Le ultime notizie riguardanti gli sviluppi dell’elettronica cinese ci fanno capire che il Dragone sta investendo ampie risorse per colmare le lacune che ha rispetto agli Stati Uniti nel cruciale campo dei microprocessori e dei chip custom per l’IA (quelli usati appunto nei progetti di frontiera dell’attuale sviluppo tecnologico).
Questa spinta alla ricerca e all’innovazione è stata fondante dell’approccio di Pechino nell’ultimo ventennio, ma ha accelerato con le sanzioni statunitensi degli ultimi anni, che hanno vietato la vendita dei prodotti più sofisticati di Intel, Amd e Nvidia a clienti cinesi. E che, specularmente, hanno costretto le compagnie stelle-e-strisce a crearne versioni depotenziate per non sparire dal lucrativo mercato del gigante asiatico.
Invece di competere direttamente sul terreno dei colossi americani, sembra che le compagnie cinesi si stiano concentrando sullo sviluppo di chip basati su architetture RISC, come Arm e Risc-V, piuttosto che sulla produzione di chip all’avanguardia con architettura x86, come quelli creati da AMD e Intel. È la stessa strada che, parallelamente, ha intrapreso persino Apple negli ultimi anni.
Queste architetture, oltre a essere più semplici da progettare e a garantire una maggiore efficienza energetica, sottostanno a licenze più economiche o sono addirittura libere di essere utilizzate senza alcun costo, come nel caso dell’architettura Risc-V ideata dall’Università di Berkeley.
Sebbene questi processori al momento abbiano delle prestazioni inferiori rispetto a quelle garantite dall’architettura x86, più usata nei computer e nei server, il loro basso consumo energetico permette di sfruttare al massimo il calcolo parallelo, creando chip con centinaia di core, ovvero microprocessori veri e propri, sullo stesso die di silicio.
Per farla più semplice, significa che anche se meno sofisticato, il tipo di chip su cui si sta concentrando la Cina permette, in virtù del ridotto consumo energetico, l’utilizzo contemporaneo di più unità di elaborazione fissate sullo stesso supporto. E, dunque, anche di velocizzare l’esecuzione di un codice, cioè delle ‘istruzioni’ ricevute da un programma quando facciamo una qualsiasi operazione.
I colossi dell’elettronica cinese stanno sviluppando architetture di microproccessori a livello da Data Center, cioè i grandi centri di elaborazione per enormi quantità di dati, sfruttando proprio questo paradigma. Alcuni esempi sono dati dal XuanTie C930 di Alibaba, basato appunto sull’archiutettura Risc-V, o la serie Kunpeng della Huawei, basata sull’architettura Arm.
Oltre quindi a sfruttare architetture già esistenti in maniera innovativa, i ricercatori cinesi stanno investigando nuove tecniche per sviluppare circuiti digitali. In particolare, ad esempio, risulta molto interessante un recente studio di alcuni ricercatori dell’Università di Pechino, pubblicato sull’importante rivista internazionale Science.
Questi ricercatori, infatti, hanno sviluppato un circuito digitale che non è basato su di un semiconduttore, al centro della lotta per l’accaparramento delle materie prime strategiche, ma su dei nanotubi di carbonio capaci di comportarsi come un transistor con tre stati invece che due.
Anche qui, cercando di semplificare, i chip sono costituiti da milioni di ‘interruttori’ – transistor – che amplificano o annullano il passaggio di corrente generando dunque una ‘informazione’ da processare. Fino ad oggi, erano state proprio le caratteristiche dei semiconduttori a permettere di creare dispositivi del genere, ma ora negli atenei cinesi stanno cercando soluzioni alternative.
Inoltre, siamo abituati a pensare, anche solo per le volte che lo abbiamo sentito nei film di fantascienza, che il linguaggio dell’informatica sia fatto da 0 e 1, che sono appunto i due valori che può assumere un transistor, le due informazioni che può generare in base al passaggio o meno di corrente. Passare da due stati a tre stati significa invece non usare più solo i valori di 0 e 1.
Non è una cosa nuova: studi sull’utilizzo di una logica ternaria invece che binaria si susseguono da decenni, e alcuni esperti hanno detto che questa potrebbe aiutare nei computer quantistici. Con questa tecnologia, gli studiosi dell’Università di Pechino hanno già costruito un circuito che è capace, in hardware, di implementare una rete neurale per risolvere una versione molto semplificata di un famoso task di benchmark per modelli di IA ottenendo risultati molto incoraggianti.
Ultima spiegazione: significa, in poche parole, che questo nuovo chip è stato testato e ha mostrato ottimi risultati per ciò che riguarda gli standard necessari all’attuale sviluppo dell’Intelligenza Artificiale. È ancora lunga la strada per un’applicazione in massa e per la sua commercializzazione, ma questi nanotubi in carbonio palesano il livello di avanzamento delle ricerche cinesi.
Gli esiti della guerra dei chip sono tutt’altro che scontati.
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