Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/10/2020

Da qui all’Eternit (8)

di Giorgio Bona

Qui le precedenti puntate.

Dramma è un termine di cui, a volte, si fa uso improprio ed è adoperato con grande superficialità.

Il termine viene utilizzato anche nel caso di una rappresentazione teatrale, attraverso una vicenda che si fonda e si sviluppa su elementi di conflitto significativi nell’ambito di esperienze sociali e spirituali di determinati ambienti e/o individui o di particolari momenti storici della società.

L’uso della parola dramma, invece, non è un abuso se si riscontra quello che è avvenuto a Casale Monferrato con le conseguenze provocate dalla Eternit per quasi ottant'anni.

Faccio memoria di ciò che rilasciò Michele Pondrano, lavoratore della fabbrica, delegato FIOM, poi funzionario sindacale della Camera del lavoro, impegnato sul grave problema amianto, in una sua testimonianza per Afeva, l’associazione vittime.
L’impatto in azienda fu per me sconvolgente. Fin da subito percepii una situazione grave, vedendo i tanti manifesti affissi all’ingresso della fabbrica con l’elenco dei lavoratori morti. Mario, 54 anni. Antonio, 56 anni. Agostino, 59 anni. Ecc. Tutti morivano prima di andare in pensione.

Era uno stabilimento vecchio, c’era una polverosità incredibile. Nonostante l’umidità legata alle lavorazioni. Era un girone dantesco.

Si sapeva che l’amianto provocava l’asbestosi, si parlava di tumore ai polmoni, ma nel 1978 ci fu un caso che sconvolse l’intera comunità. Giannina, la moglie di Franco Vitale, la magazziniera dell’Eternit, da tutti amata e rispettata, morì all’ospedale pneumologico La Bertagnetta di Vercelli. Morì a 49 anni di mesotelioma pleurico.

Fu un pugno allo stomaco ma servì a farci prendere cognizione del problema.

Fummo una spina nel fianco per l’azienda, perché oltre a questioni salariali rivendicammo la tutela e la salute delle lavoratrici e dei lavoratori. Fu un salto di qualità perché portò a una politica di informazione a tutti i lavoratori...

Sulle bacheche abbandonate in azienda, piene di polvere, cominciai ad affiggere comunicati con le richieste inoltrate all’azienda. Qualcuno cominciava a leggerli, a interessarsi...
Gli strascichi sono stati dolorosissimi, funesti. Si capiva chiaramente la situazione di disagio in cui versavano i dipendenti.

Il dramma era il disagio che colpiva i lavoratori dell’azienda e si allargò, con il tempo, quando si prese consapevolezza del problema dei danni provocati dalla fibra, alla comunità cittadina.

Metabolizzare.

Reagire.

È il caso allora di parlare di resilienza, un termine usato in psicologia per definire il processo attraverso il quale un soggetto colpito da un evento traumatico può mettere in atto, proprio partendo da quanto gli è accaduto, nuovi atteggiamenti e comportamenti, trasformando le difficoltà, o meglio ancora gli ostacoli, in possibili potenzialità.

A questo si lega perfettamente il concetto di trauma che viene considerato un danno subito dalla psiche a seguito di un’esperienza critica e difficile vissuta da un individuo che si trova in difficoltà per una qualsiasi causa, che può essere di natura soggettiva o oggettiva e può riguardare non soltanto un soggetto singolo, ma anche una intera collettività cui il trauma appartiene nel suo insieme.

Chiaro è il riferimento all’area geografica casalese nel caso dell’esposizione all’amianto e il conseguente diffondersi del mesotelioma.

Il dramma della malattia è legato esclusivamente al luogo di provenienza e il fenomeno colpisce e coinvolge l’intera comunità e non il singolo individuo.

Ciò che può influire e colpire una comunità in modo più o meno grave come un terremoto, una pandemia, una contaminazione, è dovuto, sia a livello psichico, anche a livello fisico, come un lutto o un abuso, all’intensità della pressione che si esercita.

Poi il medesimo trauma che coinvolge una comunità ha una reazione diversa da individuo a individuo. Le risposte personali sono specifiche e si manifestano in modo indifferente.

Stati emozionali, depressione, pensieri fissi e disturbanti, ansia e preoccupazione, incubi. Allora occorre l’elaborazione del trauma, lavorare per la sua trasformazione.

Ecco dunque il significato della resilienza. Il suo termine deriva dal latino resilio, verbo usato dagli antichi romani per indicare il tentativo di risalire sulle imbarcazioni rovesciate in alto mare. Un’operazione assai complessa, che non sempre andava a buon fine, che fa comprendere il grado di difficoltà. Ecco, risalire, andare all’origine del trauma, scoprirlo, metterlo a nudo, di fronte.

Il termine resilienza era utilizzato in metallurgia per indicare la resistenza di un metallo alle forze che gli vengono applicate e agli agenti atmosferici. Alla fine si vedeva quanto era mutata la forma dell’oggetto e quanto aveva conservato della sua forma originale.

In questo caso, come ci insegna la psicologia, resilienza è il comportamento, il nuovo atteggiamento, la condotta assunta da un individuo in reazione a un evento traumatico. Quindi non ha provenienza diretta dalla causa che ha provocato dolore, dall’episodio che lo ha generato, ma è la risposta che l’individuo colpito si dà e la reazione che si manifesta per risolverlo.

Chiara Barbasio, Fabio Ferrero e Laura Giovannelli, psicologi e docenti presso l’ateneo di Torino, hanno fatto una profonda riflessione su ciò che è accaduto a Casale Monferrato e al dramma che ha colpito una comunità, come uno tsunami che arriva improvviso e inarrestabile.

Partendo da uno scritto di Primo Levi, in Se questo è un uomo, l’autore ha rivelato al mondo intero gli orrori provocati dall’olocausto, ma anche la forza di tutti quelli che con la forza d’animo hanno cercato di resistere.

È un esempio che calza a pennello in questa situazione.

L’università di Torino, in collaborazione con l’ASL di Alessandria con sede a Casale Monferrato condusse nel 2006 una ricerca per approfondire il punto di vista psicologico sul fenomeno mesotelioma.

Si chiedeva ai soggetti affetti dalla patologia cancerogena e ai loro familiari una valutazione del loro passato e quali prospettive per il futuro.

I risultati hanno portato ad un’azione di rivendicazione da parte dei protagonisti del dramma. Un’azione collettiva legata alle esperienze drammatiche da trasformare in comportamenti attivi.

Dare un senso al dolore, e il riscatto avviene in questa richiesta di giustizia. Tutto ciò ha avuto inizio con l’appoggio del sindacato, i mezzi di informazione, le istituzioni politiche che hanno prodotto un sistema informativo cercando di piegare il dramma nel miglior modo possibile. E questi incentivi hanno prodotto denunce, azioni, manifestazioni, insomma una forza di resilienza attiva dove il trauma e il dramma non restavano circoscritti soltanto ai protagonisti in una forma di ripiegamento interiore.

Una serie di azioni rivolte a chiedere giustizia e anche un risarcimento non solo per chi è passato da quella fabbrica, ma anche di una comunità che di quella fabbrica ne è stata succube sotto il profilo ambientale con gravi conseguenze per la salute.

Fonte

28/08/2020

Da qui all’Eternit (7)

di Giorgio Bona

Qui le precedenti puntate.

Parlare di una fabbrica senza averla vissuta non è cosa semplice. Ben vengano racconti, testimonianze, documenti, ma l’esperienza diretta, quella che diremmo, con linguaggio un po’ banale, vissuta sul campo, è un’altra cosa.

La mia prima e unica esperienza, se così possiamo definirla, risale al lontano 1977 e durò circa tre ore.

Andò così.

Non farò il nome, anche se quella realtà è chiusa da diversi anni.

Mi presentai per un colloquio nella sede di Milano. Ero disorientato percorrendo il lungo corridoio che portava nell’ufficio del capo del personale. Un ufficio di cattivo gusto, un po’ sfarzoso, quasi kitch, con moquettes e pareti di velluto rosso.

Il colloquio fu molto banale. A mio parere era già stato tutto deciso a priori.

Infatti, dopo quell’incontro, avrei dovuto presentarmi alla sede dello stabilimento in Liguria per un ulteriore colloquio con il Direttore e attendere la lettera di assunzione che sarebbe arrivata da lì a breve.

Due giorni dopo, poco prima delle ore otto, ero all’ingresso, dove stazionavano le guardie giurate della sorveglianza e una di loro mi accompagnò direttamente in direzione.

Feci circa un’ora e mezza di anticamera nell’attesa poi i soliti convenevoli, una stretta di mano, sentirmi fare la predica di quello che si aspettavano dal sottoscritto: impegno, dedizione e sacrificio e che sarebbero stati ampiamente ricompensati e con prospettive per il futuro.

Passai tutto il tempo in compagnia del direttore. Mi guidò nei diversi reparti illustrandomi tutte le fasi delle lavorazioni, la produzione, i processi. Naturalmente in quella circostanza sentii raccontare le solite balle sull’attività di un’azienda all’avanguardia non solo in Italia.

Dovevo aver fatto una buona impressione. Occorreva soltanto aspettare la lettera che confermasse la mia assunzione.

All’uscita, ai cancelli, qualcuno richiamò la mia attenzione, era un gruppo composto da poche persone che mi chiese un aiuto.

Conversai con uno di loro. Erano lì per una protesta che stava animando la tranquillità turistica di quella località marina. Dovevano mettere un lunghissimo striscione davanti alla cancellata che perimetrava la fabbrica.

