Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/03/2023

Mancata “zona rossa” in Val Seriana, l’indagine sulla strage

Dopo tre anni di indagini quanto meno farraginose, la Procura di Bergamo è arrivata a chiudere l’inchiesta indicando 17 persone come possibili responsabili di “epidemia colposa”. Tra loro l’allora presidente del consiglio Giuseppe Conte, il ministro della sanità Roberto Speranza e naturalmente il presidente della regione Lombardia appena riconfermato – il leghista Attilio Fontana – e l’allora assessore alla sanità Giulio Gallera.

Sul piano politico, insomma, non si salva nessuna componente, dunque sarà complicato provare il classico gioco dello scaricabarile tra momentaneo governo e altrettanto momentanea opposizione.

Seguono altre figure apicali del dispositivo di contrasto alla pandemia: il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità Silvio Brusaferro, il presidente del Consiglio superiore di Sanità Franco Locatelli, l’allora coordinatore del primo Comitato tecnico scientifico Agostino Miozzo, l’allora capo della Protezione civile Angelo Borrelli e l’allora direttore scientifico dello Spallanzani Giuseppe Ippolito.

E poi l’ex capo della Prevenzione del Ministero della Salute Claudio D’Amario, l’ex segretario generale Giuseppe Ruocco, il responsabile delle Malattie infettive Francesco Maraglino.

Secondo il consulente dei magistrati inquirenti, Andrea Crisanti (oggi senatore del Pd), si sarebbero risparmiati 4.148 morti con una chiusura della sola Val Seriana dal 27 febbraio, 2.659 dal 3 marzo.

Ed è proprio la mancata chiusura di quella valle il nodo del contendere, fin da quando il governo “giallo-rosa” (grillini e Pd) inviò esercito e polizia per imporre un lockdown ferreo (stile Codogno, per intenderci), rinunciandovi poi a seguito delle pressioni della Confindustria, subito fatte proprio dai vertici leghisti e berlusconiani che controllavano il Pirellone.

Come i nostri lettori ricorderanno – cliccando sui molti link di questo articolo – abbiamo da subito considerato quella rinuncia un vero e proprio atto criminale, che ha permesso il dilagare della pandemia in tutto il paese, con vertici di orrore quando le strutture di direzione della sanità lumbard decisero di mandare i “contagiati non gravi” nelle Rsa. Provocando così un’ecatombe di anziani tale da esser poi registrata come una riduzione generale dell’”aspettativa di vita”.

Insomma, i calcoli di Crisanti – certamente scrupolosi, ma comprensibilmente “cauti” – andrebbero moltiplicati in modo esponenziale.

Solo nella provincia di Bergamo – il sindaco piddino Gori, in quei giorni, faceva suo lo slogan leghista “Bergamo non si ferma!” – tra marzo e aprile del 2020 furono registrati 6.200 morti contro una media mensile precedente che si limitava a circa 800. Quelli “certificati Covid”, grazie a un tampone, erano stati circa la metà. Per gli altri neanche quello...

Il risultato fu, come si ricorda, una fila di camion militari che portava via i cadaveri – come nelle scene della peste manzoniana – perché i cimiteri locali non avevano la possibilità di “smaltire” nei forni crematori tutti quei corpi (che probabilmente ora qualcuno chiamerebbe “carico residuo”).

Il mantra padronale di quei mesi fu chiarissimo, ripetuto a ogni ora del giorno: non si può fermare la produzione per nessun motivo. Gli operai dovevano andare in fabbrica e produrre, senza protezioni, viaggiando su treni e autobus pieni come al solito, esponendosi ed esponendo le proprie famiglie al contagio con un virus che in quel momento non si sapeva come fermare (i vaccini arrivarono solo un anno dopo).

Seguiremo questa inchiesta insieme ai familiari delle vittime e ai comitati che chiedono da anni la verità su questa strage, divenendo addirittura oggetto di intimidazioni, perquisizioni, ecc..

Fonte

15/01/2022

Covid in Lombardia e in Italia: una storia da riscrivere?

Il microbiologo Andrea Crisanti ha consegnato alla Procura di Bergamo, nella mattinata del 14 gennaio, la relazione sull’inchiesta a lui commissionata dalla magistratura orobica su quanto avvenuto nella provincia durante la prima ondata della pandemia, ma anche sulla mancata attuazione del Piano pandemico antinfluenzale, sempre nel febbraio del 2020.

Si tratta di un lavoro durato un anno e mezzo, che ha provato anche emotivamente lo scienziato padovano poiché – come ha dichiarato – non è facile lavorare con l’eco di migliaia e migliaia di morti.

Il rapporto stilato da Crisanti risponde a cinque domande postegli dai magistrati: tre riguardano la gestione dell’ospedale di Alzano Lombardo nella prima fase della pandemia, una le conseguenze della non istituzione della zona rossa in Val Seriana, l’ultima infine la non applicazione del piano pandemico nazionale.

Proprio quest’ultimo aspetto proietta l’inchiesta di Crisanti fuori dalla Lombardia e a livello nazionale, poiché è evidente che il modo caotico e disperato con cui gli ospedali risposero alla prima ondata pandemica derivava dalla mancanza di chiare indicazioni e di un articolato piano nazionale.

Peraltro, il Piano pandemico nazionale non fu applicato anche perché non era mai stato aggiornato dal 2006, ma solo costantemente rinnovato, senza cambiare nulla.

L’ultimo rinnovo “in automatico” fu del 2017, quando Direttore generale della prevenzione per il ministero della Salute era Ranieri Guerra, oggi vicepresidente per l’Europa dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità.

Ma l’inadempienza nell’aggiornamento del piano nazionale chiama in causa anche i diversi ministri della salute che non se ne sono occupati, dal 2006 sino ad oggi. Per la cronaca, un nuovo piano pandemico è stato stilato in tutta urgenza nel 2021 ed è un documento inquietante poiché prevede che, in caso di scarsità di risorse, i medici debbano scegliere chi curare e chi abbandonare al suo destino.

Ci eravamo già chiesti, al momento della sua approvazione, come un ministro che si dichiara “di sinistra” come Speranza, potesse avere firmato un tale obbrobrio senza riflettere che forse sarebbe meglio, se le risorse sono scarse, aumentarle.

Quanto alla diffusione del virus in Lombardia, l’inchiesta di Crisanti sconvolge quanto si sapeva sinora, vale a dire che il “paziente zero” fosse il 37enne scoperto affetto da Covid a Codogno il 19 febbraio 2020.

Il rapporto di Crisanti postula che il virus circolasse nella bergamasca già da un mese prima, ma non, come si credeva, ad Alzano, bensì nel capoluogo stesso, dove fu scoperto un caso all’Ospedale Papa Giovanni. Ma l’ATS bergamasca avrebbe taciuto questo caso.

Si tratta di un dato che concorda con alcune dichiarazioni già rilasciate lo scorso anno dai parenti di un paziente ricoverato a Bergamo, che furono invitati a chiudersi in casa e non parlare con nessuno di quanto aveva colpito il loro familiare, per “non allarmare l’opinione pubblica”.

Non possiamo sapere quali saranno i prossimi passi che la Magistratura vorrà compiere nella delicata e complessa inchiesta sulla diffusione del Covid nella bergamasca, dato che potrebbe utilizzare in toto il lavoro di Crisanti, oppure solo in parte o, infine, archiviare tutto e decidere di non procedere.

È stato riferito da alcune fonti del Palazzo di Giustizia di Bergamo che “avere commesso errori non significa avere commesso reati” (affermazione che contrasta, evidentemente, con l’esistenza di reati colposi, come appunto l’epidemia colposa per omissione), ma è certo che le famiglie delle vittime da Covid si attendono sviluppi che ridiano loro almeno un po’ di giustizia.

Sempre sul fronte lombardo è da segnalare la riapertura della “nave” di Bertolaso, cioè della struttura di terapia intensiva realizzata nella primavera del 2020 nei locali dell’ex Fiera di Milano. Una struttura che comprende 30 posti letto, costata quasi un milione di euro per ciascuno di essi.

Una struttura che era stata aperta alla fine della prima ondata pandemica e che funzionò per pochi giorni e per pochi pazienti, la cui efficienza, oltretutto, è minata alla base dal fatto di avere un solo reparto di terapia intensiva, non inserito in un contesto polispecialistico, necessario per offrire un’assistenza efficiente a pazienti gravi.

Tuttavia, tale struttura fu allora pervicacemente voluta dalla coppia Fontana-Bertolaso che non volle nemmeno prendere in considerazione la possibilità di ampliare reparti di ospedali che avevano spazi disponibili.

La sua riapertura, oggi sembra rispondere al desiderio di Fontana di aumentare di qualche unità le terapie intensive per far rimanere, grazie alle nuove regole date dal governo, la Lombardia in “zona gialla” e non disturbare neanche marginalmente la produzione.

Il problema principale della cosiddetta “nave” è però, dopo due anni, ancora quello del personale. Infatti tale struttura funzionò, nel 2020, grazie a personale sottratto al Policlinico e all’Ospedale Niguarda, in pratica spostando, con un gioco delle tavolette, medici e infermieri da un ospedale all’altro.

Ciò costrinse anche a creare nuove équipe, tra sanitari che non si conoscevano, in una specialità come la terapia intensiva, dove la fiducia reciproca e l’intesa rapida tra medici e infermieri è fondamentale.

A distanza di due anni, si ripropone il medesimo problema, vale a dire la mancanza di personale e ancora una volta la “nave” drenerà sanitari dagli altri ospedali, poiché nuove assunzioni non sono state fatte. Non solo, ma ora il problema è più grave poiché, a differenza che nel 2020, un numero significativo di medici e infermieri è impegnato nella gestione dei centri vaccinali che allora non esistevano.

Fonte

24/11/2021

Il “governo dei migliori” sta truccando la partita contro il Covid

Andrea Crisanti è microbiologo, accademico e divulgatore scientifico italiano nonché professore ordinario di microbiologia all’Universita di Padova. Secondo Crisanti “Questa caccia alle streghe sui No Vax distoglie dall’obiettivo principale, l’Italia ha questo atteggiamento così provinciale, pensano di essere i migliori“.

E aggiunge: “i numeri dei morti dovuti al Covid non tornano perché se si vedono gli altri paesi come Germania e Inghilterra il rapporto decessi-casi è molto vicino al 4 per mille, in Italia questo non accade perché probabilmente sottostimiamo molto il numero di casi. Saremo sui 20-25mila casi giornalieri almeno”.

Crisanti, poi, conclude così il suo ragionamento: “Il tracciamento non l’abbiamo mai fatto, non abbiamo investito in logistica quindi è inutile starne a parlare perché anche se ne parliamo parleremmo di cose irrealizzabili. Preoccupato? Si lo sono, in Italia abbiamo perso due mesi di tempo a parlare di no-vax quando era chiaro che il problema era un altro”.

Ecco, il problema era un altro: dopo quasi due anni di pandemia da Covid-19 è davvero incredibile che, come come giustamente osserva Crisanti, non ci sia ancora nessun tracciamento (qualcuno ha mai spiegato e/o pagato per il fallimento di “Immuni”?) e nessuna logistica, esattamente come un anno fa.

Ma a c’è dell’altro, tanto altro, da dire su questo anno e mezzo di gestione assolutamente mediocre dell’emergenza epidemiologica di questo paese ancora alle prese con un’altra ondata.

Ad esempio sul ruolo nefasto delle regioni, che hanno ripreso a fare il gioco di spondina con il governo – immemori delle enormi responsabilità avute fin qui nella gestione dell’emergenza pandemica – e che ora sposano improvvisamente la linea dura e chiedono di «premiare chi si vaccina», spingendo per dare il via libera al provvedimento che prevede restrizioni per chi ha deciso di non sottoporsi al ciclo vaccinale.

E alcune tra queste si sono spinte più ancora avanti, e, sulla scia della crescente preoccupazione, avrebbero chiesto un super green pass per vaccinati e guariti da far scattare anche in zona bianca.

Ma dove sono le nuove assunzioni nella sanità pubblica? Dov’è il potenziamento della medicina territoriale? Dov’è il potenziamento dei trasporti per mettere in sicurezza i passeggeri? Dove sono le misure di sicurezza nelle scuole? E i controlli nei posti di lavoro?

Sì, quegli stessi posti di lavoro in cui, Covid-19 a parte, i lavoratori continuano a morire come mosche perchè, al netto di chiacchiere e lacrime di coccodrillo, lì non viene riconosciuta nessuna emergenza.

Dopo più di un anno e mezzo di pandemia e 133.000 morti, anziché costruire un piano organico che intervenisse contemporaneamente sui vari livelli lungo i quali viaggia il contagio, governo e regioni continuano a navigare a vista e in ordine sparso preferendo la linea del controllo sociale e scaricando il peso della crisi pandemica sulle lavoratrici, sui lavoratori e sulla vita quotidiana delle persone.

Come non vedere una torsione autoritaria nella scelta incostituzionale di vietare, per decreto, tutte le manifestazioni proprio mentre appare sempre più evidente come si stia usando l’emergenza pandemica – assieme a quella climatica – per stabilire nuove forme di dominio dei pochi sui molti e per avviare una nuova grande ristrutturazione del capitale su scala globale che nel nostro paese sta assumendo le forme e i contorni di misure fortemente antipopolari già presenti nella nuova legge di bilancio e che annunciano l’imminente ritorno ad un drastico regime di austerity?

