Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/10/2021

Vaccino antimalarico: un successo con molti punti di domanda

Mentre nel nord del mondo ci si preoccupa esclusivamente dei vaccini contro il Covid-19, un’indicazione molto importante è stata emanata dall’OMS. Si tratta della raccomandazione all’uso diffuso del vaccino contro la malaria, dopo che un programma pilota che ha coinvolto 800.000 bambini tra Ghana, Kenya e Malawy ha dato dei risultati incoraggianti.

Si tratta evidentemente di un evento storico d’importanza epocale, se si pensa che le ricerche di un vaccino contro la malaria erano in corso da decenni, per combattere un’infezione che colpisce ogni anno 230 milioni di persone, provocandone la morte in 400.000 casi, di cui 260.000 di bambini.

Come è noto, il continente più colpito è l’Africa dove appunto l’OMS indica di avviare la vaccinazione di massa sui bambini.

A fronte del logico entusiasmo che questa notizia ha provocato, è anche il caso di porsi qualche domanda sull’efficacia e sul futuro di questa campagna vaccinale.

Il vaccino antimalarico, prodotto dalla multinazionale farmaceutica GlaxoSmithKline garantisce una protezione assai bassa, che raggiunge il 39% per i contagi (aumentabile al 70% se associato a farmaci antimalarici) e il 29% per la malattia grave.

È la prima volta che l’OMS approva un vaccino di efficacia così bassa, probabilmente perché la pandemia Covid-19 ha dirottato le risorse dei donatori verso la ricerca su quest’ultima malattia, diminuendo l’impegno sulla malaria. Come ha affermato Andrea Crisanti, noto studioso della malaria, molte risorse che sarebbero state destinate alla ricerca su tale malattia, sono mancate a causa del Covid.

Non è casuale che si sia arrivati a disporre di più vaccini contro il Covid in appena un anno circa, mentre le ricerche su quello antimalarico datano una ventina d’anni.

La mancanza di risorse, negli ultimi due anni, per il controllo della diffusione della malaria in Africa, attraverso la distruzione dell’habitat delle zanzare e l’uso di farmaci adeguati, ha provocato un aumento delle infezioni e da questo nasce una decisione dell’OMS che in altri tempi non sarebbe stata presa.

Inoltre, il vaccino antimalarico prevede ben quattro somministrazioni da effettuarsi nei primi 18 mesi di vita. Una cosa non facile nelle condizioni dell’Africa sub sahariana, in cui sarà senz’altro necessaria una forte sensibilizzazione all’importanza della vaccinazione per ottenere il rispetto di tali scadenze che in molti casi troveranno difficoltà per le difficoltà logistiche, lavorative e abitative delle famiglie.

Infine, non è ancora chiaro quali saranno i costi del vaccino. Sembra che la società produttrice sia disposta a garantire alcune forniture a prezzo “sociale”, ma non si sa di quante dosi né è noto quale compenso sarà richiesto.

La bella notizia della partenza di una campagna vaccinale di massa contro la malaria è quindi da sottoporre a una verifica di realtà che vada oltre l’esultanza che ha suscitato.

Soprattutto, pensiamo che la campagna vaccinale potrà avere successo solo se sarà accompagnata da un rafforzamento parallelo dei sistemi sanitari pubblici dei paesi africani, oggi troppo carenti. Ancora una volta, a fare la differenza, saranno i quattrini.

P.s. Sarà un caso, ma in questa occasione e in quel continente non si hanno notizie di “proteste no vax”...

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12/09/2017

Malaria, malattia endemica italiana

Narra Erodoto che nell’antico Egitto gli abitanti della valle del Nilo, per difendersi dall’assalto delle zanzare, coprivano i loro letti con una rete a maglie strettissime. Giustino Fortunato (Rionero in Vulture, 1848-1932) individuava nella malaria un’autentica maledizione, a fianco dei terremoti e altre gravi malattie, per lo sviluppo del Meridione.

Un incremento delle aree paludose e acquitrinose, che favorì lo sviluppo di forme febbrili legate a questi luoghi, si ebbe nel Medioevo grazie alla cattive gestioni del territorio, ai disboscamenti feroci e all’abbandono delle più elementari regole di tutela idrogeologica che contribuirono a rendere insalubri vaste aree di pianura.

