Ben pochi opinion maker hanno fin qui evidenziato le ragioni banalmente finanziarie del “ciclone Trump” sulla politica complessiva degli Stati Uniti – sia quella estera che quella interna – preferendo raccontarci quant’è “immorale” , cinico, reazionario, scortese, diplomaticamente rozzo, ecc. Insomma, un vero affarista senza scrupoli, uguale alle altre migliaia che si comportano in egual modo fuori dall’occhio dei riflettori.
Il Financial Times, che per specializzazione editoriale deve invece occuparsi delle faccende politiche da un punto di vista meno moraleggiante, coglie finalmente il punto: il debito pubblico federale (quello dello Stato centrale) è fuori controllo e segna nuovi record ogni giorno che passa.
Fin qui il problema è stato in parte ignorato, in parte affrontato manovrando il dollaro e i tassi di interesse (la moneta Usa è l’unica al mondo che funzioni da unità di misura dei prezzi internazionali, moneta di riserva, mezzo di pagamento universale, ecc., pur essendo “stampata” da un governo nazionale al di fuori da qualsiasi legame con un “sottostante” fisico, dal 1971 ad oggi).
Ma visto che l’entità di questo debito cresce “fisiologicamente”, va sommato a quello dei 50 Stati che compongono la Federazione, oltre che a quello privato dei singoli cittadini (uno dei più elevati al mondo), allo squilibrio sistematico della bilancia commerciale con il resto del mondo (gli Usa sono il “consumatore di ultima istanza”), non è più possibile andare avanti facendo finta di essere sani.
Per capirci, con i “parametri” attuali gli Stati Uniti non potrebbero chiedere di esser ammessi nell’Unione Europea... È una battuta paradossale, chiaramente, ma rende l’idea di un mostro malato di proporzioni gigantesche che si aggira per il pianeta calpestando qua e là e sempre a rischio di stramazzare al suolo.
La situazione rischia oltretutto di peggiorare rapidamente, in prospettiva, visto che l’amministrazione Trump (come tutte quelle precedenti) ha in programma la riduzione delle tasse per i ricchi e per le imprese, addirittura fino al 15% (molto meno dell’aliquota minima di un lavoratore dipendente in Italia). Il che aprirebbe voragini ulteriori in un ghiacciaio solcato da profondi crepacci.
Al momento, dalla serie di “ordini esecutivi” già firmati da Trump, emerge la chiara intenzione di ridurre il debito pubblico federale in due modi: i dazi sulle importazioni e i tagli alla spesa pubblica. Dei dazi abbiamo già parlato, anche se bisognerà tornarci sopra, evidenziando il rischio di produrre effetti incontrollabili nell’economia globale, tali da vanificare in gran parte anche le attese di maggiori entrate fiscali da essi derivanti.
L’altra strada è altrettanto classica – tagli alla spesa pubblica – e generatrice forse di problemi anche più grandi di quel che vorrebbe risolvere. Leggiamo a spizzichi e bocconi, nelle cronache, che sono stati tagliati i fondi a tutti i programmi pubblici di “diversità e inclusione”, come se fosse questa la fetta principale.
È passato quasi sotto silenzio, sui media internazionali, lo stop improvviso e prolungato al programma UsAid, uno degli strumenti principali del “soft power” statunitense, motore di tutte le “rivoluzioni colorate” e di tutti i finanziamenti alle “opposizioni” in vari paesi non allineati con Washington. Ma anche di programmi devastanti come la sterilizzazione femminile – forzata o mascherata – in alcuni paesi del “Terzo Mondo”.
Qualcuno si è persino accorto che è stato azzerato il Dipartimento dell’Istruzione (il “ministero”), lasciando tutto l’onere di formazione delle prossime generazioni ai singoli stati e soprattutto alla capacità dei portafogli familiari (con ovvie profonde differenze di classe).