Draghi è lì apposta a far da garante che tutto, infine, si risolva in quella direzione.

Al solito, in questo paese si prende a pretesto l’ennesima emergenza per governare in uno stato di eterna eccezione permanente (orribile ossimoro) in cui vengono sospese le libertà fondamentali e lo stesso stato di diritto.

In tutti i casi, voi vaccinatevi perché se è vero che, da solo, il vaccino non è sufficiente a battere il virus, non di meno, proprio a causa delle scelte nefaste di governo e regioni che agiscono negli strettissimi vincoli imposti dalla solita Unione Europea (sempre meno welfare e sempre più privatizzazioni) il vaccino, ad oggi, è, davvero, l’unica arma che abbiamo per salvare almeno la pelle.

Fonte

23/11/2020

Rispettiamo la scienza, non le imprese private e questi governi

Andrea Crisanti è uno scienziato autorevole, riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale. Non ha insomma bisogno della nostra difesa. Anzi, conoscendo il mondo drogato dei media mainstream attuale, la nostra difesa potrebbe nuocergli, invece di aiutarlo.

Per fortuna non facciamo parte del mainstream, quindi le nostre parole qui non avranno eco in quel mondo infetto.

Uno scienziato autorevole, dopo la canea reazionaria e imprenditoriale che gli è arrivata addosso, è stato costretto a prendere carta e penna per chiarire ancora una volta che uno scienziato non può essere “contro i vaccini”, specie se il suo campo di ricerca – la microbiologia – è strettamente connesso alla virologia e dunque allo studio di quel che occorre per creare dei vaccini.

Lo fa benissimo, e potete leggere qui sotto la sua lettera inviata al Corriere della Sera.

Quelli che a noi sembrano centrali sono due concetti abbastanza semplici, comprensibili, e che proprio per questo hanno fatto saltare i nervi ai “fedeli di big pharma” e ai membri del Comitato Tecnico Scientifico.

Obbediamo alla scienza o all’industria privata?

Il primo è di carattere epistemologico, e investe il nodo molto contraddittorio tra scienza e industria, tra scienza e profitto.

Nessuno, e tantomeno Crisanti o la comunità scientifica intera, mette in discussione che la ricerca (sui vaccini, in questo caso) debba poi approdare alla produzione fisica vera e propria. E dunque alla fase industriale per mettere a disposizione della popolazione questo indispensabile prodotto.

Si può discutere – e si deve farlo – se quell’industria debba essere pubblica o possa essere anche privata; se il brevetto debba garantire ai ricercatori (o alla società da cui dipendono) royalties pluridecennali oppure se debba essere regalato all’umanità (seguendo l’esempio di Albert Sabin, per quello contro la poliomielite); se il vaccino debba essere messo a disposizione gratuitamente oppure a pagamento (in uno Stato serio, certamente NO), ecc.

Ma la logica della scoperta scientifica e quella dell’industria privata sono completamente diverse. E qui si crea quell’intreccio infame tra interessi privati e bisogno pubblico che genera spesso “diffidenza” verso la scienza e gli scienziati, invece che verso l’industria privata. La quale ha come unico scopo “la creazione di valore per gli azionisti”. Il profitto, insomma. E lo ammette anche!

Qual’è la differenza?

La spiega molto indirettamente lo stesso Crisanti: “ho affermato che non lo avrei fatto [il vaccino annunciato da Pfizer, ndr] fino a che i dati di efficacia e sicurezza non fossero stati messi a disposizione, sia della comunità scientifica, sia delle autorità che ne regolano la distribuzione”.

La scienza procede in effetti in questo modo, molto schematicamente.

1) Uno scienziato o un gruppo organizzato di scienziati “scopre” qualcosa (una nuova teoria, una soluzione a un problema secolare, ecc.) e pubblica i dati salienti del proprio lavoro, indica le metodologie usate, gli esperimenti, le procedure, i problemi e i risultati ottenuti;

2) la comunità scientifica – la parte che ha le competenze specifiche – legge, riproduce gli esperimenti, verifica i risultati e infine approva o respinge quella “scoperta”. Che può anche essere parzialmente vera, ma ancora incompleta.

Nel caso di un vaccino, ovviamente, questa verifica riguarda sia l’efficacia nei confronti del virus specifico, sia l’assenza di “effetti collaterali gravi”.

È evidente che si tratta di conoscenza messa in pubblico, senza “segreti industriali”, senz’altra “competizione” che non sia quella per arrivare alla “verità scientifica”. Che, certo, garantisce fama, onori e anche soldi. Ma come risultato di un lavoro ben fatto, non come scopo unico.

Al contrario, l’impresa privata pretende un profitto ampio e certo, possibilmente in tempi rapidi, necessita di mantenere alcuni “segreti” per tenere lontana la concorrenza, e di registrare i brevetti per garantirsi percentuali di guadagno anche nel caso quella “scoperta” venga utilizzata industrialmente anche da altri.

Nel caso dei vaccini per il Covid-19 fin qui annunciati – pubblicamente – non c’è altro che le dichiarazioni fatte alla stampa da parte degli amministratori delegati delle aziende interessate. Gli stessi, insomma, che sono poi passati subito all’incasso rivendendo parte delle proprie azioni sfruttando il rialzo-monstre provocato dalle proprie stesse dichiarazioni.

È insomma possibile che quei vaccini siano tutti buoni (e c’è davvero da sperarlo, visto come tutto l’Occidente capitalistico ha gestito la pandemia), ma la comunità scientifica ancora non li ha esaminati. Di conseguenza, le varie agenzie del farmaco nazionali e internazionali (non sempre al di sopra di ogni sospetto, bisogna ricordare) non hanno ancora rilasciato il “si produce e distribuisce”.

Dunque un briciolo di cautela, pur sotto la spinta forte della speranza, sarebbe opportuna. Neanche noi, vaccinisti convinti, ci faremmo insomma iniettare qualcosa di ancora non validato seriamente.

La folle gestione della pandemia

Ma il secondo punto toccato da Crisanti è quello politicamente più rilevante. E quello che ha sollevato il “fronte del pensiero unico confindustriale”.

“Altri sono autorevoli membri del comitato tecnico scientifico (Cts) a cui l’Italia si è affidata fiduciosa per prevenire una possibile seconda ondata, tutelare le attività commerciali, favorire la ripresa produttiva e garantire le attività didattiche.

Lascio agli italiani e agli storici il giudizio sul loro operato. Sono ormai settimane che si registrano più di 35mila casi di infezione e circa 700 morti al giorno.”


Qui la critica è alla gestione della pandemia da parte del governo e delle Regioni italiane (cui spetta la competenza per la sanità), ma anche di tutti i governi dell’Occidente neoliberista. Una gestione che, come ci capita di scrivere quasi tutti i giorni, è stata fin dal primo momento orientata a “convivere con il virus” per garantire che le attività economiche – a partire dalle grandi imprese rappresentate da Confindustria – fossero limitate il meno possibile. Con tutto il corollario di milioni di persone in giro per andare al lavoro, su mezzi pubblici o privati, spesso “assembramenti obbligati”.

La pletora di divieti incomprensibili affiancati a “via libera” illogici, oltre a non contrastare più di tanto la diffusione del Covid, ha seminato quella “scarsa credibilità” delle misure del governo che è esplosa poi con la “seconda ondata” (mentre già si discute dell’entità della “terza” a seconda di come verranno regolate le vacanze di Natale). E infine ha distrutto davvero diversi comparti delle stesse attività economiche “imprenditoriali” che si volevano proteggere.

La risposta di Crisanti chiama in causa insomma i vari Cts, ossia gli scienziati che operano da consulenti del governo e che sono stati evidentemente presi dalla necessità di “trovare compromessi” tra quel che sarebbe stato giusto fare dal punto di vista sanitario e quel che chiedevano invece i vari “gruppi di pressione” (Confindustria, Concommercio, Confesercenti, ecc).

Un pasticcio di interessi in conflitto aperto con la scienza, che ha prodotto – finora – 50.000 morti. Una strage da tempi di guerra.

E dunque: “Senza strumenti per controllare l’epidemia a meno di affidarsi a severe misure restrittive e senza una linea di difesa contro una seconda e possibile terza ondata, le opzioni a disposizione sono drammaticamente ridotte. A questo punto tutte le speranze sono riposte nel vaccino come la pioggia per un popolo assetato nel deserto.”

Qui usciamo dalla polemica spicciola ed entriamo in quel che si deve fare davanti ad una pandemia. O si procede con il “metodo Wuhan” (lockdown totale, test su tutta la popolazione entra una determinata area-focolaio), o almeno con il “metodo Corea del Sud” (simile, ma un po’ più lasco). Oppure si assume come unico limite quello del numero dei posti in terapia intensiva e in generale negli ospedali.

Ovvero: si accetta di far contagiare milioni di persone e farne morire decine di migliaia (finora), dichiarando qualche mezzo lockdown “finto” (parzialissimo e spesso ridicolo) soltanto quando le strutture sanitarie si avvicinano al punto di collasso.

I governi neoliberisti occidentali – TUTTI – hanno seguito questa linea, qualcuno con più accortezza, altri con più cinismo (Trump, Johnson, Bolsonaro, ecc). E quindi ora DEVONO garantire che quei vaccini – qualunque di essi o anche tutti insieme – saranno risolutivi (“A questo punto tutte le speranze sono riposte nel vaccino come la pioggia per un popolo assetato nel deserto”). Non hanno più carte da giocare.

Questo spiega ad abundantiam l’alzata di scudi contro lo “scienziato che rompe il velo dell’ipocrisia”.

A noi, sul piano sociale e politico, resta comunque il dilemma. Anche posto che qualcuno di quei vaccini sia efficace, quando sarà possibile usufruirne effettivamente? Le cifre sulle dosi disponibili, fin qui, dicono chiaramente che la vaccinazione di massa sarà possibile solo a primavera inoltrata (minimo a maggio, insomma).

Fin lì che si fa? Si va alla sperindio?

*****

«Le mie parole, le aziende e il dovere della trasparenza»

Andrea Crisanti

Caro Direttore,

in una recente intervista a Focus life, in risposta alla domanda se mi sarei vaccinato a gennaio, ho affermato che non lo avrei fatto fino a che i dati di efficacia e sicurezza non fossero stati messi a disposizione sia della comunità scientifica sia delle autorità che ne regolano la distribuzione.

Ho formulato un concetto di buon senso che non esprimeva alcun giudizio negativo sulla bontà del vaccino né tantomeno metteva in discussione la validità della vaccinazione come il mezzo più efficace per prevenire la diffusione delle malattie trasmissibili.

La mia storia personale e scientifica ne è la testimonianza. La mia dichiarazione, che credo abbia interpretato il sentimento di tanti, è stata ispirata dalla modalità con cui le aziende produttrici hanno comunicato i risultati raggiunti senza accompagnarli ad una adeguata informazione almeno per quanto riguarda la Fase 3.

La trasparenza è la misura del rispetto che si nutre nei confronti degli altri e genera un bene prezioso, la fiducia. In questi giorni le aziende produttrici, invece di condividere i dati con la comunità scientifica, hanno fatto proclami non sostanziati da evidenze.

Noi tutti riponiamo in questi vaccini delle grandi aspettative; se le aziende in questione sono in possesso di informazioni che giustificano annunci che possono apparire rivolti in particolare ai mercati finanziari, queste devono essere rese pubbliche anche in considerazione del fatto che la ricerca è stata largamente finanziata con quattrini dei contribuenti.

La notizia che dirigenti delle due aziende produttrici abbiano esercitato il loro diritto, ne sono certo legittimo, a vendere le azioni per sfruttare i vantaggi legati al rialzo di prezzo non ha contribuito a generare fiducia.

A poche ore dalla mia intervista si è scatenato un inferno senza precedenti: illustri colleghi in coro hanno fatto a gara per censurare le mie parole definite irresponsabili. Secondo alcuni avrei addirittura messo in pericolo la sicurezza nazionale!

I custodi della ortodossia scientifica non ammettono esitazioni o tentennamenti, reclamano un atto di fede a coloro che non hanno accesso a informazioni privilegiate.

«Il vaccino funzionerà», tuonano indignati. Io sono il primo ad augurarmelo, mi permetto tuttavia di obiettare che il vaccino non è un oggetto sacro. Lasciamo la fede alla religione e il dubbio ed il confronto alla scienza che ne sono lo stimolo e la garanzia.

Tra gli indignati si annoverano alcuni che durante l’estate ci hanno raccontato che le evidenze cliniche portavano a pensare che la crisi sanitaria fosse superata e che il virus fosse meno contagioso, e purtroppo possono avere inconsapevolmente incoraggiato comportamenti che hanno dato un contributo importante alla trasmissione del virus in quei mesi.

Altri sono autorevoli membri del comitato tecnico scientifico a cui l’Italia si è affidata fiduciosa per prevenire una possibile seconda ondata, tutelare le attività commerciali, favorire la ripresa produttiva e garantire le attività didattiche.

Lascio agli italiani e agli storici il giudizio sul loro operato. Sono ormai settimane che si registrano più di 35mila casi di infezione e circa 700 morti al giorno.

A partire dal mese di luglio il virus ha ucciso circa 15 mila persone e ne ha infettate 1.140.000: vorrei scriverlo ad alta voce perché per questa strage silenziosa non si indigna nessuno.

