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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/06/2026

Tregua in Libano, ma combattimenti in corso

Reuters: l’accordo Israele-Hezbollah sul “cessate il fuoco” entra in vigore

Reuters ha citato un funzionario degli Stati Uniti dicendo che Israele e Hezbollah avevano accettato un “cessate il fuoco” dalle 4 del pomeriggio ora locale di oggi, 19 giugno.

Il funzionario americano ha detto che i negoziatori statunitensi e del Qatar hanno mediato l’accordo con l’aiuto dell’Iran, osservando che il “cessate il fuoco” era già entrato in vigore all’ora stabilita.

Queste dichiarazioni arrivano dopo continui massacri israeliani operati dall’alba di venerdì, prendendo di mira case abitate in diverse città e villaggi nel sud del Libano, che hanno fatto numerosi morti e feriti, compresi bambini.

Questi attacchi sono arrivati nonostante l’avvenuta firma del memorandum d’intesa tra Washington e Teheran, che ha stabilito la cessazione della guerra su tutti i fronti, incluso il Libano, e la garanzia dell’integrità territoriale e della sovranità del Libano.

D’altra parte, il Canale 13 israeliano ha citato un funzionario di Tel Aviv che ha confermato il suo ingresso nello stato di “cessate il fuoco”, commentando che “se Hezbollah non attacca, questo non è il momento per la guerra da parte di Israele”.

Ha aggiunto che però le forze dell’esercito israeliano rimarranno nel sud del Libano, mentre l’esercito di occupazione israeliano ha minacciato di continuare a compiere gli attacchi “fino a quando necessario”, il che significa ancora la mancata attenzione dell’accordo da parte dell’occupazione e la creazione di pretesti per proseguire l’aggressione in Libano.

L’esercito di occupazione ammette l’uccisione di 4 soldati, tra cui un comandante di battaglione nel sud del Libano

I media israeliani riferiscono che il comandante del 52esimo battaglione dell’esercito israeliano, il tenente colonnello Ghadlia bin Samhoun, e altri tre soldati sono stati uccisi dopo che un carro armato del battaglione è stato preso di mira durante un’operazione militare nel sud del Libano giovedì sera.

L’esercito di occupazione israeliano ha riconosciuto venerdì mattina l’uccisione del comandante del 52esimo battaglione.

Channel 14 ha riferito, citando un’indagine preliminare, che l’incidente è avvenuto intorno alle 00:20, dopo un che il sospetto bersaglio di un carro armato appartenente alle forze del 52° Battaglione stava “lavorando” all’interno dell’area controllata dalla Brigata Givati, nella zona di Kafr Net, distretto di Nabati.

Secondo il Canale 7 di Israele, il bilancio dell’esercito israeliano nel sud del Libano da quando il cessate il fuoco è stato annunciato ad aprile è salito a 23 morti e oltre 700 feriti.

Bin Samhoun ha preso il comando del 52esimo battaglione qualche settimana fa, succedendo al suo ex comandante, che è stato gravemente ferito durante le battaglie nel sud del Libano circa due mesi fa.

Altri 5 soldati feriti a Kfartebnett

Oltre all’operazione in cui sono stati uccisi quattro soldati, tra cui un comandante di battaglione con il grado di colonnello, le piattaforme mediatiche israeliane hanno indicato che altri 5 soldati, tra cui un ufficiale, sono stati gravemente feriti, in una imboscata nella zona di Käfretbnett.

In un contesto correlato, i media israeliani hanno riconosciuto che l’esercito israeliano non è riuscito a occupare le vette di Ali al-Taher a Nabatieh, nel sud del Libano.

Hanno sottolineato che “molti carri armati sono stati colpiti durante un attacco dell’Idf, e sono in corso evacuazioni dei feriti dell’Idf, in seguito al lancio di missili anticarro e all’uso di droni”.

Hanno aggiunto che ci sono scontri molto difficili e battaglie sulle vette di Ali al-Taher, sottolineando che un certo numero di soldati dell’esercito israeliano sono stati uccisi e un numero molto elevato di loro è rimasto ferito.

Ieri sera, il Libano meridionale aveva assistito a violenti scontri nelle vicinanze della città di Nabatieh tra le forze di occupazione israeliane e gli elementi della resistenza in Libano, come risultato della risposta di Hezbollah all’avanzata israeliana verso le vette di Ali al-Taher.

*****

Il corrispondente di Al-Mayadeen ha riferito che aerei israeliani hanno attaccato diverse aree nel sud del Libano, effettuando più di 16 raid, dopo l’entrata in vigore del presunto “cessate il fuoco”.

I raid israeliani hanno colpito le aree di Shawkin, Mevdon, Jabal al-Rafi e al-Raihan.

Un attacco israeliano è stato diretto contro la città di Nabatieh, che ha coinciso direttamente con i tempi della presunta entrata in vigore del “cessate il fuoco”.

Da parte sua, il ministero della Salute libanese ha annunciato che gli intensi attacchi lanciati dall’occupazione israeliana dalla mezzanotte fino a venerdì pomeriggio, hanno portato a un bilancio aggiornato di 47 morti e 97 feriti.

Il Ministero della Salute ha anche indicato che il bilancio cumulativo totale dell’aggressione israeliana dal 2 al 19 giugno ammontava a 3980 morti e 12.001 feriti.

Fonte

02/06/2026

“Washington, abbiamo un problema...”

Riassumere le ultime 24 ore della guerra in Medio Oriente è relativamente semplice, trarne qualche conclusione attendibile un po’ meno.

Andiamo con ordine, seguendo l'andamento del tempo.

Dopo diversi giorni passati a ricevere dagli Usa “correzioni restrittive” al Memorandum di intesa concordato dagli stessi negoziatori statunitensi, mentre Israele allargava oltre ogni immaginazione la sua invasione del Libano, l’Iran ha deciso che “dal momento che il Libano faceva parte delle precondizioni del cessate il fuoco, e poiché questo cessate il fuoco è stato violato su tutti i fronti, incluso il Libano, il team negoziale iraniano fermerà i colloqui e scambierà testi con gli Stati Uniti attraverso il mediatore”.

Il gioco era diventato di fatto insostenibile, con Israele che considera il Libano “fuori” dalla trattativa tra Usa e Iran, da cui è stato escluso per decisione di Trump, e quindi conquistabile a piacere, persino al di là della strombazzata “necessità di disarmare Hezbollah”. Rendendo così palese quel che tutti – Tel Aviv in testa – provavano a negare: Israele non ha alcuna “necessità di difendersi”, ma soltanto una pervicace volontà di espansione militare in tutto il Medio Oriente, fino ai limiti di una “Grande Israele” vagamente accennata in alcuni versetti biblici particolarmente deliranti.

Teheran ha insomma voluto far pesare quanto formalmente – ma non concretamente, con azioni conseguenti – concordato con Washington e ricordato sinteticamente dal ministro degli esteri Abbas Araghci: “Il cessate il fuoco tra l’Iran e gli Stati Uniti è inequivocabilmente un cessate il fuoco su tutti i fronti, compreso il Libano. La sua violazione su un fronte costituisce una violazione del cessate il fuoco su tutti i fronti. Gli Stati Uniti e Israele sono responsabili delle conseguenze di qualsiasi violazione”.

A rendere più “persuasiva” l’argomentazione, il comando delle Guardie Rivoluzionarie faceva sapere che “Considerate le ripetute violazioni del cessate il fuoco da parte del regime israeliano, avvertiamo i residenti delle regioni settentrionali e degli insediamenti militari nei territori occupati che, qualora la minaccia di bombardare Beirut e i sobborghi si concretizzasse, dovranno abbandonare la zona”. I missili erano insomma già sulle rampe di lancio...

Contemporaneamente andava montando una fin troppo tiepida iniziativa del resto dell’Occidente, con la Francia che chiedeva una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu (è uno dei cinque membri con diritto di veto, non un paese qualsiasi), Gran Bretagna e Germania che manifestavano “disagio”, i Paesi arabi in fibrillazione (l’eventuale ripresa della guerra nel Golfo sarebbe un disastro e la “condiscendenza” con Israele ormai impraticabile).

Persino l’impalpabile eloquio di Mattarella arrivava a definire l’attacco al Libano “brutale”, come se esistessero invece bombardamenti “gentili” (forse ricordava la Jugoslavia del ‘99).

Netanyahu e la sua banda di genocidi intanto tiravano dritto, dando ordine di attaccare anche i quartieri sciiti di Beirut, la capitale che Trump aveva “garantito” sarebbe stata risparmiata.

Complicava la situazione “Narco” Rubio, misteriosamente investito del ruolo di “ministro degli esteri” Usa, con dichiarazioni che facevano chiaramente intendere che questa accresciuta offensiva sionista era appoggiata dagli Stati Uniti: “Per far progredire i colloqui, gli Stati Uniti hanno proposto una sequenza chiara: Hezbollah deve cessare tutti gli attacchi contro Israele. In cambio, Israele si asterrà dall’escalation a Beirut”. L’esatto opposto di quel che stava accadendo sul campo.

A quel punto Trump avrebbe preso il telefono in piena notte e “strapazzato” Netanyahu, in quelle ore alle prese con le proteste degli ebrei ultra-ortodossi che rifiutano di fare il servizio militare e considerano lo Stato di Israele in contraddizione con l’ebraismo (“Bibi” ha fatto sparare anche contro di loro, nelle strade, fortunatamente con cannoni ad acqua...)

Il condizionale è comunque d’obbligo, perché la ricostruzione della telefonata arriva da Axios, testata statunitense che ha affidato il tema al “giornalista” Barak Ravid, già ufficiale della famigerata Unità 8200 dell’intelligence israeliana, e quindi altamente sospettabile (un eufemismo!) di costruire una “narrativa” utile soprattutto a Tel Aviv.

Secondo questa ricostruzione, comunque, i toni della telefonata sarebbero stati da saloon texano, con Trump che dice: “Sei fottutamente pazzo. Saresti in prigione se non fosse per me. Ti sto salvando il culo. Tutti ti odiano adesso. Tutti odiano Israele per questo. Che cazzo stai facendo?”

Subito dopo il tycoon ha pubblicato il milionesimo post su Truth assicurando di aver sentito anche “esponenti di Hezbollah” che si sarebbero detti pronti ad accettare un “cessate il fuoco immediato”, se l’Idf si fosse fermato. Come sempre il diavolo sta nei dettagli: quali sono i confini entro cui vale – se vale – il “cessate il fuoco”?

Il deputato di Hezbollah, Hassan Fadlallah, spiegava subito dopo che quello accettato dal suo movimento e da Israele riguarda tutto il Libano, non soltanto Beirut. 

È appena il caso di ricordare che teoricamente sarebbe già in vigore un “cessate il fuoco” imposto da Trump a seguito dei primi colloqui tra Libano e Israele, avvenuti alla Casa Bianca in aprile, e poi esteso.

Quanto conti la ricostruzione della telefonata fatta dal “fido” Ravid Barak lo si può capire dall’affermazione subito dopo fatta da Netanyahu: “La nostra posizione rimane la stessa”.

E infatti stamattina le forze israeliane hanno continuato i loro attacchi nel Libano meridionale, bombardando con l’artiglieria i pressi di Nabatieh e colpendo i villaggi di Shukin e Kafr Tibnit. I droni israeliani hanno anche effettuato tre attacchi sulla città di Tallet Tol, nel distretto di Nabatieh.

In questo quadro, dunque, appare quanto meno velleitaria la “rassicurazione” che Trump ha voluto trasmettere soprattutto ai “mercati”: «Accordo con l’Iran forse già la prossima settimana». A strettissimo giro, però, è arrivata la risposta da Teheran: «Gli Stati Uniti esigono la nostra resa totale e la nazione iraniana non si arrenderà mai – ha dichiarato Mohammad Jafar Assadi, vice del comando militare Khatam al-Anbiya – Senza resa, la guerra è inevitabile. Quindi aspettiamo e la guerra non ci spaventa».

Se gli Usa non sono in grado – per incapacità o per scelta dissimulata – di mettere la museruola al loro “miglior alleato”, nessuna pace, sia pure temporanea, sarà mai possibile.

Washington, abbiamo un problema... ma grosso.