Lessi il contenuto. Riportava: il cromo nel c..o dei padroni.

Li aiutai e allungammo questo striscione fissandolo alla lunga cancellata.

Non sono in grado di dire se la sorveglianza all’ingresso avesse notato qualcosa, se qualcosa d'altro avesse potuto far cambiare opinione nei miei confronti. Posso soltanto dire che quella lettera non arrivò mai e io non fui assunto.

Non so nel modo più assoluto dire cosa sia successo, non me ne sono mai preoccupato. In ogni caso, a distanza di tempo, devo rivelare, un po’ ci avevo sperato che quella lettera non arrivasse mai.

Racconto questo fatto dopo aver letto recentemente un articolo di Nicola Pondrano che ha rimestato i miei ricordi sulla realtà della fabbrica. Nelle sue righe trovo tutto quello che mi sembrava aver visto in un arco di tempo molto stretto, che però servì a rivelarmi molte cose.

Nel suo scritto, curato per Afeva (l’associazione vittime dell’amianto che ha la sua sede a Casale Monferrato dove è nata), Nicola Pondrano, sindacalista della FIOM-CGIL che con Bruno Pesce (Segretario della Camera del Lavoro ai tempi dell’interminabile vertenza Eternit e in prima fila per la lotta all’amianto) afferma con parole ferme e decise come negli anni '50 e '60 l’operaio era assoggettato al padrone con norme di comportamento vincolanti.

Riporto qui ciò che ha scritto Nicola nel suo toccate articolo quando racconta l’assunzione avvenuta allo stabilimento Eternit di Casale Monferrato in cui fu assunto l’11 settembre 1974. Allora lo stabilimento contava di circa 1054 Unità.
L’impatto in azienda fu per me sconvolgente. Fin da subito percepii una situazione grave, vedendo i tanti manifesti affissi all’ingresso della fabbrica, con l’elenco dei lavoratori morti: Mario, 54 anni, Antonio, 56 anni, Agostino, 59 anni, ecc. Tutti morivano prima di andare in pensione.

Era uno stabilimento vecchio – come ho raccontato come principale teste di accusa nel primo processo Eternit – e c’era una polverosità incredibile, nonostante l’umidità legata alle lavorazioni Era un girone dantesco.

Si sapeva che l’amianto provocava l’asbestosi, si parlava spesso di “tumur dii pulmun, (tumore ai polmoni in piemontese) ma nel 1978 ci fu un caso che sconvolse l’intera comunità: Giannina, la magazziniera della Eternit, da tutti amata e rispettata morì all’ospedale pneumologico La Bertagnetta di Vercelli. Morì a 49 anni di mesotelioma pleurico, il tumore provocato dall’amianto.

Fu un pugno nello stomaco, ma ci fece prendere cognizione del problema.

Iniziarono così i processi di consapevolezza e di analisi, grazie al lavoro della Commissione Ambiente insediatasi all’interno della fabbrica, in cui fui nominato insieme a Padre Bernardino Zanella, prete operaio alla Eternit, figura fondamentale nel favorire una presa di coscienza collettiva del problema amianto.
Padre Zanella era consapevole del pericolo provocato dalla fibra e non soltanto per gli operai che la lavoravano.

I danni prodotti dall’amianto hanno origini antiche. Civiltà ormai scomparse ne fecero uso e già si riscontravano inconsapevolmente danni di notevole rilievo.

Addirittura Plinio il Vecchio rilevò che gli schiavi destinati alle miniere di amianto presentavano problemi di salute molto più frequenti rispetto ad altri schiavi destinati ad altre mansioni.

Soltanto verso la seconda metà del '700 si parlò di due casi patologici riconducibili al mesotelioma: il primo riconducibile al medico francese J. Lieutad che praticò circa 3000 autopsie e il secondo a E. Wagner che diede la definizione di mesotelioma come patologia maligna.

Soltanto dopo la rivoluzione industriale si riscontra un grande utilizzo dell’amianto ma alle soglie 19° secolo, quando l’esposizione alla fibra direttamente legata ai danni che provocava sulla salute divenne più evidente, nacquero forti dubbi che misero tutto in discussione.

In quegli anni predominavano malattie come la tubercolosi per cui i medici dell’epoca furono tratti in inganno e interpretavano come cicatrici tubercolari le fibrosi pleuropolmonari da asbesto e ancor peggio da mesotelioma.

Ecco i segnali che hanno dato un riscontro ignorato per lungo tempo. Allora, dal momento che abbiamo accennato all’associazione delle vittime, proviamo con il prossimo passaggio a parlare del processo, lungo e doloroso, dove la richiesta di risarcimento non potrà essere mai abbastanza.

Alessandria non è New Oleans. Eppure la sera di sabato 2 agosto sembrava veramente di essere nella capitale della Lousiana.

Con un po’ di immaginazione il fiume Tanaro poteva assumere le sembianze del Mississippi. Scuro, limaccioso, arrabbiato. Per circa mezzora ebbi l’impressione di trovarmi in un libro di Tom Piazza, “la città che era” quando l’uragano Katrina passò con una furia distruttrice lasciando nel panico la popolazione.

Vengo al dunque. La furia del vento che sferzava a oltre 100 km l’ora non solo ha sradicato alberi devastando le pochissime zone verdi, abbattuto recinzioni e muretti. In quella mezzora sono stati scoperchiati tetti e si è mostrato quanto amianto ci sia ancora dentro il centro abitato.

Onduline di eternit volarono ingombrando diverse strade della città. Per alcuni giorni c’erano vie invase da pezzi di lastre di asbesto. Sopra passavano automobili e pedoni e tutto diventava ghiaietto, polvere.

Ogni volta che si parla di amianto, qui, in Piemonte, la gente ti guarda dall’alto in basso, allibita. Ci sono cittadini che non sono assolutamente coscienti di cosa sia quella polvere e cosa possa provocare.

Ora, il problema è che la provincia di Alessandria era considerata in assoluto una delle più amiantizzate d’Italia. Nella città le coperture di amianto ancora da bonificare sono moltissime.

Ma quello che è necessario, prima di tutto, è l’esatta informazione che deve arrivare ai cittadini sul problema, perché in una delle province più “amiantizzate” sembra che non tutti abbiano la consapevolezza di quello cui si va incontro.

Nell’improvviso danno del disastro la rimozione dell’asbesto non è avvenuta in tempi brevissimi, per cui la fibra è rimasta a rischio esposizione dei cittadini per diversi giorni.

Sul pericolo tutti tacciono e possiamo soltanto sperare di non ritrovare sorprese negli anni futuri, sapendo del periodo di incubazione della fibra dopo l’inalazione.

Sarebbe anche difficile in un contesto come questo stabilire delle responsabilità in merito. Chi ha rivestito i tetti con l’amianto? Allora si poteva fare. Chi non lo ha rimosso? Se non si sta sfaldando, se non si rilevano crepe, allora bastava denunciarlo per il censimento. Tutto ha un suo percorso stabilito.

Allora torniamo a Casale Monferrato, città dell’amianto, provincia di Alessandria, candidata ad essere città libera dall’amianto.

A Casale Monferrato, dopo la chiusura della Eternit, una rivista, “Comunicazione Pubblica”, sostenuta da autorevoli figure del mondo scientifico e sanitario, si rivelò in quegli anni lo strumento utile e necessario a modificare abitudini e modi di pensare generalizzati che avevano portato addirittura a familiarizzare con il materiale fino a sottovalutarne la micidiale nocività.

Aveva lo scopo di preparare il cittadino rendendolo un principale alleato, diligente e consapevole, affinchè si rendesse conto della gravità del problema e si presentasse preparato e informato per avviare il faticoso lavoro di bonifica in quelle strutture contaminate senza provocare dispersione di polveri pericolose.

Perché, come detto nelle puntate precedenti, il problema amianto non riguardava soltanto la fabbrica e il suo spazio limitrofo, bensì avevacoinvolto tutto il territorio.

Allora faccio riferimento a un articolo de “Il Monferrato” del 2009. “Il Monferrato”, settimanale della città di Casale, raccontava di un processo nel 2008 relativo alla morte di due ferrovieri a causa del mesotelioma. Con una richiesta di indennizzo alle ferrovie della città per l’utilizzo dell’amianto.
Inutile dire che la tesi venne considerata molto discutibile, in quanto i legali delle ferrovie cercarono di discolpare l’azienda FS ritenendo che la colpa fosse soltanto da imputare alla fabbrica.

Lavoravano a Casale e sono morti di mesotelioma. La causa non poteva essere che la Eternit. Era la tesi con cui i legali di FS cercavano di difendere l’azienda nella vertenza che vedeva parte lesa gli eredi di due ferrovieri scomparsi a causa della fibra killer.

Era una causa dove si cercò di dimostrare che a Casale esisteva un inquinamento ambientale causato dalla fabbrica e che proprio per questo la fibra killer colpì non soltanto chi lavorava alla Eternit, ma anche i cittadini.
La risposta delle Ferrovie non si fece attendere: in città sono tutti i cittadini esposti al rischio amianto a causa della fabbrica, quindi le ferrovie non hanno alcuna responsabilità.