Chi racconterà la storia di questa epidemia in futuro non troverà eco delle mie parole di qualche giorno fa, ma rimarranno impietose le statistiche a denunciare questi numeri e a mettere a nudo gli errori commessi.

La mia dichiarazione ha toccato un nervo scoperto. Senza strumenti per controllare l’epidemia a meno di affidarsi a severe misure restrittive e senza una linea di difesa contro una seconda e possibile terza ondata, le opzioni a disposizione sono drammaticamente ridotte.

A questo punto tutte le speranze sono riposte nel vaccino come la pioggia per un popolo assetato nel deserto.

Questo non giustifica la demonizzazione di chi possa avere dubbi, di chi chiede spiegazioni e di chi chiede trasparenza. Continuare su questa strada è il modo migliore per alimentari sospetti e fornire argomenti a chi si oppone all’uso dei vaccini.

Fonte

22/11/2020

Vietato pensare?

di Angelo D'Orsi

Non ci si può ripetere, non posso ripetere ogni settimana lo stesso concetto, sia pur scrivendo articoli diversi. Morale della favola: questo è un paese senza speranza. O, detto voltando il pessimismo della ragione in ottimismo della volontà, la speranza è nei piccoli gruppi, quelli esaltati da un filosofo che amai e che conobbi e frequentai da giovanissimo, Aldo Capitini, quelli nei quali egli vedeva la forza, che poi avrebbe dovuto contagiare via via le masse.

La speranza è in quei pochi (ma quanto pochi, in vero?) che quanto meno si rifiutano di farsi irreggimentare, incapsulare, dominare dal pensiero corrente: coloro che si ostinano a pensare con la propria testa, e che non rinunciano a studiare, a documentarsi, seriamente, prima di aprire bocca, e lo fanno solo sui temi di cui hanno contezza e competenza.

Piccoli gruppi, minoranze, esigue perlopiù; singoli individui che tentano di resistere al mainstream, o di ridestare i dormienti. Tutto ciò premesso, entro nel merito dell’attualità.

Nell’arco di 24 ore o poco più sono saliti ai disonori della cronaca due personaggi, un politico e un scienziato, non per qualcosa che abbiano fatto, ma per ciò che hanno detto, in due diverse chiacchierate con giornalisti (il che conferma che rilasciare interviste è pericoloso, e che “gli operatori dei media” sono sovente gente da cui stare alla larga).

Il primo dei due è il presidente della Commissione Antimafia, certo Nicola Morra, in quota 5 Stelle. A “Radio Capital”, costui, residente in Calabria da decenni (benché non calabrese di origine), è stato intervistato in merito alle vicende grottesche di cui abbiamo avuto notizia nell’ultima settimana, con un succedersi di candidature farlocche a un improbabile ruolo di “commissario” alla Sanità calabrese, e dulcis in fundo con l’arresto del presidente del Consiglio Regionale, certo Domenico Tallini, in quota Forza Italia, accusato addirittura di “concorso esterno in associazione mafiosa e scambio elettorale politico-mafioso”.

Chi avesse letto o ascoltato i commenti di rappresentanti politici e di osservatori “professionali” prima di conoscere le parole del senatore Morra, sarebbe indubbiamente rimasto a dir poco turbato.

“Parole indegne... Non gli restano che le dimissioni” (Tajani, Forza Italia). “Sono pronta a bloccare i lavori dell’Antimafia fino a quando questo signore non se ne andrà” (Mariastella Gelmini, Forza Italia: e intanto mi chiedo che cosa ci faccia la signora nell’Antimafia). “Parole vomitevoli... si dimetta” (Matteo Salvini, Lega: no comment). “Le sue parole sono indifendibili ed insopportabili... Si scusi subito” (Andrea Marcucci, capogruppo al Senato PD).

“Le parole del senatore Morra sono indegne e ingiuriose e volgari... Il senatore Morra avrebbe già dovuto scusarsi da molte ore” (Emanuele Fiano, PD). ”La frase di Morra disonora le istituzioni” (Elisabetta Casellati, Presidente del Senato, quella che aveva garantito che Ruby era la “nipote di Mubarack”). “Non può restare impunita una volgarità così bassa” (Nicola Spirlì, il neofascista che ha preso il posto della Santelli scomparsa). E dulcis in fundo: “Morra dovrebbe chiedere scusa per quanto affermato. Quanto detto è inaccettabile” (Davide Crippa, capogruppo M5S alla Camera).

Ebbene che cosa ha dichiarato Morra? Ha ricordato che l’ultimo arrestato, Domenico Tallini, era stato inserito nella poco onorevole lista degli “impresentabili” dalla Commissione Antimafia. Naturalmente Forza Italia l’ha candidato e il soggetto ha fatto il pieno di voti, pare sia stato il più votato nell’intera regione, di sicuro della Provincia di Catanzaro. E che tra i suoi sostenitori vi era stata la berlusconiana (accanitamente tale, devo rammentare) Jole Santelli, divenuta poi presidente della Giunta Regionale, morta qualche tempo fa.

Ricordare ora che Santelli era intima di personaggi come Tallini, cosa ovvia, essendo lei un pezzo da Novanta sostenuta personalmente dal Cavaliere, di cui si ricordano le ultime spiritosaggini sessual-politiche nel comizio a sostegno della Santelli.

Ma questo è un paese cattolico e ipocrita, come ricordò Eduardo De Filippo, alla morte di Pasolini, un paese in cui quando si muore tutti diventano buoni e se ne cantano le lodi. Ma non è così. C’è morto e morto, disse Eduardo. E Pasolini era grande da morto come da vivo.

Invece a Morra sono toccati gli improperi di tutti, le richieste di scuse o persino di dimissioni, da parte di gente che non ha battuto ciglio davanti a quello che accadeva in Regione Lombardia, e alle losche faccende del presidente Fontana.

Forse ciò che ha disturbato, dietro la foglia di fico del rispetto dei morti e dei malati oncologici (ma che c’entra!?), è che Morra ha messo in evidenza ciò che in realtà è noto anche ai ciechi e ai sordi: che “Forza Italia ha un problema. E questo problema si chiama Dell’Utri”.

FI è profondamente imbevuta di mafiosità, insomma, e le indagini giudiziarie ce lo confermano settimanalmente (e bene stanno, in prossimità, e contiguità con i berlusconiani, i partiti di Salvini e di Meloni, a dire il vero).

Sarà spiacevole quel che ha detto dopo, Morra, ma si tratta di parole sbagliate? “Era noto a tutti che la presidente della Calabria Santelli fosse una grave malata oncologica. Umanamente ho sempre rispettato la defunta Jole Santelli, politicamente c’era un abisso. Se però ai calabresi questo è piaciuto, è la democrazia”.

In sostanza, Santelli, Tallini e gli altri sono stati votati dai calabresi. I quali ora hanno poco da lamentarsi. La sola frase che avrei evitato è la seguente: “La Calabria è irrecuperabile”. Ma se si legge il seguito diventa anch’essa, almeno parzialmente, condivisibile; il seguito è, infatti: “lo è fin quando lo Stato non affronterà la situazione con piena consapevolezza”.

In sostanza, ciò che ha dichiarato Morra non fa una piega, e stiamo assistendo a un coro di ipocriti che con queste polemiche stanno raggiungendo un bell’obiettivo, oscurare la notizia, gravissima, sull’arresto del super-votato Tallini, e in generale impedire sul nascere una riflessione seria sulla situazione calabrese, e sull’intreccio mafia/politica su cui solo il procuratore Nicola Gratteri, vox clamantis in deserto, lancia gridi di allarme, sempre più isolato.

E invece, dàlli al reprobo, la colpa non è dei politici collusi, o degli 'ndranghetisti che spadroneggiano, la colpa è di chi mette il dito nella piaga.

E vengo all’altro caso, e andiamo nel campo oggi ahinoi più frequentato dai media, quello sanitario in relazione al Coronavirus.

Il protagonista è un noto microbiologo, Andrea Crisanti dell’Università di Padova. Sempre in una intervista (ah, se gli scienziati non si fossero lasciati sedurre dalla televisione!), alla domanda: “Lei, prenderebbe il vaccino, oggi?” E lui ha risposto: “Senza dati, no”.

Apriti cielo. Accusato di esser un “no vax” (orrore orrore!), di spargere pessimismo (siamo sempre al “ce la faremo”!), di non sapere nulla del virus e del vaccino (un ignorante, insomma), e via seguitando. Il Crisanti svillaneggiato dal presidente dell’Agenzia del Farmaco (ovviamente, che sponsorizza il vaccino, quale che sia), dal Consiglio superiore di sanità (di nomina governativa...), e direttamente dall’autorità di governo, da quel ministero della Salute.

Il cui titolare, Speranza, si è messo in luce per varie topiche, la migliore delle quali è il libro che ha scritto qualche mese fa (quando ne ha trovato il tempo? Non era impegnatissimo a predisporre le risorse contro il virus?), dal titolo “Perché guariremo” Sottotitolo: “Dai giorni più duri a una nuova idea di salute” (ahimè, Feltrinelli editore).

Il libro è stato bloccato in magazzino prima che venisse distribuito con la motivazione che il ministro ora non ha tempo per le presentazioni (sic!). Insomma, prima che gli italiani e le italiane lo tirassero in testa all’inclito scrittore/studioso/politico.

Ed ecco che Crisanti, il quale già in passato aveva frenato sugli stolti ottimismi di questo ministrello, viene gettato nella bolgia degli infami. La sua colpa? Avere detto che di norma occorrono anni per creare, sperimentare produrre un vaccino, e che sono necessari test complessi e reiterati su ampi campioni di popolazione.

E insomma, mentre tutti – sospinti dalle società farmaceutiche impegnate nella produzione di vaccini concorrenti tra loro: business is business – gridano: “Vaccino! Vaccino subito! Un vaccino qualunque...!”, uno scienziato ha messo in guardia.

Contro Big Pharma, e contro la politica in cerca di facile consenso, forse dovremmo tutti essere un po’ Crisanti, ossia almeno attivare il dubbio critico. Tutto qui. Se ci dicono che non possiamo farlo noi profani di medicina, possiamo almeno accettare che lo faccia chi di mestiere si occupa di tali argomenti? No, a quanto pare non si può.

Insomma, la caccia all’untore, la semplicistica attribuzione di colpa ai “cittadini che non rispettano le regole”, con parallela implicita assoluzione della classe di governo, centrale e locale, che ha sulle sue spalle buona parte dei morti e degli ammalati di Covid-19, sta diventando ora caccia al “disfattista”.

Il caso Morra e il caso Crisanti sono due campanelli d’allarme. Non i primi e certo non gli ultimi, ma la loro concomitanza inquieta.

Non si tratta di schierarsi con Morra o contro, con Crisanti o contro. Ma di riflettere. A me pare che siamo su una brutta, bruttissima china. Tra le tante limitazioni, presto sarà decretata anche quella al libero pensiero? Ci sarà concesso soltanto di pensare pensieri “autorizzati”?

Fonte

21/11/2020

Droghe pesanti nelle redazioni giornalistiche. Crisanti fatto passare per “no vax”

Se la salute pubblica – addirittura a livello mondiale – dipende dal business, il “conflitto di interessi” è assicurato.

Il mondo intero, in questo momento, sta attendendo il vaccino per il Covid-19 come la manna dal cielo. Tra le aziende di big pharma che ci stanno lavorando si è aperta ovviamente una guerra a chi arriva primo, assicurandosi così la fetta più grossa dei relativi profitti.

Velocità ed efficacia, però, in questo campo difficilmente vanno d’accordo. I vaccini scoperti in passato hanno richiesto anni o decenni per ottenere risultati utili (efficacia nel contrastare il virus, pochi o nulli effetti collaterali pericolosi).

È anche vero che, con l’esperienza accumulata, si può andare più speditamente; così come sono certamente di incentivo i grandi finanziamenti pubblici garantiti a questa specifica ricerca (persino negli Usa, dove Trump ha versato 2,4 miliardi a Moderna). Si può fare prima, insomma, ma non possono essere saltate certe fasi “col pensiero” o il bisogno.

Ma se c’è una gara a chi fa più soldi è sicuro che ci saranno trucchi, problemi, falsi annunci, manovre azionarie, spionaggio industriale, sgambetti, ecc. À la guerre comme à la guerre...

E infatti il caos è stato piuttosto serio. La prima azienda ad annunciare vittoria è stata l’americana Pfizer, il cui Ceo (chief of executive officer, o amministratore delegato) ha garantito un’efficacia al 92%, già enorme per le statistiche vaccinali.

Qualche sospetto è stato avanzato da quel cazzaro di Trump, stizzito per il fatto che l’annuncio fosse arrivato proprio il giorno della prima ufficializzazione della vittoria elettorale di Biden. I suoi sostenitori hanno immediatamente fatto notare che la stessa Pfizer era tra i donatori per la campagna elettorale dei democrats. Primo conflitto di interessi: tra ricerca scientifica e politica.

Il gioco è stato complicato proprio dal Ceo di Pfizer, Albert Bourla, che ha venduto 132.508 azioni del colosso farmaceutico, per un valore di 5,56 milioni di dollari, sfruttando speculativamente la grande crescita delle quotazioni azionarie della sua azienda proprio in virtù del suo stesso annuncio (un caso da manuale di insider trading).

