di Silvano Cacciari
È ormai consolidato il fatto che la IA è la principale arma di guerra di ogni esercito, specie in scenari adattivi complessi come quelli attuali e a maggior ragione per gli Stati Uniti. Eppure la simulazione IA della crisi di Hormuz, che sta strangolando gli Usa, pare non essere stata davvero elaborata, causando una seria crisi strategico-militare per gli USA. Come è avvenuto tutto questo? Ci sono diversi livelli di cui tenere conto.
La pianificazione dell’Operazione Epic Fury non si è basata su un unico modello, ma su un doppio binario di simulazione: quello tecnologico-operativo affidato all’IA e quello strategico-geopolitico elaborato dai think tank negli ultimi diciassette anni.
Sul piano tecnologico, il cuore del sistema è stata l’integrazione tra il modello Claude di Anthropic e la piattaforma Gotham di Palantir. Claude ha processato decine di migliaia di documenti persiani dell’IRGC, da quello che si sa non quelli classificati, mappato le reti comunicative della leadership iraniana e simulato un numero compreso tra diecimila e centomila scenari d’attacco, proponendo l’ordine ottimale dei bersagli e le finestre temporali con la massima probabilità di successo. La piattaforma Gotham, di Palantir ha funzionato come sistema nervoso centrale, integrando dati satellitari, comunicazioni intercettate, consumi energetici e persino le rotte di fuga di emergenza dei vertici iraniani.
Il sistema combinato ha permesso di comprimere l’intera kill chain, la procedura di distruzione del nemico – dall’intelligence al targeting – in tempi che l’analisi umana non avrebbe mai potuto garantire. Shield AI e Anduril hanno fornito i sottosistemi operativi: Hive Mind per la navigazione autonoma dei droni in assenza di GPS, Lattice per l’identificazione dei bersagli e la consapevolezza situazionale.
Sul piano strategico, la cassetta degli attrezzi concettuale era invece già stata preparata nel 2009 dalla Brookings Institution con il rapporto “Verso la Persia: opzioni per una nuova strategia americana verso l’Iran”. Il documento, firmato da un team che includeva l’ex ambasciatore USA in Israele, analisti della CIA e consiglieri della sicurezza nazionale di quattro presidenti, delineava uno scenario sistemico articolato in capitoli che oggi sembrano una profezia: “rivoluzione di velluto” attraverso il sostegno alle proteste interne, “fomentazione della rivolta” tramite minoranze etniche, “colpo di stato” con supporto a settori militari dissidenti, isolamento strategico dell’Iran attraverso il distacco della Siria, e infine “incoraggiare o permettere a Israele di colpire”.
A questo si aggiungevano le analisi di scenario prodotte dal Middle East Forum a ridosso dell’attacco, che il 27 febbraio – letteralmente alla vigilia – pubblicavano un’analisi dettagliata delle opzioni di risposta iraniane, dalla chiusura di Hormuz all’attivazione dei proxy in Libano e Yemen. Il documento, firmato da analisti con accesso a fonti militari, prevedeva con precisione la sequenza: attacco aereo con obiettivo di decapitazione, rappresaglia missilistica iraniana contro basi USA nel Golfo, coinvolgimento di Hezbollah, e la variabile critica dello Stretto di Hormuz come “variabile che le forze armate non hanno ancora pienamente testato”.
Nonostante la potenza di calcolo e la profondità di analisi strategica, il sistema ha mostrato almeno tre grandi zone d’ombra che i modelli non avevano catturato e che gli Usa stanno fortemente pagando sul campo e in termini di guerra finanziaria: la resilienza del sistema di potere iraniano alla decapitazione; la sottovalutazione sistematica della chiusura di Hormuz; la rapidità della reazione a catena assicurativo-logistica – si veda proprio Codice Rosso – che ha segnato un punto a favore dell’Iran nella guerra finanziaria in corso che è parallela e intrecciata alla guerra che si sta svolgendo sul campo. Inoltre, la minaccia di occupare l’isola di Kharg, per frenare le grandi difficoltà Usa dovute alla blocco di Hormuz, non rischia di risolvere la situazione ma di provocare una crisi molto grave con Pechino, visto che oltre l’80% del petrolio esportato via Kharg è destinato alla Cina.
Ma perché sia sul piano tecnologico che su quello strategico gli USA sembrano non aver tenuto conto proprio dello scenario che si è realizzato, una guerra asimmetrica nel quale il soggetto militarmente più debole mette in difficoltà strategica quello più forte?
Le fonti disponibili suggeriscono che le simulazioni non hanno previsto la chiusura di Hormuz per una combinazione di bias cognitivo umano, limiti strutturali dei modelli predittivi e – probabilmente – un’indicazione implicita dai vertici di privilegiare scenari che mantenessero aperta quella opzione.
La spiegazione più documentata emerge da fonti dell’amministrazione citate da CNN e The New Republic: i funzionari hanno tacitamente ammesso al Congresso di non aver pianificato lo scenario peggiore della chiusura dello Stretto. La motivazione addotta è sorprendente nella sua ingenuità strategica: ritenevano che l’Iran avrebbe considerato questa mossa più dannosa per sé che per gli Stati Uniti, e che quindi non l’avrebbe compiuta.
Questo rivela un primo livello di fallimento: il bias della “razionalità condivisa”. I modelli IA, addestrati su dati storici, avevano incorporato questa stessa convinzione dei funzionari. Nel giugno 2025, durante l’operazione “Midnight Hammer”, l’Iran aveva risposto con missili su basi USA in Qatar, ma non aveva chiuso Hormuz. I dati di training dicevano: “attacco USA → rappresaglia missilistica limitata → continuità del traffico attraverso Hormuz”. L’IA ha proiettato nel futuro la stessa risposta, senza cogliere il salto di qualità strategico: l’Iran invece ha capito che la vera leva non sono i missili, ma la paralisi economica.
Un ex funzionario USA, che ha servito amministrazioni sia democratiche che repubblicane, è stato invece categorico: “Pianificare per prevenire questo scenario – per quanto a lungo sia sembrato impossibile – è stato un principio cardine della politica di sicurezza nazionale USA per decenni. Sono sbalordito”. La IA, e i funzionari attuali hanno dato come risolto, o impossibile da verificarsi, proprio lo scenario ritenuto più probabile e rischioso dagli analisti USA per decenni: il blocco di Hormuz.
Il piano della selezione dei modelli. Nelle settimane precedenti l’attacco, il Pentagono stava utilizzando Claude di Anthropic per simulazioni strategiche e analisi di intelligence. Ma il 27 febbraio, poche ore prima dell’attacco, Trump ha firmato un ordine esecutivo che imponeva a tutte le agenzie federali di cessare l’uso di Claude, definendo Anthropic una “azienda di sinistra radicale” e dichiarandola “rischio per la catena di fornitura”. Il motivo? Anthropic si rifiutava di rimuovere le salvaguardie etiche che impedivano l’uso del proprio modello per operazioni letali e chiedeva garanzie contro l’impiego in sistemi d’arma autonomi.
Questo significa che il modello più sofisticato, quello che aveva processato decine di migliaia di documenti persiani e simulato fino a centomila scenari, è stato messo da parte proprio nel momento cruciale. Al suo posto, il Pentagono si è rivolto a OpenAI, il cui CEO Sam Altman aveva accettato di fornire servizi per l’analisi di documenti classificati.
La domanda sorge spontanea: perché silurare proprio il modello che aveva la maggiore capacità predittiva? Una possibile risposta è che Claude, con le sue simulazioni, stesse producendo scenari sgraditi – magari proprio quelli che includevano la chiusura di Hormuz e le sue conseguenze catastrofiche. Sostituirlo con modelli più “accomodanti” (o semplicemente meno sofisticati) potrebbe essere stata una scelta politica, non tecnica.
Il piano delle fonti di intelligence utilizzate. Le simulazioni non lavorano nel vuoto: si nutrono dei dati che gli analisti umani forniscono. Se i vertici hanno chiesto agli analisti di “focalizzarsi” su certi scenari e “depriorizzarne” altri, l’IA ha semplicemente riflesso quel bias a monte. L’ammissione dei funzionari al Congresso – “non abbiamo pianificato lo scenario peggiore” – suggerisce che il bias era culturale e politico prima che algoritmico.
Il piano delle opzioni presentate al presidente. Un alto funzionario del Tesoro è stato letteralmente “strappato” da un’intervista televisiva per essere portato alla Situation Room. Al suo ritorno, appariva visibilmente scosso e ha offerto rassicurazioni poco plausibili sulle sorti della guerra. Questo episodio suggerisce che qualcosa, nei piani, non stava funzionando come previsto – e che le simulazioni non avevano preparato nessuno alla reale concatenazione degli eventi.
Al di là delle ipotesi sul bias deliberato, esiste un problema strutturale che nessuna regolazione degli input può risolvere. Come emerge da un’analisi approfondita pubblicata su una piattaforma cinese, l’IA militare americana ha un tallone di Achille: la “data boundary” (confine dei dati).
I sistemi di intelligenza artificiale utilizzati in guerra – dai droni autonomi ai modelli predittivi – funzionano sulla base di dati storici e parametri predefiniti. Le loro capacità operative (tempi di reazione, raggio di rilevamento, logiche di riconoscimento) sono “bloccate” in fabbrica e non possono essere aggiornate in tempo reale durante il combattimento.
Questo crea un paradosso: più l’IA è sofisticata, più è vulnerabile una volta che i suoi parametri vengono esposti. Facciamo un esempio: se un drone americano con tempi di reazione di 0,32 secondi viene catturato o analizzato, il nemico può sviluppare contromisure con tempi di reazione di 0,27 secondi, rendendolo obsoleto. Per questo motivo gli Stati Uniti hanno “congelato” l’uso di gran parte della loro robotica avanzata in Iran: non possono rischiare che Cina e Russia acquisiscano i dati operativi.
Applicato alle simulazioni strategiche, questo significa che, usciti dalla “fabbrica”, i modelli predittivi lavorano su scenari “noti” e comportamenti “già visti”. L’Iran non aveva mai chiuso completamente Hormuz in risposta a un attacco USA. Non c’erano dati su cui addestrare la previsione. L’IA non poteva “immaginare” una mossa che non era nei suoi archivi.
L’ironia è che l’IA statunitense aveva gli strumenti per immaginare scenari non lineari. Claude, in particolare, è stato progettato con architetture di “reasoning” avanzato che permettono di esplorare possibilità anche in assenza di dati storici. Ma è stato proprio quel modello a essere messo da parte per motivi politici e commerciali. Il fallimento tecnologico e politico degli scenari di simulazione USA non è, quindi, un errore tecnico, ma un errore politico ed epistemologico accelerato da una tecnologia, la IA, che ha velocemente gettato l’Iran nella distruzione e gli Usa in un pantano.
I modelli di simulazione algoritmica, gli scenari dei think-tank, le decisioni politiche hanno trattato la guerra come un problema lineare di ottimizzazione dei bersagli, quando era invece un ecosistema complesso fatto di retroazioni, emergenze e tipping points. Attraverso la IA passa anche tutto questo, bisogna esserne consapevoli.
Naturalmente, c’è un’altra IA che ha capito benissimo cosa stava accadendo: quella legata alla guerra finanziaria intesa come estrazione di profitto nei mercati legati alle crisi. E questo avviene nella più classica divisione del lavoro capitalistico. La lezione più profonda è che l’IA addestrata a distruggere valore (quella militare) ha fallito la previsione, mentre l’IA addestrata a catturare valore (quella finanziaria) ha anticipato correttamente la crisi. La differenza non sta nella potenza di calcolo, ma nell’architettura cognitiva: la prima cerca conferme dei propri piani, la seconda cerca anomalie che possano generare profitto. In un sistema complesso, entro la divisione capitalistica del lavoro, la seconda si rivela più efficace.
Come nota un commentatore USA, “ogni incidente militare locale è ora visto come un marker di rischio sistemico, capace di cambiare il comportamento degli investitori”. L’IA finanziaria aveva capito che Hormuz non era un problema militare, ma un nodo di una rete globale di dipendenze. Colpire quel nodo avrebbe innescato reazioni a catena che nessun modello lineare poteva catturare. E su quelle reazioni a catena, ha costruito le sue strategie di profitto.
Fonte
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/03/2026
12/03/2026
Iran, un punto a favore nella guerra finanziaria contro gli Usa
di Silvano Cacciari
Spesso si continua a immaginare il conflitto tra Usa e Israele, da una parte, e l’Iran dall'altra come la classica guerra simmetrica nella quale il vincitore è colui che provoca le maggiori distruzioni materiali all’avversario. Questo conflitto, invece, ha tutte le caratteristiche della guerra contemporanea essendo ibrido con una forte componente di guerra finanziaria. La decisione delle compagnie di assicurazione di ritirare la copertura per le navi in transito nello Stretto di Hormuz rappresenta quindi un caso paradigmatico di come, in un conflitto ibrido, si manifesti con forza la guerra finanziaria, un fenomeno in grado di fare danni persino superiori alla guerra sul campo.
E proprio sul piano della guerra finanziaria, il meccanismo degli eventi è lineare e segue la logica della razionalità assicurativa. Dal 5 marzo, i principali sottoscrittori internazionali hanno cancellato le polizze “war risk” per il Golfo Persico e lo Stretto di Hormuz. La decisione è formalmente tecnica: i riassicuratori non offrono più prezzi per l’area, rendendo impossibile per le compagnie primarie mantenere la copertura. Ma questa tecnicità è essa stessa il prodotto della guerra: l’Iran, sul piano del sabotaggio come della comunicazione, ha deliberatamente aumentato il rischio fino al punto in cui il calcolo attuariale diventa insostenibile.
Le conseguenze sono misurabili. I premi per la copertura di guerra sono passati dallo 0,25% al 0,375% del valore dello scafo per singola traversata, con aumenti fino al 50%. Le tariffe per le VLCC (Very Large Crude Carriers) hanno superato i 400.000 dollari al giorno, l’equivalente del noleggio di una piattaforma di trivellazione. Ma il dato più significativo è un altro: l’assenza di copertura non è un effetto collaterale, è l’obiettivo. Quando il mercato assicurativo si ritira, la responsabilità passa agli Stati: Trump ha già dovuto offrire polizze pubbliche attraverso la Development Finance Corporation, mentre l’Italia discute il dispiegamento della Marina Militare. È la statalizzazione forzata del rischio, esattamente ciò che Teheran intende provocare.
Sul piano della guerra dell’informazione, l’operazione, inoltre, è più sottile. L’Iran, anche se colpisce le navi, non ha bisogno di affondare intere flotte di petroliere: gli basta che le compagnie assicurative credano che possa farlo. La percezione del rischio, amplificata dai media e dalle stesse dinamiche di mercato, produce quindi effetti reali. Le principali linee di navigazione come MSC e Maersk hanno sospeso le traversate non perché abbiano subito attacchi, ma perché l’incertezza sulla copertura rende il transito economicamente insostenibile. Trentamila marittimi, molti dei quali italiani, sono bloccati in una zona di guerra non per la presenza fisica del nemico, ma per una decisione presa in consigli di amministrazione a Londra, Oslo e New York.
