Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/03/2023

Mancata “zona rossa” in Val Seriana, l’indagine sulla strage

Dopo tre anni di indagini quanto meno farraginose, la Procura di Bergamo è arrivata a chiudere l’inchiesta indicando 17 persone come possibili responsabili di “epidemia colposa”. Tra loro l’allora presidente del consiglio Giuseppe Conte, il ministro della sanità Roberto Speranza e naturalmente il presidente della regione Lombardia appena riconfermato – il leghista Attilio Fontana – e l’allora assessore alla sanità Giulio Gallera.

Sul piano politico, insomma, non si salva nessuna componente, dunque sarà complicato provare il classico gioco dello scaricabarile tra momentaneo governo e altrettanto momentanea opposizione.

Seguono altre figure apicali del dispositivo di contrasto alla pandemia: il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità Silvio Brusaferro, il presidente del Consiglio superiore di Sanità Franco Locatelli, l’allora coordinatore del primo Comitato tecnico scientifico Agostino Miozzo, l’allora capo della Protezione civile Angelo Borrelli e l’allora direttore scientifico dello Spallanzani Giuseppe Ippolito.

E poi l’ex capo della Prevenzione del Ministero della Salute Claudio D’Amario, l’ex segretario generale Giuseppe Ruocco, il responsabile delle Malattie infettive Francesco Maraglino.

Secondo il consulente dei magistrati inquirenti, Andrea Crisanti (oggi senatore del Pd), si sarebbero risparmiati 4.148 morti con una chiusura della sola Val Seriana dal 27 febbraio, 2.659 dal 3 marzo.

Ed è proprio la mancata chiusura di quella valle il nodo del contendere, fin da quando il governo “giallo-rosa” (grillini e Pd) inviò esercito e polizia per imporre un lockdown ferreo (stile Codogno, per intenderci), rinunciandovi poi a seguito delle pressioni della Confindustria, subito fatte proprio dai vertici leghisti e berlusconiani che controllavano il Pirellone.

Come i nostri lettori ricorderanno – cliccando sui molti link di questo articolo – abbiamo da subito considerato quella rinuncia un vero e proprio atto criminale, che ha permesso il dilagare della pandemia in tutto il paese, con vertici di orrore quando le strutture di direzione della sanità lumbard decisero di mandare i “contagiati non gravi” nelle Rsa. Provocando così un’ecatombe di anziani tale da esser poi registrata come una riduzione generale dell’”aspettativa di vita”.

Insomma, i calcoli di Crisanti – certamente scrupolosi, ma comprensibilmente “cauti” – andrebbero moltiplicati in modo esponenziale.

Solo nella provincia di Bergamo – il sindaco piddino Gori, in quei giorni, faceva suo lo slogan leghista “Bergamo non si ferma!” – tra marzo e aprile del 2020 furono registrati 6.200 morti contro una media mensile precedente che si limitava a circa 800. Quelli “certificati Covid”, grazie a un tampone, erano stati circa la metà. Per gli altri neanche quello...

Il risultato fu, come si ricorda, una fila di camion militari che portava via i cadaveri – come nelle scene della peste manzoniana – perché i cimiteri locali non avevano la possibilità di “smaltire” nei forni crematori tutti quei corpi (che probabilmente ora qualcuno chiamerebbe “carico residuo”).

Il mantra padronale di quei mesi fu chiarissimo, ripetuto a ogni ora del giorno: non si può fermare la produzione per nessun motivo. Gli operai dovevano andare in fabbrica e produrre, senza protezioni, viaggiando su treni e autobus pieni come al solito, esponendosi ed esponendo le proprie famiglie al contagio con un virus che in quel momento non si sapeva come fermare (i vaccini arrivarono solo un anno dopo).

Seguiremo questa inchiesta insieme ai familiari delle vittime e ai comitati che chiedono da anni la verità su questa strage, divenendo addirittura oggetto di intimidazioni, perquisizioni, ecc..

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27/09/2020

Sante privatizzazioni

Il ministro della sanità Roberto Speranza, di LeU, ha nominato l’arcivescovo Vincenzo Paglia a capo della commissione di governo che si occuperà di salute e assistenza agli anziani.

