L’attuale leader del M5S Giuseppe Conte si è presentato alla convention di +Europa, affermando praticamente le stesse cose che dicono il governo e il Pd sulla guerra in Ucraina, ossia che bisogna continuare a sostenere Kyev, che le sanzioni alla Russia devono rimanere e che il gas russo non lo prenderebbe neanche gratis.
Qualcuno ha fatto notare che mezz’ora prima il senatore M5S Patuanelli aveva affermato in televisione l’esatto contrario di quanto affermato da Conte, ribadendo quanto già affermato a Radio 24 due giorni prima ovvero: “Credo che con noi al governo ci fermeremo con gli aiuti all’Ucraina, ma penso che riusciremo a trovar la quadra anche sulla politica estera con le altre forze della coalizione”.
La svolta, è avvenuta nell’intervento di Conte all’evento di + Europa al centro congressi di via Palermo a Roma: “Sul conflitto russo ucraino abbiamo sensibilità diverse, ma sono stato promotore di una risoluzione comune, riconoscendo su questo punto che l’aggressione russa va sanzionata. Non dobbiamo acquistare gas russo finché non ci sarà un trattato di pace”. E ancora: “Difendiamo con le unghie e con i denti il popolo ucraino”.
Il senatore del Partito Democratico Filippo Sensi, anche lui presente all’evento di +Europa, ha colto l’assist di Conte ed ha così commentato: “Mi pare positivo che oggi il leader dei cinque stelle abbia fatto retromarcia e sconfessato i suoi esponenti che minacciavano la fine del sostegno alla Ucraina e l’apertura al gas russo. La sua risoluzione era irricevibile. Ma almeno oggi ha fatto un passo indietro. Vedremo”.
Lo stesso Sensi due giorni prima aveva attaccato il contenuto dell’intervista di Patuanelli (M5S) a Radio 24. “Patuanelli crede che ‘ci fermeremo con gli aiuti militari all’Ucraina’. Con loro di certo, sapendo bene da che parte stanno. Con noi, invece, gli aiuti ci sono stati, ci sono e ci saranno. Fatevene una ragione” aveva commentato il senatore del PD.
Qualcuno potrebbe far notare che sarà almeno la terza volta che Conte cambia idea sul conflitto fra Russia e Ucraina. Prima c’era stato il sostegno al primo decreto di invio di forniture militari del 2022, poi l’organizzazione di manifestazioni di piazza nel 2024 contro l’invio delle armi in Ucraina, fino al riposizionamento in questi giorni sulla linea del PD, evidentemente funzionale a “creare un clima adatto” per le sue ambizioni di partecipazione alle primarie del centrosinistra.
L’Istituto Piepoli ha diffuso un sondaggio in cui Conte appare il favorito in caso di primarie sul leader della coalizione che si candida a scalzare il governo Meloni.
Appare evidente che il posizionamento sulla guerra in Ucraina e sul riarmo europeo sarà una rogna stellare per il campo largo. E anche questo non è e non sarà un dettaglio.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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31/03/2026
06/04/2025
Il centrosinistra tradirà i 100mila di Roma, ci vuole una mobilitazione pacifista indipendente
La manifestazione del 5 aprile a Roma è stata una grandissima, sovrastante, risposta al partito della guerra, che era sceso in piazza con il quotidiano La Repubblica e con i fondi del Comune di Roma.
Il palazzo mediatico guerrafondaio schiuma rabbia e livore di fronte al successo di una manifestazione che ha visto mobilitarsi di nuovo tanto popolo della pace, come era avvenuto in passato con le tante guerre della NATO, tra cui in particolare quella che portò al criminale bombardamento di Belgrado, con il governo D’Alema-Mattarella.
La manifestazione è stata bellissima, tanti interventi sul palco hanno detto bene cose giustissime, ma gli annunci dei leader politici presenti, giusti lo sono stati molto meno.
Prima di tutto gli abbracci tra Conte e la delegazione del PD guidata da Boccia suscitano giustificato stupore in chi, forse ingenuamente, è ancora attento alla differenza tra ciò che si dice e ciò che si fa.
Ma come, il rappresentante di un partito che ha appena votato “SI” ad un folle documento UE per il riarmo e la guerra e il leader che ha portato in piazza 100.000 persone contro di essi, affettuosamente proclamano l’alleanza tra loro? E su quali contenuti? Su quel mantra che tutti i politici in manifestazione hanno ripetuto: “no al riarmo nazionale, sì alla difesa comune europea”? E che diavolo vuol dire? Se non è zuppa è pan bagnato.
Ma se dovessero vincere le elezioni questi politici le taglierebbero davvero le spese militari, rifiutando i vincoli NATO ( che nessuno di loro ha nominato) e UE, oppure no?
Alla fine i salmi finiscono in gloria, mentre le decisioni pratiche devono obbedire o rompere rispetto a UE e NATO. E finora tutti, ma proprio tutti, i governi di centrosinistra e cinquestelle a quei vincoli e a quelle spese per armi e guerra hanno sempre obbedito. La diffidenza allora non è “settarismo”, è pura presa d’atto della realtà.
Se il ripudio popolare del riarmo guerra verrà ancora una volta usato dal centrosinistra strapieno di guerrafondai, allora i 100.000 in corteo saranno di nuovo traditi.
Per evitare che la storia si ripeta, bisogna continuare la mobilitazione contro riarmo e guerra e renderla indipendente da chi vuole usarla per tornare a fare quello che ha sempre fatto.
Fonte
Il palazzo mediatico guerrafondaio schiuma rabbia e livore di fronte al successo di una manifestazione che ha visto mobilitarsi di nuovo tanto popolo della pace, come era avvenuto in passato con le tante guerre della NATO, tra cui in particolare quella che portò al criminale bombardamento di Belgrado, con il governo D’Alema-Mattarella.
La manifestazione è stata bellissima, tanti interventi sul palco hanno detto bene cose giustissime, ma gli annunci dei leader politici presenti, giusti lo sono stati molto meno.
Prima di tutto gli abbracci tra Conte e la delegazione del PD guidata da Boccia suscitano giustificato stupore in chi, forse ingenuamente, è ancora attento alla differenza tra ciò che si dice e ciò che si fa.
Ma come, il rappresentante di un partito che ha appena votato “SI” ad un folle documento UE per il riarmo e la guerra e il leader che ha portato in piazza 100.000 persone contro di essi, affettuosamente proclamano l’alleanza tra loro? E su quali contenuti? Su quel mantra che tutti i politici in manifestazione hanno ripetuto: “no al riarmo nazionale, sì alla difesa comune europea”? E che diavolo vuol dire? Se non è zuppa è pan bagnato.
Ma se dovessero vincere le elezioni questi politici le taglierebbero davvero le spese militari, rifiutando i vincoli NATO ( che nessuno di loro ha nominato) e UE, oppure no?
Alla fine i salmi finiscono in gloria, mentre le decisioni pratiche devono obbedire o rompere rispetto a UE e NATO. E finora tutti, ma proprio tutti, i governi di centrosinistra e cinquestelle a quei vincoli e a quelle spese per armi e guerra hanno sempre obbedito. La diffidenza allora non è “settarismo”, è pura presa d’atto della realtà.
Se il ripudio popolare del riarmo guerra verrà ancora una volta usato dal centrosinistra strapieno di guerrafondai, allora i 100.000 in corteo saranno di nuovo traditi.
Per evitare che la storia si ripeta, bisogna continuare la mobilitazione contro riarmo e guerra e renderla indipendente da chi vuole usarla per tornare a fare quello che ha sempre fatto.
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06/03/2024
Ora non vengano in piazza per la pace
Il ministro degli esteri Taiani ha detto in Parlamento che la missione militare Aspides nel Mar Rosso sarebbe “difensiva”. Grasse risate...
Ma quando mai un governo nel mondo ha dichiarato il contrario per le sue imprese di guerra? Tutte le parti della terza guerra mondiale a pezzi sono proclamati come assolutamente “difensive”!
Israele sta compiendo un genocidio “per difendersi”, come gli ha benignamente riconosciuto gran parte dell’Occidente.
Eppure è bastata questa vecchia e noiosa barzelletta di Taiani perché il PD e il M5S votassero a favore. A favore di un’azione di guerra neocoloniale a sostegno di Israele e USA, che serve a far veder che anche l’Italia è capace di sparare in mari lontani e a realizzare marketing per l’industria militare, da Leonardo a Fincantieri.
E non ci si venga a dire che bisogna fermare la pirateria navale. Se si volesse farlo davvero, si dovrebbero inviare le navi al largo di Gaza, per fermare le motovedette israeliane che bloccano dal mare il cibo e impediscono ai palestinesi persino di pescare. Quella è infame pirateria.
Con il voto a favore di un’altra azione di guerra, il centrosinistra ampio si è mostrato uguale a quello più ristretto: la fedeltà euroatlantica agli USA viene prima di tutto e unisce Schlein a Meloni, Conte a Renzi, Taiani e a Salvini. Non si governa in Italia se non si bacia la pantofola americana.
Che pena, ora almeno non vengano in piazza per la pace, almeno dove ci siamo noi.
Fonte
Ma quando mai un governo nel mondo ha dichiarato il contrario per le sue imprese di guerra? Tutte le parti della terza guerra mondiale a pezzi sono proclamati come assolutamente “difensive”!
Israele sta compiendo un genocidio “per difendersi”, come gli ha benignamente riconosciuto gran parte dell’Occidente.
Eppure è bastata questa vecchia e noiosa barzelletta di Taiani perché il PD e il M5S votassero a favore. A favore di un’azione di guerra neocoloniale a sostegno di Israele e USA, che serve a far veder che anche l’Italia è capace di sparare in mari lontani e a realizzare marketing per l’industria militare, da Leonardo a Fincantieri.
E non ci si venga a dire che bisogna fermare la pirateria navale. Se si volesse farlo davvero, si dovrebbero inviare le navi al largo di Gaza, per fermare le motovedette israeliane che bloccano dal mare il cibo e impediscono ai palestinesi persino di pescare. Quella è infame pirateria.
Con il voto a favore di un’altra azione di guerra, il centrosinistra ampio si è mostrato uguale a quello più ristretto: la fedeltà euroatlantica agli USA viene prima di tutto e unisce Schlein a Meloni, Conte a Renzi, Taiani e a Salvini. Non si governa in Italia se non si bacia la pantofola americana.
Che pena, ora almeno non vengano in piazza per la pace, almeno dove ci siamo noi.
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16/11/2023
In Parlamento esplode la questione delle armi italiane a Israele
“Abbiate la forza di sospendere, pur temporaneamente, la fornitura di armi a Israele. Il mio esecutivo lo ha fatto con altri paesi. Cosa serve per questa misura? Una sola cosa, quella che vi manca: il coraggio”.
Il leader del M5S Giuseppe Conte durante il question time del ministro degli Esteri Antonio Tajani alla Camera è andato all’attacco del governo sulla sua posizione di fiancheggiamento a Israele. In particolare Conte ha criticato l’astensione in sede Onu dell’Italia sulla risoluzione che chiedeva il cessate il fuoco a Gaza: “Non vorremmo che sopra le bombe di Gaza ci sia il nome dell’Italia e la sua vigliaccheria”.
Un irritato Tajani ha replicato a Conte in aula affermando che “la codardia è da altre parti”.
Fonti del ministero della Difesa, hanno fatto sapere che dal 7 ottobre non è passata dall’Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento (Uama) nessuna autorizzazione ad operazioni verso Israele, l‘unico supporto che il governo italiano ha dato all’esercito di Israele è l’invio di aerei da addestramento. Nel 2023 l’Italia ha autorizzato operazioni per un totale di 10 milioni, che riguardano sistemi di comunicazione radio.
La realtà, ovviamente, è assai più articolata di quanto burocraticamente esposto dal Ministero della Difesa. Nel 2012 l’Italia concluse l’accordo per la vendita di 30 aerei d’addestramento Alenia Aermacchi M-346 a Israele per il valore di 600 milioni, spendendone invece 750 per due aerei israeliani Gulf Stream G550 e 182 milioni per un satellite spia. Ma gli aerei Aermacchi sono estremamente versatili e sembra che siano stati utilizzati anche in queste settimane, sia a Gaza sia nell’intercettamento dei razzi palestinesi.
Negli ultimi dieci anni le aziende italiane hanno venduto a Israele armamenti per un valore pari a quasi 120 milioni di euro. La cifra emerge dall’analisi che il sito Pagella Politica ha fatto consultando le relazioni sulle esportazioni e le importazioni di armi, presentate periodicamente in Parlamento. Secondo questa fonte il picco sarebbe stato raggiunto nel 2019 con 28,7 milioni di euro di armi inviate a Israele.
Ma esaminando altri dati, gli importi dovrebbero essere altri e ben più consistenti. Nel 2019 infatti fu definita la vendita a Israele di sette elicotteri Augusta-Westland 119KX (gruppo Leonardo).
Nel 2020 l’Italia ha venduto a Israele altri cinque elicotteri dello stesso tipo, mentre l’Italia ha acquistato tramite un accordo con la israeliana Elbit Sistems lanciatori e missili anticarro. Solo il valore di questi accordi raggiunse i 350 milioni di euro.
Le forniture di armamenti italiani a Israele e di quelle israeliane all’Italia, sono regolate dal Memorandum d’Intesa sulla cooperazione militare siglato tra i due paesi nel 2003 e approvato dal Parlamento italiano nel 2005. La richiesta di revoca di quell’accordo è uno dei temi posti all’ordine del giorno dell’assemblea nazionale di domenica prossima a Roma (ore 10 al centro sociale Intifada).
Fonte
Il leader del M5S Giuseppe Conte durante il question time del ministro degli Esteri Antonio Tajani alla Camera è andato all’attacco del governo sulla sua posizione di fiancheggiamento a Israele. In particolare Conte ha criticato l’astensione in sede Onu dell’Italia sulla risoluzione che chiedeva il cessate il fuoco a Gaza: “Non vorremmo che sopra le bombe di Gaza ci sia il nome dell’Italia e la sua vigliaccheria”.
Un irritato Tajani ha replicato a Conte in aula affermando che “la codardia è da altre parti”.
Fonti del ministero della Difesa, hanno fatto sapere che dal 7 ottobre non è passata dall’Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento (Uama) nessuna autorizzazione ad operazioni verso Israele, l‘unico supporto che il governo italiano ha dato all’esercito di Israele è l’invio di aerei da addestramento. Nel 2023 l’Italia ha autorizzato operazioni per un totale di 10 milioni, che riguardano sistemi di comunicazione radio.
La realtà, ovviamente, è assai più articolata di quanto burocraticamente esposto dal Ministero della Difesa. Nel 2012 l’Italia concluse l’accordo per la vendita di 30 aerei d’addestramento Alenia Aermacchi M-346 a Israele per il valore di 600 milioni, spendendone invece 750 per due aerei israeliani Gulf Stream G550 e 182 milioni per un satellite spia. Ma gli aerei Aermacchi sono estremamente versatili e sembra che siano stati utilizzati anche in queste settimane, sia a Gaza sia nell’intercettamento dei razzi palestinesi.
Negli ultimi dieci anni le aziende italiane hanno venduto a Israele armamenti per un valore pari a quasi 120 milioni di euro. La cifra emerge dall’analisi che il sito Pagella Politica ha fatto consultando le relazioni sulle esportazioni e le importazioni di armi, presentate periodicamente in Parlamento. Secondo questa fonte il picco sarebbe stato raggiunto nel 2019 con 28,7 milioni di euro di armi inviate a Israele.
Ma esaminando altri dati, gli importi dovrebbero essere altri e ben più consistenti. Nel 2019 infatti fu definita la vendita a Israele di sette elicotteri Augusta-Westland 119KX (gruppo Leonardo).
Nel 2020 l’Italia ha venduto a Israele altri cinque elicotteri dello stesso tipo, mentre l’Italia ha acquistato tramite un accordo con la israeliana Elbit Sistems lanciatori e missili anticarro. Solo il valore di questi accordi raggiunse i 350 milioni di euro.
Le forniture di armamenti italiani a Israele e di quelle israeliane all’Italia, sono regolate dal Memorandum d’Intesa sulla cooperazione militare siglato tra i due paesi nel 2003 e approvato dal Parlamento italiano nel 2005. La richiesta di revoca di quell’accordo è uno dei temi posti all’ordine del giorno dell’assemblea nazionale di domenica prossima a Roma (ore 10 al centro sociale Intifada).
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28/03/2023
La vera emergenza del Paese sono salario e pensioni
Non il taglio del cuneo fiscale di Confindustria, Cgil, Cisl e Uil!
Servono il salario minimo a 10 euro e aumenti netti di 300 euro in busta paga. Il 31 marzo a Roma convegno con Conte e Tridico.
La vera emergenza del Paese si chiama “salari e pensioni” ed è attorno al recupero del loro potere d’acquisto che si deve giocare la ripresa dell’iniziativa sindacale. Ci vogliono aumenti netti di almeno 300 euro nelle buste paga a partire dai rinnovi contrattuali e una legge che stabilisca non meno di 10 euro sui minimi tabellari al di sotto del quale sia vietato scendere per qualsiasi contratto di lavoro.
Non è il taglio del cuneo fiscale la battaglia che dobbiamo fare, perché quella riduzione avrebbe ripercussioni sui servizi e i lavoratori si ritroverebbero a perdere da un lato molto più di quanto guadagnerebbero dall’altro.
È arrivato il momento di pretendere un recupero di quella parte di salario che ci è stata sottratta in tutti questi anni e che è andata a giovamento dei profitti e delle rendite finanziarie. Sono quelle che bisogna cominciare a tassare, ripristinando quella progressività fiscale che in Italia si è perduta da decenni.
La lotta alla delega fiscale del governo Meloni si deve sposare da subito con la battaglia per rinnovi contrattuali veri, non più al ribasso come è avvenuto in tutti questi anni.
Ma fino a quando Cgil, Cisl e Uil continueranno a concordare la loro azione sindacale con Confindustria sarà difficile che riescano a promuovere una posizione coerente su questi temi.
Reddito e salari sono i temi al centro del convegno organizzato da USB venerdì 31 marzo dalle 14 alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, con la partecipazione tra gli altri di Giuseppe Conte, leader M5S, e Pasquale Tridico, presidente Inps.
Fonte
Servono il salario minimo a 10 euro e aumenti netti di 300 euro in busta paga. Il 31 marzo a Roma convegno con Conte e Tridico.
La vera emergenza del Paese si chiama “salari e pensioni” ed è attorno al recupero del loro potere d’acquisto che si deve giocare la ripresa dell’iniziativa sindacale. Ci vogliono aumenti netti di almeno 300 euro nelle buste paga a partire dai rinnovi contrattuali e una legge che stabilisca non meno di 10 euro sui minimi tabellari al di sotto del quale sia vietato scendere per qualsiasi contratto di lavoro.
Non è il taglio del cuneo fiscale la battaglia che dobbiamo fare, perché quella riduzione avrebbe ripercussioni sui servizi e i lavoratori si ritroverebbero a perdere da un lato molto più di quanto guadagnerebbero dall’altro.
È arrivato il momento di pretendere un recupero di quella parte di salario che ci è stata sottratta in tutti questi anni e che è andata a giovamento dei profitti e delle rendite finanziarie. Sono quelle che bisogna cominciare a tassare, ripristinando quella progressività fiscale che in Italia si è perduta da decenni.
