Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/01/2026

I diffamatori denunciano per diffamazione!

Nella scia del crescente clima repressivo che si respira nel paese, quattro nostri militanti, tra cui Giorgio Cremaschi e Bianca Tedone del Coordinamento Nazionale di Potere al Popolo, sono stati raggiunti dall’accusa di diffamazione per il presidio dello scorso 10 luglio sotto la sede della redazione de “Il Giornale” e “Libero”.

In quell’occasione, noi di Potere al Popolo, assieme agli studenti di Cambiare Rotta, denunciavamo il ruolo di criminalizzazione che i ripetuti articoli e le pseudo-inchieste dei suddetti giornali stavano svolgendo, associando le nostre iniziative a sostegno del popolo palestinese e le iniziative di lotta da parte di studenti e lavoratori a strategie sovversive, evocando il clima degli “anni di piombo”. Al patròn Angelucci poi non è piaciuto che venissero ricordati i suoi affari nel business della sanità privata, che, come tutti sanno, lucra sulla salute dei cittadini.

Un tentativo grottesco, ridicolo e provocatorio che avevamo ignorato fino alla scoperta di un poliziotto infiltrato tra le nostre fila a Napoli e, pochi mesi dopo, di altri quattro agenti tra Milano, Bologna e Roma. Operazione sulla quale ancora non è stata fatta chiarezza.

Emergeva così in quei giorni un inquietante quadro in cui le campagne portate avanti da quei giornali filogovernativi preparavano strumentalmente il terreno alla repressione del governo, accanendosi contro di noi tramite articoli diffamatori e finalizzati alla criminalizzazione delle nostre organizzazioni politiche.

Quello che è successo in autunno ha materializzato la loro paura, all’origine della meschina campagna messa in atto: milioni di persone sono scese in piazza, in maniera pacifica ma determinata, contro la complicità del Governo Meloni con il genocidio a Gaza, ma anche per dire basta alla corsa al riarmo e alla guerra a scapito di salari e diritti.

Il messaggio è chiaro: oltre alla contrapposizione reazionaria alle manifestazioni popolari e di massa contro quanto accade in Palestina, al ritorno sulla scena dei lavoratori e dello strumento dello sciopero, occorre evitare che prenda piede una opposizione indipendente, coerente, a tutto tondo e fuori dal teatro del bipolarismo a questa classe politica e affaristica indecente.

Lo stesso schema, che sta già mostrando diverse crepe per la sua inconsistenza, è stato utilizzato più recentemente anche ai danni delle associazioni di beneficenza palestinesi, ora accusate di terrorismo dopo una violentissima campagna diffamatoria da quegli stessi giornali, così come contro chi ha scioperato in questi mesi e che si cerca di spaventare con sanzioni di ogni tipo.

Non cediamo ad alcuna intimidazione e rigettiamo il vittimismo delle redazioni de “Il Giornale” e “Libero” che ora pensano con le querele di poter ribaltare la realtà. Ribadiamo che la loro non è “informazione” ma era, ed è, un ruolo attivo volto a colpire il dissenso sociale e politico nel paese.

Rivendichiamo la nostra totale solidarietà alla causa del popolo palestinese e contro il genocidio portato avanti dai sionisti con la complicità delle classi dirigenti occidentali.

Saremo sempre a fianco di studenti e lavoratori in lotta per rivendicare i propri diritti e contro l’economia e la società di guerra che ci vogliono imporre.

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16/11/2021

Anche a destra “no vax” e “sì vax”, ma non fa notizia

In questi ultimi mesi ci siamo abituati a registrare – “a sinistra” – una crescente cacofonia sul tema “green pass”. Divisioni profonde, scomuniche reciproche, accuse deliranti (soprattutto, bisogna dirlo, da parte di chi sotto il “no green pass” nasconde un indicibile “no vax”, che contrasta – radicalmente – con la cultura derivante dal “socialismo scientifico” del Moro di Treviri).

Ci siamo così abituati ad ascrivere questa cacofonia al sempiterno “amore per la scissione” che caratterizza “la sinistra”. Soprattutto quella che si autodefinisce “radicale” o viene indicata come “estrema”, anche quando, tutto sommato, è moderatamente socialdemocratica (solo l’equivoco interessato sul PD come “sinistra” può far sembrare l’ultimo barlume di welfare state quasi un “accenno al socialismo”).

Ma anche a destra non scherzano. Due giornali protofascisti come La Verità (direttore l’orrido Belpietro) e Libero (codiretto da Vittorio Feltri, Pietro Senaldi e Alessandro Sallusti, in altri tempi guidato a turno anche da Belpietro) hanno sul tema vaccini due posizioni radicalmente opposte.





Magari solo per qualche giorno, magari solo perché guardano a due anime diverse del protofascismo italico (quella qualunquista o quella “governista comunque”), ma nessuno sembra accorgersi di questa divaricazione.

La spiegazione, da queste parti, appare abbastanza chiara. Sulle questioni secondarie si può e si deve “cercare di coprire” tutto il campo del consenso possibile. Su quelle serie, invece, comandano i padroni e non c’è niente da discutere. Al massimo da fare un po’ di “flanella”, giusto per guadagnarsi un gettone nei talk show.

Insomma, scanniamoci pure – per finta, sia chiaro – sul ddl Zan o “la terza dose”, tanto a gestire tutto ci pensa Draghi, cioè la Troika.

Decisamente più serio, non per caso, chi da 2.000 anni gestisce il rapporto con il potere andando al sodo, invece di perdersi nelle quisquilie e pinzillacchere...


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28/05/2020

Già iniziata la campagna di delegittimazione dell’ISS

L’attacco di Libero nei confronti dell’Istituto Superiore di Sanità (e Il Giornale gli è andato subito dietro, ndr) è una dimostrazione del livello di barbarie che caratterizza lo scontro politico di questi tempi.

Oltre ad essere del tutto infondato, l’articolo che accusa di assenteismo i lavoratori dell’ISS è palesemente strumentale allo scontro che si sta realizzando intorno alla gestione dell’epidemia nella regione Lombardia.

Non a caso si tira dentro l’Istituto Superiore di Sanità che ha avuto il merito di indicare la strada giusta per contenere l’epidemia e consentire oggi al Paese di respirare e guardare con cauto ottimismo al domani.

Forse il quotidiano Libero sta dalla parte di coloro che durante l’epidemia minimizzavano gli effetti del Covid-19 (è come l’influenza), criticavano la politica del lockdown reclamando aperture, teorizzavano la scelta dell’immunità di gregge.

