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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/05/2024

I gruppi palestinesi creeranno un nuovo progetto politico palestinese?

Al Cairo, i rappresentanti di Hamas hanno tenuto negoziati indiretti con Israele per un cessate il fuoco. Il punto critico di diversi incontri è stato l’ordine degli eventi. Israele voleva che gli ostaggi fossero liberati prima di interrompere i bombardamenti, mentre Hamas sosteneva che i bombardamenti dovevano cessare per primi.

Israele ha chiesto il disarmo e lo smantellamento di Hamas, una richiesta massimalista che difficilmente sarà soddisfatta. Hamas, invece, vorrebbe non solo un cessate il fuoco, ma anche la fine della guerra, rendendo più difficile il compito dei negoziatori egiziani e qatarioti.

Il miglior risultato possibile dei colloqui del Cairo è la fine dell’attuale guerra genocida contro i palestinesi di Gaza. I negoziati per porre fine alla guerra hanno assunto un’ulteriore urgenza quando Israele ha bombardato la periferia di Rafah, l’unica città di Gaza non ancora decimata da Israele. Senza un luogo dove fuggire, i civili palestinesi di Rafah non possono essere al riparo da nessun attacco, anche se quelli attuali non sono violenti come quelli condotti dall’esercito israeliano contro Gaza City e Khan Younis.

Questi attacchi hanno creato 37 milioni di tonnellate di macerie, piene di sostanze contaminanti e di un numero immenso di bombe inesplose (che richiederanno 14 anni per essere disarmate).

Israele ritiene che gli ultimi resti organizzati di Hamas si trovino a Rafah e che per distruggerli dovrà bombardare i milioni di sfollati che vi abitano, oppure dovrà accettare di autodistruggersi attraverso i negoziati. Entrambe le cose sono inaccettabili per i palestinesi, che non vogliono né altre vittime civili né la disgregazione di uno dei più accaniti difensori del diritto dei palestinesi all’autodeterminazione.

Nonostante l’accordo di Hamas con la proposta di cessate il fuoco, Israele ha lanciato violenti attacchi a Rafah e ha preso il controllo del valico verso l’Egitto (tagliando così la principale via di accesso per gli aiuti a Gaza). I colloqui continuano, ma Israele non è disposto a prenderli sul serio.

Unità palestinese

Il disprezzo di Israele per i negoziati e il livello di violenza possono essere misurati sulla base di due realtà politiche. Non prende sul serio i negoziati con i palestinesi e ritiene di poter bombardare impunemente.

Questo perché, in primo luogo, Israele è pienamente sostenuto dagli Stati del Nord globale (principalmente Stati Uniti ed UE) e, in secondo luogo, non considera le opinioni politiche palestinesi come vitali perché è riuscito a rompere l’unità politica tra i palestinesi ed è riuscito a disorientare politicamente le varie fazioni con l’arresto dei loro principali leader.

Questo non vale completamente per Hamas, la cui leadership è riuscita a stabilire sedi operanti a Damasco e poi a Doha, in Qatar. Sebbene sia impossibile immaginare un rapido cambio di rotta da parte dei Paesi del Nord globale, è diventato del tutto chiaro alle fazioni palestinesi che, senza la loro unità, non ci sarà modo di costringere Israele a porre fine alla sua guerra genocida e poi, naturalmente, alla sua occupazione delle terre palestinesi combinata con le sue politiche di apartheid all’interno di Israele.

Alla fine di aprile del 2023, Hamas aveva incontrato Fatah, l’altra grande forza politica palestinese, in Cina, come parte di un lungo processo per creare un terreno comune tra loro.

Le relazioni tra questi due grandi partiti politici si sono interrotte nel 2006-07, quando Hamas ha vinto le elezioni politiche a Gaza e Fatah – responsabile dell’Autorità Nazionale Palestinese – ha contestato questi risultati; infatti, le due fazioni si sono combattute militarmente a Gaza prima che Fatah si ritirasse in Cisgiordania.

