Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/05/2025

Il regionalismo riporta il nucleare in Italia

Mercoledì scorso, a Milano, Rafael Mariano Grossi, direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’Energia atomica (Aiea), e Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, hanno firmato un protocollo di intesa che ha una portata epocale per l’Italia. Con esso, infatti, si riapre infine la strada al nucleare in Italia.

Gli obiettivi di questo accordo sono quelli di valorizzazione dell’energia nucleare nella transizione ecologica, l’utilizzo di questa fonte in settori strategici come la medicina e l’agricoltura, e ovviamente la promozione della cooperazione internazionale come strumento per porre in sinergia conoscenze comuni e all’avanguardia.

Insomma, quello che viene definito un ‘uso pacifico’ del nucleare, ma che nasconde sempre il pericolo del dual use. Si tratta, infatti, della tecnologia che per eccellenza può avere risvolti militari, e basta anche pensare al fatto che tra i fondatori di Nuclitalia, la società che dovrebbe guidare il ritorno del nucleare in Italia c’è proprio Leonardo.

Del resto, l’attività di Nuclitalia (per cui è stata annunciata una prima dotazione di 30 milioni) sarà completamente calata nella dimensione europea della filiera atomica, che vede anche potenze nucleari come la Francia. È chiaro che le sinergie che potranno essere trovate nella ricerca di settore andranno a favorire tutto un complesso che è sia civile sia militare, nell’orizzonte dell’autonomia strategica europea.

Tornando all’accordo tra Aiea e Lombardia, bisogna sottolineare come la regione italiana si sia mossa d’anticipo sulle opportunità che questo comparto può offrire all’economia locale. Ma non si può sottolineare come questa intesa sia segnata ancor di più da processi di lunga data che coinvolgono il nostro paese, dentro il percorso di integrazione europea.

Innanzitutto, mentre la delega governativa riguardante il nucleare è ancora in via di approvazione, eventi come il Nuclear Power Expo palesano la rapacità delle imprese che vedono nell’Italia il prossimo terreno di profitti legati all’energia atomica. A Milano lo sanno bene, e hanno dato quindi immediatamente vita a una cornice istituzionale che favorisca l’afflusso di capitali.

Pur nelle criticità del comparto, bisogna inoltre dire che si osserverà anche in questo caso la divergenza tra un’area settentrionale dell’Italia ancor più profondamente legata al core economico europeo, e un’area meridionale ulteriormente abbandonata a se stessa. Insomma, la forzatura verso il ritorno al nucleare sta avvenendo per via del regionalismo ‘differenziato’ incardinato nelle riforme europee.

Come ha sottolineato Grossi, infatti, “questo memorandum di intesa è il primo nella storia dell’agenzia [Aiea] a livello regionale. E questo è la chiara testimonianza delle capacità che questa bellissima regione italiana ha da offrire sul piano scientifico, culturale e tecnologico”.

Ancora più chiaro è stato il sottosegretario regionale con delega alle Relazioni Internazionali ed Europee, Raffaele Cattaneo, che ha ricordato come l’accordo sia un “successo nato dalla missione istituzionale che la Regione ha condotto lo scorso gennaio a Vienna”, presso la Rappresentanza permanente italiana alle organizzazioni internazionali.

A suo avviso, l’intesa “conferma la capacità della Lombardia di dialogare con i grandi attori della comunità internazionale su temi strategici come l’energia, l’innovazione e lo sviluppo sostenibile”. La logica dell’autonomia differenziata, che vuole le regioni responsabili anche di relazioni estere, si rivede perfettamente nell’incontro di mercoledì tra Grossi e Fontana.

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15/09/2023

COVID-19 - “La genetica non tolga attenzione alle responsabilità”

L’Istituto Mario Negri ha presentato l’altroieri, nel corso di un convegno ospitato dal Presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana, i risultati di Origin, un articolato studio di popolazione che negli ultimi due anni ha visto i ricercatori del Mario Negri impegnati nell’analisi della relazione fra i fattori genetici e la gravità della malattia COVID-19 nella provincia di Bergamo, epicentro della pandemia.

Lo studio, pubblicato sulla rivista iScience, dimostra che una certa regione del genoma umano si associava in modo significativo col rischio di ammalarsi di Covid-19 e di ammalarsi in forma grave nei residenti in quelle aree più colpite dalla pandemia, in particolare nella bassa Valle Seriana.

“Se i geni di Neanderthal possono aver contribuito alla diffusione del virus nella prima fase ‘esponendo le persone ad una malattia più severa’ come ha detto Giuseppe Remuzzi, Direttore dell’Istituto Mario Negri, non possiamo che rimarcare il nostro disappunto per come sia stata interpretata la notizia, togliendo responsabilità a chi ne ha avute nella gestione della prima fase della pandemia" – commenta il direttivo dell’Associazione dei familiari delle vittime del Covid-19 #Sereniesempreuniti –.

“Le archiviazioni del Tribunale dei Ministri di Brescia infatti ci dicono che il reato di epidemia colposa non è configurabile e quindi le persone coinvolte dall’indagine di Bergamo, tra cui lo stesso Attilio Fontana, ma anche l’allora premier Giuseppe Conte e l’ex Ministro della Salute Roberto Speranza, non sono rinviabili a giudizio ma le loro decisioni o mancate decisioni hanno indubbiamente influito nella circolazione del virus e nell’alto tasso di mortalità, soprattutto in bergamasca ma anche nel resto d’Italia.

Ricordiamo la mancata zona rossa a Nembro e Alzano ma anche il mancato tracciamento, o il piano pandemico nazionale e regionale non applicati e tutti gli altri obblighi di legge mai adempiUti che noi, attraverso i nostri legali, abbiamo portato all’attenzione della Procura di Bergamo e del Tribunale Civile di Roma dove la causa contro Governo, Ministero della Salute e Regione Lombardia è ancora in corso”
.

A questo proposito questa mattina il nostro avvocato Consuelo Locati si è confrontata su RAI3 ad Agorà con Remuzzi e Matteo Bassetti e ne è emerso un quadro un po’ diverso.

L’intervento è rivedibile qui a circa 1 ora dall’inizio.

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03/03/2023

Mancata “zona rossa” in Val Seriana, l’indagine sulla strage

Dopo tre anni di indagini quanto meno farraginose, la Procura di Bergamo è arrivata a chiudere l’inchiesta indicando 17 persone come possibili responsabili di “epidemia colposa”. Tra loro l’allora presidente del consiglio Giuseppe Conte, il ministro della sanità Roberto Speranza e naturalmente il presidente della regione Lombardia appena riconfermato – il leghista Attilio Fontana – e l’allora assessore alla sanità Giulio Gallera.

Sul piano politico, insomma, non si salva nessuna componente, dunque sarà complicato provare il classico gioco dello scaricabarile tra momentaneo governo e altrettanto momentanea opposizione.

Seguono altre figure apicali del dispositivo di contrasto alla pandemia: il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità Silvio Brusaferro, il presidente del Consiglio superiore di Sanità Franco Locatelli, l’allora coordinatore del primo Comitato tecnico scientifico Agostino Miozzo, l’allora capo della Protezione civile Angelo Borrelli e l’allora direttore scientifico dello Spallanzani Giuseppe Ippolito.

E poi l’ex capo della Prevenzione del Ministero della Salute Claudio D’Amario, l’ex segretario generale Giuseppe Ruocco, il responsabile delle Malattie infettive Francesco Maraglino.

Secondo il consulente dei magistrati inquirenti, Andrea Crisanti (oggi senatore del Pd), si sarebbero risparmiati 4.148 morti con una chiusura della sola Val Seriana dal 27 febbraio, 2.659 dal 3 marzo.

Ed è proprio la mancata chiusura di quella valle il nodo del contendere, fin da quando il governo “giallo-rosa” (grillini e Pd) inviò esercito e polizia per imporre un lockdown ferreo (stile Codogno, per intenderci), rinunciandovi poi a seguito delle pressioni della Confindustria, subito fatte proprio dai vertici leghisti e berlusconiani che controllavano il Pirellone.

Come i nostri lettori ricorderanno – cliccando sui molti link di questo articolo – abbiamo da subito considerato quella rinuncia un vero e proprio atto criminale, che ha permesso il dilagare della pandemia in tutto il paese, con vertici di orrore quando le strutture di direzione della sanità lumbard decisero di mandare i “contagiati non gravi” nelle Rsa. Provocando così un’ecatombe di anziani tale da esser poi registrata come una riduzione generale dell’”aspettativa di vita”.

Insomma, i calcoli di Crisanti – certamente scrupolosi, ma comprensibilmente “cauti” – andrebbero moltiplicati in modo esponenziale.

Solo nella provincia di Bergamo – il sindaco piddino Gori, in quei giorni, faceva suo lo slogan leghista “Bergamo non si ferma!” – tra marzo e aprile del 2020 furono registrati 6.200 morti contro una media mensile precedente che si limitava a circa 800. Quelli “certificati Covid”, grazie a un tampone, erano stati circa la metà. Per gli altri neanche quello...

Il risultato fu, come si ricorda, una fila di camion militari che portava via i cadaveri – come nelle scene della peste manzoniana – perché i cimiteri locali non avevano la possibilità di “smaltire” nei forni crematori tutti quei corpi (che probabilmente ora qualcuno chiamerebbe “carico residuo”).

Il mantra padronale di quei mesi fu chiarissimo, ripetuto a ogni ora del giorno: non si può fermare la produzione per nessun motivo. Gli operai dovevano andare in fabbrica e produrre, senza protezioni, viaggiando su treni e autobus pieni come al solito, esponendosi ed esponendo le proprie famiglie al contagio con un virus che in quel momento non si sapeva come fermare (i vaccini arrivarono solo un anno dopo).

