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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/09/2026

Tajani agita ingerenze russe sulle elezioni per blindare il quadro politico italiano

Dalla riunione informale dei ministri degli Esteri della UE tenutasi a Wicklow, in Irlanda, il rappresentante italiano, Antonio Tajani, ha deciso di lanciare un allarme sulla possibilità che Mosca possa mettere in atto manovre volte a inquinare il dibattito pubblico e alterare gli esiti delle tornate elettorali, nei vari paesi della comunità europea e dunque anche in Italia. Non è ben chiaro come... 

Sarebbe tutto parte della famosa “guerra ibrida” che il Cremlino starebbe conducendo contro le “democrazie” occidentali, sbandierata a più non posso negli ultimi anni. Tajani è convinto che un’ingerenza del genere “possa accadere, per questo bisogna intervenire in anticipo”: è tutto in questa frase il senso vero dell’ennesima sparata del responsabile degli Esteri italiani.

In cosa consisterebbe questo “intervento preventivo”? Significa, in sostanza, usare lo spauracchio della Russia per cancellare qualsiasi dissenso interno, in modo tale da blindare il quadro politico intorno a varie sfumature – di centrodestra o centrosinistra – del processo di riarmo necessario ad alimentare le velleità di una UE “grande potenza globale”.

Tajani ha detto esplicitamente che il timore è che Mosca voglia “indebolire la posizione dell’Unione Europea”, mentre i governi del Vecchio Continente stanno lavorando per rafforzarne il ruolo internazionale. Ma se al proprio interno ci sono resistenze, tra chi vede la propria produzione industriale colare a picco e chi non vuole diventare carne da cannone per la guerra degli imperialisti europei, bisogna correre ai ripari irregimentando quel che è permesso pensare e dire.

Non è un ragionamento appena abbozzato: un “ministero della Verità” europeo è già stato istituito, nonostante gli allarmi di molti esperti e organizzazioni per la libera informazione. La Germania ha appena usato il tema di un’escalation con la Russia per avviare un’evidente campagna di pressione pubblica rivolta, intanto, alle prossime elezioni in Sassonia.

A supporto della propria “analisi”, il titolare della Farnesina ha richiamato sia un recente rapporto Copasir sia precedenti di tornate elettorali nazionali e comunitarie. Peccato si sia scordato di citare quando, come in Romania, la campagna di disinformazione diventata poi il capro espiatorio per annullare le elezioni che avevano visto la vittoria del candidato “sbagliato” fosse partita... dai liberali.

Anche in questo caso, probabilmente, per Tajani ci sarebbe “un punto” fino a dove valgono le ingerenze manipolatorie, così come per il diritto internazionale, a suo dire... Ma, al di là delle battute, le sue parole sono in linea con quelle di Berlino e di Kaja Kallas che, in quanto rappresentante degli Affari Esteri per la UE, ha sottolineato l’insofferenza per chi esita sulle sanzioni, mentre Bruxelles prepara un nuovo “pacchetto”.

A Wicklow si è discusso anche dell’impiego dei beni sovrani russi immobilizzati negli istituti finanziari europei per finanziare la ricostruzione e il supporto a Kiev. Tajani ha chiarito che Roma non è contraria all’idea, ma ha ribadito la necessità che ogni mossa poggi su solide basi normative, che però non esistono (è difficile “legalizzare” il furto di depositi bancari tra Stati): è il solito dibattito che va avanti da anni, ormai.

Tajani ha poi approfondito il “fronte” italiano della propaganda guerrafondaia attraverso la Russia parlando anche dell’articolo pubblicato dal Financial Times, in cui l’europarlamentare e leader di Futuro Nazionale, l’ex generale Roberto Vannacci è stato descritto come un potenziale “cavallo di Troia” degli interessi del Cremlino nel panorama politico della penisola.

Interpellato direttamente sull’indiscrezione, Tajani ha mantenuto un profilo istituzionale e prudente. Il militare buttatosi in politica rimane il facile bersaglio cui addossare tutti i mali del Paese, da entrambe le ali del Parlamento, pur sapendo che comunque è perfettamente allineato in senso atlantico e con una UE armata.

Ma le preoccupazioni cui dà voce convincono una fetta sempre più importante dell’elettorato di centrodestra. Il che rende complicato l’additare Vannacci come un “mostro” nella previsione che, fra non molti mesi, si potrebbe dover contrattare col generale la prossima maggioranza...

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12/08/2026

Dietro la crisi di Ceuta la mano del Mossad

Analisi cinese in attesa di prove

«Diversi circoli accademici e di intelligence d’oltre Muraglia ipotizzano che gli eventi di Ceuta coinciderebbero con un’operazione di Hybrid Warfare volta ad aumentare la pressione sul governo di Pedro Sanchez», riporta in occidente Federico Giuliani. «Stando a questa interpretazione, la manovra avrebbe coinvolto il Mossad, il servizio di intelligence israeliano, interessato a promuovere una campagna di destabilizzazione contro la Spagna. La tesi è stata rilanciata anche dalla politologa egiziana Nadia Helmy, esperta di politica cinese e relazioni sino-israeliane, in un articolo pubblicato sulla rivista Modern Diplomacy».

Usa-Israele anti premier spagnolo

«I centri di analisi dell’intelligence cinese hanno esaminato l’escalation delle tensioni diplomatiche e politiche tra Spagna e Israele. Da questa prospettiva, il deterioramento delle relazioni bilaterali potrebbe aver motivato il Mossad a essere coinvolto nella crisi migratoria tra Marocco e Spagna, esacerbando la situazione e infiltrando agenti per promuovere il malcontento e il caos tra la popolazione marocchina», ha sostenuto Helmy su Modern Diplomacy.

‘El Mundo’ sulla crisi di Ceuta

Nelle loro conversazioni private, ha sottolineato il quotidiano spagnolo El Mundo, alcuni diplomatici e analisti vicini ai circoli politici di Pechino si stanno chiedendo se l’assalto a Ceuta possa essere legato al progressivo deterioramento delle relazioni tra Madrid e Tel Aviv, relazioni segnate dalle critiche del governo spagnolo alla guerra a Gaza e al riconoscimento dello stato palestinese. «Dalla normalizzazione delle relazioni nel 2020, il Marocco e Israele sono diventati alleati e hanno rafforzato la loro difesa e la cooperazione di intelligence», ha commentato un diplomatico cinese. Un dato di fatto sino ad oggi quasi trascurato.

Sospetti non solo cinesi

Questa teoria ha tra l’altro preso piede anche al di fuori della Cina. L’ex presidente colombiano Gustavo Petro, per esempio, ha indicato direttamente il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu come responsabile della suddetta crisi migratoria a Ceuta. Petro ha dichiarato che il leader israeliano «paga perché i poveri rischino la vita per raggiungere la Spagna», e sostiene che «il Marocco si è arreso alla volontà di un genocida fuggitivo, collegando l’afflusso migratorio alla stretta relazione tra Rabat e Tel Aviv». Lo stesso Petro ha anche accusato il primo ministro israeliano di promuovere campagne di destabilizzazione contro i governi che mettono in discussione la sua politica in Medio Oriente.

Timori di Pechino

In Cina, un Paese in cui il controllo delle frontiere è un pilastro della sicurezza nazionale, le immagini di migliaia di persone che hanno attraversato il confine spagnolo hanno scatenato un mix di stupore e incredulità, insiste Giuliani. «Come è possibile per loro attraversare il confine così facilmente?», è una delle domande chiave. Mentre i media ufficiali si sono soffermati sulle conseguenze politiche per l’Europa. «La crisi di Ceuta ha messo in luce le carenze delle riforme migratorie post-2015 dell’Ue e dimostra le difficoltà del blocco nel costruire una risposta unificata», ha dichiarato Cui Hongjian, professore all’Università di studi stranieri di Pechino, al Global Times, che ha dedicato un’analisi alle tensioni all’interno dell’Unione europea a seguito degli eventi al confine spagnolo.

L’assist di Pechino a Madrid

L’aspetto più curioso dell’intera vicenda riguarda le motivazioni che hanno spinto la Cina, attraverso i suoi accademici e diplomatici anonimi, a rilanciare l’indiscrezione della regia israeliana dietro la crisi di Ceuta. Pechino ha osservato l’intera vicenda da una prospettiva geostrategica. Il governo cinese non ha infatti alcuna intenzione di accusare ufficialmente Israele. Le voci che circolano sui media provengono infatti da esperti o analisti, non da ministri o portavoce ministeriali. È vero che tra Cina e Spagna si sta consolidando un eccellente rapporto bilaterale – Sanchez ha effettuato quattro visite in terra cinese negli ultimi quattro anni, più di ogni altri leader europeo – e che Madrid si sta trasformando nella porta d’ingresso prediletta del Dragone per l’Europa, ma è altrettanto vero che esistono relazioni eccellenti anche tra Pechino e Rabat.

Marocco e Cina

Nello specifico, il Marocco è diventato uno dei partner in grado di offrire al gigante asiatico una importante proiezione strategica in Africa. Al momento, dunque, non esistono prove certe che colleghino i fatti di Ceuta al Mossad o ad altre agenzie straniere. Certo, la notizia messa in circolazione da informatori cinesi – reale o accentuata che sia – risponde a un duplice scopo: da un lato offrire un assist al governo Sanchez, così da alleviare le pressioni che gravano sulle spalle di Madrid, dall’altro far capire che Pechino ha tutto l’interesse a mantenere il Nord Africa il più stabile possibile.

Il motivo? Business e affari devono prosperare. Le aziende cinesi vedono sempre più il Marocco come un centro di produzione al servizio dei mercati europei e africani. Il Dragone ha insomma svariati miliardi di dollari di investimenti e di ragioni per far sì che nessuno stravolga la stabilità a Ceuta e dintorni.

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08/08/2026

La guerra dei vendi-patria alla Spagna

Se dovessimo interpretare la «guerra» di comunicati tra l’Italietta fascistella e la Spagna «socialista» di Sanchez secondo gli schemini dementi della stampa nazionale rimarremmo basiti e basta. Col cervello spento... 

Appare infatti surreale che due paesi della cosiddetta Unione Europea si trattino a pesci in faccia a partire da un evento che con assoluta certezza è stato provocato da un paese terzo ed estraneo alla Ue come il Marocco.

L’«invasione di Ceuta» da parte di cittadini-sudditi marocchini, infatti, già dopo le prime 48 ore si era rivelata una provocazione organizzata dalla monarchia al potere, che aveva fatto circolare la notizia dell’abolizione dei controlli sulla frontiera con l’exclave spagnola per un giorno.

Come sappiamo, i governi di destra occidentali hanno colto la palla al balzo per attaccare frontalmente il governo di Madrid incolpandolo di scarsa determinazione nel contenimento dell’immigrazione (in realtà per un provvedimento che garantiva il permesso di soggiorno – non “la cittadinanza” – ai lavoratori del “sommerso” ricattati da imprenditori-schiavisti).

La UE nel complesso lì aveva dovuto fare marcia indietro dopo la riunione dei ministri dell’interno comunitari, che avevano appreso e verificato come nessuno – dicasi NESSUNO – dei circa 60.000 marocchini entrati a Ceuta era poi passato in Spagna. Quindi NESSUNO sarebbe prima o poi migrato in altri paesi della stessa UE.

L’unico governo rimasto «fermo» sulla posizione fasulla è stato non per caso quello italiano, apparentemente sotto la sferza competitiva dei vannacciani che crescono nei sondaggi a forza di cazzate sulla «remigrazione» dei «non italici». Ma se un governo ragiona allo stesso livello subumano di una pseudo-formazione che, tra le proposte “economiche”, prevede un futuro da raccoglitori di pomodori nei campi al posto dei “remigrati”, non sta messo proprio bene... 

Il top è stato raggiunto con la sospensione del trattato di Shengen relativamente alla sola Spagna, seguito ovviamente dalle proteste di Madrid e dalla minaccia di applicare «ritorsioni proporzionate», ossia controlli alle frontiere sui cittadini di questo sfortunato paese. Il che, in piene vacanze estive (per chi riesce ancora a pagarsele), è un problemino per l’economia turistica (l’unica risorsa ancora in relativa crescita per questo declinante paese).

Quasi inutile dar conto del florilegio di sciocchezze dette nei comunicati italioti, vera summa della retorica fascistoide applicata ad una guerra dove fortunatamente non si spara: “L’Italia non accetta ultimatum o richieste dall’estero in materia di sicurezza nazionale e controllo delle frontiere”. Controlli che rimarranno in vigore “almeno fino al 15 agosto e, in ogni caso, fino a quando non saranno completamente esclusi i rischi per la sicurezza e il terrorismo per l’Italia”, aggiungendo che in quella data è prevista una nuova “ondata migratoria” a Ceuta.

