RTL Info, telegiornale quotidiano belga, ha riportato ieri una caso di vero e proprio contrabbando di armi che ha interessato un carico proveniente dal Regno Unito e diretto verso Israele, attraverso una compagnia civile che ha sede a Malta e opera con un suo ramo direttamente nel paese europeo.
Il fatto è avvenuto a fine marzo, presso l’aeroporto di Liège-Bierset. I sospetti sono nati quando un camion proveniente dal Regno Unito ha consegnato un carico all’aeroporto, senza però che vi fosse alcun documento che ne rivelasse l’effettiva natura. Sulla base di una denuncia arrivata da una ONG specializzata nella sorveglianza dei flussi militari verso zone di guerra, le autorità di Liegi hanno dunque intercettato il carico.
In seguito a un controllo, sono state identificate e sequestrate 33 casse contenenti sistemi laser, mirini, sistemi di controllo del tiro e componenti per aerei da caccia. Il materiale era destinato a Israele tramite la Challenge Airlines, una compagnia israeliana specializzata in carichi non standard.
Il carico, però, non era stato correttamente dichiarato, e nessuna licenza di esportazione era stata richiesta, come previsto invece dalla legge belga. Ciò fa sorgere dubbi su altri carichi, dato che la compagnia ha operato con regolarità tra gli Stati Uniti e Israele negli ultimi mesi, facendo tappa proprio in Belgio.
Un’altra vicenda passata getta ulteriori ombre su come questa triangolazione fosse un contrabbando strutturato da tempo per rifornire in maniera nascosta le operazioni genocide delle IDF. Alla fine del 2024, la Challenge Airlines aveva già contestato un decreto federale e un decreto della Vallonia che limitavano le sue licenze per materiale pericoloso e impedivano l’esportazione e il transito di armi verso lo stato sionista.
Il Belgio ha visto un’importante serie di vicende riguardanti il divieto di commercio e anche del semplice transito di armi verso Israele, che ha raggiunto un nuovo traguardo lo scorso 16 marzo. La Corte d’Appello di Bruxelles ha messo nero su bianco la responsabilità di Bruxelles nel mancato controllo dei flussi di armi verso Israele.
La Corte ha stabilito che le Convenzioni di Ginevra e la Convenzione sul Genocidio non sono semplici dichiarazioni d’intenti, ma hanno “effetto diretto nel diritto interno”. Secondo i giudici, il Belgio non ha agito tempestivamente per impedire il trasferimento di materiale bellico che potrebbe essere utilizzato per crimini contro l’umanità.
Il Regio Decreto del 18 gennaio 2026, pur vietando il transito di armi, è considerato tardivo. E aggiungiamo noi che è anche incompleto, visto che la stessa sentenza sottolinea che non si applica a materiale dual use. Si tratta, ad ogni modo, di una vittoria importante per le organizzazioni che, il 22 luglio 2025, avevano intentato causa allo stato belga affinché rispettasse le disposizioni del diritto internazionale.
Droit pour Gaza, l’Associazione belga-palestinese (ABP), il Coordinamento nazionale per l’azione per la pace e la democrazia (CNAPD), SOS Gaza e due vittime palestinesi, che hanno finanziato l’iniziativa legale attraverso un crowdfunding, hanno dichiarato che la sentenza afferma che i “giudici possono obbligare uno Stato a rispettare i suoi obblighi di fronte a un genocidio, a un crimine di guerra o a un crimine contro l’umanità”.
Si tratta, ovviamente, anche di una vittoria importante per il movimento di solidarietà con la Palestina e con il popolo libanese bersagliati dalle forze israeliane, a cui deve essere data visibilità internazionale.
È possibile imporre ai propri governi di recidere i legami con lo stato genocida di Israele, e gli strumenti sono tanti: vanno usati tutti.
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12/04/2026
18/02/2026
Belgio - Operai della FN Herstal in sciopero contro la visita di un alto ufficiale israeliano
Gli operai della fabbrica del più grande produttore di armi del Belgio, la FN Herstal, giovedì della scorsa settimana hanno dato vita ad uno sciopero spontaneo, su iniziativa della sezione locale del sindacato FGTB (Federazione Generale dei Lavoratori) per protestare contro la presenza di un alto ufficiale dell’esercito israeliano in una delegazione di visitatori. Lo ha riferito la direzione dell’azienda.
La visita alla fabbrica FN Herstal, era stata organizzata dal ministero della difesa belga, era destinata agli addetti militari di stanza a Bruxelles e includeva il rappresentante israeliano, il colonnello Moshe Tetro.
Alla notizia che l’ufficiale israeliano stava visitando i locali, alcuni dipendenti della fabbrica hanno dichiarato uno sciopero spontaneo fermando la linea di produzione. Molti hanno manifestato fuori dalla fabbrica e i suoi cancelli sono rimasti chiusi fino a venerdì sera come parte dell’azione.
La FN Herstal impiega circa 2.800 persone nella regione di Liegi e nel mondo. Per più di un secolo, ha prodotto principalmente armi leggere (pistole, mitragliette, mitragliatrici, ecc.)
“È inaccettabile che i locali della fabbrica vengano utilizzati come luogo di incontro per il ministero della difesa al fine di promuovere obiettivi diplomatico-di sicurezza, quando tra i presenti c’è il rappresentante di un paese che viola palesemente il diritto internazionale”, ha affermato il sindacato.
Nel giro di poche ore, la direzione della fabbrica ha rilasciato una dichiarazione affermando di non aver ricevuto alcuna delegazione dall’IDF e di aver invece ospitato un gruppo di addetti militari su esplicita richiesta del ministero della difesa belga. La fabbrica ha inoltre osservato di non aver venduto armi o altri equipaggiamenti militari a Israele per diversi decenni.
Dyab Abou Jahjah, presidente della Hind Rajab Foundation con sede in Belgio, un gruppo legale che persegue i soldati delle IDF accusati di crimini di guerra durante i loro viaggi all’estero, ha elogiato lo sciopero e ha denunciato il colonnello Moshe Tetro come un “criminale di guerra”.
“È stato inviato un messaggio chiaro: nessuna complicità da parte di una fabbrica di armi mentre Gaza viene devastata”, ha scritto Abou Jahjah su X. “Se è confermato che l’ufficiale presente era l’addetto militare israeliano in Belgio, allora stiamo parlando di Moshe Tetro – implicato in attacchi agli ospedali e nella gestione della politica di fame imposta a Gaza”.
La Hind Rajab Foundation ha chiesto al governo belga di espellere Tetro e ha presentato varie denunce nel dicembre 2024 contro l’ufficiale presso la Corte Penale Internazionale (CPI) per il suo ruolo nella supervisione del flusso di aiuti umanitari a Gaza durante la guerra.
La fondazione ha affermato che Moshe Tetro, nella sua precedente posizione di capo dell’Amministrazione di Coordinamento e Collegamento di COGAT con Gaza, fosse responsabile dell’attuazione di una politica di carestia nella Striscia.
Fonte
La visita alla fabbrica FN Herstal, era stata organizzata dal ministero della difesa belga, era destinata agli addetti militari di stanza a Bruxelles e includeva il rappresentante israeliano, il colonnello Moshe Tetro.
Alla notizia che l’ufficiale israeliano stava visitando i locali, alcuni dipendenti della fabbrica hanno dichiarato uno sciopero spontaneo fermando la linea di produzione. Molti hanno manifestato fuori dalla fabbrica e i suoi cancelli sono rimasti chiusi fino a venerdì sera come parte dell’azione.
La FN Herstal impiega circa 2.800 persone nella regione di Liegi e nel mondo. Per più di un secolo, ha prodotto principalmente armi leggere (pistole, mitragliette, mitragliatrici, ecc.)
“È inaccettabile che i locali della fabbrica vengano utilizzati come luogo di incontro per il ministero della difesa al fine di promuovere obiettivi diplomatico-di sicurezza, quando tra i presenti c’è il rappresentante di un paese che viola palesemente il diritto internazionale”, ha affermato il sindacato.
Nel giro di poche ore, la direzione della fabbrica ha rilasciato una dichiarazione affermando di non aver ricevuto alcuna delegazione dall’IDF e di aver invece ospitato un gruppo di addetti militari su esplicita richiesta del ministero della difesa belga. La fabbrica ha inoltre osservato di non aver venduto armi o altri equipaggiamenti militari a Israele per diversi decenni.
Dyab Abou Jahjah, presidente della Hind Rajab Foundation con sede in Belgio, un gruppo legale che persegue i soldati delle IDF accusati di crimini di guerra durante i loro viaggi all’estero, ha elogiato lo sciopero e ha denunciato il colonnello Moshe Tetro come un “criminale di guerra”.
“È stato inviato un messaggio chiaro: nessuna complicità da parte di una fabbrica di armi mentre Gaza viene devastata”, ha scritto Abou Jahjah su X. “Se è confermato che l’ufficiale presente era l’addetto militare israeliano in Belgio, allora stiamo parlando di Moshe Tetro – implicato in attacchi agli ospedali e nella gestione della politica di fame imposta a Gaza”.
La Hind Rajab Foundation ha chiesto al governo belga di espellere Tetro e ha presentato varie denunce nel dicembre 2024 contro l’ufficiale presso la Corte Penale Internazionale (CPI) per il suo ruolo nella supervisione del flusso di aiuti umanitari a Gaza durante la guerra.
La fondazione ha affermato che Moshe Tetro, nella sua precedente posizione di capo dell’Amministrazione di Coordinamento e Collegamento di COGAT con Gaza, fosse responsabile dell’attuazione di una politica di carestia nella Striscia.
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17/12/2025
“I fondi russi o morte”
Il vertice dei leader europei, domani, rischia di diventare “storico” in diversi sensi a seconda del risultato finale.
Al centro della discussione l’ormai consumata questione del sequestro – in qualsiasi forma legale – degli asset russi depositati in istituti finanziari europei, per utilizzarli in armamenti e sostegno economico all’Ucraina. Un’idea non solo illegale dal punto di vista del diritto internazionale (neanche la Germania di Hitler venne espropriata dei suoi beni all’estero), ma soprattutto pericolosa per il sistema finanziario europeo.
Se il furto andasse in porto, infatti, sarebbe difficile convincere i titolari esteri di beni in Europa a mantenere qui i loro soldi. E stiamo parlando di circa 90 paesi diversi... E questo senza neanche calcolare il costo della ritorsione russa sugli asset europei da loro (più industriali che finanziari).
In più c’è la resistenza del Belgio – il paese in cui è depositata la gran parte dei soldi russi, tra 140 e 180 miliardi – perché sicuramente perderebbe la causa intentata dalla Russia (già iniziata con un ricorso a Mosca, per ora) e sarebbe obbligato a restituire una cifra che non avrebbe più in deposito. Per un paese così piccolo sarebbe il dissesto sicuro.
Non è finita. Nell’idea trumpiana di “pace” c’è anche quella di utilizzo congiunto, russo-statunitense, di quegli asset per affari comuni post-bellici. Il che ha fatto inalberare il governo tedesco, ma non solo...
Non si conosce ancora ufficialmente la posizione russa, ma la vicenda sembra già ridotta al tesoro dei pirati dei Caraibi, con diverse bande allupate intorno a un “baule” che però ha un legittimo proprietario in vita (e alquanto robusto...) nonché un custode legale magari debole ma “dei nostri” (il Belgio è tra i sei paesi fondatori della UE, tanto che la sede centrale è stata fissata a Bruxelles).
La questione, all’osso, è semplice: o l’Unione Europea agisce “da dittatore” imponendo il sequestro con una decisione a maggioranza invece che all’unanimità (con almeno sei paesi contrari: lo stesso Belgio, Ungheria, Malta, Bulgaria, Italia e Slovacchia), e creando un precedente pericoloso, oppure garantisce collettivamente la cifra sequestrabile, sollevando il solo Belgio dalla responsabilità del risarcimento.
La scelta è insomma tra terremotare gli equilibri interni alla UE facendo saltare alcuni princìpi fissati in trattati, oppure creare un “debito comune” di grande portata.
Sulla seconda ipotesi si sommano molti problemi, che vanno dalla contrarietà dei sedicenti paesi “virtuosi” (quelli del “Grande Nord”, paradossalmente tra i più guerrafondai) alla difficoltà di “piazzare” in breve tempo titoli di debito per oltre 1.000 miliardi di euro (vanno sommati gli 800 per il “riarmo” e quelli per altre iniziative straordinarie).
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha sintetizzato a suo modo il problema: “Non inganniamoci. Se non riusciremo in questo [utilizzare i fondi russi, ndr], la capacità di azione dell’Unione Europea sarà gravemente compromessa per anni, se non per un periodo più lungo”. Affastellare impotenza strategica, disorientamento politico e nuovo debito insostenibile è la miscela giusta per rompersi le corna...
La proposta della Commissione Europea per ora resta quella di sbloccare un prestito da 210 miliardi di euro all’Ucraina ma finanziato e garantito con gli asset russi congelati. Una “mandrakata” da commercialisti fantasiosi che ha però sempre il problema irrisolto: quei soldi la Russia può richiederli indietro in qualunque momento e il Belgio glieli deve restituire...
La cosa è così chiara che è riuscita a capirla persino il cosiddetto “alto rappresentante per la politica estera”, l’estone Kaja Kallas: “non sarebbe facile” ignorare il Belgio, dato che la maggior parte degli asset si trova in quel paese; ergo “Penso che sia importante che loro siano a bordo con qualunque cosa facciamo”.
Ma ogni tentativo di convincere il premier Bart De Wever a privarsi di quei fondi senza garanzie ferree è naturalmente andato fallito, anche perché sottoposto contemporaneamente alla scontata pressione di Mosca e a quella meno prevedibile di Washington, che sembra aver posto un’“opa” su quei conti.
La situazione appare dunque bloccata, ma in qualche modo avviata ad una disastrosa soluzione purchessia. A pesare, infatti, è la profondissima crisi economica tedesca – e dunque dell’intero continente, trasparente già dietro il discorsetto preoccupato di Merz citato prima.
A rafforzare il senso di drammatica urgenza è arrivato ieri anche il presidente della Bdi (la Confindustria tedesca), Peter Leibinger, con un’intervista alla Süddeutsche Zeitung: «È la crisi peggiore dal 1949, il nostro modello è al capolinea».
Il capo degli imprenditori sottolinea che non si tratta di una semplice flessione ciclica, ma di una “crisi strutturale profonda”, che può portare a una deindustrializzazione irreversibile. Tra le ragioni indicate i costi energetici (la perdita del gas russo in seguito al sabotaggio del Nord Stream, organizzato dai servizi segreti ucraini insieme a quelli inglesi), la burocrazia, le “regole europee”, fino alla crescente competizione globale.
Il Pil tedesco chiuderà l’anno tra 0 e +0,1%, mentre l’istituto Ifo prevede quasi 3 milioni di disoccupati, con il settore manifatturiero che ha perso oltre 500mila posti di lavoro dai picchi pre-Covid.
Ed è risaputo che una crisi industriale tedesca significa crollo dell’apparato industriale europeo, in larga parte “contoterzista” della produzione teutonica.
In questo quadro, appare ancor più incomprensibile la scelta “europeista” di far proseguire la guerra in Ucraina nonostante gli Stati Uniti abbiano deciso di sfilarsi in tempi anche rapidi. Tutte le ragioni economiche, infatti, premono per riaprire i canali commerciali con il resto del mondo, se non altro per compensare il colpo subito con i dazi statunitensi.
Ma “dio confonde coloro che vuol perdere”...
Fonte
Al centro della discussione l’ormai consumata questione del sequestro – in qualsiasi forma legale – degli asset russi depositati in istituti finanziari europei, per utilizzarli in armamenti e sostegno economico all’Ucraina. Un’idea non solo illegale dal punto di vista del diritto internazionale (neanche la Germania di Hitler venne espropriata dei suoi beni all’estero), ma soprattutto pericolosa per il sistema finanziario europeo.
Se il furto andasse in porto, infatti, sarebbe difficile convincere i titolari esteri di beni in Europa a mantenere qui i loro soldi. E stiamo parlando di circa 90 paesi diversi... E questo senza neanche calcolare il costo della ritorsione russa sugli asset europei da loro (più industriali che finanziari).
In più c’è la resistenza del Belgio – il paese in cui è depositata la gran parte dei soldi russi, tra 140 e 180 miliardi – perché sicuramente perderebbe la causa intentata dalla Russia (già iniziata con un ricorso a Mosca, per ora) e sarebbe obbligato a restituire una cifra che non avrebbe più in deposito. Per un paese così piccolo sarebbe il dissesto sicuro.
Non è finita. Nell’idea trumpiana di “pace” c’è anche quella di utilizzo congiunto, russo-statunitense, di quegli asset per affari comuni post-bellici. Il che ha fatto inalberare il governo tedesco, ma non solo...
Non si conosce ancora ufficialmente la posizione russa, ma la vicenda sembra già ridotta al tesoro dei pirati dei Caraibi, con diverse bande allupate intorno a un “baule” che però ha un legittimo proprietario in vita (e alquanto robusto...) nonché un custode legale magari debole ma “dei nostri” (il Belgio è tra i sei paesi fondatori della UE, tanto che la sede centrale è stata fissata a Bruxelles).
La questione, all’osso, è semplice: o l’Unione Europea agisce “da dittatore” imponendo il sequestro con una decisione a maggioranza invece che all’unanimità (con almeno sei paesi contrari: lo stesso Belgio, Ungheria, Malta, Bulgaria, Italia e Slovacchia), e creando un precedente pericoloso, oppure garantisce collettivamente la cifra sequestrabile, sollevando il solo Belgio dalla responsabilità del risarcimento.
La scelta è insomma tra terremotare gli equilibri interni alla UE facendo saltare alcuni princìpi fissati in trattati, oppure creare un “debito comune” di grande portata.
Sulla seconda ipotesi si sommano molti problemi, che vanno dalla contrarietà dei sedicenti paesi “virtuosi” (quelli del “Grande Nord”, paradossalmente tra i più guerrafondai) alla difficoltà di “piazzare” in breve tempo titoli di debito per oltre 1.000 miliardi di euro (vanno sommati gli 800 per il “riarmo” e quelli per altre iniziative straordinarie).
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha sintetizzato a suo modo il problema: “Non inganniamoci. Se non riusciremo in questo [utilizzare i fondi russi, ndr], la capacità di azione dell’Unione Europea sarà gravemente compromessa per anni, se non per un periodo più lungo”. Affastellare impotenza strategica, disorientamento politico e nuovo debito insostenibile è la miscela giusta per rompersi le corna...
La proposta della Commissione Europea per ora resta quella di sbloccare un prestito da 210 miliardi di euro all’Ucraina ma finanziato e garantito con gli asset russi congelati. Una “mandrakata” da commercialisti fantasiosi che ha però sempre il problema irrisolto: quei soldi la Russia può richiederli indietro in qualunque momento e il Belgio glieli deve restituire...
La cosa è così chiara che è riuscita a capirla persino il cosiddetto “alto rappresentante per la politica estera”, l’estone Kaja Kallas: “non sarebbe facile” ignorare il Belgio, dato che la maggior parte degli asset si trova in quel paese; ergo “Penso che sia importante che loro siano a bordo con qualunque cosa facciamo”.
Ma ogni tentativo di convincere il premier Bart De Wever a privarsi di quei fondi senza garanzie ferree è naturalmente andato fallito, anche perché sottoposto contemporaneamente alla scontata pressione di Mosca e a quella meno prevedibile di Washington, che sembra aver posto un’“opa” su quei conti.
La situazione appare dunque bloccata, ma in qualche modo avviata ad una disastrosa soluzione purchessia. A pesare, infatti, è la profondissima crisi economica tedesca – e dunque dell’intero continente, trasparente già dietro il discorsetto preoccupato di Merz citato prima.
A rafforzare il senso di drammatica urgenza è arrivato ieri anche il presidente della Bdi (la Confindustria tedesca), Peter Leibinger, con un’intervista alla Süddeutsche Zeitung: «È la crisi peggiore dal 1949, il nostro modello è al capolinea».
Il capo degli imprenditori sottolinea che non si tratta di una semplice flessione ciclica, ma di una “crisi strutturale profonda”, che può portare a una deindustrializzazione irreversibile. Tra le ragioni indicate i costi energetici (la perdita del gas russo in seguito al sabotaggio del Nord Stream, organizzato dai servizi segreti ucraini insieme a quelli inglesi), la burocrazia, le “regole europee”, fino alla crescente competizione globale.
Il Pil tedesco chiuderà l’anno tra 0 e +0,1%, mentre l’istituto Ifo prevede quasi 3 milioni di disoccupati, con il settore manifatturiero che ha perso oltre 500mila posti di lavoro dai picchi pre-Covid.
Ed è risaputo che una crisi industriale tedesca significa crollo dell’apparato industriale europeo, in larga parte “contoterzista” della produzione teutonica.
In questo quadro, appare ancor più incomprensibile la scelta “europeista” di far proseguire la guerra in Ucraina nonostante gli Stati Uniti abbiano deciso di sfilarsi in tempi anche rapidi. Tutte le ragioni economiche, infatti, premono per riaprire i canali commerciali con il resto del mondo, se non altro per compensare il colpo subito con i dazi statunitensi.
Ma “dio confonde coloro che vuol perdere”...
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07/12/2025
Chi garantisce per i “soldi russi” da girare all’Ucraina? Nessuno…
L’impressione di essere guidati – come Unione Europea e governanti nazionali – da un branco di incompetenti per quanto riguarda le questioni strategiche era già fortissima. Appena temperata dalla insana fiducia instillata nelle opinioni pubbliche circa la loro capacità di controllare le questioni economiche e finanziarie, ben rappresentate dai vincoli inseriti nei trattati che definiscono il “pilota automatico” dell’austerità sui conti pubblici.