Seguiremo questa inchiesta insieme ai familiari delle vittime e ai comitati che chiedono da anni la verità su questa strage, divenendo addirittura oggetto di intimidazioni, perquisizioni, ecc..

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09/11/2022

Porte girevoli in Lombardia: si candida Moratti, torna Bertolaso

La fantasia del presidente della Lombardia, Attilio Fontana, è davvero limitata. Quando c’è un problema che non sa come risolvere, telefona a Guido Bertolaso, l’uomo per tutte le emergenze.

Questa volta l’emergenza si chiama Letizia Moratti che, chiamata a sostituire al welfare lombardo, in piena pandemia, il comico Gallera, non ha saputo fare molto meglio, ma in compenso adesso aspira alla presidenza della Regione in contrasto con Fontana.

Così, rimasto senza assessore al welfare, Fontana ha subito pensato di richiamare l’ex commissario regionale per la pandemia Guido Bertolaso e di dargli il mandato di sostituire Moratti.

La cosa potrebbe risolversi in qualche battuta sulla evidente scarsità di “risorse umane” di cui dispone la giunta lombarda, se non fosse che Bertolaso ha fatto dichiarazioni d’insediamento imbarazzanti. Infatti il neo assessore ha voluto subito schierarsi con Fontana dichiarando che la Lombardia, durante la prima fase della pandemia, fu travolta da un evento gravissimo che si trovò a fronteggiare da sola e si è dunque schierato con l’idea dell’attuale governo di istituire una commissione d’inchiesta sugli errori e le omissioni governative.

Tutti sappiamo che la gestione della pandemia da parte del governo Conte fu tutt’altro che ineccepibile, tuttavia, è anche lampante che la Regione Lombardia non ha alcun diritto di autoassolversi, date le gravissime responsabilità che hanno portato la regione ad avere – a oggi – 43.188 morti, con una percentuale di mortalità rispetto agli abitanti tra le più alte del mondo.

La Regione ancora oggi si rifiuta di ammettere almeno due errori che scatenarono l’epidemia: la riapertura dell’ospedale di Alzano Lombardo dopo che si erano riscontrati dei casi di Covid, ordinata proprio dall’assessorato al welfare; e la mancata chiusura sanitaria delle valli bergamasche, dovuta alle pressioni della Confindustria locale.

Almeno di questo Fontana dovrebbe rispondere a una commissione d’inchiesta.

Tuttavia, tutta la struttura della sanità lombarda si è dimostrata e continua a dimostrarsi carente nell’assistenza territoriale, dopo venticinque anni in cui si è puntato solo sull’”eccellenza” di alcuni ospedali e sulla sussidiarietà pubblico-privato.

Un sistema sanitario retto oggi dall’infausta legge 23/2015, approvata definitivamente nel dicembre 2021 dopo una sperimentazione che avrebbe consigliato la sua abrogazione totale, ma che invece è stata confermata dopo alcune flebili critiche governative, prontamente riassorbite.

Appaiono poi ridicole le affermazioni di Fontana sulla “riduzione delle liste d’attesa”, quando ormai si arriva ad aspettare un anno per ottenere una visita specialistica e le fandonie sulla sanità territoriale, dove per molti lombardi è difficile persino avere il medico di base.

La questione sanità è da anni al centro delle malefatte della giunta regionale: su di essa verte la condanna alla Regione per danno erariale di 47 milioni, per cui è stato condannato l’ex presidente Formigoni, mentre si presta naturalmente a qualche commento malevolo il fatto che il suo successore Maroni, appena scaduto dal mandato, sia stato cooptato nel CDA della potente holding sanitaria privata San Donato (insieme all’ex ministro Alfano).

Nel suo discorso d’insediamento, Bertolaso ha anche affermato di non voler cambiare nulla ai vertici della sanità lombarda, in particolare il direttore generale Giovanni Pavesi, pescato in Veneto da Moratti per i suoi “meriti” ai tempi della giunta Galan: una condanna per danno ambientale e una per corruzione.

Nel frattempo, la “traditrice” Moratti è la prima candidata ufficiale alla presidenza della Regione per le elezioni della prossima primavera. L’ex sindaca di Milano, anch’essa condannata per danno erariale ai danni del Comune durante il suo mandato e cacciata a furor di popolo nel 2011, si candida con Calenda e Renzi.

Ancora una volta i guastatori del “terzo polo” hanno lasciato col cerino in mano il PD, dopo avere raggiunto un accordo di massima per candidare Cottarelli, neoeletto senatore piddino ma con simpatie per Calenda, tanto che sabato 5 novembre era sul palco della manifestazione per la guerra indetta dal leader di Azione.

Mentre Cottarelli era sul palco, nel backstage Renzi e Moratti concordavano la candidatura di quest’ultima.

Se qualcuno nel PD pensa che, in definitiva, per “battere la destra” si potrebbe anche sostenere Moratti, altri s’affannano a cercare un candidato da contrapporre a lei e a Fontana.

Il sindaco di Milano, Sala, non è disposto a lasciare Palazzo Marino per una candidatura perdente e allora qualcuno pensa di richiamare Pisapia da Bruxelles, dove è impegnato a votare mozioni in cui si assimila comunismo e nazismo e, più recentemente, a respingere l’ODG della GUE-Sinistra Europea che chiedeva una soluzione diplomatica per la guerra russo-ucraina, appoggiando invece ulteriori invii di armi.

Insomma, ancora una volta un triste balletto di nomi in un panorama politico dove i cittadini non avranno la possibilità di distinguere reali differenze programmatiche tra Fontana e Moratti, che hanno governato insieme sino a ieri, e il signor X del Partito Democratico.

Ciò salvo che, in questi mesi, non si costruisca un programma per una lista di opposizione reale che riporti al centro della discussione i temi che toccano da vicino i cittadini lombardi (e italiani): la sanità, l’ambiente e l’esagerato consumo di suolo, i trasporti, la formazione professionale.

Tutti settori nei quali la gestione del bene pubblico è affidata massicciamente ai privati che mirano in primo luogo al profitto personale.

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04/06/2021

Condannati i revisori dei conti della Lega

Si è concluso con due pesanti condanne il processo di primo grado ai due commercialisti e revisori dei conti dei gruppi parlamentari della Lega. Il processo si è tenuto con rito abbreviato, che garantisce uno sconto di pena, ma Alberto di Rubba e Andrea Manzoni dovranno comunque scontare rispettivamente 5 anni e 4 mesi e 4 anni e 4 mesi di reclusione.

La vicenda è quella del capannone di Cormano (Mi) acquistato per conto della Lombardia Film Commission, di cui ci eravamo occupati nel settembre scorso.

Oltre alla pena detentiva, i due sono stati condannati a pagare un risarcimento di 170.000 euro alla Lombardia Film Commission e altri 25.000 al Comune di Milano; la regione Lombardia dell’ineffabile presidente leghista Fontana non si è invece costituita parte civile, confermando il disinteresse a come vengono rubati i soldi dei cittadini e forse tentando di limitare i danni per i due amici della Lega.

Il giudice ha inoltre sequestrato due ville acquistate a Desenzano del Garda da Di Rubba e Manzoni con il ricavato dell’operazione. Per entrambi l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e di 4 anni per l’attività di commercialista.

Altri protagonisti della vicenda come i prestanome Fabio Barbarossa e Luca Sostegni, ma anche il commercialista Michele Scilieri hanno patteggiato la pena in un precedente processo, mentre Francesco Baracchetti, industriale-faccendiere che si occupava di movimentare i fondi leghisti, attende il rito ordinario.

La Lega, come al solito, ha scaricato i protagonisti della truffa, dichiarando che potranno dimostrare la loro innocenza nel processo d’appello.

Tuttavia, i dirigenti leghisti hanno la coda di paglia poiché i personaggi condannati non sono figure di secondo piano dell’amministrazione del partito: Di Rubba e Manzoni erano i revisori dei conti dei gruppi parlamentari e presso lo studio di Scilieri è domiciliata legalmente la Lega per Salvini premier.

Un altro fatto interessante è che nel corso delle indagini si è scoperto che nel 2019 ci furono importanti movimentazioni nei conti della Lega, che al contempo invece stava concordando con i magistrati di Genova la restituzione in 76 (settantasei) rate annuali dei 49.000.000 truffati allo Stato con falsi rimborsi elettorali, sostenendo di non avere liquidità.

Infine, è convinzione degli inquirenti che, per l’alto ruolo dei condannati, le indagini future potrebbero anche portare a capire qualcosa in merito a siano finiti quei 49.000.000 ricavati dalla truffa allo Stato. Ma in questo caso, la questione è talmente grossa da cucire molte bocche.

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01/06/2021

La sanità lombarda verso la privatizzazione finale

È una pura illusione l’idea che la strage provocata in Lombardia dalla dismissione dei servizi sanitari pubblici e dall’affidamento ai privati di prestazioni fondamentali possa avere insegnato qualcosa alla coppia Fontana-Moratti.

Infatti, il 26 maggio la giunta regionale lombarda ha approvato il piano per la sanità privata 2021, un vero regalo ai grandi gruppi del settore e una campana a morte per il servizio sanitario pubblico.

Il finanziamento previsto, per ricoveri e visite ambulatoriali presso strutture private aumenta enormemente sino a 7,5 miliardi ed è la cifra più alta mai stanziata. Per poter fare un confronto con il passato, si consideri che nel 2019 il finanziamento fu di 2 miliardi.

Questo ulteriore spostamento di fondi verso il privato significa, per converso, tagli ai piccoli ospedali e alle strutture territoriali pubbliche. Molti reparti di ospedali pubblici chiusi a causa della pandemia, quindi, non riapriranno oppure, in altri casi, lo faranno, ma saranno dati in affitto ai privati, come per esempio è già accaduto a Passirana, nella città metropolitana di Milano. I privati appalteranno quindi pezzi di pubblico a loro esclusivo vantaggio.

