Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/01/2025

SpaceX cancella la Nasa

Dalle eroiche esplorazioni spaziali all’uso commerciale (e militare) dello spazio. Musk sostiene che i diecimila dipendenti della sua SpaceX possono umiliare concorrenti venti volte più grandi come Boeing o Lockheed, i tradizionali fornitori della Nasa. I razzi riutilizzabili e le navette di SpaceX richiedono costi e tempi di sviluppo inferiori a quelli dei concorrenti. Come scrive su Limes l’analista Marcello Spagnulo, possibile che il prossimo allunaggio punti sulla navetta Starship di Musk rottamando vecchi giganti del complesso militare industriale Usa. Operazione non solo tecnica. Lo ‘Stargate’ di Trump.

‘Stella Elon’, costellazione Trump, destra intergalattica

«È nata una stella, Elon!’: così il neoeletto presidente Donald Trump nel suo primo discorso a urne chiuse». E l’accoppiata fa paura anche nei cieli, intesi come ‘Spazio’, senza scomodare il padreterno. «E se il patron di Tesla pare destinato a rifulgere come Sirio – scrive Marcello Spagnulo su Limes – un asteroide sta per abbattersi sull’agenzia spaziale più famosa al mondo». Anche la Nasa bersaglio, come le democrazie britannica e tedesca, in attesa di ‘trumpini locali’ da portare al potere nell’Universo Elon.

La Stazione spaziale internazionale, ISS

Il più impegnativo e costoso manufatto dell’umanità al di fuori del pianeta Terra. Lo è dal punto di vista ingegneristico per le dimensioni e per l’ambiente extraterrestre cui è sottoposto. Ma lo è anche dal punto di vista politico, perché frutto di una collaborazione internazionale tra americani, russi, europei, canadesi e giapponesi. Grido d’orgoglio, forse uno degli ultimi, della Nasa, l’Agenzia aerospaziale americana, l’unica al mondo ad aver inviato esseri umani sulla Luna. Oggi il simbolo ancora tangibile della sua primazia è proprio la ISS.

Space Shuttle e una nuvola di dollari

Ci sono voluti oltre cento miliardi di dollari e 37 missioni dello Space Shuttle per assemblare la Stazione spaziale in orbita a 400 chilometri di altezza da terra. La Nasa spende tre miliardi di dollari all’anno per mantenerla operativa ma dopo più di due decenni per aria, la stazione accusa gli acciacchi dell’età e dal 2019 una piccola fuga di ossigeno. Mentre la guerra in Ucraina ha incrinato la collaborazione Usa con Mosca, partner fondamentale della ISS, anche se non tale da mettere in pericolo gli astronauti che condividono la vita a bordo.

ISS in pensione nel 2030

Acciacchi pericolosi, e la Nasa ha deciso di mandare l’ISS in pensione nel 2030, ma anche la sua fine non sarà cosa tecnica da poco. Sarà riportata nell’atmosfera terrestre da uno speciale rimorchiatore spaziale, che la condurrà a frantumarsi in mille pezzi sopra il ‘Point Nemo’ – dal nome del capitano di Ventimila leghe sotto i mari – Pacifico meridionale, a oltre 1.500 miglia da ogni terra più vicina. E chi condurrà la gloriosa ISS alla scomparsa? SpaceX di Elon Musk, con un contratto da 850 milioni di dollari per il rimorchiatore spaziale da demolizione di ogni residua concorrenza.

Definitiva privatizzazione dello Spazio

«Una immagine fortemente simbolica – sottolinea Marcello Spagnulo  – quella del fondatore di SpaceX che accompagna verso il cimitero oceanico l’ultimo gioiello cosmico della Nasa». La definitiva «privatizzazione dello Spazio». E sarà l’imprenditore più ricco del mondo, astro nascente dell’amministrazione Trump, appena nominata al vertice del ‘Doge’ – dipartimento per l’Efficienza governativa – a fare le pulci economiche agli enti federali come la stessa Nasa.

Lottizzazione anche degli astronauti

Da subito via la ‘vecchia Nasa’: al posto di Bill Nelson, democratico ed ex astronauta, arriva Jared Isaacman, finanziatore di SpaceX (due voli a pagamento nello Spazio a bordo dell’astronave Dragon). Gigantesco conflitto d’interesse per SpaceX che ha un suo finanziatore a capo della Nasa. Ma questi sono gli Usa dell’era Trump-Musk. «Elon, fai partire quelle navi spaziali, perché vogliamo raggiungere Marte prima della fine del mio mandato!», ha detto più volte Trump durante la campagna elettorale. Un’accelerazione elettorale estranea alle procedure rigorose Nasa.

Government Accountability Office

Il programma lunare Artemis, che mezzo secolo dopo Neil Armstrong dovrebbe riportare gli americani sulla Luna, ha problemi. Artemis è in ritardo di anni, ha sforato di miliardi il budget previsto e sinora nessun astronauta è decollato da Cape Kennedy per la Luna. Elemento chiave del programma Artemis è il Gateway, una stazione spaziale che orbiterà intorno alla Luna. Costa cinque miliardi e un miliardo di manutenzione annuale. Partecipa anche l’Agenzia spaziale europea (Esa), tra cui l’Italia, che sta realizzando dei moduli che attraccheranno alla stazione. Ma anche qui, problema di costi.

