Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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07/04/2024

Tav = mafie, il partito criminale trasversale delle “grandi opere” inutili

Ieri mattina sono state arrestate nove persone per i reati di associazione mafiosa, riciclaggio, estorsione, ricettazione e detenzione illegale di armi da fuoco. Gli arresti sarebbero parte di alcuni provvedimenti restrittivi partiti dalle indagini che i carabinieri del ROS hanno condotto tra il 2014 e il 2022, concentrandosi su un’articolazione territoriale della ‘ndrangheta che ha base a Brandizzo.

Tra gli arresti e altri indagati tutt’ora a piede libero, risultano alcuni componenti della famiglia Pasqua, a capo di un’azienda di Brandizzo; Salvatore Gallo, ex politico di spicco del PD piemontese (indagato per peculato); e Roberto Fantini, ex dirigente SITALFA, società controllata del gruppo autostradale SITAF, che controlla il tratto A32 Torino-Bardonecchia, e che oggi invece ricopre il ruolo di componente dell’ORECOL (Osservatorio regionale sulla legalità e trasparenza degli appalti della giunta Cirio).

Uno scandalo che parte dalla Val di Susa, con le evidenti infiltrazioni mafiose nei cantieri dell’A32 Torino-Bardonecchia e nei cantieri preparatori del TAV, e che arriva come ben sappiamo fin dentro la Regione Piemonte.

Non è una novità, e diverse indagini e processi in passato l’hanno dimostrato, che il sistema TAV sia estremamente colluso con la criminalità organizzata e con la ‘ndrangheta locale. Il mondo della politica, allo stesso modo, ha sempre fatto parte di questo sistema.

Dal centrodestra attualmente al governo in regione, fino all’opposizione del Partito Democratico, partito che è sempre in prima fila quando si tratta di spingere sulla grande opera inutile del TAV, e quando si tratta di finire dentro indagini o processi per associazione mafiosa.

A questo triste quadro istituzionale, aggiungiamo le proposte ridicole di partiti come quello dei Radicali, che nonostante conoscano bene la storia dei processi per mafia legati al cantiere del TAV, basano la loro propaganda politica degli ultimi mesi sulla proposta di cancellare la mega scritta sul monte Musinè che recita (a ragion veduta) TAV = MAFIE.

Unica voce coerentemente fuori dal coro in consiglio regionale è quella della consigliera Francesca Frediani, che ha sempre denunciato la pervasività del partito trasversale delle grandi opere.

Dobbiamo liberarci di una classe politica criminale, che ha come unico interesse il portafoglio suo e quello di aziende e famiglie colluse con la Mafia.

Il TAV non è un’opera popolare, non è un’opera che può servire alla collettività e alla popolazione, ma è un’opera che devasta e distrugge l’ambiente, che ammala la popolazione della Val di Susa, che deve essere costruita per finalità militari e strategiche per l’UE, e che mentre viene costruita serve a drenare una quantità indecente di fondi pubblici nelle tasche di aziende e politici mafiosi.

Questi del PD sono i politici che anche alle prossime elezioni regionali di giugno si presenteranno come l’opposizione. Dobbiamo smascherarli, non esiste meno peggio, anche in questi termini centrosinistra e destra dimostrano una sostanziale convergenza!

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20/05/2023

Piogge e alluvioni: le statistiche non valgono

di Luca Mercalli

È incredibile che nella stessa regione convivano due anomalie climatiche opposte di portata secolare: a oriente la Romagna in ginocchio per le alluvioni, a occidente il Piacentino e l’adiacente Alessandrino ancora all’asciutto da oltre 17 mesi. Un segno evidente dell’estremizzazione degli eventi meteo.

Gli oltre 250 mm di pioggia caduti in due giorni sull’Appennino romagnolo a seguito del ciclone “Minerva” sono già di per sé un valore eccezionale, che in un clima del passato avremmo visto verificarsi non più di una volta in almeno 50-100 anni. Invece in soli 15 giorni abbiamo visto ripetersi il fenomeno ben due volte includendo le inondazioni del 2-3 maggio, con un totale di precipitazioni che supera ormai i 500 mm in alcune località appenniniche, quanto cade in un intero anno ad Aosta.

Di fronte a queste quantità d’acqua nulla può resistere: è vero che il territorio è cementificato, e ciò aumenta la vulnerabilità ai danni, ma i suoli già saturi non hanno retto al secondo imponente nubifragio e i livelli fluviali hanno spesso superato la scala misurabile dagli idrometri battendo i massimi storici: ARPAE, l’Agenzia meteo regionale, segnala che l’Idice e il Santerno hanno toccato colmi di piena inediti, rispettivamente superiori a 14,38 e 14,87 metri. A poca distanza pure il fiume Misa, oggetto della pesantissima alluvione di Senigallia del 15 settembre 2022, a soli otto mesi ne ha subita una seconda appena meno importante.

Sta saltando la statistica pluviometrica del passato, il nuovo assetto climatico si conferma come via via più estremo, o troppo o troppo poco, in accordo con quanto i modelli di simulazione climatica prevedono inascoltati da trent’anni. E nel weekend una nuova intensa perturbazione investirà il Piemonte con piogge che spegneranno la peggior siccità da due secoli, passando da un estremo all’altro in poche ore.

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12/04/2020

Anche in Piemonte pazienti Covid nelle residenze per anziani!

La Stampa riportava ieri la notizia che anche in Piemonte, come nella Lombardia a guida leghista, la Regione ha disposto il trasferimento di pazienti positivi al Covid-19 nelle residenze sanitarie assistenziali per anziani (RSA).

Il tutto in una delibera operativa dal 20 marzo, sebbene non ve ne sia traccia nel bollettino ufficiale della Regione.

Nonostante le smentite dell’assessore regionale alla sanità Icardi, il giornale riporta come sarebbero già 80 i pazienti con Covid trasferiti in una casa di riposo torinese.

Si replica, con tutta evidenza, la gestione criminale dell’emergenza Coronavirus cui già stiamo assistendo in Lombardia, dove centinaia di anziani stanno morendo nelle RSA, oltre 100 tra marzo e aprile solo nella casa di riposo del Trivulzio; proprio a seguito di una delibera dell’8 marzo che autorizzava il trasferimento di questi pazienti nelle strutture, per alleggerire quelle preposte alla gestione diretta dell’emergenza (https://tinyurl.com/qvjrmhg).

In Piemonte sono presenti circa 730 strutture per anziani, che ospitano un totale di circa 30.000 pazienti, ovviamente fragili e poco autosufficienti, i bersagli preferiti del virus. Al momento, sono ben 1300 i positivi (tra pazienti e personale) ufficialmente individuati dai tamponi effettuati in queste strutture, mentre gli anziani delle case di riposo rappresentano oltre il 10% di tutti i contagiati in regione (https://tinyurl.com/rh499uu).

Non solo c’è stata una gestione approssimativa ed una evidente sottovalutazione del rischio contagio in queste strutture, denunciata anche dall’Ordine dei medici provinciali: ora sappiamo che dal 20 marzo la Regione ha autorizzato lo spostamento di pazienti con Covid proprio nelle residenze per anziani!

È semplicemente criminale autorizzare il trasferimento di pazienti contaminati, stante la facilità della diffusione di questo virus, e anche le carenze dei dispositivi di sicurezza per gli operatori sanitari già da più parti rilevate anche a proposito non solo delle residenze per anziani, ma più in generale nella nostra regione.

Appare sempre più comprensibile, ora che stanno venendo alla luce le gravissime criticità della gestione dell’emergenza, il fatto che diversi parlamentari (della Lega in primis, ma anche il Pd aveva proposto provvedimenti non troppo dissimili) stiano proponendo emendamenti al decreto Cura Italia che di fatto scaricano le istituzioni da ogni responsabilità, con un vero e proprio scudo penale (https://tinyurl.com/vzxy8co).

Cirio e Icardi riaprano piuttosto le strutture pubbliche dismesse nel corso degli anni, certamente più idonee ad affrontare l’emergenza, e requisiscano le strutture private che possono risultare utili in questo senso. Pretendiamo da subito l’adozione di tutte le misure di sicurezza necessarie per gli operatori e lo stop a queste misure scellerate!

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19/03/2020

Da qui all’Eternit (2)

di Giorgio Bona

Al manca al fià (in dialetto piemontese sono senza fiato). Non era un atleta dopo la maratona a dirmi queste parole, ma un lavoratore dell’Eternit, la fabbrica di amianto che aveva la sua sede a Casale Monferrato. Queste parole espresse con ilarità, con lo sfoggio di una semplice battuta, non evitano di suscitare indignazione sapendo le cause da cui provengono, perché sono pietre dure, precise e ti lasciano il segno.

Perché? Cominciamo così, facendo, come si dice di solito, a fare un po’ di spazio tra le cose, muovendosi nella memoria.

Dal 1973 al 1977 frequentai un noto istituto superiore di Casale Monferrato. In quegli anni di pendolarismo scolastico mi fermavo con alcuni compagni a pranzo presso una trattoria con prezzi molto popolari, dove gravitavano a fine turno anche i lavoratori della Grande Fabbrica.

Il titolare, allora, per ragioni di spazio, disponeva tutti in un’unica tavolata, studenti e operai insieme, per quel convivio veloce prima di riprendere le rispettive attività.

Richiamavano la nostra attenzione quelle tutte blu ricoperte di polvere che noi allevati, come dicevano i nostri vecchi, nel latte di gallina, osservavamo con una certa curiosità ma anche con profondo rispetto.

È in quel contesto abbiamo cominciato a conoscere in teoria il mondo della fabbrica, di quella fabbrica in particolare, la Eternit come era chiamata dai casalesi, il più grande stabilimento d’amianto in Europa.

Oggi, ricordando quegli anni, della città mi rimane impressa la Eternit che è stata il primo impatto insieme alla caserma militare. A Casale erano decine le reclute che provenivano da ogni parte d’Italia a fare il CAR. Prendo spunto per raccontare un aneddoto abbastanza ironico per dire che le reclute che si trovavano in città avevano trasformato il nome della città da Casale Monferrato in Casale “m’han fregato” proprio per il periodo di tre mesi di naja da scontare in attesa di una nuova destinazione.

Ma torniamo all’Eternit. In quegli anni la scuola coordinò una visita all’interno dello stabilimento. Era una di quelle visite che gli istituti organizzavano in collaborazione con le aziende per dare una conoscenza agli studenti del mondo del lavoro.

Quello che mi aveva colpito e che aveva suscitato le domande di tutti era riferito all’ambiente e alle condizioni in cui si trovavano i lavoratori, domande che aspettano una risposta ancora adesso.

Casale era una città che contava 34.000 abitanti e circa 1800 sono morti di mesotelioma pleurico, il tumore dei polmoni provocato dall’amianto.

E allora proviamo a capirci qualcosa. Si dice che per decenni nessuno avesse sospettato che il materiale lavorato fosse così pericoloso, ma tra i lavoratori qualche presentimento già trapelava e il sospetto che qualcosa di drammatico potesse venire fuori. Annotiamo che da quando l’ordinanza del sindaco di allora Riccardo Coppo stabilì la chiusura della fabbrica, proibendo la produzione d’amianto sul territorio casalese erano state attivate  circa duecento denunce e quattrocento richieste di verifiche di rischio che l’azienda non aveva preso in considerazione.

La testimonianza di un sindacalista FIOM-CGIL  racconta del suo primo giorno di lavoro in Eternit, nel gennaio del 1974, quando si trovò davanti Pietro Marengo, l’operaio più vecchio. Stava seduto su un sacco di amianto, era uno degli ultimi facchini ad aver lavorato la fibra con le mani, spostandola con il forcone per disfarla. Il giovane assunto fu colpito dalle parole dell’anziano collega che erano macigni con un seguito pesante: cosa sei venuto a fare qui che sei così giovane? Sei venuto a morire anche tu?

Sempre il sindacalista ricorda: nel mio reparto c’era Evasio, il suo stradinom era Il Palombaro, veniva a lavorare ricoperto di sacchetti di plastica. “ho una moglie e un figlio piccolo. Non voglio morire.”

