Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/09/2026

A scuola nessuno spazio per le ideologie militari

Le scuole non possono instaurare rapporti con chi propone ideologie militari: il diktat arriva da alcune associazioni sindacali e studentesche, come risposta alla politica del Governo Meloni di introdurre la “‘ideologia bellica” all’interno degli istituti scolastici. Un progetto presente anche nel programma di Futuro Nazionale, guidato dall’ex Generale Roberto Vannacci, che vorrebbe introdurre l’educazione militare a scuola.

La presa di posizione – avviata dalle sigle Osa, Usb e altre – propone, anche attraverso una petizione, l’interruzione e il divieto di qualsiasi tipo di collaborazione tra scuola, università, ricerca e filiera militare pubblica e privata.

“Il cammino inesorabile che sembra aver intrapreso l’intero Occidente verso una guerra totale non risparmia l’istruzione: in diversi documenti ufficiali dell’UE, nel piano programmatico quinquennale del Governo Meloni, e in diverse dichiarazioni del ministro Crosetto, si evidenza la possibilità, finanche la irrinunciabile necessità di una incorporazione totale dell’istruzione di ogni ordine e grado, dalle elementari all’università, nell’economia e nell’ideologia bellica”.

Le organizzazioni hanno denominato la campagna anti-militare in ambito scolastico ‘La Conoscenza Non Marcia’: “abbiamo denunciato – sostengono gli organizzatori – la crescente presenza militare nelle scuole come normalizzazione dell’apparato bellico e repressivo, dalle visite scolastiche in caserme e basi militari a corsi di formazione tenuti da forze dell’ordine ed esercito, così come il pericoloso definanziamento delle università che sta comportando una sempre più diretta canalizzazione dei fondi per la ricerca attraverso quell’industria della morte che abbiamo già visto all’opera nella complicità con il genocidio del popolo palestinese.
Progetti come il Rome Technopole, o quello della cittadella dell’aerospazio a Torino, indicano una direzione pericolosa da arrestare immediatamente”
.

Il progetto verrà presentato con conferenza stampa oggi 1° settembre alle ore 15.30 presso Montecitorio, Piazza Capranica.

La campagna “’La conoscenza non Marcia’ vuole fermare tutto ciò: docenti, ricercatori e ricercatrici, studenti e studentesse, lavoratrici e lavoratori non sono disposti a studiare e lavorare per fomentare guerre, riarmo e militarizzazione. Per questo abbiamo costruito una raccolta firme a sostegno di una petizione popolare per introdurre misure normative che vietino qualsiasi tipo di collaborazione tra scuola/università e filiera militare-industriale”, concludono i promotori.

Sullo stesso tema vedi anche: Una petizione contro la militarizzazione della formazione

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26/08/2026

Il reattore solare che produce cibo senza agricoltura

Esiste una matematica oggettiva che governa le proiezioni demografiche dei prossimi anni e che rischia di far saltare le fondamenta stesse della catena di approvvigionamento globale. Le stime delle Nazioni Unite indicano infatti che entro il 2050 la domanda mondiale di cibo subirà un’impennata del 60%, mentre le superfici agricole disponibili per la coltivazione cresceranno a malapena del 2%.

Di fronte a questa forbice statistica appare del tutto evidente che il modello basato sull’espansione intensiva delle colture e sull’occupazione massiccia di suolo ha ormai esaurito il suo margine di manovra. Questo scenario spinge la ricerca scientifica a esplorare percorsi radicalmente diversi per garantire la sicurezza alimentare, senza devastare ulteriormente gli ecosistemi e le riserve idriche del Pianeta.

Il cortocircuito logico dell’agricoltura contemporanea risiede in un paradosso naturale spesso ignorato: le piante, pur utilizzando la luce solare per costruire biomassa attraverso la fotosintesi, sono macchine biologiche estremamente inefficienti nel convertire l’energia ricevuta in molecole utili per il nostro sostentamento. Si tratta di un limite strutturale che ha convinto diversi poli universitari a tentare di bypassare completamente il regno vegetale, per creare nutrimento partendo letteralmente dai mattoni fondamentali della chimica atmosferica.

Dall’anidride carbonica alla chimica delle proteine

È in questo spazio di frontiera tra chimica industriale e biologia sintetica che si colloca il lavoro portato avanti dai ricercatori della Technical University of Munich (TUM). Il team è riuscito a mettere a punto un’architettura sperimentale capace di fabbricare amminoacidi pescando i propri ingredienti direttamente dall’aria e dall’acqua, grazie alla spinta dell’energia rinnovabile.

Il meccanismo alla base di questa intuizione parte dai pannelli fotovoltaici che generano la corrente necessaria per scindere l’acqua e isolare l’idrogeno. Quest’ultimo viene poi fatto reagire con l’anidride carbonica catturata dall’ambiente per sintetizzare il metanolo, un alcol comunissimo solitamente relegato al ruolo di precursore chimico per plastiche e solventi, ma che in questo caso diventa il carburante di una reazione biologica molto più raffinata.

Sfruttando enzimi altamente specializzati che fungono da microscopiche catene di montaggio, il gruppo guidato da studiosi come Volker Sieber, Viktoria Lehmann e Vivian Willers è riuscito a processare il metanolo verde trasformandolo in ben sette diversi amminoacidi, tra cui figurano elementi fondamentali come la glicina, l’alanina, la prolina e il glutammato. Si dimostra così che è possibile ingegnerizzare i blocchi costitutivi delle proteine senza dover piantare un solo seme nel terreno.

Produrre amminoacidi senza coltivare la terra: la scommessa tedesca

L’aspetto più dirompente di questo approccio non risiede soltanto nella sintesi in sé, ma nella natura profondamente modulare del sistema sviluppato in Baviera. L’infrastruttura funziona come una sorta di piattaforma “plug-and-play” dove basta variare la tipologia di enzima inserito nel reattore per ottenere in uscita un amminoacido differente, adattando la produzione alle specifiche esigenze del mercato.

Questo dettaglio tecnico assume un peso commerciale enorme se si guarda alla voracità dell’industria zootecnica globale, visto che per mantenere alti i rendimenti di animali come le mucche da latte non è sufficiente il semplice foraggio, ma servono mangimi pesantemente addizionati con milioni di tonnellate di proteine e amminoacidi. Si tratta di un fabbisogno che oggi viene soddisfatto quasi interamente raschiando via foreste per fare spazio a sterminate piantagioni di soia.

Svincolare questa immensa filiera di approvvigionamento dai ritmi e dagli spazi della terra coltivata significherebbe ridurre una pressione ambientale difficile da sostenere. Allo stesso tempo, si aprirebbe una strada importante per il settore della carne coltivata, ancora alla ricerca di soluzioni efficienti per alimentare le colture cellulari nei bioreattori: proprio quei substrati nutritivi e liquidi ricchi di amminoacidi che la tecnologia tedesca punta a ottenere a partire dalla luce solare e dalla CO₂.

Il distacco dal suolo e il futuro dell’approvvigionamento alimentare

Attualmente il traguardo della commercializzazione su vasta scala resta confinato all’orizzonte, trattandosi a tutti gli effetti di una prova di fattibilità in cui i volumi di produzione generati nei laboratori del TUM sono ancora infinitesimali. Il prossimo scoglio sarà necessariamente quello di aumentare l’efficienza catalitica degli enzimi per rendere l’intero processo economicamente competitivo rispetto ai raccolti tradizionali.

Eppure, al netto delle sfide ingegneristiche ancora da superare, l’aver dimostrato la percorribilità tecnica di questa sintesi costituisce una potenziale cesura storica nel rapporto tra l’uomo e l’approvvigionamento calorico. Questo risultato suggerisce che in un futuro non troppo lontano la capacità di nutrire intere nazioni potrebbe non dipendere più dalla fertilità del suolo o dall’estensione dei confini agricoli, ma dalla potenza di calcolo biochimico e dall’infrastruttura energetica a disposizione.

Disaccoppiare la produzione di cibo dalla terra significa riscrivere le regole della sovranità alimentare globale: si trasformano così elementi ubiqui come la luce solare e le emissioni di carbonio nelle vere materie prime del ventunesimo secolo, spostando il baricentro del potere dalle sterminate pianure coltivate ai reattori enzimatici industriali.

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25/08/2026

La scienza cinese fa passi da gigante ma l’Occidente continua a snobbarla

L’agenda del Partito Comunista Cinese è fitta di obiettivi, piani e traguardi da raggiungere, compreso quello di trasformare il Paese in una superpotenza scientifica e tecnologica mondiale entro il 2050. Due gli strumenti sfruttati dal governo per imprimere un’accelerazione decisiva: un approccio fortemente tecnocratico alla politica scientifica e il costante apprendimento dalle nazioni più avanzate da rielaborare in chiave locale.

I risultati sono già evidenti nel campo dell’intelligenza artificiale, nelle auto elettriche e nella robotica ma Pechino punta ancora più in alto. Già, perché il Dragone è leader nelle scienze fisiche applicate e, come ha spiegato l’autorevole rivista Nature, “è sulla buona strada per superare gli Stati Uniti come maggiore contributore mondiale alla ricerca”.

Eppure, nonostante la sua continua ascesa, la ricerca scientifica cinese continua a essere snobbata dall’Occidente. Emblematico quanto sottolineato dall’Economist: nel 2025 gli autori cinesi hanno pubblicato un numero di articoli pari a quello dei ricercatori americani, britannici, tedeschi e giapponesi messi insieme ma sono stati in gran parte trascurati dai loro colleghi occidentali. Mancanza di qualità? Più probabile un’altra risposta: pregiudizi geopolitici.

La ricerca scientifica cinese? Snobbata dall’Occidente

La situazione è stata ben evidenziata da due paper. Il primo, firmato da Abhishek Nagaraj dell’Università della California, Berkeley, e Randol Yao, del Massachusetts Institute of Technology, mostra come, tra il 1980 e il 2022, solo circa un terzo delle citazioni ricevute dagli articoli scientifici cinesi provenisse dall’estero, contro circa la metà nel caso degli Stati Uniti e dell’Unione Europea. Cosa significa? Che la Cina tende a leggere e utilizzare molto la ricerca americana (mentre gli americani utilizzano poco quella cinese) e che una parte molto maggiore dell’impatto della ricerca cinese rimane all’interno del Paese.

Il secondo paper, pubblicato da un gruppo di lavoro sino-olandese sul server di preprint arXiv, ha confermato la suddetta tendenza: sebbene dal 2000 i ricercatori americani, britannici, francesi, tedeschi e giapponesi abbiano iniziato a citare sempre più spesso i lavori cinesi, nel 2022 questi erano ancora citati molto meno di quanto ci si sarebbe aspettato considerando l’enorme quantità di ricerca prodotta oltre la Muraglia. Il divario, in particolare, è particolarmente evidente nel rapporto tra Cina e Stati Uniti.

Certo, il primo studio potrebbe essere condizionato dalla tendenza dei ricercatori a citare più frequentemente i lavori dei propri connazionali, contribuendo così a gonfiare artificialmente i parametri di riferimento. Il secondo, invece, non tiene conto delle eventuali differenze nella qualità media della ricerca scientifica prodotta nei diversi Paesi. I due paper, insomma, presentano alcuni limiti ma il quadro che emerge resta comunque significativo e suggerisce che la ricerca cinese continua a essere sottovalutata al di fuori dei confini nazionali.