Durante la guerra genocida di Israele, sia Fatah che Hamas hanno cercato di colmare il divario e di non permettere che le loro differenze permettessero sia l’espulsione dei palestinesi da Gaza che la sconfitta degli obiettivi politici palestinesi in generale. Alti rappresentanti di questi due partiti si sono incontrati a Mosca all’inizio dell’anno e di nuovo in Cina a maggio.

Per questo incontro in Cina, Fatah ha inviato i suoi leader più anziani, tra cui Azzam al-Ahmad (che fa parte del comitato centrale e guida il team di riconciliazione palestinese), mentre Hamas ha inviato leader altrettanto anziani, tra cui Mousa Abu Marzouk (membro dell’Ufficio politico del partito e ministro degli Esteri de facto).

I negoziati non hanno portato a un accordo finale, ma – come parte di un lungo processo – hanno approfondito il dialogo e la volontà politica delle due parti di lavorare insieme contro la guerra genocida israeliana e l’occupazione.

Sono in programma altri incontri ad alto livello, cui seguirà una dichiarazione congiunta sulla richiesta, incoraggiata dal Presidente cinese Xi Jinping, di una conferenza di pace internazionale per porre fine alla guerra e una piattaforma palestinese congiunta sulla via da seguire.

Lacune

Fatah, l’ancora dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), fu fondata nel 1959 da tre uomini, due dei quali provenivano dai Fratelli Musulmani (Khalil al-Wazir e Salah Khalaf) e uno che proveniva dall’Unione Generale degli Studenti Palestinesi e che alla fine sarebbe diventato il leader principale (Yasser Arafat).

L’OLP si affermò come il fulcro della lotta palestinese contro “la catastrofe del 1948” che aveva fatto perdere loro le terre, li aveva resi cittadini di seconda classe in Israele e aveva mandato centinaia di migliaia di palestinesi in esilio per decenni.

L’impronta dei Fratelli Musulmani non si affermò all’interno dell’OLP, che assunse un tono di liberazione nazionale, acuito dalla presenza di varie fazioni di sinistra, come il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP, costituito nel 1967) e il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina (FDLP, costituito nel 1968).

L’OLP divenne egemone nella lotta palestinese, coordinando il lavoro politico nei campi degli esuli e la lotta armata dei fedayeen (combattenti). Le fazioni dell’OLP affrontarono l’attacco concertato di Israele, che invase il Libano per esiliare la leadership e il suo nucleo in Tunisia.

Con la caduta dell’URSS, l’OLP iniziò a negoziare seriamente con gli israeliani e gli Stati Uniti, che imposero ai palestinesi una forma di resa tramite gli Accordi di Oslo del 1993.

Fatah assunse la guida dell’Autorità Palestinese, che operò in parte per mantenere l’occupazione israeliana di Gerusalemme Est, Gaza e Cisgiordania.

In collera per quella che sembrava essere una resa palestinese a Oslo, nel 1993 otto fazioni formarono l’Alleanza delle fazioni palestinesi. All’interno di questa Alleanza, i gruppi più numerosi appartenevano alla tradizione dei Fratelli Musulmani. Tra questi, la Jihad islamica palestinese (costituita nel 1981) e Hamas (costituita nel 1987). Il FPLP e il FDLP hanno inizialmente aderito a questa alleanza, ma ne sono usciti nel 1998 per divergenze con i partiti islamici.

I partiti islamisti hanno vinto le elezioni parlamentari a Gaza con un sottile margine (il 44% di Hamas contro il 41% di Fatah), un risultato che ha fatto arrabbiare Israele e gli Stati del Nord globale, che hanno cercato di indebolirli.

Essendo stata negata loro la possibilità di raggiungere il potere politico attraverso le urne, e dovendo affrontare il soffocamento e i bombardamenti israeliani su Gaza, sia Hamas che la Jihad islamica hanno rafforzato le loro ali armate e si sono difese dall’umiliazione e dagli attacchi.

