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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/05/2026

Palestina - Fatah ha perduto un’altra occasione

di Michele Giorgio

Dieci anni dopo il precedente congresso e mentre la causa palestinese attraversa una delle sue stagioni più drammatiche, Fatah ha chiuso ieri sera a Ramallah il suo ottavo congresso senza la svolta radicale che la base attendeva con l’auspicio che i palestinesi possano ritrovare l’unità nazionale. I risultati delle elezioni interne hanno confermato la forza di figure simboliche della storia del movimento, ma anche la capacità della vecchia guardia moderata di mantenere saldamente il controllo dell’apparato politico e istituzionale del partito che rappresenta il pilastro della tanto criticata l’Autorità nazionale palestinese (Anp) di Abu Mazen.

Un dato significativo è arrivato dall’elezione di Marwan Barghouti, il più popolare dei prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, risultato il candidato più votato per il Comitato centrale di Fatah. Un esito dal forte valore simbolico e politico. Barghouti, condannato all’ergastolo da Israele durante la seconda Intifada, continua a rappresentare per molti l’immagine di una leadership nazionale combattiva, capace di parlare tanto ai sostenitori di Fatah quanto ai palestinesi che negli ultimi anni si sono spostati in massa verso il movimento islamico Hamas.

Subito dietro di lui però si è piazzato un uomo di apparato e di dialogo con Usa e Israele, Majid Faraj, capo dei servizi segreti dell’Anp. Il suo risultato consolida ulteriormente il peso delle agenzie di sicurezza all’interno di Fatah e conferma il ruolo centrale assunto negli ultimi anni dagli uomini più vicini ad Abu Mazen. Al terzo posto è arrivato un dirigente storico, Jibril Rajoub, seguito da Hussein Sheikh, il più stretto collaboratore di Abu Mazen e considerato il suo successore designato.

Tra le sorprese figura il quinto posto ottenuto da Laila Ghannam, governatrice di Ramallah e Al-Bireh, entrata per la prima volta nel Comitato centrale con 1.472 voti. Poco dietro Mahmoud al-Aloul, figura storica del movimento, e Tawfiq al-Tirawi, anch’egli esponente della vecchia guardia e uomo di lungo corso dell’apparato di sicurezza palestinese.

Le elezioni hanno assegnato 18 seggi nel Comitato centrale e 80 nel Consiglio rivoluzionario, il parlamento interno del movimento. Nonostante alcuni volti nuovi, il risultato finale riflette soprattutto la continuità con la linea passiva di fronte alle politiche di Israele tenuta negli ultimi 15 anni dai vertici del partito. La vecchia leadership ha mantenuto le posizioni decisive e il quasi novantenne Abu Mazen è stato rieletto per acclamazione presidente del movimento già nel primo giorno del congresso. Un passaggio che ha evidenziato ancora una volta la difficoltà di Fatah ad aprire un vero confronto sul futuro politico palestinese.

L’ingresso nel Comitato centrale di Yasser Abbas, figlio di Abu Mazen, ha inoltre alimentato le critiche di quanti denunciano da anni la crescente concentrazione del potere attorno a un ristretto gruppo dirigente. Parallelamente, la forte affermazione di Faraj e la centralità di Hussein al-Sheikh confermano le opinioni di chi afferma che la successione ad Abu Mazen venga gestita all’interno di un circuito politico e securitario molto ristretto, distante dalle richieste di rinnovamento provenienti dalla base.

Tra gli elementi che deviano dalla continuità c’è l’elezione di due ex detenuti liberati da Israele nello scambio dello scorso anno tra ostaggi israeliani e prigionieri politici palestinesi. Zakaria Zubaidi, popolare ex comandante delle Brigate dei Martiri di Al Aqsa a Jenin durante la seconda Intifada e Taysir Bardini di Gaza. La loro presenza è stata letta da molti delegati come un tentativo di recuperare almeno simbolicamente il legame storico tra il movimento e la militanza popolare. Anche Gaza ha ottenuto una rappresentanza significativa nel Comitato centrale con quattro seggi.

I piccoli segnali di novità non attenuano il dato di fondo: Fatah non ha prodotto una nuova piattaforma politica capace di rilanciare il movimento e più di tutto ridefinire la strategia nazionale palestinese assieme alle altre forze politiche islamiste o di sinistra. Nel suo intervento inaugurale Abu Mazen ha parlato soprattutto delle riforme nell’Anp che gli hanno intimato Usa e Ue, ribadendo l’intenzione di tenere future elezioni presidenziali e legislative senza però indicare alcuna data concreta. Ha denunciato Israele perché ha di fatto confiscato circa cinque miliardi di dollari di fondi palestinesi e ha lasciato intendere che l’Anp sarebbe pronta ad assumere il controllo amministrativo di ciò che resta della Striscia di Gaza, senza però ipotizzare un accordo o un’intesa con Hamas. Il dibattito perciò è rimasto limitato quasi esclusivamente alla gestione dell’Anp e agli appelli rituali alla soluzione dei due Stati, una prospettiva in cui ormai pochi sembrano credere alla luce delle politiche di annessione della Cisgiordania praticate da Israele.

Le voci critiche non sono mancate, anche se marginalizzate. Diversi quadri intermedi hanno boicottato il congresso. Ahmed Ghneim, vicino a Barghouti, ha accusato la leadership di avere “emarginato le figure storiche e i quadri più legati alla tradizione militante del movimento”. Secondo Ghneim, soltanto un maggiore protagonismo degli ex prigionieri e delle giovani generazioni potrà impedire “il definitivo svuotamento politico di Fatah”. Ancora più duro il giudizio dello scrittore e poeta Mutawakkil Taha, che ha definito l’ottavo congresso “un’occasione mancata” per ridefinire programmi, leadership e strategie alla luce della nuova realtà palestinese.

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26/04/2026

Gaza tra urne e macerie, la sfida di Deir al-Balah

Poco più di un milione di palestinesi è chiamato oggi (ieri - ndR) alle urne per rinnovare 183 consigli locali nei Territori occupati, in una consultazione che coinvolge complessivamente 420 enti tra città, villaggi e municipalità. Secondo la Commissione elettorale centrale, gli aventi diritto sono 1.029.550. La partecipazione però sarà frammentata e segnata da esclusioni e boicottaggi politici. E soprattutto da una pressione militare israeliana che pesa come un macigno sulla vita di milioni palestinesi.

Tutti gli occhi sono puntati su Deir al-Balah, dove votano 70.449 elettori: è l’unica circoscrizione della Striscia di Gaza inclusa nel voto, la prima chiamata alle urne municipali dal 2005. La decisione di limitare qui la consultazione riflette una realtà drammatica. Come ha spiegato Jamil Al-Khalidi, responsabile della Commissione elettorale a Gaza, Deir al-Balah è stata scelta perché relativamente meno devastata dai bombardamenti israeliani. Relativamente, appunto. I raid non si sono fermati neppure con la tregua: anche nelle ultime ore si registrano attacchi, come quello che ha ucciso tre palestinesi a Sheikh Radwan, nel nord di Gaza City.

Durante l’offensiva israeliana seguita al 7 ottobre 2023, Deir al-Balah si è trasformata in un rifugio per decine di migliaia di sfollati. La pressione è enorme su servizi già fragili, temi al centro della competizione elettorale. L’acqua potabile arriva nelle case, quando va bene, una volta ogni quattro o cinque giorni. Le infrastrutture sono danneggiate, la raccolta dei rifiuti quasi impossibile, le fognature sono fuori uso. Non sorprende allora che la campagna elettorale, breve e concentrata soprattutto sui social media, abbia assunto toni tecnici più che ideologici. Le liste in corsa – “Pace e Costruzione”, “Deir al-Balah ci unisce”, “Futuro di Deir al-Balah”, “Rinascita di Deir al-Balah” – evocano programmi amministrativi, promettono interventi concreti: acqua, strade, macerie da rimuovere.

Eppure, dietro questa apparente neutralità, la politica resta centrale. Hamas, che ufficialmente boicotta le elezioni per via della legge elettorale dell’Autorità nazionale palestinese che implica il riconoscimento di Israele, ha scelto una strada indiretta: sostenere una lista “indipendente”, “Deir al-Balah ci unisce”, guidata da Adnan Al Fleit. Tecnico con esperienza nel settore bancario, Al Fleit incarna un profilo pragmatico, ma la sua candidatura rappresenta anche un test politico per il movimento islamista.

La leadership di Hamas osserva questo voto con attenzione. Da un lato, vuole misurare il proprio consenso dopo la devastazione della guerra e le sofferenze inflitte alla popolazione. Dall’altro, si prepara a un possibile riassetto del potere nella Striscia, rendendosi disponibile a cedere formalmente il governo a un comitato tecnico palestinese, mantenendo però un’influenza politica attraverso formazioni affiliate. Se la lista sostenuta da Hamas dovesse ottenere un risultato ampio, il movimento potrebbe rivendicare una resilienza politica oltre che militare significativa.

Sul piano regionale e internazionale, il voto si intreccia con negoziati ancora incerti. Al Cairo proseguono i colloqui tra esponenti di Hamas, rappresentanti del cosiddetto Board of Peace promosso dall’amministrazione del presidente Donald Trump e mediatori internazionali. Ma le posizioni restano distanti: Washington condivide la linea israeliana, subordinando la ricostruzione di Gaza al disarmo di Hamas.

Anche Fatah guarda a Deir al-Balah. Il partito pilastro dell’Autorità nazionale palestinese spera che il peso dell’offensiva israeliana sulla popolazione civile si traduca in una perdita di consenso per Hamas. Un risultato modesto del partito rivale rafforzerebbe le ambizioni dell’Anp di tornare a governare Gaza, aggirando le resistenze israeliane e presentandosi come interlocutore agli occhi degli Stati Uniti.

Se a Gaza il voto ha un valore politico e simbolico, in Cisgiordania il quadro è molto diverso. Qui le elezioni si svolgono in 90 consigli comunali con 321 liste e 3.773 candidati, in gran parte indipendenti. Tuttavia, l’assenza di Hamas, del Fronte popolare, della Jihad islamica e in parte dell’Iniziativa nazionale svuota la competizione. In molte città, come Nablus e Ramallah, le liste legate a Fatah assumono il controllo dei consigli per acclamazione, senza avversari.

Il dato complessivo restituisce l’immagine di un sistema politico diviso, dove il voto locale diventa al tempo stesso esercizio amministrativo e terreno di scontro strategico. Tra urne e macerie, i palestinesi cercano risposte immediate ai bisogni quotidiani, ma sanno che dietro la gestione dell’acqua o delle strade si giocano equilibri ben più ampi: il futuro di Gaza, la leadership nazionale, il rapporto con l’occupante israeliano e con una comunità internazionale che è tornata a ignorare la causa palestinese.

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31/10/2025

Cosa pensano i palestinesi del ‘piano Trump’?

Un recente sondaggio pubblicato dal Palestinian Centre for Policy and Survey Research (PCPSR) ha interrogato i palestinesi su cosa pensano riguardo al piano di ‘pace’ (cioè di nuova amministrazione coloniale) promosso dal presidente USA Trump. Le risposte che sono state registrate lascerebbero sicuramente spiazzati molti commentatori occidentali, se solo si prendessero la briga di chiedere ai diretti interessati cosa vogliono.

No al disarmo di Hamas, sfiducia dilagante verso Abbas alla guida dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), sostegno alla formazione di un comitato per amministrare Gaza, ma senza l’esclusione di Hamas e nemmeno dell’ANP, così come a una forza internazionale, ma solo se il suo scopo è difendere i confini di Gaza e non togliere le armi ad Hamas.