La lotta alla delega fiscale del governo Meloni si deve sposare da subito con la battaglia per rinnovi contrattuali veri, non più al ribasso come è avvenuto in tutti questi anni.
Ma fino a quando Cgil, Cisl e Uil continueranno a concordare la loro azione sindacale con Confindustria sarà difficile che riescano a promuovere una posizione coerente su questi temi.
Reddito e salari sono i temi al centro del convegno organizzato da USB venerdì 31 marzo dalle 14 alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, con la partecipazione tra gli altri di Giuseppe Conte, leader M5S, e Pasquale Tridico, presidente Inps.
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22/03/2023
Il calvario dei salari in Italia. Usb si confronta con Tridico e Conte
Tutti i dati, a partire dal rapporto dell’Ocse passando per quello dell’Ilo, confermano che nessun paese in Occidente ha registrato la riduzione del potere d’acquisto dei salari come è avvenuto in Italia negli ultimi trent’anni. Ora l’impennata dell’inflazione ha ulteriormente peggiorato la sofferenza per chi vive di lavoro o di pensione.
Le ricette messe in campo dal governo Meloni sono destinate ad aggravare la situazione: dall’accorpamento delle aliquote fiscali agli sgravi per le aziende, dalla cancellazione del reddito di cittadinanza fino alla scelta di non introdurre una legge sul salario minimo. Non un euro viene messo per affrontare l’emergenza abitativa o sostenere i milioni di pensionati costretti a vivere con meno di mille euro al mese.
Da tempo sono ripartiti i meccanismi dell’emigrazione, sia interna da Sud verso Nord, sia verso le zone più ricche d’Europa. Tra le cause di fondo c’è il fatto che la retribuzione in Italia per milioni di lavoratori non è più sufficiente a garantire una vita libera e dignitosa. Ora la prossima realizzazione dell’autonomia differenziata e le sue conseguenze contribuiranno ad esasperare il fenomeno.
A questa situazione in via di continuo aggravamento, si somma la riduzione della qualità e della quantità dei servizi pubblici, colpiti da una fortissima carenza di personale e costantemente svantaggiati da politiche che favoriscono ed alimentano nuove e più ampie privatizzazioni.
“I tanti rinnovi contrattuali che sono alle porte potrebbero essere destinati a riequilibrare le perdite subite in questi anni ma gli accordi tra Confindustria e Cgil, Cisl e Uil impediscono di introdurre forti recuperi salariali” – sostiene Usb in una nota – “Anzi, piccoli aumenti vengono scambiati con allungamenti della giornata lavorativa e intensificazione dello sfruttamento”.
La cantilena che ci viene continuamente riproposta è che sostenendo le imprese si creano lavoro e ricchezza e invece la realtà ci dice che gli aiuti alle aziende si sono tradotte in un generale impoverimento.
È ora di mettere in campo idee, proposte e iniziative di lotta per invertire la rotta. Con questo obiettivo l’Unione Sindacale di Base ha organizzato per venerdì 31 marzo il convegno “Il salario che non c’è”, nell’Auditorium della Biblioteca Nazionale Centrale a Roma, al quale partecipano tra gli altri il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, e il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte.
Fonte
Le ricette messe in campo dal governo Meloni sono destinate ad aggravare la situazione: dall’accorpamento delle aliquote fiscali agli sgravi per le aziende, dalla cancellazione del reddito di cittadinanza fino alla scelta di non introdurre una legge sul salario minimo. Non un euro viene messo per affrontare l’emergenza abitativa o sostenere i milioni di pensionati costretti a vivere con meno di mille euro al mese.
Da tempo sono ripartiti i meccanismi dell’emigrazione, sia interna da Sud verso Nord, sia verso le zone più ricche d’Europa. Tra le cause di fondo c’è il fatto che la retribuzione in Italia per milioni di lavoratori non è più sufficiente a garantire una vita libera e dignitosa. Ora la prossima realizzazione dell’autonomia differenziata e le sue conseguenze contribuiranno ad esasperare il fenomeno.
A questa situazione in via di continuo aggravamento, si somma la riduzione della qualità e della quantità dei servizi pubblici, colpiti da una fortissima carenza di personale e costantemente svantaggiati da politiche che favoriscono ed alimentano nuove e più ampie privatizzazioni.
“I tanti rinnovi contrattuali che sono alle porte potrebbero essere destinati a riequilibrare le perdite subite in questi anni ma gli accordi tra Confindustria e Cgil, Cisl e Uil impediscono di introdurre forti recuperi salariali” – sostiene Usb in una nota – “Anzi, piccoli aumenti vengono scambiati con allungamenti della giornata lavorativa e intensificazione dello sfruttamento”.
La cantilena che ci viene continuamente riproposta è che sostenendo le imprese si creano lavoro e ricchezza e invece la realtà ci dice che gli aiuti alle aziende si sono tradotte in un generale impoverimento.
È ora di mettere in campo idee, proposte e iniziative di lotta per invertire la rotta. Con questo obiettivo l’Unione Sindacale di Base ha organizzato per venerdì 31 marzo il convegno “Il salario che non c’è”, nell’Auditorium della Biblioteca Nazionale Centrale a Roma, al quale partecipano tra gli altri il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, e il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte.
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03/03/2023
Mancata “zona rossa” in Val Seriana, l’indagine sulla strage
Dopo tre anni di indagini quanto meno farraginose, la Procura di Bergamo è arrivata a chiudere l’inchiesta indicando 17 persone come possibili responsabili di “epidemia colposa”. Tra loro l’allora presidente del consiglio Giuseppe Conte, il ministro della sanità Roberto Speranza e naturalmente il presidente della regione Lombardia appena riconfermato – il leghista Attilio Fontana – e l’allora assessore alla sanità Giulio Gallera.
Sul piano politico, insomma, non si salva nessuna componente, dunque sarà complicato provare il classico gioco dello scaricabarile tra momentaneo governo e altrettanto momentanea opposizione.
Seguono altre figure apicali del dispositivo di contrasto alla pandemia: il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità Silvio Brusaferro, il presidente del Consiglio superiore di Sanità Franco Locatelli, l’allora coordinatore del primo Comitato tecnico scientifico Agostino Miozzo, l’allora capo della Protezione civile Angelo Borrelli e l’allora direttore scientifico dello Spallanzani Giuseppe Ippolito.
E poi l’ex capo della Prevenzione del Ministero della Salute Claudio D’Amario, l’ex segretario generale Giuseppe Ruocco, il responsabile delle Malattie infettive Francesco Maraglino.
Secondo il consulente dei magistrati inquirenti, Andrea Crisanti (oggi senatore del Pd), si sarebbero risparmiati 4.148 morti con una chiusura della sola Val Seriana dal 27 febbraio, 2.659 dal 3 marzo.
Ed è proprio la mancata chiusura di quella valle il nodo del contendere, fin da quando il governo “giallo-rosa” (grillini e Pd) inviò esercito e polizia per imporre un lockdown ferreo (stile Codogno, per intenderci), rinunciandovi poi a seguito delle pressioni della Confindustria, subito fatte proprio dai vertici leghisti e berlusconiani che controllavano il Pirellone.
Come i nostri lettori ricorderanno – cliccando sui molti link di questo articolo – abbiamo da subito considerato quella rinuncia un vero e proprio atto criminale, che ha permesso il dilagare della pandemia in tutto il paese, con vertici di orrore quando le strutture di direzione della sanità lumbard decisero di mandare i “contagiati non gravi” nelle Rsa. Provocando così un’ecatombe di anziani tale da esser poi registrata come una riduzione generale dell’”aspettativa di vita”.
Insomma, i calcoli di Crisanti – certamente scrupolosi, ma comprensibilmente “cauti” – andrebbero moltiplicati in modo esponenziale.
Solo nella provincia di Bergamo – il sindaco piddino Gori, in quei giorni, faceva suo lo slogan leghista “Bergamo non si ferma!” – tra marzo e aprile del 2020 furono registrati 6.200 morti contro una media mensile precedente che si limitava a circa 800. Quelli “certificati Covid”, grazie a un tampone, erano stati circa la metà. Per gli altri neanche quello...
Il risultato fu, come si ricorda, una fila di camion militari che portava via i cadaveri – come nelle scene della peste manzoniana – perché i cimiteri locali non avevano la possibilità di “smaltire” nei forni crematori tutti quei corpi (che probabilmente ora qualcuno chiamerebbe “carico residuo”).
Il mantra padronale di quei mesi fu chiarissimo, ripetuto a ogni ora del giorno: non si può fermare la produzione per nessun motivo. Gli operai dovevano andare in fabbrica e produrre, senza protezioni, viaggiando su treni e autobus pieni come al solito, esponendosi ed esponendo le proprie famiglie al contagio con un virus che in quel momento non si sapeva come fermare (i vaccini arrivarono solo un anno dopo).
Seguiremo questa inchiesta insieme ai familiari delle vittime e ai comitati che chiedono da anni la verità su questa strage, divenendo addirittura oggetto di intimidazioni, perquisizioni, ecc..
Fonte
Sul piano politico, insomma, non si salva nessuna componente, dunque sarà complicato provare il classico gioco dello scaricabarile tra momentaneo governo e altrettanto momentanea opposizione.
Seguono altre figure apicali del dispositivo di contrasto alla pandemia: il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità Silvio Brusaferro, il presidente del Consiglio superiore di Sanità Franco Locatelli, l’allora coordinatore del primo Comitato tecnico scientifico Agostino Miozzo, l’allora capo della Protezione civile Angelo Borrelli e l’allora direttore scientifico dello Spallanzani Giuseppe Ippolito.
E poi l’ex capo della Prevenzione del Ministero della Salute Claudio D’Amario, l’ex segretario generale Giuseppe Ruocco, il responsabile delle Malattie infettive Francesco Maraglino.
Secondo il consulente dei magistrati inquirenti, Andrea Crisanti (oggi senatore del Pd), si sarebbero risparmiati 4.148 morti con una chiusura della sola Val Seriana dal 27 febbraio, 2.659 dal 3 marzo.
Ed è proprio la mancata chiusura di quella valle il nodo del contendere, fin da quando il governo “giallo-rosa” (grillini e Pd) inviò esercito e polizia per imporre un lockdown ferreo (stile Codogno, per intenderci), rinunciandovi poi a seguito delle pressioni della Confindustria, subito fatte proprio dai vertici leghisti e berlusconiani che controllavano il Pirellone.
Come i nostri lettori ricorderanno – cliccando sui molti link di questo articolo – abbiamo da subito considerato quella rinuncia un vero e proprio atto criminale, che ha permesso il dilagare della pandemia in tutto il paese, con vertici di orrore quando le strutture di direzione della sanità lumbard decisero di mandare i “contagiati non gravi” nelle Rsa. Provocando così un’ecatombe di anziani tale da esser poi registrata come una riduzione generale dell’”aspettativa di vita”.
Insomma, i calcoli di Crisanti – certamente scrupolosi, ma comprensibilmente “cauti” – andrebbero moltiplicati in modo esponenziale.
Solo nella provincia di Bergamo – il sindaco piddino Gori, in quei giorni, faceva suo lo slogan leghista “Bergamo non si ferma!” – tra marzo e aprile del 2020 furono registrati 6.200 morti contro una media mensile precedente che si limitava a circa 800. Quelli “certificati Covid”, grazie a un tampone, erano stati circa la metà. Per gli altri neanche quello...
Il risultato fu, come si ricorda, una fila di camion militari che portava via i cadaveri – come nelle scene della peste manzoniana – perché i cimiteri locali non avevano la possibilità di “smaltire” nei forni crematori tutti quei corpi (che probabilmente ora qualcuno chiamerebbe “carico residuo”).
Il mantra padronale di quei mesi fu chiarissimo, ripetuto a ogni ora del giorno: non si può fermare la produzione per nessun motivo. Gli operai dovevano andare in fabbrica e produrre, senza protezioni, viaggiando su treni e autobus pieni come al solito, esponendosi ed esponendo le proprie famiglie al contagio con un virus che in quel momento non si sapeva come fermare (i vaccini arrivarono solo un anno dopo).
Seguiremo questa inchiesta insieme ai familiari delle vittime e ai comitati che chiedono da anni la verità su questa strage, divenendo addirittura oggetto di intimidazioni, perquisizioni, ecc..
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02/11/2022
S’avanza uno strano “progressista”...
La memoria è elastica, si sa... Quella dei “sinistrati” italici poi è particolarmente labile, quasi da proverbiale “pesce rosso”...
Così capita che all’indomani della nascita del primo governo guidato da una post-fascista – che comunque era già stata ministro, sotto Berlusconi, insieme a La Russa e Gasparri, peraltro – molti abbiano scoperto in Giuseppe Conte una “speranza progressista”.
Il ragionamento, o sedicente tale, segue sempre lo stesso percorso che ha portato le formazioni variamente titolate al “comunismo” nel pozzo nero dell’irrilevanza: “se ci alleiamo con Tizio o con Caio sommiamo i nostri (pochi) voti ai loro (molti, anche se diminuiti) e se abbiamo culo ci guadagniamo persino un deputato o un consigliere regionale o comunale”, ecc.
Nella speranza, insomma, di recuperare una (futura e ipotetica) visibilità si è accettato di vedersi scomparire nel presente. Restando poi sempre sorpresi dal fatto che gli elettori si fossero dimenticati di loro...
Nel caso della “riconsiderazione” di Conte e dei Cinque Stelle in generale la memoria sembra però più debole del solito. Il loro “progressismo”, dichiarato dopo l’espulsione dal governo di Mario Draghi – ricordiamo che loro si erano limitati a non votare la fiducia sul cosiddetto “decreto aiuti”, ma SuperMario colse al volo l’opportunità della crisi che ha portato ad elezioni anticipate – è stato quasi un modello di scuola: si va a votare e l’unico spazio vuoto è quello a sinistra del governo “con tutti dentro”.
In un attimo ci si è dimenticati del governo con Salvini, dei “porti chiusi”, dei “decreti sicurezza” (peraltro non modificati neanche durante la coabitazione con il PD e poi con tutti gli altri) e di altri provvedimenti vergognosamente di destra.
Anche sul piano internazionale si è steso un velo di ipocrita silenzio sulla “relazione speciale” con Donald Trump. E forse in questo caso potrebbe anche essere invocato lo “stato di necessità”, perché ogni governo italiano ha dovuto, nel dopoguerra, ottenere un placet dopo incontro con il presidente Usa in carica.
Ma perché dimenticarsi di Bolsonaro? Nel caso del fascista brasilero lo “stato di necessità” sicuramente non c’era. Ed anche il contenuto dei rapporti tra i due paesi non era tale da motivare abbracci e complimenti reciproci. Ancora meno per l’unico “successo” ottenuto durante quel mandato: l’arresto di Cesare Battisti ormai quasi settantenne, sbattuto e fotografato in prima pagina come un trofeo di caccia. Ma poi, tre giorni fa, con un totale cambiamento di approccio, Conte si è invece sperticato nelle lodi a Lula.
Si può cambiare repentinamente opinione a secondo se si è al governo o all’opposizione? Certo, ma di questi “progressisti” si può certamente fare a meno. Altrimenti il ricorso sistematico alla “catarsi” come avvenuto per il PD verrebbe applicato anche a Conte e con i medesimi risultati.
Se si vuole ricreare un’opposizione sociale e politica credibile, libera di determinare le proprie scelte e non semplicemente “eleggere” uno a caso (che si venderà il giorno dopo... volete la lista dei nomi?).
In Italia si vota tutti gli anni, e anche più volte in un anno.
Abbiamo bisogno di una rappresentanza politica che possa aiutare studenti, operai, pensionati, in una stagione che più difficile non si era mai vista.
Non ci basta, e non ci serve, una figurina sullo sfondo di un’aula, che recita la parte dell’”alternativa” mentre capitalizza una rendita di posizione in cambio del silenzio.
Conte e i grillini non sono meglio del PD...
Fonte
Così capita che all’indomani della nascita del primo governo guidato da una post-fascista – che comunque era già stata ministro, sotto Berlusconi, insieme a La Russa e Gasparri, peraltro – molti abbiano scoperto in Giuseppe Conte una “speranza progressista”.
Il ragionamento, o sedicente tale, segue sempre lo stesso percorso che ha portato le formazioni variamente titolate al “comunismo” nel pozzo nero dell’irrilevanza: “se ci alleiamo con Tizio o con Caio sommiamo i nostri (pochi) voti ai loro (molti, anche se diminuiti) e se abbiamo culo ci guadagniamo persino un deputato o un consigliere regionale o comunale”, ecc.
Nella speranza, insomma, di recuperare una (futura e ipotetica) visibilità si è accettato di vedersi scomparire nel presente. Restando poi sempre sorpresi dal fatto che gli elettori si fossero dimenticati di loro...
Nel caso della “riconsiderazione” di Conte e dei Cinque Stelle in generale la memoria sembra però più debole del solito. Il loro “progressismo”, dichiarato dopo l’espulsione dal governo di Mario Draghi – ricordiamo che loro si erano limitati a non votare la fiducia sul cosiddetto “decreto aiuti”, ma SuperMario colse al volo l’opportunità della crisi che ha portato ad elezioni anticipate – è stato quasi un modello di scuola: si va a votare e l’unico spazio vuoto è quello a sinistra del governo “con tutti dentro”.
In un attimo ci si è dimenticati del governo con Salvini, dei “porti chiusi”, dei “decreti sicurezza” (peraltro non modificati neanche durante la coabitazione con il PD e poi con tutti gli altri) e di altri provvedimenti vergognosamente di destra.
Anche sul piano internazionale si è steso un velo di ipocrita silenzio sulla “relazione speciale” con Donald Trump. E forse in questo caso potrebbe anche essere invocato lo “stato di necessità”, perché ogni governo italiano ha dovuto, nel dopoguerra, ottenere un placet dopo incontro con il presidente Usa in carica.
Ma perché dimenticarsi di Bolsonaro? Nel caso del fascista brasilero lo “stato di necessità” sicuramente non c’era. Ed anche il contenuto dei rapporti tra i due paesi non era tale da motivare abbracci e complimenti reciproci. Ancora meno per l’unico “successo” ottenuto durante quel mandato: l’arresto di Cesare Battisti ormai quasi settantenne, sbattuto e fotografato in prima pagina come un trofeo di caccia. Ma poi, tre giorni fa, con un totale cambiamento di approccio, Conte si è invece sperticato nelle lodi a Lula.
Si può cambiare repentinamente opinione a secondo se si è al governo o all’opposizione? Certo, ma di questi “progressisti” si può certamente fare a meno. Altrimenti il ricorso sistematico alla “catarsi” come avvenuto per il PD verrebbe applicato anche a Conte e con i medesimi risultati.
Se si vuole ricreare un’opposizione sociale e politica credibile, libera di determinare le proprie scelte e non semplicemente “eleggere” uno a caso (che si venderà il giorno dopo... volete la lista dei nomi?).
In Italia si vota tutti gli anni, e anche più volte in un anno.
Abbiamo bisogno di una rappresentanza politica che possa aiutare studenti, operai, pensionati, in una stagione che più difficile non si era mai vista.
Non ci basta, e non ci serve, una figurina sullo sfondo di un’aula, che recita la parte dell’”alternativa” mentre capitalizza una rendita di posizione in cambio del silenzio.
Conte e i grillini non sono meglio del PD...