Si ricordano le vittime, ognuno con una storia diversa, dal momento che c’era una morte la settimana, quasi come un bollettino di guerra.

Il reparto dove l’amianto veniva lavorato era quello delle materie prime situato in un sotterraneo, dove giungevano sacchi di iuta mal sigillati di circa sessanta chili che i lavoratori, senza mezzi di precauzione, aprivano con un coltello. Appena aperto veniva messo a macinare sotto quattro molazze per disintegrare la fibra. I lavoratori avevano il compito di spurgare questi macchinari ogni volta che si bloccavano e lo facevano smuovendo e grattando l’amianto senza un minimo di protezione. Successivamente il prodotto veniva stoccato.

Negli ultimi venti anni di vita della fabbrica questo reparto venne chiuso senza alcun tipo di smaltimento, lasciandolo tale e quale come era stato dismesso e l’amianto veniva inviato direttamente nel reparto degli impasti, un reparto dove avveniva la realizzazione delle miscele per la produzione di tubi e lastre.

Questo reparto era forse ancor più nocivo di quello chiuso precedentemente, perché quando si introduceva l’amianto a secco nel miscelatore si alzava una quantità di polvere impressionante, dove i lavoratori a fine turno si spolveravano addirittura con l’aria compressa.

Se la nebbia offuscava l’intera fabbrica, alla fine del turno c’era una montagnola di polvere che superava addirittura il metro. Soltanto negli ultimi anni di produttività, gli ultimi anni prima che la fabbrica cessasse, hanno cominciato ad attuare quelle che venivano definite “lavorazioni sicure” dell’amianto con delle minime precauzioni che comprendevano l’installazione di ventoline che aspiravano le polveri di tornitura, successivamente filtrate e rimesse in circolo di lavorazione. Queste ventoline dovevano lasciare nell’ambiente aria pulita (in teoria).

A questo bisogna fare una precisazione tecnica, ma facilmente comprensibile anche da chi non è addetto al mestiere, ovvero che per il loro funzionamento che avrebbe parzialmente migliorato l’ambiente perché questo non risolveva completamente il problema, era quello di una manutenzione quotidiana, ma in questo senso l’azienda decise per una pulizia settimanale.

C’è anche da aggiungere che non era previsto un vero e proprio smaltimento delle polveri che venivano espulse all’esterno della fabbrica, per cui si disperdevano all’esterno in quanto il portone del reparto a pressione veniva lasciato sempre aperto.

Sì, queste erano le condizioni di lavoro, questa era la vita dei lavoratori dentro una scatola nera rivestita di polvere bianca.

(continua)

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01/03/2020

Da qui all’Eternit (1)

di Giorgio Bona

Al primo colpo di tosse, al primo mal di gola, scatta la paura. La causa sta in quella fabbrica che nel 1907 aprì a Casale Monferrato il più grande stabilimento Eternit d’Europa. Lì cominciava la produzione di fibrocemento, una mistura di cemento e amianto usata nell’edilizia.

Casale. Capitale storica del Monferrato, adagiata tra la pianura e la collina e attraversata dal maestoso e regale passaggio del Po conobbe i fasti regali con i Paleologi prima e i Gonzaga poi, seguita da famiglie di nobili e da una ricca borghesia industriale.

Poi arrivarono i pionieri dell’amianto e la città cominciò a vivere la violenza e l’arroganza di questa nuova dinastia padronale, che diede vita all’insediamento produttivo Eternit su un’area di 94.000 mq, di cui circa 50.000 erano coperti con lastre di fibrocemento.

L’attività produttiva ebbe inizio nel 1907 e durò quasi ottant’anni, cessando completamente nel 1986. Durante questo interminabile periodo le assunzioni furono circa 5000 con presenza simultanea che arrivava a 3500 addetti.

Soltanto a partire dagli anni '60 si cominciò a rilevare un forte inquinamento con la fase di trasporto dell’amianto grezzo in arrivo allo stabilimento e dei prodotti finiti in partenza dai magazzini generali. Queste operazioni venivano fatte con mezzi scoperti che attraversavano da un lato all’altro la città, lungo un percorso sempre uguale. Per non parlare di rilevamenti fatti sul Lungo Po, inquinato dagli scarti liquidi e dalla pulitura delle macchine che attraverso un canale raggiungevano il fiume. Per oltre mezzo secolo le acque intrise di amianto avevano lasciato una spiaggia contaminata da scorie.

Inoltre, vecchissimi filmati dell’Istituto Luce raccontavano di un trenino a scartamento ridotto che collegava Via Oggero, sede dell’Eternit, con la stazione ferroviaria distante circa un paio di chilometri, dove arrivavano sui binari dedicati i convogli carichi di materiale. All’inizio erano sacchi di iuta, poi di carta e, infine, di strutture plastificate.

Un opuscolo elaborato dall’azienda riportava: ecco a voi la pietra artificiale. Questa immagine si era imposta agli occhi dei casalesi. A quei tempi tutto quello che era eternit, sapeva di miracolo. I bambini lo utilizzavano per costruirsi le capanne nei giochi, gli adulti per delimitare orti e giardini e piantumare cortili. Inoltre molti ne avevano approfittato per costruire casette senza concessione edilizia in riva al Po che rappresentavano l’evasione dalla città.

Fu il sindaco di allora, Riccardo Coppo, che con una ordinanza nel 1987 chiuse lo stabilimento, vietando l’uso di amianto su tutto il territorio comunale, e con una successiva ordinanza avrebbe fatto rimuovere come costruzioni abusive.

L’ordinanza numero 83 del 1 dicembre 1987, infatti, segnò la fine di quella che venne chiamata la fabbrica della morte perchè il Registro tumori del Piemonte e della Valle d’Aosta e il Servizio di Epidemioligica dei Tumori dell’USL, convenzionato con l’università di Torino, fecero rilevare una alta ricorrenza di decessi per causa di cancro alla pleura nel comune di Casale Monferrato e che la fibra era sicuramente la causa principale di questa catastrofe.

Il fenomeno incriminato, oltre alle coperture di amianto, era quello dei famosi battuti e polverini. Tutte le strade dei comuni nei dintorni di Casale erano pavimentate con questo materiale, coperto da uno strato di asfalto o cemento.

Le insidie erano ovunque.

Bernardino Zanella, un prete operaio, aveva scritto nel lontano 1976 alla proprietà, chiedendo a chiare lettere “se un morto al giorno poteva essere sufficiente”. Non ebbe risposta. La lettera di Zanella era un segnale premonitore di quello che stava accadendo.

Verso la fine degli anni '70 cominciò a prendere credito la convinzione che l’attività lavorativa della ditta Eternit fosse accompagnata da una drammatica sequenza di patologie professionali che vennero successivamente confermate. La ditta rispose con un comunicato che si poteva leggere all’interno del posto di lavoro; si è appurato che l’amianto possa avere effetti cancerogeni, come il fumo delle sigarette. Pertanto invitiamo i nostri dipendenti a non fumare.

Quindi l’Eternit continuò, nonostante fossero accertate le gravi conseguenze ambientali e peggio ancora la compromissione della salute dei lavoratori, a produrre amianto con drammatiche conseguenze fino alla chiusura.

Le malattie provocate dalla fibra, la più grave, mesotelioma pleurico, hanno un periodo di incubazione dai 25 ai 30 anni e colpirono e tuttora colpiscono non soltanto chi in fabbrica ci ha lavorato, a contatto con l’amianto, ma anche gli abitanti che ne sono venuti a contatto senza aver mai messo piede all’Eternit, perché l’amianto è stato usato in tutta la città e nei paesi intorno.

Circa 1800 decessi non sono pochi e non è ancora finita.

Gli esperti dicono che l’onda lunga delle morti di tumore ai polmoni ha iniziato ad abbattersi alla fine del 2015 e andrà avanti per oltre un decennio. 50 nuove diagnosi di mesotellioma pleurico ogni anno, una alla settimana.

Casale, nonostante la chiusura della fabbrica che allora aveva in forza ancora 350 lavoratori, è seduta su una bomba a orologeria pronta ad esplodere.

Dal 2014, anno in cui il processo per disastro ambientale è stato prescritto in cassazione, ci sono stati altri processi che dovevano accertare la responsabilità dell’azienda, ma nessuno è arrivato a sentenza definitiva.

In questi giorni lo scenario giuridico apre il processo Eternit bis dal momento che il picco dei morti e incredibilmente aumentato.

Da qui all’Eternit. Cronaca di un disastro annunciato.

(continua)

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07/10/2019

La trasformazioni di FCA e la meridionalizzazione del Piemonte

In questi giorni si moltiplicano gli scioperi, le vertenze e le manifestazioni dei lavoratori dell’industria italiana. Dalla Whirlpool di Napoli, alla ex-Magneti Marelli in Emilia Romagna, fino alla ex-Embraco di Riva di Chieri e alla CNH-Industrial. Da Sud a Nord una nuova ondata di cassa integrazione e licenziamenti sta dando un ulteriore colpo al tessuto industriale italiano e soprattutto ai lavoratori di questo settore, senza che il governo sia in grado di dare soluzioni reali e con i sindacati confederali impegnati a contrattare al ribasso improbabili interventi da parte di qualche avventuriero straniero.

È una condizione tanto diffusa che merita di essere contestualizzata. La crisi e la guerra commerciale stanno colpendo anche le economie più forti, vedi la Germania, si impone quindi una maggiore razionalizzazione della catena del valore che va ad amplificare le disuguaglianze già presenti tra le diverse aree. Per ciò che riguarda il piano nazionale l’intenzione del governo è in piena continuità con l’austerity degli anni passati, tanto condannata quanto mai abbandonata è confermata nero su bianco nella nuova nota di aggiornamento al documento di economia e finanza. C’è quindi poco da illudersi sui margini di spesa che lo stato italiano potrà riservare per l’intervento nell’industria e nell’economia del paese in generale. L’Unione Europea non ha concesso nulla né al governo giallo-verde né a quello giallo-blu, ciò evidenzia il fatto che qui da noi il processo di deindustrializzazione è teleguidato dall’esterno e procede su più livelli; quello continentale e quello nazionale.

Le dinamiche di trasformazione di FCA riflettono pienamente questo fenomeno, infatti mentre la vendita della Magneti Marelli va ad intaccare anche la virtuosa Emilia Romagna producendo 910 lavoratori in cassa integrazione, lo scorporo di CNH non risparmia né la Lombardia né tantomeno il Piemonte, al punto che la proprietà ha annunciato la chiusura dei cancelli a Pregnana Milanese e la trasformazione da polo produttivo a polo logistico dello stabilimento di San Mauro Torinese. Il risultato sono 330 esuberi in totale, più la cassa integrazione per gli altri.

CNH sarà divisa in due società, la “Off Highway” e la “On Highway”. Nella prima ci saranno le aziende che producono macchine agricole, quelle per l’edilizia e il movimento terre e quelle che producono veicoli speciali (formula con la quale si intendono soprattutto i mezzi da guerra), giusto per elencarne qualcuna: Case, New Holland, Steyr e Iveco Defence. Nella seconda saranno comprese le società che producono veicoli commerciali e motori, come Iveco, Iveco bus ed Fpt Industrial. Qual è l’obiettivo di questo scorporo? L’aumento degli utili per azione – che la proprietà intende portare da 0.86$ a 2$ entro il 2024 – il raggiungimento di un rendimento del capitale investito (Roic) del 20% a fine piano a fronte di un investimento iniziale di 13 miliardi di dollari e l’abbattimento dei costi.1

Il piano industriale di CNH si innesta – almeno a parole – sull’onda ambientalista che sta attraversando l’occidente, infatti l’azienda ha annunciato due investimenti strategici: uno in collaborazione con la start up Nikola di Phoenix (Arizona), per la produzione di motori a zero emissioni (a idrogeno ed elettrici); e un altro nel campo dell’agricoltura digitale che, tramite l’acquisto dell’australiana AgDna, andrà a sviluppare una piattaforma per la gestione delle aziende agricole.

