Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/08/2020

Soldi e interessi militari NATO per i test sierologici COVID-19 in Italia

Due milioni di test sierologici su base volontaria per il personale docente e amministrativo di tutte le scuole d’Italia. Uno screening di massa senza precedenti nella storia che il governo Conte-Azzolina-Speranza ritiene necessario per “contrastare e contenere l’emergenza COVID-19” ma che solleva perplessità nel mondo scientifico e tra gli stessi operatori scolastici per la non comprovata attendibilità delle indagini e l’incerta protezione dei dati personali sensibili che saranno raccolti e sistematizzati.

"L’esecuzione dei test sierologici è stata demandata ai medici generici e ai laboratori delle aziende sanitarie locali. I dati relativi al loro esito sono trasmessi ai Dipartimenti di prevenzione delle ASL che li comunicano poi alla Regione di appartenenza, la quale – a sua volta – li trasmette in forma aggregata all’Istituto Superiore di Sanità (ISS)”, si legge nell’apposita circolare del Ministero della Salute del 7 agosto 2020. Una procedura complessa e con molteplici attori in campo che rende possibile l’accesso ad una straordinaria mole di dati scientifici e statistici da parte di soggetti terzi con fini e interessi economici (transnazionali e industrie farmaceutiche) o, peggio ancora, militari.

Non farà certo piacere al personale scolastico venire a conoscenza che proprio l’Istituto Superiore di Sanità sta realizzando in questi mesi un progetto di sviluppo dei kit diagnostici rapidi per il dosaggio di anticorpi e antigeni specifici del coronavirus nei fluidi biologici, con un finanziamento dell’agenzia Science for Peace and Security della NATO, l’onnipotente organizzazione militare internazionale del Nord Atlantico. Anche questo progetto, secondo l’ISS, punta a “contribuire a limitare la diffusione della SARS-CoV-2 fornendo nuovi strumenti per la diagnosi rapida che possono essere utilizzati in contesti su larga scala, grazie ad un approccio multidisciplinare con esperti del settore dell’immunologia, della virologia e della biologia molecolare”. Alla sua realizzazione collaborano l’equipe di medici del Policlinico Universitario di Tor Vergata diretto dal prof. Massimo Andreoni e il gruppo di ricerca del prof. Gennaro De Libero dell’ospedale universitario di Basilea (Svizzera).

A coordinare il progetto ISS-NATO è stato chiamato il responsabile del reparto d’immunologia dell’Istituto di Sanità, Roberto Nisini, dal 1984 al 1997 ricercatore militare dell’Aeronautica italiana e dal febbraio 2020 responsabile scientifico del programma Real Biodefence per la realizzazione di “vaccini a mRNA inserito in liposomi asimmetrici nella difesa da agenti biologici”. Quest’ultimo progetto è stato avviato grazie a un accordo di collaborazione tra l’ISS e il Ministero della Difesa; approvato dal consiglio d’amministrazione dell’ISS il 19 novembre 2019, avrà una durata di 12 mesi e la spesa di 65.670 euro.

“I fluidi biologici analizzati per i test diagnostici saranno il sangue ma anche la saliva e le secrezioni naso-faringee da tampone e il risultato si potrà conoscere in un lasso di tempo variabile da pochi minuti a un’ora”, ha spiegato il dottor Roberto Nisiti il 5 maggio 2020 presentando il progetto dei kit diagnostici finanziato dalla NATO. “Il test sarà strumentale per lo screening iniziale in un triage o in una comunità. I kit diagnostici consentiranno un rilevamento più rapido dei SARS-CoV-2 rilasciati nei fluidi corporei umani nell’ambiente e l’identificazione sensibile della risposta immunitaria agli antigeni strutturali. Gli aspetti innovativi di questo progetto includono la possibilità di rilevare e misurare sia le immunoglobuline umane G (IgG), A (IgA) e M (IgM) specifiche per componenti strutturali del SARS-CoV-2 nel siero, che gli antigeni virali nei biofluidi”.

Sempre secondo i ricercatori dell’ISS, saranno prodotte proteine strutturali ricombinanti codificate e anticorpi monoclonali (mAb) specificamente in grado di riconoscere queste proteine. “La procedura di immunizzazione che verrà utilizzata per generare anticorpi monoclonali fornirà anche un modello preclinico di immunogenicità di un vaccino anti-COVID-19”, ha aggiunto Nisiti. “L’identificazione di anticorpi anti-virus potrebbe rappresentare un primo passo nello sviluppo di immuno-terapie basate sulla somministrazione di anticorpi per il trattamento di pazienti infetti”.

“Il progetto che abbiamo lanciato nell’ambito dello Science for Peace and Security Programme della NATO è un esempio eccellente degli sforzi di ricerca globale della comunità per combattere il COVID-19”, ha dichiarato Antonio Missiroli, vicesegretario dell’Alleanza Atlantica con delega per le sfide delle emergenze alla sicurezza. “Esso rafforza anche l’impegno della NATO per la resilienza e la preparazione civile delle nazioni alleate e partner in tempi di crisi. Anche se i risultati attesi da questo progetto sono estremamente rilevanti per l’odierna situazione mondiale, noi attendiamo con ansia l’impatto che esso avrà a lungo termine in vista di una risposta internazionale contro i virus e i patogeni che si generano in natura o contro quelli creati dall’uomo”.

Anche Philippe Brandt, ambasciatore svizzero in Belgio e capo missione della confederazione elvetica presso il Comando supremo della NATO ha enfatizzato il nuovo progetto di ricerca ISS-NATO. “Per la Svizzera essere associata al Programma Partnership for Peace significa poter condividere le capacità per migliorare la sicurezza in un ambito multilaterale”, ha dichiarato il diplomatico. “Con alcune università di massimo livello, centri scientifici e una forte relazione tra il settore privato e la ricerca, la Svizzera è ben posizionata per partecipare agli sforzi della comunità internazionale per combattere il COVID-19”. Come dire la privatizzazione della ricerca accademica a fini militari.

Lo Science for Peace and Security Programme è uno dei più importanti programmi di partenariato della NATO a supporto della ricerca scientifica per “affrontare le sfide della sicurezza del 21° secolo”, in particolare nei settori della cyber defence, delle tecnologie avanzate, dell’antiterrorismo, della sicurezza energetica e della “difesa contro agenti chimici, biologici, radiologici e nucleari”. Il programma SPS sovvenziona progetti pluriennali, seminari di ricerca, corsi di formazione e istituti di studio avanzati, reti di esperti internazionali e scambi di competenze e know-how tra le comunità scientifiche della NATO e dei paesi partner.

Dopo lo scoppio della pandemia da coronavirus, buona parte dei fondi e degli interventi sono stati indirizzati alla ricerca sul COVID-19, con finalità dichiaratamente di ordine strategico-militare. “Abbiamo ricevuto dalla comunità scientifica oltre 40 proposte di studio per individuare le risposte che devono essere assunte contro questa nuova emergenza”, riporta l’ufficio stampa della NATO in un comunicato del 10 luglio scorso. “Si sta investigando per avere una migliore conoscenza sulla disinformazione che circola sulla pandemia e su come contrastarla; su come assicurare le migliori condizioni sanitarie alle forze armate in caso di pandemia; su come rafforzare l’uso della tecnologia per addestrare i leader militari durante gli interventi in pandemia; sulle lezioni apprese dal COVID-19 per i sistemi di difesa nazionali; sulla dimensione etica del supporto militare alle attività sanitarie in pandemia”.

Sarebbero oltre 6.000 gli scienziati coinvolti dall’Alleanza Atlantica nei programmi sul coronavirus, a cui si aggiungono pure i ricercatori del Centre for Maritime Research and Experimentation (CMRE) di La Spezia, centro d’eccellenza NATO per la realizzazione e sperimentazione di nuovi sistemi d’arma navali e subacquei.

Fonte

07/08/2020

Dall’origine della pandemia a cosa ci aspetta: intervista al professor Crisanti

Come è iniziato tutto? Com’è stata gestita l’emergenza? Il vaccino arriverà a breve? Come muoversi sul fronte apertura delle scuole? Il professor Andrea Crisanti, Direttore del dipartimento di Medicina Molecolare e professore di Epidemiologia e Virologia presso l'Azienda Ospedaliera dell'Università di Padova, intervistato dai ricercatori della pagina di divulgazione “Coronavirus – Dati e analisi scientifiche”, fa il punto sullo stato attuale della pandemia, ripercorrendo quanto è successo nei mesi passati, quando l’emergenza era al suo culmine, e ipotizzando alcuni scenari futuri.

di Giorgio Sestili e Martina Patone

Link al video dell’intervista completa: https://bit.ly/intervista-crisanti

L’ORIGINE DELLA PANDEMIA

(G.S.) In numerose interviste, prof. Crisanti, lei ha giustamente posto importanti e seri dubbi sull’origine del virus e sui dati comunicati dalla Cina e conseguentemente su come l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) li ha assunti in maniera un po’ troppo acritica. Cosa sappiamo oggi dell’origine del virus? E quali sono le zone d’ombra che andrebbero esplorate?

