Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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31/12/2025

Quello italiano è un capitalismo "assistito"

Ma l’avete vista l’Italia? È un Paese meraviglioso, un vero laboratorio di miracoli. Soprattutto in sanità. Siamo diventati la terra promessa delle cliniche e dei grandi poli ospedalieri privati, quelle corazzate che brillano di marmo e tecnologia, dove il progresso galoppa ma il portafoglio che paga è sempre lo stesso: il tuo. Siamo ai vertici mondiali per spesa privata, ma con un trucco che farebbe invidia a un prestigiatore.

Il meccanismo è di un’eleganza quasi commovente. Il privato investe, certo, compra macchinari che sembrano astronavi e costruisce ali d’ospedale da grand hotel. Ma lo fa con la certezza matematica che lo Stato coprirà ogni centesimo. È un rischio d’impresa che fa ridere i polli: io compro il giocattolo e tu, caro contribuente, mi garantisci per contratto che mi pagherai il biglietto per usarlo, vita natural durante.

E il gioco si fa raffinato, direi chirurgico. Queste strutture scelgono dal menù: “Questo intervento rende? Dà un bel margine di profitto? Lo prendo. Quest’altro è una rogna, costa troppo, richiede una terapia intensiva che mangia il bilancio? Uh, no, per quello c’è l’ospedale pubblico in fondo alla strada”. È una sanità selettiva, che tiene per sé la crema delle prestazioni programmate e scarica sulla “carretta” dello Stato le emergenze, i disastri e i costi fissi della sopravvivenza. Noi facciamo l’eccellenza rimborsata, voi fate la trincea dei pronto soccorso.

Ma la vera perla, il tocco di classe, è il rinnovo automatico. Ogni anno le Regioni firmano, zitte e rassegnate, senza una gara, senza un dubbio, garantendo flussi di denaro in continuità con l’anno precedente. Abbiamo inventato il capitalismo assistito, dove la concorrenza non esiste e il profitto è un vitalizio. E intanto questa destra che ci parla di “Nazione”, che si sente erede di chissà quale orgoglio identitario, guarda dall’altra parte mentre il diritto alla salute viene appaltato a pezzi, come se la sovranità nazionale finisse davanti alla soglia di una fondazione privata.

Questa situazione non è più tollerabile: è un’urgenza civile invertire la rotta prima che la privatizzazione silenziosa incida ancora di più sulla nostra carne. Le soluzioni ci sono: bisogna avere il coraggio di tagliare il rilascio di nuove convenzioni e avviare una nazionalizzazione progressiva delle strutture strategiche.

Se un grande ospedale è indispensabile alla vita dei cittadini e non starebbe in piedi un solo giorno senza l’ossigeno del denaro pubblico, allora deve tornare allo Stato. Deve tornare a essere nostro. Senza filtri e senza dividendi sulla pelle di chi soffre. Perché la salute non è un’azione in borsa: è l’ultimo baluardo che ci rende ancora delle persone e non dei semplici clienti di un’azienda.

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22/05/2025

Rapporto Istat 2025: il declino irreversibile del futuro italiano

Ieri mattina, a Palazzo Montecitorio, il Presidente dell’Istat, Francesco Maria Chelli, ha presentato il 33esimo rapporto annuale dell’istituto, con il quale si fotografa la situazione dell’Italia nell’anno appena passato, a cui si affiancano le previsioni per il 2025.

Sarebbe da commentare, paragrafo per paragrafo, ognuno dei quattro capitoli che lo compongono, ma bastano alcuni dei dati per mostrare il fallimento della classe dirigente del paese. A cominciare dalle stime di crescita per l’anno in corso.

La guerra commerciale suggerisce un ulteriore rallentamento della crescita: se nel 2024 si era già attestata a +0,7%, ora le previsioni oscillano tra il +0,4% del FMI e il +0,6% di Bankitalia e MEF. Se i conti pubblici hanno segnato un netto miglioramento (e come potrebbe essere altrimenti, visto il continuo tagliare), non è lo stesso per le retribuzioni.

Tra il 2019 e il 2024 i salari hanno perso il 10,5% del potere d’acquisto a causa dell’inflazione. Se si parla di retribuzioni lorde di fatto per dipendente, la riduzione è più contenuta, ma segna comunque un -4,4%, più intensa rispetto a quella sperimentata in altri paesi quali Spagna e Germania.

Tale perdita è di gran lunga superiore a quella della produttività del lavoro, che ad ogni modo, come sottolineato dall’Istat, è il “risultato dell’espansione dell’occupazione maggiore rispetto a quella del valore aggiunto”. In altre parole, più persone al lavoro, ma un lavoro che produce meno ricchezza, e dunque anche meno salario.

È del resto questo il paese che ha in mente il governo quando dice, per bocca di Giorgia Meloni, che il turismo è un settore trainante dell’economia italiana. Lo confermano gli statistici stessi: la crescita del lavoro ha riguardato i settori ad alta intensità di lavoro e a bassa produttività, come il turismo e la ristorazione.

La produzione industriale in volume (corretta per i giorni lavorativi) è invece diminuita del 4% rispetto al 2023, quando era già calata del 2%. Un paese deindustrializzato, in cui le uniche opportunità di lavoro sono precarie, sottopagate e lontane dall’orizzonte dei settori più avanzati. Il reddito reale da lavoro per occupato, inoltre, è più basso del 7,3% rispetto al 2004.

Nonostante questo, il reddito familiare equivalente è aumentato del 6,3% “grazie ai cambiamenti demografici (in particolare la riduzione della quota delle famiglie con figli), all’aumento del numero di componenti occupati e alla maggior diffusione della proprietà della casa di abitazione”.

Sono elementi da non sottovalutare per capire anche come un palese peggioramento delle condizioni di lavoro non produce ancora una conflittualità sociale estesa come ci si potrebbe aspettare. Tante dinamiche concorrono ad alleggerire il peso del fallimento delle politiche industriali e salariali dei governi degli ultimi vent’anni.

Comunque, il risultato è che il 23,1% della popolazione è a rischio povertà o esclusione sociale. Andando a vedere dove questo dato colpisce con più durezza, si nota che arriva al 39,8% al Sud – dove la grave deprivazione materiale è dieci volte maggiore che al Nord-Est – e cresce per quelle famiglie il cui principale percettore di reddito ha meno di 35 anni.

Il fatto che siano i giovani a pagare più di tutti il prezzo della crisi lo dimostra anche il dato per cui negli ultimi dieci anni circa 97 mila laureati se ne sono andati dall’Italia, con il record raggiunto proprio lo scorso anno. L’istruzione è in affanno a livello generale: tra i cittadini di età compresa fra i 25 e i 64 anni appena il 65,5% risultava diplomato nel 2023, quando la media UE a 27 è del 79,8%.

Ci sono poi tutta una serie di informazioni sulla sanità e sul generale stato di salute della popolazione che inquietano: nel 2024 un italiano su dieci ha rinunciato a visite o a esami specialistici negli ultimi 12 mesi, a causa delle lunghe liste di attesa o per la difficoltà a pagare le prestazioni sanitarie. Il numero è in crescita rispetto al 2023, ma anche rispetto al periodo pre-pandemico.

Nell’anno passato è aumentata la speranza di vita alla nascita, ma si è ridotta la quota di anni vissuti in buona salute, in particolare per le donne. Per queste ultime una vita in buona salute si ferma, in media, ai 56,6 anni, mentre per gli uomini dura fino ai 59,8 anni. Ciò incrina tutta la narrativa sull’aumento dell’età pensionabile: andrebbe diminuita per riduzione della capacità lavorativa, non aumentata.

Infine, l’Italia è al secondo posto tra i paesi europei per perdite economiche dovute a eventi climatici estremi. Un’altra ‘emergenza’ ormai trasformatasi in problema strutturale, su cui viene fatto poco e niente, a tutela dei profitti. Ma il rapporto Istat di quest’anno lancia di certo un allarme che non può essere evitato.

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08/05/2024

I PFAS hanno avvelenato il Veneto e fatto aumentare la mortalità

C’è una correlazione tra l’esposizione ai Pfas e la mortalità per cancro e malattie cardiovascolari nel periodo tra il 1985 e il 2018. Dopo anni di denunce e analisi il risultato è conclamato ed ora il Veneto deve fare i conti con il suo modello di industrializzazione selvaggia prosperato nei decenni scorsi.

C’erano state le inchieste di Report dell’ottobre 2016 e settembre 2017, lo studio dell’Ispra del giugno 2017 sulla concentrazione di inquinanti nella regione del Lago Maggiore e i risultati dell’indagine commissionata dal CNR. Poi, finalmente, nel 2018 il Consiglio dei Ministri aveva infine dichiarato lo stato di emergenza per i PFAS in Veneto e nominato un commissario.

Le sostanze perfluoroalchiliche (PFAS), o acidi perfluoroacrilici, sono una famiglia di composti chimici usati prevalentemente dall’industria.

Anni e anni di denunce hanno portato a quanto riscontrato dal gruppo di ricerca dell’Università di Padova coordinato dal professore Annibale Biggeri del dipartimento di Scienze cardio-toraco-vascolari e Sanità pubblica dell’Università di Padova, in collaborazione con il Registro tumori dell’Emilia-Romagna, il Servizio statistico dell’Istituto superiore di sanità e con il contributo di citizen science del gruppo Mamme No Pfas.

Lo studio denominato ‘All-cause, cardiovascular disease and cancer mortality in the population of a large Italian area contaminated by perfluoroalkyl and polyfluoroalkyl substances (1980–2018)’ è stato pubblicato su ‘Enviromental Health’.

“Per la prima volta – si legge in una nota – i dati forniti dimostrano formalmente un’associazione tra esposizione a Pfas e mortalità per malattie cardiovascolari, mettendo in evidenza anche la correlazione tra cancro del rene e cancro ai testicoli e Pfas nella popolazione veneta dell’area contaminata”.

“Nei 34 anni compresi tra il 1985, assunto come data di inizio della contaminazione delle acque, e il 2018, ultimo anno di disponibilità dei dati di mortalità causa – ha spiegato il professor Annibale Biggeri – nella popolazione residente dell’area Rossa abbiamo osservato 51.621 decessi contro 47.731 attesi. Si tratta – ha sottolineato – di un eccesso di 3.890 morti rispetto all’atteso, cioè di un morto in più ogni tre giorni. Abbiamo trovato prove di un aumento della mortalità per malattie cardiovascolari, in particolare malattie cardiache e cardiopatia ischemica, e malattie neoplastiche maligne, tra cui il cancro del rene e il cancro ai testicoli. Ed il trend è in crescita soprattutto tra i più giovani, dove abbiamo riscontrato un aumento della mortalità per tumori. Degno di nota anche il fatto che si riscontri un effetto protettivo nelle donne in età fertile, probabilmente dovuto al trasferimento di Pfas alla progenie”.

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11/04/2024

Vite a perdere

Il cambio di paradigma

Quando parliamo di salute e in particolare di salute nei luoghi di lavoro non possiamo non considerarla come una condizione determinata socialmente. Con questo si intende che le condizioni di vita fuori e dentro i luoghi di lavoro sono determinate dai rapporti e dalle dinamiche di contrattazione, mediazione, scontro tra le categorie sociali e dalla presenza di istituti, organismi, modelli che nascondo in conseguenza a questo.

Queste dinamiche sociali, che nascono dai differenti bisogni, influenzano le scelte politiche sulla distribuzione e l’impiego delle risorse economiche da destinare alla salute e quindi al modello di salute.

Altro aspetto fondamentale che influenza l’adozione di un modello di salute piuttosto che un altro è l’approccio culturale e scientifico che si sceglie di adottare, ossia avere lenti che ricercano e analizzano i bisogni reali di salute di una determinata popolazione, in questo caso quella lavoratrice o un punto di vista esclusivamente aziendale.

Anch’esso è frutto e conseguenza delle dinamiche sociali. L’istituzione dei servizi di tutela e prevenzione, nati a seguito dell’istituzione del SSN, nascono proprio sulla scia della spinta del movimento dei lavoratori e dei tecnici e medici che hanno utilizzato i saperi per orientare la scienza e metterla a disposizione del miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro di questa popolazione.