La Cina sta per sorpassare gli Usa?

I dati dell’Ocse indicano che, da almeno un decennio, la Cina ha aumentato la spesa complessiva per la ricerca e sviluppo (R&S) di quasi il 10% all’anno, superando di gran lunga il tasso di crescita degli Stati Uniti. Nel 2024, per esempio, il Dragone ha registrato un incremento annuo del 9,7%, quasi il triplo rispetto del 3,4% registrato negli Usa.

Nel 1991 Pechino ha sborsato 13 miliardi di dollari in R&S. Oggi, la sua spesa annuale supera gli 800 miliardi di dollari, seconda solo a quella degli Stati Uniti. Il governo cinese, inoltre, ha appena presentato un piano per aumentare il budget nazionale per la scienza del 7% ogni anno per i prossimi cinque anni.

Il gap tra Usa e Cina si sta riducendo sempre di più ma, come ha ipotizzato l’Atlantic, se la Repubblica Popolare Cinese dovesse finalmente superare gli Stati Uniti come superpotenza scientifica mondiale “non ci sarà alcun annuncio ufficiale né ci sarà necessariamente una spettacolare dimostrazione di forza”. Al contrario, “sarà un momento silenzioso, osservato da una piccola cerchia di scienziati specializzati”.

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31/07/2026

Senza controllo delle infrastrutture, la scienza aperta è solo un’illusione

Per molti anni il dibattito sulla scienza aperta si è concentrato soprattutto su una domanda: come rendere gli articoli accessibili gratuitamente ai lettori? La nuova Scholarly Communication Policy del Centre for Science and Technology Studies (CWTS) dell’Università di Leiden parte invece da una domanda più radicale: chi controlla realmente la comunicazione scientifica?

La risposta non è scontata. Anche quando un articolo è disponibile in open access, può continuare a essere ospitato, gestito e monetizzato da grandi editori commerciali. Per questo motivo il CWTS propone di spostare l’attenzione dall’accesso alla governance, sostenendo che il futuro della scienza dipende non soltanto da ciò che viene pubblicato, ma anche dalle infrastrutture che rendono possibile la pubblicazione stessa.

Il documento può essere letto come un vero e proprio manifesto politico per la comunicazione scientifica. L’obiettivo dichiarato è costruire un sistema in cui ricercatori, università, biblioteche e istituzioni pubbliche tornino a esercitare un ruolo centrale nel governo della conoscenza, riducendo progressivamente la dipendenza da soggetti guidati principalmente da logiche commerciali.

Questa visione si traduce in un principio molto concreto: ogni scelta di pubblicazione dovrebbe essere valutata non solo in base alla reputazione della rivista o alla sua visibilità, ma anche considerando chi si vuole raggiungere, quanto il canale scelto sia aperto e quali siano i costi economici e sociali associati. In altre parole, pubblicare diventa una decisione che riguarda l’interesse collettivo della ricerca, non soltanto la strategia individuale del singolo autore.

Non sorprende quindi che la policy attribuisca un ruolo centrale ai preprint. Secondo il CWTS, depositare un lavoro in un archivio aperto prima della pubblicazione formale rappresenta oggi il metodo più rapido ed efficace per condividere risultati scientifici senza attendere i lunghi tempi della revisione tradizionale. La diffusione immediata della conoscenza viene considerata un valore in sé, soprattutto in un sistema in cui i processi editoriali possono richiedere mesi o persino anni.

Anche il tema della valutazione scientifica viene affrontato con notevole chiarezza. La policy sostiene apertamente modelli di open peer review, nei quali i commenti dei revisori sono pubblici e il processo di valutazione diventa trasparente. L’idea è che una revisione aperta possa migliorare la qualità del dibattito scientifico e rendere visibili contributi che oggi rimangono nascosti dietro procedure opache e spesso poco comprensibili agli stessi autori.

Uno dei passaggi più interessanti riguarda il rapporto con i grandi editori. Il documento evita toni polemici, ma non rinuncia a un’analisi critica. Il CWTS osserva infatti che alcuni grandi gruppi editoriali continuano a limitare la disponibilità dei metadati delle pubblicazioni, rendendo più difficile la circolazione dell’informazione scientifica e ostacolando lo sviluppo di infrastrutture aperte per l’analisi della ricerca. Per questo la policy richiama esplicitamente i principi della Barcelona Declaration on Open Research Information, che promuove l’apertura e condivisione dei dati bibliografici e delle informazioni sulla ricerca.

La stessa logica viene applicata ai dati della ricerca e al software. Dataset, codice e materiali di supporto non sono considerati semplici allegati degli articoli, ma veri e propri prodotti della ricerca che meritano di essere condivisi, documentati e preservati. Repository pubblici come Zenodo, DataverseNL o le DANS Data Stations vengono indicati come infrastrutture preferibili rispetto a servizi controllati da grandi aziende.

È interessante notare che la policy estende questa riflessione persino agli strumenti di sviluppo software. GitHub viene riconosciuto come una piattaforma ampiamente utilizzata, ma il documento ricorda che si tratta di un servizio controllato da una società privata e che, per la conservazione a lungo termine del software scientifico, infrastrutture pubbliche come Zenodo o Software Heritage offrono maggiori garanzie.

Ancora più significativa è la posizione sui costi della pubblicazione. In un momento in cui molte istituzioni investono milioni di euro negli accordi trasformativi, il CWTS mantiene una posizione prudente. Pur riconoscendo l’utilità (solo temporanea e limitata nel tempo) dei contratti Read & Publish, il documento sottolinea che tali accordi rischiano di consolidare la dipendenza dagli stessi attori che dominano il mercato editoriale da decenni, e andrebbero considerati con molta attenzione soprattutto rispetto al valore scientifico di ciò che si pubblica all’interno di questi contratti, per altro non più sostenibili nel lungo termine. Per questo si dichiara esplicitamente che i fondi interni dell’istituto non saranno utilizzati per pagare APC in riviste ibride.

La sensazione, leggendo il testo, è che il CWTS stia cercando di andare oltre una concezione dell’open access come semplice tema di accesso ai contenuti. La questione diventa quella della sovranità della conoscenza: chi possiede le infrastrutture, chi controlla i dati, chi definisce le regole e chi beneficia economicamente del lavoro della comunità scientifica.

È probabilmente questo l’aspetto più innovativo del documento. La policy afferma infatti che scegliere dove pubblicare non è soltanto una scelta di carriera. È una forma di azione collettiva. Ogni articolo, ogni dataset, ogni software depositato in una determinata infrastruttura contribuisce a rafforzare un modello di comunicazione scientifica piuttosto che un altro.

In un contesto in cui il dibattito sull’Open Science rischia talvolta di ridursi a questioni tecniche o amministrative, il CWTS riporta al centro una domanda fondamentale: che tipo di sistema della conoscenza vogliamo costruire? La risposta proposta dal centro di Leiden è chiara: un sistema aperto, comunitario, non profit e fondato sulla responsabilità collettiva di chi produce e condivide la ricerca.

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18/07/2026

Il problema della ricerca Europea

di Francesco Sylos Labini

Un recente articolo di Nature fotografa molto bene il dibattito attuale: l’Europa può approfittare della crisi della ricerca negli Stati Uniti per diventare una superpotenza scientifica? La risposta dell’autrice è forse, ma solo a determinate condizioni.

L’articolo parte dalla decisione della Commissione Europea di lanciare il programma Choose Europe, nato dopo i tagli e le interferenze politiche dell’amministrazione Trump. L’obiettivo è attrarre ricercatori internazionali offrendo maggiore stabilità, libertà accademica e finanziamenti. L’UE ha destinato circa 900 milioni di euro all’iniziativa, accompagnata da un centinaio di programmi nazionali.

La Commissione propone di aumentare il bilancio di Horizon Europe fino a 175 miliardi di euro nel periodo 2028-2034 (alcuni chiedono addirittura 200 miliardi). Inoltre il programma si sta aprendo a paesi extraeuropei come Canada, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda, trasformandosi in una rete scientifica globale con l’Europa al centro.

Tuttavia secondo i dati riportati:
  • Stati Uniti e Cina investono oltre 1.000 miliardi di dollari l’anno in R&S (pubblica + privata);
  • l’Europa investe circa 750 miliardi.

Il grafico mostra chiaramente che negli ultimi vent’anni Cina e Stati Uniti hanno accelerato molto più rapidamente.

L’articolo sottolinea però che l’Europa mantiene punti di forza importanti:
  • produce più articoli scientifici degli Stati Uniti (anche se meno della Cina);
  • ospita infrastrutture scientifiche di livello mondiale (CERN, EMBL, ecc.);
  • mantiene un impatto scientifico elevato;
  • è molto più internazionale nelle collaborazioni rispetto a Stati Uniti e Cina.
Questo è probabilmente il maggiore punto di forza europeo.

Secondo Nature, l’Europa produce ottima scienza ma la trasforma male in innovazione economica. Le criticità evidenziate sono:
  • le imprese investono meno in ricerca rispetto a USA e Cina;
  • il venture capital è insufficiente;
  • pochi risultati scientifici diventano brevetti;
  • mancano grandi aziende tecnologiche comparabili ad Apple, Google o Huawei.
L’articolo cita esplicitamente il rapporto Draghi del 2024, secondo cui l’Europa deve colmare il divario tecnologico con Stati Uniti e Cina. La conclusione è prudente. L’autrice sostiene che oggi esiste una finestra di opportunità:
  • gli Stati Uniti stanno attraversando una fase di instabilità politica;
  • la Cina cresce rapidamente ma collabora meno con il resto del mondo;
  • l’Europa può proporsi come ambiente stabile, aperto e internazionale.
Tuttavia, questo sarà possibile solo se aumenteranno realmente gli investimenti e soprattutto se la ricerca europea riuscirà a tradursi in innovazione industriale.

Abbiamo discusso il declino tecnologico europeo in un precedente post e alla luce di quella discussione l’articolo presenti un limite importante. L’autrice identifica il problema principalmente con la quantità di investimenti in ricerca, mentre dedica molto meno spazio alla questione della capacità industriale e tecnologica.

Ad esempio, non discute quasi per nulla che l’Europa:
  • non produce semiconduttori avanzati su larga scala;
  • non ha piattaforme digitali globali;
  • è marginale nei grandi modelli di IA;
  • dipende fortemente da Stati Uniti e Cina nelle tecnologie strategiche;
  • ha perso quasi completamente la leadership nell’elettronica di consumo.
In altre parole, l’articolo assume implicitamente che più ricerca ⇒ più innovazione, mentre il problema è molto più profondo: riguarda l’assenza di una politica industriale, di grandi imprese tecnologiche, di mercati del capitale di rischio, di una governance favorevole all’innovazione e di un ecosistema capace di trasformare la conoscenza scientifica in leadership economica. Per questo motivo, il quadro di Nature è corretto ma parziale: fotografa bene la ricerca scientifica europea, ma sottovaluta il divario nella capacità di convertire tale ricerca in potere tecnologico, industriale e geopolitico.