Oggi difendono il sistema sanitario regionalizzato che è stata una delle cause di maggiore difficoltà, soprattutto inizialmente, nel contrasto all’epidemia. Ed in particolare la sanità lombarda che si è mostrata del tutto inadeguata a fronteggiare l’emergenza perché vittima negli anni di tagli e privatizzazioni e solo grazie alla grandissima professionalità dei medici, degli infermieri e degli operatori sanitari è riuscita a limitare la catastrofe.

L’ISS ha praticato quello che ha chiesto al resto del Paese, ha semplicemente applicato le giuste misure di contenimento previste dai provvedimenti del Governo, mantenendo un’operatività contro l’epidemia h24 sette giorni su sette, mettendo al servizio del Paese le sue competenze e la professionalità ed il senso del sacrificio dei suoi dipendenti.

Come USB ci siamo sempre battuti per un Servizio Sanitario Nazionale centralizzato universalistico e solidale, i fatti dimostrano che avevamo ragione. Mai come oggi forse si comprende meglio l’importanza della Ricerca Pubblica e il suo rapporto con la committenza sociale che USB ha sempre rivendicato a fronte di una ricerca privata che anche su questa pandemia lavora esclusivamente per il profitto.

Riteniamo come lavoratori dell’ISS di aver contribuito a limitare i danni che avrebbe potuto causare la pandemia calata su un Paese il cui Servizio Sanitario Nazionale è stato ridotto ai minimi termini dalle politiche neo liberiste cui nessun governo si è sottratto.

Chissà se il quotidiano Libero può dire altrettanto.

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13/01/2019

Il titolo di Libero anticipa la crisi di governo?

“Comandano i terroni”. Ai meridionali tre cariche istituzionali su quattro. Tanti tra ministri e sottosegretari sono del Sud. Ecco perchè Salvini è così solo.

Questo il riassunto della prima pagina di Libero di due giorni fa, che tante polemiche ha attirato sul direttore Vittorio Feltri.

Titolo razzista e discriminatore, al massimo buono per il clickbaiting: questo il giudizio di molti, che ha cavalcato una indignata alta marea di commenti sui social.

Che Libero abbia bisogno di ossigeno è vero: ci sta “sparare” forte per vendere copie ed accumulare visitatori unici sul sito. Fa parte delle nuove, pessime regole del gioco di un settore dell’informazione in crisi.

Convincono meno le risposte che lo stesso Feltri ha dato a chi lo attaccava: “terrone è chi lavora la terra”, “il Sud non conta niente eppure comanda”, “nell’articolo c’era scritto anche polentone e nessuno si e’ offeso”, “la giornalista è di Reggio Calabria”.

Tutto possibile, tutto verosimile. Ma non ci convince.

Torniamo indietro di qualche giorno, e proviamo a leggerla diversamente.

Il premier Conte, che svolge principalmente il ruolo di “garante” del contratto di governo tra due forze politiche che appaiono sempre più distanti, rilascia una dichiarazione sulla questione dei migranti abbandonati in mare. “Apriamo i porti, se pur parzialmente magari. Facciamone sbarcare una quindicina, evitando di smembrare le famiglie”. Una proposta di umanità che va però in direzione opposta a quanto dichiarato da Matteo Salvini, che infatti maldigerisce.

Il giorno dopo, il premier si esprime con una frase ancora più esplicita: se non facciamo sbarcare quei 49 dalla Sea Watch, li vado a prendere in aereo.

Apriti cielo: il Ministro dell’Interno Salvini si oppone con forza. La base si spacca. La tensione cresce, fino a quando i due – Salvini e Conte – dicono di chiarirsi. “E’ stato un misunderstunding” dichiara lo stesso vicepresidente del consiglio.

Noi non ci crediamo, e pensiamo che quanto avvenuto possa essere inserito in un contesto più ampio.

Ad esempio, la vicenda Tav: il M5S in campagna elettorale era stato chiaro, “non si fa”. La Lega proprio ieri ha sfilato per le strade di Torino insieme a quelli che l’Alta Velocità la vogliono. Oppure la questione immigrazione: decisa e contro ogni tipo di apertura la Lega, meno netta al riguardo la posizione dei 5 stelle, che all’interno del proprio elettorato ha anche chi non vede nell’immigrato il problema principale di questo paese.

La verità è che i due partiti che formano l’attuale coalizione di maggioranza sono parecchio distanti, su tante cose. Forse troppe. A tenerli uniti è appunto il contratto di Governo, che però è una coperta corta. Come detto, il “garante” del contratto è proprio il premier Conte, che non si era mai espresso in modo così netto su un tema centrale come è l’immigrazione. Il suo ruolo di elemento neutro e abbastanza irrilevante, con l’unica funzione di fare da elemento di coesione tra Salvini e Di Maio, potrebbe essere molto più importante di quanto si possa pensare.

Da quando ha perso, in qualche modo, questa sua funzione equilibratrice e di terzietà rispetto ai due vicepresidenti, da più parti arrivano “spallatine” alla tenuta dell’accordo tra Lega e 5 Stelle.

Lo ha fatto ad esempio Giovanni Toti: di Forza Italia, presidente della Regione Liguria che governa con la Lega, alla manifestazione SI TAV ha dichiarato che le grandi opere di modernizzazione fanno parte del DNA della Lega, che in Italia l’Alta Velocità la si deve al governo di centro destra di Berlusconi in cui la Lega c’era, che la modernizzazione e la tecnologizzazione del paese sono temi cari al centro destra, e che la Lega in qualche modo dovrebbe recuperare quella vocazione rientrando nel giusto alveo politico. Che è, appunto, il centrodestra.

Ecco quindi che il titolo di Libero inizia ad acquistare un senso diverso, più “politico”. D’altronde il quotidiano diretto da Feltri è di destra, vicino a Berlusconi in passato, ora forse meno esplicitamente. Salvini ha quasi raddoppiato i suoi consensi, da quando è al Governo. La Lega, entrata in coalizione al 17%, dopo le elezioni, ora secondo i sondaggi è circa al 32%, con il M5S in forte calo. Tornare alle elezioni di qui a breve, ad esempio, potrebbe portare a risultati molto diversi, con – magari – tutto il centro destra a godere dei risultati raccolti in meno di un anno dal leader padano.

Salvini, liberati del peso dei 5 Stelle, e governa secondo quella che è la tua visione del paese. Che di certo è più simile a quella del centro destra che a quella di Grillo e Casaleggio, e quindi di Di Maio & Co. Ecco, questo forse il senso da attribuire al titolo di Libero: utilizzando una comunicazione che punta alla pancia di un certo tipo di elettorato, mettere in evidenza le difficoltà che Matteo Salvini incontra “per colpa” dei 5 Stelle. Nello specifico perchè sono del sud, ma il senso generale è più ampio.