La circolazione delle notizie sugli attacchi alle infrastrutture energetiche di Arabia Saudita ed Emirati, i social che riportano che che le navi spengono l’AIS, il sistema di identificazione automatica, per non essere localizzate, l’aggiornamento delle liste JWLA-033, quelle delle aree a rischio guerra e terrorismo : tutto contribuisce a costruire un ambiente in cui la decisione razionale per un armatore è non muoversi. L’informazione diventa così un moltiplicatore della guerra finanziaria, e viceversa.
L’efficacia di questa strategia va misurata sulla capacità dell’Iran di trasformare la propria debolezza strutturale in vantaggio strategico. Militarmente, Teheran non può competere, per manifesta inferiorità tecnologica, con la coalizione guidata dagli Stati Uniti. Ma può giocare una partita diversa: quella dell’asimmetria e del logoramento.
Qui l’analisi degli esperti citati da France 24 e dal New York Times è convergente. La strategia iraniana, delineata già nei primi giorni del conflitto, consiste nel “diffondere il dolore il più possibile” (Ali Vaez, International Crisis Group) per rendere la guerra così costosa da spingere Washington a cercare una via d’uscita. È la logica del Vietnam applicata al mare: il più forte vince tutte le battaglie ma perde la guerra se il costo economico diventa insostenibile.
In questo quadro, la chiusura assicurativa di Hormuz è un successo asimmetrico di prima grandezza per tre ragioni.
Primo: moltiplica i fronti di crisi senza moltiplicare i costi. L’Iran non deve sostenere campagne militari costose in vite umane e materiali. Gli basta mantenere un livello di minaccia sufficiente a tenere attiva la percezione del rischio. Come nota Agnès Levallois (iReMMo), Teheran utilizza le sue munizioni in modo parsimonioso proprio per prolungare il conflitto. Ogni missile lanciato con parsimonia produce un effetto sproporzionato sul mercato assicurativo e, attraverso di esso, sull’economia globale.
Secondo: trasforma gli alleati degli Stati Uniti in fonti di pressione su Washington. I paesi del Golfo, le cui infrastrutture energetiche sono state colpite, subiscono danni economici diretti. L’Italia, con il 13% delle importazioni energetiche che passa da Hormuz, chiede l’intervento della Marina. La Francia annuncia una coalizione per la sicurezza marittima. Giappone, Corea del Sud e India, altamente dipendenti dal greggio mediorientale, vedono minacciati i loro approvvigionamenti. Tutti questi attori hanno accesso a Trump e tutti hanno interesse a che il conflitto si risolva rapidamente. L’Iran li trasforma, loro malgrado, in propri alleati diplomatici.
Terzo: colpisce il tallone d’Achille politico di Trump. L’economia americana, con un debito federale vicino ai quarantamila miliardi, non può permettersi uno shock energetico prolungato. L’aumento dei prezzi del petrolio si traduce in inflazione, l’inflazione in malumore elettorale. Gli analisti del Soufan Center sono chiari: l’obiettivo è che “la pressione combinata dei suoi alleati del Golfo e dell’inflazione energetica mondiale facciano retrocedere Trump”. Non serve sconfiggerlo militarmente. Basta rendergli la permanenza in guerra più costosa della ritirata.
Va notato, per completezza, che questa strategia ha un costo. L’Iran sta bruciando i rapporti con i vicini del Golfo, che dopo la guerra difficilmente torneranno a considerarlo un partner affidabile. Ma per un governo che combatte per la sopravvivenza, il futuro è una variabile secondaria. Come sintetizza Danny Citrinowicz (INSS), “dalla prospettiva iraniana, l’obiettivo di questa guerra è massimizzare i guadagni e imprimere nella mente dei suoi avversari il costo di affrontare l’Iran in futuro”.
La crisi assicurativa di Hormuz è al tempo stesso un risultato e uno strumento. È il risultato di una guerra finanziaria in cui il mercato, di fronte a un rischio divenuto incalcolabile, si ritira e scarica la responsabilità sugli Stati. Ed è il risultato di una guerra dell’informazione in cui la percezione del pericolo produce effetti materiali indipendentemente dagli eventi concreti.
Ma è anche uno strumento di guerra asimmetrica di straordinaria efficacia. L’Iran ha trovato il modo di trasformare la propria inferiorità militare in leva geopolitica: non deve vincere, deve solo resistere abbastanza a lungo da far sì che il costo della vittoria americana diventi politicamente insostenibile per chi deve pagarlo.
È una lezione profonda di questo conflitto. In un sistema complesso, come lo è la guerra, la potenza di fuoco non è l’unica variabile. La capacità di innescare cascate di conseguenze – assicurative, commerciali, diplomatiche, elettorali – può rivelarsi altrettanto decisiva. E in questo gioco, l’attore più debole ha spesso un vantaggio: può concentrare tutte le sue risorse su un unico punto di leva, Hormuz, mentre il più forte deve difendere un fronte infinito. Insomma, un punto a favore dell’Iran in un piano di guerra, quello finanziario, che nasconde molte battaglie nel quale Washington ha già giocato pesante provando a determinarte una forte inflazione in Iran. La guerra finanziaria continua fino a quando uno dei due contendenti non getterà la spugna.
Fonte
Spesso si continua a immaginare il conflitto tra Usa e Israele, da una parte, e l’Iran dall'altra come la classica guerra simmetrica nella quale il vincitore è colui che provoca le maggiori distruzioni materiali all’avversario. Questo conflitto, invece, ha tutte le caratteristiche della guerra contemporanea essendo ibrido con una forte componente di guerra finanziaria. La decisione delle compagnie di assicurazione di ritirare la copertura per le navi in transito nello Stretto di Hormuz rappresenta quindi un caso paradigmatico di come, in un conflitto ibrido, si manifesti con forza la guerra finanziaria, un fenomeno in grado di fare danni persino superiori alla guerra sul campo.
E proprio sul piano della guerra finanziaria, il meccanismo degli eventi è lineare e segue la logica della razionalità assicurativa. Dal 5 marzo, i principali sottoscrittori internazionali hanno cancellato le polizze “war risk” per il Golfo Persico e lo Stretto di Hormuz. La decisione è formalmente tecnica: i riassicuratori non offrono più prezzi per l’area, rendendo impossibile per le compagnie primarie mantenere la copertura. Ma questa tecnicità è essa stessa il prodotto della guerra: l’Iran, sul piano del sabotaggio come della comunicazione, ha deliberatamente aumentato il rischio fino al punto in cui il calcolo attuariale diventa insostenibile.
Le conseguenze sono misurabili. I premi per la copertura di guerra sono passati dallo 0,25% al 0,375% del valore dello scafo per singola traversata, con aumenti fino al 50%. Le tariffe per le VLCC (Very Large Crude Carriers) hanno superato i 400.000 dollari al giorno, l’equivalente del noleggio di una piattaforma di trivellazione. Ma il dato più significativo è un altro: l’assenza di copertura non è un effetto collaterale, è l’obiettivo. Quando il mercato assicurativo si ritira, la responsabilità passa agli Stati: Trump ha già dovuto offrire polizze pubbliche attraverso la Development Finance Corporation, mentre l’Italia discute il dispiegamento della Marina Militare. È la statalizzazione forzata del rischio, esattamente ciò che Teheran intende provocare.
Sul piano della guerra dell’informazione, l’operazione, inoltre, è più sottile. L’Iran, anche se colpisce le navi, non ha bisogno di affondare intere flotte di petroliere: gli basta che le compagnie assicurative credano che possa farlo. La percezione del rischio, amplificata dai media e dalle stesse dinamiche di mercato, produce quindi effetti reali. Le principali linee di navigazione come MSC e Maersk hanno sospeso le traversate non perché abbiano subito attacchi, ma perché l’incertezza sulla copertura rende il transito economicamente insostenibile. Trentamila marittimi, molti dei quali italiani, sono bloccati in una zona di guerra non per la presenza fisica del nemico, ma per una decisione presa in consigli di amministrazione a Londra, Oslo e New York.
La circolazione delle notizie sugli attacchi alle infrastrutture energetiche di Arabia Saudita ed Emirati, i social che riportano che che le navi spengono l’AIS, il sistema di identificazione automatica, per non essere localizzate, l’aggiornamento delle liste JWLA-033, quelle delle aree a rischio guerra e terrorismo : tutto contribuisce a costruire un ambiente in cui la decisione razionale per un armatore è non muoversi. L’informazione diventa così un moltiplicatore della guerra finanziaria, e viceversa.
L’efficacia di questa strategia va misurata sulla capacità dell’Iran di trasformare la propria debolezza strutturale in vantaggio strategico. Militarmente, Teheran non può competere, per manifesta inferiorità tecnologica, con la coalizione guidata dagli Stati Uniti. Ma può giocare una partita diversa: quella dell’asimmetria e del logoramento.
Qui l’analisi degli esperti citati da France 24 e dal New York Times è convergente. La strategia iraniana, delineata già nei primi giorni del conflitto, consiste nel “diffondere il dolore il più possibile” (Ali Vaez, International Crisis Group) per rendere la guerra così costosa da spingere Washington a cercare una via d’uscita. È la logica del Vietnam applicata al mare: il più forte vince tutte le battaglie ma perde la guerra se il costo economico diventa insostenibile.
In questo quadro, la chiusura assicurativa di Hormuz è un successo asimmetrico di prima grandezza per tre ragioni.
Primo: moltiplica i fronti di crisi senza moltiplicare i costi. L’Iran non deve sostenere campagne militari costose in vite umane e materiali. Gli basta mantenere un livello di minaccia sufficiente a tenere attiva la percezione del rischio. Come nota Agnès Levallois (iReMMo), Teheran utilizza le sue munizioni in modo parsimonioso proprio per prolungare il conflitto. Ogni missile lanciato con parsimonia produce un effetto sproporzionato sul mercato assicurativo e, attraverso di esso, sull’economia globale.
Secondo: trasforma gli alleati degli Stati Uniti in fonti di pressione su Washington. I paesi del Golfo, le cui infrastrutture energetiche sono state colpite, subiscono danni economici diretti. L’Italia, con il 13% delle importazioni energetiche che passa da Hormuz, chiede l’intervento della Marina. La Francia annuncia una coalizione per la sicurezza marittima. Giappone, Corea del Sud e India, altamente dipendenti dal greggio mediorientale, vedono minacciati i loro approvvigionamenti. Tutti questi attori hanno accesso a Trump e tutti hanno interesse a che il conflitto si risolva rapidamente. L’Iran li trasforma, loro malgrado, in propri alleati diplomatici.
Terzo: colpisce il tallone d’Achille politico di Trump. L’economia americana, con un debito federale vicino ai quarantamila miliardi, non può permettersi uno shock energetico prolungato. L’aumento dei prezzi del petrolio si traduce in inflazione, l’inflazione in malumore elettorale. Gli analisti del Soufan Center sono chiari: l’obiettivo è che “la pressione combinata dei suoi alleati del Golfo e dell’inflazione energetica mondiale facciano retrocedere Trump”. Non serve sconfiggerlo militarmente. Basta rendergli la permanenza in guerra più costosa della ritirata.
Va notato, per completezza, che questa strategia ha un costo. L’Iran sta bruciando i rapporti con i vicini del Golfo, che dopo la guerra difficilmente torneranno a considerarlo un partner affidabile. Ma per un governo che combatte per la sopravvivenza, il futuro è una variabile secondaria. Come sintetizza Danny Citrinowicz (INSS), “dalla prospettiva iraniana, l’obiettivo di questa guerra è massimizzare i guadagni e imprimere nella mente dei suoi avversari il costo di affrontare l’Iran in futuro”.
La crisi assicurativa di Hormuz è al tempo stesso un risultato e uno strumento. È il risultato di una guerra finanziaria in cui il mercato, di fronte a un rischio divenuto incalcolabile, si ritira e scarica la responsabilità sugli Stati. Ed è il risultato di una guerra dell’informazione in cui la percezione del pericolo produce effetti materiali indipendentemente dagli eventi concreti.
Ma è anche uno strumento di guerra asimmetrica di straordinaria efficacia. L’Iran ha trovato il modo di trasformare la propria inferiorità militare in leva geopolitica: non deve vincere, deve solo resistere abbastanza a lungo da far sì che il costo della vittoria americana diventi politicamente insostenibile per chi deve pagarlo.
È una lezione profonda di questo conflitto. In un sistema complesso, come lo è la guerra, la potenza di fuoco non è l’unica variabile. La capacità di innescare cascate di conseguenze – assicurative, commerciali, diplomatiche, elettorali – può rivelarsi altrettanto decisiva. E in questo gioco, l’attore più debole ha spesso un vantaggio: può concentrare tutte le sue risorse su un unico punto di leva, Hormuz, mentre il più forte deve difendere un fronte infinito. Insomma, un punto a favore dell’Iran in un piano di guerra, quello finanziario, che nasconde molte battaglie nel quale Washington ha già giocato pesante provando a determinarte una forte inflazione in Iran. La guerra finanziaria continua fino a quando uno dei due contendenti non getterà la spugna.
Fonte
17/01/2026
Il “PayPal pubblico” brasiliano non piace a Trump
Ci vuole poco, ormai, per far incazzare “l’Amerika”. È questo, senza dubbio, uno dei segnali più chiari della crisi fenomenale che sta attraversando. La vicenda di Pix – spiegata nell’articolo che segue – è paradigmatica. Un sistema di pagamento pubblico in un paese con oltre 200 milioni di abitanti toglie una fetta di business in fondo piccola alle carte di credito e alle piattaforme statunitensi (come Paypal e altre). Ma fa da apripista èer un più generale svincolo dei pagamenti elettronici dal signoraggio Usa.
Peggio ancora: limita la possibilità di esercitare “sanzioni arbitrarie” bloccando gli account che effettuano versamenti “politicamente sgraditi” (l’esempio esplicito è quello di Paypal che blocca ogni trasferimento che abbia come motivazione o destinazione “Francesca Albanese” ed altri consimili).
Un banale sistema pubblico diventa così un nemico politico degli Stati Uniti, perché trattiene piccole ma infinite quote di valore che andrebbero al capitale finanziario “basato negli Usa”, ma soprattutto ne limita in proporzione il “potere politico” imperiale.
E questo nonostante che il potere di rapina dei sistemi di pagamento privati sia ormai tale da costringere lo stesso Trump ad ipotizzare, appena una settimana fa, “l’introduzione di un tetto del 10% ai tassi di interesse sulle carte di credito per un anno”. Segno che guadagnano molto di più e senza fare assolutamente nulla, al di là di sorvegliare il traffico…
Ma quando sei così debole da infuriarti per queste “cosette” diventa complicato fare la voce grossa in qualsiasi angolo del mondo. Certi esempi sono contagiosi anche perché economicamente vantaggiosi e politicamente “liberatori”. Non serve neanche contrapporsi militarmente allo zio Sam per scavargli il terreno sotto i piedi. E la vecchia talpa è sempre al lavoro...
Peggio ancora: limita la possibilità di esercitare “sanzioni arbitrarie” bloccando gli account che effettuano versamenti “politicamente sgraditi” (l’esempio esplicito è quello di Paypal che blocca ogni trasferimento che abbia come motivazione o destinazione “Francesca Albanese” ed altri consimili).
Un banale sistema pubblico diventa così un nemico politico degli Stati Uniti, perché trattiene piccole ma infinite quote di valore che andrebbero al capitale finanziario “basato negli Usa”, ma soprattutto ne limita in proporzione il “potere politico” imperiale.