Questi principi, accompagnati da un indebolimento anche su altri campi dell’agibilità e della rappresentanza nei luoghi di lavoro, oggi, sono sempre con maggior frequenza messi in sordina.

Infatti, stiamo drammaticamente sperimentando cosa significano due decenni di progressiva trasformazione della salute da diritto a merce: drastici tagli alla spesa e al personale, ingresso ed espansione dei privati, torsione aziendalistica anche della gestione pubblica.

Dall’elaborazione dei dati del ministero della Salute emerge che nel decennio 2008-2018 in Italia la spesa in prevenzione è sempre stata inferiore al 5% del totale della spesa sanitaria[1]. Ciò ha determinato la riduzione su tutto il territorio nazionale dei dipartimenti di prevenzione, quindi delle strutture organizzative, degli operatori e degli strumenti e mezzi a loro disposizione.

Contemporaneamente a ciò, dal punto di vista dei saperi, si sta riscontrando che tutti i concetti e le intuizioni operaie, dei primi medici e tecnici che parlarono di lavoro insalubre, come l’eliminazione degli inquinanti, delle sostanze dannose per l’uomo e l’ambiente dai cicli produttivi è superato dalla filosofia del grado di suscettibilità individuale.

Solo i forti, i più resistenti, gli idonei alle condizioni imposte dalla necropolitica del profitto sopravvivranno. Questo si delinea essere l’approccio anche nei luoghi di formazione dei professionisti della salute e della prevenzione in particolare.

La ricerca scientifica, i luoghi di sapere, i servizi di tutela ambientale e della salute sono permeati dal paradigma egemonico della distribuzione del rischio sull’individuo, che ignora la sua appartenenza a un gruppo sociale o economico. Gli indicatori come la “deprivazione” sembrano non essere mai esistiti.

L’approccio volto all’eliminazione della fonte del rischio, della trasformazione dell’ambiente e dell’organizzazione di lavoro e di vita, viene sostituito dal nuovo fondamento che ha come legge costituente ‹‹l’accettabilità del rischio››. La sua gestione segna il passaggio al post-moderno.

Con questa logica infinite risorse vengono concentrate e sprecate in un gioco perverso, che tralascia modelli predittivi e principi di precauzione e necessità, per far posto alla distribuzione del rischio sul singolo. La sua comprovata suscettibilità a una sostanza, la sua reazione all’inquinante decidono se è meritevole di vivere alle condizioni imposte dal profitto.

Gli studi condotti da Cesare Maltoni, sulla cancerogenicità dell’amianto, del cloruro di vinile, del benzene, dei clorofluorocarburi (CFC) e le intuizioni degli operai di Marghera, sembrano non essere mai esistiti.

I temi del lavoro diventano frammentari, speculari a quelle che sono state fino ad oggi le politiche del lavoro, con ripercussioni inconfutabili di indebolimento dei diritti e dell’agibilità sindacale.

Storicamente la salute nei luoghi di lavoro è stata percepita come bisogno reale soltanto dopo decenni di lotte in cui si è consolidato un insieme di strutture e norme in difesa dell’occupazione, di un giusto e degno salario, fino alla messa in discussione totale del sistema fabbrica, dei processi e dell’organizzazione del lavoro (esperienze: Comitato Politico degli operai di Porto Marghera; Convegno sindacale Torino 1970; nascita dei gruppi omogenei)[2].

Trattare le tematiche del lavoro soltanto sotto le lenti dei saperi iper-specialistici e frammentati, significa rinunciare alla loro socializzazione e ignorare le esperienze di chi sul proprio vissuto subisce questa condizione.

Questo spiana la strada a un modello di salute che si concentra sull’individuo, abbandonando la visione di salute come fatto sociale, con una popolazione di riferimento e i suoi bisogni reali, un approccio globale che mira a garantire realmente un livello di salute equo e universale.

Attualmente è assente un legame tra la direzione politica degli enti deputati al controllo e alla tutela delle condizioni di lavoro e il mondo del lavoro sindacalizzato o meno. Esiste un bisogno di creare collegamenti, ma questo bisogno vede un indebolimento in termini sia di risorse che di approcci culturali e metodologici che molto spesso nascono distorti e orientati verso il filo-aziendalismo già a partire dalla scuola e passando poi per le università dove si formano scienziati e tecnici.

Il quadro della salute e delle condizioni di lavoro. Alcuni dati

Negli ultimi anni in Italia oltre 4 mila lavoratrici e lavoratori sono morti sui luoghi di lavoro, quasi 4 milioni hanno riportato gravi ferite, traumi e danni di varia natura; circa 300 mila hanno subito un danno permanente; oltre 300 mila si sono ammalati perché esposti ad agenti inquinanti ed a ritmi di lavoro usuranti.

A fronte di questi numeri impressionanti le pene comminate ai responsabili per la mancata osservanza delle disposizioni normative in materia di prevenzione dei rischi per la sicurezza e la salute sui luoghi di lavoro sono molto tenui o di scarsa rilevanza.

Dal rapporto annuale 2021 dell’Ispettorato nazionale del lavoro emerge come l’Emila Romagna sia al primo posto per “Illecite esternalizzazioni di mano d’opera” in materia di appalti (1696 lavoratori coinvolti e 75% di coop irregolari).

I dati generali sugli indici di irregolarità dello stesso rapporto ci dicono: 62,3% di irregolarità, 82,3% di irregolarità previdenziali, di 92,5% irregolarità assicurativa. Oltre 480.000 lavoratori e lavoratrici irregolari (di cui 20.000 circa in nero).

A fianco a questa realtà indagata, a cui si aggiungerebbero gli indicatori sulla sicurezza e salute (1.221 morti, 555.236 infortuni complessivi e 55.288 denunce di malattie professionali +22.8% – fonte INAIL), nella sola provincia di Modena tra il 2018 e il 2020 si sono contati 481 processi penali per fatti connessi all’attività sindacale.

Il D.lgs 81/08, la L. 215/2021, i rapporti tra gli organi di vigilanza

Gli strumenti giuridici, in particolare il D.lgs 81/08, seppur hanno avuto il merito di riordinare la normativa prevenzionistiche italiana e attraverso i principi generali garantire una tenuta nelle tutele, nonostante la velocità con cui sta cambiando il mondo del lavoro, e le direttive e i regolamenti europei, conserva una struttura improntata sulla grande impresa e non permette spesso di intervenire come si dovrebbe sulla realtà complessa: frammentazione dei processi, delle organizzazioni, della forza lavoro e dei contratti, architettura produttiva e divisione del lavoro atomizzata, introduzione di tecnologie e sostanze, sviluppo e centralità dell’economia delle piattaforme, “deregolamentazione/liberalizzazione” (soprattutto coop, logistica ed edilizia) degli appalti (vedi tentativo di modifica nel settore logistico dell’art. 1667 del codice civile – principio di responsabilità solidale).

Questa è la fotografia parziale dello scenario su cui operatori, organi di vigilanza, rappresentanti dei lavoratori, sindacati devono intervenire attraverso gli strumenti giuridici in loro potere.

Con l’introduzione e il rafforzamento nell’applicazione dello strumento della sospensione dell’attività imprenditoriale, alla quale si aggiungono le pene accessorie, ci si era convinti che si potesse invertire la tendenza del fenomeno infortunistico (e a lungo termine delle malattie professionali, spesso trascurate, che ogni anno coinvolgono migliaia di persone con indici di invalidità e costi sociali elevatissimi e di qualità nella prospettiva di vita pessima).

Questo strumento oltre a non essere stato inserito in un intervento più organico della normativa che guardasse anche al rafforzamento del potere contrattuale e dell’agibilità reale dei lavoratori dentro i luoghi di lavoro, non ha ad oggi un grado di applicabilità agevole per gli operatori della prevenzione che dovrebbero utilizzarlo, oltre al fatto che questi restano esigui in termini numerici in rapporto alle aziende presenti nei territori.

In particolare, il provvedimento ha carattere amministrativo che sotto vari profili, soprattutto tempistici, mal si integra così come concepito, con lo strumento della prescrizione (ex D.lgs 758/94). Ciò produce per chi controlla le condizioni di lavoro un aggravio e un rallentamento delle attività e delle tempistiche di intervento, perché sottrae tempo agli altri interventi, (comunque da garantire sulla base degli obiettivi regionali e aziendali), abbassando di conseguenza la loro qualità in termini di ampiezza e profondità dei vari rischi presenti e aspetti ad essi collegati.

Diventa in tal modo la conciliazione dei procedimenti e dei diversi ambiti giuridici, in questo modo mischiati (amministrativo, penale, procedura penale).

A questo si aggiunge che tale strumento, stando alle scelte eterogenee fatte in ambiti regionali, vede in alcuni casi scaricare la responsabilità sul singolo operatore anziché sul servizio, quindi del dirigente responsabile. È per via di questo e degli altri aspetti descritti che, a oggi, esiste una qualche resistenza da parte degli operatori nell’applicare questo provvedimento.

Rispetto invece alla centralità dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro, che la legge 215/2021 ha previsto, nel coordinamento tra gli organi di vigilanza delle attività e gli interventi, a quasi un anno dall’entrata in vigore, questa organizzazione sembra essere ancora macchinosa.

Pochi sono gli interventi congiunti tra gli organi e quasi nulla è stata la collaborazione in termini di condivisione delle informazioni e dei saperi. Se l’obiettivo reale era mettere in comune le forza e garantire interventi a 360 gradi, per estendere e rafforzare la tutela di lavoratori e lavoratrici, ciò possiamo dire non ha avuto gli effetti desiderati.

Anzi, questo all’interno dei servizi è vissuto quasi come una contesa, qualcosa che ricorda i film polizieschi americani, dove due organi di polizia si contendono il territorio e la reputazione in forma competitiva più che collaborativa. Tutto ciò ad oggi non giova ai lavoratori e alle lavoratrici.

Restano inoltre fuori dal campo di applicazione settori molto controversi come il trasporto ferroviario di merci e persone, dove permane un controllo in house da parte di Ferrovie dello Stato e delle società di trasporto delle condizioni di lavoro, di salute e sicurezza.

Proposte

Alcune proposte conseguenti a quanto sopra descritto che rivolgo a tutti e tutte.

1) Modifiche D.lgs 81/08:

- fissare dei criteri di valutazione dei rischi che tengano conto e siano quindi conformi alle norme tecniche di riferimento per le differenti tipologie di rischio per la salute e la sicurezza dei lavoratori. Rafforzare il concetto di “eliminazione del rischio alla fonte”;

- dare maggiore priorità alle misure di protezione collettive, fornendo ai lavoratori i Dpi solo se, nonostante l’adozione delle prime due tipologie di misure, rimane del rischio residuo;

- introdurre strumenti che diano potere agli organi di vigilanza per intervenire in maniera prescrittiva sui ritmi, i carichi e gli orari di lavoro, rafforzando la capacità di intervento su quelli che sono i cosiddetti “rischi organizzativi”;

- creare una rete di collegamento tra i diversi servizi dei sistemi sanitari per la prevenzione dei rischi psico-sociali, spesso determinati da quelli organizzativi;

- estendere la responsabilità solidale e sociale a tutti i settori in cui si individui committenza di fatto e aziende capofila di un intero processo tecnologico.