Il management del gruppo FCA da un lato descrive il piano industriale ai frequentatori di Wall Street e dall’altro dice agli operai della CNH di Foggia che non dovranno più produrre motori diesel per il gruppo Sevel, il ché significa 150mila pezzi in meno all’anno su un totale di 300mila prodotti attualmente. Allo stesso tempo trasformano le linee produttive di San Mauro Torinese in un magazzino fortemente automatizzato, lasciando a casa un terzo dei lavoratori. Questa è la dimostrazione plastica che la riconversione ecologica della produzione che hanno in mente le classi dominanti e l’automazione industriale le pagano i lavoratori.

È inutile sottolineare che John Elkann è entusiasta del piano industriale che ha intitolato “Transform 2 win” (Trasformare per vincere). Gli azionisti di Exor pure, tanto più che le commesse per Iveco Defence (soprattutto per i veicoli multiruolo come il Lince VTLM) stanno aumentando. Ai marines americani servono 200 anfibi nuovi, mentre nei capannoni di Bolzano – in cui non si parla per niente di riconversione della produzione – è già partita la costruzione di 1275 veicoli (4×4 blindati multiruolo denominati 12kN 2) per l’esercito olandese, che si conferma cliente d’oro per Iveco Defence. Evidentemente la riconfigurazione dell’industria italiana ed europea è pienamente inserita in quelle dinamiche di competizione tra blocchi economici che per il momento si manifestano con i dazi di “cane pazzo” Trump, ma che in futuro potranno assumere caratteri ben diversi.

In questo contesto alcune aree si rafforzano, vedi Bolzano e il Nord-Est, mentre altre – vedi Torino e il Piemonte, ex-polo produttivo FIAT ormai in declino – arretrano inesorabilmente. La trasformazione di San Mauro Torinese in magazzino, la reindustrializzazione ancora tutta da definire della ex-Embraco, la vendita di Pernigotti in provincia di Alessandria sono solo alcune delle situazioni che stanno ridisegnando il volto di un Piemonte sempre più “meridionalizzato”.

Questo stato di cose rende necessaria la definizione di un progetto politico che – in coerenza con gli interessi delle classi popolari – non può che partire affermando che le nazionalizzazioni insieme alla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario sono l’unica strada in grado d’invertire la rotta delle delocalizzazioni e degli effetti dell’automazione industriale, e di conseguenza modificare i rapporti di forza esistenti a vantaggio dei lavoratori.

Note:
1) https://www.ilsole24ore.com/art/iveco-non-lascera-l-italia-lo-spin-off-ACBihth?refresh_ce=1

2) https://www.ladige.it/news/business/2019/09/13/iveco-bolzano-fornir-1200-mezzi-blindati-difesa-olandese

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21/07/2019

No Tav - La Digos, la noia e il cantiere fermo. Sulle denunce

La Questura di Torino fa fatica a buttar giù l’amara polpetta della decisione del tribunale del riesame che nella giornata di ieri ha scarcerato Giorgio, Andrea, Umberto e Mattia dopo le misure richieste dalla sempreverde pm Pedrotta per la mobilitazione nazionale del 2017 contro il G7 di Venaria. In questi atti i 4 venivano accusati di essere i leader della protesta, occulti organizzatori che però non agivano alcun comportamento materiale. Bastava la loro presenza a rafforzare gli “intenti criminosi” delle migliaia di giovani accorsi da tutta Italia contro un G7 della vergogna, offensivo verso chi ogni giorno combatte sfruttamento e precarietà.

Se ieri sera, infatti, la Questura aveva evidentemente deciso che ai due residenti in Valsusa, Giorgio e Andrea, non dovesse essere notificata la scarcerazione (con i carabinieri che alle 19.00 comunicavano ai legali che non avrebbero avuto personale fino alla sera successiva), han dovuto retrocedere dai loro intenti criminosi (si sarebbe trattato inoltre di ingiusta detenzione) a fronte dell’attenzione da subito destata in valle e delle numerose chiamate di protesta ricevute dalla caserma in questione.

Volevano probabilmente impedire loro di partecipare all’iniziativa organizzata dal Movimento No Tav insieme ai giovani da tutta Italia impegnati nel campeggio, cosa quindi non realizzata grazie alla scarcerazione e al fatto che poche ore dopo alcuni dei nostri erano già a Chiomonte, luogo naturale della lotta e della militanza No Tav.

Questo gesto, credibilmente, ha ulteriormente aumentato la loro frustrazione e stamattina, puntuali come degli orologi svizzeri, hanno dato annuncio per mezzo stampa (semper fidelis) del fatto che li hanno visti (con specifica di nome e cognome), che sono stati denunciati e con loro altri 50 giovani sui quali si scatenerà la furia questurina. Sempre tramite provvedimenti arbitrari ed extragiudiziari (vedi foglio di via), sempre con intenti intimidatori destinati a cadere nel vuoto.

Che triste canovaccio, una storia che si ripete e che racconta unicamente della frustrazione di grigi agenti che provano a crearsi un ruolo a fronte del fatto che il cantiere è fermo da oltre un anno e mezzo, grazie alla lotta quasi trentennale del movimento No Tav e nonostante tutti i loro sforzi. Non vi vola mosca. Non ci sono onori. Poche possibilità di carriera.

Ognuno si accontenta di quel che ha e di quel che può, noi continueremo a lottare per liberare la Valsusa da chi la vorrebbe un corridoio mangiasoldi. A loro il compito di inventarsi storie e regalare ai giornali dei “nemici pubblici”, ma nessuno più ci crede... che qualcuno glielo dica!

Avanti No Tav!

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22/04/2019

Pessime madamine SìTav

I media all’inizio avevano provato a venderci la storia delle “madamine” come quella di un gruppetto di donne coraggiose, digiune di politica che erano seriamente preoccupate per il futuro della città. Dunque si poteva non essere d’accordo con loro, ma non si poteva dimostrare la loro malafede, a differenza dei soliti politici trafficoni che difendono la grande opera.

In realtà bastava informarsi in maniera seria per scoprire che, in un modo o nell’altro, le nostre erano legate a questo o quel partito, avevano partecipato a campagne elettorali, conoscevano bene Mauro Virano, già direttore dell’Osservatorio “imparziale” sulla Torino-Lione poi passato direttamente a direttore generale di TELT e vero promotore occulto della loro iniziativa. D’altronde, da subito si sono rincorse le voci che davano le madamin prossime alla candidatura, corteggiate da ogni parte, anche se queste assicuravano fino a pochi giorni fa che no, nessun opportunismo si celava dietro l’operazione sitav, che mai e poi mai avrebbero cavalcato l’onda arancione per sistemarsi in politica.

Venerdì è arrivato l’annuncio, quasi inevitabile, che sbugiarda mesi di retorica giornalistica sul movimento civico e dal basso: la candidatura della “madamina” Giovanna Giordano Peretti, presidente del Rotary club Crocetta, nelle file della lista “Sì al Piemonte del sì” legata al PD in vista delle regionali.

Era ovvio fin dall’inizio che questa del SI TAV sarebbe stata una breve cavalcata al di fuori del recinto dei partiti tradizionali, ma che presto questi ultimi sarebbero passati all’incasso. Altro che “rivoluzione gentile” al massimo era un “pranzo di gala”.

La manovra in fondo era chiara, gettare una cortina fumogena sulla campagna elettorale, che altrimenti sarebbe stata incentrata sulla valutazione delle politiche di impoverimento e privatizzazione della Regione Piemonte guidata da Chiamparino, e nel frattempo ritrovare una verginità politica nella retorica dello sviluppo e della crescita dopo il casino del debito olimpionico e della depressione totale in cui è stata gettata la città di Torino negli ultimi trent’anni dalle scelte scellerate degli amministratori.

Le “madamine” poco più che figuranti in una recita scritta per loro, che giunge alla conclusione più ovvia, dove tutti si aspettavano andasse a parare. Un pessimo spettacolo!

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14/01/2016

Fassino, Renzi, Ghigo e la macchinina di Marchionne

Non mi stupisce che l'ex presidente della regione Piemonte, Ghigo di Forza Italia, abbia espresso il suo sostegno a Fassino come sindaco di Torino.

Il partito di Berlusconi è in disfacimento e chi può cerca migliori sistemazioni. A Torino sostenere Fassino significa prendere due piccioni con una fava: da un lato si sta con Renzi, dall'altro con il suo padrone ed ispiratore Marchionne. Nel capoluogo piemontese poi il PD è una dependance della Fiat da tempo, anche quando Renzi stava a Firenze il suo partito stava con l'azienda. Quando Marchionne impose agli operai di Pomigliano di rinunciare a contratto e libertà sindacale, minacciando altrimenti di chiudere le fabbriche, il PD si schierò con lui e il predecessore di Fassino, Chiamparino, espresse gli entusiasmi di una cheerleader.

Fassino ha ereditato questo ruolo servile e non ha mostrato di soffrirne. D'altra parte lo stesso Renzi ha raggiunto toni fantozziani con il capo della FCA. Mai si era visto un presidente del consiglio fare il piazzista in Borsa per conto di un'azienda privata, ma si sa Renzi sta cambiando la Costituzione e affermare ancora che l'Italia sia una repubblica democratica fondata su lavoro e non sulle multinazionali, è difendere il vecchio. Il nuovo è il presidente del consiglio pubblico venditore, che subito Marchionne ha compensato con una bella macchinina.

Che Ghigo abbia scelto di stare con questa gente mi sembra persino naturale. Chi invece non deve starci proprio più è il mondo del lavoro.

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20/12/2015

Torino. Altro che invasione, da qui si emigra!

Il Rapporto Italiani nel Mondo, realizzato dalla Fondazione Migrantes e ripreso ieri (16 dicembre ndr) da la Stampa, fornisce dati concreti alla situazione che avvertiamo sulla pelle nostra e delle migliaia di giovani che, di fronte alla impossibilità di ottenere in Italia un lavoro decente, pagato dignitosamente, non precario, spesso sono costretti a emigrare all'estero.

Sono 3589 le persone emigrate da Torino nel 2014, quasi 7500 nell'intero Piemonte, la maggior parte delle quali tra i 18 e i 49 anni, spesso e volentieri con un titolo di studio medio-alto. Il rapporto sottolinea come accanto a giovani che 'ce la fanno', ce ne siano molti dalle aspettative e speranze tradite, costretti a svolgere mansioni dequalificate e sottopagate.

Un altro dato ci pare significativo: le mete più popolari sono Germania, Regno Unito, Francia (oltre alla Svizzera dei molti transfrontalieri). Non è un caso che si tratti di paesi del Centro dell'Unione Europea, anzi è coerente con la costruzione decennale di un'Europa a due velocità: una periferia mediterranea in via di deindustrializzazione, vessata da austerità, disoccupazione altissima e tagli sistematici al sistema pubblico in generale, e al mondo dell'istruzione in particolare; e un'Europa del Centro-Nord, che di fatto attrae a sé dalla periferia proprio quel "capitale umano" (espressione bruttissima ma ormai di uso comune nell'economia mainstream) che sarebbe fondamentale per una ripresa economica significativa. Da una parte infatti questo Centro Europa si avvantaggia della manodopera mediterranea relativamente a basso costo per svolgere lavori sotto-qualificati, e dall'altro attrae però anche le persone più qualificate che in patria non trovano spazio lavorativo o possibilità di proseguire gli studi in maniera soddisfacente (un "furto di cervelli", più che una fuga..). Un processo distruttivo per le classi lavoratrici e popolari di questi paesi, e in particolar modo chiaramente per i giovani.

Come campagna Noi Restiamo, crediamo quindi che sia fondamentale contrastare questa dinamica sempre più perversa e preoccupante, rivendicando la necessità di contrastare la disoccupazione di massa (quasi al 50% per i giovani in Piemonte) e pretendendo contemporaneamente un'istruzione di qualità che non costringa gli studenti più motivati o i ricercatori più brillanti a scappare oltralpe.

Siamo inoltre convinti che queste rivendicazioni passino necessariamente attraverso una radicale opposizione all'Unione Europea, principale responsabile della ristrutturazione (in senso peggiorativo) dell'economia italiana, e al PD, che ne esegue servilmente e fedelmente le richieste.