Al di là della persona, è un vergognoso appalto gratuito al rappresentante di una istituzione che già gestisce una parte enorme della sanità e dell’assistenza sociale privata.

L’altra parte sta con la Confindustria. La quale ora potrebbe – per par condicio – chiedere di essere messa a capo di qualche altra importante commissione governativa.

È questo il rilancio della sanità e dell’assistenza pubblica?

È questa la laicità dello stato?

È per questo che vogliono usare il MES?

Nemmeno la vecchia DC era così servilmente sfacciata verso il potere economico clericale, come colui che rappresenta la parte più “di sinistra” di questo governo. Sante privatizzazioni.

PS Monsignor Paglia viene oggi presentato come un progressista e io non sono certo in grado di contestare questo giudizio. Però ricordo bene che quando ero nella FIOM e fui per molti giorni ai cancelli della TyssenKrupp di Terni, con gli operai in lotta contro lo smantellamento di un reparto strategico, Vincenzo Paglia allora vescovo della città sostenne le ragioni dell’azienda.

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17/10/2019

Non c’è Speranza per un servizio sanitario universale

Da diversi giorni si dibatte sull’intenzione annunciata dal Ministro della sanità Speranza di modificare il sistema di tasse sulle prestazioni sanitarie, ossia il conosciutissimo ticket. La proposta sembra vertere su una rimodulazione dei ticket in base alle fasce di reddito e sull’abolizione del super-ticket, un obolo di 10 euro che dal 2007 si somma al ticket ordinario su ogni prestazione già gravata dalla tassa.

Il cosiddetto ticket sanitario esiste formalmente in Italia dal 1989 e venne applicato per la prima volta nel 1993. Nato come tassa simbolica con l’intenzione di disincentivare la domanda smodata di sanità frenando gli abusi, con il tempo è diventato sempre più elevato acquisendo un peso molto consistente che negli anni più recenti si è attestato mediamente a circa 4-5 miliardi di euro annui complessivi di spesa compartecipata (ossia proveniente direttamente dai cittadini che pagano il ticket). Il ticket colpisce una quantità cospicua di farmaci e tutte le visite mediche diagnostiche, e può superare la cifra di 40-50 euro per diverse prestazioni a seconda delle regioni.

Il sistema, sin dagli inizi, ha garantito delle fasce di esenzione legate a fattori di reddito, condizioni di salute ed età. Attualmente è prevista l’esenzione solo per:
- persone sopra i 60 anni e bambini sotto i 6 anni che appartengono ad un nucleo familiare con reddito inferiore a 36.000 euro annui lordi;
- disoccupati che appartengono ad un nucleo familiare con reddito inferiore agli 11.000 euro lordi annui;
- soggetti affetti da determinate malattie croniche.

La gran parte delle persone, dunque, anche se povere ed anche se affette da svariate patologie croniche non incluse nella lista delle esenzioni, si ritrovano a pagare il ticket per ogni prestazione sanitaria.

Gli argomenti usati per giustificare l’esistenza dei ticket sono essenzialmente due:
- il primo, già menzionato e usato come cavallo di Troia per spianare la strada all’introduzione della tassa, è il presunto effetto disincentivante al fine di favorire un utilizzo appropriato della sanità;
- il secondo, emerso in modo crescente negli anni a venire con il consolidamento delle politiche di austerità in Italia e in Europa, è la presunta necessità di garantire un cofinanziamento a carico del paziente in un contesto di scarsità e difficoltà di reperimento delle risorse pubbliche.

Rispetto al primo elemento, va rilevata la profonda iniquità di un approccio che vorrebbe sostituire la sacrosanta educazione sanitaria di medici e pazienti, utile ad evitare un sovra-utilizzo abusivo delle strutture sanitarie, con l’arma del disincentivo economico che colpisce a pioggia tutti i soggetti, venendo così a creare un pericoloso effetto ‘distorsivo’ sulla prevenzione e la cura anche laddove, sia la prevenzione che la cura, fossero pienamente giustificate ed utili. Politiche di controllo dei medici curanti e campagne di sensibilizzazione ed educazione sanitaria capillari sortirebbero, viceversa, un effetto potenziale di moderazione degli abusi senza gravare sulle tasche dei cittadini bisognosi di percorsi di indagine diagnostica e di cura.

