successivi. Rispetto al 2021 nel sondaggio Arab Barometer il 51%, ha affermato lo stesso.
Questo cambiamento in soli due anni è allarmante. Gli abitanti di Gaza sono stati costretti a modificare le loro abitudini per cercare di sbarcare il lunario, con il 75% che ha dichiarato di aver iniziato a comprare cibo meno preferito o meno costoso e il 69% che ha dichiarato di aver ridotto le dimensioni dei propri pasti.
La maggior parte degli abitanti di Gaza ha attribuito la mancanza di cibo a problemi interni piuttosto che a sanzioni esterne. Israele ed Egitto hanno imposto un blocco a Gaza dal 2005, limitando il flusso di persone e merci in entrata e in uscita dal territorio.
La forza del blocco è variata, ma è diventata notevolmente più severa dopo che Hamas ha preso il controllo di Gaza nel 2007. Ciononostante, una pluralità di intervistati (31 per cento) ha identificato la cattiva gestione del governo come la causa principale dell’insicurezza alimentare a Gaza e il 26 per cento ha identificato la cattiva gestione del governo a Gaza.
Scarsa fiducia nella politica
Nel complesso, le risposte al sondaggio indicano che gli abitanti di Gaza desiderano un cambiamento politico. In un calo di otto punti dal 2021, solo il 26% ha affermato che il governo è stato molto (23%) o in gran parte (40%) sensibile ai bisogni della popolazione.
Alla domanda su quale sia il modo più efficace per la gente comune di influenzare il governo, una pluralità ha risposto che “niente è efficace“.
La seconda risposta più popolare è stata quella di utilizzare le connessioni personali per raggiungere un funzionario governativo. La maggior parte degli abitanti di Gaza non vedeva alcuna strada per esprimere pubblicamente le proprie rimostranze nei confronti del governo guidato da Hamas.
Solo il 40 per cento ha affermato che la libertà di espressione è garantita in misura maggiore o moderata, e il 68 per cento ritiene che il diritto di partecipare a una protesta pacifica non sia protetto o sia protetto solo in misura limitata sotto il governo di Hamas.
Circa la metà degli abitanti di Gaza ha espresso sostegno per la democrazia: il 48% ha affermato che “la democrazia è sempre preferibile a qualsiasi altro tipo di governo“. Una percentuale minore di intervistati (23%) ha indicato una mancanza di fiducia in qualsiasi tipo di regime, concordando con l’affermazione: “Per le persone come me, non importa che tipo di governo abbiamo“.
Solo il 26 per cento concorda sul fatto che “in alcune circostanze, un governo non democratico può essere preferibile“. (Quest’ultimo risultato è simile ai risultati dei sondaggi negli Stati Uniti, dove in in un sondaggio del 2022, un adulto su cinque di età pari o inferiore a 41 anni era d’accordo con l’affermazione: “La dittatura potrebbe essere buona in determinate circostanze“).
Data la bassa opinione che la maggior parte degli abitanti di Gaza ha del proprio governo, non sorprende che la loro disapprovazione si estenda ad Hamas come partito politico. Solo il 27 per cento degli intervistati ha scelto Hamas come partito preferito, un po’ meno della percentuale che ha favorito Fatah (30 per cento), il partito guidato da Abbas e che governa la Cisgiordania.
Anche la popolarità di Hamas a Gaza è diminuita, passando dal 34% di sostegno del sondaggio del 2021 al 27%.
C’è anche una notevole variazione demografica nelle risposte recenti. Il 33% degli adulti sotto i 30 anni ha espresso sostegno per Hamas, rispetto al 23% di quelli dai 30 anni in su. E gli abitanti di Gaza più poveri erano meno propensi delle loro controparti più ricche a sostenere Hamas.
Tra coloro che non riescono a coprire le spese di base, solo il 25 per cento è favorevole al partito al potere. Tra coloro che possono, la cifra è salita al 33 per cento. Il fatto che le persone più colpite dalle terribili condizioni economiche e coloro che ricordano la vita prima del governo di Hamas fossero più propensi a rifiutare il partito sottolinea i limiti del sostegno degli abitanti di Gaza al movimento di Hamas.
La soluzione dei due popoli due stati è ancora quella più favorita
Lo stile di leadership non è l’unica cosa che i gazawi trovano discutibile di Hamas. In generale, i gazawi non condividono l’obiettivo di Hamas di eliminare lo Stato di Israele.