E questo nonostante che il potere di rapina dei sistemi di pagamento privati sia ormai tale da costringere lo stesso Trump ad ipotizzare, appena una settimana fa, “l’introduzione di un tetto del 10% ai tassi di interesse sulle carte di credito per un anno”. Segno che guadagnano molto di più e senza fare assolutamente nulla, al di là di sorvegliare il traffico…
Ma quando sei così debole da infuriarti per queste “cosette” diventa complicato fare la voce grossa in qualsiasi angolo del mondo. Certi esempi sono contagiosi anche perché economicamente vantaggiosi e politicamente “liberatori”. Non serve neanche contrapporsi militarmente allo zio Sam per scavargli il terreno sotto i piedi. E la vecchia talpa è sempre al lavoro...
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Le relazioni tra il presidente statunitense Donald Trump e il suo omologo brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva sono tese da tempo. Nell’estate del 2025 il governo di Washington ha imposto un dazio superiore al 50% sulle merci importate dal Brasile, una cifra superiore alla media mondiale. La ragione non era commerciale, come nel caso delle tasse alla frontiera sui beni europei, ma politica. Trump voleva in questo modo costringere il governo brasiliano a scarcerare l’ex presidente Jair Bolsonaro, alleato di Trump e condannato per un tentato golpe ai danni dello stesso Lula. L’esecutivo latinoamericano ha rifiutato di cedere alle pressioni e ha parlato di ingerenze sulla sovranità nazionale.
Negli stessi mesi, lo scontro tra i due leader si è allargato fino al piano strettamente finanziario. L’oggetto del contendere è Pix, un sistema di pagamento che per il Brasile è un punto di orgoglio e, per gli Stati Uniti, un affronto inaccettabile. Si tratta di un braccio di ferro ancora in corso e che, in futuro, potrebbe allargarsi fino al nostro continente, se l’Unione europea porterà avanti i suoi progetti relativi all’euro digitale.
Cos’è e come funziona Pix
«Paga con contante o con Pix?» è una domanda che è facile sentirsi rivolgere nei negozi brasiliani. Pix è un sistema di pagamento digitale. Permette di trasferire denaro in modo istantaneo, online e quasi sempre gratuito sia tra privati cittadini sia tra aziende.
Da un paio di anni, tramite Pix è anche possibile prelevare denaro contante. Per usarlo è necessario avere un conto corrente brasiliano, e funziona tramite le app delle banche locali. Le attività commerciali espongono quasi sempre un QR code alla cassa: inquadrandolo è possibile pagare con Pix. Le persone, invece, possono passarsi soldi le une con le altre tramite un alias – tipicamente, il numero di telefono.
La meccanica del servizio non è unica. In Spagna e ad Andorra è molto diffuso Bizum, un sistema quasi identico creato dall’unione delle banche dei due Paesi. Piattaforme statunitensi e diffuse in tutto il mondo come PayPal o Stripe offrono funzionalità simili, anche se passando da un’app a parte. In Italia sta incontrando una grande diffusione Satispay, creata da tre giovani a Cuneo nel 2013 e con oggi più di un milione di utenti attivi.
Ma la particolarità di Pix sta nella proprietà. A gestirlo non sono infatti gli istituti di credito brasiliani né società private come nei casi sopra elencati, ma la banca centrale. Si tratta quindi di un servizio pubblico. L’idea di svilupparlo nacque nel 2016, sotto la presidenza di Dilma Roussef, progressista e delfina di Lula. È proseguita anche durante i governi di centro di Michel Temer e di ultradestra di Bolsonaro. Lanciato ufficialmente nel 2020, è stato subito un successo. Nel giro di un anno gli utenti attivi era già 110 milioni, e al 2025 l’80% della popolazione ne fa uso.
L‘amministrazione Trump prova a boicottare Pix
Il caso di Pix è considerato un successo, ma pochi mesi fa ha iniziato a scontrarsi con l’amministrazione Trump. A luglio del 2025 il governo statunitense ha annunciato un’indagine relativa «agli attacchi del Brasile alle società americane di social media e altre pratiche commerciali sleali».
Il contesto è quello che descrivevamo: uno scontro frontale tra i due Paesi. Meno di un anno prima il Brasile aveva ordinato l’oscuramento di X (ex Twitter), la piattaforma social di proprietà di Elon Musk. Nel mentre, Washington annunciava i suoi dazi monstre.
Le pratiche sleali a cui si riferisce il governo statunitense consistono proprio in Pix. Secondo Trump e i suoi, il sistema di pagamento brasiliano danneggia i concorrenti nordamericani. Un fatto che Lula ha in qualche modo rivendicato. «Non possiamo essere penalizzati per aver creato un meccanismo rapido, gratuito e sicuro che facilita le transazioni e stimola l’economia», ha scritto sul New York Times. «Trump è infastidito da Pix perché mette a rischio le carte di credito [statunitensi]» ha aggiunto parlando con la stampa nazionale.
Brasilia rivendica la propria sovranità, irritando Washington
In risposta all’indagine, il governo di Brasilia ha lanciato la campagna O Pix é do Brasil (Pix è del Brasile). Pix, argomenta Lula, è una piattaforma pubblica e nazionale che incoraggia l’uso della moneta brasiliana e del sistema bancario brasiliano. È questa sovranità, sostiene, a irritare gli statunitensi.
Dell’influenza che il controllo sul sistema finanziario globale garantisce a Washington si è scritto molto. Di recente, si è tornato a parlarne anche in Italia per il caso di Francesca Albanese. In virtù delle sanzioni del governo Trump alla relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, nemmeno le banche europee possono aprirle un conto corrente.
Il solo inviare denaro tramite PayPal indicando «Albanese» come causale può portare alla sospensione dell’account. Pix non elimina ovviamente l’egemonia di Washington, ma contribuisce a limitarla per i brasiliani. Fin troppo, secondo Trump.
o si sposterà in Europa?
In Italia non esiste un corrispettivo di Pix. Satispay, come spiegavamo, pur essendo italiano è un servizio privato. Bancomat ha annunciato nel 2024 un accordo col circuito spagnolo Bizum e il portoghese Multibanco per lanciare un sistema simile nei tre Paesi. Ma ancora non è disponibile e, nuovamente, è un’iniziativa non-statale. Quanto di più simile alle nostre latitudini all’idea brasiliana è il progetto, ancora in fase di sviluppo, dell’euro digitale.
La Banca centrale europea (Bce) ci lavora ormai da alcuni anni e il lancio potrebbe avvenire tra 2028 e 2029. L’idea è quella di offrire ai cittadini dell’area euro un conto virtuale, collegabile a un conto bancario classico, in cui possedere e trasferire denaro digitalmente e senza costi (ovviamente, in valuta europea). Sistemi simili esistono già in medie nazioni come Giamaica, Bahamas e Nigeria, ma il modello è lo yuan digitale cinese. Pechino ne ha promosso la sperimentazione in diverse regioni, coinvolgendo decine di milioni di persone e aprendo il servizio anche a chi non è cliente di nessuna banca.
Proprio il rapporto con le banche è il punto che rallenta i lavori a Francoforte. L’euro digitale dovrebbe avere una quantità massima di denaro depositabile sul conto, in modo da promuoverne l’uso come sistema di pagamento e non di risparmio. Gli istituti di credito tradizionali vogliono che questo limite sia il più basso possibile, così da evitare che una parte della popolazione possa usare direttamente e solamente il servizio offerto dalla Bce.
Se e quando entrerà in vigore, però, l’euro digitale potrebbe trovare l’ostilità anche degli Stati Uniti. Come Pix, rappresenterebbe un’alternativa alle piattaforme statunitensi, rafforzerebbe l’uso dell’euro e la sovranità finanziaria europea. Potenziale fumo negli occhi per Washington.
Fonte
06/05/2025
Euroclear vuole ridistribuire 3 miliardi di fondi russi congelati
L’agenzia di stampa britannica Reuters ha reso noto che, stando ad alcuni documenti visionati e alle informazioni di fonti vicine al dossier, la società di servizi finanziari Euroclear ha intenzione di ridistribuire a investitori occidentali circa 3 miliardi di fondi russi congelati in seguito alla conflagrazione del conflitto in Ucraina.
Lo scorso anno, Mosca ha confiscato il denaro posseduto da alcune realtà e personalità che avevano interessi in Russia, come risposta alle azioni di Bruxelles riguardo agli assets bloccati negli istituti europei. In particolare, la decisione di usare gli interessi maturati sui fondi russi per garantire prestiti utili a sostenere la capacità militare di Kiev è stata aspramente criticata.
Si stima che le società straniere presenti in Russia abbiano perso intorno ai 167 miliardi di dollari dall’inizio delle operazioni su larga scala in Ucraina da parte di Mosca, alla fine del febbraio 2022. Il Cremlino avrebbe intentato circa un centinaio di azioni legali contro Euroclear, senza però ottenere ancora nulla.
L’istituto belga detiene circa 191 miliardi di assets russi, più di due terzi del totale congelato. La società sembrerebbe aver deciso di prelevare 3 miliardi da un fondo di circa 10 miliardi già liquidi – ‘in contanti’, potremmo dire – appartenenti a varie compagnie e individui sottoposti a sanzione da parte della UE.
Il regime sanzionatorio approvato alla fine del 2024 ha reso possibile questo tipo di operazioni, e la società con sede a Bruxelles avrebbe poi ricevuto diverse pressioni dal mondo finanziario per agire di conseguenza. Non è chiaro quali attori le abbiano portate avanti e chi si sarebbe poi dovuto avvantaggiare dei fondi russi.
Stando alle fonti ascoltate da Reuters, lo scorso marzo Euroclear avrebbe così ottenuto le necessarie autorizzazioni dalle autorità belga, per poi notificare ai propri clienti il pagamento il primo aprile, stando a un documento esaminato sempre da Reuters. Sia il governo di Bruxelles sia il Cremlino non hanno per ora rilasciato commenti in merito.
Alcune critiche sono arrivate da soggetti inaspettati. Jacob Kirkegaard, esperto di sanzioni presso il Peterson Institute for International Economics, un think tank specializzato in economia internazionale con sede a Washington, ha definito questa operazione “moralmente riprovevole”.
Questo perché, a suo avviso, questi fondi dovrebbero servire alla ricostruzione dell’Ucraina. Meno sono, più saranno i soldi che dovranno sborsare i contribuenti europei nei progetti post-bellici. Una sorta di conflitto insanabile tra gli interessi finanziari e quelli della maggior parte della popolazione, seppur visto con lo sguardo di chi è pronto a esacerbare i rapporti con Mosca.
Infatti, il tema rimane un dossier caldo nei tentativi di confronto per il raggiungimento della pace in Ucraina. La UE ha sempre spinto per l’escalation e per rendere impossibili le trattative. La scelta di ridistribuire alcuni miliardi di ricchezze russe continua ad andare in quella direzione.
Fonte
Lo scorso anno, Mosca ha confiscato il denaro posseduto da alcune realtà e personalità che avevano interessi in Russia, come risposta alle azioni di Bruxelles riguardo agli assets bloccati negli istituti europei. In particolare, la decisione di usare gli interessi maturati sui fondi russi per garantire prestiti utili a sostenere la capacità militare di Kiev è stata aspramente criticata.
Si stima che le società straniere presenti in Russia abbiano perso intorno ai 167 miliardi di dollari dall’inizio delle operazioni su larga scala in Ucraina da parte di Mosca, alla fine del febbraio 2022. Il Cremlino avrebbe intentato circa un centinaio di azioni legali contro Euroclear, senza però ottenere ancora nulla.
L’istituto belga detiene circa 191 miliardi di assets russi, più di due terzi del totale congelato. La società sembrerebbe aver deciso di prelevare 3 miliardi da un fondo di circa 10 miliardi già liquidi – ‘in contanti’, potremmo dire – appartenenti a varie compagnie e individui sottoposti a sanzione da parte della UE.
Il regime sanzionatorio approvato alla fine del 2024 ha reso possibile questo tipo di operazioni, e la società con sede a Bruxelles avrebbe poi ricevuto diverse pressioni dal mondo finanziario per agire di conseguenza. Non è chiaro quali attori le abbiano portate avanti e chi si sarebbe poi dovuto avvantaggiare dei fondi russi.
Stando alle fonti ascoltate da Reuters, lo scorso marzo Euroclear avrebbe così ottenuto le necessarie autorizzazioni dalle autorità belga, per poi notificare ai propri clienti il pagamento il primo aprile, stando a un documento esaminato sempre da Reuters. Sia il governo di Bruxelles sia il Cremlino non hanno per ora rilasciato commenti in merito.
Alcune critiche sono arrivate da soggetti inaspettati. Jacob Kirkegaard, esperto di sanzioni presso il Peterson Institute for International Economics, un think tank specializzato in economia internazionale con sede a Washington, ha definito questa operazione “moralmente riprovevole”.
Questo perché, a suo avviso, questi fondi dovrebbero servire alla ricostruzione dell’Ucraina. Meno sono, più saranno i soldi che dovranno sborsare i contribuenti europei nei progetti post-bellici. Una sorta di conflitto insanabile tra gli interessi finanziari e quelli della maggior parte della popolazione, seppur visto con lo sguardo di chi è pronto a esacerbare i rapporti con Mosca.
Infatti, il tema rimane un dossier caldo nei tentativi di confronto per il raggiungimento della pace in Ucraina. La UE ha sempre spinto per l’escalation e per rendere impossibili le trattative. La scelta di ridistribuire alcuni miliardi di ricchezze russe continua ad andare in quella direzione.
Fonte
21/04/2025
Usa-Cina: chi ha in mano le carte vincenti?
Contromisure cinesi
Le contromisure cinesi seppure prevedibili si sono dimostrate ancora più dure dei contro-dazi. Durante la settimana appena trascorsa, in rapida successione sono stati sospesi gli ordini a Boeing, bloccate le esportazioni di terre rare e le importazioni di gas americano (Gnl). Boeing dovrebbe consegnare 179 aerei a tre compagnie cinesi tra il 2025 e il 2027. Le terre rare, da cui dipendono le industrie americane dell’alta tecnologia e della difesa, si trovano anche altrove, certo, ma la Cina è l’unico Paese a gestirne tutto il complicato e inquinante processo di trasformazione. Il Gas naturale liquefatto è il re delle esportazioni di materie prime Usa che all’ordine di “drill, baby, drill” Trump vuole vendere a tutto il mondo. La Cina da dieci settimane ha sospeso le importazioni e aperto un canale di approvvigionamento con la Russia.
Export cinese e recessione americana
Gli operatori di mercato sanno che l’export cinese non è facilmente sostituibile. La componentistica del Dragone comanda la catena produttiva di centinaia di migliaia di prodotti americani. Mentre per la Cina che importa dagli Usa molti prodotti agricoli le alternative ci sono. Così che i dazi imposti all’agricoltura americana sono diventati gestibili con l’apertura a nuovi mercati, come quello brasiliano. Partono da qui i pericoli di recessione economica che hanno raffreddato subito le Borse dopo l’euforia seguita all’annuncio della sospensione di novanta giorni dei dazi. Le imprese e gli operatori finanziari seduti attorno al tavolo verde del biscazziere Trump, vedono le carte dei due contendenti, conoscono le regole del gioco e iniziano a spazientirsi.