Ora anche questa deve crollare davanti all’evidenza.
Sentiamo tutti i giorni che i vertici europei stanno da tempo pensando di sequestrare i fondi russi depositati in banche europee, per una cifra sempre un po’ ballerina ma stabilmente sopra i 140 miliardi per quanto riguarda il solo Belgio, e forse 210 in totale, o di più. Soldi che verrebbero utilizzati per sostenere la guerra dell’Ucraina contro la Russia e, se poi ne avanzano, anche per la ricostruzione dei territori che resteranno a Kiev.
Dal punto di vista commerciale e legale, si tratta di un vero e proprio furto che – fra l’altro – mette in discussione la “difesa della proprietà privata” nell’area del pianeta che più ha fatto di quest’ultima l’unica “libertà” che conti. Per non parlare del rischio che altri paesi, resi edotti dal comportamento piratesco dei poteri europei, portino via i loro soldi verso porti più sicuri (in Europa sono depositati soldi e beni di circa 90 paesi).
Ma, si potrebbe dire, cosa volete che sia un furto davanti ad una guerra e ai suoi orrori...
Sia pure, ma almeno bisogna saper fare i ladri, no?
E invece quegli svalvolati al vertice della UE – von der Leyen, Kallas, Dombrovskis, ecc. – ogni giorni se ne inventano una nuova per arrivare al punto, man mano che scoprono i problemi che rendono un azzardo quell’idea.
Dopo aver deciso di prendersi quei fondi e farne quel che avevano in mente, si sono accorti che Euroclear Bank, il braccio finanziario dell’istituzione belga, è alquanto restia a farsi togliere i 140 miliardi russi che amministra con profitto (mica crederete che quei soldi stiano fermi in una cassaforte invece di essere investiti da qualche parte, no?).
Si sta andando verso una trattativa di pace – è l’argomento – anche se alla UE non piace il come questo possa avvenire. E nella trattativa c’è naturalmente anche la questione delle sanzioni alla Russia, che potrebbero subito dopo essere cancellate. A quel punto il “legale proprietario” potrebbe richiederli indietro e non ci sarebbe alcuna possibilità di negarglieli. Pena il chiudere i mercati finanziari europei ai “foresti”...
Se la UE se li prende per pagare il conto in Ucraina, quando bisognerà restituirli saranno però i belgi a doverglieli dare. E per l’economia di quel piccolo paese 140 miliardi sono una cifra che può metterlo in ginocchio. Quindi chiede una “garanzia europea” che copra il rischio di una causa internazionale persa in partenza.
Ok, dicono i grandi pensatori al vertice della UE. Chiediamo alla Banca Centrale Europea (la Bce, presieduta da quell’anima buona sempre disponibile di Christine Lagarde) di fare da “prestatore di ultima istanza”, tanto è lì che si stampano gli euro...
Ma l’istituto di Francoforte spiega subito sottovoce che “la proposta della Commissione europea viola il suo mandato”. Non che non vorrebbe, insomma. È che proprio non può, non è previsto dalla legge (dal trattato europeo fondativo) – sarebbe un finanziamento diretto degli Stati, cosa vietatissima secondo i criteri dell’“austerità” ordoliberista.
È qui che i superbi geniacci dell’Unione Europea – quelli che manco conoscono i trattati che dovrebbero applicare – cominciano a somigliare a pugili suonati, quelli che dopo un ko si rialzano e vogliono riprendere il combattimento, ma inciampano nella nebbia.
E va beh, dicono subito, allora la garanzia la metteranno tutti e 27 i paesi membri. Cosa volete che siano 140 miliardi divisi tra loro? Al massimo ci dice “no” solo Orbàn, che ne dovrebbe mettere al massimo uno o due...
Ma prima sarebbe bene che ascoltassero le perplessità degli altri ventisei. Sebbene i governi europei siano aperti a garantire una cifra predeterminata, infatti – secondo la confessione fatta qualche giorno fa a POLITICO sotto anonimato – sono però riluttanti a sottoscrivere quella che descrivono come una “carta bianca”. Qualche miliardo va bene, ma 140 proprio no. Perché, semplicemente, metterebbe la sostenibilità finanziaria del loro paese alla mercé di una sentenza giudiziaria, esponendoli potenzialmente a rimborsi per miliardi di euro anche per anni dopo la fine della guerra in Ucraina.
“Se le garanzie sono infinite e senza limiti, allora in cosa ci stiamo cacciando?”, ha sintetizzato un ministro finanziario rimasto anonimo.
“Per molti Stati membri, è politicamente difficile dare questa carta bianca”, ha detto un altro. Vagli a spiegare, poi, alla popolazione che devono stringere la cinghia perché bisogna ridare i soldi ai russi che hanno vinto la guerra e, come tutti i vincitori, non scuciono un centesimo...
Per assicurarsi il consenso politico, la Commissione ha mostrato ad alcuni ambasciatori UE alcune sezioni della sua proposta giuridica, ma l’importo specifico delle garanzie è stato lasciato in bianco. Ti piace la macchina? Meglio che non ti dica quanto ti può costare...
L’alternativa sarebbe allora emettere altro debito UE per coprire il deficit di bilancio dell’Ucraina. Ma l’idea è impopolare tra la maggior parte dei governi UE, perché anche questa ovviamente implica l’uso di denaro dei contribuenti. Che è già risucchiato nel riarmo e nel servizio del debito...
Un ulteriore ostacolo è l’opposizione di qualche paese – non solo l’Ungheria di Orbàn... – perché certe decisioni vanno prese all’unanimità. I furbissimi membri della Commissione – tra un arresto per corruzione e l’altro – hanno scovato un codicillo dei trattati che permetterebbe, su alcune tematiche economiche, di procedere a “maggioranza qualificata”, aggirando i veti.
L’art. 122 dei trattati consentirebbe, secondo alcuni, «di vietare, su base temporanea, qualsiasi trasferimento diretto o indiretto alla Banca centrale di Russia o a suo beneficio» senza richiedere l’unanimità. In pratica è come piazzare una bomba a scoppio ritardato nel processo di costruzione della UE (se posso essere obbligato a fare quello che non voglio, tanto vale che me ne vado alla prima occasione). Ma oltretutto resterebbe comunque il problema del Belgio, sede fisico-legale della maggior parte dei fondi russi.
Un guazzabuglio che von der Leyen & co. vorrebbero comunque mettere in piedi d’autorità, pretendendo “poteri d’emergenza” (in Italia possiamo dare lezioni, in materia...). Ma è più facile far credere che siamo sorvolati tutti i giorni da sciami di “droni russi” piuttosto che realizzare un furto lasciando in brache di tela uno dei tuoi soci...
Nel frattempo la stampa “europeista” e guerrafondaia ha già cominciato a classificare il piccolo paese come “il più valido asset russo”. Con tanto di cancelliere tedesco, Merz, che va direttamente dal premier fiammingo per fornirgli qualche garanzia verbale in più. Ma quello: “niet”, vuole garanzie vere, nero su bianco ed esigibili in caso – ormai inevitabile, dice esplicitamente – che Mosca vinca la guerra e rivoglia tutti i suoi soldi indietro.
Ma se nessuno garantisce niente (al massimo qualche spicciolo) come si fa a portare a termine una rapina con mezzi legali? Il rischio, in una comunità di Stati, deve essere condiviso; non si può scaricare tutto addosso ad uno soltanto (come fatto con l’Ucraina: “vai avanti te, che poi ti copriamo...”). Perché quello, se non è uno stupido o un suprematista esaltato, non ci sta.
Il problema, insomma, non è la resistenza del Belgio, ma l’imbuto in cui si sono cacciati questi super-governanti scelti col manuale Cencelli tra i più obbedienti al “pensiero unico”. E che perciò ogni volta che sono chiamati ad elaborare un pensiero vero, adeguato a risolvere i problemi posti dalla situazione reale, dimostrano una capacità da asilo d’infanzia.
Non perché siano “scemi”, ovviamente. Sono semplicemente le persone sbagliate nei posti sbagliati in un momento molto complicato. Messe lì per difendere banali “interessi di classe” del capitalismo finanziario e multinazionale, al ritmo di un “pilota automatico” fissato in trattati, si ritrovano a ballare musiche che non hanno mai sentito né studiato...
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Ora anche questa deve crollare davanti all’evidenza.
Sentiamo tutti i giorni che i vertici europei stanno da tempo pensando di sequestrare i fondi russi depositati in banche europee, per una cifra sempre un po’ ballerina ma stabilmente sopra i 140 miliardi per quanto riguarda il solo Belgio, e forse 210 in totale, o di più. Soldi che verrebbero utilizzati per sostenere la guerra dell’Ucraina contro la Russia e, se poi ne avanzano, anche per la ricostruzione dei territori che resteranno a Kiev.
Dal punto di vista commerciale e legale, si tratta di un vero e proprio furto che – fra l’altro – mette in discussione la “difesa della proprietà privata” nell’area del pianeta che più ha fatto di quest’ultima l’unica “libertà” che conti. Per non parlare del rischio che altri paesi, resi edotti dal comportamento piratesco dei poteri europei, portino via i loro soldi verso porti più sicuri (in Europa sono depositati soldi e beni di circa 90 paesi).
Ma, si potrebbe dire, cosa volete che sia un furto davanti ad una guerra e ai suoi orrori...
Sia pure, ma almeno bisogna saper fare i ladri, no?
E invece quegli svalvolati al vertice della UE – von der Leyen, Kallas, Dombrovskis, ecc. – ogni giorni se ne inventano una nuova per arrivare al punto, man mano che scoprono i problemi che rendono un azzardo quell’idea.
Dopo aver deciso di prendersi quei fondi e farne quel che avevano in mente, si sono accorti che Euroclear Bank, il braccio finanziario dell’istituzione belga, è alquanto restia a farsi togliere i 140 miliardi russi che amministra con profitto (mica crederete che quei soldi stiano fermi in una cassaforte invece di essere investiti da qualche parte, no?).
Si sta andando verso una trattativa di pace – è l’argomento – anche se alla UE non piace il come questo possa avvenire. E nella trattativa c’è naturalmente anche la questione delle sanzioni alla Russia, che potrebbero subito dopo essere cancellate. A quel punto il “legale proprietario” potrebbe richiederli indietro e non ci sarebbe alcuna possibilità di negarglieli. Pena il chiudere i mercati finanziari europei ai “foresti”...
Se la UE se li prende per pagare il conto in Ucraina, quando bisognerà restituirli saranno però i belgi a doverglieli dare. E per l’economia di quel piccolo paese 140 miliardi sono una cifra che può metterlo in ginocchio. Quindi chiede una “garanzia europea” che copra il rischio di una causa internazionale persa in partenza.
Ok, dicono i grandi pensatori al vertice della UE. Chiediamo alla Banca Centrale Europea (la Bce, presieduta da quell’anima buona sempre disponibile di Christine Lagarde) di fare da “prestatore di ultima istanza”, tanto è lì che si stampano gli euro...
Ma l’istituto di Francoforte spiega subito sottovoce che “la proposta della Commissione europea viola il suo mandato”. Non che non vorrebbe, insomma. È che proprio non può, non è previsto dalla legge (dal trattato europeo fondativo) – sarebbe un finanziamento diretto degli Stati, cosa vietatissima secondo i criteri dell’“austerità” ordoliberista.
È qui che i superbi geniacci dell’Unione Europea – quelli che manco conoscono i trattati che dovrebbero applicare – cominciano a somigliare a pugili suonati, quelli che dopo un ko si rialzano e vogliono riprendere il combattimento, ma inciampano nella nebbia.
E va beh, dicono subito, allora la garanzia la metteranno tutti e 27 i paesi membri. Cosa volete che siano 140 miliardi divisi tra loro? Al massimo ci dice “no” solo Orbàn, che ne dovrebbe mettere al massimo uno o due...
Ma prima sarebbe bene che ascoltassero le perplessità degli altri ventisei. Sebbene i governi europei siano aperti a garantire una cifra predeterminata, infatti – secondo la confessione fatta qualche giorno fa a POLITICO sotto anonimato – sono però riluttanti a sottoscrivere quella che descrivono come una “carta bianca”. Qualche miliardo va bene, ma 140 proprio no. Perché, semplicemente, metterebbe la sostenibilità finanziaria del loro paese alla mercé di una sentenza giudiziaria, esponendoli potenzialmente a rimborsi per miliardi di euro anche per anni dopo la fine della guerra in Ucraina.
“Se le garanzie sono infinite e senza limiti, allora in cosa ci stiamo cacciando?”, ha sintetizzato un ministro finanziario rimasto anonimo.
“Per molti Stati membri, è politicamente difficile dare questa carta bianca”, ha detto un altro. Vagli a spiegare, poi, alla popolazione che devono stringere la cinghia perché bisogna ridare i soldi ai russi che hanno vinto la guerra e, come tutti i vincitori, non scuciono un centesimo...
Per assicurarsi il consenso politico, la Commissione ha mostrato ad alcuni ambasciatori UE alcune sezioni della sua proposta giuridica, ma l’importo specifico delle garanzie è stato lasciato in bianco. Ti piace la macchina? Meglio che non ti dica quanto ti può costare...
L’alternativa sarebbe allora emettere altro debito UE per coprire il deficit di bilancio dell’Ucraina. Ma l’idea è impopolare tra la maggior parte dei governi UE, perché anche questa ovviamente implica l’uso di denaro dei contribuenti. Che è già risucchiato nel riarmo e nel servizio del debito...
Un ulteriore ostacolo è l’opposizione di qualche paese – non solo l’Ungheria di Orbàn... – perché certe decisioni vanno prese all’unanimità. I furbissimi membri della Commissione – tra un arresto per corruzione e l’altro – hanno scovato un codicillo dei trattati che permetterebbe, su alcune tematiche economiche, di procedere a “maggioranza qualificata”, aggirando i veti.
L’art. 122 dei trattati consentirebbe, secondo alcuni, «di vietare, su base temporanea, qualsiasi trasferimento diretto o indiretto alla Banca centrale di Russia o a suo beneficio» senza richiedere l’unanimità. In pratica è come piazzare una bomba a scoppio ritardato nel processo di costruzione della UE (se posso essere obbligato a fare quello che non voglio, tanto vale che me ne vado alla prima occasione). Ma oltretutto resterebbe comunque il problema del Belgio, sede fisico-legale della maggior parte dei fondi russi.
Un guazzabuglio che von der Leyen & co. vorrebbero comunque mettere in piedi d’autorità, pretendendo “poteri d’emergenza” (in Italia possiamo dare lezioni, in materia...). Ma è più facile far credere che siamo sorvolati tutti i giorni da sciami di “droni russi” piuttosto che realizzare un furto lasciando in brache di tela uno dei tuoi soci...
Nel frattempo la stampa “europeista” e guerrafondaia ha già cominciato a classificare il piccolo paese come “il più valido asset russo”. Con tanto di cancelliere tedesco, Merz, che va direttamente dal premier fiammingo per fornirgli qualche garanzia verbale in più. Ma quello: “niet”, vuole garanzie vere, nero su bianco ed esigibili in caso – ormai inevitabile, dice esplicitamente – che Mosca vinca la guerra e rivoglia tutti i suoi soldi indietro.
Ma se nessuno garantisce niente (al massimo qualche spicciolo) come si fa a portare a termine una rapina con mezzi legali? Il rischio, in una comunità di Stati, deve essere condiviso; non si può scaricare tutto addosso ad uno soltanto (come fatto con l’Ucraina: “vai avanti te, che poi ti copriamo...”). Perché quello, se non è uno stupido o un suprematista esaltato, non ci sta.
Il problema, insomma, non è la resistenza del Belgio, ma l’imbuto in cui si sono cacciati questi super-governanti scelti col manuale Cencelli tra i più obbedienti al “pensiero unico”. E che perciò ogni volta che sono chiamati ad elaborare un pensiero vero, adeguato a risolvere i problemi posti dalla situazione reale, dimostrano una capacità da asilo d’infanzia.
Non perché siano “scemi”, ovviamente. Sono semplicemente le persone sbagliate nei posti sbagliati in un momento molto complicato. Messe lì per difendere banali “interessi di classe” del capitalismo finanziario e multinazionale, al ritmo di un “pilota automatico” fissato in trattati, si ritrovano a ballare musiche che non hanno mai sentito né studiato...
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03/12/2025
Il pasticciaccio dei fondi russi che Bruxelles vorrebbe sequestrare
Anche la Banca Centrale Europea (Bce) ha respinto la richiesta della Commissione europea di fare da garante per il maxi-prestito da 140 miliardi di euro destinato all’Ucraina ma utilizzando i fondi russi sequestrati in Europa. La Bce ha spiegato che il piano violerebbe il divieto di “finanziamento monetario” previsto dai trattati Ue. Lo riferisce il quotidiano britannico “Financial Times”.
Il progetto della Commissione europea punta ad aggirare i vincoli previsti attraverso un “prestito di riparazione” basato sugli asset della banca centrale russa immobilizzati presso Euroclear, mentre gli Stati membri fornirebbero garanzie statali per ripartire il rischio. Tuttavia, la Commissione ha avvertito che i Paesi dell’Ue non sarebbero in grado di reperire rapidamente la liquidità in caso di emergenza, rischiando di mettere “sotto pressione i mercati”. Da qui la richiesta – respinta – che la Bce fungesse da prestatore di ultima istanza per Euroclear, istituto di base in Belgio. Ma la stessa Bce ha ribadito che la proposta “violerebbe il diritto dei trattati”.
Dal canto suo il Belgio ha ripetutamente messo le mani avanti contro i rischi derivanti dall’uso degli asset russi congelati. Il ministro degli Esteri belga, Maxime Prévot, in un’intervista ha affermato che questi rischi “sono semplici: se la Russia ci porta in tribunale avrà tutte le possibilità di vincere e noi non saremo in grado di rimborsare questi 200 miliardi perché rappresentano l’equivalente di un anno di bilancio federale. Significherebbe la bancarotta”. Il ministro ha sottolineato che si tratta della “grande spada di Damocle che pende sulla testa” del Belgio. “Vogliamo evitare di violare il diritto internazionale non basandoci su una decisione giudiziaria, ma sulla volontà politica”.
Anche per il premier belga Bart De Wever l’uso immediato delle riserve statali russe congelate presso Euroclear toglierebbe all’Europa un’importante leva negoziale. De Wever, con una valutazione che deve aver tolto il sonno a molti suoi colleghi europei più bellicosi, ha avvertito che “nell’evento molto probabile in cui la Russia non risulti ufficialmente la parte perdente, essa, come dimostra la storia in altri casi, chiederà legittimamente che i suoi asset sovrani siano restituiti”.
La preoccupazione non è solo o tanto quella militare sul campo ma anche finanziaria. Il Belgio teme di essere il primo paese esposto ad azioni legali o richieste di risarcimento. Per questo De Wever condiziona qualsiasi sostegno al progetto a garanzie molto ampie da parte degli altri Stati europei che vorrebbe “giuridicamente vincolanti, incondizionate, irrevocabili, immediate, con responsabilità solidale”.
Queste garanzie europee dovrebbero andare a copertura dei ben 185 miliardi russi custoditi da Euroclear. Il primo ministro belga chiede inoltre un meccanismo comune per gestire e ripartire i costi di eventuali procedimenti giudiziari e vuole che nel prestito vengano inclusi anche gli asset congelati negli altri paesi europei.
La Commissione europea è al lavoro su soluzioni alternative per garantire la liquidità necessaria a “copertura” del sequestro dei fondi russi. Un portavoce della Commissione ha ricordato che restituire gli asset alla Russia, qualora richiesto, “è parte essenziale” del meccanismo.
Il problema è che i paesi membri della Ue dovrebbero garantire la copertura finanziaria per almeno 140 miliardi di euro (su 185) all’Ucraina sottraendoli però ai propri bilanci nazionali. Vallo a spiegare alle persone che per decenni e ogni anno si sono sentiti sempre rispondere che “non ci sono soldi” per sanità, pensioni, salari, servizi pubblici etc.
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Il progetto della Commissione europea punta ad aggirare i vincoli previsti attraverso un “prestito di riparazione” basato sugli asset della banca centrale russa immobilizzati presso Euroclear, mentre gli Stati membri fornirebbero garanzie statali per ripartire il rischio. Tuttavia, la Commissione ha avvertito che i Paesi dell’Ue non sarebbero in grado di reperire rapidamente la liquidità in caso di emergenza, rischiando di mettere “sotto pressione i mercati”. Da qui la richiesta – respinta – che la Bce fungesse da prestatore di ultima istanza per Euroclear, istituto di base in Belgio. Ma la stessa Bce ha ribadito che la proposta “violerebbe il diritto dei trattati”.
Dal canto suo il Belgio ha ripetutamente messo le mani avanti contro i rischi derivanti dall’uso degli asset russi congelati. Il ministro degli Esteri belga, Maxime Prévot, in un’intervista ha affermato che questi rischi “sono semplici: se la Russia ci porta in tribunale avrà tutte le possibilità di vincere e noi non saremo in grado di rimborsare questi 200 miliardi perché rappresentano l’equivalente di un anno di bilancio federale. Significherebbe la bancarotta”. Il ministro ha sottolineato che si tratta della “grande spada di Damocle che pende sulla testa” del Belgio. “Vogliamo evitare di violare il diritto internazionale non basandoci su una decisione giudiziaria, ma sulla volontà politica”.