Dei finanziamenti resi disponibili per i privati, circa 3 miliardi riguardano tra l’altro servizi socio-assistenziali sul territorio, vale a dire attività che dovrebbero per definizione essere pubbliche, ma che in Lombardia sono già preda dei privati.

Non dimentichiamo che le strutture private hanno già lucrato offrendo servizi – il più delle volte a tariffe molto salate – come i tamponi o i pacchetti per le cure domiciliari del Covid che erano introvabili nel disastrato settore pubblico.

Questa è la lettura che Fontana e Moratti propongono della “Case della comunità” previste dal PNRR.

In Lombardia si prefigura così una sanità in cui sempre più i cittadini saranno costretti a rivolgersi ai privati, in genere meno efficienti e più costosi di almeno il 20% rispetto a quelli pubblici. Ma soprattutto interessati al loro profitto e non alla salute pubblica.

Gravissima anche l’impostazione della bozza di revisione della legge 23/2015, vera pietra miliare della privatizzazione della sanità lombarda, che ha terminato la sua sperimentazione e che deve essere aggiornata.

In tale bozza non c’è traccia di servizi di medicina del lavoro e si giunge persino a ipotizzare l’istituzione di un welfare aziendale convenzionato con la Regione. Di fatto, la cancellazione del Sistema Sanitario Nazionale e il ritorno al vecchio sistema delle mutue, con un salto indietro di una cinquantina d’anni.

Rispetto alla legge 23/2015 il governo Conte aveva espresso alcune osservazioni critiche assolutamente insufficienti, che non affrontavano il tema principale, cioè la commistione di pubblico e privato e la presenza del privato nelle strutture pubbliche.

Ora, il governo Draghi addirittura tace completamente e il ministro Speranza, formalmente il più “a sinistra” nel governo, non si discosta da questo atteggiamento.

Spetterà, come sempre, ai movimenti per la salute dare una risposta netta e decisa ai piani di Fontana e Moratti.

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30/04/2021

Bertolaso lascia la Lombardia

Guido Bertolaso ha annunciato che lascerà la Lombardia e rientrerà nel suo domicilio romano. Tuttavia, secondo il presidente Fontana, continuerà a collaborare con la Regione, in modalità telematica. Non sappiamo cosa farà Bertolaso con il telelavoro, così come è difficile capire cosa abbia fatto come commissario alle vaccinazioni della Lombardia dal 2 febbraio a oggi.

Ne ricordiamo l’altisonante proclama quando assunse il compito affidatogli dall’assessora e vicepresidente Moratti: “vaccineremo sette giorni su sette e ventiquattro ore su ventiquattro, entro giugno tutti i lombardi saranno vaccinati”. Propositi entusiasmanti che non hanno avuto riscontro.

La scelta di Moratti e di Bertolaso di affidarsi alla piattaforma di prenotazioni elaborata da ARIA (costo tra 18 e 22 milioni) si è rivelata fallimentare. I danni causati dalle difficoltà di prenotazione e gli infiniti disguidi provocati da tale piattaforma sono purtroppo difficilmente quantificabili, ma è certo che il ritardo nella vaccinazione dei cittadini ultraottantenni e fragili ha provocato centinaia, forse migliaia di decessi che si potevano evitare.

Il passaggio alla piattaforma di prenotazione delle Poste, assolutamente gratuita e molto più efficiente, ha rimesso la campagna vaccinale lombarda su binari meno incerti, ma il disastro procurato dalle scelte sbagliate della giunta e del commissario non è recuperabile.

Ricordiamo peraltro che Bertolaso, commissario berlusconiano a tutto, visto che lo fu per il terremoto dell’Aquila, poi al G8 e altre emergenze sino ai mondiali di ciclismo, era già stato protagonista, a Milano, della sciagurata costruzione dell’ospedale della Fiera, nella primavera scorsa, che costò, sembra, 26 milioni (i conti esatti non sono stati resi pubblici) per accogliere una trentina di degenti affetti da Covid 19 nei momenti finali della “prima ondata”.

Non contento, Bertolaso aveva replicato lo stesso copione in Sicilia e nelle Marche, con risultati egualmente sconfortanti: spese enormi e utilità poca.

In ogni caso, la notizia della partenza di Bertolaso non giunge inattesa, poiché da settimane si sapeva di contrasti tra il commissario e la giunta, dovuti probabilmente alla definizione dei ruoli e ai rinfacci sui tanti pasticci che hanno rallentato oltre ogni limite la campagna vaccinale.

Cosa farà ora Bertolaso è ignoto, farà telelavoro dalla sua casa romana o si lancerà, come desidera Salvini, in imprese di più ampio respiro, come la candidatura per il centro-destra a sindaco della capitale?

Al di là degli auspici del capo leghista, Bertolaso sembra poco incline ad accettare la candidatura. Forse si ricorda quanto accadde cinque anni fa, quando già candidato del centrodestra scivolò su una frase sessista contro la sorella d’Italia Giorgia Meloni, che, sostenne, non avrebbe potuto fare il sindaco perché mamma. Cercò pure di rimediare, dicendo di avere voluto essere “protettivo” verso Meloni, ma la pezza fu peggio del buco.

Quindi è probabile che i romani abbiano la fortuna di non vedere candidato sindaco Guido Bertolaso, che starà a casa a fare telelavoro per Fontana e Moratti. Ma sul futuro dell’omnicommisario ci sorge una domanda: non sarebbe meglio prendesse la pensione?

Lo diciamo per proteggerlo dall’affaticamento...

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03/04/2021

Da dove vengono i cinque milioni svizzeri di Fontana?

Il generale Figliuolo era appena risalito in automobile, dopo avere detto che in definitiva in Lombardia grandi problema non ce n’erano, che il presidente Fontana riceveva altre due imputazioni nell’ambito dell’inchiesta sull’acquisto di attrezzature sanitarie dalla ditta di suo cognato, Andrea Dini, partecipata anche dalla moglie.

Ricordiamo che nella scorsa primavera, durante la prima emergenza Covid, ARIA spa, la centrale per gli acquisti della Regione Lombardia, aveva trattato in procedura d’urgenza con la ditta di proprietà di Dini l’acquisto di abbigliamento sanitario per un totale di oltre 500.000 euro.

Quando tale acquisto, chiaramente in conflitto d’interessi, era stato denunciato dalla stampa, l’acquisto era stato trasformato in “donazione” (non è chiaro se mai consegnata alla Regione). Per risarcire il cognato della perdita dell’affare, Fontana gli aveva versato 250.000 euro provenienti da un conto svizzero, su cui erano depositati oltre 5 milioni di euro, tra l’altro provenienti dalle Bahamas e dal Liechtenstein.

Lo scandalo aveva tra l’altro costretto alle dimissioni il direttore di ARIA, Bongiovanni, mentre Fontana era stato iscritto nel registro degli indagati per frode in pubbliche forniture.

Ora i magistrati vogliono vedere chiaro sulla provenienza di quei 5 milioni, che Fontana dice essere l’eredita lasciatagli dalla madre, dentista. I magistrati sospettano che almeno 2 di quei milioni vengano da attività professionali che Fontana non ha denunciato al fisco. Per questo l’ipotesi di reato per auto riciclaggio e falsa dichiarazione.

Intanto la Regione ha pubblicato un calendario di possibili prenotazioni per i prossimi mesi, attraverso il sistema nazionale delle Poste, che arriva a comprendere gli oltresessantacinquenni, ma è noto che in Lombardia prenotazione non vuole dire certezza di vaccinazione.

Lo sanno bene gli ultraottantenni che ancora a migliaia attendono di essere vaccinati e i disabili che dovrebbero riceverla a casa e attendono invano.

Un altro punto che resta critico è la revisione della legge regionale 23/2015, quella che ha sfasciato del tutto la sanità lombarda, essendo quindi responsabile del tracollo pandemico. Tale legge doveva essere sottoposta a revisione con il governo nello scorso agosto, poi in dicembre, quindi a marzo e ora la giunta dice di non poter presentare il progetto definitivo prima di fine luglio.

Un ennesimo rinvio che dissimula chiaramente la volontà della giunta di attendere che le acque agitate della pandemia si acquietino almeno un po’ per cercare di salvare ciò che può salvare dopo il fallimento di tale legge travolta dalla pandemia.

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01/04/2021

L’inutile parata di Figliuolo in Lombardia


C’era poco da aspettarsi dalla visita in Lombardia della penna d’oca generale Figliuolo. Le compatibilità del governo tuttigusti di Draghi e la figura stessa di Figliuolo non permettevano di attendersi che finalmente Fontana e Moratti dovessero rendere conto della strage che hanno e stanno provocando, con un numero di morti quotidiane ancora tra 80 e 100 e oltre 3.000 contagi al giorno.

Figliuolo ha visitato, in compagnia del capo della Protezione Civile Curcio e del decorativo Bertolaso, due centri vaccinali e ha tenuto una conferenza stampa affiancato dai gongolanti Fontana e Moratti che, come tutti i politici di destra, da Salvini in giù, si eccitano davanti alle divise, ma che soprattutto si sono sentiti rassicurati dalle parole condiscendenti del generale.

Il quale ha detto che in Lombardia ci sono delle cose che non vanno, come da tutte le parti, e che si cercherà di metterle a posto. Insomma, tutto quanto successo da un anno a questa parte nella regione con il più alto numero di morti al mondo in rapporto alla popolazione è solo un piccolo problema, già quasi risolto.

Notizia già nota, strombazzata per nuova, il passaggio, dal primo aprile al sistema gratuito di prenotazione delle Poste, dopo il tracollo di quello regionale, costato 22 milioni. La data non è delle più rassicuranti, speriamo che questo passaggio non diventi un grottesco pesce d’aprile.