Fonte
11/10/2022
La pace in piazza
Una manifestazione per la pace e per fermare l’escalation di guerra in Ucraina sarebbe il minimo sindacale per il nostro paese, eppure si sta trasformando in una sorta di giaculatoria. Viene evocata da molti, osteggiata da tanti, preparata concretamente da pochi.
Ci sembra di capire che la “paura” delle parole e degli obiettivi della manifestazione prevalga ancora sulla paura della guerra e della sua possibile declinazione nucleare.
Assistiamo dunque a evocazioni, a qualche personalissima fuga in avanti (vedi il governatore De Luca in Campania), ad aggiustamenti e sovrapposizioni su iniziative già convocate (la manifestazione del Terzo Settore del 5 novembre), ma ancora niente che chiami la gente in piazza su un’agenda sintetica ma chiara di opposizione alla guerra, soprattutto contro il coinvolgimento e alla complicità dell’Italia nella guerra.
Il nodo in fondo è proprio questo.
Chiunque, anche chi sta facendo la guerra, si dichiara “per la pace”, ma è il come si scardina il meccanismo bellicista che mette in crisi le ambiguità.
La mobilitazione per la pace è declinabile in modi diversi perché è per ragioni diverse che la maggioranza della società italiana è contro la guerra. C’è chi è contrario per motivi politici, chi per motivi etici, alcuni lo sono per motivi economici (l’economia di guerra, le sanzioni etc., stanno mettendo sul lastrico imprese e famiglie), altri solo per una legittima paura della guerra.
Alcuni ritengono che le responsabilità siano di Putin, altri ritengono invece che la Russia abbia buone ragioni da rivendicare nei confronti della Nato e dell’Ucraina, che ne è diventata la fanteria da mandare al macello.
Come metti insieme sensibilità, esigenze e punti di vista così diversi sulla pace e lo stop ai combattimenti in Ucraina?
Il leader del M5S Conte da giorni evoca la necessità di manifestare per la pace, ma stenta a concretizzare una data perché sa di pattinare su un ghiaccio sottile.
L’establishment guerrafondaio non gli perdonerebbe mai una manifestazione di aperta opposizione alle scelte di guerra fatte in questi mesi e su cui, fino a un certo punto, c’è stata anche la firma del M5S in Parlamento. E se pesti i piedi al combinato disposto tra Nato, Ue, governo, gruppi editoriali, sai che la vita politica futura ti verrà resa un inferno.
Per affrontarli serve una forte determinazione, che non sembra essere una costante dell’attuale leader del M5S.
Poi c’è la spinta “dall’alto”, che viene dagli appelli alla pace del Pontefice e di una parte del mondo cattolico. Un incentivo potente ma sostanzialmente etico, che fa fatica a tenere testa alle brutali accuse di “complicità con Putin” del fronte guerrafondaio nelle televisioni e nei giornali, in mano ai monopoli editoriali di destra o filo PD.
Infine c’è una spinta “dal basso” molto concreta: quella di settori imprenditoriali danneggiati dalle sanzioni alla Russia e dall’economia di guerra imposta al paese dalle scelte della Ue e della Nato, rese inamovibili dal governo Draghi e probabilmente confermate dal nuovo governo della destra.
Quella che stenta a palesarsi è l’opposizione politica a tutto tondo alle scelte di guerra, e questa dovrebbe vedere protagoniste le forze della sinistra alternativa, antagonista etc. Ma anche qui l’ipoteca dell’accusa di “complicità con il nemico” (Putin, in questo caso, ma era avvenuto anche con Saddam Hussein, Milosevic, Gheddafi etc.) è riuscita a seminare timori, discordia; dunque immobilismo.
Da troppo tempo, negli ambiti organizzati come nei cenacoli della “sinistra”, è venuta meno la consapevolezza che dentro una guerra il primo nemico da battere è sempre il proprio governo, i propri guerrafondai, il grado di coinvolgimento e complicità del proprio paese dentro una guerra che quasi sempre ha come protagonisti non i “buoni da una parte e i cattivi dall’altra”, ma Stati che perseguono i propri obiettivi.
Questa dannazione sta agendo non solo sulla sinistra in Italia, ma anche su quella tedesca, francese, europea.
Nel recente passato ci sono state guerre asimmetriche tra le coalizioni delle potenze occidentali imperialiste (con o senza la Nato e l’Onu) contro Stati immensamente più deboli (Iraq, Jugoslavia, Libia, Afghanistan etc.). Oggi questa asimmetria sulla carta sembra a ruoli invertiti (la Russia è decisamente più potente dell’Ucraina), ma il ruolino di marcia e lo schieramento della Nato sull’Ucraina hanno spazzato via ogni asimmetria strategica.
Ci stiamo avvicinando pericolosamente al “clash”, lo scontro tra potenze ben individuato e anticipato in un ponderoso volume collettivo nel 2004.
Ma se questo è lo scenario, rompere gli indugi non è più rinviabile. Chiamare alla mobilitazione di massa non può che avvenire sul comune denominatore: porre fine al coinvolgimento politico, economico e militare dell’Italia nella guerra.
Si tratta sostanzialmente di sottrarre il nostro paese all’escalation e agli apparati bellicisti che lo stanno trascinando nella guerra. Non riteniamo affatto che questo sia un “tradimento” verso l’Ucraina, un cedimento alla Russia o ai principi del diritto internazionale; al contrario ci sembra l’unica strada per rimescolare le carte in gioco e creare le condizioni per fermare innanzitutto i combattimenti, i bombardamenti, le dolorose ferite alle popolazioni civili e ai loro congiunti al fronte.
Se cessa il fuoco si può aprire lo spazio negoziale e in questo tutti i contendenti (Ucraina e Russia) perderanno e guadagneranno qualcosa. È già accaduto (Jugoslavia, Palestina, Corea) e accadrà ancora.
Non è la soluzione ideale ma è quella minima necessaria. Quello che dovremmo evitare che accada di nuovo è che i popoli si scannino nelle trincee mentre i governi emettono dichiarazioni altisonanti e i grandi gruppi capitalisti accumulano superprofitti: con le armi o con i farmaci, con l’energia o con le televisioni.
È tempo di scendere in piazza per fermare la guerra in corso, con ogni mezzo e alleanza necessaria. Se non ora, quando?
Fonte
Ci sembra di capire che la “paura” delle parole e degli obiettivi della manifestazione prevalga ancora sulla paura della guerra e della sua possibile declinazione nucleare.
Assistiamo dunque a evocazioni, a qualche personalissima fuga in avanti (vedi il governatore De Luca in Campania), ad aggiustamenti e sovrapposizioni su iniziative già convocate (la manifestazione del Terzo Settore del 5 novembre), ma ancora niente che chiami la gente in piazza su un’agenda sintetica ma chiara di opposizione alla guerra, soprattutto contro il coinvolgimento e alla complicità dell’Italia nella guerra.
Il nodo in fondo è proprio questo.
Chiunque, anche chi sta facendo la guerra, si dichiara “per la pace”, ma è il come si scardina il meccanismo bellicista che mette in crisi le ambiguità.
La mobilitazione per la pace è declinabile in modi diversi perché è per ragioni diverse che la maggioranza della società italiana è contro la guerra. C’è chi è contrario per motivi politici, chi per motivi etici, alcuni lo sono per motivi economici (l’economia di guerra, le sanzioni etc., stanno mettendo sul lastrico imprese e famiglie), altri solo per una legittima paura della guerra.
Alcuni ritengono che le responsabilità siano di Putin, altri ritengono invece che la Russia abbia buone ragioni da rivendicare nei confronti della Nato e dell’Ucraina, che ne è diventata la fanteria da mandare al macello.
Come metti insieme sensibilità, esigenze e punti di vista così diversi sulla pace e lo stop ai combattimenti in Ucraina?
Il leader del M5S Conte da giorni evoca la necessità di manifestare per la pace, ma stenta a concretizzare una data perché sa di pattinare su un ghiaccio sottile.
L’establishment guerrafondaio non gli perdonerebbe mai una manifestazione di aperta opposizione alle scelte di guerra fatte in questi mesi e su cui, fino a un certo punto, c’è stata anche la firma del M5S in Parlamento. E se pesti i piedi al combinato disposto tra Nato, Ue, governo, gruppi editoriali, sai che la vita politica futura ti verrà resa un inferno.
Per affrontarli serve una forte determinazione, che non sembra essere una costante dell’attuale leader del M5S.
Poi c’è la spinta “dall’alto”, che viene dagli appelli alla pace del Pontefice e di una parte del mondo cattolico. Un incentivo potente ma sostanzialmente etico, che fa fatica a tenere testa alle brutali accuse di “complicità con Putin” del fronte guerrafondaio nelle televisioni e nei giornali, in mano ai monopoli editoriali di destra o filo PD.
Infine c’è una spinta “dal basso” molto concreta: quella di settori imprenditoriali danneggiati dalle sanzioni alla Russia e dall’economia di guerra imposta al paese dalle scelte della Ue e della Nato, rese inamovibili dal governo Draghi e probabilmente confermate dal nuovo governo della destra.
Quella che stenta a palesarsi è l’opposizione politica a tutto tondo alle scelte di guerra, e questa dovrebbe vedere protagoniste le forze della sinistra alternativa, antagonista etc. Ma anche qui l’ipoteca dell’accusa di “complicità con il nemico” (Putin, in questo caso, ma era avvenuto anche con Saddam Hussein, Milosevic, Gheddafi etc.) è riuscita a seminare timori, discordia; dunque immobilismo.
Da troppo tempo, negli ambiti organizzati come nei cenacoli della “sinistra”, è venuta meno la consapevolezza che dentro una guerra il primo nemico da battere è sempre il proprio governo, i propri guerrafondai, il grado di coinvolgimento e complicità del proprio paese dentro una guerra che quasi sempre ha come protagonisti non i “buoni da una parte e i cattivi dall’altra”, ma Stati che perseguono i propri obiettivi.
Questa dannazione sta agendo non solo sulla sinistra in Italia, ma anche su quella tedesca, francese, europea.
Nel recente passato ci sono state guerre asimmetriche tra le coalizioni delle potenze occidentali imperialiste (con o senza la Nato e l’Onu) contro Stati immensamente più deboli (Iraq, Jugoslavia, Libia, Afghanistan etc.). Oggi questa asimmetria sulla carta sembra a ruoli invertiti (la Russia è decisamente più potente dell’Ucraina), ma il ruolino di marcia e lo schieramento della Nato sull’Ucraina hanno spazzato via ogni asimmetria strategica.
Ci stiamo avvicinando pericolosamente al “clash”, lo scontro tra potenze ben individuato e anticipato in un ponderoso volume collettivo nel 2004.
Ma se questo è lo scenario, rompere gli indugi non è più rinviabile. Chiamare alla mobilitazione di massa non può che avvenire sul comune denominatore: porre fine al coinvolgimento politico, economico e militare dell’Italia nella guerra.
Si tratta sostanzialmente di sottrarre il nostro paese all’escalation e agli apparati bellicisti che lo stanno trascinando nella guerra. Non riteniamo affatto che questo sia un “tradimento” verso l’Ucraina, un cedimento alla Russia o ai principi del diritto internazionale; al contrario ci sembra l’unica strada per rimescolare le carte in gioco e creare le condizioni per fermare innanzitutto i combattimenti, i bombardamenti, le dolorose ferite alle popolazioni civili e ai loro congiunti al fronte.
Se cessa il fuoco si può aprire lo spazio negoziale e in questo tutti i contendenti (Ucraina e Russia) perderanno e guadagneranno qualcosa. È già accaduto (Jugoslavia, Palestina, Corea) e accadrà ancora.
Non è la soluzione ideale ma è quella minima necessaria. Quello che dovremmo evitare che accada di nuovo è che i popoli si scannino nelle trincee mentre i governi emettono dichiarazioni altisonanti e i grandi gruppi capitalisti accumulano superprofitti: con le armi o con i farmaci, con l’energia o con le televisioni.
È tempo di scendere in piazza per fermare la guerra in corso, con ogni mezzo e alleanza necessaria. Se non ora, quando?
Fonte
17/07/2022
“Pieni poteri” o dilettanti allo sbaraglio?
“Mariè, nun ce lassà...”
È partita, come previsto, la campagna di preghiere perché Mario Draghi ci ripensi, riprendendo la sua opera come presidente del consiglio.
L’elenco è sterminato, va dai sindaci dei principali comuni italiani ai vertici dell’Unione Europea, degli Stati Uniti e della Nato. Dalle associazioni di categoria a Confindustria, dalla Cgil a tutte le minime frattaglie del sistema politico nazionale.
Anche tra i “perché” c’è imbarazzo della scelta. “Completare le riforme”, “andare avanti con il PNRR”, “portare avanti l’agenda sociale” (?!), “far ripartire la campagna vaccinale”, “frenare lo spread”, “tranquillizzare i mercati”. Non manca nemmeno l’Ucraina, “perché non si interrompa l’invio di armi”.
Un coro così totalitario da far apparire risibile il peso – e la “responsabilità” – del suo ipotetico antagonista: Giuseppe Conte.
Il quale mostra non solo incertezza assoluta sulle scelte da fare – comunicando ad ore alterne “spiragli di apertura” e richieste di “chiarezza sui nove punti” indicati in una lettera che nessuno ricorda più – ma anche un suo “esercito” mai così smandrappato e pronto a sciogliersi spontaneamente nell’acido.
Fare previsioni sui possibili sviluppi sembra difficile, ma avanzare ipotesi per trovarsi “sul pezzo” davanti agli eventi è pur sempre un obbligo, se si vuole far politica.
Dunque vediamo quali sono gli scenari principali, a oggi.
1) Draghi bis, con “pieni poteri”
Lo stato comatoso di una democrazia parlamentare appare palese alla prima constatazione: Draghi ha presentato le sue dimissioni a Mattarella dopo aver ricevuto un voto di fiducia del Parlamento sulla sua proposta di “decreto aiuti”.
In democrazia, dicono, ci si dimette quando “si finisce sotto”, non quando si ottiene una maggioranza di oltre due terzi...
C’è da segnalare che nella sua comunicazione al consiglio dei ministri quelle dimissioni annunciate non erano accompagnate dalla parola “irrevocabili”, rivelando così indirettamente che c’è un ampio margine perché non diventino effettive.
Mattarella lo ha rinviato ovviamente alle Camere, perché è lì che formalmente un governo deve ricevere il mandato a proseguire (ed anche se Draghi, nelle scorse settimane, ha rivelato un’aspirazione semi-dittatoriale definendo un “inaccettabile commissariamento del governo” la pretesa di vincolare l’invio di armi ad un nuovo voto).
Si sa già – il coro è sterminato – che la maggioranza è ampia e certa. Se si dovessero prendere sul serio le dichiarazioni, insomma, questa crisi sarebbe dovuta al fatto che Draghi considera “venute meno le condizioni politiche” per il solo fatto che una parte dei parlamentari Cinque Stelle – ampiamente falcidiati dalla scissione di Di Maio e da quelle preannunciate della vasta “ala governista” – si è mostrata contrariata dalle sue scelte.
Fosse vero, insomma, dovremmo concluderne che Draghi pretende i “pieni poteri”, ma senza dirlo (come incautamente aveva fatto Salvini nell’estate del Papeete).
In questo scenario, insomma, ci troviamo davanti ad una drammatizzazione pilotata della crisi, il cui primo obiettivo è dissolvere la residua pattuglia grillina, ormai pienamente di fronte alla propria inconsistenza strategica, programmatica e tattica.
Una resa dei conti definitiva con il “populismo” che quasi cinque anni fa aveva stravolto la normalità della “rappresentanza” politica facendo salire al governo due forze piccolo-borghesi espressione del malessere di figure sociali messe sempre più in difficoltà dalla crisi economica e dalle politiche europee.
In questa resa dei conti, ovviamente, c’è dietro l’angolo anche la sostituzione di Salvini come leader ufficiale di una Lega ormai ampiamente ridotta a dimensioni “controllabili” e altrettanto divisa tra vetero-governisti e altrettanto vetero “populisti”.
L’esito – se questa ipotesi è giusta – è la prosecuzione del governo Draghi fino alla scadenza naturale della legislatura, ma senza più mediazioni possibili con le istanze presentate dai singoli “partiti” o gruppi di interesse.
Alle frastornate truppe di Conte non resta che scegliere di che morte morire. Uscire dal governo in pochi, accettando una disapora incontrollabile e riconsegnandosi alla condizione di movimento “vaffanculista” senza più pretese di cambiamento; restarci con l’obbligo al silenzio, fino ad elezioni che ne segnaleranno la scomparsa.
2) Crisi vera, senza paracadute
Il secondo scenario possibile è oggettivamente meno probabile, sulla base dei rapporti di forza nazionali e internazionali, ma potrebbe avere qualche similitudine con analoghe crisi in altri paesi europei.
La Gran Bretagna ha costretto Boris Johnson a lasciare, per ora, almeno la guida dei conservatori e dunque, da qui a pochi mesi, anche quella del governo. In Francia Macron non ha una maggioranza parlamentare per imporre le sue decisioni.
In Spagna Sanchez oscilla quotidianamente tra misure “sociali” (trasporti pubblici gratuiti fino a capodanno, imposta straordinaria su banche e imprese energetiche, 100 euro al mese in più per studenti e borsisti, tetto all’aumento degli affitti, blocco dei licenziamenti per le imprese sussidiate dallo Stato, ecc.) e fedeltà guerrafondaia alla Nato, mandando in fibrillazione l’altra forza di governo (Podemos).
In Germania il governo Scholz si barcamena tra invio di armi a Kiev e contatti semi-segreti con la Russia per non perdere totalmente le forniture di gas.
Ma questo secondo scenario implica diverse cose contemporaneamente.
La prima è che Draghi non sia affatto quel “nonno al servizio delle istituzioni”, responsabile e paterno, oltre che “autorevole sul piano internazionale”. Si dimetterebbe solo per un capriccio (non avere tutti, ma proprio tutti, dalla sua parte, pur avendo un’ampia maggioranza), come non hanno mai fatto neanche i peggiori democristiani.
La seconda è che in questo paese la crisi di sistema è diventata incontrollabile anche in assenza di grandi movimenti di massa (e non ne mancano certo le ragioni...) e soprattutto in assenza di un’opposizione politica agguerrita (la Meloni scimmiotta la parte, ma rigorosamente senza rompere troppo le scatole...).
Ma se è così – e non sapremmo quali elementi possano confermarlo – nessuna soluzione è credibilmente alle viste. E dunque tutte le “catastrofi” elencate dalla massa di “preganti” per Draghi starebbero sul punto di caderci addosso: lo spread a 500 punti, l’inflazione a due cifre (invece che all’8% attuale), il blocco dei prestiti europei del Recovery Fund, la speculazione finanziaria sui titoli di stato, il crollo ulteriore della Borsa, la chiusura di aziende e licenziamenti di massa, il dilagare del Covid-19 (ah, no, quello già dilaga...). Mancano solo le cavallette (apparse anche loro, per ora, ma solo in Sardegna).
Tra 72 ore sapremo qual’è l’ipotesi giusta. Quello che già sappiamo è che per lavoratori, studenti, pensionati, disoccupati, ecc., in entrambi i casi non c’è nulla di buono da aspettarsi. In entrambi i casi bisognerà mobilitarsi perché chi sta “lassù” sia costretto almeno a fare i conti anche con la rabbia popolare, e non solo con gli appetiti dei diversi gruppi di potere.