Anche per il premier belga Bart De Wever l’uso immediato delle riserve statali russe congelate presso Euroclear toglierebbe all’Europa un’importante leva negoziale. De Wever, con una valutazione che deve aver tolto il sonno a molti suoi colleghi europei più bellicosi, ha avvertito che “nell’evento molto probabile in cui la Russia non risulti ufficialmente la parte perdente, essa, come dimostra la storia in altri casi, chiederà legittimamente che i suoi asset sovrani siano restituiti”.
La preoccupazione non è solo o tanto quella militare sul campo ma anche finanziaria. Il Belgio teme di essere il primo paese esposto ad azioni legali o richieste di risarcimento. Per questo De Wever condiziona qualsiasi sostegno al progetto a garanzie molto ampie da parte degli altri Stati europei che vorrebbe “giuridicamente vincolanti, incondizionate, irrevocabili, immediate, con responsabilità solidale”.
Queste garanzie europee dovrebbero andare a copertura dei ben 185 miliardi russi custoditi da Euroclear. Il primo ministro belga chiede inoltre un meccanismo comune per gestire e ripartire i costi di eventuali procedimenti giudiziari e vuole che nel prestito vengano inclusi anche gli asset congelati negli altri paesi europei.
La Commissione europea è al lavoro su soluzioni alternative per garantire la liquidità necessaria a “copertura” del sequestro dei fondi russi. Un portavoce della Commissione ha ricordato che restituire gli asset alla Russia, qualora richiesto, “è parte essenziale” del meccanismo.
Il problema è che i paesi membri della Ue dovrebbero garantire la copertura finanziaria per almeno 140 miliardi di euro (su 185) all’Ucraina sottraendoli però ai propri bilanci nazionali. Vallo a spiegare alle persone che per decenni e ogni anno si sono sentiti sempre rispondere che “non ci sono soldi” per sanità, pensioni, salari, servizi pubblici etc.
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24/10/2025
Comici spaventati guerrieri europei
Se non fosse che stanno comunque prendendo decisioni di terribile portata, sarebbero una compagnia di comici a tratti irresistibile.
L’ultimo vertice europeo di giovedì aveva al centro, come previsto, il 19° pacchetto di sanzioni alla Russia – oggetto di esilaranti sfottò da parte di Maria Zakharova, portavoce del ministero degli esteri di Mosca – nonché lo spinoso tema del sequestro o “utilizzo improprio” dei fondi russi congelati in banche del vecchio Continente.
L’idea è sempre quella: usarli come garanzia per un prestito da 140 miliardi all’Ucraina. Prestito per modo di dire, visto che Kiev non è in condizioni di restituire nulla, semmai di chiedere altri “aiuti”.
Il problema al momento insuperabile resta, però, il Belgio, sede di quelle banche, per nulla intenzionato a perdere il controllo di un asset che vale un quarto del suo Pil e rende un miliardo di entrate fiscali per il piccolo regno. Il Belgio teme ritorsioni legali e finanziarie da Mosca e vuole che altri condividano il rischio.
Ma comunque non ci sta a fare la parte del pauroso: “Un miliardo è un sacco di soldi, ma è un dettaglio se lo paragoni ai problemi legali che stiamo avendo e ai rischi che stiamo già affrontando”, ha detto il premier Bart De Wever, aggiungendo che “Sono andato a Kiev e ho detto: ho un miliardo di entrate fiscali, quindi puoi contare su un miliardo ogni anno”. Spiccioli...
D’altro canto il presidente ucraino Volodymyr Zelenskij aveva giurato ai leader europei che Kiev avrebbe dato priorità all’industria domestica ed europea quando avrebbe speso i soldi del prestito, ma allo stesso tempo ha insistito sulla possibilità di acquistare soprattutto armi americane. Per la UE, in pratica, un gioco tutto a perdere (prestare soldi propri a Kiev perché compri armi Usa, di qui l’idea di usare invece i fondi russi...)
Come per tutte le vicende europee di un certo peso si è deciso di rinviare la decisione. Se ne riparlerà al prossimo vertice, previsto a dicembre.
La situazione legale è tutt’altro che semplice, anche se gli sciroccati ai vertici della UE sarebbero pronti ad ignorarle. Al di là dei trattati internazionali esistenti, infatti, sequestrare beni depositati in Europa ma appartenenti ad un qualsiasi Stato extraeuropeo espone a due rischi certi: la ritorsione da parte dello Stato danneggiato (e ci sono molti beni europei basati in Russia, a cominciare da impianti industriali) e la fuga dei capitali appartenenti ad altri Stati, che temono di poter subire la stessa prassi per ragioni politiche.
Insomma, se si va a toccare la “proprietà privata” rischia di saltare un intero sistema costruito nei secoli. Qualcuno in effetti fa notare che neanche durante la Seconda guerra mondiale si era arrivati a proporre qualcosa del genere nei confronti della Germania nazista.
Così si capiscono meglio le cautele persino di Macron: “Dobbiamo procedere con metodo, perché non possiamo fare nulla che violi il diritto internazionale”, pur assicurando che il progetto di sequestro “Non è stato archiviato, siamo riusciti a discutere i dettagli tecnici”. Ma d’altro canto non ci sono sul tavolo altre soluzioni per finanziare direttamente l’Ucraina, visto che la UE è in recessione e si sta già indebitando a futura memoria per sostenere il riarmo continentale.
Sui “dettagli tecnici”, però, i leader hanno dovuto ascoltare Christine Lagarde, presidentessa della Bce, la quale ha detto che le attività immobilizzate che vengono sequestrate devono essere garantite, poiché “i mercati stanno osservando” (tradotto: “se cominciate a toccare i soldi di qualcuno scappiamo tutti”).
Se “la Russia dovesse effettivamente rivendicare i soldi per qualsiasi motivo... il contante deve esserci immediatamente”, ha spiegato poi il belga De Wever, aggiungendo che sarebbe in gioco “la fiducia dei mercati nell’intero sistema finanziario europeo Questa è una grande domanda: chi darà questa garanzia? [chi ci mette eventualmente i soldi, ndr] Ho chiesto ai miei colleghi: Sei tu? Sono gli stati membri?... Questa domanda non ha ricevuto una risposta con un’ondata di entusiasmo attorno al tavolo”.
Il silenzio di tomba può essere più eloquente di tante dichiarazioni vibranti patriottismo europeo...
Del resto anche l’entusiasmo per la decisione di Trump – sanzioni contro i colossi petroliferi russi Lukoil e Rosneft – è durato il tempo di ascoltare la notizia. Cinque minuti dopo il presunto “falco” antirusso, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, annunciava di aspettarsi “una corrispondente esenzione per la filiale tedesca di Rosneft”.
Cose che succedono quando ti metti a fare il bullo cretino unilaterale all’interno di un sistema economico altamente interconnesso in cui la “nazionalità dei capitali” è sfuggente, ma la loro operatività è decisiva.
Questi “leader europei” sono guerrafondai nel cervello, ma “gli manca il fisico”. E quindi tendono irresistibilmente a recitare un sequel de “L’armata Brancaleone”. Senza neanche riuscire a far ridere...
Fonte
L’ultimo vertice europeo di giovedì aveva al centro, come previsto, il 19° pacchetto di sanzioni alla Russia – oggetto di esilaranti sfottò da parte di Maria Zakharova, portavoce del ministero degli esteri di Mosca – nonché lo spinoso tema del sequestro o “utilizzo improprio” dei fondi russi congelati in banche del vecchio Continente.
L’idea è sempre quella: usarli come garanzia per un prestito da 140 miliardi all’Ucraina. Prestito per modo di dire, visto che Kiev non è in condizioni di restituire nulla, semmai di chiedere altri “aiuti”.
Il problema al momento insuperabile resta, però, il Belgio, sede di quelle banche, per nulla intenzionato a perdere il controllo di un asset che vale un quarto del suo Pil e rende un miliardo di entrate fiscali per il piccolo regno. Il Belgio teme ritorsioni legali e finanziarie da Mosca e vuole che altri condividano il rischio.
Ma comunque non ci sta a fare la parte del pauroso: “Un miliardo è un sacco di soldi, ma è un dettaglio se lo paragoni ai problemi legali che stiamo avendo e ai rischi che stiamo già affrontando”, ha detto il premier Bart De Wever, aggiungendo che “Sono andato a Kiev e ho detto: ho un miliardo di entrate fiscali, quindi puoi contare su un miliardo ogni anno”. Spiccioli...
D’altro canto il presidente ucraino Volodymyr Zelenskij aveva giurato ai leader europei che Kiev avrebbe dato priorità all’industria domestica ed europea quando avrebbe speso i soldi del prestito, ma allo stesso tempo ha insistito sulla possibilità di acquistare soprattutto armi americane. Per la UE, in pratica, un gioco tutto a perdere (prestare soldi propri a Kiev perché compri armi Usa, di qui l’idea di usare invece i fondi russi...)
Come per tutte le vicende europee di un certo peso si è deciso di rinviare la decisione. Se ne riparlerà al prossimo vertice, previsto a dicembre.
La situazione legale è tutt’altro che semplice, anche se gli sciroccati ai vertici della UE sarebbero pronti ad ignorarle. Al di là dei trattati internazionali esistenti, infatti, sequestrare beni depositati in Europa ma appartenenti ad un qualsiasi Stato extraeuropeo espone a due rischi certi: la ritorsione da parte dello Stato danneggiato (e ci sono molti beni europei basati in Russia, a cominciare da impianti industriali) e la fuga dei capitali appartenenti ad altri Stati, che temono di poter subire la stessa prassi per ragioni politiche.
Insomma, se si va a toccare la “proprietà privata” rischia di saltare un intero sistema costruito nei secoli. Qualcuno in effetti fa notare che neanche durante la Seconda guerra mondiale si era arrivati a proporre qualcosa del genere nei confronti della Germania nazista.
Così si capiscono meglio le cautele persino di Macron: “Dobbiamo procedere con metodo, perché non possiamo fare nulla che violi il diritto internazionale”, pur assicurando che il progetto di sequestro “Non è stato archiviato, siamo riusciti a discutere i dettagli tecnici”. Ma d’altro canto non ci sono sul tavolo altre soluzioni per finanziare direttamente l’Ucraina, visto che la UE è in recessione e si sta già indebitando a futura memoria per sostenere il riarmo continentale.
Sui “dettagli tecnici”, però, i leader hanno dovuto ascoltare Christine Lagarde, presidentessa della Bce, la quale ha detto che le attività immobilizzate che vengono sequestrate devono essere garantite, poiché “i mercati stanno osservando” (tradotto: “se cominciate a toccare i soldi di qualcuno scappiamo tutti”).
Se “la Russia dovesse effettivamente rivendicare i soldi per qualsiasi motivo... il contante deve esserci immediatamente”, ha spiegato poi il belga De Wever, aggiungendo che sarebbe in gioco “la fiducia dei mercati nell’intero sistema finanziario europeo Questa è una grande domanda: chi darà questa garanzia? [chi ci mette eventualmente i soldi, ndr] Ho chiesto ai miei colleghi: Sei tu? Sono gli stati membri?... Questa domanda non ha ricevuto una risposta con un’ondata di entusiasmo attorno al tavolo”.
Il silenzio di tomba può essere più eloquente di tante dichiarazioni vibranti patriottismo europeo...
Del resto anche l’entusiasmo per la decisione di Trump – sanzioni contro i colossi petroliferi russi Lukoil e Rosneft – è durato il tempo di ascoltare la notizia. Cinque minuti dopo il presunto “falco” antirusso, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, annunciava di aspettarsi “una corrispondente esenzione per la filiale tedesca di Rosneft”.
Cose che succedono quando ti metti a fare il bullo cretino unilaterale all’interno di un sistema economico altamente interconnesso in cui la “nazionalità dei capitali” è sfuggente, ma la loro operatività è decisiva.
Questi “leader europei” sono guerrafondai nel cervello, ma “gli manca il fisico”. E quindi tendono irresistibilmente a recitare un sequel de “L’armata Brancaleone”. Senza neanche riuscire a far ridere...
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23/07/2025
È caccia ai criminali di guerra israeliani. Due fermati in Belgio
La polizia belga ha fermato e interrogato due soldati israeliani sospettati di aver commesso crimini di guerra a Gaza. L’operazione, secondo quanto riportano i media belgi, è scattata dopo una denuncia presentata dalla Hind Rajab Foundation e dal Global Legal Action Network (Glan).
I due militari sono stati bloccati al festival Tomorrowland, nella provincia di Anversa, e rilasciati dopo l’interrogatorio. La procura belga ha confermato l’avvio di un’indagine penale, precisando che i due uomini appartengono con ogni probabilità alla Brigata Givati dell’esercito israeliano e al festival avrebbero esibito la bandiera della loro unità.
Le accuse mosse nei loro confronti riguardano crimini di guerra, genocidio, attacchi contro civili, torture e sfollamenti forzati nella Striscia di Gaza.
La Hind Rajab Foundation ha dichiarato: “Questo sviluppo rappresenta un significativo passo avanti. Dimostra che il Belgio ha riconosciuto la propria giurisdizione ai sensi del diritto internazionale e sta trattando le accuse con la serietà che meritano”.
In un momento in cui troppi governi rimangono in silenzio, questa azione invia un messaggio chiaro: le prove credibili di crimini internazionali devono essere affrontate con una risposta legale, non con l’indifferenza politica.
Per la prima volta in Europa, sospettati israeliani legati a crimini commessi a Gaza sono stati formalmente arrestati e interrogati. Questo non sarebbe stato possibile senza la forza del diritto e la volontà di applicarlo.
La Hind Rajab Foundation è un gruppo pro-Palestina con sede in Belgio che guida una campagna legale contro i crimini di guerra commessi dai soldati israeliani a Gaza.
La procura belga ha spiegato di poter procedere grazie a una nuova norma, l’articolo 14/10 del codice di procedura penale in vigore dall’aprile 2024, che consente alla giustizia belga di indagare su crimini internazionali commessi all’estero in base alle Convenzioni di Ginevra e alla Convenzione Onu contro la tortura.
A dicembre, l’esercito israeliano aveva diffidato decine di soldati dal viaggiare all’estero dopo che circa 30 militari coinvolti nel genocidio di Gaza erano stati denunciati per crimini di guerra.
I loro nomi sono stati identificati grazie a video e immagini pubblicati online durante il servizio.
A gennaio, la televisione Channel 12 ha riportato che il ministero degli Esteri israeliano è a conoscenza di almeno 12 denunce presentate all’estero contro soldati israeliani per presunti crimini di guerra a Gaza.
Fonte
I due militari sono stati bloccati al festival Tomorrowland, nella provincia di Anversa, e rilasciati dopo l’interrogatorio. La procura belga ha confermato l’avvio di un’indagine penale, precisando che i due uomini appartengono con ogni probabilità alla Brigata Givati dell’esercito israeliano e al festival avrebbero esibito la bandiera della loro unità.
Le accuse mosse nei loro confronti riguardano crimini di guerra, genocidio, attacchi contro civili, torture e sfollamenti forzati nella Striscia di Gaza.
La Hind Rajab Foundation ha dichiarato: “Questo sviluppo rappresenta un significativo passo avanti. Dimostra che il Belgio ha riconosciuto la propria giurisdizione ai sensi del diritto internazionale e sta trattando le accuse con la serietà che meritano”.
In un momento in cui troppi governi rimangono in silenzio, questa azione invia un messaggio chiaro: le prove credibili di crimini internazionali devono essere affrontate con una risposta legale, non con l’indifferenza politica.
Per la prima volta in Europa, sospettati israeliani legati a crimini commessi a Gaza sono stati formalmente arrestati e interrogati. Questo non sarebbe stato possibile senza la forza del diritto e la volontà di applicarlo.
La Hind Rajab Foundation è un gruppo pro-Palestina con sede in Belgio che guida una campagna legale contro i crimini di guerra commessi dai soldati israeliani a Gaza.
La procura belga ha spiegato di poter procedere grazie a una nuova norma, l’articolo 14/10 del codice di procedura penale in vigore dall’aprile 2024, che consente alla giustizia belga di indagare su crimini internazionali commessi all’estero in base alle Convenzioni di Ginevra e alla Convenzione Onu contro la tortura.
A dicembre, l’esercito israeliano aveva diffidato decine di soldati dal viaggiare all’estero dopo che circa 30 militari coinvolti nel genocidio di Gaza erano stati denunciati per crimini di guerra.
I loro nomi sono stati identificati grazie a video e immagini pubblicati online durante il servizio.
A gennaio, la televisione Channel 12 ha riportato che il ministero degli Esteri israeliano è a conoscenza di almeno 12 denunce presentate all’estero contro soldati israeliani per presunti crimini di guerra a Gaza.
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11/07/2025
I porti europei si preparano alla guerra
Quando si dice che l’Europa si sta armando, non s’intende solamente l’acquisto di armi o comunque il rafforzamento dell’apparato militare propriamente detto, ma il fenomeno comprende anche le infrastrutture di trasporto civile, che progressivamente stanno trasformandosi nell’uso duale, civile e militare, superando l’approccio tradizionale che prevede strutture separate per usi commerciali e militari. Ciò sta già avvenendo e pare in modo sistematico e coordinato, almeno in Europea settentrionale e orientale. Il motore finanziario è il programma comunitario Connecting Europe Facility, che ha destinato 1,75 miliardi di euro per progetti di mobilità militare, con l'obiettivo di raggiungere i 75 miliardi entro il 2030. In prima linea ci sono Paesi Bassi, Germania e Polonia.
In tale contesto, la Commissione Europea ha identificato oltre 500 punti critici infrastrutturali che necessitano di lavori di potenziamento per sostenere la mobilità militare. Questi includono porti, aeroporti, ponti ferroviari, tunnel e corridoi di trasporto che devono essere adattati per il passaggio rapido di equipaggiamenti militari pesanti e di grandi dimensioni. Non è un programma di oggi, perché il Piano d'Azione sulla Mobilità Militare 2.0 è datato novembre 2022 e si basa su un primo piano del 2018, ma la guerra in Ucraina ne ha accelerato l’implementazione.
Il Piano si concentra su quattro azioni principali: adeguamento delle infrastrutture, tramite il potenziamento dei corridoi Ten-T per sostenere movimenti militari su larga scala; semplificazione normativa, tramite la digitalizzazione delle procedure doganali e logistiche; resilienza dei sistemi per proteggerli contro attacchi ibridi, cyber e rischi climatici; connettività, attraverso il rafforzamento dei collegamenti tra Paesi.
Sul versante marittimo, dove il Cef stanzia 145 milioni di euro, il perno di questa rete è il porto di Rotterdam, ritenuto uno hub primario della Nato per proiettare forze militari verso il fianco orientale dell’alleanza. La sua conversione verso l’uso duale prevede la designazione di banchine dedicate alle navi militari della Nato, l’adattamento dei terminal container per il trasferimento sicuro di munizioni, il coordinamento col porto di Anversa nel caso di volumi elevati e la pianificazione di esercitazioni anfibie regolari.
In un’intervista al Financial Time, il Ceo dell’Autorità portuale di Rotterdam, Boudewijn Simons, ha confermato che si sta riservando spazio alle navi militari e che si sta coordinando con i porti vicini su come gestire l'arrivo di veicoli e carichi britannici, americani e canadesi. Egli ha aggiunto che per quattro o cinque volte l’anno le navi militari potrebbero attraccare al porto, mentre la rete logistica circostante può adattarsi allo stoccaggio di rifornimenti, come forniture mediche, materie prime critiche, attrezzature energetiche, ripari ed eventualmente cibo e acqua.
Un altro scalo strategico è il porto di Amburgo, anch’esso destinato al rifornimento del fronte orientale della Nato. Questa funzione rientra nell’investimento annunciato di 1,1 miliardi di euro per migliorare i terminal container ed espandere i piazzali. Inoltre è previsto l’ampliamento del bacino di manovra da 480 a 600 metri per accogliere navi di maggiori dimensioni. In ambito più strettamente militare, ad Amburgo si svolgono esercitazioni Red Storm Alpha, dove un centinaio di soldati sono schierati per mettere in sicurezza le infrastrutture portuali.
Più a est, in Polonia, si sta attrezzando il porto di Gdynia, che deve diventare il gateway militare del Baltico. Anche qui sono in corso investimenti per aumentare la movimentazione delle merci e l’adattamento di alcune infrastrutture a uso duale. Inoltre, lo scalo sta implementando un sistema di droni per la gestione del traffico, il controllo e il contrasto ad altri velivoli autonomi. Nel 2023, Gdynia ha già compiuto un’operazione duale importante, trasbordando equipaggiamento militare statunitense.
Accanto a questi tre pilastri ci sono altri porti del Nord Europa ritenuti strategici. Uno è il citato porto di Anversa, che serve già come hub per le operazioni militari statunitensi in Europa e sarà sempre più coordinato con Rotterdam. Nei Paesi Bassi i porti di Vlissingen ed Eemshaven hanno già ricevuto spedizioni di veicoli blindati statunitensi nell’ottobre 2024 e tornando in Polonia bisogna citare anche il porto di Swinoujscie, che è importante anche come terminale di Gnl.
Il secondo capitolo degli investimenti europei riguarda il trasporto ferroviario, cui è assegnata circa la metà dei finanziamenti Cef per la mobilità militare, circa 874 milioni. I Paesi Bassi hanno aumentato del venti percento la loro flotta di carri specializzati, acquisendo 75 unità per il trasporto di equipaggiamenti militari in container. In tale contesto si può inserire il vasto programma di potenziamento della rete ferroviaria tedesca, che è fondamentale nel trasferimento degli equipaggiamenti dai porto atlantici verso il fronte orientale.