Questo, in sunto, il risultato del sondaggio. È bene dare qualche indicazione tecnica, per evitare strumentalizzazioni e propaganda sui dati che stiamo per riportare. Prima di tutto, l’indagine è stata svolta intervistando di persone poco più di 1.200 persone, di cui circa 760 nella Cisgiordania occupata e circa 440 nella Striscia. Le informazioni sono state trasferite su server a cui solo i ricercatori possono accedere, e i loro calcoli hanno un margine di errore del 3,5%.

La PCPSR è un think tank con sede a Ramallah, ha un’esperienza trentennale nella conduzione di sondaggi, cominciata per verificare le opinioni dei palestinesi dopo le novità introdotte dagli Accordi di Oslo nella prima metà degli anni Novanta. Tra i finanziatori delle sue attività c’è stata anche l’Unione Europea, che ha considerato seriamente i dati elaborati dal gruppo di ricerca, anche in anni recenti.

Quello del PCPSR, insomma, non è il profilo di un istituto ‘connivente’ con Hamas e con i ‘terroristi’, come i sionisti nostrani potrebbero tentare di inventarsi. Del resto, poco più di un anno fa l’IDF aveva sostenuto di aver trovato un documento, tra le macerie di Gaza, che dava prova di come i dati del think tank fossero stati falsficati da Hamas. Al solito, uno dei tanti ritrovamenti ‘fortunati’ delle forze israeliane.

Arriviamo ora ai numeri. Stando alle domande poste tra il 22 e il 25 ottobre, il 70% dei palestinesi si oppone al disarmo di Hamas, anche se ciò dovesse significare la ripresa degli attacchi israeliani. È di certo significativo che la contrarietà al disarmo è maggiore nella West Bank occupata, dove circa l’80% degli intervistati ha dichiarato di volere che l’ala armata del gruppo islamico mantenga le armi. Anche a Gaza, comunque, circa il 55% dei palestinesi la pensa così.

Tali opinioni sono evidentemente collegate alla sfiducia rispetto al ‘piano Trump’ e al fatto che Israele decida di fare marcia indietro sulla pulizia etnica. Infatti, il 62% dei palestinesi ritiene che il percorso elaborato dall’amministrazione statunitense non abbia portato alla fine della guerra una volta per tute, e ancora una volta il pessimismo è maggiore in Cisgiordania che a Gaza.

La popolazione palestinese rimane ancora chiaramente divisa sull’attacco del 7 ottobre 2023: per il 53% è stata una scelta corretta. Quello che è certo è che, comunque, Hamas viene vista come un’opzione meno corrotta dell’ANP. Il 35% dei palestinesi sostiene Hamas, mentre il 24% è a favore di Fatah (il 32% non sostiene nessuno dei due partiti o non ha alcuna opinione).

Hamas supera l’apprezzamento dato a Fatah anche nella Cisgiordania, dove teoricamente governa da anni. In generale, è il 60% degli intervistati che si dice soddisfatta della condotta di Hamas – il 66% nella Cisgiordania occupata e il 51% a Gaza –. Ciò si ripercuote anche sulla soddisfazione che riscuote il presidente palestinese Abbas: si ferma al 23%, mentre l’85% dei palestinesi ne auspica le dimissioni. Marwan Barghouti rimane la figura più apprezzata.

Nello specifico del ‘piano Trump’, il 53% degli intervistati si è dichiarato contrario a un comitato di palestinesi non affiliati ad Hamas o all’ANP per governare Gaza, mentre il 45% lo ha sostenuto. Ancora una volta, l’opposizione è molto più alta in Cisgiordania che a Gaza, che ha vissuto gli ultimi due anni sotto le bombe israeliane.

Ma quando ai palestinesi è stata posta la stessa domanda, ma senza prevedere l’esclusione di Hamas e dell’ANP, aggiungendo che la formazione del comitato sarebbe stata legata ai fondi per la ricostruzione, il 67% dei palestinesi ha sostenuto l’idea. Una dinamica simile è stata riscontrata quando si è chiesta un’opinione riguardo a una forza di peacekeeping.

L’opposizione a una forza internazionale araba e musulmana nella Striscia varia notevolmente tra West Bank e Gaza stessa: 78% nella prima, 52% nella seconda. Cifre che si riducono notevolmente quando la funzione delle truppe è stata indicata nella difesa dei confini di Gaza e non nel disarmo di Hamas: il 53% degli intervistati a Gaza e il 43% nella Cisgiordania occupata hanno dichiarato di sostenere la forza, in questo scenario.

Insomma, questi dati confermano che c’è un popolo che parla in favore della sua autodeterminazione. Bisogna fare in modo che i nostri governi guerrafondai comincino ad ascoltarlo.

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27/03/2025

Gaza - Marcia di protesta a Beit Lahiya. La popolazione è stremata dai bombardamenti e dalle evacuazioni forzate

Al Jazeera riferisce che a Bait Lahiya nel nord della Striscia di Gaza si sono svolti raduni popolari a cui hanno partecipato cittadini che hanno chiesto la fine della guerra nella Striscia di Gaza.

I partecipanti portavano cartelli con la scritta “Fermate la guerra”, “Basta con gli sfollati”, “La vita dei nostri figli non è a buon mercato” e “Vogliamo vivere in pace e sicurezza”. Tra i manifestanti sventolava anche una bandiera bianca.

I partecipanti, stimati in alcune centinaia, hanno scandito slogan contro Hamas e il suo governo e hanno chiesto la fine della guerra.

Gli abitanti di Gaza hanno ricevuto messaggi dalle autorità di occupazione israeliana in concomitanza con la manifestazione che dicevano che “la soluzione è nelle vostre mani” e Hamas è determinato a “trascinarvi alla perdizione”.

Da parte loro, Al Jazeera riferisce che i notabili e i mukhtar di Beit Lahia, hanno sottolineato che “stanno dalla parte della legittima resistenza palestinese e non accettano i tentativi di separare Beit Lahiya e di renderla un corpo estraneo alla situazione rivoluzionaria”. In un comunicato affermano che “le marce spontanee che si sono svolte oggi non possono accettare il loro sfruttamento in battibecchi politici in questa delicata fase del conflitto con il nemico”. Hanno aggiunto che non accettano nemmeno “lo sfruttamento delle legittime richieste del nostro popolo da parte di partiti affiliati alla quinta colonna e infiltrati per presentare una falsa immagine della situazione nazionale”.

Secondo quanto riporta il sito del giornale saudita “Asharq al Awsat”, le proteste trasmesse sui social media da diversi account palestinesi a Gaza, sono avvenute poche ore dopo che israeliani avevano impartito ordini di evacuazione ai residenti di Beit Lahia.

Martedì sera, messaggi Telegram provenienti da fonti sconosciute invitavano la gente a riprendere la manifestazione in varie parti di Gaza mercoledì. Israele invita regolarmente la popolazione di Gaza a mobilitarsi contro il movimento al potere nel territorio dal 2007.

È difficile valutare il livello di malcontento verso Hamas a Gaza. L’ultimo sondaggio disponibile è stato condotto a settembre dal Centro palestinese per la ricerca politica e sui sondaggi (PCPSR).

Si stima che il 35 percento dei palestinesi di Gaza abbia dichiarato di sostenere Hamas, mentre il 26 percento abbia dichiarato di sostenere il suo rivale Fatah, il partito del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese con sede a Ramallah, Mahmoud Abbas.

Il portavoce di Fatah a Gaza, Monther al-Hayek, ha invitato sabato Hamas a “farsi da parte dal governo” per salvaguardare “l’esistenza” dei palestinesi nella Striscia di Gaza.

I dimostranti hanno ritenuto Hamas responsabile degli ordini di evacuazione impartiti in seguito al lancio di razzi dalle zone vicine alla città verso gli insediamenti israeliani da parte dei suoi membri.

I manifestanti hanno esposto cartelli con la scritta “Il sangue dei nostri figli non è a buon mercato... Vogliamo vivere in pace e sicurezza... Fermate lo spargimento di sangue”, e altri slogan che chiedevano principalmente la fine della guerra nella Striscia di Gaza e degli attacchi ai civili nel contesto dell’escalation delle operazioni militari israeliane.

La marcia, che includeva giovani e ragazzi, ha attraversato le strade principali di Beit Lahiya, fermandosi principalmente alla piazza Zayed, a pochi metri dall’ospedale indonesiano.

I partecipanti alla marcia hanno condannato il lancio di razzi verso gli insediamenti israeliani, citandolo come motivo degli ordini di evacuazione emessi da Israele per i residenti che hanno dovuto subire ripetuti spostamenti negli ultimi 15 mesi.

Alcuni partecipanti hanno cercato di calmare coloro che scandivano slogan anti-Hamas, mentre altri hanno cercato di interromperli fischiando e aggredendoli per impedire lo svolgimento della protesta. Gli attivisti di Fatah e Hamas si sono scontrati sui social media e sono emersi disaccordi sull’importanza che attribuiscono all’evento.

Fatah, il partito di Mahmoud Abbas ha esortato Hamas a lasciare il potere nella Striscia di Gaza, perché rappresenta una “minaccia” alla causa palestinese. Lo ha detto Munther al Hayek, portavoce di Fatah a Gaza, citato dall’agenzia di stampa palestinese “Wafa”. Al Hayek ha fatto questi commenti dopo che in diverse aree della Striscia, sono scoppiate proteste di cittadini palestinesi che hanno chiesto ad Hamas di lasciare l’enclave. Le prime manifestazioni si sono tenute a Beit Lahiya, nel nord di Gaza, seguite da quelle nel campo profughi di Jabalia e anche nel sud della Striscia, a Khan Yunis.

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23/01/2025

Il futuro di Gaza, dopo la guerra

Intervista al dirigente di Hamas Mahmoud al-Mardawi

Mahmoud al-Mardawi, un alto dirigente del movimento islamico di resistenza palestinese Hamas, ha rivelato che il movimento ha formato un comitato per gestire il governo a Gaza all’indomani della guerra, in coordinamento con la maggior parte delle fazioni palestinesi. Tuttavia, ha osservato, “abbiamo affrontato l’opposizione del movimento Fatah, ma continueremo a cercare un’opzione nazionale che si allinei con le attuali esigenze del momento”.

In un’intervista ad Al-Jazeera, al-Mardawi ha sottolineato che “Hamas rimane impegnato negli scopi e negli obiettivi per i quali è stato formato, che sono legati alla libertà e all’indipendenza del popolo palestinese, all’espulsione dell’occupazione e alla sua sconfitta”. Ha inoltre chiarito che “questo non significa che gli strumenti per raggiungere questi obiettivi siano fissi; possono cambiare nella forma e nella terminologia”.

Per quanto riguarda le garanzie per l’attuazione del cessate il fuoco, entrato in vigore domenica, il leader di Hamas ha osservato che i paesi che mediano questo accordo, insieme a quelli che lo monitorano, forniscono garanzie per la sua applicazione. A suo avviso i termini dell’accordo sono rigorosi e Hamas non farà alcun passo a meno che Israele non abbia attuato i suoi impegni corrispondenti. Inoltre, ha affermato che è nell’interesse di Israele garantire che l’accordo sia rispettato.

Al-Mardawi ha anche discusso il significato dell’operazione “Diluvio di Al-Aqsa” ritenendo che questa ha rimodellato le alleanze politiche e le priorità sia a livello internazionale che in Medio Oriente. Ha affermato che Hamas si concentrerà sulla guarigione delle ferite del popolo palestinese, fornendo sollievo e ricostruendo politicamente rafforzando l’unità sui principi nazionali che si riferiscono ai diritti e alle costanti dei palestinesi.

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Qual è il piano di Hamas per il giorno dopo il ritiro dell’occupazione da Gaza?