Quasi silenzio di tomba, invece, sul drastico taglio alla spesa pluriennale del Pentagono (80 miliardi di dollari l’anno per i prossimi cinque anni), ovvero alla spesa militare, pilastro centrale – dopo il dollaro – del potere statunitense sul mondo.
Sorprendente, no? L’amministrazione più fascista della storia nordamericana si taglia da sola gli artigli perché costretta a risparmiare... Il contrario di quel che è sempre avvenuto e, paradossalmente, il contrario di quel che l’Unione Europea viene indotta a fare (aumentare la spesa militare per “compensare” il ridotto impegno Usa nel Vecchio Continente).
Di qui, crediamo, i molti rovesciamenti “culturali” cui assistiamo ogni giorno, secondo i quali “la guerra è ‘di sinistra’ e la pace è di destra”...
Una volta almeno “nominate” le ragioni strutturali delle “scelte sorprendenti” dell’amministrazione Trump diventa forse meno misterioso il comportamento lunatico della sua scombiccherata squadra governativa, abbandonando gli schemi di lettura “moralistici” tanto cari all’establishment “dem”, che occultano da sempre le peggiori politiche guerrafondaie e di rapina.
Cadono i veli e si può guardare il mostro per quel che è. “Ci prenderemo la Groenlandia perché ci serve”, così, senza tanti giri di parole sui “diritti umani” o la “democrazia”. “Vogliamo il Canale di Panama” e “faremo del Canada il 51° stato Usa”, anche se ai canadesi non va. Ma, se si va a guardare con più attenzione, si vede che questa maggiore aggressività – proprio perché accoppiata a una riduzione drastica della spesa militare – si va concentrando su un’area molto più ristretta, invece che sull’intero Pianeta.
Questo non implica, ovviamente, che gli Usa rinuncino a muover guerra contro chiunque se “nel loro interesse strategico”. Ma mettono da parte l’illusione di poter governare il mondo e al tempo stesso frantumano la maschera “progressista” del loro dominio imperiale, quella che si permetteva di definire “umanitarie” le guerre di rapina condotte contro paesi troppo più deboli ma comunque fuori dal loro comando (lista lunghissima: Grenada, Somalia, Jugoslavia, due volte l’Iraq, Libia, Afghanistan, più bombardamenti e missioni in Somalia, Siria, Niger, Africa, Pakistan; fino all’Ucraina, naturalmente).
Stiamo entrando in un altro mondo. E si combatte più razionalmente contro un nemico senza maschera---
Il Financial Times, che per specializzazione editoriale deve invece occuparsi delle faccende politiche da un punto di vista meno moraleggiante, coglie finalmente il punto: il debito pubblico federale (quello dello Stato centrale) è fuori controllo e segna nuovi record ogni giorno che passa.
Fin qui il problema è stato in parte ignorato, in parte affrontato manovrando il dollaro e i tassi di interesse (la moneta Usa è l’unica al mondo che funzioni da unità di misura dei prezzi internazionali, moneta di riserva, mezzo di pagamento universale, ecc., pur essendo “stampata” da un governo nazionale al di fuori da qualsiasi legame con un “sottostante” fisico, dal 1971 ad oggi).
Ma visto che l’entità di questo debito cresce “fisiologicamente”, va sommato a quello dei 50 Stati che compongono la Federazione, oltre che a quello privato dei singoli cittadini (uno dei più elevati al mondo), allo squilibrio sistematico della bilancia commerciale con il resto del mondo (gli Usa sono il “consumatore di ultima istanza”), non è più possibile andare avanti facendo finta di essere sani.
Per capirci, con i “parametri” attuali gli Stati Uniti non potrebbero chiedere di esser ammessi nell’Unione Europea... È una battuta paradossale, chiaramente, ma rende l’idea di un mostro malato di proporzioni gigantesche che si aggira per il pianeta calpestando qua e là e sempre a rischio di stramazzare al suolo.