La risposta della controparte fu altrettanto decisa. La questione vera, secondo i legali dei familiari delle due vittime, stava nell’utilizzo dell’amianto nel settore ferroviario: è comprovato non soltanto per la coibentazione delle carrozze ma, proprio a Casale, per i trasporti che facevano le ferrovie per conto di Eternit. A questo punto resta da definire la responsabilità, se sia del datore di lavoro o vadano rintracciate in una generica esposizione ambientale.

Scopo delle ferrovie era soprattutto quello di evitare che lo stesso tipo di responsabilità potesse essere attribuito al personale viaggiante, allargando la platea di quelli cui potevano chiedere il risarcimento.

La causa cercava di dimostrare che esisteva un inquinamento ambientale diffuso che colpì non soltanto chi lavorava alla Eternit, ma metteva a rischio tutta la popolazione. Ecco che la difesa delle ferrovie sosteneva che, siccome in città erano tutti a rischio, non potevano prendersi una colpa di cui si chiamavano fuori.

L’accusa del legale delle vittime andava in una direzione, ovvero faceva riferimento alla coibentazione delle carrozze e dei trasporti che le ferrovie facevano per conto di Eternit a quei trenini a scartamento ridotto che dalla stazione ferroviaria andavano verso Via Oggero senza alcuna protezione.

Infatti una delle due vittime lavorava a quel processo.

La ragione su cui si fondava l’accusa nei confronti delle Ferrovie dello Stato era legata al fatto che non avevano adottato misure di sicurezza durante il trasporto di questo materiale, notoriamente pericoloso.

Il figlio di una delle due vittime racconta che ai tempi in cui la fabbrica era in attività la stazione era invasa da treni carichi di amianto e che il padre si trovava proprio a smistare questi arrivi.

Abbiamo già parlato in una delle precedenti puntate dei treni a scartamento ridotto che dalla stazione ferroviaria andavano verso Via Oggero per il trasporto della fibra, come racconta la testimonianza del figlio di una vittima. Tutto ciò avveniva senza alcuna protezione con dispersione del pulviscolo per larghi tratti delle vie cittadine.

In una situazione come questa la responsabilità sembra allargarsi e nessuno vuole assumersela dal momento che l’accusa è gravissima e pesantissima.

Certo, è difficile dare una risposta. Proveremo a parlarne prossimamente entrando nel merito del processo Eternit.

Un processo che non si è ancora chiuso.

Un processo lungo un eternit.

(continua)

Fonte

19/07/2020

Da qui all’Eternit (6)

di Giorgio Bona


Qui le precedenti puntate.
I mondiali di calcio del 1982 restarono memorabili per l’impresa della nostra nazionale, che portò a termine una vittoria contro nazionali allora ben più blasonate come Argentina, Brasile e Germania.

Mentre l’Italia si trastullava, riversandosi in piazza per festeggiare il grande evento, ecco che in una piccola città che non superava i 40000 abitanti emergeva un problema di gravità assoluta.

Il controllo avviato in un percorso riservato sui certificati di morte per mesotelioma sul territorio casalese e dintorni, al “Registro Tumori” di Torino, tornò al mittente con una risposta che metteva in luce la drammaticità della situazione: l’elevata mortalità causata dall’amianto a Casale Monferrato era di venti volte superiore a quella attesa.

Mesotelioma pleurico. A pronunciare il suo nome si prova un senso di terrore. Il panico di una città che si confronta con quel male invisibile. Come cantava Gaber, quelle cellule enormi voraci affamate di noi, ci mangeranno come vermi.

Il mesotelioma è un tumore maligno che può colpire le membrane sierose di rivestimento di vari organi, in particolare i polmoni. La cancerosi comincia con l’inalazione. Gran parte delle fibre viene eliminata con l’espettorato o con le feci. Circa il 70%. Il restante 30% attraversa l’endotelio e penetra nei tessuti interstiziali.

Le fibre tendono ad accumularsi, prevalentemente, a livello del terzo inferiore del polmone, in posizione contigua alla pleura viscerale.

I macrofagi alveolari sono in grado di trasformare gli idrocarburi policiclici in cancerogeni attivi.

Non stiamo ad approfondire quelli che sono gli elementi scatenanti le cellule impazzite che portano alla drammatica risoluzione dello sviluppo di questo cancro che non lascia scampo.

È sufficiente dire che chi ha avuto o ha la disgrazia di trovarsi in questa tragica situazione si trova un killer dentro con la pistola puntata pronto a fare fuoco. La mira è precisa. Non lascia scampo.

In genere il periodo di latenza è dell’ordine di decenni, si possono superare i quarant’anni dall’inizio dell’esposizione.

I sintomi del mesotelioma sono legati ad una compressione dei visceri che sono a contatto con la massa tumorale. Il primo segno nelle forme toraciche è costituito da un versamento pleurico spesso emorragico, con recidive, affanno, mancanza di respiro e febbre.

La frequenza della patologia dipenderebbe dal tipo di fibre, dalle loro dimensioni, dalla durata dell’esposizione e dalla esposizione ad altri fattori come il fumo o altre sostanze chimiche.

Come già ribadito, il mesotelioma maligno ha un lunghissimo periodo di latenza. Questo è dovuto a una ragione ben precisa, ovvero le fibre di amianto impiegano parecchio tempo prima di arrivare alla pleura.

L’incidenza e la mortalità per mesotelioma maligno hanno mostrato un incremento in questi ultimi anni. Questo è dovuto a un aumento dell’utilizzo di amianto dopo la seconda guerra mondiale.

Ulteriori incrementi sono previsti per i prossimi anni per poi, si spera, decrescere in relazione alla riduzione dell’uso del materiale e alla crescita di interventi di prevenzione.

Quando sul finire degli anni '70 la Comunità europea manifestò la necessità di regolamentare l’utilizzo dell’amianto, applicando sui sacchi etichette informative per documentare i rischi procurati dalla polvere, l’AIA propose un’etichetta con toni miti. Non doveva comparire la parola cancro e occorreva affermare che l’uso improprio del materiale poteva arrecare danni.

Nonostante queste fossero le premesse, la scritta che comparve sui sacchi di materiale dello stabilimento inglese “Tuner & Newall” era diversa: respirare polvere di amianto può provocare cancro e altre malattie letali.

Viste le pressioni sul tema amianto – salute, l’AIA, sulla pessima pubblicità al prodotto che veniva dal Regno Unito, elaborò una comoda via d’uscita che contribuì a ritardare ancora la presa d’atto del problema: il pericolo della fibra si manifesta se non vengono utilizzate le precauzioni necessarie.

Quindi guanti, mascherine e cappe di aspirazione garantivano la lavorazione sicura e controllata. Intanto c’era il tempo di trovare e sviluppare materiali sostitutivi per la continuità dei profitti.

Con l’ordinanza 83 del 1987 l’allora sindaco di Casale Monferrato, Riccardo Coppo, bloccando la Eternit, proibì la produzione di amianto su tutto il perimetro casalese, interpretando l’interesse dei cittadini e schierandosi al fianco dei sindacati e dei familiari delle vittime.

Era un forte segnale di discontinuità con il passato. I produttori di amianto impugnarono l’ordinanza, ma non coltivarono il ricorso, forse perché a causa dei morti in aumento, ebbero paura di un effetto boomerang.

Occorre precisare che ci fu in quel periodo una politica molto improntata sulla “prudenza giuridica”, per cui loro poterono agire ancora qualche anno.

Poi lo stato riuscì a metabolizzare la decisione del comune di Casale affiancato dalle associazioni sindacali con la legge 257 del 27 marzo 1992 che non insabbiò la questione amianto, ma riuscì a mettere sul tavolo le richieste risarcitorie e previdenziali di centinaia di lavoratori italiani.

Ci si è chiesti come era potuto accadere? Profitto. Profitto. La prima vera ragione è che si erano messi davanti a tutto gli interessi economici. Tutto questa a discapito della collettività.

La decisione di far fallire la Eternit italiana fu presa a Zurigo nel 1983. Il 23 dicembre di quell’anno il gruppo Eternit fallì.

Intanto, già dal 1981, era stata avviata una causa civile contro la fabbrica di Casale e l’Inail accertò la nocività ambientale in tutto lo stabilimento.

Proprio nell’anno in cui si decise per il fallimento la pretura di del capoluogo monferrino avviò un’indagine rivolta ad accertare la responsabilità e la causa delle numerose e continue morti dei lavoratori e cittadini casalesi.

La fase istruttoria durò sei anni e si concluse con la condanna di quattro dirigenti accusati di omicidio colposo plurimo e lesioni colpose plurimo aggravate.

La multinazionale dell’amianto cercò in qualche modo di isolare le decisioni dei dirigenti italiani tutelandosi da eventuali azioni penali successive, offrendo ai curatori del fallimento 5,5 miliardi di lire da ripartire in maggior misura per i gruppi di Casale e di Napoli.

La contropartita stava nella rinuncia a una serie di azioni legali. Anzitutto la richiesta di indennizzo dei danni correlati all’amianto.

Gli obiettivi erano quelli di mantenere il caso a livello locale, lasciare fuori la proprietà da responsabilità dirette e, in ultimo, minimizzare il danno economico oltre che di immagine.

Tutte le strategie messe in atto per lungo tempo non riuscirono a spegnere la voce di Casale Monferrato. La città non si fermò alla chiusura dello stabilimento. La lotta proseguì e la città diventò un pilastro della lotta all’amianto, gettando le basi per il grande processo Eternit che riunì 2897 parti offese e 6932 parti civili contro il belga Louis De Cartier e lo svizzero Stephan Schmidheiny, responsabili delle società Eternit SpA.