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02/12/2015

Lo scempio della Sanità: non chiudere gli occhi e rialzare la testa

Il convegno "Fra profitto e diritto. Uno sguardo critico sulla nuova Sanità" segna uno spartiacque nell'elaborazione e forse anche nella pratica di Usb Piemonte in tema di diritto alla salute.

Pensato come momento conclusivo di un lavoro di sensibilizzazione e di presenza territoriale e tra i presidi ospedalieri di Torino e della provincia, all'interno della campagna nazionale USB per la difesa del welfare, ma già da prima immaginato come tappa di un percorso di rilancio dell'intervento del sindacato nella sanità piemontese, il convegno di sabato 28 novembre a Torino Esposizione è stato davvero ricco di analisi, proposte, potenziali relazioni tra soggetti, spunti per la ripresa di una mobilitazione adeguata a quello che è emerso come un dato allarmante e incontrovertibile in tutti gli interventi: la scomparsa o per lo meno lo snaturamento più che avanzato del Sistema Sanitario Nazionale.

Nell'idea degli organizzatori del convegno, i delegati Usb del settore Domenico Martelli e Sarah Oggero insieme al coordinamento e alla segreteria territoriale del sindacato, l'iniziativa doveva fornire un apporto di conoscenza critica sul settore più delicato, dispendioso, controverso dell'apparato statale, con un occhio di riguardo, naturalmente, alla situazione del Piemonte. Una prospettiva, quella regionale, che assume una particolare importanza dal lato dell'intervento politico, essendo le Regioni interlocutori e controparti riconoscibili per lo meno ad un certo livello di rivendicazione.

2,352 miliardi di euro, il taglio del fondo sanitario; 285 milioni di euro, i tagli dei finanziamenti per l'edilizia ospedaliera, 71.000 infermieri in meno rispetto alle necessità; decine di migliaia di medici e infermieri precari, blocco dal 2010 del contratto di lavoro, 208 prestazioni sanitarie a rischio di appropriatezza. Questi solo alcuni degli agghiaccianti numeri ricordati da USB nei volantini di presentazione dell'iniziativa.

Nella sua introduzione Gilberto Pezzoni, coordinatore di USB Piemonte, ha sottolineato come nella nostra regione la limitazione del diritto alle cure stia assumendo ormai proporzioni generalizzate, attraverso per esempio la chiusura già attuata o ancora solo minacciata di presidi ospedalieri come il Valdese, il Maria Adelaide e l'Oftalmico; ed ha voluto inoltre evidenziare come senza una conoscenza precisa e dettagliata della situazione attuale sia davvero difficile provare ad immaginare una reazione dei lavoratori e dei cittadini che usufruiscono del SSN.

Il primo intervento, del dott. Paolo Mello, tecnico della prevenzione, ha voluto inserire il ragionamento sul rischio lavoro correlato in un quadro più generale di crisi sociale diffusa. Il dato di perdita di posti di lavoro nella città di Torino, nella ristrutturazione e trasformazione da polo metalmeccanico alla non meglio precisata identità attuale del capoluogo subalpino, continua ad essere un macigno non ancora assorbito da decine di migliaia di famiglie e da una fascia consistente di popolazione che vive ai limiti della soglia di povertà ed esclusione sociale.

Quest'ultimo dato che avvicina l'Italia ad altri paesi come Spagna, Croazia e Portogallo, è davvero interessante e ci torneremo al  termine del nostro ragionamento.

All'interno della penisola esistono chiaramente delle condizioni differenziate, e la possibilità di individuare alcune macroregioni che accorpano "benesseri e malesseri". Si tratta di nient'altro che della ben nota "Questione meridionale" che questa volta assume caratteri ancora più preoccupanti perchè potenziata dal quadro di crisi generale e di periferizzazione del nostro paese nel contesto europeo. Il mondo del lavoro paga un prezzo altissimo anche in termini di incidenti mortali sul lavoro e di diffusione di malattie da esposizione a sostanze tossiche. Il picco dei tumori da esposizione all'amianto si raggiungerà nel 2020, tanto per parlare di una questione dirompente per il Piemonte.

Il previsto intervento del prof. Pallante è stato sostituito degnamente da quello della dott.ssa Manuela Consito, di Libertà e Giustizia, che ha fatto un lucidissimo excursus sulla storia e le interpretazioni dell'art. 32 della Costituzione. La tutela della salute è un diritto della persona e un interesse della collettività. Siamo in presenza, spiegava la Consito, di un diritto, quello della salute, che non può essere definito un bene, ma qualcosa di più, un vero e proprio moltiplicatore di diritti per il suo riguardare l'intera popolazione e il mondo del lavoro.

Una contraddizione, dal nostro punto di vista centrale, è quella che oppone il diritto alla salute alle esigenze di bilancio, in particolar modo a partire dall'inserimento del vincolo di pareggio di bilancio nella Costituzione e più in generale dei vincoli imposti dall'Unione Europea. Anche il quadro costituzionale risente, lo aggiungiamo noi ma l'intervento della Consito lo rendeva evidente, della modifica dei rapporti di forza tra le classi e ancora una volta del superamento dell'ambito decisionale nazionale da parte dell'Unione Europea.

Maria Grazia Breda della onlus Fondazione promozione sociale ha, già in avvio del suo intervento, individuato un punto centrale dell'iniziativa: bisogna ragionare di possibili alleanze in difesa dei diritti sociali che tengano insieme soggetti diversi, forze sindacali, associazionismo, cittadinanza attiva. Al centro del ragionamento della Breda i malati cronici e terminali, paradossale esempio di soggetti iperbisognosi eppure molto spesso abbandonati alle sole attenzioni delle sempre più cariche e dissanguate famiglie. I piani di rientro delle regioni fanno a pugni con la garanzia di condizioni di vita e di morte dignitose. Altrettanto allarmante il dato che viene dall'intervento dello psicanalista Metello Corulli, relativo all'inevitabile decadimento delle comunità terapeutiche sottoposte a folli riduzioni di risorse e di personale e destinate a diventare un parcheggio, alla faccia di tutte le conquiste culturali e sociali della medicina e della psichiatria democratica.

Sarah Oggero, rsu dell'USB presso l'ospedale Gradenigo, ha ripercorso un paio di passaggi decisivi nel processo ininterrotto di privatizzazione della sanità: l'istituzione delle ASL negli anni '90, la commistione pubblico/privato che riguarda quei soggetti erogatori d'opera per conto del pubblico, ed il grande e per fortuna non ancora dominante sistema delle assicurazioni private.

In questo quadro complesso a rimetterci sono certamente i pazienti, sottoposti a lunghissime liste d'attesa superabili (pagando, si intende!) con un secondo canale che però è garantito da quegli stessi operatori che vengono sottoposti ad una intensificazione molto spesso imposta.

Abbattimento dei costi sul personale, diminuzione della dipendenza dallo Stato, spinta verso le assicurazioni integrative sono i tre fronti contro i quali dovrà muoversi il soggetto capace di opporsi alla distruzione sistematica del diritto alla salute.

Nelle sue conclusioni Licia Pera, della direzione nazionale USB Sanità, è partita da due dati che parlano da soli: 10 milioni di cittadini italiani oggi rinunciano alle cure; dal 1990 ad oggi sono stati tagliati 130.000 posti letto. Si tratta di un pauroso esempio di selezione sociale e di abbandono della funzione universale dello Stato. Il SSN non esiste più, l'idea di trattare la resa, di rallentare i tempi della dismissione si è rivelata fallimentare. Corruzione, mancati finanziamenti, aumento delle tasse, ritmi di lavoro sempre più massacranti, aumento di responsabilità, tagli indiscriminati sono nient'altro che la manifestazione di quello che dovrà diventare questa parte dello stato sociale: un enorme trasferimento di ricchezza ai grandi gruppi privati, per chi potrà permettersi le cure, un messaggio chiaro e politicamente ormai neanche troppo celato per tutti gli altri: DOVETE MORIRE!

Che fare di questo convegno? Come proseguire il lavoro? Sulla base di quanto si è detto nelle tre intense ore di discussione a Torino Esposizione le indicazioni più chiare sembrano queste:

– C'è una difficoltà a coinvolgere i lavoratori del comparto, ma c'è al contempo un peggioramento delle condizioni lavorative, della possibilità di svolgere bene il proprio lavoro (che non è una missione, come ricordava la Oggero nel suo intervento) su cui bisogna intervenire coerentemente e coraggiosamente, nel vuoto complessivo di intervento sindacale nel settore;

– Ciò non basta a creare momenti di mobilitazione forte. La componente del lavoro deve incontrarsi con il bisogno sociale diffuso, con i quartieri, i territori, affondare nella crisi economica, sociale, culturale di fasce sempre più grandi della popolazione che, come ricordato più volte, rinunciano oggi in massa alle cure;

– I due punti precedenti devono trovare una dimensione politica unificante: i vincoli europei; la somiglianza sempre più marcata del nostro paese con altri della periferia europea e l'allontanamento – salvo sempre più rare eccezioni – dagli standard sanitari dei paesi ricchi dell'eurozona; il superamento di fatto di alcune garanzie costituzionali in nome del pareggio in bilancio, tutto questo costringe a rivendicare anche a livello sindacale la necessità della rottura del quadro istituzionale, perchè il clima di guerra economica e militare non potrà che peggiorare la situazione e l'industria della salute è uno dei grandi business del presente e del futuro. Bisogna cominciare a guardare quei paesi che non pongono il profitto al centro delle logiche di sviluppo e che non casualmente hanno i sistemi sanitari e di istruzione più avanzati al mondo.

Dall'altro lato del diritto alla salute ci sta la barbarie, lo sterminio programmato, la soluzione finale di nazista memoria. Muoviamoci finché siamo in tempo.

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28/01/2015

Processo ai No Tav: valanga di condanne, lo stato si vendica

Una valanga di condanne: è quella che i giudici hanno emesso contro gli attivisti e i manifestanti No Tav finiti alla sbarra per gli scontri con le forze dell’ordine nell’estate del 2011.

Il 27 giugno di quell'anno un imponente dispositivo di forze dell’ordine, con ruspe e operai al seguito, spazzarono via il presidio dei No Tav, le barricate erette per difendere quella porzione di valle, ribattezzata Libera Repubblica della Maddalena, un campeggio di tende e sacchi a pelo ai margini dei boschi. La resistenza di abitanti e attivisti venne repressa selvaggiamente. Stesso scenario qualche giorno più tardi, il 3 luglio del 2011. Decine gli arrestati e i denunciati, 53 le persone rimandate a giudizio e processate, per i quali il pubblico ministero ha chiesto complessivamente quasi 200 anni di reclusione.

La sentenza, arrivata oggi pomeriggio dopo due anni di udienze, condanna 47 degli imputati e delle imputate alla pena complessiva di 140 anni di reclusione e assolve altre sei persone. Vengono confermate dalla corte le accuse per i reati di lesioni, danneggiamento e violenza con minaccia a pubblico ufficiale e vengono riconosciute le aggravanti per utilizzo di armi, lancio di corpi contundenti, travisamento, lancio di pietre, bomba carte e razzi di segnalazione.

*****

Di seguito l'articolo del nostro inviato Adriano Chiarelli dall'Aula bunker del carcere delle Vallette:

Quello di oggi è un vero e proprio schiaffo al movimento NoTav. Lo schiaffo potente e poderoso del potere esecutivo e giudiziario che di concerto mandano il chiaro messaggio, se ce ne fosse ancora bisogno, che quanto accaduto oggi, ovvero 47 condanne e 6 assoluzioni, è il destino che può piombare addosso a chi in varie forme e a vario titolo si azzardi a dissentire.

Il presidente della corte Quinto Bosio ci è andato giù pesante e ha accolto sostanzialmente tutte le richieste dei due pm anti NoTav, Rinaudo e Padalino.

Le richieste dei pm ammontavano a circa 200 anni di galera per i reati di resistenza, lesioni e danneggiamenti a carico di 53 attivisti, mentre le condanne comminate oggi ammontano a circa 150 anni. In alcuni casi le richieste di condanna sono state addirittura aumentate dalla sentenza. In altri, specialmente a carico di incensurati, sono state richieste specifiche condanne a 2 anni e 6 mesi, tali da impedire l’applicazione della condizionale.