Ricerca scientifica e planetaria

Il Jet Propulsion Laboratory di Pasadena, licenzia il 5% della forza lavoro per le cancellazioni della missione su Venere, il rover lunare Viper e il telescopio Neo Surveyor per la ricerca di asteroidi. Anche il programma Mars Sample Return per la raccolta e l’invio sulla Terra di campioni di suolo marziano è nella spirale dei ritardi e degli extracosti. Michael Griffin, ex amministratore Nasa e poi sottosegretario al Pentagono per la Ricerca, repubblicano: «Artemis è eccessivamente complesso, ha un prezzo irrealistico, ed è altamente improbabile che venga completato in modo tempestivo».

Tutto SpaceX e Musk al governo

Di fatto il governo americano si affida già a SpaceX per trasportare gli astronauti sulla ISS, per fornire la connessione satellitare alle Forze armate statunitensi e a quelle ucraine (presto anche a quelle italiane), e per un veicolo d'atterraggio lunare. Negli ultimi dieci anni la società di Musk ha avuto contratti governativi per circa 15 miliardi di dollari. E l’amministrazione Trump aumenterà questa co-dipendenza, inserendo il suo fondatore all’interno della governance statunitense. La Nasa governativa utilizza aziende private ma le comandava: oggi Trump vuole privatizzare le scelte sul futuro dei voli spaziali americani.

Deregulation selvaggia

Musk sul Wall Street Journal espone il piano «di riduzioni strutturali nel governo federale». Il Washington Post, di Jeff Bezos, rivale di Musk e anche lui impegnato nella corsa spaziale, pubblica un articolo sul neo capo della potente Federal Communications Commission, Brendan Carr, apertamente sostenitore di SpaceX. Nell’incarico, il potere di decidere sulle richieste di aumentare il numero di satelliti Starlink, con Musk che ne vorrebbe 30 mila in aggiunta ai 12 mila già approvati, e abbassare le loro orbite a poco più di 300 km di altezza da terra.

Non sono solo problemi americani

Non passerà molto tempo che anche i paesi europei riceveranno da SpaceX domande per costruire torri e rampe di decollo e atterraggio delle Starship. Mario Draghi, nel suo rapporto sulla competitività europea, diagnostica una lenta agonia se non si agisce subito spendendo 800 miliardi di euro all’anno in investimenti aggiuntivi. Un intero capitolo è dedicato allo Spazio, «settore all’avanguardia nell’innovazione tecnologica e che contribuisce ai progressi più avanzati, alla resilienza e alla sicurezza delle società moderne, sia direttamente che attraverso le ricadute».

Troppa burocrazia anche europea

Complessità del processo decisionale e troppe istituzioni: l’Esa (22 Stati), mentre la Commissione di Bruxelles (tutti i 27 Stati) ha creato l’agenzia Euspa (Eu Agency for the Space Programme) della direzione Difesa e Spazio. Infine, le agenzie nazionali degli Stati, ognuna con un ministero della Difesa che considera strategico lo Spazio ma esita – eufemismo – a collaborare con gli altri. Proposta Draghi: tagliare vincoli ‘in un contesto normativo di mercato unico’. Meno fronzoli e regole semplici ed uguali per tutti. Ma voi ci credete?

Piccola Europa tecnologica

Le due più grandi aziende spaziali europee in sofferenza. Airbus Defence and Space, franco-tedesco-spagnola, annuncia 2.500 esuberi, mentre alla franco-italiana Thales Alenia Space, ‘ristrutturazione’ dei siti francesi e belgi. Monito da ciò che sta accadendo nel settore dell’automobile dove operatori cinesi e statunitensi hanno innovato producendo nuovi veicoli ibridi ed elettrici che stanno sconvolgendo il mercato con crisi delle case automobilistiche tedesche, francesi e italiane che per decenni avevano dominato il mercato.

Iris europeo contro Starlink

Le due aziende spaziali stanno discutendo di una possibile fusione con un probabile restringimento del ‘perimetro occupazionale’. Il progetto ‘Iris -Infrastructure Resilience, Interconnectivity and Security by Satellite’– concorrente europeo di Starlink 25 – cioè una costellazione europea da trecento satelliti per le comunicazioni sicure da lanciare in orbita entro questo decennio. L’iniziativa costerebbe tra i sei e i dodici miliardi di euro ma, con tutta probabilità, diventerà operativa quando i satelliti di Elon Musk saranno verosimilmente già dodicimila. Iris potrà competere sul mercato?