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17/04/2026

Tregua in Libano, Hormuz riapre. Ora si discute sul serio

Qualcosa di grosso, e di serio, sembra stia finalmente maturando. La prudenza – come si dice in questi casi – è d’obbligo quando si ha a che fare con una superpotenza in crisi e gestita da pagliacci come Hegseth (quello che invita a pregare recitando la parte di Samuel Jackson in Pulp fiction), nonché uno stato genocida che teme la pace come la fine del (suo) mondo.

Però la successione delle conferme è troppo serrata per essere solo gioco delle parti.

Ieri sera – alle 23 ora italiana – Trump ha annunciato l’inizio di un cessate il fuoco di dieci giorni in Libano. Il “collegio di guerra” israeliano era ancora riunito per discuterne (controvoglia, come si è visto dopo), ma la decisione era per Tel Aviv vincolante, stavolta.

Immediate le reazioni isteriche sia della destra millenarista dei coloni, che dell’“opposizione” sedicente “di sinistra”, che ha accusato Netanyahu di farsi dirigere dagli Stati Uniti anziché il contrario. Stanno messi così, non c’è niente da sperare…

Stamattina il ministro degli esteri iraniano Seyed Abbas Araghci ha postato su X un messaggio inequivocabile: “In linea con il cessate il fuoco in Libano, il passaggio per tutte le navi commerciali attraverso lo stretto di Hormuz è dichiarato completamente aperto per il periodo residuo del cessate il fuoco sulla rotta coordinata come già annunciata dall’organizzazione Porti e organizzazione marittima della repubblica Islamica dell’Iran”.

Di fatto la rivendicazione politica della vittoria diplomatica ottenuta collegando – come realtà oggettiva pretendeva – tutti i conflitti nella regione (Iran, Libano, Yemen, in parte lo stesso Iraq). Com’è noto Israele pretendeva invece di considerare “separatamente” l’inizio del genocidio nel Paese dei Cedri, dove stava applicando il “modello Gaza” (distruzione di tutto, a partire da ospedali, servizi di soccorso, infrastrutture civili, abitazioni, ecc.), incontrando la decisa resistenza di Hezbollah.

Si ferma la guerra anche in Libano, si riapre Hormuz. Chiaro e semplice. A meno che gli Usa non vogliano truccare ancora le carte, nel qual caso si richiude e si combatte.

Fa parte della scena teatrale la risposta di Trump, che prima ringrazia direttamente l’Iran, poi prova a minimizzare affermando che “il suo” blocco invece “rimarrà pienamente in vigore nei confronti dell’Iran fino a quando le trattative con l’Iran non saranno completamente concluse. Questo processo dovrebbe svilupparsi molto rapidamente, la maggior parte dei punti sono già stati negoziati”. La nuova “narrazione” comincia a prendere forma, rispolverando l’immagine del condottiero che “mette fine alle guerre” (chissà se rispunteranno anche quelli che gli vorrebbero dare il Nobel per la pace...).

Mentre stava twittando, una petroliera cinese passava tranquillamente e già ieri tre petroliere iraniane hanno lasciato il Golfo con cinque milioni di barili di petrolio greggio, le prime dall’inizio del blocco imposto dagli Stati Uniti ai porti iraniani. Secondo i dati di Kpler, la Deep Sea, la Sonia I e la Diona, tutte e tre soggette a sanzioni da parte degli Stati Uniti, provenivano dall’isola di Kharg, sede del più grande terminal petrolifero iraniano, attraverso il quale transita circa il 90% delle esportazioni di petrolio greggio del paese.

Siccome è necessario sorridere anche nei momenti di grande tensione, nelle stesse ore i “volenterosi europei” erano riuniti a Parigi per “decidere” in che modo contribuire alla riapertura dello Streatto, inviando magari qualche dragamine. Nessuno li aveva evidentemente avvertiti che il problema era già stato risolto, e che quindi potevano pure passare al pranzo senza guastarsi lo stomaco con pensieri troppo complessi per loro.

Era presente anche Giorgia Meloni, dopo molte esitazioni, che in questo periodo sembra non perdere un’occasione per sbattere la faccia ancora prima di “mettercela”.

A questo punto manca solo l’annuncio ufficiale della ripresa dei colloqui ad Islamabad, che dovrebbe giungere nelle prossime ore.

I problemi e gli ostacoli sono ancora ovviamente innumerevoli. La questione dell’uranio arricchito – circa 400 kg, forse conservati nelle profondità della terra nei pressi di Isfahan, dove si è infranta l’unica “operazione di terra” significativa da parte Usa, nel tentativo di rubarli – sembra ancora fumosa. L’ultima offesa trumpiana è la richiesta di averli in cambio di 20 miliardi dollari. Per un Paese che denuncia 270 miliardi di danni, pretendendo perciò un risarcimento (magari sotto forma di “pedaggio” per le navi in transito nello Stretto) è poco meno di un insulto.

Più seriamente la Russia si è offerta di ritirarle e riprocessarle, affermando che secondo tutte le convenzioni internazionali ancora valide – se rispettate – anche l’Iran ha diritto a sviluppare il nucleare civile (anche perché il petrolio non è eterno...).

La domanda è sempre la stessa: che si inventeranno ora a Tel Aviv? Da parte sua Trump recita su Truth la parte del capomafia che sa tenere a bada “i suoi ragazzi”: “Israele non bombarderà più il Libano; gli è stato proibito di farlo dagli Stati Uniti”.

Anche il tono è cambiato. Vedremo presto se è vero...

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08/04/2026

Guerra all'Iran - Cessate il fuoco per 15 giorni

Tra il bluff e «la fine di una civiltà» per ora continua il bluff. Non stranamente è una buona notizia per tutti. Non si può vivere in un mondo in cui tirare un’atomica diventa una cosa «normale».

Usa e Iran, con la mediazione del Pakistan, hanno concordato una sospensione dei bombardamenti per quindici giorni. La base fisica per le trattative dirette è Islamabad, quella politica è il «piano in dieci punti» presentato dall’Iran e non quello in «15 punti» – di fatto una richiesta di resa senza condizioni – strombazzato per giorni da Trump.

Questo è quanto, dopo di che ci sino le diverse trombe delle diverse propagande.

Quella più equilibrata è naturalmente espressa dal mediatore. Poco prima della scadenza diventata ormai un conto alla rovescia, il premier del Pakistan, Shehbaz Sharif è apparso per dire: «Con la massima umiltà, sono lieto di annunciare che la Repubblica Islamica dell’Iran e gli Stati Uniti d’America, insieme ai loro alleati, hanno concordato un cessate il fuoco immediato ovunque, compreso il Libano, con effetto immediato».

«Accolgo con grande favore questo gesto saggio ed esprimo la mia più profonda gratitudine ai leader di entrambi i Paesi, invitando le loro delegazioni a Islamabad venerdì 10 aprile 2026 per ulteriori negoziati volti a raggiungere un accordo definitivo per la risoluzione di tutte le controversie», ha aggiunto.

«Entrambe le parti hanno dimostrato notevole saggezza e comprensione, rimanendo costruttivamente impegnate a promuovere la causa della pace e della stabilità. Ci auguriamo vivamente che i colloqui di Islamabad portino a una pace duratura e desideriamo condividere altre buone notizie nei prossimi giorni», ha concluso.

Il cessate il fuoco potrà essere prorogato su richiesta e accordo tra le parti.

Prima cosa da notare: l’accordo comprende anche Israele e lo stop all’invasione del Libano. Ma Israele non fa parte delle squadre negoziali, ufficialmente. Poi tutti sanno che l’inviato di Trump, il genero Jared Kushner, è un sionista militante e immobiliarista che finanzia una delle correnti più estreme dell’entità sionista.

Il che getta la prima ombra di incertezza sul prosieguo della trattativa. Israele è infatti nota per la violazione sistematica di tutte le tregue che ha sottoscritto in prima persona. È facilmente immaginabile che potrà esserlo anche per quelle firmate dal “fratello più grande”.

Una conferma arriva direttamente dal Canale 12 israeliano, che cita un funzionario della sicurezza secondo il quale sarebbero stati gli iraniani a pretendere l’estensione del cessate il fuoco al Libano. In precedenza, i funzionari israeliani, tra cui il ministro della Difesa Israel Katz, avevano sottolineato che la lotta contro Hezbollah è “indipendente” dalla guerra contro l’Iran.

Dare conto delle propagande è purtroppo necessario, in casi come questo. E si può notare subito la diversa postura. Il post di Trump su Truth è ovviamente quasi una dichiarazione di vittoria assoluta in cui si dipinge come un guerriero magnanimo che accontenta il mediatore:
«Sulla base delle conversazioni con il Primo Ministro Shehbaz Sharif e il maresciallo Asim Munir, del Pakistan, in cui mi hanno chiesto di tenere a bada la forza distruttiva inviata stasera in Iran, e a condizione che la Repubblica Islamica dell’Iran accetti l’APERTURA COMPLETA, IMMEDIATA e SICURA dello Stretto di Hormuz, accetto di sospendere il bombardamento e l’attacco dell’Iran per un periodo di due settimane.
Questo sarà un cessate il fuoco reciproco! La ragione di ciò è che abbiamo già raggiunto e superato tutti gli obiettivi militari, e siamo molto lontani da un accordo definitivo sulla PACE a lungo termine con l’Iran e sulla PACE in Medio Oriente.
Abbiamo ricevuto una proposta in 10 punti dall’Iran e crediamo che sia una base praticabile su cui negoziare. Quasi tutti i vari punti del conflitto passato sono stati concordati tra gli Stati Uniti e l’Iran, ma un periodo di due settimane consentirà all’accordo di essere finalizzato e portato a termine.
A nome degli Stati Uniti d’America, in qualità di Presidente, e in rappresentanza anche dei Paesi del Medio Oriente, è un onore che questo problema a lungo termine sia prossimo alla risoluzione.»
Più sobriamente, al confronto con il tycoon, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt,ha chiarito quale sarà la “narrativa” per giustificare questo improvviso e precario stop alla guerra: “Il successo delle nostre forze armate ha creato la massima leva negoziale, consentendo al presidente Trump e al suo team di impegnarsi in negoziati difficili che ora hanno aperto la strada a una soluzione diplomatica e a una pace duratura”.

Tutti gli osservatori, anche statunitensi, concordano nel dire che questi “successi” in realtà, non si sono visti. Anzi... 

Di concreto c’è la riapertura dello Stretto di Hormuz a tutte le navi (era già aperto, ma soltanto per quelle di paesi amici o neutrali), confermata peraltro dal ministro degli esteri di Teheran, Abbas Araghci. Il passaggio dovrà comunque avvenire coordinandosi con le autorità iraniane.

Dal canto suo l’Iran accetta un’altra volta di sedersi al tavolo delle trattative sulla base di un semplice “cessate il fuoco”, nonostante per tre volte consecutive Usa e Israele abbiano usato i colloqui soltanto per preparare meglio il loro attacco.

È una soluzione temporanea, certamente, ma del resto il gioco del bluff statunitense era ormai arrivato al punto finale: anche il vice-presidente J.D. Vance aveva ormai parlato di “mezzi che non abbiamo ancora utilizzato” e, visto quel che è stato messo in campo per 40 giorni, restava solo l’atomica o l’attacco a qualsiasi infrastruttura civile (peraltro messo in pratica nelle ultime ore con il bombardamento di ferrovie, ponti e l’isola di Kharg, da dove parte il greggio iraniano).

Vedremo meglio, nelle prossime ore, quali problemi o divisioni abbiano fermato la macchina statunitense sull’orlo della follia (“cancellare una civiltà”). Quel che appare abbastanza certo è che anche nel mondo “Maga” le spaccature vanno crescendo, con esponenti ben noti che chiedono apertamente all’esercito di “togliere la valigetta atomica” dalle mani del presidente.

Decine di parlamentari democratici statunitensi avevano precedentemente chiesto la rimozione di Trump dalla carica, e molti di loro stanno ora dichiarando che la loro posizione non cambia dopo l’annuncio del cessate il fuoco.