Che questo sia un virus di origine animale non ci sono dubbi. Probabilmente è un virus che si origina dai pipistrelli, forse attraverso un ospite intermedio come un pangolino, e che è passato all’uomo attraverso una serie di mutazioni che gli hanno permesso di trasmettersi […]. All’inizio c’erano moltissime zone d’ombra. È probabile che questa epidemia sia iniziata in Cina verso inizio ottobre e soltanto a metà gennaio l’OMS ha confermato che si trasmetteva da uomo a uomo, laddove invece Taiwan aveva già fatto la stessa segnalazione più di un mese prima. Questa è il primo aspetto problematico. Il secondo è che è stato sottovalutato sin dall’inizio il contributo degli asintomatici alla trasmissione dell’infezione e questo, a mio avviso, è forse il problema più serio. Se si fossero date informazioni sul contributo degli asintomatici all’infezione, forse avremmo avuto modo di impedire che l’infezione arrivasse in altri Paesi. Faccio un esempio: noi abbiamo utilizzato in tutti gli aeroporti lo scanner per la temperatura; abbiamo bloccato i voli dalla Cina – e ora vogliamo fare la stessa cosa con i voli dagli Stati Uniti – ecco, queste sono misure che si sono rivelate completamente inadeguate, perché ci sono persone che si sono fatte 15-18 ore di viaggio, sono venute in Italia e hanno permesso la diffusione dell’infezione. Io non credo che una persona malata si faccia 15 ore di viaggio, partecipi a un meeting, vada a cena fuori e poi se ne ritorni in Cina. Queste persone sono portatori sani o portatori con una scarsissima sintomatologia. Se lo avessimo saputo, probabilmente avremmo implementato delle misure per intercettarli: non soltanto la misurazione della temperatura corporea, ma il tracciamento obbligatorio o, una volta arrivati in Italia, l’obbligatorietà della reperibilità e anche del test del tampone. Sicuramente, così facendo, avremmo capito l’impatto che queste persone avrebbero avuto sulla diffusione della malattia.

(G.S.) Attraverso le indagini epidemiologiche in corso abbiamo chiaro a quando risale il primo contagio umano e quando può essere iniziata veramente la trasmissione? Perché noi sappiamo che il primo caso a Wuhan è stato identificato a dicembre, ma ci sono ipotesi che sostengono che il virus possa essere iniziato molto prima.

Come ho detto, diversi modelli matematici hanno dimostrato come il virus abbia iniziato a circolare in Cina agli inizi di ottobre, se non addirittura prima. Se noi guardiamo la curva [dei contagi] che i cinesi hanno condiviso con noi, si vede chiaramente che manca la parte esponenziale. In tutti i Paesi questa curva inizia con questa forma di ˈiˈ greco, che praticamente è la parte esponenziale e poi parte a campana. I cinesi ci hanno fatto vedere solo la parte finale della curva. Noi adesso sappiamo esattamente come si manifesta questo virus e la dinamica di trasmissione. È chiaro che lì mancano perlomeno 3-4 mesi di dati; i cinesi sono stati assolutamente non trasparenti e io penso che anche l’OMS abbia delle responsabilità. Sono andati in Cina a gennaio, passandoci una settimana e non possono sottrarsi a questa responsabilità [di non aver comunicato al resto del mondo quello che stava succedendo là].

LO STUDIO DI VÒ EUGANEO

(M.P.) Vò Euganeo è stato uno dei paesi più colpiti ad inizio epidemia e il gruppo del prof. Crisanti ha condotto uno studio epidemiologico, unico nel suo genere, che ha permesso di avere una fotografia della diffusione del virus nel paese. Durante l’indagine, tutta la popolazione di Vò è stata testata con tampone, prima e dopo la dichiarazione della zona rossa e in diverse altre circostanze, con l’aggiunta del test sierologico. Per condurre tale studio, è stato di fondamentale necessità avere a disposizione gli strumenti e materiali adeguati. Prof. Crisanti, lei come giudica la carenza di risorse che si è vista durante questa emergenza? C’è stato dialogo tra i diversi laboratori italiani su quali fossero le migliori pratiche da adottare, e anche con il governo centrale, su quali fossero le risorse necessarie durante la pandemia?

Io la ritengo normale questa carenza di reagenti. Lei deve pensare che, come è stato sotto gli occhi di tutti, l’epidemia è un evento catastrofico che ha una dinamica velocissima e i tempi di reazione purtroppo sono molto più lenti dei tempi di diffusione. Quindi all’inizio si crea una vera e propria rincorsa verso l’epidemia, specialmente se non si è preparati. Io penso che quello che è accaduto sia normale. Casomai, il problema è cosa è successo dallo stato di emergenza fino all’inizio di marzo, perché è in questa fase che si sarebbe dovuta creare la capacità per rispondere. Questo non è stato fatto e ci si è invece affidati al livello di preparazione delle singole regioni o addirittura, all’interno delle regioni, dei singoli laboratori. Nel nostro caso eravamo in una situazione privilegiata, perché il nostro è uno dei laboratori di riferimento per le malattie emergenti. Le malattie emergenti, per definizione, sono malattie di cui si sa poco o nulla, di cui non si ha un vaccino, di cui non si ha una terapia. E quindi, nel momento in cui è uscita la prima sequenza del virus, noi ci siamo attrezzati per sviluppare un test diagnostico fatto in casa e poi abbiamo continuato su quella strada. Così non abbiamo dovuto far affidamento sulla capacità di produzione delle industrie diagnostiche, che sono entrate nel mercato 3-4 settimane dopo, in Italia. Il [nostro] sistema richiede una certa manualità e necessita di una strumentazione dedicata, ma ha una grandissima flessibilità, perché non dipende dal fornitore del reagente. E poi c’è un’altra complicazione. Diversi laboratori hanno usato fornitori diversi per macchinari diversi che non sono intercambiabili, e quindi di fatto, se finiva un reagente, non potevano utilizzare quello di un’altra ditta, erano ormai legati alla fornitura scelta. E questo ha creato gravi scompensi, anche perché nel frattempo l’epidemia si era spostata in altri paesi, e quindi c’è stata effettivamente una scarsità di reagenti. Comunque noi, già dagli inizi di febbraio, avevamo vagliato un test e creato la capacità diagnostica per fare decine e decine di migliaia di test. Quindi, quando praticamente la Regione ha dichiarato la zona rossa per Vò ed ordinato il primo tamponamento, noi eravamo pronti. Poi, via via, abbiamo aggiornato tutta la strumentazione. Lei deve pensare che io sono arrivato in questa struttura 4-5 mesi fa e c’era una strumentazione che non era assolutamente adeguata. In pochissimo tempo abbiamo rinnovato tutto il corpo macchine, ancora in tempi non sospetti, quindi quando era ancora possibile comprarle.

VENETO VS LOMBARDIA

(M.P.) Sebbene il suo nome sia strettamente legato al Veneto – è stato anche insignito della cittadinanza onoraria dal Comune di Padova - ultimamente lei si sta avvicinando anche alla Lombardia. Sappiamo infatti che doveva far parte del team scientifico di un’indagine epidemiologica proposta dal sindaco di Nembro, comune lombardo fortemente colpito dal virus, simile all’indagine che avete fatto voi a Vò. A Nembro però, la proposta non è stata subito accettata dal Comitato etico del Papa Giovanni di Bergamo. I tempi si sono dilungati e l’indagine non è avvenuta. Anche in Veneto non è andato tutto liscio. Ricordiamo che lei stesso ha dichiarato che il governatore del Veneto Zaia era stato inizialmente contrario a testare chi non avesse sviluppato sintomi (questo era fine gennaio, Zaia seguiva le linee guide dettate dall’OMS). Come ha visto lei il dialogo tra le istituzioni e l’università (e la ricerca più in generale) durante questa emergenza? C’è stato più supporto o più ostacolo?

Il dialogo tra politica e scienza è un dialogo molto difficile. Il politico, in qualche modo, deve intercettare le esigenze delle persone e, in alcuni casi, fargli prospettare nuove mete e nuovi orizzonti. In qualche modo è come se vendesse dei sogni, delle idee. Viceversa, la scienza guarda al presente, non guarda al futuro. La scienza analizza il presente. Quindi sono chiaramente due modi di pensare, di affrontare il problema completamente diversi. Lei deve pensare che, quando i dati di Vò erano disponibili, e quindi il 27 e il 28 febbraio, io personalmente ho evidenziato come la presenza del 3% di infetti fosse un’enormità. Nello stesso giorno, il governatore parlava di ˈpandemia mediaticaˈ. Questo dovrebbe darle un’idea di come eravamo distanti come impostazione. È chiaro che quando poi [il governatore] si è trovato alle prese con centinaia di morti, la dura realtà lo ha riportato giù dai sogni e ha cominciato a dialogare con chi di diritto. La politica ha fatto una grandissima resistenza, e guardi, dappertutto. Anche perché si è fatta interprete dell’esigenza di non bloccare le zone rosse, di permettere la mobilità delle persone, di tenere aperte le fabbriche: tutte cose che dal punto di vista economico avevano un senso, ma per le quali bisognava pagare un prezzo sociale intollerabile.

(M.P.) Notizia più recente è che invece le sia stato dato il ruolo di consulente nell’inchiesta che la procura ha aperto sulla mancata zona rossa ad Alzano Lombardo e Nembro. Riguardo l’inchiesta in atto, ci può spiegare meglio cosa le viene chiesto? Di quantificare il danno che la mancata chiusura ha portato?

La questura ha posto 4 quesiti che hanno come argomento la mancata chiusura della zona rossa di Nembro e i fatti dell’ospedale di Alzano Lombardo, che è stato chiuso e poi riaperto: aspetti che adesso non mi sento di commentare in questa sede.

(M.P.) E invece, da cittadino e da parte attiva durante l’emergenza, quali differenze ha individuato nella gestione da parte della Lombardia e del Veneto?