Basta trucchi Mr. Trump
A poco è servito mandare avanti il Ministro del Tesoro Bessent a rassicurare i mercati. Perché i mercati quando cercano di orientarsi nella nebbia ascoltano il bollettino dei naviganti della Banca Centrale, la Fed, che fa valutazioni economiche, tecniche, e non politiche. La lezione del banchiere centrale Jerome Powell è abbastanza semplice: dazi uguale aumento prezzi, uguale rischio inflazione, uguale tassi fermi. Per i mercati questo è il segnale che frena gli investimenti, perché il denaro continua a costar caro e rallenta quindi la crescita. Trump sbraita, ma alla Casa Bianca lo sanno tutti che qualsiasi tentativo di licenziare il presidente della Federal Reserve Jerome Powell rischierebbe di destabilizzare i mercati finanziari. Quindi nonostante i tentativi più o meno sguaiati del biscazziere di screditarlo, gli operatori sanno che il banchiere centrale conosce i tavoli da gioco e ha intravisto un jolly nelle mani della Cina.
Titoli di Stato Usa in mano alla Cina
Il jolly si chiama dollaro e la Cina lo detiene sotto forma di Treasury, i titoli di Stato Usa che ammontano a quasi 800 miliardi nelle casse di Pechino. È un forte potere contrattuale che la Cina può usare come secondo possessore mondiale di titoli di debito americano. La Cina sta diminuendo l’ammontare dei propri Treasury anche con movimenti finanziari sofisticati per far leva sull’aspetto psicologico. Per esempio, alcuni osservatori che seguono i viaggi intorno al mondo dei titoli americani, hanno notato un forte aumento del deposito di Treasury a 10 anni in paesi come il Belgio (in quantità superiore al Pil stesso del Belgio!). In questo caso i sospetti sono caduti sul depositante cinese. In altri casi potrebbero essere collegati sui mercati asiatici ai cosiddetti ‘derivati’, strumenti finanziari che permettono di impegnarli a dieci anni facendo risultare sulla carta che l’ammontare dei titoli è diminuito, seppur se ne mantiene il ‘derivato’. Insomma, la Cina agisce sul piano pratico vendendo i titoli e investendo in oro, per esempio.
Effetto pratico e psicologico
Ma anche sul piano psicologico: sposta i titoli e ne confonde la destinazione per minacciare il disimpegno. È indubbio che la Cina non ha interesse a far precipitare gli Usa in una crisi finanziaria, ma dietro al campo da gioco della guerra commerciale rappresentata dai dazi potrebbe nascondersi un altro campo ancora che è quello di una guerra finanziaria dove l’attacco è diretto al dollaro.
Fonte
Le contromisure cinesi seppure prevedibili si sono dimostrate ancora più dure dei contro-dazi. Durante la settimana appena trascorsa, in rapida successione sono stati sospesi gli ordini a Boeing, bloccate le esportazioni di terre rare e le importazioni di gas americano (Gnl). Boeing dovrebbe consegnare 179 aerei a tre compagnie cinesi tra il 2025 e il 2027. Le terre rare, da cui dipendono le industrie americane dell’alta tecnologia e della difesa, si trovano anche altrove, certo, ma la Cina è l’unico Paese a gestirne tutto il complicato e inquinante processo di trasformazione. Il Gas naturale liquefatto è il re delle esportazioni di materie prime Usa che all’ordine di “drill, baby, drill” Trump vuole vendere a tutto il mondo. La Cina da dieci settimane ha sospeso le importazioni e aperto un canale di approvvigionamento con la Russia.
Export cinese e recessione americana
Gli operatori di mercato sanno che l’export cinese non è facilmente sostituibile. La componentistica del Dragone comanda la catena produttiva di centinaia di migliaia di prodotti americani. Mentre per la Cina che importa dagli Usa molti prodotti agricoli le alternative ci sono. Così che i dazi imposti all’agricoltura americana sono diventati gestibili con l’apertura a nuovi mercati, come quello brasiliano. Partono da qui i pericoli di recessione economica che hanno raffreddato subito le Borse dopo l’euforia seguita all’annuncio della sospensione di novanta giorni dei dazi. Le imprese e gli operatori finanziari seduti attorno al tavolo verde del biscazziere Trump, vedono le carte dei due contendenti, conoscono le regole del gioco e iniziano a spazientirsi.
Basta trucchi Mr. Trump
A poco è servito mandare avanti il Ministro del Tesoro Bessent a rassicurare i mercati. Perché i mercati quando cercano di orientarsi nella nebbia ascoltano il bollettino dei naviganti della Banca Centrale, la Fed, che fa valutazioni economiche, tecniche, e non politiche. La lezione del banchiere centrale Jerome Powell è abbastanza semplice: dazi uguale aumento prezzi, uguale rischio inflazione, uguale tassi fermi. Per i mercati questo è il segnale che frena gli investimenti, perché il denaro continua a costar caro e rallenta quindi la crescita. Trump sbraita, ma alla Casa Bianca lo sanno tutti che qualsiasi tentativo di licenziare il presidente della Federal Reserve Jerome Powell rischierebbe di destabilizzare i mercati finanziari. Quindi nonostante i tentativi più o meno sguaiati del biscazziere di screditarlo, gli operatori sanno che il banchiere centrale conosce i tavoli da gioco e ha intravisto un jolly nelle mani della Cina.
Titoli di Stato Usa in mano alla Cina
Il jolly si chiama dollaro e la Cina lo detiene sotto forma di Treasury, i titoli di Stato Usa che ammontano a quasi 800 miliardi nelle casse di Pechino. È un forte potere contrattuale che la Cina può usare come secondo possessore mondiale di titoli di debito americano. La Cina sta diminuendo l’ammontare dei propri Treasury anche con movimenti finanziari sofisticati per far leva sull’aspetto psicologico. Per esempio, alcuni osservatori che seguono i viaggi intorno al mondo dei titoli americani, hanno notato un forte aumento del deposito di Treasury a 10 anni in paesi come il Belgio (in quantità superiore al Pil stesso del Belgio!). In questo caso i sospetti sono caduti sul depositante cinese. In altri casi potrebbero essere collegati sui mercati asiatici ai cosiddetti ‘derivati’, strumenti finanziari che permettono di impegnarli a dieci anni facendo risultare sulla carta che l’ammontare dei titoli è diminuito, seppur se ne mantiene il ‘derivato’. Insomma, la Cina agisce sul piano pratico vendendo i titoli e investendo in oro, per esempio.
Effetto pratico e psicologico
Ma anche sul piano psicologico: sposta i titoli e ne confonde la destinazione per minacciare il disimpegno. È indubbio che la Cina non ha interesse a far precipitare gli Usa in una crisi finanziaria, ma dietro al campo da gioco della guerra commerciale rappresentata dai dazi potrebbe nascondersi un altro campo ancora che è quello di una guerra finanziaria dove l’attacco è diretto al dollaro.
Fonte
19/04/2025
[Contributo al dibattito] - Il ritorno dei rentier. La visione capovolta di Trump sulla storia dei dazi americani
È diventato un luogo comune descrivere le politiche economiche di Trump come un radicale allontanamento dalla traiettoria recente. Michael Hudson non è d’accordo. Spiega perché la parte apparentemente innovativa, il massiccio ricorso ai dazi, rappresenti la continuità delle politiche neoliberiste e libertarie, volte a ridurre il ruolo del governo nella vita commerciale e privata. Sostiene che, pertanto, abbiano ben poco a che fare con la “ricostruzione” dell’America e siano intese a consentire ai super-ricchi di ottenere ancora di più dai cittadini comuni.
La valutazione di Hudson è simile a quella che il sottoscritto ha affermato fin dall’inizio: l’unico modo in cui il programma di Trump avrebbe avuto senso era se l’obiettivo fosse stato quello di indurre una crisi economica simile a quella della Russia degli anni ’90, in modo da facilitare l’acquisto di beni preziosi a basso costo da parte dei plutocrati. Ma molte aziende e posti di lavoro un tempo vitali saranno distrutti per facilitare questo saccheggio.
Yves Smith
La valutazione di Hudson è simile a quella che il sottoscritto ha affermato fin dall’inizio: l’unico modo in cui il programma di Trump avrebbe avuto senso era se l’obiettivo fosse stato quello di indurre una crisi economica simile a quella della Russia degli anni ’90, in modo da facilitare l’acquisto di beni preziosi a basso costo da parte dei plutocrati. Ma molte aziende e posti di lavoro un tempo vitali saranno distrutti per facilitare questo saccheggio.
Yves Smith
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di Michael Hudson
La politica tariffaria di Donald Trump ha gettato i mercati nel caos, sia tra i suoi alleati che tra i suoi nemici. Questa anarchia riflette il fatto che il suo obiettivo principale non era in realtà la politica tariffaria, ma semplicemente ridurre le imposte sul reddito dei ricchi, sostituendole con i dazi come principale fonte di entrate governative. Ottenere concessioni economiche da altri Paesi è parte della sua giustificazione per questo spostamento fiscale, in quanto offre un vantaggio nazionalistico agli Stati Uniti.
La sua storia di copertura, e forse persino la sua convinzione, è che i dazi, da soli, possano rilanciare l’industria americana. Ma non ha intenzione di affrontare i problemi che hanno causato la deindustrializzazione americana in primo luogo. Non c’è alcun riconoscimento di ciò che ha reso il programma industriale originale statunitense e quello della maggior parte delle altre nazioni così vincente. Quel programma si basava su infrastrutture pubbliche, crescenti investimenti industriali privati, salari protetti dai dazi e una forte regolamentazione governativa. La politica di Trump, quella del “taglia e brucia”, è l’opposto: ridimensionare l’amministrazione pubblica, indebolire la regolamentazione pubblica e svendere infrastrutture pubbliche per contribuire a finanziare i tagli alle imposte sul reddito per la sua classe di donatori.
Questo è solo il programma neoliberista sotto un’altra veste. Trump lo presenta erroneamente come un sostegno all’industria, non come la sua antitesi. La sua mossa non è affatto un piano industriale, ma un gioco di potere per ottenere concessioni economiche da altri paesi, riducendo al contempo le imposte sul reddito dei ricchi. Il risultato immediato saranno licenziamenti su larga scala, chiusure di aziende e inflazione dei prezzi al consumo.
Introduzione
Il notevole decollo industriale americano dalla fine della Guerra Civile allo scoppio della Prima Guerra Mondiale ha sempre messo in imbarazzo gli economisti liberisti. Il successo degli Stati Uniti è stato il risultato di politiche esattamente opposte a quelle sostenute dall’odierna ortodossia economica. Il contrasto non è solo quello tra dazi protezionistici e libero scambio. Gli Stati Uniti hanno creato un’economia mista pubblico-privata in cui gli investimenti in infrastrutture pubbliche sono stati sviluppati come “quarto fattore di produzione”, non per essere gestiti come un’attività a scopo di lucro, ma per fornire servizi di base a prezzi minimi in modo da sovvenzionare il costo della vita e delle attività commerciali del settore privato.
La logica alla base di queste politiche fu formulata già negli anni Venti dell’Ottocento nel Sistema Americano di Henry Clay, basato su tariffe protezionistiche, miglioramenti interni (investimenti pubblici nei trasporti e in altre infrastrutture di base) e un sistema bancario nazionale volto a finanziare lo sviluppo industriale. Emerse una Scuola Americana di Economia Politica per guidare l’industrializzazione del paese, basata sulla dottrina dell’Economia degli Alti Salari, volta a promuovere la produttività del lavoro attraverso l’innalzamento del tenore di vita e programmi di sussidi e sostegno pubblici.
Queste non sono le politiche che i Repubblicani e i Democratici di oggi consigliano. Se la Reaganomics, il Thatcherismo e i sostenitori del libero mercato di Chicago avessero guidato la politica economica americana alla fine del XIX secolo, gli Stati Uniti non avrebbero raggiunto il loro predominio industriale. Non sorprende quindi che la logica protezionistica e degli investimenti pubblici che ha guidato l’industrializzazione americana sia stata cancellata dalla storia degli Stati Uniti. Non gioca alcun ruolo nella falsa narrazione di Donald Trump promuovere la sua abolizione delle imposte progressive sul reddito, la riduzione del personale statale e la privatizzazione delle sue attività.
Ciò che Trump ammira particolarmente nella politica industriale americana del diciannovesimo secolo è l’assenza di un’imposta progressiva sul reddito e il finanziamento del governo principalmente attraverso le entrate tariffarie. Questo gli ha dato l’idea di sostituire l’imposta progressiva sul reddito che gravava sulla sua stessa classe di donatori – l’uno per cento che non pagava alcuna imposta sul reddito prima della sua promulgazione nel 1913 – con tariffe pensate per ricadere solo sui consumatori (ovvero, sul lavoro). Una nuova età dell’oro, davvero!
Ammirando l’assenza di una tassazione progressiva sul reddito nell’era del suo eroe, William McKinley (eletto presidente nel 1896 e nel 1900), Trump ammira gli eccessi economici e la disuguaglianza della Gilded Age. Tale disuguaglianza fu ampiamente criticata come una distorsione dell’efficienza economica e del progresso sociale. Per contrastare la corrosiva e ostentata ricerca della ricchezza che causava tale distorsione, il Congresso approvò la legge anti-trust Sherman nel 1890, seguita da Teddy Roosevelt con il suo smantellamento dei trust, e fu approvata un’imposta sul reddito notevolmente progressiva che gravava quasi interamente sui redditi finanziari e immobiliari dei rentier e sulle rendite monopolistiche.
Trump sta quindi promuovendo una narrazione semplicistica e palesemente falsa su ciò che ha reso la politica di industrializzazione americana del diciannovesimo secolo così efficace. Per lui, ciò che è grande è la parte “dorata” della Gilded Age, non il suo decollo industriale e socialdemocratico guidato dallo stato. La sua panacea è che i dazi sostituiscano le imposte sul reddito, insieme alla privatizzazione di ciò che resta delle funzioni governative. Ciò darebbe libero sfogo a una nuova schiera di baroni ladri per arricchirsi ulteriormente riducendo la tassazione e la regolamentazione governativa, riducendo al contempo il deficit di bilancio svendendo il demanio pubblico rimanente, dai parchi nazionali all’ufficio postale ai laboratori di ricerca.
Le politiche chiave che hanno portato al successo del decollo industriale americano
I dazi doganali da soli non furono sufficienti a innescare il decollo industriale dell’America, né quello della Germania e di altre nazioni che cercavano di sostituire e superare il monopolio industriale e finanziario della Gran Bretagna. La chiave era utilizzare i proventi tariffari per sovvenzionare gli investimenti pubblici, combinati con il potere regolamentare e soprattutto con la politica fiscale, per ristrutturare l’economia su più fronti e plasmare il modo in cui lavoro e capitale erano organizzati.
L’obiettivo principale era aumentare la produttività del lavoro. Ciò richiedeva una forza lavoro sempre più qualificata, che a sua volta richiedeva un miglioramento del tenore di vita, istruzione, condizioni di lavoro sane, tutela dei consumatori e regolamentazione della sicurezza alimentare. La dottrina dell’Economia degli Alti Salari riconosceva che una manodopera istruita, sana e ben nutrita poteva essere venduta a prezzi inferiori a quella del “lavoro indigente”.
Il problema era che i datori di lavoro hanno sempre cercato di aumentare i propri profitti contrastando la richiesta di salari più elevati da parte dei lavoratori. Il decollo industriale americano ha risolto questo problema riconoscendo che il tenore di vita dei lavoratori è il risultato non solo dei livelli salariali, ma anche del costo della vita. Nella misura in cui gli investimenti pubblici finanziati dalle entrate tariffarie potevano coprire il costo della fornitura di beni di prima necessità, il tenore di vita e la produttività del lavoro potevano aumentare senza che gli industriali subissero una diminuzione dei profitti.