Dall’esplorazione allo sfruttamento

Ciò che sembra mancare all’Europa non è solo una strategia sullo spazio, ma soprattutto un ente federatore in grado di attuarla. Mentre il resto del mondo va avanti. La Cina ha una sua stazione in orbita terrestre bassa, punta a inviare astronauti sulla Luna nel decennio, stimola la crescita di aziende commerciali con finanziamenti di capitali privati e sviluppano innovativi sistemi spaziali. Ed è stata aperta alle compagnie private la base di lancio di Hainan, sinora appannaggio delle missioni governative, per ospitare diversi tipi di razzi.

Astronave indiana e arabi coi sino-russi per la luna

L’India sta costruendo una sua astronave per lanciarla entro un paio d’anni. L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi investono sia in Artemis Usa, sia nel programma lunare sino-russo. Il Giappone spenderà più di due miliardi per una sua rete satellitare militare di comunicazioni. La Corea del Sud dispone di tecnologia missilistica spaziale anti Kim. In questo contesto è strategia vincente per l’Europa inseguire Starlink con dieci anni di ritardo? L’Italia, terzo contributore all’Esa e seconda realtà manifatturiera, ha di fronte rischi ma anche opportunità. Od opportunità rischiose.

Italia e innovazione tecnologica industriale

La nostra industria ha realizzato la metà dei moduli abitati della Iss e l’unica struttura vetrata da cui gli astronauti fotografano la Terra. Da quindici anni produce i cargo Cygnus che riforniscono la Stazione spaziale. In Europa queste capacità industriali esistono solo nel nostro paese. Resta il fatto che per la maggior parte dei decisori politici un progetto spaziale, l’idea di autonomia tecnologica e strategica europea può apparire velleitario e irrealistico. Ma li non c’è ballo solo la competitività del continente, ma quello della rilevanza geopolitica nei prossimi anni.

Stargate il progetto di Trump 2

100 miliardi di dollari di investimento per far muovere 500 miliardi in quattro anni nel settore dell’intelligenza artificiale, in una alleanza tra istituzioni e grandi multinazionali del tech. E non solo con i chiacchierati Elon Musk, Jeff Bezos e Mark Zuckerberg. «Trump, non vuole dipendere da un solo leader tecnologico ma lasciarli ‘sbranare’ tra loro» avverte qualcuno. Elon Musk è avvertito. Militarizzare l’industria tecnologica come risposta alla corsa degli investimenti cinesi. E la nostra Europa? Ad ascoltare Ursula von der Leyen a Davos, sembrava un aggiornamento della favola di Cappuccetto rosso e del lupo cattivo.

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30/08/2020

Soldi e interessi militari NATO per i test sierologici COVID-19 in Italia

Due milioni di test sierologici su base volontaria per il personale docente e amministrativo di tutte le scuole d’Italia. Uno screening di massa senza precedenti nella storia che il governo Conte-Azzolina-Speranza ritiene necessario per “contrastare e contenere l’emergenza COVID-19” ma che solleva perplessità nel mondo scientifico e tra gli stessi operatori scolastici per la non comprovata attendibilità delle indagini e l’incerta protezione dei dati personali sensibili che saranno raccolti e sistematizzati.

"L’esecuzione dei test sierologici è stata demandata ai medici generici e ai laboratori delle aziende sanitarie locali. I dati relativi al loro esito sono trasmessi ai Dipartimenti di prevenzione delle ASL che li comunicano poi alla Regione di appartenenza, la quale – a sua volta – li trasmette in forma aggregata all’Istituto Superiore di Sanità (ISS)”, si legge nell’apposita circolare del Ministero della Salute del 7 agosto 2020. Una procedura complessa e con molteplici attori in campo che rende possibile l’accesso ad una straordinaria mole di dati scientifici e statistici da parte di soggetti terzi con fini e interessi economici (transnazionali e industrie farmaceutiche) o, peggio ancora, militari.

Non farà certo piacere al personale scolastico venire a conoscenza che proprio l’Istituto Superiore di Sanità sta realizzando in questi mesi un progetto di sviluppo dei kit diagnostici rapidi per il dosaggio di anticorpi e antigeni specifici del coronavirus nei fluidi biologici, con un finanziamento dell’agenzia Science for Peace and Security della NATO, l’onnipotente organizzazione militare internazionale del Nord Atlantico. Anche questo progetto, secondo l’ISS, punta a “contribuire a limitare la diffusione della SARS-CoV-2 fornendo nuovi strumenti per la diagnosi rapida che possono essere utilizzati in contesti su larga scala, grazie ad un approccio multidisciplinare con esperti del settore dell’immunologia, della virologia e della biologia molecolare”. Alla sua realizzazione collaborano l’equipe di medici del Policlinico Universitario di Tor Vergata diretto dal prof. Massimo Andreoni e il gruppo di ricerca del prof. Gennaro De Libero dell’ospedale universitario di Basilea (Svizzera).

A coordinare il progetto ISS-NATO è stato chiamato il responsabile del reparto d’immunologia dell’Istituto di Sanità, Roberto Nisini, dal 1984 al 1997 ricercatore militare dell’Aeronautica italiana e dal febbraio 2020 responsabile scientifico del programma Real Biodefence per la realizzazione di “vaccini a mRNA inserito in liposomi asimmetrici nella difesa da agenti biologici”. Quest’ultimo progetto è stato avviato grazie a un accordo di collaborazione tra l’ISS e il Ministero della Difesa; approvato dal consiglio d’amministrazione dell’ISS il 19 novembre 2019, avrà una durata di 12 mesi e la spesa di 65.670 euro.

