Tra ieri pomeriggio e ieri sera, infine, c’è stata una conferenza stampa di Putin, seguita da un incontro con l’inviato di Washington, Steve Witkoff, rimasta invece avvolta nel segreto.
Sarà bene andare con ordine, per non ripetere il cicaleccio dei media “euro-atlantici”, prima delusi dalla “svolta trumpiana” e poi entusiasti per le nuove minacce anti-russe.
Il canovaccio propagandistico disegnato da Trump era in fondo semplicissimo: siccome “l’arbitro” e uno dei due contendenti si sono messi d’accordo, ora tutta la responsabilità di dire no e continuare la guerra è sulle spalle di Putin (esplicito il segretario di Stato, Marco Rubio: “la palla ora è in campo russo”).
Vero è che Zelenskij e l’Unione Europea continuano a remare contro, al punto che leggendo bene la pur inutile “mozione” approvata dal Parlamento europeo si potrebbe parlare di “dichiarazione di guerra perenne contro Mosca”, visto che accusa l’America di essersi “riappacificata con la Russia”, chiede di “aumentare in modo significativo il sostegno militare a Kiev”, nonché altre sanzioni a Mosca per aiutare l’Ucraina a rifiutare il “negoziato di pace” proposto da Trump, che l’Europa rifiuta.
Ma giustamente sia il Tycoon che l’ex capo del Kgb considerano Kiev e Bruxelles gente con molte fantasie e poco peso specifico, riottosi – sì – ma “senza le carte” – né la statura – per imporre un altro gioco.
Dietro il fondale del “comando io” (Trump) si muovono però decisioni prese o da prendere che possono cambiare il quadro. Ad esempio, ben pochi sono andati a guardare cosa ci poteva essere dentro la sua minaccia di “sanzioni finanziariamente devastanti per l’economia russa”.
I più attenti hanno però scoperto che il 12 marzo – due giorni fa – sono scadute le “esenzioni” concesse da Biden che consentivano alle banche russe sanzionate di elaborare i pagamenti europei per le vendite di petrolio in dollari Usa. Ma nessuno sa se Trump le abbia prorogate, cancellate o cos’altro.
Sta qui, insomma, uno dei “bastoni” nascosti dietro la “carota” dei discorsi di pace. Ma non è neanche detto che sia un bastone sufficiente a spaventare davvero. Se le esenzioni non vengono prorogate, infatti, il prezzo del petrolio potrebbe aumentare almeno di 5 dollari al barile, il che ovviamente sarebbe un buon affare per la Russia, a patto che continui a trovare modi per aggirare le restrizioni attraverso le “flotte ombra” e piattaforme di pagamento alternative allo Swift (controllato dagli Usa).
Se invece Mosca non dovesse riuscire più a vendere (ai paesi europei, perché Cina, India e altri clienti se ne sono sempre fregati delle sanzioni euro-atlantiche...) questo sarebbe un danno di una certa entità. Ma non mortale.
Tagliar fuori la UE dal petrolio russo danneggerebbe molto di più l’Europa che la Russia, il che sarebbe alla fin fine un doppio vantaggio per Putin; non solo i profitti del petrolio russo potrebbero aumentare, ma l’UE stessa ne risentirebbe economicamente, soffrirebbe di inflazione e si troverebbe in una posizione ancora peggiore per sostenere militarmente l’Ucraina.
Chiariti alcuni “retroscena”, torniamo all’attesa risposta di Putin alla domanda: “Siete d’accordo o no con la proposta di un cessate il fuoco?”. È stata una risposta lunga, articolata e densa, tanto da costringere i “giornalisti” a scegliere solo una delle tante cose dette, oppure a riportarla quasi per intero senza però evidenziare nulla.
Conviene leggerla, ci sembra:
“Noi siamo d’accordo con la proposta di porre fine alle ostilità, ma partiamo dal presupposto che la cessazione deve portare ad una pace duratura e deve eliminare le cause primarie di questa crisi.Ma una cosa è “l’idea”, tutt’altra un piano articolato che dia risposta a tutte le domande. E non soltanto per il brevissimo periodo, quanto e soprattutto per il futuro a lungo termine (l’Ucraina non potrà entrare nella Nato, i territori ormai inseriti nelle Federazione Russa non verranno restituiti, le forze militari europee non potranno fare da peacekeepers dopo aver per molti anni agito da supporto attivo all’esercito di Kiev – parecchi soldati sono anche morti in battaglia, frettolosamente ricatalogati come “contractor“).
Capiamo che per l’Ucraina sarebbe vantaggioso ottenere una tregua di almeno 30 giorni e noi siamo d’accordo, ma ci sono delle sfumature. Quali?