Perché, oltretutto, siamo al bordo di una guerra che in qualsiasi momento può degenerare in conflitto nucleare. Ed essere governati da criminali con “pieni poteri” o da imbecilli che non sanno che fare non è esattamente un’alternativa da accettare passivamente.
Fonte
È partita, come previsto, la campagna di preghiere perché Mario Draghi ci ripensi, riprendendo la sua opera come presidente del consiglio.
L’elenco è sterminato, va dai sindaci dei principali comuni italiani ai vertici dell’Unione Europea, degli Stati Uniti e della Nato. Dalle associazioni di categoria a Confindustria, dalla Cgil a tutte le minime frattaglie del sistema politico nazionale.
Anche tra i “perché” c’è imbarazzo della scelta. “Completare le riforme”, “andare avanti con il PNRR”, “portare avanti l’agenda sociale” (?!), “far ripartire la campagna vaccinale”, “frenare lo spread”, “tranquillizzare i mercati”. Non manca nemmeno l’Ucraina, “perché non si interrompa l’invio di armi”.
Un coro così totalitario da far apparire risibile il peso – e la “responsabilità” – del suo ipotetico antagonista: Giuseppe Conte.
Il quale mostra non solo incertezza assoluta sulle scelte da fare – comunicando ad ore alterne “spiragli di apertura” e richieste di “chiarezza sui nove punti” indicati in una lettera che nessuno ricorda più – ma anche un suo “esercito” mai così smandrappato e pronto a sciogliersi spontaneamente nell’acido.
Fare previsioni sui possibili sviluppi sembra difficile, ma avanzare ipotesi per trovarsi “sul pezzo” davanti agli eventi è pur sempre un obbligo, se si vuole far politica.
Dunque vediamo quali sono gli scenari principali, a oggi.
1) Draghi bis, con “pieni poteri”
Lo stato comatoso di una democrazia parlamentare appare palese alla prima constatazione: Draghi ha presentato le sue dimissioni a Mattarella dopo aver ricevuto un voto di fiducia del Parlamento sulla sua proposta di “decreto aiuti”.
In democrazia, dicono, ci si dimette quando “si finisce sotto”, non quando si ottiene una maggioranza di oltre due terzi...
C’è da segnalare che nella sua comunicazione al consiglio dei ministri quelle dimissioni annunciate non erano accompagnate dalla parola “irrevocabili”, rivelando così indirettamente che c’è un ampio margine perché non diventino effettive.
Mattarella lo ha rinviato ovviamente alle Camere, perché è lì che formalmente un governo deve ricevere il mandato a proseguire (ed anche se Draghi, nelle scorse settimane, ha rivelato un’aspirazione semi-dittatoriale definendo un “inaccettabile commissariamento del governo” la pretesa di vincolare l’invio di armi ad un nuovo voto).
Si sa già – il coro è sterminato – che la maggioranza è ampia e certa. Se si dovessero prendere sul serio le dichiarazioni, insomma, questa crisi sarebbe dovuta al fatto che Draghi considera “venute meno le condizioni politiche” per il solo fatto che una parte dei parlamentari Cinque Stelle – ampiamente falcidiati dalla scissione di Di Maio e da quelle preannunciate della vasta “ala governista” – si è mostrata contrariata dalle sue scelte.
Fosse vero, insomma, dovremmo concluderne che Draghi pretende i “pieni poteri”, ma senza dirlo (come incautamente aveva fatto Salvini nell’estate del Papeete).
In questo scenario, insomma, ci troviamo davanti ad una drammatizzazione pilotata della crisi, il cui primo obiettivo è dissolvere la residua pattuglia grillina, ormai pienamente di fronte alla propria inconsistenza strategica, programmatica e tattica.
Una resa dei conti definitiva con il “populismo” che quasi cinque anni fa aveva stravolto la normalità della “rappresentanza” politica facendo salire al governo due forze piccolo-borghesi espressione del malessere di figure sociali messe sempre più in difficoltà dalla crisi economica e dalle politiche europee.
In questa resa dei conti, ovviamente, c’è dietro l’angolo anche la sostituzione di Salvini come leader ufficiale di una Lega ormai ampiamente ridotta a dimensioni “controllabili” e altrettanto divisa tra vetero-governisti e altrettanto vetero “populisti”.
L’esito – se questa ipotesi è giusta – è la prosecuzione del governo Draghi fino alla scadenza naturale della legislatura, ma senza più mediazioni possibili con le istanze presentate dai singoli “partiti” o gruppi di interesse.
Alle frastornate truppe di Conte non resta che scegliere di che morte morire. Uscire dal governo in pochi, accettando una disapora incontrollabile e riconsegnandosi alla condizione di movimento “vaffanculista” senza più pretese di cambiamento; restarci con l’obbligo al silenzio, fino ad elezioni che ne segnaleranno la scomparsa.
2) Crisi vera, senza paracadute
Il secondo scenario possibile è oggettivamente meno probabile, sulla base dei rapporti di forza nazionali e internazionali, ma potrebbe avere qualche similitudine con analoghe crisi in altri paesi europei.
La Gran Bretagna ha costretto Boris Johnson a lasciare, per ora, almeno la guida dei conservatori e dunque, da qui a pochi mesi, anche quella del governo. In Francia Macron non ha una maggioranza parlamentare per imporre le sue decisioni.
In Spagna Sanchez oscilla quotidianamente tra misure “sociali” (trasporti pubblici gratuiti fino a capodanno, imposta straordinaria su banche e imprese energetiche, 100 euro al mese in più per studenti e borsisti, tetto all’aumento degli affitti, blocco dei licenziamenti per le imprese sussidiate dallo Stato, ecc.) e fedeltà guerrafondaia alla Nato, mandando in fibrillazione l’altra forza di governo (Podemos).
In Germania il governo Scholz si barcamena tra invio di armi a Kiev e contatti semi-segreti con la Russia per non perdere totalmente le forniture di gas.
Ma questo secondo scenario implica diverse cose contemporaneamente.
La prima è che Draghi non sia affatto quel “nonno al servizio delle istituzioni”, responsabile e paterno, oltre che “autorevole sul piano internazionale”. Si dimetterebbe solo per un capriccio (non avere tutti, ma proprio tutti, dalla sua parte, pur avendo un’ampia maggioranza), come non hanno mai fatto neanche i peggiori democristiani.
La seconda è che in questo paese la crisi di sistema è diventata incontrollabile anche in assenza di grandi movimenti di massa (e non ne mancano certo le ragioni...) e soprattutto in assenza di un’opposizione politica agguerrita (la Meloni scimmiotta la parte, ma rigorosamente senza rompere troppo le scatole...).
Ma se è così – e non sapremmo quali elementi possano confermarlo – nessuna soluzione è credibilmente alle viste. E dunque tutte le “catastrofi” elencate dalla massa di “preganti” per Draghi starebbero sul punto di caderci addosso: lo spread a 500 punti, l’inflazione a due cifre (invece che all’8% attuale), il blocco dei prestiti europei del Recovery Fund, la speculazione finanziaria sui titoli di stato, il crollo ulteriore della Borsa, la chiusura di aziende e licenziamenti di massa, il dilagare del Covid-19 (ah, no, quello già dilaga...). Mancano solo le cavallette (apparse anche loro, per ora, ma solo in Sardegna).
Tra 72 ore sapremo qual’è l’ipotesi giusta. Quello che già sappiamo è che per lavoratori, studenti, pensionati, disoccupati, ecc., in entrambi i casi non c’è nulla di buono da aspettarsi. In entrambi i casi bisognerà mobilitarsi perché chi sta “lassù” sia costretto almeno a fare i conti anche con la rabbia popolare, e non solo con gli appetiti dei diversi gruppi di potere.
Perché, oltretutto, siamo al bordo di una guerra che in qualsiasi momento può degenerare in conflitto nucleare. Ed essere governati da criminali con “pieni poteri” o da imbecilli che non sanno che fare non è esattamente un’alternativa da accettare passivamente.
Fonte
01/05/2022
Il Copasir mette sotto pressione i recalcitranti alla guerra
Il Comitato parlamentare di controllo sulla sicurezza della Repubblica (Copasir) sta entrando a gamba tesa in molti dossier legati alla sciagurata scelta di trascinare il nostro paese in guerra.
Il Copasir ha contestato alle aziende a partecipazione pubblica (Eni, Enel, Snam, Terna) troppi tentennamenti nel tagliare i rapporti con Mosca. La mancata “cesura immediata” con le società russe è considerata un atteggiamento incoerente e contraddittorio. Tanto più perché in contraddizione con le indicazioni fornite dal governo. “Queste scelte appaiono infatti discutibili e non possono trovare giustificazione facendo leva su argomenti che richiamano l’autonomia delle imprese o le logiche di mercato”, ha dichiarato in una nota il comitato presieduto dal senatore Adolfo Urso (Fratelli d’Italia).
Di concerto con il Copasir, la Commissione di Vigilanza Rai (quella che istigata dal Pd ha chiesto l’esclusione del prof. Orsini dalle trasmissioni Rai) ha chiesto – e sarebbe il primo caso nella storia della Repubblica – un’audizione congiunta con il Copasir. L’obiettivo è capire, tramite le informazioni in possesso della nostra Intelligence, se gli ospiti russi della tv di Stato si muovano effettivamente come rappresentanti della stampa estera o non siano piuttosto funzionari del governo russo.
Inutile dire che l’autore di tale richiesta di audizione congiunta è Andrea Romano, il deputato Pd e membro della Vigilanza che aveva chiesto la testa del prof. Orsini. Romano viene sostenuto da altri commissari della Vigilanza Rai. Secondo fonti della Commissione Vigilanza, se il Copasir desse il via libera, la seduta potrebbe essere calendarizzata già la prossima settimana, forse in coincidenza con l’audizione dell’amministratore delegato Rai Carlo Fuortes, prevista per il 4 maggio.
Lo stesso Copasir, intende convocare in audizione l’ex premier Giuseppe Conte per le vicende del 2019 quando il capo dei servizi segreti Usa Abrams venne a Roma per una missione “molto riservata”. Appare quasi lapalissiano che la convocazione di Conte abbia molto a che vedere con il pressing verso le sue posizioni contro l’invio di armi in Ucraina decisa dal governo italiano (di cui Conte fa parte, ndr).
Fonte
Il Copasir ha contestato alle aziende a partecipazione pubblica (Eni, Enel, Snam, Terna) troppi tentennamenti nel tagliare i rapporti con Mosca. La mancata “cesura immediata” con le società russe è considerata un atteggiamento incoerente e contraddittorio. Tanto più perché in contraddizione con le indicazioni fornite dal governo. “Queste scelte appaiono infatti discutibili e non possono trovare giustificazione facendo leva su argomenti che richiamano l’autonomia delle imprese o le logiche di mercato”, ha dichiarato in una nota il comitato presieduto dal senatore Adolfo Urso (Fratelli d’Italia).
Di concerto con il Copasir, la Commissione di Vigilanza Rai (quella che istigata dal Pd ha chiesto l’esclusione del prof. Orsini dalle trasmissioni Rai) ha chiesto – e sarebbe il primo caso nella storia della Repubblica – un’audizione congiunta con il Copasir. L’obiettivo è capire, tramite le informazioni in possesso della nostra Intelligence, se gli ospiti russi della tv di Stato si muovano effettivamente come rappresentanti della stampa estera o non siano piuttosto funzionari del governo russo.
Inutile dire che l’autore di tale richiesta di audizione congiunta è Andrea Romano, il deputato Pd e membro della Vigilanza che aveva chiesto la testa del prof. Orsini. Romano viene sostenuto da altri commissari della Vigilanza Rai. Secondo fonti della Commissione Vigilanza, se il Copasir desse il via libera, la seduta potrebbe essere calendarizzata già la prossima settimana, forse in coincidenza con l’audizione dell’amministratore delegato Rai Carlo Fuortes, prevista per il 4 maggio.
Lo stesso Copasir, intende convocare in audizione l’ex premier Giuseppe Conte per le vicende del 2019 quando il capo dei servizi segreti Usa Abrams venne a Roma per una missione “molto riservata”. Appare quasi lapalissiano che la convocazione di Conte abbia molto a che vedere con il pressing verso le sue posizioni contro l’invio di armi in Ucraina decisa dal governo italiano (di cui Conte fa parte, ndr).
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01/04/2022
L’aumento della spesa militare è legge, i grillini facevano finta
Vabbeh, la previsione era stata fin troppo facile... Però stupisce sempre vedere con quanta facilità e velocità si ottenga la verifica. Di questi tempi e con questa classe politica...
Saprete che per qualche ora – due-tre giorni – il Palazzo era stato attraversato da una strana fronda. Il capo politico dei Cinque Stelle ed ex premier di maggioranze disinvolte, nel pieno di una personalissima mini-campagna elettorale per la riconferma nel ruolo, aveva minacciato di non votare l’aumento delle spese militari. Un impegno preso da tutti i paesi europei per sfruttare l’occasione di una guerra alle porte di casa.
Persino il fatto che la Germania – disarmata a prezzo di due guerre mondiali alquanto sanguinose – si riarmi al modico prezzo di 100 miliardi subito era passato quasi sotto silenzio. Anche nei paesi in cui la BundesWehr aveva fatto posare i propri ingombrantissimi scarponi.
Bene. L’avvocato Giuseppe Conte, nel breve giro di ventiquattr’ore è passato da una riunione (presunta) infuocata con Mario Draghi – in cui avrebbe ribadito l’opposizione dei grillini a stanziare subito il 2% del Pil per gli armamenti – a una serena “fiducia” al governo proprio su questo punto.
È bastato, a Draghi, promettere che l’anno in cui quel traguardo di bilancio deve essere completato sarà il 2028, invece che il 2024. Ma nessuno ha capito dov’è che sta scritto…
E quindi il decreto è passato tranquillamente anche al Senato. Il massimo della dissidenza sono state un po’ di assenze ingiustificate, che hanno fatto scendere i “sì” ad appena 214, sui quasi 300 che teoricamente il governo poteva vantare su questo provvedimento (cui anche la presunta opposizione della Meloni era “antagonisticamente” a favore, pur votando tatticamente contro).
Ha tenuto il punto il presidente della Commissione esteri di palazzo Madama, il grillino Vito Petrocelli, che ora sarà probabilmente rimosso proprio dal suo “partito”.
Pinzillacchere a parte, resta il fatto che una vera opposizione parlamentare al riarmo non esiste. E questo nonostante i sondaggi – quasi comico, nella sua spudorata ansia di indurre in errore gli intervistati, quello di Swg per La7: “Lei è in accordo o in disaccordo con la seguente affermazione: Non è giusto che l’Italia aumenti le spese militari al 2% del Pil, ci sono altre vie per difendere gli Stati e le popolazioni” – diano una stragrande maggioranza ai contrari (54% persino in quello così contorto...).
Un sentiment popolare che evidentemente ha fatto pensare ai grillini che magari ci poteva essere uno spazio per giocare nuovamente in proprio e guadagnarsi qualche riconferma di consenso in vista del marzo 2023, quando i sogni di gloria e le percentuali del 2018 (33%) saranno solo un doloso ricordo.
Ma la forza dei “vincoli internazionali” – Unione Europea per le politiche economiche, Nato per quelle geostrategiche – è enormemente superiore alle fragili soggettività “scese in politica” sull’onda della crisi della “Seconda Repubblica”. E dunque tutto si è risolto in un ruttino di contrarietà...
Resta il fatto che la stragrande maggioranza della popolazione è contraria all’aumento della spesa militare, ben sapendo che – con i vincoli di bilancio ancora intatti – ogni euro che andrà in cannoni sarà tolto a sanità, scuola, pensioni, ricerca, ecc.
Questa maggioranza è uno spazio politico enorme. Decisamente eccedente le forze organizzate che sono contro la guerra ma fuori del Palazzo. Forse non saremo nell’immediato in grado di far cadere il “governo della guerra, del freddo e della fame”, ma è l’unica cosa sensata che si possa fare in mezzo a questa follia.
Siamo qui per provare a ridurre questo scarto. Cominciamo domenica, con l’assemblea che prova a dare un profilo europeo al movimento contro la guerra.
Fonte
Saprete che per qualche ora – due-tre giorni – il Palazzo era stato attraversato da una strana fronda. Il capo politico dei Cinque Stelle ed ex premier di maggioranze disinvolte, nel pieno di una personalissima mini-campagna elettorale per la riconferma nel ruolo, aveva minacciato di non votare l’aumento delle spese militari. Un impegno preso da tutti i paesi europei per sfruttare l’occasione di una guerra alle porte di casa.
Persino il fatto che la Germania – disarmata a prezzo di due guerre mondiali alquanto sanguinose – si riarmi al modico prezzo di 100 miliardi subito era passato quasi sotto silenzio. Anche nei paesi in cui la BundesWehr aveva fatto posare i propri ingombrantissimi scarponi.
Bene. L’avvocato Giuseppe Conte, nel breve giro di ventiquattr’ore è passato da una riunione (presunta) infuocata con Mario Draghi – in cui avrebbe ribadito l’opposizione dei grillini a stanziare subito il 2% del Pil per gli armamenti – a una serena “fiducia” al governo proprio su questo punto.
È bastato, a Draghi, promettere che l’anno in cui quel traguardo di bilancio deve essere completato sarà il 2028, invece che il 2024. Ma nessuno ha capito dov’è che sta scritto…
E quindi il decreto è passato tranquillamente anche al Senato. Il massimo della dissidenza sono state un po’ di assenze ingiustificate, che hanno fatto scendere i “sì” ad appena 214, sui quasi 300 che teoricamente il governo poteva vantare su questo provvedimento (cui anche la presunta opposizione della Meloni era “antagonisticamente” a favore, pur votando tatticamente contro).
Ha tenuto il punto il presidente della Commissione esteri di palazzo Madama, il grillino Vito Petrocelli, che ora sarà probabilmente rimosso proprio dal suo “partito”.
Pinzillacchere a parte, resta il fatto che una vera opposizione parlamentare al riarmo non esiste. E questo nonostante i sondaggi – quasi comico, nella sua spudorata ansia di indurre in errore gli intervistati, quello di Swg per La7: “Lei è in accordo o in disaccordo con la seguente affermazione: Non è giusto che l’Italia aumenti le spese militari al 2% del Pil, ci sono altre vie per difendere gli Stati e le popolazioni” – diano una stragrande maggioranza ai contrari (54% persino in quello così contorto...).
Un sentiment popolare che evidentemente ha fatto pensare ai grillini che magari ci poteva essere uno spazio per giocare nuovamente in proprio e guadagnarsi qualche riconferma di consenso in vista del marzo 2023, quando i sogni di gloria e le percentuali del 2018 (33%) saranno solo un doloso ricordo.
Ma la forza dei “vincoli internazionali” – Unione Europea per le politiche economiche, Nato per quelle geostrategiche – è enormemente superiore alle fragili soggettività “scese in politica” sull’onda della crisi della “Seconda Repubblica”. E dunque tutto si è risolto in un ruttino di contrarietà...
Resta il fatto che la stragrande maggioranza della popolazione è contraria all’aumento della spesa militare, ben sapendo che – con i vincoli di bilancio ancora intatti – ogni euro che andrà in cannoni sarà tolto a sanità, scuola, pensioni, ricerca, ecc.
Questa maggioranza è uno spazio politico enorme. Decisamente eccedente le forze organizzate che sono contro la guerra ma fuori del Palazzo. Forse non saremo nell’immediato in grado di far cadere il “governo della guerra, del freddo e della fame”, ma è l’unica cosa sensata che si possa fare in mezzo a questa follia.