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06/07/2026

Come l’IA sta rimodellando la scoperta in matematica e fisica

L’intelligenza artificiale non sta sostituendo l’intuizione umana in questi campi, ma sta reimmaginando il modo in cui le domande vengono poste, esplorate e comprese.

Tra matematici e fisici teorici, l’intelligenza artificiale suscita una serie di reazioni. Alcuni la considerano irrilevante per il proprio lavoro; altri temono che possa invadere gli aspetti più creativi e intellettualmente gratificanti delle loro discipline. Tuttavia, la verità che sta emergendo, dal lavoro che il nostro team sta svolgendo al London Institute for Mathematical Sciences e altrove, è più sottile.

Piuttosto che sostituire la creatività umana nelle scienze matematiche, l’IA la sta potenziando. Il software ora può verificare le dimostrazioni riga per riga e individuare errori che un tempo avrebbero richiesto mesi di attenta revisione umana.

Può cercare sistematicamente controesempi – verificando se una congettura è realmente vera o fallisce in modo inaspettato. E può proporre passaggi intermedi in un ragionamento, suggerendo utili risultati ausiliari che aiutano a colmare il divario tra ciò che è noto e ciò che deve ancora essere dimostrato.

In campo sperimentale, i prototipi di “scienziati IA” stanno iniziando ad automatizzare parti del ciclo della scoperta, ma rimangono vincolati dalle esigenze del mondo fisico: miscelare reagenti, coltivare cellule, attendere reazioni e confrontarsi con il rumore nei dati.

La matematica e la fisica teorica affrontano molti meno colli di bottiglia. Gli “esperimenti” sono economici, veloci e digitali, e i dati matematici – dai numeri primi alle proprietà di strutture astratte come le varietà – sono puliti e abbondanti¹.

Le aziende che sviluppano sistemi di IA specificamente progettati per il ragionamento matematico hanno riportato progressi costanti nell’ultimo anno. Aristotle, un sistema della società software Harmonic di Palo Alto, in California, ha contribuito a risolvere diversi problemi posti dal prolifico matematico Paul Erdős – domande facili da enunciare ma notoriamente difficili da risolvere.

Axiom Math, una start-up di Palo Alto, ha annunciato che il suo strumento IA ha trovato soluzioni a molti problemi di livello avanzato che i matematici professionisti non avevano ancora risolto.

Nel frattempo, i modelli delle aziende tecnologiche OpenAI di San Francisco, California, e Google DeepMind di Londra hanno risolto diverse sfide del First Proof Project, un insieme di difficili problemi matematici che verificano se i sistemi IA siano in grado di generare risultati nuovi e verificabili.

Qui forniamo esempi dei progressi compiuti negli ultimi anni in quest’area in rapida evoluzione, delineiamo le opportunità che l’IA offre a scienziati e matematici nei domini teorici – e invitiamo i ricercatori a utilizzare l’IA nel loro lavoro.

Il ciclo della ricerca

Nella fisica teorica e nella matematica, i ricercatori intrecciano intuizione creativa e rigore logico per fare scoperte – ma questo processo è solo in parte compreso, e non esiste una spiegazione unica di come avvengano le scoperte.

Per chiarezza – senza proporre un modello definitivo – suddividiamo il processo in diverse fasi sovrapposte: definizione dell’agenda, formalizzazione delle idee, proposta di congetture, risoluzione e verifica dei risultati.

Questo quadro è imperfetto, ma fornisce un modo utile per valutare dove l’IA sta già contribuendo, dove risiedono le sfide e come potrebbero essere affrontate.

Definizione dell’agenda. Uno degli atti più distintamente umani nella ricerca è decidere quali domande valga la pena porsi. Queste possono nascere dall’esterno del campo – attraverso problemi del mondo reale o contatti con discipline vicine – o dall’interno, in quanto le teorie si evolvono secondo la propria logica interna e standard estetici²,³.
Queste fonti sono intrecciate: i problemi concreti possono generare nuovi concetti, e la teoria astratta può rimodellare e approfondire la domanda originale.
I sistemi IA odierni hanno solo un accesso limitato a questo contesto più ampio. Di conseguenza, mancano di intuizione e “gusto”: il senso di dove provengono le domande, cosa le rende attuali e come si inseriscono nella struttura in evoluzione di un campo.
Ad esempio, il fisico Albert Einstein sviluppò la sua teoria della relatività ristretta dopo aver notato una contraddizione nel modo in cui le onde luminose venivano trattate nella meccanica classica e nelle equazioni di Maxwell, che descrivono l’interazione tra elettricità e magnetismo.
Una direzione promettente ma poco esplorata è quella di costruire sistemi IA che aiutino a classificare e dare priorità ai problemi potenziali utilizzando criteri selezionati dai ricercatori. Ad esempio, l’IA potrebbe seguire tali criteri quando scansiona grandi database matematici, come l’On-Line Encyclopedia of Integer Sequences, o repository di preprint, tra cui arXiv, per identificare connessioni trascurate e parallelismi strutturali tra campi.
Usata in questo modo, l’IA potrebbe affinare la nostra comprensione di come gli scienziati individuano direzioni fertili per la scoperta.

Formalizzazione delle idee. Molte idee importanti prendono forma prima di poter essere definite con precisione. Un esempio classico è l’integrale sui cammini, introdotto dal fisico teorico Richard Feynman, che descrive i sistemi quantistici immaginando tutti i modi in cui qualcosa potrebbe accadere e combinandoli.
Sebbene quest’idea non sia mai stata pienamente inquadrata in senso matematico rigoroso, ha plasmato la fisica moderna e ispirato nuovi strumenti in matematica⁴ – ad esempio, modi per distinguere diversi tipi di nodi e metodi per contare forme in geometrie complesse.
Trasformare un argomento in stile discorsivo e informale in una forma che un computer possa elaborare richiede spesso uno sforzo notevole: ricostruire passaggi omessi, colmare lacune apparentemente ovvie e rendere esplicite assunzioni tacite.
Ma questo processo può approfondire la comprensione e rivelare errori. Ad esempio, quando il matematico Terence Tao dell’Università della California, Los Angeles, ha sottoposto un argomento tratto da uno dei suoi articoli a un assistente di dimostrazione (Lean4) per verificarlo, ha individuato una sottile lacuna nella logica. Un passaggio che sembrava chiaro non era stato rigorosamente giustificato.
Anche i matematici più affermati possono trarre beneficio da un sistema che richiede che ogni inferenza venga resa esplicita. Ridurre il lavoro umano coinvolto nella formalizzazione porterebbe a corpi più ampi e di maggiore qualità di matematica verificata, che a loro volta potrebbero essere utilizzati per addestrare modelli IA migliori. Automatizzare completamente la formalizzazione è l’obiettivo a lungo termine.
I progressi sono stati sostanziali⁵, ma l’apporto umano è ancora necessario. Ad esempio, il progetto Xena, guidato dal matematico Kevin Buzzard all’Imperial College di Londra, ha mobilitato studenti universitari per digitalizzare sistematicamente tutte le dimostrazioni del curriculum di matematica per la laurea triennale.
L’IA sta iniziando ad aiutare a scalare tali compiti. L’informatico e matematico Josef Urban alla Chalmers University of Technology di Goteborg, Svezia, ha utilizzato un modello linguistico di grandi dimensioni per formalizzare teoremi di topologia – lo studio delle proprietà delle forme quando vengono stiracchiate o attorcigliate.

Proposta di congetture. Una congettura è una risposta plausibile a un problema ben posto – ovvero, un’ipotesi ragionata che sembra probabile sia vera, ma non è stata ancora dimostrata. L’IA ora può generare congetture, ma il suo ruolo rimane sperimentale e strettamente legato alla supervisione umana.
Non si tratta di un’area nuova per gli approcci computazionali. I primi programmi informatici specializzati – come Graffiti⁶ e il Ramanujan Machine⁷ – hanno dimostrato che gli algoritmi possono effettivamente suggerire nuove idee matematiche, non solo verificare quelle esistenti.
Graffiti, ad esempio, ha trovato schemi inaspettati nelle reti – semplici diagrammi di punti connessi – che in seguito si sono rivelati utili in chimica, dove le molecole possono essere comprese in termini di come i loro atomi sono legati.
Il Ramanujan Machine ha proposto formule sorprendentemente semplici per costanti matematiche fondamentali. Approcci simili vengono ora applicati nella fisica teorica, aiutando i ricercatori a scoprire schemi nascosti e formule esatte⁸⁻¹⁰.
In pratica, tuttavia, l’IA genera molte congetture, la maggior parte delle quali sono banali, risultati già noti o falsi. Sono ancora gli esperti umani a decidere quali valga la pena perseguire. Ad esempio, nel 2021, l’IA ha contribuito a restringere un’ampia ipotesi riguardante la struttura algebrica e geometrica dei “nodi” matematici a un’unica congettura rigorosamente definita, che è stata poi dimostrata dagli umani¹¹.
Nel 2022, i ricercatori che hanno utilizzato l’IA per analizzare grandi insiemi di dati di curve ellittiche – importanti oggetti matematici nella teoria dei numeri, ovvero lo studio degli interi – hanno notato uno schema inaspettato nel modo in cui alcune proprietà chiave variano. Quando hanno rappresentato i dati in un grafico, hanno visto che non erano distribuiti casualmente ma formavano bande ondulate che ricordavano il comportamento in stormo degli storni, noto come mormorii¹².
Scoprire tali schemi potrebbe rivelarsi trasformativo in molti campi della matematica⁹. Il passo successivo potrebbe essere quello di collegare la generazione di congetture potenziata dall’IA con la definizione dell’agenda.
Piuttosto che operare ciecamente in un dominio fisso, i sistemi IA potrebbero prima mappare il corpus esistente di conoscenze matematiche per identificare colli di bottiglia, lacune e parallelismi inaspettati, e poi generare congetture per colmarli.

Risoluzione e verifica dei risultati. Nel 2025, DeepMind ha rilasciato AlphaEvolve¹³, un agente di programmazione in grado di proporre, testare e perfezionare soluzioni algoritmiche a problemi aperti. Poco dopo, esperti lo hanno testato su 67 sfide; nella maggior parte dei casi, ha riscoperto le soluzioni migliori conosciute e, in diversi casi, le ha migliorate¹⁴.
AlphaEvolve integra il ragionamento generativo del modello Gemini di Google con sistemi automatizzati che valutano le soluzioni candidate, utilizzando una strategia di “ricerca evolutiva” per sviluppare iterativamente quelle più promettenti.
Ha dimostrato la capacità di far avanzare la conoscenza matematica, ad esempio scoprendo algoritmi migliorati per la moltiplicazione di matrici (utilizzati in vari ambiti della fisica, della scienza dei dati e dell’informatica).
Nel frattempo, a maggio, OpenAI ha annunciato di aver utilizzato un modello linguistico di grandi dimensioni per confutare il problema della distanza unitaria, una congettura geometrica proposta per la prima volta da Erdős nel 1946 – forse il primo importante risultato matematico prodotto da una macchina.
Questi successi sono notevoli e, sebbene lo stato dell’arte complessivo rimanga limitato, suggeriscono che il ritmo del progresso sta accelerando.
L’uso dell’IA per controllare le dimostrazioni – o verificarle – è un’applicazione più sviluppata. Gli assistenti di dimostrazione possono già verificare argomenti complessi riga per riga, e le loro librerie in crescita forniscono una base strutturata per il ragionamento assistito dall’IA. Le verifiche formali di teoremi complessi mostrano che questi strumenti si stanno avvicinando all’uso di routine alla frontiera della ricerca¹⁵.
Piuttosto che un unico “matematico IA” polivalente, è probabile che i progressi provengano da ecosistemi di agenti specializzati – generatori, confutatori, esploratori, educatori – la cui interazione produce conoscenza affidabile. I futuri strumenti IA potrebbero spingersi oltre, sperimentando come affrontare un problema e giudicando quali strategie portano a dimostrazioni più rapide e pulite.