Fonte

18/06/2020

Da qui all’Eternit (5)

di Giorgio Bona

Qui le precedenti puntate.

I miei anni studenteschi a Casale Monferrato sono legati anche a frequentazioni sportive con un piccolo gruppo di atleti locali. Arrivai a loro grazie a Romano Caligaris, una conoscenza comune e grande maratoneta che conseguì ottimi risultati a livello nazionale e internazionale.

Fu proprio Romano a presentarmi un altro atleta di notevoli capacità con innate doti di mezzofondista. Iniziai così, durante la mia permanenza nella capitale del Monferrato, ad allenarmi.  Il nostro ritrovo era il Natal Palli, lo storico stadio del Casale Calcio. Da lì, a volte, correvamo per mettere chilometri nelle gambe, come si dice nel gergo dei professionisti dell’atletica, qualche volta sulla spiaggia del Po, lungo un percorso che lui conosceva bene.

Era la metà degli anni '70. L’Eternit era ancora in piena attività.

Quando lasciai Casale dopo gli studi, mi ritrovai a fare altre strade e Casale rimase una parentesi della mia vita, accantonata per molto tempo.

Soltanto parecchi anni dopo, credo fosse il 2009, quindi erano trascorsi parecchi anni, quasi trentacinque per dirla in breve, ritrovai casualmente un compagno di quei tempi e, parlando del più e del meno, chiesi notizie dei vecchi amici. Poi il discorso cadde su di lui, su Pier Carlo Busto, di cui avevo un ottimo ricordo e che mi sarebbe piaciuto ritrovare.

A confermarmelo fu una mia collega di lavoro che abitava a Casale nel quartiere Ronzone, il quartiere nei pressi della grande fabbrica e, ahimè, anche lei portata via da quel male dal nome impronunciabile: mesotelioma pleurico. Mi confermò di Pier Carlo.

La notizia mi franò addosso come un fulmine a ciel sereno. Non ci volevo credere. A casa cominciai subito a fare una ricerca in rete. Trovai conferma alle domande che mi stavano girando in testa e arrovellando lo stomaco.

È il 1988. Lo stabilimento Eternit è chiuso da due anni. Sfoglio con un certo disagio quello che non avrei mai voluto sapere.

Le notizie che leggo riportano che quello è l’anno in cui si ammala Pier Carlo Busto, ragazzo di 33 anni, sportivo, bancario, non aveva mai avuto contatti con la fabbrica. Della sua famiglia nessuno aveva mai lavorato all’Eternit e viveva lontano dalla fabbrica maledetta.

Questo sta a significare una cosa: se si è ammalato lui, se il male ha minato i suoi polmoni, i polmoni di un maratoneta, il mesotelioma poteva colpire chiunque.

Io ho subito pensato a quella spiaggia in riva al Po, dove una volta la fabbrica scaricava i resti di amianto, e che in sua compagnia avevo frequentato pochissime volte. Lui invece l’aveva bazzicata moltissimo.

Ma evitiamo di farci suggestionare e proviamo a fare un po’ di chiarezza. Negli anni '60 lo scarto delle lavorazioni errate veniva portato in una discarica a cielo aperto, e lì si serviva la cittadinanza che cercava i pezzi migliori da utilizzare per lavorazioni fai da te.

Con l’introduzione del re-utilizzo, a partire dagli anni '70, le merci di scarto venivano portate sotto un capannone senza mura, dove una ruspa le frantumava e operava 24 ore su 24, rilasciando grandi quantità di polvere.

Prima di essere reintrodotti nel ciclo produttivo i frammenti venivano portati a un mulino per la macinazione.

L’impianto era altamente nocivo. Operava a cielo aperto, ed essendo quello di Casale Monferrato l’unico stabilimento che recuperava materiali di scarto, si faceva carico della macinazione degli scarti di tutte le altre fabbriche di eternit in Italia.

Alla fine del turno gli operai, come si usava dire, uscivano inzuccherati, come se fossero ricoperti da uno strato di zucchero a velo, completamente bianchi. Le tute blu andavano a casa con gli operai, per cui la polvere era un aerosol per tutta la famiglia.

Tornando a Pier Carlo, vittima dell’amianto, era confermato che di amianto poteva morire anche chi non lavorava alla Eternit.

Questo riscontro non trova un consenso immediato. Ma a seguito dei risultati epidemiologici ottenuti, la pretura di Casale avvia un’indagine rivolta ad accertare la responsabilità penale di tali morti.

Di questo parleremo in seguito.

In ogni caso, alcuni studi rivelano che già nel 1930 si cominciò a correlare casi di fibrosi polmonari con l’esposizione all’amianto. Con lo scoppio della seconda guerra la richiesta e l’utilizzo dell’amianto aumentarono vertiginosamente, e questo problema dunque passò sotto silenzio.

Il suo impiego divenne diffuso massicciamente nelle navi e nella quasi totalità delle armi usate in quegli anni. Da qui cominciò un suo progressivo e sempre più diffuso utilizzo per edifici pubblici e privati, senza contare un’ampia gamma di oggetti di uso comune.

Alcuni dati trasmessi dicono che nel 1960 vengono rilevati 47 casi di mesotelioma in una piccola parte del Sud Africa, dove c’erano piccole aziende che utilizzavano l’amianto. Molti di questi deceduti avevano avuto un’esposizione alla fibra di tipo professionale molti anni prima: avevano giocato da bambini su cumuli di materiale depositati, alcuni frequentavano e transitavano nelle vicinanze della fabbrica, dove il materiale medesimo veniva trattato, senza averci mai lavorato.

Il 1965 costituisce comunque la data in cui la comunità scientifica internazionale riconosce gli effetti cancerogeni dell’amianto.  È soltanto nel 1982, anno dei mondiali di calcio, che a Casale arrivò la sentenza come un fulmine a ciel neanche troppo sereno: il controllo avviato sui certificati di morte per mesotelioma era venti volte superiore a quella attesa. Il dramma di quella malattia era destinato fin dal principio a diventare un dramma tristemente familiare.

Le tute di lavoro degli operai della Eternit, rivestite di polvere, erano nell’ambito familiare anche a contatto con moglie e figli.

Nel film di Roberto Ghiaccio, al suo esordio come regista che è nato e vive in un paese a due passi da Casale Monferrato, il protagonista, un giovane aspirante attore, cerca di ricostruire il rapporto con il padre, ex operaio Eternit malato di mesotelioma pleurico.

Il padre racconta della fabbrica e in uno dei dialoghi riporta un passo importante che conferma il dramma familiare. Ecco, entravo in casa con quella tuta impolverata e tu mi correvi incontro. Io ti prendevo in braccio dopo aver abbracciato tua madre e non sapevo quanto facevo male a tutta la famiglia. Ma noi non potevamo immaginare che l’amianto potesse avere queste conseguenze.

E parlare di quella tragedia, il mesotelioma pleurico, richiede un capitolo a parte. Ci riserveremo di raccontarlo a breve, dal momento che il 28 aprile è stata la giornata delle vittime dell’amianto.

Per non dimenticare.

(continua)

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11/05/2020

Da qui all’Eternit (4)

di Giorgio Bona

Qui le precedenti puntate.

Maledetta fibra. Abbiamo già avuto modo di dire che la polvere d’amianto non coinvolse soltanto i lavoratori della fabbrica, ma anche molti di quei cittadini che in fabbrica non avevano mai messo piede.

Certo il problema assunse un dramma, prima di tutto, di rilevanza familiare. Le mogli che lavavano le tute dei mariti venivano a contatto con la fibra, per cui anche loro diventarono, inconsapevolmente, soggetti a rischio. Molte furono vittime di mesotelioma, come se avessero fatto parte integrante di quel mondo. Così i figli.

E non solo. La polvere di amianto aveva una dispersione che arrivava a contaminare a 27 km di distanza dal luogo dei processi di lavorazione. Una catastrofe.

Quando l’ordinanza '83 decretò la chiusura dello stabilimento Eternit, giunsero anche da altre realtà dati sconcertanti. Possiamo provare a segnalarne qualcuno, così, tanto per dire che il problema Eternit non aveva una rilevanza soltanto provinciale, ma una portata nazionale e anche fuori dai nostri confini.

Da un summit tenuto alla fine del 2004 a Tokio risultava che di amianto se ne producevano ancora circa due milioni di tonnellate. La Russia, la Cina e il Canada coprivano ancora due terzi della produzione mondiale. L’unica arma per convincere le multinazionali a cessare la produzione era quella di portare avanti denunce per le malattie provocate dalla fibra, accompagnate dalla richiesta di forti indennizzi per risarcimento danni. In questo modo, le multinazionali medesime, costrette a pagare, dovevano per forza interrompere la produzione, perché i costi sarebbero aumentati notevolmente e non avrebbero potuto più essere competitive.

Rimanendo, però, nell’ambito territoriale nazionale non ci privammo di nulla. I danni provocati dall’amianto causarono prima di tutto un disastro ambientale e, in secondo luogo, tragedia immane, malattie che non lasciavano scampo.

Considerando che la Eternit di Casale Monferrato fu il più grande stabilimento a livello europeo, che negli anni '60 si fece carico anche degli scarichi e degli scarti di manufatti di quel materiale che provenivano da altri siti, devastando il territorio casalese con discariche a cielo aperto, possiamo ricordare altre realtà che non ebbero nulla da invidiare in fatto di danno ambientale e di mortalità a causa delle polveri.