Ma la corsa competitiva non si è per questo fermata. Anzi. Pochi giorni dopo, Moderna (la “prescelta” da Trump) ha annunciato il suo vaccino, garantito “efficace al 94%”, e non bisognoso di essere tenuto alla proibitiva temperatura di -80 gradi (il primo limite di quello Pfizer).

Passano due giorni e il Ceo di Pfizer comunica alla stampa che l’efficacia del suo prodotto è magicamente salita al 95%. Mezzo punto in più di Moderna. In virtù di quale novità? Non è stato spiegato...

Passa ancora qualche giorno e arriva anche l’annuncio per il vaccino prodotto da Astrazeneca e Università di Oxford, con la partecipazione dell’italiana Irbm di Pomezia. Qui l’efficacia garantita è al 90% con la prima iniezione, che sale al 95 con la seconda.

A differenza – sostanziale – dei primi due, il prodotto di Oxford-Astrazeneca è stato esaminato dalla rivista Lancet, considerata la bibbia in campo medico (anche se qualche sfrondone ne ha caratterizzato l’ultimo periodo). In più, viene promesso al prezzo di costo (2,8 euro a dose), e con temperature di conservazione compatibili con la logistica esistente (aerei, treni e camion refrigerati).

Fin qui, possiamo dire (tranne nell’ultimo caso), che siamo alla classica rassicurazione dell’oste sulla bontà del proprio vino. Manca qualsiasi verifica da parte della comunità scientifica (non vi stiamo qui a raccontare la complessità delle procedure che permettono di riconoscere una teoria o un prodotto come scientificamente accettato), nonché una validazione da parte delle agenzie del farmaco più “attendibili”: quella europea e la Fda statunitense (che pure hanno una storia niente affatto immacolata, in materia di farmaci).

A questo “stadio dell’arte”, decisamente vago, il buon Andrea Crisanti, scienziato di fama internazionale e diventato star televisiva dopo aver salvato il Veneto con la sua azione ai tempi del focolaio di Vò Euganeo (uno dei primi, insieme a Codogno), risponde sbrigativamente a una domanda durante il Festival della rivista Focus: “Non farei il primo vaccino anti-Covid che dovesse arrivare a gennaio”.

Apriti cielo... i servi dei media mainstream – e i consulenti scientifici del governo, corresponsabili della disastrosa gestione dell’epidemia fin qui – lo trattano immediatamente come un appestato. Uno che mette in discussione “la scienza” (che non coincide con gli annunci degli amministratori delegati, ci sembra di ricordare), che “semina diffidenza verso i vaccini”. Manco fossero stipendiati direttamente da Pfizer o Moderna…

Sappiamo che il mondo dell’informazione mainstream è gravemente ammalato di disturbo bipolare – ogni notizia o parola deve essere incasellata negli unici due campi, bianco o nero, che conoscono (e conoscono ben poco...) – però ce ne vuole per inquadrare un microbiologo che ha lavorato con l’Imperial College, dirige il centro di genomica funzionale di Perugia, insegna all’università di Padova, dirige il programma Marie Curie dell’Unione Europea, un’infinità di pubblicazioni scientifiche all’attivo... per un “no vax”.

Ma questa è l’italietta dell’informazione drogata e servile.

Qui di seguito l’intervista concessa da Crisanti, ieri, a Tpi. Che ci sembra chiarisca bene come dovrebbe funzionare la testa degli scienziati, senza restare succubi dei soldi o della – orrore vero! – classe politica locale.

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(Enrico Mingori – tpi.it) – Andrea Crisanti, di microbiologia dell’Università di Padova, ha scatenato un putiferio per alcune dichiarazioni sul vaccino contro il Covid-19. Intervistato durante il Festival di Focus, ieri, giovedì 19 novembre, il celebre virologo ha dichiarato: “Non farei il primo vaccino anti-Covid che dovesse arrivare a gennaio”.

Professore, davvero a gennaio non farebbe il vaccino?

“Guardi, ho detto una cosa molto semplice, e cioè: ‘Nel momento in cui ci saranno dati che dimostreranno l’efficacia e la sicurezza del vaccino, mi vaccinerò’. Questo ho detto. Mi è stata fatta una domanda a bruciapelo, mi è stato chiesto: ‘Lei, oggi, si vaccinerebbe?’. E io ho risposto: ‘No, oggi no perché ancora non sono usciti i dati’. Niente di più”.

Le è stato chiesto che farebbe a gennaio, quando sembra che in Italia arriveranno le prime dosi.

“Ma stiamo parlando di un vaccino che ancora non è stato approvato! Abbiate pazienza: possibile che una cosa così lineare debba essere strumentalizzata?”.

Ritiene di essere stato strumentalizzato?

“Ho avuto il coraggio di dire quello che penso. Finora noi possiamo fare valutazioni solo su dichiarazioni fatte dalle aziende. E, sulla base di solo queste dichiarazioni, io il vaccino non lo farei. Bisogna aspettare che la comunità scientifica lo approvi. Non mi sembra così insensato”.

Perché, secondo lei, queste sue parole hanno fatto così clamore?

“Non lo so, guardi. Nessuno però si è scandalizzato per il fatto che il Ceo di Pfizer ha venduto le sue azioni dell’azienda il giorno dopo quell’annuncio (quello secondo cui il vaccino prodotto dalla multinazionale insieme a Biontech ha un’efficacia del 90%, ndr). Eppure lui è la persona più informata: perché si è venduto le azioni se pensa che il vaccino sia efficace?”

Lei cosa pensa?

“Che sono queste azioni che minano la fiducia nel vaccino. Non persone equilibrate che fanno un discorso di sicurezza, come ho fatto io”.

Però in effetti lei sembra quantomeno diffidente rispetto a questi vaccini...

“No, non sono diffidente. È che c’è una mancanza di trasparenza. Ritengo che il comportamento del Ceo di Pfizer sia stato censurabile dal punto di vista etico. È lui che ha generato dubbi sul vaccino, non io”.

Le dà fastidio che alcuni l’abbiano accusata di essere diventato un No Vax?

“La mia posizione non potrebbe essere più distante da quella dei No Vax”.

Cosa risponde a chi accusa lei e altri suoi colleghi, quando mettete in guardia su certe situazioni di rischio, di essere dei menagrami o, addirittura, di trarre vantaggio da un clima di paura?

“Io penso che le persone debbano essere giudicate sui fatti”.

La sento molto amareggiato...

“Sono amareggiato, sì. Soprattutto per le reazioni di certi colleghi, che ritengono che quella mia dichiarazione possa avvantaggiare i No Vax. Quando invece proprio quella mia dichiarazione può indurre le persone a vaccinarsi, molto più di certe loro posizioni manichee. Mi hanno trattato come se non fossi uno di loro. Questo mi ha amareggiato molto”.

Alcuni suoi colleghi hanno detto e scritto che i vaccini contro il Covid sono efficaci.

“Beati loro. Si vede che hanno accesso a informazioni privilegiate che io non ho... Io penso solo di aver intercettato in modo corretto alcune delle perplessità della gente comune. Se il 70% degli italiani è scettico rispetto al vaccino, ci sarà una ragione: o sono tutti idioti?”.

I vaccini in produzione sono stati testati in tempi molto brevi, Questo può essere un elemento di rischio?

“Tempi brevi o lunghi, a me non interessa. A me interessa solo che i dati siano solidi”.

Il fatto che le tre fasi siano state svolte in parallelo mina la credibilità di questi vaccini?

“No. In genere queste fasi vengono svolte una dopo l’altra e senza sovrapposizioni, in modo da diminuire i rischi economici. In questo caso hanno pagato i contribuenti e quindi è stata possibile un’accelerazione, che – per carità – è positiva. Però è chiaro che la valutazione di un vaccino su fasi parzialmente sovrapposte è più complessa”.

Ma è vero che per testare un vaccino serve non meno di 5/8 anni?

“No. In genere per sviluppare un vaccino ci volevano dai 5 agli 8 anni, perché le diverse fasi venivano effettuate una dopo l’altra. In questo caso chiaramente hanno fatto prima perché, appunto, le fasi di sperimentazione sono state parzialmente sovrapposte e perché questo è un vaccino genetico, quindi molto più facile da sviluppare”.

Vede profili di rischio particolari?

“Non lo possiamo sapere. Stiamo discutendo di una cosa di cui nessuno sa nulla. Questo è quello che io ho voluto mettere in luce”.

I vaccini che sembrano più vicini all’approvazione sono quelli di Astrazeneca, di Pfizer e di Moderna. Ritiene uno di questi più o meno affidabile degli altri?

“È ancora troppo presto per dirlo”.

E del vaccino russo che ne pensa?

“Su quello, se non altro, stanno iniziando a far vedere qualche dato. E sembra promettente”.

Professore, dopo essere stato accusato di essere No Vax, se ora mi dice che il vaccino di Putin è più affidabile scatena un altro putiferio...

(Ride) “Non ho detto affidabile. Però promettente sì, sulla base di quello che hanno fatto vedere. Se questi dati li avesse fatti vedere una istituzione che ha una reputazione migliore, sarebbe stato meglio”.

Dietro questi annunci sull’efficacia dei vaccini, c’è la spinta delle grandi multinazionali?

“Guardi, non voglio fare questa dietrologia. Mi interessa solo che il vaccino funzioni.”

L’approvazione di un vaccino da parte delle Autorità sanitarie sarà sufficiente per ritenere quel vaccino affidabile?

“Mi fido del giudizio delle Autorità sanitarie e di quello della comunità scientifica. Non ho ragione per dubitarne”.

Quindi, se le autorità scientifiche e regolatorie dei vari paesi approveranno un vaccino e lo riterranno efficace e senza effetti collaterali, lei si vaccinerà?

“Sì”.

C’è troppo entusiasmo attorno a questi vaccini?

“Questo non lo so, non lo posso sapere”.

Il vaccino non è ancora approvato, ma il Governo e Arcuri parlano già apertamente della campagna di vaccinazione. Se lei fosse al governo, si manterrebbe più prudente?

“Se fossi al governo e avessi informazioni privilegiate, le condividerei”.

Non le stanno condividendo...

“Forse allora non le hanno”.

Allora significa che sono troppo avventati?

“Guardi, se non le hanno, non hanno motivo per parlare. Ma mi faccia aggiungere una cosa...”.

Prego...

“Non è che queste grandi industrie si siano inventate questi dati di efficacia sui vaccini. Se li hanno annunciati così, significa che ne sono certi. Tuttavia va detto, per loro stessa ammissione, che sono parziali. Io ho espresso solo una manifestazione di prudenza”.

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15/10/2020

L’ipoteca del lockdown. Crisanti:“Con questi numeri bisogna passare a chiusure più estese”

“Adesso è tardi per il contact tracing con questi numeri, bisogna diminuire i contatti personali e passare a chiusure via via più estese. Il virus passerà inesorabilmente dai giovani agli anziani facendo salire ricoveri. E purtroppo anche i decessi”. Ad affermarlo è il virologo dell’Università di Padova Andrea Crisanti, in una intervista a La Stampa.

È bene sapere che per contact tracing non si intende solo l’utilizzo di sistemi informatici come le app (vedi Immuni). Contact tracing, (cioè il tracciamento dei contatti) significa ricostruire le catene di contatti di persone positive al virus. Un tracciamento che può avvenire anche in maniera “tradizionale”, cioè intervistando le persone positive e risalendo alle situazioni nelle quali hanno potuto mettere a rischio la salute di persone vicine e provvedendo ad avvisarle.

Ma Crisanti va alla carica anche su un nuovo lockdown, vero e proprio convitato di pietra in queste settimane di escalation della pandemia. “Un lockdown a Natale è nell’ordine delle cose” afferma convinto il il virologo dell’Università di Padova, che mette anche in guardia sui rischi della nuova fase dell’epidemia di Covid.

“Via via che i casi sono aumentati, – ha detto in un trasmissione alla Raila capacità di contact tracing e fare tamponi è diminuita e si entra in un circolo vizioso che fa aumentare la trasmissione del virus”.

“Più che misure sui comportamenti occorre bloccare il virus: tra 15 giorni non non vorrei trovarmi a discutere di 10-12mila casi al giorno”, ha detto Crisanti.

A suo giudizio, con un lockdown a Natale “si potrebbe resettare il sistema, abbassare la trasmissione del virus, e aumentare il contact tracing”.

“Le previsioni non si fanno sui numeri dei nuovi contagi, bensì sul rapporto tra nuovi positivi identificati e persone in isolamento domiciliare. Per ogni nuovo contagiato è necessario identificare in media tra le 15 e le 20 persone con le quali è venuto a stretto contatto. Con oltre settemila nuovi casi di positività dovremmo rintracciare e mettere in isolamento domiciliare 140 mila persone. Invece leggo che nelle ultime 24 ore ne sono finite in quarantena appena 1.300. Vuol dire che il 95% di quelle persone potenzialmente infette circola liberamente per il Paese. È la Caporetto della prima linea difensiva, il contact tracing”, spiega Crisanti.