Ogni tentativo di protesta pacifica – compresa la Lunga Marcia del Ritorno nel 2018 e nel 2019 – è stato accolto dalla violenza israeliana. Non c’è mai stato un momento in cui la popolazione di Gaza abbia vissuto un anno di pace dal 2007. L’attuale bombardamento, tuttavia, è di una portata diversa rispetto anche ai peggiori attacchi precedenti da parte di Israele nel 2008 e nel 2014.

I principali disaccordi politici tra le fazioni palestinesi includono la diversa interpretazione degli accordi di Oslo, le rispettive ambizioni di controllo politico e le distinte aspirazioni per la società palestinese. Il fatto che i loro leader politici siano stati imprigionati per decenni e che sia stata loro impedita una normale attività politica democratica (come il mantenimento delle strutture politiche e la sensibilizzazione della popolazione) ha impedito loro di colmare le rispettive distanze. Tuttavia, in carcere la leadership ha dialogato a lungo su questi temi.

Subito dopo le elezioni parlamentari a Gaza, i leader delle cinque principali fazioni imprigionate nella prigione israeliana di Hadarim hanno scritto un Documento di conciliazione nazionale dei prigionieri. Marwan Barghouti di Fatah, Abdel Raheem Malluh del FPLP, Mustafa Badarneh del FDLP, Abdel Khaleq al-Natsh di Hamas e Bassam al-Saadi del Jihad Islamico.

Il Documento dei prigionieri, che è stato ampiamente diffuso e discusso, chiedeva l’unità palestinese e la fine di “tutte le forme di divisione che potrebbero portare a conflitti interni“. Il testo non definiva una nuova agenda politica palestinese, ma invitava le varie fazioni “a formulare un piano palestinese finalizzato a un’azione politica globale“. Lo sviluppo di questo piano, dopo quasi 20 anni, è uno dei principali obiettivi dei colloqui tra le varie organizzazioni politiche palestinesi.

Si concorda sul fatto che il primo compito sia quello di impedire l’attacco a Rafah e di porre fine alla guerra genocida contro i palestinesi. Tuttavia, subito dopo, la sensazione è che il malessere politico che ha colpito il popolo palestinese debba essere superato e che si debba utilizzare un nuovo progetto politico per motivare una nuova atmosfera politica tra i palestinesi all’interno dei confini di Israele, nei Territori Palestinesi Occupati di Gerusalemme Est, Gaza e Cisgiordania, nei campi profughi in Libano, Giordania e Siria e nei 6 milioni di palestinesi della diaspora.

Fonte

30/12/2023

Le forze della resistenza palestinese chiamano all’azione comune

Giovedì 28 dicembre è stata rilasciata in Libano una dichiarazione congiunta da parte dei leader dei principali gruppi della Resistenza palestinese.

La dichiarazione è stata rilasciata a seguito di “un incontro consultivo a Beirut”, si legge in un comunicato stampa, una copia del quale è stata ricevuta dal Palestinian Chronicle.

I gruppi coinvolti nell’incontro in Libano sono stati il Movimento di Resistenza Islamica Hamas, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, il Movimento della Jihad Islamica Palestinese, il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina – Comando Generale.

Di seguito sono riportati alcuni estratti della dichiarazione finale.

Liquidare la Palestina

In primo luogo, l’obiettivo finale di Israele, attraverso i suoi continui attacchi brutali contro i palestinesi in tutto il mondo, e il genocidio in corso a Gaza, è quello di sfollare il popolo palestinese e di “porre fine alla causa nazionale palestinese e liquidare i legittimi diritti nazionali del nostro popolo, determinando il destino, stabilendo lo stato palestinese indipendente con Al-Quds (Gerusalemme Est) come capitale, e garantendo il diritto al ritorno per i rifugiati del nostro popolo alle loro case e proprietà. secondo la risoluzione 194.”

