Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Piigs. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Piigs. Mostra tutti i post

15/05/2017

Piigs, il film. Intervista con gli autori

Non si uccidono così anche i maiali!... Parafrasando impropriamente un gran bel film degli anni ’70 (in quel caso la frase terminava con un punto interrogativo ed al posto dei maiali c’erano i cavalli) direi che è arrivato il momento che i paesi – compreso il nostro – che portano l’acronimo inventato dall’Economist nel 2009 si sveglino, evitando di rassegnarsi ad una lenta morte per inedia. Abbiamo scovato un ottimo strumento per poter capire più a fondo, e quel che più importa narrato in termini semplici, e quindi facilmente fruibile, cosa sta succedendo nella Eurozona e cosa c’è dietro i programmi dell’Unione Europea: il film girato a sei mani da Adriano Cutraro, Federico Greco e Mirko Melchiorre dal titolo “PIIGS – Ovvero come imparai a preoccuparmi e a combattere l’austerity”.

Il film, dopo un avvio sofferto, ora sta sbancando nelle principali sale della penisola. Prende naturalmente spunto da diverse pubblicazioni specialistiche o divulgative, comprese nel largo ventaglio che va dal libro di Paolo Barnard “Il più grande crimine” (teso a propagandare la MMT, ossia la Teoria della Moneta Moderna, sostenuta dall’economista Warren Mosler) fino a testi dichiaratamente marxisti come “Il risveglio dei maiali” di Luciano Vasapollo.

Una produzione molto variegata stimolata dalla necessità di far comprendere al pubblico dei non specialisti che le politiche dell’Unione Europea non sono sostenibili, e che la sola soluzione possibile risiede nella rottura con la UE, e la fuoriuscita dall’Eurozona.

Noi abbiamo visto il film, che intreccia interviste ad economisti ed intellettuali con la storia di una cooperativa per disabili – “Il Pungiglione” di Monterotondo, a rischio chiusura per mancanza di fondi – e lo abbiamo trovato molto interessante, sia nella scelta dei momenti che documentano i passi salienti compiuti dall’Unione Europea dagli anni ’90 in poi, sia nella narrazione – mai indulgente alla retorica lacrimosa – di quello che sono poi gli effetti di scelte e politiche scellerate da cui i paesi più deboli dovrebbero affrancarsi.

Abbiamo quindi deciso di intervistare i registi per porre alcune domande su come ci si può opporre ad un moloch di questa portata che sta strangolando letteralmente le nostre vite.

*****

Contropiano intervista Adriano Cutraro, Federico Greco e Mirko Melchiorre autori del film “PIIGS – Ovvero come imparai a preoccuparmi e a combattere l’austerity”.

Francesco Spataro. Siamo felici, visto il successo che sta avendo il vostro film nelle sale nazionali, di avere a disposizione un po’ del vostro tempo prezioso, per una chiacchierata sulla vostra opera prima prodotta collettivamente... Voi due avete infatti già lavorato insieme, dirigendo uno strano intreccio di storie ambientate alle pendici dell’ Etna, “All’ ombra del gigante”, mentre tu Federico hai già diretto diversi anni fa un interessantissimo documentario sulla lotta armata in Italia dal titolo “Fuori fuoco”... Da quale riflessione parte l’idea di PIIGS? Come siete riusciti a trovare i fondi per finanziare la vostra opera, visto che il tema del film è proprio le politiche di austerity dell’Unione Europea?

FEDERICO: Parte dalla rabbia, dallo studio che ne consegue (che ne dovrebbe conseguire, spesso la rabbia e l’indignazione sono sufficienti a se stesse purtroppo), e dalla voglia di condividere col mondo quello che ci sembrava di aver capito. Nel dettaglio, tutto parte dalla lettura de “Il più grande crimine”, un saggio di Paolo Barnard di diversi anni fa, che ribaltava l’analisi delle politiche economiche dominanti come in un romanzo di Philip K. Dick. Ma lo faceva con l’autorevolezza di fonti inattaccabili.

Qualcuno specula sul fatto che, per fare uscire nelle sale il vostro film, avete scelto un momento in cui la critica al governo transnazionale dell’Unione è molto forte... Certo viene usata molta malizia da parte dei vostri detrattori, ma vedendo il film si capisce che trasmette, soprattutto nella parte narrativa, delle emozioni veramente forti, e che perciò la vostra non è stata una scelta “di tendenza”, ma una vera e propria presa di coscienza. Partendo proprio da qui, pensate che un’ uscita dall’eurozona, che voi indubbiamente prospettate, possa prevedere anche una conseguente “Italexit” e una qualche ridiscussione della presenza dell‘Italia nella NATO, vista anche la dichiarazione di Milton Friedman (consulente economico di Pinochet e padre del neoliberismo e del libero mercato N.d.R.) citata nel film? La citazione è la seguente “Si può tagliare la spesa pubblica in tutti i settori eccetto che in quello della difesa militare”... Ci sono dei movimenti come “Eurostop” che stanno lavorando per la cancellazione dei Trattati e stanno andando in questa direzione...

FEDERICO: “PIIGS” non è una “tendenza del momento” e lo dimostra il fatto che sono cinque anni che lavoriamo al film e più di sette che facciamo ricerche. Su una cosa però possiamo dire di essere in ritardo. Ci siamo accorti troppo tardi che l’analisi delle politiche europee ci veniva offerta rovesciata. Il 2011 era già troppo tardi perché è dal 1992, dalla firma del trattato di Maastricht, che avrebbe dovuto essere evidente che questa eurozona e questa UE non avrebbero funzionato nel senso che ci hanno promesso e cioè portare prosperità e benessere e maggiori diritti al popolo europeo. Vorrei però sottolineare un aspetto importante che riguarda il film, noi e le ragioni per cui lo abbiamo fatto: noi tre non siamo economisti né giornalisti. Siamo registi, seppur con istanze etiche molto precise e una precisa idea (inevitabilmente politica) di mondo. Ma il film è completamente a-partitico perché riteniamo che sia l’unico modo per parlare a tutti, “nemici” compresi.

Per quanto riguarda l’altro discorso, le due cose (NATO ed eurozona) non mi paiono legate, seppure qualcuno le lega nel suo programma politico. Una è una questione di politiche economiche che stanno distruggendo lo stato sociale e impoverendo decine di milioni di persone a vantaggio di pochi, l’altra è questione geopolitica. Importantissima ma frutto di altre riflessioni.

Lobbisti d’oltreoceano “consigliano” politici europei di rivedere le proprie Costituzioni, in favore del libero mercato... Quanto si lede invece la sovranità di un Paese in questo caso? E perché una certa sinistra ha paura di questa parola?

MIRKO: La forma di sovranità che ci sta più a cuore è quella popolare. Il principio di sovranità popolare è stato più volte messo in discussione negli ultimi anni. E’ strettamente legato al suffragio universale e quindi alla democrazia. E questa, sia nel caso della Brexit che nel referendum in Grecia, ha subìto un vero colpo. Il nostro obiettivo è, e il film stesso mira a questo, ridare dignità alle persone e rimettere al centro del sistema economico-politico il cittadino. Ci piacerebbe che il film arrivasse a più persone possibile, in modo da dar loro quelle informazioni e quegli strumenti per capire meglio la realtà che viviamo, e iniziare cosi a ragionare su un modello di società diverso e alternativo da quello che ci è stato imposto.

Alla fine del film, sui titoli di coda, avete inserito una vecchia, per così dire, “lezioncina” di Giuliano Amato, da voi definito “architetto dell’attuale Unione Europea”... Una sorta di “istruzioni per l’uso”... Ci sembra quindi di capire che questo progetto sia venuto da molto lontano... Quanto, secondo la vostra opinione?

ADRIANO: Si tratta di dichiarazioni rilasciate nel 2012 all’interno di una trasmissione dal titolo “Lezioni dalla crisi”, in onda sulla RAI e condotta dallo stesso Amato. Quello che più ci ha sconvolto è che dichiarazioni di tale portata erano fruibili da chiunque e su una rete pubblica, e che nonostante ciò, tutto sia passato in sordina.

Il film intreccia interventi di autorevoli opinionisti ed economisti come Federico Rampini, Vladimiro Giacchè e l’ex-ministro greco Yanis Varoufakis, con quelli a personalità del mondo intellettuale, come Noam Chomski ed Erri De Luca. Proprio di quest’ultimo ci ha colpito una frase... ”lo dovete sapere voi che periodo storico state vivendo, se non lo sapete voi... Voi siete diventati pochi, quindi insignificanti, siete una generazione di minoranza, io ho fatto parte di una generazione di maggioranza, la generazione del dopoguerra, quando ancora si facevano i figli...” Una vostra personale riflessione, visto che proprio in questa intervista si stanno incontrando due generazioni... e che in questo momento molti giovani sembra non riescano ad organizzarsi, solo perché credono che su tutto questo aleggi un’immanenza di fondo che finisce per scoraggiarli...

ADRIANO: I media cosiddetti mainstream hanno delle enormi responsabilità; da decenni e con troppa disinvoltura hanno fatto da megafono al pensiero unico dominante, il pensiero neoliberista. Purtroppo grazie a questa massiccia “propaganda” sono riusciti a far credere che davvero il neoliberismo fosse l’unico modello sociale possibile, un modello che tende a distruggere la presenza dello Stato, eliminare le protezioni sociali favorendo il mercato selvaggio e l’individualismo più feroce. Credo che questa convinzione diffusa, abbia contribuito a fare in modo che accettassimo troppo passivamente la distruzione progressiva di tutti quei diritti fondamentali conquistati in anni di lotte.