Il clima era pesante già dalla mattinata. Il dispiegamento di forze dell’ordine era quello delle grandi occasioni: decine di camionette con agenti anti sommossa, un numero imprecisato di Carabinieri a presidiare l’interno dell’aula, e agenti della Digos muniti di telecamere e fotocamere. Numero chiuso all’ingresso dell’aula bunker, per un massimo di 60 persone, con foto segnalamento dei documenti e perquisizione al metal detector. Una grande sceneggiata, una dimostrazione di sterile e arcigna autorità, avallata poi dalla lettura della sentenza durata un’ora.

Un’ora drammatica, satura di tensione, in un silenzio irreale. Man mano che il giudice sciorina una per una le condanne, l’incredulità aumenta, in modo diametralmente opposto alla soddisfazione di chi, i PM, per anni ha costruito un castello accusatorio dirompente, sfruttando tutte le possibilità che il codice offriva. Le richieste risarcitorie e le provvisionali suonano addirittura esagerate, al limite del ridicolo quando si legge che molte di queste spese a carico dei condannati saranno a favore dei sindacati di polizia Siap, Sap, Siulp, Ugl, tutti costituitisi parte civile. Risarcimenti previsti anche per il Ministero degli interni, della Difesa e delle Finanze. Elevato anche il numero di singoli esponenti delle forze dell’ordine che riceveranno risarcimenti e provvisionali per le lesioni riportate durante gli scontri della Maddalena, datati 3 luglio 2011, episodio a partire dal quale il maxiprocesso è stato istruito. Il costo complessivo delle sole provvisionali si aggira intorno ai 150.000 euro, con cifre che partono dai 70 euro fino ai 50.130 da dividere tra quattro imputati (un solo caso) a favore del Ministero dell’Interno. In un altro caso sono stato assegnate delle provvisionali rispettivamente da 13.000 e 14.000 euro circa da corrispondersi ai Ministeri degli Interni e delle Finanze, da dividersi tra circa una decina di condannati.

Altrettanto salato il conto delle spese legali, anch’esse stabilite a carico dei condannati, con cifre che vanno dai 200 ai 3550 euro. Ricordiamo che i poliziotti hanno diritto, per contratto, a una copertura di spese legali fino a un tetto massimo di 2500 euro.

Insomma un disastro. Forse la prima vera grande sconfitta a carico del movimento NoTav dalle sue origini ai giorni nostri, almeno sul fronte giudiziario.

Gli scontri per difendere la "Libera Repubblica della Maddalena" e il presidio di Chiomonte hanno comportato un prezzo salatissimo, soprattutto dal punto di vista del diritto al dissenso, che ne esce profondamente compromesso, sia in Valle sia fuori.

“L’anomalia di questo processo è rappresentata dall’aver il potere esecutivo “allungato le mani” sul potere giudiziario sia attraverso la polizia giudiziaria e sia attraverso le parti costituite quali i sindacati di polizia, le forze dell’ordine e i tre ministeri. Molti di questi hanno assunto anche il ruolo di testimoni” afferma l’avvocato Massimio Bongiovanni, membro del gruppo di difesa legale del movimento. È opinione condivisa tra tutti i legali difensori degli imputati che si tratti di una sentenza abnorme e chiaramente vendicativa nei confronti di un dissenso scomodo e ostinato, quale quello esercitato dal movimento NoTav.

Il segnale della procura di Torino è arrivato chiaro e netto, ma il movimento ha dato subito prova di saldezza e capacità di reazione improvvisando un blocco stradale all’esterno dell’aula bunker, intonando slogan NoTav e canti di resistenza.

Alle 18 è già previsto un concentramento presso la stazione di Bussoleno, mentre per domani 28 gennaio è già stata convocata un’assemblea popolare che, vista la durezza della sentenza, si preannuncia molto calda e partecipata.

Domani è anche il giorno della prima udienza del processo a carico di Erri de Luca, accusato di istigazione a delinquere per aver sostenuto la legittimità del sabotaggio come strumento di lotta contro la devastazione.

Nonostante la criminalizzazione la Valle continua a lottare.

Per approfondire ecco di seguito l’elenco dettagliato dei condannati, con le relative pene:

1 ANICOT Isabelle , per i fatti del 3/07 anni  richiesti 3 mesi 10- condanna: ASSOLTA

2 ARBOSCELLI Nicola per i fatti del 3/07 – a.3 mesi1 richiesti – condanna: ASSOLTO

3 AVOSSA Gabriela per i fatti del 27/06: anni 6 richiesti – condanna: ASSOLTA

4 BALDINI Filippo per i fatti del 3/07: anni 3 mesi 10 richiesti – condanna: 3 anni, 8 mesi

5 BASTIOLI David per i fatti del 3/07: anni 3 mesi 2 gg.15  richiesti – condanna: 3 anni, 4 mesi

6 BERNARDI Francesco per i fatti del 3/07: anni 3 mesi 1 gg 15 richiesti – condanna: 3 anni, 15 giorni

7 BIFANI Marta per i fatti del 3/07: anni 3 mesi 10, condanna: 3 anni, 7 mesi

8 BINDI Giacomo per i fatti del 27/06: anni 3 mesi 5richiesti – condanna: 2 anni 6 mesi

9 BINELLO Roberto per i fatti del 3/07:a.3 m.2 richiesti – condanna:3 anni, due mesi

10 CALABRO’ DAMIANO per i fatti del 3/07: anni 3 mesi 10 richiesti – condanna: 3 anni , 9 mesi

11 CECUR Maya per i fatti del 27/06: anni 6 richiesti – condanna: 4 anni 4 mesi

12CIENTANNI Luca per i fatti del 27/06: A.3 m. 5 richiesti - condanna: 2 anni 6 mesi

13 CONVERSANO Giuseppe per i fatti del 3/07:a.3 m.2  richiesti – condanna: 3 anni, 3 mesi

14CUSTURERI Luca per i fatti del 3/07: a.3, gg 10richiesti – condanna: 2 anni

15 DELSORDO Michel Alessio per i fatti del 3/07: anni 6 richiesti – condanna:3 anni e 11 mesi

16 FERRARI Gianluca per i fatti del 3/07:- anni 4 richiesti – condanna:4 anni, 2 mesi

17 FERRARI Paolo Maurizio per i fatti del 27/06: a. 6 richiesti – condanna: 4 anni, 6 mesi

18 FILIPPI Gabriele per i fatti del 3/07: anni 3 mesi 10 richiesti – condanna: 3 anni, 8 mesi

19 FISSORE GUIDO per i fatti del 27/06: anni 1 mesi 10 richiesti – condanna:4 mesi

20 GINETTI Antonio per i fatti del 3/07: anni 6richiesti – condanna: richiesti – condanna:4 anni, 5 mesi

21 GIORDANI Pietro  per i fatti del 3/07: anni 3 mesi 2 gg 15 richiesti – condanna:3 anni, 1 mese

22GRIECO Matteo per i fatti del 3/07: anni 2 richiesti - condanna:3 anni, 5 mesi

23 GRIS Alvise per i fatti del 3/07: anni 3 mesi 10 richiesti – condanna:3 anni, 9 mesi

24 GUIDO Federico per i fatti del 3/07: anni 3, mesi 1 richiesti – condanna: ASSOLTO

25 GULLINO Samuele per i fatti del 3/07: anni3mesi 2gg 15 richiesti – condanna:3 anni, 1 mese

26HASANAI Artan per i fatti del 3/07: anni 3, mesi 1 richiesti – condanna:2 anni, 1 mese

27 IARA MARIN per i fatti del 3/07: anni 3 , mesi 10 richiesti – condanna: 3 anni, 6 mesi

28IMPERATO TOBIA per i fatti del 27/06-3/07: anni 2 condanna: 2 mesi

29 LATINO Stefano per i fatti del 3/07: anni 3 mesi 10 richiesti – condanna:3 anni, 9 mesi

30 LAVEZZOLI Mirco per i fatti del 3/07:a.3, m.10  richiesti – condanna:3 anni, 7 mesi

31 LUSSI Thomas per i fatti del 3/07: anni 1, mesi 4richiesti - condanna: 2 mesi, 15 gg

32 MANIERO FABRIZIO per i fatti del 27/06-3/07: anni 3 mesi 9 richiesti – condanna: 4 anni 6 mesi

33MARTOIAALEX per i fatti del 27/06mesi6 euro2000 richiesti – condanna:mesi 2 – 70 euro

34 MASSATANI Davide per i fatti del 3/07: A3,m10 richiesti – condanna:3 anni, 6 mesi

35 MINANI Lorenzo per i fatti del 3/07: anni 3 mesi 10 richiesti – condanna: 3 anni, 7 mesi

36 NADALINI Roberto per i fatti del  3/07: anni 4 richiesti - condanna:4 anni e 3 mesi

37 NUCERA Mario per i fatti del 3/07: anni 3 mesi 2 richiesti - condanna:3 anni, 2 mesi

38 PALUMBO Gianluca per i fatti del 27/06: anni 3, mesi 5 richiesti – condanna: 2anni 6 mesi

39 PAOLUCCI Giacomo per i fatti del 3/07.3m10 richiesti – condanna:ASSOLTO

40 PARISIOFrancesco  per i fatti del 3/07:anni 3 mesi 10 richiesti – condanna:ASSOLTO

41 PEROTTINOFabrizio per i fatti del 27/06-3/07: a.3, m 1 richiesti – condanna:3 anni, 1 mese

42 PIA Valerio per i fatti del 3/07: anni 3, mesi 2 richiesti – condanna:8 mesi

43 RADWAN Sharif per i fatti del 3/07: anni 1, mesi 4  richiesti – condanna: 25o euro

44 RIVA Elena per i fatti del 3/07: anni 3, mesi 10 richiesti – condanna: 3 anni, 11 mesi

45 RIVETTI Cristian per i fatti del 27/06: anni 3 mesi gg5 richiesti – condanna:3anni 6 mesi

46 ROCCA Zeno per i fatti del 3/07: anni 3, mesi 10 richiesti - condanna:3 anni, 9 mesi

47 ROSSETTO Giorgio per i fatti del 27/06: anni 6 richiesti – condanna:4 anni 4 mesi

48 SCHIARETTI Matteo per i fatti del 3/07: Anni 3, mesi 10 richiesti – condanna: 3 anni, 8 mesi

49 SISTILI Clara per i fatti del 3/07: anni 3 mesi 10 richiesti – condanna: 3 anni, 7 mesi

50 SORROCHE Fernandez J. Antonio per i fatti del 3/07: anni 6 richiesti – condanna:4 anni, 6 mesi

51 SORU Salvatore per i fatti del 3/07: Anni 3 MESI 11 richiesti – condanna:4 anni e 1 mese

52 VITALI Andrea per i fatti del 3/07:anni 3 mesi 2 e gg 15 richiesti – condanna:250 euro

53 ZILIOLI Davide per i fatti del 3/07: anni 3, mesi 2 richiesti – condanna:3 anni, 2 mesi


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01/12/2013

Fame di petrolio, tocca all'Oltrepo Pavese


Poco se ne parla, ma il problema è di strettissima attualità e la sua realizzazione viaggia piuttosto spedita da qualche anno a questa parte. Una grossa fetta dell'Oltrepo Pavese, unitamente all'area del tortonese, nell'alessandrino, è sotto la lente d'ingrandimento del colosso italiano energetico ENEL che vorrebbe avviare indagini sul suolo per fini estrattivi di gas naturale e petrolio.

La questione non è certo una novità, e di oro nero "made in Italy" già ne parlava Enrico Mattei alla presidenza dell'ENI. Lo scorso anno, governo Monti in carica, l'allora Ministro per lo Sviluppo Economico Corrado Passera mise al centro di un Consiglio dei Ministri agostano la sua strategia di rilancio per il Paese attraverso un nuovo sviluppo energetico: il primo punto in agenda riguardava proprio l'autosufficienza petrolifera nazionale, e la proposta era di raddoppiare i volumi estratti su suolo patrio dal 10 al 20%: strategia che ha già registrato opposizioni istituzionali proprio dalla Regione dove tale attività è più fervente, ovvero la Lucania, la quale ha fatto valere il proprio diritto di veto sancito dalla recente riforma Costituzionale.