- introduzione della “Procedura d’urgenza di verifica rispetto prescrizioni in materia di salute e sicurezza sul lavoro”. In caso di preventiva verifica di mancata attuazione da parte del datore di lavoro degli adempimenti a tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori, i singoli RLS, gli organismi territoriali delle organizzazioni sindacali nazionali, le rappresentanze sindacali aziendali e le RSU possono ricorrere al giudice del lavoro, con la procedura d’urgenza di cui all’art. 28 della legge 300/70, perché ne ordini l’immediata applicazione. Laddove il giudice riconosca la fondatezza della denuncia proposta, intima al datore di lavoro l’immediata rimozione del pericolo o l’attuazione immediata degli adempimenti non rispettati e decide la sanzione in caso di mancata ottemperanza entro sessanta giorni dalla sentenza[3];

- garantire rappresentanza diretta nelle singole realtà produttive, a prescindere dalla dimensione, attraverso l’istituzione di comitati dei lavoratori, dotati di poteri ampliati rispetto a quelli degli RLS, in modo da poter compartecipare a tutti gli interventi degli organi di vigilanza, comprese le indagini. Tali organismi direttamente in rete tra loro o attraverso i sindacati potrebbero a livello regionale fare proposte nell’ambito dell’elaborazione dei Piano Regionali della Prevenzione;

- estendere tutele ai rappresentanti sindacali e agli RLS da rappresaglie come licenziamento, demansionamento a tutti i settori e le tipologie contrattuali;

- creare una rete nazionale tra professionisti e rappresentanze dei lavoratori, per aumentare le relazioni tra organi di vigilanza, RLS e sindacati.

2) Coinvolgere sindacati e rappresentanze studentesche (associazioni, collettivi, comitati) soprattutto nei settori universitari medico-scientifici per organizzare attività elettive, incontri al fine proporre di introdurre nei programmi didattici “saperi operai”.

Questo per creare un ponte generazionale di saperi e interrompere l’approccio aziendalistico – individuale della salute e introdurre un approccio moderno ma sociale di prevenzione, quindi di salute. Rifiutare l’accettazione dei rischi intriseci ai processi, all’organizzazione e all’interno della contrattazione rifiutare la monetizzazione del rischio.

3) Costruire approccio di messa in comune dei saperi per costruire proposte che ridiano efficacia reale al sistema sanitario pubblico e al potere di contrattazione e rappresentanza dei lavoratori. Saper collegare questo ai dispositivi repressivi nella società e nei luoghi di lavoro.

Note:

[1] https://altreconomia.it/inchiesta-prevenzione-addio/

[2] http://effimera.org/contro-la-nocivita-operaismo-ed-ecologia-nel-lungo-68/

[3] Proposta di Legge RETE ISIDE

Fonte

20/08/2023

Ecco i miliardari che si arricchiscono sulla nostra “salute”

Nel 2022 il mercato globale della salute ha registrato un valore di 90 miliardi di dollari. L’anno prima, causa pandemia, era schizzato a 150 miliardi.

Secondo la classifica di Forbes, il miliardario più ricco nel mercato della salute è un indiano.

Si tratta di Cyrus Poonawalla, amministratore delegato dell’omonimo gruppo. Tra le sue attività c’è il Serum Institute of India, la più grande società produttrice di vaccini a livello globale.

Nella classifica mondiale dei miliardari di Forbes Poonawalla occupa la 46esima posizione con un patrimonio stimato in 32,4 miliardi di dollari.

Un altro indiano compare dieci posizioni più sotto. È Philip Shanghvi. Figlio di un distributore di medicinali, nel 1983, a 28 anni, chiese in prestito al padre 200 dollari per fondare la Sun Pharmaceutical Industries e produrre farmaci psichiatrici. Shanghvi ha un patrimonio stimato in 18,5 miliardi.

Il secondo uomo più ricco del settore della salute è il medico e imprenditore statunitense Thomas Frist Jr., fondatore, assieme al padre, della Hospital Corporation of America (Hca).

La sua società possiede e gestisce 187 ospedali e circa duemila centri di cura negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Con un patrimonio di 21,8 miliardi di dollari, occupa la 76esima posizione della classifica generale dei miliardari di Forbes.

In Europa i più importanti “prenditori” nella salute sono i fratelli tedeschi Andreas e Thomas Struengmann. Nel 1986 i due hanno fondato Hexal, azienda produttrice di farmaci generici, venduta nel 2005 a Novartis per circa 7 miliardi di dollari. Tre anni dopo la cessione, hanno aperto a Francoforte un centro di ricerca sulle neuroscienze.

Attraverso la loro società di investimenti Santo Holding, con sede a Zurigo, in Svizzera, investono in aziende biotecnologiche e farmaceutiche. Sono stati anche tra i principali finanziatori di BioNTech, che ha collaborato con Pfizer per la realizzazione del vaccino anti-Covid.

I due fratelli detengono un patrimonio complessivo di 20,6 miliardi di dollari (10,3 miliardi a testa) e occupano a pari merito la 180esima posizione della classifica dei miliardari di Forbes.

Il primo miliardario italiano della salute è Sergio Stevanato, presidente emerito del gruppo che porta il nome della famiglia, dal 2021 quotato a Wall Street.

L’azienda, che ha sede in provincia di Padova, si occupa di packaging farmaceutico e medicale ed è il più grande produttore al mondo di flaconi in vetro e di cartucce per penne da insulina. La famiglia Stevanato ha un patrimonio di 7,6 miliardi di dollari.

Tra i miliardari italiani dell’healthcare figurano i membri della famiglia Aleotti, Massimiliana Landini e i suoi tre figli, che nel 2014 hanno ereditato da Alberto Aleotti il colosso farmaceutico Menarini. Con un patrimonio di 7,3 miliardi di dollari, la famiglia occupa la 329esima posizione della classifica mondiale dei miliardari di Forbes.

L’alto miliardario italiano del settore è Gustavo Denegri, presiedente di DiaSorin, biotech che produce kit di reagenti come quelli utilizzati, per esempio, per i tamponi durante la pandemia di Covid.

Il suo patrimonio è in discesa: all’inizio del 2022 ammontava a 5,4 miliardi di dollari, mentre alla fine dell’anno a 3,7 miliardi. Ora Denegri occupa la posizione 1.110 della classifica di Forbes, con 2,8 miliardi di patrimonio.

Di seguito la classifica Forbes dei primi dieci miliardari del settore della salute e le posizioni dei paperoni europei ed italiani che si arricchiscono sulla nostra salute. Tutte le cifre sono in dollari. I dati sono aggiornati alle 16 di mercoledì 16 agosto.

1 | Cyrus Poonawalla
Paese: India
Patrimonio: 32,4 miliardi

2 | Thomas Frist Jr.
Paese: Stati Uniti
Patrimonio: 21,8 miliardi

3 | Philip Shanghvi
Paese: India
Patrimonio: 18,5 miliardi

4 | Li Xiting
Paese: Singapore
Patrimonio: 14 miliardi

5 | Xu Huang
Paese: Hong Kong
Patrimonio: 12,3 miliardi

6 | Carl Cook
Paese: Stati Uniti
Patrimonio: 10,4 miliardi

7 | Chen Bang
Paese: Cina
Patrimonio: 10,3 miliardi

7 | Andreas Struengmann
Paese: Germania
Patrimonio: 10,3 miliardi

7 | Thomas Struengmann
Paese: Germania
Patrimonio: 10,3 miliardi

10 | Ernesto Bertarelli
Paese: Svizzera
Patrimonio: 9,5 miliardi

15 | Sergio Stevanato e famiglia
Paese: Italia
Patrimonio: 7,6 miliardi

17 | Massimiliana Landini Aleotti e famiglia
Paese: Italia
Patrimonio: 7,3 miliardi

72 | Gustavo Denegri
Paese: Italia
Patrimonio: 2,8 miliardi

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13/06/2023

Cannabis, la vera storia di un agente antidroga di Alfredo Ossino

di Mauro Baldrati

Non è un testo di narrativa, ma un memoriale tecnico, che si attiene ai fatti, che sono sempre documentati e verificabili. È lo stile di un ex maresciallo capo della Guardia di Finanza del Nucleo Operativo Antidroga, abituato a redigere rapporti esatti. Il capitolo iniziale, benché redatto col linguaggio essenziale del poliziotto, potrebbe essere utile allo scrittore di gialli o di serie poliziesche.

L’attività nella Guardia di Finanza è stata prevalentemente svolta presso importanti sedi operative, come ad esempio Roma e Napoli.

Napoli, in particolar modo, è un reparto a intensa attività operativa e controllo del territorio come perquisizioni, arresti, sequestri di ogni genere di merce, attività antidroga, appostamenti presso i luoghi di sbarco delle sigarette, inseguimenti in auto, appostamenti in luoghi di fortuna e durante le più diverse situazioni climatiche, nonché tantissime ore in macchina a pattugliare tutta la Campania.

A Roma, presso il Nucleo Centrale di Polizia Tributaria, fui assegnato al Gruppo Operativo Antidroga (G.O.A.). Una regola del servizio operativo è che si conosce l’ora di inizio del turno, ma non si è mai certi di finire all’ora prevista, perché accade spesso di protrarre l’orario per imprevisti o altri improcrastinabili motivi.

Prestare servizio al G.O.A. di Roma, con autonoma competenza operativa su tutto il territorio nazionale, vuol dire che non esistono regole. Da Roma, infatti, è possibile esercitare attività operativa in qualunque altra Regione d’Italia, in ragione delle indagini in corso, senza alcuna autorizzazione.

L’attività investigativa si coordina anche con paesi esteri, ove esistono sinergici accordi di cooperazione Interpol, al contrasto del traffico di sostanze stupefacenti.

Ognuno fa parte di una precisa squadra operativa che segue le indagini con ogni mezzo: intercettazioni, pedinamenti, appostamenti e qualsiasi altra utile azione. La squadra operativa che segue l’indagine si alterna negli appostamenti, nelle intercettazioni, nei pedinamenti e deve tempestivamente essere sempre pronta a qualsiasi evenienza, anche nell’affrontare subitanei viaggi, qualora l’attività operativa lo richiedesse.

Un esempio: pedinamenti da Roma a Milano e poi da Milano a Siracusa, poi chissà dove e, nel frattempo, se i pedinati, si avviano in percorsi con separate destinazioni, anche la pattuglia deve essere tempestivamente pronta a garantire il continuo monitoraggio degli indagati.

Le organizzazioni criminali, per ovvi motivi, si muovono senza preavviso. Possono capitare settimane o mesi di appostamenti. Può capitare di monitorare uno o più soggetti per lunghi periodi, e intercettare in tempo reale le conversazioni, e quindi bisogna sempre essere immediatamente pronti a tutto, secondo quanto carpito dall’intercettazione o da quello che avviene.

Non esiste vita privata. Si saltano i pasti, si dorme spesso in macchina, si effettuano estenuanti turni di servizio a prescindere dal clima o dalle stagioni.

Non esiste vita privata. Forse per questo quando arriva la mazzata si trova completamente solo, a parte la madre e la sorella che lo considerano impazzito? I dolori alla cervicale, intensi e continui, iniziano nel 2001. Le visite all’ospedale militare danno un responso preciso: artrosi, generata e complicata dal servizio. Da qui parte la spirale. I dolori aumentano progressivamente, finché nel 2007 viene messo in congedo, imbottito di farmaci oppiacei. E qui la lingua chirurgica, legalistica, scende nel privato di un malato sofferente confinato in un isolamento totale:

Impossibile dormire, percepivo sempre dolore e mi sentivo sempre più intossicato.
Mi alzavo durante la notte con crisi di tosse, senso di nausea e vertigini, erano crisi fuori controllo. Questa era diventata la mia vita: notti insonni, dolori, tosse, vertigini, depressione e solitudine. La mattina mi alzavo dal letto incordato e intorpidito non solo nei movimenti, ma anche nei pensieri. Tutto troppo faticoso da accettare e da gestire. Ogni giorno che passava, la mia salute peggiorava.

Con la mente intorpidita dai farmaci oppiacei e il fisico distrutto dal dolore, non riuscivo a svolgere la minima attività motoria, come ad esempio fare una passeggiata di poche centinaia di metri.

Intanto si sta diffondendo la notizia che la cannabis è un potente antidolorifico. E soprattutto non produce gli effetti collaterale degli oppiacei. L’autore fa capire che, col suo mestiere, la conosceva già, al di là del tremendo pregiudizio proibizionista diffuso tra la popolazione ma soprattutto tra la casta politica. Così, nel 2013, decide di sperimentarla. Ne parla con la madre e con la sorella, che è pure medico, le quali vanno fuori di testa: Ma come! Un finanziere che vuole farsi le canne?