La parte narrativa del film racconta la storia della drammatica crisi di una cooperativa per disabili che, per mancanza di fondi, causata dagli obblighi contenuti nei Trattati Europei, rischia di chiudere. Si nota che a mancare, in questa fase, è proprio lo Stato, quello che venne denominato “welfare state”, lo Stato sociale. Nel film qualcuno nota che la gente, ora, è così male informata dai media mainstream, che non sa neanche più a cosa ci si riferisce, quando se ne parla... Friedman affermava che “quando lo Stato cerca di sostituirsi alle scelte delle persone libere, i risultati sono spesso disastrosi”, e sentenziava che “le popolazioni tendono a fare meglio nelle società capitalistiche”... Dovremmo rivedere una qualsivoglia “forma stato”, o semplicemente ribellarci e combattere questo moloch?

FEDERICO: Conosco questi ragionamenti per averli ascoltati da centinaia di persone, anche in buona fede. In nome di una presunta “libertà” di azione imprenditoriale si presume che l’attività privata sia più giusta e legittima. Ma l’intervento dello Stato nell’economia è a favore del cosiddetto settore privato, cioè i cittadini, le famiglie e le aziende private, oltre che dei lavoratori del settore pubblico e della cosa pubblica nella sua interezza. Quando anche i piccoli e medi imprenditori capiranno questo, forse si muoverà una fogliolina.

Grazie ragazzi, per aver accettato il nostro invito, e soprattutto per la vostra opera prima, e arrivederci alla prossima produzione.

Fonte

02/12/2016

Der Spiegel: 118 milioni di cittadini europei minacciati dalla povertà

Mentre gran parte della stampa nazionale fa di tutto per gonfiare in maniera propagandistica qualsiasi dato possa far gridare alla “ripresa”, lo Spiegel commenta uno sconcertante studio sul crescente rischio di povertà in Europa. Secondo la ricerca del “Social Justice Index”, la crescita degli impieghi a basso salario è alla base di questa inquietante statistica, con particolare rilievo per i paesi dell’Europa del Sud.

Der Spiegel, 14 novembre 2016

È in costante crescita il numero di cittadini europei che, nonostante abbiano un impiego a tempo pieno, sono a rischio povertà. Queste sono le conclusioni di un recente studio del “Social Justice Index 2016”, finanziato dalla Fondazione Bertelsmann. Lo scorso anno questa percentuale è salita al 7,8 per cento. Ciò significa che milioni di persone nell’UE sono sottoposte a un reale rischio di povertà, pur potendo contare su un’occupazione a tempo pieno. Tre anni fa questa percentuale era del 7,2 per cento.

Anche se alcuni paesi dell’UE stanno mostrando una lenta ripresa rispetto alle conseguenze della crisi economica e finanziaria, lo stesso non si può dire dell’impatto che i mutamenti del mercato del lavoro hanno avuto sulla vita delle persone. Sulla base di 35 criteri, i ricercatori di “Social Justice Index” analizzano ogni anno sei aree di studio, tra cui povertà, istruzione, occupazione, salute e giustizia intergenerazionale.

Secondo il documento, un cittadino europeo su quattro è alle soglie della povertà o a rischio di una qualche forma di esclusione sociale: in totale si parla di oltre 118 milioni di persone. Per i ricercatori le ragioni vanno ricercate in particolare nella crescita dei settori a basso salario.

L’aumento dei cosiddetti “lavoratori poveri”, ovvero delle persone con un’occupazione ma a rischio di povertà, preoccupa moltissimo gli autori della ricerca. “Una crescente percentuale di persone alle quali non basta un lavoro per vivere è qualcosa che mina l’intera legittimità del nostro ordine economico e sociale”, ha detto il Presidente della Fondazione, Aart De Geus.

Non è solo la povertà a essere identificata come una delle problematiche fondamentali in Germania, da parte degli autori, ma anche la scarsa permeabilità sociale prodotta dal sistema educativo. Il numero di persone che sono occupate a tempo pieno ma sulla soglia della povertà in Germania è aumentato dal 5,1% del 2009 al 7,1% del 2015. Questo pone la Germania al settimo posto in Europa, nonostante la Repubblica Federale sia la più grande potenza economica del vecchio continente. Il primo posto è occupato dalla Svezia, mentre il fanalino di coda resta la Grecia.

In particolare nell’Europa meridionale sono i giovani a rischiare di essere lasciati indietro. In UE il 27% dei minori (sotto i 18 anni) sono a rischio di povertà o esclusione sociale. In Grecia, Italia, Spagna e Portogallo addirittura un bambino su tre è a rischio di povertà.

Fonte

20/12/2015

Torino. Altro che invasione, da qui si emigra!

Il Rapporto Italiani nel Mondo, realizzato dalla Fondazione Migrantes e ripreso ieri (16 dicembre ndr) da la Stampa, fornisce dati concreti alla situazione che avvertiamo sulla pelle nostra e delle migliaia di giovani che, di fronte alla impossibilità di ottenere in Italia un lavoro decente, pagato dignitosamente, non precario, spesso sono costretti a emigrare all'estero.

Sono 3589 le persone emigrate da Torino nel 2014, quasi 7500 nell'intero Piemonte, la maggior parte delle quali tra i 18 e i 49 anni, spesso e volentieri con un titolo di studio medio-alto. Il rapporto sottolinea come accanto a giovani che 'ce la fanno', ce ne siano molti dalle aspettative e speranze tradite, costretti a svolgere mansioni dequalificate e sottopagate.

Un altro dato ci pare significativo: le mete più popolari sono Germania, Regno Unito, Francia (oltre alla Svizzera dei molti transfrontalieri). Non è un caso che si tratti di paesi del Centro dell'Unione Europea, anzi è coerente con la costruzione decennale di un'Europa a due velocità: una periferia mediterranea in via di deindustrializzazione, vessata da austerità, disoccupazione altissima e tagli sistematici al sistema pubblico in generale, e al mondo dell'istruzione in particolare; e un'Europa del Centro-Nord, che di fatto attrae a sé dalla periferia proprio quel "capitale umano" (espressione bruttissima ma ormai di uso comune nell'economia mainstream) che sarebbe fondamentale per una ripresa economica significativa. Da una parte infatti questo Centro Europa si avvantaggia della manodopera mediterranea relativamente a basso costo per svolgere lavori sotto-qualificati, e dall'altro attrae però anche le persone più qualificate che in patria non trovano spazio lavorativo o possibilità di proseguire gli studi in maniera soddisfacente (un "furto di cervelli", più che una fuga..). Un processo distruttivo per le classi lavoratrici e popolari di questi paesi, e in particolar modo chiaramente per i giovani.

Come campagna Noi Restiamo, crediamo quindi che sia fondamentale contrastare questa dinamica sempre più perversa e preoccupante, rivendicando la necessità di contrastare la disoccupazione di massa (quasi al 50% per i giovani in Piemonte) e pretendendo contemporaneamente un'istruzione di qualità che non costringa gli studenti più motivati o i ricercatori più brillanti a scappare oltralpe.

Siamo inoltre convinti che queste rivendicazioni passino necessariamente attraverso una radicale opposizione all'Unione Europea, principale responsabile della ristrutturazione (in senso peggiorativo) dell'economia italiana, e al PD, che ne esegue servilmente e fedelmente le richieste.

Fonte

15/10/2015

L'Ue boccia la finanziaria di Madrid. Per mandare un avvertimento a Renzi

Dopo un primo parziale ‘sì’ arrivato la settimana scorsa da Berlino, all’inizio di questa la Commissione Europea ha invece pubblicato la sua ‘opinione’ sulla legge di bilancio spagnola per il 2016 che di fatto suona come una bocciatura.

Il governo dell’Ue giudica infatti la bozza di Finanziaria redatta dal governo di destra di Madrid “a rischio di non rispetto del Patto di Stabilità e Crescita” imposto a tutti (o meglio, a quasi tutti) i membri dell’Unione.

Tanto per ribadire a Madrid e agli alti Pigs chi comanda, nel corso di una conferenza stampa convocata a Bruxelles il vice presidente dell’esecutivo comunitario, il baltico Valdis Dombrovskis, ha tuonato: «La Commissione europea chiede al governo spagnolo di eseguire rigorosamente il bilancio del 2015 e di assicurare il pieno rispetto del bilancio 2016 con il Patto di Stabilità e di Crescita. In questa ottica chiediamo alle autorità nazionali spagnole di inviarci al più presto, una volta insediatosi il nuovo governo, una versione aggiornata della loro Finanziaria».

Insomma la legge di bilancio spagnola non va, e va riscritta al più presto appesantendone l’impatto su una popolazione già stremata da anni di sacrifici a senso unico, tagli, privatizzazioni, licenziamenti, decurtazioni salariali e pensionistiche.