Un piccolo peso può averlo avuto anche la molto tardiva sortita di Papa Leone, peraltro anche lui statunitense, che ha definito ieri “inaccettabile” la “minaccia contro tutto il popolo dell’Iran”. In fondo, per i credenti di fede cristiana, si tratta dell’unica persona ufficialmente legittimata ad interpretare la “volontà di dio”. E sarebbe stato complicato per Trump spiegare, ad un elettorato beghino e tradizionalista, per quanto disomogeneo (protestanti, evangelici, cattolici, ecc.) a quale altro dio si riferisse quando, due giorni fa, garantiva che “approva quel che stiamo facendo in Iran”.

Una prima valutazione a caldo è arrivata da Alan Eyre, illustre ricercatore diplomatico presso il Middle East Institute di Washington, che ha dichiarato ad Al Jazeera che il presidente Trump era probabilmente “giustamente terrorizzato” dall’impatto economico della guerra e dal controllo iraniano dello Stretto di Hormuz, e si è reso conto di dover “dichiarare vittoria e poi fare i capricci”.

“Siamo fortunati che non abbia dato seguito alle sue parole. Quindi, nella migliore delle ipotesi, si dichiarerà vincitore e noi cercheremo di rimediare al disastro che ha combinato”.

In aggiornamento.

Fonte

01/02/2026

Gaza - Famiglie massacrate e civili sotto le macerie del “cessate il fuoco”

Dall’alba di oggi Israele ha ucciso almeno 26 palestinesi nella Striscia di Gaza, tra cui molti bambini.

Il cessate il fuoco firmato dal premier Netanyahu resta, per Tel Aviv, un accordo privo di qualsiasi vincolo. Le operazioni militari non si sono mai fermate: bombardamenti, uccisioni e distruzione continuano senza interruzione. Dalla firma della tregua, il 10 ottobre 2025, più di 500 persone sono state ammazzate a Gaza. Come sempre, tra le vittime ci sono molti bambini: schiacciati sotto le case civili rase al suolo, carbonizzati nelle tende date alle fiamme, colpiti a morte da cecchini e carri armati. Anche oggi, le principali vittime sono i più piccoli. Ancora una volta, le bombe israeliane hanno massacrato famiglie intere, come quella di Abu Hadayed, che viveva ad Asdaa, a nord-ovest di Khan Younis. Sette i morti: Ribhi Hamad Abu Hadayed, i suoi tre figli Mohammad Ribhi, Hazem Ribhi e altri membri della famiglia, e tre nipoti, Hajar Ribhi Hadayed, Lia Mohammad Abu Hadayed, Sham Hazem Abu Hadayed e Jibril Hazem Abu Hadayed.

Altre tredici persone sono state uccise nell’attacco alla stazione di polizia di Sheikh Radwan, a Gaza City, nel nord della Striscia. La struttura era affollata di funzionari e civili presenti per pratiche amministrative. Molti risultano ancora dispersi sotto le macerie. Le immagini mostrano scene apocalittiche: civili insanguinati, corpi senza vita tutt’intorno a un edificio sventrato. Diverse donne lavoravano all’interno della struttura pubblica. Alcuni corpi sono riemersi, mutilati, dalle macerie, mentre le squadre di soccorso continuano a scavare. Il bilancio delle vittime potrebbe salire.

L’esercito israeliano ha dichiarato che la strage sarebbe stata una risposta all’uscita di otto combattenti di Hamas da un tunnel a Rafah, probabilmente rimasti intrappolati nelle strutture sotterranee. Tel Aviv ha anche sostenuto di aver colpito “piattaforme di lancio di razzi” e depositi di armi, senza fornire alcuna prova. Sul terreno, droni e aerei hanno preso di mira campi profughi, abitazioni civili e aree lontane da Rafah. A Gaza City una casa è stata colpita alle 4 del mattino, senza alcun avviso, mentre un’intera famiglia con bambini dormiva all’interno. Altre immagini mostrano razzi cadere su strade della città, mentre pochi metri più avanti i bambini giocavano a pallone. Anche a Jabalia, nel nord, i cecchini hanno ucciso almeno una persona.

Nessun soldato israeliano è stato attaccato né è rimasto ferito. In ogni caso, il piano del presidente statunitense Trump, firmato da Tel Aviv, stabilisce che l’eventuale smilitarizzazione della Striscia non spetterebbe a Israele, né ai suoi aerei o droni. Al contrario, secondo gli accordi, l’esercito avrebbe dovuto sospendere ogni operazione militare, aprire immediatamente il valico di Rafah e ritirarsi dalla Striscia. Eppure, nonostante il massacro di donne, uomini e bambini, Washington non ha rilasciato alcuna dichiarazione sulle gravissime violazioni israeliane e il silenzio si fa ancora più pesante alla luce delle recenti decisioni dell’amministrazione statunitense. Mentre Gaza continua a essere bombardata, infatti, gli Stati Uniti hanno approvato nuove e massicce forniture di armi a Israele. Il Dipartimento di Stato ha dato il via libera a un accordo da 3,8 miliardi di dollari per l’acquisto di 30 elicotteri d’attacco Apache, affiancato da un ulteriore pacchetto da 1,8 miliardi per veicoli tattici leggeri.

Vendite giustificate in nome della “sicurezza” di Israele e della sua “prontezza militare”, nonostante Tel Aviv continui a violare il cessate il fuoco a Gaza. Ogni anno Washington garantisce a Israele miliardi di dollari in sostegno militare, in gran parte sotto forma di aiuti, rafforzando di fatto un apparato bellico impegnato in operazioni contro la popolazione civile palestinese. Benyamin Netanyahu, alleato e amico del presidente Donald Trump, resta libero di agire senza conseguenze, nonostante la nascita del cosiddetto “Board of Peace”, del consiglio tecnocratico palestinese e della forza internazionale che dovrebbe garantire la sicurezza di Gaza. E nonostante Hamas abbia consegnato tutti gli ostaggi rimasti nella Striscia, vivi e morti.

Restano totalmente impuniti anche i bombardamenti israeliani in Libano, violazioni continue di un altro cessate il fuoco, quello firmato con Hezbollah. Ieri sera, nell’arco di un’ora, l’esercito ha colpito 21 volte le aree del sud del Paese. Il “cessate il fuoco” di Israele ha già ucciso 300 persone in Libano in poco più di un anno.

Fonte

28/12/2025

Cambogia e Thailandia firmano un nuovo cessate il fuoco

I governi della Thailandia e della Cambogia hanno firmato un nuovo accordo di cessate il fuoco per porre fine a quasi tre settimane di intensi scontri armati lungo il confine conteso.

«Le parti concordano di mantenere gli attuali schieramenti di truppe senza ulteriori movimenti» recita una dichiarazione congiunta firmata dai ministri della Difesa dei due paesi asiatici, il thailandese Natthaphon Narkphanit e il cambogiano Tea Seiha. «Qualsiasi rafforzamento aumenterebbe le tensioni e influenzerebbe negativamente gli sforzi a lungo termine per risolvere la crisi», sottolinea invece il ministero della Difesa cambogiano in una dichiarazione pubblicata sui propri profili social.

L’8 dicembre le forze armate dei due paesi avevano ripreso gli scontri infrangendo la precedente tregua negoziata dalla Malesia, in qualità di presidente di turno dell’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (Asean), e dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.

Entrato in vigore questa mattina, l’accordo ha posto fine a 20 giorni di combattimenti che hanno causato la morte di almeno 101 persone e lo sfollamento di oltre mezzo milione di abitanti su entrambi i lati del confine.

Tra le principali clausole previste dall’intesa, c’è la cessazione immediata di ogni forma di attacco, il mantenimento delle posizioni attuali delle truppe, senza ulteriori rinforzi, e l’impegno della Thailandia a rimpatriare 18 soldati cambogiani catturati in precedenza, nel caso il cessate il fuoco regga per almeno 72 ore.

Un team di osservatori dell’ASEAN monitorerà l’attuazione dell’accordo attuale, afferma l’accordo, aggiungendo che entrambi i paesi hanno anche concordato di mantenere una comunicazione aperta “per risolvere” eventuali problemi sul campo.

Domenica il ministro degli Esteri cambogiano Prak Sokhonn si recherà nello Yunnan, in Cina, per tenere un incontro trilaterale con il suo omologo thailandese e il ministro di Pechino Wang Yi. L’incontro è stato presentato come un’iniziativa volta a rafforzare la “fiducia reciproca” e a ripristinare “pace, sicurezza e stabilità” lungo il confine.

Fonte

19/12/2025

Gaza, cessate il fuoco sempre più fragile. La ricostruzione resta una ipotesi

di Michele Giorgio

A oltre due mesi dalla conclusione del cessate il fuoco tra Israele e Hamas – che solo formalmente ha messo fine a due anni di offensiva devastante di Tel Aviv nella Striscia di Gaza – regna una tensione profonda caratterizzata da promesse incompiute e da una realtà sul terreno che smentisce ogni retorica sulla fine del conflitto.

L’accordo fondato sul piano Trump in 20 punti e firmato a Sharm el Sheikh avrebbe dovuto segnare l’inizio di una transizione verso il ritiro delle forze di occupazione israeliane, la ricostruzione di Gaza e la fine reale delle ostilità. Prevede anche il disarmo di Hamas, la sua non partecipazione al governo futuro di Gaza e l’avvio di un meccanismo politico internazionale. Ma su molti di questi punti non c’è mai stata un’intesa piena. Pesano soprattutto le pressioni e le strategie di Israele che continua a lanciare raid ed attacchi su Gaza e non mostra segni di volersi ritirare completamente.

Lo scorso 9 ottobre Israele e Hamas hanno firmato un accordo limitato, circoscritto alla prima fase del piano Trump. Il cessate il fuoco ha consentito il rilascio di tutti i 20 ostaggi israeliani ancora in vita, la restituzione dei corpi di 27 ostaggi deceduti, con un corpo rimasto a Gaza, e la liberazione di circa duemila prigionieri palestinesi, 250 dei quali condannati all’ergastolo. Lo scambio ha previsto anche la restituzione dei corpi di palestinesi uccisi per ogni salma consegnata di ostaggi israeliani deceduti. Su questo piano, almeno formalmente, gli impegni sono stati rispettati, anche se con ritardi e tensioni.

Molto diversa è la situazione sul fronte umanitario. Nonostante gli accordi presi, Israele fa entrare a Gaza un numero di camion di aiuti inferiore a quanto concordato. Le agenzie umanitarie confermano che i flussi di assistenza sono ben al di sotto del fabbisogno reale e denunciano il blocco di beni essenziali. Il valico di Rafah, che avrebbe dovuto riaprire già nella prima fase del cessate il fuoco, resta chiuso, anche se Israele ha annunciato la sua “prossima” riapertura almeno in uscita verso l’Egitto.

Intanto Gaza continua a essere un territorio in rovina. Tra macerie e palazzi sventrati, i residenti recuperano sbarre di ferro dai resti degli edifici per costruire tende di fortuna. L’Unicef parla di un numero “incredibilmente alto” di bambini gravemente malnutriti, mentre le piogge intense di queste ultime settimane hanno allagato migliaia di tende, diffondendo liquami e rifiuti e aggravando una crisi sanitaria già drammatica.

Nonostante la tregua, il fuoco israeliano contro civili nei pressi della linea di demarcazione e durante operazioni che Tel Aviv definisce “mirate” contro Hamas ha ucciso circa 400 palestinesi. Da parte loro militanti di Hamas e di altre organizzazioni hanno compiuto alcuni attacchi contro le forze di occupazione, uccidendo almeno tre soldati.

Rimangono irrisolte le questioni più delicate. Una forza internazionale di stabilizzazione è prevista per garantire sicurezza e ordine, ma composizione, mandato e ruolo restano avvolti nell’incertezza. Ne hanno parlato gli Stati Uniti e decine di altri paesi a inizio settimana a Doha senza raggiungere risultati apprezzabili. Si è appreso anche di un possibile coinvolgimento di Indonesia e Pakistan. Israele però insiste affinché questa forza abbia il compito di disarmare Hamas, una missione che nessun paese pare disposto ad assumersi.