Proprio in base a tale proposta (che si estendeva tra le altre cose alla costruzione di 4 rigassificatori, uno dei quali, quello al largo delle coste livornesi è già pienamente attivo; vedasi QUI l'articolo di Manlio Dinucci per "Il Manifesto" del 31 luglio scorso) la ENEL LONGANESI DEVELOPMENTS S.R.L. ,controllata della casa madre, ha accelerato sulla richiesta di attività estrattiva presentata al Ministero dello Sviluppo Economico ed a Regione Lombardia. Una prima istanza di permesso era pervenuta a Roma già lo scorso 28 dicembre 2011 (vedasi QUI) Il progetto, denominato "Rocca Susella" dal nome di uno dei maggiori Comuni dell'Oltrepo interessati, ha come scopo "un'esauriente valutazione del potenziale minerario del sottosuolo" e si estende complessivamente per 668,7 chilometri quadrati, di cui 362,44 nella bassa provincia pavese ed i restanti 306,26 nel basso alessandrino, nella zona di Volpedo. In caso di fattibilità, ENEL intende installare un pozzo esplorativo fisso della profondità variabile "tra i 3000 e i 3500 metri a seconda dell'obiettivo minerario". QUI è possibile avere un'idea, certo comunque indicativa, del vasto rettangolo interessato dallo studio. Il governo delle larghe intese responsabili non ha dunque impiegato molto tempo a farsi carico dei progetti di ENEL.

Il 12 dicembre 2012 la Commissione per gli Idrocarburi e le Risorse Minerarie (CIRM) ha dato parere favorevole, ed a marzo 2013 gli atti amministrativi sono stati inviati alle due Regioni di competenza per la valutazione; a fine aprile la Regione Piemonte escludeva l'assoggettabilità alla necessaria Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) perché il progetto era ancora in fase di studio; a fine giugno ENEL LONGANESI invia dettagliate carte del progetto ad entrambi i territori. Se il Piemonte non si è ancora nuovamente espresso, Regione Lombardia lo ha fatto lo scorso 11 ottobre per bocca dell'Assessore Regionale Claudia Maria Terzi, la quale richiede ai tecnici al lavoro al Pirellone la VIA.

Le parole di Terzi sono importanti perché sottolineano "l'elevata densità abitativa, e che la zona interessata dal permesso di ricerca è soggetta a rischio sismico ed a diffuso dissesto idrogeologico". Condizioni che avevano giustamente preoccupato e non poco la cittadinanza interessata, che attraverso il Comitato per il Territorio delle Quattro Province aveva espresso contrarietà per una simile attività a causa dell'utilizzo di esplosivi, come sottolineato dal portavoce Giuseppe Raggi al Corriere della Sera; su questo punto dirimente vige però confusione: l'Assessore Terzi sostiene che tale sistema fosse ormai escluso, mentre dalla documentazione prodotta e girata a Regione Lombardia (QUI reperibile integralmente) si può leggere che "Solo in casi particolari, dove si dovesse riscontrare una difficoltà operativa ad utilizzare i vibroseis (particolari vibratori montati su camion, ndr) potrà essere prevista l'esecuzione tramite esplosivo" (dalla Relazione di Screening, pag.30) o nello schema che prevede eventuali pozzetti di energizzazione da riempire con detonanti (pag.34) o al paragrafo 4.6.2.4 del documento.

L'utilizzo di esplosivo è una questione fondamentale per i 25 comuni pavesi coinvolti, se consideriamo che Varzi secondo la carta di classificazione sismica 2012 è classificato in fascia 2 (rischio medio) ed altri 14 sono in fascia 3 (rischio basso). Gli ultimi accadimenti riportati dalla cronaca locale di 6 scosse telluriche grosso modo coincidenti con l'area del progetto nel giro di una settimana sono un ottimo dato per farsi un'idea (QUI la carta).

E' sicuramente l'impatto ambientale ad avere il peso maggiore: dagli stessi carteggi di ENEL si può notare come la quasi totalità del territorio del "Rocca Susella" sia indicato come "area prioritaria per la biodiversità"; sono inoltre presenti tre parchi di interesse sovracomunale: il Parco di Fortunago, il Parco del Castello di Verde che coinvolge i Comuni di Valverde e Mombelli dove ha sede l'Ente Gestore, più diverse frazioni, ed il Parco del Castello Dal Verme nel comune di Zavattarello poco più ad est (che dalla relazione scritta dalla società risulta però "esterno all'area dell'Istanza"). Il progetto è inoltre strettamente confinante con la Riserva Naturale di Monte Alpe, 328 ettari di verde tutelati da Regione Lombardia sotto il comune di Menconico.
Superfluo sottolineare per chi conosce queste zone come la precarietà di questi suoli, percorsi da una miriade di torrenti e rigagnoli, sia preminente: ne sia dimostrazione la campagna di monitoraggio promossa dalla Provincia di Pavia per contrastare i sempre più numerosi episodi di frane che interessano anche strade ed infrastrutture (QUI la pagina istituzionale dedicata).

Il progetto prevede l'approvvigionamento dell'acqua necessaria per i fori "peraltro in quantitativi assolutamente irrisori, in loco da numerosi corsi d'acqua; non verranno, invece, in alcun modo intaccate le risorse d'acqua sotterranee" (Utilizzazione delle risorse naturali, pagg.60-61). Va quindi aggiunto un ulteriore problema legato alla sottrazione ed allo smaltimento delle acque pescate dai torrenti già ora in condizioni non propriamente ottimali (come descritto al paragrafo 5.7.2.2), per il quale nel documento non si trova menzione.

Alla stima generale degli impatti (capitolo 6) ENEL conclude che non sussistono significative problematiche inquinatorie né a livello atmosferico (adducendo come unica causa la combustione del carburante dei normali motori a scoppio) né a livello acustico ("le emissioni sonore sono attenuate da un sistema di cuscinetti ammortizzanti" (...); le vibrazioni resterebbero contenute ed ogni tipo di operazione (anche con l'uso di detonanti?) non andrebbe ad inficiare il rischio sismico dei territori.

Va inoltre citato il parere sugli aspetti socio-economici (paragrafo 6.11) il quale indica che "si produrranno effetti positivi sulla componente economica per la presenza di un'attività produttiva con le ricadute sul tessuto commerciale-artigianale della zona". La zona, per essere precisi, è quella che corre lungo il 45°parallelo e rinomata per le sue produzioni vitivinicole, tra le quali spiccano marchi DOC e DOCG: agricoltori e produttori hanno già preso posizione sostenendo che l'economia dell'area, sparita quasi ogni traccia di industria, è votata al settore verde. Neanche queste categorie avvertono dunque particolare bisogno di una tale invasiva attività.

Le esperienze registrate altrove, in particolare nella sovrasfruttata Lucania, non spostano l'ago della bilancia a favore dell'estrazione di gas e petrolio. L'andamento dell'economia globale, nemmeno.

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15/09/2013

Il Biocidio agisce anche in Piemonte

Qualche mese fa, è stato reso noto che è il Piemonte la regione italiana più esposta al pericolo di radiazioni, sia per i depositi di scorie radioattive che per gli scarichi di origine nucleare nelle acque e nell’aria. La conferma era arrivata dai dati contenuti in un dossier dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale.

L’elenco dei veleni indicati dal rapporto è sterminato: il Piemonte “ospita” il 96% delle tipologie di sostanze radioattive. Se si considerano soltanto i rifiuti radioattivi, aveva denunciato la rivista “Obiettivo Ambiente”,  il Piemonte è costretto a subire la presenza di oltre il 72% delle scorie italiane: anziché trasferirli, si prevede di mantenere molto a lungo questi residui, «grazie alla realizzazione di nuovi depositi nucleari collocati negli attuali siti di Saluggia, Trino Vercellese e Bosco Marengo. C’è poi il capitolo degli scarichi: gli impianti nucleari, anche solo per le attività di mantenimento in sicurezza, scaricano in aria e in acqua rifiuti radioattivi in modo sistematico e “autorizzato”, nonostante il fatto che sostanze come il trizio allo stato gassoso sia altamente radioattivo e responsabile dell’alterazione delle condizioni ambientali di Trino Vercellese. Il trizio inoltre, aggiunge la rivista, viene tranquillamente scaricato – nel Lago Maggiore – dal centro nucleare Erautom, in provincia di Varese.

Un altro grido di allarme contro il Biocidio – quello piemontese – che dunque non investe  solo la Campania. Proprio in questi giorni è stata resa nota l'allarmante e disarmata resa dell’Istituto Superare di Sanità sul territorio di Giugliano , terza città della regione Campania, dove oltre 220 ettari di territorio sono risultati zeppi di veleni e senza possibilità di bonifica. Il primo studio dell’Istituto Superiore di Sanità ha affermato testualmente che l’inquinamento è senza rimedio. La stessa falda acquifera risulta contaminata da sostanze cancerogene volatili anche nei 2mila ettari circostanti. “Realisticamente la bonifica appare impossibile – ha ammesso al Il Mattino il commissario di governo, Mario De Biase – Per legge, infatti, bisognerebbe raccogliere tutti i materiali, rimuoverli e trasportarli altrove. Stesso discorso vale per le acque. Un’impresa proibitiva”. Il Biocidio continua a compiersi, dal Meridione al Nord, risultato di un criminale connubio tra interessi di “prenditori” privati (o meglio privi di scrupoli), interessi strategici dello Stato (scorie nucleari nazionali e di altri paesi stoccate per anni) con quelli dell’economia criminale che, quando è servito, ha messo a disposizione la sua logistica e la sua capacità di controllo del territorio. E' lo stesso connubio di interessi che vuole fare a tutti i costi la Tav in Val di Susa. E magari scoprire tra quindici anni che l’amianto contenuto nelle montagne sventrate con la Tav ha avvelenato la gente e il territorio.

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12/08/2013

Tav Torino-Lione, incognite tecniche nei lavori di scavo del tunnel con la talpa Tbm

Il presumibile inizio dei lavori di scavo della galleria geognostica della Maddalena di Chiomonte con la “talpa” TBM (tunnel boring machine) fornisce l’occasione per ricordare le gravissime incognite tecniche ammesse e documentate da LTF (Lyon Turin Ferroviaire) stessa.

La Valutazione di Impatto Ambientale, effettuata nel gennaio 2007, della galleria geognostica di Venaus, che ora è sostituita da quella della Maddalena di Chiomonte, venne sintetizzata da LTF in una Sintesi non tecnica dello studio compiuto inviata alle Amministrazioni locali.

Nella pagina dedicata alle alternative si può leggere che l’ipotesi dello scavo dalla Val Clarea (e quindi dalla Maddalena di Chiomonte al quale ora si sta lavorando) «risulta molto negativa per la necessità di scavare in discesa» e che «…quel che penalizza (le due ipotesi di scavo in questione) è lo scavo in discesa con rischi tecnici e costi maggiori, compresi quelli della sicurezza (del lavoro)».

E’ noto come lo scavo con “talpe” TBM (nella foto, ndr) sia vantaggioso in condizioni di stabilità geologica, ma fortemente penalizzato in caso di rocce soggette a deformazioni e venute d’acqua. Queste condizioni furono riscontrate nello scavo della galleria per l’impianto idroelettrico di Pont Ventoux, che interessa le stesse zone; in quel caso, nonostante l’esperienza della ditta norvegese allora propagandata come una delle migliori d’Europa in questo tipo di lavori, si ebbe un raddoppio di tempi e di costi, con le due “talpe” TBM rimaste incastrate nella roccia.

Una venne poi smontata e portata via a pezzi con un lavoro durato sei mesi; l’altra è abbandonata con la sua testa nelle rocce del massiccio d’Ambin.