Il secondo elemento, base essenziale delle politiche economiche adottate nell’ultimo trentennio, va smontato radicalmente dalle fondamenta: non esiste scarsità di risorse pubbliche in un sistema economico con una disoccupazione a doppia cifra lontanissimo dal pieno impiego. Lo Stato potrebbe spendere risorse in deficit creando occupazione, crescita e servizi per il cittadino, compresi quelli sanitari; inoltre, anche in un sistema che, per ipotesi, abbia raggiunto il pieno impiego, le risorse per un sistema sanitario andrebbero reperite tramite uno sforzo collettivo di tipo progressivo che gravi in modo crescente, tramite la tassazione diretta, sui redditi più alti e sulla generalità delle persone anziché sulla persona in stato di bisogno sanitario.

È infatti evidente la forte regressività di una tassa quale il ticket sanitario che colpisce con cifre fisse una prestazione, indipendentemente dal reddito del soggetto che ne usufruisce, andando dunque a gravare in modo infinitamente più forte sul povero rispetto al ricco. È altresì evidente la regressività che quella tassa genera rispetto allo stato di bisogno, indipendentemente dal reddito percepito, nella misura esatta in cui colpisce il malato, il bisognoso, colui che deve intraprendere un percorso diagnostico per necessità e non invece colui che quel percorso ha la fortuna di non doverlo intraprendere perché è in buone condizioni di salute.

Tornando alla proposta di Speranza, che ricalca peraltro una proposta già annunciata nel 2014 dal governo Renzi e poi mai attuata, l’idea di una rimodulazione dei ticket sanitari sulla base dei livelli di reddito potrebbe a prima vista sembrare ragionevole nella misura in cui introduce dei minimi elementi di progressività in quell’impianto che, come abbiamo visto, impone una tassa in somma fissa dagli effetti gravemente regressivi.

Eppure le cose non sono così ovvie e ci sono ottime ragioni per ritenere l’approccio della proposta viziato all’origine.

Partiamo da una prima considerazione: l’accesso alle cure e il mantenimento della salute è un diritto universale, tra i più basilari che una società dovrebbe riconoscere ad una persona. La malattia, la sofferenza, lo stato di bisogno psico-fisico sono esigenze che sorgono per accidenti della vita e non certo per responsabilità individuali (se non in casi molto marginali). Si tratta quindi di un bisogno di cui l’intera società dovrebbe farsi carico con risorse collettive senza che sia il bisognoso di turno a sostenerne il costo. Si potrebbe obiettare: ma se il bisognoso è ricco non avrà certo problemi a finanziare almeno in parte il costo di un percorso diagnostico ed aiuterà così il sistema a reperire risorse per i più poveri! L’obiezione è sbagliata per almeno due motivi.

Il primo motivo è che ricchi e poveri devono essere discriminati a monte nel processo di imposizione fiscale, e non a valle al momento dell’accesso ad un servizio a buona ragione giudicato universale. È la progressività generale delle imposte, vergognosamente ridotta al lumicino nel sistema italiano degli ultimi decenni, a garantire, all’origine, la progressività del finanziamento di un servizio come quello sanitario. Il vero obiettivo, dunque, dovrebbe essere quello di incrementare drasticamente il grado di progressività del sistema tributario (in direzione diametralmente opposta rispetto alla proposta leghista della flat tax) nella sua struttura facendo pagare tante imposte a chi può permetterselo e poi finanziare con questo gettito i servizi pubblici universali per tutti, al netto peraltro dell’ampia possibilità di finanziamento in deficit.