Anche il futuro politico di Gaza è sospeso. Il piano prevede un organismo tecnocratico palestinese, senza la partecipazione di Hamas, incaricato di governare nella fase di transizione. Non esistono però annunci ufficiali su tempi e modalità della sua formazione. L’Autorità Nazionale Palestinese dovrebbe poi subentrare, ma solo dopo riforme imposte da Usa e Israele, non meglio specificate. A supervisionare l’intero processo dovrebbe essere un cosiddetto Consiglio per la Pace presieduto da Trump, il cui annuncio è stato rinviato all’inizio del 2026 e la cui composizione resta poco chiara.

Il movimento islamista ha ribadito di non essere disposto a rinunciare alle armi senza la creazione di uno Stato palestinese. Il piano Trump lega ulteriori ritiri israeliani all’interno di Gaza proprio a questo passaggio, creando un circolo vizioso che alimenta lo stallo. Israele ha più volte avvertito che, in assenza di un disarmo concordato, potrebbe tornare all’offensiva militare che ha già raso al suolo gran parte di Gaza.

Molti pensano che l’attuale situazione sia destinata a congelarsi. A Gaza e in Cisgiordania ritengono che Israele non completerà mai il ritiro, impedirà una vera ricostruzione per mantenere la Striscia in uno stato di rovina permanente. Gli schieramenti militari e alcuni piani di costruzione suggeriscono una possibile divisione di fatto dell’enclave, con un’area sotto controllo diretto israeliano (zona gialla), dove Tel Aviv appoggia gruppi armati anti Hamas, e un’altra (area verde) controllata dal movimento islamista, priva di ricostruzione e servizi.

Le prospettive di accordo a lungo termine appaiono più remote che mai. La sfiducia reciproca ha raggiunto livelli senza precedenti e la soluzione dei due Stati (Israele e Palestina) ormai è irrealizzabile di fronte alle politiche sul terreno di Israele, nonostante il crescente riconoscimento internazionale di uno Stato palestinese. Il piano Trump parla di autodeterminazione e sovranità come aspirazioni legittime del popolo palestinese, ma il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu le ha più volte escluse. Le elezioni in Israele sono previste per il 2026, ma non vi sono segnali che un eventuale nuovo governo sia disposto ad accettare l’indipendenza palestinese.

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10/12/2025

Gaza - Hamas disarmerà solo se Israele accetterà uno Stato palestinese

Hamas ha rifiutato il disarmo dei propri combattenti a meno che Israele non si impegni in un processo politico per la statualità palestinese e fornisca garanzie che non riprenderà la guerra.

Il funzionario di Hamas Bassem Naim ha dichiarato l’8 dicembre che il gruppo è disposto a consegnare il potere “immediatamente” al governo tecnico palestinese previsto nel piano Trump e che la disattivazione delle armi potrebbe iniziare sotto una tregua a lungo termine di 5-10 anni.

“Durante questo periodo, possiamo deporre le nostre armi, immagazzinarle o congelarle con garanzie palestinesi, regionali o internazionali per facilitare una discussione politica che potrebbe concludersi con lo Stato palestinese. Allora saremo pronti a consegnare tutte le nostre armi a questo nuovo stato indipendente, e persino a integrare i nostri combattenti nel nuovo esercito palestinese”, ha detto.

Hamas ha avvertito che i negoziati per attuare la seconda fase dell’accordo di cessate il fuoco a Gaza non possono aver luogo mentre Israele continua a violare la prima fase dell’accordo. “Israele sta violando apertamente l’accordo di cessate il fuoco”, ha dichiarato Hussam Badran, altro esponente di Hamas.

“L’occupazione non ha adempiuto a nessuno dei suoi obblighi fondamentali nella prima fase, poiché mantiene chiuso il valico di Rafah, impedisce l’ingresso di tende e roulotte, riduce gli aiuti umanitari e continua i suoi crimini di uccisioni e demolizioni all’interno della linea gialla. Queste pratiche sono una continuazione dell’aggressione che avrebbe dovuto cessare immediatamente dopo l’inizio dell’accordo, e notiamo che continuano senza alcun reale impegno”, ha aggiunto Badran.

“Ogni discussione sulla seconda fase è subordinata a una reale pressione sull’occupazione da parte dei mediatori e degli Stati Uniti per costringerla ad attuare pienamente quanto concordato nella prima fase”, ha proseguito il funzionario di Hamas.

Come parte della prima fase dell’accordo, le truppe israeliane si sono ritirate in quella che ora viene definita la “linea gialla”. L’accordo stabilisce che le forze israeliane possono mantenere una presenza perimetrale a Gaza fino al completo disarmo della resistenza, e si ritireranno gradualmente man mano che il processo di disarmo avanzerà. Tuttavia, l’esercito israeliano ha oltrepassato la linea gialla nel tentativo di conquistare più territorio, violando l’accordo.

Badran ha fatto riferimento alle recenti dichiarazioni del capo dell’esercito israeliano Eyal Zamir durante un tour a Gaza. Zamir ha detto il 7 dicembre che la linea gialla è la “nuova linea di confine”. L’esponente di Hamas ha definito ciò “un palese rinnegamento dell’accordo di cessate il fuoco”.

Israele ha affermato una settimana fa che avrebbe aperto presto il valico di Rafah in coordinamento con l’Egitto. Il Cairo lo ha negato e ha detto che qualsiasi accordo avrebbe aperto il valico da entrambi i lati, poiché Tel Aviv si è rifiutata di permettere ai palestinesi di tornare a Gaza dall’Egitto.

Da quando è iniziato il cessate il fuoco, Israele ha mantenuto strette restrizioni sulla quantità di aiuti che entrano a Gaza. All’inizio dello scorso mese, Tel Aviv aveva permesso l’ingresso solo del 28% degli aiuti che dovevano entrare nella Striscia come parte dell’accordo. Ciò include attrezzature essenziali urgentemente necessarie per le operazioni di rimozione delle macerie.

Attualmente ci sono 68 milioni di tonnellate di macerie a Gaza a causa della guerra genocida di Israele e della distruzione sistematica delle infrastrutture, secondo il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP). Il capo dell’UNDP in Palestina, Jaco Cilliers, ha dichiarato: “Nello scenario migliore, ci vorranno almeno cinque, più probabilmente sette anni” per affrontare le macerie.

Secondo fonti citate da Axios venerdì, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sta pianificando di annunciare la Fase Due dell’accordo di cessate il fuoco di Gaza prima di Natale. Uno degli aspetti principali del “piano di pace” di Trump è lo schieramento di una Forza di Sicurezza Internazionale (ISF) composta da paesi regionali. Turchia, Qatar, Azerbaigian, Indonesia e Pakistan hanno segnalato la disponibilità a contribuire con truppe.

Tuttavia, il piano Trump affida all’ISF il compito di disarmare e smantellare Hamas e altre fazioni della resistenza. Nelle ultime settimane sono emerse numerose rivelazioni che indicano un significativo disagio arabo e regionale all’idea di essere costretti ad affrontare scontri armati a Gaza. Un alto funzionario pakistano ha detto recentemente che il suo paese è pronto a contribuire con truppe per il mantenimento della pace, ma ha escluso di partecipare a qualsiasi disarmo.

Israele ha categoricamente respinto qualsiasi statualità palestinese e si oppone al ritorno dell’Autorità Palestinese (AP) a Gaza – un altro elemento cruciale del “piano di pace” statunitense.

Da quando è stato raggiunto l’accordo, centinaia di palestinesi sono stati uccisi da raid aerei israeliani. “Israele potrebbe ancora considerare un’opzione militare come un modo per disarmare Hamas e quindi non ha fretta di passare alla seconda fase del cessate il fuoco”, hanno riferito fonti a Haaretz alla fine dello scorso mese.

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25/11/2025

A Gaza il cessate il fuoco non esiste

Quando il 10 ottobre è stato dichiarato un “cessate il fuoco” a Gaza, molti palestinesi hanno tirato un sospiro di sollievo. Avevano appena subito due anni di bombardamenti costanti, stimati in circa sei volte la potenza esplosiva della bomba atomica sganciata su Hiroshima nel 1945, concentrati su un’area con meno della metà delle dimensioni della città giapponese.

La devastazione era totale. Tutti gli ospedali e le università erano stati bombardati, la maggior parte delle case e delle scuole distrutte e infrastrutture vitali, come il sistema fognario e le linee elettriche, erano state danneggiate irreparabilmente. Si stima che 50 milioni di tonnellate di macerie fossero sparse lungo la Striscia e sotto di esse giacessero almeno 10.000 corpi di palestinesi uccisi nei bombardamenti, ancora da recuperare.

Eppure, la tregua che la popolazione di Gaza si aspettava non si è mai materializzata. Quasi subito dopo l’annuncio del “cessate il fuoco”, il Regime israeliano ha ripreso a bombardare la Striscia. Da allora non si è più fermato.

Secondo l’Ufficio Stampa governativo di Gaza, Israele ha violato il “cessate il fuoco” quasi 500 volte in 44 giorni, uccidendo 342 civili. Il giorno più sanguinoso è stato il 29 ottobre, quando le Forze di Occupazione Israeliane hanno ucciso 109 palestinesi, tra cui 52 bambini. Più recentemente, giovedì, 32 palestinesi sono stati uccisi, tra cui un’intera famiglia nel quartiere di Zeitoun a Gaza, quando una bomba è stata sganciata su un edificio in cui si erano rifugiati.

Ma non è solo il bombardamento a non essersi fermato. Nemmeno la fame si è fermata.

In base all’accordo di “cessate il fuoco”, 600 camion di aiuti avrebbero dovuto essere autorizzati a entrare ogni giorno, ma Israele non ha rispettato l’accordo. Come ha riferito da Gaza il corrispondente di Al Jazeera Hind al-Khoudary, le Forze di Occupazione Israeliane consentono l’ingresso nella Striscia solo a 150 camion al giorno. Impediscono inoltre l’ingresso di alimenti nutrienti, tra cui carne, latticini e verdure, nonché di medicinali, tende e altri materiali di prima necessità per i rifugi.

Una coalizione di agenzie umanitarie palestinesi ha stimato che gli aiuti che entrano ora non coprono nemmeno un quarto dei bisogni primari della popolazione.

L’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati Palestinesi (UNRWA), che afferma di avere nei suoi magazzini cibo a sufficienza per sfamare tutti a Gaza per mesi, non è ancora autorizzata a importarne. Ciò è in aperta violazione di un parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia di ottobre, secondo cui il Regime israeliano ha il dovere di non ostacolare la fornitura di aiuti da parte delle agenzie delle Nazioni Unite, inclusa l’UNRWA.

La Corte ha inoltre respinto le accuse israeliane secondo cui l’agenzia manca di neutralità e ha affermato che è un attore indispensabile nel panorama umanitario. Ciononostante, il Regime israeliano ha respinto il parere consultivo e continua a limitare le attività dell’UNRWA impedendo la distribuzione degli aiuti e negando i visti al suo personale internazionale.

Il Regime israeliano non sta inoltre rispettando le misure provvisorie stabilite in una sentenza della Corte Internazionale di Giustizia del gennaio 2024, che ha stabilito che a Gaza venivano commessi plausibili atti di Genocidio. Queste misure includevano la prevenzione degli atti di Genocidio, la prevenzione e la punizione dell’incitamento al Genocidio e il permesso di accedere agli aiuti umanitari a Gaza. Da allora, la Corte ha ribadito più volte le sue misure provvisorie. Il Regime israeliano continua a ignorarle.

E questo perché, a livello internazionale, continua a godere di una copertura diplomatica, finanziaria e militare senza precedenti. L’ultima iterazione di ciò è avvenuta il 17 novembre, quando il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato la Risoluzione 2803, approvando il piano in 20 punti del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump per Gaza.

Tra le sue disposizioni figura la creazione di due organismi che assumerebbero il controllo di Gaza: il Consiglio per la Pace, presieduto dallo stesso Trump, e la Forza Internazionale di Stabilizzazione, incaricata di mantenere la sicurezza e di imporre il disarmo dei gruppi palestinesi. La struttura di governo di entrambi gli organismi rimane poco chiara, ma opererebbero in coordinamento con il Regime israeliano, instaurando di fatto un ulteriore livello di controllo straniero sul popolo palestinese.