Questa infatti è l’unica modalità a disposizione: comprare l’erba dai pusher di strada, a Catania, dove vive, e fumarla.

Nel frattempo, in rete, acquisivo straordinarie notizie sulla sua potenzialità terapeutiche e, guidato dallo spirito di sopravvivenza, a prescindere da tutto e tutti, mi convinsi a rinnovare l’esperienza. Accantonai i farmaci oppiacei e iniziai a consumare cannabis acquistata attraverso il mercato nero.

Non avevo alternative. Sei anni di oppiacei avevano solo intossicato il corpo e la mente, senza riuscire, anche minimamente, ad alienare il dolore.

Scopre che, oltre ad alleviare il dolore, è anche un ottimo antidepressivo, migliora l’umore, scaccia i pensieri neri e l’immobilismo degli oppiacei. L’operazione Black Market va avanti fino al 2021, narrata in un efficace reportage, sempre con lo stile giuridico-chirurgico, sui costi che prosciugavano la sua pensione, i disagi per trovare un pusher, il terrore di restare senza roba, lo sregolamento mentale derivante dal suo passato di persecutore passato consumatore, quando finalmente una USL siciliana, quella di Messina, tra enormi difficoltà e disinformazione diffusa (la cannabis come porta di accesso all’eroina e alla cocaina), decide di applicare la legge che risale addirittura al 2007 sull’uso della cannabis terapeutica, in seguito all’entrata in vigore della legge n. 172 del 2017, che autorizza l’Istituto Farmaceutico Militare a produrre la cannabis per uso terapeutico. Precedentemente infatti la materia prima era di difficile reperimento, comprata dall’Olanda e dispersa nello stagno della completa disinformazione dei medici e delle unità sanitarie.

Anche qui la vita è dura. È sempre dura quando si tratta di applicare un po’ di giustizia. Deve ottenere un piano terapeutico semestrale dal medico specializzato di un centro antidolore e portarlo al suo medico di base. Il quale rimane addirittura scioccato, non sa nulla di nulla della materia e si rifiuta indignato di rilasciare la prescrizione. Sarà la sorella medico, nel frattempo passata dalla sua parte, a intervenire e spiegare al medico di base la legislazione vigente.

Ma la vita continua a essere dura. La sua Usl di Catania non si muove, per cui è costretto a percorre 180 chilometri da Catania a Messina e ritorno per consegnare il piano terapeutico e poi una volta al mese di nuovo per ritirare la roba, che viene fornita in dosi mensili.

La vita è sempre dura, ma decisamente migliore. Tra indignate e condivisibili riflessioni sull’ipocrisia imperante, la mancata informazione sui benefici della cannabis terapeutica, la speculazione senza scrupoli della Destra che cavalca l’immarcescibile pregiudizio della droga, gli enormi profitti della criminalità grazie all’arcaico, barbarico proibizionismo, il nostro ex Maresciallo Capo del NOA è rinato. Ha cacciato la pinguedine e la depressione provocata dagli oppiacei, fa attività fisica ed è diventato un attivista a favore della legalizzazione della cannabis. Che, si può dire a voce alta, gli ha salvato la vita.

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20/12/2022

In Italia aumentano i casi di tumore

Nel 2022, in Italia, sono stimate 390.700 nuove diagnosi di cancro (nel 2020 erano 376.600), 205.000 negli uomini e 185.700 nelle donne. In due anni, l’incremento è stato di 14.100 casi. È quanto emerge dal censimento ufficiale che descrive gli aspetti relativi alla diagnosi e terapia delle neoplasie grazie al lavoro dell’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), Airtim (Associazione italiana registri tumori), Fondazione Aiom, Osservatorio nazionale screening (Ons), Passi (Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia), Passi d’Argento e della Società italiana di anatomia patologica e di citologia diagnostica (SIAPeC-IAP), raccolto nel volume “I numeri del cancro in Italia 2022”, presentato ieri in una conferenza stampa a Roma, al ministero della Salute.

Il tumore più frequentemente diagnosticato, nel 2022, è il carcinoma della mammella (55.700 casi, +0,5 per cento rispetto al 2020), seguito dal colon-retto (48.100, +1,5 per cento negli uomini e +1,6 per cento nelle donne), polmone (43.900, +1,6 per cento negli uomini e +3,6 per cento nelle donne), prostata (40.500, +1,5 per cento) e vescica (29.200, +1,7 per cento negli uomini e +1,0 per cento nelle donne).

La pandemia aveva determinato, nel 2020, un calo delle nuove diagnosi, ma legato in parte all’interruzione degli screening oncologici e al rallentamento delle attività diagnostiche, ma oggi si assiste alla ripresa dei casi di cancro come in altri Paesi europei.

Un trend che rischia di peggiorare, mettendo mano anche a fattori che dipendono dagli stili di vita: il 33% degli adulti è in sovrappeso e il 10% obeso, il 24% fuma e i sedentari sono aumentati dal 23% del 2008 al 31% del 2021.

Esauritasi l’emergenza pandemica sono ripresi gli screening, tornati nel 2021 ai livelli prepandemici, in particolare quello mammografico che ha raggiunto la copertura del 46%, per il colon-retto del 30% e per la cervice uterina del 35%.

È stato rilevato che il rischio di morte, tra le persone con storia di cancro e positività all’infezione da SARS-CoV-2, è 2/3 volte superiore tra quelle non vaccinate rispetto alle vaccinate.

Alla riattivazione dei programmi di prevenzione secondaria corrisponde un incremento del numero di interventi chirurgici per cancro del colon-retto e della mammella, anche in stadio iniziale. “L’aumento a 390.700 del numero assoluto dei casi nel 2022 pone interrogativi per i quali attualmente non ci sono risposte esaurienti – afferma Saverio Cinieri, presidente Aiom –. Queste stime per l’Italia per il 2022 sembrano indicare un aumento del numero assoluto dei tumori, in gran parte legato all’invecchiamento della popolazione, in apparente contrasto con l’andamento decrescente dei tassi di incidenza osservato se, ipoteticamente, si considera invariata l’età dei cittadini. Questi dati aggiornati invitano sempre di più a rafforzare le azioni per contrastare il ritardo diagnostico e per favorire la prevenzione secondaria e soprattutto primaria, agendo sul controllo dei fattori di rischio a partire dal fumo di tabacco, dall’obesità, dalla sedentarietà, dall’abuso di alcol e dalla necessità di favorire le vaccinazioni contro le infezioni note per causare il cancro, come quella contro l’Hpv”.

Se a colpire è il dato dell’aumento dei casi di tumore, colpisce il fatto che nell’indagine sulle cause gli unici indicatori presi in esame siano quelli relativi agli stili di vita e non ad altri fattori come l’inquinamento atmosferico e alle condizioni nei luoghi di lavoro.

Uno studio pubblicato a marzo del 2014 dalla rivista The Lancet dimostra ad esempio che respirare per molti anni aria inquinata, anche se nei limiti consentiti, aumenta la mortalità per cause naturali, compresa quella per cancro. La ricerca aveva analizzato i dati di 22 studi sull’inquinamento atmosferico che hanno coinvolto in tutto 367.000 persone, seguite in media per 13 anni. L’indagine ha mostrato un aumento della mortalità in chi è più esposto alle polveri fini ovvero al PM 2,5, inquinante costituito da particelle con un diametro inferiore ai 2,5 micron, anche quando i suoi livelli sono sotto il limite massimo consentito dalla legge.

Altri studi epidemiologici, hanno messo in luce una maggiore frequenza di certe forme tumorali in alcune categorie di lavoratori, e hanno permesso di scoprire una serie di sostanze chimiche cancerogene. Di alcune di queste è stato proibito l’uso, per altre sono state stabilite norme per proteggere chiunque debba venirne a contatto.

Tra queste c’è il benzene, contenuto in alcuni solventi e materiali per il lavaggio a secco, ma anche nel fumo di sigaretta, che aumenta il rischio di leucemia. Poi ci sono le diossine che si producono nel corso di diversi processi produttivi e tendono ad accumularsi nell’ambiente e negli alimenti; altre sostanze pericolose sono contenute in alcuni pesticidi usati in agricoltura e il cloruro di vinile, con cui venivano in contatto soprattutto gli addetti all’industria della plastica.

Gli idrocarburi aromatici policiclici, oltre che nel fumo di sigaretta e nei cibi cotti alla griglia, si trovano nei gas di scarico delle auto e nel fumo prodotto dalla combustione del legno nel camino o nelle stufe: oltre che tumori del polmone favoriscono lo sviluppo di quelli della pelle e dell’apparato urinario. L’inquinamento può quindi essere anche tra le mura domestiche, e non solo a causa del fumo passivo di sigaretta: per evitare l’effetto nocivo di queste sostanze è importante ventilare spesso gli ambienti.

Consolidata è poi la causa dovuta al ruolo dell’amianto (anche detto asbesto) nella genesi di alcuni tumori dei polmoni e soprattutto della pleura, la sottile membrana che li riveste (mesoteliomi). Ciò ha indotto le autorità a proibirne l’uso, un tempo diffuso soprattutto nell’edilizia. Altre sostanze potenzialmente cancerogene sono alcuni metalli (tra cui arsenico, berillio, cadmio, cromo, piombo e nichel).

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23/10/2022

Quale salute a scuola?

Nelle ultime settimane, all’ordine del giorno dei Collegi dei docenti di quasi tutte le scuole italiane c’è la promozione della salute a scuola, per cui saranno stanziati dei fondi dal PNRR.

Siamo ad ottobre e non sento che docenti lamentarsi, perché non ce la fanno più.
La burocrazia è troppa, la pressione da presidi e genitori continua, la formazione e i progetti sono troppi ed inutili. Ti dicono che sono direttive ministeriali o che se sono stati votati al collegio, vanno portati avanti, pure se in progress si rivelano fallimentari.

Fedeli alla linea – La linea non c’è.

Ma la linea è il caos stesso, che si autoalimenta, perché le forze antagoniste sono troppo deboli, per non essere fagocitate. Così, anche se sulla carta ci sarebbe il diritto di interrompere o modificare ciò che non si ritiene utile al benessere e all’evoluzione di alunni, docenti e comunità, nella realtà ci si adegua, perché se non si conoscono i propri diritti è impossibile rivendicarli.

Quasi tutti i docenti con cui parlo mi riportano che gli alunni non studiano e spesso categorie come PDP, DSA, BES, PPT sono vissute dai ragazzi e dai genitori come una sorta di barricata dietro cui trincerarsi, per evitare qualsiasi tipo di sforzo e di valutazione negativa, vista non come un feedback ed un input per il miglioramento, ma come uno stigma, che possa intaccare l’autostima e la fiducia dei ragazzi. Per non parlare della bocciatura, che non è minimamente più presa in considerazione.

È questo “andare incontro ai bisogni del singolo alunno? Quali bisogni? A che prezzo? Con quali risultati?

La farsa del docente pubblico ufficiale poi fa piangere, se si pensa a quanti colleghi siano costretti quotidianamente a subire vessazioni, minacce e provocazioni da parte di genitori ed alunni di qualsiasi età.

Le sospensioni non hanno conseguenze e sempre di più si evitano o nei rari casi, si sospende con obbligo di frequenza, perché si deve garantire ai genitori di poter andare al lavoro e agli alunni di poter prendere consapevolezza dei propri errori, ponendosi al servizio della comunità scolastica, la stessa di cui se ne fregheranno l’ora successiva.

Per far ciò si richiede ad alcuni docenti di mettersi a disposizione nelle loro ore libere, senza essere pagati, per poter seguire gli alunni nel loro percorso di espiazione.

Sia nel caso della bocciatura sia nel caso della sospensione, lo spauracchio spiaccicato in faccia dai presidi è il ricorso da parte dei genitori. E alla parola “ricorso” il consiglio di classe o il collegio docenti, già sgangherato e claudicante, stramazza senza più fiatare.