Inoltre Figliuolo ha dichiarato che il piano lombardo di vaccinazione è “in linea con quello nazionale”. Ci chiediamo di cosa parli, poiché un vero piano vaccinale della Lombardia non esiste, ma soprattutto è grave che nessun riferimento sia stato fatto all’accordo per le vaccinazioni in azienda tra Regione, Confindustria e Confapi.

Se davvero si vogliono seguire le indicazioni nazionali di vaccinare in ordine d’età, tale accordo va immediatamente revocato poiché sottrae dosi agli anziani per darle a soggetti più giovani.

Chiaro che Fontana e Moratti si sono sentiti rilegittimati, e ne avevano bisogno estremo, dalle parole di Figliuolo, così il primo ha colto l’occasione per attaccare chi crea “stucchevoli polemiche” e la seconda per ripetere che entro l’11 aprile tutti gli ultraottantenni saranno vaccinati.

Purtroppo gli anziani interessati smentiscono di avere ricevuto qualunque comunicazione. Delle successive fasce d’età, le cui vaccinazioni sono già iniziate in diverse regioni, non è dato sapere.

Nel clima assolutorio delle gravissime responsabilità della giunta, Moratti ha ribadito che qualche problema c’è stato, ma non così grave e che ora andrà tutto bene. Insomma, una grottesca minimizzazione delle colpe della giunta e l’ennesima presa in giro dei cittadini.

Peraltro, anche il consiglio regionale viene costantemente sbeffeggiato, poiché, dopo che finalmente le opposizioni avevano ottenuto che il 30 marzo fosse messa all’ordine del giorno la discussione sulla situazione sanitaria e sulla mancanza di un vero piano vaccinale, Fontana e Moratti non si sono presentati in aula, con un atteggiamento istituzionale vergognoso.

Ultima notazione: Figliuolo si è concesso una battuta dicendo che la Lombardia è una Ferrari con le gomme sgonfie. Come il generale abbia trovato una tale metafora automobilistica non capiamo.

Il sistema sanitario lombardo, dove anche prima del Covid-19 ci volevano mesi per ottenere una visita specialistica (ma pochissimi giorni se pagavi) oppure un intervento chirurgico, dove si sono costretti i medici di base ad aumentare il numero dei pazienti iscritti, dove la prevenzione era parola sconosciuta, ci sembra più simile a un vecchio furgoncino dal motore ansimante e dalla carrozzeria che perde i pezzi.

Intanto in Lombardia si continua a morire per qualche piccolo errore.

Fonte

29/03/2021

L’ennesima menzogna del trio Fontana-Moratti-Bertolaso

Due giorni orsono il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, ha dichiarato che i giornali che esprimono critiche sulla gestione della sanità lombarda diffondono fake news. Purtroppo, Fontana è stato clamorosamente smentito dall’ennesimo fiasco della sua giunta, avvenuto nel fine settimana.

Di fronte alle polemiche per il ritardo nella vaccinazione degli ultraottantenni, Moratti e Bertolaso hanno promesso che entro il fine settimana tutti i 205.000 ultraottantenni che ancora aspettano la vaccinazione avrebbero ricevuto la comunicazione della data in cui presentarsi per la somministrazione.

Promessa, ancora una volta, disattesa.

Dall’assessorato al welfare si fa sapere che saranno necessari ancora alcuni giorni per “verificare le liste”, probabilmente con la collaborazione delle ASST. In pratica, il sistema elaborato da ARIA – azienda messa in piedi da Fontana e costata 22 milioni di euro – non riesce a stabilire chi sia stato vaccinato e chi no.

Una situazione che ha dell’incredibile, ma non tanto se si pensa alle decine di sbagli, inefficienze e superficialità a cui ci ha abituati la giunta Fontana. Si spera che con il passaggio già deciso al sistema di prenotazione di Poste Italiane (gratuito), che ha già dato buona prova in altre cinque regioni, le cose possano cambiare.

Ma tale passaggio, come è noto, richiederà non alcuni giorni, come racconta Moratti, ma alcune settimane. Ciò che è certo è che il direttore generale di ARIA,il leghista Gubian, attualmente uomo solo al comando di tale azienda, dopo le dimissioni del Consiglio d’Amministrazione, dovrebbe avere il pudore di dimettersi.

Singolare la posizione di Bertolaso, che ha tentato di tirarsi fuori dal caso, dicendo che lui è in Lombardia “per vaccinare” e non per occuparsi di informatica. Come se le prenotazioni non fossero parte integrante della campagna vaccinale e se non fosse stato lui stesso a scegliere, in accordo con Moratti, il sistema di prenotazioni di ARIA.

Quanto a Moratti, quest’ultima ha cercato di attribuirsi dei meriti dicendo che la Lombardia ha somministrato tutte le dosi Pfizer che le sono state assegnate. Però questa dichiarazione fa sorgere dei sospetti, poiché tali dosi sarebbero state sufficienti a vaccinare tutti gli ultraottantenni presenti nella regione.

Cosa sia successo è facile da capire: le dosi per gli anziani sono state usate per vaccinare persone più giovani, appartenenti a categorie, corporazioni e gruppi che hanno clientele di carattere politico con la regione.

Intanto gli ottantenni continuano a morire nell’attesa di un vaccino che non arriva perché qualcuno è passato loro avanti.

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23/03/2021

La politica eugenetica della giunta lombarda


La campagna vaccinale è troppo lenta in tutta Italia: 200.000 dosi somministrate al giorno sono davvero troppo poche perché si possa pensare di raggiungere obiettivi importanti in tempo utile.

All’interno di questo sfascio nazionale, però, ci sono regioni primatiste d’inefficienza, di clientele e di ottusità. La Lombardia occupa senz’altro il primo posto in tale graduatoria al peggio.

La percentuale di ultraottantenni vaccinati con la prima somministrazione nello spazio di oltre due mesi è del 50% circa, e il 15% sono coloro che hanno ricevuto la seconda dose. È chiaro che di questo passo le vaccinazioni di tale fascia d’età si protrarranno sino a metà maggio; di conseguenza non si ha nessuna nozione di quando potrà iniziare la fase degli ultrasettantenni e dei soggetti a rischio per patologie.

I cittadini lombardi non hanno alcuna informazione e sono ormai allo sconforto. Nei giorni scorsi, tra l’altro, diverse giornate di vaccinazione sono andate perse poiché, preparati i vaccini e presente il personale nei luoghi di vaccinazione si sono presentati pochissimi vaccinandi.

La causa di queste assenze è che gli SMS che dovevano convocarli non sono partiti. Si ha notizia poi, soprattutto in provincia di Cremona, di convocazioni di novantenni in centri distanti anche cento chilometri dalla loro abitazione.

Inoltre, il recupero dei giorni persi a causa del blocco del siero AstraZeneca non è stato organizzato, per cui chi ha saltato l’appuntamento non sa quando potrà recuperare il proprio turno.

La responsabilità delle mancate convocazioni ricade su ARIA, (Azienda Regionale per l’Innovazione e gli Acquisti), che sta dimostrando la propria completa inefficienza a gestire un’operazione non particolarmente difficile come la convocazione dei cittadini nei centri vaccinali.

Contro ARIA si sono scagliati l’assessora Moratti e il commissario Bertolaso, dimenticando che tale Agenzia è però una creazione diretta del presidente regionale Fontana. Infatti ARIA nacque due anni fa per accorpare tre diversi carrozzoni politico-clientelari di epoca formigoniana: la Centrale Acquisti Arca, Lombardia Informatica e Lombardia Infrastrutture.

A capo di ARIA fu nominato un direttore di stretta osservanza leghista, Filippo Bongiovanni, costretto alle dimissioni nel luglio scorso, quando cadde nella rete dell’inchiesta sui sospetti acquisti di materiale sanitario dalla ditta del cognato e della moglie del presidente Fontana, scandalo per cui questi ultimi tre sono tuttora inquisiti.

Al suo posto fu chiamato dal Veneto Mario Gubian, ora in grave difficoltà per l’incapacità di gestione della campagna vaccinale.

Quello di chiamare funzionari pubblici dal Veneto sta diventando peraltro un’abitudine della giunta lombarda, che ha recentemente sostituito, dopo soli otto mesi, il direttore della sanità Trivelli con il pluricondannato veneto Giovanni Pavesi, in un tourbillon di nomine che sembra produrre solo ulteriori danni.

Di fronte al fallimento di un piano di gestione delle vaccinazioni costato ben 22 milioni, il presidente Fontana chiede ora “un passo indietro” del consiglio d’amministrazione di ARIA per lasciare solo al comando Gubian, che è evidentemente tutt’altro che esente da colpe.

La cacciata del Consiglio d’Amministrazione di ARIA peraltro è stata chiesta con il roboante “chi sbaglia paga” da Salvini in persona, sempre pronto a ingerirsi nelle cose lombarde con le sue sparate giustizialiste e propagandistiche.

In pratica, come da sempre, si scarica la responsabilità su qualche incarico tecnico per non mettere in discussione le scelte politiche sbagliate della giunta.

In una tale situazione di caos, prolifera, in Lombardia, il fai-da-te vaccinale. Sembra che il 16% delle dosi destinate agli ultraottantenni sia stato somministrato a soggetti non previsti dalle indicazioni nazionali, che fissano tappe progressive per età (fatto salvo il personale sanitario e scolastico).

In Lombardia sono stati vaccinati i professori universitari, che fanno lezione on line, ma soprattutto è strano che siano stati vaccinati gli amministrativi delle università e degli ospedali, personale spesso giovane e senza problemi di salute che non ha contatti diretti con il pubblico.