Cosa potrebbe fare il leader leghista libero dall’orpello pentastellato? Questa la domanda che implicitamente pone Libero, e che probabilmente si stanno ponendo tanti elettori di destra.

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01/11/2018

Piccoli Goebbels crescono. Il caso di Libero contro Viola Carofalo

I cani da guardia della reazione insediata al potere non si smentiscono mai; anzi, alzano il livello ogni giorno.

Il cosiddetto giornale Libero, uno dei fogliacci peggiori che appestano edicole sempre meno frequentate, ha ideato un attacco davvero infame contro Viola Carofalo. Un attacco che dà – quasi involontariamente – la cifra della “disinvoltura” di un certo modo di fare propaganda in stile Goebbels (“mentite, mentite, qualcosa resterà...“). Chiamarla “informazione” sarebbe davvero un controsenso...

Tutto parte da un post di una compagna femminista, Rosa Pascale, che viene ripreso e ripostato dalla pagina Facebook di Potere al Popolo. Un commento sulla tragica vicenda di Desirée Mariottini, la giovanissima ragazza stuprata e uccisa in un edificio abbandonato del quartiere romano di San Lorenzo. Un commento che coglie il trattamento differenziale riservato da tutti i media – ma soprattutto quelli che aizzano ogni giorno la canea leghista – a ogni episodio di cronaca.

Se una ragazza, una donna, una moglie, viene stuprata, ammazzata, percossa – come avviene in oltre il 75% dei casi – da familiari e conoscenti (quindi da “itagliani”) il caso viene rapidamente derubricato a notizia in taglio basso, numero tra i numeri. Se invece la stessa vigliaccata infame viene commessa da stranieri, o addirittura da “negri”, allora scatta un coro parossistico dove salta ogni freno o limite alla violenza verbale, accompagnata spesso dall’invito alla violenza fisica (delegata alle “forze dell’ordine” ma già giustificata se esercitata “privatamente” da qualche zucca vuota, come nel caso del fascioleghista Traina, a Macerata).

Viola, in tutto questo, c’entra solo in quanto portavoce di Potere al Popolo, dunque “oggettivamente” responsabile di quanto pubblicato sulla pagina Facebook del movimento. Basta tagliare la frase incriminata, isolarla dal discorso – l’amara ironia con cui Rosa Pascale solidarizzava profondamente con Desirée scompare – cancellare l’autrice e attribuirla a lei. Et voilà, il servizio è bello pronto!

Per permettere ai nostri lettori di misurare l’abisso morboso abitato dai “signori” di Libero, riportiamo qui di seguito la paginata del fogliaccio e la risposta della stessa Viola. Cui va ovviamente tutta la nostra solidarietà.

A seguire la ricostruzione della vicenda fatta da Potere al Popolo!

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Stamattina ho aperto i giornali e ho visto con stupore questo titolo.

Il giornalismo di destra e aggressivo di Libero in questi anni ci ha abituato a tutto, ma questa è una gravissima diffamazione e calunnia.

Quel titolo va subito rimosso.

Pubblicare un virgolettato di parole che non ho mai detto è da querela.

E infatti procederò per vie legali. Ora basta.

Capiamo che contro un movimento politico in crescita si arrivi a usare ogni mezzo.

Ma non si può speculare sulla morte di una giovane vita per incassare consenso politico. Siamo all’ennesima strumentalizzazione sulla pelle delle donne e degli ultimi. Quello che abbiamo visto in questi giorni è uno schifo.

Ma c’è un limite a tutto.

Doneremo l’eventuale risarcimento della querela alle associazioni che si occupano di violenza di genere con cui collaboriamo ogni giorno.

E continueremo la nostra lotta contro tutti gli stupri, contro tutti gli abusi che ogni giorno subiscono le donne di questo paese dentro e fuori le mura domestiche, contro le discriminazioni sociali e l’assenza di servizi pubblici.

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Da giorni leggiamo le cose più assurde sul nostro conto sui giornali di destra, da giorni i loro lettori ci scrivono in privato augurandoci la morte, lo stupro, la tortura, e tante altre piacevolezze...

Stamattina poi il colmo. Libero, che negli ultimi anni si è distinto per un giornalismo violento, pubblica il titolo che vedete.

Mette in bocca alla nostra portavoce, Viola Carofalo, parole che non ha mai detto, diffamando e calunniando. Rappresentandoci esattamente al contrario di come siamo.

Addossare a qualcuno frasi che non ha mai detto è da querela, e infatti così procederemo. Abbiamo già dato mandato ai nostri avvocati.

Ma perché tutto questo schifo? Libero è stato il culmine, ma stamattina anche Matteo Salvini ci onora della sua attenzione dandoci dei “digustosi”. Tutti i gruppi e le testate di destra si sono mossi in maniera quasi coordinata per far scattare un “caso” inesistente...

Il perché ci sembra ovvio. La verità è che la destra di questo paese ha cavalcato, come purtroppo già accaduto con Pamela, il violento omicidio di Desiree. Lo ha usato per incassare consenso nei sondaggi, visto che le elezioni sono a breve. E per produrre legittimità intorno all’approvazione del Decreto Sicurezza la settimana prossima, che servirà a Salvini per chiudere la partita con i 5 Stelle, subordinando definitivamente il Governo alla propria direzione politica.

In quest’ottica deve essere distrutta ogni voce critica come la nostra. Il post che avevamo ripubblicato, prendendolo dalla bacheca di una militante di una associazione femminista, indignata e arrabbiata per la vergognosa speculazione sulla vita di Desiree, dava fastidio.

Dava fastidio perché è girato tantissimo, facendo notare a centinaia di migliaia di persone che il tragico caso di Desiree è assurto a questo livello di notorietà perché poteva essere strumentalizzato. Il post aveva l’ardire di constatare che quando gli stupratori e gli assassini sono italiani, stranamente l’attenzione dei politici e dei media è inferiore: si negano i fatti, si attacca la vittima, ci si profonde in giustificazione dei violentatori... Un fatto inoppugnabile, che chiunque abbia a che fare con il mondo dell’informazione sa: i like si fanno solo se c’è “l’uomo nero” di mezzo, mica se si parla della carenza di proposte dei nostri governanti, delle loro oscure manovre, del perché i giovani italiani emigrino, di come si lavora oggi in Italia, di quanta ricchezza ci venga sottratta per finire nelle tasche di poche famiglie...