Quando sono state presentate tre possibili soluzioni al conflitto israelo-palestinese (oltre all’opzione “altro”), la maggioranza degli intervistati (54%) ha preferito la soluzione dei due Stati delineata negli accordi di Oslo del 1993.
In questo scenario, lo Stato di Palestina si affiancherebbe allo Stato di Israele, con confini basati sui confini de facto che esistevano prima della Guerra dei Sei Giorni del 1967. Il livello di sostegno a questa risoluzione non è cambiato molto dal 2021; in quel sondaggio, il 58% degli intervistati a Gaza aveva scelto la soluzione dei due Stati.
Ma questo avveniva prima dell’inizio delle recenti ostilità, dato che la soluzione dei due Stati sembra ora poco plausibile.
Il sondaggio ha presentato altre due opzioni: una confederazione israelo-palestinese – in cui entrambi gli Stati sono indipendenti ma rimangono profondamente legati e permettono la libera circolazione dei cittadini – e un unico Stato per ebrei e arabi. Queste opzioni hanno raccolto rispettivamente il 10% e il 9% dei consensi.
Le opinioni dei gazawi sulla normalizzazione delle relazioni tra gli Stati arabi e Israele, invece, sono sempre state negative. Solo il 10% ha espresso approvazione per questa iniziativa nell’ultimo sondaggio, la stessa percentuale del 2021.
Molti gazawi probabilmente riconoscono che la solidarietà araba è fondamentale per garantire un accordo politico che includa uno Stato palestinese indipendente. Se i Paesi arabi dovessero appianare le loro divergenze con Israele senza fare della risoluzione del conflitto israelo-palestinese una precondizione per la normalizzazione, ogni residua speranza di una soluzione a due Stati svanirebbe.
Convergenze e divergenze con la politica Usa
Prima dell’attacco di Hamas a Israele, le opinioni dei gazawi in materia di politica estera suggerivano sia l’allineamento con alcune priorità politiche statunitensi sia la diffidenza nei confronti degli Stati Uniti.
Il 71% si è opposto all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Il 37% ha espresso il desiderio che Gaza sviluppi legami economici più forti con gli Stati Uniti, una percentuale superiore a quella che desidera approfondire le relazioni economiche con l’Iran o la Russia (32% in entrambi i casi).
Solo il 15% dei gazawi, tuttavia, ritiene che le politiche del presidente americano Joe Biden siano state buone o molto buone per il mondo arabo. Nelle ultime settimane, l’approvazione di Biden e degli Stati Uniti è certamente diminuita, data l’ampia percezione a Gaza, in Cisgiordania e nei Paesi arabi della regione che Washington sia venuta in aiuto di Israele a spese di Gaza.
Un’ultima constatazione – ora supportata da innumerevoli resoconti dei media sull’angoscia dei gazawi che, con l’intensificarsi della violenza, sono costretti a fuggire dalle loro case – è la forza del legame delle persone con la terra in cui vivono.
La stragrande maggioranza dei gazawi intervistati – il 69 per cento – ha dichiarato di non aver mai pensato di lasciare la propria terra.
Si tratta di una percentuale più alta rispetto ai residenti di Iraq, Giordania, Libano, Marocco, Sudan e Tunisia a cui è stata posta la stessa domanda. (Per tutti questi Paesi, i dati disponibili più recenti provengono dall’ondata di indagini del Barometro arabo del 2021-22).
I gazawi devono affrontare una serie di sfide, dal peggioramento della crisi economica a un governo poco reattivo e a un percorso apparentemente impossibile verso l’indipendenza dello Stato, ma sono fermi nel loro desiderio di rimanere a Gaza.
I risultati del sondaggio Arab Barometer dipingono un quadro desolante di Gaza nei giorni precedenti gli attacchi del 7 ottobre. Il governo di Hamas, incapace di affrontare le preoccupazioni vitali dei cittadini, aveva perso la fiducia dell’opinione pubblica.
Pochi abitanti di Gaza hanno sostenuto l’obiettivo di Hamas di distruggere lo stato di Israele, il che ha lasciato i leader di Gaza e la sua popolazione divisi sulla direzione futura del conflitto israelo-palestinese.
La stragrande maggioranza degli abitanti di Gaza era fortemente a favore di una soluzione pacifica e desiderava ardentemente leader in grado di fornire una tale soluzione e migliorare la qualità generale della vita degli abitanti di Gaza. Finora, tuttavia, le politiche del loro governo e del governo israeliano hanno impedito progressi su entrambi i fronti.