L’epico “Diluvio di Al-Aqsa” che ha cambiato la forma, le priorità e le alleanze nella politica internazionale in Medio Oriente porterà Hamas verso un “Diluvio di Lealtà” interno. Questo si concentrerà sulla guarigione delle ferite del nostro popolo, sul fornire sollievo e sulla ricostruzione politica, unendosi e radunandosi attorno al progetto basato su principi nazionali relativi ai diritti e alle costanti dei palestinesi.

In seguito, cercheremo meccanismi per governare Gaza che apriranno la porta a tutte le forze politiche e sociali, riflettendo la volontà del popolo, che è stato unito sul campo e nell’affrontare l’occupazione con fermezza e pazienza. Ciò garantirà che la governance di Gaza sia unita nella posizione, nella visione e nel quadro politico per il futuro.

Questo significa che ci sarà un comitato formato per gestire la governance a Gaza, come alcuni hanno suggerito?

Sì, senza dubbio. È stato formato un comitato in coordinamento con Fatah, che è stato presentato alla maggior parte delle fazioni palestinesi, che sono state d’accordo e l’hanno accettato. Questo comitato è stato sostenuto dalla Lega Araba e dai paesi islamici durante il vertice di Riyadh. È stato concepito per affrontare le sfide del dopoguerra.

Il nemico israeliano sostiene che il continuo governo di Hamas giustifica la guerra in corso, quindi abbiamo istituito questo comitato per offrire una narrazione politica che potesse ottenere un sostegno più ampio tra i paesi arabi, regionali e internazionali per la nostra posizione. Tuttavia, abbiamo incontrato l’opposizione di Fatah.

Il lavoro politico e di fazione richiede pazienza, soprattutto date le sfide e i rischi significativi. Continueremo a cercare un’opzione nazionale che si allinei con le esigenze del momento.

Come abbiamo affermato più volte, cerchiamo una governance basata sul consenso, ma ci scontriamo con l’opposizione di Fatah e dell’Autorità Palestinese, così come di alcuni paesi occidentali che non stanno aiutando nella realizzazione di questo progetto.

Dopo 15 mesi di aggressione, si può dire che Hamas abbia mantenuto le sue capacità a Gaza e possa ora ricominciare da capo?

Hamas rimane impegnato negli scopi e negli obiettivi su cui è stato fondato, che sono legati alla libertà e all’indipendenza del popolo palestinese e all’espulsione e alla sconfitta dell’occupazione. Le scene di fermezza a Gaza, il coraggio e la creatività della Resistenza, e gli eventi che circondano il rilascio dei detenuti dimostrano l’immenso sostegno e la fiducia in Hamas e nel suo progetto.

Tuttavia, ciò non significa che i mezzi per raggiungere questi obiettivi siano fissi. Possono cambiare nella forma e nella terminologia, ma i percorsi e gli obiettivi rimangono costanti. I meccanismi per raggiungere questi obiettivi possono evolvere a causa di fattori politici legati alle dimensioni regionali, interne e internazionali.

Hamas adempirà al suo dovere nei confronti del popolo palestinese concentrandosi sulla ricostruzione materiale, psicologica e morale, e utilizzando tutte le risorse disponibili, in particolare dalla Cisgiordania e altrove, per portare avanti questi obiettivi.

Siamo fiduciosi che il nostro viaggio sia iniziato con il diluvio di Al-Aqsa, e che questo diluvio si evolverà da una fase all’altra, ma alla fine porterà alla vittoria. Il viaggio è già iniziato, con vittorie lungo il cammino, come la liberazione dei prigionieri. Alla fine, il diluvio di Al-Aqsa culminerà in una vittoria politica che realizzerà i nostri obiettivi.

Questo implica che Hamas accetti di formare un governo unificato a Gaza, sotto il controllo dell’Autorità Palestinese con la partecipazione di Hamas?

Non c’è dubbio che l’unità palestinese, in qualsiasi forma, sia un obiettivo e una richiesta per Hamas. L’abbiamo sempre chiesta in ogni fase, ma è stata respinta dall’Autorità e da Fatah. Ciò è stato evidente nel rifiuto delle proposte del governo di riconciliazione nazionale e del comitato comunitario.

Sosteniamo qualsiasi forma di unità politica per gestire gli affari politici e sociali di Gaza, in particolare nei settori della ricostruzione e della guarigione delle ferite del nostro popolo. Questo si è espresso nell’incontro di Doha con tutte le fazioni, dove abbiamo invitato Fatah a unirsi a noi in questo momento di vittoria e nella difesa dei diritti del popolo palestinese. Purtroppo, Fatah ha rifiutato e si è rifiutato di partecipare.

Ciononostante, le nostre porte rimangono aperte e siamo pronti ad abbracciare qualsiasi soluzione che consenta una governance globale di Gaza, che assicuri un sistema politico e geografico palestinese unificato, garantendo la collaborazione di tutte le fazioni nazionali palestinesi. Siamo a favore di un governo di unità nazionale basato sulla legge palestinese, che rifletta le aspirazioni che cerchiamo di realizzare nelle attuali circostanze politiche e nelle dinamiche di potere internazionali. La palla resta nel campo dell’Autorità e di Fatah.

Quali garanzie possono prevenire le violazioni israeliane dell’accordo di cessate il fuoco?

Le garanzie provengono dai paesi mediatori, così come dalle nazioni che controllano, che sono pronte a partecipare per garantire la rigorosa applicazione di questo accordo.

Inoltre, l’accordo stesso è formulato con cura, con termini reciproci, assicurando che Hamas non attuerà alcuna clausola a meno che Israele non abbia adempiuto ai suoi obblighi corrispondenti. L’accordo avvantaggia sia il popolo palestinese che Israele, poiché il nemico cerca di liberare i suoi prigionieri e ha commesso vaste distruzioni a Gaza, ma non è riuscito a raggiungere i suoi obiettivi. Pertanto, non sprecherà l’opportunità di garantire il rispetto di questo accordo.

Crediamo che, con il tempo, la situazione complicherà le cose per il nemico israeliano, rendendogli difficile la ripresa delle ostilità. Inoltre, la determinazione del nostro popolo, che è stata dimostrata dalla sua unità e dalla sua disponibilità a difendere collettivamente questi diritti nazionali, rimane forte nonostante alcuni dubbi politici. A livello popolare e di frazione, il popolo palestinese rimane unito e impegnato per i nostri diritti e obiettivi nazionali.

Hamas sta affrontando un’intensa campagna mediatica che lo incolpa della distruzione e delle uccisioni a Gaza dopo l’alluvione di Al-Aqsa. Qual è la tua risposta?

Il nemico israeliano non ha bisogno di giustificazioni. Ha commesso crimini in ogni fase della sua occupazione della Palestina, dal 1948 ai massacri di Deir Yassin, Kafr Qasim, Sabra e Shatila, alle guerre di Gaza e ai conflitti con i paesi arabi. In tutto questo, Israele non è mai stato vincolato da un’etica o da limitazioni. Proprio come ogni nazione che ha combattuto per la sua libertà dall’occupazione ha resistito, riconosciamo che il nemico che affrontiamo è brutale, nazista e barbaro, che impiega tattiche mai viste nella storia.

Questo è sostenuto dagli Stati Uniti, che hanno fornito a Israele 67 miliardi di dollari in aiuti militari, economici e politici negli ultimi 15 mesi per sostenere i suoi crimini.

La fermezza del nostro popolo dimostra il loro legame con i loro obiettivi e la loro patria. Le nazioni si liberano solo attraverso il sacrificio, e il livello di sacrificio è legato alla determinazione del popolo sotto l’occupazione. Il popolo palestinese è determinato a far valere i propri diritti, una determinazione radicata nella natura del nemico, che è disposto a spingersi fino all’estremo nei suoi crimini.

Non c’è libertà senza sacrificio, e non c’è sacrificio senza una lotta di liberazione in corso, come il popolo palestinese sta attualmente conducendo. Questo culminerà nella libertà e nella vittoria.

Questi puri sangue, questi sacrifici e questa fermezza creativa che hanno stupito il mondo si tradurranno sicuramente in completa libertà e indipendenza, con l’aiuto di Dio.

(Intervista condotta da Ahmed Hafiz per il sito web arabo Al-Jazeera. Tradotto e preparato da The Palestine Chronicle)

Fonte

05/11/2024

Gaza - Accordo tra Al Fatah e Hamas sul futuro della Striscia

Lo scorso fine settimana, Fatah e Hamas hanno firmato un accordo al Cairo per istituire un governo tecnico congiunto per governare Gaza come parte della ricostruzione postbellica, lo riferisce l’agenzia di stampa Anadolu. L’Egitto ha ospitato colloqui tra i due gruppi palestinesi sabato scorso per discutere la formazione di un comitato congiunto per gestire Gaza dopo la guerra.

Secondo il rapporto, l’accordo cerca di istituire un’unica amministrazione per gestire lo sforzo di ricostruzione e fornire servizi di base a Gaza.

Il nuovo governo, composto da tecnocrati di entrambi i partiti, si concentrerà sulla fornitura di servizi essenziali e sulla ricostruzione, afferma il rapporto.

“Siamo fermi sul benessere del popolo di Gaza e attendiamo con impazienza un unico governo palestinese che metta la ricostruzione e i bisogni umani al di sopra della competizione politica”, ha detto un portavoce di Hamas.

Domenica scorsa Taysir Nasrallah, dirigente di Al Fatah, si era detto ottimista sui colloqui in corso con Hamas per formare un comitato congiunto per governare la Striscia di Gaza dopo la brutale guerra di Israele contro l’enclave, riferisce l’agenzia Anadolu.

“L’incontro cerca di unificare le visioni sulla ricostruzione di Gaza e sulla situazione nell’enclave dopo la fine dell’aggressione israeliana”, ha detto Taysir Nasrallah, “La tendenza generale va verso la ricostruzione dell’enclave, la fornitura di aiuti e la gestione del territorio in coordinamento tra i due gruppi, sotto l’egida dell’Autorità palestinese”.

Secondo un funzionario di Hamas, alcuni colloqui avvenuti al Cairo con Fatah, insieme con rappresentanti dell’intelligence egiziana, si sono conclusi con un accordo per la formazione di un comitato che amministrerà Gaza dopo la guerra, riferisce il quotidiano del Qatar Al Araby al Jadeed. La fonte ha riferito che Hamas ha presentato un progetto dettagliato anche sui poteri del comitato, mentre la delegazione di Fatah ha chiesto una revisione della sua leadership centrale, che richiede ulteriori incontri.

In precedenza, il giornale qatariota aveva rivelato che, dopo consultazioni interne, Hamas ha mostrato flessibilità riguardo alla proposta di formare un comitato che dovrà essere decretato dal presidente dell’Autorità palestinese e composto da tecnici. Secondo al Araby al Jadeed, il comitato dovrebbe gestire gli affari civili e di soccorso nella Striscia, oltre a supervisionare il lavoro dei valichi.

Fonti diplomatiche vicine al ‘dossier’ indicano che sia l’Egitto che il Qatar stanno cercando di superare le “nuove sfide” poste dalle proposte discusse nei giorni scorsi a Doha e al Cairo, incentrate su “una tregua breve” che servirebbe a “generare fiducia per raggiungere un accordo integrato”. Tuttavia, diversi “ostacoli” sono emersi in questa proposta, che indica una tregua a Gaza indipendente dalla situazione in Libano, cosa che né Hezbollah né Hamas sembrano disposti ad accettare, chiedendo in cambio un piano globale di cessate il fuoco.

Ma sul versante israeliano procedono invece i progetti per rendere l’occupazione di Gaza irreversibile. Con lo slogan “Gaza è nostra, per sempre”, un gran numero di estremisti israeliani e politici di destra si sono incontrati nell’insediamento di Be’eri, vicino alla regione di confine con Gaza, il 20 e 21 ottobre scorsi. Tra loro c’erano i ministri israeliani Itamar Ben-Gvir, May Golan e Bezalel Smotrich, così come dieci deputati del Likud di Netanyahu.