Siamo stati fra i pochi ad avere il coraggio di dire quello che milioni di persone pensano: che non si può strumentalizzare politicamente la morte di una giovane vita per produrre ancora più odio, emarginazione e violenza.

Siccome siamo gli unici in Italia ad avere il coraggio di dire queste cose in modo chiaro, il nostro movimento è credibile e in crescita. E questo fa paura alla destra e ai fascisti, che vorrebbero un paese autoritario, in cui a comandare fossero solo loro. In cui le fake news possano creare un clima di istupidimento, di violenza e di paura.

Per questo devono rallentare, incrinare l’immagine e la fiducia, di un movimento politico giovane e pulito come il nostro. Per far questo sono disposti a tutto. Ma non ci faremo certamente spaventare, questi soggetti li conosciamo benissimo.

Invitiamo tutte e e tutti a farci sentire, a far sentire una voce di umanità, a non lasciare il monopolio della parola solo a chi diffonde bugie e odio per mantenere, grazie alla guerra fra poveri, il suo potere.

PS: doneremo l’eventuale risarcimento della querela alle associazioni che si occupano di violenza di genere con cui collaboriamo ogni giorno. E continueremo la nostra lotta contro tutti gli stupri, contro tutti gli abusi che ogni giorno subiscono le donne di questo paese dentro e fuori le mura domestiche, contro le discriminazioni sociali e l’assenza di servizi pubblici.

Fonte

Il caso in questione dimostra due cose:
1) l'informazione di mercato è diventata una cloaca pressoché totale, in special modo quella più orientata a destra, che fa profitto aizzando le flatulenze intestinali più profonde di un pubblico per sua sfortuna sempre più bue – e verso cui ogni genere di tutela va intrapresa senza alcuna remora –;
2) mette in luce che tra i compagni perdura una certa approssimazione nella gestione della comunicazione politica.

In una situazione mediaticamente delicata come quella che ha investito suo malgrado l'orribile fine di Desireé Mariottini, in cui la politica non si fa con i contenuti e il buonsenso, ma con gli slogan urlati con la bava alla bocca, Potere al Popolo, pur condividendo il contenuto del messaggio della compagna femminista, non doveva ripubblicarlo sulla propria bacheca.

Il motivo è presto detto: il tono profondamente ironico, ai limiti della satira del breve testo in questione, sarebbe stato certamente manipolato e ancor più certamente frainteso da un "pubblico elettorale" in cui l'analfabetismo funzionale è quasi il triplo del tasso di disoccupazione, e i baciapile abbondano.

La replica con cui in prima battuta Viola Carofalo ha tentato di difendersi,
"Chi ha un minimo grado di alfabetizzazione può capire il messaggio"
è una pezza peggiore del buco, sia perchè sembra esprimere l'incapacità di comprendere il genere di platea con cui si deve comunicare, sia perchè a questa platea si offre una percezione di se stessi spocchiosamente intellettuale, che la massa relega immediatamente dalla parte del torto.

Insomma in tempi di espressione compulsiva, di rapporto non ancora adeguatamente metabolizzato tra l'essere umano e la comunicazione social istantanea, certe uscite vanno ponderate con il freno a mano tirato anche correndo il rischio di non essere sul pezzo del "tema" del momento.

06/09/2017

Libero spaccia fake news razziste e pericolose sulle “malattie”


Occorre dirlo senza giri di parole: l’informazione spazzatura va sanzionata, soprattutto se procura allarmi e semina sostanze tossiche nel senso comune.

La prima pagina del quotidiano “Libero” ci ha abituato a titoli gridati e notizie spazzatura. Materiale odioso molto spesso, ma corrispondente all’ambiente che lo produce e lo recepisce. Ma è cosa totalmente diversa fare titoli come quello oggi in copertina, non solo perché palesemente falso (come stanno cercando di far capire decine di infettivologi intervistati dai media più diversi), ma perché semina volutamente allarmi infondati e istigazione all’odio; benzina sul fuoco sulla già rovente situazione in Italia.

Diffondere l’idea di un nesso tra immigrati e ricomparsa di malattie estinte nel nostro paese non solo è scientificamente sbagliato, ma è socialmente pericoloso.

L’unico “mediatore” esistente per tramettere il virus della malaria tra umani (a parte la trasfusione diretta, che nel caso di Trento non c’è stata) è la zanzara anofele. Nessun altro tipo di zanzara può riuscirci. Il ritorno o meno di questo tipo di zanzara sul territorio italiano dipende eventualmente dai mutamenti climatici, non dalle migrazioni. Se anche un “africano” volesse portarsi qualche zanzara al seguito (al guinzaglio, in valigia, ecc), questa non potrebbe sopravvivere in un clima inadatto.

Questo è quanto ci dice la scienza.

Naturalmente sappiamo bene che malattie un tempo debellate (al pari della malaria) oggi tornano ad affacciarsi. Basta pensare che sono stati chiusi ospedali dedicati e sanatori per alcuni casi di Tbc, la cosiddetta “malattia dei poveri”, che insorge a causa delle condizioni di vita (abitazione insalubri, scarsa o cattiva alimentazione, ecc.) che rendono vulnerabili all’eventuale contagio.

Ci sembra decisamente improbabile che i direttori di Libero (gli inquietanti Vittorio Feltri e Pietro Senaldi) non abbiano sentito nessun medico per informarsi meglio prima di fare un titolo così. Dunque è stata una decisione a mente fredda, volontaria e con l’intenzione scoperta di speculare sulla morte di una bambina di quattro anni.

Per questo riteniamo indispensabile, in casi come questo, sanzionare un organo di dis-informazione. A tutti – anche a noi – capita di sbagliare o di prendere fischi per fiaschi. Qui non c’è nessun errore, ma una volontà perversa, razzista, senza scrupoli.

Capiamo benissimo che invocare sanzioni contro l’informazione spazzatura e allarmista è un terreno scivoloso, così come sono evidenti i tentativi di enfatizzare le fake news per ridurre le possibilità che in Rete si sviluppi un serio sistema mediatico alternativo ed efficace, fuori e contro il monopolio mainstream di giornali e telegiornali.

Ma è anche necessario che chi fa informazione – così come medici o ingegneri – abbia e rispetti scrupolosamente un codice deontologico e, qualora non lo faccia, che gli organi preposti al rispetto di questo codice intervengano. In questo caso è l’Ordine dei Giornalisti.

Se l’informazione spazzatura diffonde invece allarmi sociali infondati, che possono innescare azioni e reazioni pericolose nelle relazioni sociali del paese, si configura un reato vero e proprio e qui non è più un problema deontologico, ma penale.