Siamo qui per provare a ridurre questo scarto. Cominciamo domenica, con l’assemblea che prova a dare un profilo europeo al movimento contro la guerra.
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29/03/2022
La maggioranza di governo fibrilla sull’aumento delle spese militari
L’aumento delle spese militari fino al 2 per cento del Pil, opportunamente a nostro avviso, sta agitando da giorni la maggioranza del governo di Mario Draghi.
Nel Movimento 5 stelle cresce l’opposizione a questa misura dal sapore guerrafondaio ed emergono dubbi anche nella Lega.
Pesa anche il discorso piuttosto esplicito del Papa che ha parlato di “vergogna per quei paesi che stanno decidendo di aumentare le spese militari” riferendosi, pur senza esplicitarlo, ai paesi dell’Unione Europea.
Il provvedimento va votato martedi al Senato e sono già in corso le grandi manovre di Palazzo Chigi per evitare rischi. E’ prevista oggi una riunione online tra il ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà e i gruppi parlamentari delle commissioni Esteri e Difesa impegnate sul decreto Ucraina per provare a raggiungere un’intesa. Un aumento della spesa in ambito militare (già oggi a quasi all’1,6 per cento del Pil) è infatti quanto previsto d’intesa con la Nato.
Alla Camera, la scorsa settimana, era stato votato da tutta la maggioranza, più Fratelli d’Italia, un ordine del giorno al decreto Ucraina che impegnava appunto il governo ad aumentare le spese per la difesa.
Conte, che in queste ore sta affrontando una nuova votazione da parte degli iscritti al Movimento per confermare la sua leadership, ha però ribadito la sua netta contrarietà. “La mia posizione e quella del M5s è contraria all’incremento massiccio delle spese militari in questo contesto e a carico del bilancio statale”. Conte si è detto pronto a confrontarsi con Draghi nei prossimi giorni, in sede governativa e parlamentare. “Questo governo di unità nazionale – ha spiegato – è nato con un patto per contrastare l’emergenza economica e sociale, e ora energetica, e per attuare Pnrr. Se oggi qualche forza politica o del governo vuole aggiungere a questo patto l’incremento delle spese militari sarebbe un elemento nuovo, e il governo dovrebbe ascoltarci” perché “se il governo ci mette davanti a un fatto compiuto farebbe una forzatura”.
Conte ha precisato che il M5s “non pensa assolutamente in questo momento a una crisi di governo” ma che l’esecutivo “ci deve ascoltare o si dovrà assumere la responsabilità di mettere in fibrillazione” la maggioranza.
Freddezza anche da parte della Lega. “Stiamo entrando nel secondo mese di conflitto in Ucraina. Ci sono uomini di Stato e di governo che parlano con troppa facilità di utilizzo di armi, bombe e missili, dall’altra parte dell’oceano addirittura di nucleare”, ha dichiarato Salvini. Ma si segnalano anche posizioni diverse nella Lega con il capogruppo leghista al Senato, Massimiliano Romeo, il quale afferma che il Carroccio è pronto a votare l’odg presentato da Fratelli d’Italia al Senato, che in sostanza ribadisce l’impegno di portare la spesa militare al 2% del Pil.
Ma anche svicolando sul voto sul Decreto Ucraina, il problema si ripresenterà tra poco quando la maggioranza potrebbe spaccarsi a inizio aprile quando dovrà essere approvata la risoluzione al Documento di economia e finanza (Def), che il governo punta a varare entro giovedì. Sarà nel Def che il governo dovrà mettere nero su bianco il pesante aumento delle spese militari, con 12 miliardi in più all’anno da raggiungere entro il 2024.
Fonte
Nel Movimento 5 stelle cresce l’opposizione a questa misura dal sapore guerrafondaio ed emergono dubbi anche nella Lega.
Pesa anche il discorso piuttosto esplicito del Papa che ha parlato di “vergogna per quei paesi che stanno decidendo di aumentare le spese militari” riferendosi, pur senza esplicitarlo, ai paesi dell’Unione Europea.
Il provvedimento va votato martedi al Senato e sono già in corso le grandi manovre di Palazzo Chigi per evitare rischi. E’ prevista oggi una riunione online tra il ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà e i gruppi parlamentari delle commissioni Esteri e Difesa impegnate sul decreto Ucraina per provare a raggiungere un’intesa. Un aumento della spesa in ambito militare (già oggi a quasi all’1,6 per cento del Pil) è infatti quanto previsto d’intesa con la Nato.
Alla Camera, la scorsa settimana, era stato votato da tutta la maggioranza, più Fratelli d’Italia, un ordine del giorno al decreto Ucraina che impegnava appunto il governo ad aumentare le spese per la difesa.
Conte, che in queste ore sta affrontando una nuova votazione da parte degli iscritti al Movimento per confermare la sua leadership, ha però ribadito la sua netta contrarietà. “La mia posizione e quella del M5s è contraria all’incremento massiccio delle spese militari in questo contesto e a carico del bilancio statale”. Conte si è detto pronto a confrontarsi con Draghi nei prossimi giorni, in sede governativa e parlamentare. “Questo governo di unità nazionale – ha spiegato – è nato con un patto per contrastare l’emergenza economica e sociale, e ora energetica, e per attuare Pnrr. Se oggi qualche forza politica o del governo vuole aggiungere a questo patto l’incremento delle spese militari sarebbe un elemento nuovo, e il governo dovrebbe ascoltarci” perché “se il governo ci mette davanti a un fatto compiuto farebbe una forzatura”.
Conte ha precisato che il M5s “non pensa assolutamente in questo momento a una crisi di governo” ma che l’esecutivo “ci deve ascoltare o si dovrà assumere la responsabilità di mettere in fibrillazione” la maggioranza.
Freddezza anche da parte della Lega. “Stiamo entrando nel secondo mese di conflitto in Ucraina. Ci sono uomini di Stato e di governo che parlano con troppa facilità di utilizzo di armi, bombe e missili, dall’altra parte dell’oceano addirittura di nucleare”, ha dichiarato Salvini. Ma si segnalano anche posizioni diverse nella Lega con il capogruppo leghista al Senato, Massimiliano Romeo, il quale afferma che il Carroccio è pronto a votare l’odg presentato da Fratelli d’Italia al Senato, che in sostanza ribadisce l’impegno di portare la spesa militare al 2% del Pil.
Ma anche svicolando sul voto sul Decreto Ucraina, il problema si ripresenterà tra poco quando la maggioranza potrebbe spaccarsi a inizio aprile quando dovrà essere approvata la risoluzione al Documento di economia e finanza (Def), che il governo punta a varare entro giovedì. Sarà nel Def che il governo dovrà mettere nero su bianco il pesante aumento delle spese militari, con 12 miliardi in più all’anno da raggiungere entro il 2024.
Fonte
23/06/2021
La crisi senza fine dei Cinque Stelle
Per il movimento che aveva trionfalmente interpretato il malessere della popolazione italiana nell’ultimo decennio, fino a raccogliere quel 32% nel 2018, partito più rappresentato in Parlamento, i travagli non finiscono più. Nonostante la benevolenza dell’omonimo direttore...
Dopo aver seminato per strada decine di parlamentari e decine di punti nei sondaggi, ora è il momento dello scontro tra il fondatore-padrone sopravvissuto e l’aspirante salvatore-rifondatore delle stelle. Al secolo Giuseppe Conte.
Oggetto ufficiale del contendere è “lo Statuto”, quel patto privato tra aderenti che definisce il “come si sta insieme”, la logica e la proporzione della distribuzione delle cariche, le regole con cui si prendono le decisioni, ecc.
Su questo fronte, molti tabù sono caduti nel corso del (breve) tempo. Dopo aver mandato giù di tutto sul piano programmatico pur di andare e restare al governo con tutte le combinazioni possibili (con la Lega, con il Pd, con tutti e due contemporaneamente), anche sul piano “statutario” parecchi paletti sono stati travolti.
A cominciare dalla un tempo intoccabile “piattaforma” Rousseau, asset personale dell’altro fondatore, Gianroberto Casaleggio, prematuramente scomparso e poi finita sotto la gestione del figlio Andrea.
La piattaforma incarnava macchinalmente l’idea più astratta e liberale di “democrazia”: quella dove – astrattamente – “uno vale uno”, l’opinione di chiunque ha diritto di competere alla formazione della decisione collettiva, dove le “riunioni” sono sostituite da un dibattito perenne di tutti con tutti fino alla formazione di una decisione inevitabilmente o maggioritaria (e quindi “divisiva”), oppure consensuale (e quindi inefficace, perché una qualsiasi soluzione dipende dalla natura del problema, non dall’accordo o meno tra gli attori).
Così è stato anche per la quota di stipendio parlamentare da dedicare alle varie iniziative promosse dal movimento (a partire dal finanziamento della piattaforma), ormai argomento usato solo per giustificare le espulsioni.
Di tutte le corbellerie astratte contenute nello “statuto” è rimasto in pratica solo il “vincolo dei due mandati”, ossia il divieto di ricoprire più di due volte un ruolo da eletto.
Divieto più teorico che reale (Virginia Raggi, per esempio, si candida di nuovo a sindaco di Roma pur avendo già alle sulle due consiliature, una da consigliera e un’altra da sindaco), e sempre sul punto di essere abbandonato. Se non altro per salvare la carriera di Luigi Di Maio e qualche altro ministro-parlamentare che al prossimo giro sarebbe altrimenti costretto a tornare a casa.
Proprio il vincolo dei due mandati sarebbe però il nocciolo del contendere tra i “due Giuseppi”, che nasconde però quello ben più consistente su chi debba essere il vero “capo politico” nel futuro dei Cinque Stelle. Il “Garante” attuale (lo stesso Grillo) oppure il “capo del movimento” (ossia Conte)?
Come si faceva nei “vecchi” partiti, Grillo sarebbe arrivato a minacciare di non rendere più disponibile il simbolo, che è di sua proprietà. E, senza simbolo e senza Grillo, l’attrattività di un movimento “diverso” sarebbe parecchio minore.
Vedremo, ma intanto i pezzi già persi cercano altre (non sempre convincenti) coperture. Tipo l’ex pm Ingroia, che acquisisce alcuni parlamentari ex M5S ora nel Gruppo Misto per dare corpo al suo movimento altrimenti extraparlamentare. Animati di migliori intenzioni altri deputati e senatori hanno dato vita al gruppo parlamentare “L’Alternativa c’è”.
Ma a cosa dovrebbe servire, nell’Italia dei prossimi anni, il Movimento Cinque Stelle? Cosa propone? Quali cambiamenti, se non altro, promette?
Quelli dello scorso decennio? Non ne hanno realizzato neanche uno, nei tre anni (e tre governi). E anche l’unico che somigliava alle loro bandiere – il reddito di cittadinanza – è arrivato in porto con tali e tante limitazioni da poter essere considerato una versione annacquata di un vino comunque scarso. Ma anche quel poco – Confindustria, Draghi, Lega, Pd – intendono azzerarlo. Con il voto degli stessi pentastellati...
Siamo probabilmente alle battute conclusive di un progetto politico che ha segnato un’epoca molto breve mettendo insieme diverse illusioni e idee balzane. Ma apparentemente “di buon senso”.
Vogliamo ricordare l’idea che “legalità e onestà” fossero la chiave per cambiare il Paese. Quando è evidente che la “legalità” è solo la legge che c’è, non la tavola dei dieci comandamenti. E leggi sbagliate producono ingiustizie e distorsioni. E che, per cambiare una realtà infame, bisogna cambiare le leggi, ossia colpire interessi di qualcuno per imporre quelli di qualcun altro.
Ma è definitivamente in crisi anche l’idea – che sembrava geniale – per cui “uno vale uno”. Che è ovviamente sacrosanta quando si tratta di votare, ma che non esiste quando si tratta di elaborare una soluzione efficace a un qualsiasi problema reale.
Quando si sta male si consulta un medico, possibilmente bravo. Del parere di un passante non sappiamo che farcene. Se dobbiamo affrontare una causa, vogliamo un avvocato esperto (proporzionalmente alle dimensioni del nostro portafoglio). Se ci piove in testa cerchiamo una squadra di muratori esperta, possibilmente non troppo cara.
Si può andare avanti all’infinito, con gli esempi, ma il concetto della capacità vale anche in politica. Ossia in quell’”arte” consistente nel governare una comunità più o meno grande (e maggiori sono le dimensioni, più capacità serve).
Quel concetto – “uno vale uno” – è la sintesi del pensiero liberale, traduzione politica della pretesa “solitudine autosufficiente” del consumatore/produttore “sul mercato”. Robinsonate, avrebbe detto Marx o chiunque altro con un briciolo di senso del reale.
I Cinque Stelle hanno portato nelle istituzioni una consistente mandria di inesperti, absolute beginners magari molto volenterosi e di buone intenzioni. Ma sono stati tritati come noccioline tra gli elefanti.
Non ne sentiremo la mancanza, se non per un fatto oggettivo molto importante: quel bisogno di una politica estranea ed ostile all’establishment, che hanno interpretato in modo goffo e squinternato, sta ancora lì.
Anzi, è più forte di prima. Anche se più incerto e diffidente, dopo l’ennesima delusione. Ma guai a pensare di interpretarlo riproponendo anche solo un briciolo di quel pattume ideologico liberale ormai destinato alla scomparsa.
A partire dal fatto che è lo scopo, con le pratiche che ne derivano nei diversi momenti, a tenere insieme una comunità politica qualsiasi; non certo un insieme di regole pensate prima di passare all’azione...
Se di qualcosa bisogna ringraziare – paradossalmente – i “grillini” è proprio di aver fornito una dimostrazione empirica di questa eterna legge della politica.
Fonte
Dopo aver seminato per strada decine di parlamentari e decine di punti nei sondaggi, ora è il momento dello scontro tra il fondatore-padrone sopravvissuto e l’aspirante salvatore-rifondatore delle stelle. Al secolo Giuseppe Conte.
Oggetto ufficiale del contendere è “lo Statuto”, quel patto privato tra aderenti che definisce il “come si sta insieme”, la logica e la proporzione della distribuzione delle cariche, le regole con cui si prendono le decisioni, ecc.
Su questo fronte, molti tabù sono caduti nel corso del (breve) tempo. Dopo aver mandato giù di tutto sul piano programmatico pur di andare e restare al governo con tutte le combinazioni possibili (con la Lega, con il Pd, con tutti e due contemporaneamente), anche sul piano “statutario” parecchi paletti sono stati travolti.
A cominciare dalla un tempo intoccabile “piattaforma” Rousseau, asset personale dell’altro fondatore, Gianroberto Casaleggio, prematuramente scomparso e poi finita sotto la gestione del figlio Andrea.
La piattaforma incarnava macchinalmente l’idea più astratta e liberale di “democrazia”: quella dove – astrattamente – “uno vale uno”, l’opinione di chiunque ha diritto di competere alla formazione della decisione collettiva, dove le “riunioni” sono sostituite da un dibattito perenne di tutti con tutti fino alla formazione di una decisione inevitabilmente o maggioritaria (e quindi “divisiva”), oppure consensuale (e quindi inefficace, perché una qualsiasi soluzione dipende dalla natura del problema, non dall’accordo o meno tra gli attori).
Così è stato anche per la quota di stipendio parlamentare da dedicare alle varie iniziative promosse dal movimento (a partire dal finanziamento della piattaforma), ormai argomento usato solo per giustificare le espulsioni.
Di tutte le corbellerie astratte contenute nello “statuto” è rimasto in pratica solo il “vincolo dei due mandati”, ossia il divieto di ricoprire più di due volte un ruolo da eletto.
Divieto più teorico che reale (Virginia Raggi, per esempio, si candida di nuovo a sindaco di Roma pur avendo già alle sulle due consiliature, una da consigliera e un’altra da sindaco), e sempre sul punto di essere abbandonato. Se non altro per salvare la carriera di Luigi Di Maio e qualche altro ministro-parlamentare che al prossimo giro sarebbe altrimenti costretto a tornare a casa.
Proprio il vincolo dei due mandati sarebbe però il nocciolo del contendere tra i “due Giuseppi”, che nasconde però quello ben più consistente su chi debba essere il vero “capo politico” nel futuro dei Cinque Stelle. Il “Garante” attuale (lo stesso Grillo) oppure il “capo del movimento” (ossia Conte)?
Come si faceva nei “vecchi” partiti, Grillo sarebbe arrivato a minacciare di non rendere più disponibile il simbolo, che è di sua proprietà. E, senza simbolo e senza Grillo, l’attrattività di un movimento “diverso” sarebbe parecchio minore.
Vedremo, ma intanto i pezzi già persi cercano altre (non sempre convincenti) coperture. Tipo l’ex pm Ingroia, che acquisisce alcuni parlamentari ex M5S ora nel Gruppo Misto per dare corpo al suo movimento altrimenti extraparlamentare. Animati di migliori intenzioni altri deputati e senatori hanno dato vita al gruppo parlamentare “L’Alternativa c’è”.
Ma a cosa dovrebbe servire, nell’Italia dei prossimi anni, il Movimento Cinque Stelle? Cosa propone? Quali cambiamenti, se non altro, promette?
Quelli dello scorso decennio? Non ne hanno realizzato neanche uno, nei tre anni (e tre governi). E anche l’unico che somigliava alle loro bandiere – il reddito di cittadinanza – è arrivato in porto con tali e tante limitazioni da poter essere considerato una versione annacquata di un vino comunque scarso. Ma anche quel poco – Confindustria, Draghi, Lega, Pd – intendono azzerarlo. Con il voto degli stessi pentastellati...
Siamo probabilmente alle battute conclusive di un progetto politico che ha segnato un’epoca molto breve mettendo insieme diverse illusioni e idee balzane. Ma apparentemente “di buon senso”.
Vogliamo ricordare l’idea che “legalità e onestà” fossero la chiave per cambiare il Paese. Quando è evidente che la “legalità” è solo la legge che c’è, non la tavola dei dieci comandamenti. E leggi sbagliate producono ingiustizie e distorsioni. E che, per cambiare una realtà infame, bisogna cambiare le leggi, ossia colpire interessi di qualcuno per imporre quelli di qualcun altro.
Ma è definitivamente in crisi anche l’idea – che sembrava geniale – per cui “uno vale uno”. Che è ovviamente sacrosanta quando si tratta di votare, ma che non esiste quando si tratta di elaborare una soluzione efficace a un qualsiasi problema reale.
Quando si sta male si consulta un medico, possibilmente bravo. Del parere di un passante non sappiamo che farcene. Se dobbiamo affrontare una causa, vogliamo un avvocato esperto (proporzionalmente alle dimensioni del nostro portafoglio). Se ci piove in testa cerchiamo una squadra di muratori esperta, possibilmente non troppo cara.
Si può andare avanti all’infinito, con gli esempi, ma il concetto della capacità vale anche in politica. Ossia in quell’”arte” consistente nel governare una comunità più o meno grande (e maggiori sono le dimensioni, più capacità serve).
Quel concetto – “uno vale uno” – è la sintesi del pensiero liberale, traduzione politica della pretesa “solitudine autosufficiente” del consumatore/produttore “sul mercato”. Robinsonate, avrebbe detto Marx o chiunque altro con un briciolo di senso del reale.
I Cinque Stelle hanno portato nelle istituzioni una consistente mandria di inesperti, absolute beginners magari molto volenterosi e di buone intenzioni. Ma sono stati tritati come noccioline tra gli elefanti.