L’evento, intitolato “Prepararsi a reinsediare Gaza”, è stato organizzato da uno dei movimenti di coloni più estremisti di Israele, Nachala, guidato dalla famigerata Daniella Weiss.

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23/07/2024

A Pechino riunione delle organizzazioni palestinesi. Firmata una dichiarazione comune

Diverse organizzazioni palestinesi, tra cui Hamas e Al Fatah, hanno firmato ieri la Dichiarazione di Pechino, accettando essenzialmente di porre fine alle loro divisioni e rafforzare l’unità palestinese.

La firma conclude tre giorni di dialogo di riconciliazione tra 14 gruppi palestinesi nella capitale cinese.

La dichiarazione ha affermato che i gruppi palestinesi “hanno concordato sul raggiungimento di un’unità nazionale completa che includa tutte le fazioni palestinesi nell’ambito dell’OLP, e sull’impegno per la creazione di uno Stato palestinese indipendente con Gerusalemme come capitale, in conformità con le risoluzioni delle Nazioni Unite e garantendo il diritto al ritorno come previsto dalla risoluzione 194”.

I gruppi palestinesi hanno anche concordato di “unire gli sforzi nazionali” per fermare il genocidio israeliano a Gaza e per resistere ai tentativi di espulsione dei palestinesi dalle loro terre.

Ai colloqui hanno partecipato il Movimento Fatah, il Movimento Hamas, il Fronte Palestinese per la Liberazione della Palestina (PFLP), il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina (FDLP) e altri gruppi palestinesi.

“Oggi firmiamo un accordo per l’unità nazionale e diciamo che la strada per completare questo viaggio è l’unità nazionale. Siamo impegnati per l’unità nazionale e la chiediamo”, ha detto l’alto funzionario di Hamas Musa Abu Marzuk.

Hamas e Fatah si erano già incontrati in Cina ad aprile per discutere degli sforzi di riconciliazione per porre fine a 17 anni di dispute.

La Cina descrive il risultato come un accordo per governare insieme la Striscia di Gaza una volta terminata la guerra in corso

Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha salutato l’intesa tra 14 diverse fazioni palestinesi sull’istituzione di un “governo di riconciliazione nazionale ad interim” a Gaza, nella fase successiva alla guerra.

“Il punto più importante è l’accordo per formare un governo di riconciliazione nazionale provvisorio attorno al governo di Gaza del dopoguerra”, ha detto Wang nei primi commenti seguiti alla firma della ‘Dichiarazione di Pechino’ da parte dei diversi rappresentanti giunti nella capitale cinese.

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10/05/2024

I gruppi palestinesi creeranno un nuovo progetto politico palestinese?

Al Cairo, i rappresentanti di Hamas hanno tenuto negoziati indiretti con Israele per un cessate il fuoco. Il punto critico di diversi incontri è stato l’ordine degli eventi. Israele voleva che gli ostaggi fossero liberati prima di interrompere i bombardamenti, mentre Hamas sosteneva che i bombardamenti dovevano cessare per primi.

Israele ha chiesto il disarmo e lo smantellamento di Hamas, una richiesta massimalista che difficilmente sarà soddisfatta. Hamas, invece, vorrebbe non solo un cessate il fuoco, ma anche la fine della guerra, rendendo più difficile il compito dei negoziatori egiziani e qatarioti.

Il miglior risultato possibile dei colloqui del Cairo è la fine dell’attuale guerra genocida contro i palestinesi di Gaza. I negoziati per porre fine alla guerra hanno assunto un’ulteriore urgenza quando Israele ha bombardato la periferia di Rafah, l’unica città di Gaza non ancora decimata da Israele. Senza un luogo dove fuggire, i civili palestinesi di Rafah non possono essere al riparo da nessun attacco, anche se quelli attuali non sono violenti come quelli condotti dall’esercito israeliano contro Gaza City e Khan Younis.

Questi attacchi hanno creato 37 milioni di tonnellate di macerie, piene di sostanze contaminanti e di un numero immenso di bombe inesplose (che richiederanno 14 anni per essere disarmate).

Israele ritiene che gli ultimi resti organizzati di Hamas si trovino a Rafah e che per distruggerli dovrà bombardare i milioni di sfollati che vi abitano, oppure dovrà accettare di autodistruggersi attraverso i negoziati. Entrambe le cose sono inaccettabili per i palestinesi, che non vogliono né altre vittime civili né la disgregazione di uno dei più accaniti difensori del diritto dei palestinesi all’autodeterminazione.

Nonostante l’accordo di Hamas con la proposta di cessate il fuoco, Israele ha lanciato violenti attacchi a Rafah e ha preso il controllo del valico verso l’Egitto (tagliando così la principale via di accesso per gli aiuti a Gaza). I colloqui continuano, ma Israele non è disposto a prenderli sul serio.

Unità palestinese

Il disprezzo di Israele per i negoziati e il livello di violenza possono essere misurati sulla base di due realtà politiche. Non prende sul serio i negoziati con i palestinesi e ritiene di poter bombardare impunemente.

Questo perché, in primo luogo, Israele è pienamente sostenuto dagli Stati del Nord globale (principalmente Stati Uniti ed UE) e, in secondo luogo, non considera le opinioni politiche palestinesi come vitali perché è riuscito a rompere l’unità politica tra i palestinesi ed è riuscito a disorientare politicamente le varie fazioni con l’arresto dei loro principali leader.

Questo non vale completamente per Hamas, la cui leadership è riuscita a stabilire sedi operanti a Damasco e poi a Doha, in Qatar. Sebbene sia impossibile immaginare un rapido cambio di rotta da parte dei Paesi del Nord globale, è diventato del tutto chiaro alle fazioni palestinesi che, senza la loro unità, non ci sarà modo di costringere Israele a porre fine alla sua guerra genocida e poi, naturalmente, alla sua occupazione delle terre palestinesi combinata con le sue politiche di apartheid all’interno di Israele.

Alla fine di aprile del 2023, Hamas aveva incontrato Fatah, l’altra grande forza politica palestinese, in Cina, come parte di un lungo processo per creare un terreno comune tra loro.

Le relazioni tra questi due grandi partiti politici si sono interrotte nel 2006-07, quando Hamas ha vinto le elezioni politiche a Gaza e Fatah – responsabile dell’Autorità Nazionale Palestinese – ha contestato questi risultati; infatti, le due fazioni si sono combattute militarmente a Gaza prima che Fatah si ritirasse in Cisgiordania.

Durante la guerra genocida di Israele, sia Fatah che Hamas hanno cercato di colmare il divario e di non permettere che le loro differenze permettessero sia l’espulsione dei palestinesi da Gaza che la sconfitta degli obiettivi politici palestinesi in generale. Alti rappresentanti di questi due partiti si sono incontrati a Mosca all’inizio dell’anno e di nuovo in Cina a maggio.

Per questo incontro in Cina, Fatah ha inviato i suoi leader più anziani, tra cui Azzam al-Ahmad (che fa parte del comitato centrale e guida il team di riconciliazione palestinese), mentre Hamas ha inviato leader altrettanto anziani, tra cui Mousa Abu Marzouk (membro dell’Ufficio politico del partito e ministro degli Esteri de facto).

I negoziati non hanno portato a un accordo finale, ma – come parte di un lungo processo – hanno approfondito il dialogo e la volontà politica delle due parti di lavorare insieme contro la guerra genocida israeliana e l’occupazione.

Sono in programma altri incontri ad alto livello, cui seguirà una dichiarazione congiunta sulla richiesta, incoraggiata dal Presidente cinese Xi Jinping, di una conferenza di pace internazionale per porre fine alla guerra e una piattaforma palestinese congiunta sulla via da seguire.

Lacune

Fatah, l’ancora dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), fu fondata nel 1959 da tre uomini, due dei quali provenivano dai Fratelli Musulmani (Khalil al-Wazir e Salah Khalaf) e uno che proveniva dall’Unione Generale degli Studenti Palestinesi e che alla fine sarebbe diventato il leader principale (Yasser Arafat).

L’OLP si affermò come il fulcro della lotta palestinese contro “la catastrofe del 1948” che aveva fatto perdere loro le terre, li aveva resi cittadini di seconda classe in Israele e aveva mandato centinaia di migliaia di palestinesi in esilio per decenni.

L’impronta dei Fratelli Musulmani non si affermò all’interno dell’OLP, che assunse un tono di liberazione nazionale, acuito dalla presenza di varie fazioni di sinistra, come il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP, costituito nel 1967) e il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina (FDLP, costituito nel 1968).

L’OLP divenne egemone nella lotta palestinese, coordinando il lavoro politico nei campi degli esuli e la lotta armata dei fedayeen (combattenti). Le fazioni dell’OLP affrontarono l’attacco concertato di Israele, che invase il Libano per esiliare la leadership e il suo nucleo in Tunisia.

Con la caduta dell’URSS, l’OLP iniziò a negoziare seriamente con gli israeliani e gli Stati Uniti, che imposero ai palestinesi una forma di resa tramite gli Accordi di Oslo del 1993.

Fatah assunse la guida dell’Autorità Palestinese, che operò in parte per mantenere l’occupazione israeliana di Gerusalemme Est, Gaza e Cisgiordania.

In collera per quella che sembrava essere una resa palestinese a Oslo, nel 1993 otto fazioni formarono l’Alleanza delle fazioni palestinesi. All’interno di questa Alleanza, i gruppi più numerosi appartenevano alla tradizione dei Fratelli Musulmani. Tra questi, la Jihad islamica palestinese (costituita nel 1981) e Hamas (costituita nel 1987). Il FPLP e il FDLP hanno inizialmente aderito a questa alleanza, ma ne sono usciti nel 1998 per divergenze con i partiti islamici.

I partiti islamisti hanno vinto le elezioni parlamentari a Gaza con un sottile margine (il 44% di Hamas contro il 41% di Fatah), un risultato che ha fatto arrabbiare Israele e gli Stati del Nord globale, che hanno cercato di indebolirli.

Essendo stata negata loro la possibilità di raggiungere il potere politico attraverso le urne, e dovendo affrontare il soffocamento e i bombardamenti israeliani su Gaza, sia Hamas che la Jihad islamica hanno rafforzato le loro ali armate e si sono difese dall’umiliazione e dagli attacchi.

Ogni tentativo di protesta pacifica – compresa la Lunga Marcia del Ritorno nel 2018 e nel 2019 – è stato accolto dalla violenza israeliana. Non c’è mai stato un momento in cui la popolazione di Gaza abbia vissuto un anno di pace dal 2007. L’attuale bombardamento, tuttavia, è di una portata diversa rispetto anche ai peggiori attacchi precedenti da parte di Israele nel 2008 e nel 2014.

I principali disaccordi politici tra le fazioni palestinesi includono la diversa interpretazione degli accordi di Oslo, le rispettive ambizioni di controllo politico e le distinte aspirazioni per la società palestinese. Il fatto che i loro leader politici siano stati imprigionati per decenni e che sia stata loro impedita una normale attività politica democratica (come il mantenimento delle strutture politiche e la sensibilizzazione della popolazione) ha impedito loro di colmare le rispettive distanze. Tuttavia, in carcere la leadership ha dialogato a lungo su questi temi.

Subito dopo le elezioni parlamentari a Gaza, i leader delle cinque principali fazioni imprigionate nella prigione israeliana di Hadarim hanno scritto un Documento di conciliazione nazionale dei prigionieri. Marwan Barghouti di Fatah, Abdel Raheem Malluh del FPLP, Mustafa Badarneh del FDLP, Abdel Khaleq al-Natsh di Hamas e Bassam al-Saadi del Jihad Islamico.