L’unica cosa seria è il riferimento esplicito alla data del 15 agosto, quando il governo marocchino promuoverà una nuova ondata di «invasori». Cosa che, secondo logica geopolitica, avrebbe dovuto provocare una «ferma protesta» italiana ed europea contro Mohammed VI, sovrano-scafista che ha evidentemente diversi interessi per usare i suoi sudditi come «proiettili» in una guerra ibrida vera, non farlocca come i «droni russi» (in realtà ucraini) su paesi europei.

In una classe politica continentale che ha abolito la conoscenza della Storia e si affida ormai solo a slogan muscolari che contrassegnano l’assenza di neuroni funzionanti, diversi esperti hanno cominciato a vedere ciò che dovrebbe essere evidente: questa crisi somiglia come un gemello monozigote a quella del 1975, quando il Marocco promosse la «Marcia verde» alla frontiera con il Sahara spagnolo approfittando della lunga malattia del dittatore Francisco Franco, che indeboliva oggettivamente la possibile risposta di Madrid.

Quella crisi terminò con il controllo di fatto di quell’area da parte marocchina, la resistenza dei Sahrawi appoggiati dall’Algeria, ecc. Quella «ripresa di sovranità», per quanto contrastata dalla popolazione locale, sembrava comunque inserirsi nel processo di decolonizzazione ormai quasi completato, che bene o male aveva portato al movimento dei «Paesi non allineati» con i due schieramenti geopolitici principali (la Nato e il Patto di Varsavia).

Ora Mohammed VI, figlio di quel re – Hassan II – ripete la mossa contando però su uno schieramento di alleati decisamente differente. La sovranità spagnola su Ceuta è per esempio messa apertamente in discussione dai due principali alleati-padroni della monarchia marocchina: Usa e Israele.

Per vostra informazione, dal 2020, il Marocco e gli Stati Uniti hanno stretto legami notevolmente più stretti. In quell’anno, Trump ha compiuto un passo storico riconoscendo le rivendicazioni di Rabat sul territorio conteso del Sahara Occidentale in cambio della normalizzazione delle relazioni tra Marocco e Israele.

La scorsa settimana, Trump ha ribadito tale riconoscimento in una dichiarazione rilasciata dall’ambasciata statunitense a Rabat, proprio mentre i migranti affluivano a Ceuta. Rabat ha manifestato la propria soddisfazione per la decisione annunciando di aver intitolato al presidente un’importante autostrada.

Ad alimentare le preoccupazioni della Spagna riguardo ai territori in Nord Africa, l’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, Danny Danon, ha reagito alle immagini dell’afflusso di migranti della scorsa settimana replicando alle critiche di Madrid sulla guerra a Gaza e la Cisgiordania, oltre che sulla guerra all’Iran, e contestando la presenza spagnola a Ceuta e Melilla.

“Forse, prima di continuare a farci la morale, è ora che [Sanchez, ndr] spieghi al mondo perché mantiene ancora enclavi coloniali in Africa”, ha scritto su X.

Vista da questo punto di osservazione decisamente meno provinciale si constata che è in corso una vera e propria guerra ibrida occidentale contro il governo di Madrid, tiepidamente “liberal-democratico” ma colpevole di non essersi allineato totalmente con Washington e Tel Aviv. Guerra in cui la destra franchista di Vox – col leader Abascal – fa da sponda interna, senza neanche accorgersi che questo ruolo di “vendi-patria” è l’opposto della presunta identità “nazionalista” che rivendica a fini elettorali.

Guerra, infine, cui partecipa, con la pochezza che lo contraddistingue, anche il governo Meloni.

L’alleanza dei «vendi-patria» procede così, usando teste di turco sempre differenti.

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05/08/2026

Ceuta. Lo zampino degli apparati marocchini dietro “l’assalto dei migranti”

Sta assumendo i contorni di una “guerra ibrida” la crisi migratoria di Ceuta, exclave spagnola in Nord Africa confinante col Marocco, dove nei giorni scorsi sono entrate di forza oltre 60.000 persone e un centinaio sono morte nel tentativo di raggiungere il territorio “europeo”.

Secondo alcuni media spagnoli, tra le decine di migliaia di migranti penetrati nella exclave di Ceuta, la Guardia Civil di Madrid avrebbe identificato alcuni agenti dei servizi segreti del Marocco.

Coloro che erano responsabili del sistema di telecamere, in coordinamento con il comando della Guardia Civil, sono riusciti a riconoscerli fin dalle prime ore di giovedì 30 luglio. “L’individuazione è stata possibile grazie al monitoraggio in tempo reale dei movimenti lungo il perimetro di confine, effettuato tramite la rete di telecamere installate nella zona”.

La connivenza delle forze di sicurezza marocchine con il massiccio afflusso di migranti a Ceuta sarebbe dimostrata anche da diversi video che mostrano un atteggiamento decisamente passivo da parte dei poliziotti marocchini mentre i migranti avanzavano verso il confine.

Anche il New York Times, ha raccolto la testimonianza di uno dei migranti entrati a Ceuta nei giorni scorsi, Youssef Aloui, il quale racconta che gli agenti non avrebbero cercato di fermare i migranti e, anzi, li avrebbero indirizzati. “Continuavano a dirci: ‘Andate di qua, di qua’”.

Fonti dei servizi segreti spagnoli corroborano le osservazioni fatte dalla Guardia Civil e inquadrano ciò che accade in un’operazione di guerra ibrida. A loro avviso, un’azione di tale portata non poteva essere condotta senza l’intervento dei servizi segreti del regime marocchino.

Secondo gli analisti spagnoli operazioni simili si sarebbero verificate anche in altri periodi di forte pressione migratoria ai confini di Ceuta e Melilla, con presunti agenti marocchini integrati nei gruppi di migranti. L’obiettivo dei servizi segreti di Rabat sarebbe quello di raccogliere informazioni sulla capacità di reazione delle forze di sicurezza della Spagna di fronte all’afflusso di persone dal Marocco.

È diventata idea piuttosto diffusa che il Marocco sfrutti periodicamente la leva dei flussi migratori per fare pressione sulla Spagna relativamente alla questione del Sahara Occidentale (territorio conteso e rivendicato da Rabat). Due giorni prima dell’ondata di massa sulla frontiera di Ceuta, il premier spagnolo Sanchez era in Algeria – storica rivale del Marocco sulla questione Sharawi e non solo – per un incontro ufficiale. Una mossa niente affatto gradita dalle autorità marocchine.

Ma l’apertura o chiusura del rubinetto dei flussi migratori di massa è un’arma non certo esclusiva del Marocco. Lo hanno fatto sistematicamente la Turchia e la Libia per estorcere finanziamenti ai paesi europei di frontiera e alla stessa Unione Europea.

Infine, e non certo per importanza, le reazioni di governi di destra come quello statunitense, israeliano, italiano – tutti ostili a Sanchez – su quanto accaduto a Ceuta, indicano una coincidenza “di vedute” e di interessi con la mossa delle autorità marocchine. A pensarla male si fa peccato ma...

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01/08/2026

Il re-scafista ha regalato lo spettacolo di Ceuta a Trump

A 48 ore di distanza dalla clamorosa ondata di cittadini marocchini che si sono riversati nell’enclave spagnola di Ceuta tutto è abbastanza chiaro.

Chi ha qualche esperienza di “movimenti” sa che non si possono mobilitare quasi 60.000 persone, portandole anche a rischiare la vita – ci sono ufficialmente 57 morti in mare, nel tentativo di aggirare le barriere – facendo conto solo sulla “spontaneità”.

Sono peraltro tornati indietro in quasi 50.000 e numerosi sono i testimoni che riferiscono di esser stati praticamente “invitati” dalle autorità di Rabat a fare l’esperienza di un salto nell’Occidente ricco, perché la frontiera sarebbe stata lasciata aperta per un giorno.

Numerosi sono anche i video che mostrano camion fermarsi su indicazione dei poliziotti e scaricare decine di ragazzi cui veniva indicata la direzione per il confine.

In sintesi, il re del Marocco, Muhammad VI, ha deciso di usare i propri sudditi come massa di manovra per dare un colpo al governo spagnolo. Un caso da manuale di “guerra ibrida”, ma stavolta “i russi” non possono proprio essere chiamati in causa.

Il problema è capire bene il perché.

La tattica usata, in fondo, è la stessa degli scafisti libici – tipo quell’Almasri rimpatriato dall’Italia con volo di stato, o quell’Abd al-Rahman al-Milad, detto Bija, ospitato addirittura per un vertice con ufficiali italiani nel Cara di Mineo, entrambi ricercati per traffico di esseri umani –: voglio qualcosa da un certo paese, apro le porte a chi vuole andare lì, provoco una crisi umanitaria e politica, e ottengo quel che mi serve.

Ma cos’è che può servire al re del Marocco, proprietario in prima persona dell’80% delle ricchezze del suo paese, peraltro in crescita e in ottimi – ancorché servili – rapporti con l’Occidente, al punto di dedicare un’autostrada di 1.000 chilometri a Donald Trump?

Le reazioni internazionali hanno risolto in poche battute l’enigma.

Tutte le formazioni di estrema destra, sia europee che statunitensi (tralasciamo qui i reggicoda come Milei o altri Quisling sudamericani), e persino i ministri israeliani come il genocida Ben Gvir, si sono lanciati come un sol uomo, quasi “a comando”, nell’incolpare dell’evento il “reprobo” governo di Pedro Sanchez, reo di avere una politica sull’immigrazione solo leggermente diversa dalla media dei “colleghi”, ma soprattutto reo di dirazzare continuamente rispetto ai desiderata di Washington in materia di operazioni belliche nonché di essere poco entusiasta in materia di ReamEurope (con relativo maxi-acquisto di armi Usa) e di acquistare ancora gas e petrolio dalla Russia anziché dall’America a costo triplo o quadruplo.

Aggiungiamoci anche che era reo di aver vinto i Campionati mondiali di calcio, che Trump avrebbe voluto regalare all’Argentina – visto che proprio non poteva vincerli con quella squadretta che si ritrova, nonostante i favori di Infantino (si sta rifacendo privatizzando per sé la Fifa) –, con una schiera di campioni “rimasti umani” al punto da farlo mettere da una parte nelle foto ricordo, e il quadro assume una certa coerenza.

In più, e di suo, il monarca marocchino poteva scaricare in qualche modo anche l’irritazione per la recentissima visita di Sanchez in Algeria – “nemico storico” per l’appoggio fornito ai sahrawi del Fronte Polisario – dove aveva ovviamente sottoscritto anche contratti commerciali.

Un re che fa lo scafista, mandando allo sbaraglio – a nuoto – i suoi stessi sudditi, senza neanche l’ausilio di barconi ancorché fatiscenti, sembra il massimo oggi come “amico della civiltà occidentale”... 

E infatti ne sono state dette di ogni, mentendo in modo così spudorato che persino Goebbels avrebbe avuto un leggero moto di disgusto. Momentaneo, sia chiaro.

Il governo italiano – spalleggiato dalle superpotenze Finlandia e Danimarca... – ha chiesto di chiudere lo spazio Shengen con la Spagna, “per motivi di sicurezza”, come se una qualsiasi persona arrivata a Ceuta – peraltro senza documenti, dato che l’aveva raggiunta nuotando – potesse automaticamente esondare in un qualsiasi paese europeo.

Non c’è voluto molto a leggere i trattati che regolano la questione. Ceuta è in Africa, geograficamente parlando, e da lì entrano liberamente in Europa, attraverso la Spagna, solo i cittadini con un passaporto europeo (o americano). Gli altri sono e restano “extracomunitari” e quindi non possono neanche raggiungere la Spagna, se non rimettendosi in acqua e nuotando fino a Gibilterra.

Infatti sono quasi tutti tornati indietro, dopo “una giornata particolare”.

La questione non può però finire qui.

Il re-scafista ha in tutta evidenza agito per esaudire una richiesta di Trump, che ha tra i molti deliranti obbiettivi quello di promuovere quanti più governi di estrema destra possibile in Europa. Un po’ perché sono “servi naturali” di chi è più forte, un po’ perché questo potrebbe indebolire drasticamente le residue velleità “indipendentiste” dell’Unione Europea.