“I fluidi biologici analizzati per i test diagnostici saranno il sangue ma anche la saliva e le secrezioni naso-faringee da tampone e il risultato si potrà conoscere in un lasso di tempo variabile da pochi minuti a un’ora”, ha spiegato il dottor Roberto Nisiti il 5 maggio 2020 presentando il progetto dei kit diagnostici finanziato dalla NATO. “Il test sarà strumentale per lo screening iniziale in un triage o in una comunità. I kit diagnostici consentiranno un rilevamento più rapido dei SARS-CoV-2 rilasciati nei fluidi corporei umani nell’ambiente e l’identificazione sensibile della risposta immunitaria agli antigeni strutturali. Gli aspetti innovativi di questo progetto includono la possibilità di rilevare e misurare sia le immunoglobuline umane G (IgG), A (IgA) e M (IgM) specifiche per componenti strutturali del SARS-CoV-2 nel siero, che gli antigeni virali nei biofluidi”.

Sempre secondo i ricercatori dell’ISS, saranno prodotte proteine strutturali ricombinanti codificate e anticorpi monoclonali (mAb) specificamente in grado di riconoscere queste proteine. “La procedura di immunizzazione che verrà utilizzata per generare anticorpi monoclonali fornirà anche un modello preclinico di immunogenicità di un vaccino anti-COVID-19”, ha aggiunto Nisiti. “L’identificazione di anticorpi anti-virus potrebbe rappresentare un primo passo nello sviluppo di immuno-terapie basate sulla somministrazione di anticorpi per il trattamento di pazienti infetti”.

“Il progetto che abbiamo lanciato nell’ambito dello Science for Peace and Security Programme della NATO è un esempio eccellente degli sforzi di ricerca globale della comunità per combattere il COVID-19”, ha dichiarato Antonio Missiroli, vicesegretario dell’Alleanza Atlantica con delega per le sfide delle emergenze alla sicurezza. “Esso rafforza anche l’impegno della NATO per la resilienza e la preparazione civile delle nazioni alleate e partner in tempi di crisi. Anche se i risultati attesi da questo progetto sono estremamente rilevanti per l’odierna situazione mondiale, noi attendiamo con ansia l’impatto che esso avrà a lungo termine in vista di una risposta internazionale contro i virus e i patogeni che si generano in natura o contro quelli creati dall’uomo”.

Anche Philippe Brandt, ambasciatore svizzero in Belgio e capo missione della confederazione elvetica presso il Comando supremo della NATO ha enfatizzato il nuovo progetto di ricerca ISS-NATO. “Per la Svizzera essere associata al Programma Partnership for Peace significa poter condividere le capacità per migliorare la sicurezza in un ambito multilaterale”, ha dichiarato il diplomatico. “Con alcune università di massimo livello, centri scientifici e una forte relazione tra il settore privato e la ricerca, la Svizzera è ben posizionata per partecipare agli sforzi della comunità internazionale per combattere il COVID-19”. Come dire la privatizzazione della ricerca accademica a fini militari.

Lo Science for Peace and Security Programme è uno dei più importanti programmi di partenariato della NATO a supporto della ricerca scientifica per “affrontare le sfide della sicurezza del 21° secolo”, in particolare nei settori della cyber defence, delle tecnologie avanzate, dell’antiterrorismo, della sicurezza energetica e della “difesa contro agenti chimici, biologici, radiologici e nucleari”. Il programma SPS sovvenziona progetti pluriennali, seminari di ricerca, corsi di formazione e istituti di studio avanzati, reti di esperti internazionali e scambi di competenze e know-how tra le comunità scientifiche della NATO e dei paesi partner.

Dopo lo scoppio della pandemia da coronavirus, buona parte dei fondi e degli interventi sono stati indirizzati alla ricerca sul COVID-19, con finalità dichiaratamente di ordine strategico-militare. “Abbiamo ricevuto dalla comunità scientifica oltre 40 proposte di studio per individuare le risposte che devono essere assunte contro questa nuova emergenza”, riporta l’ufficio stampa della NATO in un comunicato del 10 luglio scorso. “Si sta investigando per avere una migliore conoscenza sulla disinformazione che circola sulla pandemia e su come contrastarla; su come assicurare le migliori condizioni sanitarie alle forze armate in caso di pandemia; su come rafforzare l’uso della tecnologia per addestrare i leader militari durante gli interventi in pandemia; sulle lezioni apprese dal COVID-19 per i sistemi di difesa nazionali; sulla dimensione etica del supporto militare alle attività sanitarie in pandemia”.

Sarebbero oltre 6.000 gli scienziati coinvolti dall’Alleanza Atlantica nei programmi sul coronavirus, a cui si aggiungono pure i ricercatori del Centre for Maritime Research and Experimentation (CMRE) di La Spezia, centro d’eccellenza NATO per la realizzazione e sperimentazione di nuovi sistemi d’arma navali e subacquei.