Sono differenze legate allo stato di preparazione del sistema sanitario delle due Regioni. La Lombardia ha un sistema sanitario in cui la componente privata ha un grosso ruolo. Il sistema sanitario negli ultimi anni ha eliminato tutti i centri di sanità pubblica – in Lombardia ce ne sono 3, in Veneto ce ne sono 15 – e ha eliminato tutti i centri di riferimento dei medici di base, i cosiddetti centri d’igiene, e così il medico di base non aveva nessuno a cui rivolgersi e chiedere informazioni e quindi il medico di base dietro andava a vuoto fondamentalmente. Questa è la vera differenza. In Veneto il medico di base dietro aveva i servizi epidemiologici territoriali, aveva tutta la struttura di continuità territoriale, fino ai grandi ospedali. Questa è la prima differenza. La seconda differenza è che il Veneto aveva una cultura epidemiologica molto più solida di quella della Lombardia, perché in Veneto, da circa 5-6 anni, ogni anno abbiamo questo problema del West Nile virus, che è una vera e propria malattia infettiva trasmessa dalle zanzare, e nel caso specifico, due anni fa, abbiamo avuto un migliaio di casi. Quindi eravamo, in qualche modo, anche preparati a fronteggiare, sia dal punto di visto psicologico che operativo, l’epidemia: avevamo le strutture in piedi. Se lei ci fa caso, quei paesi che hanno risposto meglio sono quelli che avevano più o meno lo stesso problema: la Cina, la Corea, il Giappone, l'Australia e la Nuova Zelanda. Sono tutti Paesi che hanno una fortissima struttura epidemiologica di base sul territorio, proprio perché hanno problemi di malattie epidemiche e quindi sono preparati, hanno le competenze. Lei consideri, in Italia non abbiamo avuto un’epidemia da tempo. Un’epidemia di malaria l’abbiamo avuta nel ‘46, e le persone che ci hanno portato fuori dal tifo, dal colera e dalla malaria sono tutte morte. [L’epidemiologia] è stato un campo della medicina che è stato sicuramente sottovalutato e non incoraggiato a crescere in Italia.

(M.P.) Secondo lei, in futuro, come dovremmo riformare la sanità italiana sulla base di questa esperienza?

Io penso che la sanità regionale abbia dei grossi meriti, perché ci sono delle importanti differenze tra Regione e Regione, sia di carattere sociale che demografico, sia di stratificazione di età che di fatto hanno un impatto sulle esigenze sociali delle persone e dunque bisogna dare delle risposte che per forza devono essere regionali. Su questo non ho dubbi, penso che una sanità regionale abbia maggiore flessibilità di una sanità centralizzata. Forse andrebbe ripensato il ruolo del sistema pubblico, dei servizi territoriali d’igiene e sanità pubblica. Ecco, questo, forse bisognerebbe centralizzare la sanità pubblica, perché la sanità pubblica è un bene dello Stato e va differenziata dalle prestazioni, che sono una cosa diversa. Io differenzierei tra prestazioni e sanità pubblica. Mentre le prestazioni devono avere la flessibilità necessaria ad affrontare esigenze che sono diverse da Regione a Regione, la sanità pubblica deve essere un problema nazionale.

ASINTOMATICI, TEST SIEROLOGICI E BAMBINI

(M.P.) In un’intervista a Radio3 Scienza, lei ha dichiarato che gli asintomatici non sviluppano gli anticorpi e che quindi possono infettarsi di nuovo. Ci conferma questa affermazione?

Noi abbiamo fatto un terzo studio a Vo' prelevando il sangue a tutta la popolazione con l’obiettivo di studiare la risposta agli anticorpi. Ora, quello che abbiamo visto è che, delle 189 persone che erano positive al tampone il 22 febbraio, che quindi erano infette, solo il 75% ha sviluppato anticorpi e in genere sviluppano anticorpi solo le persone che sono state molto molto male. Se lei mi chiedesse quante persone infette a Vo' hanno sviluppato anticorpi sufficienti per essere selezionati alle donazioni del plasma, risponderei forse il 10%. Ovviamente ci possono essere differenze sulla base del test che si utilizzano, perché i test non sono tutti uguali. Noi abbiamo utilizzato un test abbastanza affidabile, che tra le altre cose viene usato per selezionare i donatori di plasma, lo abbiamo utilizzato su 3000 persone. Ma la cosa interessante è che, quando abbiamo fatto la sieroprevalenza, abbiamo trovato a Vo' 63 persone che sono state sempre negative al tampone e hanno gli anticorpi: dunque si sono infettate sicuramente prima di fine febbraio. Si sono infettate e sono guarite. Nessuna di queste persone è andata dal medico, nessuna è andata in ospedale: venitemi a dire che queste persone erano gravemente sintomatiche o sintomatiche. Quello che io penso è che, per arrivare a produrre casi gravi, probabilmente il virus ha bisogno di raggiungere una certa soglia di persone infette all’interno della popolazione per aumentare la carica virale. La mia idea è che in questo momento noi stiamo vivendo la coda dell’infezione, ma praticamente quella coda dell’infezione è molto simile all’inizio dell’infezione. All’inizio dell’infezione c’erano tantissimi asintomatici, altrimenti non sarebbe potuta esplodere con questa violenza. E abbiamo anche i dati. Adesso sappiamo che a Vo', c’erano 160 persone infette prima che il primo paziente entrasse in ospedale, la maggior parte delle quali stava bene.

(M.P.) Oggi è in corso l’indagine sierologica promossa da ISS e ISTAT. Due cose emergono: innanzitutto una bassa fiducia da parte della popolazione nelle istituzioni (per esempio il fatto, comprovato, della lunga attesa per un tampone), che porta alla mancanza di senso civico, e inoltre una carenza di informazione, soprattutto sul valore diagnostico delle diverse tipologie di test. Attraverso la sua esperienza a Vo', sebbene avvenuta in un periodo epidemiologico diverso, come pensa abbia reagito la popolazione? E come si sono presentate le diverse istituzioni e anche la comunità scientifica nel chiedere l’aiuto all’intera popolazione?

Noi abbiamo avuto un’esperienza completamente opposta. Faccio presente che il terzo campionamento, quello che poi prevedeva anche il prelievo del sangue, è stato fatto a metà maggio, no prima del 4 maggio, quando praticamente l’epidemia stava scemando ed era prevista la riduzione di tutte le restrizioni di distanziamento sociale. Nello stesso tempo, a Vo', non c’erano stati casi per tantissimo tempo, quindi non credo che l’epidemia abbia avuto un impatto sulla scelta della persona di donare e di prestarsi o meno a questa indagine. Quello che conta è la spiegazione chiara e trasparente di quelli che sono gli obiettivi. Se vengono spiegate bene le cose, le persone rispondono bene e mostrano senso civico. Guardi, noi abbiamo avuto un’adesione del 90% della popolazione, con l’85% di bambini sotto i 10 anni. Io non so se si rende conto... Se viene spiegato quali sono gli obiettivi, quali sono le procedure, quali sono i tempi, quali sono i vantaggi per loro e per la comunità è chiaro che le persone sono motivate. Poi c’è anche la componente dell'indagine sierologica disgiunta dal tampone. Noi per evitare questa cosa abbiamo detto «tu fai l’analisi sierologica, noi ti facciamo il tampone». Giusto? Proprio per evitare questa problematica che chi fosse positivo rimanesse in quarantena. Però, io non credo che se lei chiedesse in Italia a qualsiasi persona "normale" a cosa serve quest’analisi epidemiologica saprebbe rispondere. Non sanno rispondere. Noi abbiamo aperto una linea di comunicazione con tutta la comunità di Vo': ci hanno fatto domande, abbiamo risposto, abbiamo fatto dei video. Abbiamo fatto un’azione capillare di convincimento e di spiegazione. Anche perché, tenga presente, che il terzo campionamento comportava anche l’analisi genetica: le persone hanno dato il consenso anche al sequenziamento del DNA, che è una cosa che non viene data a cuor leggero. Gli abbiamo spiegato le finalità, gli abbiamo spiegato che se avessero voluto avrebbero potuto anche avere il proprio profilo genetico, eventualmente con tutte le associazioni e le predisposizioni alle malattie genetiche. Abbiamo fatto una cosa capillare. Si fa così. Non è che a un certo punto uno emana un editto e dice «domani faccio 150mila test». Non funziona così [ride]. Io non mi sorprendo di quello che è successo, perché è stato un fallimento di comunicazione e anche probabilmente logistico. Noi abbiamo avuto veramente una manifestazione di fiducia nelle istituzioni e nella scienza che è esattamente l'opposto di quello che si è visto su questo studio epidemiologico. Ora non credo che gli italiani siano diversi a Vo' da quelli di Padova e di Roma: gli italiani sono gli stessi. Quello che ha fatto la differenza è la comunicazione, la logistica e il fatto che questo test era accompagnato dal tampone.

LE SCUOLE

(M.P.) In ambito riaperture, ormai è quasi riaperto tutto, ma ancora si discute sulla riapertura delle scuole, anzi proprio oggi è in corso la protesta degli insegnanti contro le linee guida fornite dal Ministero. Cosa è emerso dai suoi studi sulla suscettibilità e infettività dei bambini? Cosa consiglia lei per una riapertura delle scuole in sicurezza?

Premesso che i bambini occasionalmente si ammalano, e non sappiamo perché alcuni si ammalano e alcuni no, la maggior parte dei bambini non si ammala. A Vo', su 250 bambini, non abbiamo trovato un singolo caso positivo al tampone. Per quanto riguarda l’analisi sierologica, tra i bambini da 0 a 11 anni abbiamo trovato 2 che avevano gli anticorpi. Questo che significa? Significa che i bambini, se si infettano, si infettano in maniera transitoria, eliminano rapidamente il virus e pochissimi sviluppano gli anticorpi. Il messaggio è che non capiamo perché i bambini sono resistenti, però sono resistenti. Su questo non c’è dubbio. E se non c’è il virus direi che nemmeno lo trasmettono. Quindi, se permettiamo alla gente di andare in fabbrica, se permettiamo alla gente di andare allo stadio, se permettiamo alla gente di andare al cinema, non capisco perché non permettiamo ai ragazzi di andare a scuola. Tanto più che loro sono più resistenti degli altri. Questa per me è una cosa che faccio fatica a comprendere.

(G.S.) Questo è un punto importante: non c’è solo il fatto che i bambini essendo giovani sono soggetti meno a rischio e quindi meno vulnerabili, ma hanno proprio una carica virale inferiore e quindi non sono neanche vettori di trasmissione del virus?

Nei bambini non si identificano virus, cioè non hanno una carica virale identificabile, quindi se non c’è il virus non vedo come possano trasmetterlo.