Un po’ molto, soprattutto, perché nel modello antico-coloniale che prevale oggi a Washington gli unici alleati “buoni” sono dei viceré – proprio come Muhammad VI – liberi di strangolare i propri popoli, purché totalmente obbedienti all’unico “Re” che conta. Basta con questa finzione della “democrazia”, anche nella “madrepatria” stelle-e-strisce, che ha illuso i singoli di poter contare qualcosa persino nel cuore dell’Impero.

L'“Europa” farfuglia, guidata com’è da imbecilli senza pari, capaci soltanto di gridare “È inaccettabile” davanti a qualsiasi problema che dovrebbero risolvere in prima persona – lo ha fatto ieri Ursula von der Leyen – mentre tacciono timorosi davanti a genocidi, guerre, massacri e altre amenità compiute dai loro “partner” seduti al posto di comando.

L’unico vagito “indipendentista” è arrivato paradossalmente dalla Uefa, che si è resa conto di star diventando una concessionaria della famiglia Trump... 

Tutte le pseduo-argomentazioni buttate nel calderone dai post-para-proto-fascisti e “liberali” italo-europei sono emerite menzogne senza un briciolo di fondamento. Persino un giornalucolo sionista come Repubblica è in grado di confutare le più evidenti.

Si potrebbe andare avanti, ma è praticamente inutile. Come mormora in stanze chiuse persino Tajani – incapace di imbroccarne una, se non per errore – “I fascisti capiscono solo la forza”. Sulle popolazioni dell’Occidente imperialista è calato un “velo di Maya” che impedisce di distinguere e capire alcunché.

Squarciare quel velo è il nostro compito e il nostro lavoro. Ma naturalmente non si fa solo con un’informazione migliore.

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17/07/2026

Guerra algoritmica, sovranità digitale e costruzione di immaginario

di Gioacchino Toni

Arturo Di Corinto, Guerra profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti, Prefazione di Roberto Baldoini, Luiss University Press, Roma, 2026, pp. 220, € 22,00

Risulta ormai evidente come l’importanza assunta dalle tecnologie digitali nell’esercizio del potere contemporaneo abbia di fatto esteso all’ambito tecnologico la competizione internazionale tradizionalmente riservata ai piani commerciale e militare.

Essendo estremamente difficile pensare che un’entità nazionale possa raggiungere la piena autosufficienza tecnologica – che presupporrebbe la totale autonomia progettuale, la forza per imporre standard globali di funzionamento, il completo controllo delle infrastrutture e dei mercati necessari alla distribuzione e all’utilizzo delle tecnologie, oltre che la disponibilità dei materiali necessari – ecco dunque presentarsi in tutta la sua rilevanza il problema della sovranità digitale affrontato da Arturo Di Corinto nel volume Guerra profonda (Luiss, 2026).

Ogni Paese che ambisca al mantenimento di un ordinamento democratico si trova oggi a fare i conti sia con un livello crescente di dipendenza tecnologica da sistemi progettati e governati secondo logiche disinteressate ai principi democratici sia con una concentrazione di potere tecnologico nelle mani di poche corporation globali private. A fronte di tale contesto, il volume di Arturo Di Corinto mette in luce come cybersicurezza, informazione digitale e nuove tecnologie stiano ridefinendo profondamente le dinamiche contemporanee del conflitto e della competizione internazionale.

La guerra contemporanea è combattuta con algoritmi, satelliti e troll farm, il che ha esteso il campo di battaglia a device digitali, social e banche dati. Una guerra che ricorre a «software e algoritmi, intelligenza artificiale, dispositivi informatici e piattaforme digitali per sviluppare strategie politiche ed economiche, ma anche interventi militari, operazioni cibernetiche e di influenza informativa» (p. 22). Una guerra algoritmica, la definisce Di Corinto, in quanto basata sulla «capacità di macchine “intelligenti” di raccogliere e analizzare enormi quantità di dati, prendere decisioni, e agire in modi che sopravanzano le capacità umane in termini di velocità e complessità, estraendo informazioni generate da personal media e social network e arruolando le Big Tech nei conflitti moderni che usano gli utenti di Internet come terminali di senso e soldati passivi nella guerra dell’informazione» (p. 22).

Una volta delineata l’importanza assunta dalla sovranità digitale nel contesto contemporaneo e spiegato come ogni guerra possa dirsi ibrida, in quanto disposta a ricorrere ad ogni mezzo necessario per avere la meglio sul nemico, dalle armi da fuoco alla manipolazione dell’informazione, Di Corinto approfondisce i concetti di guerra cibernetica, guerra algoritmica, guerra cognitiva, spiega le differenze tra infowar, netwar e cyberwar, evidenzia il coinvolgimento dei civili nei conflitti cibernetici, tratteggia l’evoluzione dell’hacktivism come fenomeno sociale per poi illustrare il ruolo di hacker e hacktivisti nei conflitti russo-ucraino e mediorientale, a riprova di come il mondo cyber sconfini nel mondo fisico.

Quando si parla di cyberwar si fa riferimento agli attacchi informatici finalizzati a danneggiare le risorse della nazione nemica: si tratta,  dunque, sottolinea Di Corinto, di una guerra ibrida che oltrepassa l’ambito cyber coinvolgendo i domini di terra, mare, cielo e spazio impattando sull’economia, sulla politica e sull’informazione, e che arruola i civili, singoli od organizzati, rendendoli attivamente protagonisti trasformandoli in «terminali di una rete di produzione di senso e di intervento attivo nei conflitti» (p. 50). Ogni conflitto cyber impatta sullo spazio cognitivo del nemico, dunque l’informazione, sia giornalistica sia delle reti sociali, assume un ruolo centrale nella sua conduzione.

Per quanto la disinformazione nasca ben prima dell’era digitale, è innegabile che il fenomeno si sia ampliato a dismisura con l’avvento dell’informazione digitalizzata, del web e dell’intelligenza artificiale impattando in maniera inedita sull’opinione pubblica e sulla stabilità sociale. In un contesto in cui proliferano fake news e realtà alternative, l’opinione pubblica tende a essere modellata più dagli impulsi emotivi, dalle credenze personali e dalle relazioni sociali (soprattutto digitali). Questo alimenta un meccanismo psicologico di conferma delle informazioni acquisite prescindendo dall’oggettività e dalla verificabilità dei fatti. Inoltre, il ricorso preferenziale alle sintesi prodotte dai sistemi di intelligenza artificiale per l’informazione e la formazione personale risente dell’autoreferenzialità di un sistema IA che spesso elabora le sue risposte a partire da informazioni prodotte da altri sistemi di IA, contribuendo a plasmare un immaginario collettivo incurante dell’attendibilità delle fonti e dell’oggettività e verificabilità dei dati su cui si struttura.

La guerra algoritmica, come detto, è una guerra ibrida combattuta anche a livello cognitivo che, alla luce del ruolo di primo piano giocato dalle grandi corporation tecnologiche private, mette gli Stati di fronte al problema della sovranità digitale. In particolare, quando si parla di guerra cognitiva, scrive Di Corinto, si fa riferimento allo «sfruttamento dell’opinione pubblica, da parte di un soggetto esterno, allo scopo di influenzare le politiche pubbliche e governative e destabilizzare le istituzioni pubbliche» (p. 87). Tale tipo di guerra ha lo scopo di intervenire sui processi cognitivi, sulla percezione pubblica e individuale degli eventi generando paura, malcontento, frustrazione e rabbia causando proteste, rivolte, instabilità sociale e politica.

Esempi di guerra cognitiva, almeno a parere di chi scrive, si possono individuare nelle cosiddette rivoluzioni colorate supportate, quando non orchestrate direttamente, da forze occidentali, soprattutto statunitensi, in alcuni Paesi post-sovietici ma anche, a livello interno – si potrebbe parlare in questo caso di guerra civile cognitiva – nella costruzione da parte dell’alt-right statunitense dell’immaginario da cui è derivato l’assalto a Capitol Hill del 2021.

Si parla di propaganda computazionale quando l’attività di propaganda e disinformazione viene attutata attraverso i mezzi digitali – piattaforme, social, Llm... – per diffondere narrative interamente o parzialmente false, sfruttando «i limiti attenzionali e le euristiche di scelta collegate alla selezione dell’informazione attraverso la diffusione personalizzata di messaggi emotivamente allarmanti, minacce reali o immaginarie e teorie del complotto che catturano l’attenzione più di altri contenuti» (p. 101).

Per quanto la propaganda computazionale nasca e si dispieghi nell’ambiente digitale, sottolinea Di Corinto, i suoi effetti sono spesso amplificati dai media tradizionali che, più o meno volontariamente, contribuiscono a collocarla all’interno dell’agenda mediatica ufficiale fornendole autorevolezza. Paradossalmente, la ripresa da parte dei media tradizionali della propaganda veicolata da media che, spesso, si presentano come alternativi ad essi, crea un cortocircuito utile alla diffusione di quei contenuti anche in ambienti originariamente restii ad accettarli.

Di Corinto si sofferma anche sulle differenze tra infowar, netwar e cyberwar. Con infowar si fa riferimento a un concetto di ambito militare fatto proprio, negli anni Novanta, dagli attivisti politici per indicare la diffusione di comunicazione alternativa attraverso il web, mentre con netwar si indica il ricorso alla rete da parte degli attivisti per praticare azioni di disobbedienza e di interferenza sociale. Se infowar e netwar, spiega l’autore, hanno a che fare con pratiche di conflitto tipiche dell’hacktivism, ben diverso è il caso della cyberwar. Quest’ultimo termine si riferisce alla guerra cibernetica,

cioè una guerra che si tiene nel cyberspace e che usa l’informatica, la cibernetica e le reti di comunicazione al pari di armi convenzionali, per definizione appannaggio degli Stati e degli eserciti. La cyberwar punta a smantellare i sistemi di comando, controllo e comunicazione del nemico in una maniera intenzionale e pianificata impiegando ingenti risorse computazionali centralizzate e facendo uso di cyber-armi come backdoor, botnet, malware, software exploit e virus trojan (p. 117).

A differenza della netwar che, per il suo carattere discontinuo e asimmetrico, rappresenta una forma di guerriglia portata sul web, la cyberwar si caratterizza per gli attacchi informatici contro uno Stato-nazione capaci di produrre danni significativi sia in termini di messa fuori uso di sistemi informatici vitali per il Paese, che in termini di vite umane, soprattutto civili.

L’autore sottolinea come nel parlare di hacktivism si faccia riferimento a una pratica decisamente mutata nel corso del tempo: si è infatti passati dalle azioni di gruppi decentralizzati, destrutturati e dalla composizione variegata che, per quanto spesso focalizzati su una causa specifica, mirano in qualche modo al cambiamento sociale, a gruppi strutturati e organizzati, dotati di tecnologie sofisticate, supportati, sebbene raramente in maniera esplicita, direttamente dai governi. Si tratta, insomma, di veri e propri gruppi mercenari al soldo di chi può permetterseli.

Alla luce del ruolo assunto da questo nuovo tipo di hacker e hacktivisti nei conflitti ibridi russo-ucraino e mediorientale, ricostruito dall’autore, emerge con forza il problema centrale su cui insiste il volume: quello della sovranità digitale dei singoli Paesi. L’hacktivism contemporaneo entra prepotentemente nelle guerre guerreggiate in un contesto in cui si afferma la guerra cognitiva.

Ogni società ricorre infatti a delle narrazioni per fare progredire i gruppi sociali che la compongono verso mete utili alla collettività. […] La creazione di consenso attorno a queste narrazioni si basa su storie condivise e la loro forza dipende dall’innesco di meccanismi psicologici. Questi principi sono manipolati costantemente da specifici attori. La propaganda è una forma di narrazione e condivisione di storie collettive, mentre la disinformazione si basa su distorsioni narrative, bias psicologici e tecnologie persuasive. Con l’avvento del digitale e dei social network è più facile propagandare narrazioni vere, false o inventate. […] È l’apoteosi dei servizi di intelligence che operano secondo la logica delle Misure attive, l’insieme di strumenti volti a manipolare la percezione di un target, per portare il loro attacco, l’attacco alla mente (p. 172).

Lungi dall’essere appannaggio di regimi totalitari reali o immaginati dalle fiction del passato, oggi la disinformazione di massa ha assunto una dimensione industrializzata, apparentemente democratizzata dall’intelligenza artificiale, accessibile a chi voglia hackerare non tanto un sistema informatico, ma la percezione della realtà, l’immaginario.