Ma sul convitato di pietra di un nuovo lockdown anche Conte ha dovuto dire qualcosa per contrastare i sempre più numerosi rumors su questa misura. “Non faccio previsioni per Natale. In questo momento prendiamo le misure più idonee per prevenire il lockdown” ha detto il presidente del Consiglio, rispondendo alla domande dei cronisti su un possibile lockdown a Natale ipotizzato dai virologi. “La situazione non può non preoccuparci – aggiunge – dobbiamo rispettare le regole ma i comportamenti devono essere conseguenti. Da questo punto di vista o vinciamo tutti o perdiamo tutti, non dipende solo dal governo. Smettiamo di fare polemiche, bisogna essere concreti, bisogna tutelare gli anziani e rispettare le regole”.

Il presidente del Consiglio ha le sue buone ragioni per dire di non fare polemiche in questo momento, ma diventa difficile non rammentare, come abbiamo fatto sistematicamente su questo giornale, che proprio le indecisioni sulle chiusure – tardive – nella prima fase della pandemia hanno portato alla sua esplosione. Non solo. L’aver subito il ricatto della Confindustria e del Partito Trasversale del Pil, per impedire chiusure “locali” nelle zone competitive del paese, ha poi costretto a fare un lockdown su tutto il territorio nazionale. Una misura estrema che dopo due mesi ha dato i suoi risultati ma con un altissimo costo economico e sociale. Poi questa estate c’è stato il libera tutti e un virus abbastanza localizzato nel Nord è dilagato in tutto il paese arrivando anche lì dove il servizio sanitario era collassato ancora prima della pandemia (vedi la Campania).

In questi mesi invece di intervenire decisamente e concretamente per rafforzare le strutture di medicina territoriale – che si rivela indispensabile – si è lasciato che la situazione rimanesse come prima. E strutture sanitarie già al collasso prima e durante la pandemia non potevano che peggiorare.

Adesso ci ritroviamo di fronte a quella che Forsyth definirebbe “una alternativa del diavolo”: un nuovo lockdown a livello nazionale o una diffusione della pandemia a livelli uguali o addirittura superiori a quelli dei marzo/aprile.

La Confindustria e il Partito Trasversale del Pil intendono impedire con ogni mezzo il primo scenario in nome dell’economia, mentre la tutela della salute collettiva e il buonsenso spingono in quella direzione. Altri paesi e altri modelli hanno fatto questa scelta (Cina, Cuba). Altri ancora ci si stanno approcciando come soluzione inevitabile (Francia, Spagna, Belgio). Infine ci sono paesi come Usa e Brasile in cui si è scelto consapevolmente di lasciar infettare e morire migliaia e migliaia di persone ritenendolo un costo accettabile per la tenuta del sistema.

Nel nostro paese c’è il tentativo – o forse l’illusione – di poter convivere con la pandemia riducendo i danni, intervenendo solo sui comportamenti individuali – anche in modo coercitivo – ma disegnando una società in cui l’unica attività consentita è quella legata alla produzione e all’economia. È uno scenario forse applicabile ai piccoli e medi centri urbani ma che va in crisi totale nelle grandi aree metropolitane dove concentrazioni di persone nei trasporti, negli snodi urbani e nei luoghi di lavoro sono inevitabili.

Agisce dunque una contraddizione insanabile tra economia e salute. E a questo punto si tratta di scegliere. Organizzando la società per resistere e sopravvivere o lasciando consapevolmente che una parte di essa venga sacrificata sull’altare del Pil. Ma non è un problema solo per l’Italia, è “il problema” di questo sistema dominante.

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06/10/2020

Italia - Aumento dei contagi da Covid e le scuole. Il ministro nega, il virologo conferma

La riaperture delle scuole e quindi della circolazione di milioni di persone ad esse collegate ha contribuito o no all’aumento dei contagi da Covid 19? Secondo il ministro dell’Istruzione Azzolina no, secondo il virologo Crisanti invece si. A occhio...

Dopo un incontro con il Comitato Tecnico Scientifico, dal Miur si dicono tranquilli. “Dalle prime valutazioni è emerso che ad oggi la scuola non ha avuto un impatto sull’aumento dei contagi generali, se non in modo residuale”, afferma in un video postato su Facebook la ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina. “I contagi nelle scuole in questa fase sono casi sporadici e per lo più sono stati contatti fuori dalla scuola.

Il punto è proprio questo: il sistema scolastico sta tenendo e sta tenendo perché si è attrezzato, si stanno facendo grandi sacrifici, mi riferisco al sacrificio del personale scolastico tutto, delle famiglie, che ringrazio, degli studenti e delle studentesse, ma è convinzione di tutti che serve molta molta più prudenza in tutte quelle fasi che riguardano il prescuola e il post-scuola”
.

Di tutt’altro avviso il virologo Andrea Crisanti, intervenuto a SkyTg24, secondo il quale la risalita della curva dei contagi è legato “alla riapertura delle scuole, bisogna agire lì“.

“Il problema è che il sistema messo a punto per proteggere gli studenti e la società scricchiola – ha detto Crisanti – La scuola favorisce la socializzazione dei ragazzi: nel momento in cui escono, tutte le misure pensate per l’interno non valgono a nulla“.

“A scuola – ha detto Crisanti – bisogna non far entrare i potenzialmente positivi: bisogna abbassare la soglia della temperatura e far sì che studenti e insegnanti di zone in cui ci sono contagi non mettano piede nelle aule. Noi creiamo all’interno delle scuole un ambiente che favorisce sia la trasmissione del virus sia la socializzazione“.

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31/08/2020

Covid-19 - L'analisi di Crisanti sui numeri del contagio e la proposta per i tamponi

Non è abitudine di queste pagine ospitare dei contributi del megafono per eccellenza del salotto buono di ciò che rimane della borghesia italiana. In questa occasione facciamo un'eccezione perché, di questi tempi chi scrive è persona meritevole di ascolto.

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di Andrea Crisanti

In Italia durante le ultime due settimane il numero di persone positive al test per il coronavirus è aumentato di giorno in giorno fino a sfiorare questa settimana la soglia di 1.500 casi (clicca qui per tutti i dati e le mappe). Questa ripresa della trasmissione virale che interessa tutto il territorio nazionale sembra sia alimentata da comportamenti di socializzazione diffusi prevalentemente tra i giovani (ma non solo) e da casi di importazione. Il virus si diffonde sfruttando il comportamento sociale dei singoli: più persone si incontrano e più aumenta la probabilità di infettarsi. È successo a chi ha frequentato assiduamente luoghi affollati e discoteche senza adottare precauzioni. Ora abbiamo raggiunto lo stesso numero di casi che leggevamo con apprensione nel bollettino della Protezione civile quando sotto l’onda d’urto di centinaia di morti al giorno è stato decretato il lockdown su scala nazionale. Questa ripresa della trasmissione presenta tuttavia delle differenze rispetto a quanto abbiamo osservato durante i terribili mesi di febbraio, marzo e aprile (è sotto gli occhi di tutti): la maggior parte delle persone infette sono giovani in grande maggioranza asintomatici o con sintomatologia molto lieve. E, cosa confortante, il numero delle persone ricoverate nei reparti Covid e rianimazione aumenta di poche unità al giorno senza mettere sotto pressione il sistema sanitario. La comunità scientifica, i media e tutti gli italiani si chiedono cosa stia succedendo. Autorevoli scienziati argomentano che il virus sia mutato, si sia indebolito e che dunque l’emergenza sia finita. Altri raccomandano prudenza e incoraggiano a non abbassare la guardia e giustificano invece lo stato di emergenza. I numeri dei pazienti ricoverati in rianimazione e le persone che purtroppo ancora muoiono di Covid-19 sono diventati vessilli di opposte fazioni scientifiche e politiche.

L’analisi

Analizzando i dati e le conoscenze che abbiamo acquisito fino a ora ritengo sia possibile fornire una spiegazione equilibrata e coerente della situazione che promuova un dibattito costruttivo sulle misure da adottare tutti insieme per convivere con il virus in attesa di un possibile vaccino. Ripartiamo dal numero dei casi accertati (1.492) nel giorno in cui l’Italia è entrata in lockdown e facciamo uno sforzo di memoria: i reagenti per i tamponi scarseggiavano, i test venivano eseguiti solo su persone ricoverate in ospedale che versavano in gravi condizioni e molti malati rimanevano a casa senza cure e diagnosi. Nessuna traccia allora degli asintomatici la cui presenza e contributo alla trasmissione era negata con vigore da tutte le autorità sanitarie. Tutti ora concordano che quei numeri erano una drammatica sottostima della realtà.


Prima di trarre conclusioni, basate sul confronto tra i numeri dei casi in questi giorni con quelli registrati durante i giorni più bui della pandemia, e affermare che il virus sia mutato o diventato «più buono» (anzi i dati che giungono dal resto del mondo suggeriscono che Covid-19 mantenga tutta la sua pericolosità) dobbiamo quindi cercare di ricostruire quanti erano effettivamente i casi in Italia durante le prime settimane della pandemia. Ci aiuta in questo esercizio l’indagine sierologica condotta recentemente dall’Istat su tutto il territorio nazionale che non ha avuto a mio avviso la risonanza mediatica e scientifica che meritava. Apprendiamo da questa analisi che i casi di Covid-19 in Italia sono stati complessivamente 1 milione e 482 mila, cifra ben superiore al numero di casi accertati (265 mila). Poiché circa il 70% dei casi accertati con tampone è stato registrato nel periodo che va dal 22 febbraio al 3 aprile si può, utilizzando i dati dell’Istat, calcolare che durante quei 40 giorni in Italia ci siano stati circa 1 milione e 40 mila casi di infezione (il 70% di un milione e 482 mila) che corrisponde a 26 mila casi al giorno. Nella fase attuale, consapevoli del fatto che le persone infette possano essere asintomatiche o presentare una sintomatologia lieve, si eseguono test a persone che prima sarebbero state trascurate e quindi i dati sono molto più rappresentativi della reale trasmissione del virus. A questo punto i conti tornano. I casi di questi giorni sono circa dalle 15 alle 20 volte inferiori a quelli delle prime settimane della pandemia, calcolati tenendo conto del contributo degli asintomatici e dei casi lievi. Se moltiplichiamo i numeri di ricoverati in terapia intensiva e i morti giornalieri di questi giorni per 15 ci avviciniamo ai valori di febbraio-marzo. Altro elemento da considerare è che gli anziani hanno adottato comportamenti molto prudenti per evitare la trasmissione e allo stesso tempo le case di riposo sono oggetto di misure molto più rigorose. Anche l’osservazione che l’età media si sia abbassata è un fenomeno apparente non riconducibile alle caratteristiche genetiche e biologiche del virus. I risultati dell’indagine sierologica dell’Istat hanno messo infatti in evidenza come durante la fase acuta dell’epidemia circa il 70% dei casi interessasse persone sotto i 59 anni.

La soglia di rottura

Il ritardo della trasmissione osservata nel nostro Paese rispetto alle nazioni limitrofe è invece con tutta probabilità da attribuire alla rimozione graduale delle misure di distanziamento adottate dall’Italia. Questo ci pone in una situazione di privilegio poiché ci consente di vedere in anticipo cosa potrebbe accadere da noi nelle prossime settimane. Se i casi dovessero aumentare al ritmo osservato potremmo raggiungere nel giro di poche settimane i numeri di Spagna e Francia. La ripresa delle attività lavorative, l’inizio delle scuole, l’importante appuntamento elettorale, nonché l’inizio della stagione autunnale inevitabilmente creeranno interazioni tra persone che il virus utilizzerà per diffondersi. È fondamentale perciò tenere l’attuale equilibrio dei numeri il più basso possibile, perché se si raggiunge la soglia di rottura, con il numero dei casi che eccede la capacità di risposta del sistema sanitario, l’unica opzione disponibile rimane il lockdown che, vista la situazione economica, rimane una scelta estrema. Il punto di rottura dell’equilibrio si può evitare spiegando alle persone con onestà quello che stiamo vivendo e incentivando comportamenti virtuosi. Tuttavia questo non basta.

La proposta

Il grande problema nel contrastare la diffusione del virus è la elevata frequenza di soggetti asintomatici che possono inconsapevolmente trasmettere l’infezione. L’identificazione degli asintomatici è proprio la sfida che abbiamo davanti per evitare che i casi aumentino vertiginosamente fino al punto di rottura. Mi preme qui ricordare che sempre a Vo’ il virus il 27 febbraio aveva già infettato il 5% della popolazione prima di creare casi clinici sintomatici. L’identificazione sistematica degli asintomatici attraverso l’uso massiccio ma mirato di tamponi è stata la chiave del successo del Veneto. In questo momento le regioni tutte assieme possono al massimo raggiungere la capacità di effettuare circa 90 mila tamponi, picco che viene raggiunto occasionalmente e che non è sufficiente a far fronte alla domanda di test che ci sarà. È dunque questa urgenza che mi ha indotto a presentare, su invito di alcuni membri del governo, un piano che conduca a incrementare, fino a quadruplicare su scala nazionale, la capacità di fare tamponi superando le barriere e divisioni regionali che hanno generato una insensata panoplia di iniziative e adozioni tecnologiche che sicuramente generano confusione e in alcuni casi sono controproducenti.