Nel frattempo, le imprese private stanno raccogliendo le prenotazioni tra i dipendenti, approfittando dell’accordo tra regione, Confindustria e Confapi per la vaccinazione in azienda, che sottrarrà dosi agli anziani e ai fragili.

Si badi, non si vuole qui scatenare una “guerra tra poveri” perché tutti hanno diritto a vaccinarsi, bensì sostenere che la vaccinazione per fasce d’età, dato che coloro che contraggono in forma grave la malattia sono soprattutto anziani e fragili, potrebbe far calare la mortalità da Covid e diminuire l’affollamento degli ospedali, a vantaggio di tutti.

L’esperienza in tal senso della Gran Bretagna, che ha ridotto la mortalità a pochi casi al giorno grazie a una vaccinazione che rispetta le fasce d’età, fa testo. Una constatazione che appare semplice, ma che non trova riscontro in Lombardia, dove ormai si è al caos totale e dove sembra che il criterio dell’età, che è anche quello della solidarietà e della protezione di chi è a maggior rischio, sia dimenticato a vantaggio della produttività del singolo, che tanto piace a Moratti, la signora del “più vaccini a chi fa più PIL”.

In questa situazione, non resta purtroppo che temere che la Lombardia si stia avviando a un percorso di carattere eugenetico di eliminazione dei soggetti anziani e fisicamente fragili, oltretutto “costosi”, a vantaggio dei “produttivi”.

È necessario fermare questa giunta, con il commissariamento regionale che ormai da un anno forze sociali, politiche e sindacali richiedono a gran voce e che il governo Conte non ha avuto il coraggio di mettere in atto. Commissariamento che diventa ancora meno probabile venga realizzato da un governo zeppo di ministri leghisti e italoforzuti.

Ma anche se difficile da ottenere, il commissariamento è necessario per la salvezza dei cittadini.

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11/03/2021

In Lombardia si vaccina chi è “produttivo”, gli altri crepino

È tristemente indimenticabile la dichiarazione con cui Letizia Moratti, appena insediatasi all’assessorato al welfare della Lombardia, aveva chiesto che i vaccini fossero inviati alle regioni in proporzione al loro PIL.

Dopo il fallimento di tale folle proposta a livello nazionale, la regione Lombardia ha deciso di far da sé. Ha concluso un accordo con Confindustria e Confapi per la somministrazione dei vaccini nelle aziende, che inizierà con i rifornimenti di aprile. In pratica, i vaccini saranno dirottati sui canali aziendali e quindi sottratti agli anziani e ai soggetti a maggior rischio per vaccinare, invece, chi è in produzione.

L’accordo è stato annunciato in una conferenza stampa con la partecipazione del gongolante presidente della Confindustria lombarda Bonometti, colui che l’anno scorso, per tenere aperte le fabbriche delle valli bergamasche, contribuì a creare una strage.

L’accordo tra Regione e industriali garantirà il rilancio del PIL poiché le aziende potranno lavorare a pieno ritmo, mentre gli anziani e i fragili potranno restare a casa dove sono rinchiusi da un anno senza alcun aiuto né sostegno. Oppure uscire, ammalarsi e morire, facendo così anche risparmiare i soldi della loro pensione.

La corrotta e incapace giunta lombarda raggiunge livelli di cinismo e di disumanità che non avremmo voluto essere costretti a vedere. Qualunque idea di solidarietà sociale è stata ribaltata, un trentenne in buona salute potrà essere vaccinato, perché produttivo, prima di un settantenne con malattie che lo mettono a rischio.

Peraltro, la campagna vaccinale in Lombardia avanza a rilento e senza alcun vero piano. Non sono ancora terminate le vaccinazioni del personale sanitario, sono lentissime quelle degli ultraottantenni, appena iniziate, con poche unità, quelle dei lavoratori della scuola.

Gli ultraottantenni, in particolare, sono stati vaccinati solo per il 18% e al ritmo attuale non si potrà terminare la loro vaccinazioni prima di fine maggio. A causa dell’incapacità a gestire le vaccinazioni, la regione sta stringendo accordi con ospedali e cliniche private, che “collaboreranno” grazie a lauti compensi (30 euro circa a somministrazione).

Infine, la Regione ha dovuto cambiare il sistema informatico di prenotazione, che ha fatto impazzire più di un vaccinando, con prenotazioni che saltavano, non si registravano, con l’invio di perentori messaggi a novantenni per presentarsi urgentemente a chilometri dalla loro abitazione, salvo poi smentire il tutto pochi minuti dopo.

Altri cittadini sono stati chiamati alla vaccinazione usando il fascicolo sanitario personale, destinato a conservare i risultati di visite e analisi e che quindi nessuno consulta tutti i giorni, ma solo quando attende il risultato di accertamenti sanitari. Quindi vaccinazione saltata.

Ieri mattina, ad Antegnate, comune di una zona particolarmente a rischio, tutto era pronto per vaccinare mille persone, ma quasi nessuno si è presentato, semplicemente perché non sono stati inviati i messaggi di convocazione. In compenso, un buco nel sistema ha consentito a persone che non ne avevano diritto di effettuare la vaccinazione prenotandosi attraverso il link apposito che circolava persino nelle chat whatsapp dei ragazzi della parrocchietta.

Quante persone abbiano potuto in questo modo vaccinarsi anche se non facenti parte delle categorie che ne avevano diritto, non si può evidentemente sapere. Ora la Regione ha deciso di dismettere l’attuale sistema di prenotazioni per utilizzarne un secondo, fornito dalle Poste, ma ci vorranno tre settimane per la sua messa a punto. Ciò ha poco rilievo, visto che d’ora in poi, in Lombardia, chi è “produttivo” sarà vaccinato sul posto di lavoro e per gli altri invece la vaccinazione sarà rimandata a tempi migliori.

Tutto ciò in una situazione drammatica nel bresciano, ma anche nei dintorni di Milano. Il capoluogo è ormai circondato da comuni in grave difficoltà e se il contagio dovesse sfondare a Milano sarebbe la catastrofe con altre decine di migliaia di morti.

La gestione della Sanità in Lombardia è già responsabile di 30.000 morti che in gran parte potevano essere evitate, di quante altre si macchierà in futuro la giunta Fontana-Moratti?

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01/03/2021

Lombardia: menzogne e un pluricondannato alla guida della sanità

La giunta lombarda non finisce di stupire i cittadini, come sempre al peggio. Nei giorni scorsi, molti degli ultraottantenni che avevano prenotato la vaccinazione anti-covid hanno ricevuto un SMS della regione che più o meno diceva “sappiamo che hai prenotato la vaccinazione, purtroppo a causa delle mancate consegne siamo in ritardo”, aggiungendo qualche frase di generica rassicurazione.

Questo messaggio è stato, evidentemente, devastante per centinaia di migliaia di anziani che aspettano la vaccinazione per poter uscire di casa.

Si tratta di una menzogna enorme. Il terzetto Fontana-Moratti-Bertolaso ha in realtà nei frigoriferi circa 300.000 dosi di vaccino, quasi un terzo di quelle ricevute sinora. Quindi è la regione che è incapace di somministrare le vaccinazioni, al di là dei ritardi nelle consegne.

Sono 500.00 gli ultraottantenni lombardi che hanno prenotato la vaccinazione, e ad oggi ne sono stati vaccinati meno di 50.000, con un ritmo giornaliero di circa 6000 somministrazioni. Di questo passo, impossibile prevedere quando finirà la fase destinata agli ultraottantenni e si passerà alle altre di un piano vaccinale lombardo peraltro inesistente.

Viene da pensare forse mai, date le sconsiderate dichiarazioni che il “consigliere” Bertolaso ha rilasciato all’Eco di Bergamo. Bertolaso ha dichiarato che dopo gli ultraottantenni, si dovrebbero vaccinare le “persone che lavorano” e non quelle affette da patologie, quindi fragili, e in seguito, procedendo per età gli ultrasettantenni.

Tutto ciò in spregio alle indicazioni nazionali, che prevedono di procedere per fragilità e per fasce d’età. Una dichiarazione, dopo quella rilasciata un mese fa e poi ritirata da Moratti sulla priorità dei vaccini alle regioni con il Pil più alto, che scopre una precisa verità.

Tale verità è che le vaccinazioni si stanno facendo per rilanciare la produzione, non per salvaguardare la vita dei cittadini. Chi pensava che la pandemia avrebbe reso i capitalisti più buoni era completamente in errore, poiché li ha resi ancora più aggressivi, sino al cinismo e a formulazioni eugenetiche.

Intanto si chiarisce il curriculum del nuovo direttore della Sanità lombarda, Giovanni Pavesi, proveniente dall’entourage del vecchio presidente del Veneto, Galan. Costui, che si è dedicato in un primo tempo alla gestione delle aziende di famiglia operanti nel settore petrolifero, caro a Letizia Moratti, fu arrestato nel 1993, insieme al padre, per avere trasformato una cava in una discarica abusiva.

In quella circostanza, patteggiò un anno e venti giorni di reclusione perché, evidentemente colto con le mani nel sacco, temeva una condanna più severa. In seguito, non contento, fu denunciato durante un’inchiesta per corruzione legata alla costruzione del Mose, l’infausto, inutile e costoso progetto contro l’acqua alta veneziana ideato dalla giunta leghista. In questa seconda occasione, il Pavesi patteggiò una condanna a due anni e dieci mesi.

Questo è colui che Letizia Moratti ha scelto come capo della sanità lombarda. Peraltro, ricordiamo che Moratti fu a sua volta condannata per danno erariale procurato al Comune di Milano per aver nominato consulenti incompetenti scelti a sua discrezione. In quell’occasione dovette risarcire 591.000 € al Comune di Milano.