Voler ripristinare la progressività perduta a valle rappresenta un palliativo non solo iniquo, ma anche inefficace e persino pericoloso. Iniquo, perché si decide di tassare il benestante malato e bisognoso al posto della generalità dei benestanti. Inefficace, perché è ben noto che i più ricchi non fanno uso della sanità pubblica, ricorrendo nella maggioranza dei casi a diagnostica e cura privata coperta da laute assicurazioni. Pericoloso, infine, perché apre la pista ad un nuovo concetto di stato sociale che da anni, non solo in ambito sanitario, si tenta di affermare nei Paesi europei sulla scia del modello anglosassone e sulla spinta delle politiche di austerità: ossia quello di uno Stato sociale compassionevole con i soggetti più poveri e che viene finanziato, di fatto, da quelli un po’ meno poveri tramite sistemi impositivi sempre meno progressivi.

Lo Stato sociale universalistico di molte nazioni europee si sviluppò nel corso del Novecento e in particolare nei tre decenni che seguono la fine della seconda guerra mondiale sulla base di un principio generale: lo Stato è in grado di intervenire nell’economia garantendo a tutti servizi socialmente rilevanti, che devono essere sottratti alla logica del mercato, e che possono essere finanziati collettivamente, o tramite ricorso al deficit o tramite imposte fortemente progressive. Istruzione e sanità hanno rappresentato da sempre i capisaldi dello Stato sociale universalistico assieme ad altri ambiti parzialmente o integralmente sottratti alla logica del mercato.

Il modello di stato sociale anglosassone di marca statunitense è sempre stato invece di natura ben diversa: lo Stato interviene coprendo con servizi essenziali diretti o finanziando monetariamente l’uso di servizi privati, le esigenze primarie della popolazione più povera, mentre tutti gli altri, compresa la gran massa della classe media e medio-bassa, non povera ma certo non ricca, si paga cure, istruzioni e servizi di ogni altro genere da sé in genere tramite un sistema assicurativo privato. Il tutto basato su un sistema di imposizione fiscale meno progressivo degli omologhi europei che implica un forte carico sulla classe media. Si chiama Stato sociale compassionevole, limitato alla popolazione più povera, basato non sull’idea del diritto sociale universale ma su quella dell’assistenza minima e spesso scadente, limitata agli indigenti. Un sistema che nei fatti implica una redistribuzione di risorse dalla classe media e medio-bassa ai più poveri (quindi interna alla classe lavoratrice) mentre i ricchi godono senza affanni di servizi privati di eccellenza e finanziano solo marginalmente i limitati servizi universali. Un sistema che, come noto, in ambito sanitario crea mancato accesso alle cure, alla prevenzione e una spesa privata abnorme a tutto vantaggio di assicurazioni e sanità privata.

In campo sanitario, per fortuna, l’Italia è ancora lontana dall’aver adottato il modello nord-americano, potendo vantare uno dei sistemi di cura della malattia universalistici più avanzati e accessibili al mondo. Tuttavia, nell’ambito diagnostico e di prevenzione il processo di mercificazione e privatizzazione è in corso da molti anni e in via di preoccupante avanzamento. Il ticket sempre più esoso e, ancora di più, le liste di attesa chilometriche che implicano attese fino ad un anno per prestazioni anche importanti, hanno spianato volutamente la strada alla sanità privata o ad odiosi sistemi intermedi come l’Intramoenia di uso semi-privato di strutture pubbliche che consentono, pagando di più, di scavalcare le liste estenuanti. A ciò si aggiunge il grave processo di regionalizzazione avviato dal 2001 con la Riforma del Titolo V che ha creato pesanti disparità territoriali in termini di qualità, costo ed entità delle liste di attesa.

Di fronte a questa situazione emergenziale la proposta del ministro Speranza, al netto del condivisibile proposito di abolizione erga omnes del super-ticket, non introduce alcun vero cambiamento di prospettiva, ma finisce per cristallizzare molte delle tendenze in atto. Limitarsi a rimodulare i ticket facendo pagare meno ai poveri e presumibilmente di più ai meno poveri (la proposta avanzata da Speranza è, infatti, a tutti gli effetti, una riforma a costo zero e a parità di introiti sanitari), coprendo ideologicamente il tutto con l’esempio del tutto marginale del ricco che finalmente pagherà di più per accedere a servizi iniquamente garantiti sotto-costo, ha un significato e delle implicazioni molto chiare.