Il problema sorge quando l’“informazione spazzatura” coincide con la strategia non dichiarata di “autorità costituite”, che hanno contribuito al diffondersi di un clima razzista e xenofobo nel paese per legittimare agli occhi dell’opinione pubblica la nuova escalation colonialista verso l’Africa, fino a renderla la soluzione migliore e ineluttabile.

E’ un corto circuito pericoloso, in cui la prima pagina di Libero appare solo come un test: se passa anche questa senza incidenti si può procedere a tutto campo e senza più alcun freno inibitorio.

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11/02/2017

Virginia Raggi e la minaccia softcore

Diciamocelo subito e sinceramente: il quotidiano Libero, fondato da Vittorio Feltri, è qualcosa di aberrante. Nasce con l’inizio del secolo, in area centrodestra, e si distingue subito per spargere veleno prima, durante e dopo il G8. Se c’è una testata in Italia, persino più de Il Giornale, che vive ricalcando tutti quei  luoghi comuni destroidi, razzisti, sessisti e qualunquisti esistenti è proprio Libero. Testata che vanta anche un vicedirettore, Renato Farina, condannato, come collaboratore dei servizi (in codice “agente Betulla”), a sette mesi per aver pubblicato, e contribuito a confezionare, un falso dossier contro Romano Prodi.  Questo per capirsi, eventualmente, su quanto Libero sia stato infiltrabile dai servizi. Ma anche dal traffico di falsi, visto che Libero pubblicò, nel 2011, I diari di Mussolini, già certificati come inautentici da diverse perizie, anche chieste da una importante casa di aste.

Libero ha come specialità quel giornalismo prima insinuatosi negli anni ‘80 poi impostosi nel decennio successivo e infine riprodotto oggi sui social che lavora a invertire la realtà. Sempre a favore di poteri dispotici, consolidando luoghi comuni, beceri, moralisti, poveri. Per cui se c’è un sciopero la colpa è dei lavoratori, se la guerra genera profughi, i  colpevoli sono quei sopravvissuti che arrivano in Italia, per non parlare delle solite dicerie su fatti gonfiati sui dipendenti pubblici, insegnanti, giovani etc.

Per tacere della misoginia evidente, chiamiamola così per tenersi buoni, espressa nei confronti di qualsiasi figura femminile ritenuta di sinistra. Tenendo conto, inoltre, che il concetto di sinistra di Libero è larghissimo, si capisce come le donne siano state spesso un bersaglio becero di questa testata. Questa volta è toccata ad una donna, non di sinistra, ma abbondantemente entrata nelle cronache quotidiane: il sindaco di Roma Virginia Raggi. Il doppio senso ben evidenziato nella testata, che riproduciamo, riguarda sia il fatto che la Raggi è un grosso problema per il Movimento 5 Stelle, che l’insinuazione che la vita privata della Raggi sia, come dire, vissuta in maniera un pò compulsiva. A parte il fatto che Virginia Raggi ha comunque diritto a vivere la sua sfera personale come crede, Libero non ha fatto che raccogliere le esternazioni, prontamente riprese da un giornalista con lo smartphone, dell’assessore all’urbanistica al comune di Roma Berdini e ne ha fatto un titolo utile per essere gettato in pasto all’audience e alle polemiche. Siccome si tratta di Libero, giornale che ha seguito Berlusconi nelle cause più inverosimili, non manca l’insinuazione su una Raggi che vivrebbe una vita da bunga-bunga (appoggiandosi anche sul fatto che lo stesso titolo usato con la Raggi “patata bollente”, con l’identico doppio senso fu usato, in passato, per Ruby Rubacuori).

E’ chiaro che Libero ha lavorato in due sensi: per fare un numero a effetto sulla Raggi e, già che c’era, alleggerire la posizione di Berlusconi (con l’insinuazione del solito “se è colpevole non è il solo” che finisce sempre per alleggerire il peso di un comportamento). Detti i fatti, qualche considerazione un po' più tecnica, legata ai processi di comunicazione politica.

La Raggi è il classico storytelling della politica sfuggito a se stesso. E qui forse alla Casaleggio qualche interrogativo sul fatto che l’eccesso di narrazione in politica può essere un boomerang forse non sarebbe male porselo. Ma chi pensa al primato del marketing aziendale sulle altre forme di comunicazione, è difficile possa uscire da questi schemi. Premesso poi che ogni storytelling di successo in politica è spesso destinato a sfuggire a chi lo ha creato, e premesso che questo fenomeno è più un problema per chi vive di sondaggi e meno di radicamento sociale, intendiamo per storytelling un processo di creazione di storie attorno a un personaggio che, in questo caso, fino alla vittoria elettorale del giugno 2016 è andato benissimo.

Fino a quel momento, ogni evento o storia creati attorno a Virginia Raggi funzionava. In modo tale da salire nei sondaggi, nei voti, da creare quella audience spontanea, sui media e sui social, a difesa del personaggio (come durante le accuse prima del voto) o, addirittura, romanzi a fumetti su una fantastoria d’innamoramento tra la Raggi e il suo avversario alle elezioni Giachetti. E quest’ultimo dettaglio era la spia che lo storytelling era riuscito, con le storie non ufficiali che spontaneamente aggiungono fama alla storia ufficiale, ma anche del pericolo di scivolamento. Ovvero che il personaggio Raggi potesse finire velocemente nel gossip o nel softcore in modo incontrollabile. Come avvenuto per Maria Elena Boschi a causa, qui, non tanto della narrazione del gossip in ma per la vicenda banche.

E quando la narrazione diventa incontrollabile interviene quello che giustamente Federico Di Chio chiama storytelling all’americana. In poche parole uno storytelling dove la drammatizzazione, la velocizzazione degli eventi, l’avvento di personaggi secondari che modificano giudizio e significato sui personaggi principali si fanno stringenti e, soprattutto, appetibili dal pubblico. Il punto è che questo storytelling, a differenza della fase delle luna di miele elettorale, non lo fa la Casaleggio ma lo fanno i media. Specie quando gli assessori appaiono e scompaiono, ogni giorno accade qualcosa (dai rifiuti, ai bilanci, alle rivelazioni di dossier), i personaggi secondari attirano nuove storie (da Muraro alla vicenda Marra) che portano nuovi significati alla vicenda Raggi. Tutto questo non ha avuto, poteva averlo, una narrazione predominante da parte della Casaleggio ma da parte del media mainstream e dei social media. In questo modo la vicenda Raggi sfugge dalle mani, e dal governo dei significati, di chi l’ha, dal punto di vista comunicativo, promossa e creata.  In questo senso le rivelazioni registrate di Berdini per lo storytelling ufficiale della Raggi sono devastanti.