Il Documento dei prigionieri, che è stato ampiamente diffuso e discusso, chiedeva l’unità palestinese e la fine di “tutte le forme di divisione che potrebbero portare a conflitti interni“. Il testo non definiva una nuova agenda politica palestinese, ma invitava le varie fazioni “a formulare un piano palestinese finalizzato a un’azione politica globale“. Lo sviluppo di questo piano, dopo quasi 20 anni, è uno dei principali obiettivi dei colloqui tra le varie organizzazioni politiche palestinesi.

Si concorda sul fatto che il primo compito sia quello di impedire l’attacco a Rafah e di porre fine alla guerra genocida contro i palestinesi. Tuttavia, subito dopo, la sensazione è che il malessere politico che ha colpito il popolo palestinese debba essere superato e che si debba utilizzare un nuovo progetto politico per motivare una nuova atmosfera politica tra i palestinesi all’interno dei confini di Israele, nei Territori Palestinesi Occupati di Gerusalemme Est, Gaza e Cisgiordania, nei campi profughi in Libano, Giordania e Siria e nei 6 milioni di palestinesi della diaspora.

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18/03/2024

Aspri contrasti tra Anp e le altre organizzazioni palestinesi. Quello di cui non c’era proprio bisogno

Se la riunione a Mosca lo scorso 29 febbraio delle maggiori organizzazioni della resistenza palestinese – da Al Fatah ad Hamas, dal Fplp alla Jihad – aveva fatto ben sperare, lo sviluppo degli avvenimenti e della discussione nei giorni scorsi ha imbroccato una strada decisamente controproducente, soprattutto in un momento in cui sia a Gaza che in Cisgiordania il popolo palestinese è sottoposto ad un genocidio e ad una oppressione sistematica e brutale da parte di Israele.

È vero che la riunione di Mosca delle organizzazioni palestinesi aveva prodotto un comunicato unitario al di sotto delle aspettative e della necessità, ma il messaggio di un incontro di tutte le organizzazioni e l’aver riaffermato l’OLP come legittimo rappresentante del popolo palestinese, era stato un segnale importante.

Negli ultimi quattro giorni invece si è andata riaprendo una contraddizione tra Al Fatah – al governo nell’ANP – e le altre organizzazioni palestinesi che sarebbe stato meglio affrontare per tempo piuttosto che far esplodere.

Venerdì quattro organizzazioni palestinesi – Hamas, Jihad Islamica, Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e Movimento di Iniziativa Palestinese – hanno criticato la decisione del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas di formare un nuovo governo senza un consenso nazionale, descrivendo tale decisione come “un rafforzamento della politica di esclusività e un approfondimento della divisione”.

La crisi è iniziata in seguito alla decisione di Abbas di accettare le dimissioni del governo di Mohammed Shtayyeh. Shtayyeh aveva motivato la decisione affermando che “la prossima fase e le sue sfide richiedono nuovi accordi governativi e politici che tengano conto della nuova realtà di Gaza”.

Alcune organizzazioni palestinesi, tuttavia, speravano che un nuovo governo potesse, anche se nominalmente, riflettere un certo grado di consenso e unità tra i palestinesi. Tuttavia, non è stato così, poiché il nuovo governo dell’Autorità Nazionale Palestinese sembra una riproduzione dei precedenti governi.

Il mese scorso, Mohammad Shtayyeh si è dimesso da primo ministro, e giovedì Abu Mazen ha nominato Mohammad Mustafa, il capo del Fondo per gli investimenti palestinesi, come prossimo primo ministro, in una mossa che non è stata discussa con le altre organizzazioni palestinesi e che è stata vista come un’apertura alle richieste degli Stati Uniti di “riforma dell’Anp” anche in vista del “day after” a Gaza.

Le quattro organizzazioni palestinesi si sono pronunciate pubblicamente contro la decisione, accusando Abu Mazen di “prendere decisioni individuali e di impegnarsi in passi superficiali e vuoti come la formazione di un nuovo governo senza consenso nazionale”.

Al Fatah ha risposto prontamente alle accuse, ma invece di concentrarsi sulla questione del governo, ha accusato la Resistenza palestinese a Gaza di essere in ultima analisi responsabile del genocidio israeliano nella Striscia.

La dichiarazione afferma che Hamas ha “causato il ritorno dell’occupazione israeliana di Gaza” “intraprendendo l’avventura del 7 ottobre”.

Ciò ha portato, secondo la dichiarazione di Al Fatah, a una “catastrofe ancora più orribile e crudele di quella del 1948”, un riferimento alla Nakba e allo sfollamento sionista di quasi 800.000 palestinesi dalla loro terra nella Palestina storica.

“La vera disconnessione dalla realtà e dal popolo palestinese è quella della leadership di Hamas”, ha detto Fatah, accusando Hamas di non aver “consultato” gli altri leader palestinesi prima di lanciare il suo attacco contro Israele.

Gli Stati Uniti non nascondono di volere che l’Autorità Palestinese governi Gaza come parte del loro piano del “giorno dopo” per quando la guerra finirà. A margine di un evento di un think tank in Turchia all’inizio di questo mese, il ministro degli Esteri palestinese Riyad al-Maliki ha detto che non c’è “alcun dubbio” che l’Autorità Palestinese sarà quella che governerà Gaza.

Insomma si è prodotto un pericoloso e inopportuno passo indietro proprio mentre la questione palestinese si trova su un crinale decisivo per il futuro, e almeno davanti a 32.000 morti una maggiore cautela nei passaggi da compiere sul piano della coesione interna della resistenza palestinese era quantomeno un atto dovuto.

Qui di seguito la dichiarazione congiunta di Hamas, Jihad islamica palestinese, Fronte popolare per la liberazione della Palestina e Movimento di Iniziativa Nazionale palestinese:
“Nel nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso

Alla luce del decreto emesso dal Presidente dell’Autorità Palestinese, che nomina il dottor Mohammad Mustafa a formare un nuovo governo, le fazioni nazionali palestinesi affermano quanto segue:

1. La massima priorità nazionale ora è affrontare la barbara aggressione sionista, il genocidio e la guerra per fame condotta dall’occupazione contro il nostro popolo nella Striscia di Gaza, e affrontare i crimini dei suoi coloni in Cisgiordania e Al-Quds occupata, in particolare La Moschea di Al-Aqsa e i rischi significativi che la nostra causa nazionale deve affrontare, in prima linea il rischio continuo di sfollamento.

2. Prendere decisioni individuali e intraprendere passi formali e privi di sostanza, come la formazione di un nuovo governo senza consenso nazionale, rappresenta un rafforzamento della politica di unilateralismo e un approfondimento della divisione, in un momento storico in cui il nostro popolo e la causa nazionale hanno più bisogno di consenso e unità, nonché della formazione di una leadership nazionale unificata, che prepari elezioni libere e democratiche con la partecipazione di tutte le componenti del popolo palestinese.

3. Questi passi indicano la profondità della crisi all’interno della leadership dell’Autorità [palestinese], il suo distacco dalla realtà e il divario significativo tra essa e il nostro popolo, le sue preoccupazioni e aspirazioni, il che è confermato dalle opinioni del vasto maggioranza dei nostri cittadini che hanno espresso la loro perdita di fiducia in queste politiche e orientamenti.

4. È diritto del nostro popolo mettere in discussione l’utilità di sostituire un governo con un altro e un primo ministro con un altro, provenienti dallo stesso ambiente politico e partigiano.

Alla luce dell’insistenza dell’Autorità Palestinese nel continuare la politica dell’unilateralismo, e ignorando tutti gli sforzi nazionali per unire il fronte palestinese e unirsi di fronte all’aggressione contro il nostro popolo, esprimiamo il nostro rifiuto della continuazione di questo approccio che ha danneggiato e continua a danneggiare il nostro popolo e la nostra causa nazionale.

Chiediamo al nostro popolo e alle sue forze viventi di alzare la voce e di affrontare questa follia con il presente e il futuro della nostra causa e con gli interessi, i diritti e i diritti nazionali del nostro popolo. Chiediamo inoltre a tutte le forze e fazioni nazionali, in particolare ai fratelli del movimento Fatah, di intraprendere azioni serie ed efficaci per raggiungere un consenso sulla gestione di questa fase storica e cruciale, in un modo che serva la nostra causa nazionale e soddisfi le aspirazioni del nostro popolo a estrarre i loro diritti legittimi, liberare la loro terra e i luoghi santi e stabilire il loro stato indipendente con piena sovranità e la sua capitale come Al-Quds”.

Movimento di resistenza islamica – Hamas

Movimento della Jihad islamica

Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina

Movimento di Iniziativa Nazionale Palestinese
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29/02/2024

A Mosca i colloqui tra Fatah, Hamas e altre 10 organizzazioni palestinesi

La Russia scende in campo con più decisione nella crisi mediorientale e la guerra a Gaza e si offre di mediare tra Hamas e Fatah, il partito del presidente dell’Anp Abu Mazen, nemici dal 2007. Da oggi fino al 2 marzo si svolgerà a Mosca un incontro con 12 formazioni palestinesi finalizzato, almeno secondo alcune parti, a dare vita a un governo di unità nazionale, in sostituzione di quello guidato da Mohammed Shttayeh che ha dato le dimissioni a inizio settimana.

Tuttavia questo esecutivo, che la popolazione palestinese invoca da anni, difficilmente vedrà la luce. Il ministro degli esteri dell’Anp, Riad al Malki, ha avvertito che «non bisogna aspettarsi miracoli». L’Anp a Mosca ci va, a quanto pare, per preparare il terreno a un governo tecnico di cui Hamas non dovrà fare parte. A precisarlo è stato proprio Al Malki. «Ora non è il momento per un governo di coalizione nazionale... Non è il momento giusto per un governo di cui Hamas faccia parte, perché in questo caso verrà boicottato da diversi paesi, come è successo prima e non vogliamo trovarci in una situazione del genere. Vogliamo essere accettati e impegnarci nella comunità internazionale».

Parole che non hanno fatto piacere al capo dell’ufficio politico di Hamas, Ismail Haniyeh, che ieri in occasione di una conferenza ha escluso che «ciò che non è stato ottenuto con la forza (a Gaza con l’offensiva militare israeliana, ndr) possa essere realizzato con manovre politiche». Haniyeh ha chiesto finanziamenti e armi al mondo arabo, affermando la volontà del movimento islamico di continuare a combattere le truppe israeliane se non sarà raggiunto il cessate il fuoco.

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30/03/2022

Elezioni in Palestina. Riavvicinamento tra Hamas e FPLP

Si sono svolte il 26 marzo le elezioni locali in gran parte delle maggiori città della Cisgiordania, fra cui Ramallah, Hebron, Nablus, Jenin, a seguito di un primo round tenuto nelle città più piccole a fine 2021.

Tali elezioni sono cadute in un clima di generale disillusione popolare nei confronti del quadro istituzionale, dati la nota situazione dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), apparato burocratico sostanzialmente inutile al popolo palestinese, e la divisione interna ai Territori perdurante dal 2007, da quando, cioè, a seguito di un conflitto civile armato, Hamas controlla la Striscia di Gaza, mentre Fatah continua a dominare laddove vige ancora l’ANP. Quest’ultimo fattore continua a provocare il rinvio sine die delle elezioni politiche generali e di quelle presidenziali dei Territori, svuotando ulteriormente di senso anche le tornate elettorali locali, laddove vengono tenute.

Entrambe queste tornate hanno visto l’affermazione forte di liste indipendenti, ovvero registrate a nome di nessun partito, cosa che rende difficile un’analisi politica degli esiti. Tuttavia, un fatto politico di una certa rilevanza, che potrebbe avere ripercussioni future, c’è stato: Hamas, infatti, pur boicottando ufficialmente le elezioni, ha consentito ai propri esponenti locali di prendervi parte all’interno di liste indipendenti, in alleanza con il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina (FPLP), storica organizzazione comunista.