L’adozione di una proposta simile significa rinunciare in modo ufficiale all’universalità del servizio sanitario; significa praticare una redistribuzione interna alla classe lavoratrice tra redditi medi e bassi ovvero una guerra tra poveri e un po’ meno poveri; significa infine trascurare il fatto che la mercificazione e la privatizzazione strisciante del sistema di prevenzione e diagnostica sono dovute sia alla presenza dei ticket gravanti sulla generalità della fasce di reddito medie e basse, sia, soprattutto, alle mostruose liste di attesa che spostano fette crescenti della popolazione dal pubblico al privato a tutto beneficio di cliniche private lautamente convenzionate e assicurazioni private. Una situazione scandalosa che vede il servizio pubblico di diagnostica e prevenzione non solo sempre più costoso, ma spesso semplicemente inesistente poiché attendere un anno per poter ottenere delle analisi la cui utilità si misura in giorni o settimane significa, di fatto assenza conclamata del servizio.

Una vera alternativa, se così vuole chiamarsi, in campo sanitario, dovrebbe dunque basarsi:
- sul ripristino della centralità del servizio pubblico gratuito e universale;
- sulla totale abolizione del ticket per tutti;
- la riduzione drastica delle liste di attesa attraverso, ad esempio, cospicui investimenti nella sanità pubblica, che prevedano la costruzione di ospedali nuovi e che contemplino nuove e maggiori assunzioni di medici e infermieri;
- sul riorientamento della spesa pubblica oggi destinata a centri privati a favore di più capillari servizi pubblici;
- sull’abolizione di sistemi semi-privati come l’intramoenia;
- ed infine sulla ricentralizzazione territoriale del servizio per superare le intollerabili asimmetrie regionali oggi esistenti.

Un’impostazione che richiede, a monte, lo scardinamento del dogma della scarsità delle risorse imposto dall’austerità fiscale di matrice europea, una drastica inversione di tendenza nelle politiche tributarie a favore di sistemi che siano realmente progressivi e la fine dell’assoggettamento dell’interesse pubblico agli interessi del capitale privato in ambito sanitario e in ogni ambito della vita economica.

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04/10/2019

Ticket sulla sanità. Una dannosa trovata

La speranza è l’attesa fiduciosa che si realizzi qualcosa quando si ha invece la preoccupazione che non accadrà.

Il ministro della Salute Speranza, che questa estate non ha disdegnato di andare a prendere lezioni al meeting di Comunione e Liberazione, conferma il fondato timore che la sanità non si risolleverà, e non certo in relazione a ciò che evoca il suo nome.

Pensare che il Servizio Sanitario Nazionale possa riemergere dal baratro in cui è stato affondato, è ormai una utopia.

Il provvedimento sbandierato dal ministro Speranza sulla progressività dei ticket sanitari è un’altra farloccata per far dire che è un provvedimento “di sinistra” quando invece è solo fumo negli occhi.

Nell’ultimo decennio la spesa pubblica ha sottratto al Servizio Sanitario Nazionale ben 37 miliardi.

Questo dato va messo in relazione con un altro dato che è quello della spesa sanitaria privata che negli ultimi 5 anni è cresciuta del 10% sfiorando i 40 miliardi.

Tradotto in altri termini: chi ha potuto è fuggito dal servizio pubblico e si è rivolto a quello privato con la conseguenza che il pubblico è diventato sempre più inefficiente e il privato è diventato eccellenza, quantomeno nella percezione.

La progressività dei ticket sanitari calcolati in base alle effettive possibilità reddituali è un provvedimento certamente aderente al dettato costituzionale ma nella sua effettività ha senso solo ed esclusivamente se la sanità è tutta pubblica.

Se le prestazioni migliori si hanno solo nella sanità privata, perché in questi anni è stata quella maggiormente finanziata, la differenziazione dei ticket comporterà una ulteriore forbice: i ricchi che dovranno pagare il ticket più alto non andranno di certo a spenderlo nelle strutture fatiscenti del pubblico che quindi, a questo punto, sarà ulteriormente penalizzato non potendo contare sui maggiori introiti di chi può pagare di più.

Con un ticket aumentato, le persone più facoltose con maggior convinzione si rivolgeranno alla sanità privata convenzionata che in questo modo continuerà ad ingrassare.