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28/05/2020

Già iniziata la campagna di delegittimazione dell’ISS

L’attacco di Libero nei confronti dell’Istituto Superiore di Sanità (e Il Giornale gli è andato subito dietro, ndr) è una dimostrazione del livello di barbarie che caratterizza lo scontro politico di questi tempi.

Oltre ad essere del tutto infondato, l’articolo che accusa di assenteismo i lavoratori dell’ISS è palesemente strumentale allo scontro che si sta realizzando intorno alla gestione dell’epidemia nella regione Lombardia.

Non a caso si tira dentro l’Istituto Superiore di Sanità che ha avuto il merito di indicare la strada giusta per contenere l’epidemia e consentire oggi al Paese di respirare e guardare con cauto ottimismo al domani.

Forse il quotidiano Libero sta dalla parte di coloro che durante l’epidemia minimizzavano gli effetti del Covid-19 (è come l’influenza), criticavano la politica del lockdown reclamando aperture, teorizzavano la scelta dell’immunità di gregge.

Oggi difendono il sistema sanitario regionalizzato che è stata una delle cause di maggiore difficoltà, soprattutto inizialmente, nel contrasto all’epidemia. Ed in particolare la sanità lombarda che si è mostrata del tutto inadeguata a fronteggiare l’emergenza perché vittima negli anni di tagli e privatizzazioni e solo grazie alla grandissima professionalità dei medici, degli infermieri e degli operatori sanitari è riuscita a limitare la catastrofe.

L’ISS ha praticato quello che ha chiesto al resto del Paese, ha semplicemente applicato le giuste misure di contenimento previste dai provvedimenti del Governo, mantenendo un’operatività contro l’epidemia h24 sette giorni su sette, mettendo al servizio del Paese le sue competenze e la professionalità ed il senso del sacrificio dei suoi dipendenti.

Come USB ci siamo sempre battuti per un Servizio Sanitario Nazionale centralizzato universalistico e solidale, i fatti dimostrano che avevamo ragione. Mai come oggi forse si comprende meglio l’importanza della Ricerca Pubblica e il suo rapporto con la committenza sociale che USB ha sempre rivendicato a fronte di una ricerca privata che anche su questa pandemia lavora esclusivamente per il profitto.

Riteniamo come lavoratori dell’ISS di aver contribuito a limitare i danni che avrebbe potuto causare la pandemia calata su un Paese il cui Servizio Sanitario Nazionale è stato ridotto ai minimi termini dalle politiche neo liberiste cui nessun governo si è sottratto.

Chissà se il quotidiano Libero può dire altrettanto.

Fonte

04/04/2020

“Distanziamento” contro il Covid-19. Qual’è la misura giusta?

Qual è davvero la distanza di sicurezza tra le persone per non contagiarsi con il coronavirus?
Gli scienziati non sono concordi e continuamente vengono proposte “evidenze” che sono però recepite da altri. In questo caso, va da sé, l’incertezza degli scienziati diventa occasione per imprenditori rapaci e politici complici per cercare di “sveltire le procedure” di “ritorno alla normalità produttiva” – peraltro non molto intaccata, in particolare dal governo italiano – e quindi, obiettivamente, far risalire la curva dei contagi, dei morti e la durata dell’emergenza sanitaria.

Con ovvie e gravi ricadute sugli stessi tempi d’uscita dall’emergenza economica. Ma si sa, gli avidi non sempre sono buoni amministratori...

Bisogna però dire che questa incertezza sta virando, con il passare delle settimane, verso l’individuazione di un range più ampio di quello fin qui indicato.

Secondo l’infettivologo David Heymann, presidente di un gruppo di consulenti dell’Oms, per esempio, «L’Oms sta riaprendo la discussione esaminando le nuove prove per vedere se dovrebbe esserci un cambiamento nel modo in cui consiglia l’uso delle mascherine». Perché secondo alcuni studi il coronavirus viaggia nell’aria a distanze più ampie di quelle valutate finora.

Attualmente l’Oms raccomanda una distanza minima di almeno un metro e sottolinea che i malati o le persone che mostrano i sintomi della malattia dovrebbero indossare le mascherine. Il nuovo studio indica che le goccioline emesse con un colpo di tosse o uno starnuto possono raggiungere rispettivamente fino a sei e otto metri di distanza.

Se questi dati verranno confermati, ha commentato Heymann, «è possibile che indossare una mascherina sia altrettanto efficace o più efficace della distanza» interpersonale.

Silvio Brusaferro, presidente dell’Iss, ormai volto noto per l’abituale presenza alla “conferenza stampa delle 18”, ha precisato che «In questo momento non abbiamo evidenze per dire che il virus circola nell’aria. I dati che abbiamo a livello epidemiologico internazionale ci dicono che le principali vie di trasmissione del virus largamente responsabili della sua trasmissione sono quelle per ‘droplet’ (goccioline) e quelle per contatto. Il contagio per via aerogena era stato ipotizzato e dimostrato in alcuni contesti particolari e in presenza di alcune procedure soprattutto in ambito sanitario. Dai dati della letteratura scientifica finora sappiamo dunque che queste due sono le principali modalità di trasmissione, poi valuteremo man mano che arriveranno nuovi dati».