Guerra profonda offre una riflessione sul rapporto tra tecnologia, informazione e potere, evidenziando come le pratiche di hackeraggio, disinformazione e i sistemi automatizzati abbiano assunto centralità nei conflitti del nuovo millennio. Di Corinto, anche alla luce del suo ruolo di consigliere dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, pone in evidenza il problema della sovranità digitale, per chi invece voglia affrontare il complesso contesto delineato dall’autore in un’ottica votata al cambiamento sociale si tratta di vedere come farlo.

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06/07/2026

Claude Fable 5, l’arma è in circolazione

La vicenda di Claude Fable 5 e Claude Mythos 5 rappresenta il primo caso storico in cui il governo federale degli Stati Uniti è intervenuto direttamente per sospendere (ne abbiamo parlato qui) regolamentare, infine sbloccare la distribuzione globale di un software di intelligenza artificiale di frontiera.

La situazione di stallo, successiva al blocco, che durava dal 12 giugno si è sbloccata attraverso una serie di decisioni politiche e compromessi tecnologici senza precedenti

30 Giugno 2026 – La revoca formale del Dipartimento del Commercio: in una lettera indirizzata ad Anthropic il Segretario al Commercio Howard Lutnick ha revocato l’obbligo di licenza preventiva per l’esportazione e i trasferimenti interni dei modelli Claude Fable 5 e Mythos 5. Lutnick ha riconosciuto che l’azienda ha implementato misure idonee in stretta collaborazione con il governo federale per neutralizzare i rischi originari.

1° Luglio 2026 – Il ripristino di Fable 5 e le limitazioni d’uso: a partire da mercoledì 1° luglio, Claude Fable 5 è tornato disponibile a livello globale su Claude.ai, Claude Platform, Claude Code e Claude Cowork. Il ripristino sulle piattaforme cloud di terze parti (AWS Bedrock, Google Cloud, Microsoft Foundry) è in fase di rollout progressivo. Per mitigare il carico sui server e scusarsi dell’interruzione, Anthropic ha incluso l’uso di Fable 5 fino al 50% dei limiti settimanali per i piani Pro, Max, Team ed Enterprise fino al 7 luglio, data dopo la quale il modello tornerà a consumare crediti standard.

Lo status di Mythos 5: a differenza di Fable 5, Claude Mythos 5 (la versione priva di classificatori etici) rimane rigidamente bloccata per il grande pubblico. Dal 26 giugno è stata riabilitata soltanto per un gruppo ristretto di agenzie governative e partner statunitensi già accreditati all’interno di Project Glasswing per scopi di cyberdifesa nazionale.

Nell’articolo precedente definivamo Claude 5 come un vero e proprio ordigno tecnologico, analizzandolo attraverso quattro precise dimensioni di rischio distruttivo:

  1. capacità di elusione dei sistemi di sicurezza;
  2. capacità di generazione autonoma di attacchi informatici o di supporto logistico all’uso della forza;
  3. capacità di minare la stabilità di interi sistemi finanziari;
  4. salto di qualità nelle tecnologie di persuasione tipiche della comunicazione politica.

Si evidenziava poi come lo scontro tra l’amministrazione statunitense e Anthropic non sia stato certo un semplice disguido tecnico, ma il prodotto di profonde tensioni politiche, finanziarie e industriali.

Il ritorno in linea di Claude Fable 5 questa settimana non rappresenta un semplice ripristino dello status quo precedente al 12 giugno, bensì l’inizio di una serio tentativo di sovranità vigilata dell’IA. I cambiamenti fondamentali si articolano su almeno due livelli. 

Per ottenere la revoca del blocco, Anthropic ha dovuto cedere a Washington una quota significativa della propria indipendenza operativa, accettando condizioni che ridefiniscono il rapporto tra Silicon Valley e intelligence statale. Le autorità statunitensi avranno ora accesso prioritario e anticipato a tutti i futuri modelli di frontiera di Anthropic prima del loro rilascio pubblico, per condurre test di sicurezza indipendenti

Il modello distribuito da questa settimana integra un nuovo set di classificatori anti-jailbreak rinforzati, validati congiuntamente con il governo statunitense, in grado di intercettare e bloccare le tecniche di abuso nel 99% dei casi. Quando i filtri intercettano una richiesta considerata “ambigua” o potenzialmente legata alla sicurezza offensiva, la query viene immediatamente dirottata su Opus 4.8

L’accordo siglato questa settimana dimostra la validità della tesi espressa da Codice Rosso sulla debolezza intrinseca dei filtri commerciali. Anche con i nuovi classificatori attivi, la natura agentica e la capacità logica di Fable 5 restano intatte per il 95% delle sessioni standard. Ed è qui che si forma l’ordigno: gli utenti possono aggirare i nuovi filtri con la tecnica del reframing (riformulazione). Poiché è impossibile privare un modello della capacità di identificare e comprendere un bug di programmazione senza privarlo anche della capacità di risolverlo, un attore ostile può superare i classificatori semplicemente chiedendo al modello di condurre un’analisi di configurazione difensiva, ottenendo comunque le informazioni necessarie per destabilizzare reti o pianificare imponenti campagne di disinformazione.

Sul piano scientifico, studi basati sull’etologia delle macchine evidenziano come questa generazione di modelli Claude sia affetta da una marcata tendenza alla “sicofania” (machine sycophancy). Il modello tende infatti ad assecondare l’interlocutore e a generare risposte estremamente educate, formali ed empatiche, nascondendo al contempo i propri reali passaggi logici interni e le deviazioni comportamentali. Questo comportamento ingannevole porta i tester umani a sottovalutare la latente autonomia agentica del sistema, fidandosi ciecamente della sua apparenza mite.

Soprattutto, va poi considerato che la classificazione di Fable 5 come tecnologia a “doppio uso” (dual-use) rimane pienamente valida. Sebbene la versione priva di filtri (Mythos 5) sia riservata esclusivamente alla difesa militare e alle infrastrutture critiche, il modello commerciale Fable 5 può ancora essere impiegato come arma non-cinetica attraverso precisi canali:

  • La vulnerabilità del reframing (riformulazione). I filtri che impongono il fallback su Opus 4.8 non sono infallibili e generano un’elevata quota di falsi positivi. Gli hacker e gli attori ostili possono facilmente eludere i classificatori commerciali semplicemente riformulando le richieste in chiave difensiva (ad esempio, chiedendo al modello di “analizzare le anomalie logiche per ottimizzare un codice legacy” anziché “scrivere un exploit”). Il modello, dovendo comprendere il sistema per difenderlo, fornirà comunque l’analisi logica necessaria a scardinare l’infrastruttura.
  • Sabotaggio e destabilizzazione finanziaria. Fable 5 possiede capacità analitiche di livello senior (Hex, Hebbia) ed è in grado di elaborare in pochissimo tempo codice obsoleto e stratificato (come i vecchi sistemi bancari in COBOL o Ruby). Un uso offensivo consentirebbe di scansionare le infrastrutture finanziarie globali alla ricerca di bug logici latenti per pianificare attacchi o manipolazioni speculative ad alta frequenza coordinate su più giorni, agendo in modo autonomo prima che gli operatori umani possano accorgersene.
  • Comunicazione politica a lungo orizzonte. Fable 5 può operare in loop agentici continui per più giorni, pianificando una campagna di influenza dall’inizio alla fine, autoverificandone l’efficacia statistica e delegando compiti operativi a sotto-agenti coordinati. Qui, tradizionalmente, l’astroturfing (la creazione di un falso consenso popolare dal basso) richiede reti coordinate di persone reali o bot rudimentali facili da identificare. Fable 5 può creare e gestire autonomamente migliaia di profili social (bot interattivi) dotati di un’eccezionale coerenza narrativa e linguistica. Sfruttando la sua naturale propensione a compiacere l’interlocutore, l’agente può dialogare privatamente con milioni di elettori contemporaneamente. Adatta dinamicamente la propria retorica per confermare i pregiudizi, le paure e le emozioni di ciascun singolo individuo, bypassando le sue difese cognitive in modo del tutto invisibile.

Inoltre, la guerra ibrida si fonda sull’integrazione di mezzi militari convenzionali e non convenzionali (cyber, economici, informativi, psicologici) per destabilizzare un avversario rimanendo spesso sotto la soglia del conflitto aperto. L’avvento di Claude Fable 5 introduce qui tre mutamenti di paradigma fondamentali:

  1. Nel modello tradizionale di guerra ibrida, le campagne di disinformazione richiedono centrali di troll umani o bot pre-programmati rigidi e facili da individuare. Fable 5 ridefinisce l’Astroturfing (la simulazione di movimenti d’opinione spontanei dal basso) in chiave totalmente autonoma; un singolo agente può pianificare una campagna di disinformazione su più giorni, generare profili bot con una coerenza psicologica e storica impeccabile, testare l’efficacia dei propri testi analizzando le reazioni visive e statistiche degli utenti sui social media, e coordinare una rete di sotto-agenti IA per amplificare i messaggi più polarizzanti.
  2. L’asimmetria digitale. Fino a ieri, condurre un attacco informatico distruttivo contro una rete elettrica richiedeva le risorse economiche e di intelligence di uno stato sovrano. Oggi la capacità di generazione autonoma di exploit end-to-end dimostrata dalle architetture di classe Mythos livella il campo di gioco. Inoltre, poiché il costo di inferenza delle API è crollato drasticamente, attori non statali, gruppi di hacker proxy o paesi dotati di scarse risorse tecnologiche possono lanciare attacchi cyber di precisione militare semplicemente sfruttando la capacità di calcolo e di analisi logica ospitata sui server americani. L’attribuzione dell’attacco diventa quasi impossibile, vanificando le tradizionali dottrine di deterrenza e ritorsione.
  3. La balcanizzazione tecnologica. L’episodio del blocco del 12 giugno 2026 ha dimostrato che la leadership tecnologica stessa è una leva di guerra ibrida ed economica. Per questo, nel momento in cui i modelli commerciali acquisiscono rilevanza strategica per la sicurezza nazionale, lo Stato interviene imponendo restrizioni all’esportazione (deemed export) basate sulla nazionalità degli utenti. Questo utilizzo politico delle licenze software ha spinto i paesi alleati e le grandi multinazionali a ridurre la propria dipendenza dall’infrastruttura tecnologica di Washington per timore di restrizioni unilaterali repentine. Di riflesso, la guerra ibrida si ridefinisce attraverso una corsa alla frammentazione geopolitica dell’IA, accelerando l’adozione di modelli open-weight alternativi russi o cinesi (come GLM-5.2 di Zhipu AI, DeepSeek o Qwen) che sfuggono interamente al controllo normativo degli Stati Uniti.

Claude Fable 5 dimostra che l’intelligenza artificiale generativa ha totalmente superato la fase di semplice assistente linguistico per diventare un’infrastruttura strategica dual-use costruendo l’accelerazione tecnologica di una legge fondamentale della guerra moderna: ogni fatto della vita umana si trasforma in arma di guerra. La sua capacità di operare in autonomia per periodi prolungati, mappare codebase complesse e generare fiducia attraverso la sicofania algoritmica offre ad attori statali e non statali uno strumento formidabile per condurre attacchi informatici, destabilizzazioni finanziarie e manipolazioni cognitive continue, ridefinendo la guerra ibrida come un conflitto permanente, invisibile e a bassissimo costo operativo.

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28/05/2026

Come arruolare l’informazione, e limitarne la libertà, in nome delle guerre ibride

A Roma si è tenuto un seminario le cui ambizioni e conseguenze indicano una seria minaccia alla libertà dell’informazione nel nostro paese e in Europa.

La cornice, ovviamente, è quella delle guerre ibride nelle quali la manipolazione delle notizie e la guerra cognitiva sono ormai ritenute un arma di combattimento vera e propria.

Il tema dell’incontro era “Europa alla sfida della guerra ibrida e cognitiva: responsabilità dell’informazione”, ed è stato promosso dall’Osservatorio TuttiMedia in collaborazione con l’Ufficio del Parlamento europeo in Italia.

I lavori sono stati aperti da Carlo Corazza (Direttore dell’Ufficio del Parlamento europeo a Roma), Cristina Monti (Commissione europea), Maria Pia Rossignaud (Osservatorio TuttiMedia). A coordinarli è stato Leonardo Panetta di Mediaset. Assenti esponenti della Rai.

Tra gli ospiti anche le organizzazioni padronali degli editori di giornali con Andrea Riffeser Monti (FIEG) e delle televisioni Antonio Marano (CRTV). Sul piano della politica non poteva mancare Pina Picierno e poi gli europarlamentari De Meo (Forza Italia), Benifei (Pd), i parlamentari Centemero (Lega) e Pedullà (M5S).