Chi avrà meno possibilità, come già accade ora, continuerà invece a rivolgersi al servizio pubblico, con offerta sanitaria obsoleta, oltretutto ancor meno finanziata dalla assenza del ticket.

La forbice tra pubblico inefficiente e privato d’eccellenza aumenterà come in tutte le impostazioni neoliberiste introdotte nel nostro ordinamento da forze politiche di destra ma che per meglio truffare il consenso, hanno avuto il coraggio di autoqualificarsi di sinistra, come LEU e il PD.

Una vera riforma sta nella definitiva chiusura dei rubinetti verso la sanità privata che, in Italia, è cattolica.

Basterebbe una legge a costo zero: obbligarli a garantire nei loro ospedali aborto e eutanasia in cambio dei soldi pubblici, e pur di non consentire l’autodeterminazione, sarebbero disposti a rinunciare al finanziamento dello Stato.

Dunque un provvedimento a costo zero che questa classe politica, nella sua irreversibile cattolicizzazione non assumerà mai.

Qualcuno lo faccia capire a Speranza prima che si ubriachi della sua inutile e forse dannosa trovata.

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22/10/2017

I bersaniani tornano a casa e chiedono pietà

Ce lo aspettavamo un po’ più in là, ma evidentemente la paura di restare senza poltrona è troppo forte. Mdp, ossia gli “scissionisti di sinistra” del Pd, torna all’ovile.

Dopo averci tormentato per mesi con lunghe e fuffose dissertazioni sul “programma”, sul “leader” (Pisapia o qualcun altro?), sul “progetto alternativo a Renzi”, stamattina l’organo ufficiale del Pd – Repubblica – ha potuto annunciare trionfante che ora “la sfida” si tramuta in una “richiesta di incontro”. E non certo di pugilato...

Basta leggere le affermazioni principali, che immaginiamo pronunciate con voce rotta dalla paura della disoccupazione: “Sono pronto a incontrare Renzi”, anzi “Possiamo vederci già domani, tu sei disponibile?”. Appena scende dal treno gli risponde, oppure gli dà un appuntamento per un caffè in stazione. Roba per palati fini, per cronisti d’assalto col microfono teso e zero domande per non disturbare il manovratore…

Non che manchino, come si usa dire, i “paletti” che dovrebbero guidare l’eventuale incontro: legge elettorale e legge di bilancio. Ma c’è assai poco di ultimativo nella richiesta di “Abbandonare la strada della fiducia al Rosatellum e modifichiamo la legge con le preferenze, oppure aumentando i collegi uninominali. E prevediamo il voto disgiunto”.

Ancor più vaga la base di discussione sulla politica economica (cambiare radicalmente “le politiche sbagliate” degli ultimi anni, come quelle sul Jobs act e sulla scuola). Bisogna ricordare che si tratta di “riforme” tutte votate da Speranza, Bersani e soci, stando sia dentro che fuori il Pd, senza soluzione di continuità.

Anche la motivazione ufficiale della “svolta” dei bersaniani era ampiamente scontata: il pericolo della destra. Funziona così da quando Berlusconi “è sceso in campo”, e continua imperterrita anche quando – come oggi – è assolutamente certo che dalle urne uscirà un governo Renzi-Berlusconi-Alfano, con dentro forse anche Salvini e Meloni (a meno che non ci sia spazio per una “opposizione di comodo”). Come strategia per “battere le destre” sembra davvero geniale...

Ma Speranza non ha altre carte da giocare. “La destra, ovunque, è fortissima. E nessuno di noi può fare finta di niente. Io di certo non voglio”.

Naturalmente si pronunciano frasi fatte che dovrebbero suonare come un’autocritica (“La rottura nel Pd è arrivata dopo una frattura nella società italiana. Se si ha il coraggio di ricomporre questa frattura, e di ragionare di una politica di radicale discontinuità, allora anche noi dobbiamo avere il coraggio di confrontarci”), ma nessuna analisi sul perché siano state adottate quelle “politiche sbagliate” che hanno portato la “società di sinistra” ad abbandonare il Pd e i suoi tardivi critici.