Maher Harb, esponente del FPLP, ha dichiarato ad Al Monitor: ”La situazione politica generale ha spinto il FPLP e Hamas verso un riavvicinamento politico e nazionale. Le due fazioni concordano sui servizi e sui programmi sociali che devono essere offerti ai cittadini. Entrambi hanno nominato candidati influenti e socialmente accettabili in grado di soddisfare le richieste del popolo”.

Sul fronte di Hamas, Fazza Sawafta, dirigente della Cisgiordania, ha dichiarato sempre ad Al Monitor: ”L’alleanza tra Hamas e il FPLP è necessaria e dovrebbe essere favorita in vari aspetti della vita politica, alla luce della convergenza nel programma politico tra le due fazioni. La nostra alleanza è fonte di preoccupazione per Fatah e l’ANP, in quanto il FPLP fa parte dell’OLP. Abbiamo cercato di costruire l’OLP su solide fondamenta, ma Fatah e l’ANP hanno rifiutato e richiesto il riconoscimento dei principi del Quartetto internazionale [riconoscimento dello stato israeliano, rinuncia alla resistenza armata], il che ha ostacolato gli sforzi di riconciliazione”.

Sembra proseguire, così, il processo di riavvicinamento graduale di Hamas all’”Asse di resistenza”, di cui il FPLP è alleato fondamentale. Durante i primi anni della crisi siriana, il movimento islamico aveva privilegiato la propria appartenenza alla Fratellanza Musulmana, schierandosi a favore dei ribelli jihadisti contro Damasco e contando, più in generale, sull’emersione dei Fratelli Musulmani come nuovo soggetto regionale forte e legittimato da tutte le principali potenze internazionali, a seguito delle cosiddette primavere arabe.

Successivamente, prendendo atto del fallimento dell’operazione di regime change in Siria, della caduta di Al-Morsi in Egitto e del generale cambiamento dei rapporti forza in Medio Oriente, Hamas ha cambiato parzialmente il proprio gruppo dirigente e ha riorientato la propria linea.

Fonte

18/06/2018

Forti contrapposizioni nella resistenza palestinese. Scontro politico sulle manifestazioni contro l’Anp

Ci sono problemi tra le organizzazioni della resistenza palestinese. Non è la prima volta che accade e ci coinvolge. Era accaduto in Libano nel 1983 e a Gaza nel 2006. Ci sono problemi che portano a contrapposizioni frontali che non vorremmo vedere ma che sono parte di ogni processo reale e delle forze che le animano. In particolare lo scontro riguarda l’atteggiamento dell’Anp verso alcune manifestazioni di protesta avvenute nei giorni scorsi In Cisgiordania, nei territori palestinesi amministrati dall’Autorità Nazionale Palestinese. Le manifestazioni contestavano le misure restrittive decise dall’Anp verso Gaza amministrata da Hamas e la polizia palestinese ha arrestato dieci manifestanti. Non è la prima denuncia su questo aspetto.

In questi giorni abbiamo ricevuto un documento dei compagni palestinesi dell’Udap e un articolo di replica del compagno palestinese Bassam Saleh di cui spesso abbiamo ospitato articoli sul nostro giornale. Sono, in entrambi i casi, compagni che conosciamo a stimiamo da anni. Riproduciamo qui di seguito il comunicato dei compagni vicini all’Udap e l’articolo del compagno Bassam Saleh (la prima vicina alle posizioni del Fplp, il secondo di Al Fath), consentendo ai lettori di Contropiano di avere a disposizione due punti di vista diversi e purtroppo contrapposti. Con l’augurio che la divisione tra le componenti nel movimento di resistenza palestinese venga superata.

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Comunicato dell’Unione delle Comunità e Organizzazioni Palestinesi in Europa sulla repressione esercitata dall’Autorità Nazionale Palestinese contro le pacifiche manifestazioni popolari tenutesi nelle città di Ramallah e Nablus.

L’Unione delle Comunità e Organizzazioni Palestinesi in Europa condanna fermamente i vergognosi crimini commessi dai servizi di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese nelle città di Ramallah e Nablus e ne attribuisce la completa responsabilità e conseguenze alla dirigenza dell’Autorità e dell’OLP. Questa barbara repressione va contro qualunque principio del nostro popolo e della sua lotta.

Le azioni commesse ieri dall’ANP nella Cisgiordania occupata, unite all’imposizione da parte delle sue dirigenze di ingiuste ed illegali sanzioni contro la popolazione di Gaza, confermano la natura di questa autorità, mero strumento di guardia dell’entità sionista e anch’esso oppressore del nostro popolo in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Il compito dell’ANP è quello di assediare la resistenza palestinese e facilitare ambigui accordi politici che ledono i legittimi diritti nazionali e la dignità dell’intero popolo palestinese.

Nello stesso momento in cui l’entità sionista porta avanti, in tutte le sue forme, l’aggressione, l’assedio, gli arresti, l’esproprio di terre, la demolizione di case, la fame imposta assieme a vere e proprie stragi collettive, l’Autorità Palestinese finalizza il lavoro delle forze di occupazione imponendo ulteriori sanzioni contro il nostro popolo, chiudendo qualunque interlocuzione politica e parlando alle masse popolari col solo linguaggio della violenza, dei manganelli e degli insulti.

L’Unione delle Comunità condanna queste pratiche criminali ed invita le masse e le comunità palestinesi ed arabe in Europa, con particolare riguardo i giovani, a mettersi di fronte alle proprie responsabilità contribuendo alla mobilitazione popolare per sostenere il nostro resiliente popolo in Palestina, sostenendo la sua lotta e portando avanti pressioni contro l’occupazione, l’autorità palestinese, le sue ambasciate e i suoi rappresentanti all’estero affinché cessino le sanzioni contro la Striscia di Gaza. Per questo è necessario che le mobilitazioni arrivino nella Diaspora e in Europa.

L’Unione delle Comunità considera la battaglia per la fine dell’assedio e delle sanzioni contro Gaza, assieme al contrasto all’aggressione dell’ANP ai diritti e alla dignità del nostro popolo in Palestina, parte integrante ed indivisibile della lotta del movimento di liberazione nazionale del popolo palestinese.

Libertà ai prigionieri nelle carceri dell’ANP

Saluti e auguri di pronta guarigione ai feriti

Vergogna agli oppressori del nostro popolo, dei suoi diritti e della sua dignità

Unione delle Comunità e Organizzazioni Palestinesi in Europa
14 giugno 2018

– LINK AL COMUNICATO SUL SITO DELL’UDAP

– LINK ALLE IMMAGINI DEGLI EVENTI DI IERI SERA

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Diritto di espressione nella nascente democrazia palestinese

di Bassam Saleh

Il diritto di manifestare, di fare sit-in, di organizzarsi, di scioperare, la libertà di espressione e le elezioni sono diritti garantiti dalla legge fondamentale a tutto il popolo palestinese. Questo non vuol dire che non ci siano delle cadute qua o là nella storia palestinese e dell’Autorità palestinese, e nella nostra nascente democrazia. Malgrado la permanente occupazione militare sionista, l’esperienza democratica palestinese regge ed è protetta dalla legge fondamentale e dall’autorità nazionale palestinese che opera, in una situazione impossibile, per approfondire e stabilire la democrazia nella realtà nazionale palestinese, e cerca di consolidarla nella coscienza collettiva e individuale della società.

Questa nascente democrazia è sotto attacco da parte di varie forze nemiche israeliane e da parte di chi ha attuato la secessione di Gaza con le armi, comprese anche diverse organizzazioni non governative (Ong) e purtroppo alcune opposizioni patriottiche, che cercano di sfruttare questa democrazia e abusarne (con le dovute differenze tra queste componenti), pugnalandola alle spalle.

Un uso assurdo e scandaloso, e, talvolta, abusivo e sospettoso, oltre che dannoso, di giuste manifestazioni di rivendicazione o altri eventi politici. Questo distorto uso della democrazia colpisce negativamente l’approfondimento dei fatti. Perché alcune forze ben pagate, che hanno una agenda non patriottica, o i golpisti di Hamas, e altri sotto copertura, in contrasto con il progetto nazionale palestinese, cercano di infiltrarsi nei percorsi democratici per diffondere il caos e diffamare il progetto nazionale, distorcere il ruolo e lo status dell’Autorità Nazionale e degli apparati di sicurezza, e oltraggiare la persona del presidente del popolo palestinese con cavilli e osservazioni fuorvianti. Dall’altra parte, c’è una opposizione nazionale e sociale che svolge le sue diverse attività sul terreno per rafforzare il partenariato politico, e che lavora per correggere carenze ed errori nella composizione delle istituzioni dell’Autorità Nazionale e nell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, senza esagerazioni e cieco estremismo, e quelle tendenze infantili che influenzano alcuni adolescenti.

La manifestazione che ha avuto luogo la sera di domenica scorsa a piazza Manara, tra le città di Ramallah e di Al-Bireh, convocata dai gruppi di ONG con l’adesione di alcune delle forze di sinistra, e (dietro le quinte) rappresentanti di Hamas, della Jihad islamica e altri, in linea di principio è stata una manifestazione legittima; è diritto delle varie forze manifestare, nel caso in cui sentissero che ci sono posizioni che non sono positive e che hanno una ricaduta negativa sul popolo e sui suoi diversi settori, o effetti negativi sui loro interessi personali e sociali.

Infatti, i manifestanti hanno svolto la loro manifestazione senza incidenti, esprimendo una grande e dovuta solidarietà con le rivendicazioni dei loro fratelli di Gaza e appoggiando il loro diritto come dipendenti ad avere lo stesso trattamento economico dei dipendenti in Cisgiordania.

Ma alcuni gruppi infiltrati e sul libro paga di forze estranee si sono mescolati ai manifestanti, sollevando slogan osceni e ostili all’Autorità e al suo legittimo presidente Abu Mazen, con infamanti e infondate accuse. Questi slogan politici riflettono gli scopi malevoli delle forze trincerate contro la legittimità nazionale. E con malevolenza si sono infiltrati nella schiera dei manifestanti come “il veleno nel miele”, cercando di deviare la bussola della manifestazione, scagliando contro la leadership palestinese accuse insopportabili e fuori luogo.

Alcuni hanno cercato di distogliere l’attenzione dall’obiettivo della dimostrazione, di ripulire la faccia di chi ha causato la secessione di Gaza dalla Cisgiordania, dimenticando 12 anni di divisione che hanno causato crimini e sventure alla causa del popolo palestinese in generale e alla popolazione della Striscia di Gaza in particolare, soprattutto perché alcune delle forze coinvolte, già da undici anni, hanno chinato la testa in modo non dignitoso davanti al dispotismo dei golpisti di Hamas.

Inoltre, le poche volte in cui hanno provato a esprimere apertamente il loro rifiuto alle violazioni di Hamas a Gaza, Khan Younis, Jabalia, Rafah e Gaza centrale, hanno avuto la loro parte di manganellate, oltre a subire persecuzioni e prigione, e persino minacce di morte. Questi gruppi, rassegnati e alla ricerca del quieto vivere con Hamas, praticano il lavoro della Croce Rossa, attestandosi sulla neutralità tra i patrioti e le canaglie che sono fuori legge e fuori della legittimità nazionale.

Senza voler riaprire le ferite di alcune delle forze di opposizione, che hanno abbassato la testa, con posizioni non commisurate, con i loro riferimenti ideologico-politico-intellettuali, di strategia politica e tattica, posizioni che hanno deteriorato il ruolo da loro adottato nel complesso del progetto nazionale, caduto nella miseria della loro ingenua scommessa utilitaristica, e hanno accettato di partecipare ad un piano ben orchestrato con l’obiettivo di destabilizzare la situazione di sicurezza in Cisgiordania, trascinandola in un scontro militare fra palestinesi con l’intervento dell’esercito di occupazione.