Prospettive future

I sistemi IA che suggeriscono passaggi di dimostrazione, scoprono schemi nascosti e risolvono problemi di livello competitivo ora assistono i matematici in modi che erano inimmaginabili solo cinque anni fa.

Eppure, i progressi più profondi in matematica e fisica spesso richiedono concetti o paradigmi radicalmente nuovi, e nessun sistema IA è stato ancora in grado di inventarli. Per ora, i salti creativi decisivi sono ancora compiuti dagli umani. La vera promessa risiede nella collaborazione.

L’IA può esplorare spazi vasti e portare alla luce regolarità inaspettate; gli umani portano giudizio, gusto e la capacità di inventare nuovi modi di pensare. Questa collaborazione sta già producendo nuovi risultati.

La teoria non è una catena di montaggio di problemi risolti; è una mappa in espansione della comprensione umana. Strumenti precedenti, come le calcolatrici e i sistemi di algebra computazionale, non hanno diminuito il campo della matematica – lo hanno espanso.

L’IA può fare lo stesso, estendendo la nostra portata cognitiva proprio come il telescopio un tempo estese la nostra vista. I futuri sistemi dovranno spiegare le loro intuizioni, guidare i ricercatori che entrano in nuove aree e aiutare a organizzare i crescenti corpus di conoscenza.

Il compito ora è costruire questi sistemi con cura e ambizione. Se riusciranno a rendere la frontiera più navigabile – e più profondamente interconnessa – accelereranno la scoperta, non sostituiranno gli scopritori.

Gli Autori

Mikhail Burtsev is an AI fellow at the London Institute for Mathematical Sciences in London, UK. Yang-Hui He is a fellow at the London Institute for Mathematical Sciences in London, UK. Evgeny Sobko is a fellow at the London Institute for Mathematical Sciences in London, UK. Ananyo Bhattacharya is chief science writer at the London Institute for Mathematical Sciences in London, UK. Thore Graepel is a research scientist at Google DeepMind, London, UK.

e-mail: ab@lims.ac.uk

Note

  1. Fink, T. Nature 629, 505 (2024).
  2. Hilbert, D. Bull. Am. Math. Soc. 8, 437–439 (1900).
  3. von Neumann, J. in Works of the Mind Vol. I 180–196 (Univ. Chicago Press, 1947).
  4. Atiyah, M., Dijkgraaf, R. & Hitchin, N. Phil. Trans. A Math. Phys. Eng. Sci. 368, 913–926 (2010).
  5. Weng, K. et al. Preprint at arXiv https://doi.org/10.48550/arXiv.2505.23486 (2025).
  6. Fajtlowicz, S. in Annals of Discrete Mathematics Vol. 38 (eds Akiyama, J., Egawa, Y. & Enomoto, H.) 113–118 (Elsevier, 1988).
  7. Raayoni, G. et al. Nature 590, 67–73 (2021).
  8. He, Y.-H. The Calabi–Yau Landscape (Springer, 2021).
  9. Douglas, M. R. Nature Rev. Phys. 4, 145–46 (2022).
  10. He, Y.-H. Nature Rev. Phys. 6, 546–553 (2024).
  11. Davies, A. et al. Nature 600, 70–74 (2021).
  12. He, Y.-H., Lee, K.-H., Oliver, T. & Pozdnyakov, A. Exp. Math. 34, 528–540 (2025).
  13. Novikov, A. et al. Preprint at arXiv https://doi.org/10.48550/arXiv.2506.13131 (2025).
  14. Georgiev, B., Gómez-Serrano, J., Tao, T. & Wagner, A. Z. Preprint at arXiv https://doi.org/10.48550/arXiv.2511.02864 (2025).
  15. Gowers, W. T., Green, B., Manners, F. & Tao, T. Ann. Math. 201, 515–549 (2025).

Fonte

13/05/2026

A chi serve il ‘nuovo’ IIT?

Due premesse.

Pur condividendo le critiche che provengono da più parti del mondo accademico sulla nascita e sull’attuale conduzione dell’Istituto Italiano di Tecnologia, riteniamo che un ente di ricerca pubblico – compreso IIT e tutti gli enti finanziati prevalentemente dallo Stato – abbia sempre motivo di esistere.

E riteniamo, soprattutto, che il Personale che vi lavora rappresenti un insieme di professionalità che la ricerca italiana non deve perdere. Anzi, potrebbe e dovrebbe transitarle nell’alveo Pubblico portando alte professionalità nelle università e negli enti di ricerca.

Definito questo perimetro, ci chiediamo se l’IIT, per come sta evolvendo, sia veramente necessario al Paese. Ci poniamo il quesito a partire dallo stato generale della ricerca in Italia e in Europa in raffronto al resto del Mondo.

Appare chiaro che la Cina ha rapidamente recuperato l’arretratezza che scontava un trentennio fa e lo ha fatto con un modello organizzativo nazionale (i piani quinquennali) che hanno previsto e portato a compimento, a partire da una assoluta preminenza della ricerca e dell’innovazione, la predominanza nel settore energetico verde e la competizione nell’intelligenza artificiale e nella robotica con gli Stati Uniti, o meglio la ridotta oligarchia dei big tech, che attualmente detengono le chiavi del settore attraverso sistemi proprietari e sempre meno “open source”.

La domanda che poniamo sorge nel momento in cui, in brevissimo tempo, sono nate due nuove realtà: la prima – AI4I – è una Fondazione “dedicata” all’IA apparentemente indipendente (sebbene il lavoro tuttora compiuto nell’alveo IIT sia evidentissimo); la seconda – Generative Bionics – è una start-up che di fatto ha “assorbito” proprietà intellettuale, know-how e personale di IIT.

Quindi, due vere e proprie strutture in competizione con IIT su temi, lo abbiamo accennato, che meriterebbero ben altra attenzione e ben altri strumenti, di livello europeo non nazionale. Chiaro che AI4I e Generative Bionics abbiano direttamente ed indirettamente drenato anche fondi dall’ambito di IIT. Infatti, mentre per Human Technopole, i precedenti governi non avevano eroso finanziamenti a IIT, in questi due casi il Governo ha usato la Fondazione con sede a Genova come uno sfascia carrozze farebbe con un'auto incidentata.

La cosa è particolarmente evidente osservando Generative Bionics, che ambisce alla leadership – italiana e non solo – nella progettazione e produzione di robot umanoidi AI-driven. Nella start-up sono confluite quasi per intero alcune linee di ricerca e personale tecnico/amministrativo originariamente in forze a IIT, includendo diversi Dirigenti di ricerca e, come ovvia conseguenza, una quantità considerevole di know-how realizzato in oltre 20 anni di attività interna a IIT.

La portata di queste perdite, a nostro avviso, è tale da poter essere identificata al pari di una cessione di ramo d'azienda, e come tale avrebbe dovuto essere riconosciuta, in primo luogo dalla governance della Fondazione.

MA UNA FONDAZIONE PUBBLICA, FINANZIATA DAL PUBBLICO, per giunta rivolta alla ricerca e alla disseminazione, HA LA LEGITTIMITÀ DI ‘CEDERE’ A SUE SPESE PROPRIETÀ INTELETTUALE E PROFESSIONALITÀ?

Quello che ad oggi riscontriamo, è una gestione che lascia in estrema incertezza e sofferenza ciò che rimane dei reparti attivi nella robotica umanoide. L'impressione che ricaviamo è quella di un’operazione poco trasparente, che potenzialmente può portare alla scomparsa delle linee di ricerca in questione. Infatti, i processi di sostituzione del personale sono stati caratterizzati da notevole lentezza e riduzione dell’organico rispetto ai numeri precedenti la nascita della start-up. Di conseguenza non è stato possibile attuare un adeguato passaggio di consegne per preservare quella conoscenza che noi consideriamo un asset pubblico.

Quindi, anche al di là delle considerazioni sulla presunta utilità di fondare due nuove aziende su tematiche complementari a quelle storicamente sviluppate in IIT, ci chiediamo: il “modello” di trasferimento di conoscenza previsto per IIT era veramente questo? Verso soggetti concorrenti creati anche su nuove figure dirigenti? O era piuttosto l’impresa privata “vera” e non un intermediario ulteriore, come ci pare stia avvenendo per entrambe le strutture in questione?

E allora questo IIT “liberato” da ambiti di ricerca ritenuti di punta, riuscirà a sopravvivere alla compressione dei fondi statali? Saprà reagire in maniera diversa da come la dirigenza scientifica ha fatto nell’ultima finanziaria, quando il taglio di 15 milioni è stato assunto passivamente dai vertici mentre il personale entrava in mobilitazione? Taglio che, peraltro, sembra correlato con l’investimento di 15 milioni nel centro di calcolo di AI4I…

Va registrato che nel frattempo IIT ha cambiato narrazione. È passata dalla questua prima della legge di Bilancio, che ha indotto il personale a “scendere in campo” per chiedere interventi sia al Comune di Genova che alla Regione Liguria, alla recentissima e assolutamente contraddittoria proclamazione a mezzo stampa della grande capacità di attrazione di finanziamenti che caratterizzerebbe la Fondazione.

È in questo contesto che il 24 marzo scorso, IIT è stata oggetto di uno sciopero con livelli di adesione che non si riscontrano spesso nel settore e superiori al 50% del personale, che ha scioperato perché l’Istituto sostiene di non essere economicamente in grado di offrire condizioni salariali dignitose ai lavoratori, mentre le ha offerte ai dirigenti, come si evince analizzando l’andamento del costo del lavoro dettagliato nelle relazioni della Corte dei Conti degli ultimi anni.

Successivamente, durante una trattativa in cui l’ente si dichiarava ancora ‘nullatenente’, tanto da non poter approvare nemmeno aumenti in grado di coprire l’inflazione galoppante, sempre il personale riceveva l’invito ad una festa aziendale il primo luglio prossimo...

Delle due l’una, o l’IIT gode di un bilancio sanissimo tanto che lo devia su nuove iniziative imprenditoriali oppure è stressato dai tagli e, come tutta la ricerca italiana, sopravvive. Di questa mancanza di chiarezza la vittima è chiaramente il Personale.