I principali bisogni di base erano l’istruzione gratuita, il supporto alla sanità pubblica e servizi sociali affini. Gli investimenti in infrastrutture pubbliche nei trasporti (canali e ferrovie), nelle comunicazioni e in altri servizi di base che erano monopoli naturali furono intrapresi anche per impedire che si trasformassero in feudi privati in cerca di rendite monopolistiche a spese dell’economia in generale. Simon Patten, il primo professore di economia americano presso la sua prima business school (la Wharton School presso l’Università della Pennsylvania), definì gli investimenti pubblici nelle infrastrutture un “quarto fattore di produzione”. [1] A differenza del capitale del settore privato, il suo obiettivo non era realizzare un profitto, tanto meno massimizzare i suoi prezzi a quanto il mercato avrebbe sopportato. L’obiettivo era fornire servizi pubblici a costo o a una tariffa sovvenzionata o addirittura gratuitamente.
Contrariamente alla tradizione europea, gli Stati Uniti lasciarono molti servizi di base in mani private, ma li regolamentarono per impedire che si creassero rendite di monopolio. I leader aziendali sostennero questa economia mista pubblico-privata, ritenendo che sovvenzionasse un’economia a basso costo e aumentasse così il loro (e loro) vantaggio competitivo nell’economia internazionale.
Il servizio pubblico più importante, ma anche il più difficile da introdurre, era il sistema monetario e finanziario necessario per fornire credito sufficiente a finanziare la crescita industriale del paese. La creazione di credito cartaceo privato e/o pubblico richiedeva la sostituzione della stretta dipendenza dai lingotti d’oro come moneta. I lingotti rimasero a lungo la base per il pagamento dei dazi doganali al Tesoro, che li drenò dall’economia in generale, limitandone la disponibilità per il finanziamento dell’industria. Gli industriali sostenevano l’abbandono dell’eccessiva dipendenza dai lingotti con la creazione di un sistema bancario nazionale per fornire una crescente sovrastruttura di credito cartaceo per finanziare la crescita industriale. [2]
L’economia politica classica considerava la politica fiscale la leva più importante per orientare l’allocazione delle risorse e del credito verso l’industria. Il suo principale obiettivo politico era minimizzare la rendita economica (l’eccesso dei prezzi di mercato rispetto al valore di costo intrinseco) liberando i mercati dai redditi da rentier sotto forma di rendita fondiaria, rendita monopolistica, interessi e commissioni finanziarie. Da Adam Smith a David Ricardo, John Stuart Mill, fino a Marx e altri socialisti, la teoria classica del valore definiva tale rendita economica come reddito non guadagnato, estratto senza contribuire alla produzione e quindi un’imposizione inutile sulla struttura dei costi e dei prezzi dell’economia. Le imposte sui profitti industriali e sui salari dei lavoratori si aggiungevano al costo di produzione e quindi dovevano essere evitate, mentre la rendita fondiaria, la rendita monopolistica e i guadagni finanziari dovevano essere tassati, oppure terra, monopoli e credito potevano semplicemente essere nazionalizzati nel demanio pubblico per ridurre i costi di accesso al settore immobiliare e ai servizi monopolistici e ridurre gli oneri finanziari.
Queste politiche basate sulla distinzione classica tra costo-valore intrinseco e prezzo di mercato sono ciò che ha reso il capitalismo industriale così rivoluzionario. Liberare le economie dai redditi da rentier attraverso la tassazione della rendita economica mirava a minimizzare il costo della vita e delle attività commerciali, e anche a minimizzare il predominio politico di un’élite al potere, quella finanziaria e quella dei proprietari terrieri. Quando gli Stati Uniti imposero la loro prima imposta progressiva sul reddito nel 1913, solo il 2% degli americani aveva un reddito sufficientemente elevato da richiedere loro di presentare una dichiarazione dei redditi. La stragrande maggioranza dell’imposta del 1913 ricadeva sui redditi da rentier degli interessi finanziari e immobiliari e sulle rendite di monopolio ricavate dai trust organizzati dal sistema bancario.
Come la politica neoliberista americana inverte la sua precedente dinamica industriale
Dall’inizio del periodo neoliberista negli anni ’80, il reddito disponibile dei lavoratori statunitensi è stato compresso dagli elevati costi per i beni di prima necessità, mentre il costo della vita li ha estromessi dai mercati mondiali. Questo non è la stessa cosa di un’economia ad alto salario. Si tratta di un’appropriazione indebita dei salari per pagare le varie forme di rendita economica che hanno proliferato e distrutto la struttura dei costi americana, un tempo competitiva. L’attuale reddito medio di 175.000 dollari per una famiglia di quattro persone non viene speso principalmente in prodotti o servizi prodotti dai lavoratori dipendenti. Viene in gran parte assorbito dal settore finanziario, assicurativo e immobiliare (FIRE) e dai monopoli al vertice della piramide economica.
Il peso del debito del settore privato è in gran parte responsabile dell’attuale spostamento dei salari dal miglioramento del tenore di vita dei lavoratori, e degli utili aziendali dal finanziamento di nuovi investimenti di capitale tangibile, ricerca e sviluppo per le aziende industriali. I datori di lavoro non hanno retribuito i propri dipendenti a sufficienza per mantenere il loro tenore di vita e sostenere questo onere finanziario, assicurativo e immobiliare, lasciando la manodopera statunitense sempre più indietro.
Gonfiato dal credito bancario e dall’aumento del rapporto debito/reddito, il costo indicativo dell’alloggio negli Stati Uniti per chi acquista casa è salito al 43% del reddito, ben al di sopra del precedente 25%. La Federal Housing Authority assicura i mutui per garantire che le banche che seguono questa linea guida non subiscano perdite, nonostante arretrati e inadempienze raggiungano massimi storici. I tassi di proprietà immobiliare sono scesi da oltre il 69% nel 2005 a meno del 63% durante l’ondata di pignoramenti di Obama dopo la crisi dei mutui spazzatura del 2008. Affitti e prezzi delle case sono aumentati costantemente (soprattutto durante il periodo in cui la Federal Reserve ha deliberatamente mantenuto bassi i tassi di interesse per gonfiare i prezzi degli asset e sostenere il settore finanziario, e mentre il capitale privato ha acquistato case che i lavoratori dipendenti non possono permettersi), rendendo l’alloggio di gran lunga la voce di spesa più onerosa sul reddito da lavoro dipendente.
Anche gli arretrati di debito stanno aumentando vertiginosamente, a causa del debito scolastico contratto dagli studenti per ottenere un lavoro meglio retribuito e, in molti casi, per il debito per l’auto necessario per raggiungere il lavoro. A questo si aggiunge il debito delle carte di credito che si accumula solo per arrivare a fine mese. Il disastro dell’assicurazione sanitaria privatizzata assorbe ora il 18% del PIL statunitense, eppure il debito sanitario è diventato una delle principali cause di fallimento personale. Tutto ciò è esattamente l’opposto di quanto previsto dalla politica originale dell’Economia degli Alti Salari per l’industria americana.
Questa finanziarizzazione neoliberista – la proliferazione dei costi di rentier, l’inflazione dei costi di abitazione e assistenza sanitaria e la necessità di vivere a credito oltre il solo reddito – ha due effetti. Il più evidente è che la maggior parte delle famiglie americane non è riuscita ad aumentare i propri risparmi dal 2008 e vive di stipendio in stipendio. Il secondo effetto è stato che, con i datori di lavoro obbligati a pagare la propria forza lavoro in misura sufficiente a sostenere questi costi di rentier, il salario di sussistenza per la manodopera americana è aumentato a tal punto da superare quello di qualsiasi altra economia nazionale per cui l’industria americana non può più competere con quella dei paesi stranieri.
La privatizzazione e la deregolamentazione dell’economia statunitense hanno costretto datori di lavoro e lavoratori a sostenere i costi dei rentier, tra cui l’aumento dei prezzi delle case e l’aumento del debito pubblico, che sono parte integrante delle attuali politiche neoliberiste. La conseguente perdita di competitività industriale rappresenta il principale ostacolo alla sua reindustrializzazione. Dopotutto, sono stati proprio questi oneri dei rentier a deindustrializzare l’economia, rendendola meno competitiva sui mercati mondiali e stimolando la delocalizzazione dell’industria attraverso l’aumento del costo dei beni di prima necessità e delle attività commerciali. Il pagamento di tali oneri riduce inoltre il mercato interno, riducendo la capacità dei lavoratori di acquistare ciò che producono. La politica tariffaria di Trump non risolve questi problemi, ma li aggraverà accelerando l’inflazione dei prezzi.
È improbabile che questa situazione cambi a breve, perché i beneficiari delle attuali politiche neoliberiste – i destinatari di queste tariffe rentier che gravano sull’economia statunitense – sono diventati la classe politica dei donatori miliardari. Per aumentare il loro reddito rentier e le plusvalenze e renderli irreversibili, questa oligarchia risorgente sta spingendo per privatizzare ulteriormente e svendere il settore pubblico invece di fornire servizi sovvenzionati per soddisfare i bisogni primari dell’economia al minimo costo. I maggiori servizi pubblici che sono stati privatizzati sono monopoli naturali, motivo per cui sono stati mantenuti di dominio pubblico in primo luogo (vale a dire, per evitare l’estrazione di rendite monopolistiche).
Si pretende che la proprietà privata, volta al profitto, incentivi ad aumentare l’efficienza. La realtà è che i prezzi di quelli che un tempo erano servizi pubblici vengono aumentati fino a raggiungere la soglia di tolleranza del mercato per i trasporti, le comunicazioni e altri settori privatizzati. Si attende con ansia il destino delle Poste statunitensi, che il Congresso sta cercando di privatizzare.
Né l’aumento della produzione né la riduzione dei costi sono l’obiettivo dell’attuale svendita di asset governativi. La prospettiva di possedere un monopolio privatizzato in grado di ricavare una rendita monopolistica ha spinto i gestori finanziari a prendere in prestito denaro per acquisire queste aziende, aggiungendo il pagamento del debito alla loro struttura di costi. I gestori iniziano quindi a vendere gli immobili delle aziende per ottenere denaro veloce che distribuiscono sotto forma di dividendi straordinari, riaffittando gli immobili necessari per operare. Il risultato è un monopolio ad alto costo, fortemente indebitato e con profitti in calo. Questo è il modello neoliberista che va dalla paradigmatica privatizzazione di Thames Water in Inghilterra alle ex aziende industriali private e finanziarizzate come General Electric e Boeing.
Contrariamente al decollo del capitalismo industriale del XIX secolo, l’obiettivo dei privatizzatori nell’attuale epoca postindustriale del capitalismo finanziario rentier è quello di realizzare plusvalenze “in conto capitale” sulle azioni di imprese fino ad allora pubbliche, privatizzate, finanziarizzate e deregolamentate. Un obiettivo finanziario simile è stato perseguito nell’arena privata, dove il piano aziendale del settore finanziario è stato quello di sostituire la ricerca del profitto aziendale con la realizzazione di plusvalenze in azioni, obbligazioni e immobili.
La stragrande maggioranza di azioni e obbligazioni è detenuta dal 10% più ricco, non dal 90% più povero. Mentre la loro ricchezza finanziaria è aumentata vertiginosamente, il reddito personale disponibile della maggioranza (al netto delle commissioni di rentier) si è ridotto. Nell’attuale capitalismo finanziario rentier, l’economia si muove in due direzioni contemporaneamente: in calo per il settore manifatturiero, in crescita per i diritti finanziari e di altro tipo derivanti da rentier sul lavoro e sul capitale di questo settore.
L’economia mista pubblico-privata che in passato ha sostenuto l’industria americana minimizzando il costo della vita e favorendo le attività commerciali è stata rovesciata da quello che è il più influente elettorato di Trump (e anche quello dei Democratici, a dire il vero) – l’1% più ricco, che continua a marciare sotto la bandiera libertaria del Thatcherismo, della Reaganomics e degli ideologi antigovernativi (ovvero anti-sindacali) di Chicago. Accusano le imposte progressive sul reddito e sul patrimonio, gli investimenti nelle infrastrutture pubbliche e il ruolo di regolatore del governo per prevenire comportamenti economici predatori e la polarizzazione, di intrusioni nel “libero mercato”.
La domanda, ovviamente, è “libero per chi”? Ciò che intendono è un mercato libero per i ricchi che vogliono ricavare rendite economiche. Ignorano sia la necessità di tassare o comunque minimizzare le rendite economiche per raggiungere la competitività industriale, sia il fatto che tagliare le imposte sul reddito dei ricchi – e poi insistere sul pareggio del bilancio pubblico come quello di una famiglia per evitare di indebitarsi ulteriormente – priva l’economia di un’iniezione pubblica di potere d’acquisto. Senza spesa pubblica netta, l’economia è costretta a rivolgersi alle banche per i finanziamenti, i cui prestiti con interessi crescono esponenzialmente e spiazzano la spesa per beni e servizi reali. Ciò intensifica la compressione salariale sopra descritta e la dinamica della deindustrializzazione.
Un effetto fatale di tutti questi cambiamenti è stato che, invece di industrializzare il sistema bancario e finanziario come previsto nel diciannovesimo secolo, il capitalismo ha finanziarizzato l’industria. Il settore finanziario non ha destinato il proprio credito al finanziamento di nuovi mezzi di produzione, ma all’acquisizione di attività già esistenti, principalmente immobili e società esistenti. Questo ha gravato le attività di debito, gonfiando le plusvalenze, poiché il settore finanziario ha prestato denaro per aumentarne i prezzi.
Questo processo di aumento della ricchezza finanziarizzata aumenta il carico economico non solo sotto forma di debito, ma anche sotto forma di prezzi di acquisto più elevati (gonfiati dal credito bancario) per immobili, aziende industriali e di altro tipo. E in linea con il suo piano aziendale di realizzare plusvalenze, il settore finanziario ha cercato di detassare tali plusvalenze. Ha anche assunto un ruolo guida nel sollecitare tagli alle imposte immobiliari in modo da lasciare che una parte maggiore del crescente valore di lotti di abitazioni e uffici – la loro rendita di locazione – venga impegnata alle banche, anziché fungere da principale base imponibile per i sistemi fiscali locali e nazionali, come auspicato dagli economisti classici per tutto il diciannovesimo secolo.
Il risultato è stato un passaggio da una tassazione progressiva a una regressiva. I redditi da rentier e le plusvalenze finanziate dal debito sono stati esentati da tassazione e l’onere fiscale è stato trasferito sul lavoro e sull’industria. È questo spostamento di tassazione che ha incoraggiato i responsabili finanziari delle aziende a sostituire la ricerca del profitto aziendale con la realizzazione di plusvalenze, come descritto in precedenza.