Il problema è che il Partito Popolare e il premier Mariano Rajoy, già reduci da una sfilza di sconfitte elettorali inanellate in tutte le recenti tornate elettorali – dalle municipali alle amministrative alle regionali catalane – vorrebbe per una volta essere di manica un po’ più larga. Non certo sulla base di una rinuncia all’austerità e al rigorismo classista che hanno da sempre contraddistinto le sue politiche economiche, ovviamente. Semplicemente perché il 20 dicembre prossimo si vota per il rinnovo delle Cortes, il Parlamento statale, e il PP vorrebbe evitare di essere impallinato dagli elettori più di quanto non sia già allo stato prevedibile a causa delle nefandezze pregresse compiute dalla destra postfranchista.

Frau Merkel – compagna di merende di Rajoy nella grande famiglia popolare europea – aveva almeno in parte compreso le urgenti necessità del compare spagnolo, prevedendo almeno per quest’anno un parziale allentamento di alcuni dei parametri imposti dalla troika ai cugini poveri del Mediterraneo. Che tanto qualsiasi governo gestirà la Spagna nei prossimi anni, a meno di non voler operare una rottura con l’Unione Europea e l’Eurozona, dovrà sottostare alle imposizioni del pareggio di bilancio e del patto di stabilità inserite in costituzione.

Ma i grigi euro-burocrati di Bruxelles non prevedono deroghe alla spietata legge dell’integrazione continentale e hanno quindi imposto a Madrid di correggere “gli errori” quanto prima. In particolare il governo dell’Ue ha detto quindi di considerare insufficiente lo sforzo di risanamento del bilancio spagnolo. Madrid prevede infatti per il 2015 un deficit del 4,2% del Pil quest’anno e del 2,8% l’anno prossimo, ma la Commissione non crede alle promesse di Rajoy e ritiene più probabile che in realtà Madrid chiuda rispettivamente al 4,5 e al 3,5%, sforando di molto il tetto/dogma del 3% sia quest’anno che il prossimo.

Ma nella decisione di bocciare la Finanziaria spagnola non c’è solo un accanimento dell’euroburocrazia nei confronti della già martirizzata popolazione spagnola. In realtà la scelta, sulla quale è intervenuto direttamente dopo una “lunga riflessione” il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, sembra dettata dalla volontà di mandare un esplicito avvertimento al governo italiano. Insomma il ‘no’ a Madrid è indirizzato anche – e forse soprattutto – a Roma, dove Matteo Renzi continua a declamare che come scrivere la finanziaria e dove tagliare le tasse lo decide lui. Il governo Renzi, al netto delle roboanti dichiarazioni del novello Berlusconi, insiste nella richiesta di poter godere di una certa dose di flessibilità nel giudizio sull’andamento dei conti pubblici, vantando i propri sforzi e i propri presunti successi nel risanamento dell’economia e chiedendo quindi mano libera nella scelta di nuovi investimenti strutturali.

Certo, la Spagna – come la Francia – ormai da tempo è sottoposta a un regime speciale di controllo (leggasi commissariamento) da parte dell’Unione Europea in virtù del continuo sforamento del limite del 3% di deficit sul Pil, mentre la situazione italiane è meno grave dal punto di vista dei parametri dettati dalla Commissione Europea. Ma allungare il guinzaglio a Roma potrebbe avere ripercussioni anche sull’atteggiamento della Francia, oltre che dei paesi mediterranei finora tenuti alla catena, e a Bruxelles non ne vogliono proprio sapere. Oltretutto a Madrid pare che l'effetto Podemos si stia esaurendo, in parte perché la lista civetta di Ciudadanos ("destra anticasta"!?) sta recuperando buona parte dei voti in fuga dai partiti liberisti tradizionali senza quindi mettere in discussione stabilità e governabilità, dall'altra perché il movimento di Iglesias sta perdendo progressivamente quota e autorevolezza quale alternativa radicale e credibile, e secondo i sondaggi potrebbe piazzarsi solo in quarta posizione alle elezioni del 20 dicembre.

Perché quindi - avranno pensato a Bruxelles - rinunciare a infierire su quegli scansafatiche degli spagnoli?

Fonte

29/09/2015

Dalla Catalogna un no a Ue, Euro e Nato che parla a tutto il Mediterraneo

Le elezioni regionali catalane hanno segnato un importante risultato. Intanto, nonostante una martellante campagna intimidatoria nei confronti delle forze indipendentiste portata avanti dal mondo finanziario, dai poteri forti interni e addirittura da alcuni leader politici internazionali – Merkel, Cameron, Obama, Sarkozy – i movimenti che si battono per l’autodeterminazione della Catalogna hanno ottenuto un risultato che sfiora la maggioranza assoluta dei voti e ottiene quella assoluta dei seggi.

E ciò nonostante uno storico tasso di affluenza alle urne che ha favorito indubbiamente i partiti nazionalisti spagnoli grazie alla “mobilitazione straordinaria” di parte dell’elettorato conservatore e unionista tradizionalmente meno attivo.

L’altro risultato importante delle elezioni regionali catalane di ieri è stata la grande affermazione della Candidatura d’Unità Popolare, la Cup. All’interno di un panorama politico che, al di là del diverso giudizio sull’indipendenza, sostiene trasversalmente i diktat dell’Unione Europea e le politiche neoliberiste e di austerità, o comunque si limita anche a sinistra a critiche relative e a proposte di aggiustamento e di impossibile miglioramento, l’affermazione straordinaria della Cup – 8.2% dei voti e 10 seggi – dimostra che è possibile, per una forza che mette apertamente in discussione i dogmi del capitalismo e la permanenza all’interno dell’Eurozona e della Nato, conquistare radicamento sociale e credibilità di massa.

Esattamente il contrario di quanto hanno fatto in questi ultimi anni diversi partiti della sinistra radicale europea che hanno visto i propri slogan e propositi infrangersi contro il muro del dogma della permanenza all’interno dell’Unione Europea, dei suoi apparati coercitivi, dei suoi meccanismi autoritari.

L’affermazione di una coalizione politica autenticamente anticapitalista come la Cup, che non teme di pronunciarsi apertamente per la rottura dell’Unione Europea e per l’inizio di una campagna di disobbedienza di massa rispetto alle imposizioni di Madrid e di Bruxelles, non può che essere salutata come una buona notizia e come un segnale che va raccolto e rilanciato anche negli altri paesi, in particolare in quelli maggiormente stretti nella morsa del processo di integrazione imperialista del continente.

L’ottimo risultato conseguito dalla sinistra anticapitalista catalana è il frutto di una coerente e intelligente campagna che assieme alla questione nazionale pone come centrale anche quella sociale, in una concezione all’interno della quale non ci può essere liberazione dall’oppressione nazionale senza una contemporanea liberazione dallo sfruttamento capitalistico. Una forza anticapitalista, per intendersi, che non lotta per creare un nuovo stato qualunque esso sia, ma che concepisce la rottura degli assetti istituzionali come aspetto, tappa e volano per una altrettanto necessaria rottura del sistema economico e delle relazioni sociali vigenti.

Molti dei voti che hanno permesso l’exploit della Cup arrivano da ex elettori di partiti come Erc – repubblicano ma socialdemocratico ed europeista – o come la sezione locale della Sinistra Unita o dagli eco-socialisti di ICV, incapaci di indicare ai settori popolari una prospettiva chiara di lotta e di trasformazione, tanto sulla questione nazionale quanto rispetto alla rottura della gabbia dell’Unione Europea. La stessa ambiguità che in Catalogna ha fortemente penalizzato Podemos, movimento le cui precedenti caratteristiche antisistema sembrano affievolirsi man mano che passa il tempo e che la sua direzione sceglie di spuntare alcune delle storiche rivendicazioni di rottura.

Che nel campo indipendentista diventi centrale e determinante una forza politica antagonista come quella incarnata dalla Cup è positivo anche per l’opera di demistificazione che questa coalizione compie nei confronti della strumentalizzazione della rivendicazione indipendentista operata dall’ex governatore. Artur Mas, infatti, è responsabile di politiche rigoriste e autoritarie non dissimili da quelle applicate in tutto lo stato dalla destra spagnolista sotto dettatura della Troika. Il comune intento di creare un nuovo stato repubblicano catalano non può nascondere le evidenti differenze ideologiche e di programma tra forze che rappresentano gli interessi di settori sociali distanti quando non opposti.

Il drammatico impatto sociale delle politiche imposte ai singoli stati dall’Unione Europea dopo il manifestarsi della più grave crisi del capitalismo nell’ultimo secolo ha scatenato in Catalogna una vasta e crescente mobilitazione indipendentista, in un contesto in cui alle rivendicazioni di carattere sociale si sono sovrapposte quelle nazionali.

Bene fa la Cup a tentare di contendere ai settori sovranisti della borghesia catalana – che intendono l’indipendenza da Madrid esclusivamente come una leva per gestire al meglio i propri interessi – l’egemonia all’interno del vasto fronte che lotta per l’autodeterminazione, contestando i tagli, le privatizzazioni, la repressione dei movimenti sociali e mettendo in discussione, come già detto, Ue e Nato.