Prima di tutto perchè aggiungono nuovo supporto, e quindi nuovi significati, alla narrazione: dalle chat stavolta si passa all’audio. E questo è un effetto novità che paga per qualsiasi storytelling alternativo. Poi perchè  queste rivelazioni di Berdini alludono ad un sottofondo di gossip e softcore potenzialmente esplosivo per chi è politicamente in difficoltà, rispetto all’audience e all’elettorato. Ecco infatti Libero, che di storytelling costruiti per distruggere l’avversario politico ha una consolidata tradizione, passa subito all’allusione piena dello scenario softcore, pescando dall’intramontabile linguaggio della stagione dei film italiani di serie B.

In questo senso la Raggi rischia di entrare in una narrazione, in termini di farsa, peggiore di quella degli assessori che vanno e che vengono. Quella che circola più velocemente sui social legata al gossip, e già di articoli considerabili con questo termine riguardanti la Raggi ne circolano, e alla dimensione softcore dell’alcova della sindaco che titoli come quello di Libero evocano. Insomma quando lo storytelling sfugge di mano questa del gossip e del softcore, se permane, è la tendenza peggiore.

Rimane la censura ufficiale, da parte dei rappresentanti delle istituzioni, del numero di Libero. La censura morale serve a poco. Specie in un’epoca dove i social la metabolizzano con infinite polemiche che ne triturano l’efficacia (alimentando proprio quei nuovi generi di narrazioni che la censura vorrebbe evitare), la censura morale esiste per salvaguardare solo quella quota di moralità che le istituzioni detengono. Ma non certo per prevenire o impedire fenomeni di comunicazione spontanea e di impatto. Un certo tipo di comunicazione, come lo storytelling attivato da Libero, si sconfigge con l’ironia. Certo ironia ed istituzioni si accompagnano male, visto che questa, per essere efficace contro uno storytelling, deve essere agile e sottile come le istituzioni della repubblica non sanno essere. Ma più a sinistra, invece di agitare l’immmediato linguaggio della condanna, quella pratica sociale che invocata rende sempre simili al potere,  l’ironia contro storytelling del genere potrebbe essere usata con maggiore successo. Ma l’ironia, nella comunicazione politica efficace, non è tanto invenzione di un singolo. E’ come un pezzo musicale: in parte creazione di un gruppo, in parte pre-esistente in uno strato sociale. Cosa oggettivamente difficile per ciò che rimane della sinistra. Intanto lo storytelling di “Virginia” continua. Completamente sfuggito ai suoi creatori.

Redazione, 10 febbraio 2017

17/02/2014

Fusaro non va a Casapound e minaccia i compagni


C'è una notizia buona e una cattiva...

Cominciamo, classicamente, da quella che magari non è un granché, ma al confronto è certo la meno peggio: il “filosofo” Diego Fusaro non andrà più a parlare di “cosa è vivo e cosa è morto in Marx” da quei “bravi democratici” di Casapound. L'incontro era stato fissato per venerdì 21, nel covo romano di via Napoleone III e aveva fatto sollevare più di un sopracciglio nei confronti della ”disinvoltura” del giovane virgulto fulmineamente promosso da media mainstream e tv nell'olimpo – piuttosto deserto, bisogna dire - dei “filosofi italiani”. Per di più in veste di “marxista”, che di questi tempi sarebbe un'etichetta capace di affossare la carriera accademica di qualsiasi onesto ricercatore con molti titoli in curriculum...

La cattiva notizia è che questa retromarcia viene comunicata al mondo nel modo fetente che “i potenti” di qualsiasi età usano quando sono colti in fallo: “sono stato minacciato”.

Leggiamo: «Intendo non partecipare più all’incontro perché non ci sono le basi per un dialogo sereno. Non si tratta di paura fisica, anche se comunque tolgo apprensione a chi mi sta vicino, ma non voglio essere il pretesto per tafferugli tra sedicenti fascisti e sedicenti comunisti. Non voglio che il mio nome sia legato a pestaggi o scontri che non siano di idee».

Sgomento, scandalo, indignazione...

E chi sono questi malvagi che l'hanno preso di mira? Chi sono questi pugili d'altri tempi che attendono nell'ombra? Due organi di informazione online, comunisti non sedicenti: i toscani di Antiper e noi di Contropiano. Cazzo, avevamo minacciato a nostra insaputa... Che figura ci facciamo, ora?

Fusaro ha raccontato le sue angosce a quei “bravi democratici” del giornale di destra Libero e a quei noti difensori dei poveri del Corriere della Sera. Non essendoci più giornali “di sinistra”, in effetti, la sua possibilità di scelta era piuttosto ridotta.

Due articoli-fotocopia o quasi, la cui sostanza si riduce a due frasi attentamente estrapolate dal contesto in cui i compagni toscani sembrano intimare un “pentiti, prima che sia troppo tardi”, mentre noi – più prosaici – accenneremmo a “due bastonate”. Chi voglia sapere quel che c'era scritto nei due testi “minacciosi” non ha che da leggerli, qui e qui.

Ringraziamo i due giornali per l'attenzione che ci hanno rivolto, anche se, quando i giornali padronali si occupano dell'informazione antagonista, di solito lo fanno per minacciare davvero. È così anche stavolta, come si intuisce tra le righe.

L'altra cosa che si intuisce è che nel “nuovo mondo” la commistione tra culture e organizzazioni d'estrema destra e corrispettivi di sinistra è “obbligatoria”. Se ti rifiuti di far comunella coi fasci, di discuterci insieme, di farti “contaminare” (una volta si diceva “infiltrare”), sei potenzialmente un “violento”.

Prendiamo atto dell'indicazione autorevole, giusto un poco autoritaria, ma preferiamo di no. Noi con i fascisti non ci parliamo. E diffidiamo anche di chi invece lo fa (ovvio, non ci riferiamo ai giovincelli con la testa confusa che frequentano le curve e vedono ancora lontana la maggiore età, ma alle “organizzazioni”, come appunto Casapoud et similia). Manteniamo e semmai allarghiamo quel “fossato invalicabile” che abbiamo consigliato – a tutti i compagni, collettivi e organizzazioni di sinistra – di tracciare nei confronti del dr. Diego Fusaro. La cui “marxisticità” è certificata esclusivamente dal potere (certe carriere, per un giovane dabbene delle nostre università, sono troppo "fulminanti" per essere davvero innocenti frutti del "merito"); non certo da quanti si sono chinati con rispetto e a lungo sul lavoro del gigante di Treviri.