Ma anche in Italia numerosi medici del lavoro – preoccupati per le condizioni in cui sono costretti a muoversi i lavoratori in molte aziende – mettono in discussione le “distanze di sicurezza” fin qui indicate dall’Iss.

A voi il documento che indica in dettaglio le loro osservazioni.

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La protezione respiratoria contro il virus Ssars- CoV-2

Premessa

Gli autori di questo testo sono medici ed igienisti del lavoro ben coscienti che l’approvvigionamento di DPI sia molto difficile e che rappresenti sicuramente un aspetto molto critico in questa emergenza.

Tuttavia ritengono opportuno fare alcune precisazioni che riguardano soprattutto il personale impegnato nelle strutture sanitarie ad ogni livello e la protezione della popolazione generale. Queste precisazioni hanno per oggetto unicamente le maschere di protezione respiratoria, argomento alquanto dibattuto oggigiorno e che riveste aspetti sicuramente prioritari, ma si tiene a ricordare che la protezione respiratoria rappresenta soltanto una parte della prevenzione dal contagio, che si attua mediante l’informazione, la formazione, altri dispositivi di protezione individuale e collettiva e l’ottemperanza di corrette procedure di lavoro.

I dati sui contagi e sui decessi del personale sanitario impegnato in prima persona nei luoghi di soccorso e di cura non sono altro che un tragico effetto della mancata attuazione di corrette misure di prevenzione.

Il virus e la sua trasmissione

I Coronavirus sono una vasta famiglia di virus noti per causare malattie che vanno dal comune raffreddore a malattie più gravi come la Sindrome respiratoria mediorientale (MERS) e la Sindrome respiratoria acuta grave (SARS). I Coronavirus sono stati identificati a metà degli anni ’60 e sono noti per infettare l’uomo.

I Coronavirus hanno morfologia rotondeggiante e dimensioni di 100-150 nanometri di diametro (circa 600 volte più piccolo del diametro di un capello umano!).

La trasmissione da un individuo ad un altro avviene attraverso micro goccioline (droplets e aerosols) che emaniamo durante la normale respirazione e parlando, ma che si moltiplicano nei colpi di tosse o con gli starnuti.

Per quanto tempo resta attivo un virus una volta espulso da una persona?

Una volta espulso dall’organismo il virus, se contenuto in aerosols, può rimanere sospeso per un tempo che può variare in funzione della dimensione delle particelle liquide o solide alle quali può essere adeso. Depositato su diverse tipologie di superfici ha una attività variabile a seconda del materiale che incontra, ma la durata della sua virulenza è ancora in fase di studio.

I vari studi che si sono susseguiti di recente hanno dimostrato al momento che il virus è in grado di permanere e sopravvivere sulle superfici sulle quali può depositarsi pertanto oggetti contaminati possono veicolare i virus per contatto. Il rischio di trasmissione diminuisce al passare delle ore, ma non si annulla completamente se non dopo qualche giorno.

La prevenzione dal contagio mediante maschere respiratorie

Le maschere protettive sono dei filtri che ostacolano le particelle presenti nell’aria prima di penetrare nell’apparato respiratorio. I filtri sono permeabili perché ovviamente devono consentire il passaggio dell’aria e sono realizzati con porosità diversa a seconda delle dimensioni delle particelle che devono trattenere. Tuttavia la trama dei filtri fa percorrere alle particelle un percorso tortuoso e la maggior parte di queste resta intrappolata non raggiungendo la bocca o le narici.

Riguardo alla protezione da questo coronavirus (SARS-CoV-2) il fatto che questi siano veicolati da micro goccioline rappresenta un vantaggio perché molti tessuti sono in grado di intrappolare l’acqua. Tutti conoscono il cotone chiamato “idrofilo” cioè affine all’acqua e la capacità dei tessuti di assorbire liquidi a base acquosa.

I dispositivi per la protezione respiratoria sono sostanzialmente costituiti dalle mascherine chirurgiche e dai respiratori con facciale filtrante (FFP 2,3). Le prime sono definibili come “presidi medici” ma non possono essere considerate “Dispositivi di Protezione Individuale” – (DPI) – come invece sono definiti i “respiratori con facciale filtrante”; come vedremo è una differenza sostanziale.

Le maschere respiratorie non possono essere utilizzate indiscriminatamente per la difesa da qualsiasi agente inquinante. Per la protezione dal SARS Covid 2 è necessario distinguere la protezione “passiva” da quella “attiva”.

Per protezione passiva si intende quella di cui ha necessità un individuo sano per difendersi dal contagio.

Per protezione attiva si intende quella che va applicata agli individui in grado di contagiare altri.