Se il flop di Podemos può essere considerato un segnale estendibile anche allo scenario politico statale in vista delle elezioni legislative spagnole di fine anno, nel campo unionista il boom sperimentato da Ciutadanos indica che il sistema politico sul quale si è basato il paese a partire dalla morte di Franco e dall’autoriforma del franchismo sembra trovare un nuovo punto di equilibrio che movimenti populisti come Podemos non sono in grado di mettere in discussione. Se è vero infatti che il Partito Popolare crolla e che i socialisti perdono molta del proprio consenso – anche se rimangono una forza politica tra le principali – è vero anche che molti dei voti in fuga dai due partiti dell’establishment vengono attratti da una formazione come Ciutadanos, anch’essa di natura populista e schierata a destra su posizioni centraliste e liberiste nonostante l’utilizzo di un messaggio “anticasta”. Il vecchio regime bipartitico fondato sull’alternanza tra PP e PSOE sembra puntare, per sopravvivere, a trasformarsi in tripartitico, mantenendo così intatta la propria natura autoritaria e antipopolare. Se non saprà uscire dalle ambiguità che contraddistinguono la propria linea Podemos rischia seriamente di seguire la parabola che ha già consumato Syriza e di diventare la quarta gamba di un sistema politico-istituzionale spagnolo inamovibile quanto oppressivo.

Rete dei Comunisti - 28 settembre 2015

*****

Sulla situazione in Catalogna segnaliamo:

Catalogna: al voto con la pistola puntata alla tempia

Banche, imprese, Ue e Liga: tutti contro la Catalogna indipendente

Catalogna. “Rompere con Madrid, l’Ue e l’Euro, non pagare il debito”: la Cup detta la linea

Eurostop in marcia, anche in Catalogna

Fonte

03/07/2015

Grecia - Se vince il No, se vince il Si

Il referendum di domenica in Grecia è un fatto politico di prima grandezza. I suoi risultati lo saranno ancora di più nel delineare i tempi e i modi di un possibile cambiamento politico nello scenario europeo.

In primo luogo ci auguriamo e ci dovremo adoperare affinché prevalga il NO. Questo non è in discussione. Il segnale che ne verrebbe, al di là delle intenzioni dei suoi promotori – il governo di Syriza in Grecia – sarebbe quello di una rottura oggettiva e soggettiva del modello “diktatoriale” imposto da Bce, Ue, Fmi alla Grecia e ai paesi più deboli dell'Unione Europea. Sarebbe inevitabile e auspicabile che questo NO si diffonda come un virus, finalmente positivo, negli altri paesi europei alle prese con i vincoli dell'Eurozona e con le dolorose misure di austerità imposte alle loro popolazioni. L'isteria, l'arroganza e la violenza con cui le classi dominanti, i loro apparati ideologici e materiali (inclusa la Nato) stanno reagendo contro questa possibilità, conferma la loro “grande paura”.

Non solo. La vittoria del NO in Grecia, nonostante che Tsipras annunci una sua finalità tesa a riaprire un negoziato con Ue e Fmi su basi “più avanzate”, creerebbe tutte le condizioni per una rottura profonda dell'apparato di dominio costruito dalla Unione Europea e dall'Eurozona. Una rottura questa che inevitabilmente porrebbe, già da lunedì, l'esigenza obiettiva di costruire una nuova area di integrazione regionale, una nuova forma monetaria e relazioni economiche diverse dallo scambio disuguale imposto dal nucleo duro europeo ai paesi della periferia. Il ripudio del debito, la nazionalizzazione delle banche e delle aziende strategiche, nuove relazioni commerciali e nuovo regime di esportazioni e importazioni, sarebbero passaggi difficilmente eludibili per dare un futuro alla popolazione greca a seguito di una rottura a cui paradossalmente sembra lavorare più la Troika che il governo greco antiausterity.

Ma nel referendum in Grecia di domenica può vincere anche il SI. Una popolazione già martirizzata da sei anni di feroci misure antipopolari e sottoposta a ricatti, pressioni fortissime e al terrorismo psicologico da parte dell'apparato politico, economico, mediatico della governance continentale, un paese che ha vissuto nel passato recente la dittatura militare e che aveva visto nella dimensione europea la possibilità di lasciarsi alle spalle una esperienza dolorosa, potrebbe scegliere di rimanere dentro l'Eurozona e l'Unione Europea perché non vede o teme soluzioni alternative al massacro sociale esistente.

In questo secondo caso, l'euforia delle classi dominanti in Europa e la loro arroganza verso la Grecia e gli altri paesi deboli (Spagna, Portogallo, Irlanda ma anche Italia) saliranno di tono e cercheranno di decretare che questo è l'unico orizzonte possibile e l'unico spazio praticabile. Nessun negoziato o mediazione sono dunque possibili dentro i vincoli dell'Eurozona e dell'Unione Europea. Ma fino a quando? La vittoria del SI confermerebbe in maniera definitiva che l'Unione Europea/Eurozona ha rivelato il suo vero volto – quello più “cattivo”, esplicitamente antipopolare e antidemocratico – dunque che questi apparati non sono riformabili e che dentro di essi non c'è spazio per rinegoziazioni, modifiche, compromessi da parte dei paesi Piigs e di quelli più deboli. Le uniche modifiche ammesse sono quelle elaborate dal documento redatto dal nucleo franco-tedesco proprio per rafforzare la gerarchizzazione decisionale nell'Unione Europea e nella zona euro.

Ma se questo è vero, la conseguenza è che l'unica prospettiva politica praticabile per dare un futuro alle classi popolari in questi paesi è la rottura, la fuoriuscita dall'euro e dalla Ue, la costruzione di una nuova, diversa e alternativa area regionale con criteri completamente diversi.

In entrambi i casi, sia che vinca il NO sia che vinca il SI, per la sinistra europea – Tsipras incluso – è la fine di ogni illusione di poter continuare a perseguire l'idea di un'altra Europa dentro l'Unione Europea esistente. Nel primo caso perché la rottura sarebbe nell'ordine delle cose e delle necessità, nel secondo perché rappresenta l'unica strategia politica possibile. Perchè non c'è cambiamento senza rottura e perchè non c'è rottura senza una prospettiva di cambiamento radicale dell'ordine esistente. Quella di domenica in Grecia è una partita importantissima, quelle decisive cominceranno immediatamente dopo. E niente sarà più come prima.

Fonte

22/05/2015

La "visione" dei Pigs per uscire dall'Unione Europea e dall'euro

Morire per Bruxelles o indicare ai lavoratori, ai settori popolari colpiti dalla crisi, ai paesi saccheggiati dai diktat della Torjka, una alternativa? Di questo si discuterà sabato 23 maggio a Napoli (all'Asilo Filangeri) dove la Rete dei Comunisti ha convocato il secondo Forum Euromediterraneo (un primo si era tenuto a Roma nel novembre 2013) per discutere insieme a compagni spagnoli e greci la proposta di un'area euromediterranea alternativa e in rottura con l'Unione Europea e l'Eurozona.

Questa ipotesi ha cominciato a muovere i primi passi nel 2011, prima attraverso un libro ponderoso - "Il risveglio dei maiali" - curato da tre economisti marxisti (Arriola, Vasapollo, Martufi) tradotto successivamente in altri paesi e che individuava la necessità e la possibilità di una rottura dell'Unione Europea nei suoi "anelli deboli", i paesi Pigs innanzitutto. Ma tra una buona idea e la sua maturazione non esiste sempre simultaneità. Ci sono voluti tre anni affinché la proposta della rottura con la Ue e l'Eurozona e il progetto di un'area alternativa euromediterranea, incontrasse crescente interesse politico, soprattutto nei paesi Pigs europei, Grecia e Spagna in modo particolare. Il forum euromediterraneo di Napoli vede infatti ben rappresentati questi paesi. Al momento hanno confermato la loro partecipazione Alvaro Aguilera (Pce, Spagna); Joaquim Arriola (economista dell'università del Pais Vasco); Joan Canelo (Cup-Catalogna); Ramon Franquesa (Frente Civico-Somos Mayoria, Spagna), Pedro Montes (Socialismo XXI, Spagna), Joan Tafalla (Espai Marx, Barcellona), Leonidas Vatikiotis (Antarsya, Grecia). Mancherà invece Dimitri Belantis (che ha inviato il suo intervento scritto) perchè Syriza ha convocato un comitato centrale urgente per affrontare l'ennesimo passaggio sensibile del suo braccio di ferro con le autorità dell'Unione Europea. Interessante anche il contributo degli interventi italiani: dagli economisti Emiliano Brancaccio ed Ernesto Screpanti - oltre ovviamente Luciano Vasapollo - ad attivisti politici come Giorgio Cremaschi e Franco Russo. Infine i contributi dei compagni della Rete dei Comunisti che hanno promosso il forum.

E proprio dall'elaborazione ormai ventennale della Rete dei Comunisti sulla natura dell'Unione Europea, derivano le valutazioni che in questi anni hanno "smosso" un dibattito politico e teorico spesso stagnante ma anche gli appiattimenti dell'antagonismo di classe sulla visione riformista di una Unione Europea "riformabile" dall'interno. "A pochi decenni dalla sua costituzione l’Unione Europea viaggia a tappe forzate verso la costituzione di un polo imperialista in competizione con altri soggetti imperialisti presenti a livello globale e altre potenze che si contendono il pianeta" scrive nel documento di convocazione la Rete dei Comunisti. "Nonostante ritardi e contraddizioni l’Unione Europea svolge già un suo ruolo egemonico aggressivo sia all’interno che all’esterno dei propri confini per imporre gli interessi delle sue classi dominanti ai concorrenti, per impossessarsi delle risorse, per aumentare il suo peso politico e militare". Un giudizio di merito sul carattere compiutamente imperialista dell'Unione Europea dunque, e cioè del grado di sviluppo raggiunto dal capitalismo europeo e dell'apparato che le classi dominanti europee hanno costruito per poter affermare la loro egemonia sia sulle classi subalterne che sui paesi più deboli, all'interno e all'esterno del perimetro dell'Unione. Il via libero all'intervento militare europeo in Libia e la partecipazione attiva della Ue ai "regime change" in tutta l'Africa per insediare governi subordinati agli accordi Epa, per esempio, ne sono la conferma anche sul piano politico/militare e non solo economico. Un imperialismo europeo che porta alla guerra mettendo definitivamente in soffitta quel "soft power" che molti - un po' ingenuamente - per troppo tempo hanno ritenuto diverso e alternativo all'hard power statunitense.