Il resto dei finanziamenti finora previsti dal Cef è per l’uso duale delle infrastrutture è composto da 548 milioni per quelle stradali, pari al 31% del totale, 164 milioni per quelle aeree (10%) e 16 milioni per le vie navigabili interne (1%). Oggi, quindi, l’interro fondo previsto per il periodo 2021-2027 è stato allocato e mancano ancora indicazioni per il periodo successivo, che va dal 2027 al 2030.
Accanto a questo finanziamento comunitario, altri fondi arrivano dai programmi nazionali e da quelli della Nato. Quest’ultima ha stanziato circa 4,6 miliardi di euro nel suo Security Investment Programme (Nsip), dedicati soprattutto alle infrastrutture marittime. Gli investimenti principali comprendono 2,4 miliardi per facilities marittime nel 2024, inclusi 300 milioni per progetti nella baia di Souda, Grecia; 550 milioni per infrastrutture di rifornimento navale; 190 milioni per miglioramenti portuali alla Stazione Navale di Rota, in Spagna.
Anche l’Italia si sta muovendo per l’uso duale delle infrastrutture di trasporto. Rientrano in tale contesto i fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e del Piano Nazionale Complementare, ma bisogna citare il programma Cef Military Mobility, che prevede per l’Italia 29 milioni di euro per l'ammodernamento del collegamento ferroviario del bacino portuale di Genova Sampierdarena.
Inoltre, rete Ferroviaria Italiana ha firmato un accordo di collaborazione strategica con Leonardo per un progetto condiviso destinato alla movimentazione di risorse militari, anche con breve preavviso e su larga scala. Questo accordo prevede di sviluppare un'architettura e alcune funzionalità della piattaforma digitale integrata per il trasporto di materiale militare attraverso infrastrutture duali. Questa piattaforma integrerà soluzioni innovative basate su intelligenza artificiale, utilizzando il supercomputer Davinci-1 di Leonardo, uno dei più potenti nel settore aerospazio, difesa e sicurezza.
In tale contesto s’inserisce il recente emendamento al Decreto Infrastrutture che vuole comprendere tra le infrastrutture duali anche il ponte sullo Stretto di Messina e la nuova diga foranea di Genova, con lo scopo di ricevere finanziamenti comunitari. Infatti la loro classificazione come opera militare strategica inserirebbe i due progetti nella quota dell’1,5% del Pil che l’Unione Europea intende dedicare, all’interno dell’obiettivo del 5% del Pil per la Difesa, alle infrastrutture. Però, come ha chiarito il ministro della Difesa italiano, spetta alla Nato stabilire se un’infrastruttura è strategica.
L’estensione dell’uso duale a numerose infrastrutture europee di trasporto pone anche dei rischi. Il primo è ovviamente quello di metterle nel mirino di eventuali nemici nel caso di conflitti e considerando che i porti sono quasi tutti all’interno di grandi città, un attacco militare potrebbe coinvolgere anche la popolazione civile. Ma ci sono pure questioni immediate, che non dipendono da una guerra ma, più in generale, dalle interferenze anche in tempo di pace tra funzioni civili e militari. Per esempio interruzioni operative per esercitazioni, investimenti che non generano ritorni commerciali o competizione con porti che non hanno impegni militari.
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In tale contesto, la Commissione Europea ha identificato oltre 500 punti critici infrastrutturali che necessitano di lavori di potenziamento per sostenere la mobilità militare. Questi includono porti, aeroporti, ponti ferroviari, tunnel e corridoi di trasporto che devono essere adattati per il passaggio rapido di equipaggiamenti militari pesanti e di grandi dimensioni. Non è un programma di oggi, perché il Piano d'Azione sulla Mobilità Militare 2.0 è datato novembre 2022 e si basa su un primo piano del 2018, ma la guerra in Ucraina ne ha accelerato l’implementazione.
Il Piano si concentra su quattro azioni principali: adeguamento delle infrastrutture, tramite il potenziamento dei corridoi Ten-T per sostenere movimenti militari su larga scala; semplificazione normativa, tramite la digitalizzazione delle procedure doganali e logistiche; resilienza dei sistemi per proteggerli contro attacchi ibridi, cyber e rischi climatici; connettività, attraverso il rafforzamento dei collegamenti tra Paesi.
Sul versante marittimo, dove il Cef stanzia 145 milioni di euro, il perno di questa rete è il porto di Rotterdam, ritenuto uno hub primario della Nato per proiettare forze militari verso il fianco orientale dell’alleanza. La sua conversione verso l’uso duale prevede la designazione di banchine dedicate alle navi militari della Nato, l’adattamento dei terminal container per il trasferimento sicuro di munizioni, il coordinamento col porto di Anversa nel caso di volumi elevati e la pianificazione di esercitazioni anfibie regolari.
In un’intervista al Financial Time, il Ceo dell’Autorità portuale di Rotterdam, Boudewijn Simons, ha confermato che si sta riservando spazio alle navi militari e che si sta coordinando con i porti vicini su come gestire l'arrivo di veicoli e carichi britannici, americani e canadesi. Egli ha aggiunto che per quattro o cinque volte l’anno le navi militari potrebbero attraccare al porto, mentre la rete logistica circostante può adattarsi allo stoccaggio di rifornimenti, come forniture mediche, materie prime critiche, attrezzature energetiche, ripari ed eventualmente cibo e acqua.
Un altro scalo strategico è il porto di Amburgo, anch’esso destinato al rifornimento del fronte orientale della Nato. Questa funzione rientra nell’investimento annunciato di 1,1 miliardi di euro per migliorare i terminal container ed espandere i piazzali. Inoltre è previsto l’ampliamento del bacino di manovra da 480 a 600 metri per accogliere navi di maggiori dimensioni. In ambito più strettamente militare, ad Amburgo si svolgono esercitazioni Red Storm Alpha, dove un centinaio di soldati sono schierati per mettere in sicurezza le infrastrutture portuali.
Più a est, in Polonia, si sta attrezzando il porto di Gdynia, che deve diventare il gateway militare del Baltico. Anche qui sono in corso investimenti per aumentare la movimentazione delle merci e l’adattamento di alcune infrastrutture a uso duale. Inoltre, lo scalo sta implementando un sistema di droni per la gestione del traffico, il controllo e il contrasto ad altri velivoli autonomi. Nel 2023, Gdynia ha già compiuto un’operazione duale importante, trasbordando equipaggiamento militare statunitense.
Accanto a questi tre pilastri ci sono altri porti del Nord Europa ritenuti strategici. Uno è il citato porto di Anversa, che serve già come hub per le operazioni militari statunitensi in Europa e sarà sempre più coordinato con Rotterdam. Nei Paesi Bassi i porti di Vlissingen ed Eemshaven hanno già ricevuto spedizioni di veicoli blindati statunitensi nell’ottobre 2024 e tornando in Polonia bisogna citare anche il porto di Swinoujscie, che è importante anche come terminale di Gnl.
Il secondo capitolo degli investimenti europei riguarda il trasporto ferroviario, cui è assegnata circa la metà dei finanziamenti Cef per la mobilità militare, circa 874 milioni. I Paesi Bassi hanno aumentato del venti percento la loro flotta di carri specializzati, acquisendo 75 unità per il trasporto di equipaggiamenti militari in container. In tale contesto si può inserire il vasto programma di potenziamento della rete ferroviaria tedesca, che è fondamentale nel trasferimento degli equipaggiamenti dai porto atlantici verso il fronte orientale.
Il resto dei finanziamenti finora previsti dal Cef è per l’uso duale delle infrastrutture è composto da 548 milioni per quelle stradali, pari al 31% del totale, 164 milioni per quelle aeree (10%) e 16 milioni per le vie navigabili interne (1%). Oggi, quindi, l’interro fondo previsto per il periodo 2021-2027 è stato allocato e mancano ancora indicazioni per il periodo successivo, che va dal 2027 al 2030.
Accanto a questo finanziamento comunitario, altri fondi arrivano dai programmi nazionali e da quelli della Nato. Quest’ultima ha stanziato circa 4,6 miliardi di euro nel suo Security Investment Programme (Nsip), dedicati soprattutto alle infrastrutture marittime. Gli investimenti principali comprendono 2,4 miliardi per facilities marittime nel 2024, inclusi 300 milioni per progetti nella baia di Souda, Grecia; 550 milioni per infrastrutture di rifornimento navale; 190 milioni per miglioramenti portuali alla Stazione Navale di Rota, in Spagna.
Anche l’Italia si sta muovendo per l’uso duale delle infrastrutture di trasporto. Rientrano in tale contesto i fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e del Piano Nazionale Complementare, ma bisogna citare il programma Cef Military Mobility, che prevede per l’Italia 29 milioni di euro per l'ammodernamento del collegamento ferroviario del bacino portuale di Genova Sampierdarena.
Inoltre, rete Ferroviaria Italiana ha firmato un accordo di collaborazione strategica con Leonardo per un progetto condiviso destinato alla movimentazione di risorse militari, anche con breve preavviso e su larga scala. Questo accordo prevede di sviluppare un'architettura e alcune funzionalità della piattaforma digitale integrata per il trasporto di materiale militare attraverso infrastrutture duali. Questa piattaforma integrerà soluzioni innovative basate su intelligenza artificiale, utilizzando il supercomputer Davinci-1 di Leonardo, uno dei più potenti nel settore aerospazio, difesa e sicurezza.
In tale contesto s’inserisce il recente emendamento al Decreto Infrastrutture che vuole comprendere tra le infrastrutture duali anche il ponte sullo Stretto di Messina e la nuova diga foranea di Genova, con lo scopo di ricevere finanziamenti comunitari. Infatti la loro classificazione come opera militare strategica inserirebbe i due progetti nella quota dell’1,5% del Pil che l’Unione Europea intende dedicare, all’interno dell’obiettivo del 5% del Pil per la Difesa, alle infrastrutture. Però, come ha chiarito il ministro della Difesa italiano, spetta alla Nato stabilire se un’infrastruttura è strategica.
L’estensione dell’uso duale a numerose infrastrutture europee di trasporto pone anche dei rischi. Il primo è ovviamente quello di metterle nel mirino di eventuali nemici nel caso di conflitti e considerando che i porti sono quasi tutti all’interno di grandi città, un attacco militare potrebbe coinvolgere anche la popolazione civile. Ma ci sono pure questioni immediate, che non dipendono da una guerra ma, più in generale, dalle interferenze anche in tempo di pace tra funzioni civili e militari. Per esempio interruzioni operative per esercitazioni, investimenti che non generano ritorni commerciali o competizione con porti che non hanno impegni militari.
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UE
06/05/2025
Euroclear vuole ridistribuire 3 miliardi di fondi russi congelati
L’agenzia di stampa britannica Reuters ha reso noto che, stando ad alcuni documenti visionati e alle informazioni di fonti vicine al dossier, la società di servizi finanziari Euroclear ha intenzione di ridistribuire a investitori occidentali circa 3 miliardi di fondi russi congelati in seguito alla conflagrazione del conflitto in Ucraina.
Lo scorso anno, Mosca ha confiscato il denaro posseduto da alcune realtà e personalità che avevano interessi in Russia, come risposta alle azioni di Bruxelles riguardo agli assets bloccati negli istituti europei. In particolare, la decisione di usare gli interessi maturati sui fondi russi per garantire prestiti utili a sostenere la capacità militare di Kiev è stata aspramente criticata.
Si stima che le società straniere presenti in Russia abbiano perso intorno ai 167 miliardi di dollari dall’inizio delle operazioni su larga scala in Ucraina da parte di Mosca, alla fine del febbraio 2022. Il Cremlino avrebbe intentato circa un centinaio di azioni legali contro Euroclear, senza però ottenere ancora nulla.
L’istituto belga detiene circa 191 miliardi di assets russi, più di due terzi del totale congelato. La società sembrerebbe aver deciso di prelevare 3 miliardi da un fondo di circa 10 miliardi già liquidi – ‘in contanti’, potremmo dire – appartenenti a varie compagnie e individui sottoposti a sanzione da parte della UE.
Il regime sanzionatorio approvato alla fine del 2024 ha reso possibile questo tipo di operazioni, e la società con sede a Bruxelles avrebbe poi ricevuto diverse pressioni dal mondo finanziario per agire di conseguenza. Non è chiaro quali attori le abbiano portate avanti e chi si sarebbe poi dovuto avvantaggiare dei fondi russi.
Stando alle fonti ascoltate da Reuters, lo scorso marzo Euroclear avrebbe così ottenuto le necessarie autorizzazioni dalle autorità belga, per poi notificare ai propri clienti il pagamento il primo aprile, stando a un documento esaminato sempre da Reuters. Sia il governo di Bruxelles sia il Cremlino non hanno per ora rilasciato commenti in merito.
Alcune critiche sono arrivate da soggetti inaspettati. Jacob Kirkegaard, esperto di sanzioni presso il Peterson Institute for International Economics, un think tank specializzato in economia internazionale con sede a Washington, ha definito questa operazione “moralmente riprovevole”.
Questo perché, a suo avviso, questi fondi dovrebbero servire alla ricostruzione dell’Ucraina. Meno sono, più saranno i soldi che dovranno sborsare i contribuenti europei nei progetti post-bellici. Una sorta di conflitto insanabile tra gli interessi finanziari e quelli della maggior parte della popolazione, seppur visto con lo sguardo di chi è pronto a esacerbare i rapporti con Mosca.
Infatti, il tema rimane un dossier caldo nei tentativi di confronto per il raggiungimento della pace in Ucraina. La UE ha sempre spinto per l’escalation e per rendere impossibili le trattative. La scelta di ridistribuire alcuni miliardi di ricchezze russe continua ad andare in quella direzione.
Fonte
Lo scorso anno, Mosca ha confiscato il denaro posseduto da alcune realtà e personalità che avevano interessi in Russia, come risposta alle azioni di Bruxelles riguardo agli assets bloccati negli istituti europei. In particolare, la decisione di usare gli interessi maturati sui fondi russi per garantire prestiti utili a sostenere la capacità militare di Kiev è stata aspramente criticata.
Si stima che le società straniere presenti in Russia abbiano perso intorno ai 167 miliardi di dollari dall’inizio delle operazioni su larga scala in Ucraina da parte di Mosca, alla fine del febbraio 2022. Il Cremlino avrebbe intentato circa un centinaio di azioni legali contro Euroclear, senza però ottenere ancora nulla.
L’istituto belga detiene circa 191 miliardi di assets russi, più di due terzi del totale congelato. La società sembrerebbe aver deciso di prelevare 3 miliardi da un fondo di circa 10 miliardi già liquidi – ‘in contanti’, potremmo dire – appartenenti a varie compagnie e individui sottoposti a sanzione da parte della UE.
Il regime sanzionatorio approvato alla fine del 2024 ha reso possibile questo tipo di operazioni, e la società con sede a Bruxelles avrebbe poi ricevuto diverse pressioni dal mondo finanziario per agire di conseguenza. Non è chiaro quali attori le abbiano portate avanti e chi si sarebbe poi dovuto avvantaggiare dei fondi russi.
Stando alle fonti ascoltate da Reuters, lo scorso marzo Euroclear avrebbe così ottenuto le necessarie autorizzazioni dalle autorità belga, per poi notificare ai propri clienti il pagamento il primo aprile, stando a un documento esaminato sempre da Reuters. Sia il governo di Bruxelles sia il Cremlino non hanno per ora rilasciato commenti in merito.
Alcune critiche sono arrivate da soggetti inaspettati. Jacob Kirkegaard, esperto di sanzioni presso il Peterson Institute for International Economics, un think tank specializzato in economia internazionale con sede a Washington, ha definito questa operazione “moralmente riprovevole”.
Questo perché, a suo avviso, questi fondi dovrebbero servire alla ricostruzione dell’Ucraina. Meno sono, più saranno i soldi che dovranno sborsare i contribuenti europei nei progetti post-bellici. Una sorta di conflitto insanabile tra gli interessi finanziari e quelli della maggior parte della popolazione, seppur visto con lo sguardo di chi è pronto a esacerbare i rapporti con Mosca.
Infatti, il tema rimane un dossier caldo nei tentativi di confronto per il raggiungimento della pace in Ucraina. La UE ha sempre spinto per l’escalation e per rendere impossibili le trattative. La scelta di ridistribuire alcuni miliardi di ricchezze russe continua ad andare in quella direzione.
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20/06/2024
È arrivata la mannaia della procedura di infrazione UE
Ieri la Commissione Europea ha notificato le procedure di infrazione per disavanzo eccessivo a 7 paesi. La mannaia dei vincoli di bilancio arriva su Polonia, Ungheria, Slovacchia e Malta, e anche sulla Francia e sul Belgio.
Il settimo paese, ovviamente, è l’Italia, che ha chiuso il 2023 con un deficit del 7,4% rispetto al PIL, ovvero più del doppio del limite del 3% ancora previsto nel nuovo Patto di Stabilità. Per ora, comunque, ci si limiterà semplicemente alla comunicazione.
Sarà infatti la nuova Commissione Europea, che verrà nominata entro poche settimane, che in autunno dovrà dare le “raccomandazioni” necessarie al rientro nei parametri. E anche richiedere le possibili correzioni di spesa sulla base delle “traiettorie tecniche” di spesa netta.
È su di esse che i governi dovranno presentare entro il 20 settembre i propri piani strutturali di bilancio a medio termine. A quel punto, la Commissione potrà proporre le raccomandazioni al Consiglio dell’Unione Europea sul rientro del disavanzo nel pacchetto di autunno del semestre europeo.
Da Bruxelles commentano che “in Italia permangono vulnerabilità legate all’elevato debito pubblico e alla debole crescita della produttività in un contesto di fragilità del mercato del lavoro e alcune debolezze residue nel settore finanziario, che hanno rilevanza transfrontaliera”.
Per il nostro paese, “nel complesso, l’analisi della sostenibilità del debito indica rischi elevati nel medio termine. Secondo le proiezioni decennali di base, il rapporto debito pubblico/PIL aumenterà costantemente fino a circa il 168% del Pil nel 2034”.
La Commissione ha apprezzato il fatto che non si sono verificate pressioni salariali. Aggiunge, inoltre, che “il patto di stabilità e crescita riformato, compresa l’applicazione della procedura per i disavanzi eccessivi, offre un meccanismo di sorveglianza adeguato e forte per affrontare i rischi per la sostenibilità fiscale e per integrare la sorveglianza”.
Anche se l’Italia non è più valutata in “squilibrio macroeconomico eccessivo“, ma solo in “squilibrio“, la procedura di infrazione si può già preventivare che varrà tra gli 8 e gli 11 miliardi di spesa pubblica annuali. Nel triennio 2025-2027 in essi si potrà conteggiare la maggiore spesa per interessi sostenuta per i tassi aumentati.
L’Ufficio Parlamentare di Bilancio ha calcolato che, per rinnovare per il 2025 alcuni interventi finanziati solo per l’anno corrente, la prossima manovra richiederebbe già intorno ai 18 miliardi. Non serve essere economisti per capire che sta per arrivare un’altra ondata di tagli e privatizzazioni (di quel poco che è rimasto pubblico).
Se guardiamo oltre l’Italia, è utile ricordare che i francesi andranno al voto entro una decina di giorni, in una situazione di forte polarizzazione del quadro politico. E sia il Nuovo Fronte Popolare sia la compagine guidata da Marine Le Pen non hanno programmi che si adattano a una procedura di infrazione.
In una nota dell’11 giugno, Simon Freycenet, economista di Goldman Sachs, ha ricordato come il programma presentato da Rassemblement National nel 2022 valesse 100 miliardi di spesa. Mentre gli analisti del partito di Macron, Renaissance, hanno calcolato quello del Fronte Popolare in addirittura 287 miliardi...
Il Belgio sta per cominciare le trattative per l’istituzione del nuovo governo. Le elezioni hanno restituito un quadro complesso per possibili alleanze, e in passato le consultazioni sono durate anche più di un anno: la procedura di infrazione sarà un elemento di pressione non indifferente.
E lo sarà anche sulle elezioni francesi e sulla tenuta del governo Meloni, sempre più europeista, al di là di alcune uscite propagandistiche.
Fonte
Il settimo paese, ovviamente, è l’Italia, che ha chiuso il 2023 con un deficit del 7,4% rispetto al PIL, ovvero più del doppio del limite del 3% ancora previsto nel nuovo Patto di Stabilità. Per ora, comunque, ci si limiterà semplicemente alla comunicazione.
Sarà infatti la nuova Commissione Europea, che verrà nominata entro poche settimane, che in autunno dovrà dare le “raccomandazioni” necessarie al rientro nei parametri. E anche richiedere le possibili correzioni di spesa sulla base delle “traiettorie tecniche” di spesa netta.
È su di esse che i governi dovranno presentare entro il 20 settembre i propri piani strutturali di bilancio a medio termine. A quel punto, la Commissione potrà proporre le raccomandazioni al Consiglio dell’Unione Europea sul rientro del disavanzo nel pacchetto di autunno del semestre europeo.
Da Bruxelles commentano che “in Italia permangono vulnerabilità legate all’elevato debito pubblico e alla debole crescita della produttività in un contesto di fragilità del mercato del lavoro e alcune debolezze residue nel settore finanziario, che hanno rilevanza transfrontaliera”.
Per il nostro paese, “nel complesso, l’analisi della sostenibilità del debito indica rischi elevati nel medio termine. Secondo le proiezioni decennali di base, il rapporto debito pubblico/PIL aumenterà costantemente fino a circa il 168% del Pil nel 2034”.
La Commissione ha apprezzato il fatto che non si sono verificate pressioni salariali. Aggiunge, inoltre, che “il patto di stabilità e crescita riformato, compresa l’applicazione della procedura per i disavanzi eccessivi, offre un meccanismo di sorveglianza adeguato e forte per affrontare i rischi per la sostenibilità fiscale e per integrare la sorveglianza”.