Ora ha messo la salute e la vita dei cittadini lombardi nelle mani di un pluricondannato.

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26/02/2021

Lombardia - Le mani dei “privati” anche sulle vaccinazioni

In Lombardia, la campagna vaccinale va sempre peggio. Si procede con circa 10.000 dosi al giorno e ora si propone di dirottare i vaccini disponibili verso le provincie a maggior rischio, come quella di Brescia, tralasciando le persone che fanno parte della “fase 1 bis”, inventata di sana pianta da Fontana-Moratti-Bertolaso per giustificare i ritardi. Insomma, guerra tra poveri.

Peraltro, il gioco dei colori sta diventando davvero esasperante, la provincia di Brescia è in zona “arancione rafforzato”, un escamotage verbale per non dichiarare la “zona rossa” e lasciare aperta qualche attività commerciale in più. Insomma, storie di ordinaria vergogna e follia.

Ora, per accelerare i tempi di un piano vaccinale in realtà inesistente, con una sanità regionale esausta e al crollo, la giunta ha deciso di ricorrere, come al solito, alla “sussidiarietà” dei privati.

In pratica, gli ospedali privati saranno coinvolti nella somministrazione dei vaccini, naturalmente a pagamento. L’onnipresente gruppo San Donato (presieduto da Angelino Alfano e con Maroni consigliere d’amministrazione), ma anche Multimedica e l’Istituto Auxologico sono già pronti all’affare.

Infatti, si parla di un rimborso da parte della regione, cioè dei cittadini lombardi, di circa trenta euro a somministrazione, considerando le due dosi. Tutto ciò grazie all’incapacità delle strutture pubbliche, ormai distrutte dalle politiche della destra al potere, in Lombardia, da trent’anni.

Inoltre, per accelerare la campagna vaccinale, Letizia Moratti ha avuto un’altra idea geniale: somministrare solo una dose di vaccino senza data certa di richiamo, per vaccinare più persone possibili in tempi rapidi. Ciò garantirebbe, secondo Moratti, la possibilità di “continuare le normali attività”, vale a dire di produrre senza chiudere le fabbriche. In pratica, verrebbe così diffusa nella popolazione una falsa sensazione di “sicurezza”, che contribuirebbe enormemente alla diffusione del contagio.

Anche se è vero che alcuni articoli scientifici sostengono che una prima dose possa procurare una certa immunità, i protocolli approvati dall’Agenzia europea del farmaco e da quella italiana, anche sulla documentazione prodotta dalle case produttrici, indicano che almeno per i vaccini Pfitzer e Moderna è necessario effettuare il richiamo a tre settimane dalla prima somministrazione.

Resta quindi il ragionevole dubbio che seguendo il protocollo suggerito da Moratti si possa in realtà solo sprecare dosi di vaccino che non garantiranno un’effettiva copertura. È chiaro che l’obiettivo della giunta lombarda è quello di garantire il profitto delle imprese, non quello di tutelare la salute dei cittadini, mandati allo sbaraglio a lavorare in luoghi non controllati e su mezzi contaminati.

Il caos della sanità lombarda è totale, tra logica del profitto e della sussidiarietà, tra privatizzazioni e taglio delle strutture pubbliche.

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24/02/2021

Lombardia - Per il vaccino ripassare tra due anni

Come va la campagna vaccinale Anti-Covid in Lombardia? Decisamente male. Mentre a Brescia la situazione si sta facendo drammatica, tanto da far ipotizzare una nuova zona rossa per quella provincia (e arancione per la Regione) sono state vaccinate in Lombardia, a due mesi dall’inizio della campagna, meno di 600.000 persone tra medici, farmacisti, forze dell’ordine, ospiti RSA e ultraottantenni.

Tra questi ultimi, che hanno prenotato in massa la vaccinazione, sta dilagando la preoccupazione poiché la convocazione delle Asst non arriva. A dispetto di Bertolaso, la Lombardia riesce a vaccinare, nei soli giorni feriali, circa 12.000 persone e, in alcuni casi, come è successo recentemente a Pavia e a Brescia, solo poche decine.

Procedendo con questo passo, ci vorranno circa due anni per completare la vaccinazione della popolazione lombarda, in tempi che la potrebbero rendere inutile per l’apparire di nuove varianti resistenti al vaccino e comunque provocando altre migliaia di morti.

La campagna vaccinale sta andando dunque ben diversamente da come ipotizzato da Bertolaso, collaboratore dell’assessore Letizia Moratti, i cui compiti, a parte quello di fare sparate propagandistiche, non sono ancora chiari.

Bertolaso aveva dichiarato che entro fine giugno tutti i lombardi sarebbero stati vaccinati, tenendo i centri aperti sette giorni su sette per 24 ore al giorno. Queste dichiarazioni appaiono ora in tutta la loro demagogia e ci si sta accorgendo che un vero piano vaccinale, in Lombardia, non esiste, ma si vive alla giornata.

Certamente, i tagli nelle forniture dei vaccini hanno il loro peso, ma anche se le dosi ci fossero, sarebbe ben difficile distribuirle e praticarle ai cittadini, per mancanza di personale e di spazi.

La sanità pubblica lombarda è stata distrutta e non è facile organizzare campagne straordinarie quando non si è in grado di gestire nemmeno l’ordinario.

I bandi per l’assunzione di medici per la campagna vaccinale stanno ottenendo poche adesioni, perché le condizioni di lavoro proposte sono disagevoli, ma soprattutto poiché medici disponibili non ce ne sono a causa del rigido numero chiuso imposto da decenni nelle facoltà di medicina.

Questo lo dovrebbe sapere Letizia Moratti che, quando era al governo, non fece nulla per rimuovere questo scandalo che oggi vede l’Italia tra i paesi europei con meno medici in proporzione alla popolazione.

Ennesimo segnale della disorganizzazione lombarda è la notizia che la regione ha contattato i medici di base per la somministrazione di 100.000 dosi di vaccino, però quello antinfluenzale, introvabile a ottobre quando serviva ma ormai inutile a fine febbraio.

Letizia Moratti sembra occuparsi d’altro: pochi giorni orsono ha sostituito il Direttore Generale della Sanità, Marco Trivelli, nominato da soli otto mesi al posto di Luigi Cajazzo, che pagò la gestione inetta dei primi mesi di pandemia.

Nuovo direttore generale è stato nominato Giovanni Pavesi, dirigente di una ASL del vicentino, sconosciuto in Lombardia, ma con il merito di far parte del Network Bocconi dei manager sanitari specializzati in gestione di aziende (private) del settore.

Insomma, si cambiano gli uomini e non l’indirizzo politico, con il risultato di continuare nel disastro. Peraltro si sa che Letizia Moratti tiene particolarmente a lavorare con collaboratori di sua nomina, anche se, pare, non sempre competenti. Infatti fu condannata a risarcire 591.000 di euro al Comune di Milano per avere nominato, quando era sindaca, dei collaboratori che non avevano le competenze richieste.

In questa situazione il Presidente Fontana ha rilasciato un’intervista a Repubblica dai toni molto concilianti verso il governo Draghi, dopo mesi di polemiche feroci con il precedente esecutivo, ma, guarda caso, elogiando solo i ministri Garavaglia e Gelmini.

A Draghi aveva già riservato l’appello a fare la voce grossa con AstraZeneca per il ritardo nelle consegne. Insomma, anche se la Lega è al governo scaricare un po’ di responsabilità su Draghi è una buona tattica elettorale.

Naturalmente, ciò che non passa affatto nella testa di Fontana e Moratti è che il piano vaccinale, proprio perché rallentato, potrà essere utile solo se sostenuto da un lavoro di medicina territoriale e preventiva, che eviti la diffusione del virus soprattutto nelle sue nuove varianti.

È di questi giorni il dato secondo cui la Cina ha vaccinato “solo” 40.000.000 di cittadini, pochi in rapporto alla popolazione, spedendo all’estero 47.000.000 di dosi. Questo non per irresponsabilità, bensì perché oggi, in Cina, la vaccinazione non è un’urgenza grazie ai provvedimenti di tracciamento e prevenzione attuati. Ma la prevenzione è una parola ignota agli amministratori lombardi.

Peraltro, è anche evidente che la questione lombarda ha un punto di contatto con quella nazionale ed europea, poiché né la Lega, che amministra la Lombardia, né il multicolore governo Draghi, né l’Unione Europea vogliono ammettere ciò che è evidente cioè che è impossibile realizzare rapidamente una campagna vaccinale mondiale in presenza dei brevetti sui vaccini.

Probabilmente Fontana avrebbe dovuto chiedere a Draghi non di sollecitare AstraZeneca, bensì di far ottemperare il governo italiano alla clausola prevista dalla WTO di sospensione dei brevetti in caso di emergenze sanitarie.

Per la sua applicazione si stanno muovendo diversi paesi, tra cui India, Sudafrica, Venezuela e Bolivia, incontrando la feroce opposizione dei paesi più ricchi tra cui l’Italia.

Purtroppo un tale ragionamento non può rientrare nell’orizzonte di un leghista abituato alle grette contabilità degli industriali del nord e alla difesa del privato, così come peraltro in quello di un banchiere.

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31/01/2021

Volti nuovi in Lombardia: dopo Moratti ricompare Bertolaso

Da lunedì 1 febbraio quasi tutta l’Italia passerà in zona gialla. Questa decisione si fonda, sostanzialmente, sull’abbassamento dell’indice Rt, contestato da molti scienziati per la sua scarsa affidabilità e trasparenza. È invece chiaro che al 30 gennaio in Italia ci sono stati ancora 12.715 contagiati (rilevati, non si sa ovviamente quanti siano i non rilevati) e 421 decessi.