La situazione rischia oltretutto di peggiorare rapidamente, in prospettiva, visto che l’amministrazione Trump (come tutte quelle precedenti) ha in programma la riduzione delle tasse per i ricchi e per le imprese, addirittura fino al 15% (molto meno dell’aliquota minima di un lavoratore dipendente in Italia). Il che aprirebbe voragini ulteriori in un ghiacciaio solcato da profondi crepacci.
Al momento, dalla serie di “ordini esecutivi” già firmati da Trump, emerge la chiara intenzione di ridurre il debito pubblico federale in due modi: i dazi sulle importazioni e i tagli alla spesa pubblica. Dei dazi abbiamo già parlato, anche se bisognerà tornarci sopra, evidenziando il rischio di produrre effetti incontrollabili nell’economia globale, tali da vanificare in gran parte anche le attese di maggiori entrate fiscali da essi derivanti.
L’altra strada è altrettanto classica – tagli alla spesa pubblica – e generatrice forse di problemi anche più grandi di quel che vorrebbe risolvere. Leggiamo a spizzichi e bocconi, nelle cronache, che sono stati tagliati i fondi a tutti i programmi pubblici di “diversità e inclusione”, come se fosse questa la fetta principale.
È passato quasi sotto silenzio, sui media internazionali, lo stop improvviso e prolungato al programma UsAid, uno degli strumenti principali del “soft power” statunitense, motore di tutte le “rivoluzioni colorate” e di tutti i finanziamenti alle “opposizioni” in vari paesi non allineati con Washington. Ma anche di programmi devastanti come la sterilizzazione femminile – forzata o mascherata – in alcuni paesi del “Terzo Mondo”.
Qualcuno si è persino accorto che è stato azzerato il Dipartimento dell’Istruzione (il “ministero”), lasciando tutto l’onere di formazione delle prossime generazioni ai singoli stati e soprattutto alla capacità dei portafogli familiari (con ovvie profonde differenze di classe).
Quasi silenzio di tomba, invece, sul drastico taglio alla spesa pluriennale del Pentagono (80 miliardi di dollari l’anno per i prossimi cinque anni), ovvero alla spesa militare, pilastro centrale – dopo il dollaro – del potere statunitense sul mondo.
Sorprendente, no? L’amministrazione più fascista della storia nordamericana si taglia da sola gli artigli perché costretta a risparmiare... Il contrario di quel che è sempre avvenuto e, paradossalmente, il contrario di quel che l’Unione Europea viene indotta a fare (aumentare la spesa militare per “compensare” il ridotto impegno Usa nel Vecchio Continente).
Di qui, crediamo, i molti rovesciamenti “culturali” cui assistiamo ogni giorno, secondo i quali “la guerra è ‘di sinistra’ e la pace è di destra”...
Una volta almeno “nominate” le ragioni strutturali delle “scelte sorprendenti” dell’amministrazione Trump diventa forse meno misterioso il comportamento lunatico della sua scombiccherata squadra governativa, abbandonando gli schemi di lettura “moralistici” tanto cari all’establishment “dem”, che occultano da sempre le peggiori politiche guerrafondaie e di rapina.
Cadono i veli e si può guardare il mostro per quel che è. “Ci prenderemo la Groenlandia perché ci serve”, così, senza tanti giri di parole sui “diritti umani” o la “democrazia”. “Vogliamo il Canale di Panama” e “faremo del Canada il 51° stato Usa”, anche se ai canadesi non va. Ma, se si va a guardare con più attenzione, si vede che questa maggiore aggressività – proprio perché accoppiata a una riduzione drastica della spesa militare – si va concentrando su un’area molto più ristretta, invece che sull’intero Pianeta.
Questo non implica, ovviamente, che gli Usa rinuncino a muover guerra contro chiunque se “nel loro interesse strategico”. Ma mettono da parte l’illusione di poter governare il mondo e al tempo stesso frantumano la maschera “progressista” del loro dominio imperiale, quella che si permetteva di definire “umanitarie” le guerre di rapina condotte contro paesi troppo più deboli ma comunque fuori dal loro comando (lista lunghissima: Grenada, Somalia, Jugoslavia, due volte l’Iraq, Libia, Afghanistan, più bombardamenti e missioni in Somalia, Siria, Niger, Africa, Pakistan; fino all’Ucraina, naturalmente).