Contrastare gli obiettivi di Israele

In secondo luogo, la Resistenza è riuscita a “sventare gli obiettivi del nemico, dimostrando la sua incompetenza e la fragilità delle sue forze sul campo”.

In questo contesto, i partecipanti hanno affermato “la loro determinazione a continuare la resistenza sul campo, e in altri forum, fino a quando la guerra brutale contro il nostro popolo non si fermerà e l’aggressione sarà respinta dalla Striscia”.

Le nostre richieste

In terzo luogo, la leadership dei gruppi di resistenza ha evidenziato i loro obiettivi collettivi nella guerra in corso a Gaza come segue:

1) Cessazione immediata della guerra di genocidio, terra bruciata e pulizia etnica da parte del nemico israeliano nella Striscia di Gaza.

2) Rompere l’assedio della Striscia, iniziare a rifornire il nostro popolo di tutte le necessità di vita, e contemporaneamente ricostruire e ricostruire le infrastrutture, le istituzioni e le strutture. Ciò include la fornitura delle forniture necessarie per riattivare e sostenere il sistema sanitario, che sta quasi collassando sotto gli atti barbarici dell’aggressione israeliana, e il trasferimento di casi di lesioni gravi dalla Striscia a cure all’estero in paesi fratelli e amici.

3) L’impegno arabo, islamico e internazionale per la ricostruzione, e la richiesta ai paesi fratelli e amici – e alle organizzazioni internazionali e regionali, prime fra tutte la Lega Araba, l’Organizzazione della Cooperazione Islamica e le Nazioni Unite – di lanciare un’iniziativa internazionale per ricostruire ciò che l’occupazione e l’aggressione barbara hanno distrutto nella Striscia di Gaza.

Sogni irrealizzabili di USA e Israele

In quarto luogo, i gruppi hanno sottolineato la loro condanna e il rifiuto degli “scenari da parte dell’Occidente e di altre entità (politiche) filo-israeliane del cosiddetto ‘giorno dopo’ a Gaza”.

“Questi sono semplici sogni irrealizzabili che non si realizzeranno né ora né in futuro, specialmente dopo che i segni della sconfitta del nemico hanno cominciato ad apparire, nel suo esplicito riconoscimento dei suoi morti e feriti per mano della nostra resistenza”, si legge nella dichiarazione.

La dichiarazione ha anche riaffermato l’unità dei palestinesi e che non esiste una soluzione a Gaza, e un’altra causa in Cisgiordania e una terza a Gerusalemme.

“La causa palestinese è la causa di tutta la Palestina, della terra, del popolo, dei diritti, del futuro e del destino. La soluzione alla causa può essere raggiunta solo attraverso la partenza dell’occupazione e di tutte le forme di insediamento, aprendo la strada al nostro popolo per determinare il proprio destino nazionale sulla propria terra”.

Unità strategica

In quinto luogo, i gruppi hanno anche suggerito un corso politico per ricucire la frattura tra le varie fazioni palestinesi e per porre fine a tutte le questioni politiche in sospeso per garantire che l’attuale unità porti a una “strategia unificata”. lotta” che reintroduce “la nostra causa come causa di liberazione nazionale per un popolo sotto occupazione”.

1) Chiediamo “un incontro nazionale globale che includa tutte le parti senza eccezioni, per attuare ciò che è stato concordato nei precedenti dialoghi palestinesi e per affrontare le conseguenze della brutale guerra sul nostro popolo nella Striscia di Gaza, e i barbari attacchi da parte delle bande di coloni (ebrei israeliani) e delle forze di occupazione, e i progetti di insediamento e annessione in Cisgiordania, specialmente ad Al-Quds”.

2) Rifiutiamo “tutte le soluzioni e gli scenari per il cosiddetto ‘futuro della Striscia di Gaza’ e per una soluzione nazionale palestinese basata sulla formazione di un governo di unità nazionale che emerga da un consenso nazionale globale che includa tutte le parti, responsabili dell’unificazione delle istituzioni nazionali nelle terre occupate in Cisgiordania e nella Striscia.