"Per attrezzarsi a questo sconto negli ultimi anni l’UE ha realizzato un processo di gerarchizzazione - creando un centro dominante e una periferia subalterna - e una vera e propria guerra interna contro i lavoratori e le altri classi sociali colpite da una gestione liberista e autoritaria della crisi economica. L’UE ha sfruttato il ricatto del debito per trasformare i paesi del Mediterraneo e i Pigs - Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna - in una ‘periferia interna’ dalla quale attingere manodopera a basso costo e nella quale vendere prodotti e macchine realizzati nel centro produttivo del continente, sempre più concentrato in Germania e nei suoi paesi satellite" - scrive ancora il documento della RdC - "Di fronte all’irriformabilità di una costruzione che serve gli interessi delle classi dominanti i lavoratori e i settori popolari scelgano una via alternativa a quella inefficace e illusoria finora perseguita dai partiti maggioritari della sinistra nei vari paesi".

Si pone dunque il problema non più e non solo della opposizione all'austerity ma quello di alternative che facciano saltare l'Ue come "gabbia dei popoli" e indichino di nuovo la prospettiva del cambiamento. In tal senso, recita il documento "L’unica soluzione di fronte a questa vera e propria gabbia è costituita dalla rottura dell’Unione Europea e dell’Eurozona, con la costruzione di una nuova alleanza dei paesi e dei popoli dell’area euromediterranea che adotti nuove politiche sociali indipendenti dai diktat della Banca Centrale e dell’asse franco-tedesco, che vari una nuova moneta e che sull’esempio dell’Alba costruita in America Latina dai paesi sottoposti per decenni alla dominazione statunitense costruisca nuove relazioni interne e internazionali basate su giustizia, solidarietà e complementarità".

La parola d’ordine della rottura dell’Unione Europea e della costruzione di un’area alternativa che riunisca i paesi del fronte mediterraneo costituisce uno strumento fondamentale di lotta politica su due fronti.

- Da un lato possiede la capacità di rianimare la battaglia internazionalista per i diritti dei popoli di fronte ai diktat delle oligarchie europee e di quelle che nei diversi paesi impongono i diktat di Bruxelles e di Berlino senza opporre resistenza, oltre che la lotta contro il pericolo di guerra che irresponsabilmente l’establishment europeo alimenta per difendere gli interessi delle classi privilegiate.

- Inoltre la parola d’ordine della rottura progressista dell’Ue può costituire la base programmatica, il collante e l’identità sulla quale basare la costruzione di un movimento popolare di massa che contro i tatticismi e le giravolte elettoraliste dei partiti della sinistra responsabili di anni di fallimenti e sconfitte sia in grado di invertire la tendenza lavorando ad una prospettiva credibile di carattere internazionale per strappare alle destre populiste e ai movimenti neofascisti il monopolio della protesta - sempre parziale e strumentale -l contro il sistema di dominazione rappresentato dall’Ue e dal sistema dell’Euro. Per costruire un blocco politico-sociale indipendente e alternativo a quello dominante occorre lavorare alla formazione di un movimento popolare che dovrà vedere il protagonismo dei settori popolari, dei lavoratori, dei giovani, ma che dovrà necessariamente allargarsi a settori delle classi medie colpite frontalmente da un processo di concentrazione del potere e delle ricchezze che ha investito le società dei nostri paesi nel loro complesso".

Di questo si discuterà sabato 23 maggio a Napoli. Obiettivamente è un appuntamento da non perdere.

Fonte

03/04/2015

Il polo imperialista europeo porta i Pigs in una trappola

Nel forum del 7 marzo a Bologna dedicato a “Il piano inclinato degli imperialismi”, Luciano Vasapollo ha sviluppato un'ampia relazione – corroborata da numerose schede e slide – nel quale ha ricostruito le tappe e i nodi irrisolti della crisi dell'accumulazione capitalista. Particolare attenzione è stata dedicata a come questa crisi abbia investito l'Europa mettendo in moto l'edificazione dell'Unione Europea e dunque la costruzione di un polo imperialista europeo da gettare nella competizione globale. Un'ampia parte della relazione è stata ovviamente dedicata all'alternativa da mettere in campo rispetto al progetto imperialista di integrazione economica e monetaria realizzata con l'Unione Europea, una tesi questa – quella dell'Alba euromediterranea – ampiamente sviluppato nel libro “Il risveglio dei maiali” ormai tradotto in diverse lingue e oggetto in discussione in tutti i paesi Pigs. Pubblichiamo uno stralcio della relazione di Luciano Vasapollo al forum promosso dalla Rete dei Comunisti a Bologna, ricordando che il testo integrale verrà pubblicato sulla rivista Contropiano in uscita per metà aprile.

*****

Dalla relazione di Luciano Vasapollo:

(….) Sempre attraverso i dati OCSE possiamo ragionare su quanto accaduto nel nuovo secolo, in questi ultimi 15 anni. Analizzando la produzione mondiale notiamo che la piccola e relativa crescita ha provocato una moltiplicazione del debito complessivo pertanto è stata finanziata non dal profitto reinvestito ma dal debito. Utilizzando dati ufficiali, ovvero “mondo sviluppato” e “in via di sviluppo” vediamo la relazione di questa crescita con l’indebitamento pubblico:

- nei paesi a capitalismo maturo il rapporto è stato circa 1 a 2, la crescita è stata finanziata con un livello quasi doppio di aumento del debito pubblico;

- nelle regioni emergenti la crescita, ha fatto si che il livello di debito aumentasse solo di un terzo di quel valore espresso dalla crescita appunto.

Si evince che la necessità di finanziare la crescita con il debito pubblico appartiene ai più ricchi che dovrebbero mettere a produzione la ricchezza realizzata, invece non riescono e si indebitano accelerando la crisi. Nei 7 anni prima della crisi dei subprime (dal 2000 al 2007, come data simbolica della crisi immobiliare) gli USA crescono di 4,2 miliardi di dollari e il debito di 4,8 mentre nell’Eurozona c’è una crescita di 6,1 miliardi di dollari ed è finanziata per 3,9 di debito. Mentre gli USA utilizzano un modello importatore sorretto attraverso il debito, la locomotiva europea che è la Germania utilizza un modello esportatore, quindi con surplus nella bilancia dei pagamenti.

Nei 7 anni seguenti, dopo la crisi finanziaria dei sub-prime, si verifica un aumento del debito pubblico spaventoso. La crescita degli USA realizza il triplo di quel valore in debito pubblico. L’UE ha addirittura avuto una decrescita complessiva del PIL (il -1%) però a fronte di questa perdita ha accumulato 3,2 miliardi di debito.

È evidente come il debito pubblico non possa essere aumentato perché i lavoratori hanno consumato al di sopra delle proprie possibilità non essendo aumentato il potere di acquisto salariale (blocco dei contratti, inflazione dichiarata e non, precarietà del lavoro, diminuzione della spesa sociale e dei salari indiretti, oltre che di quello differito), ma il debito pubblico finanzia le imprese private attraverso mille forme diverse come la rottamazione, gli incentivi alla produzione, la defiscalizzazione, ecc.

Quanto detto fino ad ora è relativo al debito pubblico, tuttavia è aumentato anche il debito privato delle famiglie. Solo negli USA il debito privato è aumentato di 3 volte quello pubblico, nell’Eurozona di 2 volte. Quindi c’è un problema di indebitamento di massa che non è la causa della crisi finanziaria ma una conseguenza che va ad aggravarla perché in assenza di crescita le politiche di riduzione del salario inducono a una crisi di sottoconsumo (meno potere d’acquisto meno capacità di consumare).

I burocrati del capitale stanno provando a proporre le politiche per ridurre il debito. Raggiungere il 60% del rapporto debito pubblico-PIL nei paesi mediterranei è impossibile perché non c’è crescita, non si genera surplus e anche se ci fosse viene mangiato tutto dagli interessi passivi pagati sui titoli del debito pubblico. La ricetta non può continuare a essere quella di tagliare la spesa sociale ma bisognerebbe essere in grado di aumentare significativamente gli investimenti produttivi, cioè generare lavoro, lavoro buono, a pieni diritti e a pieno salario per rilanciare il potere d’acquisto e rafforzare lo Stato sociale. La terapia invece applicata fin ora ai PIGS (più Irlanda e Cipro) ha portato ad un aumento senza precedenti della disoccupazione, una crisi finanziaria che solo in quest’area ha bruciato 2 milioni di posti di lavoro a tempo pieno a cui va aggiunto l’aumento dei lavori precari. Considerando anche le politiche di aggiustamento degli ultimi due anni per l’assenza di credito alle piccole imprese bisogna aggiungere altri 3 milioni di disoccupati. È un massacro sociale.