L’operazione è insomma chiara e spudorata: una lista Mdp-Sinistra Italiana (Fratoianni la dà per già fatta), in coalizione con il Pd (come prevede il Rosatellum), per spuntare più seggi possibile per i transfughi che tornano all’ovile.

In un certo senso è una scelta di chiarezza, che dovrebbe costringere ciò che resta di “formazioni comuniste” (Rifondazione, in primo luogo) ad abbandonare la via suicida fin qui perseguita: un “listone” di centrosinistra.

In fondo non dovrebbe essere difficile comprendere che il “centrosinistra” non ha alcuna possibilità di risorgere. Le dinamiche politiche residue, per i prossimi anni, hanno infatti uno spazio di manovra estremamente ristretto: c’è da applicare il Fiscal Compact (che il Parlamento dovrà ratificare entro dicembre), smantellare quel che resta di “sistema sociale europeo” (sanità, pensioni, istruzione pubblici), ridurre a zero la partecipazione popolare alla politica.

Per far questo occorre mettere insieme la feccia, i servi dei servi dei servi, i bruti con otto palmi di pelo sullo stomaco, intorno a una ristretta pattuglia di tecnocrati capaci di tradurre le “indicazioni europee” in programma di governo. Clientele, interessi mafiosi e pattuglie di razzi-scilipotiani sono ben accolti. Del resto, sinceramente, il potere multinazionale non ha bisogno d'altro.

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17/04/2015

È un Pd senza Speranza

Le dimissioni del capogruppo Pd alla Camera, Roberto Speranza, rappresentano una pietra miliare non tanto nel processo di completa renzizzazione del partito democratico, già di per sé avanzato, ma della legge elettorale e della revisione costituzionale. In poche parole, se fino all'elezione di Mattarella si poteva pensare ad una revisione costituzionale con due attori forti, il PD e FI, oggi lo scenario è cambiato. Forza Italia si è sgretolata e quando lo stesso azionista reale di FI, Mediaset, esprime comunque gradimento per il governo Renzi (vedi intervista della manager Nieri al Fatto Quotidiano) è chiaro che Renzi può tentare da solo l'affondo, politico e istituzionale, senza rischiare i colpi delle carrozzate televisive di Cologno Monzese. Speranza si dimette, vista l'impossibilità di discutere di fatto sulla modifica delle legge elettorale, perché viene a mancare il contatto tra la maggioranza e le minoranze Pd. Contatto che, in un modo o in un altro, dall'inizio del governo Renzi era riuscito a tenere pur essendo stato nominato dal precedente segretario, Bersani.

E' evidente che nella riforma elettorale c'è un potere di nomina sugli eletti, da parte dei vertici anzi del vertice PD, maggiore persino della legge Calderoli bocciata da tempo dalla Corte Costituzionale. Come è chiaro che, in questo modo, alla minoranza PD non rimarrebbe che una presenza e un potere del tutto testimoniali. Le intenzioni del governo, al momento, sono di procedere all'approvazione della legge tramite l'istituto della fiducia ovvero senza discussione: prendere o lasciare, votare si o andare a casa. Di qui l'affondo alle altre forze politiche che assume un significato evidente: nonostante difficoltà (scuola, riforma PA, legge di stabilità etc.) il governo tira dritto. In effetti mai una legge elettorale è stata approvata senza una discussione in aula tentando un minimo di condivisione di quella che è la legge delle regole del gioco tra tutti i partiti. Anche la legge Calderoli fu discussa, tra l'altro.

E così dopo il Jobs Act senza neanche discutere coi sindacati, ecco una legge elettorale che si annuncia approvata senza una reale discussione con i partiti. In questo modo la revisione costituzionale Renzi la farà senza neanche discuterla con sé stesso. E di questo non c'è da dubitarne: di sicuro per quest'ultima di misura il parere di Schauble conterà più di quello di Guerini o della Boschi. Provare per credere.

Intanto è un Pd senza Speranza.

Redazione - 16 aprile 2015
La fonte: Il capogruppo del Pd Roberto Speranza ha annunciato le proprie dimissioni all'Assemblea del deputati Pd. Sulla riforma elettorale «c'è un profondo dissenso».

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