3) Sottolineiamo “la necessità di un cessate il fuoco e la cessazione permanente di tutti gli atti di aggressione, e il completo ritiro dalla Striscia di Gaza, come condizione per discutere lo scambio di prigionieri basato sul principio del ‘tutti per tutti’.

4) Chiediamo lo “sviluppo e il rafforzamento del sistema politico palestinese su basi democratiche, attraverso elezioni generali – presidenziali, legislative e del consiglio nazionale – secondo un sistema di rappresentanza proporzionale completo, in elezioni libere, eque, trasparenti e democratiche, con la partecipazione di tutti.

Fonte

21/02/2019

Discutendo di "unità della sinistra" nella metropoli milanese

Lo scorso venerdì 15 febbraio si è tenuta a Milano la prima iniziativa della Rete dei Comunisti sul tema “Unità della sinistra? Un falso problema”, che la nostra organizzazione sta preparando in diverse città, per discutere un tema antico quanto dirimente a sinistra e fra i comunisti.

Quella dell’unità della sinistra è infatti una parola d’ordine che si ripropone periodicamente, specie con l’avvicinarsi di scadenze elettorali, ma che paradossalmente produce risultati diametralmente opposti agli obiettivi e all’intensità con la quale viene proposta. In sintesi, in questi anni più si è parlato di “unità dei comunisti” e più ci sono state scissioni e nascita di “partiti comunisti”; più si parla di “unità della sinistra” e più si sono prodotte divisioni nella sinistra, così come abbiamo scritto nel documento di convocazione del ciclo di iniziative e confronti (http://contropiano.org/fattore-k/2019/02/04/112052-0112052).

Per completezza di cronaca, al dibattito sono intervenuti, oltre a Michele Franco della RdC, Vlarimiro Merlin segretario cittadino del Partito Comunista Italiano, Matteo Prencipe segretario di Rinfondazione Comunista di Milano, Giovanna Baracchi e Nico Vox del coordinamento nazionale di Potere al popolo. Hanno portato il loro contributo diversi attivisti politici, delegati sindacali, simpatizzanti. I compagni intervenuti hanno evidenziato diversi aspetti, fatto alcune puntualizzazioni e integrazioni, a volte messo in discussione questa nostra impostazione ma sempre entrando nel merito dei temi che abbiamo portato all’attenzione pubblica.

Nel merito delle questioni la RdC ha cercato di evidenziare come sia una questione dirimente per i comunisti, interrogarsi su obiettivi e contenuti, sulla lettura della realtà politica e sociale, della loro contestualizzazione nell’attuale fase del capitalismo, sugli strumenti a disposizione, senza anteporre a questi interrogativi la seppur doverosa ricerca dell’unità.

Si è verificato infatti in questi decenni quella che è a nostro avviso un’inversione della tattica con la strategia, in cui la ricerca dell’unità (specie elettorale) è stata proposta come soluzione ad una crisi della rappresentanza e del ruolo dei comunisti nella società. Si è affermato, invece, un fattore di ulteriore estraniamento dalla realtà del blocco sociale e tanto più della sua rappresentanza politica, elettorale ma non solo, così come l’abbandono di una prospettiva di costruzione e radicamento di un processo di classe autonomo ed indipendente.

Un estraniamento e una perdita di funzione, dovuta non a fraintendimenti linguistici o culturali con il blocco sociale, ma ad una oggettiva e conseguente subalternità de facto al centro-sinistra europeista, che ha posto la “sinistra” e i comunisti nell’arco dei problemi e non delle soluzioni per le classi lavoratrici, colpite da decenni di ristrutturazione capitalistica e dalla controffensiva neoliberista nella crisi che veniva da lontano ma è esplosa con tutta la sua forza nel 2008, e che nel caso italiano ed europeo ha trovato nell’Unione Europea il proprio strumento “principe”.