Non ne sentiremo la mancanza, se non per un fatto oggettivo molto importante: quel bisogno di una politica estranea ed ostile all’establishment, che hanno interpretato in modo goffo e squinternato, sta ancora lì.
Anzi, è più forte di prima. Anche se più incerto e diffidente, dopo l’ennesima delusione. Ma guai a pensare di interpretarlo riproponendo anche solo un briciolo di quel pattume ideologico liberale ormai destinato alla scomparsa.
A partire dal fatto che è lo scopo, con le pratiche che ne derivano nei diversi momenti, a tenere insieme una comunità politica qualsiasi; non certo un insieme di regole pensate prima di passare all’azione...
Se di qualcosa bisogna ringraziare – paradossalmente – i “grillini” è proprio di aver fornito una dimostrazione empirica di questa eterna legge della politica.
Fonte
03/04/2021
Il "nuovo" M5S di Giuseppe Conte
Il discorso di Conte, esordiente leader politico di ciò che resta del Movimento 5 Stelle, suona come un commiato.
Il Movimento è morto, ma dovete essere orgogliosi di quelle leggi che siete riusciti ad ottenere, pur con tanti errori e ingenuità.
Questo il succo.
“Non è un’operazione di restyling o marketing politico, ma un’opera coraggiosa di rigenerazione, senza rinnegare il passato”.
Praticamente ammette che è un’operazione di “mercato” per cercare di recuperare consenso capitalizzando la ‘popolarità’ della sua persona, prima che gli italiani, stretti tra la campagna di vaccinazioni che procede a passo di lumaca e lockdown cromatici con puntate a Ibiza per i ricchi, possano ricordarlo soltanto come l’uomo dei temuti confusi DPCM serviti a cena.
Forse sperava di essere rimpianto, paragonato ad un governo Draghi “lacrime e sangue”, (che comunque convintamente sostiene), forse pensava che il “governo dei migliori” si sarebbe distinto per la discontinuità con la sua paternalistica, ma simpatica, raffazzonata gestione.
Ma chi ha guidato, male, la gestione dell’emergenza è destinato, comunque, ad essere associato, nella recente memoria collettiva, al dolore, alla privazione, ad un periodo drammatico.
Forse la narrazione storica un giorno sarà più clemente, ma oggi no.
Il Movimento 5 Stelle cerca in Conte, il moderato liberale, un nuovo volto, non un riscatto, per poter restare al potere, pur avendo perduto la sua funzione di anticasta, di controllo del potere, di denuncia, di calmiere della giusta rivendicazione dei diritti, attraverso la partecipazione diretta del cittadino medio alle scelte politiche, in un percorso di rivoluzione culturale gentile.
Il Movimento 5 Stelle aveva avvicinato moltissimi cittadini alla politica, è vero e bisogna dargliene atto.
Dopo il vuoto lasciato dalla criminalizzazione della protesta dei movimenti degli anni '70, decimati dalla strategia della tensione, dalle stragi di Stato, il 5 Stelle è stato il primo movimento politico di massa dopo il '78 che è riuscito a risvegliare la speranza che un soggetto politico potesse davvero cambiare il sistema entrando nel sistema.
E il cittadino è comunque diventato più vigile, più attento al comportamento dei suoi portavoce (così si chiamano gli eletti pentastellati), che non sarebbero dovuti diventare professionisti della politica: due mandati e a casa.
Incompetenti? No. Perché si sarebbero avvalsi dell’intelligenza collettiva, della democrazia diretta partecipata, delle possibilità della “rete”.
Una visione forse troppo ingenua, priva di una struttura territoriale, ma soprattutto, rinnegando le ideologie, priva di una coscienza storica e socioeconomica, culturale.
Priva della coscienza di classe.
Ed è proprio questo che manca nel discorso dai toni democristiani di Conte, che dimostra una totale estraneità alla storia e ai principi fondanti del Movimento 5 Stelle, che non ha mai abbracciato né vissuto come invece ha fatto la famigerata base, attivisti volontari sul territorio, che hanno speso con entusiasmo 10 anni della loro vita dedicando tempo, competenze, sacrificando spesso affetti e lavoro, finanziando iniziative e campagne elettorali.
I grandi assenti sono proprio loro: la base degli attivisti, che aveva chiesto, tramite gli Stati Generali, il riconoscimento dei gruppi territoriali.
Segue una triste passerella di parlamentari dediti allo sperticato elogio, per ingraziarsi il nuovo capo ed ottenere la prossima candidatura o un incarico che li sistemi a vita.
E nella miseria dialettica di astrusi proclami di “contaminazione gentile, ma spietata” spicca un altro assente: l’autocritica.
Se non si parte da una sana e spietata autocritica, senza sconti, come si può rifondare e rigenerare un soggetto politico che in pochi anni ha visto trasformare il 33% in numeri da prefisso telefonico?
Solo contando sulla presunta popolarità di Conte, che “stranamente” i sondaggi pubblicizzati dai media mainstream danno oggi al 20%?
Chiuso il siparietto dello lo spettacolo pubblico, ora si parlerà seriamente di soldi, nomine e candidature, ma in segreto, senza streaming.
Conte invoca il principio dell’onestà.
Onestà? Termine semanticamente vuoto di contenuti.
Come può Conte parlare di lotta alla mafia, supportando un governo insieme a Forza Italia, che ha quale sottosegretario alla giustizia l’avvocato di Berlusconi?
Come può avallare lo smantellamento dell’ergastolo ostativo?
Come può pontificare di legalità e approvare il governo dei condoni?
In nome di quale lotta alle disuguaglianze avalla il governo di Confindustria e dell’élite finanziaria, che aumenta le spese militari, che attua il piano Colao, che si piega ai dettami europei e della Nato, che addirittura sdogana la privatizzazione della scuola permettendo la contemporaneità di più corsi di laurea?
Come può essere credibile un Conte versione ‘green’, se la sua maggioranza avalla l’aumento dei limiti massimi dell’inquinamento elettromagnetico e, lungi dall’interesse dei cittadini vessati e disperati per un anno di lockdown, focalizza le priorità sulla cosiddetta transizione ecologica e la digitalizzazione (naturalmente in 5G)?
Conte sta al Movimento 5 Stelle delle origini come il PD sta al PCI di Togliatti e Ingrao.
Lavorerà con Letta ad una coalizione di blando centrosinistra, un nuovo Ulivo OGM, con l’obiettivo di ripristinare il falso bipolarismo destra/sinistra, magari con l’aiuto delle solite sardine, per eliminare definitivamente l’anomalia di sistema rappresentata, breve meteora, dal Movimento 5 Stelle.
Conte supporta Draghi e siede con Salvini, Renzi e Berlusconi.
È l’uomo per tutte le alleanze, il moderato liberale che traghetterà un movimento ormai disfunzionale ad un partito di cui nessuno sentiva la necessità nel quadro parlamentare italiano.
Tranne i cosiddetti “miracolati” che di tornare a casa, dopo aver gustato i privilegi della famigerata casta, non hanno più voglia.
Ultimo dubbio: le famose restituzioni dagli stipendi dei parlamentari 5 Stelle, che fine faranno?
Al momento giacciono in un conto corrente più di 6 milioni e mezzo non destinati.
Serviranno per finanziare il nuovo partito di Conte?
E, in questo caso, i soldi versati dai parlamentari espulsi perché non hanno votato la fiducia a Draghi, saranno estrapolati e restituiti?
Per concludere bastano le parole di Gianfranco Rotondi: “Conte è un mio amico e resta mio amico nel senso democristiano del termine. Tutti abbiamo praticato l’opportunismo della collocazione politica più conveniente. In questo momento Conte si prende un partito forte e se lo intesta. Poi magari ci rivediamo in centro”.
Fonte
Il Movimento è morto, ma dovete essere orgogliosi di quelle leggi che siete riusciti ad ottenere, pur con tanti errori e ingenuità.
Questo il succo.
“Non è un’operazione di restyling o marketing politico, ma un’opera coraggiosa di rigenerazione, senza rinnegare il passato”.
Praticamente ammette che è un’operazione di “mercato” per cercare di recuperare consenso capitalizzando la ‘popolarità’ della sua persona, prima che gli italiani, stretti tra la campagna di vaccinazioni che procede a passo di lumaca e lockdown cromatici con puntate a Ibiza per i ricchi, possano ricordarlo soltanto come l’uomo dei temuti confusi DPCM serviti a cena.
Forse sperava di essere rimpianto, paragonato ad un governo Draghi “lacrime e sangue”, (che comunque convintamente sostiene), forse pensava che il “governo dei migliori” si sarebbe distinto per la discontinuità con la sua paternalistica, ma simpatica, raffazzonata gestione.
Ma chi ha guidato, male, la gestione dell’emergenza è destinato, comunque, ad essere associato, nella recente memoria collettiva, al dolore, alla privazione, ad un periodo drammatico.
Forse la narrazione storica un giorno sarà più clemente, ma oggi no.
Il Movimento 5 Stelle cerca in Conte, il moderato liberale, un nuovo volto, non un riscatto, per poter restare al potere, pur avendo perduto la sua funzione di anticasta, di controllo del potere, di denuncia, di calmiere della giusta rivendicazione dei diritti, attraverso la partecipazione diretta del cittadino medio alle scelte politiche, in un percorso di rivoluzione culturale gentile.
Il Movimento 5 Stelle aveva avvicinato moltissimi cittadini alla politica, è vero e bisogna dargliene atto.
Dopo il vuoto lasciato dalla criminalizzazione della protesta dei movimenti degli anni '70, decimati dalla strategia della tensione, dalle stragi di Stato, il 5 Stelle è stato il primo movimento politico di massa dopo il '78 che è riuscito a risvegliare la speranza che un soggetto politico potesse davvero cambiare il sistema entrando nel sistema.
E il cittadino è comunque diventato più vigile, più attento al comportamento dei suoi portavoce (così si chiamano gli eletti pentastellati), che non sarebbero dovuti diventare professionisti della politica: due mandati e a casa.
Incompetenti? No. Perché si sarebbero avvalsi dell’intelligenza collettiva, della democrazia diretta partecipata, delle possibilità della “rete”.
Una visione forse troppo ingenua, priva di una struttura territoriale, ma soprattutto, rinnegando le ideologie, priva di una coscienza storica e socioeconomica, culturale.
Priva della coscienza di classe.
Ed è proprio questo che manca nel discorso dai toni democristiani di Conte, che dimostra una totale estraneità alla storia e ai principi fondanti del Movimento 5 Stelle, che non ha mai abbracciato né vissuto come invece ha fatto la famigerata base, attivisti volontari sul territorio, che hanno speso con entusiasmo 10 anni della loro vita dedicando tempo, competenze, sacrificando spesso affetti e lavoro, finanziando iniziative e campagne elettorali.
I grandi assenti sono proprio loro: la base degli attivisti, che aveva chiesto, tramite gli Stati Generali, il riconoscimento dei gruppi territoriali.
Segue una triste passerella di parlamentari dediti allo sperticato elogio, per ingraziarsi il nuovo capo ed ottenere la prossima candidatura o un incarico che li sistemi a vita.
E nella miseria dialettica di astrusi proclami di “contaminazione gentile, ma spietata” spicca un altro assente: l’autocritica.
Se non si parte da una sana e spietata autocritica, senza sconti, come si può rifondare e rigenerare un soggetto politico che in pochi anni ha visto trasformare il 33% in numeri da prefisso telefonico?
Solo contando sulla presunta popolarità di Conte, che “stranamente” i sondaggi pubblicizzati dai media mainstream danno oggi al 20%?
Chiuso il siparietto dello lo spettacolo pubblico, ora si parlerà seriamente di soldi, nomine e candidature, ma in segreto, senza streaming.
Conte invoca il principio dell’onestà.
Onestà? Termine semanticamente vuoto di contenuti.
Come può Conte parlare di lotta alla mafia, supportando un governo insieme a Forza Italia, che ha quale sottosegretario alla giustizia l’avvocato di Berlusconi?
Come può avallare lo smantellamento dell’ergastolo ostativo?
Come può pontificare di legalità e approvare il governo dei condoni?
In nome di quale lotta alle disuguaglianze avalla il governo di Confindustria e dell’élite finanziaria, che aumenta le spese militari, che attua il piano Colao, che si piega ai dettami europei e della Nato, che addirittura sdogana la privatizzazione della scuola permettendo la contemporaneità di più corsi di laurea?
Come può essere credibile un Conte versione ‘green’, se la sua maggioranza avalla l’aumento dei limiti massimi dell’inquinamento elettromagnetico e, lungi dall’interesse dei cittadini vessati e disperati per un anno di lockdown, focalizza le priorità sulla cosiddetta transizione ecologica e la digitalizzazione (naturalmente in 5G)?
Conte sta al Movimento 5 Stelle delle origini come il PD sta al PCI di Togliatti e Ingrao.
Lavorerà con Letta ad una coalizione di blando centrosinistra, un nuovo Ulivo OGM, con l’obiettivo di ripristinare il falso bipolarismo destra/sinistra, magari con l’aiuto delle solite sardine, per eliminare definitivamente l’anomalia di sistema rappresentata, breve meteora, dal Movimento 5 Stelle.
Conte supporta Draghi e siede con Salvini, Renzi e Berlusconi.
È l’uomo per tutte le alleanze, il moderato liberale che traghetterà un movimento ormai disfunzionale ad un partito di cui nessuno sentiva la necessità nel quadro parlamentare italiano.
Tranne i cosiddetti “miracolati” che di tornare a casa, dopo aver gustato i privilegi della famigerata casta, non hanno più voglia.
Ultimo dubbio: le famose restituzioni dagli stipendi dei parlamentari 5 Stelle, che fine faranno?
Al momento giacciono in un conto corrente più di 6 milioni e mezzo non destinati.
Serviranno per finanziare il nuovo partito di Conte?
E, in questo caso, i soldi versati dai parlamentari espulsi perché non hanno votato la fiducia a Draghi, saranno estrapolati e restituiti?
Per concludere bastano le parole di Gianfranco Rotondi: “Conte è un mio amico e resta mio amico nel senso democristiano del termine. Tutti abbiamo praticato l’opportunismo della collocazione politica più conveniente. In questo momento Conte si prende un partito forte e se lo intesta. Poi magari ci rivediamo in centro”.
Fonte
17/03/2021
Il “grande mischione” per la Terza Repubblica
Dopo una crisi durata 30 anni, la “Seconda Repubblica” si avvia a chiudere i battenti. Senza una seconda Tangentopoli, pare, ma del resto l’inconsistenza del panorama politico – al contrario dei solidissimi partiti della Prima – non richiedeva misure così drastiche, da regime change in stile sudamericano.
Quella crisi della rappresentanza politica partorì un “senso comune”, ed anche un format per ogni nuova “forza politica”, riassunto nella frase “discesa in campo della società civile”, ovviamente contro “i professionisti della politica”.
Poi questa fantomatica società civile poteva assumere il volto di Silvio Berlusconi o dei “girotondi”, quella di Umberto Bossi col suo seguito di padani selvatici con tanto di elmo e corna, oppure gli squinternamenti della “sinistra” sempre più vagamente declinata, i “campi larghi” che duravano lo spazio di un’elezione e un cambio di segretario, la “vocazione maggioritaria” al posto di uno straccio di progetto politico.
Fino all’irruzione del prodotto più “puro” di questa riduzione della politica all’opinione grezza dell’”uomo della strada”, senza qualità ed esperienza, né valori irrinunciabili: i Cinque Stelle, con la retorica dell’”uno vale uno” per qualsiasi compito, della potenza salvifica della Rete, i limite dei due mandati, gli absolute beginners al posto di comando.
Il fallimento finale di questo sistema politico, ovviamente esposto alla balcanizzazione perpetua da bande affaristiche senza orizzonte, ha lasciato campo aperto all’arrivo dell’Uomo della Provvidenza. Direttamente dalla poltrona di presidente della Bce a proconsole per l’Italia, visto che c’è da gestire – in piena pandemia – qualche spicciolo in prestiti per ridisegnare il modello di Paese secondo direttive europee, oltre a dover decidere 500 nomine nelle società pubbliche partecipate (e relative politiche di gestione o privatizzazione).
Assicurata così la governabilità di medio periodo – Draghi passerà direttamente alla presidenza della repubblica, l’anno prossimo, garantendo in totale otto anni di “vigilanza” – può partire anche la ristrutturazione del sistema politico e della rappresentanza.
La formalità della democrazia parlamentare – e solo quella – mal tollera l’unanimità perenne. I “governi di salvezza nazionale” servono appunto a sciogliere una situazione bloccata, ma non possono diventare la normalità. Pena l’emergere, prima o poi, di una vera opposizione a quel punto antagonista al sistema (non certo le bande raccolte dietro Giorgia Meloni & friends, scelta come “opposizione della corona” proprio per salvare le apparenze).
Il processo di rimescolamento generale della rappresentanza politica è partito il giorno stesso dell’insediamento di Draghi a Palazzo Chigi, con il terremoto interno ai Cinque Stelle (obbiettivo esplicito, per tre anni, di tutta la pressione dell’establishment). Il fatto che per tenerli momentaneamente insieme, e gestirne ordinatamente “la svolta”, sia stato scelto Giuseppe Conte – uno dei “garanti europei” nei tre anni di governi “para-populisti” – non sembra nemmeno a prima vista un semplice caso.
Idem è accaduto per il pilastro politico più europeista che c’era: il Partito Democratico. Anche qui, la soluzione alle faide interne è stata trovata in un consolidato funzionario-intellettuale dell’estabilishment continentale, prontamente incensato da tutti i media al pari del neopremier. Pare che anche su questa scelta “unitarissima” sia stata rilevante la pressione di Sergio Mattarella. E ci deve essere un perché...
Allo stesso tempo è entrata in fibrillazione anche la micro-area degli “europeisti liberal-liberisti”, a lungo presidiata da radicali e ondivaghi di diversa estrazione. Per un verso “esplodono” le dimissioni di Emma Bonino e Benedetto Della Vedova da +Europa, con toni giusto un filo più sguaiati di quelli usati da Zingaretti. Per un secondo si congelano le aspettative dei Calenda boys. Per un terzo avanza un “processo unitario” che ha chiaro per il momento soltanto il “federatore”: quel Carlo Cottarelli che da anni pontifica nelle trasmissioni di Fazio e Floris, dopo una lunga carriera nel Fondo Monetario Internazionale e un quasi-incarico da presidente del Consiglio durante le affannose trattative seguenti alle elezioni del 4 marzo 2018.
Un altro funzionario del grande capitale finanziario alla guida di una formazione politica? Un altro...
Di Forza Italia, cuore di destra della “Seconda Repubblica”, inutile parlare. Si attende solo che Berlusconi smetta di presidiare il bidone, poi ognun per sé...
Anche la Lega ha smottato pesantemente, in termini di governance interna. È evidente che la linea viene dettata da Giancarlo Giorgetti e dagli amministratori locali, tutti sotto botta di cordate confindustriali di seconda fila, ma rilevanti a livello territoriale. Può far pesare la sua antica “amicizia” con Draghi, nonostante una gioventù da neofascista con pessime frequentazioni.
A Salvini resta il ruolo di frontman televisivo, dichiaratore ossessivo h24 su qualsiasi argomento, dunque destinato a consumare la pazienza e l’attenzione generale fino alla completa indifferenza. Poi giù dalla torre anche lui.