Ed è interessante riportare un articolo di ottobre 2014 in cui Joschka Fischer, ex Ministro degli esteri tedesco, critica la politica della Germania e sostiene che al momento il suo paese: “sia attualmente il più grande pericolo per l’Europa. «Se non cadono i tabù tedeschi»… e se non si esce dallo stallo provocato dalla politica dei «piccoli passi», tanto cara ad Angela Merkel e bollata come pragmatismo «pigro» e «difensivo», l’epilogo tragico è certo.
«Bisogna prepararsi seriamente alla fine del progetto europeo» scrive l’ex ministro degli Esteri tedesco nel suo nuovo libro dal titolo eloquente, «Scheitert Europa?» («L’Europa fallisce?») che è anzitutto un durissimo atto di accusa contro la Germania della Cancelliera. L’ex enfant prodige dei Verdi tedeschi, figura chiave dei governi Schroeder, traccia un bilancio amaro della crisi, che ha messo in luce una verità fondamentale sulla moneta unica: era stata progettata «per il bel tempo». L’uragano della bolla immobiliare americana e lo scoppiare della Grande crisi l’hanno colta impreparata. Ma se lo tsunami dei subprime ha preso piede nel Vecchio continente, è anche per l’incapacità di molti politici di capirne la portata. Un anno dopo il crash, il ministro delle Finanze Peer Steinbrueck continuava a parlare di «crisi americana». Senza accorgersi che «i lembi del suo frac stavano già prendendo fuoco», scrive Fischer… E nell’autunno caldo del 2008, Angela Merkel si rese responsabile di una decisione che contribuì secondo l’ex ministro degli Esteri ad accelerare il disastro finanziario: rifiutò una soluzione comune europea sin dall’inizio, inaugurò il triste filone dell’«ognun per sé».

Fischer ritiene inoltre devastante l’austerità «alla tedesca», perché ha imposto ai Paesi del Sud Europa una deflazione interna dei salari e dei prezzi che avrebbe ora bisogno di essere mitigata da una «soluzione comune per tutti i debiti pregressi». Bloccando quest’opzione, Berlino sta condannando il Sud Europa alla «trappola» della spirale dei debiti, cioè a non uscire mai dalla crisi. E il politico accusa il suo Paese di avere la memoria troppo corta, in questo accanimento pedagogico contro i partner meridionali. «Sorprendente», scrive, che la Germania abbia dimenticato la storica Conferenza di Londra in cui l’Europa nel 1952 le abbonò tutti i debiti. Senza quel regalo, «non avremmo riconquistato la credibilità e l’accesso ai mercati», la Germania «non si sarebbe ripresa e non avremmo avuto il miracolo economico»…

All’inizio della crisi, osserva Fischer, l’Europa [è stata investita da un] fiume…in piena…Merkel ha delegato al «governo sostitutivo dell’eurozona», come Fischer chiama la Bce, l’onere del salvataggio. Ma si tratta di una soluzione, alla lunga, destinata a fallire. Né Schmidt, né Kohl, è l’affondo finale di Fischer, avrebbero reagito in modo così «indeciso» e «con lo sguardo rivolto all’indietro» alla crisi come la Cancelliera: avrebbero anzi approfittato dell’impasse per fare un altro passo importante verso l’integrazione europea"

E ancora più sorprendenti sono le parole di Obama il quale parlando “della Repubblica Ellenica, ha sottolineato come sia difficile fare le riforme giuste in un paese in cui il PIL è crollato del 25% in pochi anni, proprio a causa dell'austerità di bilancio imposta ad Atene dagli altri paesi europei e, in particolare, dalla Germania di Angela Merkel.”.

Il caso della Grecia, paese tra i più colpiti dalla crisi economica, ha posto tra gli altri un problema di compatibilità della moneta euro con le varie realtà nazionali. Posto che i paesi europei che hanno adottato l’euro non hanno economie nazionali in alcun modo confrontabili, occorre tener conto che paesi che adottano la stessa moneta non hanno politiche economiche armoniche. A differenza del dollaro l’euro non ha dietro una struttura politica unica; il fatto che tra i paesi dell’Eurozona vi siano disaccordi anche profondi testimonia come l’euro è un progetto comune che però divide e non unisce l’Unione Europea.

L’aggiustamento strutturale voluto è dogmatico, dato che è cosa nota come i tecnici non siano in grado di raggiungere quell’obiettivo, anche perché la risposta è da strutturarsi sempre in funzione delle dinamiche della crisi sistemica e delle politiche della competizione globale tra USA, UE e a loro volta anche finalizzate a rallentare l’espansione di potere e mercato da parte dei BRICS.

L’unica politica alternativa sarebbe quella di modificare la relazione e la composizione dei soggetti economici vincitori e dei perdenti con diverse politiche pubbliche. Ovviamente gli agenti che detengono i titoli del debito pubblico sono i beneficiari degli interessi, per cui non si vuole fare una politica a favore dei PIGS perché ci rimetterebbero questi operatori economici che sono le banche degli Stati Uniti e quelle britanniche (capitalismo anglosassone), oltre al sistema bancario francese e tedesco. Ma il debito pubblico dei paesi mediterranei non è tra le mani esclusive della finanza del Nord Europa dato che le banche degli stessi PIGS detengono il 12% del loro debito.

Il problema è che bisogna passare dall’aggiustamento dell’economia per adattare il debito ad una politica che è l’unica via, ovvero che aggiusta il debito per adeguarlo alle necessità della politica all’economica. Se il debito non può essere pagato non si deve pagare perché altrimenti si provoca una capitalizzazione dell’interesse dalla quale non si può uscire. Sono provvedimenti che realizzano la sottomissione dell’economia al comando della politica già applicate in Argentina nel 2001 o in Ecuador qualche anno fa, ad esempio quest’ultimo non ha restituito agli organismi finanziari il debito illegittimo.

Rifiutare il debito è una decisione che può avere vari gradi di applicazione (rifiuto parziale, rifiuto con rinegoziazione della somma e delle condizioni, ecc.). Però la priorità politica non può essere liquidare il debito, quando ciò significa far aumentare la disoccupazione e aggravare l’impoverimento dei lavoratori. Quando la speculazione ha raggiunto un volume che supera tutte le possibilità di crescita della produttività, di sostenibilità di sfruttamento delle risorse naturali, e di sviluppo delle forze produttive, l'unica alternativa alla svalorizzazione (distruzione) massiccia di capitale è demercantilizzare il denaro.

Non si tratta di dare nuove funzioni a una Banca Centrale, ma di nazionalizzare il sistema finanziario, cominciando dai suoi agenti principali , trasformando il capitale monetario in denaro pubblico, in bene comune, destinandolo alla produzione sulla base di una pianificazione democratica dell'attività produttiva, (qualcosa di simile a ciò che nel secolo scorso chiamavano “socialismo”).

Si pone infine il tema anch’esso operativo ma che pone da subito l’orizzonte strategico della rottura, dell’”abbandono” delle aree capitaliste come l’Europolo su basi di praticabilità immediata.

L’euro è servito per rinforzare i padroni esportatori dei paesi centrali dell’Europolo, cioè il polo imperialista europeo, e per indebolire la posizione commerciale e subordinare la dinamica di accumulazione nei paesi periferici del Mediterraneo alla divisione internazionale del lavoro imposta dai paesi centrali.

Non si tratta di risolvere soltanto con le minacce di fallimento, il volume di debito implicato nei PIGS è di un livello tale che può modificare il sistema finanziario internazionale. Non serve solo restringere le attività finanziarie ma evitare assolutamente il potere delle multinazionali rilanciando un piano di socializzazione, nazionalizzazione e statalizzazione dell’economia a partire dal ruolo nazionale della Banca Centrale. Si tratta di fare politiche a maggiore sostenibilità sociale con un forte intervento pubblico in modo che i benefici non vadano al sistema finanziario o al sistema industriale decotto. La Germania spinge più di tutti per mantenere questa situazione, però dovrebbe capire che continuare a colpire il sistema della spesa pubblica può creargli problemi anche interni e non si sa cosa avverrà anche in Nord Europa (…..)

Fonte

28/02/2015

L’Alba Euromediterranea vista dall’America Latina. Se ne discute anche a Cuba

Un modello che produce recessione e crisi ha bisogno di alternative, incluso quel modello europeo ormai in via di liquidazione nella sua versione keynesiana, soppiantato dal dispotismo dell’Unione Europea, dei suoi apparati e dei suoi trattati. La Grecia insegna questo e l’accanimento contro i paesi più deboli – definiti Piigs – mostra che per le aspettative popolari di questi paesi non vi è margine di manovra dentro la Ue. Alternative? Rompere con l’Unione Europea e l’Eurozona, creare una propria area di integrazione economica regionale tra i paesi euromediterranei ed estenderla ai paesi della sponda sud, con una propria moneta sganciata dall’Euro e ragioni di scambio paritarie e solidali. Una alternativa irrealizzabile? Forse, ma credibile. Credibile perché un altro pezzo del mondo lo ha fatto concretamente creando l’Alba (Alleanza Bolivariana delle Americhe), ha stoppato il progetto strategico neoliberale degli Stati Uniti per l’America Latina (l’Afta) e si è dotato di meccanismi propri ed indipendenti dal dollaro Usa. Le tesi fin qui esposte sono state elaborate cinque anni fa da tre studiosi marxisti, Luciano Vasapollo, Rita Martufi e Joaquim Arriola in un libro - “Il risveglio dei maiali” - suscitando interesse e polemiche, discussione e ostracismo. Ma negli ultimi anni, confortato dagli sviluppi della realtà più che dalla indolenza politica e intellettuale della sinistra europea, il libro è stato tradotto in spagnolo e in greco ed ha cominciato ad innescare un confronto più serrato, in Italia ovviamente ma anche in Spagna e in Grecia. Ma l'interesse per questa proposta sta crescendo anche in America Latina.