La situazione in Cisgiordania
Le condizioni di vita dei palestinesi sono migliori in Cisgiordania che a Gaza, ma la situazione economica e politica è ancora cupa.
Quasi la metà degli intervistati in Cisgiordania (47 per cento) ha riferito di aver sofferto la fame nell’ultimo mese, e solo il 19 per cento si è fidato del governo della Cisgiordania guidato da Fatah, una percentuale ancora più bassa di quella degli abitanti di Gaza che si fidavano del governo di Hamas.
Eppure i fallimenti della governance non hanno spinto i palestinesi della Cisgiordania a sostenere Hamas. Alla domanda su quale partito si sentano più vicini, solo il 17% degli intervistati in Cisgiordania ha dichiarato di sostenere Hamas.
L’ammontare del sostegno a Fatah è stato lo stesso di Gaza (30 per cento). Per quanto riguarda i singoli leader, tuttavia, le risposte dei residenti della Cisgiordania riflettono una diffusa disaffezione e una particolare insoddisfazione nei confronti di Abbas.
In un’ipotetica elezione presidenziale, Barghouti era la loro prima scelta, lo stesso dato emerso a Gaza, con il 35 per cento, mentre solo l’11 per cento ha scelto Haniyeh, il leader di Hamas, e il 6 per cento ha scelto Abbas, il leader in carica in Cisgiordania. Quasi la metà degli intervistati, il 47%, ha dichiarato che non parteciperà.
In termini di atteggiamenti nei confronti del processo di pace israelo-palestinese, il sostegno alla soluzione dei due Stati in Cisgiordania è stato leggermente inferiore a quello di Gaza (49 per cento contro 54 per cento), e l’opposizione alla normalizzazione arabo-israeliana è stata leggermente superiore.
Solo il 5% degli intervistati in Cisgiordania ha approvato il riavvicinamento regionale, rispetto al 10% degli abitanti di Gaza. Anche se le differenze erano piccole, questi atteggiamenti relativamente induriti in Cisgiordania erano probabilmente il risultato delle tensioni tra palestinesi e coloni e soldati israeliani negli ultimi mesi.
Il fatto che circa la metà dei palestinesi sostenga ancora la soluzione dei due Stati può offrire qualche speranza di pace a lungo termine, ma i risultati non ispirano molta fiducia nella stabilità a breve termine.
La profonda impopolarità della leadership palestinese, in particolare in Cisgiordania, mette in discussione la fattibilità di ristabilire il controllo dell’Autorità Palestinese su Gaza, che alcuni media indipendenti hanno suggerito come il prossimo passo nella ricostruzione dopo il completamento della campagna militare israeliana contro Gaza.
Con l’intensificarsi delle operazioni israeliane a Gaza, la guerra avrà un tributo insostenibile per i civili. Ma anche se Israele dovesse “radere al suolo Gaza”, come hanno chiesto alcuni falchi negli Stati Uniti, fallirebbe nella sua missione di spazzare via Hamas.
Le nostre ricerche hanno dimostrato che le repressioni israeliane a Gaza portano il più delle volte a un aumento del sostegno e della simpatia per Hamas tra i gazawi comuni.
Hamas ha ottenuto il 44,5% dei voti palestinesi alle elezioni parlamentari del 2006, ma il sostegno al gruppo è crollato dopo il conflitto militare tra Hamas e Fatah del giugno 2007, conclusosi con la conquista di Gaza da parte di Hamas.
In un sondaggio condotto dal Palestinian Center for Policy and Survey Research nel dicembre 2007, solo il 24% dei gazawi ha espresso atteggiamenti favorevoli nei confronti di Hamas.
Negli anni successivi, mentre Israele inaspriva il blocco di Gaza e i gazawi comuni ne sentivano gli effetti, l’approvazione di Hamas è aumentata, raggiungendo circa il 40% nel 2010. Nello stesso anno Israele ha parzialmente allentato il blocco e il sostegno di Hamas a Gaza si è stabilizzato prima di scendere al 35% nel 2014.
Nei periodi in cui Israele si accanisce su Gaza, l’ideologia integralista di Hamas sembra esercitare un maggiore fascino sui gazawi. Pertanto, anziché portare israeliani e palestinesi verso una soluzione pacifica, le politiche israeliane che infliggono dolore a Gaza in nome dell’eliminazione di Hamas rischiano di perpetuare il ciclo della violenza.