Nel caso del cunicolo geognostico della Maddalena di Chiomonte le condizioni sono decisamente peggiori: non si tratta solo di sacche di acqua fossile, come quella di 16 milioni di metri cubi incontrata nei lavori a Pont Ventoux, ma, essendo il tunnel in discesa, queste venute d’acqua (ad una pressione stimata di 150 atmosfere, corrispondenti alla massa di 2000 metri di rocce sovrastanti) vanno a interessare immediatamente la testa della “talpa” TBM, anziché defluire all’esterno.

A parte questi rischi, lo svuotamento di grandi sacche d’acqua contenute fra le rocce può produrre prosciugamento di sorgenti e situazioni di diversa stabilità nell’ammasso roccioso in cui viene effettuato lo scavo.

Per questi motivi riteniamo doveroso evidenziare le su citate condizioni, criticando la scelta per rammentare a chi ha preso le decisioni le responsabilità sulle possibili conseguenze.

Contestiamo infine al Commissario Virano il mancato rispetto dei tempi programmati: il contratto di finanziamento sottoscritto tra l’Unione Europea e i Governi francese e italiano il 15 dicembre 2008, pagina 18, stabilisce nel 31 gennaio 2010 l’inizio dei lavori di scavo alla Maddalena. Il ritardo era quindi di tre anni e ad esso si sono aggiunti i quattro mesi accumulati per i ritardi dello scavo del tratto di preparazione.

di Mario Cavargna, presidente Pro Natura Piemonte

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Le grandi opere, una via crucis di casini e potenziali disastri ambientali...

24/06/2013

No Tav. Una lezione di coerenza e dignità

Il sindaco di Sant'Ambrogio mette in fila i metodi con cui sono stati "comprati" due colleghi della valle. Come si dice: c'è chi pagherebbe pur di farsi comprare...

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Per un piatto di lenticchie

Vendere la propria dignità per un piatto di lenticchie portando divisione tra  fratelli è un fatto antico come la storia dell’uomo e della sua intrinseca debolezza di fronte alle lusinghe del potere e del denaro: dai tempi della Bibbia si ripete con metodica cadenza. Una storia con delle analogie quella di due sindaci che rappresentano poco più di settemila abitanti della valle, meno del sette per cento dell’intera popolazione di valle, e accettano il ricatto delle compensazioni, voltano le spalle ai loro colleghi con i quali sulla questione tav hanno sempre rifiutato ogni confronto andandosene via in tutte le riunioni in cui se ne parlava, pur trattandosi di un problema di tutta la Valle e non solo di Susa o Chiomonte.
Un problema, aggiungo, di tutta l’Italia:  i soldi per costruire questa inutile opera sono presi infatti spremendo gli italiani di nuove e sempre più pesanti tasse, con tagli mai visti in precedenza ai servizi e ad agli investimenti su giustizia, scuola, sanità, ricerca, trasporto pendolare, sostegno all’industria manifatturiera e protezione del territorio, gli interventi più urgenti per tutti gli italiani e non solo per gli abitanti di Chiomonte e Susa. Alla favola “tanto paga l’Europa” più nessuno  crede visto che il bilancio europeo è in profondo affanno e che gran parte di quei soldi europei favoleggiati sono sempre i  nostri e non certo provenienti dal cielo.

A compensazione dei danni dei cantieri Tav che devasteranno i loro comuni per almeno dieci anni, senza ascoltare per primi i cittadini coinvolti specie quelli che perderanno se non la casa sicuramente una decorosa vivibilità per la vicinanza dei cantieri, i due colleghi hanno svenduto i loro cittadini e il loro paese per un paio di ponti e rotonde e qualche passaggio sui giornali a fianco di Ministri e Presidenti di Regione e Provincia. Non importa se la Valle è stata schiacciata come un limone da nuove tasse, se gli ospedali sono stati chiusi, se tutte le scuole della valle versano in condizioni a dir poco critiche, se i soldi per aiutare le persone svantaggiate sono sempre meno, se la Valle è militarizzata, se la situazione ambientale sociale ed economica sono sempre più precarie, se quei primi lavori nei comuni di Chiomonte e Susa di fatto avranno un riverbero negativo non solo nei loro territori ma su tutta la valle, vista l’unicità ecologica, socio-economica e culturale che fanno della valle un tutt’uno indivisibile.

Da loro non ho vista la medesima solerzia dimostrata nell’accogliere le compensazioni come quella necessaria per la protesta sui soldi sottratti alla sanità, alla scuola, all’assistenza, alla ricerca, al sostegno alle imprese per essere spesi in questo inutile tunnel geognostico del tav, per denunciare una ripartizione delle poche risorse disponibili da parte del governo su grandi opere inutili  ed acquisto di armi, capitoli di spesa non certo prioritari e storicamente nel nostro paese fonte di corruzione, di sprechi del denaro pubblico e di spartizione di potere tra i partiti.

Quello che sembra contare per i due colleghi è coltivare il proprio orticello, sedere al tavolo dei potenti per azzannare l’osso buttato a terra senza preoccuparsi di cosa sarà il proprio territorio, quello del paese a fianco o comunque della valle, dell’impoverimento per tutta l’Italia per i pesantissimi debiti che lo Stato contrarrà sempre con i nostri soldi per cominciare quest’opera nella quale neanche più i francesi sembrano credere: infatti il traffico su questa direttrice è crollato ancora prima della crisi economica del 2008 in modo irrimediabile da non giustificare più un investimento di tali proporzioni sul tav, facendone un progetto vecchio di vent’anni e non più attuale ed utile.

La favola di una stazione internazionale per un paese come Susa di poco più di seimila abitanti, dal costo di decine e decine di milioni di euro,  mentre si chiudono gli ospedali e le scuole vanno a pezzi, è lo specchio di una politica dissennata schiava del dio denaro e del profitto, disattenta ai veri bisogni dei cittadini presenti e futuri, orchestrata da partiti totalmente sfiduciati dai cittadini ma a loro volta fiduciari degli interessi delle grandi ditte appaltatrici. Di questo apparato cari colleghi di Chiomonte e di Susa non interessa far parte alla stragrande maggioranza dei sindaci della Valle: le opere civili da voi richieste come al super mercato non sono una compensazione ad un danno ma un semplice diritto allo sviluppo ed un normale obiettivo della popolazione che voi state tradendo, usando i suoi diritti come merce di scambio.

Dividi et impera  usando all’occorrenza il piatto di lenticchie: ecco servita la polpetta avvelenata della “famosa” condivisione con il territorio miseramente fallita tanto che al tavolo dei proponenti infatti siedono in due. In futuro a questa allegra compagnia potrebbero aggiungersi altri questuanti, non c’è dubbio: ma noi non siamo invidiosi di questo banchetto, preferiamo la nostra dignità di liberi cittadini.

Dario Fracchia; sindaco di Sant’Ambrogio

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26/10/2012

Il Piemonte è in vendita. Le banche sono alle porte.

"L'assessore alla Sanità piemontese Paolo Monferino ha dichiarato che la Regione Piemonte è tecnicamente fallita a causa del debito consolidato che sfiora i 10 miliardi di euro. Oltre 2000 euro a testa, per ogni piemontese. Tra i partiti è scoppiata una bagarre e Il presidente Cota è dovuto correre ai ripari dichiarando che i conti sono sotto controllo perché si opereranno tagli, razionalizzazioni e svendite del patrimonio regionale.
Verranno messi in vendita terreni della Regione, le terme di Acqui Terme, palazzi non utilizzati come quello di piazza Castello a Torino, con la speranza di raccogliere 220 milioni di euro. Noi siamo molto scettici. Ma non basta. Verrà istituito anche un fondo immobiliare del patrimonio non disponibile. Neanche la spending review ha osato tanto. Si tratta di tutti quei palazzi che sono attualmente occupati da funzionari della Regione Piemonte, delle ASL e gli stessi edifici degli ospedali! Verrebbero ceduti a proprietari privati, fondazioni "etiche" bancarie. Come la Fondazione San Paolo, presieduta dall'ex-sindaco di Torino, Chiamparino. Temiamo sia il primo passo verso la privatizzazione di tutti i servizi sanitari piemontesi. L'applicazione puntuale delle direttive del governo Monti e di Brussel sta peggiorando la crisi. Politiche di austerità in tempo di crisi non fanno altro che aggravare la crisi stessa. L'immenso debito di 10 miliardi originato dalle giunte Ghigo, Bresso e Cota va ristrutturato con un intervento programmato di almeno 15 o 20 anni, non in due o tre." Davide Bono, consigliere regionale MoVimento Cinque Stelle Piemonte

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06/03/2012

Tav, Napolitano: “Opera importante, desistere da comportamenti inammissibili”

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si schiera a favore della Tav e invita alla calma gli oppositori: “Rivolgo il più caldo appello a quanti restano non convinti della pur rilevante importanza, per l’Italia e per l’Europa, di quell’opera, affinché desistano da comportamenti inammissibili”, afferma Napolitano in un comunicato. “C’è bisogno nel paese di un clima costruttivo nel quale l’attenzione e gli sforzi si concentrino sull’impegno a garantire sviluppo, occupazione, giustizia sociale”. Nel comunicato, il presidente chiarisce che ”l’espressione del sacrosanto diritto al dissenso su qualsiasi scelta e decisione politica e di governo, deve escludere il ricorso a violazioni di legge, violenze, intolleranze e intimidazioni, come quelle che si sono purtroppo verificate in nome dell’opposizione al progetto Tav Torino-Lione”.

Napolitano dice no a un confronto diretto con gli amministratori della Val Susa, chiesto in occasione della sua visita a Torino prevista domani per chiudere le celebrazioni sui 150 dell’Unità d’Italia: ”Non posso aderire a incontri in cui si discutano decisioni come quelle relative alla linea Torino-Lione: decisioni che non mi competono, che sono state via via assunte dalle istanze di governo responsabili e che hanno già formato oggetto, nel corso di parecchi anni, di molte discussioni e mediazioni”.

Intanto migliorano le condizioni di Luca Abbà. L’attivista no-Tav che il 27  febbraio è caduto da un traliccio dell’alta tensione in Valle di Susa si è svegliato e mostra un “lento e costante miglioramento”, affermano i medici dell’ospedale Cto di Torino dove il giovane è ricoverato in terapia intensiva. “Il paziente è estubato da questa mattina, ha gli occhi aperti, esegue ordini semplici”, spiega Maurizio Berardino, direttore del Dipartimento di Emergenza del Cto. “Si assopisce facilmente e il suo respiro è assistito in modo non invasivo; il torpore è anche conseguenza della necessità di analgesici per le lesioni cutanee e gli esiti dell’intervento. La prognosi verrà sciolta domani se la tendenza a mantenere il respiro spontaneo verrà confermata”.

Una ventina di No Tav che erano con lui il giorno dell’incidente sono stati denunciati per l’occupazione della Baita Clarea. Il dossier delle forze dell’ordine è arrivato oggi in Procura. I militanti, che si trovavano sul posto pacificamente, sono accusati della violazione di sigilli, perché la baita era posta sotto sequestro, e di essere entrati nell’area di interesse strategico resa off limits da un’ordinanza del Cipe.

E le proteste contro la Torino-Lione proseguono anche a sud. Oggi a Palermo un gruppo di No Tav ha prima contestato il procuratore di Torino Giancarlo Caselli poi ha tentato di occupare la sede del Pd. Hanno cercato di entrare e sono stati fermati, ma hanno preso a calci e pugni la porta del locale e imbrattato il portoncino dello stabile. E durante i tafferugli è rimasto ferito a un dito il segretario provinciale del Partito democratico Enzo Di Girolamo.

Il governo, però, ribadisce la linea dura. “Rimane sempre la fermezza sul fatto che l’opera debba andare avanti ed essere conclusa”, ha affermato il ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri a margine della firma di un protocollo di intesa per la promozione della legalità e semplificazione nel settore edile in Emilia Romagna. La prove di forza, ha aggiunto, “non convengono a nessuno”, e sono i No Tav che  “dovrebbero cominciare” con la distensione.