Sopportando tutto, com’è già abituato a fare.

Da anni si chiede al docente, per 1490 euro al mese, di essere educatore, insegnante, psicologo, madre, padre, amico, infermiere, guida turistica, attore, comico...

Perché devi farli un po’ divertire ‘sti ragazzi o no!? Che sono queste facce lunghe!?

Certo che dietro ogni alunno c’è un mondo, ma non è possibile, forse nemmeno auspicabile entrare in quel mondo. La scuola non può sostituirsi alla famiglia, né la famiglia può sostituirsi allo Stato. Ma nella realtà si fa quel che si può.

E troppo spesso ciò significa sacrificare tempo ed energie per un’idea di scuola che è speculare alla società capitalistica in cui viviamo.

I docenti sono operai, a cui si chiedono sforzi continui perché l’azienda scuola deve andare avanti, bisogna che la merce sia accattivante, se no non si vende.

I genitori acquirenti possono cambiare scuola, così caleranno gli iscritti e diminuiranno le classi, perché il numero di alunni dovrà essere sempre di 25.

Neanche l’apocalisse Covid è riuscita a smuovere il mammut della scuola.

Il corpo della comunità, scosso dalla tragedia, ha sentito che sanità e istruzione erano il suo cuore e la sua mente, ma è durato poco, giusto il tempo che si sopravvivesse all’imprevisto. Così lo Stato, dopo il vaccino, ritorna a investire in armi molto meno nobili, semmai avesse smesso.

Ma i docenti non sono semplici operai della cultura, perché devono farsi pure pubblicitari per vendere il brand della loro scuola, per paura di finire, dopo anni di precariato, di nuovo lontani da casa, o peggio su più scuole per poter completare le ore della loro cattedra.

Bisogna essere smart. Adeguati ai tempi in cui l’attenzione dura solo pochi secondi. Essere social e sorridenti. La rabbia e la frustrazione per lo sfruttamento continuo non si devono mostrare. C’è spazio solo per l’estasi del martirio o al massimo per il lamento funebre delle prefiche, dietro le quinte.

Così si consumano le vite dei detentori della conoscenza. In edifici vecchi di 50 anni, con riscaldamento e illuminazione non a norma, con aule troppo spesso anguste, ammuffite, dai soffitti cadenti o caduti. Senza spazi sani e funzionali per la tanto decantata inclusione. Senza tempo che non sia quello preposto alla bulimica somministrazione di nozione-formazione-lavoro.
Senza consapevolezza della causa dell’azione né della sua direzione.

Alla luce di quanto detto, cosa significa promuovere la salute a scuola?
Proporre una scuola libertaria in un pianeta capitalistico?
Rispettare i diritti di chi ci lavora e non ricattarli, rubandone il tempo e l’energia?
Permettere una reale autonomia al docente?
Lasciare che si formi come intellettuale e possa evolvere come essere umano, così da essere d’esempio per i suoi alunni?
Rendersi conto che a niente serve una formazione preconfezionata e trasmessa da chi non ha idea delle reali dinamiche di classe (e qui lo intenderei in tutti i sensi)?
Abbandonare un’idea consumistica di istruzione?

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02/02/2022

Il labile confine tra la sanità pubblica e quella privata

Ogni qualvolta ci troviamo ad affrontare un grave problema di salute, entriamo nei meandri di un percorso labirintico, là dove diventa difficile trovare una via d’uscita. 

Medicus curat natura sanat, recita l’aforisma, per dire che le conoscenze e le tecnologie di cui dispone la medicina attuale, non di rado, non sono sufficienti a riportare il paziente sulla via della guarigione.

Sia come sia, il tema della salute, anche e soprattutto per le tensioni generate dalla crisi pandemica, ritorna continuamente al centro del dibattito pubblico, con il rischio di diventare l’oggetto di una contesa inestricabile tra varie fazioni in lotta, sullo sfondo di un pervasivo processo di privatizzazione del SSN, nato nel 1978 dalla soppressione delle “Casse Mutue” e ispirato ai principi di universalità, equità e uguaglianza.

Tali principi, con l’ascesa delle forze liberiste e il conseguente cambio del paradigma economico-sociale, nel corso degli anni Ottanta seguirono un percorso accidentato e travagliato, al punto che finirono per sgretolarsi, quando vennero emanati i primi provvedimenti sulle privatizzazioni delle strutture sanitarie pubbliche.

In realtà, i diritti sociali, tra cui quello alla salute, garantiti e riconosciuti dalla nostra Costituzione, avevano già iniziato a scricchiolare a metà degli anni Settanta. In quel periodo, infatti, si era aperta la breccia attraverso cui si diffondeva l’idea che le prestazioni private a pagamento erano superiori a quelle gratuite. Forse, coloro che hanno una certa età dovrebbero ricordare le prese in giro degli oculisti o dei dentisti delle mutue e l’esaltazione dei pregi di quelli privati.

Gli insidiosi e piccoli rivoli che solcavano il terreno, ben presto, finirono per ingrossarsi, ricevendo acqua a bizzeffe dalle continue inondazioni che alimentavano l’erosione delle precedenti conquiste dello Stato sociale.

Nei primi anni Novanta del secolo scorso, i sostenitori delle politiche sociali a vantaggio dei meno abbienti, comprese le nuove generazioni che ne condividevano le scelte, furono neutralizzati dalla dottrina mistica dei conti pubblici in ordine, dottrina che ha ignorato il fatto che gli squilibri dei Bilanci pubblici erano generati dal prendere a prestito il denaro dai privati sul mercato, dietro il pagamento di interessi crescenti.

In tali circostanze, le USL furono trasformate in ASL e si diffuse la credenza che gli ospedali potessero funzionare come delle aziende private, improntate ai criteri di efficienza, efficacia e al calcolo di convenienza economica. Tutto ciò che era gestione pubblica divenne sinonimo di spreco e malaffare, mentre i funzionari pubblici ottennero la patente di dirigenti d’azienda e poterono finalmente trattare i pazienti come clienti.

Al tempo in cui manager aziendali diventarono l’icona di condottieri dell’economia, gli speculatori finanziari celebravano «orge cosmopolite» e i proletari credevano di poter moltiplicare i propri soldi, nelle strutture pubbliche di erogazione dei livelli essenziali di assistenza furono introdotte misure legislative che aprivano nuovi varchi ai fautori della mercificazione della salute.

Dapprima, si è consentito ai medici delle strutture pubbliche di poter lavorare anche in quelle private, successivamente si è data l’opportunità agli stessi di effettuare prestazioni sanitarie in regime di intramoenia, vale a dire che il professionista, nel mettere il suo tempo e il suo sapere a disposizione degli utenti (clienti), fuori dal suo regolare orario di lavoro, usa gli strumenti, i locali e il personale di servizio non medico, ottiene un corrispettivo e paga una percentuale del 6,5 % sul suo fatturato alla struttura ambulatoriale.

Su quest’ultimo punto, l’intervento del legislatore la dice lunga sulla sua buona fede, in quanto invia un messaggio esplicito: basta pagare e lo stesso tipo di prestazione, che con la prescrizione del medico di base richiede mesi, sarà effettuata in pochissimi giorni.

D’altronde, se ci rivolgiamo a qualsiasi studio medico privato, le richieste vengono evase in tempi rapidi. Nella maggior parte dei casi, quei medici che vediamo operare in equipe in cui si scambiano informazioni nell’ottica del cooperave learning, in quanto convinti di essere troppo ignoranti quando agiscono isolatamente, non appena scatta l’ora X di fine turno nell’azienda ospedaliera pubblica dove lavorano, quegli stessi medici li vediamo correre a gestire il pacchetto clienti nella propria bottega. Ed è proprio in queste cellette singole e slegate tra di loro che si coltivano gli interessi privati e si preparano gli accessi alle strutture pubbliche o accreditate per i ricoveri e gli interventi.

L’affermarsi di quest’ultima relazione produttiva ha partorito, a sua volta, il bisogno dei pazienti – complici anche il clima di sfiducia e la confusione che innervano le strutture sanitarie – di essere operati da un chirurgo competente e affidabile, di un ospedale accreditato, dietro il pagamento di un corrispettivo, saltando nel concreto le lunghe liste di attesa delle persone con una simile patologia.

Ergo: per imboccare la corsia preferenziale, è sufficiente comprare il servizio di cura!

Profitti e salute

Fin qui non siamo ancora entrati nel cuore del problema delle privatizzazioni.
C’è un altro aspetto dei processi di privatizzazione di cui bisogna tener conto e per il quale vale la pena interrogarsi: è giusto che le strutture private realizzino profitti sulla salute dei cittadini, ottenendo, tramite gli Enti regionali, i rimborsi delle prestazioni effettuate da parte del SSN?

La questione del profitto va di pari passo o è implicitamente collegata ai criteri di efficienza aziendali, i quali si fondano sulla riduzione dei costi ai minimi termini e sull’incremento dei ricavi, in modo da ottenere un congruo ROI.

Una tale pratica esercita un peso notevole sull’operato delle strutture pubbliche, le quali, pur essendo soggette al vincolo dei conti in pareggio, vengono rimborsate in base al numero delle prestazioni effettuate. Di conseguenza anch’esse tenderanno a iper-produrre, con il forte rischio di intraprendere attività inutili o inopportune. Da questo punto di vista, per meglio esplicitare la situazione paradossale in cui si vengono a trovare gli operatori sanitari, potremmo condividere il pensiero di S. Canitano, quando afferma che se i Vigili del fuoco venissero pagati a prestazione, potrebbero andare in giro ad appiccare il fuoco. (1)

L’ingresso e l’espansione degli investitori privati nella medicina ha legittimato la promozione della salute come una merce, che alla pari di tutte le altre merci è diventata oggetto del profitto. Per un altro verso, tale apertura ha consentito agli imprenditori privati di godere di un mercato garantito, poiché, come dice Gino Strada, possiamo scegliere di andare o non andare a mangiare al ristorante, ma non possiamo decidere se ammalarci oppure no. Il che significa che con molta probabilità vengono messe in atto imponenti campagne pubblicitarie per la promozione della malattia.

In un simile contesto, il confine tra la promozione della salute e della malattia diventa molto labile.

Su questa scia, lo Stato è diventato «il primo cliente della sanità privata: il SSN acquista infatti il 60 per cento delle sue prestazioni, per un valore di 41 miliardi di euro». (2)

Nel sistema sanitario è stato individuato un chiaro sbilanciamento a favore dei privati e a sostegno di questa tesi ci sono di aiuto i dati elaborati da M.E. Sartor a proposito della sanità lombarda.

I posti letto negli ospedali pubblici della Lombardia, nell’arco temporale che va dal 1995 al 2017, sono stati più che dimezzati, calando da 45.000 a circa 20.000(3). Eppure, in questo trend, Sartor ha rilevato una controtendenza che esplica lo sbilanciamento del sistema sanitario a favore dei privati. Infatti, questi ultimi, nello stesso lasso di tempo, hanno incrementato la capienza ricettiva di 3.000 posti (4).

Il discorso diventa ancora più complesso se teniamo conto della rilevanza e della diffusione che assumono i farmaci nella nostra vita quotidiana. Ci sono farmaci che, per via dei brevetti e delle logorroiche e capillari campagne promozionali, costano al SSN cifre da capogiro, con l’aggravante che spesso si rivelano inefficaci e gravidi di effetti collaterali. Eppure, una volta che l’AIFA autorizza la casa farmaceutica alla commercializzazione di un principio attivo e il SSN l’acquista, è difficile fermare la “macchina” e riconoscere gli effetti negativi del farmaco in circolazione.

I limiti dello schema dicotomico pubblico-privato

Quando ci lamentiamo o proviamo rancore nei confronti del nostro SSN e lo accusiamo di non essere in grado di far fronte in modo celere alle nostre richieste di assistenza sanitaria, di non essere capace di eliminare le piccolissime percentuali di errori durante gli interventi chirurgici, di non aver salvato la vita a un nascituro, prima, durante o subito dopo il parto e così via, dimentichiamo, per esempio, che nel 1863 su 1.000 bambini nati vivi, 232 morivano durante il primo anno di vita.