Per spezzare il ciclo, il governo israeliano deve ora esercitare moderazione. Il governo guidato da Hamas può non essere interessato alla pace, ma è empiricamente sbagliato che i leader politici israeliani accusino tutti gli abitanti di Gaza della stessa cosa.
In realtà, la maggior parte degli abitanti di Gaza è aperta a una soluzione permanente e pacifica del conflitto israelo-palestinese. Eppure le opinioni delle persone che vivono a Gaza sono ancora spesso travisate nel discorso pubblico, anche se sondaggi come Arab Barometer mostrano costantemente quanto queste narrazioni siano diverse dalla realtà.
Nell’immediato, i leader israeliani e soprattutto statunitensi devono garantire la sicurezza dei civili di Gaza, 1,4 milioni dei quali sono già stati sfollati.
Gli Stati Uniti dovrebbero collaborare con le Nazioni Unite per creare corridoi umanitari chiari e zone protette, e Washington dovrebbe contribuire all’appello delle Nazioni Unite per 300 milioni di dollari in aiuti per proteggere i civili palestinesi, un passo che decine di senatori statunitensi sosterranno.
Infine, Israele e gli Stati Uniti devono riconoscere che il popolo palestinese è un partner essenziale nella ricerca di una soluzione politica duratura, non un ostacolo sulla strada di questo nobile obiettivo. Se i due paesi cercheranno solo soluzioni militari, probabilmente spingeranno gli abitanti di Gaza nelle braccia di Hamas, garantendo nuove violenze negli anni a venire.
Fonte
24/03/2021
Israele - Vittoria zoppa di Netanyahu alle urne. In Palestina Marwan Barghouti il leader preferito
Senza il suo sostegno, il Likud – che si conferma il primo partito israeliano con 31 seggi – non potrebbe formare un nuovo governo. “L’unica alternativa ad un governo della destra guidato da me, è un quinto voto”, ha detto Netanyahu, di fronte alla ennesima situazione di stallo uscita dalle urne. In Israele queste appena concluse sono state le quarte elezioni in soli due anni
In Palestina invece se si votasse oggi per le elezioni presidenziali palestinesi, previste per il prossimo 31 luglio, il candidato più votato sarebbe il leader palestinese Marwan Barghouti, prigioniero nelle carceri israeliane dal 2002. Barghouti sarebbe in netto vantaggio sia sull’attuale presidente Abu Mazen che su altri candidati.
A rivelarlo è un sondaggio del Centro Palestinese per le Ricerche Politiche, condotto in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza tra il 14 e il 19 marzo.
Marwan Barghouti, arrestato dagli israeliani nel 2002 durante la Seconda Intifada, otterrebbe infatti il 22 per cento delle preferenze, contro il 14 per cento di Ismail Haniyeh, leader di Hamas, il 9 per cento di Abu Mazen e il 7 per cento del discusso “fuoriuscito” di Fatah, Mohammed Dahlan.
Secondo il sondaggio, se Fatah scegliesse nuovamente come candidato Abu Mazen, per il 57 per cento dei partecipanti all’inchiesta “ci sarebbero candidati migliori”, mentre il 23 per cento riterrebbe l’attuale presidente “il candidato più adatto”. Il 49 per cento dei primi riterrebbe Barghouti migliore di Abu Mazen, contro il 12 per cento di Dahlan, il 5 per cento dell’attuale premier palestinese Mohammed Shtayyeh e il 4 per cento di Nasser al Qudwa (nipote di Yasser Arafat, espulso da Fatah dopo aver creato una propria lista per correre alle prossime elezioni legislative). Se Abu Mazen non si candidasse, Barghouti sarebbe ancora il candidato preferito, ottenendo il 40 per cento dei consensi contro il 20 per cento di Haniyeh, e il 7 per cento di Dahlan.
Se le elezioni avessero luogo tra due soli candidati, Abu Mazen vincerebbe su Haniyeh di misura (47 contro 46 per cento), Barghouti batterebbe Haniyeh 63 a 33 e Shtayyeh vincerebbe contro il leader di Hamas, per 48 a 44.
