Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/07/2024

La Commissione Europea detta, il Governo Meloni esegue: 13 miliardi di tagli

Un gran vociare si è fatto sui negoziati intorno alle alte cariche dell’Unione europea, che determineranno le nomine degli alti vertici delle principali istituzioni comunitarie. Mentre tutti guardavano altrove, però, lo scorso 19 giugno la Commissione europea ha pubblicato, ai sensi dell’articolo 126, comma 3 del Trattato sul funzionamento dell’Unione, la comunicazione COM (2024) 598, con cui determina l’apertura di una procedura per deficit eccessivo nei confronti di sette paesi, tra cui l’Italia (oltre a Francia, Belgio, Ungheria, Malta, Polonia e Slovacchia).

Se le nomine disegnano la geografia politica dell’Unione europea con la sua nomenklatura, peraltro in piena continuità con il passato, la decisione sulla procedura per deficit eccessivo definisce alcuni paletti della politica economica dei prossimi anni che condizioneranno in maniera ben più significativa il destino del nostro Paese, a prescindere da chi sarà al timone della burocrazia europea, ma anche a prescindere da chi sarà alla guida del governo italiano.

Nella sua comunicazione del 19 giugno, la Commissione europea ha illustrato i dati che impongono l’apertura della procedura per deficit eccessivo a carico dell’Italia e degli altri paesi fiscalmente indisciplinati: nel nostro caso, un deficit pubblico (differenza tra uscite ed entrate dello Stato, tra spesa pubblica e tasse) del 7,4% del PIL nel 2023 si pone ben al di là della soglia del 3% prevista dai trattati, e viene giudicato un fenomeno strutturale e non temporaneo.

Sulla base di questa fredda prognosi, la Commissione europea attiva la procedura per deficit eccessivo, che impone al Paese coinvolto un adeguamento fiscale annuo per almeno lo 0,5% del PIL.

È il ritorno, solenne e formale, dell’austerità, momentaneamente sospesa – nei termini tecnici dell’Unione europea – durante gli anni della pandemia per far fronte all’emergenza creata dalla diffusione del Covid, quando gli Stati membri sono stati di fatto autorizzati a utilizzare lo strumento della spesa pubblica ben oltre i rigidi vincoli imposti dai trattati europei.

Dal 19 giugno scorso, dopo oltre quattro anni di sospensione ufficiale, quei vincoli sono tornati a dominare la politica economica dei 27 Stati membri dell’Unione, con conseguenze economiche e sociali che si manifesteranno presto nei sette Paesi oggetto della procedura per deficit eccessivo.

Questo avverrà, però, in maniera leggermente diversa e ancora più pervasiva rispetto al passato. Il Patto di stabilità, il principale strumento di disciplina delle regole di bilancio dell’Unione europea, è stato infatti nel frattempo riformato. In attuazione di questo nuovo moloch, la Commissione europea ha comunicato a ciascuno Stato membro la traiettoria di rientro dal debito pubblico che si attende nei prossimi anni, attraverso una comunicazione che non è stata resa pubblica ma i cui contenuti hanno comunque fatto capolino sui principali mezzi di informazione. Come raccontavamo a gennaio, ciascun Paese ha di fronte a sé due alternative. Nello scenario base, l’arco temporale entro cui sistemare i propri conti è di quattro anni, cosa che nel caso italiano si tradurrebbe in tagli alla spesa pubblica intorno all’1,1% del PIL ogni anno. In alternativa, al prezzo di precisi impegni a portare avanti le pervasive riforme strutturali imposte dalla Commissione, il processo di aggiustamento può essere spalmato su sette anni, con tagli annui che nel caso italiano si attestano nell’ordine dello 0,6% del PIL. 

Questo significa che il nostro Paese, nella meno peggiore delle ipotesi (la traiettoria che spalma su sette anni la correzione dei conti) dovrà sacrificare in media oltre 13 miliardi di euro all’anno per sette anni consecutivi sull’altare dell’austerità europea, cifre confermate persino dall’organo parlamentare di vigilanza sulle politiche di bilancio italiane voluto dell’Europa, l’Ufficio parlamentare di bilancio. Detto in altri termini, in virtù della riattivazione dei vincoli di bilancio europei, l’Italia deve prepararsi ad una lunga stagione di sacrifici, tagli alla spesa sociale, alle pensioni, ai servizi pubblici, con la tagliola ulteriore che qualsiasi deviazione dal percorso di “riforme” concordato con la Commissione implicherà un’accelerazione ulteriore della macelleria sociale, con i sacrifici da concentrare in quattro anni, al ritmo di 25 miliardi di euro per anno.

Questo primo bivio tra percorso quadriennale e settennale di rientro, va ricordato, non è semplicemente un dettaglio tecnico o quantitativo. Tra gli impegni europei che un Paese “diligente” deve rispettare vi è ad esempio il PNRR, con le sue riforme improntate alla liberalizzazione e alla deregolamentazione. Se un domani l’Italia rinsavisse e tornasse sui propri passi con riferimento anche ad una sola delle riforme strutturali imposte attraverso il PNRR, si troverebbe costretta ad aggiustare i propri conti in poco più della metà del tempo (quattro anni invece di sette), e dunque a praticare il doppio della macelleria sociale che già oggi ci aspetta. Ma proviamo ad essere più concreti e facciamo riferimento ad una di queste riforme, la fine del mercato tutelato dell’energia elettrica: l’Italia, con il PNRR, ha posto fine al mercato di maggior tutela, che assicurava prezzi calmierati di un bene di prima necessità come l’energia elettrica. Se un domani si riuscisse a frenare la liberalizzazione selvaggia del mercato elettrico, che espone milioni di famiglie alle speculazioni delle multinazionali del settore senza alcun controllo dei prezzi, l’Italia si troverebbe costretta a raddoppiare i tagli alla spesa imposti dai vincoli di bilancio europei.

Per avere un’idea anche vaga dell’ordine di grandezza di questi sacrifici, basti pensare che la timida manovra fiscale del governo Meloni per il 2024, una manovra che ha elargito risorse solo alle imprese lasciando a bocca asciutta i lavoratori e le famiglie, è comunque costata più di 20 miliardi di euro. Da domani, lo stesso governo Meloni, per rispettare il nuovo Patto di stabilità europeo, dovrà non solo rinunciare a spendere tutte queste risorse, ma dovrà racimolare (almeno) 13 miliardi di euro tagliando salari pubblici, pensioni, servizi, infrastrutture, in un rendez vous atteso entro il 20 settembre, data entro la quale il Governo è chiamato a presentare il cosiddetto Piano strutturale di bilancio di medio termine.

Questa, in ultima analisi, è la più chiara e limpida rappresentazione dell’Unione europea, un’immagine molto più definita rispetto alle complesse alchimie partitiche di cui si discute in queste ore, un progetto politico che condiziona la politica economica di 27 Paesi ad economia avanzata nel senso della progressiva erosione dello stato sociale e della continua deregolamentazione.

Sono termini a cui oltre quattro anni di politiche emergenziali dettate dalla pandemia – accompagnate dalle fanfare del “nulla sarà più come prima” e del “non si torna al passato” – ci avevano momentaneamente disabituato. Tuttavia, sono principi fondanti dell’architettura istituzionale entro cui il nostro Paese si muove, e si stanno riaffermando proprio in queste ore nel cuore dell’Europa, in Italia ma anche in Francia, dove i processi politici di normalizzazione politica delle destre si accompagnano ai processi sociali di pacificazione dei conflitti e ai processi – tutti economici – di desertificazione industriale e di smantellamento dello stato sociale. Da domani sarà questo il fronte della resistenza.

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29/06/2024

La camicia di forza dell’austerity si può allentare. Ma il governo tace

di Emiliano Brancaccio

Come temuto, la minaccia dell’austerity riaffiora all’orizzonte della politica economica comunitaria. Il cartellino giallo della Commissione europea è infatti giunto: assieme ad altri sei paesi, l’Italia sarà sottoposta a una procedura d’infrazione per deficit pubblico eccessivo.

L’ammonizione di Bruxelles è in parte mitigata da un giudizio sostanzialmente positivo sul quadro macroeconomico italiano. In particolare, la Commissione nota con soddisfazione che «le condizioni del mercato del lavoro sono migliorate negli ultimi anni e non si sono tradotte in pressioni salariali». Gentiloni e colleghi, in altre parole, si rallegrano che la crescita dell’occupazione non abbia favorito lo sviluppo delle lotte sindacali. Anche per questo motivo, quando a settembre si faranno tutti i conti la Commissione sarà un po’ più indulgente col governo. Meloni e Giorgetti ringraziano, e poco importa che nell’ultimo decennio il potere d’acquisto di lavoratrici e lavoratori sia caduto di oltre 3 punti percentuali e che l’inflazione abbia pure vanificato i bonus fiscali e le minori aliquote. Il minuetto tra autorità nazionali ed europee va dunque avanti sereno, sulle spalle della classe subalterna.

Ma c’è di più. Le prime stime indicano che l’avvio della procedura d’infrazione dovrebbe implicare una stretta di altri dieci miliardi sul bilancio pubblico. In realtà, se anche l’ammonizione non fosse giunta, le nuove regole europee avrebbero comunque imposto una manovra restrittiva per rispettare il sentiero di abbattimento del debito. Sia come sia, nel complesso bisognerà pescare una trentina di miliardi entro fine anno tra minori spese e maggiori entrate. In teoria, il boom dei profitti causato dall’inflazione aprirebbe sconfinate praterie per un cospicuo prelievo sui redditi da capitale. Ma la realtà è che il governo Meloni preferisce radere altri campi. Corre voce che alla fine deciderà di tagliare su investimenti al sud, sanità pubblica e contratti dei dipendenti statali. Sempre la stessa musica di classe.

È alquanto ironico che questi primi cenni di ritorno all’austerity europea avvengano nel silenzio delle sedicenti forze «sovraniste» oggi al governo, che fino a ieri facevano dell’uscita dall’euro la panacea di ogni male nazionale. Gli agitatori che all’epoca denunciavano ogni stortura della politica economica europea appaiono oggi appagati, come pasciuti dormienti sulle cadreghe conquistate.

La disattenzione è tale che alla maggioranza di governo sembrano sfuggire alcune crepe nella nuova camicia di forza europea che, se sfruttate, potrebbero almeno allentare le future strette di bilancio.

La crepa più interessante riguarda il fatto che l’attuale regolamento Ue apre finalmente a un «dibattito sul metodo scientifico» per il calcolo del cosiddetto «Pil potenziale», vale a dire il livello di «equilibrio» dell’economia. Ancora oggi la Commissione europea utilizza un metodo a dir poco folle, che in alcuni casi ha portato a giudicare livelli di disoccupazione elevatissimi – anche superiori al 10 percento – come situazioni di «equilibrio naturale» dell’economia. Il risultato di questa metodologia anti-scientifica è stata una continua sottostima del Pil potenziale, e quindi una continua esagerazione del rapporto tra deficit pubblico e Pil potenziale. Insomma, il metodo della Commissione ha reso ancor più gravosa la politica di austerity.

Un’onda di critiche proveniente da vari premi Nobel per l’economia, e persino dal Fondo Monetario Internazionale, ha costretto il legislatore europeo a contemplare l’apertura di una discussione sulla metodologia di calcolo del Pil potenziale.

Fino a questo momento, tuttavia, nel governo italiano nessuno ha aperto bocca. Per quel che sappiamo, alle trattative di settembre sui tagli di bilancio i tecnici del ministero dell’economia si presenteranno a Bruxelles più realisti del re: ossia, con un metodo di calcolo pressoché identico a quello della Commissione.

Anziché correggere misure del Pil insensate e foriere di ulteriore austerity, Giorgetti e soci preferiscono forse tosare ancora un po’ sanità e stipendi? Anche su questa mistificazione «di classe» della scienza macroeconomica europea sarebbe ora di battere un colpo.

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20/06/2024

È arrivata la mannaia della procedura di infrazione UE

Ieri la Commissione Europea ha notificato le procedure di infrazione per disavanzo eccessivo a 7 paesi. La mannaia dei vincoli di bilancio arriva su Polonia, Ungheria, Slovacchia e Malta, e anche sulla Francia e sul Belgio.

Il settimo paese, ovviamente, è l’Italia, che ha chiuso il 2023 con un deficit del 7,4% rispetto al PIL, ovvero più del doppio del limite del 3% ancora previsto nel nuovo Patto di Stabilità. Per ora, comunque, ci si limiterà semplicemente alla comunicazione.