Dunque, rispondere alla domanda sull’effettiva funzione di IIT è, ora, più che mai necessario e indissolubilmente legato alle richieste del Personale tecnico-amministrativo. Senza dimenticare il Personale di ricerca contraddistinto quasi per intero dall’essere in formazione o consulente para-subordinato. E anche su questo è ora di cominciare ad indagare meglio se sia lecito avere centinaia di autonomi in un ente di ricerca.

Ci auguriamo che siano gli stessi organi di controllo a porsi questi quesiti.

Come USB continueremo a sorvegliare attentamente l’ente, impedendo che a essere sacrificati siano ancora una volta i dipendenti e i precari!

USB PI Ricerca
USB Lavoro Privato


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11/01/2026

Accademia israeliana in allarme: il boicottaggio funziona

Mentre l’università di Bir Zeit, in Cisgiordania, è stata presa d’assalto dall’IDF, con 11 feriti e alcuni giornalisti arrestati ma senza nemmeno la minima decenza di inventarsi un motivo che potesse “giustificare” l’operazione militare, l’Accademia Israeliana delle Scienze e delle Lettere lancia l’allarme sul futuro del settore scientifico dello stato sionista.

Nel suo rapporto annuale, di cui le informazioni sono state riportate da Haaretz lo scorso 4 gennaio, l’Accademia si preoccupa di come il combinato disposto tra taglio dei fondi governativi e i risultati raggiunti dal boicottaggio accademico stiano mettendo in crisi le ricerche degli studiosi israeliani.

Ciò che è stato minato è la “cooperazione scientifica”, che è in realtà l’utilizzo dei fondi di ricerca internazionali – europei in primis – per garantire la carriere di studiosi dell’accademia israeliana, risaputamente coinvolta in maniera attiva nella politica di apartheid nei confronti dei palestinese e nel complesso militare-industriale sionista.

Tel Aviv, infatti, sembra affidarsi ai fondi altrui per finanziare la propria ricerca: tra il 2014 e il 2023 la spesa nel settore è diminuita del 4% circa, mentre tra i paesi OCSE è aumentata in media del 20%. Il 93% della spesa israeliana in ricerca e sviluppo è diretta verso il settore privato, e così molti accademici – soprattutto quelli nelle fasi iniziali della carriera – devono contare su finanziamenti esteri.

È qui che interviene il boicottaggio, sia esplicito sia, diciamo così, “mascherato”. Molte conferenze che si sarebbero dovute tenere in Israele tra il 2024 e il 2025 sono state cancellate, e molte università hanno rescisso accordi precedentemente firmati. Ma il colpo più duro è arrivato sul lato dei fondi.

Il programma di ricerca europeo Horizon, tassello fondamentale del sostegno garantito da Bruxelles agli apparati di Tel Aviv coinvolti nel genocidio dei palestinesi, ha visto crollare il tasso di successo delle richieste israeliane di fondi European Research Council dal 30% degli anni precedenti all’8% dello scorso anno.

Il presidente dell’Accademia, David Harel, ha sostenuto che la ricerca scientifica non è un lusso, ma è fondamentale per rimanere al passo con evoluzioni importanti in cui segnala alcune mancanze, come nel settore dell’intelligenza artificiale. Secondo Harel bisogna aumentare i finanziamenti e, con essi, la protezione della libertà accademica.

Detto da chi ha appena bersagliato gli studenti dell’università di Bir Zeit (con l’assordante silenzio, ad esempio, di una ministra Bernini sempre pronta a urlare contro “squadristi rossi” e “islamisti” quando gli studenti protestano in Italia) risulta un insulto. Nel frattempo, vari istituti israeliani peggiorano la propria posizione nella classifica delle università redatta da Nature.

La paura è che ciò posso risultare in una fuga di cervelli. Poiché il boicottaggio non è contro singole persone, ma contro il legame strutturale tra l’accademia israeliana e la sua macchina di morte, ciò significherebbe davvero togliere il “carburante” alla partecipazione della ricerca nei crimini contro l’umanità di Tel Aviv.

Bisogna però fare un ultimo chiarimento. È abbastanza evidente come l’allarmismo lanciato dall’Accademia è anche uno strumento che ha lo scopo di orientare la spesa israeliana, e allo stesso tempo di attribuire le responsabilità delle difficoltà delle università sioniste alla legittima risposta dei solidali con la Palestina.

Bisogna fare la tara alle dichiarazioni e alle valutazioni provenienti da questi organi. Quello che invece è certo e comprovato dai dati sono proprio i risultati del boicottaggio. Se col programma Horizon, dal 2021 al 2024 Israele ha ricevuto 1,1 miliardi di euro, nel 2025 i tassi di approvazione per i progetti con uno o più partner di ricerca israeliani sono diminuiti del 68,5%, si legge tra le informazioni pubblicate sul sito della campagna BDS.

Un’altra recente pubblicazione dell’Academic Boycott of Israel Monitoring Team, creato dal Committee of University Presidents (VERH), ha indicato in un migliaio le azioni di boicottaggi subite dalle istituzioni israeliane, il doppio rispetto allo scorso marzo. Anche in questo caso le valutazioni possono essere state “gonfiate” per millantare in maniera propagandistica un “antisemitismo” dilagante.

Ma rimane certo, appunto, che il boicottaggio accademico sta sortendo importanti effetti, e la preoccupazione crescente dimostrata da questi rapporti lo testimonia. È importante, dunque, dare un’ulteriore spallata alla normalizzazione dei rapporti con uno stato genocida dentro tutti i dipartimenti e le aule del nostro paese.

Fonte

09/01/2026

[Contributo al dibattito] - Il bilancio ancora modesto dell’IIT: laboratori pieni, mercati vuoti

Ci sono domande che, a un certo punto, smettono di essere scomode e diventano inevitabili.

Dopo oltre vent’anni di attività, una di queste riguarda l’Istituto Italiano di Tecnologia: che cosa ha realmente prodotto per il Paese?

Non in termini di pubblicazioni scientifiche, né di reputazione accademica, né di convegni internazionali. Ma in termini di prodotti sul mercato, imprese scalate, occupazione industriale, fatturato, competitività economica. In altre parole: valore misurabile.

La risposta, oggi, è difficile da aggirare: il bilancio industriale e di mercato resta modesto.

Dalla sua fondazione, l’IIT ha beneficiato di un finanziamento pubblico strutturale e continuativo senza eguali nel panorama italiano. La dotazione iniziale prevista dalla legge istitutiva era di 100 milioni di euro l’anno, poi stabilmente attestata tra 85 e 95 milioni annui.

Sommando i contributi annuali lungo un arco di circa ventidue anni, sulla base dei bilanci ufficiali pubblicati e delle serie storiche disponibili, la spesa pubblica complessiva stimata si colloca tra 1,9 e 2,1 miliardi di euro.

Quasi due miliardi di euro di risorse pubbliche.

Una cifra che non consente più valutazioni indulgenti, né giudizi basati sulle intenzioni. Una cifra che impone un bilancio severo, perché a questi livelli il tema non è più la qualità della ricerca, ma il ritorno per il Paese.

A fronte di questo investimento, non esiste oggi un singolo prodotto di largo mercato riconducibile all’IIT. Non esiste un campione industriale globale nato dai suoi laboratori. Non esiste una nuova filiera produttiva italiana che porti chiaramente il suo marchio. Non esistono ritorni fiscali, occupazionali o industriali proporzionati allo sforzo sostenuto dai contribuenti.

Questo va detto con onestà intellettuale, senza negare ciò che l’IIT ha fatto bene.

Ha prodotto ricerca di qualità. Ha attratto talenti internazionali. Ha sviluppato prototipi avanzati, soprattutto nella robotica, nei materiali e nelle neuroscienze. Ha generato startup, alcune promettenti, molte fragili, poche realmente arrivate a una scala industriale significativa.

Ma tra il laboratorio e il mercato continua a esserci un vuoto strutturale.

Ed è questo il punto che non può più essere eluso.

Il confronto internazionale rende questo dato ancora più evidente. Modelli consolidati di ricerca applicata come la Fraunhofer-Gesellschaft in Germania o il CEA-Leti in Francia non misurano il proprio successo solo in termini di eccellenza scientifica, ma soprattutto in tecnologie adottate dall’industria, contratti industriali, licenze, spin-off scalate sul mercato.

La Fraunhofer, in particolare, ha fatto del trasferimento tecnologico una parte strutturale del proprio mandato.

Un solo dato rende il confronto esplicito: la Fraunhofer opera con un budget annuale di circa 3,6 miliardi di euro, di cui una quota rilevante proviene direttamente da contratti di ricerca con l’industria.

Il CEA-Leti, a sua volta, ha dato origine nel tempo a decine di spin-off industriali nei settori della microelettronica, della fotonica e dei dispositivi medicali, molte delle quali sono oggi imprese mature, con centinaia o migliaia di addetti.

Non si tratta di modelli perfetti, ma di sistemi che legano esplicitamente il finanziamento pubblico a risultati industriali verificabili. Ed è proprio questo passaggio che, nel caso italiano, appare ancora debole.

L’IIT non era stato concepito come un centro di ricerca fine a se stesso. Era stato presentato come lo strumento per colmare il cronico fallimento italiano nel trasferimento tecnologico, come il ponte tra scienza e industria, come l’infrastruttura capace di trasformare conoscenza in crescita.

Dopo oltre vent’anni, quel ponte appare ancora incompiuto.

Il problema, va chiarito una volta per tutte, non è la ricerca.

Il problema è l’assenza di obiettivi industriali vincolanti, di metriche stringenti di impatto economico, di una cultura della responsabilità sul risultato. Perché quando il finanziamento è pubblico, stabile e di queste dimensioni, l’assenza di risultati non è neutrale.

La ricerca pubblica non può vivere solo di promesse future. Deve produrre valore oggi. Deve creare imprese, tecnologie adottate, occupazione qualificata, ritorni misurabili. Deve contribuire alla crescita della produttività nazionale.

Altrimenti diventa ciò che l’Italia conosce fin troppo bene: un’eccellenza isolata, costosa e incapace di cambiare il sistema.

Dopo ventidue anni e quasi due miliardi di euro spesi, è legittimo dirlo senza ipocrisie: il bilancio economico e industriale dell’Istituto Italiano di Tecnologia è ancora largamente al di sotto delle aspettative che ne avevano giustificato la nascita.

La domanda, ormai, non è più se l’IIT faccia buona ricerca.

La domanda è un’altra, ed è molto più scomoda: quanto ancora l’Italia può permettersi di investire senza pretendere risultati industriali proporzionati?

Continuare a evitarla non è prudenza.
È rinuncia.

Fonte

L'articolo per forma e contenuti lascia poco spazio alla critica. Il discorso, tuttavia, approfondisce in maniera insufficiente le cause profonde di una situazione incontestabile: i risultati "modesti" di IIT derivano dal fatto che l'Istituto, come il resto della ricerca in Italia è una isola nel nulla produttivo.
Perché a mancare da 40 anni è una idea generale e pianificata del ruolo che l'Italia – intesa come "sistema Paese" – può e vuole ottenere nella divisione internazionale del lavoro e, conseguentemente, una politica industriale di grande respiro per concretizzare quel ruolo.
Senza tutto questo non c'è ricerca e soprattutto, analisi su di essa e i suoi ritorni, che tengano, ma soltanto discorsi ormai troppo astratti per un Paese e una società che sprofondano sempre più velocemente nel sottosviluppo.