La Risoluzione consente inoltre di aggirare le strutture locali e internazionali esistenti nella distribuzione degli aiuti. Non fa alcun riferimento al Genocidio e non propone alcun meccanismo di responsabilità per i Crimini di Guerra. In sostanza, la Risoluzione viola il Diritto Internazionale e conferisce agli Stati Uniti, Complici del Genocidio, il controllo su Gaza.

Tutto ciò chiarisce il fatto che il “cessate il fuoco” non è affatto un cessate il fuoco. Il Regime israeliano continua ad attaccare Gaza, a far morire di fame la popolazione palestinese e a negarle l’accesso a un alloggio adeguato e all’assistenza sanitaria.

Definire questo accordo un cessate il fuoco consente a Stati terzi di rivendicare progressi nella risoluzione del conflitto e persino nella pace, quando la realtà fondamentale del Genocidio palestinese sul campo rimane sostanzialmente immutata. Il “cessate il fuoco” è una farsa diplomatica, una copertura per il continuo Sterminio, Sfollamento e Cancellazione del popolo palestinese a Gaza e una distrazione per l’opinione pubblica internazionale e i media.

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21/11/2025

La guerra in Ucraina è persa, gli zombie non lo vogliono capire

Il piano c’è, ora vediamo chi lo suona. Come anticipato ieri, la bozza elaborata dall’amministrazione Trump per chiamare a un “tavolo di pace” Ucraina e Russia è arrivata in mano a Zelenskij e subito dopo a tutto il mondo. 28 punti – come potrete leggerli in fondo a questo articolo – che partono dalla situazione esistente sul terreno e sul piano geopolitico.

Di conseguenza è un piano indigeribile per chi, all’inizio del conflitto, aveva scommesso sulla vittoria di Kiev, il regime change a Mosca e la frammentazione della Russia, che avrebbe spalancato le sue enormi risorse naturali a multinazionali occidentali sempre affamate.

Non c’è alcun dubbio che “il piano” consideri come persa la guerra e quindi risponda alla necessità di impedire ulteriori perdite, sia territoriali che di uomini, mezzi, investimenti, rapporti di forza.

Ma è proprio così che termina ogni guerra. Qualcuno vince, qualcuno perde. La pace non si afferma sventolando formule retoriche angelicate, ma fermando il crepitare delle armi lì dove sono in funzione. C’è sempre un certo spazio per aggiustamenti più o meno consistenti, ma non certo per rovesciamenti radicali della situazione.

Per avere poi un lungo periodo di pace serve costruire un equilibrio che possa tenere nel tempo, selezionando gruppi dirigenti che – per condizioni oggettive, interne e di vincoli esterni – sappiano tenere la barra dritta senza lasciare spazio a nostalgici, avventurieri, svalvolati e provocatori.

Da questo punto di vista la situazione non si presenta affatto facile, e non lascia grandi spazi all’ottimismo.

L’attore principale, quello che aveva dato fuoco alle polveri organizzando il Majdan e l’assalto al Donbass – gli Stati Uniti in versione “dem”, insomma – ha cambiato le proprie priorità geopolitiche, puntando sull’area del Pacifico e il “cortile di casa” latino-americano. Scaricando di fatto sull’Unione Europea costi e rischi del conflitto ucraino. Quelli già maturati e quelli eventualmente futuri.

Il “piano” concretizza questa scelta, mettendo nero su bianco le perdite che Kiev deve accettare (Trump ha addirittura dato a Zelelnskij solo “sei giorni” per farlo) e lasciando alla UE una sola scelta: ingoiare il boccone e pagare il conto della guerra oppure proseguirla “fino all’ultimo ucraino” inseguendo il sogno della vittoria?

Che la giunta neonazista di Kiev sia “spiazzata” è quasi un eufemismo. Dopo quattro anni passati a chiedere ed ottenere soldi e armi ad libitum, si spalanca il baratro del venir meno del “protettore supremo”, quello che garantiva assistenza satellitare, armi avanzate, scudo nucleare, futuro strategico.

Non c’era probabilmente momento peggiore, visto lo scandalo corruzione che sta cancellando carriere importanti tra gli uomini del “presidente”, ma soprattutto mina la residua fiducia interna, abbatte il morale delle truppe al fronte (già scarso per come vengono “catturati” in strada i nuovi arruolati), suscita diffidenza negli “alleati europei” (persino un Salvini può dire a voce alta quello che tutti pensano) e ironie in campo nemico (“sta seduto su un cesso d’oro, non si preoccupa del suo popolo”).

Ma come sempre i guai più grossi arrivano alla fine di un percorso che era già sbagliato.

Osservatori “europeisti” hanno definito questo “piano” peggiore di quello uscito fuori quasi quattro anni fa a Istanbul, poi fatto saltare dalle iniziative di Boris Johnson. È vero, ma era prevedibile già allora. Se perdi terreno – lentamente, ma continuamente – non puoi sperare che poi ti venga presentato un patto più vantaggioso.

Dal punto di vista del popolo ucraino questo sarebbe il momento di cogliere l’occasione per ottenere davvero un cessate il fuoco effettivo (non una tregua per poi ricominciare), liberarsi di un gruppo dirigente corrotto e asservito all’Occidente neoliberista, cominciare a ricostruire il proprio paese.

I territori perduti – peraltro abitati soprattutto da “russofoni”, non da “ucraini puri” che esistono solo nei deliri “banderisti” – non possono essere riconquistati. Il rischio di continuare la guerra è di perdere ancora di più, e più rapidamente (il fronte di Pokrovsk è ormai agli sgoccioli, così come Kupyansk, poi si aprono pianure senza grandi fortificazioni di difesa, aggirando quelle esistenti).

È lo stesso dilemma che dovrebbe far interrogare la classe dirigente “europea”, la quale invece si gingilla con formule retoriche prive di senso pratico (tipo: “non può essere una capitolazione”), minacciando con una pistola scarica che però adombra problemi gravi a medio termine.

L’alta rappresentante dell’UE Kaja Kallas, per esempio, da Bruxelles avverte che per “porre fine” alla guerra in Ucraina “è necessario che anche gli ucraini e gli europei siano d’accordo su questi piani”. E se non lo sono cosa fanno? Continuano la guerra? Senza più la copertura Usa (e quindi anche della Nato) e contro la volontà di Washington?

In teoria ci si può provare, per qualche settimana. Poi si arriverebbe ad un punto militarmente peggiore di quello attuale e a porsi – come “europei” – la domanda: “mandiamo nostri soldati su quel fronte (senza copertura aerea e satellitare Usa)?”

Oppure si può fare buon viso a cattivo gioco, incentivando poi attacchi “terroristici” ucraini in territorio russo per provocare una reazione tale da riaprire la guerra, sperando che nel frattempo a Washington abbiano cambiato di nuovo atteggiamento strategico.

La domanda riguarda insomma proprio questa UE che fin qui non ha toccato palla, bistrattata da Trump al punto da non aver neanche ricevuto in forma ufficiale il “piano”, “ferma” sull’impostazione data dagli Usa di Biden e incapace di adeguarsi al nuovo scenario strategico. E dire che tutti gli indicatori economici consiglierebbero il contrario (il gas russo, per dirne una, costa un quarto del GNL statunitense...).

I popoli stanno da tempo dicendo nelle piazze che questa guerra, così come il genocidio dei palestinesi, deve finire. Solo i cani del profitto facile e del suprematismo “bianco-occidentale” possono sognare di dominare sul Mondo senza incontrare resistenza.

È ora di convincerli a rassegnarsi. Con la lotta, oltre che con la critica... 

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I 28 punti

1. La sovranità dell’Ucraina sarà confermata.

2. Sarà concluso un accordo globale di non aggressione tra Russia, Ucraina ed Europa. Tutte le ambiguità rimaste in sospeso negli ultimi 30 anni saranno considerate risolte.

3. Si prevede che la Russia non invaderà i paesi vicini e che la NATO non si espanderà ulteriormente.

4. Sarà avviato un dialogo tra la Russia e la NATO, con la mediazione degli Stati Uniti, al fine di risolvere tutte le questioni relative alla sicurezza e creare le condizioni per una distensione.

5. L’Ucraina riceverà garanzie di sicurezza affidabili.

6. Le forze armate ucraine saranno limitate a 600.000 militari.

7. L’Ucraina accetta di inserire nella sua costituzione che non aderirà alla NATO, e la NATO accetta di includere nel suo statuto una disposizione che specifica che l’Ucraina non sarà integrata in futuro.

8. La NATO accetta di non schierare truppe in Ucraina.

9. Gli aerei da combattimento europei saranno basati in Polonia.

10. Gli Stati Uniti riceveranno un compenso per la garanzia di sicurezza. Se l’Ucraina invaderà la Russia, perderà tale garanzia. Se la Russia invaderà l’Ucraina, oltre a una risposta militare coordinata e decisiva, saranno ripristinate tutte le sanzioni globali, il riconoscimento del nuovo territorio e tutti gli altri vantaggi di questo accordo saranno revocati. Se l’Ucraina lancerà un missile su Mosca o San Pietroburgo senza una valida ragione, la garanzia di sicurezza sarà considerata nulla e non valide.

11. L’Ucraina è idonea all’adesione all’UE e beneficerà di un accesso preferenziale a breve termine al mercato europeo mentre la questione è allo studio.

12. Un potente pacchetto globale di misure per ricostruire l’Ucraina, che include la creazione di un Fondo di sviluppo per l’Ucraina, la ricostruzione delle infrastrutture del gas ucraine, la riabilitazione delle zone colpite dalla guerra, lo sviluppo di nuove infrastrutture e la ripresa dell’estrazione di minerali e risorse naturali, il tutto accompagnato da un programma di finanziamento speciale elaborato dalla Banca Mondiale.

13. La Russia sarà reintegrata nell’economia mondiale, con discussioni previste sulla revoca delle sanzioni, la reintegrazione nel G8 e la conclusione di un accordo di cooperazione economica a lungo termine con gli Stati Uniti.

14. 100 miliardi di dollari di beni russi congelati saranno investiti in progetti guidati dagli Stati Uniti per ricostruire e investire in Ucraina, con gli Stati Uniti che riceveranno il 50% dei profitti dell’iniziativa. L’Europa aggiungerà 100 miliardi di dollari per aumentare l’importo degli investimenti disponibili per la ricostruzione dell’Ucraina. I fondi europei congelati saranno sbloccati e il resto dei fondi russi congelati sarà investito in un veicolo di investimento americano-russo separato.

15. Sarà istituito un gruppo di lavoro congiunto americano-russo sulle questioni di sicurezza al fine di promuovere e garantire il rispetto di tutte le disposizioni del presente accordo.

16. La Russia sancirà per legge la sua politica di non aggressione nei confronti dell’Europa e dell’Ucraina.

17. Gli Stati Uniti e la Russia concorderanno di prorogare la validità dei trattati sulla non proliferazione e il controllo delle armi nucleari, compreso il trattato START I.

18. L’Ucraina accetta di non essere uno Stato dotato di armi nucleari in conformità con il Trattato di non proliferazione delle armi nucleari.

19. La centrale nucleare di Zaporijjia sarà messa in funzione sotto la supervisione dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) e l’elettricità prodotta sarà distribuita in parti uguali tra Russia e Ucraina al 50%.

20. I due paesi si impegnano ad attuare programmi educativi nelle scuole e nella società volti a promuovere la comprensione e la tolleranza reciproca.

21. La Crimea, Lugansk e Donetsk saranno riconosciute come regioni russe de facto, anche dagli Stati Uniti. Kherson e Zaporijjia saranno congelate lungo la linea di contatto, il che significherà un riconoscimento de facto lungo tale linea. La Russia rinuncerà agli altri territori che controlla al di fuori delle cinque regioni. Le forze ucraine si ritireranno dalla parte della regione di Donetsk che attualmente controllano, che sarà poi utilizzata per creare una zona cuscinetto.

22. Dopo aver concordato le future disposizioni territoriali, la Federazione Russa e l’Ucraina si impegnano a non modificare tali disposizioni con la forza. In caso di violazione di tale impegno non si applicherà alcuna garanzia di sicurezza.

23. La Russia non impedirà all’Ucraina di utilizzare il Dnepr per scopi commerciali e saranno conclusi accordi sul libero trasporto di cereali attraverso il Mar Nero.