Sarà infatti la nuova Commissione Europea, che verrà nominata entro poche settimane, che in autunno dovrà dare le “raccomandazioni” necessarie al rientro nei parametri. E anche richiedere le possibili correzioni di spesa sulla base delle “traiettorie tecniche” di spesa netta.

È su di esse che i governi dovranno presentare entro il 20 settembre i propri piani strutturali di bilancio a medio termine. A quel punto, la Commissione potrà proporre le raccomandazioni al Consiglio dell’Unione Europea sul rientro del disavanzo nel pacchetto di autunno del semestre europeo.

Da Bruxelles commentano che “in Italia permangono vulnerabilità legate all’elevato debito pubblico e alla debole crescita della produttività in un contesto di fragilità del mercato del lavoro e alcune debolezze residue nel settore finanziario, che hanno rilevanza transfrontaliera”.

Per il nostro paese, “nel complesso, l’analisi della sostenibilità del debito indica rischi elevati nel medio termine. Secondo le proiezioni decennali di base, il rapporto debito pubblico/PIL aumenterà costantemente fino a circa il 168% del Pil nel 2034”.

La Commissione ha apprezzato il fatto che non si sono verificate pressioni salariali. Aggiunge, inoltre, che “il patto di stabilità e crescita riformato, compresa l’applicazione della procedura per i disavanzi eccessivi, offre un meccanismo di sorveglianza adeguato e forte per affrontare i rischi per la sostenibilità fiscale e per integrare la sorveglianza”.

Anche se l’Italia non è più valutata in “squilibrio macroeconomico eccessivo“, ma solo in “squilibrio“, la procedura di infrazione si può già preventivare che varrà tra gli 8 e gli 11 miliardi di spesa pubblica annuali. Nel triennio 2025-2027 in essi si potrà conteggiare la maggiore spesa per interessi sostenuta per i tassi aumentati.

L’Ufficio Parlamentare di Bilancio ha calcolato che, per rinnovare per il 2025 alcuni interventi finanziati solo per l’anno corrente, la prossima manovra richiederebbe già intorno ai 18 miliardi. Non serve essere economisti per capire che sta per arrivare un’altra ondata di tagli e privatizzazioni (di quel poco che è rimasto pubblico).

Se guardiamo oltre l’Italia, è utile ricordare che i francesi andranno al voto entro una decina di giorni, in una situazione di forte polarizzazione del quadro politico. E sia il Nuovo Fronte Popolare sia la compagine guidata da Marine Le Pen non hanno programmi che si adattano a una procedura di infrazione.

In una nota dell’11 giugno, Simon Freycenet, economista di Goldman Sachs, ha ricordato come il programma presentato da Rassemblement National nel 2022 valesse 100 miliardi di spesa. Mentre gli analisti del partito di Macron, Renaissance, hanno calcolato quello del Fronte Popolare in addirittura 287 miliardi...

Il Belgio sta per cominciare le trattative per l’istituzione del nuovo governo. Le elezioni hanno restituito un quadro complesso per possibili alleanze, e in passato le consultazioni sono durate anche più di un anno: la procedura di infrazione sarà un elemento di pressione non indifferente.

E lo sarà anche sulle elezioni francesi e sulla tenuta del governo Meloni, sempre più europeista, al di là di alcune uscite propagandistiche.

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17/02/2023

Italia - Welfare discriminante verso gli stranieri

La Commissione europea, su Reddito di cittadinanza e assegno unico familiare, ha deciso di aprire una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia, inviando una lettera di costituzione in mora “per mancata conformità con le norme Ue sul coordinamento della sicurezza sociale e sulla libertà di movimento dei lavoratori“.

In Italia la percentuale di cittadini stranieri che usufruiscono del reddito di cittadinanza è del 13,9%.

Secondo la Commissione europea alcuni parametri del Reddito di cittadinanza e dell’assegno unico rischiano di discriminare i cittadini Ue. In base alla norme sull’assegno unico, solo le persone che risiedono in Italia da almeno due anni possono ricevere il beneficio della misura, per chi ha figli solo se vivono nello stesso nucleo familiare con i loro figli

Per Bruxelles si tratta di una violazione delle legislazione comunitaria, non trattando in modo equo i cittadini europei. Inoltre, spiega una nota, il regolamento sul coordinamento della sicurezza sociale proibisce di porre requisiti di residenza per ricevere benefici di sicurezza sociale come gli assegni familiari.

Relativamente al Reddito di cittadinanza, Bruxelles ritiene che le prestazioni di assistenza sociale di questo tipo, “dovrebbero essere pienamente accessibili ai cittadini dell’Ue che sono lavoratori subordinati, autonomi o che hanno perso il lavoro, indipendentemente dalla loro storia di residenza“.

I benefici del reddito, prosegue inoltre la Commissione europea, dovrebbero essere estesi a cittadini comunitari che non lavorano per altri motivi, con la sola condizione che risiedano legalmente in Italia da più di tre mesi, e soggiornanti di lungo periodo al di fuori dell’Ue.

Il requisito della residenza in Italia da dieci anni “si qualifica come discriminazione indiretta“, scrive la Commissione. Il regime italiano di reddito minimo, infine, discrimina direttamente i beneficiari di protezione internazionale, che non possono beneficiarne.

Su due pilastri del welfare italiano si apre dunque una bella rogna. Da una parte c’è un governo che vuole abolire il reddito di cittadinanza (ma aumentare l’assegno unico familiare) e non nasconde di voler restringere l’accesso alle prestazioni sociali agli “stranieri“, dall’altra la Commissione europea che ritiene che se ne faccia un uso discriminatorio proprio verso i nuclei familiari di cittadini stranieri.

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Usb: Lavoratori stranieri, procedura di infrazione per l’Italia: modalità discriminanti nella legge sul reddito di cittadinanza. Lo chiede l’Europa, e ora?

L’Unione Europea ha avviato una procedura di infrazione nei confronti del governo italiano perché all’interno della legge sul reddito di cittadinanza sono state inserite limitazioni in contrasto con le direttive europee.

Naturalmente i soggetti maggiormente penalizzati sono i cittadini stranieri, sia provenienti dall’Unione Europea che i titolari di Protezione Internazionale, dimostrando ancora una volta che il governo italiano, sia Conte 1 che Conte 2, ha mantenuto un impostazione discriminante e razzista.

Invece di preoccuparsi di come regolarizzare e dare dignità di cittadinanza a più di 600.000 lavoratori stranieri che, nonostante contribuiscano con il loro lavoro spesso sfruttato e senza diritti, alla ricchezza del prodotto italiano, hanno elaborato e promosso leggi e provvedimenti razzisti e xenofobi.

Ancora una volta una dimostrazione della volontà di attaccare le classi popolari e deboli per difendere gli interessi delle classi padronali. Ricordiamo che i dati Istat certificano l’aumento esponenziale dell’incidenza della povertà assoluta e un grande aumento della povertà relativa.

La Banca di Italia nella sua lettura economica dello stato del Paese dice che nella UE l’Italia si trova ad essere la quinta nazione con la più forte sperequazione dei redditi.

Rimanendo nel campo dei lavoratori stranieri aggiungiamo, oggi, la crisi degli Sportelli Immigrazione destinati allo svolgimento delle pratiche per il rilascio dei permessi di soggiorno, titolo fondamentale per ogni cittadino straniero.

La decadenza del contratto ai lavoratori interinali impegnati fino al 31 dicembre presso le varie prefetture e questure, ha di fatto bloccato un meccanismo già lento ed in ritardo, aumentando le lunghe code presenti davanti agli uffici immigrazione, causando anche diversi momenti di tensione in alcune grandi città.

L’Unione Sindacale di Base denunciando questa inaccettabile condizione riservata ai lavoratori stranieri, si rivolge alle comunità straniere in Italia per costruire un percorso unitario di rivendicazione dei diritti violati dalle leggi italiane.

Unione Sindacale di Base

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17/09/2022

La UE condanna l’Ungheria ma “glissa” sulla Polonia. Un doppio standard irricevibile

Solo l’ipocrisia imperante in Europa e in Italia può spiegare il doppio standard con cui l’Unione Europea sta procedendo contro due paesi membri dell’unione non in linea con “il sistema di valori europei”.

È di ieri la notizia che per il Parlamento Europeo l’Ungheria “non può più essere considerata una democrazia”. La situazione nel Paese danubiano si è degradata a tal punto che è diventato una “autocrazia elettorale”. È quanto sostiene l’europarlamento, che ha approvato a maggioranza, con 433 voti favorevoli, 123 contro e 28 astensioni (gli europarlamentari di Lega e Fratelli d’Italia hanno votato contro).

Nella relazione si stigmatizza “l’inazione” dell’Ue, che ha “peggiorato le cose” e si raccomanda che l’erogazione dei fondi europei per la ripresa a Budapest sia sospesa “finché il Paese non si allineerà alle raccomandazioni dell’Ue e alle decisioni della giustizia comunitaria". Per l’Aula “ogni ritardo nella procedura legata all’articolo 7 equivarrebbe ad una violazione dello Stato di diritto da parte del Consiglio”.

Dunque all’Ungheria vanno sospesi i finanziamenti europei previsti dal Recovery Fund.

Ma solo una politica e una informazione malata possono tacere sul fatto che, contestualmente all’Ungheria, il 22 dicembre 2021 la Commissione ha lanciato una procedura di infrazione contro la Polonia per violazione del diritto dell’Ue da parte della Corte costituzionale polacca.

La procedura riguarda due sentenze emesse a luglio e ad ottobre dalla Corte Costituzionale polacca che di fatto stabiliscono che Varsavia non sarà più tenuta a riconoscere la supremazia del diritto europeo su quello nazionale.

Secondo l’esecutivo Ue queste sentenze del Tribunale costituzionale violano i principi generali di autonomia, primato, efficacia e applicazione uniforme del diritto dell’Unione e l’effetto vincolante delle sentenze della Corte di giustizia dell’Unione europea.

Inoltre, la Commissione ritiene che queste sentenze violino l’articolo 19 del Trattato sull’Unione europea. Nelle sue motivazioni Bruxelles afferma anche di nutrire “seri dubbi sull’indipendenza e l’imparzialità del Tribunale costituzionale” e di ritenere che non soddisfi più gli obblighi europei sull’indipendenza della giustizia.

Dunque, da dicembre 2021 la Polonia aveva due mesi per rispondere alla lettera di messa in mora dell’Unione Europea. Ma nei due mesi successivi all’ultimatum europeo, la situazione in Ucraina è degenerata in guerra aperta con la Russia a seguito dell’intervento militare e la Polonia ne è diventata una pedina decisiva da ogni punto di vista. Ragione per cui la Polonia non si è affatto adeguata alle indicazioni della Ue ma a Strasburgo, a Bruxelles (ed anche a Roma) si sono subito dimenticati dei conti in sospeso con Varsavia.

La Polonia è adesso un alleato attivo, strategico e decisivo nella guerra della Nato contro la Russia, i suoi indicatori di democrazia e di aderenza al sistema di valori europeo possono tranquillamente passare in secondo piano.

Un trattamento completamente diverso è stato invece riservato all’Ungheria proprio a causa della sua politica verso la Russia. Eppure le procedure di infrazione contro Polonia e Ungheria marciavano parallele nella stigmatizzazione pubblica e politica della Ue e delle forze politiche europeiste.

Infine, ma non certo per importanza, è del tutto evidente quanto strumentale che la condanna dell’Ungheria venga giocata anche nella campagna elettorale italiana contro i partiti della destra (Fratelli d’Italia, Lega) accusati di essere amici di Orban. Ma anche quelli diventati negli ultimi sei mesi silenti amici della leadership polacca meriterebbero di essere stigmatizzati.

Il doppio standard è uno di quei fattori di ipocrisia dei liberali e dell’Occidente che sta allontanando il resto del mondo proprio dall’Europa e dalla sua presunzione.

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11/01/2020

Revoca concessioni autostradali ai privati. Che c’è ancora da discutere?

Dopo il crollo in galleria sulla A26 e quello in A10 presso la galleria ‘Ricchini, nel comune di Quiliano (Savona), nella notte tra giovedì e venerdì sulla A6 Torino-Savona si è verificato un altro crollo di intonaco sulla strada.

La discussione sulla revoca o meno delle concessioni autostradali a società private appare a questo punto un show tra “fulminati”, ma è anche emblematica delle convergenze trasversali tra destra e Pd sulla difesa di interessi ben definiti e la privatizzazione dei profitti.

Le autostrade sono un bene pubblico, pagato in questi decenni dallo Stato e dai cittadini che le utilizzano per la mobilità. Sono state concesse, arbitrariamente e stupidamente a nostro avviso, a società private che ne ricavano profitti consistenti pagando una concessione allo Stato.