Ciò che prometteva di essere un’armonia di interessi per tutte le classi – da raggiungere aumentando la loro ricchezza indebitandosi e guardando i prezzi delle case e di altri immobili, azioni e obbligazioni salire – si è trasformato in una guerra di classe. Ora è molto più della guerra di classe del capitale industriale contro il lavoro familiare nel diciannovesimo secolo. La forma postmoderna di guerra di classe è quella del capitale finanziario contro sia il lavoro che l’industria. I datori di lavoro sfruttano ancora il lavoro cercando profitti pagando il lavoro meno di quanto vendano i loro prodotti. Ma il lavoro è stato sempre più sfruttato dal debito – debito ipotecario (con il credito “più facile” che alimenta l’inflazione dei costi abitativi, alimentata dal debito), debito studentesco, debito automobilistico e debito da carte di credito solo per far fronte al suo costo della vita di pareggio.
Il pagamento di questi oneri debitori aumenta il costo del lavoro per i datori di lavoro industriali, limitando la loro capacità di realizzare profitti. E (come indicato in precedenza) è proprio questo sfruttamento dell’industria (e dell’intera economia) da parte del capitale finanziario e di altri rentier che ha stimolato la delocalizzazione dell’industria e la deindustrializzazione degli Stati Uniti e di altre economie occidentali che hanno seguito lo stesso percorso politico. [3]
In netto contrasto con la deindustrializzazione occidentale, si colloca il decollo industriale di successo della Cina. Oggi, il tenore di vita in Cina è, per gran parte della popolazione, sostanzialmente pari a quello degli Stati Uniti. Ciò è dovuto alla politica del governo cinese di fornire sostegno pubblico ai datori di lavoro industriali, sovvenzionando beni di prima necessità (ad esempio, istruzione e assistenza medica) e servizi pubblici come la ferrovia ad alta velocità, la metropolitana locale e altri trasporti, migliori comunicazioni ad alta tecnologia e altri beni di consumo, insieme ai relativi sistemi di pagamento.
Soprattutto, la Cina ha mantenuto il settore bancario e la creazione di credito come servizi pubblici. Questa è la politica chiave che le ha permesso di evitare la finanziarizzazione che ha deindustrializzato gli Stati Uniti e altre economie occidentali.
La grande ironia è che la politica industriale cinese è sorprendentemente simile a quella che ha caratterizzato il decollo industriale americano del diciannovesimo secolo. Il governo cinese, come appena accennato, ha finanziato le infrastrutture di base e le ha mantenute di dominio pubblico, fornendo i suoi servizi a prezzi bassi per mantenere la struttura dei costi dell’economia il più bassa possibile. E l’aumento dei salari e del tenore di vita in Cina ha effettivamente trovato la sua controparte nell’aumento della produttività del lavoro.
Ci sono miliardari in Cina, ma non sono considerati eroi celebri o modelli di come l’economia in generale dovrebbe cercare di svilupparsi. L’accumulo di cospicue fortune, come quelle che hanno caratterizzato l’Occidente e creato la sua classe politica di donatori, è stato contrastato da sanzioni politiche e morali contro l’uso della ricchezza personale per ottenere il controllo delle politiche economiche pubbliche.
Questo attivismo governativo, che la retorica statunitense denuncia come “autocrazia” cinese, è riuscito a fare ciò che le democrazie occidentali non sono riuscite a fare: impedire l’emergere di un’oligarchia finanziarizzata di rentier che usa la propria ricchezza per comprare il controllo del governo e prendere il controllo dell’economia privatizzando le funzioni governative e promuovendo i propri guadagni indebitando il resto dell’economia verso se stessa, smantellando al contempo la politica di regolamentazione pubblica.
Quale era l'età dorata che Trump spera di far risorgere?
Trump e i Repubblicani hanno anteposto un obiettivo politico a tutti gli altri: tagliare le tasse, soprattutto una tassazione progressiva che colpisca principalmente i redditi più alti e il patrimonio personale. Sembra che a un certo punto Trump abbia chiesto a qualche economista se esistesse un modo alternativo per i governi di autofinanziarsi. Qualcuno deve averlo informato che dall’indipendenza americana fino alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, la fonte di entrate governative di gran lunga dominante erano le entrate doganali derivanti dai dazi.
È facile vedere la lampadina che si è accesa nella mente di Trump. I dazi non ricadono sulla sua classe di rentier, composta da miliardari immobiliari, finanziari e monopolisti, ma principalmente sulla manodopera (e anche sull’industria, per le importazioni di materie prime e componenti necessarie).
Con l’introduzione di tariffe doganali enormi e senza precedenti il 3 aprile, Trump ha promesso che le tariffe stesse, da sole, avrebbero reindustrializzato l’America, creando una barriera protettiva e consentendo al Congresso di tagliare le tasse sugli americani più ricchi, che a suo avviso saranno così incentivati a “ricostruire” l’industria americana. È come se dare più ricchezza ai dirigenti finanziari che hanno deindustrializzato l’economia americana potesse in qualche modo consentire una ripetizione del decollo industriale che raggiunse l’apice negli anni Novanta dell’Ottocento sotto William McKinley.
Ciò che la narrazione di Trump tralascia è che i dazi erano semplicemente la precondizione per il sostegno dell’industria da parte del governo in un’economia mista pubblico-privata in cui il governo plasmava i mercati in modi volti a minimizzare il costo della vita e delle attività commerciali. Questo sostegno pubblico è ciò che ha conferito all’America del diciannovesimo secolo il suo vantaggio competitivo internazionale. Ma dato il suo obiettivo economico guida di esentare dalle tasse se stesso e il suo elettorato politico più influente, ciò che attrae Trump è semplicemente il fatto che il governo non avesse ancora un’imposta sul reddito.
Ciò che attrae Trump è anche la super-ricchezza di una classe di baroni ladri, nelle cui fila può facilmente immaginarsi come in un romanzo storico. Ma quella coscienza di classe autoindulgente ha un punto cieco rispetto a come le sue stesse pulsioni per redditi e ricchezze predatorie distruggano l’economia circostante, mentre fantastica che i baroni ladri abbiano fatto fortuna essendo i grandi organizzatori e motori dell’industria. Non sa che la Gilded Age non è emersa come parte della strategia industriale americana per il successo, ma perché non aveva ancora regolamentato i monopoli e tassato il reddito dei rentier. Le grandi fortune furono rese possibili dal fallimento iniziale nella regolamentazione dei monopoli e nella tassazione della rendita economica. “History of the Great American Fortunes” di Gustavus Myers racconta la storia di come i monopoli ferroviari e immobiliari siano stati creati a spese dell’economia in generale.
La legislazione antitrust americana è stata promulgata per affrontare questo problema, e l’imposta sul reddito originaria del 1913 si applicava solo al 2% più ricco della popolazione. Colpiva (come notato sopra) principalmente la ricchezza finanziaria e immobiliare e i monopoli – interessi finanziari, rendite fondiarie e rendite monopolistiche – non il lavoro o la maggior parte delle imprese. Al contrario, il piano di Trump è quello di sostituire la tassazione delle classi più ricche di rentier con tariffe pagate principalmente dai consumatori americani. Per condividere la sua convinzione che la prosperità nazionale possa essere raggiunta attraverso il favoritismo fiscale per la sua classe di donatori, detassando il loro reddito da rentier, è necessario bloccare la consapevolezza che una tale politica fiscale impedirà la reindustrializzazione dell’America che lui afferma di volere.
L’economia statunitense non può essere reindustrializzata senza liberarla dai redditi da rentier
Gli effetti più immediati della politica tariffaria di Trump saranno la disoccupazione dovuta alla crisi commerciale (oltre alla disoccupazione derivante dai tagli al personale pubblico imposti dal DOGE) e un aumento dei prezzi al consumo per una forza lavoro già schiacciata dagli oneri finanziari, assicurativi e immobiliari che deve sostenere come prima voce di credito sul proprio reddito da lavoro. Gli arretrati su mutui, prestiti auto e prestiti con carte di credito sono già a livelli storicamente elevati e più della metà degli americani non ha alcun risparmio netto, dichiarando ai sondaggisti di non essere in grado di far fronte a un’emergenza come raccogliere 400 dollari.
In queste circostanze, il reddito personale disponibile non può aumentare. E la produzione americana non può evitare di essere interrotta dalle perturbazioni commerciali e dai licenziamenti che saranno causati dalle enormi barriere tariffarie minacciate da Trump, almeno fino alla conclusione dei suoi negoziati paese per paese per ottenere concessioni economiche dagli altri paesi in cambio del ripristino di un accesso più normale al mercato americano. Mentre Trump ha annunciato una pausa di 90 giorni durante la quale i dazi saranno ridotti al 10% per i paesi che hanno indicato la disponibilità a negoziare, ha aumentato i dazi sulle importazioni cinesi al 145%. [4] La Cina e altri paesi e aziende straniere hanno già smesso di esportare materie prime e componenti necessari all’industria americana. Per molte aziende sarà troppo rischioso riprendere gli scambi commerciali finché l’incertezza che circonda questi negoziati politici non sarà risolta. Ci si può aspettare che alcuni paesi utilizzino questa fase intermedia per trovare alternative al mercato statunitense (inclusa la produzione per la propria popolazione).
Quanto alla speranza di Trump di convincere le aziende straniere a trasferire le loro fabbriche negli Stati Uniti, queste aziende corrono il rischio di vedersi imporre una spada di Damocle sulla testa di investitori stranieri. A tempo debito, potrebbe semplicemente insistere affinché vendano la loro filiale americana a investitori nazionali, come Trump ha chiesto alla Cina di fare con TikTok.
E il problema più fondamentale, ovviamente, è che il crescente debito pubblico dell’economia americana, i costi dell’assicurazione sanitaria e degli alloggi hanno già estromesso la manodopera statunitense e i suoi prodotti dai mercati mondiali. La politica tariffaria di Trump non risolverà questo problema. Anzi, i suoi dazi, aumentando i prezzi al consumo, aggraveranno ulteriormente questo problema, facendo aumentare ulteriormente il costo della vita e quindi il prezzo della manodopera americana.
Invece di sostenere la ricrescita dell’industria statunitense, l’effetto dei dazi e delle altre politiche fiscali di Trump sarà quello di proteggere e sovvenzionare l’obsolescenza e la deindustrializzazione finanziarizzata. Senza ristrutturare l’ economia finanziarizzata basata sulla rendita per riportarla al piano aziendale originale del capitalismo industriale, con i mercati liberati dai redditi da rendita, come sostenuto dagli economisti classici e dalle loro distinzioni tra valore e prezzo, e quindi tra rendita e profitto industriale, il suo programma non riuscirà a reindustrializzare l’America. Anzi, minaccia di spingere l’economia statunitense verso la depressione, almeno per il 90% della popolazione.
Ci troviamo quindi di fronte a due filosofie economiche opposte. Da un lato, il programma industriale originario seguito dagli Stati Uniti e dalla maggior parte delle altre nazioni di successo. Si tratta del programma classico basato su investimenti in infrastrutture pubbliche e una forte regolamentazione governativa, con salari in aumento protetti da dazi che fornivano al settore pubblico entrate e opportunità di profitto per creare fabbriche e impiegare manodopera.
Trump non ha intenzione di ricreare un’economia del genere. Piuttosto, sostiene la filosofia economica opposta: ridimensionamento del governo, indebolimento della regolamentazione pubblica, privatizzazione delle infrastrutture pubbliche e abolizione delle imposte progressive sul reddito. Questo è il programma neoliberista che ha aggravato la struttura dei costi per l’industria e polarizzato ricchezza e reddito tra creditori e debitori. Donald Trump presenta erroneamente questo programma come un sostegno all’industria, non la sua antitesi.
Imporre dazi mentre si prosegue con il programma neoliberista non farà altro che proteggere la senilità, sotto forma di una produzione industriale gravata da alti costi del lavoro dovuti all’aumento dei prezzi delle case, dell’assicurazione sanitaria, dell’istruzione e dei servizi acquistati da aziende di servizi pubblici privatizzate, che un tempo fornivano beni di prima necessità per comunicazioni, trasporti e altri bisogni essenziali a prezzi sovvenzionati anziché con rendite di monopolio finanziarizzate. Sarà un’età dell’oro appannata.
Sebbene Trump possa essere sincero nel voler reindustrializzare l’America, il suo obiettivo è quello di tagliare le tasse sulla sua classe di donatori, immaginando che le entrate tariffarie possano finanziare questo progetto. Ma gran parte del commercio si è già bloccato. Quando gli scambi commerciali riprenderanno alla normalità e da essi si genereranno entrate tariffarie, si saranno verificati licenziamenti su larga scala, portando i lavoratori interessati a sprofondare ulteriormente nei debiti, con l’economia americana in una posizione peggiore per reindustrializzarsi.
La dimensione geopolitica
I negoziati paese per paese condotti da Trump per ottenere concessioni economiche da altri paesi in cambio del ripristino dell’accesso al mercato americano porteranno senza dubbio alcuni paesi a soccombere a questa tattica coercitiva. Trump ha infatti annunciato che oltre 75 paesi hanno contattato il governo degli Stati Uniti per negoziare. Ma alcuni paesi asiatici e latinoamericani stanno già cercando un’alternativa all’uso che gli Stati Uniti fanno della dipendenza commerciale come arma per estorcere concessioni. I paesi stanno discutendo opzioni per unirsi e creare un mercato commerciale reciproco con regole meno anarchiche.
Il risultato di questa azione sarebbe che la politica di Trump diventerebbe un ulteriore passo nella marcia americana della Guerra Fredda verso l’isolamento dai rapporti commerciali e di investimento con il resto del mondo, potenzialmente anche con alcuni dei suoi satelliti europei. Gli Stati Uniti corrono il rischio di essere riportati a quello che a lungo è stato ritenuto il loro più forte vantaggio economico: la capacità di essere autosufficienti in cibo, materie prime e manodopera. Ma si sono già deindustrializzati e hanno poco da offrire agli altri paesi, se non la promessa di non danneggiarli, di non interrompere i loro scambi commerciali e di non imporre loro sanzioni se accettano di lasciare che gli Stati Uniti siano i principali beneficiari della loro crescita economica.
L’arroganza dei leader nazionali che cercano di estendere il proprio impero è antica come il mondo, così come la loro nemesi, che di solito si rivela essere loro stessi. Al suo secondo insediamento, Trump promise una nuova Età dell’Oro. Erodoto (Storia, Libro 1.53) racconta la storia di Creso, re di Lidia intorno al 585-546 a.C. in quella che oggi è la Turchia occidentale e la costa ionica del Mediterraneo. Creso conquistò Efeso, Mileto e i regni confinanti di lingua greca, ottenendo tributi e bottino che lo resero uno dei sovrani più ricchi del suo tempo, famoso in particolare per la sua moneta d’oro. Ma queste vittorie e ricchezze portarono ad arroganza e arroganza. Creso rivolse lo sguardo verso oriente, ambizioso di conquistare la Persia, governata da Ciro il Grande.
Dopo aver dotato il cosmopolita Tempio di Delfi di ingenti quantità d’oro e d’argento, Creso chiese all’Oracolo se avrebbe avuto successo nella conquista che aveva pianificato. La sacerdotessa Pizia rispose: “Se andrai in guerra contro la Persia, distruggerai un grande impero”.
Creso, ottimista, si mise in viaggio per attaccare la Persia intorno al 547 a.C. Marciando verso est, attaccò la Frigia, stato vassallo della Persia. Ciro organizzò un’Operazione Militare Speciale per respingere Creso, sconfiggendone l’esercito, catturandolo e cogliendo l’occasione per impadronirsi dell’oro della Lidia e introdurre la propria moneta aurea persiana. Creso, quindi, distrusse davvero un grande impero, ma era il suo.