Ma questa riflessione non ci impedisce di sottolineare che nel «decennio 2010-2019 tra tagli e definanziamenti al SSN sono stati sottratti circa € 37 miliardi e il fabbisogno sanitario nazionale (FSN) è aumentato di soli € 8,8 miliardi». (5)

Tuttavia, le strutture del SSN, sia la componente pubblica che quella privata, nel prendere in carico i pazienti, per quanto riguarda la storia clinica degli assistiti, non riescono a condividere le informazioni mediche elaborate durante il percorso di cura.

A tal proposito, le critiche avanzate da L. Foresti sono puntuali, in quanto è assurdo che le aziende sanitarie dislocate sul territorio non comunichino tra di loro: non c’è un approccio collettivo nella gestione dei dati relativi alle relazioni di cura e assistenza, mentre le informazioni rilevanti vengono date in mano al singolo paziente, che va in giro con la sua sconnessa e disordinata cartella.

Così come è opportuno evidenziare che l’individuazione del valore che una determinata terapia farmacologica apporta alla società e ai singoli pazienti è una materia molto complessa e delicata per consegnarla in mano alle lobby delle case farmaceutiche, le quali tendono a far lievitare i prezzi dei principi attivi, in base alle loro capacità di penetrazione del mercato e sulla pelle di coloro che esprimono urgenti bisogni di essere curati.

Tutti i tentativi di trasformare i prodotti dell’assistenza sanitaria in prodotti standard, da posizionare, scambiare e commercializzare sul mercato, si scontrano con la complessità che li caratterizza e che si traduce nei difficili rapporti di equivalenza tra valori e prezzi.

Pertanto, può succedere che una Stroke Unit ben organizzata, indispensabile per affrontare tempestivamente le problematiche inerenti a chi è colpito da ictus, abbia dei costi elevatissimi, ma inferiori al suo valore d’uso, se teniamo conto dei costi sociali legati all’invalidità che questa determinata patologia causa, quando viene trattata in ritardo. Al contrario, la RM lombare, nota per «lo scandalo delle lunghe liste di attesa, è un esame diagnostico inutile e inappropriato», (6) il cui valore d’uso è inferiore al costo, esprime un valore d’uso negativo.

Ci troviamo di fronte, dunque, a situazioni complesse che mettono in rilievo non solo l’avanzamento della sanità privata a danno di quella pubblica, ma anche le criticità di quest’ultima forma organizzativa.

Del resto, la crisi pandemica, che ci sta dando filo da torcere, ha messo in evidenza e accentuato lo scatafascio precedente e ci ha imposto di ricorrere al linguaggio militare, tant’è vero che se si usa per diversi mesi l’espressione “coprifuoco”, non c’è da meravigliarsi che il Governo nomini come Commissario straordinario per l’emergenza Covid-19 il generale Figliuolo.

Ma proprio per questo motivo e per tutte le difficoltà che sorgono nella gestione di contesti complicati e complessi, sarebbe curioso chiedersi: qual è la differenza principale tra un generale e un primario di un ospedale?

A dire il vero, ci sono tante differenze e tante somiglianze, ma vorrei soffermarmi su un determinato punto, che, molto spesso, è stato tralasciato o completamente ignorato.

Entrambi coordinano le risorse di cui dispongono, per raggiungere obiettivi diversi, entrambi guidano una “macchina”, che una volta messa in moto, difficilmente può essere fermata. Ma è proprio questa la differenza dirimente: nel caso del generale, se la “macchina” è stata preparata per bombardare l’avamposto del nemico, la paura che si può provare non ferma l’azione, anzi funziona da stimolo ad agire, per il solo fatto che tutto il lavoro preparatorio non può essere sprecato. Al contrario, nella sanità, la paura, se non si è sicuri di portare a termine un determinato intervento, può bloccare l’azione e obbligare il primario dell’ospedale a ripensarci, a ridefinire il modo di procedere.

Il generale, sia nell’azione di difesa che di attacco, ha il compito di neutralizzare o annientare il nemico, mentre il chirurgo ha il compito di curare le ferite di quelli che cadono in battaglia. Il chirurgo può fermare la “macchina”, in quanto non tratta il soggetto che ha di fronte come un nemico.

Note:

(1) Stefano Canitano, Sanità e profitto. Perché ha ragione Gino Strada, http://www.quotidianosanita.it, 06/05 2013.

(2) Laura Melissari, I privati hanno un ruolo sempre maggiore nella sanità pubblica, https://www.internazionale.it, 09/12/2020

(3) L’elaborazione di questi dati sintetici, nella maggior parte dei casi, non tiene conto dell’aumento della capacità produttiva, infatti grazie all’utilizzo di macchinari sempre più precisi, al perfezionamento delle tecniche nelle sale operatorie e all’acquisizione di conoscenze specifiche sulle pratiche terapeutiche, in alcuni reparti i ricoveri sono giornalieri. Si pensi all’intervento di cataratta che negli anni ottanta del secolo scorso richiedeva circa tre ore e un ricovero di due settimane, ai giorni nostri viene eseguito in venti minuti e il paziente è dimesso dopo poche ore.

(4) M. E. Sartor, La nebbia sulla sanità lombarda, https://serenoregis.org, 09/12/20219; Webinar del 1616/11/20, www.youtube.com

(5) Il definanziamento 2010-2019 del Servizio Sanitario Nazionale, Osservatorio GIMBE n. 7/2019, www.gimbe.org

(6) Stefano Canitano, Ivi.

Fonte

29/01/2022

Sanità - “La prevenzione? Trascurata perchè in conflitto con il mercato”

Nel corso di un convegno Silvio Garattini, fondatore e presidente dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri Irccs, fotografa con una frase un aspetto inquietante – ma noto – della sanità italiana: la prevenzione è trascurata perchè “in conflitto con il mercato”.

A volte basta una frase, una battuta, una dichiarazione colta tra i tanti lanci di agenzia per accendere un enorme riflettore e spalancare gli occhi (qualora fossero socchiusi) su una realtà evidente e macroscopica. O ricevere conferme su un qualcosa che esiste, c’è, ma forse anche inconsciamente si tende a rimuovere pur avendo ben presenti le nefandezze del capitalismo e dell’obbligo di mettere tutto e sempre “a profitto”, a qualunque costo. Questa sorta di epifania laica ed oscena, questa sensazione di rivelazione è parzialmente capitata anche a noi, quando ci è finita sotto gli occhi una notizia di qualche giorno fa. Eccola:
La prevenzione “è un problema che riguarda tutta la medicina. È un aspetto molto trascurato, questo perché è in conflitto di interesse con il mercato della medicina che vuole espandersi. E la prevenzione, invece, tende a ridurre spazio prevenendo le malattie. Basti pensare che più del 70% dei tumori sono evitabili. E di cancro muoiono ogni anno 180mila persone in Italia”. Lo ha detto Silvio Garattini, fondatore e presidente dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri Irccs, nel corso del convegno organizzato dal Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi (Cnop) a Roma, dedicato ai dati di efficacia dei trattamenti psicologici per la messa a punto di un documento di consenso. “Nel documento – ha sottolineato Garattini che presiede la giuria del Consensus – abbiamo sottolineato il problema della necessità della prevenzione in questo ambito”.
Il concetto, già espresso anche in precedenza dall’oncologo, farmacologo e ricercatore Silvio Garattini – che guida dopo averlo fondato l’Istituto di ricerca Mario Negri – è chiaro nella sua drammatica semplicità: in Italia muoiono 180mila persone all’anno di tumore. Il 70% dei tumori sono evitabili, ma serve prevenzione. La prevenzione è trascurata perchè in conflitto con il mercato che vuole espandersi. Non c’è molto altro da aggiungere. Tutto conosciuto, tutto noto, tutto risaputo: quante volte abbiamo raccontato dei tagli alla sanità pubblica, ai finanziamenti a quella privata, al dramma di tanti cittadini e di tante famiglie che, impoverendosi e perdendo potere d’acquisto non riescono più a curarsi, perchè curarsi in fretta e bene spesso costa. Nonostante l’Italia abbia un Servizio Sanitario Nazionale che – nonostante tutto – ancora tiene. Non fosse bastata tutta questa consapevolezza, è arrivata anche la pandemia a ricordarci quanto fosse necessario tornare ad investire in sanità pubblica: quando il Covid-19 dilagava nel nostro paese divenne evidente che in casi simili, di emergenza sanitaria generalizzata e pandemica, solo la sanità pubblica era in grado di salvare vite e contenere l’infezione.

Eppure, nonostante questa evidenza, nonostante la scoperta – che molti italiani fecero all’inizio di marzo del 2020 – che un paese di 60 milioni di abitanti, molti dei quali anziani, aveva a disposizione poche migliaia di postazioni in terapia intensiva, nonostante le grida d’allarme di medici, infermieri e operatori sanitari, nonostante le promesse della classe dirigente di tornare ad investire massicciamente in sanità, ci ritroviamo ancora a dover adottare provvedimenti emergenziali per “evitare di intasare le terapie intensive”. Cosa significa? Che forse questa operazione di finanziamento straordinario e strutturale alla sanità pubblica non è stato fatto sul serio, in questi due anni. E perchè?

La risposta, forse, ce la da l’oncologo Silvio Garattini: perchè il mercato della sanità deve espandersi. E dunque se allarghi troppo la disponibilità di cure pubbliche, forse qualche problema al mercato della salute lo crei. Come d’altronde se previeni troppo: se la gente non si ammala, come si fa poi a vendergli la cura?

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14/06/2021

Nel PNRR di Draghi i soliti quattro soldi per la mobilità sostenibile

Ecco la mappa delle piste ciclabili nei paesi dell’Europa del nord. Quanto ci costa non averne di simili in salute, mobilità, spese sanitarie e qualità della vita soprattutto nelle “nostre” aree metropolitane soffocate da traffico ed inquinamento?

A novembre 2020 la Corte UE ha condannato l’Italia per “limiti Pm10 sistematicamente superati”.

Uno studio pubblicato il 29 gennaio 2021 su The Lancet Planetary Health stimava il tasso di mortalità legato all’inquinamento da particolato sottile (PM2.5) e biossido di azoto (NO2) in 1000 città europee. Lo studio è stato condotto dal Barcelona Institute for Global Health (ISGlobal), in collaborazione con l’OMS.

I dati mostrano che moltissime città della Pianura Padana subiscono il più grave impatto a livello europeo per la cattiva qualità dell’aria, prima fra tutte l’area metropolitana di Milano, 13esima in classifica quanto ad impatto del particolato sottile, dove si potrebbero evitare ogni anno 3967 morti premature – pari a circa il 9% del totale.

La classifica pone inoltre Brescia, Bergamo e Vicenza rispettivamente al primo, secondo e quarto posto a livello europeo quanto a rischio di morte a causa dell’inquinamento da particolato sottile.

Secondo la ricerca se Napoli e Roma rispettassero a loro volta i limiti dell’OMS per il PM2.5 ogni anno si risparmierebbero, rispettivamente, 1352 e 1029 vite umane.

I ricercatori evidenziano che la maggiore mortalità da PM2.5 si verifica dove al particolato che proviene da scarichi e abrasione di freni e pneumatici si aggiunge quello dei combustibili solidi, utilizzati per riscaldare le case.

A livello europeo fra le prime 100 città per rischio da esposizione al PM2.5 ben il 37% è sito in Italia. Torino e Milano sono anche al top della classifica europea – rispettivamente 3a e 5a – quanto ad incremento di mortalità da biossido di azoto, gas che deriva principalmente dal traffico e in particolare dai veicoli diesel.

La ricerca ha anche classificato e paragonato l’impatto subito dalla popolazione delle città più inquinate con quello molto inferiore che si verifica alle concentrazioni misurate nelle città più pulite, per la maggior parte in Nord Europa. Se per esempio Milano avesse i livelli di NO2 di Tromso (Norvegia) si eviterebbero ogni anno 2271 morti premature (circa il 6% del totale). Ben 18 fra le prime 100 città nella classifica del biossido di azoto sono italiane.