31/12/2025

La Cina è leader della ricerca nel 90% delle tecnologie cruciali

di Francesco Sylos Labini

In pochi giorni la rivista Nature ha pubblicato due notizie di un certo rilievo “geopolitico”. La prima è che la classifica del Nature Index nel settore delle Scienze Applicate mostra che c'è stato un trasferimento di egemonia dall’Occidente all’Oriente. La Cina domina la classifica, e altri Paesi asiatici come Corea del Sud e Singapore ottengono risultati eccezionali, se rapportati alla scala complessiva della loro produzione scientifica. Il quadro è invece molto diverso per molti Paesi occidentali, la cui produzione nelle scienze applicate rappresenta una quota relativamente piccola rispetto al totale.

La classifica si basa sugli articoli pubblicati nel 2024 in 25 riviste e conferenze specializzate nelle scienze applicate, selezionate da circa 4.200 ricercatori che le hanno indicate come le sedi in cui vorrebbero pubblicare i propri lavori “più significativi”. Le riviste coprono ambiti come l’ingegneria, l’informatica, la scienza alimentare, e includono anche pubblicazioni multidisciplinari già presenti nel Nature Index, come Nature e Science.

(ndr: il Nature Index considera esclusivamente gli articoli pubblicati in 145 riviste scientifiche nel settore e di alto impatto, selezionate da comitati indipendenti di esperti. È un indicatore globale della performance scientifica di un paese. Tuttavia, come per altre classifiche di questo tipo, il Nature Index si basa su alcune ipotesi e metodologie che non sono pienamente trasparenti e possono essere oggetto di critica. Dato che l’indice si fonda sul conteggio quantitativo degli articoli pubblicati in riviste peer-reviewed – e che la valutazione è condotta a livello nazionale – i suoi risultati possono essere considerati, almeno qualitativamente, come un indicatore ragionevolmente affidabile delle tendenze scientifiche globali.)

I ricercatori basati in Cina hanno contribuito al 56% della produzione scientifica totale nel settore, con un Share (indice frazionario del Nature Index) pari a 22.261. Gli Stati Uniti seguono a grande distanza con un Share di 4.099, pari al 10%. I primi dieci istituti di ricerca nel campo delle scienze applicate sono tutti cinesi.
La Corea del Sud, settima nella classifica generale del Nature Index 2025 per le scienze naturali e della salute, si posiziona quarta nelle scienze applicate con uno Share di 1.342 (3,4% della produzione globale), appena dietro alla Germania (terza con 1.488). Il Regno Unito è quinto con 1.024 (2,6%), seguito da Giappone e India. La Francia, sesta nella classifica generale, si trova solo dodicesima nelle scienze applicate.

La differenza tra Oriente e Occidente è ancora più evidente se si considera la quota di produzione scientifica nazionale dedicata alle scienze applicate (includendo le nuove riviste).

– In Malesia, le scienze applicate rappresentano quasi il 90% del totale, consentendole di entrare al 31º posto (non era presente tra i primi 50 nella classifica generale).

– In Cina, la quota è 52%,

– in Corea del Sud 53%,

– e a Singapore 49%.

Al contrario:

– in Germania solo il 27%,

– nel Regno Unito 23%,

– in Francia e negli USA meno del 18%.
La Cina ha costruito una strategia per diventare centro mondiale in settori come tecnologia, calcolo e intelligenza artificiale. È il primo produttore mondiale di auto elettriche (70% della produzione globale) e tra il 2014 e il 2023 ha brevettato oltre 38.000 tecnologie di IA generativa, sei volte più degli USA. Nel 2022, la Cina ha superato gli USA per produzione scientifica nelle scienze naturali nel Nature Index e ha continuato ad aumentare il vantaggio. La Cina spende circa un terzo degli investimenti mondiali in energie rinnovabili, contro il 15% degli USA. Le aziende farmaceutiche cinesi iniziano più trial clinici di quelle statunitensi o europee.

Il secondo articolo pubblicato dalla rivista Nature, complementare al primo, discute il fatto che, secondo il Critical Technology Tracker dell’ASPI, la Cina sia diventata leader nella ricerca nel 90% delle tecnologie cruciali – un cambiamento radicale rispetto all’inizio del secolo. 

L’analisi è basata su un database che contiene oltre 9 milioni di pubblicazioni da tutto il mondo. Per ciascuna tecnologia, ha identificato il 10% degli articoli più citati prodotti dai ricercatori di ciascun Paese nel periodo 2020–2024 e calcolato la quota globale di ciascun Paese. Il Critical Technology Tracker valuta la ricerca di alta qualità su 74 tecnologie attuali ed emergenti nel 2025. La Cina è risultata al primo posto per la ricerca su 66 tecnologie, tra cui energia nucleare, biologia sintetica e piccoli satelliti; gli Stati Uniti guidano le restanti 8, tra cui il calcolo quantistico e la geoingegneria. I risultati riflettono un’inversione radicale di tendenza. All’inizio di questo secolo, gli Stati Uniti erano leader in oltre il 90% delle tecnologie analizzate, mentre la Cina era in testa in meno del 5%, secondo l’edizione 2024 del tracker.

Secondo Rob Atkinson, presidente della Information Technology & Innovation Foundation (Washington DC), questa differenza deriva da diverse concezioni della ricerca: Gli USA sono una “società della scienza”, dove il governo finanzia principalmente la ricerca fondamentale, con l’obiettivo idealistico di “produrre conoscenza per il bene del mondo”. Cina e Corea del Sud, al contrario, sono “società dell’ingegneria”, dove le risorse pubbliche sono concentrate su tecnologie avanzate e manifattura, e su ricerca a supporto di settori strategici.

Secondo il nostro parere la situazione è meno “idealistica”. La Cina, e con essa tutto l’Oriente, è diventata la fabbrica del mondo già dagli anni '90 attraverso le delocalizzazioni delle imprese occidentali, coreane e giapponesi che sono state incentivate dal basso costo del lavoro e i laschi controlli ambientali. Ma questo quadro è completamente cambiato. Negli ultimi anni in particolare c’è stata una evoluzione cruciale: il passaggio della Cina da semplice assemblatore a basso costo a innovatore ad alto valore aggiunto che rappresenta una delle forze economiche più dirompenti del nostro tempo. Essa affonda le sue radici nel peculiare sistema politico cinese, fondato sulla costruzione del cosiddetto “socialismo con caratteristiche cinesi” (Arlacchi, Fazi, 2025), un modello non capitalistico noto anche come “via cinese al socialismo”. In questo contesto, lo Stato mantiene il controllo strategico sui settori chiave – risorse naturali, materie prime, finanza, infrastrutture e difesa nazionale – pur consentendo al mercato di operare come strumento di governance e regolazione. La competizione tra imprese è incentivata, ma all’interno di un quadro orientato a obiettivi collettivi. Questo modello ibrido sostiene una strategia economica che promuove rendimenti a breve termine per stimolare l’iniziativa privata, ma al contempo permette una pianificazione a lungo termine e investimenti mirati per affrontare sfide che richiedono ricerca continua, innovazione e visione strategica.

Questa situazione non è sostenibile per l’Occidente ma un cambio di paradigma nel finanziamento e nello sviluppo della scienza può avvenire solo con la reindustrializzazione del sistema produttivo. Ed è qui che l’Occidente si trova in una situazione di svantaggio strutturale.

Fonte

16/09/2025

Gli Stati Generali della difesa hanno discusso di una UE guerrafondaia, dall’intelligence all’accademia

Il 12 settembre, un po’ in sordina rispetto all’attenzione che in genere viene oggi dedicata ai rigurgiti bellicisti della UE, si sono svolti a Frascati gli Stati Generali della difesa. Il Centro Europeo per l’Osservazione della Terra dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA-ESRIN) ha ospitato una pletora di alti vertici politici, accademici, industriali, per discutere degli orizzonti militari di Bruxelles.

L’iniziativa è stata organizzata dal Parlamento Europeo e dalla Commissione Europea in collaborazione con l’ESA, con al centro il nodo di garantire meglio una sicurezza autonoma per la UE e, allo stesso tempo, rendere il suo complesso militare-industriale competitivo. E, difatti, la platea dei presenti rappresentava il tentativo di trovare una sinergia bellica tra pubblico e privato, tra civile e militare.

Presente ovviamente, Andrius Kubilius, commissario europeo per la Difesa e lo Spazio, e Adolfo Urso, ministro per le Imprese. Ma anche l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare della Nato, e vari amministratori delegati di imprese belliche: Pierroberto Folgiero di Fincantieri e Giampiero Di Paolo di Thales Alenia Space Italia, giusto per fare due esempi.

Pilastro della discussione è stata la questione disinformazione e propaganda. Quella che viene attribuita ai nemici del modello occidentale, in primis la Russia, non quella che viene distribuita a piene mani dai media di regime nostrani. C’è chi ha ricordato che, a Londra, si sta parlando di istituire un’Agenzia nazionale contro la disinformazione, ovvero una sorta di ministero della Verità.

In sostanza, è il filone delle minacce ibride che è stato posto sotto i riflettori, con tutto lo spettro che questo termine designa. E allora, la cybersicurezza deve essere uno dei primi settori su cui l’intero sistema-paese è chiamato a dare una mano, mentre la UE si vuole dotare di comuni strumenti regolatori e sanzionatori. Ma anche capacità proprie.

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha affermato che “la cooperazione tra istituzioni, industria e mondo scientifico è centrale e la difesa cyber è ormai una priorità politica e sociale”. A rispondere a questa chiamata c’era la rettrice della Sapienza, Antonella Polimeni, per la quale ricerca e innovazione devono essere sempre più integrate in questa prospettiva bellica.

Il Sottosegretario di Stato alla Difesa, Matteo Perego di Cremnago, ha detto: “per troppo tempo l’Europa ha fatto affidamento sull’ombrello americano, senza costruire una propria autonomia. Oggi siamo già alle prese con un conflitto ibrido e invisibile, fatto di attacchi cyber e disinformazione, che si estende ai nuovi domini, come lo spazio, la dimensione under-water, e che colpisce anche l’opinione pubblica”.

Ha poi affermato anche la litania che sentiamo ripetere da tempo: “difesa e sicurezza sono prerequisiti dello sviluppo economico e sociale dell’intero Continente, della libertà e della democrazia. Senza questi presupposti, non può esistere nient’altro”. Ancora una volta, la spesa in difesa viene vista come soluzione alla crisi industriale, e la sua importanza viene ammantata da uno ‘scontro di civiltà’.

Sempre Perego di Cremnago ha sottolineato come l’Italia sia pronta a fare la propria parte: “l’Italia è tra i pochi Paesi al mondo a disporre di una filiera spaziale completa, dai lanciatori ai satelliti, fino ai moduli orbitanti” e “è in prima linea nella protezione delle infrastrutture critiche sottomarine, oltre che nello sviluppo di normative e tecnologie abilitanti per operarvi con efficacia”.