LA SITUAZIONE EPIDEMICA NEL MONDO

(G.S.) Allarghiamo lo sguardo al di fuori dei confini italiani: in Italia e in Europa la situazione è decisamente migliore rispetto a qualche mese fa, ma nel mondo abbiamo oltre 9 milioni e mezzo di persone contagiate dall'inizio della pandemia, ma soprattutto il tasso di crescita giornaliero dei contagi che è ancora in aumento. Il 4 maggio, quando l’Italia ha terminato il lockdown, nel mondo c’erano 70-80mila nuovi casi giornalieri, oggi [25 giugno, ndr] siamo a 150mila e siamo arrivati a toccare anche i 180mila casi giornalieri. Lei individua una dinamica di diffusione di questo virus collegata a fattori climatici, ambientali o è solo una reazione alle misure di contenimento imposte dai singoli Paesi? In Italia e in Europa stiamo vivendo una situazione positiva grazie a due mesi di lockdown, ma come mai Paesi come gli Stati Uniti ci stanno mettendo così tanto? In fondo lì il lockdown è iniziato poco dopo i Paesi europei. E ci può essere una stagionalità del virus?

Il tasso di crescita dei nuovi casi giornalieri nel mondo è spaventoso. Sicuramente le misure di distanziamento sociale e quarantena hanno un effetto importantissimo ed ora ne stiamo beneficiando. I coronavirus sono tutti sensibili alla temperatura e probabilmente questo nuovo coronavirus non fa eccezione: ci sono varie evidenze che indicano come questo sia il caso. Situazioni di alta temperatura e bassa umidità non ne favoriscono la diffusione e sembra che su questo la comunità scientifica sia d’accordo. Quindi noi in questo momento stiamo beneficiando di due situazioni favorevoli: gli effetti del lockdown e le condizioni climatiche favorevoli. Ma, come lei ha detto, siamo ancora in piena pandemia: l’Europa è stata colpita dal virus quando l’epidemia era localizzata in Cina e sulla base di dati che ci avevano detto, si parlava di 3-4mila casi al giorno, ora ne abbiamo 150-180mila al giorno, quindi non direi che il pericolo sia diminuito. Non è diminuito in termini di rischio di importare il virus in Italia, ma c'è anche un rischio latente: quello che è accaduto in Germania, con il focolaio del mattatoio, non va sottovalutato. Lì c’erano le condizioni favorevoli al virus: bassa temperatura, alta umidità e sovraffollamento. Sono questi gli ingredienti che favoriscono l’esplosione della trasmissione.

(G.S.) E questi ingredienti si riproporranno in Italia tra qualche mese.

Esatto. Io non mi preoccupo molto di quello che può accadere tra uno o due mesi. Io personalmente vado al ristorante, esco con la mascherina e penso che andrò in vacanza al mare: non credo ci sia un pericolo gigantesco per l’Italia in questo momento. Ma esiste il pericolo di importare dei casi, avere dei piccoli focolai, esiste un importante pericolo per l’autunno se la pandemia non venisse tenuta sotto controllo. Negli Stati Uniti il problema è gigantesco: ci sono 40 milioni di persone che non vanno dal medico perché non hanno i soldi e sono esclusi dal sistema sanitario. Questo rappresenta un bacino di diffusione pazzesco. Sono anche persone che vivono in case sovraffollate, con scarsa igiene, quindi è un serbatoio di virus difficilmente raggiungibile dal sistema sanitario.

LA LETALITÀ

(G.S.) Un altro tema molto dibattuto è la questione della letalità. Dati alla mano, se è vero che i contagi stanno aumentando, il numero dei morti in proporzione sta diminuendo. Su questo c’è un ampio dibattito: secondo alcuni autorevoli esperti c’è una minore pericolosità del virus, mentre lei ha spesso affermato in questi giorni che così non è. Oppure è dovuto semplicemente al fatto che i medici hanno imparato in questi mesi a trattare meglio la malattia, e anche a contare meglio il numero di contagiati rispetto all’inizio. Qual è la verità?

L’indice di letalità dipende da due fattori: la nostra capacità di fare diagnosi e la carica virale. Vediamo il caso esemplificativo dell’Arabia Saudita: ci sono 200mila casi e 1000 morti. L’Arabia Saudita ha un sistema sanitario di prim’ordine, in grado di fare molte diagnosi e allo stesso tempo un clima che non favorisce la trasmissione di una carica virale elevata. Questo è un estremo della situazione. All’altro estremo c’è la Lombardia con un sistema sanitario dal punto di vista della diagnosi sopraffatto, in condizioni climatiche sfavorevoli – bassa temperatura e alta umidità – e sovraffollamento.

COSA CI ASPETTA IN FUTURO

(G.S.) Di fronte a possibili nuove ondate nel prossimo autunno, in Italia siamo preparati ad affrontare la situazione senza una nuova chiusura, che nessuno si augura, ma monitorando la situazione con tempismo, isolando i nuovi focolai, curando efficacemente le persone senza intasare le terapie intensive? Insomma, è possibile convivere con questo virus nei prossimi mesi senza arrivare a soluzioni drastiche?

Nessuno può dirlo. Il sistema sanitario italiano è sicuramente più preparato di quanto non fosse tre mesi fa, sia dal punto di vista della sorveglianza passiva che attiva, ossia nell’identificazione dei casi, nel tracciamento e nel sottoporre a tampone i contatti. Però teniamo presente che un Paese come la Germania che ha mostrato grande capacità di controllare l’epidemia, si è trovato nella condizione ora di dover mettere in quarantena 400mila persone. Lo scenario più probabile, se la pandemia non viene controllata, sarà quello di avere dei focolai come in Cina, Australia, Nuova Zelanda. Se l’Italia non fosse un’eccezione, avremo dei focolai che metteranno sotto stress il sistema sanitario e la risposta che saremo in grado di dare dipenderà sicuramente dalla tempestività. Meno saremo tempestivi, più saremo costretti a effettuare le misure di distanziamento sociale, con delle micro zone rosse. Pensare di continuare a fare quello che facciamo finora mentre il virus si diffonde è impensabile perché non abbiamo un sistema sanitario stile coreano. Prendiamo l'esempio dell’app Immuni: non è decollata. Ci vorrebbe un sistema di tracciamento informatico efficientissimo che non abbiamo. In alternativa, c’è la sorveglianza attiva e passiva ed eventuale chiusura di zone dove c’è trasmissione.

IL VACCINO

(G.S.) Rispetto a mesi fa abbiamo accortezze, come l’utilizzo delle mascherine, le misure di distanziamento, che sembrano dare i risultati sperati.

Le mascherine funzionano, contrariamente a quello che era stato detto all’inizio. Le mascherine chirurgiche funzionano. Non sarà uguale a prima, se pensiamo alla pandemia di Spagnola, questa è durata due anni perché, essendo anch’essa influenzata dal clima, è diminuita con l’estate ed è stata reimportata con la successiva stagione invernale. È scemata dopo due cicli perché si era stabilita l’immunità di gregge, con il 60-70% delle persone che si erano infettate. Ma per ora siamo lontani da questi dati.

(G.S.) Professore, si sente di fare una previsione sulle tempistiche di sviluppo e diffusione di un vaccino?

Credo che la ricerca del vaccino vada incoraggiata in tutti i modi. Detto questo, è anche onesto dire alle persone che non sempre è possibile sviluppare un vaccino, come nel caso dell’HIV, epatite C e malaria. Nella tubercolosi abbiamo un vaccino sotto-ottimale. Non per tutte le malattie è possibile sviluppare un vaccino. Mi auguro che in questo caso sia possibile, perché il vaccino è il mezzo di controllo migliore in termini di costo ed efficacia.

(3 agosto 2020)

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18/07/2020

Scuola: ancora la didattica a distanza?

Mancano ormai solo una quarantina di giorni alla ripresa dell’attività scolastica, ma mancano soprattutto certezze su come essa avverrà.

Si moltiplicano voci e polemiche sulla distanza che i ragazzi dovranno mantenere, vale a dire il metro “statico” o “dinamico”, senza tenere conto che soprattutto i più piccoli non sapranno rispettare tale indicazione, e sulla precisazione che la “zona cattedra”, cosa da anni trenta, dovrà essere invece di due metri, mentre sembra invece ormai acquisito che la distanza si dovrà calcolare tra le “rime buccali”.

L’Alto Adige pensa, per aiutare il distanziamento fisico, di collocare delle piante nelle aule, mentre si discute della possibilità di utilizzare gli studenti dei corsi di laurea di educazione primaria come insegnanti a gettone, usa e getta, in caso di bisogno.

Il commissario Arcuri dichiara che provvederà a che tutti gli alunni siano dotati dalle scuole di mascherina sanitaria, e dice che ne ordinerà dieci milioni per ogni giorno di scuola, ma soprattutto si appresta a bandire un concorso per tre milioni di banchi-gabbietta di “nuova generazione”, che costano circa 300 euro l’uno, circa sei-sette volte un banco tradizionale, ma che non sembra siano particolarmente richiesti dalle scuole. Rimarranno nei magazzini?

Ancora più inquietante la questione dei test sierologici al personale della scuola; la Ministra dice che si devono fare ma, essendo la medicina preventiva scolastica ormai un lontano ricordo, non si sa chi dovrà praticare il prelievo a docenti e ATA, operazione non irrilevante, dato che si parla di oltre un milione di persone. E tutto si dovrebbe organizzare, ormai, in un mese.

Infine, nessuno sembra dare risposta ai docenti over 55 (quasi i due terzi nella secondaria superiore) che, essendo categoria a rischio, temono che il rientro in classe possa essere pericoloso per la loro salute e la loro vita.

Una situazione molto confusa, a cui si aggiunge la difficoltà dei dirigenti scolastici nel reperire o creare spazi adatti per l’attività didattica con pochi fondi e poche collaborazioni, in una situazione in cui per anni si è proceduto ad accorpamenti di istituti e dismissione di scuole, riempiendo come uova anche l’ultimo sgabuzzino.

In tale situazione di difficoltà ha tentato d’inserirsi la CISM, (Conferenza Italiana Superiori Maggiori), l’associazione delle scuole private, che ha un importante patrimonio edilizio utilizzato solo in parte, offrendo spazi alle scuole pubbliche. Un’offerta che il governo, per fortuna, sembra intenzionato, almeno per il momento, a lasciar cadere.