Questo episodio, e soprattutto i “pulpiti” da cui si è elevata “la predica”, ci conferma quel che sospettavamo da qualche giorno: Fusaro sta al “marxismo” come Renzi sta alla “sinistra”.

Gli articoli del Corriere e di Libero. Noterete certamente il tono "sobrio" ("linciare", "pestaggi", ecc).

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Il caso Diego Fusaro

Marxista parla con CasaPound. I compagni lo vogliono linciare

Filosofo e comunista, accetta l'invito del gruppo di destra. Poi minacce e insulti - 14/02/2014

Succede che uno risponda alla chiamata di un numero sconosciuto e dal telefono esca una voce rabbiosa: «Sei un fascista di merda». Il fatto è che a essere insultato non è un nostalgico in camicia nera, ma un intellettuale che si definisce «comunista nel senso di Marx» e «allievo di Gramsci». Si tratta di Diego Fusaro, ricercatore di Filosofia all’Università San Raffaele di Milano, traduttore di moltissime opere di Marx e autore di un volume dal titolo inequivocabile: Bentornato Marx! Rinascita di un pensiero rivoluzionario. Fusaro - noto al pubblico televisivo per una serie di apparizioni catodiche durante le quali ha esposto le sue tesi contro l’Euro - è stato invitato a tenere una conferenza a Roma, prevista per il prossimo 21 febbraio. Una conferenza sul suo amato Karl Marx. Il problema è che a invitarlo sono stati gli esponenti di CasaPound. Da lì, il diluvio. Sul suo profilo Facebook, via mail, sui siti internet della cosiddetta area «antagonista» hanno cominciato a piovere insulti e, soprattutto, minacce. Fusaro ha ricevuto telefonate intimidatorie, sul web c’è chi gli promette pugni, bastonate e persino fucilazioni sommarie. Poiché ha accettato l’invito a dialogare con i fascisti di CasaPound, è diventato a sua volta un «fascista di merda» da punire, possibilmente a legnate.

Il «giornale comunista online» Contropiano.org scrive che Diego Fusaro non ha «nessun valore». E precisa: «Persino Marx perse un intero anno della sua intelligenza per “sputtanare” un tale che era soltanto una spia da quattro soldi (“Herr Vogt”), per cui non era necessario alcun pensiero, ma soltanto un paio di bastonate». Già, bisogna «sputtanare» le «spie da quattro soldi». Per uno che parla con i fascisti servono solo «un paio di bastonate». Anche se il diretto interessato è un filosofo marxista. L’associazione comunista toscana Antiper ha indirizzato al giovane ricercatore una lunga lettera in cui si legge: «Gli errori che vengono corretti in tempo si possono ed anzi si devono perdonare; invece, perseverare nell’errore non sarebbe perdonabile e credi, quello che stai facendo è un grandissimo errore, un errore di cui, se sei in buona fede, sicuramente ti pentirai quando sarà troppo tardi; se invece non sei in buona fede, allora non fare nessuna autocritica, vai pure avanti. Di nemici, sulla strada della trasformazione rivoluzionaria del mondo ne abbiamo e ne avremo tanti».

Insomma, basta accettare un invito a CasaPound per diventare un nemico del popolo, uno che - rifiutando di fare autocritiche - merita di finire nelle liste di proscrizione. Sapete qual è il bello? Eccolo: «Ho tenuto una conferenza ad Antiper qualche tempo fa», spiega Fusaro a Libero. «Una conferenza su Marx. Da loro ho detto le stesse cose che avrei detto a CasaPound. Però se lo dico da loro va bene, se lo dico a quelli di CasaPound no. In nome dell’antifascismo applicano con me un atteggiamento che non esito a definire fascista».

Se non ci fossero di mezzo minacce e intimidazioni, ci sarebbe da ridere. «Mi occupo da anni di Marx e di marxismo», dice Fusaro. «Porto avanti da sempre ideali di emancipazione umana, gli stessi ideali per cui Marx ha lottato tutta la vita.Sono un filosofo e sono tenuto a dialogare con chiunque me lo chieda, altrimenti è la fine della filosofia. Ve lo immaginate Socrate che rifiuta di dialogare con uno perché “con i fascisti non si parla”? Io sono antifascista, anche a CasaPound manterrei la mia visione. Sono talmente sicuro delle mie ragioni che non ho paura di confrontarmi con chiunque. Credo nell’uguaglianza degli uomini e nell’esigenza di un mondo di individui liberi e uguali. Ho sempre parlato con tutti: con Rifondazione, col Pd, con Forza Italia».

Ma questo ai compagni militanti non piace. Anzi, sono convinti - come hanno scritto al giovane filosofo - che un paio di pugni gli farebbero bene alla salute. «Ho contattato Diego Fusaro», spiega Adriano Scianca - a sua volta filosofo e responsabile culturale di CasaPound, «per un dibattito su Marx. È il filosofo del momento, ci interessava discutere le sue tesi. Appena abbiamo pubblicato la locandina dell’evento, è iniziato il tam tam su internet, con insulti e minacce verso di lui da parte di un’area a cui lui, almeno intellettualmente, dovrebbe essere organico. Sui nostri siti, invece, si esprimeva soprattutto curiosità. Noi di solito abbiamo una parte di pubblico di destra più estrema che talvolta non capisce queste iniziative. Ma stavolta non ci sono state particolari reazioni». I presunti «fascisti di merda» cercano il confronto. Gli amici comunisti promettono bastonate.

A CasaPound, il 21, la conferenza su Marx si terrà comunque. Sia che Fusaro decida di partecipare sia che, per non rischiare che il clima peggiori, decida di restare a casa. Sembra di essere negli anni di piombo. Com’è che diceva Marx? Ah, già: la storia si ripropone come farsa.

di Francesco Borgonovo

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Corriere della Sera
Il caso. L’incontro era previsto per il 21 febbraio a Roma. Contro il ricercatore torinese post violenti su alcuni siti e telefonate anonime: «Pentiti prima che sia tardi»

Il filosofo marxista: «Minacciato, non vado a CasaPound»

Diego Fusaro attaccato da sinistra dopo l’annuncio di una sua conferenza nel centro sociale di destra