“L’Italia – ha concluso – è una potenza regionale con responsabilità crescenti nei confronti del Mediterraneo Allargato, del Nord Africa, del Sahel, dei Balcani e del cosiddetto Fianco Sud della NATO”, alla quale la UE non si vuole sostituire, ma nella quale vuole assumere un ruolo maggiormente autonomo.

A Frascati si è sentita la solita dichiarazione d’intenti che fa capo a Bruxelles, rispetto alla trasformazione della UE in una potenza globale e geopolitico a tutto tondo. Rimane il fatto che tale obiettivo viene perseguito da anni e anni, fallimento dopo fallimento. Il problema è se la UE abbia davvero questa capacità... ma intanto, senza dubbio, intende trasformare il Vecchio Continente in una polveriera piena di poveri prima di abbandonare le sue velleità.

Fonte

25/07/2025

La ricerca non ha nulla da festeggiare col nuovo dl Università

Con 78 voti favorevoli e 59 contrari, il Senato ha approvato il decreto legge Università e Ricerca, che ora passerà alla Camera. Ci si aspetta che anche lì passerà senza problemi, e si avrà così un ulteriore provvedimento sul mondo dell’accademia e della ricerca scientifica che non tocca assolutamente i suoi problemi fondamentali.

Anzi, sembra che questo decreto sia stato fatto semplicemente per tappare alcune falle, e spostare voci di spesa per far cantare vittoria al governo. Infatti, il punto cardine di questo provvedimento sarebbe lo stanziamento di ulteriori 160 milioni di euro (40 quest’anno, 60 nel 2026 e nel 2027) per gli enti di ricerca posto sotto il Ministero dell’Università.

Ma ecco la prima ‘mezza verità’: questi fondi erano già a disposizione di tali istituti, e sono stati semplicemente trasferiti da un capitolo di spesa a un altro, per dare un’immediata boccata d’ossigeno a un gran numero di programmi che hanno usufruito dei fondi PNRR, e che ora vedranno dunque chiudersi i rubinetti.

15 milioni sono stati prelevati dal Fondo integrativo speciale per la ricerca, 25 dal Fondo italiano per la scienza, 90 dal Fondo italiano delle scienze applicate e infine 30 dal finanziamento del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Non si tratta, dunque, di risorse strutturali, che permettano la stabilizzazione del personale e una programmazione delle attività almeno sul medio periodo.

Negli enti pubblici di ricerca è ormai precario oltre il 50% del personale. Solo per il CNR, già con la scorsa legge di bilancio, era stata sbloccata la possibilità di stabilizzazione, ma le procedure non erano mai state avviate per mancanza dei criteri di selezione. Oggi arrivano 22 milioni di euro spalmati su tre anni, una cifra ancora inadeguata rispetto alle necessità.

È interessante poi che nel decreto venga previsto il Piano d’azione ‘Ricerca Sud’, per cui vengono svincolati 150 milioni di euro. Lo scopo è quello di creare “ecosistemi dell’innovazione” in tutto il Mezzogiorno, che tradotto significa rafforzare la subordinazione degli atenei alle imprese.

Una misura che, tra le altre cose, viene presentata come funzionale a fermare l’emorragia di giovani serve in realtà a sostenere la ricerca, sì... ma del profitto. Bisogna inoltre ricordare che, stando alle dichiarazione dell’Associazione Dottorandi Italiani (ADI), nel 2026 saranno ben 2 mila i contratti di ricerca che scadranno, e saranno soprattutto il Sud e le Isole a subirne gli effetti.

Insomma, sembra che l’unica utilità di questo decreto sarà quella di sanare la situazione dei laureati in Scienze dell’educazione e della formazione primaria, i quali, per vari motivi burocratici, se si erano iscritti all’università prima del 2018-19 non avrebbero potuto diventare educatori nei nidi per la fascia d’età dagli 0 ai 3 anni.

Una vicenda che assume i contorni paradigmatici dello stato in cui versa l’università italiana: tanti giovani con importanti competenze che vengono sostanzialmente cacciati da un paese incapace di qualsiasi pianificazione del proprio sviluppo funzionale agli interessi collettivi.

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02/06/2025

I soldi della ricerca europea sono finiti ad aiutare il genocidio dei palestinesi

Due quotidiani belgi, il francofono L’Echo e il suo corrispettivo fiammingo De Tijd, hanno pubblicato una dettagliata inchiesta con la quale hanno mostrato come la UE abbia finanziato con oltre un miliardo dei propri fondi di ricerca istituzioni israeliane, tra cui produttori di armi e persino il ministero della Difesa di Tel Aviv, attraverso una serie di programmi scientifici dual use.

Il programma quadro della UE per la ricerca e l’innovazione si chiama Horizon, e seppur gestito da Bruxelles vi possono partecipare anche altri paesi, come Regno Unito, Canada e, appunto, Israele. Tra i 921 progetti finanziati tramite Horizon, i giornali belgi hanno individuato 213 casi in cui è presente un partner israeliano.

Il programma europeo già prevede la possibilità di destinare fondi per studi con applicazione dual use, ma nel contesto di occupazione e pulizia etnica portate avanti dai sionisti è ancora più difficile capire dove l’uso civile può trasformarsi in uso di oppressione coloniale. Basti pensare a come la gestione delle acque e delle attività agricole diventa strumento di discriminazione.

È dunque ancora più inaccettabile che, mentre il genocidio procedeva sostanzialmente indisturbato, un miliardo di euro dell'UE sia andato a facilitare questo crimine contro l’umanità. Il problema si riscontra persino per via indiretta, quando alcuni dei soggetti che hanno ricevuto finanziamenti vantano strette relazioni col Mossad o l’esercito di Tel Aviv.

Tra le iniziative più problematiche si possono sottolineare quella riguardante la sicurezza di infrastrutture sottomarine, condotta insieme al ministero della Difesa israeliano e all’azienda pubblica Rafael Advanced Defense Systems, e quella con Israel Aerospace Industries (IAI), il più grande gruppo del complesso militare-industriale israeliano, che è coinvolto in ben otto progetti e ha ricevuto 2,8 milioni di euro.

La Commissaria europea per ricerca e innovazione, Ekateria Zacharieva, ha sempre negato la destinazione impropria delle risorse, usando la debole scusa che bisogna differenziare Israele dagli enti di ricerca coinvolti. Difficile però sostenere una cosa del genere, quando grazie ai fondi Horizon varie università israeliane hanno cominciato a offrire programmi speciali e borse di studio per i militari.

C’è chi crede davvero che il recente indignarsi di alcuni leader europei, nonché di quelli dell’opposizione italiana, per ciò che riguarda il genocidio che avviene in Palestina sia un sincero prendere atto dei crimini sionisti. Si tratta in realtà di una mossa strumentale rispetto alla particolare situazione geopolitica internazionale, e persino elettorale se parliamo della minoranza italiana.

C’è chi, invece, ha già giustamente denunciato come manchino le parole d’ordine fondamentali alla manifestazione indetta per il prossimo 7 giugno, e come la complicità e il sostegno al genocidio dei palestinesi siano di lunga data, e siano stati dati in maniera bipartisan. La UE non è stata da meno, mentre tutte le accuse vengono scaricate solo su Netanyahu, e non sul progetto suprematista sionista.

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30/05/2025

La scienza cieca: perché stiamo perdendo la capacità di vedere (e con essa, la comprensione)

Nel mondo della ricerca scientifica contemporanea, produciamo più immagini e dati visivi di quanti siamo in grado di comprendere. Pubblicazioni che si moltiplicano, preprint ovunque, microscopi sempre più sofisticati, algoritmi che generano grafici e heatmap a velocità crescente. Eppure, diminuisce la capacità, e forse anche la volontà, di guardare davvero. Propongo una riflessione su una crisi che è insieme epistemologica, tecnica e culturale: la perdita della capacità di “vedere” in senso pieno, e con essa l’indebolimento della nostra facoltà di interpretare, contestualizzare, persino dubitare. Dalla marginalizzazione della morfologia alla sfida delle immagini sintetiche generate dall’intelligenza artificiale, passando per gli errori della pandemia, ci troviamo oggi davanti a una scienza che rischia di diventare cieca nella sua stessa accelerazione.

Ed è proprio per questo che, paradossalmente, serve tornare a guardare: con occhi umani, lenti e consapevoli.

Una crisi globale della visione scientifica

La scienza moderna deve gran parte dei suoi trionfi alla capacità di vedere oltre i limiti naturali dei nostri sensi. Dalla lente di Galileo che rivelò nuovi astri al microscopio di Hooke che svelò l’esistenza delle cellule, l’osservazione diretta ha illuminato territori sconosciuti, ampliando la comprensione del mondo [1].

Oggi, però, nell’era dei big data e delle analisi automatizzate, si profila un paradosso inquietante: disponiamo di strumenti di osservazione sempre più potenti, eppure stiamo perdendo la capacità di vedere nel senso più profondo del termine. Questa “cecità” della scienza non è ovviamente una mancanza di vista fisica, ma il sintomo di un progressivo smarrimento dell’intuizione visiva e concettuale che collega i dati alla comprensione della realtà. A livello globale, l’attività scientifica sta vivendo una crescita esponenziale nella produzione di risultati. Ogni anno vengono pubblicati oltre 2,5 milioni di articoli scientifici nel mondo, una mole impressionante se paragonata ai circa 800 mila di inizio millennio e ancor più ai circa 200 mila degli anni ’70. Questa abbondanza informativa, tuttavia, non si è tradotta in un equivalente avanzamento della conoscenza profonda. Al contrario, diversi studi segnalano un rallentamento del progresso in settori chiave della scienza [2]. Un’analisi bibliometrica su decine di milioni di lavori scientifici ha mostrato che le ricerche davvero dirompenti, quelle capaci di aprire nuove strade e rivoluzionare i paradigmi esistenti, sono proporzionalmente sempre più rare [2]. Oggi è statisticamente meno probabile rispetto alla metà del Novecento che un singolo studio “cambi il corso” di un intero campo scientifico. Questo declino nella visione innovativa della scienza è emerso trasversalmente in tutti i settori ed è così marcato da aver suscitato un diffuso “esame di coscienza” nella comunità scientifica internazionale. Ci si interroga sulle cause profonde di tale tendenza: perché, nonostante più scienziati che mai lavorino e pubblichino, stiamo assistendo a una sorta di miopia collettiva che impedisce di cogliere scoperte di grande portata?

Una delle spiegazioni avanzate riguarda l’iperspecializzazione e l’eccesso di informazioni. Man mano che la conoscenza si accumula, i ricercatori tendono a focalizzarsi su ambiti sempre più ristretti, attingendo a un corpus limitato di letteratura precedente. Uno studio recente ha collegato il calo di scoperte dirompenti proprio al progressivo restringimento dell’orizzonte bibliografico [2]. In questo modo, il sapere scientifico procede con il paraocchi, avanzando in profondità su binari già tracciati ma perdendo di vista visioni laterali potenzialmente rivoluzionarie.