Sulla questione spazi si è mobilitata anche la Fondazione Agnelli che mette a disposizione delle scuole una piattaforma per calcolare quanti alunni possono entrare in un’aula, forse pensando che i dirigenti siano così grulli da non sapere che una classe di 28 ragazzi non può esistere con le attuali norme sulla sicurezza Covid.

Invece, tra le tante incertezze, rimane evidente che l’organico docente e ATA non sarà sufficiente per realizzare una riduzione del numero degli allievi per classe, fatto testimoniato anche dai già citati penosi tentativi di soffiare fumo sulle distanze statiche o dinamiche, sulle rime buccali o sui banchi di nuova generazione, per nascondere che alla fine le classi avranno lo stesso numero di alunni degli anni scorsi.

Purtroppo, in un tale contesto desolante, s’inseguono le voci sull’ipotesi, che sta avanzando nella testa di numerosi dirigenti, di ricorrere ancora, almeno in parte, alla didattica a distanza. Si tratta di un’eventualità che trova l’opposizione di tutte le componenti scolastiche e del movimento “Priorità alla scuola”, che lunedì 13 ha esposto ai presidenti regionali, e segnatamente all’emiliano Bonaccini, presidente della Conferenza delle regioni, il suo dissenso rispetto all’accettazione, da parte dei presidenti stessi, delle Linee guida del Ministero per la ripresa e di finanziamenti troppo esigui da parte del Ministero.

Ma, francamente, dai presidenti delle Regioni non c’era da aspettarsi granché.

Sul tema della didattica a distanza, che potrebbe dunque, in forme più o meno estese, ritornare a essere impiegata, è uscito nei giorni scorsi un rapporto della Fondazione Openpolis che pone in relazione disuguaglianze digitali e povertà educativa. Tale rapporto si pone in continuità con molte delle osservazioni che sono state sviluppate da più parti sulla didattica a distanza, confermando che il divario digitale che esiste tra gli alunni accresce le disuguaglianze nella fruizione del diritto allo studio ed è un’ulteriore dimensione della povertà educativa.

In realtà, partendo dal divario digitale, il rapporto di Openpolis traccia un quadro che deve far vergognare i tanti tronfi predicatori dell’Italia come “grande potenza economica”. Infatti, le cause del divario digitale si connettono immediatamente alla condizione di vita dei giovani, in particolare con la constatazione che la povertà – non solo educativa, ma economica – aumenta con il diminuire dell’età; in pratica la fascia dei minori 0-17 anni è quella dove, in percentuale, ci sono più poveri.

Un fattore legato alle condizioni familiari che incide negativamente sulla possibilità di fruire di corsi a distanza è quello del sovraffollamento dell’abitazione, che riguarda ben il 41,9% dei minori, mentre il 7% tra questi vive un disagio abitativo, vale a dire case buie, malsane o in condizioni precarie. In tali condizioni è evidentemente difficile trovare la tranquillità e la concentrazione necessarie per la didattica a distanza.

Venendo a dati più strettamente connessi con il possesso di dispositivi digitali, il rapporto Openpolis evidenzia che il 12,3% dei minori non ha alcun dispositivo in casa e il 5,3% delle famiglie dichiara di non potersi permettere l’acquisto di un PC. Il 57% dei minori non possiede un dispositivo personale, vale a dire che deve condividerlo con fratelli, sorelle e genitori; solo il 6,1% delle famiglie dispone di un pc per ciascun componente.

A questi dati va aggiunto il grande divario nella possibilità di connessione tra poli e aree interne; in vaste aree del paese non è possibile disporre di connessioni rapide, problema a cui nessun governo ha saputo dare soluzione. In una situazione come quella descritta un ritorno, anche per il prossimo anno, alla didattica a distanza potrebbe causare ulteriori disparità tra gli alunni e aumentare la povertà educativa. Il rischio è che il distanziamento fisico diventi distanziamento sociale di classe.

Esiste infine un problema su cui pochi si sono sinora soffermati, riguardante più il versante pedagogico che non quello didattico. L’educazione dei bambini, nella nostra società, non è affidata esclusivamente alla famiglia e proprio per questo esiste l’istituzione dell’educazione obbligatoria che si estrinseca attraverso la scuola, come è anche previsto dalla Costituzione italiana.

Inoltre, per la loro crescita psicologica e per la conquista dell’autonomia, i bambini/e e i ragazzi/e hanno bisogno di spazi e ambiti in cui confrontarsi con la realtà a prescindere dalla loro famiglia e in autonomia rispetto ai genitori. Potremmo dire, con un termine oggi molto usato, che la scuola agisce in funzione di “distanziamento” necessario dai genitori, affinché il bambino possa costruire la propria autonomia e identità in un mondo ampio e che non preveda un controllo familiare.

Anche per questo, è importante che le scuole riaprano e che i bambini possano riprendere a navigare nel sociale, costruendovi relazioni più vaste e autonome rispetto all’ambito familiare. La didattica a distanza, di cui si fruisce in casa e, in diverse occasioni, come si è verificato, con la partecipazione e l’aiuto dei genitori, tende invece a rinchiudere il bambino all’interno della relazione parentale e non favorisce, di conseguenza, il suo sviluppo autonomo e indipendente negando tra l’altro la relazione e l’apprendimento tra pari.

Credo che anche questo aspetto debba essere tenuto in conto, poiché è uno degli elementi che sostanzia l’affermazione, più volte proposta, per cui il bambino ha bisogno della scuola come contatto sociale modulandola sull’acquisizione di autonomia e sviluppo dell’identità.

Per tutte queste ragioni, è importante continuare a lavorare, nelle prossime settimane, affinché il rientro a scuola avvenga davvero in presenza, e non sia dimezzato o sostituito in parte dalla didattica a distanza.

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17/06/2020

Perché in Lombardia i contagi aumentano

La pubblicazione dei dati sulla pandemia relativi al 15 giugno ha spaventato i cittadini lombardi, poiché su 303 nuovi casi dichiarati ben 259 sono stati in Lombardia, con una percentuale del 85% sul dato nazionale. Ancor più impressionante se si considera che i tamponi effettuati sono stati ancora una volta meno che nei giorni precedenti. In pratica, la percentuale di casi della Lombardia diventa sempre più importante, percentualmente, sul totale nazionale.

Cifre che indurrebbero qualsiasi amministratore regionale di buone intenzioni a dimettersi, e a liberare della sua presenza i dieci milioni di abitanti della Lombardia che sono praticamente ostaggio di una giunta tecnicamente incapace ma che soprattutto non vuole uscire dal solco politico venticinquennale tracciato da Formigoni, Maroni e Fontana. Fatto confermato anche dalla nomina a direttore generale della sanità Lombarda di Marco Trivelli, già manager del periodo formigoniano, in cui il binomio tra Comunione e Liberazione e Sanità lombarda divenne quasi proverbiale arrivando sino a oggi.

Le cause della disastrosa situazione della Lombardia sono remote e anche più recenti. Su quelle remote siamo già intervenuti più volte: privatizzazioni, distruzione delle strutture territoriali e preventive e, dall’inizio dell’epidemia, troppe attività produttive mai interrotte né dal governo né dalla Regione per far piacere a Confindustria. Queste scelte stanno rendendo il virus endemico in Lombardia e difficile arrivare ai casi “zero”.

Tutto ciò avrebbe sconsigliato una “riapertura” della Lombardia uguale a quella delle altre regioni, ma il potere economico ha avuto ancora il sopravvento sulla salute dei cittadini.

A queste cause se ne aggiungono altre, più recenti, come la non effettuazione dei test sierologici e dei tamponi. Ciò rende impossibile tenere sotto controllo la diffusione del virus e dei nuovi casi e qualunque attività di “tracciamento”. La campagna di test sierologici era partita, ma è stata bloccata dalle Ats poiché, in caso di positività, il cittadino deve sottoporsi al tampone, per il quale mancano i reagenti. Quindi la campagna di screening sierologico è ferma, poiché, come si è già verificato, i positivi dovrebbero restare confinati a casa a tempo indeterminato in attesa del tampone.

Singolare anche il caso di coloro che, avvertiti via SMS di essere stati inclusi nel campione dei 150.000 cittadini a cui sarebbe stato effettuato il test sierologico, non ricevono ulteriori notizie da due settimane. Naturalmente, per chi vuole effettuare privatamente test sierologico e tampone esistono gli immancabili laboratori privati che li offrono a pagamento per cifre che vanno rispettivamente, da 35 a 70€ e da 70 a 110€.

Le ragioni per le quali la Regione Lombardia non ha reagenti per i tamponi sono almeno due. La prima è che, a differenza di altre regioni, non si è pensato a farne una scorta adeguata nei primi momenti dell’epidemia, quando l’assessore Gallera farneticava di “strategie diverse”, poi rivelatesi inesistenti. A ciò consegue che oggi esiste una concorrenza per l’acquisto dei reagenti tra pubblico e privato, che prevale nell’accaparrarsi i reagenti poiché ha maggiore agilità decisionale, mentre la Regione deve passare attraverso la sua Agenzia per gli acquisti “Aria”.

Ma soprattutto, i privati hanno la possibilità di acquistare i reagenti a qualunque prezzo, anche alto, e quindi remunerativo per le case farmaceutiche, scaricando poi il prezzo dell’acquisto sul singolo paziente.

La situazione è complicata dal sistema del “circuito chiuso”, imposto dalle case farmaceutiche in spregio al tanto esaltato “libero mercato” e alla “concorrenza”. Tale sistema prevede che ogni macchina per l’effettuazione dei tamponi possa lavorare solo con i reagenti forniti dalla casa produttrice. Dato che pubblico e privato utilizzano gli stessi macchinari, entrano forzatamente in competizione e le case farmaceutiche scelgono il cliente che paga di più.