Torniamo al presente. Come Creso che sperava di ottenere le ricchezze di altri paesi per la sua monetazione aurea, Trump sperava che la sua aggressione commerciale globale avrebbe permesso all’America di estorcere ricchezze ad altre nazioni e rafforzare il ruolo del dollaro come valuta di riserva contro le manovre difensive straniere volte a de-dollarizzare e a creare piani alternativi per condurre il commercio internazionale e detenere riserve estere. Ma la posizione aggressiva di Trump ha ulteriormente minato la fiducia nel dollaro all’estero e sta causando gravi interruzioni nella catena di approvvigionamento dell’industria statunitense, bloccando la produzione e causando licenziamenti in patria.
Gli investitori speravano in un ritorno alla normalità, con il Dow Jones Industrial Average in forte rialzo dopo la sospensione dei dazi da parte di Trump, per poi tornare indietro quando è diventato chiaro che stava ancora tassando tutti i paesi del 10% (e la Cina di un proibitivo 145%). Ora sta diventando evidente che la sua radicale interruzione degli scambi commerciali non può essere revocata. I dazi annunciati da Trump il 3 aprile, seguiti dalla sua dichiarazione che questa era semplicemente la sua richiesta massima, da negoziare bilateralmente paese per paese per ottenere concessioni economiche e politiche (soggette a ulteriori modifiche a discrezione di Trump), hanno sostituito l’idea tradizionale di un insieme di regole coerenti e vincolanti per tutti i paesi. La sua richiesta che gli Stati Uniti debbano essere “il vincitore” in qualsiasi transazione ha cambiato il modo in cui il resto del mondo vede le proprie relazioni economiche con gli Stati Uniti. Una logica geopolitica completamente diversa sta ora emergendo per creare un nuovo ordine economico internazionale.
La Cina ha risposto con dazi e controlli sulle esportazioni, poiché i suoi scambi commerciali con gli Stati Uniti sono congelati, potenzialmente paralizzati. Sembra improbabile che la Cina elimini i controlli sulle esportazioni su molti prodotti essenziali per le catene di approvvigionamento statunitensi. Altri paesi stanno cercando alternative alla loro dipendenza commerciale dagli Stati Uniti e il riassetto dell’economia globale è ora in fase di negoziazione, comprese politiche difensive di de-dollarizzazione. Trump ha compiuto un passo da gigante verso la distruzione di quello che era un grande impero.
Note
[1] I tre fattori di produzione usuali sono lavoro, capitale e terra. Ma è meglio concepire questi fattori in termini di classi di percettori di reddito. I capitalisti e i lavoratori svolgono un ruolo produttivo, ma i proprietari terrieri ricevono una rendita senza produrre un servizio produttivo, poiché la loro rendita fondiaria è un reddito non guadagnato che producono “nel sonno”.
[2] In contrasto con il sistema britannico di credito commerciale a breve termine e di un mercato azionario mirato a realizzare rapidi guadagni a spese del resto dell’economia, la Germania andò oltre gli Stati Uniti nel creare una simbiosi tra governo, industria pesante e sistema bancario. I suoi economisti chiamarono la logica su cui si basava questa simbiosi “Teoria Statale della Moneta”. Ne fornisco i dettagli in Killing the Host (2015, capitolo 7).
[3] La deindustrializzazione americana è stata anche facilitata dalla politica statunitense (iniziata sotto Jimmy Carter e accelerata sotto Bill Clinton) che promuoveva la delocalizzazione della produzione industriale in Messico, Cina, Vietnam e altri paesi con livelli salariali più bassi. Le politiche anti-immigrazione di Trump che giocano sul nativi americani sono un riflesso del successo di questa deliberata politica statunitense nella deindustrializzazione dell’America. Vale la pena notare che le sue politiche migratorie sono l’opposto di quelle del decollo industriale americano, che incoraggiavano l’immigrazione come fonte di manodopera – non solo manodopera qualificata in fuga dalla società oppressiva dell’Europa, ma anche manodopera a basso salario per lavorare nell’industria edile (per gli uomini) e nell’industria tessile (per le donne). Ma oggi, essendosi trasferita direttamente nei paesi da cui provenivano in precedenza gli immigrati che svolgevano lavoro industriale negli Stati Uniti, l’industria americana non ha bisogno di portarli negli Stati Uniti.
[4] La Casa Bianca ha sottolineato che la nuova tariffa del 125% di Trump sulla Cina si aggiunge alle tariffe IEEPA (International Emergency Economic Powers Act) del 20% già in vigore, portando la tariffa sulle importazioni cinesi a un impagabile 145%.
Fonte
01/02/2025
Guerra al mondo, con il dollaro
L’allarme viene questa volta direttamente dai giornali economici che, come detto più volte, sugli aspetti tecnici sono decisamente più attendibili dei “generalisti”, perché il loro pubblico è fatto di operatori sui mercati, che debbono perciò disporre di informazioni utili per investire soldi, non per fare gossip o piatta propaganda “atlantica”.
E quindi prendiamo dannatamente sul serio il grido sollevato da MilanoFinanza: “Perché le stablecoin Usa sono un rischio per banche e credito in Europa”.
Un po’ criptico, vero? Beh, bisogna allora spiegare intanto cosa sono e come funzionano le stablecoin, poi vedere perché minano la posizione di intermediazione del denaro tipica delle banche e infine che cosa ha combinato Donald Trump sull’argomento, con uno dei suoi cento “decreti esecutivi”.
Cos’é una stablecoin
Le stablecoin sono un tipo di criptovaluta progettata per mantenere un valore stabile, generalmente ancorato a una valuta fiat come il dollaro statunitense (USD) o a un paniere di asset.
A differenza delle criptovalute tradizionali (Bitcoin, Ethereum, ecc), soggette a violente fluttuazioni di prezzo, le stablecoin mirano a ridurre la volatilità, rendendole più adatte per transazioni quotidiane, riserva di valore e trasferimenti di fondi.
Le stablecoin “collateralizzate”, per esempio, sono sostenute da riserve di asset reali, spesso detenute da entità centralizzate. Ad esempio, Tether (USDT) e USD Coin (USDC) sono garantite da riserve in dollari statunitensi o equivalenti, periodicamente verificate da terze parti per garantire la fiducia.
Proprio per questa maggiore garanzia e stabilità della quotazione, insomma, le stablecoin sono ampiamente utilizzate nel trading di criptovalute come mezzo per evitare la volatilità, nel trasferimento di fondi transfrontalieri grazie alla loro velocità e basso costo, e in applicazioni di finanza decentralizzata, come prestiti e crediti.
Una moneta elettronica, insomma, quasi “normale”. Se non fosse per l’antipatica constatazione per cui, al 99%, l’insieme delle stablecoin si regge sul dollaro che – come moneta fiat – dipende dalla volontà e dagli interessi degli Stati Uniti.
Quando si compra una stablecoin, dunque, si trasferiscono i propri soldi da un conto di un qualsiasi paese del mondo (italiano, francese, turco, giapponese, ecc) a un conto statunitense. Ovvero alla società che gestisce la stablecoin prescelta.
Come impatta una stablecoin sul business delle banche
Come appena detto, se si trasferisce il proprio denaro a una società Usa è come se si cambiasse banca. Quella di cui ci serviamo attualmente, anche senza chiudere il conto, si troverà dei soldi in meno per fare il proprio lavoro (prestare soldi a famiglie e imprese, oppure per condurre proprie operazioni sui mercati, come stiamo vedendo in questi giorni con il “grande gioco” tra MontePaschi, Mediobanca e Generali).
Una banca tradizionale guadagna tenendo nel conto i nostri soldi e ogni volta che li usiamo (pagamenti, bonifici, investimenti, acquisto titoli, ecc). Se quei soldi vanno da un’altra parte perdono una quota dei loro guadagni.
Non c’è però, come singoli cittadini costretti ad avere un conto bancario anche solo per ricevere lo stipendio, da esserne troppo contenti. È vero che comprando una stablecoin faremmo un dispetto alla “nostra” banca, ma faremmo contemporaneamente un favore a quella nuova. Per noi poveri dipendenti o pensionati cambia zero.
Cambia invece qualcosa per il sistema bancario del paese o dell’area economica in cui viviamo.
La mossa di Trump
Il vecchio-nuovo presidente Usa, come si diceva, fin dal primo giorno ha emanato 100 “ordini esecutivi” (decisioni aventi valore di legge, anche se mai discusse nemmeno dal Congresso), uno dei quali relativi proprio al divieto di usare negli States le Central Bank Digital Currency – “monete digitali” emesse da Stati o comunità di Stati, come ad esempio l’euro digitale, ancora nella fase di studio di fattibilità – e intende estendere nel mondo l’utilizzo di stablecoin legate strettamente al dollaro.
In un colpo solo, insomma, intende ammazzare qualunque concorrente digitale del dollaro e favorire l’uso pressoché esclusivo della moneta Usa nelle transazioni internazionali.
Controllare la moneta per controllare il mondo, guadagnandoci anche sopra...
A conferma che questo è l’obiettivo reale e non una maligna interpretazione, lo stesso Trump ha accompagnato la decisione con la minaccia ai paesi Brics: “Chiederemo un impegno da questi Paesi apparentemente ostili a non creare una nuova valuta dei Brics, né sostenere altre valute per sostituire il potente dollaro statunitense, altrimenti affronteranno dazi del 100 per cento”.
Brutale, esplicito, non interpretabile.
E va ricordato che i Brics costituiscono ormai un insieme economico molto esteso (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, più Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Etiopia, Iran, mentre sulla porta ci sono Indonesia, Turchia, Messico, Nigeria, Bangladesh, Vietnam, Thailandia, Algeria, Pakistan, Kazakistan, Senegal, Zimbabwe, Venezuela, Sudan, Tunisia, probabilmente anche Cuba), che supera di gran lunga l’Occidente euro-atlantico per popolazione, Pil, tassi di crescita...
Ma di fatto questa dichiarazione di guerra è rivolta anche contro l’Unione Europea e specificamente all’unica istituzione economica unitaria che è riuscita a strutturare: la Bce.
Com’è noto, Francoforte sta da tempo lavorando al progetto di “euro digitale”, che all’inizio ha sollevato timori nelle banche commerciali europee per lo stesso motivo: perdere margini di intermediazione, dimensione dei depositi e dunque di guadagno.
C’è da dire però che un “euro digitale” sarebbe – o sarà – molto diverso da una stablecoin perché concepito come una versione digitale della moneta unica europea, complementare al contante e ai depositi bancari esistenti. A differenza delle criptovalute decentralizzate o delle stablecoin private, l’euro digitale sarebbe una moneta digitale emessa direttamente dalla BCE, mantenendo il controllo centrale sulla politica monetaria e sulla stabilità finanziaria.
Ogni cittadino europeo potrebbe comunque ottenere un “portafoglio digitale” presso la Bce (togliendo di fatto qualcosa alle banche commerciali), ma la discussione in corso a Francoforte verte appunto sui limiti da porre a questa possibilità (come l’entità delle cifre e la mancata corresponsione di interessi, pratica ancora comune in numerose banche private).
Il siluro di Trump è a testa multipla. In primo luogo è diretto contro quanti stanno cercando di creare un sistema internazionale dei pagamenti alternativo allo Swift (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication), strettamente controllato dagli Usa che in questo modo riescono anche a rendere effettive le “sanzioni” finanziarie decise – unilateralmente e illegalmente – dalla Casa Bianca.
E ancora una volta va contro i Brics+, che stanno cercando di integrare e interfacciare le diverse piattaforme fin qui costruite per aggirare sia le sanzioni che l’utilizzo obbligato del dollaro. E dunque il SPFS (System for Transfer of Financial Messages), creato dalla Banca Centrale Russa nel 2014; il CIPS (Cross-Border Interbank Payment System), lanciato dalla Cina nel 2015 per le transazioni in yuan; e altri sperimentati o progettati da Venezuela, Turchia, Iran, ecc.
Ma il bersaglio immediato, anche per la stretta “compresenza” tra le due sponde dell’Atlantico, è l’Unione Europea, la Bce, l’euro e soprattutto le banche del Vecchio Continente, gonfie di risparmi privati (al contrario di quelle Usa, piene di non performing loans). Spostare masse molto consistenti di capitale monetario verso gli Stati Uniti aiuterebbe molto quel mondo cadente a tamponare i propri problemi...
Siamo insomma davanti ad una dichiarazione di guerra finanziaria e monetaria a tutto il mondo. Washington grida “qui comando io, fuori i soldi!” e “guai a chi non obbedisce!”.
Una prova di forza che cancella trattati pluridecennali, oltre che consuetudini ed istituzioni “terze” (dall’Onu in giù), e quindi la stessa possibilità che continui ad esistere un “ordine internazionale basato su regole”.
Ma come sempre, quando si passa all’uso esplicito della forza, bisogna vedere se si dispone ancora – oppure no – proprio di quella forza necessaria a sostenere la sfida lanciata ai competitori. Se, come sembra ormai chiaro, c’è una sopravvalutazione di se stessi, si rischia l’effetto opposto: un’accelerazione della fuga del resto del mondo dai rapporti ineguali con gli Stati Uniti e le loro multinazionali.
Insomma: diversi paesi europei, seguendo l’esempio della Turchia, potrebbero cominciare a trovare conveniente l’associazione ai Brics+, lasciando l’America da sola a godersi la sua “meravigliosa economia” senza più la cannuccia (il dollaro) per vampirizzare il resto del mondo.
In fondo dei 100 “ordini esecutivi” uno – quello relativo al blocco di miliardi di dollari di aiuti pubblici, tra cui sussidi e indennità – è già sul punto di essere totalmente rivisto dopo le decine di ricorsi presentati da numerosi Stati...
Fonte
E quindi prendiamo dannatamente sul serio il grido sollevato da MilanoFinanza: “Perché le stablecoin Usa sono un rischio per banche e credito in Europa”.
Un po’ criptico, vero? Beh, bisogna allora spiegare intanto cosa sono e come funzionano le stablecoin, poi vedere perché minano la posizione di intermediazione del denaro tipica delle banche e infine che cosa ha combinato Donald Trump sull’argomento, con uno dei suoi cento “decreti esecutivi”.
Cos’é una stablecoin
Le stablecoin sono un tipo di criptovaluta progettata per mantenere un valore stabile, generalmente ancorato a una valuta fiat come il dollaro statunitense (USD) o a un paniere di asset.
A differenza delle criptovalute tradizionali (Bitcoin, Ethereum, ecc), soggette a violente fluttuazioni di prezzo, le stablecoin mirano a ridurre la volatilità, rendendole più adatte per transazioni quotidiane, riserva di valore e trasferimenti di fondi.
Le stablecoin “collateralizzate”, per esempio, sono sostenute da riserve di asset reali, spesso detenute da entità centralizzate. Ad esempio, Tether (USDT) e USD Coin (USDC) sono garantite da riserve in dollari statunitensi o equivalenti, periodicamente verificate da terze parti per garantire la fiducia.
Proprio per questa maggiore garanzia e stabilità della quotazione, insomma, le stablecoin sono ampiamente utilizzate nel trading di criptovalute come mezzo per evitare la volatilità, nel trasferimento di fondi transfrontalieri grazie alla loro velocità e basso costo, e in applicazioni di finanza decentralizzata, come prestiti e crediti.