I fatti, anche drammaticamente, si sono incaricati di dimostrare che la gestione privata delle autostrade – che ha come priorità il ricavarne profitti – non è adeguata a garantirne né la sicurezza né il ritorno previsto in termini di benefici economici per la collettività.

Il fuoco di sbarramento di Pd, Italia Viva, Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia – senza sostanziali differenze tra loro – contro la revoca delle concessioni ai privati, in questo caso alla società Autostrade per l’Italia del gruppo Atlantia/Benetton, la dice lunga su quali interessi stiano realmente a cuore a forze politiche che si dicono diverse e competitrici ma sistematicamente convergenti su almeno il 90% dei temi dell’agenda politica.

È allucinante che per prendere una decisione qualcuno si schermisca dietro l’attesa della sentenza della magistratura sul crollo del Ponte Morandi. La magistratura è chiamata ad esprimersi su illeciti penali non su scelte politiche o economiche che attengono al governo o al parlamento.

E poi ci sono i fatti. Drammatici. Secondo una inchiesta condotta dal giornale Il Secolo XIX sono circa duecento le gallerie fuorilegge in tutta Italia: 105 sulla rete in concessione alla società Autostrade per l’Italia (Benetton), 90 gestite su quelle date in concessione ad altre società private. Un primo censimento è stato fatto dopo i controlli avviati in seguito al crollo del 30 dicembre scorso all’interno della galleria Bertè, sulla A26, nei pressi del comune di Masone (Genova), poi c’è stato il crollo sulla A10 e adesso quello sulla A6. Il dato viene rilevato dopo le indagini sulla sicurezza della rete autostradale che il Ministero delle Infrastrutture ha avviato in seguito al disastro del ponte Morandi.

Una parte rilevante delle gallerie sulle autostrade non è a norma con i requisiti antincendio, con il rischio di una procedura di infrazione europea contro l’Italia.

La direttiva europea 2004/54, recepita in Italia nel 2006, fissava per le gallerie lunghe più di 500 metri requisiti di sicurezza su antincendio (ventilazione, rifugi, impianti di estinzione), illuminazione eccetera, dando tempo fino al 30 aprile 2019 per adeguarsi. Nella primavera del 2019 il Ministero delle Infrastrutture (retto allora dall’improbabile Toninelli) ha cercato di ottenere dall’Unione Europea una proroga al 2022 ma ad ottobre la Ue ha comunicato l’avvio degli atti per una procedura d’infrazione.

Ai costi dei ridotti introiti dovuti dall’aver concesso ai privati la gestione delle autostrade si aggiungerebbero anche quelli di una sanzione europea.

E ancora si sta a discutere se revocare ai privati le concessioni autostradali o meno?

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26/07/2019

Mattarella passa all’incasso, su mandato di Bruxelles

Nella tradizionale cerimonia del Ventaglio in cui il Presidente della Repubblica incontra i giornalisti parlamentari, Mattarella ha sfruttato l’occasione per calare alcuni colpi che perimetrano pesantemente il presente e il futuro del nostro paese.

In primo luogo ha decretato che: “Non c’è futuro al di fuori dell’Unione europea”. Una affermazione che ci permettiamo di contestare radicalmente sulla base dei fatti, a partire dal rapporto costo/benefici sociali dell’adesione dell’Italia ai vincoli dei Trattati europei. Non solo. A conferma che le élites dominanti hanno tirato un sospiro di sollievo nelle recente elezioni europee, Mattarella ha rivendicato che “Con il voto europeo si apre una nuova fase che dovrà assecondare la richiesta di cambiamento, in particolare un atteggiamento di maggiore solidarietà soprattutto nei confronti delle giovani generazioni” (sic!).

Niente affatto sibillino sulla tela in cui sta imbrigliando l’attuale governo, è apparsa la frase in cui ha chiarito che “le istituzioni della nostra Repubblica hanno bisogno di un clima di fattiva collaborazione, per decisioni sollecite e tempestive, per un buon andamento della vita nazionale”. Sollecitudine e tempestività dovranno quindi essere le caratteristiche di questo – se vuole continuare – o del nuovo governo nell’adempiere ai diktat di Bruxelles.

Il capo dello Stato ha inoltre sottolineato come sia stato di grande rilievo l’aver evitato la procedura di infrazione nei confronti dell’Italia, riconoscendo così il lavoro fatto dai suoi uomini dentro l’attuale governo (Tria, Conte, Moavero Milanesi, ndr). “È stata una scelta saggia quella di mantenere con le istituzioni di Bruxelles un rapporto costruttivo, di confronto dialogante”. La solidità dell’economia italiana e “i provvedimenti assunti dal governo, gli intendimenti manifestati a seguito dell’intesa con la Commissione europea, con l’impegno a mantenere i conti in ordine, hanno incontrato la fiducia dei mercati finanziari, con lo spread sceso notevolmente e la borsa in buona salute”.

Secondo il Presidente della Repubblica, che è sembrato parlare più come un commissario europeo che come espressione del paese “Ora occorre mantenersi dentro questo processo e percorso virtuoso, rassicurante per i risparmiatori, gli imprenditori e gli investitori”. Da questo elenco, tutti possono notare come siano del tutto assenti i lavoratori e le lavoratrici, i precari e i disoccupati. L’ordine delle priorità è stato così ribadito ancora una volta, palesando la necessità che, se vogliamo dare un futuro dignitoso ai settori popolari di questo paese, occorre rovesciarlo radicalmente e proprio a cominciare con la rottura verso gli asfissianti diktat della Commissione europea.

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08/07/2019

L’estate del Governo del cambiamento: una rinfrescata di austerità

I barconi? Affondati! La povertà? Abolita! Quando si tratta di comunicazione social questo Governo sa essere schietto, spietatamente immediato, diretto. Il problema è che, quando si passa dalle parole ai fatti, lo stesso Governo si riappropria in fretta e furia di tutto l’armamentario tecnico per dire e non dire, di tutta l’ambiguità tipica del linguaggio istituzionale asciutto, freddo, neutrale. È così che la povertà viene abolita dal balcone di Palazzo Chigi tra le urla e gli schiamazzi, mentre i tagli vengono inflitti nottetempo, nel silenzio degli uffici tecnici, con un sibillino comunicato stampa che annuncia “misure urgenti in materia di miglioramento dei saldi di finanza pubblica”, un decreto-legge “con il quale ... si dispone l’accantonamento per un importo pari ad almeno a 1,5 miliardi di euro per l’anno 2019 delle dotazioni di bilancio in termini di competenza e cassa. Gli accantonamenti sono disposti, prevalentemente, sulle disponibilità dei Fondi da ripartire che non risultano ancora finalizzate per la gestione. Per consentire alle Amministrazioni centrali dello Stato la necessaria flessibilità è comunque consentita, con decreti del Ministro dell’economia e delle finanze da comunicare alle Camere, su richiesta dei Ministri interessati, la possibilità di rimodulare i predetti accantonamenti nell’ambito degli stati di previsione della spesa, garantendo comunque la neutralità degli effetti sui saldi di finanza pubblica.” Il termine adottato dai giornalisti per tradurre in italiano questo comunicato è ‘congelamento’: i fondi accantonati per realizzare il reddito di cittadinanza e quota 100 verranno congelati per la quota che non è ancora stata impiegata. Cerchiamo di scavare sotto a questo linguaggio tecnico per far emergere il contenuto politico della più recente misura economica varata dal Governo.

Partiamo dal contesto, per capire perché vi sia necessità di “misure urgenti in materia di miglioramento dei saldi di finanza pubblica”. Lo scorso dicembre il Governo ha varato una finanziaria che accoglieva le principali richieste dell’Europa in termini di tagli alla spesa pubblica e maggiori tasse, infliggendo al Paese l’ennesima dose di austerità, in perfetta continuità con i precedenti esecutivi. Dopo numerosi tweet battaglieri che minacciavano deficit a due cifre per rilanciare l’occupazione e sradicare la povertà, in barba ai diktat di Bruxelles, il Governo si inchinava alle richieste delle istituzioni europee con una legge finanziaria che prevedeva un deficit pubblico del 2,04% del PIL, corrispondente ad un avanzo primario di circa l’1,5% del PIL: una misura che sottrae all’economia tramite le tasse più risorse di quelle che restituisce con la spesa pubblica. L’austerità dura e pura.

Questi valori del deficit indicano con precisione i saldi di finanza pubblica in rapporto al prodotto sociale, cioè al PIL e, poiché si riferiscono all’anno successivo, non possono che essere basati sulle previsioni di crescita. Tuttavia, le previsioni che accompagnavano la finanziaria si sono rivelate troppo ottimistiche. Non c’è nessuna ripresa all’orizzonte, e fintantoché i Governi continueranno a realizzare avanzi primari – cioè ad imporre l’austerità – l’economia italiana è destinata al declino.

Giunti a metà del 2019, i dati sulla crescita certificano che il PIL sarà inferiore a quello stimato nella finanziaria, e dunque che il rapporto deficit/PIL sarà più elevato di quello pattuito, ma non per effetto di una più che mai necessaria manovra espansiva, quanto per gli effetti recessivi dell’austerità. Da questo scollamento tra gli impegni assunti dal Governo nei confronti dell’Europa e l’evoluzione reale dei saldi di finanza pubblica deriva il dibattito di questi giorni. Per mantenere le promesse, per garantire a Bruxelles la ferrea applicazione della linea dell’austerità in Italia, il Governo deve fare quello che tutti i Governi degli ultimi trent’anni hanno fatto senza soluzione di continuità: tagliare la spesa sociale per rispettare i vincoli di bilancio. Sui social il dibattito prende una direzione ben precisa, con Salvini e Di Maio che escludono qualsiasi ulteriore concessione all’Europa: basta tagli, gli italiani hanno sofferto già abbastanza! Fuori dai social, ecco il decreto-legge che congela i fondi accantonati per reddito di cittadinanza e quota 100. Il concetto è chiaro: dopo aver disegnato una manovra finanziaria di tagli e sacrifici, che concedeva solo le briciole di un reddito di cittadinanza ai minimi termini e una deroga alla Fornero per pochi eletti, quota 100, il Governo ha deciso di riprendersi pure una parte significativa di quelle briciole. Qualora dovessero avanzare delle risorse rispetto a quelle previste per reddito di cittadinanza e quota 100, infatti, queste non potranno essere utilizzate per scopi diversi dalla disciplina fiscale e dal raggiungimento del deficit concordato con la Commissione. Non appena i burocrati di Bruxelles hanno alzato i toni con il Governo italiano, minacciando una procedura d’infrazione per deficit eccessivo, gli spavaldi populisti gialloverdi hanno abbassato la testa, accantonando parte delle risorse originariamente destinate a pensionati, lavoratori, poveri e disoccupati. Come al solito, i soldi non ci sono mai: questa volta sono stati congelati.

Cosa significa congelare i fondi? In buona sostanza, significa tagliare le spese che quei fondi dovevano finanziare, ma il Governo ricorre ad un arzigogolato marchingegno contabile che gli consente di far passare sotto silenzio i tagli. Congelare i fondi significa infatti impegnarsi a tagliare per il medesimo ammontare determinate spese, precisamente individuate; qualora però si dovesse ritenere che quelle specifiche spese debbano essere preservate, allora si dovranno individuare altre spese da tagliare per una cifra equivalente. Quindi il decreto-legge varato con il favore delle tenebre taglia spesa sociale, e precisamente le misure bandiera di questo Governo, per assecondare le richieste di maggiore austerità che arrivano dall’Europa o, in subordine, impegna il Governo a tagliare altrove la spesa pubblica per un pari ammontare. Non c’è alcun conflitto tra Europa e Governo populista, nessuna frizione, nessun braccio di ferro, ma una sintonia perfetta che discende da una linea politica comune, l’austerità. Paradossalmente, quelle forze politiche, Lega e Cinque Stelle, che hanno raccolto milioni di voti di protesta contro anni di misure lacrime e sangue, si ritrovano oggi ad amministrare esattamente le stesse politiche di chi li ha preceduti.