Mentre al Nord si attuarono con efficacia diverse opere di bonifica, nel meridione le misure furono carenti e spesso inefficaci. Va detto, tanto per fare un esempio, che la malaria era alquanto diffusa accanto ad altre malattie professionali (soprattutto patologie polmonari) tra i zolfatari siciliani che ricorrevano, prima che si radicasse l’uso del chinino, a metodi tradizionali colmi di magia e suggestione come quello di far macerare, per sette notti, delle foglie di ortica e un piccolo cocomero selvatico in aceto di vino.1)

Malattia trasmessa dalla puntura della zanzara Anophele femmina, che infetta il genere umano dopo averlo punto, la malaria è anche causa di una elevata mortalità in tutti quei paesi che definiamo in via di sviluppo. La malaria è causata da quattro specie di Plasmodium: P. falciparum; P. vivax; P. ovale; P. malariae; la forma più grave è data dal falciparum che può anche causare la morte e che in Africa rappresenta la specie dominante. Sudamerica, Sud-Est Asiatico, Africa Subsahariana rappresentano le zone più a rischio di malaria. Va specificato che recentemente si stanno valutando e studiando altri tipi di Plasmodium che possono causare malaria, e le zanzare (vettori) in causa come l’Anopheles latens e l’hackeri e hinesorum.

Nel 1882 Luigi Torelli (1810-1887), senatore del Regno d’Italia, pubblicò la prima carta geografica della diffusione in Italia della malaria, che il Senatore vedeva come un “autentica tirannia, una vera e propria malattia nazionale” e riteneva necessaria una “guerra nazionale” contro di essa. 2-3)

In questa cartina si può capire che in quel periodo in Italia su 8362 comuni ben 3075 erano in zone infette dalle zanzare che portavano la malaria, cioè sessantasette provincie su settantanove erano in zone contaminate e in rosso venivano indicate le zone ad altissima contaminazione, in giallo le aree ad alta contaminazione: Sardegna, Puglia, Basilicata (Lucania), Campania, Calabria, Lazio, Toscana (litorale), Abruzzo, valle e delta del Po, Veneto e altre aree erano malariche.

Secondo il Regio Decreto numero 111, 30 marzo 1902: “Una zona di territorio può essere designata come malarica (...) quando concorra: 1° la manifestazione simultanea, o a brevi intervalli, di più casi di febbre malarica contratta sul luogo; 2° la presenza degli insetti aerei riconosciuti atti a trasmettere l’infezione, nonché di stagni, pozze d’acqua, o specchi di acqua stagnante, temporanei o permanenti, a maggiore o minore distanza dall’abitato, in grandi o piccole dimensioni, artificialmente creati, o naturalmente esistenti.”

Mi viene oggi da pensare alla Maremma, a Ferrara, al Delta del Po, ad Albarella – vicino a Venezia – che viene detta “finestra su Venezia”, ai suoi canali alle calli.

Uno studio scientifico nel 1995, in particolare su aree d’Italia dove la malaria era endemica (Delta del Po e Maremma nella costa occidentale), affrontava il problema delle attività enzimatiche nelle cellule rosse, per i “tecnici” carenza di EGR, ponendosi alcuni interrogativi nella protezione contro la malaria. 4)

Nel 1997 una donna che ha vissuto in zone rurali dell’Italia e non aveva mai fatto viaggi in aree malariche sviluppò una malattia malarica dovuta al Plasmodium vivax 5)

“...questa malattia rimane un potenziale problema legato alla presenza di ex vettori, appartenenti al complesso Anopheles maculipennis. I casi di malaria presentati autoctone, recentemente riportati nei paesi europei, insieme ai cambiamenti climatici e ambientali previsti, hanno aumentato la preoccupazione delle autorità sanitarie per la possibile ripresa di questa malattia nel bacino del Mediterraneo. In Italia, per studiare la distribuzione e la biomassa delle popolazioni indigene anofeletiche e per valutare i parametri ambientali che potrebbero influenzare la loro dinamica, è stato condotto uno studio entomologico nel 2005-2006 in una zona di studio a rischio. Questa zona modello è rappresentata dalla regione geografica denominata Maremma, una pianura costiera tirrenica in Italia centrale, dove la malaria è stata iperendemica fino agli anni 50.”