“A sinistra”, si fa per dire, l’attitudine e l’abitudine al “mischione osceno” è di lunga data. E non ha mai portato risultati, tantomeno degni di nota. Ma anche lì pulsa la coazione a ripetere, ed è salutare starne lontanissimi.
Ancora non è chiaro su che cosa si dovranno (e potranno) caratterizzare le future forze politiche in gestazione. Tutte dovranno essere rigorosamente “europeiste”, altrimenti Palazzo Chigi resterà per loro un sogno impossibile o un disastro annunciato (farsi eleggere e poi non poter fare quel che si è promesso costa decine di punti alle elezioni, sia che ti chiami Grillo, Salvini oppure Tsipras).
Dunque non ci sono distinzioni possibili sulle politiche economiche, le “riforme”, il welfare, le pensioni, la sanità, le politiche sociali, ecc. Muoversi su quei temi significa maneggiare capitoli di spesa molto rilevanti, su cui il controllo dell’Unione Europea è fortissimo e lo diventerà ancora più nei prossimi anni.
Restano i temi “a costo zero”, le riforme che si possono fare senza spendere granché. Un primo saggio lo ha dato proprio Enrico Letta, riesumando le parole jus soli e “voto ai sedicenni”, giusto per scaldare i motori della polemica con la ex destra e assicurarsi così una verniciatura “di sinistra” (una sorta di left washing, indispensabile per un vecchio democristiano liberista, abbastanza di destra da appoggiare la “riforma anti-costituzionale” di Renzi, poi bocciata con referendum).
Quindi una caratteristica delle future forze politiche potrà essere la differenziazione sui “diritti civili” e sulle narrazioni di accompagnamento. Ma nulla che riguardi le condizioni materiali di vita e riproduzione delle “vaste masse” della popolazione.
Una seconda caratteristica si è però già imposta: “basta con gli scappati di casa, largo ai competenti”. L’arrivo di Draghi ha sancito questo cambio di “narrazione” che liquida quella della “Seconda Repubblica”. Niente più “società civile” direttamente sul proscenio, ma spazio soltanto ai funzionari con un solido curriculum di gestione amministrativa sulle spalle.
Anche in questo caso, i media avevano dissodato con cura il terreno, arruolando nomi di peso per “popolarizzare” un discorso che più elitario non si può. Vi ricordate quel duetto tra Gabanelli e Mentana?
La morte della politica a favore della “normale amministrazione di linee guida provenienti dall’alto” è la soluzione scelta da tempo, in incubazione fin dai tempi dell’antica Trilateral.
Ma ora deve prendere piede in ogni snodo rilevante dell’architettura istituzionale. Per esempio, vi sembra così casuale la scelta di Roberto Gualtieri come candidato Pd a sindaco di Roma? Un professore di storia, poi per anni funzionario dell’Unione Europea (non abbiamo “la fissa”, ma non ci possiamo fare niente se hanno tutti la stessa carriera alle spalle...), quindi ministro dell’economia, per gestire la capitale, i suoi problemi, i suoi conflitti, il suo debito...
Anche la tornata delle elezioni amministrative, in ottobre, ha questo rimescolamento della politica come motore e sfondo. Il rapporto con il governo Draghi e con l’Unione Europea è una discriminante davvero minima, ma anche quella decisiva.
O ci si muove per costruire un’alternativa di sistema a questo sistema che si centralizza per gestire una crisi devastante, oppure ci si accoda a una delle tante carovane di aspiranti poltronari pronti ad alzare la mano per votare delibere scritte altrove.
Fonte
Quella crisi della rappresentanza politica partorì un “senso comune”, ed anche un format per ogni nuova “forza politica”, riassunto nella frase “discesa in campo della società civile”, ovviamente contro “i professionisti della politica”.
Poi questa fantomatica società civile poteva assumere il volto di Silvio Berlusconi o dei “girotondi”, quella di Umberto Bossi col suo seguito di padani selvatici con tanto di elmo e corna, oppure gli squinternamenti della “sinistra” sempre più vagamente declinata, i “campi larghi” che duravano lo spazio di un’elezione e un cambio di segretario, la “vocazione maggioritaria” al posto di uno straccio di progetto politico.
Fino all’irruzione del prodotto più “puro” di questa riduzione della politica all’opinione grezza dell’”uomo della strada”, senza qualità ed esperienza, né valori irrinunciabili: i Cinque Stelle, con la retorica dell’”uno vale uno” per qualsiasi compito, della potenza salvifica della Rete, i limite dei due mandati, gli absolute beginners al posto di comando.
Il fallimento finale di questo sistema politico, ovviamente esposto alla balcanizzazione perpetua da bande affaristiche senza orizzonte, ha lasciato campo aperto all’arrivo dell’Uomo della Provvidenza. Direttamente dalla poltrona di presidente della Bce a proconsole per l’Italia, visto che c’è da gestire – in piena pandemia – qualche spicciolo in prestiti per ridisegnare il modello di Paese secondo direttive europee, oltre a dover decidere 500 nomine nelle società pubbliche partecipate (e relative politiche di gestione o privatizzazione).
Assicurata così la governabilità di medio periodo – Draghi passerà direttamente alla presidenza della repubblica, l’anno prossimo, garantendo in totale otto anni di “vigilanza” – può partire anche la ristrutturazione del sistema politico e della rappresentanza.
La formalità della democrazia parlamentare – e solo quella – mal tollera l’unanimità perenne. I “governi di salvezza nazionale” servono appunto a sciogliere una situazione bloccata, ma non possono diventare la normalità. Pena l’emergere, prima o poi, di una vera opposizione a quel punto antagonista al sistema (non certo le bande raccolte dietro Giorgia Meloni & friends, scelta come “opposizione della corona” proprio per salvare le apparenze).
Il processo di rimescolamento generale della rappresentanza politica è partito il giorno stesso dell’insediamento di Draghi a Palazzo Chigi, con il terremoto interno ai Cinque Stelle (obbiettivo esplicito, per tre anni, di tutta la pressione dell’establishment). Il fatto che per tenerli momentaneamente insieme, e gestirne ordinatamente “la svolta”, sia stato scelto Giuseppe Conte – uno dei “garanti europei” nei tre anni di governi “para-populisti” – non sembra nemmeno a prima vista un semplice caso.
Idem è accaduto per il pilastro politico più europeista che c’era: il Partito Democratico. Anche qui, la soluzione alle faide interne è stata trovata in un consolidato funzionario-intellettuale dell’estabilishment continentale, prontamente incensato da tutti i media al pari del neopremier. Pare che anche su questa scelta “unitarissima” sia stata rilevante la pressione di Sergio Mattarella. E ci deve essere un perché...
Allo stesso tempo è entrata in fibrillazione anche la micro-area degli “europeisti liberal-liberisti”, a lungo presidiata da radicali e ondivaghi di diversa estrazione. Per un verso “esplodono” le dimissioni di Emma Bonino e Benedetto Della Vedova da +Europa, con toni giusto un filo più sguaiati di quelli usati da Zingaretti. Per un secondo si congelano le aspettative dei Calenda boys. Per un terzo avanza un “processo unitario” che ha chiaro per il momento soltanto il “federatore”: quel Carlo Cottarelli che da anni pontifica nelle trasmissioni di Fazio e Floris, dopo una lunga carriera nel Fondo Monetario Internazionale e un quasi-incarico da presidente del Consiglio durante le affannose trattative seguenti alle elezioni del 4 marzo 2018.
Un altro funzionario del grande capitale finanziario alla guida di una formazione politica? Un altro...
Di Forza Italia, cuore di destra della “Seconda Repubblica”, inutile parlare. Si attende solo che Berlusconi smetta di presidiare il bidone, poi ognun per sé...
Anche la Lega ha smottato pesantemente, in termini di governance interna. È evidente che la linea viene dettata da Giancarlo Giorgetti e dagli amministratori locali, tutti sotto botta di cordate confindustriali di seconda fila, ma rilevanti a livello territoriale. Può far pesare la sua antica “amicizia” con Draghi, nonostante una gioventù da neofascista con pessime frequentazioni.
A Salvini resta il ruolo di frontman televisivo, dichiaratore ossessivo h24 su qualsiasi argomento, dunque destinato a consumare la pazienza e l’attenzione generale fino alla completa indifferenza. Poi giù dalla torre anche lui.
“A sinistra”, si fa per dire, l’attitudine e l’abitudine al “mischione osceno” è di lunga data. E non ha mai portato risultati, tantomeno degni di nota. Ma anche lì pulsa la coazione a ripetere, ed è salutare starne lontanissimi.
Ancora non è chiaro su che cosa si dovranno (e potranno) caratterizzare le future forze politiche in gestazione. Tutte dovranno essere rigorosamente “europeiste”, altrimenti Palazzo Chigi resterà per loro un sogno impossibile o un disastro annunciato (farsi eleggere e poi non poter fare quel che si è promesso costa decine di punti alle elezioni, sia che ti chiami Grillo, Salvini oppure Tsipras).
Dunque non ci sono distinzioni possibili sulle politiche economiche, le “riforme”, il welfare, le pensioni, la sanità, le politiche sociali, ecc. Muoversi su quei temi significa maneggiare capitoli di spesa molto rilevanti, su cui il controllo dell’Unione Europea è fortissimo e lo diventerà ancora più nei prossimi anni.
Restano i temi “a costo zero”, le riforme che si possono fare senza spendere granché. Un primo saggio lo ha dato proprio Enrico Letta, riesumando le parole jus soli e “voto ai sedicenni”, giusto per scaldare i motori della polemica con la ex destra e assicurarsi così una verniciatura “di sinistra” (una sorta di left washing, indispensabile per un vecchio democristiano liberista, abbastanza di destra da appoggiare la “riforma anti-costituzionale” di Renzi, poi bocciata con referendum).
Quindi una caratteristica delle future forze politiche potrà essere la differenziazione sui “diritti civili” e sulle narrazioni di accompagnamento. Ma nulla che riguardi le condizioni materiali di vita e riproduzione delle “vaste masse” della popolazione.
Una seconda caratteristica si è però già imposta: “basta con gli scappati di casa, largo ai competenti”. L’arrivo di Draghi ha sancito questo cambio di “narrazione” che liquida quella della “Seconda Repubblica”. Niente più “società civile” direttamente sul proscenio, ma spazio soltanto ai funzionari con un solido curriculum di gestione amministrativa sulle spalle.
Anche in questo caso, i media avevano dissodato con cura il terreno, arruolando nomi di peso per “popolarizzare” un discorso che più elitario non si può. Vi ricordate quel duetto tra Gabanelli e Mentana?
La morte della politica a favore della “normale amministrazione di linee guida provenienti dall’alto” è la soluzione scelta da tempo, in incubazione fin dai tempi dell’antica Trilateral.
Ma ora deve prendere piede in ogni snodo rilevante dell’architettura istituzionale. Per esempio, vi sembra così casuale la scelta di Roberto Gualtieri come candidato Pd a sindaco di Roma? Un professore di storia, poi per anni funzionario dell’Unione Europea (non abbiamo “la fissa”, ma non ci possiamo fare niente se hanno tutti la stessa carriera alle spalle...), quindi ministro dell’economia, per gestire la capitale, i suoi problemi, i suoi conflitti, il suo debito...
Anche la tornata delle elezioni amministrative, in ottobre, ha questo rimescolamento della politica come motore e sfondo. Il rapporto con il governo Draghi e con l’Unione Europea è una discriminante davvero minima, ma anche quella decisiva.
O ci si muove per costruire un’alternativa di sistema a questo sistema che si centralizza per gestire una crisi devastante, oppure ci si accoda a una delle tante carovane di aspiranti poltronari pronti ad alzare la mano per votare delibere scritte altrove.
Fonte
28/01/2021
“Salvezza nazionale”, l’unica soluzione di governo
Salgono al Quirinale, con passo stanco, ognuno a recitare la parte che s’è ritagliato. La crisi di governo si snoda lungo il percorso istituzionale bruciando ogni giorno tutte le ipotesi che non potevano stare in piedi.
È già sparito dai radar Giuseppe Conte, che pure l’ex maggioranza M5S-Pd-LeU giura di sostenere fino in fondo. O quasi...
Il neoconsigliere della monarchia saudita – Matteo Renzi – si diverte ogni giorno a candidare un premier diverso, mentre fa sermoni (in Italia) sullo squallore della compravendita sui “responsabili” e (a Riyadh) su come si può “narrare” che ora lo sceicco stia marciando sulla via della “democrazia”, pur mantenendo in piedi una propria politica estera tramite l’Isis o Al Qaeda.
La destra fa la destra, e andrà a dire che bisogna andare alle urne, cosa che tutti sanno impossibile. Non tanto perché, con i chiari di luna sulla pandemia e la scarsità dei vaccini, sarebbe pericoloso far muovere oltre 46 milioni di persone per farle poi “assembrare” davanti e dentro i seggi. Più ostativa ancora è la data in cui l’Unione Europea si attende la copia definitiva del Recovery Plan (aprile, massimo maggio).
Andare a votare significa bloccare l’elaborazione del piano, o lasciarlo tracciare al governo dimissionario. E ritrovarselo poi – chiunque vinca – come un obbligo inopportuno e sgradito.
Senza neanche dover ricordare quel che tutti i parlamentari sanno: che quel piano, in realtà e nella forma definitiva, verrà scritto a Bruxelles e Francoforte, non certo a Palazzo Chigi.
Il più consapevole di tutti è Mattarella, alla sua ultima regia (da luglio scatta il “semestre bianco”, periodo di fine mandato in cui non può sciogliere le Camere). Darà il tempo necessario perché ogni illusione cada, perché ognuno reciti la sua parte, e poi sfornerà la soluzione che tutti – tutti – sanno essere già sul piatto da settimane e mesi.
Gestire gli oltre 200 miliardi di prestiti della Ue significa metter mano a un ridisegno della formazione sociale italiana. Un programma complesso, non disegnato in loco, la cui realizzazione non può essere affidata a cordate raccogliticce, maggioranze occasionali, ammucchiate clientelari sempre fameliche.
Come Alessandro a Gordio, i nodi dei veti reciproci e delle miserie parlamentari andranno recisi con un colpo di spada, non con l’ennesima mediazione al ribasso. E ha già un nome: “governo di salvezza nazionale”.
Tutti lo sanno e tutti lo nominano (anche Conte, nel suo speranzoso messaggio d’addio), sperando di farne in qualche modo parte e sapendo di doverlo in ogni caso votare.
Ma gli esecutori di un programma deciso dalle tecnoburocrazie europee debbono esser scelti tra gente “fidata”, che non scenda a compromessi “eccessivi” (qualcuno sì, è inevitabile) con interessi insignificanti, conservativi, di pura sopravvivenza.
Stiamo parlando di imprese e settori, di industria e commercio. Per lavoratori, pensionati, studenti, disoccupati, ecc, ci sarà solo la mannaia.
Ma lo “sfoltimento” degli “interessi legittimi” riguarderà anche buona parte dell’antico “blocco sociale dominante”, quello eternamente al potere dal dopoguerra ad oggi.
Come segnalava qualche giorno fa Guido Salerno Aletta, in un editoriale su Teleborsa, “Il vero rischio [del Recovery Plan, ndr] è di creare in Italia un sistema parallelo di decisioni politiche ed amministrative che rispondono alle esigenze di Bruxelles e di mandare al macero tutto il resto, considerato inefficiente, corrotto, inaffidabile. Ci sarebbe una sorta di ‘Best Italy’ sotto controllo europeo, ed una ‘Bad Italy’. La prima avrebbe la legittimazione di Bruxelles, perché lavorerebbe sotto la sua diretta vigilanza, la seconda rappresenterebbe il vecchio mondo italiano che non vale la pena di riformare”.
E se questo deve avvenire, servono funzionari già istruiti alla bisogna, “tecnici” con qualche decennio di esperienza nelle istituzioni economiche sovranazionali. Perlomeno nei ministeri economici.
Poi, certo, qualche strapuntino di rappresentanza si potrà sempre concedere, in cambio di un sostegno cieco, pronto ed assoluto ad ogni provvedimento.
Ma nulla di più che una foglia di fico (no, il presidente della Camera non è tra i papabili) per abbellire una macchina da guerra contro lavoratori e tutte le altre figure popolari.
Fonte
È già sparito dai radar Giuseppe Conte, che pure l’ex maggioranza M5S-Pd-LeU giura di sostenere fino in fondo. O quasi...
Il neoconsigliere della monarchia saudita – Matteo Renzi – si diverte ogni giorno a candidare un premier diverso, mentre fa sermoni (in Italia) sullo squallore della compravendita sui “responsabili” e (a Riyadh) su come si può “narrare” che ora lo sceicco stia marciando sulla via della “democrazia”, pur mantenendo in piedi una propria politica estera tramite l’Isis o Al Qaeda.
La destra fa la destra, e andrà a dire che bisogna andare alle urne, cosa che tutti sanno impossibile. Non tanto perché, con i chiari di luna sulla pandemia e la scarsità dei vaccini, sarebbe pericoloso far muovere oltre 46 milioni di persone per farle poi “assembrare” davanti e dentro i seggi. Più ostativa ancora è la data in cui l’Unione Europea si attende la copia definitiva del Recovery Plan (aprile, massimo maggio).
Andare a votare significa bloccare l’elaborazione del piano, o lasciarlo tracciare al governo dimissionario. E ritrovarselo poi – chiunque vinca – come un obbligo inopportuno e sgradito.
Senza neanche dover ricordare quel che tutti i parlamentari sanno: che quel piano, in realtà e nella forma definitiva, verrà scritto a Bruxelles e Francoforte, non certo a Palazzo Chigi.
Il più consapevole di tutti è Mattarella, alla sua ultima regia (da luglio scatta il “semestre bianco”, periodo di fine mandato in cui non può sciogliere le Camere). Darà il tempo necessario perché ogni illusione cada, perché ognuno reciti la sua parte, e poi sfornerà la soluzione che tutti – tutti – sanno essere già sul piatto da settimane e mesi.
Gestire gli oltre 200 miliardi di prestiti della Ue significa metter mano a un ridisegno della formazione sociale italiana. Un programma complesso, non disegnato in loco, la cui realizzazione non può essere affidata a cordate raccogliticce, maggioranze occasionali, ammucchiate clientelari sempre fameliche.
Come Alessandro a Gordio, i nodi dei veti reciproci e delle miserie parlamentari andranno recisi con un colpo di spada, non con l’ennesima mediazione al ribasso. E ha già un nome: “governo di salvezza nazionale”.
Tutti lo sanno e tutti lo nominano (anche Conte, nel suo speranzoso messaggio d’addio), sperando di farne in qualche modo parte e sapendo di doverlo in ogni caso votare.
Ma gli esecutori di un programma deciso dalle tecnoburocrazie europee debbono esser scelti tra gente “fidata”, che non scenda a compromessi “eccessivi” (qualcuno sì, è inevitabile) con interessi insignificanti, conservativi, di pura sopravvivenza.
Stiamo parlando di imprese e settori, di industria e commercio. Per lavoratori, pensionati, studenti, disoccupati, ecc, ci sarà solo la mannaia.
Ma lo “sfoltimento” degli “interessi legittimi” riguarderà anche buona parte dell’antico “blocco sociale dominante”, quello eternamente al potere dal dopoguerra ad oggi.