Anche se l’Italia non è più valutata in “squilibrio macroeconomico eccessivo“, ma solo in “squilibrio“, la procedura di infrazione si può già preventivare che varrà tra gli 8 e gli 11 miliardi di spesa pubblica annuali. Nel triennio 2025-2027 in essi si potrà conteggiare la maggiore spesa per interessi sostenuta per i tassi aumentati.
L’Ufficio Parlamentare di Bilancio ha calcolato che, per rinnovare per il 2025 alcuni interventi finanziati solo per l’anno corrente, la prossima manovra richiederebbe già intorno ai 18 miliardi. Non serve essere economisti per capire che sta per arrivare un’altra ondata di tagli e privatizzazioni (di quel poco che è rimasto pubblico).
Se guardiamo oltre l’Italia, è utile ricordare che i francesi andranno al voto entro una decina di giorni, in una situazione di forte polarizzazione del quadro politico. E sia il Nuovo Fronte Popolare sia la compagine guidata da Marine Le Pen non hanno programmi che si adattano a una procedura di infrazione.
In una nota dell’11 giugno, Simon Freycenet, economista di Goldman Sachs, ha ricordato come il programma presentato da Rassemblement National nel 2022 valesse 100 miliardi di spesa. Mentre gli analisti del partito di Macron, Renaissance, hanno calcolato quello del Fronte Popolare in addirittura 287 miliardi...
Il Belgio sta per cominciare le trattative per l’istituzione del nuovo governo. Le elezioni hanno restituito un quadro complesso per possibili alleanze, e in passato le consultazioni sono durate anche più di un anno: la procedura di infrazione sarà un elemento di pressione non indifferente.
E lo sarà anche sulle elezioni francesi e sulla tenuta del governo Meloni, sempre più europeista, al di là di alcune uscite propagandistiche.
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25/11/2023
Gaza - La tregua regge. Rilasciati i primi prigionieri. Israele attacca Spagna e Belgio
È avvenuto senza problemi il rilascio dei primi13 ostaggi israeliani nel quadro dello scambio di prigionieri tra Hamas e Israele. Oggi tocca ad un secondo gruppo.
Gli ostaggi israeliani – nove donne e quattro bambini – ieri sono stati consegnati da Hamas alla Croce rossa internazionale e sono giunti poi in Egitto, attraverso Rafah, il valico di confine tra la Striscia di Gaza e il territorio egiziano.
Successivamente, sono stati imbarcati su elicotteri militari israeliani e condotti verso la base dell’Aeronautica di Hatzerim, nel sud di Israele, e poi portati negli ospedali.
La tregua sembra reggere ma l’esercito israeliano intende riprendere i combattimenti nella Striscia di Gaza scaduti i quattro giorni. Lo ha dichiarato il ministro della Difesa, Benny Gantz, davanti a una folla di centinaia di persone che partecipavano a un raduno a Tel Aviv. Come riferito dal quotidiano israeliano Times of Israel al raduno erano presenti i familiari degli ostaggi. “Voglio rassicurare le famiglie di tutti gli ostaggi: non ci fermeremo, riprenderemo l’azione militare a Gaza per ripristinare la dissuasione”, ha affermato Gantz davanti alla folla.
Più difficile invece è stato il rilascio dei prigionieri palestinesi. Ci sono infatti stati spari e lacrimogeni dei militari israeliani contro i familiari che davanti al carcere di Ofer attendevano il rilascio dei detenuti palestinesi per lo scambio prigionieri. Si tratta di prigioniere donne e di minorenni.
Gli scontri sono scoppiati nei pressi della prigione di Ofer a Beitunia, a ovest di Ramallah, mentre la gente del posto e i giornalisti si riunivano in attesa del rilascio del primo gruppo di prigionieri. Le autorità israeliane avevano vietato ogni tipo di festeggiamento per la liberazione dei prigionieri palestinesi.
L’atmosfera è precipitata quando le forze di sicurezza israeliane sono intervenute per disperdere la folla di famiglie e i giornalisti in attesa di coprire l’evento e dare il benvenuto alle persone rilasciate.
Non solo. Ieri sera le forze di occupazione israeliane hanno fatto irruzione nelle case delle famiglie delle tre detenute palestinesi, che dovevano essere rilasciate ieri e hanno minacciato le loro famiglie di non festeggiare il loro rilascio.
Il corrispondente di WAFA ha detto che le forze israeliane si sono schierate in vari quartieri di Gerusalemme, hanno fatto irruzione nelle case di tre detenute palestinesi che saranno rilasciati più tardi stasera come parte di un accordo di scambio con Israele.
Le detenute sono Amani al-Hashim, Marah Bakir e Zaina Abdo, dei quartieri di Jabal Mukaber e Beit Hanina.
Due bambini e un fotoreporter sono stati feriti a colpi d’arma da fuoco dalle forze di occupazione israeliane questa sera dopo che queste ultime hanno attaccato le famiglie dei detenuti palestinesi che aspettavano il rilascio dei loro cari davanti alla prigione militare di Ofer a Beitunia, a ovest di Ramallah.
Israele infuriata con Spagna e Belgio. “Sono amici di Hamas”
Il ministro degli Esteri israeliano Eli Cohen, su istruzione di Netanyahu, ha convocato gli ambasciatori di Belgio e Spagna per i commenti fatti dai loro primi ministri al valico di Rafah venerdì e ha accusato i due paesi europei di essere complici di Hamas.
Da dove nasce tutta questa acrimonia? Durante una visita al valico di frontiera di Rafah in Egitto venerdì, Spagna e Belgio hanno chiesto un cessate il fuoco permanente. Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez e il primo ministro belga Alexander De Croo hanno visitato il valico di Rafah dopo aver incontrato il presidente egiziano Abdel-Fattah El-Sisi all’inizio di venerdì.
Durante la conferenza stampa, Sánchez ha descritto la situazione a Gaza come “il peggior disastro umanitario dei tempi moderni”.
“Quello che sta accadendo è un disastro e lo abbiamo affrontato in modo efficace, riuscendo a fermare il fuoco, portando all’arrivo degli aiuti”, ha dichiarato Sánchez.
Il primo ministro spagnolo ha anche esortato la comunità internazionale a riconoscere ufficialmente lo Stato di Palestina, affermando che: “Potremmo decidere di riconoscere lo Stato di Palestina se l’Unione Europea non lo farà”.
Da parte sua, il primo ministro belga De Croo ha invitato Israele a fermare l’uccisione di civili nella Striscia di Gaza, sottolineando che un cessate il fuoco di quattro giorni non è sufficiente e chiedendo una cessazione permanente delle ostilità.
Il Sudafrica vuole portare Israele alla Corte Penale Internazionale
“Il Sudafrica presenterà direttamente una petizione alla Corte Internazionale di Giustizia per fornire un parere consultivo sulle conseguenze legali derivanti dalla continua violazione da parte di Israele del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione dalla sua prolungata occupazione, insediamento e annessione del territorio palestinese occupato dal 1967”, ha detto il ministro degli Esteri sudafricano Pandor, in risposta a un’interrogazione parlamentare di un deputato.
Pandor ha anche detto che il Sudafrica lavorerà affinché la Palestina ottenga l’adesione alle Nazioni Unite.
“A livello globale, il Sudafrica sostiene gli sforzi palestinesi per l’adesione alle Nazioni Unite e la creazione di meccanismi internazionali positivi, credibili e duraturi per affrontare la causa palestinese sulla base del diritto internazionale”, ha spiegato il ministro degli Esteri del Sudafrica.
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Gli ostaggi israeliani – nove donne e quattro bambini – ieri sono stati consegnati da Hamas alla Croce rossa internazionale e sono giunti poi in Egitto, attraverso Rafah, il valico di confine tra la Striscia di Gaza e il territorio egiziano.
Successivamente, sono stati imbarcati su elicotteri militari israeliani e condotti verso la base dell’Aeronautica di Hatzerim, nel sud di Israele, e poi portati negli ospedali.
La tregua sembra reggere ma l’esercito israeliano intende riprendere i combattimenti nella Striscia di Gaza scaduti i quattro giorni. Lo ha dichiarato il ministro della Difesa, Benny Gantz, davanti a una folla di centinaia di persone che partecipavano a un raduno a Tel Aviv. Come riferito dal quotidiano israeliano Times of Israel al raduno erano presenti i familiari degli ostaggi. “Voglio rassicurare le famiglie di tutti gli ostaggi: non ci fermeremo, riprenderemo l’azione militare a Gaza per ripristinare la dissuasione”, ha affermato Gantz davanti alla folla.
Più difficile invece è stato il rilascio dei prigionieri palestinesi. Ci sono infatti stati spari e lacrimogeni dei militari israeliani contro i familiari che davanti al carcere di Ofer attendevano il rilascio dei detenuti palestinesi per lo scambio prigionieri. Si tratta di prigioniere donne e di minorenni.
Gli scontri sono scoppiati nei pressi della prigione di Ofer a Beitunia, a ovest di Ramallah, mentre la gente del posto e i giornalisti si riunivano in attesa del rilascio del primo gruppo di prigionieri. Le autorità israeliane avevano vietato ogni tipo di festeggiamento per la liberazione dei prigionieri palestinesi.
L’atmosfera è precipitata quando le forze di sicurezza israeliane sono intervenute per disperdere la folla di famiglie e i giornalisti in attesa di coprire l’evento e dare il benvenuto alle persone rilasciate.
Non solo. Ieri sera le forze di occupazione israeliane hanno fatto irruzione nelle case delle famiglie delle tre detenute palestinesi, che dovevano essere rilasciate ieri e hanno minacciato le loro famiglie di non festeggiare il loro rilascio.
Il corrispondente di WAFA ha detto che le forze israeliane si sono schierate in vari quartieri di Gerusalemme, hanno fatto irruzione nelle case di tre detenute palestinesi che saranno rilasciati più tardi stasera come parte di un accordo di scambio con Israele.
Le detenute sono Amani al-Hashim, Marah Bakir e Zaina Abdo, dei quartieri di Jabal Mukaber e Beit Hanina.
Due bambini e un fotoreporter sono stati feriti a colpi d’arma da fuoco dalle forze di occupazione israeliane questa sera dopo che queste ultime hanno attaccato le famiglie dei detenuti palestinesi che aspettavano il rilascio dei loro cari davanti alla prigione militare di Ofer a Beitunia, a ovest di Ramallah.
Israele infuriata con Spagna e Belgio. “Sono amici di Hamas”
Il ministro degli Esteri israeliano Eli Cohen, su istruzione di Netanyahu, ha convocato gli ambasciatori di Belgio e Spagna per i commenti fatti dai loro primi ministri al valico di Rafah venerdì e ha accusato i due paesi europei di essere complici di Hamas.
Da dove nasce tutta questa acrimonia? Durante una visita al valico di frontiera di Rafah in Egitto venerdì, Spagna e Belgio hanno chiesto un cessate il fuoco permanente. Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez e il primo ministro belga Alexander De Croo hanno visitato il valico di Rafah dopo aver incontrato il presidente egiziano Abdel-Fattah El-Sisi all’inizio di venerdì.
Durante la conferenza stampa, Sánchez ha descritto la situazione a Gaza come “il peggior disastro umanitario dei tempi moderni”.
“Quello che sta accadendo è un disastro e lo abbiamo affrontato in modo efficace, riuscendo a fermare il fuoco, portando all’arrivo degli aiuti”, ha dichiarato Sánchez.
Il primo ministro spagnolo ha anche esortato la comunità internazionale a riconoscere ufficialmente lo Stato di Palestina, affermando che: “Potremmo decidere di riconoscere lo Stato di Palestina se l’Unione Europea non lo farà”.
Da parte sua, il primo ministro belga De Croo ha invitato Israele a fermare l’uccisione di civili nella Striscia di Gaza, sottolineando che un cessate il fuoco di quattro giorni non è sufficiente e chiedendo una cessazione permanente delle ostilità.
Il Sudafrica vuole portare Israele alla Corte Penale Internazionale
“Il Sudafrica presenterà direttamente una petizione alla Corte Internazionale di Giustizia per fornire un parere consultivo sulle conseguenze legali derivanti dalla continua violazione da parte di Israele del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione dalla sua prolungata occupazione, insediamento e annessione del territorio palestinese occupato dal 1967”, ha detto il ministro degli Esteri sudafricano Pandor, in risposta a un’interrogazione parlamentare di un deputato.
Pandor ha anche detto che il Sudafrica lavorerà affinché la Palestina ottenga l’adesione alle Nazioni Unite.
“A livello globale, il Sudafrica sostiene gli sforzi palestinesi per l’adesione alle Nazioni Unite e la creazione di meccanismi internazionali positivi, credibili e duraturi per affrontare la causa palestinese sulla base del diritto internazionale”, ha spiegato il ministro degli Esteri del Sudafrica.
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26/08/2023
Belgio - La polizia spara a un uomo, 3 notti di rivolte
La stampa e le autorità si sono affrettate a rivelare i precedenti penali e la vita di Domenico per giustificare la sua morte. Ci sono state tre notti di scontri a Oupeye.
La città ha emesso un’ordinanza che vieta gli assembramenti di più di quattro persone in tutto il territorio comunale. Un elicottero ha sorvolato l’agglomerato di Liegi e sono stati dispiegati veicoli pesanti. Anche i trasporti pubblici sono stati limitati.
Il fratellastro di Domenico è stato arrestato a casa sua dopo aver “minacciato di attaccare la polizia”. Un altro individuo è stato arrestato per aver distribuito una foto del presunto tiratore della polizia.
Anche se su scala molto più ridotta, questi eventi riecheggiano la rivolta che ha infiammato la Francia dopo la morte di Nahel. Solidarietà a tutte le vittime della polizia e alle loro famiglie!
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La città ha emesso un’ordinanza che vieta gli assembramenti di più di quattro persone in tutto il territorio comunale. Un elicottero ha sorvolato l’agglomerato di Liegi e sono stati dispiegati veicoli pesanti. Anche i trasporti pubblici sono stati limitati.
Il fratellastro di Domenico è stato arrestato a casa sua dopo aver “minacciato di attaccare la polizia”. Un altro individuo è stato arrestato per aver distribuito una foto del presunto tiratore della polizia.
Anche se su scala molto più ridotta, questi eventi riecheggiano la rivolta che ha infiammato la Francia dopo la morte di Nahel. Solidarietà a tutte le vittime della polizia e alle loro famiglie!
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30/09/2022
Belgio - Blitz con morto contro neonazisti e tentato sequestro di un ministro
Due eventi traumatici a distanza di pochi giorni si sono abbattuti sul Belgio, uno dei paesi fondatori dell’Unione Europea. Una persona risulta uccisa durante un’operazione anti-terrorismo contro ambienti di estrema destra ad Anversa. L’indagine riguardava “un gruppo sospettato di appartenere all’estrema destra” e fatti di “violazione della normativa sulle armi”, e prevedeva una decina di perquisizioni nelle zone di Gand e Anversa.
Durante una di queste si è verificato lo scontro a fuoco tra la polizia e una delle persone presenti in un edificio, nel quartiere di Merksem ad Anversa, rimasto ucciso nel blitz.
Le perquisizioni, evidenzia la procura federale, “hanno consentito il sequestro di un ingente numero di armi e munizioni, il cui conteggio e analisi dovranno essere effettuati nei prossimi giorni. Alcuni armi erano legalmente registrate”.
Il Ministro della Giustizia del Belgio ha dichiarato che i principali sospettati nell’ambito dell’indagine sui preparativi per un attacco terroristico e sui reati legati alle armi nell’ambiente dell’estremismo di destra erano nella lista dei terroristi dell’OCAM. Secondo la Procura federale, a Merksem sono state trovate più di 100 armi, oltre a una grande quantità di munizioni, gilet tattici, visori notturni e termici.
La sorveglianza in Belgio sui gruppi di estrema destra da parte dei servizi segreti e della magistratura è stata intensificata dopo il recente caso di Jürgen Conings, un soldato con legami con l’estrema destra fuggito dalla sua caserma con armi e munizioni nella primavera del 2021. Il soldato 46enne, inserito nell’elenco dell’agenzia belga di analisi della minaccia terroristica, era sospettato di voler attaccare i rappresentanti dello Stato belga e un noto virologo. È stato trovato morto in un’area boschiva nella provincia di lingua olandese del Limburgo, nel nord-est del Paese, dopo essere stato braccato per più di un mese. Le indagini hanno concluso che si è suicidato con un’arma da fuoco.
La Sicurezza di Stato e l’OCAM sono da tempo convinti che l’estremismo di destra sia in crescita nel Paese. Lo dimostra il fatto che ci sono più di 60 estremisti di destra nella lista dei terroristi. Ciò significa che sono considerati potenzialmente estremisti violenti.
Il giornale belga Le Soir rivela che queste persone sono state seguite per mesi in totale segretezza. “In linea di principio, una persona inserita nella lista dei terroristi non può avere il permesso di portare un’arma. È possibile derogare a questo principio nel contesto dell’indagine per non allarmare il sospetto e quindi non far deragliare l’indagine”, ha spiegato il ministro della giustizia belga Van Quickenborne.
Ma lo stesso ministro della Giustizia Van Quickenborne, solo una settimana fa, era stato al centro di un fatto clamoroso: un tentato sequestro da parte di non meglio identificato “narcotrafficanti”.
Il piano è stato sventato quasi per caso dalla polizia, grazie a un casuale controllo di un veicolo e alla collaborazione con i colleghi olandesi. Tutti e quattro i presunti autori del rapimento sono stati arrestati nei Paesi Bassi. E secondo i media belgi si tratta di narcotrafficanti. Lo stesso ministro della Giustizia, in un videomessaggio diffuso dalla televisione belga, parla di “mafia della droga”.
Nel video Van Quickenborne ha raccontato di essere stato avvertito dal procuratore federale dell’esistenza di un piano per il suo rapimento. “Per il momento sarò posto sotto stretta sorveglianza e non potrò partecipare ad alcune attività programmate nei prossimi giorni. Non è piacevole, ma è comprensibile”, ha spiegato il ministro.
Giovedì della scorsa settimana, una pattuglia della polizia ha individuato un veicolo con targa olandese nelle vicinanze della villa occupata dal ministro e dalla sua famiglia nel sobborgo residenziale di Kortrijk, dove Van Quickenborne è sindaco. Secondo i media locali al suo interno sono stati rinvenuti “almeno” un fucile d’assalto, nastro adesivo e bottiglie di benzina in un’altra auto, anch’essa immatricolata nei Paesi Bassi. Il veicolo ha condotto gli inquirenti sulle tracce di quattro sospetti.
Si tratta di tre uomini, di 20, 29 e 48 anni, che sono stati arrestati nei Paesi Bassi sulla base della descrizione del loro veicolo, ritenuti però non gli organizzatori ma gli esecutori di un piano di rapimento ideato da trafficanti di droga. Il Belgio ha chiesto immediatamente la loro estradizione. Domenica, intorno alle 15, il quarto ricercato è stato arrestato in una strada della stessa città. Un olandese di 21 anni, secondo le autorità locali.
Da circa un decennio, il Belgio viene ritenuto uno degli hub europei di ingresso principale della cocaina. Lo scalo di Anversa, secondo i dati di un report dell’Europol, si è guadagnato il record del porto con il maggior traffico di cocaina in Europa: lo scorso anno, sono state sequestrate 66 tonnellate di cocaina, contro le cinque del 2013.
Subito dopo risulta esserci il vicino porto olandese di Rotterdam. La crescita dei flussi di droga è stata accompagnata da un progressivo aumento della presenza delle mafie sul territorio, dalla ‘Ndrangheta calabrese a quella albanese, passando per l’emergente Moccro Maffia, un gruppo composto da immigrati marocchini. A testimoniare la loro presenza sul territorio, c’è stato l’aumento di omicidi e sparatorie, in particolare a Bruxelles e ad Anversa.
Ma il tranquillo Belgio non è nuovo a fenomeni di criminalità politica. Tra il 1982 e il 1985 impazzarono i brutali omicidi de “La Banda del Brabante” (28 morti) che risultarono possedere coperture tra le forze di polizia e che ha portato all’arresto di un poliziotto per depistaggio nelle indagini. Nel 1989 venne sequestrato l’ex Primo Ministro Paul Vanden Boeynants, precedentemente condannato per frode fiscale.
Nel 1991 venne addirittura ucciso il segretario del Partito Socialista Andrè Cools per una vicenda legata ad appalti nelle forniture militari (c’entrò anche l’italiana Agusta e i suoi elicotteri) e finì indagato un ministro come mandante.
Insomma, l’immagine di una Europa culla della civiltà e del benessere deve sempre fare più spesso con i “mostri” che prosperano al suo interno. Anche nel tranquillo Belgio.
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Durante una di queste si è verificato lo scontro a fuoco tra la polizia e una delle persone presenti in un edificio, nel quartiere di Merksem ad Anversa, rimasto ucciso nel blitz.
Le perquisizioni, evidenzia la procura federale, “hanno consentito il sequestro di un ingente numero di armi e munizioni, il cui conteggio e analisi dovranno essere effettuati nei prossimi giorni. Alcuni armi erano legalmente registrate”.
Il Ministro della Giustizia del Belgio ha dichiarato che i principali sospettati nell’ambito dell’indagine sui preparativi per un attacco terroristico e sui reati legati alle armi nell’ambiente dell’estremismo di destra erano nella lista dei terroristi dell’OCAM. Secondo la Procura federale, a Merksem sono state trovate più di 100 armi, oltre a una grande quantità di munizioni, gilet tattici, visori notturni e termici.