Cifre ancora una volta spaventose che dimostrano l’inefficacia dei provvedimenti governativi basati sulle zone a colori, dato che da mesi non si percepisce un vero calo dei positivi, ma solo una sostanziale stabilità della pandemia, con un migliaio di morti ogni due giorni.

Tra le regioni che scaleranno in zona gialla, la Lombardia è titolare del record di essere passata in due settimane dal rosso al giallo. È evidente che non si può sapere realmente se tale cambio di colore sia sensato, visto che è noto che i numeri della pandemia, in Lombardia, sono come quelli del lotto, del tutto casuali, vista l’incapacità della Regione di accertare alcunché.

Incapacità che ha provocato una settimana di zona rossa forse evitabile perché la Regione ha comunicato dati errati al governo, mentre ora Fontana si arrabbia perché la zona gialla arriverà lunedì invece di domenica e secondo lui questo provocherà danno alle attività produttive.

In realtà non è dato sapere quale sia la reale situazione in Lombardia, dove sulla sanità è il caos dall’inizio dell’epidemia.

A destare ulteriore inquietudine sono le scelte della nuova assessora al welfare Letizia Moratti, riportata alla ribalta politica dopo gli anni seguiti alla sua fallimentare gestione del Comune di Milano (fu tra l’altro condannata a un forte risarcimento per danno erariale all’amministrazione).

Infatti, in questo momento di ripescaggio di vecchi personaggi che vorremmo dimenticare, Letizia Moratti ha deciso di affidare la campagna vaccinale in Lombardia a... Guido Bertolaso, il commissario berlusconiano di tutte le stagioni che non diede certo una brillante prova di sé lo scorso anno con l’invenzione del costoso, inutile e inadeguato ospedale della Fiera e che in seguito ripeté la fallimentare esperienza nelle Marche.

Il caos provocato dalla demenziale gestione della regione provoca anche scontri istituzionali, poiché molti sindaci hanno protestato per l'inaffidabilità dei dati comunicati. La sfiducia che si respira è testimoniata anche dalla scelta dell’assessore alla cultura del comune di Milano, Filippo Del Corno, di non riaprire i musei, poiché, come ha dichiarato, teme che tra pochi giorni si tornerà alla zona arancione e si dovrà richiudere tutto. Se ne riparlerà, probabilmente, a marzo.

In questa situazione estremamente preoccupante desta sconcerto la notizia che in Lombardia quasi la metà delle poche persone sinora vaccinate non fanno parte delle categorie che ufficialmente ne avrebbero avuto diritto, cioè coloro che lavorano in situazioni sanitarie a rischio. Ci si chiede cosa sia accaduto e chi siano costoro.

Tuttavia, la Regione non finisce di stupire poiché ha promosso un’iniziativa stupida sino alla provocazione: in alcuni ospedali, alle persone vaccinate è stata consegnata una leggiadra spilletta con la scritta multicolore “Mi sono vaccinato”.

Una sorta di irrisione per tutti gli anziani e i fragili che, se e quando le consegne ci saranno e la campagna verrà organizzata, saranno vaccinate, forse, tra diversi mesi.

Intanto, per martedì 2 febbraio è annunciata la presentazione in consiglio regionale di una nuova mozione di sfiducia alla giunta, dopo che le ultime sedute si sono trasformate in happening con cartelli, urla, consiglieri in ginocchio, espulsione e interventi della Polizia.

Tale mozione, come tutte le altre, sarà sicuramente respinta dalla maggioranza blindata di destra. È quindi l’ennesima manovra elettorale di PD e 5 Stelle, che continuano a riproporre la sfiducia in maniera demagogica, ben sapendo che ciò che si dovrebbe chiedere è il commissariamento immediato della Regione.

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24/01/2021

Fontana, Moratti e la giostrina dei colori

Per qualche giorno, in Lombardia, si è rivissuto il clima di qualche decennio fa, quando l’allora Lega Nord lanciava quotidianamente strali contro “Roma ladrona”. Infatti, il presidente Fontana ha lanciato pesanti accuse al governo per la dichiarazione, secondo lui ingiustificata, della zona rossa in Lombardia, che avrebbe creato gravi danni all’economia regionale.

Contro tale decisione del Ministero della salute la giunta regionale ha anche inoltrato un ricorso al TAR del Lazio che si pronuncerà lunedì 25 gennaio. In ogni caso, la sentenza del TAR non avrà immediati effetti sulla situazione in Lombardia, poiché nel frattempo la regione si è colorata di arancione dopo un riesame dei dati inviati il 20 gennaio dalla Lombardia al ministero della Salute.

C’era stato un errore, ma naturalmente sulla responsabilità di averlo commesso, è ancora polemica tra Lombardia e governo.

In realtà, non è difficile arguire, da come sono andate le cose, che se un danno all’economia lombarda c’è stato, è ancora una volta responsabilità della giunta Fontana che ha mandato a Roma dei dati carenti che erano frutto di interpretazioni sbagliate della situazione sanitaria regionale.

Del resto da giorni Fontana ripeteva di non capire perché l’indice Rt regionale fosse schizzato a 1,25, valore che, appunto, porta a collocare una regione in zona rossa. La ragione, verosimilmente, stava a Milano, negli errori dei tecnici di Fontana.

Si tratta, tra l’altro, di un avvio non certo felice della gestione della sanità da parte della neoassessora e vicepresidente Letizia Moratti, già incorsa nell’infelice uscita della dichiarazione, poi ritirata, sulla necessità di stabilire un rapporto tra la quantità di vaccini da inviare in una regione e il suo PIL.

Peraltro, dai primi giorni di presenza in giunta di Moratti, si riceve l’impressione che la sua collaborazione con Fontana sia iniziata male, a causa della richiesta formulata dalla neo assessora di avere due staff di collaboratori, uno per l’assessorato alla sanità e uno per la vicepresidenza, naturalmente scelti personalmente da lei.

Si ricorda che per la sua gestione delle collaborazioni quando era sindaca di Milano, Moratti è stata condannata a un pesante risarcimento al Comune per nomine non regolari. Inoltre, Fontana sembra imbarazzato dalla presenza di una vicepresidente più esperta e nota in politica rispetto a lui e inoltre molto più introdotta negli ambienti industriali e finanziari.

Qualunque sia l’origine del pasticcio e delle incomprensioni tra Lombardia e governo centrale sulla questione della zona rossa, è però chiaro che la vicenda ha messo in luce la macchinosità e l’inefficienza del sistema delle regioni a colori inventato dal governo. Infatti, la decisione della fascia in cui collocare una regione spetta al governo, ma sulla base di dati che provengono dalle regioni stesse.

Esistono fondati dubbi sull’omogeneità del metodo di raccolta dei dati tra le regioni, inoltre è chiaro che ogni regione, se desidera evitare le fasce con le maggior restrizioni, può fare qualche accomodamento. Ciò, per esempio, facendo meno tamponi o includendo nei dati un maggior numero di tamponi praticati a soggetti precedentemente positivi che si sono negativizzati.

Inoltre, i ben 21 criteri sui quali si basano le decisioni delle zone sono troppi, complicati e poco chiari. Infine, la strategia delle regioni a colori è fonte di apprensione per i cittadini e di danni all’economia e al commercio, poiché i continui passaggi tra zone gialle, arancioni e rosse, con restrizioni di diverso peso, provocano grande incertezza senza essere in grado di debellare la pandemia.

Questo perché appena si registra un miglioramento, si allentano le restrizioni, con il risultato di aumentare i contagi e di dover poi ritornare alla fascia più rigorosa. Un continuo e sfibrante stop and go che risponde all’ideologia dal “convivere con il virus” anziché debellarlo radicalmente.

La riprova è che da settimane il numero dei contagi, il tasso di positività e la quantità di decessi subiscono solo piccoli scostamenti e non cali significativi.

Tornando alla Lombardia, che tornerà in arancione da domenica 24, la situazione resta comunque a rischio di peggioramenti incontrollabili. Il tasso di occupazione dei posti in ospedale è ancora al di sopra del limite di guardia (tra 1500 e 2000 casi al giorno, con 60-90 decessi in regione), i trasporti sono troppo affollati, le aziende non sempre rispettano i parametri di sicurezza, il telelavoro è troppo poco sviluppato, è quasi impossibile ottenere tamponi, anche rapidi.

Quanto alle scuole, siamo ormai alla staffetta tra i licei nell’occupare le diverse sedi e la lista delle scuole in agitazione si allunga ogni giorno. Nell’ultima settimana a Milano sono stati occupati il Cremona, lo Zappa, il Berchet, l’Albe Steiner e infine, venerdì 22, in coincidenza con lo sciopero della didattica a distanza, Einstein e Virgilio, quest’ultimo il più grosso liceo cittadino con i suoi 2000 iscritti.

Gli studenti chiedono semplicemente di poter tornare in aula, ma in sicurezza, e che quindi siano presi provvedimenti atti a garantirla, che però nessuno sembra in grado di assumere.

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19/01/2021

Il razzismo di Fontana e Moratti

Attilio Fontana, presidente della Lombardia, ha presentato ricorso sulla decisione del governo di porre la sua regione in “zona rossa”. Al di là delle motivazioni sui parametri governativi per i quali Fontana ritiene che sia stia danneggiando la Lombardia (cioè nella sua visione, l’Assolombarda) resta il fatto che la sua responsabilità nella diffusione dell’epidemia è enorme e acclarata, come abbiamo più volte documentato.

È difficile capire cosa vorrebbe Fontana, visto che anche in “zona rossa” si continua a lavorare e “produrre”, in spregio a ogni norma di sicurezza. Ma si sa, a Fontana interessano i profitti delle industrie, non la salute dei cittadini. Ci sarà un momento in cui Fontana dovrà rendere conto di tutto ciò?