Per prima cosa, cosa facciamo nel territorio della regione di Kursk? Se noi interrompiamo i combattimenti, significa che tutti i soldati ucraini che sono lì bloccati, devono uscire senza combattere? Li dobbiamo lasciar uscire dopo che hanno compiuto atroci crimini di massa contro la popolazione civile russa? Oppure il comando ucraino, darà loro l’ordine di deporre le armi? Cioè di darsi prigionieri?
Ci saranno solo due modalità per loro: arrendersi o morire. Nella proposta avanzata, questa cosa non è chiara.
Poi: come verranno risolte le altre questioni su tutta la linea di contatto, che è quasi di 2000 km? Lì i soldati russi stanno attaccando su tutta la linea e si stanno creando le condizioni per circondare e bloccare altri raggruppamenti abbastanza grandi di soldati ucraini.
Dunque, come verrà usata questa tregua durante i 30 giorni?
In Ucraina continuerà la mobilitazione forzata? Continueranno le forniture di armi all’Ucraina? L’Ucraina continuerà ad addestrare i soldati mobilitati? Oppure tutto questo non succederà?
Allora sorge una domanda: come sarà risolta la questione del controllo, della verifica? Da chi e come ci verrà garantito che tutto questo non avverrà? Come sarà organizzato il controllo?
Spero che le persone di buon senso comprendano tutto questo, si tratta di una questione molto seria. Chi darà gli ordini di cessare i combattimenti? E quale sarà il prezzo di questi ordini? Ma vi immaginate, su una linea di quasi 2.000 km, chi e come stabilirà chi e come ha infranto gli accordi della tregua? E poi, chi e a chi addosserà la colpa?
Capite che qui ci sono delle questioni grandi e serie, che vanno affrontate e studiate in modo dettagliato da entrambe le parti, potremmo discuterne anche col presidente Trump. L’idea in sé per sé di terminare il conflitto con mezzi pacifici è giusta e noi la sosteniamo”.
Insomma, si può cominciare a discutere, ma un cessate il fuoco non potrà essere immediato perché darebbe solo la possibilità a Kiev (e alla Nato) di ricostruire una capacità militare che oggi non ha più.
Dall’altra parte, in ogni caso, il governo ucraino ha presentato agli Stati Uniti le sue “linee rosse” per i colloqui di pace:
a) nessuna restrizione alle dimensioni dell’esercito;
b) nessuna restrizione alla partecipazione dell’Ucraina all’UE e alla NATO;
c) la Russia non dovrebbe avere potere di veto sulla partecipazione dell’Ucraina alle organizzazioni internazionali.
Diciamo che come base per arrivare a una pace sembra piuttosto improbabile...
Ma anche la proposta di Trump appare, a vederla meglio, una truffa da affarista scaltro, convinto di aver davanti degli ingenui. La Russia, in quell’“accordo”, sarebbe l’unica parte che sostanzialmente non guadagna nulla.
L’ipotesi di partenza degli Stati Uniti è infatti che alla Russia sarà “consentito di mantenere” un territorio di certe dimensioni che già controlla, mentre all’Ucraina vengono effettivamente forniti nuovi elementi, che si tratti dell’ammissione a qualche blocco, di ulteriori finanziamenti e aiuti, ecc.
Se la Russia non accetta, potrà mantenere gli attuali territori; se accetta, potrà... mantenere gli attuali territori, ma con una sorta di legittimazione da parte atlantica (ma forse non europea...), che comunque sarà sempre esposta a contestazioni armate, dal momento che l’Ucraina ha espressamente dichiarato che non legittimerà mai l’annessione di alcun territorio considerato proprio prima del 2014.
Il resto è vaudeville... Tutta questa discussione si regge sull’ipocrisia di voler – com’era sotto Obama o Biden – mantenere un “ordine basato sulle regole”. Ma proprio nelle stesse ore in cui Trump e l’intero Occidente hanno provato a gettare sulla Russia la responsabilità di non accettare un cessate il fuoco, lo stesso Trump ha minacciato di “annettere con la forza” la Groenlandia. Ossia un territorio di un altro membro della NATO.
Il fatto poi che l’abbia detto in faccia al facente funzioni di “segretario generale della Nato”, l’inutile ex “falco dell’austerità”, Mark Rutte, fornisce un tocco finale degno della commedia dell’arte.
Lasciate dunque perdere ogni imbecille che prova a spiegarvi che “dobbiamo armarci per difendere i valori” (la “democrazia” nel frattempo aggirata per finanziare il riarmo, la “libertà” delle grandi imprese, ecc.).
Guadiamo agli interessi. Ci capiremo qualcosa di più e forse avremo una chance per fermare la deriva guerrafondaia che si è impadronita di un Continente, più che “Vecchio”, decisamente rincoglionito.
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