E’ quanto sta scritto in un altro studio dove, in particolare l’Anopheles labrianchiae e maculipennis hanno dimostrato un’alta aggressività verso la specie umana 6)

Sappiamo che nella pianura Maremmana il principale vettore malarico era l’Anopheles labranchiae Falleroni ma la coltivazione del riso, effettuata più di trenta anni fa ha provocato un aumento di questa zanzara, il che ha portato a una preoccupazione per una possibile riemergenza della malaria. Poiché sono estremamente importanti i cambiamenti climatici, poiché “foci” della zanzara labranchiae sono stati ritrovati con una grande riproduzione nelle aree di coltivazione del riso, si può facilmente capire la preoccupazione per una ripresa della malaria. Bisogna dire che la Maremma 7) è stata sottoposta a una sorveglianza entomologica continua, che è stata intensificata dopo il 1997, dopo un caso di Plasmodium vivax malaria trasmesso dall’Anophele labranchiae avvenuto nella provincia di Grosseto 8).

Tengo a sottolineare che gli autori di questi studi, tutti svolti con attenzione e bravura, sono italiani. In questo paese si parla tanto, ci si riempie la bocca di difendere e salvaguardare la salute e altro, ma si tace o si fa finta di niente sugli enormi pericoli per la nostra salute, per la nostra esistenza e, nel caso della malaria, noi stiamo vivendo – in alcune aree geografiche della nostra Italia – su una autentica polveriera pronta a esplodere. Alcuni poi non si rendono conto, o fanno finta di non sapere, dell’importanza del cambiamento climatico.

Prof. Roberto Suozzi
Medico Chirurgo e Farmacologo Clinico
Suozziroberto.altervista.org

References

1) La febbre del mondo. Roberto Michele Suozzi. Il Manifesto mese 4 Aprile 1995.

2) Malaria e modernizzazione in Italia dopo l’Unità – Cnr – Issm www.issm.cnr.it/demetrapdf/boll_8…/Pagine%20da%20demetra_imp%208_tino.pdf

3) https://www.iconur.it, Storia degli uomini – Ottant’anni di lotte contro la malaria in Italia. … 1 Frank M. Snowden, storico americano autore della storia della malaria in Italia che qui si utilizza, è molto critico …

4) Am J Hum Genet. 1995 Sep;57(3):674-81. Deficiency of two red-cell flavin enzymes in a population in Sardinia: was glutathione reductase deficiency specifically selected for by malaria? Anderson BB1, Corda L, Perry GM, Pilato D, Giuberti M, Vullo C

5) Lancet. 1998 Apr 25;351(9111):1246-7. Malaria in Maremma, Italy.

Baldari M1, Tamburro A, Sabatinelli G, Romi R, Severini C, Cuccagna G, Fiorilli G, Allegri MP, Buriani C, Toti M

6) Vector Borne Zoonotic Dis. 2009 Dec;9(6):703-11. doi: 10.1089/vbz.2008.0129. A 2-year entomological study of potential malaria vectors in central Italy. 1Di Luca M, Boccolini D, Severini F, Toma L, Barbieri FM, Massa A, .Romi R

7) 2012 Jul;49(4):833-42. Impact of environmental changes and human-related factors on the potential malaria vector, Anopheles labranchiae (Diptera: Culicidae), in Maremma, Central Italy. Boccolini D1, Toma L, Di Luca M, Severini F, Cocchi M, Bella A, Massa A, Mancini Barbieri F, Bongiorno G, Angeli L, Pontuale G, Raffaelli I, Fausto AM, Tamburro A, Romi R.J Med Entomol.

8) Malar J. 2012; 11: 98. Published online 2012 Mar 30. doi: 10.1186/1475-2875-11-98 PMCID: PMC3395869 Assessment of the risk of malaria re-introduction in the Maremma plain (Central Italy) using a multi-factorial approach

Roberto Romi,1 Daniela Boccolini,1 Roberto Vallorani,2,4 Francesco Severini,1 Luciano Toma,1 Maurizio Cocchi,3 Angelo Tamburro,3 Gianni Messeri,4 Antonio Crisci,4 Luca Angeli,2 Roberto Costantini,2 Irene Raffaelli,3 Giorgio Pontuale,3 Isabelle Thiéry,5 Annie Landier,5 Gilbert Le Goff,6 Anna Maria Fausto,7 and Marco Di Luca1

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06/09/2017

Libero spaccia fake news razziste e pericolose sulle “malattie”


Occorre dirlo senza giri di parole: l’informazione spazzatura va sanzionata, soprattutto se procura allarmi e semina sostanze tossiche nel senso comune.