La Fibronit Bari provocò danni alla popolazione barese a causa dell’amianto che veniva smaltito attraverso il mare, perché l’azienda costituì la spiaggia come suo luogo privilegiato per lo smaltimento dei rifiuti, scaricati nei quasi trentanni di lavorazioni. Così come a Casale Monferrato, dove si scaricava nel Po e la spiaggia era altamente contaminata. A Bari il problema principale si concretizzò nel corso degli anni, quando la gente che frequentava le spiagge si ammalava a causa della presenza dell’amianto nella sabbia.

La medesima cosa si riscontrò alla Eternit di Siracusa. Nei fondali marini siracusani erano presenti enormi quantità di manufatti di scarto prodotti dallo stabilimento siciliano. Anche questo era uno stabilimento di una certa importanza. Tra gli anni '60 e gli anni '70 vi lavoravano circa 300 dipendenti e oltre 50 morirono per tumore alle vie respiratorie. Molti di questi lavoratori si ammalarono in seguito.

In ultimo aggiungiamo la Fincantieri di Monfalcone, dove il reparto di Oncologia dell’ospedale cittadino, nei primi anni '70, scoprì tra i cartieristi un’altissima incidenza di mesoteliomi. L’amianto venne sostituito dalla lana di vetro e di roccia, e con questo divenne difficile prevedere fin dove arrivavano i danni provocati dall’amianto e dove cominciavano quelli con le materie con cui fu rimpiazzato.

Terribili le testimonianze raccolte dai lavoratori. La vedova di un operaio della Fincantieri di Monfalcone riporta: mio marito ha fatto il tubista per trentacinque anni in quella fabbrica. Ha incominciato a star male quattro giorni dopo che era andato in pensione. Un anno dopo arrivò la diagnosi: mesotelioma pleurico. Morì dopo quattro mesi. Per questo con fermezza i lavoratori dichiararono “Comparire per non scomparire” e l’aula di un tribunale a questo punto era l’unico spazio per chiedere un po’ di giustizia. Anche i lavoratori della Fincantieri avevano in passato gli stessi metodi di lavorazione dell’amianto che avevano i colleghi casalesi. A mani nude senza protezione. “Noi ci tiravamo i sacchi di amianto puro, lo scaricavamo dalle navi che venivano dal Sud Africa. L’amianto ci finiva anche in tasca. Chi di noi ha lavorato in cooperativa non ha neppure un padrone con cui prendersela.”

Tutti questi risultati hanno contribuito nel tempo a confrontare i risultati delle commissioni lavoro su quattro grandi tematiche: salute ed epidemiologia, bonifiche, legislazione e previdenza.

Una cosa è certa, che le cifre erano pesanti. Tremila morti ogni anno in Italia per tumori ai polmoni, milioni di metri cubi di eternit da rimuovere, anche negli asili, nelle scuole, in edifici pubblici e privati. I dirigenti degli stabilimenti dove si lavorava l’amianto avevano sempre sostenuto di non sapere della sua pericolosità, e se fosse stato abbattuto prima forse avremmo ridotto i danni.

Ci si chiede, in ogni caso, quanto le aziende fossero tenute a prendere in considerazione tutte le precauzioni a protezione della salute dei lavoratori. E se nessuno aveva preso in considerazione le condizioni di salute dei lavoratori con tutti i possibili rischi che ne derivavano, figuriamoci se veniva preso in considerazione la situazione che si era creata all’esterno.

Dopotutto, quando l’amianto è stato abbattuto, erano passati cinque anni dall’ordinanza che fece chiudere la Eternit di Casale Monferrato. Era il 1992. Da una conferenza emergeva, però, che gli ultimi paesi entrati nell’Unione Europea adoperavano ancora l’amianto. Dovevano metterlo al bando, applicando una direttiva europea che avrebbe dovuto essere avanzata per i paesi dell’est.

Ma prima di arrivarci c’era ancora parecchia strada da fare.

(continua)

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14/04/2020

Da qui all’Eternit (3)

di Giorgio Bona

Qui e qui le precedenti puntate.

“L’uomo va, sempre e comunque, difeso e l’onere delle prove sta tutto e sempre sulle cose, soprattutto su chi le produce e le immette nell’uso umano, nell’ambiente di vita ed in particolare di lavoro. La vita dell’uomo va difesa non soltanto dai danni, ma anche dai rischi, va riparata dai colpi ma anche dalle ombre se queste proiettano una minaccia di malattia e di morte.”

Questo scriveva Giulio Alfredo Maccacaro, medico, biologo e biometrista, che si occupò di metodi della statistica applicata alla medicina e alla ricerca delle cause soprattutto ambientali e lavorative delle malattie.

Maccacaro fu uno dei fondatori di “Medicina Democartica” e, ancora studente di medicina all’Università di Pavia, partecipò attivamente alla resistenza con i partigiani dell’Oltrepò Pavese nelle file della Brigata Barni.

Questa epigrafe fu il viatico, come raccontò Riccardo Coppo, sindaco di Casale ai tempi della chiusura della Eternit, per mettere in vigore quell’ordinanza 83 che vietava la produzione e l’uso dell’amianto sul territorio Casalese. E tutto ciò fu fatto per riparare la città e chi la abita dalle ombre se queste proiettano una minaccia di malattia e di morte.

Anche se la produzione di amianto era diminuita a partire dalla metà degli anni '70 proprio perché si erano rilevate malattie professionali dovute alle polveri come l’asbestosi e la silicosi, ecco che, proprio in quegli anni, cominciano ad arrivare le prime denunce e si inizia a prendere timidamente in considerazione il problema.

La struttura dell’amianto ha una composizione formata da fibre simili a quelle di un tessuto. Queste, quando vengono maneggiate, producono una polvere che si libera nell’aria e può essere respirata. La pericolosità consiste, infatti, nella capacità che i materiali d’amianto hanno di rilasciare fibre facilmente inalabili.

La produzione di cemento amianto alla Eternit di Casale Monferrato ha provocato nel tempo una sorta di pandemia, dovuta al rilascio in fabbrica e nell’ambiente circostante di fibre invisibili a occhio nudo, del diametro non superiore al mezzo millimetro e lunghe dai due ai cinque millesimi di millimetro, letali per i polmoni.

Uno studio condotto negli Stati Uniti rilevava che la polluzione della polvere di questo materiale ha incidenza fino a ventisette chilometri dal punto di lavorazione. Ecco allora che la fibra killer poteva avere effetto non soltanto su chi con l’amianto era a contatto per la lavorazione, ma su tutta la popolazione della città e la popolazione delle zone limitrofe.

Possiamo aggiungere che l’attenzione a questo problema non ha interessato soltanto la scienza, anche perché c’è stata una letteratura che ne documentava la gravità. Lo scrittore Franz Kafka, padrone di una piccola fabbrica a Praga in cui si lavorava l’amianto, raccontò e descrisse le serie condizioni delle sue operaie a contatto con la fibra.

È interessante sapere cosa succedeva in quegli anni all’interno della Eternit che non era sicuramente il modello di fabbrica ideale, quella per intenderci del sogno olivettiano di azienda famiglia. La Eternit era al passo con i tempi di tutte le grandi fabbriche dove di ambiente, prevenzione e rischio non si voleva sentir parlare. Per dirla in breve, nonostante le ricerche scientifiche, avessero comunicato la pericolosità dell’amianto, l’azienda ha continuato imperterrita nella sua produzione, in barba ai dati documentati riguardo le tragiche conseguenze dell’esposizione del materiale.

Dal 1976 venne istituita all’interno dello stabilimento il consiglio di fabbrica, che decise di promuovere indagini ambientali con lo scopo di verificare la concentrazione di fibre di amianto.

Ci fu anche, coordinato dalle associazioni sindacali, su una forte spinta dalla base, uno sciopero durato ottantasette ore. La richiesta dei lavoratori era quella di ottenere modifiche al processo di lavorazione.

L’imposizione di mascherine di carta, la disposizione di ventole e cappe aspiranti bastarono perché la stampa si mobilitasse a parlare di una grande conquista e che l’amianto aveva cessato la sua opera di nocività e che non doveva dare più preoccupazioni.

Inoltre l’imposizione dell’INAIL che aveva imposto all’azienda di predisporre pulizie straordinarie e alternare il ciclo produttivo in modo da ridurre lo spargimento delle polveri, aveva portato l’azienda medesima a ridurre il premio per il rischio di amianto.

Sembra che già dagli anni '40 l’azienda fosse a conoscenza dei rischi provocati da questo materiale. Non era un caso che agli operai che lavoravano in un ambiente “a rischio” fosse riconosciuta un’indennità in busta pari a circa ventimila lire. Questa cifra molto simbolica e ridicola rispetto alla portata del rischio, o meglio ancora del pericolo cui il lavoratore era sottoposto, era una sorta di “indennità polvere”.

Alla Eternit prendevi la polvere, ti rivestiva, la respiravi, era quasi considerato normale perché faceva parte del duro lavoro.

Sul finire degli anni '70 l’azienda dispose pulizie straordinarie alternando il ciclo produttivo per ridurre lo spandimento della polvere e questo intervento portò l’INAIL a ridurre il premio corrisposto per il rischio amianto, perché per l’azienda, a parte due reparti, non c’era più alcun rischio per i lavoratori.

La mobilitazione all’interno si fece sentire. La camera del lavoro inoltrò una denuncia nei confronti dell’INAIL conducendo un’indagine con i propri periti. Nonostante le macchine spente e i reparti lucidati, emerse da questa seconda indagine che l’amianto era ovunque.