Singolare poi il caso della ditta Roche, che ha deciso di non partecipare all’ultimo bando indetto dalla Regione Lombardia, forse ritenendolo poco remunerativo, con il risultato che i laboratori che hanno macchine Roche non possono effettuare tamponi. È il capitalismo, ragazzi.

Alla situazione dei tamponi, si aggiunge quella dei test. È noto che la regione ha scelto, a inizio aprile, di acquistare senza gara 500.000 test sierologici dalla Diasorin ancor prima che fossero validati, come era previsto, dall’ospedale San Matteo di Pavia, che avrebbe percepito una percentuale dell’1% sul fatturato. Il TAR ha annullato questo accordo e ha inviato gli atti alla Corte dei Conti per un’indagine su un possibile danno erariale.

Da segnalare che dopo l’acquisto di quei 500.000 test, l’agenzia regionale ha indetto una gara per l’acquisto di test sierologici attraverso la quale si è potuto prendere atto che i test Diasorin costano oltre il doppio di quelli prodotti da altre ditte, per cui la Regione avrebbe potuto realizzare un risparmio significativo e realizzare più test. Per la precisione, in quella gara la Diasorin è giunta quinta, quindi altre quattro aziende hanno fatto proposte più convenienti.

Infine, resta misterioso il perché la Regione Lombardia abbia escluso totalmente la possibilità di effettuare i test rapidi, i cosiddetti “pungi dito”. Tali test, che hanno un livello di attendibilità di poco inferiore a quello dei test sierologici da prelievo, sono i più adatti alla mappatura epidemiologica. Inoltre, costano poco e sono facilmente ripetibili, quindi particolarmente adatti allo screening nelle organizzazioni e nelle scuole.

Le altre regioni hanno acquistato a milioni tali test proprio per tenere sotto controllo le scuole e le zone dove si presentano focolai. Non solo, ma secondo Salvatore Cincotti, amministratore delegato della Techogenetics, l’assessore Gallera ha rifiutato anche 20.000 test che tale ditta avrebbe offerto gratuitamente alla regione Lombardia.

In pratica, in Lombardia, in questo momento, l’amministrazione regionale è ferma, non fa test, fa pochissimi tamponi e non fa nulla per la prevenzione. Tutto è affidato alla buona volontà dei singoli cittadini e al loro portafoglio, per chi può permetterselo. Il tutto nella regione più colpita al mondo dal Covid. Peraltro, senza creare allarmismi, il fatto che in Lombardia si continuino a verificare centinaia di casi al giorno, è la migliore incubazione per un’eventuale ripresa violenta della pandemia, rispetto alla quale non ci si sta preparando affatto.

La soluzione politica del problema sarebbe, evidentemente, l’immediato commissariamento della Regione, ma in prospettiva è necessario ripensare a tutto il ”modello Lombardia”, letteralmente cancellando la parola “azienda” da tutto ciò che ha a che vedere con la sanità, ma anche con la scuola e i trasporti. E ritornando, per la sanità, a un modello unico nazionale e non regionale, ponendo una pietra tombale sui progetti di “autonomia differenziata”, cavallo di battaglia della Lega che tuttavia hanno anche trovato il consenso di numerosi esponenti del PD, come un nutrito gruppo di sindaci lombardi capeggiato dal milanese Sala e dal bergamasco Gori o il presidente emiliano Bonaccini.

Vale la pena ricordare che Sala e Gori votarono a favore dell’autonomia differenziata nel referendum regionale indetto dall’allora presidente Maroni.

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10/06/2020

Cronaca di una giornata di ordinaria stupidità in Regione Lombardia

Sono in preda al ballo di San Vito e si vede!

La giornata di ieri è risultata emblematica per i comportamenti manifestati da parte degli esponenti della Giunta lombarda a seguito de “il caso dei camici” e la sentenza del TAR sui test sierologici.

A dispetto di quest’ultima, l’ormai famosissimo Gallera, nelle consuete dichiarazioni alla stampa, non ha saputo far altro che addurre a “giustificazione” del perché si fanno i test ed il loro beneficio in funzione della ricerca diagnostica, bypassando completamente l’iter seguito per aggiudicarlo alla Diasorin.

Ieri è stata la giornata in cui è saltata una testa, più precisamente quella del Direttore Generale al Welfare, Luigi Caiazzo, sostituito per l’occasione dall’ormai ex Direttore degli Spedali Civili di Brescia, Marco Trivelli.

Ma i nostri novelli maghi illusionisti non si sono fermati qui. Dal cilindro delle sorprese ecco uscire un atto politico che dovrebbe avere lo scopo di gettare altro fumo negli occhi: è stata approvata una mozione nel cui testo si richiedono chiarimenti alla Repubblica Popolare Cinese riguardo alla “non tempestività” e alle “mancate comunicazioni” in merito allo sviluppo dell’epidemia.

Si apprende da fonti giornalistiche che tale mozione, in origine, conteneva addirittura la richiesta di “risarcimento danni” alla stessa Cina. Insomma, perdonate il francesismo, hanno la faccia come il culo!

Ma non contento degli exploit odierni, l’immarcescibile Gallera preannuncia una nuova magia per la settimana prossima. Quale? Un nuovo piano per il “potenziamento delle rianimazioni”. Uno sguardo al passato ed ecco l’autunno che incombe. Non c’è che dire, questa si che è prevenzione! Quindi meglio rimandare. Ed il menù del giorno, di per se abbastanza ricco, tanto è vero che prosegue con un altra “chicca”.

Sì, perché le informazioni più ghiotte sono quelle riferite alle nuove disposizioni per il futuro, sotto forma di delibera, riguardanti le RSA. Esse contengono la definizione delle responsabilità a capo delle stesse RSA per la ripresa delle attività, dopo l’alta percentuale di morti avvenute fino a poche settimane fa.

La delibera indica che deve essere predisposto un piano adeguato e dettagliato per il funzionamento delle RSA, con specifica indicazione di un referente interno per il Covid-19 e il tutto, a sua volta, deve essere inoltrato alla Ats di competenza. La delibera prevede inoltre che le Ats abbiano anche una non meglio identificata “funzione di coordinamento” tra gli enti e gli ospedali.

Ma come sempre, una sorpresina c’è. Se tra ospiti delle RSA qualcuno si dovesse ammalare è previsto il trasferimento in strutture sanitarie, ma non viene assolutamente specificato se debbano essere ospedali. Mistero! Ormai ci hanno abituato a tutto, questa è solo una tra le altre.

Rimane a noi poveri mortali, l’unica garanzia per porre fine a questi spettacoli indegni, senza neppur una pur minima decenza: la cacciata dell’intera Giunta dal Palazzo della Regione Lombardia.

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09/06/2020

Sulla Regione Lombardia si moltiplicano le bufere

Una sentenza del TAR della Lombardia, emessa in data 8 giugno, ha annullato l’affidamento senza gara deciso dalla regione Lombardia dei test sierologici alla società Diasorin. Inoltre, il TAR ha inviato gli atti alla Corte dei Conti perché valuti l’ipotesi di danno erariale.

Si tratta di una vicenda di cui ci eravamo già occupati, poiché, per l’assegnazione dei test sierologici in Lombardia, l’amministrazione regionale aveva pubblicato l’invito alla “manifestazione d’interesse”, all’inizio di marzo, per poi ritirarla nel giro di 24 ore.

La sentenza del TAR, non a caso, accoglie il ricorso di una ditta concorrente della Diasorin che si era sentita esclusa dalla possibilità di presentare le sue proposte.

La Diasorin ha sviluppato i risultati di una ricerca condotta presso l’Ospedale San Matteo di Pavia, che avrebbe ricevuto l’1% degli introiti della commercializzazione dei test. Proprio per questa ragione il responsabile della virologia del San Matteo aveva dovuto dimettersi dalla commissione di ricerca perché in conflitto d’interessi. Il San Matteo ha annunciato ricorso al Consiglio di Stato.

La vicenda Diasorin ha un significato sanitario e non solo giuridico ed economico, poiché ha rallentato l’esecuzione dei test sierologici in Lombardia, che sono utili per stabilire un quadro epidemiologico della situazione sul territorio.

Nella stessa giornata, la Magistratura ha aperto un’inchiesta, per ora solo conoscitiva, quindi senza imputati e ipotesi di reato, sulla vicenda dei camici che sarebbero stati ordinati dalla Regione per una somma di 513.000 euro a una ditta di proprietà del cognato e della moglie del presidente lombardo Fontana.

Fontana, peraltro, ha ricevuto anche una diffida da parte di Medicina Democratica, che accoglie le proteste di cittadini e cittadine, già apparse sui social, che denunciano la loro prigionia in casa per il sospetto di essere positivi al virus anche per sette od otto settimane, senza che venga loro effettuato un liberatorio tampone.

Questa situazione può compromettere anche il successo della prossima applicazione Immuni poiché molti cittadini potrebbero omettere di segnalare al proprio medico di avere avuto contatti sospetti per evitare di trovarsi confinati in casa nei prossimi mesi di luglio e agosto o peggio.

Infine, Medicina Democratica chiede che il costo dei tamponi, che ogni cittadino lombardo, se desidera averlo, deve pagare privatamente, sia rimborsato dalla Regione e sia incluso nei Livelli Essenziali d’Assistenza.

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02/06/2020

Sanità e territorio. Quo vadis?

Niente dovrà essere come prima. La pandemia ha messo a nudo in maniera marcata l’inefficienza e l’inefficacia del Servizio Sanitario Nazionale. La precisazione è d’obbligo.

La Medicina Preventiva non esiste più o quanto meno è stata “piegata” agli interessi economico-industriali (esempio eclatante Taranto).

La medicina assistenziale è stata cancellata dalla sussidiarietà che si traduce come intervento del privato con l’intento di trarre profitto con conseguente speculazione sui bisogni degli assistiti: si deve pagare una retta sia nel pubblico sia nel privato, perché la logica è prettamente economica e pervade egualmente pubblico e privato. In buona sostanza si va a colpire lo strato di popolazione che lavorando una vita, attraverso la contribuzione fiscale, sperava di avere una vecchiaia dignitosa e serena.