Fonte
18/04/2018
Gaza - Pressioni egiziane per mettere fine alla Marcia del ritorno
Venerdì sono previsti nuovi raduni di massa nei cinque accampamenti eretti lungo le linee con Israele per ricordare i “martiri e i prigionieri politici palestinesi”. Tuttavia, avvertono le nostre fonti, gli egiziani insistono: le manifestazioni devono cessare o svolgersi a grande distanza dalle barriere con lo Stato ebraico poiché rappresentano un “fattore di instabilità” che mina gli interessi di sicurezza dell’Egitto.
I funzionari egiziani sono stati molti chiari su questo punto con la delegazione di Hamas, guidata da Saleh al Arouri e Moussa Abu Marzuk, convocata ieri al Cairo per discutere della riconciliazione tra il movimento islamico e il partito Fatah, spina dorsale dell’Autorità Nazionale del presidente palestinese Abu Mazen. L’Egitto inoltre avrebbe intimato ad Hamas di consegnare la Striscia di Gaza ad Abu Mazen, come previsto dagli accordi raggiunti lo scorso anno al Cairo. In caso contrario, minaccia, isolerà il movimento islamico e impedirà ai suoi dirigenti di lasciare Gaza attraverso il valico di Rafah. Al Cairo si troverebbe anche Mahmoud al Aloul, il numero due di Fatah. Non è escluso un suo incontro con i dirigenti di Hamas.
L’Egitto, aggiungono le fonti, allo stesso tempo continua a premere su Abu Mazen affinché prenda in considerazione il cosiddetto “Accordo del secolo” il presunto piano di pace dell’Amministrazione Trump non ancora annunciato ufficialmente. I palestinesi lo rifiutano perché – stando ad alcuni dei suoi punti anticipati dai giornali – è apertamente sbilanciato dalla parte di Israele e non garantisce la creazione dello Stato di Palestina.
Con un messaggio fatto arrivare alla stampa nel 16esimo anniversario della sua detenzione, il più noto dei prigionieri politici palestinesi, Marwan Barghouti, ha chiesto ad Abu Mazen di respingere l'“Accordo del secolo”. “Dobbiamo renderci conto” ha scritto l’ex segretario del partito Fatah, incarcerato in Israele, “che fra uno o cinque anni Donald Trump non ci sarà più mentre Gerusalemme, la Palestina ed il suo popolo rimarranno e porteranno avanti la resistenza e la lotta contro il colonialismo sionista”. I palestinesi hanno diritto di “resistere in tutti i modi”, anche in forma armata ha lasciato capire Barghouti limitando però il raggio d’azione della resistenza ai Territori palestinesi occupati. Noto come il “Mandela palestinese”, Barghouti è sempre molto popolare e nei sondaggi resta uno degli esponenti politici preferiti, posizionato più in alto rispetto ad Abu Mazen e al leader di Hamas Ismail Haniyeh.
Intanto il ministro della difesa israeliano Avigdor Lieberman riafferma la linea dura contro la Marcia del Ritorno. Ieri, in una intervista rilasciata a “Walla News”, ha detto che Israele non consentirà alla Striscia di Gaza “di diventare una base dell’Iran”. Secondo Lieberman e il resto del governo israeliano, sarebbe l’Iran a spingere Hamas e le altre forze palestinesi a manifestare a ridosso delle linee di demarcazione per tenere sotto pressione Israele.
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13/12/2017
La rabbia palestinese non si placa, Giordania ed Egitto frenano l'ANP
La partecipazione alle manifestazioni non è massiccia, fa notare qualcuno. Vero. Ma in ogni caso non cessa la protesta palestinese contro il riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele fatto da Donald Trump una settimana fa. Nel campo profughi di Arroub, nell’università di Tulkarem, a Betlemme, Ramallah e in altre località della Cisgiordania, ieri dozzine di giovani palestinesi hanno affrontato con lanci di sassi i soldati israeliani mentre cortei attraversano i centri abitati.
I dimostranti feriti sono stati almeno dieci. E centinaia di palestinesi d’Israele hanno tenuto a Tel Aviv un sit in di fronte all’ambasciata Usa che Trump intende spostare a Gerusalemme. La protesta viene sottovalutata dai media israeliani che dedicano spazio in questi giorni soprattutto alla politica interna. Fa eccezione Gaza dove la tensione, tra raid aerei e cannoneggianti israeliani e lanci di otto razzi palestinesi (in una settimana) non si sa bene da parte di chi, sta scivolando verso il baratro. Ieri due palestinesi armati e in moto sono rimasti uccisi a Beit Lahiya in circostanze oscure. All’inizio da Gaza avevano denunciato un attacco di droni israeliani. Poi il Jihad ha diffuso un comunicato per precisare che due suoi uomini erano morti in “missione”. A quanto pare i due sono stati uccisi dallo scoppio accidentale dell’ordigno che trasportavano.