Una moneta elettronica, insomma, quasi “normale”. Se non fosse per l’antipatica constatazione per cui, al 99%, l’insieme delle stablecoin si regge sul dollaro che – come moneta fiat – dipende dalla volontà e dagli interessi degli Stati Uniti.
Quando si compra una stablecoin, dunque, si trasferiscono i propri soldi da un conto di un qualsiasi paese del mondo (italiano, francese, turco, giapponese, ecc) a un conto statunitense. Ovvero alla società che gestisce la stablecoin prescelta.
Come impatta una stablecoin sul business delle banche
Come appena detto, se si trasferisce il proprio denaro a una società Usa è come se si cambiasse banca. Quella di cui ci serviamo attualmente, anche senza chiudere il conto, si troverà dei soldi in meno per fare il proprio lavoro (prestare soldi a famiglie e imprese, oppure per condurre proprie operazioni sui mercati, come stiamo vedendo in questi giorni con il “grande gioco” tra MontePaschi, Mediobanca e Generali).
Una banca tradizionale guadagna tenendo nel conto i nostri soldi e ogni volta che li usiamo (pagamenti, bonifici, investimenti, acquisto titoli, ecc). Se quei soldi vanno da un’altra parte perdono una quota dei loro guadagni.
Non c’è però, come singoli cittadini costretti ad avere un conto bancario anche solo per ricevere lo stipendio, da esserne troppo contenti. È vero che comprando una stablecoin faremmo un dispetto alla “nostra” banca, ma faremmo contemporaneamente un favore a quella nuova. Per noi poveri dipendenti o pensionati cambia zero.
Cambia invece qualcosa per il sistema bancario del paese o dell’area economica in cui viviamo.
La mossa di Trump
Il vecchio-nuovo presidente Usa, come si diceva, fin dal primo giorno ha emanato 100 “ordini esecutivi” (decisioni aventi valore di legge, anche se mai discusse nemmeno dal Congresso), uno dei quali relativi proprio al divieto di usare negli States le Central Bank Digital Currency – “monete digitali” emesse da Stati o comunità di Stati, come ad esempio l’euro digitale, ancora nella fase di studio di fattibilità – e intende estendere nel mondo l’utilizzo di stablecoin legate strettamente al dollaro.
In un colpo solo, insomma, intende ammazzare qualunque concorrente digitale del dollaro e favorire l’uso pressoché esclusivo della moneta Usa nelle transazioni internazionali.
Controllare la moneta per controllare il mondo, guadagnandoci anche sopra...
A conferma che questo è l’obiettivo reale e non una maligna interpretazione, lo stesso Trump ha accompagnato la decisione con la minaccia ai paesi Brics: “Chiederemo un impegno da questi Paesi apparentemente ostili a non creare una nuova valuta dei Brics, né sostenere altre valute per sostituire il potente dollaro statunitense, altrimenti affronteranno dazi del 100 per cento”.
Brutale, esplicito, non interpretabile.
E va ricordato che i Brics costituiscono ormai un insieme economico molto esteso (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, più Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Etiopia, Iran, mentre sulla porta ci sono Indonesia, Turchia, Messico, Nigeria, Bangladesh, Vietnam, Thailandia, Algeria, Pakistan, Kazakistan, Senegal, Zimbabwe, Venezuela, Sudan, Tunisia, probabilmente anche Cuba), che supera di gran lunga l’Occidente euro-atlantico per popolazione, Pil, tassi di crescita...
Ma di fatto questa dichiarazione di guerra è rivolta anche contro l’Unione Europea e specificamente all’unica istituzione economica unitaria che è riuscita a strutturare: la Bce.
Com’è noto, Francoforte sta da tempo lavorando al progetto di “euro digitale”, che all’inizio ha sollevato timori nelle banche commerciali europee per lo stesso motivo: perdere margini di intermediazione, dimensione dei depositi e dunque di guadagno.
C’è da dire però che un “euro digitale” sarebbe – o sarà – molto diverso da una stablecoin perché concepito come una versione digitale della moneta unica europea, complementare al contante e ai depositi bancari esistenti. A differenza delle criptovalute decentralizzate o delle stablecoin private, l’euro digitale sarebbe una moneta digitale emessa direttamente dalla BCE, mantenendo il controllo centrale sulla politica monetaria e sulla stabilità finanziaria.
Ogni cittadino europeo potrebbe comunque ottenere un “portafoglio digitale” presso la Bce (togliendo di fatto qualcosa alle banche commerciali), ma la discussione in corso a Francoforte verte appunto sui limiti da porre a questa possibilità (come l’entità delle cifre e la mancata corresponsione di interessi, pratica ancora comune in numerose banche private).
Il siluro di Trump è a testa multipla. In primo luogo è diretto contro quanti stanno cercando di creare un sistema internazionale dei pagamenti alternativo allo Swift (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication), strettamente controllato dagli Usa che in questo modo riescono anche a rendere effettive le “sanzioni” finanziarie decise – unilateralmente e illegalmente – dalla Casa Bianca.
E ancora una volta va contro i Brics+, che stanno cercando di integrare e interfacciare le diverse piattaforme fin qui costruite per aggirare sia le sanzioni che l’utilizzo obbligato del dollaro. E dunque il SPFS (System for Transfer of Financial Messages), creato dalla Banca Centrale Russa nel 2014; il CIPS (Cross-Border Interbank Payment System), lanciato dalla Cina nel 2015 per le transazioni in yuan; e altri sperimentati o progettati da Venezuela, Turchia, Iran, ecc.
Ma il bersaglio immediato, anche per la stretta “compresenza” tra le due sponde dell’Atlantico, è l’Unione Europea, la Bce, l’euro e soprattutto le banche del Vecchio Continente, gonfie di risparmi privati (al contrario di quelle Usa, piene di non performing loans). Spostare masse molto consistenti di capitale monetario verso gli Stati Uniti aiuterebbe molto quel mondo cadente a tamponare i propri problemi...
Siamo insomma davanti ad una dichiarazione di guerra finanziaria e monetaria a tutto il mondo. Washington grida “qui comando io, fuori i soldi!” e “guai a chi non obbedisce!”.
Una prova di forza che cancella trattati pluridecennali, oltre che consuetudini ed istituzioni “terze” (dall’Onu in giù), e quindi la stessa possibilità che continui ad esistere un “ordine internazionale basato su regole”.
Ma come sempre, quando si passa all’uso esplicito della forza, bisogna vedere se si dispone ancora – oppure no – proprio di quella forza necessaria a sostenere la sfida lanciata ai competitori. Se, come sembra ormai chiaro, c’è una sopravvalutazione di se stessi, si rischia l’effetto opposto: un’accelerazione della fuga del resto del mondo dai rapporti ineguali con gli Stati Uniti e le loro multinazionali.
Insomma: diversi paesi europei, seguendo l’esempio della Turchia, potrebbero cominciare a trovare conveniente l’associazione ai Brics+, lasciando l’America da sola a godersi la sua “meravigliosa economia” senza più la cannuccia (il dollaro) per vampirizzare il resto del mondo.
In fondo dei 100 “ordini esecutivi” uno – quello relativo al blocco di miliardi di dollari di aiuti pubblici, tra cui sussidi e indennità – è già sul punto di essere totalmente rivisto dopo le decine di ricorsi presentati da numerosi Stati...
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15/09/2024
La guerra tra capitali nel sistema finanziario euroatlantico
Sono tre le notizie principali che stanno agitando il sistema finanziario euroatlantico.
La prima, ampiamente preannunciata, è la scelta della Fed in materia di regolamentazione bancaria di dimezzare il capitale aggiuntivo che gli otto maggiori istituti statunitensi sono obbligati a detenere nelle proprie casse.
Queste banche, tra cui Citigroup, Bank of America e JP Morgan, dovranno aumentare il capitale, secondo le modifiche, del 9% anziché del 19% come in origine previsto dall'accordo Basilea III.
Secondo Michael Barr, vicepresidente della Fed, le modifiche apportate “dovrebbero alleviare le preoccupazioni delle banche, scaturite dalla presentazione delle proposte iniziali, avvenuta nel luglio 2023”.
In soldoni, è il caso di dire, alle banche statunitensi è concesso disporre di maggiore liquidità per aggredire il mercato e di presentare minori garanzie a copertura di quest’aggressione rispetto a quanto stabilito in fase negoziale internazionale dell’accordo.
Vale la pena ricordare che Basilea III è il terzo round di accordi di regolamentazione bancaria internazionale stipulato per affrontare le ricadute della crisi finanziaria del 2007/08 e che dovrebbe garantire le norme tramite cui gli istituti di credito possano mantenere un livello di capitale e liquidità sufficiente per adempire ai loro obblighi e non fallire in caso di perdite inattese.
La sua implementazione è stata prima rimandata dalla Commissione europea al gennaio 2026 e ora disattesa dal partner a stelle e strisce, manifestando una certa “inquietudine concorrenziale” tra le due sponde dell’Atlantico.
La seconda notizia, che ha colto invece di sorpresa gli addetti ai lavori, è il blitz con cui Unicredit, banca italiana più importante assieme a Intesa San Paolo, ha acquisito il 9% di Commerzbank, secondo istituto tedesco dietro solo allo zombie Deutsche Bank.
L’istituto guidato da Andrea Orcel ha dichiarato in una nota che la metà della quota è stata acquisita direttamente dal governo tedesco, che sta cedendo le sue quote di Commerz, mentre l’altra metà è stata rastrellata sul mercato.
La manovra ha provocato l’ira del governo Scholz (ma non quello dei vertici dell’istituto, almeno pubblicamente), preoccupato della scalata operata da un istituto straniero ai vertici di un importante operatore finanziario nazionale.
Nei prossimi 90 giorni infatti il governo metterà sul mercato il restante 12% delle quote ancora detenute di Commerz, con Unicredit pronta a presentare di nuovo l’offerta più alta su piazza per salire al 20% della banca e dare vita così al più grande “campione europeo” del sistema finanziario al pari di BNP Paribas (comunque ben lontani dai colossi statunitensi).
“Draghi ordina e Orcel ubbidisce”, suggerisce l’editoriale di Repubblica, a proposito della partita per il futuro dell’Ue.
La terza notizia riguarda l’attesissima riunione odierna del Consiglio direttivo della Bce che dovrebbe allentare la politica monetaria dopo mesi di strangolamento dell’economia e dei salari nel nome della lotta all’inflazione.
I dubbi aleggiano sull’entità dei tagli (25 o 50 punti base), ossia sul peso della riduzione del costo del denaro che ha effetti a cascata per esempio su mutui e prestiti, su cui a gran voce soprattutto dall’Europa mediterranea si chiede di intervenire per alleviare le sofferenze generate dal lungo ciclo di politica restrittiva imposta da Francoforte.
Ma se “l’esito della lunga attesa dovrebbe deludere”, ammonisce Angelo De Mattia su Milano Finanza, “il disorientamento sarebbe rilevante”, dando ulteriore corda ai miopi falchi europei in rappresentanza anche di “una Germania prossima alla stagnazione” su cui aleggiano dubbi se possa davvero “continuare a non sostenere un mutamento del governo della moneta in chiave meno restrittiva”.
Insomma, nel rimodellamento dell’ordine mondiale su scala multipolare, i maggiori attori del capitale finanziario occidentale portano avanti la loro personale “guerra tra capitali”, manifestando una inquietudine ben maggiore di quanto non farebbe pensare la sbandierata coesione del blocco euroatlantico.
Fonte
La prima, ampiamente preannunciata, è la scelta della Fed in materia di regolamentazione bancaria di dimezzare il capitale aggiuntivo che gli otto maggiori istituti statunitensi sono obbligati a detenere nelle proprie casse.
Queste banche, tra cui Citigroup, Bank of America e JP Morgan, dovranno aumentare il capitale, secondo le modifiche, del 9% anziché del 19% come in origine previsto dall'accordo Basilea III.
Secondo Michael Barr, vicepresidente della Fed, le modifiche apportate “dovrebbero alleviare le preoccupazioni delle banche, scaturite dalla presentazione delle proposte iniziali, avvenuta nel luglio 2023”.
In soldoni, è il caso di dire, alle banche statunitensi è concesso disporre di maggiore liquidità per aggredire il mercato e di presentare minori garanzie a copertura di quest’aggressione rispetto a quanto stabilito in fase negoziale internazionale dell’accordo.
Vale la pena ricordare che Basilea III è il terzo round di accordi di regolamentazione bancaria internazionale stipulato per affrontare le ricadute della crisi finanziaria del 2007/08 e che dovrebbe garantire le norme tramite cui gli istituti di credito possano mantenere un livello di capitale e liquidità sufficiente per adempire ai loro obblighi e non fallire in caso di perdite inattese.
La sua implementazione è stata prima rimandata dalla Commissione europea al gennaio 2026 e ora disattesa dal partner a stelle e strisce, manifestando una certa “inquietudine concorrenziale” tra le due sponde dell’Atlantico.
La seconda notizia, che ha colto invece di sorpresa gli addetti ai lavori, è il blitz con cui Unicredit, banca italiana più importante assieme a Intesa San Paolo, ha acquisito il 9% di Commerzbank, secondo istituto tedesco dietro solo allo zombie Deutsche Bank.
L’istituto guidato da Andrea Orcel ha dichiarato in una nota che la metà della quota è stata acquisita direttamente dal governo tedesco, che sta cedendo le sue quote di Commerz, mentre l’altra metà è stata rastrellata sul mercato.
La manovra ha provocato l’ira del governo Scholz (ma non quello dei vertici dell’istituto, almeno pubblicamente), preoccupato della scalata operata da un istituto straniero ai vertici di un importante operatore finanziario nazionale.
Nei prossimi 90 giorni infatti il governo metterà sul mercato il restante 12% delle quote ancora detenute di Commerz, con Unicredit pronta a presentare di nuovo l’offerta più alta su piazza per salire al 20% della banca e dare vita così al più grande “campione europeo” del sistema finanziario al pari di BNP Paribas (comunque ben lontani dai colossi statunitensi).
“Draghi ordina e Orcel ubbidisce”, suggerisce l’editoriale di Repubblica, a proposito della partita per il futuro dell’Ue.
La terza notizia riguarda l’attesissima riunione odierna del Consiglio direttivo della Bce che dovrebbe allentare la politica monetaria dopo mesi di strangolamento dell’economia e dei salari nel nome della lotta all’inflazione.
I dubbi aleggiano sull’entità dei tagli (25 o 50 punti base), ossia sul peso della riduzione del costo del denaro che ha effetti a cascata per esempio su mutui e prestiti, su cui a gran voce soprattutto dall’Europa mediterranea si chiede di intervenire per alleviare le sofferenze generate dal lungo ciclo di politica restrittiva imposta da Francoforte.
Ma se “l’esito della lunga attesa dovrebbe deludere”, ammonisce Angelo De Mattia su Milano Finanza, “il disorientamento sarebbe rilevante”, dando ulteriore corda ai miopi falchi europei in rappresentanza anche di “una Germania prossima alla stagnazione” su cui aleggiano dubbi se possa davvero “continuare a non sostenere un mutamento del governo della moneta in chiave meno restrittiva”.
Insomma, nel rimodellamento dell’ordine mondiale su scala multipolare, i maggiori attori del capitale finanziario occidentale portano avanti la loro personale “guerra tra capitali”, manifestando una inquietudine ben maggiore di quanto non farebbe pensare la sbandierata coesione del blocco euroatlantico.
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