Forse non ci avete fatto caso, ma non si parla più di spread. Strano, no? Pochi giorni fa, dalle colonne di Repubblica, l’economista liberista Alberto Bisin ammoniva con tono grave: “I sovranisti all’interno della coalizione di governo hanno un piano e lo stanno eseguendo sistematicamente. Il piano porta a preparare l’uscita dell’Italia dall’euro. Che questo obiettivo sia raggiunto o meno, l’esecuzione del piano porterà alla rovina del Paese. Dico questo con una certa difficoltà perché mi rendo conto della serietà di queste affermazioni.” Accipicchia, deve essere un piano davvero segretissimo, perché se ne è accorto solo Bisin, mentre i mercati finanziari, quelli che muovono miliardi di euro con un click, che decidono la vita o la morte dei Governi, stanno comprando in massa titoli di Stato italiani, spingendo lo spread intorno ai 210 punti base, un valore che non si vedeva da oltre un anno, esattamente dai tempi in cui non era stato ancora formato l’attuale Governo. L’Italia dunque dorme sonni tranquilli sui mercati, scontando il 2,1% in più dei titoli di Stato tedeschi, contro il 3,2% che pagava più della Germania ai tempi della redazione della legge finanziaria, quando il Governo annunciava una battaglia contro l’Europa in difesa del lavoro e della crescita. Una battaglia che non c’è mai stata. Al contrario, questo Governo – come certificano il dato sullo spread e la chiusura della procedura d’infrazione – vive in piena armonia con le istituzioni europee e i mercati finanziari, per un semplice motivo: ha accettato, fin da subito, di applicare ogni singola richiesta di Bruxelles. L’ultima è contenuta nel decreto-legge appena varato, 1,5 miliardi di euro che erano destinati alla spesa sociale, reddito di cittadinanza e quota 100, e che vengono tagliati per rispettare la ferrea disciplina dei conti. L’Europa ordina, Lega e Cinque Stelle eseguono in silenzio, un silenzio rotto solo da qualche cinguettio lontano che non spaventa nessuno a Bruxelles. Il problema, il nostro problema, è che l’Europa non si fermerà certo a questa misura: il percorso di rientro dal debito previsto dal Fiscal Compact impone una progressione di tagli alla spesa pubblica e incrementi delle imposte che sta erodendo, giorno dopo giorno, salari, stato sociale e diritti dei lavoratori in un vortice che non ha fine. Oggi vengono sacrificati sull’altare del pareggio di bilancio 1,5 miliardi di spese sociali, ma già si prepara l’ennesima finanziaria fatta di nuovi tagli sul bilancio pubblico. È questa la lotta di classe che ci tocca combattere, e la stiamo perdendo.

Contro l’ennesimo Governo dell’austerità occorre organizzare una resistenza che parta dalla presa di coscienza della perfetta continuità che lega le attuali forze populiste ai tradizionali partiti di centrodestra e centrosinistra, caduti in disgrazia dopo vent’anni di politiche contro i lavoratori. Una continuità che ha come collante la gestione del potere e vive della piena compatibilità tra le forze politiche al Governo e le istituzioni europee. Per rompere questa macchina che schiaccia ogni giorno i lavoratori occorre far saltare il tavolo della disciplina fiscale, imporre un’agenda politica e sociale che sia incompatibile con il perimetro sancito dai vincoli europei.

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04/07/2019

Furbizie, fortuna e cedimento. Niente procedura

Non c’è a procedura d’infrazione per “debito eccessivo” e questo è un bene, per i disgraziati abitanti di questo paese e specialmente per i più deboli. Quella procedura avrebbe infatti consegnato la gestione del debito alla Commissione Europea per un numero di anni imprevedibile, ma certamente altissimo (quasi quanto il debito pubblico), con esiti socialmente disastrosi e facilmente prevedibili.

Ma è interessante capire come si è arrivati alla “soluzione” del dilemma che a un certo punto appariva incagliato.

Sul piano strettamente politico, il governo ha dovuto dismettere qualsiasi pretesa sulle poltrone europee più importanti, addirittura accettando che la presidenza del Parlamento Europeo (potere debolissimo nell’architettura istituzionale della Ue, essendo privo del potere legislativo) finisse a un uomo del Pd, David Sassoli, contro cui ha votato la Lega (“prima gli italiani” è slogan buono per i fessi, ma non altrove).

Sul piano finanziario, invece, ha dovuto accettare che il redde rationem fosse fissato per ottobre. Come ha rivelato il Commissario Pierre Moscovici, “Il Governo ha preso l’impegno lunedì sera” di rispettare il Patto di Stabilità facendo un “aggiustamento strutturale significativo nel 2020”.

I dettali saranno forniti, appunto, ma la lettera “firmata da Conte e Tria” mette nero su bianco che per l’anno prossimo l’obiettivo di questo governo è “conseguire un miglioramento strutturale in linea con i requisiti del patto di stabilità e crescita, in particolare mediante una nuova revisione della spesa e la revisione delle spese fiscali“.

Rispetto alle voci che circolano però in Italia, e “a sinistra”, è necessario fare alcune precisazioni, per evitare di infilarsi in polemiche che – per informazioni sbagliate – potrebbero rivelarsi un boomerang e fornire un altro assist ai fascioleghisti.

I 7,6 miliardi della “manovra di aggiustamento” dei conti pubblici 2019 non sono infatti arrivati da “tagli”, ma quasi tutti da entrate straordinarie. A parte il miliardo e mezzo “risparmiato” rispetto alle previsioni di spesa per quota 100 e reddito di cittadinanza – che non verranno destinati ad altri capitoli della spesa sociale – il resto arriva in gran parte dagli extra incassi fiscali derivanti dalla fatturazione elettronica. Una misura di lotta all’evasione dell’Iva, che ha origine addirittura in una legge del 2007, la cui applicazione era stata sempre rinviata o rallentata e infine resa obbligatoria con la legge di bilancio 2018. Insomma, non è “merito” di questo governo, anche se è questo che sta passando all’incasso. Solo fortuna...

Vincenzo Visco, il “cerbero” dei conti ai tempi dei governi Pd, ha del resto scritto su IlSole24Ore, che ci si attende per fine anno un extra-incasso di quasi 6 miliardi grazie alla fatturazione elettronica.

Il resto arriva dai dividendi delle varie partecipate pubbliche (Cassa Depositi e Prestiti, Banca d’Italia, ecc).

I “tagli” veri e propri sono insomma rinviati a fine anno, ma potrebbe addirittura essere un altro governo a farsene carico, se le contraddizioni in seno all’esecutivo Conte dovessero esplodere. Solo furbizie...

Di certo, però, quelle risorse extra finiranno a riduzione del debito, dunque in casse altrui (investitori finanziari e istituzioni sovranazionali), e non entreranno nel circolo dell’economia nazionale, sotto forma di investimenti o misure sociali. Quindi sono risorse “sottratte alla crescita”, ma non nuove sforbiciate.

Anzi, la pubblica amministrazione è ora obbligata ad assumere (3.000 all’Inps dal 1 luglio, altre decine di migliaia nei prossimi mesi, tra scuola e comuni svuotati dai pensionamenti ordinari cumulati in dieci anni di blocco del turnover). Il che avrà effetti sul tasso di disoccupazione, e dunque sarà “percepito” come una “mossa benefica” dell’attuale e orrendo governo.

È ovvio che non c’è alcun “merito” nel dover coprire buchi di organico, oltretutto in misura insufficiente rispetto ai vuoti reali. Ma la “narrazione” governativa ne trarrà argomenti per nascondere molti altri problemi. Meglio saperlo, no?

Per esempio. I positivi dati Istat sull’occupazione – il tasso di disoccupazione sceso al 9,9% – nascondono nei dettagli una realtà assai meno positiva. Dei 67mila lavoratori in più, infatti, ben 41mila sono partite Iva e contratti a termine, mentre 26mila sono le stabilizzazioni a tempo indeterminato derivanti dalla trasformazione di contratti in staff leasing.

Tutti posti precari, insomma, che se da un lato riducono la disoccupazione ufficiale, di certo non allargano la platea dei consumatori con soldi sufficienti in tasca per fare una vita normale. L’alto numero di partite Iva, oltretutto, fa pensare a una ripresa dei “rapporti di lavoro dipendente mascherato da autonomo”, contro cui era formalmente diretto il “decreto dignità” tanto strombazzato da Di Maio.

Anche l’aumento dei posti a tempo indeterminato, visto da vicino, si rivela un aumento di “lavoro povero”, visto che per due terzi è fatto di part time involontari.

Come si vede, tra “narrazione” e realtà il divario è piuttosto ampio. Ma non sono moltissimi quelli che riescono a misurarlo in modo attendibile.

Basta guardare a cosa viene detto nelle dichiarazioni – di Salvini, Di Maio, Conte, ecc – a proposito del “ci siamo imposti in Europea” e quel che risulta al “Commissario all’austerità” per antonomasia, Moscovici: «Avevamo posto tre condizioni, dovevamo compensare lo scarto per il 2018, quello del 2019 dello 0,3% e ottenere garanzie sul bilancio 2020. Il Governo ha approvato un pacchetto che risponde alle nostre tre condizioni e quindi la procedura per debito non è più giustificata».

Vi siete “imposti” obbedendo in silenzio, mentre strillavate sulla Sea Watch.

Guappi ‘e cartone...

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24/06/2019

Abbaiare legati al guinzaglio. Il caso Lega

Non date mai retta alle stronzate dei leghisti, a cominciare dal segretario-vicepremier-ministro. Sono esplicitamente armi di distrazione di massa. Il loro ciclo vitale dura mezza giornata, il tempo di un titolo a un giornale amico (tutti, anche quelli teoricamente “democratici” e “antipopulisti”).

L’unica validità che assumono è dovuta al loro variare. E, se si sta attenti, si capisce che – per esempio – quando “il capitano” (con la minuscola, mica è Totti, Zanetti o Lampard...) sbraita contro l’Unione Europea in realtà sta solo cercando di abbassare il costo della “manovra” che sarà costretto a votare per il prossimo anno (a meno di non far cadere questo governo e favorire l’avvento di un esecutivo “tecnico” su cui scaricare l’odio popolare).

Scriviamo “abbassare il costo” e non “alzare il prezzo”, perché ci sembra evidente che la Lega non abbia alcuna speranza di poter pesare sulle scelte della Ue, visto che “l’altra Europa con Salvini” è uscita spianata dalle elezioni del 26 maggio (tranne che in Italia, gli “alleati” veri o presunti, non hanno sfondato).

E se si guarda ad alcuni fari del pensiero della destra si vede che è proprio così. Già morti i “mini-Bot” del leghista Borghi, affossati pure dal vero boss economico lumbard, quel Giorgetti che aspira ad una poltrona da Commissario a Bruxelles.

Ma è tutta la strategia della destra becera ad essere oggi palesemente off topic. E i più intelligenti in quell’area, cercano di spigarglielo ogni giorno. Paolo Savona, per esempio, l’ex direttore di Confindustria che la Lega avrebbe voluto al ministero dell’economia (poi dirottato ai rapporti con la Ue e ora alla presidenza della Consob) ha usato un’intervista al Messaggero per dare il suo saggio consiglio: «Da entrambe le parti [Lega e Commissione Ue, ndr] si sta esagerando. D’altro canto, se in una situazione così delicata come quella italiana la Commissione minaccia di aprire la procedura di infrazione per mancato rispetto dei parametri di bilancio, è fatale che si generino reazioni politiche».

Ma sul fantomatico rischio di “uscita dall’euro” – un mantra “democratico” per spaventare i deboli di cuore e mente – il vecchio leone liberista non ha dubbi: «Non vedo nelle forze di governo atteggiamenti contro l’Europa né contro la necessità di rimanere nell’Eurozona. Sono stato ministro di questo governo, e le assicuro che c’è piena coscienza del fatto che il mercato comune è fondamentale per le nostre esportazioni e la tutela del risparmio».

Del resto la Lega è l’espressione politica della piccola e media impresa, sostituendo in questo ruolo il bollito Berlusconi e nel solco della mai morta Democrazia Cristiana... Quindi non può volere nulla che il suo vero “blocco sociale” non desideri. Il resto sono chiacchiere da bar, paccottiglia sulla bancarella dell’intrattenimento televisivo quotidiano, “quazza” per deficienti...

“Tranquillizzati” gli interlocutori, Savona dà qualche consiglio anche a loro, mostrando così il funzionamento reale della “trappola” costituita dai trattati comunitari, nascosta dietro l'apparentemente neutra “procedura di infrazione per debito eccessivo”: «È la conseguenza di scelte miopi: l’Europa non dispone di un “lender of last resort”, il prestatore di ultima istanza in grado di neutralizzare gli eccessi speculativi. Le autorità che insistono sul taglio del nostro debito sanno bene che così facendo alimentano la speculazione. Anzi, sono convinto che usino scientemente i mercati come vincolo esterno per indurre gli Stati membri a rispettare le direttive. La cosa in sé non mi sconvolge, ma il suo uso presuppone l’esistenza di strumenti per frenare gli eccessi speculativi». Che non ci sono, però...