Stiamo entrando in un altro mondo. E si combatte più razionalmente contro un nemico senza maschera---
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L’onere del debito federale degli Stati Uniti è destinato a superare il picco raggiunto dopo la seconda guerra mondiale nei prossimi anni, ha avvertito l’organo di vigilanza fiscale del Congresso, sottolineando le crescenti preoccupazioni per le finanze pubbliche americane.
L’Ufficio Bilancio del Congresso (CBO) ha dichiarato giovedì che il rapporto debito/PIL degli Stati Uniti raggiungerà il 107% durante l’anno fiscale 2029 – superando il picco degli anni ’40 – e continuerà a salire fino al 156% entro il 2055. Per l’anno fiscale 2025, il rapporto debito/PIL è previsto al 100%.
Queste proiezioni arrivano pochi giorni dopo che Moody’s ha lanciato un avvertimento sulla sostenibilità della posizione fiscale degli Stati Uniti, affermando che i dazi commerciali del presidente Donald Trump potrebbero compromettere i tentativi di tenere sotto controllo il grande deficit federale, aumentando i tassi di interesse.
“L’aumento del debito rallenterebbe la crescita economica, farebbe salire i pagamenti degli interessi verso i detentori stranieri del debito americano e comporterebbe rischi significativi per le prospettive fiscali ed economiche; potrebbe anche limitare le scelte politiche dei legislatori”, ha detto il CBO giovedì.

Nonostante l’entità dell’aumento del debito, il tasso di crescita dovrebbe essere meno drastico rispetto alle previsioni di un anno fa, grazie alle ipotesi del CBO di tassi di interesse più bassi, minori spese per Medicare e maggiori entrate.
L’amministrazione Trump e le tasse
L’amministrazione Trump ha promesso di trovare margine fiscale per mantenere la promessa elettorale di tagli fiscali sostanziali per imprese e famiglie. Trump ha incaricato il miliardario della tecnologia Elon Musk di trovare 2.000 miliardi di dollari di tagli alla spesa federale entro la metà del prossimo anno, mentre il presidente cerca di rinnovare i tagli alle tasse introdotti nel 2017 durante il suo primo mandato.
Il presidente ha anche sollevato la possibilità di ridurre l’aliquota fiscale sulle società per le attività domestiche dal 21% al 15%. I calcoli del CBO non tengono conto dell’impatto di un eventuale prolungamento dei tagli fiscali di Trump – una mossa che, secondo l’organo di vigilanza la scorsa settimana, aggiungerebbe 47 punti percentuali al rapporto debito/PIL degli Stati Uniti entro il 2054.
L’amministrazione Trump ritiene che le entrate derivanti dai dazi possano colmare il vuoto lasciato dal calo delle entrate fiscali su redditi e società. Tuttavia, economisti del Peterson Institute, un think tank di Washington, hanno contestato l’idea che queste imposte commerciali possano compensare la potenziale perdita di migliaia di miliardi di dollari di entrate fiscali.
Deficit persistenti
Il governo federale degli Stati Uniti ha registrato deficit sostanziali ogni anno dalla pandemia, con uscite superiori alle entrate del 6,4% del PIL lo scorso anno. Il CBO ha affermato che i deficit probabilmente rimarranno elevati, salendo al 7,3% entro il 2055 – leggermente inferiori rispetto alle previsioni di marzo 2024.
I calcoli presuppongono che la crescita a lungo termine degli Stati Uniti sarà leggermente inferiore alle attese di un anno fa. Il CBO ritiene che la crescita più lenta sia in gran parte dovuta a un calo dell’immigrazione, con la popolazione americana destinata a iniziare a ridursi nel 2033.
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