Le maschere (DPI) per le vie respiratorie sono sostanzialmente di quattro tipologie:

FFP 3 = Facciale filtrante di categoria P 3, con valvola di esalazione. Porosità 23 nanometri (circa un quinto inferiore di quella del virus) garantisce una buona protezione passiva ma inefficace per una protezione attiva perché dalla valvola di esalazione esce l’aria espirata senza alcuna filtrazione. È più tollerata da chi la indossa perché la valvola di esalazione rende meno faticosa l’espirazione.

FFP 3 = Facciale filtrante di categoria P 3, senza valvola di esalazione. Porosità 23 nanometri (circa un quinto di quella del virus) garantisce sia una buona protezione passiva che attiva. È meno tollerata da chi la indossa in quanto l’umidità dell’aria in espirazione riduce la porosità rendendo più faticosa l’espirazione stessa e quindi necessita di una sostituzione più frequente.

FFP 2 = Facciale filtrante di categoria P 2 con valvola di esalazione. Porosità 300 nanometri (circa 3 volte superiore a quella del virus). Non garantisce una completa protezione passiva dal virus e nessuna protezione attiva per la presenza della valvola di esalazione.

FFP 2 = Facciale filtrante di categoria P 2 senza valvola di esalazione. Porosità 300 nanometri (circa 3 volte superiore a quella del virus). Non garantisce una completa protezione passiva dal virus mentre garantisce una buona protezione attiva.

Mascherine chirurgiche

Le mascherine chirurgiche garantiscono una protezione passiva dal virus molto bassa per l’impossibilità di aderire perfettamente al volto ed inoltre perché quelle di scarsa qualità (prive di multistrato) hanno una porosità troppo elevata. Se di buona qualità e ben indossate potrebbero garantire invece una discreta protezione attiva per i soggetti contagiati o sospetti. Non sono adatte ad una protezione passiva di operatori di sanità che operano in reparti a rischio elevato di contagio. Indipendentemente dalla porosità e dall’efficienza dei filtri le maschere facciali filtranti (FFP2 e FFP3) presentano il problema dell’adesione al volto e se non ben strette mediante gli elastici o mal posizionate o con lo stringinaso non ben adattato, lasciano spazi vuoti da dove l’aria può passare senza attraversare il filtro rendendo praticamente inutile il dispositivo.

Quindi risulta determinante indossare correttamente la maschera evitando nella maniera più assoluta gli eventuali spazi tra il bordo ed il volto.

NB. È opportuno che gli uomini rinuncino a tenere la barba lunga durante questo periodo perchè un volto ben rasato consente una migliore adesione della maschera.

Sono altresì da evitare nella maniera più assoluta spostamenti temporanei della maschera sotto il mento, sul collo o sulla testa e non soltanto perché le vie aeree risulteranno non protette, ma perché lo spostamento può causare il contatto tra l’esterno della maschera, le labbra, il naso ed il volto consentendo un facile ingresso dei virus.

L’efficacia delle mascherine chirurgiche, come delle maschere FFP2 o FFP3, è condizionata dalla corretta modalità con la quale sono indossate, seguendo scrupolosamente le istruzioni.

Quale maschera e per chi?

Per gli addetti ai lavori

Gli operatori sanitari che frequentano ambienti ospedalieri o mezzi di soccorso e che risultano negativi al tampone devono indossare esclusivamente mascherine FFP3 con valvola di esalazione.

Il personale sanitario che ha avuto contatti diretti non protetti con persone già contagiate o con pazienti affetti da COVID-19 deve indossare maschere FFP3 senza valvola di esalazione.

Quanto sopra vale anche per il personale addetto alla assistenza di pazienti COVID-19 in ambienti extra-ospedalieri.

Per tutti coloro che si relazionano con il pubblico (forze dell’ordine, gestori di esercizi commerciali e commessi, autisti di mezzi pubblici, uffici aperti al pubblico) è indicata una protezione passiva realizzabile in maniera ottimale con maschere FFP3.

Per tutti i lavoratori delle filiere agroalimentari ed industriali (codici ATECO consentiti) è indicata una protezione passiva realizzabile in maniera ottimale con maschere FFP3.

LE UNICHE MASCHERE CHE PIÙ GARANTISCONO UNA PROTEZIONE PASSIVA SONO LE FFP3.

LE MASCHERINE CHIRURGICHE NON SONO IDONEE A GARANTIRE UNA ADEGUATA PROTEZIONE PASSIVA.

N.B.

Si rammenta che le protezioni respiratorie devono essere indossate prima di ogni altro indumento ed essere tolte come ultimo.

Per la popolazione generale

Tutti coloro che si recano in luoghi pubblici chiusi (ambulatori, negozi di generi alimentari, farmacie, uffici pubblici ecc.) dovranno indossare una mascherina chirurgica in funzione di protezione attiva, stante la crescente diffusione nella popolazione generale di soggetti potenzialmente contagiati o portatori sani.

Nei luoghi pubblici aperti (parchi, strade, piazze) le mascherine chirurgiche dovranno essere indossate ogniqualvolta sia necessario avvicinarsi a persone a meno di 2 metri. Non servono se si è da soli nelle brevi passeggiate all’aria aperta o se si è in macchina da soli. Si suggerisce che è più corretto tenere la maschera fissa che toglierla e rimetterla frequentemente.