La pandemia ha dimostrato quanto sia stata demenziale la scelta di politica sanitaria generale e le leggi che la codificano.

In particolare mi riferisco al trasferimento, in Lombardia, secondo una circolare della Regione dell’8 marzo, di malati Covid nelle case di riposo in nome di un aumento di quota giornaliera, oltre che all’insipienza medica di un atto del genere.

La stessa questione riguarda la medicina curativa che naturalmente ha dei distinguo fondamentali fra quella territoriale e ospedaliera ma che ha mostrato un alto livello critico nell’affrontare la pandemia.

L’accreditamento del pubblico e del privato, quindi la parità di trattamento economico, ha deliberatamente messo in crisi la componente pubblica.

In pratica tutta l’urgenza è stata a carico delle terapie intensive pubbliche in quanto numericamente preponderanti sulle strutture private ma che celano una scelta economica: costano troppo e il ritorno economico non conviene.

A tale proposito va ricordato che le terapie intensive pubbliche devono tenere dei letti disponibili per eventuali emergenze provenienti dal privato. Altro punto dolente è stato l’affollamento degli ospedali in quasi totale assenza di presidi territoriali sanitari pubblici e di medicina convenzionata (leggi mutua).

Naturalmente tutte le forze politiche si sono scatenate nel denunciare la mancanza di centri di ricezione territoriali. Ma già si fanno dei distinguo. Le ricerche anticorpali mediante prelievo venoso vengono eseguite solo da strutture private al costo medio di 50€, mentre le strutture pubbliche, compresi gli ospedali, non sono “accreditate” per tale compito e le rilevazioni con il pungidito ripetibile a volontà, con risposta quasi immediata, dal costo di5€ non vengono effettuate in alcun luogo, privato o pubblico che sia.

Gli stessi datori di lavoro devono pagare di tasca loro l’eventuale test sierologico il che apre una serie di problematiche facili da immaginare. A questo proposito si apre un’altra questione importante relativa ai ticket sanitari.

Il ticket rappresenta un esborso ulteriore per i contribuenti e il continuo aumento ha prodotto un boom di laboratori privati sul territorio che offrono un servizio a un costo poco superiore al ticket con una risposta molto più breve e con attese minori.

Alla fine sarebbe giusto chiedersi se, visto che il Servizio Sanitario Nazionale è retto dalla fiscalità generale perché non si divide il pubblico dal privato? Questo concetto è in linea con la legge 833/78 che parla di sanità pubblica, gratuita, universale. Peccato che è stata superata dalla legge De Lorenzo nel 1992 e Bindi nel 1999 che prevedono l’aziendalizzazione della sanità e il tutto viene rafforzato da D’Alema con la modifica del titolo V della Costituzione, foriera della regionalizzazione differenziata che ci ha portato allo stato pietoso in cui oggi siamo.

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20/05/2020

Perché la regione Lombardia non vuole i test seriologici veloci?

Costano 1/10 dei test sierologici a prelievo e in 12 minuti ci rivelano se siamo contagiati ma la Regione Lombardia non ha voluto usare i test “pungidito” preferendo quelli “a prelievo”.

Altre regioni italiane hanno iniziato a fare questi test a tappeto mentre la regione d’Europa più infettata, la Lombardia, ha scelto di non farlo.

Eppure anche il noto epidemiologo Massimo Galli sostiene che “l’attendibilità, sulle persone con l’infezione, è decisamente sopra il 93-94-95%” e che “tra i 10 e i 12 minuti si ha la risposta e questo è l’altro grande punto di forza”.

E poi il costo di un test pungidito è dieci volte inferiore a quello di un test con la puntura del braccio. Ah, ecco.

Intanto la Procura di Milano vuole vederci chiaro ed ha aperto un fascicolo conoscitivo, quindi senza ipotesi di reato e indagati, sulla scelta di Regione Lombardia di incaricare con affidamento diretto la multinazionale Diasorin per la sperimentazione dei test sierologici, portata avanti in collaborazione col Policlinico San Matteo di Pavia.

Dunque, la Regione Lombardia ha subito puntato ad un nuovo test sierologico dell’Università di Pavia, che però si deve avvalere di un prelievo di sangue vero e proprio e che, pertanto, costa molto di più.

A capo dell’équipe che sta sviluppando questo test è il professor Fausto Baldanti, virologo del San Matteo di Pavia.

Sul punto Il prof. Galli ha ribadito la sua tesi “se l’obiettivo è sapere in pochi minuti se una persona ha avuto o no contatto con l’infezione, il test rapido è decisamente supriore[…] Se non ci accorgiamo immediatamente di un focolaio che riparte ci ritroveremo in grandissimo imbarazzo”.

Nel contratto che regola il rapporto tra il San Matteo e Diasorin, l’azienda farmaceutica che è titolare del test a prelievo, c’è scritto che Diasorin corrisponderà alla fondazione dell’Ospedale San Matteo di Pavia, a partire dalla prima vendita e per i successivi 10 anni, una royalty al tasso dell’1% sul prezzo netto di ciascun kit venduto.

Già.

Poco dopo la validazione di quel test, i titoli di Diasorin hanno guadagnato in borsa molto e Regione Lombardia ne ha comprati 500mila kit, per un valore di 2 milioni di euro. Subito dopo che quell’accordo è stato reso pubblico, Baldanti si è dimesso dal comitato scientifico della Lombardia.

Peraltro, la Regione Lombardia ha comprato quei kit con affidamento diretto, senza gara.

Nel frattempo la Technogenetics, azienda esclusa dall’appalto, ha fatto ricorso al Tar della Lombardia mentre il professor Baldanti non vuole rilasciare nessuna intervista. “È una storia nella quale io non c’entro niente”, dice.

Ma qualcun altro sì...

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15/05/2020

L’effimero ospedale milanese

Secondo il dott. Antonio Pesenti, responsabile dell’Unità di Crisi della Regione Lombardia per le terapie intensive, l’Ospedale della Fiera di Milano, voluto dalla giunta Fontana e inaugurato con grande strepito ai primi di aprile, potrebbe essere smantellato già alla fine del mese di maggio.

“Questo ospedale sarà il simbolo della battaglia vinta contro il Coronavirus e sarà il simbolo della ripresa della Regione”, aveva tuonato il governatore lombardo Fontana. Speriamo non sia così, perché vorrebbe dire che la ripresa si trasformerà in un clamoroso disastro.

Era apparso subito chiaro che l’operazione Ospedale Fiera era sbagliata e continuava a ripercorrere la strada fallimentare dell’ospedale d’”eccellenza” lombardo.

Il progetto era palesemente di difficile realizzazione per la difficoltà a reperire il personale necessario e le attrezzature e anche sbagliato dal punto di vista medico, poiché non può essere funzionale un ospedale con la sola terapia intensiva e senza le altre competenze specialistiche che la devono sostenere.

Inoltre, era evidente la provvisorietà di un ospedale realizzato negli spazi della Fiera, che ben presto dovrà confrontarsi con la necessaria ripresa della sua attività.

In breve, dalla sua apertura sino a oggi l’Ospedale Fiera ha ospitato una decina di pazienti a fronte di uno spreco di 21/26 milioni di euro – cifre chiare non ne sono state fornite – che avrebbero potuto essere impiegati per riadattare strutture permanenti inutilizzate, per la prevenzione e assistenza territoriale e per l’aumento del numero di tamponi; cioè per quelle esigenze che oggi sono fondamentali per immaginare una ripresa meno pericolosa delle diverse attività in Lombardia.

Tra l’altro il governo, in vista di probabili riacutizzazioni dell’epidemia, ha chiesto alle regioni di mantenere una riserva di posti letto di terapia intensiva e sembra che la struttura della Fiera non possa garantire gli standard indicati dal Ministero della Salute.

In pratica, si rischia di dover spendere altri soldi per costituire tale “riserva” negli ospedali sul territorio, per non correre il rischio di trovarsi impreparati a nuove eventuali emergenze. Questo avendo sprecato donazioni private e fondi pubblici che hanno contribuito in parti uguali al costo di questo ospedale rivelatosi inutile.

Il clamoroso fallimento del progetto dell’Ospedale della Fiera è la palese conferma della Caporetto della giunta leghista che ha interpretato l’emergenza Covid-19 come un problema di terapia intensiva, dimenticando completamente tutte le altre strutture sanitarie più utili a prevenire e contenere il fenomeno.

Una giunta che continua tenacemente a favorire il privato, anche per quanto riguarda i test sierologici a cui alcune imprese od organizzazioni potrebbero voler sottoporre i propri lavoratori e collaboratori.

Tali test si potranno effettuare solo in strutture private e se una persona risulterà positiva dovrà in seguito sottoporsi a tampone, a un prezzo calmierato di 62€, ma solo per i tamponi e reagenti attualmente disponibili. In futuro non si sa.

Si tratta comunque di un ennesimo regalo ai laboratori privati e della dimostrazione della non volontà della giunta lombarda di farsi carico dei problemi dell’epidemia, come sarebbe doveroso in un caso così grave.

Parallelamente, la giunta regionale lombarda non prende in considerazione il cosiddetto test “pungidito”, di pratica molto semplice e veloce e di costo assai modesto – tra i 5 e i 10€ – che potrebbe essere adatto allo screening di massa di aziende, di scuole e di comunità. Un test tra l’altro facilmente ripetibile e la cui risposta è rapida.

È vero che tale test non garantisce certezza sulla contagiosità della persona, ma solo sul suo avvenuto contatto con il virus ed è soggetto a errori, ma è così anche per il test sierologico attraverso prelievo in vena. Ci si chiede quindi perché non possa essere considerato utile.

Inoltre, sulla questione dei test sierologici, la Procura di Milano ha aperto un fascicolo sul comportamento della giunta Fontana, scaturito dalla decisione della Regione di revocare la manifestazione d’interesse (preliminare per la gara) aperta il 6 aprile, decidendo per l’affidamento diretto senza valutare quindi altre offerte, alla ditta Diasorin.