24. Sarà istituito un comitato umanitario per risolvere le questioni relative allo scambio di prigionieri, alla restituzione delle salme, al ritorno degli ostaggi e dei detenuti civili, e sarà attuato un programma di ricongiungimento familiare.

25. L’Ucraina organizzerà le elezioni entro 100 giorni.

26. Tutte le parti coinvolte in questo conflitto beneficeranno di un’amnistia totale per le loro azioni durante la guerra e si impegneranno a non avanzare alcuna richiesta di risarcimento né a presentare alcuna denuncia in futuro.

27. Il presente accordo sarà giuridicamente vincolante. La sua attuazione sarà controllata e garantita dal Consiglio di pace, presieduto dal presidente Donald J. Trump. In caso di violazione saranno imposte sanzioni.

28. Una volta che tutte le parti avranno accettato il presente memorandum, il cessate il fuoco entrerà in vigore immediatamente dopo il ritiro delle due parti nei punti concordati per dare inizio all’attuazione dell’accordo.

Fonte

28/07/2025

Thailandia-Cambogia, annunciato accordo per tregua immediata

Thailandia e Cambogia hanno concordato un cessate il fuoco immediato e incondizionato per fermare gli scontri armati iniziati il 24 luglio in una zona di confine contesa. L’intesa, mediata dalla Malesia e annunciata oggi, lunedì 28 luglio, nella residenza del premier malese Anwar Ibrahim vicino Kuala Lumpur, entrerà in vigore a mezzanotte (le 19 in Italia).

I primi ministri Hun Manet e Phumtham Wechayachai si sono impegnati a proseguire il dialogo per una soluzione definitiva.

Il conflitto, causato da una disputa storica su templi indù contesi, ha provocato oltre 30 morti e 180.000 sfollati. Fonte

20/07/2025

Gaza - Tregua di 60 giorni o cessate il fuoco

21 mesi di aggressione genocida incessante a Gaza, più di 60.000 mila morti, 135.000 feriti, e la distruzione del 85% della Striscia, tutto questo sotto gli occhi del Mondo. Abbiamo assistito all'impotenza/ complicità di tanti governi che hanno bloccato ogni tentativo di fermare il genocidio del popolo palestinese.

Da settimane si parla di una proposta americana, articolata e mediata da Egitto e Qatar, e presentata ad Hamas e all’entità sionista, e fortemente sostenuta dal presidente Trump. Questo ultimo vanta di aver costruito il cessate il fuoco tra India e Pakistan, Israele e Iran e l’accordo tra Ruanda e Repubblica Democratica del Congo!

Tanti pensano che Trump stia realizzando una stabilità a livello internazionale, e per questo la sua proposta per una tregua a Gaza attira l’attenzione e potrebbe portare a tangibili progressi nei negoziati. Sarà così!

La proposta statunitense di un cessate il fuoco di 60 giorni a Gaza include un complesso pacchetto di accordi umanitari, politici e di sicurezza. Sebbene la proposta apparentemente miri a una tregua relativamente a lungo termine, con la possibilità di estenderla in preparazione di un accordo permanente, la sua sostanza è soggetta a condizioni precise che potrebbero mantenere lo status quo, seppur in una forma più calma.

La proposta include un calendario per il rilascio di prigionieri e cadaveri e il flusso di aiuti umanitari in cambio di un graduale ritiro dell’esercito israeliano da aree specifiche di Gaza, secondo mappe concordate. I negoziati per un cessate il fuoco permanente inizieranno il primo giorno, includendo uno scambio completo di prigionieri, futuri accordi di sicurezza a Gaza e accordi per il “giorno dopo” la guerra, che porteranno alla dichiarazione di un cessate il fuoco permanente e completo.

Attraverso questa proposta, gli Stati Uniti cercano di coinvolgere Hamas e Israele in un meccanismo negoziale a tempo determinato, con garanzie da parte dello stesso Presidente Trump che entrambe le parti vi aderiranno e l’impegno a supervisionare direttamente l’attuazione dell’accordo.

Tuttavia, queste garanzie si scontrano con una complessa realtà sul campo, con le forze israeliane che continuano a condurre operazioni militari all’interno della Striscia di Gaza, tra le minacce del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu di continuare la guerra fino alla completa eliminazione di Hamas.

Al contrario, l’aspetto più importante di questi colloqui è la convinzione che Hamas debba comprendere di essere la ragione per porre fine alla guerra, o il pretesto e la giustificazione per riprenderla con maggiore intensità.

Hamas sta dimostrando una flessibilità misurata, convinta che il successo di qualsiasi negoziato dipenda dalla serietà della controparte e dall’impegno della comunità internazionale nell’attuazione delle risoluzioni internazionali che prevedono il ritiro dell’occupazione da tutti i territori palestinesi, compresa Gaza.

In questa situazione, emergono timori che la tregua proposta sia semplicemente un mezzo per riprodurre la situazione attuale, piuttosto che porvi fine. Parlare di ritiri graduali senza un calendario chiaro per il ritiro completo e mantenere un meccanismo di aiuti soggetto alla supervisione dell’occupazione, perpetua l’occupazione in forma mascherata.

Imporre precondizioni agli accordi di sicurezza e al “giorno dopo” senza un dialogo nazionale palestinese globale, significa continuare una politica di indebolimento dell’unità palestinese e di approfondimento del divario geografico e politico tra Gaza e Cisgiordania.

Questi timori sono rafforzati dalle catastrofiche condizioni umanitarie nella Striscia di Gaza. Secondo le Nazioni Unite, meno del 18% dell’area della Striscia rimane accessibile alla popolazione, a causa dei crescenti bombardamenti israeliani e della grave carenza di alloggi, cibo, acqua e medicine. Il perdurare di questa realtà, unitamente alla presentazione di proposte parziali o temporanee, apre le porte a uno scenario di caos interno e fornisce all’occupazione un pretesto per eludere ed evitare soluzioni definitive.

In questo contesto, Hamas si trova di fronte a una scelta strategica: o accettare questa tregua temporanea senza reali garanzie di un ritiro completo e della fine della guerra, cadendo così nella trappola, di una tregua, in cambio del consolidamento dell’occupazione; oppure impegnarsi a trasformare questa tregua in un’opportunità per costruire una vera unità palestinese, legando qualsiasi accordo alla ristrutturazione interna e impegnando il movimento in una strategia di lotta nazionale unitaria nel quadro dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), l’unica entità legittima e riconosciuta a livello internazionale.

Questa non è una mera richiesta politica; è una necessità nazionale per proteggere la sovranità di Gaza e impedire l’attuazione di qualsiasi piano israelo-americano volto a gestire la divisione palestinese in modo da favorire il proseguimento dell’occupazione e impedire l’istituzione di uno Stato palestinese indipendente.

In conclusione, credo che la proposta americana, nonostante il suo potenziale di porre fine temporaneamente al genocidio, alla guerra di sterminio e alleviare le sofferenze dei civili, non porterà a vera stabilità se non sarà accompagnata da misure chiare e vincolanti per porre fine all’occupazione. La storia recente dimostra che tregue fragili non creano la pace; anzi, possono diventare una copertura per una fase ancora più sanguinosa di guerra, basti guardare la tregua di gennaio scorso.

Ciò che serve oggi non è solo una tregua, ma un giusto accordo che ponga fine alle radici del conflitto e apra la strada a una soluzione politica globale che garantisca giustizia e indipendenza al popolo palestinese.

Ricordando sempre che gli Usa passano con disinvoltura dalla Dichiarazione di Libertà al sostegno del genocidio. In nome della libertà, governi sono stati rovesciati, colpi di stato sono stati condotti, regimi oppressivi sono stati sostenuti e interi popoli sono stati puniti con sanzioni e carestia.

Oggi, questa contraddizione morale si riproduce in Palestina, dove la resistenza di un popolo occupato è criminalizzata, viene negata loro protezione e i principi vengono sepolti insieme ai corpi dei bambini sotto le macerie, come sta accadendo in Cisgiordania e a Gaza.

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04/07/2025

Gaza - Verso un cessate il fuoco?

Alcuni esponenti di Hamas hanno espresso la volontà di fermare le armi, che Israele ha chiesto come condizione per un cessate il fuoco permanente nella Striscia di Gaza. Lo riferisce l’agenzia saudita Asharq News, citando funzionari di Hamas che hanno familiarità con la questione.

Hamas sta cercando chiare garanzie che il cessate il fuoco alla fine porterà alla fine della guerra, ha detto la fonte vicina al gruppo. Due funzionari israeliani hanno detto che questi dettagli sono ancora in fase di elaborazione. In una dichiarazione rilasciata oggi, Hamas ha detto che stava discutendo la proposta di cessate il fuoco con altre fazioni palestinesi e che avrebbe presentato la sua risposta ai mediatori una volta conclusi i colloqui. I funzionari sentiti dalla stampa hanno anche detto che il gruppo potrebbe accettare di esiliare temporaneamente un numero simbolico di suoi funzionari da Gaza, se ciò porterà alla fine della guerra di Israele contro la Striscia.

Almeno 101 palestinesi sono stati uccisi negli attacchi israeliani in tutta Gaza giovedì, hanno detto fonti mediche ad Al Jazeera, tra cui almeno 51 persone che erano in attesa di aiuti umanitari.

In una dichiarazione ufficiale il Ministero dell’Interno e della Sicurezza Nazionale della Striscia di Gaza fa sapere che è severamente vietato trattare, lavorare o fornire qualsiasi forma di assistenza o copertura all’organizzazione umanitaria americana “Gaza Humanitarian Foundation” o i suoi agenti locali o esterni. “Questa istituzione non è stata istituita allo scopo di alleviare le sofferenze degli assediati e degli affamati del nostro popolo, ma è diventata, a causa della sua struttura e dei suoi meccanismi di sicurezza e militari, una trappola di morte di massa, centro di umiliazione e violazione sistematica della dignità e dei diritti umani” dice la dichiarazione che poi sottolinea che “Saranno adottate misure legali dissuasive nei confronti di chiunque dimostri di essere coinvolto nella cooperazione con questa istituzione, portando all’imposizione delle sanzioni massime previste dalle leggi nazionali in vigore”.

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11/05/2025

Precario cessate il fuoco tra India e Pakistan

Dall’India – Dopo giorni di intensi scontri, nel pomeriggio di sabato 10 maggio India e Pakistan hanno concordato un cessate il fuoco immediato, mediato dagli Stati Uniti con l’assistenza di Arabia Saudita e Turchia.

La notizia arriva poche ore dopo l’inizio della controffensiva pakistana agli attacchi missilistici indiani chiamati “operazione Sindoor”, con la quale Islamabad ha dichiarato di aver colpito numerosi obiettivi militari nel Kashmir indiano (soprattutto intorno alle città di Jammu e Srinagar).

L’accordo riguarda tutte le operazioni militari su terra, aria e mare lungo la Linea di Controllo (LoC) e nelle altre aree contese del Kashmir ed è stato accolto con sollievo dalla popolazione kashmira.

Tuttavia, la situazione rimane incerta e violazioni del cessate il fuoco sono altamente possibili se i due Paesi non si impegnano ad aprire un vero e proprio dialogo politico sulle sorti della regione, iniziativa che nessuno dei due sembra intenzionato a prendere.

In particolare, la sospensione del Trattato delle Acque dell’Indo attuata unilateralmente dall’India il 24 aprile scorso come risposta immediata all’attacco terroristico di Pahalgam, rimane uno dei fattori di maggiore instabilità, mettendo in serio pericolo la sicurezza alimentare pakistana.

La fragilità dell’accordo è risultata evidente già nelle prime ore dopo la stipula del cessate il fuoco, quando i due Paesi si sono accusati reciprocamente di violazioni della tregua con segnalazioni di attacchi missilistici e scontri aerei da entrambi i lati, soprattutto nel territorio del Kashmir indiano di Jammu e Srinagar.