La sorveglianza in Belgio sui gruppi di estrema destra da parte dei servizi segreti e della magistratura è stata intensificata dopo il recente caso di Jürgen Conings, un soldato con legami con l’estrema destra fuggito dalla sua caserma con armi e munizioni nella primavera del 2021. Il soldato 46enne, inserito nell’elenco dell’agenzia belga di analisi della minaccia terroristica, era sospettato di voler attaccare i rappresentanti dello Stato belga e un noto virologo. È stato trovato morto in un’area boschiva nella provincia di lingua olandese del Limburgo, nel nord-est del Paese, dopo essere stato braccato per più di un mese. Le indagini hanno concluso che si è suicidato con un’arma da fuoco.
La Sicurezza di Stato e l’OCAM sono da tempo convinti che l’estremismo di destra sia in crescita nel Paese. Lo dimostra il fatto che ci sono più di 60 estremisti di destra nella lista dei terroristi. Ciò significa che sono considerati potenzialmente estremisti violenti.
Il giornale belga Le Soir rivela che queste persone sono state seguite per mesi in totale segretezza. “In linea di principio, una persona inserita nella lista dei terroristi non può avere il permesso di portare un’arma. È possibile derogare a questo principio nel contesto dell’indagine per non allarmare il sospetto e quindi non far deragliare l’indagine”, ha spiegato il ministro della giustizia belga Van Quickenborne.
Ma lo stesso ministro della Giustizia Van Quickenborne, solo una settimana fa, era stato al centro di un fatto clamoroso: un tentato sequestro da parte di non meglio identificato “narcotrafficanti”.
Il piano è stato sventato quasi per caso dalla polizia, grazie a un casuale controllo di un veicolo e alla collaborazione con i colleghi olandesi. Tutti e quattro i presunti autori del rapimento sono stati arrestati nei Paesi Bassi. E secondo i media belgi si tratta di narcotrafficanti. Lo stesso ministro della Giustizia, in un videomessaggio diffuso dalla televisione belga, parla di “mafia della droga”.
Nel video Van Quickenborne ha raccontato di essere stato avvertito dal procuratore federale dell’esistenza di un piano per il suo rapimento. “Per il momento sarò posto sotto stretta sorveglianza e non potrò partecipare ad alcune attività programmate nei prossimi giorni. Non è piacevole, ma è comprensibile”, ha spiegato il ministro.
Giovedì della scorsa settimana, una pattuglia della polizia ha individuato un veicolo con targa olandese nelle vicinanze della villa occupata dal ministro e dalla sua famiglia nel sobborgo residenziale di Kortrijk, dove Van Quickenborne è sindaco. Secondo i media locali al suo interno sono stati rinvenuti “almeno” un fucile d’assalto, nastro adesivo e bottiglie di benzina in un’altra auto, anch’essa immatricolata nei Paesi Bassi. Il veicolo ha condotto gli inquirenti sulle tracce di quattro sospetti.
Si tratta di tre uomini, di 20, 29 e 48 anni, che sono stati arrestati nei Paesi Bassi sulla base della descrizione del loro veicolo, ritenuti però non gli organizzatori ma gli esecutori di un piano di rapimento ideato da trafficanti di droga. Il Belgio ha chiesto immediatamente la loro estradizione. Domenica, intorno alle 15, il quarto ricercato è stato arrestato in una strada della stessa città. Un olandese di 21 anni, secondo le autorità locali.
Da circa un decennio, il Belgio viene ritenuto uno degli hub europei di ingresso principale della cocaina. Lo scalo di Anversa, secondo i dati di un report dell’Europol, si è guadagnato il record del porto con il maggior traffico di cocaina in Europa: lo scorso anno, sono state sequestrate 66 tonnellate di cocaina, contro le cinque del 2013.
Subito dopo risulta esserci il vicino porto olandese di Rotterdam. La crescita dei flussi di droga è stata accompagnata da un progressivo aumento della presenza delle mafie sul territorio, dalla ‘Ndrangheta calabrese a quella albanese, passando per l’emergente Moccro Maffia, un gruppo composto da immigrati marocchini. A testimoniare la loro presenza sul territorio, c’è stato l’aumento di omicidi e sparatorie, in particolare a Bruxelles e ad Anversa.
Ma il tranquillo Belgio non è nuovo a fenomeni di criminalità politica. Tra il 1982 e il 1985 impazzarono i brutali omicidi de “La Banda del Brabante” (28 morti) che risultarono possedere coperture tra le forze di polizia e che ha portato all’arresto di un poliziotto per depistaggio nelle indagini. Nel 1989 venne sequestrato l’ex Primo Ministro Paul Vanden Boeynants, precedentemente condannato per frode fiscale.
Nel 1991 venne addirittura ucciso il segretario del Partito Socialista Andrè Cools per una vicenda legata ad appalti nelle forniture militari (c’entrò anche l’italiana Agusta e i suoi elicotteri) e finì indagato un ministro come mandante.
Insomma, l’immagine di una Europa culla della civiltà e del benessere deve sempre fare più spesso con i “mostri” che prosperano al suo interno. Anche nel tranquillo Belgio.
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18/07/2021
La catastrofe in Germania, ultimo campanello d’allarme sui cambiamenti climatici
I numeri, tutti i numeri, ci dicono che quanto è accaduto in questi giorni in Germania e Belgio è il più serio campanello d’allarme sugli effetti materiali dei cambiamenti climatici.
Nessuno adesso potrà fare più finta di niente e gli stessi accordi di Parigi sul clima – come sostiene il Rapporto dell’IPCC – andranno rivisti radicalmente perché totalmente insufficienti ad invertire la tendenza. E questa tendenza all’infarto ecologico del pianeta è destinata a ripetere sempre più frequentemente e rapidamente i “record” negativi, sia per le anomalie termiche di calore sia per i rovesci di pioggia sulla terra.
In tale contesto appaiono irricevibili le resistenze delle multinazionali dell’automotive nell’assumersi le proprie responsabilità nei cambiamenti produttivi necessari.
Chi contesta che i disastrosi eventi meterologici in Germania in fondo non siano una novità così allarmante, ricorda che anche tra maggio e giugno del 2016, dopo numerosi giorni di pioggia incessante, una serie d’inondazioni colpì gran parte dell’Europa centrale.
In quel caso i paesi maggiormente colpiti da questi disastri furono Francia e Germania, ma ci furono eventi significativi anche in Austria, Belgio, Romania e Moldavia. I lander tedeschi più colpiti furono, oltre a Nord Reno-Vestafalia e Renania-Palatinato come in questi giorni, anche la Baviera, l’Assia e il Baden Wuttemberg. Ma nel 2016 il numero delle vittime fu di 20 persone. Oggi è quasi otto volte tanto.
In Germania il bilancio provvisorio delle vittime delle devastanti alluvioni è già salito a 156 morti. L’ultimo bilancio della polizia locale parla di 90 vittime nel land della Renania-Palatinato e 43 in quello del Nord Reno-Vestfalia. Ma non è ancora chiaro il numero dei dispersi.
L’ultima stima fornita dal ministero dell’Interno di Berlino riferisce di 1.300 persone di cui è impossibile stabilire la sorte poiché le linee telefoniche sono saltate in molte delle zone interessate. In tutto il Paese 165 mila persone sono rimaste senza energia elettrica e 600 chilometri di linee ferroviarie sono stati danneggiati dalle piogge torrenziali.
In Rheinbach-Todenfeld (Rhein-Sieg-Kreis nel Nord Reno-Westfalia) sono stati rilevati 158 litri per metro quadrato in 24 ore – la maggior parte dei quali è caduta in un periodo di tempo breve.
Il servizio meteorologico tedesco ha fornito i dati sulle precipitazioni piovasche, e in base ai dati ufficiali riportati dal Deutscher Wetterdienst, ha rilevato quanta acqua si è rovesciata sulla terra in 72 ore:
182,4mm di pioggia a Nachrodt-Wiblingwerde
175,7mm di pioggia ad Hagen
174,9mm di pioggia ad Altena
161,6mm di pioggia a Werdohl
160,4mm di pioggia a Neuenrade
Le ricerche dei dispersi sono in corso. Gli elicotteri dell’esercito stanno recuperando le persone che hanno cercato riparo sui tetti. A Sinzig l’acqua ha invaso il pianoterra di un centro per disabili, uccidendo 12 pazienti.
Nel Nord Reno-Vestfalia la località di Erftsadt-Blessem, a circa 40 chilometri da Colonia, è stata travolta da una frana. “Le case sono state in gran parte spazzate via e alcune sono crollate. Diverse persone mancano all’appello”, riferiscono le autorità locali, che non sono riuscite a fornire informazioni più precise a causa delle difficoltà di comunicazione con l’area interessata.
Dalle abitazioni superstiti continuano a giungere chiamate d’emergenza, in quanto i residenti non hanno lasciato i loro appartamenti o vi sono tornati nonostante l’alluvione. Al momento l’evacuazione del centro abitato sarebbe possibile solo per via nautica e i soccorritori non sono in grado di raggiungere tutte le persone in situazioni di emergenza. A complicare i soccorsi ha contribuito la rottura di un gasdotto.
Duramente colpito anche il Belgio dove si contano 27 morti e un’altra ventina di dispersi.
Nei pressi del confine con il Belgio, continua a suscitare preoccupazione la diga di Rurtalsperre, che rischia di cedere. I villaggi circostanti sono stati evacuati. Le fortissime precipitazioni hanno aperto una breccia larga un metro in una diga nel Canale Juliana, nel comune olandese di Meerssen, al confine con il Belgio.
L’elevato livello raggiunto dalle acque della Mosa minaccia inoltre una diga nella città belga di Maaseik, nella provincia di Limburg, dove sei comuni sono stati evacuati. In Vallonia 21 mila persone sono senza elettricità. Nella città di Verviers è stato imposto il coprifuoco per evitare saccheggi. I residenti di Liegi sono stati esortati a lasciare le case o, se impossibilitati, trasferirsi al piano superiore delle proprie residenze.
Migliaia di persone hanno dovuto abbandonare le loro abitazioni anche nel Sud dell’Olanda.
Fonte
Nessuno adesso potrà fare più finta di niente e gli stessi accordi di Parigi sul clima – come sostiene il Rapporto dell’IPCC – andranno rivisti radicalmente perché totalmente insufficienti ad invertire la tendenza. E questa tendenza all’infarto ecologico del pianeta è destinata a ripetere sempre più frequentemente e rapidamente i “record” negativi, sia per le anomalie termiche di calore sia per i rovesci di pioggia sulla terra.
In tale contesto appaiono irricevibili le resistenze delle multinazionali dell’automotive nell’assumersi le proprie responsabilità nei cambiamenti produttivi necessari.
Chi contesta che i disastrosi eventi meterologici in Germania in fondo non siano una novità così allarmante, ricorda che anche tra maggio e giugno del 2016, dopo numerosi giorni di pioggia incessante, una serie d’inondazioni colpì gran parte dell’Europa centrale.
In quel caso i paesi maggiormente colpiti da questi disastri furono Francia e Germania, ma ci furono eventi significativi anche in Austria, Belgio, Romania e Moldavia. I lander tedeschi più colpiti furono, oltre a Nord Reno-Vestafalia e Renania-Palatinato come in questi giorni, anche la Baviera, l’Assia e il Baden Wuttemberg. Ma nel 2016 il numero delle vittime fu di 20 persone. Oggi è quasi otto volte tanto.
In Germania il bilancio provvisorio delle vittime delle devastanti alluvioni è già salito a 156 morti. L’ultimo bilancio della polizia locale parla di 90 vittime nel land della Renania-Palatinato e 43 in quello del Nord Reno-Vestfalia. Ma non è ancora chiaro il numero dei dispersi.
L’ultima stima fornita dal ministero dell’Interno di Berlino riferisce di 1.300 persone di cui è impossibile stabilire la sorte poiché le linee telefoniche sono saltate in molte delle zone interessate. In tutto il Paese 165 mila persone sono rimaste senza energia elettrica e 600 chilometri di linee ferroviarie sono stati danneggiati dalle piogge torrenziali.
In Rheinbach-Todenfeld (Rhein-Sieg-Kreis nel Nord Reno-Westfalia) sono stati rilevati 158 litri per metro quadrato in 24 ore – la maggior parte dei quali è caduta in un periodo di tempo breve.
Il servizio meteorologico tedesco ha fornito i dati sulle precipitazioni piovasche, e in base ai dati ufficiali riportati dal Deutscher Wetterdienst, ha rilevato quanta acqua si è rovesciata sulla terra in 72 ore:
182,4mm di pioggia a Nachrodt-Wiblingwerde
175,7mm di pioggia ad Hagen
174,9mm di pioggia ad Altena
161,6mm di pioggia a Werdohl
160,4mm di pioggia a Neuenrade
Le ricerche dei dispersi sono in corso. Gli elicotteri dell’esercito stanno recuperando le persone che hanno cercato riparo sui tetti. A Sinzig l’acqua ha invaso il pianoterra di un centro per disabili, uccidendo 12 pazienti.
Nel Nord Reno-Vestfalia la località di Erftsadt-Blessem, a circa 40 chilometri da Colonia, è stata travolta da una frana. “Le case sono state in gran parte spazzate via e alcune sono crollate. Diverse persone mancano all’appello”, riferiscono le autorità locali, che non sono riuscite a fornire informazioni più precise a causa delle difficoltà di comunicazione con l’area interessata.
Dalle abitazioni superstiti continuano a giungere chiamate d’emergenza, in quanto i residenti non hanno lasciato i loro appartamenti o vi sono tornati nonostante l’alluvione. Al momento l’evacuazione del centro abitato sarebbe possibile solo per via nautica e i soccorritori non sono in grado di raggiungere tutte le persone in situazioni di emergenza. A complicare i soccorsi ha contribuito la rottura di un gasdotto.
Duramente colpito anche il Belgio dove si contano 27 morti e un’altra ventina di dispersi.
Nei pressi del confine con il Belgio, continua a suscitare preoccupazione la diga di Rurtalsperre, che rischia di cedere. I villaggi circostanti sono stati evacuati. Le fortissime precipitazioni hanno aperto una breccia larga un metro in una diga nel Canale Juliana, nel comune olandese di Meerssen, al confine con il Belgio.
L’elevato livello raggiunto dalle acque della Mosa minaccia inoltre una diga nella città belga di Maaseik, nella provincia di Limburg, dove sei comuni sono stati evacuati. In Vallonia 21 mila persone sono senza elettricità. Nella città di Verviers è stato imposto il coprifuoco per evitare saccheggi. I residenti di Liegi sono stati esortati a lasciare le case o, se impossibilitati, trasferirsi al piano superiore delle proprie residenze.
Migliaia di persone hanno dovuto abbandonare le loro abitazioni anche nel Sud dell’Olanda.
Fonte
20/02/2020
L’assalto dell’Unione Europea alle nostre pensioni
I lavoratori francesi stanno lottando contro la riforma delle pensioni di Macron. In Belgio, abbiamo resistito contro il governo guidato da Charles Michel e la sua proposta di una pensione ‘a punti’ [simile a quella di Macron, ndt]. In Spagna, il movimento dei ‘pensionistas’ marcia ogni lunedì per domandare pensioni dignitose. In Croazia, i sindacati hanno ottenuto il ritorno dell’età pensionabile da 67 a 65 anni. La lotta in difesa delle nostre pensioni sta prendendo piede in molti paesi europei. È solo una coincidenza?
Indovinello: sapete dove i diversi attacchi al sistema della sicurezza sociale europeo e, più specificatamente, al sistema pensionistico, sono coordinati? Risposta: negli uffici della Commissione Europea. Questa istituzione, fatta di 28 commissari non eletti da nessun cittadino europeo, è il potere esecutivo dell’Unione Europea.
La sua influenza sulle nostre vite di tutti i giorni è considerevole, perché la Commissione dà inizio a tutta la legislazione europea. E circa il 70 per cento delle leggi approvate dai parlamenti nazionali sono una mera trasposizione delle regole approvate a livello europeo. Ma la domanda rimane: perché l’Unione Europea ha deciso di prendersela con le nostre pensioni?
L’arsenale della Commissione
Sin dalla crisi finanziaria del 2008 e dall’avvento della Cina, la Commissione ha accelerato il passo e ha istituito un intero arsenale di misure che possono avere un impatto sulle pensioni europee. Lo European Trade Union Institute ha notato che, nonostante i sistemi pensionistici siano una competenza nazionale, l’UE ha giocato un ruolo chiave nel suggerire che tipo di riforme dovrebbero essere implementate per ridurre la spesa sociale.1 Il Patto di Stabilità e Crescita, il Six Pack, Il Two Pack... questi trattati approvati dagli stati membri hanno permesso all’Unione Europea di imporre politiche di austerità con il fine di ridurre la spesa sociale.
Il Semestre Europeo è un esempio concreto di questo. Fanno parte del Semestre le raccomandazioni che la Commissione indirizza agli stati membri a maggio di ogni anno. Queste raccomandazioni sono approvate alla riunione di giugno del Consiglio Europeo, dove siedono i 28 capi di governo.
Le raccomandazioni contengono le misure suggerite dalla Commissione agli stati membri per portare le loro politiche economiche e di bilancio in linea con le regole e gli obiettivi stabiliti a livello europeo. E, guarda caso, le riforme dei sistemi pensionistici sono regolarmente incluse in queste raccomandazioni.
Privatizzazione delle pensioni
Nel 2011, la Commissione comincia ad emettere le sue raccomandazioni: la protezione ‘eccessiva’ dei lavoratori con un contratto permanente deve essere ridotta, l’età pensionabile deve essere collegata all’aspettativa di vita (ossia, deve essere alzata), le condizioni di accesso al pre-pensionamento devono essere ristrette, e devono essere istituiti i sistemi di previdenza complementari.
Sette anni dopo, nel maggio 2018, il consiglio ECOFIN, composto dai ministri delle finanze di tutti gli stati membri, è compiaciuto. Nel suo comunicato ufficiale, l’Ecofin dimostra come il lavoro della commissione nel coordinare le riforme abbia portato i suoi frutti:
Per lo stato, questo sistema ha il vantaggio di abbassare la pensione. Basti guardare a quello che sta avvenendo nei paesi europei dove questo sistema è già in uso.
In Germania, il sistema a punti è in uso sin dai primi anni 2000. Il bilancio è catastrofico: un pensionato su due riceve meno di 800 euro al mese, il 16,8 per cento dei pensionati vivono sotto la soglia di povertà, più di un milione di pensionati, spesso sopra i 70 anni, devono fare dei lavoretti [mini-jobs, introdotti dalla riforma Hartz, ndt] per sopravvivere.
In Svezia, dove il sistema a punti sta creando scompiglio sin dal 2001, le cose non vanno meglio: il 92 per cento delle donne e il 72 per cento degli uomini avrebbero una pensione più alta se il vecchio sistema fosse rimasto in vigore. E, come in Germania, molti devono continuare a lavorare nonostante un’età avanzata: il 38 per cento degli svedesi di 67 anni e il 25 per cento di quelli oltre i 69 anni deve continuare a lavorare per supplire ad una pensione bassa.
Ma questo non è abbastanza. La Commissione Europea si lamenta del fatto che solo il 27 per cento degli Europei fra i 25 e i 59 anni di età abbia investito i propri risparmi in pensione. Il Consiglio Europeo riconosce che ‘il mercato europeo per i risparmi pensionistici individuali è al momento frammentato a causa dell’esistenza di una miriade di regole diverse che bloccano l’emergere di un mercato a livello UE’3.
‘C’e’ chiaramente un’intenzione di privatizzare le pensioni su scala europea’ – dice Marc Botenga, eurodeputato del PTB-PVDA. ‘Pochi mesi fa, il Parlamento ha votato a favore della creazione di un programma previdenziale integrativo europeo (chiamato ‘pan-European individual retirement savings product’)’. In pratica, si tratta di trasferire le pensioni dei lavoratori ad assicurazioni private. ‘L’Unione Europea è sostanzialmente un prodotto e un progetto di mercatizzazione che ha lo scopo di offrire più e più settori ai mercati, alle multinazionali private e alle banche’.
Questo è il motivo per cui si fa austerità. Si limita l’azione dello stato e lo si costringe a privatizzare. Nella sua [della UE, ndt] visione, le pensioni devono essere privatizzate, così come è stato per l’energia, i servizi postali e le ferrovie’
Un contro-attacco europeo
Le misure antisociali che si trovano in tutti questi piani di riforma del sistema pensionistico dei paesi europei sono molto simili. Questo non sorprende: sono tutte coordinate dalla Commissione Europea, che distilla le sue raccomandazioni di austerità con un solo obbiettivo: massimizzare i profitti delle aziende per farci lavorare più a lungo, per pensioni minori, con il ‘danno collaterale’ di passare la pensione integrativa ai fondi pensione privati.
Poiché’ l’attacco è europeo, anche la nostra risposta deve esserlo. Questo è il motivo per cui il PTB ha mandato molte delegazioni a supporto dei manifestanti e dei lavoratori in sciopero in Francia, a Lille, Parigi, Valenciennes, Strasburgo, Douai, ecc. e questo è il motivo per cui il partito continuerà a farlo finché i lavoratori francesi non avranno vinto la loro battaglia contro Macron.