Usare i mercati come killer del “vincolo esterno” significa depredare un paese delle sue risorse, affamare i suoi poveri (lavoratori, pensionati, ecc.), trasferire ricchezza verso i possidenti più ricchi (quelli che contribuiscono a creare una “posizione finanziaria netta con l’estero positiva”, visto che hanno esportato i loro capitali (come ricorda Savona: «Sono dati ufficiali. Anche per questo la Commissione Ue dovrebbe schierarsi al nostro fianco, aiutandoci a ripristinare la fiducia invece di tenerci sotto pressione o introdurre cambiamenti che penalizzano alcuni e favoriscono altri»).

Ma significa anche fa scendere il valore degli asset non trasferibili presenti sul territorio (fabbriche, immobili, filiere produttive di settori anche molto competitivi del made in Italy), in modo da facilitare acquisizioni, scalate, conquiste.

Un doppio disastro – sociale e produttivo – che sta facendo tornare questo paese una terra di scorrerie per bastardi “civilizzati”. Grazie alla UE, a Berlusconi, al PD, al M5S e alla Lega (de minimis inutile dire...).

Il ruolo della “politica”, da molti anni, è simile a quello dei cani legati a un guinzaglio, fra l’altro corto. Abbaiano molto, perché non hanno quasi nulla da mordere. Ossia da decidere...

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22/06/2019

Nomine europee, governo italiano in fuorigioco

Se un marziano si affacciasse in questi giorni a Bruxelles, per vedere come l’Unione Europea sta discutendo delle “nomine” per i posti più importanti, non vedrebbe qualcosa di differente – chessò… – rispetto alle riunioni con cui Palamara, Lotti, ecc discutevano di chi mettere a capo della Procura di Roma.

Come sapete, una legislatura europea e finita e un’altra è cominciata con le elezioni del 26 maggio. Bisogna nominare il “capo del governo” (il presidente della Commissione, al posto di Jean-Claude Juncker), il ministro degli esteri (oggi Federica Mogherini), il presidente del Parlamento Ue (l’uscente è Antonio Tajani) e quello del Consiglio Ue (coordinamento dei capi di Stato e di governo, fin qui presiduto dal polacco Donald Tusk). Come se non bastasse, è in scadenza il presidente della Bce, Mario Draghi; forse la più potente delle poltrone in ballo.

L’Italietta gialloverde deve fare i conti con la perdita di ben tre di queste cinque poltrone di peso, e al massimo può aspirare ad una. Anzi, forse neanche una, se già sta ripiegando su un Commissario (ministro) in una responsabilità economica (che la Lega vorrebbe affidare a Giorgetti).

I problemi sono tanti. Ogni paese e ogni schieramento politico ha le sue ambizioni. I tedeschi avevano proposto Mafred Weber come presidente della Commissione in base al metodo degli Spitzenkandidaten (espressi dal gruppo parlamentare che ha raccolto più voti alle europee, in questo caso i “popolari” del Ppe). Ma gli è arrivata la porta in faccia da Macron e dunque non se ne farà nulla.

Questa decisione ha bloccato tutte le altre nomine, perché è chiaro che o c’è un accordo – e una mediazione – su tutto il pacchetto, oppure nisba. Il 2 luglio, però, c’è la prima plenaria del Parlamento di Starsburgo, e in quell’occasione un presidente verrà nominato comunque, magari con accordi non ufficiali, contrattati nei corridoi all’ultimo momento.

Per questo il Consiglio Europeo di ieri ha deciso di convocare un nuovo vertice straordinario il 30 giugno, per evitare che si comincino a riempire caselle senza un accordo-quadro.

Non sarà semplice. I due “pezzi grossi” storici – popolari e socialdemocratici – sono stati pesantemente ridimensionati dalle elezioni, e i nuovi protagonisti “europeisti” (liberali e Verdi) non accetterebbero di fare semplicemente i portatori d’acqua ai candidati altrui. Insomma, una complicata formula alchemica che deve tenere insieme gli interessi nazionali e quelli delle “famiglie politiche” continentali.

Questo modo di procedere chiarisce molto sul modo di funzionare della Ue e sul disastro combinato dal sistema dei trattati fin qui firmati. Ci sono delle “potenze” interne alla Ue a 27, che pretendono di continuare a dominare sull’insieme (Germania e Francia, in primo luogo), e ci sono “famiglie politiche” che si possono sciogliere in qualsiasi momento in base agli interessi nazionali.

Per il governo Conte-Salvini-Di Maio – composto da due forze fuori dalle “famiglie” più importanti, alla guida di un paese-preda – la partita è proibitiva. Avviene infatti nel bel mezzo dell’avvio della “procedura di infrazione” avviata dalla Commissione uscente, ed è fatale che la trattativa sulle nomine si intrecci in modo inestricabile con quella sulla “manovra correttiva” chiesta da Moscovici & co.

In ogni caso, non c’è traccia di possibile solidarietà “euroscettica”, perché gli stessi alleati impresentabili raffigurati come “fratelli” quando si tratta di respingere i barconi dei migranti (tipo Le Pen, Orbàn, Wilders, ecc) sono assolutamente intransigenti, come e peggio di Wolfgang Schaeuble, quando si tratta di conti pubblici.

Il rischio, evidente, è di essere costretti a mollare su poltrone “pesanti” sperando di ottenere “più flessibilità” sui conti e uno stop alla procedura di infrazione, senza però alcuna garanzia che quest’ultimo obbiettivo possa essere raggiunto.

Vero è che il governo Conte dispone di un “tesoretto” di quasi 10 miliardi, messo assieme calcolando i minori esborsi per “quota 100” e “reddito di cittadinanza”, recupero dell’evasione (5,2 miliardi), dividendi dalla gestione della Cassa Depositi e Prestiti e i maggiori dividendi di Banca d’Italia, tagli alle spese ministeriali. Ma permettono una riduzione minima del debito e, soprattutto, sono per lo più risorse una tantum.

La speranza, dunque, è di allungare i tempi della trattativa sperando che la nuova Commissione, nel frattempo, sia nominata. Ma questo indebolisce, e di molto, il potere contrattuale sulle nomine stesse.

Una certezza, però, a questo punto c’è: anche la prossima Commissione sarà composta esclusivamente da “europeisti senza se e senza ma”, soprattutto in materia economica e finanziaria. E quindi senza alcuna “sponda” amichevole. Comprensibile, dunque, che il governo cerchi di piazzare il mefistofelico Giorgetti su qualche poltrona economica rilevante; altrettanto comprensibile che, dal punto di vista di Buxelles, proprio quelle poltrone siano tabù per un leghista.

Comunque la si giri, insomma, questo governo rischia l’asfissia economia e politica.

Inquadrata così, l’ennesima sparata di Salvini – “Se non tagliamo le tasse saluto il governo e me ne vado” – appare meno militaresca e più “difensiva”. Quasi uno “speriamo che io me la cavo”, in attesa di tempi migliori.

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16/06/2019

C’è confusione al gran ballo di Bruxelles

“Ci hanno dato gli otto giorni”... Quando i rapporti di lavoro erano un po’ meno schiavistici di oggi – ti mandano un sms, al massimo – questa frase significava licenziamento. Se invece gli otto giorni sono dati dalla Commissione Europea a un paese, l’Italia per esser chiari, la questione è parecchio più complessa.

Tutti i giornali mainstream parlano della “procedura di infrazione” che potrebbe essere comminata al nostro paese, ma ben pochi si azzardano a spiegare di che tipo di procedura si tratta e soprattutto cosa comporta. Per non dire del silenzio assoluto sul contesto economico e militare globale in cui questa discussione avviene.

La Commissione chiede immediatamente – entro il prossimo fine settimana, appunto – di sapere in che modo il governo gialloverde intende coprire la differenza tra il deficit a 2,2 maturato negli ultimi mesi e il 2,04 scritto nella “legge di stabilità” approvata a Capodanno. Altrimenti darà l’avvio a una procedura di infrazione per debito pubblico eccessivo.

La sproporzione tra le due cose (uno sforamento dello zero virgola, equivalente al massimo a meno di 3 miliardi, e la messa sotto controllo europeo dei conti pubblici italiani da qui all’eternità per riportare quel 132% a livelli compatibili con i parametri di Maastricht) è talmente evidente, ad occhi esperti, da risultare poco credibile. È come sanzionare con la pena di morte il furto di una mela (e c’è gente, in questo disperante paese, che non ci troverebbe nulla di strano, ormai...).

Per capirci qualcosa di più abbiamo cercato su molte e diverse fonti, trovando ancora una volta aiuto nell’editoriale di Guido Salerno Aletta su Milano Finanza.

La complessità della partita che si va giocando in questi mesi, dopo le elezioni europee, è sicuramente alta, e viene fotografata con la solita perizia. Stupisce, però, sinceramente vedere tutti questi tecnoburocrati indaffaratissimi per posizionare certi uomini in certi incarichi e scegliere le poltrone che fanno più gola a questo o quel paese, mentre fuori dell’Unione Europea e sopra l’Europa si addensano nubi che definire tempestose è un eufemismo.

Senza alcuna pretesa di completezza, tra gli articoli pubblicati oggi ci sentiamo di dover segnalare quello di Martin Wolf e quello del nostro Fabrizio Poggi. Segnalano smottamenti economici e geopolitici di dimensione planetaria e portata storica, soprattutto dalla dinamica terremotante il “buon vecchio mondo antico” in cui appaiono vivacchiare i benvestiti tecnoburocrati e tutte le cancellerie europee.

C’è confusione, al gran ballo di Bruxelles. L’orchestra suona, le piccole cospirazioni si intrecciano, si ragiona su come trar profitto dalle crisi dei più deboli a bordo, ma la nave non tiene il mare.


*****

La procedura di infrazione a carico dell’Italia per debito eccessivo, che potrebbe essere formalizzata il prossimo 9 luglio, va inquadrata nel contesto delle negoziazioni che cercano di ridefinire gli equilibri europei. E’ un gran ballo, quello che si sta svolgendo a Bruxelles, con un insolito attivismo da parte di una Commissione in disarmo. C’è davvero di tutto: dalle debuttanti ai vecchi marpioni, con fidanzamenti in vista, menage a trois, corteggiamenti camuffati. Se qualche anziana signora, come l’Italia, viene insolentita, è solo per ottenerne a buon prezzo i favori.

E’ in corso, in modo spesso ruvido ed assai scomposto, il tentativo di riassetto dell’asse franco-tedesco da parte dell’attuale Presidente francese Emmanuel Macron, che non ha affatto con la Cancelliera Angela Merkel quello stretto raccordo che era proprio del Presidente francese Nicolas Sarkozy.

Era un’altra epoca, caratterizzata dalla comune esigenza di tutelare i rispettivi sistemi bancari, dapprima rispetto alla crisi americana, poi di fronte alla emergenza greca ed alla liquefazione delle banche spagnole, ed infine per procedere alla messa in riga dell’Italia. Il costo iperbolico richiesto dai mercati per finanziarne il debito impose un cambio di mano, anziché una diversa politica monetaria da parte della Bce.

Arrivò subito dopo, dopo il regime change. Tutti ricordano ancora lo sprezzante sorriso che i due si scambiarono a Cannes, riferendosi alla scarsa affidabilità del nostro Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Chi ora parla di isolamento internazionale dell’Italia, farebbe bene a riconoscere che è una strategia ben rodata.

A Bruxelles, Emmanuel Macron può contare su due fidatissime ali tornanti: la prima è Michel Barnier, che ora ha perfino candidato a Presidente della Commissione in luogo del tedesco Alex Weber, sostenuto invece dai Popolari. Va premiato per il modo con cui ha gestito in prima persona le trattative sulla Brexit, riuscendo a disintegrare il sistema politico inglese, con una vittoria diplomatica tale da vendicare ad un tempo le sconfitte napoleoniche di Trafalgar e di Waterloo. Missione compiuta, per Barnier.

La seconda è Pierre Moscovici, Commissario agli Affari economici, che gestisce le vicende dei bilanci pubblici ad uso e consumo di Parigi: la Francia è stata serenamente sotto procedura per deficit eccessivo, ininterrottamente dal 27 aprile 2009 al 22 giugno del 2018, con il privilegio di non soggiacere ai vincoli di aggiustamento previsti dal Fiscal Compact.

La Francia doveva rispettare solo il tetto del 3% nel rapporto deficit pil, ma non era invece tenuta ai più drastici aggiustamenti strutturali: solo una volta usciti dalla procedura di infrazione per disavanzo eccessivo, si è soggetti alle regole del Patto di Stabilità e Crescita.