Questo non serve ad altro che a preparare il terreno al piano di Trump, che mira alla liquidazione della causa palestinese, e lo si vede dal trasferimento dell’ambasciata USA a Gerusalemme e dalle frequenti votazioni americane all’Onu contro ogni tentativo di decisione a favore della Palestina. Tutto avviene nel momento in cui la leadership palestinese sta affrontando con grande coraggio il piano sionista e americano, sostenuto da alcuni regimi arabi, sia a livello interno che internazionale e regionale, e mentre il popolo palestinese continua la sua lotta pacifica contro l’occupazione, sia in Cisgiordania sia a Gerusalemme e a Gaza, con le grandi manifestazioni per il diritto al ritorno, pagando un caro prezzo in vite umane, per ricordare al mondo intero che dopo 70 anni sta aspettando l’attuazione della risoluzione 194 per ritornare in Palestina.

Tuttavia, sulla questione della riduzione degli stipendi dei dipendenti di Gaza vale la pena sottolineare ciò che hanno confermato il Comitato Esecutivo dell’Olp e il Comitato centrale del movimento Fatah, cioè che nell’interesse nazionale gli stipendi al personale della Striscia di Gaza vanno corrisposti, per intero e senza riduzione, come ai loro colleghi in Cisgiordania, e senza deroga. Perché lo stipendio è un diritto garantito dalla legge e dalla legittimità dell’Olp, unico legittimo rappresentante del popolo palestinese a cui alcuni, invano, hanno cercato di creare un’alternativa, alla vigilia della seduta del Consiglio Nazionale Palestinese (il parlamento palestinese) tenutasi il mese scorso. Tentativo, voluto da Hamas e Jihad islamica con l’alleanza di ciò che è rimasto della sinistra palestinese, che è fallito. Ci rincresce tanto la mancata presenza al CNP dei compagni del FPLP, che non hanno voluto partecipare al CNP di Ramallah occupata, dimenticando che il Segretario generale del Fronte, Mustafa Abu Ali, è stato assassinato nei Territori occupati, dove svolgeva il suo lavoro, e un altro Segretario, Ahmad Sa’adat, è stato arrestato nei Territori occupati. Quindi mettersi sotto la tutela e accettare il ricatto di Hamas, in cambio di poche agevolazioni a Gaza, vale più dell’unità nazionale! Una caduta imperdonabile.

Detto ciò per chiarezza, trovo importante precisare che l’ANP è una conquista delle lotte palestinesi, nel bene e nel male, e va protetta e riformata perché è il nucleo dello Stato palestinese riconosciuto dall’Assemblea generale dell’Onu. Vale lo stesso discorso per l’Olp, che è la casa di tutti i palestinesi; accusarla e diffamarla, come fanno alcune fazioni palestinesi, serve solo ai piani sionisti di liquidazione della causa palestinese. Leggo nei comunicati che sono usciti subito dopo i fatti di Ramallah e Nablus miopia politica e infantilismo. Chi mette la lotta di liberazione dall’occupazione coloniale allo stesso livello della lotta contro l’Autorità nazionale, di sicuro tradisce i principi rivoluzionari della sua organizzazione.

Penso che la stragrande maggioranza del popolo palestinese considera che il nemico principale è l’occupazione sionista, avamposto dell’imperialismo mondiale che i palestinesi da oltre cento anni stanno combattendo per il loro diritto all’autodeterminazione, alla libertà e l’indipendenza.

Infine, i fedeli alla legittima leadership e alle istituzioni nazionali palestinesi esprimono la ferma condanna a qualsiasi forma di repressione, e riaffermano che la libertà di espressione, in tutte le sue forme, è garantita a tutti dalla legge fondamentale palestinese. E chiediamo una commissione di indagine sui fatti accaduti. Ricordiamo anche che nei paesi democratici non è permesso manifestare senza l’autorizzazione delle autorità competenti. Ci sentiamo in dovere di difendere tutte le organizzazioni palestinesi, rifiutando di condannare qualsivoglia di esse o di registrarle sulla lista nera; l’esempio più recente è l’ultimo, fallito (per rigetto dei paesi arabi) tentativo americano all’Assemblea dell’Onu di condannare alla pari Israele e Hamas.

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18/04/2018

Gaza - Pressioni egiziane per mettere fine alla Marcia del ritorno

Fonti giornalistiche di Gaza riferiscono oggi a Nena News che si fanno più intense le pressioni dell’Egitto sui palestinesi affinché pongano termine alla Grande Marcia del Ritorno, le manifestazioni popolari cominciate venerdì 30 marzo, per chiedere la fine del blocco di Gaza e il ritorno ai villaggi d’origine, che hanno portato decine di migliaia di palestinesi a ridosso delle linee di demarcazione con Israele. Raduni ai quali l’esercito dello Stato ebraico – che considera la Marcia una “provocazione a scopo terroristico” del movimento islamico Hamas – ha risposto impiegando tiratori scelti che hanno fatto sino ad oggi oltre 30 morti e molte centinaia di feriti da arma da fuoco tra i palestinesi che si erano avvicinati alle barriere di separazione.
 
Venerdì sono previsti nuovi raduni di massa nei cinque accampamenti eretti lungo le linee con Israele per ricordare i “martiri e i prigionieri politici palestinesi”. Tuttavia, avvertono le nostre fonti, gli egiziani insistono: le manifestazioni devono cessare o svolgersi a grande distanza dalle barriere con lo Stato ebraico poiché rappresentano un “fattore di instabilità” che mina gli interessi di sicurezza dell’Egitto.

I funzionari egiziani sono stati molti chiari su questo punto con la delegazione di Hamas, guidata da Saleh al Arouri e Moussa Abu Marzuk, convocata ieri al Cairo per discutere della riconciliazione tra il movimento islamico e il partito Fatah, spina dorsale dell’Autorità Nazionale del presidente palestinese Abu Mazen. L’Egitto inoltre avrebbe intimato ad Hamas di consegnare la Striscia di Gaza ad Abu Mazen, come previsto dagli accordi raggiunti lo scorso anno al Cairo. In caso contrario, minaccia, isolerà il movimento islamico e impedirà ai suoi dirigenti di lasciare Gaza attraverso il valico di Rafah. Al Cairo si troverebbe anche Mahmoud al Aloul, il numero due di Fatah. Non è escluso un suo incontro con i dirigenti di Hamas.

L’Egitto, aggiungono le fonti, allo stesso tempo continua a premere su Abu Mazen affinché prenda in considerazione il cosiddetto “Accordo del secolo” il presunto piano di pace dell’Amministrazione Trump non ancora annunciato ufficialmente. I palestinesi lo rifiutano perché  – stando ad alcuni dei suoi punti anticipati dai giornali – è apertamente sbilanciato dalla parte di Israele e non garantisce la creazione dello Stato di Palestina.

Con un messaggio fatto arrivare alla stampa nel 16esimo anniversario della sua detenzione, il più noto dei prigionieri politici palestinesi, Marwan Barghouti, ha chiesto ad Abu Mazen di respingere l'Accordo del secolo”.Dobbiamo renderci conto” ha scritto‎ l’ex segretario del partito Fatah, incarcerato in Israele, ‎‎che fra uno o cinque anni Donald Trump non ci sarà più mentre Gerusalemme, la Palestina ed il suo popolo rimarranno e porteranno avanti la resistenza e la lotta contro il colonialismo sionista‎‎”. I palestinesi hanno diritto di ‎resistere in tutti i modi, anche in forma armata ha lasciato capire Barghouti limitando però il raggio d’azione della resistenza ai Territori palestinesi occupati. Noto  come il “Mandela palestinese”, Barghouti è sempre molto popolare e nei sondaggi resta uno degli esponenti politici preferiti, posizionato più in alto rispetto ad Abu Mazen e al leader di Hamas Ismail Haniyeh.

Intanto il ministro della difesa israeliano Avigdor Lieberman riafferma la linea dura contro la Marcia del Ritorno. Ieri, in una intervista rilasciata a “Walla News”, ha detto che Israele non consentirà alla Striscia di Gaza “di diventare una base dell’Iran”. Secondo Lieberman e il resto del governo israeliano, sarebbe l’Iran a spingere Hamas e le altre forze palestinesi a manifestare a ridosso delle linee di demarcazione per tenere sotto pressione Israele.

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20/03/2018

Abu Mazen: "Friedman è un figlio di un cane"

“Figlio di un cane” così il presidente palestinese Abu Mazen ieri ha qualificato  l’ambasciatore Usa in Israele, David Friedman, un accanito sostenitore del movimento dei coloni israeliani nella Cisgiordania occupata. “Loro costruiscono sulle loro terre?”, ha chiesto incredulo Abu Mazen ai presenti durante una riunione  dei vertici dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) riferendosi a recenti dichiarazioni Friedman secondo il quale i coloni israeliani non violerebbero la legge internazionale e i diritti palestinesi perché vivrebbero “nella loro terra, nella terra di Israele”.  “Lui è un colono”, ha esclamato Abu Mazen che qualche settimana fa aveva rivolto un “cattivo augurio” a Donald Trump: “Possa crollare la tua casa”.

Abu Mazen conferma – anche con queste colorite imprecazioni –  la posizione di fermezza nei confronti degli Stati Uniti adottata dopo il riconoscimento di Gerusalemme come capitale d’Israele fatto a dicembre da Trump. Alla popolazione palestinese non dispiace questo approccio inedito e più battagliero ma ciò non significa che nei Territori occupati sia in sensibile aumento il gradimento del presidente dell’Anp. Tanti ritengono tardivo il “risveglio” del presidente che per due decenni ha insistito sulla possibilità di raggiungere l’indipendenza palestinese grazie proprio alla mediazione degli Stati Uniti. Inoltre l’Anp non ha ancora interrotto la cooperazione di sicurezza con Israele che la popolazione palestinese chiede con forza da anni.

Lo scetticismo perciò prevale e non pochi prevedono che Abu Mazen sarà costretto tra qualche mese a fare una retromarcia sull’esclusione degli Stati Uniti da una ipotetica futura trattativa tra israeliani e palestinesi. D’altronde Abu Mazen rischia di ritrovarsi da solo quando l’Amministrazione Usa presenterà il suo “piano di pace” alla luce delle manovre dietro le quinte di alcuni Paesi arabi del Golfo volte a dare appoggio al progetto di Trump nonostante la netta opposizione dei palestinesi.

Il piano americano, stando alle versioni apparse sulla stampa araba e israeliana, non contempla un appoggio chiaro alla soluzione a Due Stati  (Israele e Palestina) che per decenni è stato il principio di tutte le iniziative diplomatiche internazionali e che anche gli Stati Uniti hanno informalmente sostenuto fino all’ascesa al potere di Trump. E la Casa Bianca dopo aver adottato sanzioni economiche punitive  – come il taglio dei fondi Usa per l’agenzia dei profughi Unrwa – ora lascia intendere che la «pace» in Medio Oriente si può fare senza i palestinesi. I segnali inquietanti in quella direzione non mancano.

Qualche giorno fa l’Amministrazione Usa ha convocato una conferenza a Washington su come “aiutare” la Striscia di Gaza alla quale hanno partecipato Israele e i Paesi arabi ma non i palestinesi. Abu Mazen aveva respinto l’invito – ritenendo il meeting un pretesto per promovere il piano americano – ma l’assenza dei rappresentanti palestinesi non è sfociata nell’annullamento dell’incontro che invece si è svolto regolarmente con la partecipazione dei delegati arabi. A questo si aggiungono le voci, credibili, di pressioni saudite sulla presidenza palestinese affinché si dichiari pronta a negoziare le proposte americane. A dare forza a queste indiscrezioni è stato anche il recente incontro al Cairo tra il presidente egiziano Abdel Fattah el Sisi e il potente erede al trono saudita Mohammed bin Salman. I due al termine dei colloqui non hanno emesso alcun comunicato a sostegno di Abu Mazen.