Nei giorni scorsi, il libro è stato presentato a Cuba, alla Fiera del Libro dell’Avana ma anche nella conferenza internazionale annuale dell’Anec, l’associazione degli economisti che ogni anno riunisce centinaia di studiosi (non solo marxisti) all’Avana. Presentando il libro, Luciano Vasapollo, ha affermato che i paesi del Sud dell’Europa hanno la necessità di creare una associazione simile a quella dell'ALBA per combattere il neoliberalismo
In una intervista a Prensa Latina, Vasapollo ha sostenuto che l'ALBA è un modello al quale si possono ispirare Grecia, Italia, Spagna, Portogallo Irlanda che sono i paesi europei più colpiti dalla crisi internazionale.

Secondo Vasapollo la crisi attuale è sistemica e strutturale al modo di produzione capitalista. La soluzione non è cambiare alcuni elementi nel sistema ma cambiarlo totalmente. Ha ricordato che il crollo del debito sovrano dell'Eurozona è stato innescato in Grecia, con un'ondata di panico che ha portato a diktat di disciplina fiscale da parte dei creditori del debito greco, soprattutto le banche tedesche e francesi.

Da qui la totale condanna della posizione della Troika (Banca Centrale Europea, Commissione europea e Fondo monetario internazionale), che vuole imporre ancora tagli e austerità contro la Grecia a scapito degli standard di vita della popolazione precipitati ad un passo dall’emergenza umanitaria.

Intervenendo alla conferenza annuale dell’Anec, Vasapollo, ha sostenuto che la Germania, paese di punta del polo imperialista europeo, in competizione con gli Stati Uniti per l'egemonia economica globale, ha bisogno di esportare i prodotti nei paesi del Mediterraneo meno sviluppati cercando di avere un rapporto di dipendenza. Da qui la necessità per i paesi Piigs dell’Europa di cercare un’altra strada per il loro sviluppo sociale, una sorta di Alba Euromediterranea che apprenda tutto quello che si può e che le diverse condizioni consentono, dall’esperienza dell’Alba in America Latina. Un'ipotesi questa che ha suscitato un grande interesse tra gli economisti cubani e latinoamericani. Il presidente dell’ANEC, Oscar Luis Hung, ha rilevato l'importanza della conoscenza di questo lavoro in Europa. Tre settimane fa ci si era confrontati approfonditamente su questo in Spagna, in diversi incontri a Barcellona e Madrid, mentre segnali di interesse arrivano sempre più spesso dalla Grecia, dove l’ipotesi di rottura con l’Unione Europea e di creazione di una area regionale alternativa sta trovando conferma nei fatti.

Fonte

27/02/2015

L'incrinatura greca


Il vento di Atene è stato imbrigliato dalla fitta e spietata maglia dei trattati dell’Unione Europea. In molti si augurano che venga disperso, molti altri si augurano che in qualche modo continui a soffiare per non far richiudere nuovamente la lastra di ghiaccio sul futuro delle classi subalterne in Grecia e in Europa.

Dopo la vittoria di Syriza alle elezioni, era sembrato possibile che ci fossero interstizi nei quali infilare le aspettative generate dal risultato di una democratica espressione popolare e da una situazione sociale che presenta aspetti di aperta catastrofe umanitaria. Ma l'Unione Europea e i suoi apparati hanno immediatamente esplicitato che il voto popolare non conta, che contano solo la governance e i rigidi parametri stabiliti dai trattati. E non tanto per gli scostamenti economici che le richieste elleniche potevano causare, quanto per affermare il potere decisionale degli apparati costruiti dalle classi dominanti continentali su tutti i paesi aderenti all'Eurozona.

Nè il voto popolare nè la drammatica situazione sociale della Grecia hanno smosso la gabbia blindata dell’Unione Europea, la quale, al contrario, ha fatto pesare la sua capacità di dissuadere dolorosamente qualsiasi paese aderente ai trattati dal prendere strade divergenti da quelle imposte dalla Troika. Neanche sulla base di un programma riformista, più o meno radicale o intermedio che fosse. Del resto non si può perdere di vista il fatto che se il programma di cambiamento passa attraverso lo strumento elettorale e non l'insurrezione popolare, il programma in qualche modo è “tarato” per questa prospettiva, con forze politicamente orientate su essa e un consenso popolare testato dai risultati elettorali.

Il governo di Syriza si è trovato così davanti a un bivio:

a) Sbattere la porta di Bruxelles e prepararsi a gestire una sorta di “periodo especial” in Grecia senza neanche i soldi per pagare i già immiseriti salari, la devastata sanità e i servizi per una popolazione provata dalla recessione (anche perché il governo ha deciso di non toccare le spese militari e l'immenso patrimonio immobiliare della potente Chiesa Ortodossa). Alcuni paesi hanno affrontato prove altrettanto pesanti, come Cuba, e in condizioni economiche e di isolamento internazionale anche peggiori. Ma Cuba non aveva la stessa moneta dei suoi oppressori, non era chiusa nella gabbia di una struttura sovra/statale, né veniva da una economia di mercato. Inoltre aveva una soggettività politica solida, motivata e sperimentata da mille verifiche, inclusa quella rivoluzionaria. Una situazione simile l'hanno affrontata, anche in quel caso a partire da una situazione di estrema debolezza, altri paesi sudamericani che hanno rotto il meccanismo di integrazione imposto da Washington prima che esso si chiudesse come una catena su tutto il continente. All'Afta caldeggiato dagli Stati Uniti e dalle classi dirigenti dei propri paesi, i popoli di alcuni stati hanno contrapposto l'Alba, svincolandosi dal ricatto del debito e acquisendo autonomia dal punto di vista politico, economico e militare.

b) Rinunciare allo scontro frontale con l’Unione Europea, piegarsi a dolorosi compromessi, prendere il tempo che si riesce a strappare per prepararsi ad una seconda fase del braccio di ferro, cercare nel frattempo di preparare il paese a questo scenario, tentare di trovare nuove fonti di finanziamento internazionale extraeuropee (Russia, Cina, Brics), verificare se in qualche altro paese europeo si affermino forze di governo con orientamenti più simili alla Grecia e più indipendenti dall’osservanza ai diktat della Troika, intervenire sugli aspetti più urgenti dell’emergenza umanitaria che attanaglia la popolazione greca. Forze importanti sia dentro Syriza sia fuori (vedi il Kke e il sindacato Pame) non sembrano condividere questa decisione e premono per uno scenario più simile al primo.

La leadership e il governo di Syriza sembra invece aver scelto questa seconda strada, augurandosi che il tempo lavori per Atene e non contro, e che questo tempo sia sufficiente per estendere il grido della Grecia anche ad altri paesi Pigs, in particolare Spagna, Irlanda e Portogallo dove le forze di sinistra sembrano avere buone possibilità sul piano elettorale. Purtroppo per noi l'Italia, nonostante sia la “I” mancante dall'acrostico Piigs, non sembra ancora poter comparire in questo elenco di aspettative.

E qui veniamo a come la Grecia parli anche a noi e ai nostri problemi. Osservando le valutazioni e i commenti in circolazione rileviamo come prevalga ancora una insostenibile immaturità. Coloro che avevano sperato che il vento di Atene potesse sollevare anche le proprie sorti, magari sul terreno elettorale, oscillano tra l'ennesima delusione e un giustificazionismo che omette sistematicamente dal giudizio ogni elemento oggettivamente negativo. Coloro che avevano sin dall'inizio scommesso sul fallimento politico di Syriza ne ricavano una acritica soddisfazione che non coglie nessuno dei dati oggettivi che possono incidere sullo scenario. Ancora una volta si ragiona sulla fotografia della situazione e non sulle tendenze o i possibili sviluppi.

In questi anni abbiamo sostenuto con pubblicazioni, campagne politiche, iniziative pubbliche che la rottura dell'Unione Europea e con l'Eurozona, non erano una opinione ma una condizione inevitabile per chiunque, in Europa, si candidi a rappresentare un progetto di cambiamento politico con caratteristiche di classe e internazionaliste. L'Unione Europea è oggi “il nemico dell'umanità”, almeno in Europa e nelle aree circostanti, non è riformabile nè condizionabile dall'interno. Questo è un dato di fatto che l'esperienza greca sta confermando pienamente.

In secondo luogo abbiamo sostenuto che nessun paese da solo ha la massa critica sufficiente per perseguire una rottura dell'Unione Europea, anche su un terreno riformista magari avanzato come quello proposto da Syriza.