L’articolo 5 del Trattato fu scritto appositamente per creare questo cono d’ombra: “La parte contraente che sia soggetta a procedura per i disavanzi eccessivi ai sensi dei trattati su cui si fonda la Unione europea predispone un programma di partenariato economico e di bilancio che comprenda una descrizione dettagliata delle riforme strutturali da definire e attuare per una correzione duratura ed effettiva del suo disavanzo eccessivo...”.

Tutto quanto riguarda Parigi è commentato con discrezione: poco si parla anche del Report dello scorso 5 giugno, in cui la Commissione ha rilevato che gli “insufficienti progressi compiuti in ordine al rispetto dell’obiettivo di riduzione del debito nel 2018 e del deficit previsto nel 2019 forniscono la esistenza prima facie di un deficit eccessivo ai sensi del PSG”.

Nel 2019, sempre secondo la Commissione, il rapporto deficit/pil della Francia dovrebbe salire al 3,1% rispetto al 2,5% del 2018, ed il debito crescere rispettivamente dal 98,4% al 99%.

In termini pratici, per quanto riguarda la procedura di infrazione avviata a carico dell’Italia, si tratterebbe intanto di intervenire già quest’anno, per ricondurre il rapporto deficit/pil dal 2,1-2,2% al 2,04% che era stato concordato. Si tratta, davvero, di uno zerovirgola. Ed è per questo che il diverso trattamento riservatoci rispetto a Parigi suona così curioso: la questione è solo politica.

C’è dunque un conflitto tra Francia e Germania, per guidare la Commissione: visto che i rappresentanti di Popolari e Socialdemocratici non hanno più la maggioranza a Strasburgo, occorre includere almeno ALDE, che è diventata una sorta di roccaforte del partito del Presidente Macron. Volendo fare da ago della bilancia, pretende per la sua componente il posto di Presidente della Commissione. L’obiettivo può essere raggiunto solo se Popolari e Socialdemocratici non trovano su questo punto un accomodamento con il Gruppo Identity and Democracy, che raggruppa i cosiddetti “sovranisti”, ed a cui aderiscono i rappresentanti della Lega.

La visita di Weber a Roma, dove ha incontrato il nostro Premier Giuseppe Conte, è significativa: non un corteggiamento, ma un sicuramente abboccamento che è andato di traverso al “partito francese”. Il fatto è che, mentre la Germania ha intorno a sé una corona di paesi alleati, la Francia è isolata: non ha mai voluto coltivare la prospettiva di guidare un blocco mediterraneo, quasi vergognandosi di essere considerata un Paese del Sud, contrapposto a quello dei Paesi del Nord. Deve quindi evitare ad ogni costo che l’Italia rinsaldi politicamente quei forti legami economici che la legano comunque alla Germania.

Ci sono tre piani di risposta da parte italiana: quello tecnico sugli sforamenti, che è di competenza del Tesoro, quello politico-diplomatico che riguarda le nomine a Bruxelles e la designazione del Commissario italiano che investe innanzitutto il Premier Conte; quello strategico che compete alla maggioranza.

Che oggi in Italia non ci sia alcuna remissività da parte della maggioranza verso Bruxelles, è evidente a tutti. Ma c’è dell’altro, soprattutto in ciò che si cela dietro l'iniziativa volta a rilanciare proprio in questo momento l'emissione dei mini-bot. La loro natura è di debito pubblico cartolarizzato e privo di interessi, che lo Stato garantisce di accettare per il pagamento delle imposte in luogo di un pagamento in euro. E’ soggetto nelle transazioni alla libera accettazione del creditore di moneta in luogo di un pagamento liberatorio in euro.

Al di là di tutto ciò, la loro consistenza cartacea ed il piccolo taglio andrebbero a completare il puzzle costituito sin qui dalle carte di pagamento su cui viene accreditato il reddito di cittadinanza già per milioni di persone, in guisa di moneta elettronica, ed il sistema che ne registra l’utilizzo di spesa: è una infrastruttura statale completamente autonoma rispetto a quella delle transazioni bancarie su cui girano le monete ufficiali, e l’euro in particolare.

Il programma della Troika fu imposto alla Grecia attraverso una studiata procedura di anossia monetaria: furono bloccate le transazioni bancarie; resi impossibili gli acquisti con le carte di credito; plafonati a cifre irrisorie i prelievi di contanti ai bancomat, che non venivano neppure riforniti. Anche la Bce sospese i programmi di assistenza di liquidità per via di emergenza. In appena due settimane, lo strangolamento fu completato.

Tutto si tiene, dunque: procedure di infrazione, nuove regole europee, diversi equilibri dentro la Commissione, ribilanciamento nell’asse franco-tedesco. C’è confusione, non certo solo in Italia: ma è sempre così in ogni gran ballo.

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15/06/2019

“Salvini, provi a convincere i gabbiani”, firmato UE

L’uomo che parla ai gabbiani è anche il più popolare d’Italia, stando ai voti raccolti alla europee. Ma ciò non ne fa l’uomo più potente d’Italia, per lo meno stando ai rapporti dentro il governo e anche stando alle reazioni degli stessi gabbiani.

E se un vicepremier lascia un vertice di governo per andarsene a blaterare in solitudine sul tetto del Viminale – mostrando involontariamente anche qualche timore verso gli agguerriti pennuti – forse è bene vedere nell’episodio un indicatore di difficoltà, invece che di potenza.

Al vertice di Palazzo Chigi il boss leghista si era presentato con la sicumera che s'addice a chi ha una solida maggioranza nel paese, anche se non nel Parlamento (lì, bene o male, comandano ancora i grillini...). Flat tax sul piatto, per esaudire il desiderio sfrenato della sua vera base sociale – gli imprenditori di piccola taglia e di mezza tacca – che non vede l’ora di poter non pagare le tasse senza doversi svenare in spese per commercialisti e, soprattutto, senza più temere di trovarsi la Guardia di Finanza fuori la porta con un mandato in mano.

Gli evasori fiscali tipici, insomma.

Che siano questi i suoi veri e fedeli sponsor lo si può vedere da uno degli indubbi successi riportati da Salvini, il cosiddetto “sbloccacantieri”.

L’affidamento dei lavori in subappalto – vero paradiso per le mafie interessate ai lavori pubblici (grandi e piccole opere) – non può ora superare il 40% dell’importo complessivo del contratto di lavori. Apparentemente si tratta di un “cedimento” rispetto al 50% previsto dal testo originario del decreto, ma comunque è più del 30% previsto dal Codice degli appalti (di cui non a caso aveva chiesto la sospensione per due anni).

Della stessa natura è la sospensione fino al 20 dicembre 2020 (un anno e mezzo, non poco) l’obbligo per i Comuni non capoluogo di fare gare attraverso le stazioni appaltanti. Le amministrazioni che hanno qualche disponibilità da spendere – spesso del Nord e molto spesso leghiste – possono quindi darsi da fare senza troppi controlli preventivi (tutto lavoro per la magistratura, dopo...).

Coerente con questo approccio anche il congelamento per due anni del divieto del ricorso all’affidamento congiunto della progettazione e dell’esecuzione dei lavori. E quindi via libera alle grandi manovre per cui chi presenta un progetto poi non è detto che sia anche il responsabile dei lavori (e le mafie ringraziano, ancora una volta).

Tra i 40 e i 150 mila euro è previsto un affidamento diretto previa consultazione di tre operatori. Tra i 150 mila e i 350 si prevede una procedura negoziata con la consultazione di almeno 10 operatori, che diventano 15 fino a un milione. Consultazione, non gara. Si può tranquillante garantire un appalto a te, un altro a quell’altro, entro un piccolo ventaglio di “imprenditori amici”.

Salvati anche i gestori autostradali – in concessione su un bene di proprietà pubblica – la cui cessazione anticipata dovrà eventualmente essere vagliata dalla Corte dei conti, in modo da escludere la “colpa grave” del dirigente.

Nominati anche i commissari straordinari per il completamento del Mose e per il Gran Sasso. Ma in generale si prevede che per gli interventi infrastrutturali ritenuti “prioritari” il governo possa nominare uno o più commissari straordinari che potranno agire in deroga alle legge in materia di contratti pubblici. E quando di deroga, può accadere di tutto...

Piccolo cabotaggio, insomma, indubbiamente favorevole per il sottobosco imprenditoriale.

Ma quando si passa alla grande dimensione, alle misure che – eventualmente – dovrebbero essere approvate dalla Commissione Europea, tipo la flat tax che richiede coperture miliardarie sui conti pubblici, ecco che basta un Tria o un Conte a sbattergli la porta in faccia. Ossia quello che è avvenuto nel “vertice” di giovedì mattina.

Abbiamo dunque questo apparente paradosso rivelatore: il massiccio consenso elettorale può servire per “aggiustare” affari minori, ma è completamente inutile ai fini della decisione sulle politiche di bilancio, industriali, economiche, fiscali, di un paese.

Non è una cosa che ci sorprende, visto quel che andiamo scrivendo da anni su ruolo e natura dell’Unione Europea. Ma dovrebbe far pensare, come minimo, quanti ancora si illudono che si potrebbe “cambiare” la Ue conquistando la maggioranza in un paese (senza neanche prendere in considerazione l’ipotesi di quelli che vorrebbero “cambiarla” con un consenso elettorale da frazione marginale).

Come scrive l’economista Marco Veronese Passarella, “In un’economia con i conti esteri in ordine, i mercati finanziari giocano al ricatto solo se qualcuno ha consegnato loro le chiavi della banca centrale. Il che, d’altra parte, vuol dire che, una volta consegnate le chiavi, rompere il ricatto diviene un’impresa disperata. A neoliberisti & friends va dato atto che, mentre sul piano positivo ci azzeccano poco o nulla, la loro capacità di plasmare le istituzioni sulla base dei propri sistemi normativi è sorprendente.”

E infatti l’Eurogruppo – un ente non previsto neppure dai trattati, ma che decide tutto in materia economica continentale – non molla la presa di un millimetro. “L’Eurogruppo ha ascoltato le proposte della Commissione Ue sull’Italia e sostiene la richiesta di prendere le misure necessarie per rispettare le regole di bilancio“, ha detto il presidente Mario Centeno. Subito ringraziato dal commissario agli affari economici uscente, Pierre Moscovici: “c’è un chiaro sostegno per la nostra analisi e il nostro approccio, ora continuiamo con il lavoro preparatorio che può portare alla procedura, restando pronti a valutare ogni elemento che l’Italia può portare“.

Se persino un banale propagandista con il 34% è, alla fine, costretto a salire su tetto e farsi spaventare dai gabbiani, forse è il caso di cominciare a ragionare di cambiamento in termini un po’ meno “fantasiosi” o di piccolo cabotaggio...

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10/06/2019

Bruxelles chiede, il Governo esegue: ora abbiamo le prove

Edgar Allan Poe ci insegna, e la saggezza popolare lo conferma, che il posto migliore per nascondere qualcosa è in piena vista. Se, dunque, il Governo attualmente in carica volesse nascondere la vera portata delle proprie scelte di politica economica, quale sarebbe il posto migliore per trovare documenti compromettenti? Probabilmente, sarebbe il sito del Ministero dell’Economia e delle Finanze, un luogo dove è possibile trovare facile e immediata conferma della natura di questo Governo, l’ennesimo solerte esecutore dei diktat che soffocano la nostra economia da più di vent’anni.

Com’è noto ai più, il 29 maggio scorso la Commissione Europea ha avvertito il Governo italiano che gli sforzi che Tria, Conte e soci stanno facendo per ridurre il debito pubblico sono insufficienti. La risposta dell’esecutivo gialloverde non si è fatta attendere. Due giorni dopo la richiesta di chiarimenti della Commissione, infatti, da via Venti Settembre è partita la lettera di Tria, accompagnata da un rapporto contenente i cosiddetti ‘fattori rilevanti’ ai fini della valutazione della situazione debitoria dell’Italia. Come la Commissione abbia accolto le giustificazioni del Governo italiano, è cosa nota. I commissari, sempre assetati di tagli, non si sono fatti convincere dalle argomentazioni dei tecnici del MEF e hanno suggerito l’apertura di una procedura d’infrazione. D’altro canto, l’austerità non è mai abbastanza e la lotta feroce tra europeisti liberisti e sovranisti liberisti su chi deve esserne l’amministratore ultimo è stato il tema politico principale degli ultimi mesi.

In attesa dei prossimi passi delle istituzioni comunitarie, che consisteranno in un parere del Comitato Economico e Finanziario (il cosiddetto ECOFIN, che riunisce i ministri dell’Economia dei paesi dell’UE) e nella decisione finale del Consiglio Europeo sull’apertura della procedura, i membri dell’esecutivo non hanno fatto a meno di sfoderare una prevedibile, quanto ipocrita, levata di scudi contro i vampiri dell’austerità. Di Maio ha sostenuto che la lettera della Commissione è paradossale e che l’Unione Europea non ha imparato nulla dal passato, mentre Salvini ha tuonato: “Se mio figlio ha fame e mi chiede di dargli da mangiare secondo voi io rispetto le regole di Bruxelles o gli do da mangiare? Secondo me viene prima mio figlio, i miei figli sono 60 milioni di italiani”.