Ai giornalisti che le chiedevano un commento sulla definizione di “comportamento nazista” da parte dello Stato nella repressione della protesta, Cancellieri ha risposto: ”Credo, comunque, che, grazie a Dio, abbiamo in Italia una magistratura che opera molto bene. Qualsiasi azione verrà giudicata da chi dovrà giudicare e poi vediamo”. Sulla questione è intervenuto anche il ministro del Lavoro Elsa Fornero: “Spero che prevalga il dialogo”, ha detto a margine di un convegno a Torino.

Le istituzioni piemontesi e i parlamentari eletti nella regione annunciano l’intenzione di chiedere nei prossimi giorni un incontro al presidente del Consiglio Mario Monti. La decisione è stata presa in una riunione alla Provincia di Torino alla quale hanno partecipato tra gli altri il sindaco di Torino, Piero Fassino, l’assessore regionale ai Trasporti, Barbara Bonino, il presidente della Provincia, Antonio Saitta, e il commissario di Governo per la Tav, Mario Virano. Quest’ultimo, dopo la relazione introduttiva, ha lasciato la riunione.

Con Monti, a Palazzo Chigi, si è già incontrato il presidente della Regione Piemonte Roberto Cota, che al termine ha messo sul tavolo la questioni delle compensazioni economiche per la popolazione della Val Susa: “Monti mi è sembrato convinto nel voler realizzare la linea Tav. E’ disponibile e dal prossimo Cipe, il 9 marzo, ci sarà lo sblocco dei primi 20 milioni di euro per le compensazioni”.  Cota ha sottolineato che “i 20 milioni sbloccati serviranno, innanzitutto, al potenziamento della linea ferroviaria Torino-Bussoleno”, perché “la Tav è importante ma non bisogna dimenticare i pendolari che prendono il treno ogni mattina”.


Secondo Cota, realizzare la Tav ”è un dovere per le future generazioni e per la Val di Susa. Non farla darebbe l’impressione di un Paese in cui non si decide nulla. A Monti ho ribadito la posizione dell’amministrazione regionale a favore della Tav e della realizzazione nel rispetto dei tempi”.

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Che schifo di presidente!

03/03/2012

La 'ndrangheta che vuole la TAV in Val di Susa

A volte un po’ di memoria topografica e giudiziaria farebbe davvero bene al nostro Paese. L’A32, ad esempio, la tanto citata autostrada su cui i manifestanti NO TAV continuano a fare pacifichi blocchi rimossi dalle forze dell’ordine, va da Torino a Bardonecchia. Cioè dal capoluogo di una delle regioni più importanti d’Italia a un piccolo comune di 3mila e 200 abitanti.

Ecco, quel piccolo comune – il più occidentale d’Italia – è stato il primo comune al di fuori del Meridione ad essere sciolto per infiltrazioni mafiose: era il 1995. Ma i lunghi tentacoli della ‘ndrangheta avevano raggiunto la Valle di Susa almeno da 4 decenni: da quando, cioè, a metà degli anni ’50 un giovane muratore originario di Marina di Gioiosa Ionica venne mandato al confino da quelle parti. Si chiamava Rocco Lo Presti, e nel giro di pochi anni assume sempre più la direzione del boom edilizio che stava conoscendo la zona, costruendo case, palazzi e residence e riuscendo a reclutare manodopera a basso prezzo.

Visto che s’era ambientato così bene, Lo Presti consigliò a suo cugino di trasferirsi a Bardonecchia. E così arriva anche Francesco Mazzaferro, titolare di un’impresa di movimento terra che ottiene presto il monopolio del settore nella zona che va da Bardonecchia a Sauze d’Oulx, tanto che nei cantieri, secondo le cronache del tempo, si vedono solo autocarri targati RC.

Negli anni, dopo qualche guaio con la giustizia - reclusione a causa di un condanna per omicidio non confermata in appello -, Lo Presti diventa un imprenditore coi fiocchi, un benefattore capace di dare lavoro a migliaia di persone e di garantire investimenti faraonici. “Ha rappresentato un pezzo della storia economica dell’Alta Valle e della località olimpica”, scrive un giornale locale in occasione della sua morte, avvenuta nel gennaio del 2009. Peccato che pochi giorni prima, però, “zio Rocco” fosse stato condannato in via definitiva per associazione mafiosa. Aveva infatti organizzato un racket delle braccia che piaceva agli operai (perché veniva garantito loro un lavoro) e soprattutto ai costruttori (che evitano così grane sindacali e risparmiavano sui contributi). Un rapporto della Commissione parlamentare antimafia, nientemeno che del 1974, evidenziò che “qualcosa di nuovo, qualcosa di strano ha rotto l’equilibrio di sempre. Si sono verificati fenomeni di delinquenza organizzata con caratteristiche del mondo mafioso: massicci casi di intermediazione, collocazione abusiva, sfruttamento e decurtazione salariale, racket”, e stimò che quasi l’80% della forza lavoro venisse reclutata attraverso canali illegali.

Perché una ‘ndrina calabrese riesce ad attecchire in maniera così profonda in una regione straniera? Semplicemente perché è in grado di gestire in maniera efficiente il mondo del lavoro locale, fatto di appalti e di controllo della manodopera. E di lavoro, in quegli anni, nei pressi di Bardonecchia ce n’è tantissimo: ottomila alloggi, per 1 milione e 20mila metri cubi di cemento, vengono tirati su alla fine degli anni ’60, senza considerare tutte le costruzioni abusive (stimabili in 2 mila unità). E poi quelli sono gli anni della costruzione del traforo del Frejus: un investimento da 170 miliardi di lire di allora (una situazione non diversa da quella che la Val di Susa sta conoscendo oggi). Quest’improvvisa espansione edilizia portò all’esaurimento della manodopera locale e all’impossibilità, da parte delle piccole aziende di Bardonecchia, di intraprendere i lavori.

Ed è qui che entra in gioco la ‘ndrangheta: molte imprese cominciano ad arrivare dalla Calabria, su consiglio di Lo Presti e di Mazzaferro, e si gettano a capofitto sugli appalti, divenendone i padroni assoluti. In un verbale steso nel 1987 dagli ispettori inviati dal prefetto di Torino si legge: “tra la cittadinanza di Bardonecchia è diffusa l’opinione che per intraprendere in quel luogo una qualunque attività commerciale sia necessario il parere favorevole del Lo Presti”.

Ovviamente, i metodi con cui la ‘ndrangheta si garantisce questo dominio incontrollato sono quelli tipici della criminalità organizzata: efficienza, controllo del territorio e ricorso alla violenza quando necessario. Tra il 1970 ed il 1983, la Procura della Repubblica di Torino registra infatti “44 omicidi di mafia”. Uno dei più eclatanti è quello di Bruno Caccia, che quella Procura la dirige e che più volte ha indagato su Lo Presti. La sera del 26 giugno del 1983, mentre porta a spasso il cane, il procuratore viene affiancato da un’auto: viene trivellato di proiettili. Il giorno stesso Lo Presti riceve un telefonata: “ecco il tuo regalo di compleanno”. Violenze e intimidazioni continuano per tutti gli anni ’80 e ’90: nel 1991 il commissario di Bardonecchia viene trasferito d’urgenza in Calabria, in un territorio ad alta intensità mafiosa. Inizialmente non se ne capisce il motivo, poi si scopre che anche lui stava facendo lo stesso errore di Caccia: indagava su Lo Presti. Nell’ottobre del 1994 un componente della commissione edilizia di Bardonecchia propone di aumentare gli oneri di urbanizzazione a carico delle imprese edili. Quando torna a casa, trova un coltello conficcato nel videoregistratore e si dimette, seduta stante, per “motivi di salute”.

Lo Presti, insomma, diventa uno vero e proprio boss. E come ogni padrino che si rispetti, fonda il suo potere sulla certezza dell’impunità, che gli viene garantita dalla collusione di gran parte dei politici locali. Il perché la politica non si opponga alle mafie è sempre lo stesso: le cosche portano voti. E infatti Lo Presti si vanta a telefono – non sapendo di essere intercettato – di controllare 500 preferenze a Bardonecchia e di tenere in pugno la maggioranza dei consiglieri comunali. Ad un giornalista di Repubblica che gli chiede se “c’è qualcuno che controlla i voti a Bardonecchia”, il 6 ottobre del 1994 confessa: “Nessuna giunta viene eletta contro il parere dei meridionali. Le posso dire che non ho bisogno di dire ai miei amici cosa devono votare. Conoscono le mie idee e, se mi vogliono bene, sanno a chi dare il voto”.

Nel 1994 il sindaco ed alcuni consiglieri comunali di Bardonecchia vengono accusati di speculazione edilizia. L’indagine alza un gran vespaio di polemiche, la stampa nazionale accende i riflettori su quel piccolo comune della Val di Susa e vengono svelate le forti infiltrazioni mafiose nella politica locale. L’anno dopo il Presidente della Repubblica Scalfaro scioglie la giunta comunale, ma questo non serve di certo a sradicare la mala pianta da Bardonecchia. Nel 1996, la lista che aveva sostenuto l’ex sindaco fa una dura campagna elettorale rivendicando orgogliosamente la forte continuità rispetto all’amministrazione comunale precedente, e ottiene il 70% dei voti, col sostegno trasversale dei partiti della sinistra e della destra.

Facciamo un salto di qualche anno e arriviamo al 9 gennaio 2008. A Prascorsano, comune di 800 abitanti nella provincia di Torino, si riuniscono alcuni ‘ndranghetisti per festeggiare il conferimento della “dote di trequartino” a due affiliati del locale di Cuorgnè. A spiarli ci sono le telecamere dei Carabinieri, nell’ambito di un’indagine durata oltre 5 anni che porterà nel giugno del 2011 all’operazione Minotauro. Coordinati dal procuratore capo di Torino, Giancarlo Caselli, e di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, gli inquirenti arrestano 148 persone, accusate di essere esponenti della ‘ndrangheta e di aver praticato voto di scambio, con imputazioni aggiuntive che vanno dalla detenzione e porto abusivo di armi al favoreggiamento di latitanti, dal traffico di droga internazionale all’estorsione, dalle false fatturazioni a finanziamenti illeciti, fino a ricettazione e truffa, con una confisca di beni, mobili e immobili, per oltre 117 milioni.

Ad oggi, in Piemonte si ha conoscenza di almeno 15 locali di ‘ndrangheta attivi, e dalle testimonianze di indagati o pentiti (pochissimi) si profila una situazione inquietante: quello che accadeva a Bardonecchia negli anni ’70, cioè l’assoluto monopolio da parte delle ‘ndrine del mercato edile ed il controllo dei voti, sembra ormai divenuto la norma a livello regionale. Ecco cosa si legge in un’informativa dei Carabinieri di Venaria, datata 7 aprile 2010: un clima di violenza e di intimidazione […] connota l’attività edile in questa particolare zona dell’hinterland torinese, dove, al pari del cuorgnatese, la presenza cospicua di affiliati alla ‘ndrangheta ha reso di fatto impensabile lo svolgimento dell’attività edile senza dover corrispondere agli stessi costanti esborsi di denaro, per lo più destinati dagli affiliati al mantenimento dei carcerati. E sarebbe in zone come queste che dovremmo aprire un cantiere mastodontico come quello del TAV?

Ma non è tutto. Ad Orbassano, alle amministrative del 2008 è stato eletto consigliere comunale nella lista del Pdl Luca Catalano, nipote di quel Giuseppe Catalano ritenuto dalla procura il capo del locale di Siderno nel capoluogo piemontese. Altri comuni tra il torinese e la Valle di Susa sotto il controllo delle ‘ndrine sono, secondo la Dda di Torino, Grugliasco, Collegno, Settimo Torinese, Vinovo, Nichelino, Moncalieri, Cintano, Borgaro Torinese, Volpiano, Borgone di Susa.

Beppe Grillo l’altro giorno si chiedeva chi ci sia dietro il TAV, e perché partiti di maggioranza e di opposizione, governi tecnici o politici, non osino dire una parola contro quest’opera inutile e costosa. Siamo sicuri che la risposta sia davvero così difficile da trovare?

Fonte.

Eccole qui, servite su un piatto d'argento le fondamenta su cui posano le basi dello sviluppo nazionale.