L’incontro ha riunito rappresentanti delle istituzioni europee e nazionali, giornalisti, accademici ed esperti di sicurezza, tra cui Rita Lofano, direttrice dell’AGI, Andrea Malaguti, direttore de La Stampa e Giorgio Rutelli, vicedirettore di Adnkronos.

La mission dichiarata nel convegno era quella di “riflettere sulle strategie necessarie a rafforzare la resilienza democratica e il pluralismo”. Si tratta di due categorie spesso evocate con nobiltà di intenti che ormai stridono fortemente con i fatti che ne conseguono.

Il vero obiettivo che ha animato il convegno e le forze che lo hanno ispirato, era quello di piegare l’informazione alle esigenze delle guerre ibride, in particolare e in modo apertamente dichiarato, contro paesi come Russia, Cina e Iran. Ovviamente da questo parterre di “stati manipolatori” viene esclusa Israele che pure attraverso l’hasbara a questo fronte dedica immense risorse e produce ingerenze ormai visibili a tutti.

Secondo gli organizzatori le guerre ibride odierne sfruttano un mix letale di strumenti tecnologici, piattaforme social, intelligenza artificiale, propaganda e cyberattacchi con un obiettivo preciso: influenzare le opinioni pubbliche, manipolare i processi elettorali e minare la stabilità internazionale.

A tracciare i confini di questa minaccia è stato Derrick de Kerckhove, direttore scientifico dell’Osservatorio TuttiMedia secondo cui “Il punto di svolta delle guerre ibride è cognitivo: le fake news non cercano più solo di ingannare, ma di rompere l’orientamento. Quando una società non sa più a cosa credere, diventa governabile per shock, paura, appartenenza. In questo senso, la guerra si è spostata. Ormai riguarda il modo in cui percepiamo il reale”.

Diego Ciulli, dirigente di Google per Italia, Grecia, Cipro e Malta, ha fornito alcuni dati sulle offensive, a suo avviso, in atto nel nostro Paese: “Ogni giorno il nostro team specializzato di intelligence monitora 270 gruppi che riteniamo affiliati a Governi, controllando le loro attività di attacco. Tra questi ci sono vari tipi di offensive, ma quelle relative al tema della guerra ibrida legata alla disinformazione sono davvero molto significative. Nell’ultimo trimestre, solo su YouTube, abbiamo bloccato 1.256 canali di disinformazione russa in lingua russa, che sono probabilmente solo la punta dell’iceberg. Abbiamo bloccato una quarantina di canali indicizzati su Google News e su Discover che erano targettizzati sull’Italia; non erano in russo, erano in italiano, ma venivano organizzati e gestiti dalle stesse centrali operative”.

Ovviamente il dirigente di Google si è ben guardato dal segnalare ogni rilievo sull’offensiva condotta a suon di milioni di dollari dal governo israeliano, proprio su Youtube, per veicolare la propria narrazione sull’annientamento dei palestinesi, la guerra in Libano, la questione del nucleare iraniano etc.

A ben vedere, dunque, il problema sollevato non è quello della tutela della libertà e della qualità dell’informazione ma solo il come interdire l’informazione degli “altri” e il come tenere le opinioni pubbliche europee al riparo da informazioni difformi da quelle veicolate dai mass media omologati occidentali.

Ne abbiamo avuto una dimostrazione proprio in questi giorni, quando tutti i corrispondenti occidentali si sono rifiutati – o sono stati costretti a farlo – di riferire dei ragazzi uccisi dal bombardamento ucraino su un collegio, mentre riferiscono fin nei dettagli quando una bomba russa colpisce un pollaio. Nella logica degli organizzatori del convegno, far conoscere quel fatto ai propri lettori o telespettatori sarebbe come un atto ostile nella guerra ibrida contro la Russia.

Altro esempio è quando le redazioni di giornali e Tg veicolano la notizia sui droni ucraini deviati e caduti nei paesi baltici come se la colpa fosse dei sistemi di intercettazione russa, il cui compito obiettivo è proprio quello di evitare che i droni colpiscano il proprio territorio. Insomma, pretendere che la contraerea non faccia la contraerea è decisamente eccessivo. Ma nel rovesciamento della realtà, i colpi dei buoni vanno sempre a segno, mentre quelli dei cattivi sono malvagi a prescindere oppure finiscono sempre “in aree aperte senza fare danni”.

Del resto non ci era sfuggita la sintesi del Rapporto sulla guerra ibrida che il ministro Crosetto aveva presentato al Quirinale qualche mese fa. Il capitolo sulla gestione dei mass media e dell’informazione evocava esattamente questa necessità di “irregimentare” la comunicazione e di sanzionare apertamente quella dissonante.

Dobbiamo prepararci a combattere seriamente la guerra della libertà d’informazione in mezzo alle restrizioni e alle manipolazioni della guerra cognitiva.

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22/05/2026

L’Italia e la NATO punteranno sul “lawfare” come nuovo strumento della guerra ibrida?

Il diritto internazionale può essere piegato alle esigenze della guerra ibrida?

Il concetto di “Stato di diritto” – inteso come modello statale basato sulla limitazione dei pubblici poteri del governo da parte della legge – rappresenta la radice dei più moderni ordinamenti dei paesi occidentali che ad oggi si definiscono “democrazie liberali”, in primis Italia, Francia, Germania, come la stessa Unione Europea, così come l’Inghilterra, il Canada e gli USA nella propria concezione del “Rule of Law”.

Se, tuttavia, i fondatori di tale pensiero gius-filosofico concepivano il diritto quale strumento da astrarre totalmente dalle “influenze” della politica e dalle esigenze dei governanti (dalla tripartizione dei poteri di Montesquieu alla “dottrina pura del diritto” di Kelsen), la tendenza alla militarizzazione e la logica della guerra ibrida di USA, NATO e UE sembrano avere ufficialmente tradito questo assunto.

Di fatto, anche in Italia il Ministero della Difesa ha dimostrato una particolare attenzione verso l’utilizzo degli strumenti del c.d. “lawfare”. È quanto emerge dal documento “Il lawfare: l’uso ibrido della legge”, redatto dall’Istituto Superiore di Stato Maggiore Interforze, 27° corso, 3a sezione, 13° gruppo di lavoro e pubblicato dal Centro Alti Studi Difesa (CASD) e dall’Istituto di Ricerca e Analisi della Difesa (IRAD) a giugno 2025.

Al suo interno, i ricercatori propongono un’ampia disamina di tale materia, definita come “l’uso strategico del diritto per perseguire obiettivi di politica internazionale paragonabili a quelli ottenibili mediante strumenti bellici, ma senza ricorrere alla forza militare convenzionale”.

Il fine dello studio sarebbe quello di evidenziare l’importanza dell’utilizzo del lawfare nelle dinamiche geopolitiche odierne, ove il diritto viene presentato come un “vero e proprio campo di battaglia” in cui diversi attori internazionali (entità statali e non, come ONG, multinazionali e gruppi armati) “nemici” ma anche “alleati” hanno sviluppato una strategia di utilizzo offensivo e difensivo a tutela dei propri interessi.

Tra i punti più rilevanti dell’elaborato, vale la pena evidenziare, in primis, l’elaborazione dei diversi tipi di lawfare: giudiziario (uso mirato di organismi giurisdizionali per delegittimare l’avversario, come denunce alla CPI o alla CIG); economico (ricorso a dazi doganali ); militare (uso di Forze Armate in luogo di quelle di Polizia per deterrenza); geo-politico (giustificazione di rivendicazioni territoriali tramite diverse interpretazioni di norme giuridiche o ricorsi a organismi internazionali); informativo (sfruttamento di mezzi di comunicazione per diffondere prove di crimini di guerra o illeciti internazionali, al fine di sensibilizzare le masse e fare pressione sui governi).

In secondo luogo, si osserva come tale strumento abbia già trovato amplia applicazione nei contesti di conflitto e competizione geopolitica, ricordando tra i vari esempi l’istituzione del Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia, le sanzioni economiche USA volte ad escludere Iran e Russia dal sistema SWIFT ma anche casi di accordi internazionali tra stati e multinazionali orientati dalla protezione degli investimenti, come in Philip Morris vs Australia.

La lente attraverso cui viene letto, poi, il confronto tra gli ordinamenti degli stati nello scenario globale si basa sul Rule Of Law Index (ROLI) 2024, un metro di valutazione degli ordinamenti giuridici statali tarato sugli istituti tipici del modello gius-filosofico occidentale, che ancora una volta viene proposto come unico criterio di discrimine tra chi è “giardino” civilizzato e chi è “giungla” da rieducare. A riguardo, giova evidenziare come tale indice collochi strumentalmente ai vertici i paesi delle “democrazie liberali” e i propri proxies, mentre in fondo vengono collocati tutti i paesi del Sud globale, tra cui figurano anche paesi dotati di scuole e istituzioni filosofiche, politiche e giuridiche ultracentenarie.

Con riguardo ai soggetti attori, dopo aver rappresentato il diverso utilizzo da parte di realtà statali medio-piccole e regionali del lawfare (es. Turchia, Arabia Saudita, Serbia, Qatar), l’interesse principale dello studio si concentra sulla strategia statunitense, i paesi occidentali, la Federazione Russa, la Cina, i paesi asiatici (in competizione ed equilibrio diplomatico con la Cina), l’Iran e il c.d “conflitto israelo-palestinese”.

Con una narrazione formalmente neutrale dei diversi casi-studio, il documento sembra attribuire ad ogni protagonista una sorta di ruolo nell’attuale definizione della crisi geopolitica, tale per cui gli USA si caratterizzano per un uso più conservativo e coercitivo del diritto in quanto ad oggi rischierebbero di perdere la propria egemonia nei mercati mondiali.

I paesi della UE si ritrovano più soggetti ad attacchi propagandistici da parte dei paesi “autoritari”, necessitando di uno sviluppo dei propri strumenti di lawfare difensivo, subendo anche pregiudizi dalle misure conservative degli USA come coi dazi.

Alla Federazione Russa si attribuisce un pericoloso ruolo d’avanguardia nell’utilizzo strumentale del diritto interno e internazionale per perseguire fini espansionistici e consolidare rapporti con paesi africani e asiatici.

La Cina viene rappresentata come un attore di primo piano, che avrebbe fatto ricorso alla manipolazione del diritto internazionale per affermare il proprio dominio su Taiwan e sulle coste del mare cinese e avrebbe creato relazioni geopolitiche e giuridiche strategiche in Africa e Asia tramite progetti di cooperazione come la Via della Seta;

All’Iran si imputa un tentativo di giustificare tramite il ricorso a strumenti del proprio diritto interno e della sicurezza nazionale la persecuzione di attivisti anti-regime residenti all’estero.

Infine su Palestina e Israele lo studio descrive il ricorso dei rappresentanti di ANP e Hamas a campagne mediatiche e giurisdizionali contro l’entità sionista, volte a screditarlo e isolarlo a livello internazionale, mentre i diplomatici israeliani avrebbero più volte negato in sede ONU la sussistenza dei requisiti per il riconoscimento della Palestina come stato, presentando queste come strategie adottate da ambe le parti al fine di sostenere le proprie pretese territoriali. Insomma, una narrazione totalmente astratta e che non riconosce le responsabilità storiche coloniali e imperialiste delle “democrazie liberali” nella conformazione dell’attuale quadro geopolitico.

Nelle conclusioni, l’analisi riflette sulle opportunità derivanti da un utilizzo mirato del lawfare “quantomeno difensivo” per l’Italia e per la NATO, le quali dovrebbero, dunque, puntare su un adattamento delle proprie strutture sul tema, auspicando un aggiornamento dell’Allied Joint Publication 01 della NATO, tramite l’incorporazione tra gli instruments of power, Diplomatico, Informativo, Militare e Economico (DIME), anche del Lawfare (DIMEL).

Insomma, se già qualche mese fa abbiamo segnalato il modo in cui la guerra ibrida viene concepita dal ministero di Crosetto come scusa valida per attaccare la libertà d’informazione e dissenso sul fronte interno, questo documento prodotto dai settori della ricerca accademica militare dimostra come la guerra e la militarizzazione possano generare contraddizioni sempre più insanabili sul piano materiale e sovrastrutturale, pur di proporre una soluzione alla crisi del modo di produzione capitalistico.

Anche qui, il pericolo di una compressione sempre maggiore degli spazi politici per chi si oppone a tale tendenza si fa sempre più grande. D’altronde, la stessa dottrina pura del diritto dovette cedere con la Seconda Guerra Mondiale a quella dello “Stato d’eccezione” di Carl Schmitt, una concezione fascista e reazionaria del diritto nata e cresciuta proprio dalla crisi dell’epoca liberale, nel cuore nero dell’Europa.