Il PTB chiama i lavoratori belgi a dare un contributo al fondo di solidarietà della CGT a supporto degli scioperanti. Perché la loro lotta è anche la nostra. Ogni vittoria ottenuta in un dato paese per difendere il sistema pensionistico retributivo sarà una vittoria di tutti i lavoratori europei. Sarà un avvertimento all’establishment europeo: le loro riforme intollerabili non passeranno. Ora più che mai c’è bisogno di solidarietà fra i lavoratori europei
Note:
1 «Reforming pensions in Europe; a comparative country analysis», ETUI, 2013
2 https://www.consilium.europa.eu/media/35374/st09298-en18.pdf
3 https://www.consilium.europa.eu/fr/press/press-releases/2019/02/13/pensions-council-confirms-agreement-on-pan-european-pension-product/
Fonte
Indovinello: sapete dove i diversi attacchi al sistema della sicurezza sociale europeo e, più specificatamente, al sistema pensionistico, sono coordinati? Risposta: negli uffici della Commissione Europea. Questa istituzione, fatta di 28 commissari non eletti da nessun cittadino europeo, è il potere esecutivo dell’Unione Europea.
La sua influenza sulle nostre vite di tutti i giorni è considerevole, perché la Commissione dà inizio a tutta la legislazione europea. E circa il 70 per cento delle leggi approvate dai parlamenti nazionali sono una mera trasposizione delle regole approvate a livello europeo. Ma la domanda rimane: perché l’Unione Europea ha deciso di prendersela con le nostre pensioni?
L’arsenale della Commissione
Sin dalla crisi finanziaria del 2008 e dall’avvento della Cina, la Commissione ha accelerato il passo e ha istituito un intero arsenale di misure che possono avere un impatto sulle pensioni europee. Lo European Trade Union Institute ha notato che, nonostante i sistemi pensionistici siano una competenza nazionale, l’UE ha giocato un ruolo chiave nel suggerire che tipo di riforme dovrebbero essere implementate per ridurre la spesa sociale.1 Il Patto di Stabilità e Crescita, il Six Pack, Il Two Pack... questi trattati approvati dagli stati membri hanno permesso all’Unione Europea di imporre politiche di austerità con il fine di ridurre la spesa sociale.
Il Semestre Europeo è un esempio concreto di questo. Fanno parte del Semestre le raccomandazioni che la Commissione indirizza agli stati membri a maggio di ogni anno. Queste raccomandazioni sono approvate alla riunione di giugno del Consiglio Europeo, dove siedono i 28 capi di governo.
Le raccomandazioni contengono le misure suggerite dalla Commissione agli stati membri per portare le loro politiche economiche e di bilancio in linea con le regole e gli obiettivi stabiliti a livello europeo. E, guarda caso, le riforme dei sistemi pensionistici sono regolarmente incluse in queste raccomandazioni.
Privatizzazione delle pensioni
Nel 2011, la Commissione comincia ad emettere le sue raccomandazioni: la protezione ‘eccessiva’ dei lavoratori con un contratto permanente deve essere ridotta, l’età pensionabile deve essere collegata all’aspettativa di vita (ossia, deve essere alzata), le condizioni di accesso al pre-pensionamento devono essere ristrette, e devono essere istituiti i sistemi di previdenza complementari.
Sette anni dopo, nel maggio 2018, il consiglio ECOFIN, composto dai ministri delle finanze di tutti gli stati membri, è compiaciuto. Nel suo comunicato ufficiale, l’Ecofin dimostra come il lavoro della commissione nel coordinare le riforme abbia portato i suoi frutti:
Ecofin apprezza che nella maggior parte dei paesi, le recenti riforme delle pensioni abbiano avuto un impatto positivo, contendo le dinamiche di spesa e contribuendo ad un incremento dell’età media di uscita dal mercato del lavoro.Per raggiungere questo, la Commissione ha una preferenza: un sistema pensionistico ‘a punti’. Questo sistema, che è già stato introdotto in Germania, collega l’ammontare della pensione a vari fattori esterni, includendo l’aspettativa di vita. Se l’aspettativa sale, la pensione sarà più bassa.
Mette in luce che ulteriori passi debbano ancora essere presi dagli stati membri per innalzare l’età pensionabile effettiva, fra le altre cose evitando l’uscita precoce dal mercato del lavoro, promuovendo politiche di ‘invecchiamento attivo’, rafforzando gli incentivi per rimanere nel mercato del lavoro e gli elementi di sostenibilità del sistema pensionistico, come il collegare l’età pensionabile o i benefici pensionistici all’aspettativa di vita2
Per lo stato, questo sistema ha il vantaggio di abbassare la pensione. Basti guardare a quello che sta avvenendo nei paesi europei dove questo sistema è già in uso.
In Germania, il sistema a punti è in uso sin dai primi anni 2000. Il bilancio è catastrofico: un pensionato su due riceve meno di 800 euro al mese, il 16,8 per cento dei pensionati vivono sotto la soglia di povertà, più di un milione di pensionati, spesso sopra i 70 anni, devono fare dei lavoretti [mini-jobs, introdotti dalla riforma Hartz, ndt] per sopravvivere.
In Svezia, dove il sistema a punti sta creando scompiglio sin dal 2001, le cose non vanno meglio: il 92 per cento delle donne e il 72 per cento degli uomini avrebbero una pensione più alta se il vecchio sistema fosse rimasto in vigore. E, come in Germania, molti devono continuare a lavorare nonostante un’età avanzata: il 38 per cento degli svedesi di 67 anni e il 25 per cento di quelli oltre i 69 anni deve continuare a lavorare per supplire ad una pensione bassa.
Ma questo non è abbastanza. La Commissione Europea si lamenta del fatto che solo il 27 per cento degli Europei fra i 25 e i 59 anni di età abbia investito i propri risparmi in pensione. Il Consiglio Europeo riconosce che ‘il mercato europeo per i risparmi pensionistici individuali è al momento frammentato a causa dell’esistenza di una miriade di regole diverse che bloccano l’emergere di un mercato a livello UE’3.
‘C’e’ chiaramente un’intenzione di privatizzare le pensioni su scala europea’ – dice Marc Botenga, eurodeputato del PTB-PVDA. ‘Pochi mesi fa, il Parlamento ha votato a favore della creazione di un programma previdenziale integrativo europeo (chiamato ‘pan-European individual retirement savings product’)’. In pratica, si tratta di trasferire le pensioni dei lavoratori ad assicurazioni private. ‘L’Unione Europea è sostanzialmente un prodotto e un progetto di mercatizzazione che ha lo scopo di offrire più e più settori ai mercati, alle multinazionali private e alle banche’.
Questo è il motivo per cui si fa austerità. Si limita l’azione dello stato e lo si costringe a privatizzare. Nella sua [della UE, ndt] visione, le pensioni devono essere privatizzate, così come è stato per l’energia, i servizi postali e le ferrovie’
Un contro-attacco europeo
Le misure antisociali che si trovano in tutti questi piani di riforma del sistema pensionistico dei paesi europei sono molto simili. Questo non sorprende: sono tutte coordinate dalla Commissione Europea, che distilla le sue raccomandazioni di austerità con un solo obbiettivo: massimizzare i profitti delle aziende per farci lavorare più a lungo, per pensioni minori, con il ‘danno collaterale’ di passare la pensione integrativa ai fondi pensione privati.
Poiché’ l’attacco è europeo, anche la nostra risposta deve esserlo. Questo è il motivo per cui il PTB ha mandato molte delegazioni a supporto dei manifestanti e dei lavoratori in sciopero in Francia, a Lille, Parigi, Valenciennes, Strasburgo, Douai, ecc. e questo è il motivo per cui il partito continuerà a farlo finché i lavoratori francesi non avranno vinto la loro battaglia contro Macron.
Il PTB chiama i lavoratori belgi a dare un contributo al fondo di solidarietà della CGT a supporto degli scioperanti. Perché la loro lotta è anche la nostra. Ogni vittoria ottenuta in un dato paese per difendere il sistema pensionistico retributivo sarà una vittoria di tutti i lavoratori europei. Sarà un avvertimento all’establishment europeo: le loro riforme intollerabili non passeranno. Ora più che mai c’è bisogno di solidarietà fra i lavoratori europei
Note:
1 «Reforming pensions in Europe; a comparative country analysis», ETUI, 2013
2 https://www.consilium.europa.eu/media/35374/st09298-en18.pdf
3 https://www.consilium.europa.eu/fr/press/press-releases/2019/02/13/pensions-council-confirms-agreement-on-pan-european-pension-product/
Fonte
28/04/2019
Gli effetti del liberismo sui sistemi scolastici del Nord Europa
L’école démocratique, giornale dell’Aped (Appel pour une école démocratique-Belgio) ha pubblicato nel suo numero di marzo un interessante dossier curato da Nico Hirtt sulla situazione dei sistemi scolastici dei paesi scandinavi1. Come è noto, tali sistemi hanno goduto, a partire dagli anni '70 del secolo scorso, di grande fama di egualitarismo associata all’ottenimento di ottimi risultati didattici. Una fama positiva, certamente giustificata, che tuttavia sembra oggi messa in discussione a causa delle trasformazioni liberiste introdotte soprattutto nel sistema scolastico della Svezia ma, in misura minore, anche in quello della Finlandia.
L’equità scolastica della Svezia, della Finlandia e della Norvegia si fondava soprattutto su quattro elementi qualificanti:
– un percorso comune formativo di lunga durata uguale per tutti gli studenti sino ai 16 anni;
– l’assenza di ripetenze se non in caso eccezionale;
– la pratica sistematica del recupero scolastico:
– tutti i tre sistemi avevano un carattere statale e centralizzato.
Inoltre, in tutti i tre paesi vigeva la regola dell’iscrizione degli allievi in una scuola situata vicino all’abitazione, quindi un’assegnazione diretta della scuola ai ragazzi di un certo quartiere.
Purtroppo, anche in questi paesi, come nel resto d’Europa, la prospettiva neoliberista si è introdotta nei sistemi scolastici e ha provocato significativi cambiamenti sia dal punto di vista dell’uguaglianza, sia da quello dei risultati scolastici.
La privatizzazione in Svezia
Cominciando dalla Svezia, sin dall’inizio degli anni '80, ma in particolare con l’insediamento del governo di destra nel 1991, la prospettiva neoliberista diviene egemone e, l’anno seguente, la legge “sulla libera scelta della scuola” fa del sistema educativo svedese uno dei più decentralizzati del mondo. In particolare:
– l’organizzazione dell’insegnamento passa dallo stato alle municipalità;
– qualunque istituzione privata può fondare e gestire delle scuole “indipendenti” o “libere”;
– si stabilisce la libertà dei genitori di scegliere qualunque scuola, pubblica o indipendente, che essi desiderino;
– le municipalità sono obbligate ad accordare a ogni scuola, pubblica o indipendente, lo stesso finanziamento per ogni iscritto, vale a dire il noto “assegno scolastico”;
– in caso di alto numero di iscrizioni, le scuole indipendenti possono selezionare gli allievi attraverso liste d’attesa o sulla base di criteri di vicinanza e di raggruppamento familiare.
A queste misure si è ben presto associata la trasformazione del dirigente scolastico da responsabile pedagogico in “manager” incaricato di vigilare sulle “performance” e sul “controllo di qualità” e sono state introdotte prove standardizzate di valutazione. Queste riforme sono state giustificate con l’esigenza di migliorare la qualità dell’insegnamento attraverso l’azione congiunta della libertà del “consumatore” e della libera concorrenza tra scuole, abbassare il costo dell’istruzione, diminuire le disuguaglianze scolastiche permettendo agli allievi più disagiati di evitare le scuole dei quartieri poveri.
Come vedremo, i risultati di tale politica scolastica sono stati del tutto contrari a un miglioramento dell’insegnamento e all’equità del sistema e hanno portato a una sua rapida privatizzazione.
La prima ondata di scuole private dopo la legge del 1992 fu caratterizzata soprattutto dalla costituzione di scuole ispirate da una particolare linea pedagogica (per esempio Montessori o Freinet), uno specifico orientamento religioso oppure fondate da cooperative di genitori.
Tuttavia, a partire dal nuovo secolo, le cose sono cambiate rapidamente con l’apparire di scuole generaliste, con un profilo simile a quello delle scuole pubbliche e gestite da operatori con interessi esclusivamente commerciali. Nel giro di qualche anno, tre delle quattro principali imprese svedesi nel campo dell’insegnamento secondario superiore sono state acquistate da fondi d’investimento stranieri che non avevano mai operato nel settore scolastico.
La più grande di tali imprese, Acade Media, possedeva, nel 2015, 450 scuole di vari livelli, realizzando un elevato tasso di profitto economico. Il fatto che gestire scuole private sia, in Svezia, particolarmente redditizio appare dovuto al fatto che queste ultime hanno meno obblighi di quelle pubbliche in merito alle strutture (palestre, laboratori ecc.) e ai servizi (come la refezione), ma anche rispetto all’impiego di personale qualificato per seguire i ragazzi nello studio e nell’orientamento o ancora per sostenere gli allievi disabili.
Tuttavia, la fonte di profitto più importante deriva senz’altro da un rapporto insegnanti/studenti ridotto rispetto all’insegnamento pubblico. Il numero di allievi dell’insegnamento obbligatorio iscritti a scuole private era, nel 2013, del 13%, aumentando al 26% per l’insegnamento secondario superiore con tendenza ad aumentare e con grandi differenze tra i centri urbani, dove la frequenza degli istituti privati raggiunge il 50% e le situazioni rurali dove invece tale percentuale è molto bassa. Peraltro, la maggioranza dei giovani di provenienza socioeconomica alta si orienta verso la frequenza di una scuola privata, scelta che invece è estremamente minoritaria nelle classi popolari.
Per quanto riguarda le ragioni di questa scelta, un’inchiesta specifica ha dimostrato che per la gran parte dei genitori ciò che conta è la composizione sociale ed etnica della scuola, più che le pratiche pedagogiche o l’orientamento religioso.
La segregazione scolastica avanza
Risultato dell’introduzione del libero mercato e della concorrenza tra le scuole è stato l’apparire di fenomeni di segregazione sociale e il crearsi di notevoli differenze nei livelli di preparazione degli studenti, a danno dei giovani di origine non svedese e delle classi sociali più povere.
Che i fenomeni di segregazione scolastica siano dovuti alla libertà di scelta della scuola da parte dei genitori è stato dimostrato, in particolare, da una ricerca che ha comparato le situazioni di comuni socialmente simili tra loro ma dove tale facoltà è più o meno ampia. I fenomeni di segregazione scolastica sono più marcati laddove la libertà di scelta della scuola è maggiore. Per quanto concerne l’ineguaglianza di “livelli” tra le scuole è dimostrato che tale fenomeno è correlato alla forte diffusione delle scuole private e il cambiamento d’atteggiamento delle scuole pubbliche in relazione alle nuove situazioni di concorrenza dovute al confronto con gli istituti indipendenti.
Secondo le ricerche citate dall’Aped è la libera scelta della scuola il fattore decisivo nel determinare gli scarti di livello tra istituti. Se si considerano congiuntamente la segregazione sociale e le differenze di “livello” tra le scuole non si può che attendersi una crescita delle disuguaglianze sociali delle performance degli allievi. Numerosi studi dimostrano che la libertà di scelta all’interno di un sistema scolastico accentua le differenze sociali poiché offre soprattutto ai genitori più informati una maggiore possibilità di scegliere le scuole considerate “migliori” per i propri figli.
Infine, nel 2017, un rapporto sulla situazione scolastica svedese ha dimostrato come lo scarto tra i risultati scolastici degli studenti autoctoni e alloctoni deriva soprattutto dalla diseguaglianza sociale che è, in pratica, all’origine di quella etnica.2 Ultimamente, anche l’Agenzia Scolastica Svedese ha dovuto ammettere che il meccanismo di libera scelta comporta una divisione sociale non solo degli allievi ma delle scuole e che tale meccanismo compromette i principi di eguaglianza scolastica e di parità delle opportunità.
La situazione in Finlandia
Meno grave la situazione in Finlandia, dove dalla metà degli anni '90 è stata introdotta una certa libertà di scelta delle scuole, ma senza misure come l’assegno scolastico o la costituzione di scuole private. In Finlandia, il 96% delle scuole è municipale, quindi pubblico. In realtà agli allievi è assegnata una scuola che però, dal 1999, non è necessariamente la più vicina al loro domicilio. Questo perché, per rispettare criteri di equità, i comuni a volte assegnano agli studenti una scuola vicina all’abitazione, ma non necessariamente la più vicina. I genitori hanno la possibilità di optare per una scuola diversa da quella assegnata, ma evidentemente si tratta comunque di una scuola pubblica. Inoltre, a differenza della Svezia tale scelta deve rispettare le dimensioni delle scuole, che non possono crescere a dismisura. Naturalmente, anche in Finlandia come altrove, l’esercizio del diritto di scegliere una scuola diversa da quella assegnata è maggiore nei grandi centri urbani rispetto alle situazioni rurali.
Inoltre, dal 1998 le scuole finlandesi possono attuare dei curricoli leggermente diversi dai programmi nazionali, dando maggiore spazio ad alcune discipline, come per esempio l’arte o la musica, le scienze, le lingue straniere, l’educazione fisica ecc. oppure attuando degli indirizzi a tema (educazione all’ambiente, arti, ecc). Per quanto riguarda la Finlandia questo è evidentemente il punto di forza della libera scelta dei genitori tanto che nei centri urbani il 30-40% degli allievi è oggi iscritto in scuole di questo tipo.
Anche se la situazione finlandese è dunque assai meno compromessa di quella svedese, fortemente liberalizzata, la libertà di scelta dei genitori ha causato comunque un certo fenomeno di segregazione sociale ed etnica e un aumento delle diseguaglianze nei risultati. Tali fenomeni sono più evidenti a Helsinki, il principale centro del paese, dove, come si è detto, la libertà di scelta è maggiormente esercitata rispetto ad altri centri, come per esempio Vantaa, città che ha posto dei limiti a tale facoltà.
Parallelamente, si è notato un calo delle performance degli studenti finlandesi nei test PISA; infatti, se nei primi anni del secolo la Finlandia era sempre al primo posto per l’equità scolare, negli ultimi è superata dalla Norvegia e dall’Islanda, e la sua posizione tende al peggioramento costante.
E in Norvegia? Qualche conclusione
La Norvegia ha introdotto una liberalizzazione molto moderata dell’insegnamento nel 2003, ma solo per quanto riguarda la scuola secondaria superiore, quindi nella fascia d’età superiore ai 16 anni. Per quanto riguarda la scuola dell’obbligo, gli alunni frequentano la scuola loro assegnata sulla base della residenza. Nel 2015, solo il 3% degli alunni della scuola primaria frequentava una scuola privata. A tutt’oggi, la Norvegia è uno dei paesi dove la provenienza sociale ha meno influenza sui risultati scolastici, condividendo questo primato con l’Islanda.
Giova anche ricordare che la Norvegia e l’Islanda, che non fanno parte dell’UE, sono tra i paesi che destinano fondi per l’istruzione più elevati degli altri paesi, a riprova del fatto che gli investimenti nell’educazione pagano3 in termini di risultati.
I dati esposti sui paesi scandinavi confermano, se ancora ce ne fosse bisogno, che la facoltà da parte dei genitori di scegliere più o meno liberamente la scuola per i propri figli, misura che risponde all’idea del libero mercato scolastico, provoca segregazione sociale ed etnica e aumenta la disuguaglianza scolastica. Tra l’altro, l’idea di realizzare scuole “migliori” perché segregate socialmente “verso l’alto” non garantisce affatto risultati scolastici più brillanti, oltre a essere evidentemente un fatto sociale negativo.
L’Italia, preda ormai da anni della concezione mercatista della scuola, è un paese dove la disuguaglianza scolastica è ormai conclamata, sia tra scuole di città e regioni diverse sia tra scuole all’interno della stessa città. Una diseguaglianza che è diventata sempre più evidente, in quest’ultimo caso, da quando è stata data facoltà ai genitori di scegliere “liberamente” tra scuole pubbliche, oppure orientarsi verso le scuole private sciaguratamente finanziate dallo Stato con la legge di parità scolastica. Finanziamenti, tra l’altro, che diventano sempre più ingenti a fronte, invece, di una riduzione della spesa per la scuola pubblica.
I risultati negativi dei sistemi troppo decentralizzati, sono confermati anche dall’esperienza belga.
Infatti, se l’Italia continua a essere circa a metà del range PISA per equità e per risultati, il Belgio, paese dove il sistema è totalmente frammentato e la libertà di scelta totale, tende sempre più a sprofondare verso risultati bassi. Il Belgio vive una situazione di forte decentramento poiché, oltre ad avere due grandi e distinti sistemi linguistici (vallone e fiammingo) all’interno di ciascuno di essi operano tre diverse reti di scuole: pubbliche, cattoliche e libere, vale a dire private non confessionali.
Si tratta quindi di un sistema non solo decentralizzato, ma fortemente concorrenziale nell’accaparrarsi gli studenti, anche perché se in Belgio non esiste un “assegno scolastico” le scuole sono finanziate dallo Stato in relazione agli studenti iscritti, quindi con un sistema che pur sotto altre vesti ha lo stesso contenuto. Inoltre, sicuramente, il “patto di eccellenza” introdotto in particolare in Vallonia negli ultimi mesi, che prevede una gestione sempre più autonoma e manageriale delle scuole, non potrà che accrescere la segregazione sociale ed etnica.
C’è dunque da chiedersi se la totale autonomia e libertà di scelta dei genitori che sono uno dei pilastri del progetto liberista sulla scuola, portato avanti anche in Italia dalla fine degli anni '90, non abbiano in realtà effetti negativi sul sistema scolastico.
Note:
1 L’école démocratique n. 77, marzo 2019, p. 11-18. Una sintesi del dossier è disponibile in francese al link: http://www.skolo.org/2019/03/29/suede-finlande-quand-les-modeles-educatifs-sembourbent-dans-le-marche-scolaire/ dove è anche possibile reperire la bibliografia delle ricerche su cui si fonda questo articolo.