A riprova di quanto instabile rimanga la situazione, intorno alle 23 del 10 maggio (19:30 ora italiana) il Ministro degli Esteri indiano Vikram Misri ha dichiarato che “Nelle ultime ore si sono verificate ripetute violazioni dell’intesa raggiunta questa sera tra i direttori generali delle operazioni militari di India e Pakistan. Le forze armate stanno dando una risposta adeguata e appropriata a queste violazioni. Invitiamo il Pakistan ad adottare misure appropriate per affrontare queste violazioni e gestire la situazione” aggiungendo che l’esercito indiano ha ricevuto istruzioni di “trattare con fermezza” qualsiasi violazione.

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10/05/2025

Il sorprendente cessate il fuoco di Trump in Yemen: un’ammissione del fallimento degli Stati Uniti

Mentre gli attacchi missilistici yemeniti contro Israele si intensificavano, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato a sorpresa un “cessate il fuoco” con il governo di Sana’a, sostenendo che Ansar Allah avesse espresso la volontà di porre fine alle ostilità. Tuttavia, gli osservatori hanno interpretato la mossa di Trump come un tentativo di liberare Washington da un conflitto sempre più costoso, anche a scapito della sicurezza dei suoi alleati israeliani e forse europei.

L’improvviso cessate il fuoco evidenzia il fallimento della campagna aerea statunitense originariamente intesa a indebolire le capacità di Ansar Allah, che Washington considera una minaccia diretta alla sicurezza di Israele e del Mar Rosso. Secondo alti funzionari statunitensi che comunicano tramite l’app crittografata “Signal”, gli attacchi, lanciati a metà marzo, sono stati pianificati frettolosamente e scarsamente coordinati con i principali alleati britannici e israeliani. Ciononostante, l’amministrazione Trump ha pubblicamente descritto gli attacchi come una “storia di successo”, nonostante una realtà sul campo nettamente diversa.

Israele è stato il più duramente colpito dalla decisione degli Stati Uniti, in quanto viene ora lasciato solo ad affrontare la minaccia yemenita, di cui Washington si era fatta carico durante tutta la guerra israeliana a Gaza. Un funzionario israeliano ha dichiarato al Jerusalem Post di essere “completamente scioccato” per non aver ricevuto alcuna notifica preventiva della decisione di Trump, apprendendola invece dai media. Questa rivelazione ha suscitato notevole preoccupazione interna, con il sospetto che questo incidente non sia stato né il primo né l’ultimo caso di occultamento di informazioni cruciali da parte dell’amministrazione Trump.

I continui attacchi dello Yemen contro gli assets statunitensi e la sua inaspettata resilienza hanno radicalmente modificato gli equilibri di potere, costringendo l’amministrazione Trump a riconsiderare la sua fallimentare strategia militare. Riconoscendo che nessuno dei suoi obiettivi iniziali era stato raggiunto e non volendo sostenere crescenti costi politici e materiali, Washington ha avviato negoziati indiretti per un cessate il fuoco attraverso la mediazione dell’Oman. Diversi fattori chiave hanno influenzato questa decisione.

L’incapacità di indebolire le consolidate capacità militari dello Yemen o di influenzare la sua posizione politica a sostegno di Gaza, nonostante i prolungati attacchi aerei. Incapacità di formare una coalizione araba efficace (Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti) disposta a condurre un’invasione terrestre, lasciando Washington sempre più dipendente – e vulnerabile – da paesi non disposti a combattere una guerra guidata dagli Stati Uniti per conto di Israele.

1) Inadeguata prontezza delle fazioni locali sostenute da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti ad aprire fronti terrestri efficaci contro Ansar Allah, complicando così le operazioni militari.

2) Aumento della popolarità e della legittimità regionale di Ansar Allah, rafforzate dal loro attivo sostegno a Gaza e dal successo nel colpire le risorse militari statunitensi nel Mar Rosso.

3) Comprovata capacità dello Yemen di abbattere aerei statunitensi, inclusi 22 droni MQ-9 e tre caccia F-18, unita ai timori all’interno del Comando Centrale degli Stati Uniti di potenziali attacchi diretti alle navi da guerra americane, che pongono gravi rischi e umiliazioni per le forze statunitensi.

4) Crescente pressione politica interna negli Stati Uniti, esacerbata dalle crescenti vittime civili in Yemen a causa dei bombardamenti indiscriminati statunitensi, che intensifica le critiche a Trump a livello nazionale.

In definitiva, Trump si è trovato di fronte a opzioni limitate e poco attraenti. L’estensione del conflitto con forze di terra contraddiceva il suo dichiarato desiderio di porre fine alle guerre in Medio Oriente, mentre il proseguimento di attacchi aerei inefficaci si è rivelato politicamente e finanziariamente insostenibile. Di conseguenza, come riportato da The Atlantic, Trump ha scelto di disimpegnarsi dal conflitto attivo, pienamente consapevole che lo Yemen avrebbe continuato a sostenere la resistenza di Gaza.

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14/03/2025

Guerra in Ucraina - Il “cessate il fuoco” per ora è uno slogan

Il giorno dopo, di solito, la polvere sollevata dal chiacchiericcio si posa e le cose cominciano a diventare più chiare. Non è così stavolta, nella successione di eventi innescata dall’“accordo di Gedda” tra Stati Uniti e Ucraina (dunque, di fatto, degli Usa con se stessi) su un cessate il fuoco di 30 giorni e seguito dalle solite minacce di Trump, in questo caso contro la Russia.

Tra ieri pomeriggio e ieri sera, infine, c’è stata una conferenza stampa di Putin, seguita da un incontro con l’inviato di Washington, Steve Witkoff, rimasta invece avvolta nel segreto.

Sarà bene andare con ordine, per non ripetere il cicaleccio dei media “euro-atlantici”, prima delusi dalla “svolta trumpiana” e poi entusiasti per le nuove minacce anti-russe.

Il canovaccio propagandistico disegnato da Trump era in fondo semplicissimo: siccome “l’arbitro” e uno dei due contendenti si sono messi d’accordo, ora tutta la responsabilità di dire no e continuare la guerra è sulle spalle di Putin (esplicito il segretario di Stato, Marco Rubio: “la palla ora è in campo russo”).

Vero è che Zelenskij e l’Unione Europea continuano a remare contro, al punto che leggendo bene la pur inutile “mozione” approvata dal Parlamento europeo si potrebbe parlare di “dichiarazione di guerra perenne contro Mosca”, visto che accusa l’America di essersi “riappacificata con la Russia”, chiede di “aumentare in modo significativo il sostegno militare a Kiev”, nonché altre sanzioni a Mosca per aiutare l’Ucraina a rifiutare il “negoziato di pace” proposto da Trump, che l’Europa rifiuta.

Ma giustamente sia il Tycoon che l’ex capo del Kgb considerano Kiev e Bruxelles gente con molte fantasie e poco peso specifico, riottosi – sì – ma “senza le carte” – né la statura – per imporre un altro gioco.

Dietro il fondale del “comando io” (Trump) si muovono però decisioni prese o da prendere che possono cambiare il quadro. Ad esempio, ben pochi sono andati a guardare cosa ci poteva essere dentro la sua minaccia di “sanzioni finanziariamente devastanti per l’economia russa”.

I più attenti hanno però scoperto che il 12 marzo – due giorni fa – sono scadute le “esenzioni” concesse da Biden che consentivano alle banche russe sanzionate di elaborare i pagamenti europei per le vendite di petrolio in dollari Usa. Ma nessuno sa se Trump le abbia prorogate, cancellate o cos’altro.

Sta qui, insomma, uno dei “bastoni” nascosti dietro la “carota” dei discorsi di pace. Ma non è neanche detto che sia un bastone sufficiente a spaventare davvero. Se le esenzioni non vengono prorogate, infatti, il prezzo del petrolio potrebbe aumentare almeno di 5 dollari al barile, il che ovviamente sarebbe un buon affare per la Russia, a patto che continui a trovare modi per aggirare le restrizioni attraverso le “flotte ombra” e piattaforme di pagamento alternative allo Swift (controllato dagli Usa).

Se invece Mosca non dovesse riuscire più a vendere (ai paesi europei, perché Cina, India e altri clienti se ne sono sempre fregati delle sanzioni euro-atlantiche...) questo sarebbe un danno di una certa entità. Ma non mortale.

Tagliar fuori la UE dal petrolio russo danneggerebbe molto di più l’Europa che la Russia, il che sarebbe alla fin fine un doppio vantaggio per Putin; non solo i profitti del petrolio russo potrebbero aumentare, ma l’UE stessa ne risentirebbe economicamente, soffrirebbe di inflazione e si troverebbe in una posizione ancora peggiore per sostenere militarmente l’Ucraina.

Chiariti alcuni “retroscena”, torniamo all’attesa risposta di Putin alla domanda: “Siete d’accordo o no con la proposta di un cessate il fuoco?”. È stata una risposta lunga, articolata e densa, tanto da costringere i “giornalisti” a scegliere solo una delle tante cose dette, oppure a riportarla quasi per intero senza però evidenziare nulla.

Conviene leggerla, ci sembra:
“Noi siamo d’accordo con la proposta di porre fine alle ostilità, ma partiamo dal presupposto che la cessazione deve portare ad una pace duratura e deve eliminare le cause primarie di questa crisi.

Capiamo che per l’Ucraina sarebbe vantaggioso ottenere una tregua di almeno 30 giorni e noi siamo d’accordo, ma ci sono delle sfumature. Quali?

Per prima cosa, cosa facciamo nel territorio della regione di Kursk? Se noi interrompiamo i combattimenti, significa che tutti i soldati ucraini che sono lì bloccati, devono uscire senza combattere? Li dobbiamo lasciar uscire dopo che hanno compiuto atroci crimini di massa contro la popolazione civile russa? Oppure il comando ucraino, darà loro l’ordine di deporre le armi? Cioè di darsi prigionieri?

Ci saranno solo due modalità per loro: arrendersi o morire. Nella proposta avanzata, questa cosa non è chiara.

Poi: come verranno risolte le altre questioni su tutta la linea di contatto, che è quasi di 2000 km? Lì i soldati russi stanno attaccando su tutta la linea e si stanno creando le condizioni per circondare e bloccare altri raggruppamenti abbastanza grandi di soldati ucraini.

Dunque, come verrà usata questa tregua durante i 30 giorni?

In Ucraina continuerà la mobilitazione forzata? Continueranno le forniture di armi all’Ucraina? L’Ucraina continuerà ad addestrare i soldati mobilitati? Oppure tutto questo non succederà?

Allora sorge una domanda: come sarà risolta la questione del controllo, della verifica? Da chi e come ci verrà garantito che tutto questo non avverrà? Come sarà organizzato il controllo?

Spero che le persone di buon senso comprendano tutto questo, si tratta di una questione molto seria. Chi darà gli ordini di cessare i combattimenti? E quale sarà il prezzo di questi ordini? Ma vi immaginate, su una linea di quasi 2.000 km, chi e come stabilirà chi e come ha infranto gli accordi della tregua? E poi, chi e a chi addosserà la colpa?

Capite che qui ci sono delle questioni grandi e serie, che vanno affrontate e studiate in modo dettagliato da entrambe le parti, potremmo discuterne anche col presidente Trump. L’idea in sé per sé di terminare il conflitto con mezzi pacifici è giusta e noi la sosteniamo”.
Ma una cosa è “l’idea”, tutt’altra un piano articolato che dia risposta a tutte le domande. E non soltanto per il brevissimo periodo, quanto e soprattutto per il futuro a lungo termine (l’Ucraina non potrà entrare nella Nato, i territori ormai inseriti nelle Federazione Russa non verranno restituiti, le forze militari europee non potranno fare da peacekeepers dopo aver per molti anni agito da supporto attivo all’esercito di Kiev – parecchi soldati sono anche morti in battaglia, frettolosamente ricatalogati come “contractor“).

Insomma, si può cominciare a discutere, ma un cessate il fuoco non potrà essere immediato perché darebbe solo la possibilità a Kiev (e alla Nato) di ricostruire una capacità militare che oggi non ha più.

Dall’altra parte, in ogni caso, il governo ucraino ha presentato agli Stati Uniti le sue “linee rosse” per i colloqui di pace:
a) nessuna restrizione alle dimensioni dell’esercito;
b) nessuna restrizione alla partecipazione dell’Ucraina all’UE e alla NATO;
c) la Russia non dovrebbe avere potere di veto sulla partecipazione dell’Ucraina alle organizzazioni internazionali.