Ci sarebbe da tirare un sospiro di sollievo. Questo Governo di chiacchieroni (quando c’è da interagire con l’Europa; quando c’è da bastonare l’immigrato o il contestatore, alle parole seguono anche i fatti) parrebbe finalmente deciso a fare quanto promesso in campagna elettorale: difenderci dall’austerità e perseguire con tutti i mezzi la piena occupazione. Viene voglia, quindi, per abbandonarci nel salviniano abbraccio paterno, di andare a leggere il rapporto sui famosi fattori rilevanti che i nostri hanno approntato per difenderci. Il problema, però, è proprio lì, nascosto in bella vista in un documento ufficiale del Governo.

Il rapporto è un documento in inglese che spiega le ragioni per le quali il nostro debito non dovrebbe produrre preoccupazioni nelle istituzioni europee. Il punto più interessante è a pagina 3, dove si legge:

“Secondo le stime del Governo, il rapporto deficit/PIL dello scorso anno si è attestato all’1,4 per cento, invariato rispetto al 2017. Il Governo precedente si era impegnato a una riduzione di tale rapporto pari allo 0,3 per cento. Il mancato raggiungimento dell’obiettivo è dovuto, in parte, alla revisione al ribasso dell’output gap a causa della revisione al ribasso delle stime di crescita per l’intero periodo 2018-2022, nonché a un aumento nei contributi in conto capitale”.

Il bello viene adesso:

“Il nuovo governo ha rispettato gli impegni già esistenti astenendosi da qualsiasi espansione fiscale nel 2018” – e qui si va nel pulp più spinto – “nonostante gli indicatori del ciclo siano improvvisamente peggiorati nella seconda parte dell’anno”.

In questo passaggio c’è tutto: dall’ipocrisia del Governo gialloverde alla follia imposta dai trattati europei. Direte voi: “ma sì, era già noto che questi dicevano di combattere l’austerità e invece facevano tagli su tagli”. Vero, ma quel che leggiamo in questo documento va ben oltre lo svelamento di un atteggiamento ipocrita. Siamo alla vera e propria confessione di un delitto. In soldoni, quel che il MEF sta cercando di dire alla Commissione europea è: “Avete visto quanto siamo stati bravi? Nonostante il rallentamento dell’economia, la recessione e la disoccupazione galoppante, abbiamo deciso di non dare alcuno stimolo all’economia – cosa che avrebbe richiesto un aumento di spesa pubblica – proprio per non darvi un dispiacere troppo grande. Certo, a causa della minor crescita – alla quale contribuiamo attivamente facendo i compiti a casa che ci assegnate – non siamo esattamente riusciti a mantenere fino in fondo gli impegni, ma che altro potevamo fare? Noi ci abbiamo provato, a darvi ragioni per essere orgogliosi di noi”.

Alla faccia, dunque, dei sessanta milioni di figli e pur sapendo che, a causa del rallentamento della crescita, molti di questi ‘figli’ sarebbero rimasti disoccupati, il cosiddetto Governo del cambiamento, nemico giurato delle tecnocratiche élite di Bruxelles, non si è fatto scrupoli a continuare a impartire e amministrare l’austerità per conto delle tecnocratiche élite di Bruxelles. Si legge, infatti, nella lettera di Tria, che il Governo (in perfetta continuità con i Governi precedenti), confermando quanto contenuto nel Programma di Stabilità del DEF 2019, intende ridurre gradualmente il deficit pubblico fino all’1,5 per cento del PIL nel 2022, con un “miglioramento” del saldo strutturale di quasi 0,8 punti percentuali rispetto al 2019. Addirittura, l’avanzo primario – ovvero la differenza tra entrate e uscite totali dello Stato, al netto della spesa per interessi passivi – raggiungerebbe il 3,1 per cento su base strutturale nel 2022 (andando così a realizzare i sogni più perversi di un Cottarelli qualsiasi). In altri termini, nel 2022 raggiungeremmo una situazione in cui ogni anno lo Stato sottrarrebbe circa 55 miliardi di euro dall’economia italiana, con conseguenze sulla crescita, sulla disoccupazione, sui servizi ai cittadini, sulle spese per infrastrutture, che sarebbero disastrose. In sostanza, l’ennesima ripetizione della solita strategia suicida: per migliorare gli indici di salute dei conti pubblici – deficit/PIL e debito pubblico/PIL – si ricorre a tagli della spesa nella speranza di far diminuire il numeratore, fingendo di ignorare che si causa un calo del denominatore ancora maggiore. Per poi magari stupirsi di una crescita dell’economia minore di quella attesa.

Ancora una volta, il governo gialloverde conferma la sua natura clownesca, fingendo di fregarsene dei vincoli europei e imponendoli, invece, nella maniera più ligia e riverente. Mentre i ciarlatani più in vista, con l’aiuto del dilettantismo delle opposizioni, abbagliano il pubblico con mirabolanti promesse su fantomatici modi per fottere il sistema, gli esponenti ‘istituzionali’, dietro le quinte, contrattano con l’Europa le condizioni della resa. Almeno in questo, però, la Lega dimostra una sua coerenza di fondo: al blocco sociale di riferimento di questa forza politica (il piccolo, medio e grande padronato del nord Italia) l’austerità piace, perché fornisce uno strumento di disciplina dei lavoratori senza neanche il bisogno di sporcarsi le mani. Salvini e i suoi accoliti hanno passato le ultime due campagne elettorali a cercare di farcelo dimenticare, ma per rinfrescarsi la memoria è sufficiente leggere i documenti ufficiali di questo Governo di pagliacci.

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Tre governi alla resa dei conti. Ma comandano gli “europeisti”

Messi alle spalle i ballottaggi, che hanno confermato il momento di spinta del centrodestra (la Lega si è presentata in coalizione con Berlusconi e Meloni quasi dappertutto), le questioni sul tavolo sono numerose. E tutte molto “divisive”. In tre, non in due.

C’è il problema dei rapporti con l’Unione Europea, e su più livelli. Sul piano strettamente politico, c’è da nominare i membri della Commissione – all’Italia ne spetta uno – a partire dall’accordo sul nome del presidente.

Il tedesco Manfred Weber, candidato al ruolo ancora ricoperto da Jean-Claude Juncker, è oggi a Roma per ottenere da Giuseppe Conte un sostanziale via libera (dopo il “no” opposto da Macron). La partita è complessa e a carte coperte, perché questa è una delle poche cose su cui abbia un’utilità controllare la maggioranza dell’inutile parlamento di Strasburgo.

Se neanche l’Italia dovesse appoggiare Weber, la sua nomina diventerebbe un po’ più complicata, ma non moltissimo (a Strasburgo c’è una maggioranza molto forte di “europeisti”, anche se Ppe e socialdemocratici devono ora rincorrere – e contrattare – l’appoggio di Verdi e Liberali). Mentre il commissario proposto dall’Italia, in quel caso, riceverebbe un niet piuttosto sonoro, se dovesse essere un “euroscettico” indicato da Lega o Cinque Stelle.

Della situazione sono consapevoli tutti, ma Conte la ricorda in modo piuttosto ruvido proprio al suo vice leghista: «l’Italia un commissario lo avrà. Ma sarà importante vedere chi, come e con quale ruolo economico. Dobbiamo sapere che ci troveremo di fronte un Parlamento europeo molto diffidente. Lì passa chi ha la maggioranza più uno dei voti, e noi non saremo in maggioranza. Le forze politiche interne non hanno capitalizzato i voti, a Strasburgo. Si prefigura un loro ruolo non decisivo anche per la Lega che pure ha riportato una grande vittoria in Italia».

Delle serie: non strillare troppo, perché tanto fuori dai confini non conti un tubo, e rischi di farci avere un posto che non conta nulla (è in uscita Federica Mogherini, in un ruolo di peso, il cosiddetto “ministero degli esteri” europeo). Discorso che si applica però con ancora più forza ai grillini, che stanno ancora cercando un gruppo parlamentare che li accetti come soci di minoranza.

Su questo punto, insomma, la componente “europeista” del governo (lo stesso Conte, Tria, Moavero Milanesi) sa di avere tutti gli assi in mano.

Situazione simile anche sul tavolo della “procedura di infrazione”, che la Commissione si appresta a valutare, per ricondurre il bilancio dello Stato italiano dentro i parametri e gli obbiettivi fissati da Bruxelles.

Qui il gioco è solo apparentemente più elastico. Salvini ha lasciato salire per giorni la favola-bufala dei MiniBot per consentire alle amministrazioni pubbliche di pagare i debiti con i fornitori (quasi tutte imprese italiane). Ha ottenuto l’appoggio acritico di Di Maio (che ormai si è convinto di doverle mandare giù tutte: “Se lo strumento per pagare le imprese non è il minibot, il Mef ne trovi un altro. Ma lo trovi, perché il punto sono le soluzioni, non le polemiche, né le presunte ragioni dei singoli. Ripeto, una parola: soluzioni!“.), ma una pernacchia sia da Conte sia dal ministro dell’economia.

Il primo si è sentito obbligato a ricordargli che «Abbiamo già introdotto uno strumento per raggiungere l’obbiettivo con la triangolazione tra Comuni, Cassa depositi e prestiti e creditori». E del resto «È una proposta mai portata a Palazzo Chigi. Siccome ha implicazioni di sistema, mi aspettavo che correttamente mi fosse portata per esaminarne insieme aspetti e contenuti». Chiacchiere per i giornali, insomma...

Ma di fronte all’insistenza del trio Giorgetti-Salvini-Borghi (il “tecnico” leghista che ha partorito l’ideuzza) anche Conte, nel suo piccolo, ha alzato la voce tirando fuori le sue competenze economiche e giuridiche: «Il problema è che lo strumento di soluzione deve essere adeguato rispetto all’obiettivo. Ci sono molte criticità anche tecniche: se i crediti della PA non sono certificati non sono neppure pagabili. Siccome non possono costituire una moneta parallela, non c’è l’obbligo di accettarli come mezzo per estinguere un’obbligazione. E chi li accetta, ragionevolmente vorrebbe scontare il fatto di prendere in carico un’attività parzialmente liquida che non frutta interesse. Il risultato è che finirebbero per essere negoziati sotto la parità. E lo sconto rispetto all’euro sarebbe una misura del rischio di uscita del Paese dalla moneta unica».

Sotterrata la questione, insomma, non resta che passare sul cadavere dei nemici interni. Tria, infatti, si è preso anche il lusso di azzerare la serietà del problema: “Non credo che ci sia una discussione interessante perché abbiamo discusso di alcune opinioni. Non è una questione principale che andremo a trattare a livello di governo“. Incassando la benedizione-minaccia di Pierre Moscovici: “Tria sa quello che deve fare“.

Restano da discutere, insomma, solo le questioncelle di casa propria, ossia il “rimpasto” che la Lega vorrebbe come riconoscimento del proprio aumentato peso politico. Oltre a riempire la casella lasciata vuota da Paolo Savona (passato dal ministero dei rapporti con la Ue a presidente della Consob), ci sono i ministeri più ambiti dai salviniani: le infrastrutture (con il defenestramento del povero Toninelli), ma anche Difesa e Ambiente che – per motivi diversi – andrebbero a completare la cornice istituzionale indispensabile per “valorizzare” il bla-bla leghista (sono giorni che sbarcano migranti dai barconi, da Pozzallo a Lampedusa, ma Salvini non ne parla più; si vede che ha esaurito il bacino di voti sensibile all’argomento).

Come rapporti di forza reali – ossia “europei” – i due soci della maggioranza sono usciti a pezzi dalle elezioni europee. Ed è ancora Conte a spiegarlo al suo vice più sbraitante: «Se la Lega aspira a capitalizzare un consenso politico in un sistema fondato sulla democrazia parlamentare, come il nostro, non può che passare da elezioni politiche. Insomma deve assumersi la responsabilità di chiedere nuove elezioni politiche e poi vincerle. Le Europee hanno una logica e prospettive diverse...».