2 Questi due ultimi dati confermano peraltro quanto avevo già osservato rispetto alla situazione italiana in un mio precedente articolo su Contropiano: http://contropiano.org/interventi/2019/01/09/segregazione-sociale-ed-etnica-nella-scuola-bacini-dutenza-e-biennio-superiore-unico-0111282
3 Consultando i dati degli ultimi anni, risulta che l’Islanda ha investito nell’istruzione mediamente il 7,5% del PIL e la Norvegia circa il 6,7%. L’Italia solo il 3,9%, con una parabola discendente costante. La media dei paesi UE si aggira invece sul 4,5%.
Fonte
L’equità scolastica della Svezia, della Finlandia e della Norvegia si fondava soprattutto su quattro elementi qualificanti:
– un percorso comune formativo di lunga durata uguale per tutti gli studenti sino ai 16 anni;
– l’assenza di ripetenze se non in caso eccezionale;
– la pratica sistematica del recupero scolastico:
– tutti i tre sistemi avevano un carattere statale e centralizzato.
Inoltre, in tutti i tre paesi vigeva la regola dell’iscrizione degli allievi in una scuola situata vicino all’abitazione, quindi un’assegnazione diretta della scuola ai ragazzi di un certo quartiere.
Purtroppo, anche in questi paesi, come nel resto d’Europa, la prospettiva neoliberista si è introdotta nei sistemi scolastici e ha provocato significativi cambiamenti sia dal punto di vista dell’uguaglianza, sia da quello dei risultati scolastici.
La privatizzazione in Svezia
Cominciando dalla Svezia, sin dall’inizio degli anni '80, ma in particolare con l’insediamento del governo di destra nel 1991, la prospettiva neoliberista diviene egemone e, l’anno seguente, la legge “sulla libera scelta della scuola” fa del sistema educativo svedese uno dei più decentralizzati del mondo. In particolare:
– l’organizzazione dell’insegnamento passa dallo stato alle municipalità;
– qualunque istituzione privata può fondare e gestire delle scuole “indipendenti” o “libere”;
– si stabilisce la libertà dei genitori di scegliere qualunque scuola, pubblica o indipendente, che essi desiderino;
– le municipalità sono obbligate ad accordare a ogni scuola, pubblica o indipendente, lo stesso finanziamento per ogni iscritto, vale a dire il noto “assegno scolastico”;
– in caso di alto numero di iscrizioni, le scuole indipendenti possono selezionare gli allievi attraverso liste d’attesa o sulla base di criteri di vicinanza e di raggruppamento familiare.
A queste misure si è ben presto associata la trasformazione del dirigente scolastico da responsabile pedagogico in “manager” incaricato di vigilare sulle “performance” e sul “controllo di qualità” e sono state introdotte prove standardizzate di valutazione. Queste riforme sono state giustificate con l’esigenza di migliorare la qualità dell’insegnamento attraverso l’azione congiunta della libertà del “consumatore” e della libera concorrenza tra scuole, abbassare il costo dell’istruzione, diminuire le disuguaglianze scolastiche permettendo agli allievi più disagiati di evitare le scuole dei quartieri poveri.
Come vedremo, i risultati di tale politica scolastica sono stati del tutto contrari a un miglioramento dell’insegnamento e all’equità del sistema e hanno portato a una sua rapida privatizzazione.
La prima ondata di scuole private dopo la legge del 1992 fu caratterizzata soprattutto dalla costituzione di scuole ispirate da una particolare linea pedagogica (per esempio Montessori o Freinet), uno specifico orientamento religioso oppure fondate da cooperative di genitori.
Tuttavia, a partire dal nuovo secolo, le cose sono cambiate rapidamente con l’apparire di scuole generaliste, con un profilo simile a quello delle scuole pubbliche e gestite da operatori con interessi esclusivamente commerciali. Nel giro di qualche anno, tre delle quattro principali imprese svedesi nel campo dell’insegnamento secondario superiore sono state acquistate da fondi d’investimento stranieri che non avevano mai operato nel settore scolastico.
La più grande di tali imprese, Acade Media, possedeva, nel 2015, 450 scuole di vari livelli, realizzando un elevato tasso di profitto economico. Il fatto che gestire scuole private sia, in Svezia, particolarmente redditizio appare dovuto al fatto che queste ultime hanno meno obblighi di quelle pubbliche in merito alle strutture (palestre, laboratori ecc.) e ai servizi (come la refezione), ma anche rispetto all’impiego di personale qualificato per seguire i ragazzi nello studio e nell’orientamento o ancora per sostenere gli allievi disabili.
Tuttavia, la fonte di profitto più importante deriva senz’altro da un rapporto insegnanti/studenti ridotto rispetto all’insegnamento pubblico. Il numero di allievi dell’insegnamento obbligatorio iscritti a scuole private era, nel 2013, del 13%, aumentando al 26% per l’insegnamento secondario superiore con tendenza ad aumentare e con grandi differenze tra i centri urbani, dove la frequenza degli istituti privati raggiunge il 50% e le situazioni rurali dove invece tale percentuale è molto bassa. Peraltro, la maggioranza dei giovani di provenienza socioeconomica alta si orienta verso la frequenza di una scuola privata, scelta che invece è estremamente minoritaria nelle classi popolari.
Per quanto riguarda le ragioni di questa scelta, un’inchiesta specifica ha dimostrato che per la gran parte dei genitori ciò che conta è la composizione sociale ed etnica della scuola, più che le pratiche pedagogiche o l’orientamento religioso.
La segregazione scolastica avanza
Risultato dell’introduzione del libero mercato e della concorrenza tra le scuole è stato l’apparire di fenomeni di segregazione sociale e il crearsi di notevoli differenze nei livelli di preparazione degli studenti, a danno dei giovani di origine non svedese e delle classi sociali più povere.
Che i fenomeni di segregazione scolastica siano dovuti alla libertà di scelta della scuola da parte dei genitori è stato dimostrato, in particolare, da una ricerca che ha comparato le situazioni di comuni socialmente simili tra loro ma dove tale facoltà è più o meno ampia. I fenomeni di segregazione scolastica sono più marcati laddove la libertà di scelta della scuola è maggiore. Per quanto concerne l’ineguaglianza di “livelli” tra le scuole è dimostrato che tale fenomeno è correlato alla forte diffusione delle scuole private e il cambiamento d’atteggiamento delle scuole pubbliche in relazione alle nuove situazioni di concorrenza dovute al confronto con gli istituti indipendenti.
Secondo le ricerche citate dall’Aped è la libera scelta della scuola il fattore decisivo nel determinare gli scarti di livello tra istituti. Se si considerano congiuntamente la segregazione sociale e le differenze di “livello” tra le scuole non si può che attendersi una crescita delle disuguaglianze sociali delle performance degli allievi. Numerosi studi dimostrano che la libertà di scelta all’interno di un sistema scolastico accentua le differenze sociali poiché offre soprattutto ai genitori più informati una maggiore possibilità di scegliere le scuole considerate “migliori” per i propri figli.
Infine, nel 2017, un rapporto sulla situazione scolastica svedese ha dimostrato come lo scarto tra i risultati scolastici degli studenti autoctoni e alloctoni deriva soprattutto dalla diseguaglianza sociale che è, in pratica, all’origine di quella etnica.2 Ultimamente, anche l’Agenzia Scolastica Svedese ha dovuto ammettere che il meccanismo di libera scelta comporta una divisione sociale non solo degli allievi ma delle scuole e che tale meccanismo compromette i principi di eguaglianza scolastica e di parità delle opportunità.
La situazione in Finlandia
Meno grave la situazione in Finlandia, dove dalla metà degli anni '90 è stata introdotta una certa libertà di scelta delle scuole, ma senza misure come l’assegno scolastico o la costituzione di scuole private. In Finlandia, il 96% delle scuole è municipale, quindi pubblico. In realtà agli allievi è assegnata una scuola che però, dal 1999, non è necessariamente la più vicina al loro domicilio. Questo perché, per rispettare criteri di equità, i comuni a volte assegnano agli studenti una scuola vicina all’abitazione, ma non necessariamente la più vicina. I genitori hanno la possibilità di optare per una scuola diversa da quella assegnata, ma evidentemente si tratta comunque di una scuola pubblica. Inoltre, a differenza della Svezia tale scelta deve rispettare le dimensioni delle scuole, che non possono crescere a dismisura. Naturalmente, anche in Finlandia come altrove, l’esercizio del diritto di scegliere una scuola diversa da quella assegnata è maggiore nei grandi centri urbani rispetto alle situazioni rurali.
Inoltre, dal 1998 le scuole finlandesi possono attuare dei curricoli leggermente diversi dai programmi nazionali, dando maggiore spazio ad alcune discipline, come per esempio l’arte o la musica, le scienze, le lingue straniere, l’educazione fisica ecc. oppure attuando degli indirizzi a tema (educazione all’ambiente, arti, ecc). Per quanto riguarda la Finlandia questo è evidentemente il punto di forza della libera scelta dei genitori tanto che nei centri urbani il 30-40% degli allievi è oggi iscritto in scuole di questo tipo.
Anche se la situazione finlandese è dunque assai meno compromessa di quella svedese, fortemente liberalizzata, la libertà di scelta dei genitori ha causato comunque un certo fenomeno di segregazione sociale ed etnica e un aumento delle diseguaglianze nei risultati. Tali fenomeni sono più evidenti a Helsinki, il principale centro del paese, dove, come si è detto, la libertà di scelta è maggiormente esercitata rispetto ad altri centri, come per esempio Vantaa, città che ha posto dei limiti a tale facoltà.
Parallelamente, si è notato un calo delle performance degli studenti finlandesi nei test PISA; infatti, se nei primi anni del secolo la Finlandia era sempre al primo posto per l’equità scolare, negli ultimi è superata dalla Norvegia e dall’Islanda, e la sua posizione tende al peggioramento costante.
E in Norvegia? Qualche conclusione
La Norvegia ha introdotto una liberalizzazione molto moderata dell’insegnamento nel 2003, ma solo per quanto riguarda la scuola secondaria superiore, quindi nella fascia d’età superiore ai 16 anni. Per quanto riguarda la scuola dell’obbligo, gli alunni frequentano la scuola loro assegnata sulla base della residenza. Nel 2015, solo il 3% degli alunni della scuola primaria frequentava una scuola privata. A tutt’oggi, la Norvegia è uno dei paesi dove la provenienza sociale ha meno influenza sui risultati scolastici, condividendo questo primato con l’Islanda.
Giova anche ricordare che la Norvegia e l’Islanda, che non fanno parte dell’UE, sono tra i paesi che destinano fondi per l’istruzione più elevati degli altri paesi, a riprova del fatto che gli investimenti nell’educazione pagano3 in termini di risultati.
I dati esposti sui paesi scandinavi confermano, se ancora ce ne fosse bisogno, che la facoltà da parte dei genitori di scegliere più o meno liberamente la scuola per i propri figli, misura che risponde all’idea del libero mercato scolastico, provoca segregazione sociale ed etnica e aumenta la disuguaglianza scolastica. Tra l’altro, l’idea di realizzare scuole “migliori” perché segregate socialmente “verso l’alto” non garantisce affatto risultati scolastici più brillanti, oltre a essere evidentemente un fatto sociale negativo.
L’Italia, preda ormai da anni della concezione mercatista della scuola, è un paese dove la disuguaglianza scolastica è ormai conclamata, sia tra scuole di città e regioni diverse sia tra scuole all’interno della stessa città. Una diseguaglianza che è diventata sempre più evidente, in quest’ultimo caso, da quando è stata data facoltà ai genitori di scegliere “liberamente” tra scuole pubbliche, oppure orientarsi verso le scuole private sciaguratamente finanziate dallo Stato con la legge di parità scolastica. Finanziamenti, tra l’altro, che diventano sempre più ingenti a fronte, invece, di una riduzione della spesa per la scuola pubblica.
I risultati negativi dei sistemi troppo decentralizzati, sono confermati anche dall’esperienza belga.
Infatti, se l’Italia continua a essere circa a metà del range PISA per equità e per risultati, il Belgio, paese dove il sistema è totalmente frammentato e la libertà di scelta totale, tende sempre più a sprofondare verso risultati bassi. Il Belgio vive una situazione di forte decentramento poiché, oltre ad avere due grandi e distinti sistemi linguistici (vallone e fiammingo) all’interno di ciascuno di essi operano tre diverse reti di scuole: pubbliche, cattoliche e libere, vale a dire private non confessionali.
Si tratta quindi di un sistema non solo decentralizzato, ma fortemente concorrenziale nell’accaparrarsi gli studenti, anche perché se in Belgio non esiste un “assegno scolastico” le scuole sono finanziate dallo Stato in relazione agli studenti iscritti, quindi con un sistema che pur sotto altre vesti ha lo stesso contenuto. Inoltre, sicuramente, il “patto di eccellenza” introdotto in particolare in Vallonia negli ultimi mesi, che prevede una gestione sempre più autonoma e manageriale delle scuole, non potrà che accrescere la segregazione sociale ed etnica.
C’è dunque da chiedersi se la totale autonomia e libertà di scelta dei genitori che sono uno dei pilastri del progetto liberista sulla scuola, portato avanti anche in Italia dalla fine degli anni '90, non abbiano in realtà effetti negativi sul sistema scolastico.
Note:
1 L’école démocratique n. 77, marzo 2019, p. 11-18. Una sintesi del dossier è disponibile in francese al link: http://www.skolo.org/2019/03/29/suede-finlande-quand-les-modeles-educatifs-sembourbent-dans-le-marche-scolaire/ dove è anche possibile reperire la bibliografia delle ricerche su cui si fonda questo articolo.
2 Questi due ultimi dati confermano peraltro quanto avevo già osservato rispetto alla situazione italiana in un mio precedente articolo su Contropiano: http://contropiano.org/interventi/2019/01/09/segregazione-sociale-ed-etnica-nella-scuola-bacini-dutenza-e-biennio-superiore-unico-0111282
3 Consultando i dati degli ultimi anni, risulta che l’Islanda ha investito nell’istruzione mediamente il 7,5% del PIL e la Norvegia circa il 6,7%. L’Italia solo il 3,9%, con una parabola discendente costante. La media dei paesi UE si aggira invece sul 4,5%.
Fonte
01/04/2019
F-35: il potere delle armi
“La “unione personale” delle banche con l’industria è completata dalla “unione personale” di entrambe col governo” (Lenin – L’imperialismo)
I trentaquattro F-35 che il Belgio deve acquistare dagli Stati Uniti, per una cifra di circa 4 miliardi di euro, non sarebbero in grado di sostenere un combattimento aereo. La notizia non viene da Bruxelles, ma dall’organizzazione non governativa americana POGO (Project On Government Oversight), anche se riportata dalla rivista belga Le Vif.
I velivoli avrebbero così tanti difetti e carenze tecniche, da renderli inadatti ad azioni di guerra e da mettere in pericolo gli stessi piloti. Nello specifico, in estrema sintesi: scarsa precisione di fuoco, insufficiente livello di difesa da cyberattacchi e durata limitata di servizio, sia complessiva (2.000 ore, invece delle 8.000 previste), sia relativa, con una media di 0,3-0,4 uscite al giorno, contro 1 uscita di F-15 ed F-16 e 1,4 uscite del A-10. Nella versione per la Marina i F-35B di oggi potrebbero finire al cimitero già nel 2026, 44 anni prima del 2070, come previsto dal programma.
Ma la “scelta” del governo belga sugli F-35 è fatta ed è stata annunciata pochi mesi fa (alla gara indetta, avevano risposto la svedese Saab, l’americana Boeing, la britannica BAE System – con i suoi Eurofighter Typhoon – e la Lockheed Martin, appunto, coi F-35 Lightning II; poi Saab e Boeing si erano ritirate). Una scelta che aveva sollevato la reazione stizzita di Emmanuel Macron, che aveva qualificato quella decisione belga come “strategicamente contraria agli interessi del vecchio continente”, essendo stati scartati il francese Dassault Rafale (non rispondente alle procedure di gara) e l’Eurofighter, in cui entra, tra le altre, anche la Francia.
In generale, a giudizio della POGO, lascerebbe molto a desiderare la versione dei caccia della Lockheed destinati alla Marina. Quello del F-35, osserva iarex.ru, costituisce un’ulteriore testimonianza del degrado del complesso militare-industriale statunitense.
Un altro esempio è dato dalla recentissima portaerei nucleare “Gerald R. Ford”, per cui si sono spesi quasi 13 miliardi di dollari, ma che, subito dopo la prima uscita in mare, è dovuta andare in bacino, dove rimarrà non meno di 15 mesi, e tuttavia ciò non ha impedito alla US Navy di ordinare altri due vascelli dello stesso tipo.
Più che di “degrado del complesso militare-industriale”, sembra dunque di poter rilevare il potere del denaro nel dettare le scelte politiche o, per dirla con Lenin, poter constatare come “Le due istituzioni più caratteristiche di questa macchina statale sono: la burocrazia e l’esercito permanente. Marx ed Engels parlano molte volte, nelle loro opere, dei mille legami che collegano queste istituzioni appunto con la borghesia”.
Tornando agli F-35 – il sistema d’arma più costoso della storia: sinora 1,5 trilioni di dollari – un’estesa e dettagliata analisi dei suoi difetti, è stata pubblicata a firma di Dan Grazier, associato presso il Center for Defense Information della POGO. Grazier riassume le varie manovre e sotterfugi adottati per guadagnar tempo rispetto alle fasi previste e aggirare i risultati negativi forniti dai test di valutazione operativa dei velivoli, pur di continuare il programma della Lockheed.
Si parla di grossolane carenze, ad esempio, nell’impiego dell’arma principale del caccia, cioè il missile aria-aria “AIM-120″ e di bassa funzionalità del cannoncino di bordo, il cui tiro è troppo lungo e spostato a destra. Non vanno meglio le cose per il software operativo: Grazier cita quanto già pubblicamente riconosciuto dal capo Dipartimento collaudo-armi (“DOT&E”) del Pentagono, Robert Behler, a proposito delle carenze del sistema ALIS (Autonomic Logistics Information System), in particolare per i programmi di attacco elettronico e strategico, interdizione aerea, mappe, segnali elettronici di minaccia, dati sulle potenziali armi nemiche, sensori per distinguere aerei amici dai nemici, ecc.
Come già in precedenza, nota Grazier,i test di sicurezza informatica dimostrano come non siano state affatto risolte molte vulnerabilità già evidenziate in precedenza, il che significa che hacker nemici potrebbero potenzialmente arrestare la rete ALIS, sottrarre dati dalla rete e dai computer di bordo e impedire all’aereo di volare.
La natura completamente integrata di tutti i sistemi dei F-35 rende la sicurezza informatica più essenziale rispetto a qualsiasi altro velivolo; dal momento che tutti i sottosistemi di bordo – radar di scansione elettronica, sistema di comunicazione, navigazione e identificazione, ecc. – sono collegati, probabili hacker nemici devono solo compromettere il software di uno di questi per manomettere l’intero sistema.
I problemi con ALIS sarebbero così gravi da costringere l’aviazione USA ad annunciare che, tramite la Lockheed, sta lavorando a un nuovo programma, “Mad Hatter”, che eseguirà tutte le funzioni previste da ALIS. “Per essere chiari” ironizza Grazier, “i contribuenti hanno finanziato la Lockheed per creare ALIS e ora pagheranno la Lockheed per un sostituto di ‘Mad Hatter’ e pagheranno anche il conto per nuove patch nel software originale”.
In sostanza, scrive Grazier, accade che l’Ufficio di collaudo operativo del Pentagono (DOT&E), voluto dal Congresso nel 1983 quale ufficio del Dipartimento della difesa indipendente dagli appaltatori, per garantire che il Parlamento ricevesse informazioni precise sulle prestazioni dei nuovi sistemi d’arma, manchi totalmente di trasparenza e ritardi deliberatamente di presentare quei risultati dei test che non offrono risposte soddisfacenti.
Ma, per il F-35, sembra che l’Ufficio abbia avallato tutti i test dell’appaltatore Lockheed Martin. Prima dell’apertura di tale Ufficio, qualsiasi “dato di prova” che arrivava nelle mani dei deputati veniva filtrato per fare in modo che nulla ostacolasse la messa in produzione a pieno ritmo di un nuovo sistema d’arma. Ora, invece di utilizzare una squadra informatica governativa, per evitare anche l’apparenza di un conflitto di interessi, l’ufficio di programma ha pagato un team della Lockheed per eseguire i test di sicurezza informatica della rete ALIS della società stessa...
Tralasciando gli aperti legami personali e d’affari di ministri, deputati e finanche presidenti USA con questo o quel trust industriale o consorzio finanziario, sembra dunque che oltreoceano le cose siano cambiate di poco rispetto al 1983, e confermino anzi sempre più quanto scritto da Engels nel 1887 – poi ripreso da Lenin – secondo cui “... lo stato cura sempre meno gli interessi delle masse popolari per trasformarsi in un consorzio di agrari, di borsisti e grandi industriali”.
Se Grazier, al termine della sua lunga disamina tecnica, arriva a chiedere che il Congresso USA esiga un ritorno del DOT&E alla “sua precedente trasparenza”, perché il “popolo americano, in particolare gli uomini e le donne che dovranno affidare le loro vite ai F-35” e “i contribuenti, che stanno pagando un conto in costante aumento, non meritano niente di meno”, cosa hanno da dire “gli uomini e le donne” d’Italia, obbligati a sborsare una media di 110 milioni di euro per ognuno dei 90 esemplari di F-35 che i vari governi non hanno mai rinunciato a comprare?
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