Diciamo che come base per arrivare a una pace sembra piuttosto improbabile...

Ma anche la proposta di Trump appare, a vederla meglio, una truffa da affarista scaltro, convinto di aver davanti degli ingenui. La Russia, in quell’“accordo”, sarebbe l’unica parte che sostanzialmente non guadagna nulla.

L’ipotesi di partenza degli Stati Uniti è infatti che alla Russia sarà “consentito di mantenere” un territorio di certe dimensioni che già controlla, mentre all’Ucraina vengono effettivamente forniti nuovi elementi, che si tratti dell’ammissione a qualche blocco, di ulteriori finanziamenti e aiuti, ecc.

Se la Russia non accetta, potrà mantenere gli attuali territori; se accetta, potrà... mantenere gli attuali territori, ma con una sorta di legittimazione da parte atlantica (ma forse non europea...), che comunque sarà sempre esposta a contestazioni armate, dal momento che l’Ucraina ha espressamente dichiarato che non legittimerà mai l’annessione di alcun territorio considerato proprio prima del 2014.

Il resto è vaudeville... Tutta questa discussione si regge sull’ipocrisia di voler – com’era sotto Obama o Biden – mantenere un “ordine basato sulle regole”. Ma proprio nelle stesse ore in cui Trump e l’intero Occidente hanno provato a gettare sulla Russia la responsabilità di non accettare un cessate il fuoco, lo stesso Trump ha minacciato di “annettere con la forza” la Groenlandia. Ossia un territorio di un altro membro della NATO.

Il fatto poi che l’abbia detto in faccia al facente funzioni di “segretario generale della Nato”, l’inutile ex “falco dell’austerità”, Mark Rutte, fornisce un tocco finale degno della commedia dell’arte.

Lasciate dunque perdere ogni imbecille che prova a spiegarvi che “dobbiamo armarci per difendere i valori” (la “democrazia” nel frattempo aggirata per finanziare il riarmo, la “libertà” delle grandi imprese, ecc.).

Guadiamo agli interessi. Ci capiremo qualcosa di più e forse avremo una chance per fermare la deriva guerrafondaia che si è impadronita di un Continente, più che “Vecchio”, decisamente rincoglionito.

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06/03/2025

Gaza - Israele punta ad affamare i palestinesi per realizzare la pulizia etnica

In una nota, il gabinetto del premier israeliano Netanyahu ha precisato che Israele “cesserà ogni ingresso di merci e rifornimenti nella Striscia di Gaza”. Intervenendo alla Knesset lo stesso Netanyahu ha annunciato con cinismo che “È ora di dare al popolo di Gaza la libertà di andarsene”.

A rincarare la dose è intervenuto anche il ministro della destra sionista Smotrich secondo cui per i palestinesi di Gaza “sospendere gli aiuti è solo l’inizio, la prossima fase sarà il taglio di elettricità e acqua”.

È ormai evidente il progetto israeliano di rendere impossibile la vita ai palestinesi di Gaza per costringerli ad andarsene e realizzare così la pulizia etnica della Striscia alla quale Israele punta da tempo.

Lo stesso Trump ha lanciato mercoledì quello che ha definito un “ultimo avvertimento” ad Hamas affinché rilasci gli ostaggi israeliani detenuti nella Striscia di Gaza. “Rilasciate tutti gli ostaggi ora, non più tardi, e restituite immediatamente tutti i cadaveri delle persone che avete assassinato, o per voi è finita”, ha scritto Trump in un lungo post sulla sua piattaforma social Truth e sugli altri social media.

L’Unicef ha condannato duramente il blocco israeliano, che sta mettendo a grave rischio i servizi sanitari essenziali per i bambini di Gaza, in particolare i neonati che dipendono da interventi medici salvavita.

Rosalia Bollen, portavoce dell’Unicef, ha criticato aspramente l’ostruzione israeliana agli aiuti umanitari, affermando che il divieto di vaccini e ventilatori per i neonati prematuri “avrà un impatto catastrofico nel mondo reale” sui bambini e sulle loro famiglie.

Il segretario generale dell’Onu, António Guterres, ha chiesto che “gli aiuti umanitari tornino immediatamente a Gaza”.

Nella giornata di ieri Francia, Germania e Regno Unito hanno espresso “profonda preoccupazione” per la sospensione degli aiuti umanitari a Gaza da parte di Israele, esortando le parti a impegnarsi in negoziati per le prossime fasi dell’accordo di cessate il fuoco.

“È fondamentale che il cessate il fuoco sia sostenuto, che tutti gli ostaggi siano rilasciati e che siano garantiti flussi continui di aiuti umanitari a Gaza”, si legge in una dichiarazione congiunta dei ministri degli Esteri dei tre paesi europei che hanno accolto con favore gli sforzi di mediazione di Egitto, Qatar e Stati Uniti per estendere il cessate il fuoco e chiesto un impegno costruttivo per garantire la fine permanente delle ostilità.

La dichiarazione ha fatto seguito alla decisione di Israele di fermare le spedizioni di aiuti a Gaza poche ore dopo la scadenza della prima fase del cessate il fuoco e dell’accordo di scambio di prigionieri tra Hamas e Israele.

La tregua iniziale di sei settimane, in vigore dal 19 gennaio, si è conclusa alla mezzanotte di sabato. Israele non ha accettato di procedere alla seconda fase dell’accordo, che mira a porre fine definitivamente alla guerra a Gaza.

C’è della tensione intanto nei rapporti tra Israele e Stati Uniti dopo la diffusione della notizia di colloqui diretti tra l’amministrazione USA e Hamas.

Un funzionario israeliano ha rivelato al New York Times che Israele ha scoperto i dettagli dei negoziati non attraverso gli Stati Uniti, ma attraverso “altri canali” non specificati. Il funzionario ha dichiarato che le discussioni si sono svolte nella capitale del Qatar, guidate dall’inviato degli Stati Uniti Adam Boehler. Secondo quanto riferito, i colloqui si sono concentrati sul rilascio del prigioniero israelo-americano Edan Alexander, che si pensa sia vivo, e sul rimpatrio dei resti di quattro cittadini statunitensi.

L’addetto stampa della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha parlato dei negoziati con Hamas, affermando: “L’inviato speciale impegnato in questi negoziati ha l’autorità di parlare con chiunque. Israele è stato consultato su questa questione”.

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03/03/2025

Israele blocca tutti gli aiuti umanitari a Gaza e si rimangia l’accordo

Su ordine del premier Benjamin Netanyahu, Israele ha chiuso il passaggio di tutte le merci e gli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Una mossa letale per la popolazione affamata e impoverita dell’enclave, che lotta per la sopravvivenza tra le macerie e la devastazione, circondata da migliaia di corpi in putrefazione sotto le macerie delle case distrutte.

“Il primo ministro Netanyahu ha deciso che a partire da questa mattina tutti gli ingressi di merci e forniture nella Striscia di Gaza cesseranno”. Un comunicato stampa netto e senza alcuna esitazione. Hamas ha definito la decisione di Tel Aviv “un ricatto” e ha annunciato che non si “piegherà”, dichiarando che “Israele sta ignorando il diritto internazionale e bloccando l’ingresso di medicine e cibo. Interrompere gli aiuti significa che l’occupazione ha deciso di affamare la gente della Striscia di Gaza”. In effetti l’obiettivo dichiarato da Netanyahu è esattamente quello di affamare la popolazione per costringere il gruppo islamico ad accettare le nuove condizioni israeliane, che non intendono rispettare gli accordi già sottoscritti e bloccano la seconda fase degli accordi stessi pur di non discutere di ritiro, di cessate il fuoco permanente, di ricostruzione, di tutto ciò che garantirebbe una seppur lenta ripresa della vita nell’enclave assediata e distrutta.

Secondo i media israeliani la decisione è stata presa insieme agli Stati Uniti. Su richiesta del partner ebraico l’inviato speciale degli Stati Uniti in Medio Oriente, Wittkoff, avrebbe presentato agli altri negoziatori una proposta che riprende esattamente le volontà di Tel Aviv e blocca il processo di pace chiedendo di continuare con lo scambio degli ostaggi senza alcuna garanzia che dopo i rilasci non riprendano i bombardamenti. Israele aveva già dichiarato, nei giorni scorsi, che a differenza di ciò che è stato sottoscritto a gennaio, non intende ritirarsi dal corridoio Filadelfia, che separa Gaza dall’Egitto e continuerà dunque a controllare e gestire tutto ciò che entra e tutti coloro che intendono uscire dalla Striscia.

Immediato il coro di giubilo dei ministri più estremisti del governo Netanyahu, come quello delle finanze, Bezalal Smotrich e l’ex ministro della sicurezza nazionale, il supremasista ebraico Itamar Ben Gvir. Quest’ultimo ha dichiarato in un post su X che “Alla fine la decisione è stata presa: meglio tardi che mai. Questa dovrebbe essere la politica da seguire finché non saranno restituiti gli ultimi ostaggi. Adesso è il momento di aprire le porte dell’inferno, di chiudere l’elettricità e l’acqua, di tornare alla guerra e, cosa più importante, di non accontentarsi solo di metà degli ostaggi, ma di tornare all’ultimatum del presidente Trump: tutti gli ostaggi immediatamente, altrimenti si scatenerà l’inferno a Gaza”.

Anche il ministro delle finanze israeliano di estrema destra Bezalel Smotrich ha affidato a X il suo pensiero di soddisfazione e sangue: “la decisione che abbiamo preso di fermare completamente il flusso di aiuti umanitari a Gaza fino a quando Hamas non sarà distrutto o si arrende completamente e tutti i nostri ostaggi saranno restituiti è un passo importante nella giusta direzione. Le porte dell’inferno sono allettanti. Ora dobbiamo aprire queste porte il più rapidamente e mortalmente possibile al nemico, fino alla completa vittoria”.

Le proteste, già esplose sabato sera in Israele per richiedere di continuare con la seconda fase dell’accordo, proseguono oggi dinanzi alle case dei ministri.

Per mettere pressione a Netanyahu e al suo governo, Hamas ha reso pubblico sabato un video che mostra due fratelli, Eitan e Iar Horn, entrambi ostaggi a Gaza, salutarsi e abbracciarsi in lacrime prima del rilascio di uno di loro. Eitan è rimasto nella Striscia e nel filmato girato dal gruppo islamico chiede a Netanyahu di accettare la seconda fase dell’accordo e riportare tutti a casa: “Se hai un cuore, una coscienza anche piccola, firma, firma oggi”. L’ufficio del primo ministro ha accusato il gruppo islamico di “brutale propaganda”.

A Gaza il Ramadan, il cui inizio è coinciso con la fine della tregua, è cominciato tra l’incertezza e i timori per ciò che potrà accadere. Centinaia di palestinesi hanno tenuto insieme il primo Iftar, il pasto serale che rompe il digiuno, con una lunghissima tavolata tra le macerie di Rafah.

Il ministero della salute palestinese ha fatto sapere che negli ultimi due giorni sono stati registrati ventitré decessi, di cui due persone uccise e ventuno corpi recuperati, aggiornando così il numero dei morti a 48.388. Saleem Oweis, portavoce di Unicef a Gaza, ha dichiarato che sei settimane dopo l’inizio del cessate il fuoco le necessità della popolazione restano enormi: “Riparo, cibo, acqua pulita, che non è ancora disponibile per molti”.

Anche se la tregua ha permesso l’ingresso di beni sul mercato, ha aggiunto Oweis, “è tutto troppo costoso per la maggior parte di coloro che sono stati tagliati fuori da qualsiasi reddito negli ultimi 16 mesi. Tutto quello che dobbiamo fare è aprire le porte e far entrare tutto l’aiuto necessario, senza alcuna restrizione”.

Mentre si moltiplicano gli appelli internazionali per proseguire il cessate il fuoco, il segretario di stato Usa Marco Rubio ha richiesto l’invio di altri 2,04 miliardi di dollari in munizioni e attrezzatura militare per Israele. Motivato da «ragioni di emergenza» e negli «interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti», il nuovo lotto verrà consegnato nel 2026 e comprende 35.529 bombe, 4.000 testate a penetrazione, materiale per i ricambi, supporto per il trasporto e altro ancora.

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