A differenza dei giornali, le autorità politiche e militari israeliane non sottovalutano affatto gli sviluppi della protesta palestinese. Lo conferma la decisione di confinare in isolamento Marwan Barghouti, segretario del partito Fatah in Cisgiordania, da 15 anni in carcere in Israele. Barghouti, 58 anni, è noto come il comandante della seconda Intifada (2000-2005) e il suo carisma è rimasto intatto nonostante la lunga detenzione. Israele, spiegano i palestinesi, teme che Barghouti possa rivolgere nuovi appelli alla rivolta. «Mio padre è stato messo in isolamento per il messaggio che ha inviato ai palestinesi in occasione del trentesimo anniversario della prima Intifada (8 dicembre)» ci diceva ieri Qasam Barghouti, figlio del leader di Fatah, «in quel messaggio ha esortato la popolazione a respingere la dichiarazione di Trump e a dare vita ad una Intifada popolare e pacifica come quella cominciata nel 1987».
Marwan Barghouti in quel messaggio sollecitava i palestinesi a ritrovare una piena unità nazionale. La riconciliazione tra Fatah e Hamas però è ancora lontana. Il 10 dicembre è saltata un’altra scadenza fondamentale fissata dalle due parti per completare il trasferimento del controllo di Gaza da Hamas al governo dell’Autorità nazionale di Abu Mazen di cui Fatah è la colonna portante. Il passaggio dei poteri non è avvenuto per il mancato pagamento dei salari dei dipendenti pubblici di Gaza, assunti in questi anni dall’esecutivo di Hamas. Il governo dell’Anp non ha versato il salario sui conti correnti degli impiegati in risposta alla decisione del movimento islamico di non trasferire nelle casse dell’Anp le tasse raccolte a Gaza. Gli islamisti si sono difesi spiegando di non aver avuto da Ramallah l’assicurazione che quei fondi saranno usati per pagare i dipendenti pubblici di Gaza.
Lo status di Gerusalemme dopo la dichiarazione di Donald Trump, sarà oggi al centro delle discussioni di capi di stato e di governo e alti rappresentanti politici di 57 Paesi musulmani attesi a Istanbul per il vertice straordinario dell’Organizzazione della cooperazione islamica (Oic) che rappresenta 1,6 miliardi di musulmani nel mondo. A presiedere i lavori sarà il presidente turco Recep Tayyip Erdogan che nei giorni scorsi è stato tra i più duri contro Trump e il premier Benyamin Netanyahu, al punto da definire Israele uno «Stato terrorista e assassino di bambini».
Oltre ad Abu Mazen sono attesi a Istanbul il re di Giordania Abdallah II e il presidente iraniano Hassan Rohani. I membri dell’Oic giungono al summit con posizioni diverse. «Sembra che alcuni Paesi arabi evitino di sfidare Trump» perché «gli fa paura» ha commentato il ministro degli esteri turco Mevlut Cavusoglu in riferimento, con ogni probabilità, all’Arabia Saudita e ad altre petromonarchie del Golfo impegnate in un lento ma costante processo di avvicinamento a Israele in funzione anti-iraniana.
Il mistero intanto circonda il vertice trilaterale con il presidente egiziano el Sisi, Abdallah di Giordania e Abu Mazen che si è tenuto due giorni fa al Cairo. Non si è saputo molto sebbene il summit fosse stato presentato come una rinnovata alleanza tra i tre leader. Le indiscrezioni dicono che el Sisi e Abdallah avrebbero “suggerito” ad Abu Mazen di abbassare i toni delle accuse a Trump e che Egitto e Giordania non intendono danneggiare le relazioni con Washington.
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22/06/2017
Gaza, Mohammed Dahlan corre in aiuto degli ex nemici di Hamas
Le pressioni dell’Autorità nazionale palestinese, di Israele e dell’Arabia Saudita non sono riuscite a bloccare le autobotti cariche di gasolio, dirette alla centrale elettrica di Gaza, che il Cairo ha inviato per alleviare la mancanza di energia nella Striscia. L’Egitto alla fine ha deciso di rispettare i termini preliminari del clamoroso accordo, ancora in via di definizione, tra quelli che sino a qualche tempo fa erano nemici implacabili: l’ex “uomo forte” del partito Fatah, Mohammed Dahlan, e il movimento islamico Hamas.