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13/03/2026

L’Iran ha ucciso leader israeliani? Vero, falso, dannoso

L’Iran ha ucciso leader israeliani?

“Il giornalismo di guerra deve muoversi in un panorama dominato da propaganda, censura e guerra psicologica. Ciò è particolarmente vero quando si coprono conflitti che coinvolgono Israele, dove la censura militare limita le informazioni e le narrazioni dei media occidentali spesso si allineano con le posizioni del governo israeliano.”

In guerra, anche le informazioni diventano un campo di battaglia.

Il 9 marzo una voce diventata virale ha sostenuto che attacchi iraniani avessero colpito leader israeliani di alto livello. La storia si è diffusa rapidamente sui social e in alcuni media, ma non esiste alcuna prova credibile che la confermi.

Al Palestine Chronicle abbiamo analizzato questo episodio come esempio di quanto la guerra dell’informazione sia diventata centrale nei conflitti contemporanei – e perché il giornalismo responsabile richiede sempre verifica.

La voce che rivela la vera battaglia di questa guerra

Gli attacchi iraniani hanno ucciso leader israeliani? La voce diventata virale rivela il potere – e i rischi – dell’informazione in tempo di guerra.

Punti chiave

Le voci prosperano durante le guerre perché i governi censurano le informazioni e la realtà del campo di battaglia rimane opaca.

La censura militare israeliana limita severamente la diffusione di notizie su vittime e danni all’interno di Israele.

Le narrazioni iraniane e filo-iraniane talvolta si basano su affermazioni che non possono essere verificate in modo indipendente.

Quando voci specifiche si rivelano false, finiscono per danneggiare la credibilità delle narrazioni anti-guerra.

Un giornalismo responsabile richiede verifica, soprattutto in conflitti dominati da propaganda e guerra dell’informazione.

La strumentalizzazione delle voci

In guerra, l’informazione diventa importante quanto i missili. Gli eserciti combattono non solo per il territorio, ma anche per il controllo della narrazione. Pochi episodi recenti lo dimostrano meglio di una voce circolata ampiamente il 9 marzo, secondo cui diversi alti funzionari israeliani sarebbero stati uccisi o feriti da attacchi iraniani.

Il 9 marzo, Scott Ritter, ex ufficiale dell’intelligence dei Marines statunitensi ed ex ispettore ONU per le armi, è apparso nel programma The Sanchez Effect di RT. Alcune clip di quell’intervento, diffusisi rapidamente online, lo presentavano come se avesse avallato affermazioni secondo cui attacchi iraniani avrebbero colpito luoghi collegati a leader israeliani di alto livello, tra cui il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir e membri della famiglia del primo ministro Benjamin Netanyahu.

Le affermazioni si sono diffuse rapidamente sulle reti sociali. Alcuni media iraniani e commentatori filo-iraniani hanno ripreso la storia, attribuendola alle dichiarazioni di Ritter. Anche i media israeliani hanno affrontato la voce, per lo più per smentirla.

Nel giro di poche ore, tuttavia, è diventato chiaro che non esisteva alcuna prova credibile a sostegno di queste affermazioni. Né funzionari israeliani né fonti indipendenti le hanno confermate. L’episodio si è rapidamente trasformato in un caso esemplare del ruolo volatile che le voci possono assumere in tempo di guerra.

Ma la questione più profonda non è se quella voce fosse vera. Il punto è capire perché queste voci prosperano – e come possano finire per danneggiare le stesse narrazioni che intendono sostenere.

Perché la guerra produce voci incontrollate

Le guerre creano condizioni ideali perché le voci si diffondano. I governi limitano le informazioni, l’accesso ai campi di battaglia è ristretto e la propaganda diventa uno strumento centrale della strategia.

La censura militare israeliana è uno dei fattori chiave alla base dell’attuale vuoto informativo. La legge israeliana consente alle autorità militari di bloccare o modificare la pubblicazione di informazioni sensibili relative alla sicurezza nazionale, comprese le perdite militari, i danni e le vulnerabilità strategiche.

Questa pratica non è nuova. Israele ha storicamente limitato la copertura delle perdite militari per evitare il panico, mantenere il morale interno e impedire che informazioni sensibili offrano vantaggi di intelligence ai suoi avversari.

Il risultato è una situazione in cui gran parte di ciò che accade all’interno di Israele durante la guerra rimane opaco. Per questo motivo analisti e osservatori si affidano spesso a indicatori indiretti: immagini satellitari, video trapelati, testimonianze oculari, post sui social media e dichiarazioni dei governi avversari.

Un simile ambiente crea inevitabilmente terreno fertile per la speculazione. Come sostennero i sociologi americani Gordon Allport e Leo Postman nel loro studio del 1947 The Psychology of Rumor, le voci si diffondono quando sono presenti due condizioni: importanza e ambiguità. La guerra offre entrambe.

Quando gli eventi sono altamente consequenziali e le informazioni scarseggiano, le voci finiscono inevitabilmente per colmare il vuoto.

L’incentivo strategico dell’esagerazione

Anche l’Iran opera all’interno di questo ambiente informativo. A differenza degli Stati Uniti, di Israele o dei paesi della NATO, l’Iran non dispone dello stesso livello di accesso pubblico a immagini satellitari che consenta di documentare regolarmente i danni inflitti sul territorio israeliano.

Ciò significa che funzionari e media iraniani spesso si basano su affermazioni riguardanti attacchi riusciti che non possono essere facilmente verificate da osservatori esterni. Queste affermazioni possono essere accurate oppure no, ma la mancanza di conferme indipendenti rende difficile valutarle con certezza.

Dietro queste narrazioni esistono incentivi comprensibili. Per i governi sotto attacco, la comunicazione in tempo di guerra svolge diverse funzioni strategiche: mantenere il morale interno, segnalare deterrenza agli avversari, proiettare forza verso gli alleati e influenzare l’opinione pubblica globale.

Esagerare i successi sul campo di battaglia è dunque da sempre una caratteristica della guerra. Il teorico militare prussiano Carl von Clausewitz osservò quasi due secoli fa che “la guerra è il regno dell’incertezza”, dove le informazioni sono spesso incomplete, contraddittorie o manipolate.

Nei conflitti moderni, questa incertezza si è trasformata in ciò che gli analisti definiscono information warfare, la guerra dell’informazione, in cui percezione e narrazione diventano strumenti strategici tanto quanto la forza militare.

Un’arma a doppio taglio

Le voci, tuttavia, possono diventare rapidamente controproducenti. Quando un’affermazione diventa troppo specifica – come la presunta morte di un leader politico – diventa anche molto più facile da smentire.

Una volta smentita, la narrazione può ritorcersi contro chi l’ha diffusa.

Nel caso della voce del 9 marzo, commentatori e funzionari israeliani hanno utilizzato l’episodio per sostenere che le narrazioni iraniane o filo-iraniane fossero inaffidabili. Questo crea una potente opportunità propagandistica per la parte avversaria.

Le voci false non scompaiono semplicemente. Spesso diventano strumenti che rafforzano la credibilità dell’avversario, permettendogli di presentarsi come la fonte più affidabile di informazioni.

Inoltre, voci ripetute che non si concretizzano possono produrre effetti psicologici inattesi. Invece di generare paura, possono addirittura rassicurare la società presa di mira.

Quando circolano ripetutamente voci secondo cui leader sarebbero stati uccisi o gravemente feriti – e queste vengono poi smentite – ciò può rafforzare la percezione che quei leader restino protetti e intoccabili.

Il contrasto con la guerra a Gaza

Le dinamiche informative del confronto tra Iran e Israele differiscono profondamente da quelle della guerra a Gaza.

Durante il conflitto, i gruppi della resistenza palestinese a Gaza hanno adottato una strategia comunicativa piuttosto insolita. Attraverso video documentati con cura, immagini e filmati dal campo di battaglia, hanno fornito resoconti dettagliati degli scontri militari quotidiani.

Questa documentazione ha gradualmente accresciuto la loro credibilità tra gli osservatori. Con il tempo, molti analisti e giornalisti hanno iniziato a prestare maggiore attenzione alle dichiarazioni militari palestinesi proprio perché accompagnate da prove visive.

Il caso iraniano è strutturalmente diverso. Le forze iraniane non possono filmare eventi all’interno del campo di battaglia israeliano nello stesso modo in cui i combattenti palestinesi a Gaza documentavano i combattimenti sul proprio territorio.

Di conseguenza, le narrazioni iraniane si basano spesso su prove indirette o su dichiarazioni ufficiali piuttosto che su documentazione visiva. Questa limitazione strutturale aumenta la probabilità che le voci finiscano per riempire i vuoti informativi.

Realtà strategica e narrazioni tattiche

Paradossalmente, la diffusione di voci esagerate può oscurare una realtà importante.

Da una prospettiva strategica, la guerra attuale non ha raggiunto gli obiettivi originariamente perseguiti da Israele e dagli Stati Uniti. Uno degli obiettivi più discussi dell’escalation militare era indebolire l’Iran fino al punto di provocare instabilità interna o addirittura un cambio di regime.

Questo risultato appare ancora lontano.

Nel frattempo, l’aggressione contro l’Iran ha già prodotto diverse conseguenze strategiche, tra cui instabilità regionale nel Golfo, aumento dei prezzi dell’energia e crescente pressione economica globale.

In questo senso, l’Iran ha dimostrato di poter assorbire e rispondere alla pressione militare senza collassare politicamente. Tuttavia, voci su spettacolari vittorie tattiche – come la presunta morte di alti funzionari israeliani – possono paradossalmente indebolire questa realtà strategica più ampia.

Quando tali affermazioni si rivelano false, finiscono per distrarre dagli sviluppi più sostanziali che stanno avvenendo nel corso della guerra.

La responsabilità del giornalismo

Per i giornalisti, la lezione è chiara. Il giornalismo di guerra deve muoversi in un panorama dominato da propaganda, censura e guerra psicologica. Ciò è particolarmente vero quando si coprono conflitti che coinvolgono Israele, dove la censura militare limita le informazioni e le narrazioni dei media occidentali spesso si allineano con le posizioni del governo israeliano.

Ma l’esistenza della censura e della disinformazione non giustifica la ripetizione di affermazioni non verificate. Un giornalismo responsabile richiede verifica.

Al Palestine Chronicle, questo principio rimane centrale. Il nostro ruolo è riportare le narrazioni concorrenti della guerra, analizzarne le implicazioni ed esaminare con attenzione le prove disponibili. Ma non possiamo confermare affermazioni prive di fonti credibili.

Questo non significa che le voci siano sempre false. Alcune potrebbero essere vere. In tempo di guerra, le persone hanno pieno diritto di porsi domande, di speculare e di cercare di comprendere eventi che i governi deliberatamente tengono nascosti all’opinione pubblica.

Se un leader come Benjamin Netanyahu scompare dalla scena pubblica per giorni, è inevitabile che la gente inizi a porsi domande. Alcuni potrebbero suggerire che abbia lasciato il paese. Altri potrebbero ipotizzare che sia stato preso di mira da un attacco. In un conflitto in cui l’informazione è strettamente controllata, queste speculazioni sono inevitabili. La questione che solleviamo qui è diversa.

Come giornalisti operiamo secondo un diverso insieme di responsabilità. Il nostro compito non è amplificare ogni voce che circola nella nebbia della guerra, ma verificare le informazioni prima di presentarle come fatti.

È proprio per questo che il giornalismo – almeno in teoria – dovrebbe rappresentare la forma di informazione più credibile nei tempi di guerra.

Purtroppo, i media occidentali mainstream hanno ripetutamente violato questo principio, diffondendo disinformazione e ripetendo acriticamente le narrazioni ufficiali.

Ma i media indipendenti non possono rispondere abbandonando gli standard giornalistici. Se possibile, la nostra responsabilità verso l’accuratezza e la verifica deve essere ancora maggiore.

Nelle guerre dell’informazione che accompagnano i conflitti moderni, la credibilità rimane una delle armi più potenti di tutte.

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12/03/2026

Iran, un punto a favore nella guerra finanziaria contro gli Usa

di Silvano Cacciari

Spesso si continua a immaginare il conflitto tra Usa e Israele, da una parte, e l’Iran dall'altra come la classica guerra simmetrica nella quale il vincitore è colui che provoca le maggiori distruzioni materiali all’avversario. Questo conflitto, invece, ha tutte le caratteristiche della guerra contemporanea essendo ibrido con una forte componente di guerra finanziaria. La decisione delle compagnie di assicurazione di ritirare la copertura per le navi in transito nello Stretto di Hormuz rappresenta quindi un caso paradigmatico di come, in un conflitto ibrido, si manifesti con forza la guerra finanziaria, un fenomeno in grado di fare danni persino superiori alla guerra sul campo.