Avremo modo successivamente di parlare di ottant'anni di storia dell’amianto, muovendoci tra narrazione e dati alla mano che sono un disastro per una città di 34.000 abitanti.

Dentro un tunnel buio buio... quello che non si è voluto vedere...

(Continua)

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19/03/2020

Da qui all’Eternit (2)

di Giorgio Bona

Al manca al fià (in dialetto piemontese sono senza fiato). Non era un atleta dopo la maratona a dirmi queste parole, ma un lavoratore dell’Eternit, la fabbrica di amianto che aveva la sua sede a Casale Monferrato. Queste parole espresse con ilarità, con lo sfoggio di una semplice battuta, non evitano di suscitare indignazione sapendo le cause da cui provengono, perché sono pietre dure, precise e ti lasciano il segno.

Perché? Cominciamo così, facendo, come si dice di solito, a fare un po’ di spazio tra le cose, muovendosi nella memoria.

Dal 1973 al 1977 frequentai un noto istituto superiore di Casale Monferrato. In quegli anni di pendolarismo scolastico mi fermavo con alcuni compagni a pranzo presso una trattoria con prezzi molto popolari, dove gravitavano a fine turno anche i lavoratori della Grande Fabbrica.

Il titolare, allora, per ragioni di spazio, disponeva tutti in un’unica tavolata, studenti e operai insieme, per quel convivio veloce prima di riprendere le rispettive attività.

Richiamavano la nostra attenzione quelle tutte blu ricoperte di polvere che noi allevati, come dicevano i nostri vecchi, nel latte di gallina, osservavamo con una certa curiosità ma anche con profondo rispetto.

È in quel contesto abbiamo cominciato a conoscere in teoria il mondo della fabbrica, di quella fabbrica in particolare, la Eternit come era chiamata dai casalesi, il più grande stabilimento d’amianto in Europa.

Oggi, ricordando quegli anni, della città mi rimane impressa la Eternit che è stata il primo impatto insieme alla caserma militare. A Casale erano decine le reclute che provenivano da ogni parte d’Italia a fare il CAR. Prendo spunto per raccontare un aneddoto abbastanza ironico per dire che le reclute che si trovavano in città avevano trasformato il nome della città da Casale Monferrato in Casale “m’han fregato” proprio per il periodo di tre mesi di naja da scontare in attesa di una nuova destinazione.

Ma torniamo all’Eternit. In quegli anni la scuola coordinò una visita all’interno dello stabilimento. Era una di quelle visite che gli istituti organizzavano in collaborazione con le aziende per dare una conoscenza agli studenti del mondo del lavoro.

Quello che mi aveva colpito e che aveva suscitato le domande di tutti era riferito all’ambiente e alle condizioni in cui si trovavano i lavoratori, domande che aspettano una risposta ancora adesso.

Casale era una città che contava 34.000 abitanti e circa 1800 sono morti di mesotelioma pleurico, il tumore dei polmoni provocato dall’amianto.

E allora proviamo a capirci qualcosa. Si dice che per decenni nessuno avesse sospettato che il materiale lavorato fosse così pericoloso, ma tra i lavoratori qualche presentimento già trapelava e il sospetto che qualcosa di drammatico potesse venire fuori. Annotiamo che da quando l’ordinanza del sindaco di allora Riccardo Coppo stabilì la chiusura della fabbrica, proibendo la produzione d’amianto sul territorio casalese erano state attivate  circa duecento denunce e quattrocento richieste di verifiche di rischio che l’azienda non aveva preso in considerazione.

La testimonianza di un sindacalista FIOM-CGIL  racconta del suo primo giorno di lavoro in Eternit, nel gennaio del 1974, quando si trovò davanti Pietro Marengo, l’operaio più vecchio. Stava seduto su un sacco di amianto, era uno degli ultimi facchini ad aver lavorato la fibra con le mani, spostandola con il forcone per disfarla. Il giovane assunto fu colpito dalle parole dell’anziano collega che erano macigni con un seguito pesante: cosa sei venuto a fare qui che sei così giovane? Sei venuto a morire anche tu?

Sempre il sindacalista ricorda: nel mio reparto c’era Evasio, il suo stradinom era Il Palombaro, veniva a lavorare ricoperto di sacchetti di plastica. “ho una moglie e un figlio piccolo. Non voglio morire.”

Si ricordano le vittime, ognuno con una storia diversa, dal momento che c’era una morte la settimana, quasi come un bollettino di guerra.

Il reparto dove l’amianto veniva lavorato era quello delle materie prime situato in un sotterraneo, dove giungevano sacchi di iuta mal sigillati di circa sessanta chili che i lavoratori, senza mezzi di precauzione, aprivano con un coltello. Appena aperto veniva messo a macinare sotto quattro molazze per disintegrare la fibra. I lavoratori avevano il compito di spurgare questi macchinari ogni volta che si bloccavano e lo facevano smuovendo e grattando l’amianto senza un minimo di protezione. Successivamente il prodotto veniva stoccato.

Negli ultimi venti anni di vita della fabbrica questo reparto venne chiuso senza alcun tipo di smaltimento, lasciandolo tale e quale come era stato dismesso e l’amianto veniva inviato direttamente nel reparto degli impasti, un reparto dove avveniva la realizzazione delle miscele per la produzione di tubi e lastre.

Questo reparto era forse ancor più nocivo di quello chiuso precedentemente, perché quando si introduceva l’amianto a secco nel miscelatore si alzava una quantità di polvere impressionante, dove i lavoratori a fine turno si spolveravano addirittura con l’aria compressa.

Se la nebbia offuscava l’intera fabbrica, alla fine del turno c’era una montagnola di polvere che superava addirittura il metro. Soltanto negli ultimi anni di produttività, gli ultimi anni prima che la fabbrica cessasse, hanno cominciato ad attuare quelle che venivano definite “lavorazioni sicure” dell’amianto con delle minime precauzioni che comprendevano l’installazione di ventoline che aspiravano le polveri di tornitura, successivamente filtrate e rimesse in circolo di lavorazione. Queste ventoline dovevano lasciare nell’ambiente aria pulita (in teoria).

A questo bisogna fare una precisazione tecnica, ma facilmente comprensibile anche da chi non è addetto al mestiere, ovvero che per il loro funzionamento che avrebbe parzialmente migliorato l’ambiente perché questo non risolveva completamente il problema, era quello di una manutenzione quotidiana, ma in questo senso l’azienda decise per una pulizia settimanale.

C’è anche da aggiungere che non era previsto un vero e proprio smaltimento delle polveri che venivano espulse all’esterno della fabbrica, per cui si disperdevano all’esterno in quanto il portone del reparto a pressione veniva lasciato sempre aperto.

Sì, queste erano le condizioni di lavoro, questa era la vita dei lavoratori dentro una scatola nera rivestita di polvere bianca.

(continua)

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01/03/2020

Da qui all’Eternit (1)

di Giorgio Bona

Al primo colpo di tosse, al primo mal di gola, scatta la paura. La causa sta in quella fabbrica che nel 1907 aprì a Casale Monferrato il più grande stabilimento Eternit d’Europa. Lì cominciava la produzione di fibrocemento, una mistura di cemento e amianto usata nell’edilizia.

Casale. Capitale storica del Monferrato, adagiata tra la pianura e la collina e attraversata dal maestoso e regale passaggio del Po conobbe i fasti regali con i Paleologi prima e i Gonzaga poi, seguita da famiglie di nobili e da una ricca borghesia industriale.

Poi arrivarono i pionieri dell’amianto e la città cominciò a vivere la violenza e l’arroganza di questa nuova dinastia padronale, che diede vita all’insediamento produttivo Eternit su un’area di 94.000 mq, di cui circa 50.000 erano coperti con lastre di fibrocemento.

L’attività produttiva ebbe inizio nel 1907 e durò quasi ottant’anni, cessando completamente nel 1986. Durante questo interminabile periodo le assunzioni furono circa 5000 con presenza simultanea che arrivava a 3500 addetti.

Soltanto a partire dagli anni '60 si cominciò a rilevare un forte inquinamento con la fase di trasporto dell’amianto grezzo in arrivo allo stabilimento e dei prodotti finiti in partenza dai magazzini generali. Queste operazioni venivano fatte con mezzi scoperti che attraversavano da un lato all’altro la città, lungo un percorso sempre uguale. Per non parlare di rilevamenti fatti sul Lungo Po, inquinato dagli scarti liquidi e dalla pulitura delle macchine che attraverso un canale raggiungevano il fiume. Per oltre mezzo secolo le acque intrise di amianto avevano lasciato una spiaggia contaminata da scorie.

Inoltre, vecchissimi filmati dell’Istituto Luce raccontavano di un trenino a scartamento ridotto che collegava Via Oggero, sede dell’Eternit, con la stazione ferroviaria distante circa un paio di chilometri, dove arrivavano sui binari dedicati i convogli carichi di materiale. All’inizio erano sacchi di iuta, poi di carta e, infine, di strutture plastificate.

Un opuscolo elaborato dall’azienda riportava: ecco a voi la pietra artificiale. Questa immagine si era imposta agli occhi dei casalesi. A quei tempi tutto quello che era eternit, sapeva di miracolo. I bambini lo utilizzavano per costruirsi le capanne nei giochi, gli adulti per delimitare orti e giardini e piantumare cortili. Inoltre molti ne avevano approfittato per costruire casette senza concessione edilizia in riva al Po che rappresentavano l’evasione dalla città.