L’iniziale blocco del carburante aveva gettato nello sconforto i due milioni di palestinesi di Gaza che affrontano un’altra estate, con temperature elevate, avendo ogni giorno appena 3-4 ore di energia elettrica a disposizione e servizi pubblici ridotti al minimo. A ciò si aggiunge la condizione di decine di migliaia di famiglie senza alcun reddito che sopravvivono solo grazie agli aiuti alimentari che forniscono le agenzie umanitarie e le associazioni religiose.
Lunedì Israele aveva ridotto l’erogazione della sua quota di corrente elettrica alla Striscia da 120 a 100 Megawatt: una decisione presa dopo l’annuncio che l’Anp del presidente palestinese Abu Mazen non pagherà più l’intera bolletta energetica di Gaza. Una misura che – assieme alla riduzione del 30% degli stipendi e delle pensioni per gli ex dipendenti dell’Anp e alle pressioni saudite e americane sul Qatar affinché cessi il sostegno ad Hamas e ai Fratelli musulmani – vuole costringere il movimento islamico a rinunciare al controllo di Gaza che mantiene da dieci anni.
L’accordo tra Dahlan e il leader di Hamas Yahya Sinwar rischia di mandare in fumo i piani di Abu Mazen, convinto che i due milioni di abitanti di Gaza, con il peggioramento delle condizioni di vita, si ribelleranno contro gli islamisti al potere. «Un piano che non ha possibilità di successo» spiega l’analista e docente dell’università al Azhar di Gaza, Mkhaimar Abusada, «la popolazione è molto provata ma non si rivolterà contro Hamas. Il malcontento è forte ma allo stesso tempo la gente non ha fiducia nell’Anp di Abu Mazen. E poi il movimento islamico nei mesi scorsi ha reagito con il pugno di ferro alle manifestazioni di protesta per la mancanza di energia elettrica».
Comunque si svilupperà questa vicenda, Mohammed Dahlan ne uscirà vincitore. Il presidente dell’Anp gli ha fatto terra bruciata intorno dopo averlo buttato fuori da Fatah con l’accusa di corruzione. Ma colui che era considerato il più probabile successore di Abu Mazen prima di essere allontanato, ha confermato che le strette relazioni che mantiene con l’Egitto, i Paesi del Golfo e gli Stati Uniti lo rendono ancora oggi il candidato favorito dell’Occidente, di una parte del mondo arabo e di Israele per la presidenza dell’Anp, malgrado la profonda avversione dei vertici di Fatah. I palestinesi non lo amano, anzi, e vedrebbero con favore (lo dicono i sondaggi) Marwan Barghouti alla presidenza. Ma il più noto dei prigionieri politici palestinesi sconta cinque ergostoli in Israele. E sino a quando tra i possibili successori di Abu Mazen ci saranno personaggi come Mohammed Dahlan, il governo Netanyahu non avrà alcun interesse a liberare (in un eventuale scambio di prigionieri) un “resistente” come Marwan Barghouti.
Dahlan grazie alle donazioni che da tempo garantisce ai poveri di Gaza e al sostegno politico dell’Egitto – che ha rapporti difficili con Abu Mazen e il suo entourage – è riuscito a portare dalla sua parte gli antichi nemici di Hamas interessati ad instaurare buone relazioni con il Cairo. E dopo aver ottenuto dagli egiziani il gasolio per Gaza, ora appare come il “salvatore” di due milioni di palestinesi alle prese con la mancanza di elettricità.
Abu Mazen al contrario agli occhi di una buona parte della sua gente è il “carnefice” che, pur di raggiungere i suoi obiettivi politici, non esita ad aggravare la condizione dei civili di Gaza. Da alcuni giorni Hamas e Dahlan, con la mediazione del capo dell’intelligence egiziana Khaled Fawzy, hanno avviato una trattativa molto complessa. Fonti locali anticipano che, se si arriverà ad un accordo definitivo, l’Egitto aprirà per più giorni al mese il valico di Rafah e darà più elettricità a Gaza. In cambio Hamas agirà con forza contro i jihadisti dell’Isis che dal Sinai cercano rifugio nella Striscia. L’obiettivo politico delle intese è mettere in forte difficoltà Abu Mazen e dargli una spallata.