Eppure, nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza trasmesso dal governo Draghi al Parlamento gli investimenti per il futuro del paese in mobilità sostenibile sono stati addirittura ridimensionati rispetto al già misero piano di Conte.

Rispetto ad un fabbisogno stimato di 2 miliardi necessari ad implementare una rete ciclabile minimamente degna di questo nome, il PNRR ne concede 200 milioni per realizzare 570 km di reti ciclabili urbane (1000 km nel piano Conte), più 400 milioni per 1.200 km di percorsi ciclabili cicloturistici (1626 km nel piano Conte).

E le cose non andranno meglio nemmeno per il trasporto pubblico locale: nel prossimo quinquennio, l’Italia nel suo complesso dovrebbe realizzare 11 km di metropolitane, 120 km di filobus, 85 km di reti tramviarie e 15 km di funivie. Si tratta di numeri che da soli basterebbero appena a migliorare la situazione di Roma.

Altro che Green New Deal...

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10/05/2021

Perché ignoriamo il capitalismo quando esaminiamo le crisi sanitarie?

La riluttanza a considerare il capitalismo nelle indagini sui modelli globali di salute e di diffusione delle malattie ha un costo enorme

Una cascata di crisi sanitarie, la pandemia covid-19, l’emergenza climatica ed un aumento delle “morti per disperazione“, stanno contribuendo all’aumento degli oneri sanitari globali. È arrivato il momento, per gli operatori sanitari, di ricercare le cause comuni di queste catastrofi.

Prove crescenti suggeriscono che le caratteristiche chiave del capitalismo del XXI secolo sono la tendenza alla diffusione globale delle malattie e l’aumento delle disuguaglianze di salute all’interno e tra le nazioni. La globalizzazione gestita dalle grandi aziende mondiali diffonde virus, prodotti malsani ed inquinamento oltre i tutti i confini.

La finanziarizzazione porta alla privatizzazione dell’assistenza sanitaria, alla riduzione delle retribuzioni dei lavoratori, alla minore attenzione alla sicurezza dei prodotti ed a scarsi controlli sulle fonti di inquinamento.

L’appropriazione da parte delle imprese della scienza e della tecnologia porta all’uso delle scoperte nei prodotti farmaceutici, negli alimenti e nei trasporti non per migliorare il benessere, ma esclusivamente per aumentare i profitti.

Nonostante questi collegamenti tra le strutture politiche ed economiche dominanti e la salute, gli operatori sanitari sono spesso riluttanti a usare la parola capitalismo quando analizzano gli attuali problemi di salute del mondo e quando propongono soluzioni. Alcuni temono che l’uso della parola li marcherà come reliquie coinvolte nei conflitti di un altro secolo o come ribelli immaturi, o li renderà bersagli di rappresaglie dannose per la carriera.

I principali paradigmi scientifici, dal modello biomedico riduzionista al focus comportamentale della pratica della salute pubblica, possono scoraggiare ulteriormente l’uso di termini complessi come il capitalismo. Ma questa riluttanza a guardare attraverso il prisma del capitalismo per indagare sui modelli globali di salute e malattia ed individuare approcci più efficaci per prevenire le crisi sanitarie globali ha un costo enorme.

In primo luogo, ignora le prove crescenti che, ad esempio, il sistema alimentare e agricolo globale contribuisce ad una dieta non ottimale ed è il principale fattore di rischio di morte prematura e malattie prevenibili.

L’industria dei combustibili fossili è una forza trainante per l’emergenza climatica mondiale e per l’inquinamento che ora fa ammalare in così tanti.

Le pratiche di marketing dell’industria alimentare, alcolica, del tabacco, farmaceutica e delle armi da fuoco svolgono un ruolo chiave nell’aggravare l’aumento dei decessi per disperazione e per malattie non trasmissibili.

La crescente concentrazione di ricchezza nelle più grandi società del mondo e degli individui già più ricchi, peggiora le condizioni di vita, la salute e la vita familiare di una porzione sempre crescente dei lavoratori del mondo.

Ignorare il sistema che ha portato a questo declino sarebbe come se medici che cercano di curare le malattie non considerassero il corpo umano stesso. In secondo luogo, la riluttanza a fare del capitalismo stesso un oggetto di indagine, rafforza la siloization (suddivisione dei dati ecc. in unità isolate con scarsa comunicazione) dei problemi di salute e delle nostre risposte ad esso. I ricercatori devono studiare separatamente per decenni le pratiche economiche e politiche dei settori alimentare, del tabacco, finanziario e del Big Tech prima di poter identificare le cause comuni dei problemi di salute e raccomandare modifiche per migliorare queste influenze dannose?

Gli operatori sanitari devono esaminare separatamente il processo patologico in ciascun sistema d’organo quando queste condizioni condividono percorsi e soluzioni comuni?

Le organizzazioni sanitarie devono affrontare ogni campagna di disinformazione progettata per screditare la scienza pertinente da parte dei padroni dei combustibili fossili, del tabacco, dell’alcol, del cibo e di altre industrie, oppure possono escogitare nuovi meccanismi di governance che denormalizzino le pratiche aziendali che minano la salute pubblica?

Allora come potrebbe essere una scienza della salute che chiama in causa il capitalismo?

In primo luogo, dovrebbe essere radicata nelle intersezioni tra medicina, storia, economia politica e salute pubblica. Il capitalismo è cambiato nel tempo e nello spazio e continuerà a farlo. Comprendere i fattori di cambiamento di questi cambiamenti e la loro influenza sulla salute consentirà ai ricercatori di identificare specifiche opportunità di intervento.

Riconoscere l’eterogeneità delle varietà del capitalismo e la loro influenza sulla salute eviterà una semplificazione eccessiva e consentirà l’identificazione di strutture meno dannose per la salute.

In secondo luogo, lo sviluppo di una serie di prove sull’impatto sulla salute del capitalismo non richiede a nessuno di dichiarare fedeltà a una marca specifica di capitalismo o socialismo. I professionisti della salute hanno sempre incluso coloro che abbracciano, detestano o vogliono riformare il capitalismo.

Una discussione esplicita e robusta sull’impatto del capitalismo del XXI secolo sulla salute globale e individuale può chiarire quali percorsi possono portare a dei veri miglioramenti nei decenni a venire.

Una pratica sanitaria e un’agenda di ricerca sul capitalismo potrebbero cercare di aiutare i nostri pazienti e le comunità a collegare le loro esperienze di vita quotidiana con strutture politiche ed economiche più profonde al fine di identificare strategie più potenti per migliorare la salute.

Una pratica che cercherebbe un terreno comune tra le organizzazioni mediche e di sanità pubblica, i movimenti che lottano per i diritti del lavoro, delle donne, delle minoranze etniche e degli immigrati e di coloro che cercano di fermare il cambiamento climatico, la violenza armata e la promozione di alcool, tabacco, cibo malsano e armi da fuoco.

Con un programma politico chiaro, l’impegno a ridurre l’attuale siloizzazione tra questi movimenti ed organizzazioni ed un’alleanza di questo tipo si potrebbe iniziare a competere con il potere delle multinazionali e degli investitori che stanno plasmando la politica sanitaria e sociale per i loro scopi.

Nei secoli precedenti, gli sforzi dei professionisti della salute, dei riformatori e dei movimenti sociali hanno portato a progressi che hanno migliorato la salute umana e planetaria. Focalizzando l’attenzione sui costi del capitalismo del XXI secolo, possiamo contribuire a migliorare la salute umana e planetaria.

Articolo di Nicholas Freudenberg, pubblicato su The BMJ del 6 maggio 2021

Nicholas Freudenberg è emerito professore di salute pubblica presso la City University of New York School of Public Health e autore di At What Cost Modern Capitalism and the Future of Health.

Il British Medical Journal (in sigla BMJ), è una rivista medica pubblicata con cadenza settimanale nel Regno Unito dalla British Medical Association.


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15/10/2020

Il nuovo Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri alla luce dei numeri

Il 13 agosto i “contagiati del giorno” erano 523, la percentuale di tamponi positivi era l’1%, le persone in terapia intensiva 55, le persone ricoverate 786, i morti 6

Il 3 settembre i contagiati erano 1397, la percentuale di tamponi positivi l’1,5%, le persone in terapia intensiva 120, le persone ricoverate 1505, i morti 10

Il 23 settembre i contagiati erano 1640, la percentuale di positivi l’1,6%, le persone in terapia intensiva 244, le persone ricoverate 2658, i morti 20

Il 13 ottobre i contagiati sono stati 5900, la percentuale di tamponi positivi il 5,2%, le persone in terapia intensiva 514, i ricoverati 5076, i morti 41

Questa grossolana interpolazione in quattro punti ci dimostra che i numeri principali che restituiscono il quadro clinico della pandemia nelle attuali condizioni di contenimento hanno un andamento esponenziale che con lievi oscillazioni raddoppia ogni venti giorni. Ovvero il numero di persone in terapia intensiva, il numero di ricoverati, il numero di persone decedute raddoppiano ogni venti giorni!

Una situazione che ci porterebbe a fine novembre ad un numero di morti quotidiano già dell’ordine delle centinaia di persone, a un numero di ricoverati per covid nell’ordine di ventimila, a un numero di persone in terapia intensiva dell’ordine di duemila. A fine novembre avremmo cioè lo stesso quadro clinico sanitario di fine aprile (lascio stare l’aspetto dei tamponi perché sappiamo che allora era maggiormente sottostimato). Per la fine di dicembre avremmo un quadro tragico e simile ai momenti di picco della pandemia nell’aprile scorso e un sistema sanitario vicino al collasso malgrado l’aumento di posti letto e terapie intensive attuato dalle regioni. Anche perché a differenza di marzo-aprile scorso ora ci sono più epicentri dell’epidemia e non solo la Lombardia.

A quel punto, con i mesi più freddi che devono ancora arrivare, un pieno lockdown, sempre che non sia stato già decretato, sarebbe inevitabile. Cosa che con buona pace dei complottisti questo sistema economico-politico vuole scongiurare perché economicamente e politicamente ormai quasi insostenibile.

Le cose potrebbero però peggiorare anche più velocemente per il terzo indice che ho considerato: la percentuale di tamponi positivi sul totale è aumentata lentamente fino al 20 settembre per poi triplicare negli ultimi venti giorni!

Questo significa evidentemente che col ritorno alla nostra vita metropolitana ordinaria, scuole, trasporti, luoghi di lavoro... la circolazione del virus si è molto velocizzata ed il nostro sistema di tracciamento e contenimento non riesce a stargli dietro.

A dimostrazione che forse il problema non era solo la “movida”...

È chiaro che la mancanza di riaperture differenziate durante il lockdown e poi la stagione turistica ci hanno impedito di diventare covid-free e la seconda ondata è ripartita dal trampolino dell’estate che doveva invece “asciugarla”.

Tutte queste pillole di pessimismo per dire che sicuramente si deve fare qualcosa.