A ciò si aggiunge la sovrabbondanza di dati: paradossalmente, l’oceano di risultati disponibile rischia di sommergere la capacità umana di discernimento. Orientarsi in mezzo a migliaia di articoli anche solo nel proprio micro-settore diventa arduo; figuriamoci mantenere una visione d’insieme. Come osservano in molti, i ricercatori di oggi devono leggere (e spesso recensire) un numero enorme di lavori, ma il tempo per riflettere e vedere oltre le evidenze immediate è sempre più scarso. Un ulteriore segnale di questa “cecità” emergente è la crisi di comprensione che porta a errori e inciampi nel metodo scientifico stesso. Negli ultimi anni si parla diffusamente di crisi della replicazione: molti studi, specie in biomedicina e psicologia, si sono rivelati non riproducibili quando altri gruppi hanno cercato di replicarne i risultati [3]. Questo fenomeno indica che a volte si pubblicano conclusioni senza averle comprese a fondo, magari affidandosi a elaborazioni statistiche o software sofisticati senza un controllo empirico diretto.

Il caso COVID-19: quando l’immagine tradisce

La crisi di interpretazione visiva nella scienza non è un’astrazione teorica. Ha avuto, anzi, un’espressione concreta e drammatica proprio durante la pandemia da COVID-19.

Riporto qui un esempio che mi ha riguardato da vicino. Nella corsa sfrenata a pubblicare risultati e comprendere il nuovo virus, numerosi studi affermarono di aver identificato SARS-CoV-2 nei tessuti umani tramite microscopia elettronica. Ma molti di quei lavori furono successivamente messi in discussione: quello che si credeva virus era, in realtà, altro: vescicole, strutture intracellulari normali, artefatti di preparazione. I lavori di Dittmayer, Bullock e Hopfer hanno documentato l’ampiezza di queste interpretazioni errate [4–6], segnalando una verità scomoda: l’ultrastruttura non mente, ma chi la legge può sbagliare. Nel nostro gruppo, abbiamo analizzato tessuti polmonari di pazienti deceduti per COVID-19 tramite “cryobiopsie” post-mortem. Il nostro studio ha mostrato una dissociazione tra il danno alveolare e la presenza virale osservabile al microscopio elettronico, suggerendo che la patologia era più complessa e meno riconducibile a una semplice “presenza del virus nei tessuti” [7]. È stato un esempio lampante di quanto la qualità dell’immagine non basti, se manca la capacità di interpretarla nel contesto biologico ed esperienziale.

La nuova minaccia: immagini sintetiche e automatismi ciechi

Oggi, la sfida si è spostata ancora più avanti. Le immagini scientifiche non sono più solo suscettibili di errori umani: possono essere interamente generate artificialmente.

Con l’avvento dell’intelligenza artificiale generativa, è ormai possibile creare immagini fotorealistiche e biologicamente plausibili senza alcun esperimento reale a monte.

Se già l’integrità visiva era sotto pressione (con ritrattazioni legate a manipolazioni di immagini), oggi ci troviamo di fronte a un rischio più profondo: che la scienza visiva diventi simulacro, e non più testimonianza [8–9]. Strumenti come Proofig o ImageTwin, nati per verificare la correttezza delle immagini, sono ormai fondamentali [https://www.proofig.com; https://imagetwin.ai]. Ma nessun algoritmo può sostituire lo sguardo critico di chi conosce davvero la biologia delle strutture. Per questo motivo si moltiplicano gli appelli a costruire modelli di governance per l’uso dell’AI in scienza, incentrati sul principio del “human-in-the-loop” [10–11].

Una cultura della visione per il futuro

Di fronte a questi scenari, non bastano più controlli, checklist o software. Serve un cambio di paradigma: ricostruire una cultura della visione che tenga insieme forma, contesto e significato. Una cultura che riconosca che il “vedere” in scienza è un atto cognitivo, situato, interpretativo. Alcune iniziative internazionali vanno in questa direzione: i protocolli di QUAREP-LiMi [https://quarep.org/], i metadati nei repository, i corsi di image ethics.

Ma senza una figura capace di interpretare ciò che si vede, anche il miglior protocollo è vuoto. Quella figura è il morfologo. O meglio, come mi piacerebbe definirlo, lo “scienziato visivo”. Questa figura ha bisogno di riconoscimento istituzionale: non può essere relegata al ruolo di tecnico, né ai margini dei progetti. Ha bisogno di carriera, di spazi, di voce. E ha bisogno di essere formata, non improvvisata. Perché vedere bene non è un’abilità automatica, ma una competenza che si apprende nel tempo, con esperienza e guida. La scienza ha bisogno, oggi più che mai, di chi sa guardare anche quando tutto sembra perfettamente digitalizzato. Perché se la scienza smette di vedere, smette anche, lentamente, di capire.

Riferimenti

  1. Belknap, K. (2019). 150 years of scientific illustration. Nature, 576(7785), S60–S61. https://doi.org/10.1038/d41586-019-03306-9
  2. Park, M., Leahey, E., & Funk, R. J. (2023). Papers and patents are becoming less disruptive over time. Nature, 613, 138–144. https://doi.org/10.1038/s41586-022-05543-x
  3. Ioannidis, J. P. A. (2022). Correction: Why Most Published Research Findings Are False. PLOS Medicine, 19(8): e1004085. https://doi.org/10.1371/journal.pmed.1004085
  4. Dittmayer, C., et al. (2020). Why misinterpretation of electron micrographs in SARS-CoV-2-infected tissue goes viral. The Lancet, 396(10260), e64–e65. https://doi.org/10.1016/S0140-6736(20)32160-8
  5. Bullock, H. A., Goldsmith, C. S., Zaki, S. R., Martines, R. B., & Miller, S. E. (2021). Difficulties in Differentiating Coronaviruses from Subcellular Structures in Human Tissues by Electron Microscopy. Emerging Infectious Diseases, 27(4), 1023–1031. https://doi.org/10.3201/eid2704.204337
  6. Hopfer, H., et al. (2021). Hunting coronavirus by transmission electron microscopy—a guide to SARS-CoV-2-associated ultrastructural pathology in COVID-19 tissues. Histopathology, 78(3), 358–370. https://doi.org/10.1111/his.14264
  7. Cortese, K., et al. (2022). Ultrastructural examination of lung “cryobiopsies” from a series of fatal COVID-19 cases hardly revealed infected cells. Virchows Archiv, 480(5), 967–977. https://doi.org/10.1007/s00428-022-03308-5
  8. Bucci, E. M., & Parini, A. (2025). The Synthetic Image Crisis in Science. American Journal of Hematology. https://doi.org/10.1002/ajh.27697
  9. Bik, E. M., Casadevall, A., & Fang, F. C. (2022). Insights into image integrity: a machine-learning perspective. Patterns, 3(9), 100520. https://doi.org/10.1016/j.patter.2022.100520
  10. Thorp, H. H. (2024). Genuine images in 2024. Science, 383(6678), 7. https://doi.org/10.1126/science.adn7530
  11. Vasconcelos, S., & Marušić, A. (2025). Gen AI and research integrity: Where to now? EMBO Reports. https://doi.org/10.1038/s44319-025-00424-6

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22/05/2025

Con la riforma del reclutamento continua lo smantellamento dell’università

Lunedì il governo ha approvato un nuovo disegno di legge per la riforma del reclutamento dei docenti universitari. Dopo il tanto discusso e osteggiato ddl 1240, ora il Ministero dell’Università interviene su un altro degli annosi problemi degli atenei italiani, arrivando persino a peggiorare la situazione.

Con la nuova normativa, infatti, si vuole sostituire l’Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN), introdotta nel 2010 dalla riforma Gelmini. Si tratta di un titolo di idoneità all’assunzione al primo gradino della docenza universitaria – quello di professore associato – che viene rilasciato da una commissione nazionale.

Ovviamente, ottenere l’Abilitazione non significa automaticamente diventare docente: ci sono poi da vincere i concorsi organizzati dai vari atenei. Oltre a varie storture del sistema che qui non ripercorreremo, il più palese scompenso di questo meccanismo è quello che si è venuto a creare tra il numero degli abilitati e quello di chi, effettivamente, assume un ruolo stabile nell’università.

E allora, la ministra Bernini ha fatto quello che è sempre riuscito meglio a questa classe dirigente priva di qualsiasi visione del futuro: ha preso un problema strutturale del paese, ne ha ribaltato i rapporti causali, e ha promosso una riforma che andrà a smantellare l’istruzione universitaria e la ricerca accademica.

In un paese che, stando a dati dell’OCSE del 2020, ha un numero di professori accademici in relazione agli studenti inferiore a quello della media generale e nettamente più basso di quello di Germania e Spagna, invece di stabilizzare chi ha già conseguito l’ASN, aumentando così gli organici e garantendo un’istruzione migliore, si cancella l’ASN per far scomparire questa asimmetria.

Lo ribadiamo: il sistema dell’Abilitazione aveva già di per sé molti difetti, ma non è eliminandolo che si risolve il nodo di un’università che manca di professori che però non vuole aprire le porte a un gran numero di studiosi ultraformati, piano piano espulsi dall’accademia e, spesso, persi nell’emigrazione a cui si trovano costretti per mancanza di opportunità in Italia.

Ma c’è di più. Il nuovo meccanismo introdotto da Bernini si fonda su di un’autocertificazione da parte del singolo aspirante docente (o singoli ricercatore a tempo determinato, perché varrà anche per loro), che assicura di avere i requisti minimi nazionali per l’assunzione. Ogni ateneo bandirà poi il concorso che gli interessa, in un processo che va a rafforzare l’autonomia universitaria.

Chi mastica un poco l’argomento, sa benissimo che in questo settore autonomia significa la polarizzazione della qualità dell’offerta formativa, e la facilitazione della penetrazione degli interessi privati nell’università. A ciò aiuterà anche il sistema di valutazione del lavoro dei docenti, che avverrà ogni due anni.

Essa consisterà, innanzitutto, nel giudizio sulla produttività, e dunque sul numero di pubblicazioni – la logica del publish or perish che, come è facile immaginare, spinge a prediligere la quantità sulla qualità del lavoro. Chi vanterà i risultati migliori riceverà più fondi: rimane dunque intatta la logica premiale dell’assegnazione delle risorse, che non fa che cristallizzare le storture esistenti.

È facile poi immaginare che, per vincere in questa competizione, in molti si metteranno maggiormente a disposizione del privato, per avere in cambio più soldi, strutture, possibilità, e dunque a sua volta finirà col ricevere anche più fondi pubblici. Una spirale di distruzione dell’istruzione pubblica di cui, a lungo andare, ne sta evidentemente risentendo anche il sistema-paese.

La mancanza di qualsiasi visione strategica e la mortificazione continua delle menti e dei talenti dei giovani è confermata anche dalla quasi contemporanea approvazione dell’emendamento Occhiuto-Cattaneo al decreto PNRR Scuola. Il provvedimento introduce l’incarico di ricerca e l’incarico post-doc, per evitare innanzitutto una figuraccia con l’esclusione di molti studiosi dai progetti europei.

Si tratta in entrambi i casi di contratti a tempo determinato, da uno a tre anni, la cui selezione sarà definita dalle singole istituzioni. In pratica, la prateria del baronato e del nepotismo. Non solo: sono finanziabili dalle università, ma anche da enti terzi. È il colpo definitivo all’istruzione pubblica, e il totale asservimento della ricerca agli interessi privati (e di guerra).

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