Questa indagine si aggiunge a molti altri esposti presentati dai familiari di anziani deceduti nel Pio Albergo Trivulzio, di lavoratori del Don Gnocchi di Milano, dei portavoce nazionali di Potere al Popolo e di altri cittadini colpiti da lutti che probabilmente potevano essere evitati.

La situazione che si configura è non solo di incapacità, ma anche di corruttela politica e di incuranza della salute, ma anche delle condizioni di vita dei cittadini lombardi che ha caratterizzato le giunte di destra degli ultimi decenni in Lombardia. Per questo si motiva la richiesta di revoca dei poteri alla giunta regionale nel suo insieme e non solo per l’assessorato al welfare.

Infatti, non ha senso pensare a una destituzione – pur giusta – dell’assessore Gallera senza prendere in considerazione la politica complessiva seguita dalla giunta, che ha propugnato la parola d’ordine dell’aziendalizzazione nella sanità ma anche di tutti gli altri settori, come i trasporti e la formazione professionale, con relative privatizzazioni.

Il malgoverno della Lombardia si articola in tutti i quadranti sociali anche se oggi si avverte maggiormente nella sanità. Questa politica, nella sua complessità, nella suo avere pervaso tutti i settori della società, porta oggi la Lombardia ad avere il triste primato dei contagi in Italia e la più alta percentuale di decessi nel mondo rispetto ai contagiati.

Si tratta quindi di rilanciare la presenza pubblica nella gestione della società, nella sanità come in tutti gli altri campi della vita produttiva e sociale. Questo si potrà fare solo se la giunta Fontana se ne andrà.

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23/04/2020

Impediamo a Fontana di rifare tutto

“Rifarei tutto quello che ho fatto”. Con questa stentorea e rodomontesca frase il Presidente della Lombardia, Fontana, ha commentato il piano regionale per l’avvio della Fase 2 dell’emergenza sanitaria, che dovrebbe arrivare al suo pieno sviluppo dal 4 maggio, ma con anticipazioni importanti, quale la riapertura dei cantieri edili, già il 27 aprile.

Tuttavia, la frase di Fontana va presa molto sul serio, poiché contiene una verità: un effettivo piano lombardo per la Fase 2 non c’è, dal punto di vista sanitario ci sarà invece continuità con la Fase 1, naturalmente con i rischi accresciuti dalla riapertura di tutte le attività produttive.

Una riapertura totale, dopo che il non avere fermato a tempo un numero sufficiente d’attività – in Lombardia più della metà delle imprese ha sempre continuato la produzione – ha provocato un numero enorme di contagi e di morti.

È bene ricordare che la Lombardia, regione dove secondo Fontana si dovrebbe rifare tutto ciò che è stato fatto, è la zona di concentrazione di decessi da Covid-19 più grande del mondo.

Di fronte alla totale capitolazione del sistema sanitario regionale, dovuta soprattutto alla mancanza di prevenzione e assistenza territoriale, alla carenza nell’isolamento dei positivi e dei sospetti e al tracciamento dei contatti dei malati nei giorni d’incubazione, ci si sarebbe attesi che per la Fase 2, dove la prevenzione e l’igiene saranno fondamentali, la Regione mostrasse attenzione a tali settori d’intervento.

Al contrario, nessuna intenzione in tal senso è stata dimostrata e questo accresce le preoccupazioni di una riapertura incondizionata mentre ancora i contagi sono migliaia e ogni giorno in Lombardia si registrano circa 200 decessi.

Inoltre desta preoccupazione la situazione a Milano, dove la Regione continua a sostenere ci siano 16.000 malati, escludendo dal calcolo quelli che sono a casa e nelle Rsa, che raddoppierebbero la cifra.

L’inconsistenza del piano per la Fase 2 ha scatenato anche l’ira della sezione lombarda della Fimmg, la Federazione Italiana Medici di Medicina Generale che ha emesso un duro comunicato in cui denuncia l’insipienza della giunta regionale.

Infine, la questione dei test sierologici, sui quali la Regione conta molto, ma su cui esiste la più grande confusione. Tali test, sulla cui attendibilità gli scienziati continuano a nutrire fondate perplessità, dovrebbero partire nei prossimi giorni, ma non è ancora chiaro esattamente in quali città e in quali settori della popolazione.

L’ipotesi più probabile è che siano scelte alcune tra le aree che hanno subito precocemente e in modo più duro l’impatto dell’epidemia, ma nella questione saranno coinvolti anche i comuni, quindi ci potranno essere dei cambiamenti.

Per esempio, il sindaco di Brescia, Del Bono, ha proposto i dipendenti del suo comune come campione per i test, mentre il milanese Sala lo ha proposto per i ferrotranvieri dell’Azienda Municipale dei Trasporti. Avendo ricevuto un diniego, sembra che farà da sé, in accordo con l’Università Statale.

Insomma, caos sugli obiettivi dei test, mancanza di coordinamento e collaborazione tra istituzioni al di là, forse, della sola cosa chiara; servirsi dei test per selezionare manipoli di lavoratori che possano andare in fabbrica senza rischio. Cosa tra l’altro per nulla certa, secondo i medici.

Infine, resta il dubbio su come i pazienti che devono sottoporsi al test sierologico e su come arriveranno nei laboratori, dato che i positivi potrebbero usare i mezzi pubblici, diffondendo il contagio ed in seguito portarlo nei laboratori stessi.

Nel caos totale, si è introdotta la singolare iniziativa della sezione di Fratelli d’Italia di Ghedi (BS) che il 24 e 25 aprile (e ti pareva...) proporrà il test sierologico a tutti coloro che lo desiderano: è sufficiente registrarsi presso la sezione e pagare la somma di 45 euro a persona. Insomma, un’anticipazione della speculazione privata che già s’annuncia sui test sierologici, sfruttando le legittime ansie dei cittadini lasciati soli di fronte all’epidemia.

Un ultimo problema che la regione Lombardia sembra ignorare è quello dei trasporti pubblici. La Lombardia è una regione ad alto tasso di pendolarismo e la riapertura di tutte le attività comporterà un forte aumento della mobilità, gestita dalla Regione per tutte le tratte non di pertinenza comunale.

Non è noto quali provvedimenti Fontana intenda assumere per evitare che ogni carrozza di Trenord o dei bus regionali diventi un potenziale microfocolaio.

Per il bene di tutti, via questa giunta e commissariamento della regione Lombardia!

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21/04/2020

Mascherine, tamponi, esami sierologici. Perché mancano

Niente dovrà essere come prima... Almeno nella sanità. Mi riferisco in particolare al complesso industriale farmaceutico, alla ricerca e agli appalti medicali.

L’epidemia virale ha messo in evidenza la fragilità o meglio l’inconsistenza di tale settore. Le politiche di deindustrializzazione realizzate dai governi di centrosinistra prima e quelle di austerità dei governi da Monti fino ai giorni nostri ci hanno portato a un risultato sotto gli occhi di tutti: non esiste più una industria nazionale del settore che possa essere eventualmente convertita e piegata alle necessità di momenti di gravità eccezionale, rappresentati in questo caso dall’epidemia virale.

Il “buco” più evidente è la questione delle mascherine. Non se ne trovano e quando si trovano costano troppo – dovrebbero essere gratuite, se sono obbligatorie – in gran parte non sono a norma, (le NK95 sono un sogno) e soprattutto non vengono riforniti gli operatori a diretto contatto con pazienti virus positivi.

Ma la questione centrale è rappresentata dai tamponi. L’esperienza cinese ci ha insegnato che è stata l’arma vincente per contenere la diffusione del virus, almeno dal punto di vista medico-epidemiologico. Più se ne fanno maggiore è la mappatura della diffusione del virus che si ottiene e maggiore è la possibilità di contenimento dell’infezione.

Senza guardare alla Cina, l‘evidenza più eclatante in Europa è la Germania, dove sono stati eseguiti ben 4.000.000 di tamponi. Il risultato è stato un minor numero di contagi e di deceduti e una maggiore possibilità di intervento nelle regioni a rischio.

Sorge spontanea allora una domanda: perché in Italia non è stato possibile?

La risposta è che la Germania detiene il monopolio degli apparati medicali in Europa e ha una delle più grandi industrie farmaceutiche nel mondo.

Come è riuscita a ottenere questo primato? Ha imposto politiche di austerità nella UE a suo favore, rendendo di fatto dipendenti tutti gli stati in particolare quelli mediterranei, ovviamente Italia compresa.

Il problema dei tamponi non è tanto nel prelievo in sé, già usato ampiamente nella medicina forense (siamo invasi da serial televisivi in merito) quanto dall’apparato attraverso cui giungere per avere risultati in merito: diffusione e numero di laboratori dedicati, personale specializzato, finanziamenti importanti.

In Italia tutto questo esiste, quando esiste, si trova nelle “eccellenze”soprattutto al nord.

Qualche parola, infine, sugli esami sierologici per individuare chi ha espresso “immunità” al virus.

Al momento attuale quello sierologico è un test inattendibile (OMS dixit): come affermano gli esperti non ha sensibilità e specificità attendibili.

Questo per varie ragioni: metodica non ancora debitamente affinata, possibilità di falsi negativi... in pratica tale test non è in grado di dare risposte esatte sull’andamento anticorpale del virus.

Gli studi proseguono andando a ricercare comunità che inconsapevolmente hanno sviluppato una reazione anticorpale adeguata.

Per concludere, non siamo neanche certi che chi ha gli anticorpi possa non reinfettarsi, poiché in Cina esistono già casi di reinfezione.

Questo fatto è probabilmente legato alle varie mutazioni a cui è soggetto il virus. In merito alla corsa dei vari laboratori privati a proporre kit di individuazione anticorpale cioè è puramente speculativo sul piano ecomico-politico visto il costo privato della prestazione.

Sul piano scientifico l’unica possibilità di sconfiggere il virus è la vaccinazione che però è di là da venire.

Rispettando naturalmente le priorità – intesi come i brevetti – delle industrie farmaceutiche mondiali.

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