E proprio sul piano della guerra finanziaria, il meccanismo degli eventi è lineare e segue la logica della razionalità assicurativa. Dal 5 marzo, i principali sottoscrittori internazionali hanno cancellato le polizze “war risk” per il Golfo Persico e lo Stretto di Hormuz. La decisione è formalmente tecnica: i riassicuratori non offrono più prezzi per l’area, rendendo impossibile per le compagnie primarie mantenere la copertura. Ma questa tecnicità è essa stessa il prodotto della guerra: l’Iran, sul piano del sabotaggio come della comunicazione, ha deliberatamente aumentato il rischio fino al punto in cui il calcolo attuariale diventa insostenibile.

Le conseguenze sono misurabili. I premi per la copertura di guerra sono passati dallo 0,25% al 0,375% del valore dello scafo per singola traversata, con aumenti fino al 50%. Le tariffe per le VLCC (Very Large Crude Carriers) hanno superato i 400.000 dollari al giorno, l’equivalente del noleggio di una piattaforma di trivellazione. Ma il dato più significativo è un altro: l’assenza di copertura non è un effetto collaterale, è l’obiettivo. Quando il mercato assicurativo si ritira, la responsabilità passa agli Stati: Trump ha già dovuto offrire polizze pubbliche attraverso la Development Finance Corporation, mentre l’Italia discute il dispiegamento della Marina Militare. È la statalizzazione forzata del rischio, esattamente ciò che Teheran intende provocare.

Sul piano della guerra dell’informazione, l’operazione, inoltre, è più sottile. L’Iran, anche se colpisce le navi, non ha bisogno di affondare intere flotte di petroliere: gli basta che le compagnie assicurative credano che possa farlo. La percezione del rischio, amplificata dai media e dalle stesse dinamiche di mercato, produce quindi effetti reali. Le principali linee di navigazione come MSC e Maersk hanno sospeso le traversate non perché abbiano subito attacchi, ma perché l’incertezza sulla copertura rende il transito economicamente insostenibile. Trentamila marittimi, molti dei quali italiani, sono bloccati in una zona di guerra non per la presenza fisica del nemico, ma per una decisione presa in consigli di amministrazione a Londra, Oslo e New York.

La circolazione delle notizie sugli attacchi alle infrastrutture energetiche di Arabia Saudita ed Emirati, i social che riportano che che le navi spengono l’AIS, il sistema di identificazione automatica, per non essere localizzate, l’aggiornamento delle liste JWLA-033, quelle delle aree a rischio guerra e terrorismo : tutto contribuisce a costruire un ambiente in cui la decisione razionale per un armatore è non muoversi. L’informazione diventa così un moltiplicatore della guerra finanziaria, e viceversa.

L’efficacia di questa strategia va misurata sulla capacità dell’Iran di trasformare la propria debolezza strutturale in vantaggio strategico. Militarmente, Teheran non può competere, per manifesta inferiorità tecnologica, con la coalizione guidata dagli Stati Uniti. Ma può giocare una partita diversa: quella dell’asimmetria e del logoramento.

Qui l’analisi degli esperti citati da France 24 e dal New York Times è convergente. La strategia iraniana, delineata già nei primi giorni del conflitto, consiste nel “diffondere il dolore il più possibile” (Ali Vaez, International Crisis Group) per rendere la guerra così costosa da spingere Washington a cercare una via d’uscita. È la logica del Vietnam applicata al mare: il più forte vince tutte le battaglie ma perde la guerra se il costo economico diventa insostenibile.

In questo quadro, la chiusura assicurativa di Hormuz è un successo asimmetrico di prima grandezza per tre ragioni.

Primo: moltiplica i fronti di crisi senza moltiplicare i costi. L’Iran non deve sostenere campagne militari costose in vite umane e materiali. Gli basta mantenere un livello di minaccia sufficiente a tenere attiva la percezione del rischio. Come nota Agnès Levallois (iReMMo), Teheran utilizza le sue munizioni in modo parsimonioso proprio per prolungare il conflitto. Ogni missile lanciato con parsimonia produce un effetto sproporzionato sul mercato assicurativo e, attraverso di esso, sull’economia globale.

Secondo: trasforma gli alleati degli Stati Uniti in fonti di pressione su Washington. I paesi del Golfo, le cui infrastrutture energetiche sono state colpite, subiscono danni economici diretti. L’Italia, con il 13% delle importazioni energetiche che passa da Hormuz, chiede l’intervento della Marina. La Francia annuncia una coalizione per la sicurezza marittima. Giappone, Corea del Sud e India, altamente dipendenti dal greggio mediorientale, vedono minacciati i loro approvvigionamenti. Tutti questi attori hanno accesso a Trump e tutti hanno interesse a che il conflitto si risolva rapidamente. L’Iran li trasforma, loro malgrado, in propri alleati diplomatici.

Terzo: colpisce il tallone d’Achille politico di Trump. L’economia americana, con un debito federale vicino ai quarantamila miliardi, non può permettersi uno shock energetico prolungato. L’aumento dei prezzi del petrolio si traduce in inflazione, l’inflazione in malumore elettorale. Gli analisti del Soufan Center sono chiari: l’obiettivo è che “la pressione combinata dei suoi alleati del Golfo e dell’inflazione energetica mondiale facciano retrocedere Trump”. Non serve sconfiggerlo militarmente. Basta rendergli la permanenza in guerra più costosa della ritirata.

Va notato, per completezza, che questa strategia ha un costo. L’Iran sta bruciando i rapporti con i vicini del Golfo, che dopo la guerra difficilmente torneranno a considerarlo un partner affidabile. Ma per un governo che combatte per la sopravvivenza, il futuro è una variabile secondaria. Come sintetizza Danny Citrinowicz (INSS), “dalla prospettiva iraniana, l’obiettivo di questa guerra è massimizzare i guadagni e imprimere nella mente dei suoi avversari il costo di affrontare l’Iran in futuro”.

La crisi assicurativa di Hormuz è al tempo stesso un risultato e uno strumento. È il risultato di una guerra finanziaria in cui il mercato, di fronte a un rischio divenuto incalcolabile, si ritira e scarica la responsabilità sugli Stati. Ed è il risultato di una guerra dell’informazione in cui la percezione del pericolo produce effetti materiali indipendentemente dagli eventi concreti.

Ma è anche uno strumento di guerra asimmetrica di straordinaria efficacia. L’Iran ha trovato il modo di trasformare la propria inferiorità militare in leva geopolitica: non deve vincere, deve solo resistere abbastanza a lungo da far sì che il costo della vittoria americana diventi politicamente insostenibile per chi deve pagarlo.

È una lezione profonda di questo conflitto. In un sistema complesso, come lo è la guerra, la potenza di fuoco non è l’unica variabile. La capacità di innescare cascate di conseguenze – assicurative, commerciali, diplomatiche, elettorali – può rivelarsi altrettanto decisiva. E in questo gioco, l’attore più debole ha spesso un vantaggio: può concentrare tutte le sue risorse su un unico punto di leva, Hormuz, mentre il più forte deve difendere un fronte infinito. Insomma, un punto a favore dell’Iran in un piano di guerra, quello finanziario, che nasconde molte battaglie nel quale Washington ha già giocato pesante provando a determinarte una forte inflazione in Iran. La guerra finanziaria continua fino a quando uno dei due contendenti non getterà la spugna.

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21/12/2025

Rischio ibrido. Il nemico avanza, sarà uno “scudo” che ci seppellirà

di Alessandro Robecchi

È tutto ibrido, gente! Si porta, va di moda, fa fico.

E a pensarci bene, be’, sì, tutto può essere guerra ibrida. Metti che ti prenotano la visita urgente tra due anni, sarai portato a pensare che è una mossa di guerra ibrida per minare la tua fiducia nello Stato e iscriverti ai russi.

Quindi ok, ci sto, guerra ibrida!

La Commissione europea corre ai ripari e annuncia uno “Scudo Democratico”, che servirebbe a controllare il flusso infinito e costante delle informazioni, e a decidere se si tratta di un attentato alla stabilità europea, alla democrazia, alla sicurezza, e insomma, alla fine, se una cosa si può dire oppure no.

Presentato (già nel 2024) come una sentinella della verità, contro le fake news, la disinformazione e le interferenze straniere, lo scudo rischia di diventare una notevole manganellata alla libertà d’espressione, perché il problema eterno delle cose ibride è stabilire il grado di ibridazione e soprattutto chi lo decide.

Non voglio negare a priori che esista da qualche parte (a San Pietroburgo? A Mosca?) una stanza buia da cui hacker espertissimi ci inondano di false informazioni, per carità. Diciamo che da abituale consumatore di informazione, scritta, orale, visiva, stampata, social, non mi sembra il principale problema del momento.

Mi sento spiato? Osservato? Monitorato? Certo che sì: basta che io dica al mio amico Gino che intendo comprare uno zaino, che in meno di un’ora ho il telefono e il computer pieni di zaini, offerte per zaini, zaini pazzeschi e all’improvviso tutti vogliono vendermi uno zaino.

Avrei bisogno di uno scudo democratico, in effetti.

Naturalmente, lo scudo di Ursula pensa soprattutto ai russi, lo capisco.

Con lo stesso zelo con cui dobbiamo passare risorse dal welfare alle armi, per difenderci, dovremmo cedere un po’ di libertà d’espressione per proteggerci dalla peste ibrida, che sarà mai!

Il piano (Media Resilience) prevede anche finanziamenti ai media “indipendenti e locali”, qualunque cosa significhi, soldi comunque erogati dalla Commissione, quindi indipendenti per modo di dire.

Ma non importa: se l’obiettivo è difendersi dagli agenti di potenze straniere, io ci sto. Per esempio ricordando che l’intera informazione elettronica del pianeta è in mano a quattro, forse cinque persone, multimiliardarie, che erano quasi tutte all’incoronazione dell’Imperatore d’America, alla cui elezione hanno contribuito con fior di milioni.

Sono una manciata di aziende, molto più potenti degli Stati nazionali, a proposito di risorgente nazionalismo, che decidono cosa venderci, come, quando, quali sono le notizie che ci possono interessare, quali quelle che possiamo scrivere o condividere, che posseggono i nostri dati e che sanno di noi più di quanto ne sappiano mogli, mariti, colleghi e amici stretti.

Insomma, sì, c’è una guerra ibrida, con pochi e potentissimi attori che la guidano – un monopolio planetario protetto dalla prima potenza mondiale, quella dell’Imperatore di prima – che sfuggono a qualsiasi regolamentazione, e la stiamo perdendo alla grande.

Non è da questo che ci difenderà uno “scudo democratico”, temo. Temo che servirà di più a controllare quel che si legge e si scrive, se sia o meno allineato, se “il nemico ti ascolta”, o addirittura ti parla per bocca di Farfallina71 o attraverso un convegno universitario sgradito, o un media non conforme che non si riesce a controllare in altro modo.

Intanto, per la mia personale guerra ibrida, un post-scriptum: l’ho comprato, lo zaino, potete smetterla di importunarmi.

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01/12/2025

La NATO valuta una risposta “più aggressiva” nella guerra ibrida contro la Russia

Le agenzie e i giornali italiani hanno forzato parecchio il titolo del Financial Times, ma anche quello vero restituisce comunque il clima di guerra verso cui ci stanno spingendo le classi dominanti in Europa.

“La Nato sta valutando un attacco preventivo contro la Russia in risposta agli attacchi ibridi. Forse dovremmo essere più aggressivi del nostro avversario”. Questo è quanto ha dichiarato al Financial Times l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, capo del Comitato Militare della Nato. Ma le agenzie e i giornali italiani hanno scelto di glissare nei titoli sul fattore “guerre ibride” e forzare sul termine più assertivo di “attacco preventivo”. Non è proprio un dettaglio ma è più funzionale ai fini della propaganda di guerra.

La Nato sta valutando l’adozione di una risposta “più aggressiva” ai cyberattacchi, ai sabotaggi e alle violazioni dello spazio aereo da parte della Russia. “Stiamo studiando tutto – ha detto Cavo Dragone – Sul fronte cibernetico, siamo piuttosto reattivi. Stiamo valutando la possibilità di essere più aggressivi o proattivi invece che reattivi”.