Il che va a confermare una lettura dei fatti politici piuttosto diversa da quella proposta ossessivamente dal mainstream “democratico” (Repubblica, Corriere, Pd e Berlusconi uniti nella lotta). Il dato vero, infatti, non è “l’avanzare della marea nera” – che è un problema da contrastare seriamente, ma con tutt’altre politiche – ma l’impossibilità di cambiare indirizzo economico-sociale stando dentro il quadro dei trattati europei. Sia “da sinistra”, con il moderato riformismo dei post-socialdemocratici “europeisti”, sia da destra, con lo sguaiato nazionalismo intriso di “furbizie” che reggono a malapena per 24 ore.

Come Tsipras, anche il governo gialloverde si trova al punto di dover rinnegare le proprie balzane promesse elettorali oppure passare la mano. A un “governo tecnico”, preferibilmente.

Chiunque si proponga di dar vita ad un’opposizione di classe, ossia sistemica e geopoliticamente alternativa, può fare ragionamenti dotati di senso solo a partire dalla presa d’atto che questa è la situazione di partenza. E che non bastano “propostine di riforma” per essere credibili agli occhi del nostro “blocco sociale di riferimento”.

Il “potere politico” – da oltre 20 anni – ha cambiato sede.

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09/06/2019

Quei pregiudizi sul debito

Per una volta ci perdonerete. Vi proponiamo l’editoriale di Guido Salerno Aletta su Milano Finanza praticamente senza ulteriori commenti e riflessioni.

Viene qui smontata, tecnicamente, la narrazione sulle cause strutturali del debito pubblico eccessivo dell’Italia, alla vigilia dell’apertura della procedura di infrazione. Si tratta di una prima assoluta, e come tale destinata a fare scuola e giurisprudenza europea. Così com’è stato per la “tutela della Troika” sulla Grecia, con Tsipras alla guida.

Qui c’è un governo di destra, ma lo schema contro le ambizioni di “cambiamento” si applica lo stesso. Per recuperare – come con Tsipras – c’è sempre tempo...

Come per la Grecia, probabilmente “dopo” ci chiederanno scusa per avere esagerato. Ma è il principio “puniscine uno per educarne 26” (gli altri membri dell’Unione Europea): a chi tocca non s’ingrugna...

L’analisi tecnica aiuta a individuare la ragione politica dietro decisioni e giustificazioni che vengono presentate come “scientifiche”, come dati oggettivi e ricette (“buone pratiche”) per cui non esisterebbe alternativa. E invece proprio l’analisi tecnica mostra e dimostra che di “oggettivo”, nei trattati europei e nella governance attuale, non c’è neanche l’odore.

La ragione politica, però, non sta in un presunto “odio per l’Italia”. Anzi, è dettata da fin troppo amore. Non per il paese o la sua popolazione, ma per le sue ricchezze, il suo know how, il patrimonio immobiliare ed il risparmio.

Risorse calcolate in oltre 9.000 miliardi di euro, quote di mercato globale più complicate da calcolare ma comunque ancora rilevanti, marchi e merci che si vendono ad occhi chiusi, ecc; ma che fanno gola a un sistema finanziario con l’acqua alla gola (basti guardare la tecnicamente fallita Deutsche Bank che si è appropriata di 20 tonnellate d'oro venezuelano) e a multinazionali manifatturiere arretrate sul piano tecnologico e in difficoltà estrema nella “competizione” che si è aperta tra Stati Uniti, Cina e altri grandi attori.

Lo faranno per il nostro bene e le loro tasche, con la complicità del governo (in carica o in sostituzione, ossia il prossimo).

E con gli occhi chiusi dell’imprenditoria italica, così vile da chiedere – dopo 30 anni – ancora una volta la “riduzione del cuneo fiscale” per avere un margine di profitto più ampio. Dopo tutto questo periodo di violenta compressione salariale, neppure si sono accorti di aver desertificato il mercato interno.

Ossia hanno ammazzato quelli che dovrebbero comprare i loro prodotti...

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Procedura di infrazione per debito eccessivo. Nei confronti dell’Italia, ed è il primo caso in assoluto, a Bruxelles hanno dato una accelerazione: ci saranno riunioni, trattative, dichiarazioni ruvide e caute aperture: fa tutto parte della negoziazione delle settimane a venire.

Ma è dal passato che bisogna iniziare, da ciò che è successo a partire dal 2009. E non è affatto una lunga storia, perché bastano pochi numeri a dare il senso di ciò che è accaduto e che si sta ripetendo: da più di un decennio l’Italia vive tra profonde recessioni, lente riprese e nuove stagnazioni. Si guarda solo al bilancio pubblico, come fattore decisivo per incidere sui processi di crescita, in ciò errando.

Partiamo dall’economia reale. Nel 2019, il prodotto interno lordo dell’Italia calcolato a prezzi costanti sarà ancora inferiore di ben 54,2 miliardi di euro rispetto a quello del 2008: 1.615 miliardi rispetto ai 1.669 miliardi di allora. Sommando algebricamente le variazioni positive e negative delle variazioni annuali del pil, il totale reca il segno negativo: -3,2%. Nel confronto, la Francia ha aumentato il pil del 12%, la Germania del 16% e la Spagna del 9,6%. C’è dunque un problema, per noi, di crescita negativa.

A prezzi correnti, aggiungendo la variazione dei prezzi, il pil italiano è aumentato di 139 miliardi: circa 12,5 miliardi l’anno. Stiamo parlando del nulla. L’inflazione accumulata tra il 2009 ed il 2019 è stata del 13,5%: poco più di un punto l’anno. Se andiamo a vedere a casa d’altri, rileviamo che in Francia il valore accumulato è stato del 13%, mentre in Germania è arrivato al 14,4%: si è ribaltata la graduatoria dei Paesi con più alta inflazione, che in passato ci vedeva sempre nettamente in testa. E’ questo un altro motivo da considerare ai fini del rapporto debito/pil, dove quest’ultimo è calcolato al nominale: se il pil reale diminuisce e non c’è neppure inflazione, il rapporto non può migliorare neppure nell’ipotesi di un bilancio perfettamente in pareggio.

Basta guardare indietro, al lunghissimo periodo 1992-2007 durante il quale l’Italia riuscì a ridurre il rapporto debito/pil dal 109,7% al 99,8%: in quel lasso di tempo, il pil reale era cresciuto del 23%, ad una media annua dell’1,4%. La variazione cumulata dell’inflazione era stata altissima rispetto all’oggi: del 60,3%, pari ad una media annua del 3,75%. Crescita modesta per via degli avanzi primari di bilancio ed elevata inflazione: pur arrancando, ce l’avevamo fatta.

I nostri vicini europei avevano registrato invece un tasso di inflazione dimezzato rispetto al nostro: nel complesso, +31,9% la Francia e +37,6% la Germania. Ma furono assai meno severi dell’Italia nel governo della finanza pubblica, visto che il rapporto debito/pil della Francia peggiorò di oltre 24 punti percentuali e quello della Germania di 22 punti. Il differenziale nel rapporto debito/pil si era fortemente ridotto a favore dell’Italia, passando all’incirca da 70 a 40 punti.

Bisogna guardare ora al numeratore della frazione, al debito. Questo consiste nel valore cumulato dei deficit annui, che a loro volta dipendono dall’andamento delle entrate e delle spese, tra cui sono assai rilevanti quelle per interessi. Il saldo primario, in proposito, misura la quota delle entrate che viene destinata al pagamento degli interessi, con un deflusso netto di risorse derivanti dalla tassazione al sistema finanziario: l’eventuale deficit di bilancio serve a coprire il residuo. Un saldo primario negativo, al contrario, dimostra che ci si indebita non solo per coprire l’intera spesa per interessi, ma anche per far affluire risorse di spesa netta all’economia reale.

Bisogna vedere, a questo punto, l’evoluzione dei bilanci pubblici tra il 2008 ed il 2019. In Italia, in valori assoluti, le entrate totali sono passate da 737 ad 823 miliardi (+86 miliardi) mentre le spese sono passate da 780 ad 870 (+90 miliardi). In Francia, le entrate sono aumentate di 269 miliardi e le spese di 284; in Germania di 463 e 419 miliardi. Sembra in quest’ultimo caso che ci sia stata una politica di severità assoluta, ed invece è solo un riflesso dei tassi di interesse negativi sul debito. Bisogna scendere di livello, guardando alla spesa primaria, quella calcolata al netto degli interessi. In Germania, quest’ultima è cresciuta, arrivando a 466 miliardi. Anche in Italia il bilancio ha beneficiato del calo degli interessi, visto che la spesa primaria è aumentata di 107 miliardi. La Francia ha largheggiato, aumentandola di 302 miliardi. Calcolata rispetto al pil, la spesa primaria è aumentata in Italia del 2,7%; in Germania del 2,8% ed in Francia del 3,7%. Siamo stati severi come la Germania, ed anche un pelo di più.

Dove le differenze si fanno astronomiche, è sul costo del debito: la spesa cumulata per interessi è stata di 858 miliardi per l’Italia (in discesa dal 4,9% al 3,6% del pil tra 2008 e 2019); di 566 miliardi per la Francia (dal 2,9% all’1,6 del pil); di 594 miliardi per la Germania (dal 2,7% allo 0,6% del pil).

La politica di rigore è dimostrata concretamente dal valore accumulato in termini di saldo primario: tra il 2008 ed il 2019, in Italia è stato attivo per complessivi 223 miliardi (cumulato, il 13,4% del pil), ed in Germania per 529 miliardi (cumulato, il 16,7% del pil). All’opposto, la Francia ha accumulato un saldo primario passivo di 557 miliardi (-26,5% del pil), con la Spagna che ha sprofondato con 531 miliardi (-49,6% del pil).

Quando si confronta la crescita del pil spagnolo e francese rispetto alla stagnazione dell’Italia, bisogna tenere a mente queste differenza. Il deficit di bilancio di Francia e Spagna, con il saldo primario perennemente negativo, è andato a finanziare la spesa pubblica e quindi l’economia.

In Italia, è accaduto esattamente il contrario. Siamo in avanzo primario da ben 27 anni, dal 1992 al 2019, con la sola eccezione del 2009 e del 2010 quando il saldo fu negativo rispettivamente dell’1% e dello 0,1% del pil. Nel periodo 1992-2008 l’attivo italiano è stato di 475 miliardi di euro, mentre la Francia accumulava un passivo di 132 miliardi e la Germania uno di 67 miliardi. Furono per l’Italia sacrifici che valsero la riduzione del rapporto debito/pil, ma che sono stati poi letteralmente polverizzati con la crisi iniziata nel 2008.

Arriviamo alla fine, al debito: l’Italia lo ha aumentato di 692 miliardi, passando dai 1671 miliardi del 2009 ai 2363 miliardi del 2019. Al confronto, la Francia lo ha aumentato di 1025 miliardi, passando da 1370 a 2395 miliardi: in termini assoluti, lo ha praticamente raddoppiato. Ma questo, ai fini del Fiscal Compact, non rileva. La Spagna, tanto omaggiata, ha accumulato 759 miliardi di nuovo debito: è arrivata così a 1199 miliardi rispetto ai 439 di partenza, triplicando la posta. Anche questo, ai fini dei parametri europei, non conta.

La Germania ha fatto meglio di tutti, aumentandolo solo di 304 miliardi; ma in questo caso l’aumento del pil ha portato ad una riduzione del rapporto, sceso dal 65,2% al 56,9%. Per quanto riguarda l’Italia, è stato il crollo del pil a penalizzarla: l’incidenza del debito è aumentata di 31 punti, passando dal 102,4% al 133,4%; in Francia è aumentata di 30 punti, pressappoco quanto l’Italia. La Spagna lo ha fatto crescere di oltre 56 punti percentuali, ma tutto tace.

Per quanto riguarda la procedura per debito eccessivo a carico dell’Italia, che è in corso di istruttoria, è indubitabile che i dati del 2018 e del 2019 non sono in linea con le attese, ma ciò in ragione della peggiore performance del pil rispetto alle attese. Se questo cala per ragioni esogene, dai timori per la Brexit alle conseguenze della guerra commerciale tra Usa e Cina, una correzione fiscale sarebbe davvero controproducente perché darebbe un ulteriore impulso recessivo.

La politica del rigore fiscale non ha portato ad alcun risultato positivo in termini di risanamento finanziario, ma ha provocato guasti profondi all’economia reale. E l’intero sistema economico italiano si è piantato, dopo le crisi bancarie. Come se non bastassero gli effetti costrittivi dell’avanzo primario, anche il credito all’economia è crollato: gli impieghi a favore del settore privato, famiglie ed imprese, sono passati dai 1691 miliardi del 2011 ai 1435 miliardi di aprile scorso: sono 256 miliardi in meno. Una enormità, visto l’effetto demoltiplicatore.

Questo è il grande limite dei parametri europei; guardano al mondo con un occhio solo, e pure bendato.

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