26 marzo 2020

Alessia Angelini – Igienista del Lavoro

Pietro Gino Barbieri – Medico del Lavoro

Fabio Capacci – Medico del Lavoro

Francesco Carnevale – Medico del Lavoro

Fulvio Cavariani – Igienista del Lavoro

Orietta Sala – Igienista Ambientale e del Lavoro

Stefano Silvestri – Igienista del Lavoro

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16/05/2014

Controsanzioni spaziali della Russia contro Gps e satelliti Usa

Da quando è iniziata la “crisi Ucraina” la Russia è oggetto di numerose sanzioni economiche e diplomatiche da parte dell’Unione Europea, degli Stati Uniti e di altri paesi come Canada e Giappone, intenzionati a piegare la reazione di Mosca al colpo di stato filoccidentale che a fine febbraio ha portato al potere a Kiev i partiti di estrema destra di obbedienza atlantica.

Per ora Mosca aveva adombrato la possibilità di chiudere all’Europa i rubinetti del suo gas, sapendo che si tratta comunque di un’arma a doppio taglio: molti paesi europei sono completamente dipendenti dal gas russo che passa per l’Ucraina, ma è pure vero che se Mosca smettesse di vendere all’Ue il suo prezioso carburante in segno di ritorsione per l’aggressione e l’accerchiamento alle quali è sottoposta vedrebbe le sue casse svuotarsi molto rapidamente, e i tempi necessari a deviare gasdotti e oleodotti verso la Cina sono troppo lunghi. Inoltre minacciare il taglio del gas all’Europa significa favorire Washington che infatti, mentre inviava bombardieri e migliaia di militari nelle Repubbliche Baltiche, in Polonia e in altri paesi di frontiera con la Federazione Russa, si è subito proposta come possibile rifornitore di idrocarburi ottenuti tramite la micidiale pratica dello shale gas al posto di Mosca.
E quindi ora il Cremlino ha cambiato strategia. Da una parte pretende dal regime golpista ucraino il pagamento dei consistenti debiti finora accumulati e il pagamento anticipato del gas venduto a Kiev dalla Gazprom, dall’altra minaccia il fronte occidentale sul fronte delle tecnologie spaziali e militari.
Qualche giorno fa il governo russo, per bocca del vicepremier Dmitri Rogozin, ha fatto sapere di non avere più intenzione di concedere agli Stati Uniti l’uso dopo il 2020, come inizialmente previsto, della Stazione Spaziale Internazionale. La stazione spaziale orbitale è un progetto che vede coinvolti fondi e agenzie spaziali di 16 diversi paesi, tra cui quelle della Russia (Roscosmos), la Nasa statunitense e l’Esa europea. “Il segmento russo della ISS può esistere in maniera indipendente da quello statunitense mentre quello di Washington non può funzionare autonomamente da quello russo” ha informato Rogozin. Si tratta di un notevole inconveniente per gli Stati Uniti: per la Iss la collaborazione di Mosca è indispensabile perché le uniche navicelle in grado di raggiungere la stazione e dare il cambio agli equipaggi sono le Soyuz visto che Washington ormai da tempo ha mandato in pensione gli Shuttle.

Inoltre, il vicepremier russo ha informato che dal prossimo primo giugno Mosca sospenderà il funzionamento in tutto il suo territorio di 11 ricevitori del sistema di navigazione satellitare statunitense GPS, affermando che la decisione potrebbe essere rivista nel caso in cui gli Stati Uniti accettino di installare sul proprio territorio l’infrastruttura necessaria al funzionamento del sistema di navigazione satellitare russo Glonass. In caso contrario lo spegnimento del GPS sarà definitivo a partire dal primo settembre. Si tratterebbe di un colpo durissimo all’egemonia statunitense in questo campo, che ha evidenti fini anche militari, dopo che anche l’Unione Europea ha sviluppato un suo sistema di georilevazione satellitare alternativo al Gps, denominato Galileo.

La lista di sanzioni più o meno mascherate, alcune delle quali per ora solo minacciate, nei confronti di Washington non è finita qui. Il Cremlino ha fatto sapere di aver intenzione di proibire la vendita agli Stati Uniti dei suoi motori necessari al lancio dei satelliti militari. Questi motori – gli RD-180 e gli NK-33 – saranno ceduti alla controparte solo nel caso in cui Washington garantisca il loro esclusivo utilizzo a fini civili. Rogozin ha spiegato che lo stop alla vendita dei motori russi per i missili Usa è la risposta alla decisione americana di sospendere la concessione di nuove licenze. "Ci preoccupa continuare a sviluppare progetti di alta tecnologia con un socio così poco affidabile come sono gli Stati Uniti” ha detto senza peli sulla lingua Rogozin che pure ha negato l’evidenza, cioè che le misure decise negli ultimi giorni rappresentino una forma di contro sanzione russa nei confronti degli Stati Uniti.

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