Fu il sindaco di allora, Riccardo Coppo, che con una ordinanza nel 1987 chiuse lo stabilimento, vietando l’uso di amianto su tutto il territorio comunale, e con una successiva ordinanza avrebbe fatto rimuovere come costruzioni abusive.

L’ordinanza numero 83 del 1 dicembre 1987, infatti, segnò la fine di quella che venne chiamata la fabbrica della morte perchè il Registro tumori del Piemonte e della Valle d’Aosta e il Servizio di Epidemioligica dei Tumori dell’USL, convenzionato con l’università di Torino, fecero rilevare una alta ricorrenza di decessi per causa di cancro alla pleura nel comune di Casale Monferrato e che la fibra era sicuramente la causa principale di questa catastrofe.

Il fenomeno incriminato, oltre alle coperture di amianto, era quello dei famosi battuti e polverini. Tutte le strade dei comuni nei dintorni di Casale erano pavimentate con questo materiale, coperto da uno strato di asfalto o cemento.

Le insidie erano ovunque.

Bernardino Zanella, un prete operaio, aveva scritto nel lontano 1976 alla proprietà, chiedendo a chiare lettere “se un morto al giorno poteva essere sufficiente”. Non ebbe risposta. La lettera di Zanella era un segnale premonitore di quello che stava accadendo.

Verso la fine degli anni '70 cominciò a prendere credito la convinzione che l’attività lavorativa della ditta Eternit fosse accompagnata da una drammatica sequenza di patologie professionali che vennero successivamente confermate. La ditta rispose con un comunicato che si poteva leggere all’interno del posto di lavoro; si è appurato che l’amianto possa avere effetti cancerogeni, come il fumo delle sigarette. Pertanto invitiamo i nostri dipendenti a non fumare.

Quindi l’Eternit continuò, nonostante fossero accertate le gravi conseguenze ambientali e peggio ancora la compromissione della salute dei lavoratori, a produrre amianto con drammatiche conseguenze fino alla chiusura.

Le malattie provocate dalla fibra, la più grave, mesotelioma pleurico, hanno un periodo di incubazione dai 25 ai 30 anni e colpirono e tuttora colpiscono non soltanto chi in fabbrica ci ha lavorato, a contatto con l’amianto, ma anche gli abitanti che ne sono venuti a contatto senza aver mai messo piede all’Eternit, perché l’amianto è stato usato in tutta la città e nei paesi intorno.

Circa 1800 decessi non sono pochi e non è ancora finita.

Gli esperti dicono che l’onda lunga delle morti di tumore ai polmoni ha iniziato ad abbattersi alla fine del 2015 e andrà avanti per oltre un decennio. 50 nuove diagnosi di mesotellioma pleurico ogni anno, una alla settimana.

Casale, nonostante la chiusura della fabbrica che allora aveva in forza ancora 350 lavoratori, è seduta su una bomba a orologeria pronta ad esplodere.

Dal 2014, anno in cui il processo per disastro ambientale è stato prescritto in cassazione, ci sono stati altri processi che dovevano accertare la responsabilità dell’azienda, ma nessuno è arrivato a sentenza definitiva.

In questi giorni lo scenario giuridico apre il processo Eternit bis dal momento che il picco dei morti e incredibilmente aumentato.

Da qui all’Eternit. Cronaca di un disastro annunciato.

(continua)

Fonte

21/11/2014

Eternit. Guariniello procede per "omicidio volontario"


Inchiesta bis della Procura di Torino, che indaga per omicidio volontario su 256 morti. Il giorno dopo la sentenza della Cassazione, che ha annullato la condanna a 18 anni del magnate elvetico Stephan Schmidheiny. Il giudice Raffaele Guariniello ha chiuso l'inchiesta parallela, chiedendo dunque il rinvio a giudizio degli stessi imputati ma per un altro reato.

Secondo i giudici della Cassazione, infatti, la prescrizione è potuta scattare perché il processo dichiarato prescritto si è occupato solo delle questioni ambientali. E su questo punto la colpevolezza degli imputati era acclarata, ma il reato non sarebbe stato più commesso dal momento della chiusura dello stabilimento di Casale Monferrato, nel 1986.

Per omicidio volontario invece non esiste termine di prescrizione. Quindi Schmidheiny e i dirigenti dell'Eternit sono perseguibili finché sono in vita.

Non si tratta di una forzatura giuridica, almeno a nostro avviso, perché è stato processualmente accertato che patron e dirigenti dell'Eternit erano perfettamente consapevoli - almeno a far data dagli anni '70 - che l'amianto con cui venivano costruiti i manufatti Eternit (dalle lastre sottotetto ai cassoni per l'acqua potabile) era il fattore scatenante del mesotellioma pleurico. Ne erano così consapevoli da promuovere e sollecitare più volte autentiche "campagne di disinformazione" tendenti a tranquillizzare sia i dipendenti sia la popolazione residente nel territorio circostante.

Da non prendere neanche in considerazione, invece, la battuta cinicamente furbastra di  Matteo Renzi, secondo cui il problema sarebbe facilmente risolvibile con una velocizzazione dei processi.Su questo punto, Marco Travaglio su Il Fatto quotidiano di oggi, lo massacra a ragione e senza alcuno sconto.

Un dato è certo: a Casale Monferrato, 36 mila abitanti in provincia di Alessandria, dove fino al 1986 c'era uno dei quattro stabilimenti italiani della Eternit (dal 1907), i morti accertati per mesotelioma da amianto sono stati 2.154. E altri ancora ce ne saranno, perché il "picco" è previsto dagli esperti per il 2020. Gli altri stabilimenti coinvolti nei processi sono quelli di Cavagnolo (Torino), Rubiera (Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli).

Sulle conoscenze in materia di pericolosità dell'amianto, riportiamo qui i passi più significativi tratti da due articoli firmati dal prof. Roberto Suozzi. Il primo apparso su Repubblica il 12/06/2012 e il secondo su Contropiano:

*****

Quei primi passi per battere un killer silenzioso e paziente

“Balangè” in piemontese, Balangero in italiano, è un paese in provincia di Torino posto all’imbocco della Val di Lanzo che, per circa 80 anni, è stata sede di una cava di amianto, la più grande d’Europa, dove vi sono morti e ammalati di amianto. Italo Calvino ne raccontò in un lungo reportage e Primo Levi, che vi lavorò come chimico, scrisse il racconto autobiografico “nichel”.

L’amianto non è solo un problema italiano, ma di altri luoghi del mondo, come in Australia. Secondo l’associazione Britannica Cancer Research, gli uomini, che negli anni 60 non avevano trenta anni, hanno maggiori probabilità di ammalarsi di tumore provocato dall’amianto. Molto attivi anche i ricercatori americani che hanno presentato un nuovo esame diagnostico, basato su delle proteine secrete dalle cellule tumorali, per individuare il mesotelioma pleurico, il tumore provocato dall’amianto.

Le fibre dell’amianto infatti, molto sottili, possono penetrare attraverso le vie respiratorie, non solamente nei polmoni, ma raggiungere l’alveolo polmonare e formare, col tempo, degli essudati della pleura inguaribili. Sono morti annunciate, che avverranno anche a distanza di trent’anni. Si ammalano di mesotelioma anche i pastori e i contadini della Lucania; secondo uno studio dell’Istituto Superiore di Sanità effettuato nella regione, la causa risiederebbe negli ofioliti, cosiddetti “pietre verdi” (presenti a Balangero, ma anche in Toscana, in Emilia Romagna, Calabria), o meglio nella tremolite: sostanza fibrosa che rientra negli amianti. Le pietre verdi, nella terminologia popolare, od ofioliti, sono rocce ignee di origine magmatica ampiamente utilizzate nel settore delle costruzioni. I marittimi, cioè tutti coloro che sono stati imbarcati o hanno lavorato su navi civili e commerciali, ma anche quelle militari, sono a rischio amianto, alcuni hanno già contratto un tumore d’amianto, soprattutto il mesotelioma pleurico.

A tutto questo si unisce il problema delle discariche abusive di rifiuti tossici, velenosi o nocivi; non solo delle zone corrispondenti, ma anche in quelle limitrofe dove l’eternit, (amianto più cemento) è presente. A Napoli, con la più alta incidenza di carcinoma polmonare, importante è il lavoro scientifico dell’Ospedale Monadi e dell’Istituto Pascale dove i ricercatori, presso il Centro Oncologico di Mercogliano, hanno trovato nuove potenziali sostanze antitumorali (studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Oncogene) che potrebbero risultare utili in questo tipo di tumore; è un vero e proprio disastro ambientale, un attentato alla salute delle popolazioni. La respirazione (l’ingestione è ancora controversa) delle fibre di amianto, o asbesto, può determinare gravi malattie che si manifestano dopo molto tempo in base a una predisposizione individuale. L’amianto, responsabile di quella infiammazione ai polmoni chiamata asbestosi, è stato classificato sostanza che può provocare il cancro negli esseri umani, tumore ai polmoni e mesotelioma; alcuni studi però hanno anche suggerito l’associazione tra esposizione ad amianto e tumori gastrointestinali e colonrettali. E sembra esserci un elevato rischio di cancro anche per trachea, laringe, reni, esofago e cistifellea.