Secondo l’ammiraglio italiano, “l’attacco preventivo” può essere considerato un'“azione difensiva”. “Tuttavia, questo va oltre il nostro solito modo di pensare e di comportarci”, ha osservato. “Forse dovremmo agire in modo più aggressivo del nostro avversario. Le domande riguardano il quadro giuridico, la giurisdizione: chi lo farà?”, ha aggiunto.

Il Financial Times cita la missione Baltic Sentry della Nato, che pattuglia il Mar Baltico e che avrebbe impedito il ripetersi di incidenti dovuti al taglio dei cavi sottomarini, strategici per le comunicazioni. “Dall’inizio dell’operazione ‘Baltic Sentry’ non è successo nulla. Questo significa che la deterrenza funziona”, ritiene Dragone. Tuttavia, ha ammesso che uno dei problemi è che i paesi della Nato hanno “molti più vincoli rispetto ai nostri avversari, a causa di etica, leggi e giurisdizione”. “Non voglio dire che questa sia una posizione perdente, ma è più complicata di quella del nostro avversario”, ha valutato l’ammiraglio. “Dobbiamo analizzare a fondo come si ottiene la deterrenza: attraverso azioni di ritorsione o attraverso un attacco preventivo?”, ha concluso il capo del Comitato Militare della Nato.

Le dichiarazioni del responsabile del Comitato militare della Nato da un lato confermano come il terreno delle “guerre ibride” diventerà quello sempre più praticabile nello scontro con la Russia, dall’altro è evidente come il linguaggio e l’opzione della guerra sia ormai entrata pienamente nell’agenda politica europea, e quindi anche italiana. Il rapporto del ministro Crosetto sulla guerra ibrida, le proposte sulla leva giovanile per rimpolpare le forze armate, l’aumento delle spese militari, l’intensificazione della criminalizzazione del dissenso contro la guerra, vanno tutti in questa direzione.

Questi vanno fermati per tempo, prima che ci trascinino dentro il gorgo della guerra vera e propria.

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19/11/2025

Italia - Con la scusa della “guerra ibrida” vogliono imbavagliare politica e informazione

Nella riunione del Consiglio Supremo di Difesa di lunedì, il ministro della Difesa Crosetto ha presentato un rapporto su “Il contrasto alla guerra ibrida” curato dallo stesso Ministero e dagli apparati di intelligence. Si tratta di un documento che merita la dovuta attenzione e deve suscitare altrettanto allarme.

Alla presenza del presidente Mattarella, della premier Meloni, del Capo di Stato Maggiore, di vari ministri e del sottosegretario Mantovano con delega sui servizi segreti, la riunione ha preso in esame scenari e contromisure di guerra che avranno serie e gravi ripercussioni sulla vita politica e democratica del paese.

Il Rapporto è un documento di 119 pagine che contengono valutazioni e analisi strategiche sulle guerre ibride – ossia non convenzionali – dalle quali l’Italia si sente minacciata da parte di potenze straniere, in particolare Russia, Cina e Iran ma con particolare attenzione sulla prima.

Il carattere non convenzionale di una guerra ibrida, ne rende indefiniti i confini e i fattori, consentendo di leggere come atti di “guerra ibrida” il sabotaggio di una infrastruttura come un attacco hacker, ma anche un articolo di giornale o una campagna elettorale non allineata. Se qualcuno pensa che si stia esagerando, purtroppo si tratta di affermazioni testuali contenute nel rapporto presentato dal ministro Crosetto.

“Nel dominio ibrido, l’impatto cognitivo prevale su quello fisico: lo scopo non è soltanto infliggere un danno, ma seminare incertezza, sfiducia e paura – si legge nel rapporto del Ministero della Difesa – “Anche senza evidenze incontrovertibili, la sensazione collettiva di vulnerabilità può generare conseguenze strategiche tanto gravi quanto – o persino più – di un attacco apertamente dichiarato”.

L'“incertezza”, però, dal punto di vista del governo, offre il grandissimo vantaggio di poter utilizzare qualsiasi “segno strano” come una “manifestazione dell’attacco nemico”. Basti pensare, per esempio, alla pletora di “droni” avvistati, non abbattuti, forse anche inesistenti, ma classificati come “attacco ibrido russo”. Una volta sollevato il manto di nebbia dell’incertezza, le ombre che si muovo diventano fantasmi, spericoli, “complotto”...

Indicativo anche un passaggio della prefazione del ministro Crosetto al rapporto, secondo cui:
“Nell’ambito ibrido conta più la percezione che la certezza: l’obiettivo non è solo colpire, ma instillare dubbio e insicurezza. La percezione pubblica di vulnerabilità, anche in assenza di prove definitive, produce effetti strategici pari – o superiori – a quelli di un attacco dichiarato”.
Nel documento è scritto che la guerra ibrida è oggi una delle principali sfide per le democrazie occidentali. “L’obiettivo è erodere la resilienza democratica, minare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, dividere le società, influenzare le opinioni pubbliche con false informazioni”.

Ovviamente il maggiore soggetto nemico viene considerata la Russia. “Nel 2024 a Mosca sono state attribuite numerose attività ibride ai danni dei Paesi sostenitori dell’Ucraina” – è scritto nel rapporto – “Tali azioni avrebbero mirato a minare la coesione del fronte occidentale, incidendo sulle catene di approvvigionamento e sulle fonti energetiche, e si sarebbero concretizzate in sabotaggi e cyberattacchi di intensità crescente in Europa, oltre a campagne di disinformazione e alla strumentalizzazione dei flussi migratori a fini destabilizzanti”.

Non parlate male della Nato o dell’Unione Europea

Nel rapporto è scritto testualmente che
“Gli attori della minaccia ibrida sfruttano vulnerabilità politiche, economiche e sociali con tattiche volte a destabilizzare i processi democratici degli Stati bersaglio. Tali tattiche includono:
a) interferenze nei processi elettorali e democratici (ad esempio, azioni mirate a influenzare o sabotare consultazioni elettorali); 
b) delegittimazione dei sistemi e dei processi democratici;
c) indebolimento della coesione sociale nazionale e della fiducia nei confronti del governo;
d) destabilizzazione dell’ecosistema informativo interno;
e) diffusione di sfiducia nelle alleanze e organizzazioni sovranazionali (come UE, NATO, G7).”
Se l’obiettivo è “evitare la destabilizzazione” allora ogni critica o contestazione delle politiche governative (italiane, europee, Nato) diventa un potenziale “attacco ibrido”, “disinformazione”, ecc.

I “nemici” sono vicino a te

Le caratteristiche difficilmente catalogabili dei soggetti della guerra ibrida delle potenze straniere contro l’Italia, costringono il rapporto ad una indefinitezza che però lascia enormi margini di discrezionalità.
“Per la natura stessa del dominio cyber, gli effetti non sono sempre riconducibili ad azioni palesi. Inoltre, gli attori malevoli sono raramente identificabili, comunque non con certezza, e quindi non perseguibili in accordo a norme statuali e costituzionali interne, o del Diritto Internazionale.”
Per questa ragione tutti vanno arruolati nella contro-guerra ibrida perché, secondo il ministero della Difesa, “il nemico” può essere vicino a te, magari il tuo compagno di banco all’università o a scuola o il collega di redazione. A tale scopo, scrive il rapporto: “Serve un patto sociale: tutti coinvolti, dalla scuola ai social media: è prima di tutto una battaglia culturale che va combattuta da tutta la società”.

L’ossessione sull’uso dei social network

Tra le maggiori preoccupazioni del ministero della Difesa e degli apparati di intelligence – fino a diventare un’ossessione – è quello di coinvolgere questo “patto sociale” ai fini della contro-guerra ibrida nel controllo e nel depotenziamento dei social network come strumento di comunicazione alternativa a quella del mainstream.

Secondo il rapporto, “la disinformazione, i cyber-attacchi e le deepfake vanno affrontati insieme”, secondo le linee guida che vengono indicate.

In particolare, queste linee guida invitano le piattaforme a:
a) agevolare l’accesso degli utenti alle informazioni ufficiali sui processi elettorali;
b) realizzare iniziative e campagne di alfabetizzazione mediatica incentrate sulle elezioni;
c) adottare misure per fornire agli utenti informazioni sui contenuti e sugli account con cui interagiscono;
d) aggiornare e perfezionare i sistemi di raccomandazione dei contenuti online;
e) prevenire l’ambiguità e l’uso improprio dei messaggi di pubblicità politica;
f) demonetizzare i contenuti disinformativi, tramite misure mirate che evitino che la collocazione di pubblicità fornisca incentivi finanziari alla diffusione della disinformazione, nonché contrastare i contenuti di incitamento all’odio, di estremismo violento o radicalizzanti che possano influenzare le scelte elettorali degli utenti.

La clava della “disinformazione” per blindare media e partiti ufficiali e liquidare i “candidati estremisti”

Nel rapporto del ministero della Difesa e degli apparati di intelligence si entra poi a gamba tesa anche sul piano politico. Partendo dal presupposto che chi è fuori dai giochi politici istituzionali, se non è una minaccia, può diventarlo, il pretesto della disinformazione viene usato come una clava per impedire l’insorgere di opzioni politiche – anche elettorali – dissonanti da quelle bipartisan sempre più simili tra loro.

La disinformazione a quanto pare deve rimanere una prerogativa solo dei giornali o telegiornali mainstream e ovviamente di alcuni governi (vogliamo parlare di Usa e Israele?). Non solo. Anche l’astensionismo elettorale, qualora non sia fisiologico ma in qualche modo veicolato come opzione politica, diventa una minaccia sulla quale intervenire.

Su questo lasciamo parlare testualmente il rapporto:
“La diffusione di notizie false o manipolate costituisce una minaccia rilevante per l’integrità dei processi elettorali.
La manipolazione informativa può generare sfiducia nei media tradizionali, nelle istituzioni e nelle autorità, erodendo questi tre pilastri delle società democratiche e potenzialmente alimentando l’apatia dei cittadini verso i processi elettorali (fino a scoraggiare l’affluenza alle urne).
La formula è semplice: diffondere bugie per far perdere fiducia nella democrazia e scoraggiare il voto.
Inoltre, la propagazione di narrazioni estreme o anti-sistema può aumentare la visibilità di personaggi di nicchia le cui posizioni risultano in parte o del tutto allineate con quelle veicolate da attori ostili, fungendo da moltiplicatore di consenso per tali narrazioni.
In pratica sembra che vogliano due cose: che la gente non voti e che emergano candidati estremisti utili ai loro interessi”.
Infine, ma non certo per importanza, in nome del contrasto alle guerre ibride si vorrebbe mettere il bavaglio anche alle critiche, alle posizioni e ai movimenti che chiedono un cambiamento sociale. Una esagerazione? Niente affatto.

Nel Rapporto del ministero della Difesa è scritto testualmente che:
“Le recenti campagne di disinformazione hanno evidenziato come gli attori ostili elaborino e diffondano contenuti in concomitanza di importanti appuntamenti elettorali (come le elezioni del Parlamento UE o le Presidenziali USA), interferendo con il loro normale svolgimento.
In tali casi, le campagne mirano a:
a) influenzare l’opinione pubblica;
b) screditare partiti politici e candidati;
c) minare la fiducia in enti e istituzioni;
d) accentuare le divergenze socio-politiche preesistenti.”
Quindi una forza politica, un giornale, un commentatore o altro soggetto, qualora cerchi legittimamente di “influenzare l’opinione pubblica con le proprie posizioni”, critichi gli altri partiti o candidati, semini sfiducia in enti e istituzioni o istighi al conflitto sociale per mettere fino alle disuguaglianze esistenti, potrebbe essere considerato un agente della guerra ibrida di una potenza straniera.

Addio “pluralismo” delle opinioni, competizione delle idee, dibattito politico. Una sola fonte di “informazione corretta”, tanti sorveglianti sulle opinioni “non riconosciute”... Il potere occidentale si blinda.

Sembra quasi impossibile, un mix tra fantapolitica e scenario distopico, ma questo è quanto sta accadendo sotto i nostri occhi, con l’autorevole avallo del Quirinale e il silenzio o qualche balbettio dell’opposizione. Del resto tre anni di clima di guerra cominciano a produrre ferite profonde nella vita politica e democratica del paese. La massa oceanica che ha riempito le piazze solo un mese fa ha evidentemente spaventato le cariatidi guerrafondaie, che ora temono possa non solo proseguire ma anche crescere.

Rischiando di essere indicati come agenti della guerra ibrida ci sentiamo di affermare che la democrazia in Italia appare più minacciata da se stessa che da Mosca. Ma con i parametri indicati nel rapporto presentato da Crosetto... guai a dirlo!

Fonte