Come segnalava qualche giorno fa Guido Salerno Aletta, in un editoriale su Teleborsa, “Il vero rischio [del Recovery Plan, ndr] è di creare in Italia un sistema parallelo di decisioni politiche ed amministrative che rispondono alle esigenze di Bruxelles e di mandare al macero tutto il resto, considerato inefficiente, corrotto, inaffidabile. Ci sarebbe una sorta di ‘Best Italy’ sotto controllo europeo, ed una ‘Bad Italy’. La prima avrebbe la legittimazione di Bruxelles, perché lavorerebbe sotto la sua diretta vigilanza, la seconda rappresenterebbe il vecchio mondo italiano che non vale la pena di riformare”.
E se questo deve avvenire, servono funzionari già istruiti alla bisogna, “tecnici” con qualche decennio di esperienza nelle istituzioni economiche sovranazionali. Perlomeno nei ministeri economici.
Poi, certo, qualche strapuntino di rappresentanza si potrà sempre concedere, in cambio di un sostegno cieco, pronto ed assoluto ad ogni provvedimento.
Ma nulla di più che una foglia di fico (no, il presidente della Camera non è tra i papabili) per abbellire una macchina da guerra contro lavoratori e tutte le altre figure popolari.
Fonte
26/01/2021
Sul governo Conte giochi spericolati
La maionese del secondo governo Conte alla fine è impazzita. Continuano a piovere pietre da ogni lato, anche da dentro la maggioranza, le soluzioni diventano perciò avventurose.
Per tutta la giornata di lunedì si sono rincorse voci di una nuova salita del premier al Quirinale per rassegnare le dimissioni, magari vedersi assegnare un reincarico per un nuovo governo – il Conte ter – e quindi proseguire una navigazione a vista che sembra ormai essere l’unica ginnastica consentita.
La “salita” è prevista per questa mattina. Le dichiarazioni parlano di un possibile governo Conte ter, ma sul fatto che lo scenario sia questo nutriamo più di qualche dubbio. Anche perché tutti attribuiscono a Conte l’intenzione di provare a fare un “governo di salvezza nazionale”, con le “forze europeiste”. E questo obbiettivo, obbiettivamente, potrebbe essere raggiunto – forse anche più facilmente – tramite qualche esponente “tecnico”, preso dalla ricca squadriglia di funzionari sovranazionali con passaporto italiano.
Qualche legittimo dubbio deve essere venuto anche a Conte. In questo circo di fratelli-coltelli, le assicurazioni che la prosecuzione della legislatura possa portare ancora la sua firma non appaiono così granitiche.
Al contrario. La fronda per sostituire Conte con un tecnocrate di comprovata fede europeista (da Draghi a Cottarelli, o qualcun altro della stessa genìa) e con l’austerity ben ficcata nel cuore e nel cervello – oltre che nei trattati – è ormai cresciuta a destra e a sinistra passando per il centro.
Il lavoro sporco per tutti lo ha fatto Renzi, ma insieme a lui possiamo annoverare tra i picconatori di Conte anche il giro de La Repubblica, Corriere della Sera, La 7 e dunque anche pezzi del Pd.
Quest’ultimo da tempo parla con lingua bi- o tri-forcuta, con il gran visir Bettini a dire che Conte va bene, anche ad andare allo sbaraglio in Parlamento, ed altri di matrice democristiana che evocano governi di unità europeista, ma con qualcuno che offra maggiori garanzie di Conte adesso che ci sono da spartire i miliardi del Recovery Fund senza irritare gli eurocrati.
Dopo aver portato a casa la pelle al Senato sul voto di fiducia, l’esecutivo di Conte era atteso alla verifica del programma sulla Giustizia, che porta la firma del più improbabile dei ministri: Bonafede. Un ministro giustizialista e mediocre ma che è anche il capo delegazione del M5S a Palazzo Chigi. Inconsistente e ingombrante allo stesso tempo. Un voto negativo sul suo operato sarebbe stato il piombo che avrebbe affondato il governo in aula.
Ed ecco quindi manovre da furbacchioni di palazzo, come quelle delle dimissioni di Conte per bypassare il dibattito parlamentare sulla giustizia, ma con l’incognita sul fatto che il Quirinale affidi proprio a Conte il reincarico.
Si ha l’impressione che, oltre alle serissime e concrete emergenze sanitarie ed economiche, qualcuno intorpidisca le acque il più possibile, di modo che il coniglio di un “governo di unità europeista” – ribattezzato “di salvezza nazionale” per renderlo più potabile – possa uscire dal cappello come la migliore e inevitabile soluzione possibile.
Se i nomi che verranno fuori per questo governo saranno quelli indicati (Draghi, Cottarelli o un altro tecnocrate del giro) saremmo di fronte al secondo commissariamento europeo sull’Italia in dieci anni.
Prima fecero le scarpe a Berlusconi nel 2011 (tra le feste dei fessi che si illudevano di veder così avanzare “la democrazia”) e adesso a Conte; allora in nome dello spread e adesso in nome del Recovery Fund. Stesso mandante (la Commissione europea), stessi interessi (Confindustria, Banche, Terzo Settore), stessi meccanismi e forse persino lo stesso personale politico (magari non Mario Monti, ma...).
Con il M5S andato al governo per “aprire le istituzioni come scatolette di tonno” e finito nel frullatore con tutte le scarpe, ancora impegnato a capire cosa sia successo.
L’unico dato certo, che trova nuovamente conferma, è che fino a quando i vincoli e la subalternità all’Unione Europea non verranno spezzati, non ci sono né ci saranno mai “governi amici”. Nel mirino ci sono già “Quota 100” e “Reddito di Cittadinanza”. Ma soprattutto una mega-“riforma” del sistema pensionistico da “regime del Terrore”. Non c’è solo la Grecia a ricordarcelo.
È sufficiente deviare anche solo un pochetto dai diktat e i governi, ed anche le forze politiche (vecchie o “nuove” che siano), vengono spazzati via.
Purtroppo non dalla rabbia e dalle istanze di lavoratori, disoccupati e settori popolari; ma dagli interessi di tecnocrati, imprese multinazionali, finanza speculativa, banche e Confindustria.
Fonte
Per tutta la giornata di lunedì si sono rincorse voci di una nuova salita del premier al Quirinale per rassegnare le dimissioni, magari vedersi assegnare un reincarico per un nuovo governo – il Conte ter – e quindi proseguire una navigazione a vista che sembra ormai essere l’unica ginnastica consentita.
La “salita” è prevista per questa mattina. Le dichiarazioni parlano di un possibile governo Conte ter, ma sul fatto che lo scenario sia questo nutriamo più di qualche dubbio. Anche perché tutti attribuiscono a Conte l’intenzione di provare a fare un “governo di salvezza nazionale”, con le “forze europeiste”. E questo obbiettivo, obbiettivamente, potrebbe essere raggiunto – forse anche più facilmente – tramite qualche esponente “tecnico”, preso dalla ricca squadriglia di funzionari sovranazionali con passaporto italiano.
Qualche legittimo dubbio deve essere venuto anche a Conte. In questo circo di fratelli-coltelli, le assicurazioni che la prosecuzione della legislatura possa portare ancora la sua firma non appaiono così granitiche.
Al contrario. La fronda per sostituire Conte con un tecnocrate di comprovata fede europeista (da Draghi a Cottarelli, o qualcun altro della stessa genìa) e con l’austerity ben ficcata nel cuore e nel cervello – oltre che nei trattati – è ormai cresciuta a destra e a sinistra passando per il centro.
Il lavoro sporco per tutti lo ha fatto Renzi, ma insieme a lui possiamo annoverare tra i picconatori di Conte anche il giro de La Repubblica, Corriere della Sera, La 7 e dunque anche pezzi del Pd.
Quest’ultimo da tempo parla con lingua bi- o tri-forcuta, con il gran visir Bettini a dire che Conte va bene, anche ad andare allo sbaraglio in Parlamento, ed altri di matrice democristiana che evocano governi di unità europeista, ma con qualcuno che offra maggiori garanzie di Conte adesso che ci sono da spartire i miliardi del Recovery Fund senza irritare gli eurocrati.
Dopo aver portato a casa la pelle al Senato sul voto di fiducia, l’esecutivo di Conte era atteso alla verifica del programma sulla Giustizia, che porta la firma del più improbabile dei ministri: Bonafede. Un ministro giustizialista e mediocre ma che è anche il capo delegazione del M5S a Palazzo Chigi. Inconsistente e ingombrante allo stesso tempo. Un voto negativo sul suo operato sarebbe stato il piombo che avrebbe affondato il governo in aula.
Ed ecco quindi manovre da furbacchioni di palazzo, come quelle delle dimissioni di Conte per bypassare il dibattito parlamentare sulla giustizia, ma con l’incognita sul fatto che il Quirinale affidi proprio a Conte il reincarico.
Si ha l’impressione che, oltre alle serissime e concrete emergenze sanitarie ed economiche, qualcuno intorpidisca le acque il più possibile, di modo che il coniglio di un “governo di unità europeista” – ribattezzato “di salvezza nazionale” per renderlo più potabile – possa uscire dal cappello come la migliore e inevitabile soluzione possibile.
Se i nomi che verranno fuori per questo governo saranno quelli indicati (Draghi, Cottarelli o un altro tecnocrate del giro) saremmo di fronte al secondo commissariamento europeo sull’Italia in dieci anni.
Prima fecero le scarpe a Berlusconi nel 2011 (tra le feste dei fessi che si illudevano di veder così avanzare “la democrazia”) e adesso a Conte; allora in nome dello spread e adesso in nome del Recovery Fund. Stesso mandante (la Commissione europea), stessi interessi (Confindustria, Banche, Terzo Settore), stessi meccanismi e forse persino lo stesso personale politico (magari non Mario Monti, ma...).
Con il M5S andato al governo per “aprire le istituzioni come scatolette di tonno” e finito nel frullatore con tutte le scarpe, ancora impegnato a capire cosa sia successo.
L’unico dato certo, che trova nuovamente conferma, è che fino a quando i vincoli e la subalternità all’Unione Europea non verranno spezzati, non ci sono né ci saranno mai “governi amici”. Nel mirino ci sono già “Quota 100” e “Reddito di Cittadinanza”. Ma soprattutto una mega-“riforma” del sistema pensionistico da “regime del Terrore”. Non c’è solo la Grecia a ricordarcelo.
È sufficiente deviare anche solo un pochetto dai diktat e i governi, ed anche le forze politiche (vecchie o “nuove” che siano), vengono spazzati via.
Purtroppo non dalla rabbia e dalle istanze di lavoratori, disoccupati e settori popolari; ma dagli interessi di tecnocrati, imprese multinazionali, finanza speculativa, banche e Confindustria.
Fonte
21/01/2021
Dalla buvette al bar
In effetti si può dire che “la politica” si sia avvicinata al popolo. Anche dalle chiacchiere al bar sotto casa, ormai, si può ricavare una sorta di “editoriale popolare”, perché la differenza di livello è praticamente scomparsa. I parlamentari, per fare bella figura, cercano le citazioni su aforismi.it, e tutti se ne accorgono immediatamente. Poi c’è quello che vuole esagerare e fa “il piccolo chimico” ballando tra il carbonio e il glucosio, per poi approdare al voto di fiducia al governo.
Mai, bisogna dire, c’era stato un ceto politico così infimo. La carta velina, al confronto, ha un vero spessore. E sarà per questo che Conte e pochi altri sembrano avere “una statura”.
Difficile pure commentare il nulla... dalla tragicommedia in Senato emerge un quadro clinico da encefalogramma piatto e un livello politico decisamente indecente.
Il governo non ha una maggioranza e non c’è nessuna maggioranza alternativa credibile. Il pattuglione di parlamentari pronti a tutto può stare in qualsiasi schieramento, purché la contropartita sia interessante, tirandoli via dalla bouvette. Ma nessuno ha granché da offrire, visti i chiari di Luna che si prospettano da qui a qualche mese.
In una situazione istituzionale del genere la cosa più logica sarebbero le elezioni. Ma in piena pandemia, tra un caffè da asporto e una saracinesca chiusa, sarebbe un azzardo far uscire tutti insieme di casa 46 milioni di elettori incazzati per aver perso un anno di vita, reddito, occasioni, socialità. Sia per motivi sanitari che politici... Per non dire del Recovery Plan che rischia di saltare.
Però...
Due elementi, nel tourbillon di fesserie sparate ad alzo zero in questi giorni, ci sembrano indicativi per il prossimo futuro.
Il primo è arrivato durante il lungo e piatto discorso di Conte in Senato, dove chiedeva la fiducia e gridava “aiutateci!”. È apparso piuttosto nitido il riferimento al malessere sociale che rischia di diventare rabbia e violenza. Un appello manifestamente rivolto a quanti, dentro e fuori la maggioranza, vorrebbero eliminare qualsiasi sussidio o “ristoro”, concentrando tutte le spese in favore delle aziende (che hanno comunque avuto il 50% dei circa 100 miliardi impegnati fin qui dell’esecutivo).
Il secondo, decisamente più trasparente, è arrivato mercoledì: entrambe le Camere hanno approvato all’unanimità lo scostamento di bilancio di 32 miliardi richiesto dal governo. Al Senato 291 sì, nessuno contro; alla Camera 523 voti favorevoli e solo 3 contrari.
Prove per il “governo di salvezza nazionale”, unica soluzione che consenta di evitare le urne e arrivare all’elezione del prossimo Presidente della Repubblica in modo “condiviso”.
Su tutto domina ovviamente la montagnola di miliardi del Recovery Fund, che devono obbligatoriamente essere impiegati secondo le indicazioni dell’Unione Europea, altrimenti si fermeranno alle prime tranche.
E, visto quel che sta accadendo in altri Paesi (per esempio in Spagna), non c’è dubbio che l’attuale personale di governo sia ritenuto a Bruxelles, e pure al bar, completamente inadeguato. Troppa gente convinta di dover difendere una bandierina elettorale, oppure micro-clientele che dovranno essere affossate. Troppo basso il livello di competenze medio, e dunque anche il tasso di obbedienza, o di credibilità.
Soprattutto la pattuglia dei Cinque Stelle deve scomparire, salvando magari qualche “giovane virgulto” che ha scoperto la luce sulla via di Damasco (imbarazzante quanti vecchi marpioni della politica stiano in queste settimane ricoprendo di elogi Luigi Di Maio, “europeista” e “atlantista” di fresca conversione).
Il povero Conte sarà comunque ringraziato per aver stroncato la carriera dei “due Mattei”, autentici campioni da balera, in grado di ballare una sola estate e poi sparire.
Ora vedremo l’estremo tentativo di accrocco – una pattuglia di “responsabili-costruttori” riforniti di nome e simbolo per farne un “partito” – e provare a tirare avanti. Ma è ovvio che tenere insieme con il vinavil una maggioranza tirata da tutte le parti, da forze potenti (Confindustria appare persino tra quelle minori, in fondo), è un obiettivo di breve durata.
Per governare “all’europea” – secondo quei dettami, più che con quello stile – servono funzionari che non vadano imbeccati ogni giorno. Gente che sa già che fare perché ne discute da anni. Tanti piccoli Gualtieri, insomma. Con in testa un “condottiero” credibile a Bruxelles come al bar, che non debba preoccuparsi di trovare consensi nelle urne future.
I nomi? Sono sempre quelli, da Draghi a Cottarelli. E il programma, idem: un bagno di sangue “con caratteristiche greche”.
Fonte
Mai, bisogna dire, c’era stato un ceto politico così infimo. La carta velina, al confronto, ha un vero spessore. E sarà per questo che Conte e pochi altri sembrano avere “una statura”.
Difficile pure commentare il nulla... dalla tragicommedia in Senato emerge un quadro clinico da encefalogramma piatto e un livello politico decisamente indecente.
Il governo non ha una maggioranza e non c’è nessuna maggioranza alternativa credibile. Il pattuglione di parlamentari pronti a tutto può stare in qualsiasi schieramento, purché la contropartita sia interessante, tirandoli via dalla bouvette. Ma nessuno ha granché da offrire, visti i chiari di Luna che si prospettano da qui a qualche mese.
In una situazione istituzionale del genere la cosa più logica sarebbero le elezioni. Ma in piena pandemia, tra un caffè da asporto e una saracinesca chiusa, sarebbe un azzardo far uscire tutti insieme di casa 46 milioni di elettori incazzati per aver perso un anno di vita, reddito, occasioni, socialità. Sia per motivi sanitari che politici... Per non dire del Recovery Plan che rischia di saltare.
Però...
Due elementi, nel tourbillon di fesserie sparate ad alzo zero in questi giorni, ci sembrano indicativi per il prossimo futuro.
Il primo è arrivato durante il lungo e piatto discorso di Conte in Senato, dove chiedeva la fiducia e gridava “aiutateci!”. È apparso piuttosto nitido il riferimento al malessere sociale che rischia di diventare rabbia e violenza. Un appello manifestamente rivolto a quanti, dentro e fuori la maggioranza, vorrebbero eliminare qualsiasi sussidio o “ristoro”, concentrando tutte le spese in favore delle aziende (che hanno comunque avuto il 50% dei circa 100 miliardi impegnati fin qui dell’esecutivo).
Il secondo, decisamente più trasparente, è arrivato mercoledì: entrambe le Camere hanno approvato all’unanimità lo scostamento di bilancio di 32 miliardi richiesto dal governo. Al Senato 291 sì, nessuno contro; alla Camera 523 voti favorevoli e solo 3 contrari.
Prove per il “governo di salvezza nazionale”, unica soluzione che consenta di evitare le urne e arrivare all’elezione del prossimo Presidente della Repubblica in modo “condiviso”.
Su tutto domina ovviamente la montagnola di miliardi del Recovery Fund, che devono obbligatoriamente essere impiegati secondo le indicazioni dell’Unione Europea, altrimenti si fermeranno alle prime tranche.
E, visto quel che sta accadendo in altri Paesi (per esempio in Spagna), non c’è dubbio che l’attuale personale di governo sia ritenuto a Bruxelles, e pure al bar, completamente inadeguato. Troppa gente convinta di dover difendere una bandierina elettorale, oppure micro-clientele che dovranno essere affossate. Troppo basso il livello di competenze medio, e dunque anche il tasso di obbedienza, o di credibilità.
Soprattutto la pattuglia dei Cinque Stelle deve scomparire, salvando magari qualche “giovane virgulto” che ha scoperto la luce sulla via di Damasco (imbarazzante quanti vecchi marpioni della politica stiano in queste settimane ricoprendo di elogi Luigi Di Maio, “europeista” e “atlantista” di fresca conversione).
Il povero Conte sarà comunque ringraziato per aver stroncato la carriera dei “due Mattei”, autentici campioni da balera, in grado di ballare una sola estate e poi sparire.
Ora vedremo l’estremo tentativo di accrocco – una pattuglia di “responsabili-costruttori” riforniti di nome e simbolo per farne un “partito” – e provare a tirare avanti. Ma è ovvio che tenere insieme con il vinavil una maggioranza tirata da tutte le parti, da forze potenti (Confindustria appare persino tra quelle minori, in fondo), è un obiettivo di breve durata.
Per governare “all’europea” – secondo quei dettami, più che con quello stile – servono funzionari che non vadano imbeccati ogni giorno. Gente che sa già che fare perché ne discute da anni. Tanti piccoli Gualtieri, insomma. Con in testa un “condottiero” credibile a Bruxelles come al bar, che non debba preoccuparsi di trovare consensi nelle urne future.
I nomi? Sono sempre quelli, da Draghi a Cottarelli. E il programma, idem: un bagno di sangue “con caratteristiche greche”.
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