Il mesotelio è simile a una finissima pellicola, un sottile tessuto, che ricopre la parte interna del torace (pleura), dello spazio attorno al cuore (pericardio) e dell’addome (peritoneo). Quando un tumore nasce dalle cellule del mesotelio prende il nome di mesotelioma, e non sempre è maligno ma è in progressivo aumento; quando lo è, è uno dei più pericolosi che si conosca poiché la comparsa della sintomatologia si può avere dopo lungo tempo (anche quarantacinque-cinquanta anni). Il mesotelioma può coinvolgere i polmoni, il peritoneo, fegato, cistifellea, milza, intestino e la tunica vaginale del testicolo.

Anche la zeolite, che ha caratteristiche simili all’amianto, sia pur molto raramente, può provocare il mesotelioma e così il diossido di torio usato in medicina fino agli anni cinquanta. Non esiste la cosiddetta dose-soglia (soglia di rischio) per l’amianto, può bastare una sola fibra per ammalarsi; ma il rischio aumenta con il tempo di esposizione e con la quantità inalata, ciò vale soprattutto per i lavoratori a diretto, o indiretto, contatto con la sostanza.

Le donne possono essere colpite da tumore dell’ovaio dovuto ad amianto anche stando in casa, scuotendo gli abiti da lavoro prima di lavarli, inalano così le pericolose fibrille di amianto. In uno studio, pubblicato su Occupational and Enviromental Medicine ricercatori britannici hanno evidenziato che l’amianto può aumentare ictus, crisi cardiache e infarti. Va affermato con forza che la battaglia contro l’amianto riguarda la salute degli operai, dei lavoratori, delle donne, ma anche del territorio e dell’ambiente.

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...Altra sostanza che attualmente costituisce una vera emergenza, è l’amianto che provoca circa mille morti ogni anno e che può provocare tumore ai polmoni e mesotelioma del pericardio (spazio attorno al cuore), la trachea, laringe. Ma l’amianto può colpire anche l’apparato gastrointestinale, il fegato e cistifellea, la milza, i reni, l’ovaio e, molto raramente, la tunica vaginale del testicolo. Il mesotelioma peritoneale, rappresenta circa il 20-30% dei mesoteliomi, è un tumore che origina dal mesotelio, cioè dalle cellule parietali del peritoneo, membrana sierosa che tappezza le pareti della cavità addominale e pelvica. Anche le donne che hanno lavato indumenti da lavoro, tute, contaminate da polveri da amianto possono inalare le pericolose fibrille e ammalarsi. Fibrille che ancora sono disperse nell’aria a Bucaletto, quartiere popolare della periferia di Potenza, costruito subito dopo il terremoto del 1980, dove la gente ancora vive in diversi prefabbricati, che contengono amianto, e che col tempo si sbriciolano sempre più. Va detto che amianto è stato ritrovato sugli elicotteri militari e che militari e meccanici che si sono ammalati affermano che non sono mai stati informati dei rischi che correvano in seguito all’ esposizione dell’amianto. Fiorella Belpoggi, biologa e direttrice del Centro di Ricerche per il Cancro “ Cesare Maltoni”, dell’Istituto Ramazzini di Bologna, afferma che l’amianto nell’ambiente è un vero problema e “ l’amianto ritrovato nell’acqua non è da ritenersi meno pericoloso di quello disperso nell’aria”. Per quel che riguarda la Lucania occorre tener presente che l’incidenza dei tumori è nettamente superiore a quella che si registra nelle altre regioni del nord Italia, dove vi sono fabbriche ed un alto inquinamento ambientale. Lo studio, con le relative prove che descrive il fenomeno è in “Current Cancer profiles of the italian regions” che indica una curva, destinata ad aumentare, in cui vi sono i tumori della popolazione. Né vanno dimenticato, sempre in Lucania, il problema dell’inquinamento legato alle estrazioni petrolifere in Val d’Agri ed anche alla ricerca petrolifera dell’ENI nella zona di San Fele e sul fatto che questo territorio è classificato come zona 1, ad alta pericolosità sismica e che quest’area è ad alto rischio idrogeologico.

Fonte

20/11/2014

Eternit. Lo scandalo della prescrizione


Ultim'ora. Bruciando ogni ipotesi di velocità per l'emissione della sentenza, la Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio, dichiarando prescritto il reato, la sentenza di condanna per il magnate svizzero Stephan Schmidheiny nel maxiprocesso Eternit. Sono stati annullati anche i risarcimenti per le vittime. La prescrizione è maturata al termine del primo grado. 

Con la sentenza della Cassazione che ha dichiarato la prescrizione ed ha cancellato la condanna al magnate svizzero Stephan Schmidheiny sfuma anche la possibilità per i familiari delle vittime e per le comunità locali di ottenere i risarcimenti.

La decisione della Prima sezione penale della Cassazione che ha dato un colpo di spugna al processo Eternit ha suscitato le proteste dei numerosi familiari delle vittime dell'amianto presenti nell'Aula magna. "Vergogna, vergogna" hanno detto in tanti, urlando subito dopo la lettura del verdetto.

"Per l'Inail i costi per le sole prestazioni ai lavoratori colpiti dalle patologie provocate dall'amianto sono costate 280 milioni di euro che non si recupereranno più perché il verdetto della Cassazione ha demolito in radice questo processo". Lo ha detto l'avvocato generale dell'Inail Giuseppe Vella commentando il verdetto insieme all'avvocato Teresa Ottolini che ha difeso l'Inail in Cassazione. (Ansa) 

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Avevamo scritto poche ore prima:

La madre di tutti i processi per inquinamento si avvia alla più infame delle conclusioni: la prescrizione. Non un'assoluzione, perché le prove della strage eccedono le possibilità di computarle tutte. Ma una dichiarazione di colpevolezza senza alcuna condanna. Una beffa firmata dallo Stato e dalla sua giustizia, sempre troppo lenta quando si tratta di mettere alla sbarra "chi può".

E dire che le cifre dei morti per "patologie asbesto-correlate" - tumori e leucemie, in linguaggio ordinario - sono al di là delle soglie dell'orrore: da più di 4 mila fino a 5 mila l'anno. Finora. Perché l'amianto è un killer che non va in pensione. Una volta sparso sul territorio vi resta, riemerge, si volatilizza, penetra in corpi che non erano neanche nati quando era stato seminato in cento modi, nell'aria e a terra.

Secondo le previsioni più prudenti, il picco di casi per "mesotelioma maligno pleurico" - la più diffusa delle patologie tumorali per amianto nel Monferrato e dintorni - è atteso entro il 2020-2025. Non c'è nessuno che neghi, ormai, la stretta connessione causale tra amianto e asbestosi. Ma ci sono voluti decenni perché gli organi dello Stato, e la stessa magistratura, muovessero i passi necessari per mettere sul banco degli accusati i proprietari e i massimi dirigenti della Eternit di Casale Monferrato.

E' stato lo stesso rappresentante dell'accusa, procuratore generale di Cassazione, Francesco Mauro Iacoviello, a chiedere l'"annullamento senza rinvio per intervenuta prescrizione". Il proprietario della multinazionale, lo svizzero Stephan Schmidheiny, dovrebbe dunque vedersi cancellare la sentenza a 18 anni di reclusione, emessa il 3 giugno 2013 dalla Corte d'appello di Torino.

I fatti risalgono addirittura al 1966. La pubblica accusa non mette in discussione la colpevolezza dei padroni e dei dirigenti; semplicemente registra che è passato troppo tempo rispetto ai fatti. Anche se l'amianto continuerà ad uccidere per i decenni a venire.

Questo è il «primo processo sull'Eternit in Italia, ci sono attese notevoli da parte di tutta la comunità scientifica: voi - rivolto alla Corte - sancirete un precedente che varrà per il futuro». E, secondo la sua stessa richiesta, sarà un verdetto di impunità, se altri riusciranno - com'è riuscito ai proprietari svizzeri dell'Eternit - a ingarbugliare l'eventuale processo portandolo a prescrizione. Curiosamente, il codice penale non prevede la possibilità di prescrizione per l'omicidio singolo, spece se premeditato. Per la strage dell'Eternit, invece, rubricata sotto altro tipo di accusa, e nonostante sia stato ampiamente provato che Schmidheiny e soci erano perfettamente a conoscenza del carattere mortale dell'esposizione all'amianto per dipendenti e residenti nel territorio circostante, tutto può essere sepolto nella "nullità".

L'imputato, ha spiegato il magistrato dell'accusa, «è responsabile di tutte le condizioni ascritte. È facile cedere alle tentazioni del homo economicus di avere il profitto oggi e il morto domani, ma ciò che perdura non è il disastro, ma le morti». Ciò nonostante...

L'avvocato Sergio Bonetto, che difende i familiari di 400 vittime, olltre che dell'Associazione italiana esposti amianto (Aiea) e altre associazioni, ha criticato duramente la posizione del Pg. «Sarebbe invece necessario fare uno sforzo per avvicinare i principi del diritto alla realtà dei fatti; ad esempio rifacendosi alla Costituzione che suggerisce soluzioni giuridiche che tutelino valori fondamentali come quello della salute e l'utilizzo del buon senso». Una prescrizione breve, infatti, «non tiene conto del fatto che tutti i cancerogeni hanno un tempo di latenza molto lungo, e quello dell'amianto varia dai 25 fino ai 40 anni».

Il verdetto finale è previsto per la prossima settimana.

Fonte

La prossima volta che qualcuno vi farà l'elogio della magistratura (magari in riferimento ai processi di Berlusconi) mandatelo solennemente a cagare.