Infine ad aggravare il quadro c’è la paralisi se non proprio la fine del processo di riconciliazione interna, cominciato alla fine della scorsa estate, tra Fatah, il partito guidato da Abu Mazen, e il movimento islamico Hamas che da quasi 11 anni controlla la Striscia di Gaza.  Ieri il presidente è tornato ad accusare Hamas di responsabilità nel fallimento della riconciliazione e per l’attentato a Rami Hamdallah, la settimana scorsa a Gaza, da cui il premier dell’Anp è uscito illeso. Abu Mazen ha anche preannunciato che adotterà “nuove misure” nei confronti del movimento islamista e di Gaza che potrebbero però colpire soprattutto la popolazione civile. Per questo i rappresentanti delle maggiori formazioni politiche palestinesi si sono incontrati a Gaza per rinnovare la condanna dell’attentato a Hamdallah e per invitare Abu Mazen a recarsi nella Striscia per far luce in prima persona sull’attentato.

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15/03/2018

Gaza - E' scontro Fatah - Hamas mentre la striscia affonda

di Michele Giorgio – il Manifesto

Fatah e Hamas si scambiano nuove accuse dopo l’attentato di martedì, senza conseguenze, avvenuto all’ingresso di Gaza contro il convoglio del premier dell’Anp Rami Hamdallah e il capo dell’intelligence Majd Faraj. Il presidente Abu Mazen attribuisce al movimento islamico, che controlla Gaza, tutta la responsabilità dell’accaduto. Hamas, per bocca di uno dei suoi fondatori, Mahmud Zahar, respinge l’accusa di coinvolgimento. «Se Hamas fosse stato interessato all’assassino di Hamdallah allora il primo ministro non sarebbe rimasto vivo», ha spiegato con lapidaria sincerità Zahar, riferimento nella direzione politica del braccio armato di Hamas. Le indagini sull’attentato continuano, assicura il capo delle forze di sicurezza di Gaza Tawfiq Abu Naim. Per ora non si sa nulla se non che sono stati fermati alcuni sospetti. Nessuno ha rivendicato l’attacco.

Comunque sia andata la popolazione di Gaza in poche ore ha metabolizzato l’accaduto e ieri appariva di nuovo immersa nei suoi problemi. Nessuna curiosità per il piccolo cratere aperto nell’asfalto dall’esplosione dell’ordigno nascosto ai margini della strada tra il valico di Erez e il capoluogo Gaza city. Sono troppi e sempre più difficili da risolvere i problemi di questo piccolo pezzo di terra palestinese causati soprattutto dal blocco attuato da oltre dieci anni da Israele (e dall’Egitto). Non sorprende che dei 540 milioni di dollari che le Nazioni Unite chiedono ai Paesi donatori per gli aiuti umanitari nei Territori palestinesi occupati, il 75% sia destinato proprio alla Striscia di Gaza.

Oggi a Roma è prevista una conferenza internazionale in sostegno dell’Unrwa, l’agenzia dell’Onu per i profughi palestinesi colpita dal taglio di 300 milioni di dollari nelle donazioni Usa. «L’elettricità è scarsa, l’acqua è in gran parte non potabile, l’economia è ferma, la disoccupazione sfiora il 50% tra gli adulti – ci dice Basem Abu Jrai, un ricercatore del Al Mezan for Human Rights – e le poche imprese che lavorano poi non riescono a vendere i loro prodotti fuori da Gaza. Lo scorso anno le esportazioni sono state appena il 2% rispetto al totale delle importazioni. Israele non lascia uscire nulla dalla Striscia».

Ed è paradossale che per parlare di Gaza e dei suoi problemi due giorni fa si siano incontrati alla Casa Bianca, su invito dell’Amministrazione Trump, i rappresentanti di Israele, Bahrain, Egitto, Oman, Qatar, Arabia Saudita e di vari Paesi europei in assenza dei principali interessati: i palestinesi. L’Anp ha respinto l’invito Usa non tanto, o non solo, per il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele fatto da Trump, ma perché vi ha scorto il tentativo di promuovere il “piano di pace” Usa che non prevede la nascita dello Stato di Palestina. L’inviato americano per il Medio Oriente Jason Greenblatt ha presentato una serie di misure per Gaza senza affrontare il blocco israeliano, storica causa della crisi. Alla fine l’iniziativa Usa si è rivelata per quello che era: un pretesto per far incontrare i delegati israeliani con quelli dei Paesi del blocco sunnita del Golfo.

A Washington nessuno ha affrontato le critiche che il Controllore israeliano dello Stato ha rivolto all’Esercito e al governo Netanyahu per come ha gestito l’ultima guerra contro Gaza. In particolare per la cosiddetta direttiva “Annibale” che all’inizio di agosto 2014 vide le forze armate israeliane bombardare massicciamente i quartieri orientali di Rafah in reazione alla cattura di un ufficiale dello Stato ebraico da parte di combattenti palestinesi. I civili uccisi furono oltre 100.

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16/10/2017

Fatah-Hamas, l’eterno incontro senza vie d’uscita

L’ennesimo tentativo di avvicinamento e collaborazione fra le due maggiori fazioni palestinesi (Fatah e Hamas), in atto da mesi e ufficializzato nelle ultime settimane, viene esaminato con interesse e anche con le debite precauzioni da analisti e dagli stessi militanti. Ricomporre uno scisma politico, con tanto di scia di sangue protrattasi per alcuni mesi fra il 2006 e 2007, non è semplice ma è possibile. Seppure alcuni leader sempre presenti, direttamente o indirettamente, possano intralciare più che favorire un processo per il quale alcune componenti (Fdlp) tifano, mentre altre non se ne curano (i nuclei del Jihad islamico e salafiti presenti soprattutto nella Striscia di Gaza). Interessati, invece, certi attori regionali, soprattutto quelli vicini: i governi israeliano ed egiziano.

Vediamo qualche scenario. Posto che le reciproche leadership – la vecchia guardia di Fatah legata ad Abu Mazen e la non più giovane leadership islamista di cui Haniyeh è ora l’esponente principe – guadagnano in prestigio internazionale se si presentano unite, gli osservatori più critici sostengono che il tentativo in corso sia un’operazione di realpolitik che coinvolge l’ipotesi di amministrare i reciproci territori. E li preserva da scalate di gruppi comunque presenti, i citati fondamentalisti, minoritari ma attrattivi per i più giovani. Questi gruppi lavorano sulle contraddizioni sociali esistenti, su fenomeni di corruzione che caratterizza da decenni la gestione dell’Autorità Nazionale Palestinese, oltre che su irrisolte questioni politiche.

Per far vivere i milioni di palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia il realismo amministrativo ha bisogno di risorse economiche. Quelle esistenti provengono in gran parte dalla Comunità internazionale, Stati Uniti in testa, e sono gestite dall’Anp. L’avvicinamento fra i due partiti palestinesi dovrà prevedere accordi sul delicato tema. Si vocifera che una delle concessione chieste ad Hamas è porre le proprie milizie armate (25-30.000 uomini) sotto la direzione della polizia dell’Anp. Essa, com’è noto, collabora con Israele, in tanti casi prendendone ordini o subendone smacchi di cui sono vittime i cittadini. La vicenda accaduta nel marzo scorso a Basil al-Araj non è che la punta dell’iceberg di una pseudo-sicurezza creata a misura della repressione d’Israele.

Al-Araj era stato arrestato dalla polizia palestinese con l’accusa d’essere vicino agli islamisti, rilasciato dopo alcuni mesi aveva trovato rifugio presso parenti. Nella casa dello zio a Bethlehem è stato raggiunto in piena notte da un reparto dell’esercito israeliano che l’ha assassinato. La vicenda ha avuto una certa eco perché il giovane era noto, e ha fatto dire a un esponente del movimento palestinese non violento come Mustafa Barghouti che quella morte era “un atto di uccisione illegale”. Di situazioni simili è costellata la vita quotidiana nei Territori Occupati e tale “normalità” è una delle molteplici ‘spade di Damocle’ disseminate negli Accordi di Oslo che la dirigenza di Fatah sottoscrisse con l’uomo simbolo, Yasser Arafat, padre d’una patria resa irreale dagli stessi presupposti dei patti.

Da parte sua Haniyeh ha di recente considerato irrinunciabile “l’arma della resistenza”, ma diplomaticamente fa intendere che vorrebbe concordare con Fatah quando e come usarla. Se, per convenienza, fosse costretto ad abbandonarla il movimento che fu dello sheikh Yasin e di Rantisi si giocherebbe la considerazione internazionale di cui ancora gode. Fra le due componenti c’è dissenso attorno al fantasma dell’Olp, che Hamas vorrebbe rivitalizzare e riformare e che, al contrario Fatah ha sotterrato da tempo rimpiazzandolo con l’apparato di potere dell’Anp. A tal proposito un potentato che s’è fatto tanti nemici fra gli islamisti e anche fra i suoi ex, mister Mohammed Dahlan responsabile della sicurezza di Fatah con amicizie divise fra la Cia e il Mossad, da anni auto esiliato negli Emirati Arabi con cospicui conti bancari, potrebbe rispuntare fuori in questa fase di trattative. C’è chi sostiene che abbia ancora mire su Gaza da cui fu cacciato appunto un decennio addietro. E’ un uomo forte e divisivo, potrebbe svolgere una funzione di guastatore e ottemperare, volutamente o meno, al desiderio israeliano più diffuso: tenere divisi i due fronti. Questo appare l’orientamento di Tel Aviv operando su entrambi: col compromesso a suo vantaggio nella West Bank e con la forza nella Striscia. Un proseguimento di quel che accade da un decennio. Creativo e pretenzioso, invece, il progetto del Cairo che col presidente golpista al Sisi, si candida a governare il tentativo di riconciliazione.

L’Egitto propone di formare un Consiglio di sicurezza per Gaza diviso fra i due partiti palestinesi e disegna per sé il ruolo di supervisore dell’organismo, cosa che entrambe le fazioni potrebbero non gradire considerandola sminuente. Inoltre significherebbe finire sotto il controllo oltre che dello Shabak, anche dei Mukhabarat. Certo, le forze di al Sisi s’interessano soprattutto alla presenza dei fondamentalisti armati che possono infiltrarsi nel Sinai e aprire varchi all’Isis, com’è già accaduto, ma proprio perché spiccatamente mirata la proposta potrebbe non trovare sponda. L’apertura del valico di Rafah per il rifornimento delle merci rappresenta la contropartita offerta come atto utile e di buona volontà verso i gazousi schiacciati dal blocco d’ogni rifornimento, dalla distruzione della rete dei tunnel e dal progetto del muro sotterraneo. Ora che Hamas ha preso formalmente le distanze dalla famiglia della Fratellanza Musulmana c’è qualche possibilità di rapporto con la politica del Cairo, ma nulla è scontato perché l’ingresso a Gaza dell’Autorità palestinese può diventare fortemente limitante per il partito islamico. Per quanto traspare che l’apparato dell’Anp non sia per nulla allettato dal coinvolgersi nelle mille emergenze della Striscia. Sulla riconciliazione pesa pure il fantasma della rappresentanza. Il mandato di Abu Mazen è scaduto sin dal 2009, il suo potere è illegale, però gli attacchi periodici lanciati da Israele sui due milioni che vivono ammassati nei 45 km quadrati della Striscia hanno fatto in modo che non si pensasse al voto. Così fra congelamento e disgelo della politica interna e delle ingerenze esterne, tutto resta irrisolto. Mentre le nuove generazioni palestinesi stanno perdendo, accanto a ogni opportunità di vita, anche il filo degli avvenimenti e brancolano in un limbo, peggio dei loro padri.

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