Fonte

20/08/2020

COVID-19 tra movida, turismo e interessi economici

Per quanto non sia più il centro della pandemia e vi siano paesi (come gli Stati Uniti o il Brasile) dove il contagio rimane tuttora molto alto, l’Europa non ha passato un bel Ferragosto. Se Francia e Spagna si ritrovano con circa 3000 casi COVID giornalieri a testa e la Germania oscilla fra sopra o sotto i mille casi negli ultimi giorni, l’Italia si ritrova in una situazione migliore, ma non si sa per quanto ancora. Se in luglio i contagi giornalieri oscillavano sulla cifra di 200, da inizio agosto si è visto un graduale aumento che ha portato il livello giornaliero oscillante sui 500 contagiati (solo a Ferragosto, in particolare, si sono contati 629 nuovi casi, col picco in Veneto con +120[1]).

Di fronte al pericolo di un nuovo picco pandemico, il governo ha deciso di varare nuove misure, fra cui la chiusura delle discoteche al chiuso o all’aperto e l’obbligo di mascherina, dalle 18 alle 6, anche nei luoghi all’aperto dove è più facile il crearsi di assembramenti – un chiaro riferimento alle zone della movida[2]. Tutto questo avviene a non molte settimane dalla prevista riapertura delle scuole, su cui ora vengono posti dubbi e paure: come afferma Ranieri Guerra, direttore aggiunto dell’OMS distaccato a Roma, vi è il rischio di «arrivare a ridosso della riapertura delle scuole con un numero di casi che la renderebbero pericolosissima. Perché è matematico che la curva col ritorno in aula salirebbe ancora. Allora o azioniamo il freno o andiamo a sbattere. L’Italia per incidenza di nuovi casi è ancora in coda rispetto ai grandi Paesi europei. Guardiamo cosa succede in Francia e Spagna. Però rispetto a qualche settimana fa il nostro Paese mostra una sequenza di tanti, troppi piccoli focolai che tengono alta la circolazione del virus»[3].

Andrea Crisanti, professore di microbiologia dell’Università di Padova, noto per il suo ruolo nella gestione della pandemia in Veneto, non si astiene, come molti altri, dall’evidenziare le sue preoccupazioni: «Non sono ottimista, mi pare evidente che nel giro di 10-20 giorni arriveremo ad almeno mille casi positivi giornalieri. Quello che non si riesce a spiegare è che più i nuovi positivi aumentano, più crescono le possibilità di avere pazienti in terapia intensiva. E di vedere un incremento dei decessi, purtroppo». Ciò che preferisce non fare, però, è addossare la colpa sui singoli che vanno in discoteca – come spesso fatto da svariati media[4]: le discoteche non andavano semplicemente aperte, essendo luoghi che impossibilitano un reale distanziamento sociale e dove sono facilitate le infezioni, causando il ballo un aumento della respirazione. Aprirle significava in automatico dare il via libera pubblicamente ad un’attività che avrebbe favorito il diffondersi dei contagi; motivo per cui addossare la colpa esclusivamente sugli individui significa letteralmente non evidenziare quelle scelte politiche che hanno promosso determinati comportamenti. Ciò che andava fatto per Crisanti, invece, era spingere per raggiungere entro l’estate il numero di zero contagi, tramite anche azioni come un maggiore controllo sui rientri: «non parlo degli immigrati, che sono una parte molto marginale, penso a chi torna ad esempio dalle vacanze in altri paesi d’Europa. Bisognava attivare i controlli prima, predisporre dei protocolli»[5]. Anche a livello aeroportuale, invece, ci si è trovati di fronte a ritardi e alla mancata preparazione ottimale dei principali scali italiani per l’effettuazione dei tamponi[6].

In conclusione, Crisanti afferma: «è stato sbagliato non prevedere riaperture graduali, differenti da regione a regione. Inoltre, ci si è calati le braghe di fronte alle esigenze dell’industria turistica». C’è stata, da parte del governo e delle regioni, un’eccessiva permissività alle richieste del mondo del turismo, la realtà economicamente più colpita dalla crisi sanitaria, vivendo questa proprio sugli spostamenti sia nazionali che internazionali. Una permissività non esclusivamente presente verso questo settore economico – basti pensare alle tantissime deroghe alla chiusura a complessi aziendali pure nei momenti peggiori della pandemia in Italia[7] – ma che aumenta ancora di più i rischi in questo caso: senza dimenticare i numerosi focolai dei mesi scorsi avvenuti nelle fabbriche[8], un’enorme apertura allo spostamento e agli assembramenti, con regole di sicurezza troppo lasche, nelle differenti zone del Paese e in Stati esteri dove la situazione è anche più grave, può portare e sta portando ad una situazione che causerebbe un secondo picco pandemico, con esiti sanitari ed economici disastrosi. L’apertura sconsiderata del settore turistico potrebbe causare, poi, una chiusura e nuovi lockdown, parziali o meno, anche di altri settori economici.
Insomma, il calo di contagi, che dopo maggio ha toccato il minimo fra giugno e luglio, ha spinto il governo ad accettare fin troppo le richieste del comparto turistico, quando ora ci si ritrova con un aumento di contagi che preoccupa e che porta, ormai in ritardo, a prendere caute misure precauzionali, nella speranza che l’aumento dei casi non continui.
Ci si ritrova così in una situazione di evidente scontro fra interessi economici di differenti settori – che possono finire per cozzare anche fra di loro o per provocare disastri a lungo termine a causa della ricerca immediata di profitti – e la necessità di un programma di sicurezza e prevenzione che tuteli da un nuovo aumento dei casi COVID. A livello statale e regionale si vedono così forze politiche e di governo che, pressate da realtà come Confindustria, non hanno mai praticato pienamente e in tempo quelle misure sanitarie necessarie per evitare il più possibile l’emergenza sanitaria – fra cui la reale chiusura delle attività aziendali non fondamentali durante il lockdown e un utilizzo diffuso dei tamponi, oltre a problematiche di lungo termine fra cui i continui tagli alla sanità che ora si fanno sentire[9]. Una situazione che fa riflettere, specie se paragonata ad altri Stati come il Vietnam, il quale si ritrova, fino ad ora, ad aver avuto solo 964 casi di infetti, 456 ricoveri e 24 morti dopo 7 mesi dal primo caso riscontrato, a fronte di una popolazione di circa 95 milioni di abitanti.

Senza entrare ora in un’analisi approfondita sul sistema politico e sociale vietnamita, è curioso concentrarsi su quanto è stato fatto a livello sanitario: innanzitutto è stata proclamata l’emergenza sanitaria al sesto caso riscontrato nel Paese. L’approccio immediatamente successivo è stato quello di creare un contesto d’azione pubblica diffusa ed efficiente: un alto numero di test tramite tamponi a livello nazionale e per tutti quelli che tornavano dall’estero, forti campagne pubblicitarie di sensibilizzazione tramite cartelloni e via social, sistemi di igienizzazione e decontaminazione in luoghi pubblici, la garanzia della consegna a domicilio dei beni essenziali alle persone in quarantena, la distribuzione nei luoghi pubblici di riso gratuitamente a chiunque ne necessitava[10]. Non è mancato tra l’altro l’invio di forniture sanitarie e mascherine in vari Paesi, fra cui l’Italia e gli Stati Uniti. Al contempo, dato il contesto d’azione preventiva promosso, è stata fondamentale la partecipazione attiva e consapevole dei singoli, che informati dei pericoli della pandemia in corso hanno mostrato consenso e partecipazione attiva alle linee guida promosse a livello statale.

L’immediata risposta vietnamita – che ha ottenuto il plauso dell’ONU e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità – ha permesso di avere tra fine maggio e fine luglio un livello quasi pari a 0 di nuovi casi, salvo poi avere una ripresa a fine luglio/inizio agosto per un focolaio nella città di Danang, che è stato subito affrontato, evitando così lo svilupparsi di un picco epidemico[11] (se il 31 luglio c’è stato il picco di 82 casi, il numero giornaliero si è gradualmente abbassato fino a 12 casi il 16 agosto).

In conclusione, la situazione italiana ed esempi come il Vietnam fanno ragionare su come vada affrontata con cautela la questione dell’emergenza sanitaria. Soprattutto, quando la colpevolizzazione individuale, spesso spinta dai media nostrani, presenti forti lacune, fra cui l’incapacità di comprendere quanto il modo d’agire di un singolo sia influenzato dal contesto sociale, politico ed economico in cui si trova. Più si è in balia di una società che invia messaggi contraddittori, a seconda del crescere della crisi pandemica o delle pressioni di Confindustria, più inevitabilmente i singoli saranno spinti ad agire in modo problematico. Col rischio che, a forza di non muoversi adeguatamente a livello collettivo, si ritorni ad un secondo picco pandemico.

Francesco Pietrobelli

Note

[1] https://www.ilmessaggero.it/salute/focus/coronavirus_italia_bollettino_oggi_15_agosto_2020-5407029.html.

[2] https://www.adnkronos.com/fatti/politica/2020/08/17/discoteche-movida-mascherine-nuove-regole_o8myTVHXYWOYOrISSaxqJN.html.

[3] https://www.orizzontescuola.it/coronavirus-per-loms-laumento-dei-casi-e-un-pericolo-per-la-scuola/.

[4] Si veda ad esempio il caso del TG1 che ha cercato con un servizio di mostrare l’irrazionalità di giovani che si lanciano nelle discoteche, incuranti di tutto: https://www.youtube.com/watch?v=gS-n2RI6LCw. Oltre al ragionamento errato per cui si intervista una persona e quella dovrebbe rappresentare i giovani presenti nel loro complesso, è interessate come la risposta palesemente goliardica della ragazza sull’assenza di Covid (che è una citazione presa da un video che girava sui social) venga recepita e trasmessa a livello televisivo dalla giornalista come una risposta seria, trascurando così in toto il contesto in cui viene detta.

[5] https://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Coronavirus-Crisanti-Crescita-contagi-costante-non-ci-sara-alternativa-ai-lockdown-locali-5fa8b26c-54b7-4031-bf40-06e1eecce612.html?refresh_ce.

[6] https://www.lastampa.it/cronaca/2020/08/16/news/caos-sui-tamponi-negli-aeroporti-al-rientro-nessun-controllo-atterrati-in-lombardia-1.39200053.

[7] Per approfondire: https://www.lordinenuovo.it/2020/04/06/potere-alle-deroghe-migliaia-di-imprese-riaprono/.

[8] Per avere un esempio di focolai scoppiati a livello aziendale, tanto in Italia quanto all’estero, si veda: https://www.lordinenuovo.it/2020/07/05/dagli-usa-alla-bartolini-bologna-profitto-prima-di-tutto/.

[9] Per approfondire: https://www.lordinenuovo.it/2020/04/06/covid-19-cronaca-di-un-disastro-sanitario-annunciato/.

[10] https://www.youtube.com/watch?v=C3HCVygP1-M.

[11] https://www.bbc.com/news/world-asia-53690711.

Fonte

07/08/2020

Dall’origine della pandemia a cosa ci aspetta: intervista al professor Crisanti

Come è iniziato tutto? Com’è stata gestita l’emergenza? Il vaccino arriverà a breve? Come muoversi sul fronte apertura delle scuole? Il professor Andrea Crisanti, Direttore del dipartimento di Medicina Molecolare e professore di Epidemiologia e Virologia presso l'Azienda Ospedaliera dell'Università di Padova, intervistato dai ricercatori della pagina di divulgazione “Coronavirus – Dati e analisi scientifiche”, fa il punto sullo stato attuale della pandemia, ripercorrendo quanto è successo nei mesi passati, quando l’emergenza era al suo culmine, e ipotizzando alcuni scenari futuri.

di Giorgio Sestili e Martina Patone

Link al video dell’intervista completa: https://bit.ly/intervista-crisanti

L’ORIGINE DELLA PANDEMIA

(G.S.) In numerose interviste, prof. Crisanti, lei ha giustamente posto importanti e seri dubbi sull’origine del virus e sui dati comunicati dalla Cina e conseguentemente su come l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) li ha assunti in maniera un po’ troppo acritica. Cosa sappiamo oggi dell’origine del virus? E quali sono le zone d’ombra che andrebbero esplorate?

Che questo sia un virus di origine animale non ci sono dubbi. Probabilmente è un virus che si origina dai pipistrelli, forse attraverso un ospite intermedio come un pangolino, e che è passato all’uomo attraverso una serie di mutazioni che gli hanno permesso di trasmettersi […]. All’inizio c’erano moltissime zone d’ombra. È probabile che questa epidemia sia iniziata in Cina verso inizio ottobre e soltanto a metà gennaio l’OMS ha confermato che si trasmetteva da uomo a uomo, laddove invece Taiwan aveva già fatto la stessa segnalazione più di un mese prima. Questa è il primo aspetto problematico. Il secondo è che è stato sottovalutato sin dall’inizio il contributo degli asintomatici alla trasmissione dell’infezione e questo, a mio avviso, è forse il problema più serio. Se si fossero date informazioni sul contributo degli asintomatici all’infezione, forse avremmo avuto modo di impedire che l’infezione arrivasse in altri Paesi. Faccio un esempio: noi abbiamo utilizzato in tutti gli aeroporti lo scanner per la temperatura; abbiamo bloccato i voli dalla Cina – e ora vogliamo fare la stessa cosa con i voli dagli Stati Uniti – ecco, queste sono misure che si sono rivelate completamente inadeguate, perché ci sono persone che si sono fatte 15-18 ore di viaggio, sono venute in Italia e hanno permesso la diffusione dell’infezione. Io non credo che una persona malata si faccia 15 ore di viaggio, partecipi a un meeting, vada a cena fuori e poi se ne ritorni in Cina. Queste persone sono portatori sani o portatori con una scarsissima sintomatologia. Se lo avessimo saputo, probabilmente avremmo implementato delle misure per intercettarli: non soltanto la misurazione della temperatura corporea, ma il tracciamento obbligatorio o, una volta arrivati in Italia, l’obbligatorietà della reperibilità e anche del test del tampone. Sicuramente, così facendo, avremmo capito l’impatto che queste persone avrebbero avuto sulla diffusione della malattia.