Dahlan di fatto è diventato il “ministro degli esteri” di Hamas. E potrebbe diventare presidente dell’Anp proprio con l’appoggio degli islamisti, forti anche in Cisgiordania.
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28/05/2017
Acqua e sale. Hanno vinto i prigionieri palestinesi
40 giorni di sciopero, il più lungo sciopero di massa nelle carceri israeliane; 1800 prigionieri hanno vissuto nutrendosi solo di acqua e sale, e tanta determinazione e voglia di libertà. Le autorità d’occupazione che hanno girato la faccia dall’altra parte, rifiutando di trattare con la leadership dello sciopero, hanno dovuto piegarsi alla volontà di chi ha come unica arma di lotta ha la propria vita. Il governo israeliano si è visto isolato e sotto pressione a livello popolare in tutto il mondo, un po’ meno a livello dei governi, e ha dovuto rivedere la sua posizione e accettare la trattativa con il leader del movimento dei prigionieri Marwan Barghouti, e gli altri dirigenti dello sciopero. Una trattativa, come riferiscono le fonti ufficiali palestinesi, durata 20 ore nel carcere di Ashkalon. Alla fine i prigionieri hanno ottenuto la firma israeliana sulle loro legittime richieste, e hanno deciso di sospendere lo sciopero.
L’auspicio è che il governo di occupazione rispetti questo accordo. I dubbi non mancano, ma dobbiamo sperare, forti della grande esperienza di questi 40 giorni, che ha ridato vitalità a tutto il movimento nazionale palestinese. Lo dimostrano le manifestazioni in sostegno allo sciopero e di protesta contro l’occupazione in tutta la Palestina, come è stato anche in tantissime città del mondo.
Questi 40 giorni rimarranno incisi nella memoria collettiva palestinese, anche perché il mondo si stava occupando del nuovo presidente americano e dei suoi incontri alla Casa Bianca, anche con il presidente palestinese Abu Mazen, in preparazione di quel viaggio che ha alimentato tante speranze. E poi la visita di Trump in Arabia Saudita e i tre vertici “cucinati” in due giorni: saudita-statunitense, Usa-Consiglio di cooperazione dei Paesi del Golfo, e infine vertice arabo-islamico in presenza di Trump. Risultato: commesse americane in armi che ammontano a 460 miliardi di dollari. Politicamente, neanche una parola sui prigionieri in sciopero della fame. Anzi, Trump ha messo anche Hamas insieme a Hezbollah e Iran tra i gruppi terroristi. Quindi la necessità di creare un patto sunnita – americano per combattere l’Iran, o meglio l’asse sciita, relegando la causa palestinese in secondo o in terzo piano; di conseguenza Israele non è più il nemico del mondo arabo. Ancora, Trump vola direttamente da Riyad a Tel Aviv, un fatto mai successo nella storia dei rapporti tra Usa e Sauditi.
In Israele e in Palestina Trump non parla né della soluzione dei due Stati né di Gerusalemme e tantomeno degli insediamenti coloniali. Parla genericamente di pace senza definire questa pace.
In questo contesto di politica regionale, lo sciopero della fame è stato determinante per smascherare la vera faccia dell’occupazione, che non rispetta i diritti umani né le convenzioni internazionali, e ha dimostrato l’impotenza della grande potenza mondiale che non è in grado di esercitare neanche un minimo di pressione sul governo israeliano; allora quali garanzie i palestinesi possono avere dagli Usa o dagli arabi per un futuro negoziato? Se ai nostri prigionieri non vengono riconosciti i minimi diritti umani, chi può garantire che Israele rispetti un futuro accordo con i palestinesi?
La risposta di Al Fatah alle massicce pressioni nei confronti dei prigionieri che fece Trump chiedendo di non pagare il vitalizio ai prigionieri e alle loro famiglie, è che il consiglio rivoluzionario di Fatah ha approvato la proposta del comitato centrale di nominare Younis Karim membro del comitato centrale dell’organizzazione. Karim è stato arrestato nel 1983 e condannato all’ergastolo; doveva essere liberato in base agli accordi tra l’Anp e il governo israeliano, ma quest’ultimo ha rifiutato di rilasciarlo insieme ad altri 14 detenuti. Karim viene considerato il decano dei prigionieri per i suoi 35 lunghi anni in carcere.
L’unità d’azione dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane è il modello più convincente per l’unità nazionale palestinese. Oggi i prigionieri ci hanno regalato una vittoria sul cammino lungo verso la libertà e la dignità. La lotta continua.
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