Il punto però è che ancora una volta il Dpcm vede solo il dito dei comportamenti personali (pianificati in teoria fin dentro al cesso di casa) ma dimentica la luna dell’organizzazione sociale e delle risorse per garantirla. Cosa è stato fatto, cosa si sta facendo:

a) per mettere in sicurezza i corridoi di accesso delle Rsa per anziani e in generale per decongestionarle;

b) per impedire che il contagio arrivi negli ospedali, attrezzando sempre percorsi separati, triage esterni e magari ospedali dedicati;

c) per moltiplicare il numero di test, specie su determinati gruppi sociali (penso ad esempio agli studenti). Per implementare la capacità e soprattutto la velocità del tracciamento (su questo altro che “immuni”, proprio le tanto decantate esperienze cinesi e coreani dimostrano che occorreva assumere centinaia e forse migliaia di persone per svolgere questo compito in maniera efficiente senza puntare solo a spremere il personale delle Asl già esistente). Diagnosi tempestive, ormai lo abbiamo imparato, sono fondamentali sia sul piano epidemiologico sia su quello clinico;

d) per coinvolgere più e meglio la medicina di territorio che è stata latitante anche perché disorientata, senza indicazioni e senza strumenti di protezione nella prima fase della pandemia. Per non dire del fatto che mi pare manchino ancora dei veri protocolli terapeutici domiciliari per le persone pauci-sintomatiche;

e) rispetto all’organizzazione dei trasporti, alle strutture scolastiche, ai controlli sulle situazioni lavorative, alle tecnologie di sanificazione ecc. che si ritrovano nelle stesse condizioni deficitarie e promiscue di prima;

f) last but not least per una campagna di informazione e sensibilizzazione intelligente, pianificata e non terroristica nè affidata alle invenzioni e alle speculazioni elettorali di guitti e ducetti locali;

g) per sostenere economicamente le famiglie e persone in quarantena, soprattutto quando appartengono ai ceti più deboli della società, dissuadendole cosi dal violarla per necessità;

Per non dire più in generale del problema del sostegno dei redditi delle fasce deboli dentro questa crisi e del baratro che ci aspetta sul fronte dei tassi di disoccupazione e del diritto alla casa appena finirà il blocco degli sfratti. È evidente che solo una patrimoniale poteva probabilmente consentire una vera pianificazione della fase due.

Tengo fuori contraddizioni ancora più basilari del sistema come il problema di mettere in discussione l’intangibilità dei brevetti quando uno dei pochi antivirali che si stanno dimostrando efficienti (il remdesivir) è stato quasi monopolizzato ad uso interno dagli Stati Uniti. Perché qui andremmo purtroppo nella fantascienza.

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10/09/2020

L’inquinamento uccide in Europa, soprattutto i più poveri

Un rapporto dell’Agenzia Europea dell’Ambiente, rileva che almeno il 13% dei decessi nei paesi della Ue è legato all’inquinamento. Inoltre secondo l’Aea, anche la crisi sanitaria innescata dal coronavirus conferma come sia necessario accelerare la sensibilizzazione sul legame tra ambiente e salute.

Nei 27 Paesi dell’Ue e nel Regno Unito, nel 2012 (secondo gli ultimi dati disponibili) ci sono stati 630 mila decessi che possono essere attribuiti direttamente o indirettamente all’inquinamento. L’inquinamento dell’aria resta la principale minaccia alla salute in Europa ed è responsabile di oltre 400 mila morti premature all’anno nell’Ue. Su altri aspetti invece i dati sono aggiornati al 2018.

“L’emergenza di agenti patogeni zoonotici è correlata al deterioramento dell’ambiente e alle interazioni tra uomo e animali nel sistema alimentare”, fa notare lo studio, che sottolinea come gli europei siano costantemente esposti a rischi ambientali quali inquinamento acustico e chimico.

L’inquinamento acustico, secondo il rapporto contribuisce a 12 mila morti premature, seguono poi gli effetti del cambiamento climatico, in particolare le ondate di calore. La maggior parte delle morti a livello nazionale (27%) è attribuibile all’ambiente in Bosnia-Erzegovina, mentre i tassi più bassi si registrano in Islanda e in Norvegia (9%).

I decessi individuati sono principalmente dovuti al cancro, alle malattie cardiovascolari e respiratorie, “questi decessi potrebbero essere prevenuti se si eliminano i rischi ambientali dannosi per la salute”, sottolinea l’Aea.

Ma anche di fronte a dati oggettivi come l’inquinamento, non siamo tutti uguali nelle conseguenze sociali che produce: “Le persone più povere sono esposte in modo sproporzionato all’inquinamento e alle condizioni meteorologiche estreme – segnala il rapporto della Aea – “Ciò e’ correlato al luogo in cui vivono, lavorano e vanno a scuola, spesso nelle aree socialmente svantaggiate e nei quartieri periferici”. Curioso che questo passaggio, più attento alla dimensione sociale del problema, non venga sottolineato nella sintesi resa pubblica nella versione italiana del rapporto, dove alla questione sono dedicate ben sei pagine.

L’unico dato positivo rilevato è la qualità “eccellente” dell’acqua in oltre l’85% delle acque di balneazione e il fatto che il 74% dell’acqua potabile nelle aree sotterranee abbia un “buono stato chimico”.

Secondo l’agenzia, per migliorare la salute e l’ambiente in Europa è necessario sfruttare gli spazi verdi, luoghi di attività fisica, di riposo e anche di integrazione sociale, che “rinfrescano le città quando fa caldo, attenuano le alluvioni, riducono l’inquinamento acustico e sostengono la biodiversità urbana”.

Le indicazioni dell’agenzia europea, per la riduzione dell’inquinamento sono quelle della riduzione della circolazione delle auto, la diminuzione del consumo di carne e cancellare i sussidi per i combustibili fossili. Per misure più strutturali si rinvia al Green Deal europeo.

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19/07/2020

Da qui all’Eternit (6)

di Giorgio Bona


Qui le precedenti puntate.
I mondiali di calcio del 1982 restarono memorabili per l’impresa della nostra nazionale, che portò a termine una vittoria contro nazionali allora ben più blasonate come Argentina, Brasile e Germania.

Mentre l’Italia si trastullava, riversandosi in piazza per festeggiare il grande evento, ecco che in una piccola città che non superava i 40000 abitanti emergeva un problema di gravità assoluta.

Il controllo avviato in un percorso riservato sui certificati di morte per mesotelioma sul territorio casalese e dintorni, al “Registro Tumori” di Torino, tornò al mittente con una risposta che metteva in luce la drammaticità della situazione: l’elevata mortalità causata dall’amianto a Casale Monferrato era di venti volte superiore a quella attesa.

Mesotelioma pleurico. A pronunciare il suo nome si prova un senso di terrore. Il panico di una città che si confronta con quel male invisibile. Come cantava Gaber, quelle cellule enormi voraci affamate di noi, ci mangeranno come vermi.

Il mesotelioma è un tumore maligno che può colpire le membrane sierose di rivestimento di vari organi, in particolare i polmoni. La cancerosi comincia con l’inalazione. Gran parte delle fibre viene eliminata con l’espettorato o con le feci. Circa il 70%. Il restante 30% attraversa l’endotelio e penetra nei tessuti interstiziali.

Le fibre tendono ad accumularsi, prevalentemente, a livello del terzo inferiore del polmone, in posizione contigua alla pleura viscerale.

I macrofagi alveolari sono in grado di trasformare gli idrocarburi policiclici in cancerogeni attivi.

Non stiamo ad approfondire quelli che sono gli elementi scatenanti le cellule impazzite che portano alla drammatica risoluzione dello sviluppo di questo cancro che non lascia scampo.

È sufficiente dire che chi ha avuto o ha la disgrazia di trovarsi in questa tragica situazione si trova un killer dentro con la pistola puntata pronto a fare fuoco. La mira è precisa. Non lascia scampo.

In genere il periodo di latenza è dell’ordine di decenni, si possono superare i quarant’anni dall’inizio dell’esposizione.

I sintomi del mesotelioma sono legati ad una compressione dei visceri che sono a contatto con la massa tumorale. Il primo segno nelle forme toraciche è costituito da un versamento pleurico spesso emorragico, con recidive, affanno, mancanza di respiro e febbre.

La frequenza della patologia dipenderebbe dal tipo di fibre, dalle loro dimensioni, dalla durata dell’esposizione e dalla esposizione ad altri fattori come il fumo o altre sostanze chimiche.

Come già ribadito, il mesotelioma maligno ha un lunghissimo periodo di latenza. Questo è dovuto a una ragione ben precisa, ovvero le fibre di amianto impiegano parecchio tempo prima di arrivare alla pleura.

L’incidenza e la mortalità per mesotelioma maligno hanno mostrato un incremento in questi ultimi anni. Questo è dovuto a un aumento dell’utilizzo di amianto dopo la seconda guerra mondiale.

Ulteriori incrementi sono previsti per i prossimi anni per poi, si spera, decrescere in relazione alla riduzione dell’uso del materiale e alla crescita di interventi di prevenzione.

Quando sul finire degli anni '70 la Comunità europea manifestò la necessità di regolamentare l’utilizzo dell’amianto, applicando sui sacchi etichette informative per documentare i rischi procurati dalla polvere, l’AIA propose un’etichetta con toni miti. Non doveva comparire la parola cancro e occorreva affermare che l’uso improprio del materiale poteva arrecare danni.

Nonostante queste fossero le premesse, la scritta che comparve sui sacchi di materiale dello stabilimento inglese “Tuner & Newall” era diversa: respirare polvere di amianto può provocare cancro e altre malattie letali.

Viste le pressioni sul tema amianto – salute, l’AIA, sulla pessima pubblicità al prodotto che veniva dal Regno Unito, elaborò una comoda via d’uscita che contribuì a ritardare ancora la presa d’atto del problema: il pericolo della fibra si manifesta se non vengono utilizzate le precauzioni necessarie.

Quindi guanti, mascherine e cappe di aspirazione garantivano la lavorazione sicura e controllata. Intanto c’era il tempo di trovare e sviluppare materiali sostitutivi per la continuità dei profitti.

Con l’ordinanza 83 del 1987 l’allora sindaco di Casale Monferrato, Riccardo Coppo, bloccando la Eternit, proibì la produzione di amianto su tutto il perimetro casalese, interpretando l’interesse dei cittadini e schierandosi al fianco dei sindacati e dei familiari delle vittime.

Era un forte segnale di discontinuità con il passato. I produttori di amianto impugnarono l’ordinanza, ma non coltivarono il ricorso, forse perché a causa dei morti in aumento, ebbero paura di un effetto boomerang.

Occorre precisare che ci fu in quel periodo una politica molto improntata sulla “prudenza giuridica”, per cui loro poterono agire ancora qualche anno.

Poi lo stato riuscì a metabolizzare la decisione del comune di Casale affiancato dalle associazioni sindacali con la legge 257 del 27 marzo 1992 che non insabbiò la questione amianto, ma riuscì a mettere sul tavolo le richieste risarcitorie e previdenziali di centinaia di lavoratori italiani.

Ci si è chiesti come era potuto accadere? Profitto. Profitto. La prima vera ragione è che si erano messi davanti a tutto gli interessi economici. Tutto questa a discapito della collettività.

La decisione di far fallire la Eternit italiana fu presa a Zurigo nel 1983. Il 23 dicembre di quell’anno il gruppo Eternit fallì.

Intanto, già dal 1981, era stata avviata una causa civile contro la fabbrica di Casale e l’Inail accertò la nocività ambientale in tutto lo stabilimento.

Proprio nell’anno in cui si decise per il fallimento la pretura di del capoluogo monferrino avviò un’indagine rivolta ad accertare la responsabilità e la causa delle numerose e continue morti dei lavoratori e cittadini casalesi.

La fase istruttoria durò sei anni e si concluse con la condanna di quattro dirigenti accusati di omicidio colposo plurimo e lesioni colpose plurimo aggravate.

La multinazionale dell’amianto cercò in qualche modo di isolare le decisioni dei dirigenti italiani tutelandosi da eventuali azioni penali successive, offrendo ai curatori del fallimento 5,5 miliardi di lire da ripartire in maggior misura per i gruppi di Casale e di Napoli.

La contropartita stava nella rinuncia a una serie di azioni legali. Anzitutto la richiesta di indennizzo dei danni correlati all’amianto.

Gli obiettivi erano quelli di mantenere il caso a livello locale, lasciare fuori la proprietà da responsabilità dirette e, in ultimo, minimizzare il danno economico oltre che di immagine.

Tutte le strategie messe in atto per lungo tempo non riuscirono a spegnere la voce di Casale Monferrato. La città non si fermò alla chiusura dello stabilimento. La lotta proseguì e la città diventò un pilastro della lotta all’amianto, gettando le basi per il grande processo Eternit che riunì 2897 parti offese e 6932 parti civili contro il belga Louis De Cartier e lo svizzero Stephan Schmidheiny, responsabili delle società Eternit SpA.

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