La prima pagina del quotidiano “Libero” ci ha abituato a titoli gridati e notizie spazzatura. Materiale odioso molto spesso, ma corrispondente all’ambiente che lo produce e lo recepisce. Ma è cosa totalmente diversa fare titoli come quello oggi in copertina, non solo perché palesemente falso (come stanno cercando di far capire decine di infettivologi intervistati dai media più diversi), ma perché semina volutamente allarmi infondati e istigazione all’odio; benzina sul fuoco sulla già rovente situazione in Italia.

Diffondere l’idea di un nesso tra immigrati e ricomparsa di malattie estinte nel nostro paese non solo è scientificamente sbagliato, ma è socialmente pericoloso.

L’unico “mediatore” esistente per tramettere il virus della malaria tra umani (a parte la trasfusione diretta, che nel caso di Trento non c’è stata) è la zanzara anofele. Nessun altro tipo di zanzara può riuscirci. Il ritorno o meno di questo tipo di zanzara sul territorio italiano dipende eventualmente dai mutamenti climatici, non dalle migrazioni. Se anche un “africano” volesse portarsi qualche zanzara al seguito (al guinzaglio, in valigia, ecc), questa non potrebbe sopravvivere in un clima inadatto.

Questo è quanto ci dice la scienza.

Naturalmente sappiamo bene che malattie un tempo debellate (al pari della malaria) oggi tornano ad affacciarsi. Basta pensare che sono stati chiusi ospedali dedicati e sanatori per alcuni casi di Tbc, la cosiddetta “malattia dei poveri”, che insorge a causa delle condizioni di vita (abitazione insalubri, scarsa o cattiva alimentazione, ecc.) che rendono vulnerabili all’eventuale contagio.

Ci sembra decisamente improbabile che i direttori di Libero (gli inquietanti Vittorio Feltri e Pietro Senaldi) non abbiano sentito nessun medico per informarsi meglio prima di fare un titolo così. Dunque è stata una decisione a mente fredda, volontaria e con l’intenzione scoperta di speculare sulla morte di una bambina di quattro anni.

Per questo riteniamo indispensabile, in casi come questo, sanzionare un organo di dis-informazione. A tutti – anche a noi – capita di sbagliare o di prendere fischi per fiaschi. Qui non c’è nessun errore, ma una volontà perversa, razzista, senza scrupoli.

Capiamo benissimo che invocare sanzioni contro l’informazione spazzatura e allarmista è un terreno scivoloso, così come sono evidenti i tentativi di enfatizzare le fake news per ridurre le possibilità che in Rete si sviluppi un serio sistema mediatico alternativo ed efficace, fuori e contro il monopolio mainstream di giornali e telegiornali.

Ma è anche necessario che chi fa informazione – così come medici o ingegneri – abbia e rispetti scrupolosamente un codice deontologico e, qualora non lo faccia, che gli organi preposti al rispetto di questo codice intervengano. In questo caso è l’Ordine dei Giornalisti.

Se l’informazione spazzatura diffonde invece allarmi sociali infondati, che possono innescare azioni e reazioni pericolose nelle relazioni sociali del paese, si configura un reato vero e proprio e qui non è più un problema deontologico, ma penale.

Il problema sorge quando l’“informazione spazzatura” coincide con la strategia non dichiarata di “autorità costituite”, che hanno contribuito al diffondersi di un clima razzista e xenofobo nel paese per legittimare agli occhi dell’opinione pubblica la nuova escalation colonialista verso l’Africa, fino a renderla la soluzione migliore e ineluttabile.

E’ un corto circuito pericoloso, in cui la prima pagina di Libero appare solo come un test: se passa anche questa senza incidenti si può procedere a tutto campo e senza più alcun freno inibitorio.

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