Occorre quindi a nostro avviso – ed è il motivo alla base del confronto che abbiamo organizzato – entrare nel vivo dei nodi politici che le forze che hanno la pretesa di intervenire nella realtà per modificarla hanno di fronte oggi. Non si tratta di mera “speculazione filosofica” quindi ma una guida per l’azione interrogarsi sulla natura del governo giallo-verde, sulla sua base sociale e “ragion d’essere”, sui suoi rapporti con la Unione Europea e la relazione che ha con le precedenti classi dirigenti; la natura della Unione Europea, i suoi obiettivi dai quali derivano le politiche portate avanti sul piano interno ed esterno dei precedenti e dell’attuale governo; in questo senso inquadrare il processo di regionalizzazione di aree come la Lombardia e gli obiettivi che si pongono città come Milano all’interno di un quadro più generale, come agganciamento e costruzione reale di un nucleo duro della UE, in un’Europa (e un’Italia) a due velocità.

Interrogativi questi necessari per ragionare sugli strumenti di cui ci dotiamo per poter incidere concretamente nella realtà, ma che ci aprono anche un altro piano di ragionamento sulla funzione dei comunisti oggi, nel XXI secolo; sugli strumenti di rapporto con la classe, di quello che storicamente è stato chiamato partito e delle diverse forme che ha assunto nel passato.

A questi interrogativi crediamo sia più che mai necessario dare risposta, specialmente in un territorio come il nostro. Un territorio, quello del Nord Italia e in particolare della Lombardia, che vede un inesorabile tramonto delle ipotesi comuniste e della “sinistra radicale”, così come la sempre maggiore difficoltà da parte del variegato mondo del “movimento” di trovare spazi per rilanciare una conflittualità di classe, e dove allo stesso tempo si esprime con forza la spinta alla cosiddetta unità della sinistra. Una Regione la nostra che ha fatto da base materiale, sociale e politica all’affermazione della Lega Nord, e che ha come capitale (non paradossalmente a nostro avviso) “vicina all’Europa” la città di Milano, caposaldo della finanza e roccaforte europeista.

Una città e una regione che vedono nel diventare “Baviera del sud” la possibilità di continuare ad avere un ruolo di primo piano nel contesto nazionale ed europeo, di non perdere le posizioni acquisite in termini di benessere e di posizionamento economico. Certo, un processo basato sull’aumento delle diseguaglianze sociali non solo fra Nord e Sud, ma anche all’interno delle classi lavoratrici “padane”.

Non possiamo, quindi, pensare di invertire la rotta con richiami etici alla solidarietà, o a una condanna dell’“ignoranza” di chi, schiacciato dalla crisi e ammutolito spera di mantenere ciò che ha faticosamente accumulato nel periodo alle nostre spalle.

In questo senso riteniamo che il manifestarsi proprio a Milano di fortissime spinte alla “unità della sinistra” sotto varie forme e bandiere (purtroppo anche agitando temi come l’antirazzismo e l’antifascismo), siano una trappola tesa a impedire la mancata riaffermazione di quelle classi dirigenti che si sono fatte paladine della costruzione della Unione Europea, che hanno applicato le ricette di “guerra ai poveri” dentro e fuori i propri confini, con le bombe, con le riforme e la repressione, creando le basi materiali al successo del governo giallo-verde.

Crediamo, invece, che occorra alzare il livello del dibattito e della analisi, per dotarsi di strumenti concreti d’organizzazione su quelli che abbiamo chiamato “i tre fronti della lotta di classe”, per quanto complesso possa essere.

Siamo coscienti della nostra insufficienza, ed è per noi una novità intervenire in una città come Milano, ma pensiamo sia questa l’altezza delle sfide che dobbiamo porci.

Abbiamo affermato infatti che la coscienza di classe, in una fase storica profondamente controrivoluzionaria, non possa che essere frutto di processi organizzativi coerenti, autonomi e indipendenti e sempre più radicati nel blocco sociale.

Fonte