Dopo le polemiche, gli insulti e le minacce, il giovane marxista Diego Fusaro rinuncia al suo intervento a CasaPound, a Roma, previsto per il 21 febbraio prossimo: «Intendo non partecipare più all’incontro — racconta al Corriere della Sera via telefono, con tono fermo e contrariato — perché non ci sono le basi per un dialogo sereno. Non si tratta di paura fisica, anche se comunque tolgo apprensione a chi mi sta vicino, ma non voglio essere il pretesto per tafferugli tra sedicenti fascisti e sedicenti comunisti. Non voglio che il mio nome sia legato a pestaggi o scontri che non siano di idee». Nato a Torino nel 1983, Fusaro, ricercatore in Storia della Filosofia, è tra i giovani pensatori italiani più in vista; oltre a libri accademici, ha scritto bestseller come Bentornato Marx! (Bompiani, 2009), ed è ospite fisso di varie trasmissioni televisive. La notizia della sua presenza a CasaPound era stata annunciata qualche giorno fa da un manifesto dove campeggiava il barbone di Marx, il nome dell’altro relatore, Andriano Scianca, responsabile culturale di CasaPound, e il simbolo del centro sociale, una tartaruga stilizzata. Le reazioni, come spesso accade in questi casi, non si sono fatte attendere. Prima insulti su Facebook e al telefono, con numeri anonimi, «ma ho ricevuto anche attestati di solidarietà — precisa Fusaro — ci sono molte persone intelligenti sia a destra che a sinistra »; poi, attacchi più articolati ma molto poco dialettici. L’associazione comunista Antiper, «dove per altro in passato ho tenuto una conferenza», ricorda Fusaro che fa parte anche dell’associazione Bottega Partigiana, gli ha dedicato una lettera molto elaborata, che ci concludeva con un avvertimento: «Gli errori che vengono corretti in tempo si possono ed anzi si devono perdonare; invece, perseverare nell’errore non sarebbe perdonabile e credi, quello che stai facendo è un grandissimo errore, un errore di cui, se sei in buona fede, sicuramente ti pentirai quando sarà troppo tardi; se invece non sei in buona fede, allora non fare nessuna autocritica, vai pure avanti. Di nemici, sulla strada della trasformazione rivoluzionaria del mondo ne abbiamo e ne avremo tanti. Uno in più è male, ovviamente, ma non è poi la fine del mondo». Il giornale comunista online contropiano.org è andato oltre: «Bisogna scegliersi anche i nemici, ormai (...) Persino Marx perse un intero anno della sua intelligenza per “sputtanare” un tale che era soltanto una spia da quattro soldi (“Herr Vogt”), per cui non era necessario alcun pensiero, ma soltanto un paio di bastonate». Minacciare le bastonate è da fascisti, protesta Fusaro, che vorrebbe ridere con Ennio Flaiano, per il quale in Italia ci sono due categorie di fascisti: i fascisti e gli antifascisti; ma di ridere ha poca voglia, e spiega perché ha deciso di tirarsi indietro: «L’incontro è stato reso impraticabile dagli insulti e dalle minacce, ma soprattutto da un fraintendimento politico ormai troppo diffuso, per cui, se accetti il dialogo, di fatto aderisci alle idee dei tuoi interlocutori. Ma così si uccide Socrate! Un filosofo deve dialogare con tutti, anche con chi la pensa diversamente, per fargli cambiare idea, per criticare le sue idee». Ecco di cosa avrebbe parlato Fusaro a CasaPound: «Oggi più che mai è necessaria, di Marx, la tensione verso l’emancipazione dalla reificazione capitalistica e dalla violenza dell’economia globale; Marx insegna a lottare per una comunità di individui liberi, uguali e fratelli. Il comunismo novecentesco è morto, ma sopravvive il comunismo ideale eterno, l’ideale di un’umanità libera ed emancipata, senza sfruttamenti né classismo né razzismo. Ecco, per esempio CasaPound sbaglia ad aver paura del meticciato: l’unica razza esistente è la razza umana. Ma questo, purtroppo, non glielo potrò dire di persona».

Luca Mastrantonio

Fonte

28/08/2013

Sic transit gloria Belpietri, Libero affonda

Resteremo presto senza il quotidiano più forcaiolo d'Italia? O meglio, garantista solo pro-Silvio? Pare proprio che ci sia questa disperante possibilità.
Il quotidiano Libero rischia grosso. I conti 2012 del giornale diretto da Maurizio Belpietro parlano di una situazione molto grave: il giornale nell'ultimo anno ha perso 5 milioni di copie e quel che più conta, ha perso 1,5 milioni di euro di pubblicità pagante.
Lo ha riportato Il Fatto Quotidiano, che ha aggiunto un altro particolare importante: il dipartimento Editoria della presidenza del Consiglio ha tagliato 34 milioni di euro di contributi.
Si va verso la chiusura? Per ora non se parla, ma gli amministratori hanno chiesto ai soci di fare uno sforzo e mettere mano al portafoglio per un aumento di capitale. Le perdite nel 2012 sono state di 1 milione e 871 mila euro e i ricavi sono scesi del 23%.
La responsabilità, secondo quanto ricostruito dal presidente della società Editore Libero srl, Arnaldo Rossi sarebbe dell'Agcom che per anni ha "ignorato" il fatto che dietro alla testata e al Riformista c'era lo stesso editore: la famiglia Angelucci. Dopo una multa, lo Stato ha così chiesto indietro i finanziamenti e congelato l'erogazione futura. Del resto, non si poteva capire perché un giornale con un proprietario privato potesse accedere a lauti finanziamenti pubblici attinti dal fondo per l'editoria destinato ai giornali prodotti da cooperative editoriali o di partito.
Così dopo due sentenze del Consiglio di Stato, il dipartimento non verserà i 18,3 milioni del triennio 2008-2010. Anzi, ha chiesto la restituzione di 15,7 milioni incassati «indebitamente» da Libero tra il 2006 e il 2007. Fermi anche i 4,8 milioni chiesti per il 2011 e non si sa ancora nulla dei 4 milioni relativi al 2012.

Il conto finale? Tra denari non ricevuti, bloccati e da restituire si arriva a 42 milioni di euro.

Tra le cause, certamente, la crisi verticale del berlusconismo, che sembra aver nauseato quel "pubblico moderato" per qualche tempo attirato con il terrore per "i comunisti" al governo. Due anni di governo insieme a dei mangiabambini come Monti e Letta devono aver convinto molti che era inutile continuare a comprare un giornale che divulgava proclami di guerra contro gli stessi con cui votava congiuntamente in Parlamento.

I maligni del settore, però, aggiungono un'altra chiave di lettura per la crisi di Libero. Che chiama in causa il direttore dal sorrisetto sprezzante, Belpietro appunto: "ma se sta sempre in televisione, dove lo trova mai il tempo di fare davvero il direttore?".

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