(G.S.) Attraverso le indagini epidemiologiche in corso abbiamo chiaro a quando risale il primo contagio umano e quando può essere iniziata veramente la trasmissione? Perché noi sappiamo che il primo caso a Wuhan è stato identificato a dicembre, ma ci sono ipotesi che sostengono che il virus possa essere iniziato molto prima.

Come ho detto, diversi modelli matematici hanno dimostrato come il virus abbia iniziato a circolare in Cina agli inizi di ottobre, se non addirittura prima. Se noi guardiamo la curva [dei contagi] che i cinesi hanno condiviso con noi, si vede chiaramente che manca la parte esponenziale. In tutti i Paesi questa curva inizia con questa forma di ˈiˈ greco, che praticamente è la parte esponenziale e poi parte a campana. I cinesi ci hanno fatto vedere solo la parte finale della curva. Noi adesso sappiamo esattamente come si manifesta questo virus e la dinamica di trasmissione. È chiaro che lì mancano perlomeno 3-4 mesi di dati; i cinesi sono stati assolutamente non trasparenti e io penso che anche l’OMS abbia delle responsabilità. Sono andati in Cina a gennaio, passandoci una settimana e non possono sottrarsi a questa responsabilità [di non aver comunicato al resto del mondo quello che stava succedendo là].

LO STUDIO DI VÒ EUGANEO

(M.P.) Vò Euganeo è stato uno dei paesi più colpiti ad inizio epidemia e il gruppo del prof. Crisanti ha condotto uno studio epidemiologico, unico nel suo genere, che ha permesso di avere una fotografia della diffusione del virus nel paese. Durante l’indagine, tutta la popolazione di Vò è stata testata con tampone, prima e dopo la dichiarazione della zona rossa e in diverse altre circostanze, con l’aggiunta del test sierologico. Per condurre tale studio, è stato di fondamentale necessità avere a disposizione gli strumenti e materiali adeguati. Prof. Crisanti, lei come giudica la carenza di risorse che si è vista durante questa emergenza? C’è stato dialogo tra i diversi laboratori italiani su quali fossero le migliori pratiche da adottare, e anche con il governo centrale, su quali fossero le risorse necessarie durante la pandemia?

Io la ritengo normale questa carenza di reagenti. Lei deve pensare che, come è stato sotto gli occhi di tutti, l’epidemia è un evento catastrofico che ha una dinamica velocissima e i tempi di reazione purtroppo sono molto più lenti dei tempi di diffusione. Quindi all’inizio si crea una vera e propria rincorsa verso l’epidemia, specialmente se non si è preparati. Io penso che quello che è accaduto sia normale. Casomai, il problema è cosa è successo dallo stato di emergenza fino all’inizio di marzo, perché è in questa fase che si sarebbe dovuta creare la capacità per rispondere. Questo non è stato fatto e ci si è invece affidati al livello di preparazione delle singole regioni o addirittura, all’interno delle regioni, dei singoli laboratori. Nel nostro caso eravamo in una situazione privilegiata, perché il nostro è uno dei laboratori di riferimento per le malattie emergenti. Le malattie emergenti, per definizione, sono malattie di cui si sa poco o nulla, di cui non si ha un vaccino, di cui non si ha una terapia. E quindi, nel momento in cui è uscita la prima sequenza del virus, noi ci siamo attrezzati per sviluppare un test diagnostico fatto in casa e poi abbiamo continuato su quella strada. Così non abbiamo dovuto far affidamento sulla capacità di produzione delle industrie diagnostiche, che sono entrate nel mercato 3-4 settimane dopo, in Italia. Il [nostro] sistema richiede una certa manualità e necessita di una strumentazione dedicata, ma ha una grandissima flessibilità, perché non dipende dal fornitore del reagente. E poi c’è un’altra complicazione. Diversi laboratori hanno usato fornitori diversi per macchinari diversi che non sono intercambiabili, e quindi di fatto, se finiva un reagente, non potevano utilizzare quello di un’altra ditta, erano ormai legati alla fornitura scelta. E questo ha creato gravi scompensi, anche perché nel frattempo l’epidemia si era spostata in altri paesi, e quindi c’è stata effettivamente una scarsità di reagenti. Comunque noi, già dagli inizi di febbraio, avevamo vagliato un test e creato la capacità diagnostica per fare decine e decine di migliaia di test. Quindi, quando praticamente la Regione ha dichiarato la zona rossa per Vò ed ordinato il primo tamponamento, noi eravamo pronti. Poi, via via, abbiamo aggiornato tutta la strumentazione. Lei deve pensare che io sono arrivato in questa struttura 4-5 mesi fa e c’era una strumentazione che non era assolutamente adeguata. In pochissimo tempo abbiamo rinnovato tutto il corpo macchine, ancora in tempi non sospetti, quindi quando era ancora possibile comprarle.

VENETO VS LOMBARDIA

(M.P.) Sebbene il suo nome sia strettamente legato al Veneto – è stato anche insignito della cittadinanza onoraria dal Comune di Padova - ultimamente lei si sta avvicinando anche alla Lombardia. Sappiamo infatti che doveva far parte del team scientifico di un’indagine epidemiologica proposta dal sindaco di Nembro, comune lombardo fortemente colpito dal virus, simile all’indagine che avete fatto voi a Vò. A Nembro però, la proposta non è stata subito accettata dal Comitato etico del Papa Giovanni di Bergamo. I tempi si sono dilungati e l’indagine non è avvenuta. Anche in Veneto non è andato tutto liscio. Ricordiamo che lei stesso ha dichiarato che il governatore del Veneto Zaia era stato inizialmente contrario a testare chi non avesse sviluppato sintomi (questo era fine gennaio, Zaia seguiva le linee guide dettate dall’OMS). Come ha visto lei il dialogo tra le istituzioni e l’università (e la ricerca più in generale) durante questa emergenza? C’è stato più supporto o più ostacolo?

Il dialogo tra politica e scienza è un dialogo molto difficile. Il politico, in qualche modo, deve intercettare le esigenze delle persone e, in alcuni casi, fargli prospettare nuove mete e nuovi orizzonti. In qualche modo è come se vendesse dei sogni, delle idee. Viceversa, la scienza guarda al presente, non guarda al futuro. La scienza analizza il presente. Quindi sono chiaramente due modi di pensare, di affrontare il problema completamente diversi. Lei deve pensare che, quando i dati di Vò erano disponibili, e quindi il 27 e il 28 febbraio, io personalmente ho evidenziato come la presenza del 3% di infetti fosse un’enormità. Nello stesso giorno, il governatore parlava di ˈpandemia mediaticaˈ. Questo dovrebbe darle un’idea di come eravamo distanti come impostazione. È chiaro che quando poi [il governatore] si è trovato alle prese con centinaia di morti, la dura realtà lo ha riportato giù dai sogni e ha cominciato a dialogare con chi di diritto. La politica ha fatto una grandissima resistenza, e guardi, dappertutto. Anche perché si è fatta interprete dell’esigenza di non bloccare le zone rosse, di permettere la mobilità delle persone, di tenere aperte le fabbriche: tutte cose che dal punto di vista economico avevano un senso, ma per le quali bisognava pagare un prezzo sociale intollerabile.

(M.P.) Notizia più recente è che invece le sia stato dato il ruolo di consulente nell’inchiesta che la procura ha aperto sulla mancata zona rossa ad Alzano Lombardo e Nembro. Riguardo l’inchiesta in atto, ci può spiegare meglio cosa le viene chiesto? Di quantificare il danno che la mancata chiusura ha portato?

La questura ha posto 4 quesiti che hanno come argomento la mancata chiusura della zona rossa di Nembro e i fatti dell’ospedale di Alzano Lombardo, che è stato chiuso e poi riaperto: aspetti che adesso non mi sento di commentare in questa sede.

(M.P.) E invece, da cittadino e da parte attiva durante l’emergenza, quali differenze ha individuato nella gestione da parte della Lombardia e del Veneto?

Sono differenze legate allo stato di preparazione del sistema sanitario delle due Regioni. La Lombardia ha un sistema sanitario in cui la componente privata ha un grosso ruolo. Il sistema sanitario negli ultimi anni ha eliminato tutti i centri di sanità pubblica – in Lombardia ce ne sono 3, in Veneto ce ne sono 15 – e ha eliminato tutti i centri di riferimento dei medici di base, i cosiddetti centri d’igiene, e così il medico di base non aveva nessuno a cui rivolgersi e chiedere informazioni e quindi il medico di base dietro andava a vuoto fondamentalmente. Questa è la vera differenza. In Veneto il medico di base dietro aveva i servizi epidemiologici territoriali, aveva tutta la struttura di continuità territoriale, fino ai grandi ospedali. Questa è la prima differenza. La seconda differenza è che il Veneto aveva una cultura epidemiologica molto più solida di quella della Lombardia, perché in Veneto, da circa 5-6 anni, ogni anno abbiamo questo problema del West Nile virus, che è una vera e propria malattia infettiva trasmessa dalle zanzare, e nel caso specifico, due anni fa, abbiamo avuto un migliaio di casi. Quindi eravamo, in qualche modo, anche preparati a fronteggiare, sia dal punto di visto psicologico che operativo, l’epidemia: avevamo le strutture in piedi. Se lei ci fa caso, quei paesi che hanno risposto meglio sono quelli che avevano più o meno lo stesso problema: la Cina, la Corea, il Giappone, l'Australia e la Nuova Zelanda. Sono tutti Paesi che hanno una fortissima struttura epidemiologica di base sul territorio, proprio perché hanno problemi di malattie epidemiche e quindi sono preparati, hanno le competenze. Lei consideri, in Italia non abbiamo avuto un’epidemia da tempo. Un’epidemia di malaria l’abbiamo avuta nel ‘46, e le persone che ci hanno portato fuori dal tifo, dal colera e dalla malaria sono tutte morte. [L’epidemiologia] è stato un campo della medicina che è stato sicuramente sottovalutato e non incoraggiato a crescere in Italia.

(M.P.) Secondo lei, in futuro, come dovremmo riformare la sanità italiana sulla base di questa esperienza?

Io penso che la sanità regionale abbia dei grossi meriti, perché ci sono delle importanti differenze tra Regione e Regione, sia di carattere sociale che demografico, sia di stratificazione di età che di fatto hanno un impatto sulle esigenze sociali delle persone e dunque bisogna dare delle risposte che per forza devono essere regionali. Su questo non ho dubbi, penso che una sanità regionale abbia maggiore flessibilità di una sanità centralizzata. Forse andrebbe ripensato il ruolo del sistema pubblico, dei servizi territoriali d’igiene e sanità pubblica. Ecco, questo, forse bisognerebbe centralizzare la sanità pubblica, perché la sanità pubblica è un bene dello Stato e va differenziata dalle prestazioni, che sono una cosa diversa. Io differenzierei tra prestazioni e sanità pubblica. Mentre le prestazioni devono avere la flessibilità necessaria ad affrontare esigenze che sono diverse da Regione a Regione, la sanità pubblica deve essere un problema nazionale.

ASINTOMATICI, TEST SIEROLOGICI E BAMBINI

(M.P.) In un’intervista a Radio3 Scienza, lei ha dichiarato che gli asintomatici non sviluppano gli anticorpi e che quindi possono infettarsi di nuovo. Ci conferma questa affermazione?

Noi abbiamo fatto un terzo studio a Vo' prelevando il sangue a tutta la popolazione con l’obiettivo di studiare la risposta agli anticorpi. Ora, quello che abbiamo visto è che, delle 189 persone che erano positive al tampone il 22 febbraio, che quindi erano infette, solo il 75% ha sviluppato anticorpi e in genere sviluppano anticorpi solo le persone che sono state molto molto male. Se lei mi chiedesse quante persone infette a Vo' hanno sviluppato anticorpi sufficienti per essere selezionati alle donazioni del plasma, risponderei forse il 10%. Ovviamente ci possono essere differenze sulla base del test che si utilizzano, perché i test non sono tutti uguali. Noi abbiamo utilizzato un test abbastanza affidabile, che tra le altre cose viene usato per selezionare i donatori di plasma, lo abbiamo utilizzato su 3000 persone. Ma la cosa interessante è che, quando abbiamo fatto la sieroprevalenza, abbiamo trovato a Vo' 63 persone che sono state sempre negative al tampone e hanno gli anticorpi: dunque si sono infettate sicuramente prima di fine febbraio. Si sono infettate e sono guarite. Nessuna di queste persone è andata dal medico, nessuna è andata in ospedale: venitemi a dire che queste persone erano gravemente sintomatiche o sintomatiche. Quello che io penso è che, per arrivare a produrre casi gravi, probabilmente il virus ha bisogno di raggiungere una certa soglia di persone infette all’interno della popolazione per aumentare la carica virale. La mia idea è che in questo momento noi stiamo vivendo la coda dell’infezione, ma praticamente quella coda dell’infezione è molto simile all’inizio dell’infezione. All’inizio dell’infezione c’erano tantissimi asintomatici, altrimenti non sarebbe potuta esplodere con questa violenza. E abbiamo anche i dati. Adesso sappiamo che a Vo', c’erano 160 persone infette prima che il primo paziente entrasse in ospedale, la maggior parte delle quali stava bene.