Aggiungiamo che chi avesse sperato in un cambio di orientamento sulla Sanità con la nomina ad assessore di Letizia Moratti, al posto dell’inetto Gallera, non sarà certamente soddisfatto. Infatti, la nuova assessora ha scritto una lettera al commissario Arcuri in cui richiede che tra i criteri per la valutazione delle quantità di dosi da inviare alle regioni sia incluso il PIL prodotto dalle stesse.

In sostanza, una proposta che introduce un criterio discriminatorio e razzista nella distribuzione dei vaccini. Chi è più ricco, più “produttivo” lo dobbiamo salvare, gli altri si arrangino.

Fino a quando il governo intende tollerare questa situazione anomala e intollerabile di una giunta impresentabile che oltre a mettere a repentaglio la vita dei lombardi, propone tali discriminazioni tra le regioni? La regione Lombardia deve essere commissariata e Fontana e Moratti rispediti a casa.

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09/01/2021

Il sapore marcio del rimpasto lombardo

Il rimpasto della giunta lombarda annunciato l’8 gennaio, dopo giorni di gestazione, ha due obiettivi: uno d’immagine e uno di riequilibrio dei poteri all’interno della destra.

Il primo obiettivo è evidentemente legato a cercare di recuperare un po’ di credibilità, anche se di facciata, dopo la tragedia della sanità lombarda: più di 25.000 morti da Covid, strutture incapaci di fronteggiare alcuna emergenza, scandali e conflitti d’interesse, mancanza di un piano vaccinale contro l’influenza stagionale.

E da ultimo l’inesistenza di un piano per la vaccinazione anti-Covid.

La Lombardia è attualmente la penultima regione nella classifica del rapporto tra dosi consegnate e dosi somministrate, mentre si calcola che al ritmo attuale ci vorranno dai quattro ai cinque anni per vaccinare tutta la popolazione lombarda.

Di tutto ciò ha fatto le spese l’assessore al welfare Gallera che, unico, ha pagato le sue gravi colpe ma anche quelle di altri (in primo luogo del presidente Fontana) e soprattutto il disastro di un sistema sanitario privatistico e affaristico. Gallera è stato cacciato senza appello, anche se sino all’ultimo ha supplicato una poltrona qualunque in giunta, anche uno strapuntino, per non essere l’unico a pagare.

Il secondo obiettivo, vale a dire il riequilibrio dei rapporti di potere nella destra, si rende palese se si osserva che a condurre il balletto del rimpasto sono stati personalmente Salvini e Berlusconi, leader nazionali di Lega e di Forza Italia.

Berlusconi può essere contento di avere installato al posto dell’incapace Gallera una sua fedelissima di lunga data, Letizia Moratti, che diventa oltretutto vicepresidente della Regione e forse prossima candidata alla presidenza.

Salvini è riuscito a piazzare alcune sue figure in altri assessorati, soprattutto in quello dello Sviluppo economico con delega alla gestione del Recovery Plan, dove sarà il leghista Guido Guidesi a gestire una fetta di bilancio importante, cioè quella parte dei fondi europei che arriveranno in Lombardia.

Alessandra Locatelli va all’assessorato alla famiglia, alla disabilità e alle politiche sociali. Ricordiamo la Locatelli assessore al Comune di Como, dove la sua politica sociale fu soprattutto quella di perseguitare gli immigrati e i senza tetto.

Singolare che l’italoforzuto Mattinzoli riceva una delega all’housing sociale, probabilmente un’intenzione di pestare i piedi, nel territorio milanese, alla giunta PD di Beppe Sala.

In cambio della nomina più importante, quella di Letizia Moratti, sembra che Salvini abbia ottenuto il via libera alla candidatura a sindaco di Milano di Roberto Rasia dal Polo, poco apprezzato da Berlusconi.

Concentriamoci però sulla figura più nota in questo rimpasto. Letizia Moratti, figura importante della finanza milanese, è stata presidente della Rai, Ministro dell’Istruzione e Sindaco di Milano dal 2006 al 2011.

Fu proprio con la sua gestione che il ministero della Pubblica Istruzione perse l’aggettivo “Pubblica”. In effetti, la politica scolastica morattiana non solo favorì le scuole private, ma portò alla diminuzione del tempo scuola, con un accrescimento delle disuguaglianze scolastiche, minore attenzione ai disabili e agli alunni in difficoltà e un aumento dei caratteri classisti delle scuole superiori.

Come sindaco di Milano, fu disastrosa e ha subito anche una condanna per danno erariale, confermata dalla Corte dei Conti, per lo “scriteriato agire, improntato ad assoluto disinteresse dell’interesse pubblico alla legalità e alla economicità dell’espletamento della funzione di indirizzo politico-amministrativo spettante all’organo di vertice comunale”.

In base a tale sentenza Moratti fu condannata a risarcire al Comune di Milano 591.000 euro per avere assegnato incarichi dirigenziali a soggetti esterni sprovvisti di requisiti adeguati e di avere “gonfiato” l’ufficio stampa del Comune con 20 addetti non necessari.

Per tale vicenda furono condannati anche altri membri della giunta, in particolare il vicesindaco, il “fratello d’Italia” De Corato (oggi assessore alla sicurezza della Regione Lombardia), per un risarcimento che arrivò in totale a oltre 1 milione di euro.

Probabilmente Letizia Moratti non ebbe difficoltà a pagare quel risarcimento, poiché fu presto nominata presidente del consiglio di gestione di Ubi Banca, dove il suo stipendio annuale era quasi sufficiente a coprire quella cifra.

Tuttavia, ha avuto dei problemi anche in quel ruolo. Infatti, la Procura di Cagliari sta valutando alcune operazioni di acquisto di greggio “estero su estero” da parte della Saras, raffineria di proprietà della famiglia Moratti, per le quali Ubi Banca avrebbe anticipato il denaro.

I sospetti della Procura riguardano sia la provenienza di tale petrolio, che potrebbe essere stato contrabbandato dal Kurdistan iracheno, sia altre operazioni con ditte in odore di mafia, a cui Ubi Banca avrebbe offerto copertura.

Proprio verso la fine del mandato di sindaco di Letizia Moratti, emerse poi un altro episodio, piuttosto grottesco. Il figlio della Moratti, fanatico di Batman, fu denunciato per abuso edilizio avendo trasformato un edificio industriale nella sua abitazione, ispirata alla Bat caverna (ma con poligono di tiro, piscine, saune, bunker ecc.), senza pagare i relativi oneri per il cambio di destinazione d’uso.

Il consigliere comunale Basilio Rizzo denunciò l’assenza di controlli sull’operazione da parte del Comune. La vicenda si concluse con il patteggiamento, da parte di Gabriele Moratti, di una pena di sei mesi convertiti in 49.000 euro di multa.

Altre attività di Letizia Moratti? Finanziare la discussa Comunità di San Patrignano e presiedere un’associazione per promuovere una classe dirigente industriale in Africa (insomma, aiutiamoli al loro paese).

Legittimo chiedersi se questa sia la persona giusta per rimettere in sesto la disastrata sanità lombarda, che avrebbe soprattutto bisogno che si ponesse fine alla scandalosa ingerenza degli interessi dei privati in ciò che deve essere totalmente pubblico.

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04/01/2021

Anche sui vaccini la Regione Lombardia va nel pallone

La Regione Lombardia non ne imbrocca una. Alle tante malefatte della coppia Fontana-Gallera di cui abbiamo dato puntuale informazione, se ne aggiunge un’altra, che riguarda gli inspiegabili ritardi nella somministrazione dei vaccini anti-Covid arrivati in Regione.

La Lombardia ha ricevuto sino ad oggi 80.000 dosi di vaccino, ma è riuscita a somministrane solo poco più di 2.000. Una percentuale tra le più basse in Italia, dopo Sardegna e Molise, nella regione però più colpita dal Covid.

Un ritardo grave, che l’assessore al welfare, il noto clown Gallera, ha giustificato prima dicendo che i vaccini erano arrivati troppo presto (tutta Europa parlava del Vax-day del 27 dicembre!), poi che non voleva richiamare dalle ferie il personale già troppo stressato da mesi di lavoro troppo intenso e difficile.

Lavoro sicuramente difficile e stressante, ma soprattutto per una gestione sanitaria disastrosa da imputare allo stesso Gallera, che oggi provoca una settimana di ritardo nelle vaccinazioni dello stesso personale sanitario, urgenti per evitare nuovi contagi – tantissimi in Lombardia – di medici e infermieri.

Tuttavia, la cosa più grave è scoprire che il piano vaccinale della Lombardia è insufficiente e non basterà a garantire sicurezza ai cittadini. Infatti Gallera ha affermato che dal 4 gennaio partirà la “vera” campagna vaccinale, che garantirà 10.000 vaccinazioni al giorno, per poi passare – quando, non si sa – a 15.000.

Essendo fiduciosi e considerando da subito 15.000 vaccinazioni al giorno, lavorando sabati e domeniche, cioè 365 giorni, si arriva a 5.475.000 dosi somministrate. Tenendo conto del fatto che la vaccinazione, per essere efficace, richiede due somministrazioni, si arriva a 2.737.500 persone realmente vaccinate in un anno.

Quindi circa un quarto della popolazione lombarda, quando è noto che per raggiungere un’immunizzazione socialmente valida si deve arrivare a vaccinare dal 60 all’80% della popolazione. Procedendo in questo modo, la strage dei cittadini lombardi continuerà e provocherà ancora decine di migliaia di morti.

C’è dunque da chiedersi se l’assessore Gallera e il suo direttore regionale Trivelli, già funzionario del corrotto e condannato Formigoni, non sappiano usare una semplice calcolatrice, di quelle che si comprano nei bazar cinesi per pochi euro.

A quando il commissariamento chiesto a gran voce da tanti cittadini e forze politiche?

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