(M.P.) Oggi è in corso l’indagine sierologica promossa da ISS e ISTAT. Due cose emergono: innanzitutto una bassa fiducia da parte della popolazione nelle istituzioni (per esempio il fatto, comprovato, della lunga attesa per un tampone), che porta alla mancanza di senso civico, e inoltre una carenza di informazione, soprattutto sul valore diagnostico delle diverse tipologie di test. Attraverso la sua esperienza a Vo', sebbene avvenuta in un periodo epidemiologico diverso, come pensa abbia reagito la popolazione? E come si sono presentate le diverse istituzioni e anche la comunità scientifica nel chiedere l’aiuto all’intera popolazione?

Noi abbiamo avuto un’esperienza completamente opposta. Faccio presente che il terzo campionamento, quello che poi prevedeva anche il prelievo del sangue, è stato fatto a metà maggio, no prima del 4 maggio, quando praticamente l’epidemia stava scemando ed era prevista la riduzione di tutte le restrizioni di distanziamento sociale. Nello stesso tempo, a Vo', non c’erano stati casi per tantissimo tempo, quindi non credo che l’epidemia abbia avuto un impatto sulla scelta della persona di donare e di prestarsi o meno a questa indagine. Quello che conta è la spiegazione chiara e trasparente di quelli che sono gli obiettivi. Se vengono spiegate bene le cose, le persone rispondono bene e mostrano senso civico. Guardi, noi abbiamo avuto un’adesione del 90% della popolazione, con l’85% di bambini sotto i 10 anni. Io non so se si rende conto... Se viene spiegato quali sono gli obiettivi, quali sono le procedure, quali sono i tempi, quali sono i vantaggi per loro e per la comunità è chiaro che le persone sono motivate. Poi c’è anche la componente dell'indagine sierologica disgiunta dal tampone. Noi per evitare questa cosa abbiamo detto «tu fai l’analisi sierologica, noi ti facciamo il tampone». Giusto? Proprio per evitare questa problematica che chi fosse positivo rimanesse in quarantena. Però, io non credo che se lei chiedesse in Italia a qualsiasi persona "normale" a cosa serve quest’analisi epidemiologica saprebbe rispondere. Non sanno rispondere. Noi abbiamo aperto una linea di comunicazione con tutta la comunità di Vo': ci hanno fatto domande, abbiamo risposto, abbiamo fatto dei video. Abbiamo fatto un’azione capillare di convincimento e di spiegazione. Anche perché, tenga presente, che il terzo campionamento comportava anche l’analisi genetica: le persone hanno dato il consenso anche al sequenziamento del DNA, che è una cosa che non viene data a cuor leggero. Gli abbiamo spiegato le finalità, gli abbiamo spiegato che se avessero voluto avrebbero potuto anche avere il proprio profilo genetico, eventualmente con tutte le associazioni e le predisposizioni alle malattie genetiche. Abbiamo fatto una cosa capillare. Si fa così. Non è che a un certo punto uno emana un editto e dice «domani faccio 150mila test». Non funziona così [ride]. Io non mi sorprendo di quello che è successo, perché è stato un fallimento di comunicazione e anche probabilmente logistico. Noi abbiamo avuto veramente una manifestazione di fiducia nelle istituzioni e nella scienza che è esattamente l'opposto di quello che si è visto su questo studio epidemiologico. Ora non credo che gli italiani siano diversi a Vo' da quelli di Padova e di Roma: gli italiani sono gli stessi. Quello che ha fatto la differenza è la comunicazione, la logistica e il fatto che questo test era accompagnato dal tampone.

LE SCUOLE

(M.P.) In ambito riaperture, ormai è quasi riaperto tutto, ma ancora si discute sulla riapertura delle scuole, anzi proprio oggi è in corso la protesta degli insegnanti contro le linee guida fornite dal Ministero. Cosa è emerso dai suoi studi sulla suscettibilità e infettività dei bambini? Cosa consiglia lei per una riapertura delle scuole in sicurezza?

Premesso che i bambini occasionalmente si ammalano, e non sappiamo perché alcuni si ammalano e alcuni no, la maggior parte dei bambini non si ammala. A Vo', su 250 bambini, non abbiamo trovato un singolo caso positivo al tampone. Per quanto riguarda l’analisi sierologica, tra i bambini da 0 a 11 anni abbiamo trovato 2 che avevano gli anticorpi. Questo che significa? Significa che i bambini, se si infettano, si infettano in maniera transitoria, eliminano rapidamente il virus e pochissimi sviluppano gli anticorpi. Il messaggio è che non capiamo perché i bambini sono resistenti, però sono resistenti. Su questo non c’è dubbio. E se non c’è il virus direi che nemmeno lo trasmettono. Quindi, se permettiamo alla gente di andare in fabbrica, se permettiamo alla gente di andare allo stadio, se permettiamo alla gente di andare al cinema, non capisco perché non permettiamo ai ragazzi di andare a scuola. Tanto più che loro sono più resistenti degli altri. Questa per me è una cosa che faccio fatica a comprendere.

(G.S.) Questo è un punto importante: non c’è solo il fatto che i bambini essendo giovani sono soggetti meno a rischio e quindi meno vulnerabili, ma hanno proprio una carica virale inferiore e quindi non sono neanche vettori di trasmissione del virus?

Nei bambini non si identificano virus, cioè non hanno una carica virale identificabile, quindi se non c’è il virus non vedo come possano trasmetterlo.

LA SITUAZIONE EPIDEMICA NEL MONDO

(G.S.) Allarghiamo lo sguardo al di fuori dei confini italiani: in Italia e in Europa la situazione è decisamente migliore rispetto a qualche mese fa, ma nel mondo abbiamo oltre 9 milioni e mezzo di persone contagiate dall'inizio della pandemia, ma soprattutto il tasso di crescita giornaliero dei contagi che è ancora in aumento. Il 4 maggio, quando l’Italia ha terminato il lockdown, nel mondo c’erano 70-80mila nuovi casi giornalieri, oggi [25 giugno, ndr] siamo a 150mila e siamo arrivati a toccare anche i 180mila casi giornalieri. Lei individua una dinamica di diffusione di questo virus collegata a fattori climatici, ambientali o è solo una reazione alle misure di contenimento imposte dai singoli Paesi? In Italia e in Europa stiamo vivendo una situazione positiva grazie a due mesi di lockdown, ma come mai Paesi come gli Stati Uniti ci stanno mettendo così tanto? In fondo lì il lockdown è iniziato poco dopo i Paesi europei. E ci può essere una stagionalità del virus?

Il tasso di crescita dei nuovi casi giornalieri nel mondo è spaventoso. Sicuramente le misure di distanziamento sociale e quarantena hanno un effetto importantissimo ed ora ne stiamo beneficiando. I coronavirus sono tutti sensibili alla temperatura e probabilmente questo nuovo coronavirus non fa eccezione: ci sono varie evidenze che indicano come questo sia il caso. Situazioni di alta temperatura e bassa umidità non ne favoriscono la diffusione e sembra che su questo la comunità scientifica sia d’accordo. Quindi noi in questo momento stiamo beneficiando di due situazioni favorevoli: gli effetti del lockdown e le condizioni climatiche favorevoli. Ma, come lei ha detto, siamo ancora in piena pandemia: l’Europa è stata colpita dal virus quando l’epidemia era localizzata in Cina e sulla base di dati che ci avevano detto, si parlava di 3-4mila casi al giorno, ora ne abbiamo 150-180mila al giorno, quindi non direi che il pericolo sia diminuito. Non è diminuito in termini di rischio di importare il virus in Italia, ma c'è anche un rischio latente: quello che è accaduto in Germania, con il focolaio del mattatoio, non va sottovalutato. Lì c’erano le condizioni favorevoli al virus: bassa temperatura, alta umidità e sovraffollamento. Sono questi gli ingredienti che favoriscono l’esplosione della trasmissione.

(G.S.) E questi ingredienti si riproporranno in Italia tra qualche mese.

Esatto. Io non mi preoccupo molto di quello che può accadere tra uno o due mesi. Io personalmente vado al ristorante, esco con la mascherina e penso che andrò in vacanza al mare: non credo ci sia un pericolo gigantesco per l’Italia in questo momento. Ma esiste il pericolo di importare dei casi, avere dei piccoli focolai, esiste un importante pericolo per l’autunno se la pandemia non venisse tenuta sotto controllo. Negli Stati Uniti il problema è gigantesco: ci sono 40 milioni di persone che non vanno dal medico perché non hanno i soldi e sono esclusi dal sistema sanitario. Questo rappresenta un bacino di diffusione pazzesco. Sono anche persone che vivono in case sovraffollate, con scarsa igiene, quindi è un serbatoio di virus difficilmente raggiungibile dal sistema sanitario.

LA LETALITÀ

(G.S.) Un altro tema molto dibattuto è la questione della letalità. Dati alla mano, se è vero che i contagi stanno aumentando, il numero dei morti in proporzione sta diminuendo. Su questo c’è un ampio dibattito: secondo alcuni autorevoli esperti c’è una minore pericolosità del virus, mentre lei ha spesso affermato in questi giorni che così non è. Oppure è dovuto semplicemente al fatto che i medici hanno imparato in questi mesi a trattare meglio la malattia, e anche a contare meglio il numero di contagiati rispetto all’inizio. Qual è la verità?

L’indice di letalità dipende da due fattori: la nostra capacità di fare diagnosi e la carica virale. Vediamo il caso esemplificativo dell’Arabia Saudita: ci sono 200mila casi e 1000 morti. L’Arabia Saudita ha un sistema sanitario di prim’ordine, in grado di fare molte diagnosi e allo stesso tempo un clima che non favorisce la trasmissione di una carica virale elevata. Questo è un estremo della situazione. All’altro estremo c’è la Lombardia con un sistema sanitario dal punto di vista della diagnosi sopraffatto, in condizioni climatiche sfavorevoli – bassa temperatura e alta umidità – e sovraffollamento.

COSA CI ASPETTA IN FUTURO

(G.S.) Di fronte a possibili nuove ondate nel prossimo autunno, in Italia siamo preparati ad affrontare la situazione senza una nuova chiusura, che nessuno si augura, ma monitorando la situazione con tempismo, isolando i nuovi focolai, curando efficacemente le persone senza intasare le terapie intensive? Insomma, è possibile convivere con questo virus nei prossimi mesi senza arrivare a soluzioni drastiche?

Nessuno può dirlo. Il sistema sanitario italiano è sicuramente più preparato di quanto non fosse tre mesi fa, sia dal punto di vista della sorveglianza passiva che attiva, ossia nell’identificazione dei casi, nel tracciamento e nel sottoporre a tampone i contatti. Però teniamo presente che un Paese come la Germania che ha mostrato grande capacità di controllare l’epidemia, si è trovato nella condizione ora di dover mettere in quarantena 400mila persone. Lo scenario più probabile, se la pandemia non viene controllata, sarà quello di avere dei focolai come in Cina, Australia, Nuova Zelanda. Se l’Italia non fosse un’eccezione, avremo dei focolai che metteranno sotto stress il sistema sanitario e la risposta che saremo in grado di dare dipenderà sicuramente dalla tempestività. Meno saremo tempestivi, più saremo costretti a effettuare le misure di distanziamento sociale, con delle micro zone rosse. Pensare di continuare a fare quello che facciamo finora mentre il virus si diffonde è impensabile perché non abbiamo un sistema sanitario stile coreano. Prendiamo l'esempio dell’app Immuni: non è decollata. Ci vorrebbe un sistema di tracciamento informatico efficientissimo che non abbiamo. In alternativa, c’è la sorveglianza attiva e passiva ed eventuale chiusura di zone dove c’è trasmissione.

IL VACCINO

(G.S.) Rispetto a mesi fa abbiamo accortezze, come l’utilizzo delle mascherine, le misure di distanziamento, che sembrano dare i risultati sperati.

Le mascherine funzionano, contrariamente a quello che era stato detto all’inizio. Le mascherine chirurgiche funzionano. Non sarà uguale a prima, se pensiamo alla pandemia di Spagnola, questa è durata due anni perché, essendo anch’essa influenzata dal clima, è diminuita con l’estate ed è stata reimportata con la successiva stagione invernale. È scemata dopo due cicli perché si era stabilita l’immunità di gregge, con il 60-70% delle persone che si erano infettate. Ma per ora siamo lontani da questi dati.

(G.S.) Professore, si sente di fare una previsione sulle tempistiche di sviluppo e diffusione di un vaccino?

Credo che la ricerca del vaccino vada incoraggiata in tutti i modi. Detto questo, è anche onesto dire alle persone che non sempre è possibile sviluppare un vaccino, come nel caso dell’HIV, epatite C e malaria. Nella tubercolosi abbiamo un vaccino sotto-ottimale. Non per tutte le malattie è possibile sviluppare un vaccino. Mi auguro che in questo caso sia possibile, perché il vaccino è il mezzo di controllo migliore in termini di costo ed efficacia.

(3 agosto 2020)

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