In terzo luogo abbiamo indicato chiaramente come la rottura non poteva che incubare e magari prodursi nei paesi Pigs (Spagna, Grecia, Portogallo, Irlanda) in quanto anelli deboli della catena imperialista europea e vittime del processo di integrazione e gerarchizzazione interno. E anche qui i dati indicano che è in questi – e non in altri paesi, per ora – che si manifestano possibilità di cambiamenti politici o scostamenti dal dominio della Troika.

In questi anni abbiamo sostenuto che la sfida dell'integrazione regionale, ma declinata come solidale e cooperativa, non è un terreno che appartiene solo alla borghesia. Se un solo paese non ha la forza per produrre una rottura ma può avviarla, un gruppo di paesi che rompe con l'Unione Europea e l'Eurozona e dà vita ad un'area regionale alternativa (una sorta di Alba Euromediterranea), questa rottura non può che passare attraverso lo scontro con la borghesia europea oggi dominante e il conflitto sociale animato dai movimenti e dai sindacati di classe. Si indica quindi una alternativa e ciò riporta finalmente nell'agenda di tutti il tema del cambiamento politico, un tema rimosso da troppo tempo o affrontato in termini del tutto rinunciatari e riformisti.

E' per questi motivi che dobbiamo augurarci che l'incrinatura greca non si chiuda, anche attraverso un forte conflitto di classe in quel paese che spinga in avanti il processo di rottura con l'Unione Europea e la Nato nonostante una parte della leadership di Syriza non sia assolutamente su questa linea. La realtà modifica scelte, comportamenti, posizionamenti e spesso costringe i soggetti in campo a fare cose che solo un mese prima non si erano neanche immaginate possibili.

Fonte

08/08/2014

I Finlandesi soffrono? Mangino Babbo Natale!

La guerra è, dapprima, la speranza che uno stia meglio; poi, l'attesa che l'altro stia peggio; più tardi, la soddisfazione che esso non stia meglio; e, alla fine, la sorpresa che ognuno stia peggio.
(Karl Kraus)
Il duro spessore dei fatti - in forma di reazione russa alle sanzioni occidentali - si sta già dedicando a spiegare bene agli europei come gira il fumo, anche a quegli europei che negli ultimi anni pensavano di poter imporre a interi popoli un'austerity criminale e predatoria in nome delle regole intoccabili dell'Unione europea. Le regole del prelievo e della distruzione economica erano un tabù e non si potevano modificare. A costo di fare spallucce se qualcuno osava ricordare che persino questa UE di vampiri scrive nei propri pessimi trattati che esistono "obblighi di solidarietà fra gli Stati". Ma per i PIGS - maledetti maiali-cicala poco ariani - nessuna pietà.

Ora succede che la Finlandia avrà grossi danni dalle sanzioni decise da Mosca in risposta alle stolte sanzioni europee che appoggiano gli avventuristi nazistoidi dell'Ucraina (il 53% delle esportazioni finlandesi sono verso la Russia). Con la rapidità di un ninja finnico hanno già chiesto all'Europa un pacchetto di aiuti per fronteggiare i danni che subiranno. Non avete mai visto un ninja finnico? Ora li vedrete, con una tutina nera e la scritta «Itken jotta hitto sinua» (trad.: "chiagn'e fotti").

Il primo ministro finlandese, Alexander Stubb, dichiara:
«Non c'è dubbio che se le sanzioni colpiranno la Finlandia in modo sproporzionato, cercheremo un sostegno dei partner europei. Ci appelleremo al principio di solidarietà economica.»
Quando veniva scannata la gente di Atene il principio di solidarietà economica non esisteva. Lo hanno introdotto ora, e vale solo se almeno il 50% della popolazione è bionda con gli occhi azzurri. Sig Heil!

E no, stelline, il prezzo della Libertà (oh yeah!) va pagato, dovete fare le manovre di aggiustamento strutturale. E poi, non è forse roba vostra quell'espertone di Olli Rehn, che si è prodotto in ogni tipo di manovra sadica contro Grecia, Spagna, Italia e Portogallo? Fatevi fare una consulenza da lui. Ora tocca a voi.

Se avete un deficit di bilancia commerciale, importate meno carne di vitella e mangiatevi renna sotto sale. O mangiatevi quel trippone di Babbo Natale, che ha una vasta riserva di proteine.

E se non vi arriva il gas russo per cuocerlo, avrete pure qualche bosco di betulle da disboscare come un parco greco qualsiasi, o no?

Vedete, ci avete imposto regole economiche inventate, parametri insensati, superstizioni finanziarie assassine (con la complicità di certi italiani, va detto: i minori economisti della nostra epoca come Rigor Montis e Alesina, più qualche altro zimbello da esportazione). Ed ecco l'austerità espansiva, la moneta da prendere a debito, gli spread in mano anglosassone, ogni liquame neoliberista che potesse affogare lo Stato sociale. La vostra prima ministra di un tempo tuonava da Helsinki per chiedere finanche il Colosseo in garanzia per pochi spiccioli, e non muoveva un dito davanti a 6 milioni di italiani in povertà assoluta a causa di 22 anni consecutivi di manovre strutturali. Va bene che il Colosseo fu costruito per un ludico spettacolo di sacrifici umani, ma Obama ha detto che sembra un campo da baseball. Il solito ipocrita. Noi non dimentichiamo il genocidio economico del popolo greco. Noi non dimentichiamo la sferza che ha torturato spagnoli e portoghesi.

Ora, se i finlandesi e i baltici e i polacchi hanno un problema di bilancia dei pagamenti e di crescita, imparino da Rehn le manovre di austerità espansiva. Soffrire aiuta, fa bene, fortifica. Spetta un po' anche a loro. Imparino sulla loro pelle il significato delle loro "raccomandazioni", che ci hanno impartito per anni mentre in mezza Europa edificavano una rete di classi dirigenti in bilico fra neoliberismo economico e nazismo ideologico, fino all'apoteosi della catastrofe ucraina, un buco nero neonazista che rischia di inghiottirci tutti.

Giuriamo che se danno soldi a questi qua ci lanciamo con un trattore contro la sede della Commissione Europea come il mitico Jose Bové.

#FinlandiaPenitenziagite

Fonte

E' molto ruspante questo articolo, troppo, ma leggerlo mi ha fatto tagliare! Anche perché è critica cinica e di pancia di una classe dirigente europea che sta travalicando ogni sogli immaginabile del tragicomico.

28/06/2014

L'austerità Ue, un problema persino per la Ue

Due articoli, su due giornali specializzati in economia, che affrontano aspetti diversi dell'identica crisi europea e che smontano pezzo per pezzo tutta la retorica (e le “prescrizioni”) adottata dall'Unione Europea per farvi fronte.

Da un lato la negazione del luogo comune che la Germania sarebbe “più competitiva” a causa della sua maggiore “produttività”, un mix di elevato sviluppo tecnologico e bassi salari. È merito soltanto del secondo fattore, grazie soprattutto alla “riforma Hartz” che ha condannato milioni di giovani a una vita precaria, ma ora – preoccupati per la propria stagnazione – i governanti tedeschi stanno preparando delle “controriforme”: salario minimo a 8,5 euro, riduzione dell'età pensionabile e calmieramento degli affitti. L'esatto contrario di quanto va predicando per il resto del continente. L'analisi e le notizie vengono da Daniel Gros, che è stato uno dei teorici di punta della “deflazione salariale”, costretto ora ad assistere allo smantellamento delle proprie creature. Senza neanche lamentarsene, visto il disastro che hanno prodotto (non sul “piano sociale”, di cui non gliene può fregare di meno, ma su quello della “competitività”, appunto).

Dall'altro, la constatazione che l'Europa in deflazione è oggi “la zavorra globale”, la superpotenza economica che con le proprie scelte suicide sta mettendo in difficoltà anche Stati Uniti e paesi emergenti. Senza peraltro risolvere alcuno dei problemi – vedi il debito pubblico dei Piigs – per cui era stata pensata “l'austerità”. La rivelazione, in questo caso, rivela quel che già sapevamo: ovvero che senza aumentare il Pil (che significa più investimenti, anche in deficit, se necessario), non c'è alcuna possibilità di ridurre il debito pubblico. Perché ogni taglio di spesa produce una più che proporzionale compressione del Pil, secondo una spirale dell'assurdo per cui tagliando la spesa (in cifra assoluta) si aumenta il debito (in percentuale).

C'è molto di più, ovviamente. A partire dall'ammissione per cui un “buon funzionamento” capitalistico del mercato del lavoro è quello in cui “L'elevato tasso di disoccupazione tra il 2000 e il 2008 ha costretto i lavoratori ad accettare salari più bassi e orari di lavoro più lunghi”. Peccato che tutto ciò funzioni anche al contrario, contraendo la domanda interna, facendo sopravvivere “produzioni desuete” solo grazie ai salari bassi, decurtando le possibilità di maggiore produttività. Un modello mercantilista orientato alle esportazioni che però produce un rafforzamento abnorme della moneta unica, nonostante i tassi a zero (anzi, addirittura negativi per i depositi presso la Bce). Perché se hai una “bilancia dei pagamenti in attivo crescente” non c'è modo di convincere i capitali speculativi a cercarsi un'altra moneta in cui denominarsi.

Manca, naturalmente qualsiasi ragionamento più generale sulla natura della crisi, ma non si può pretendere che degli adepti quasi religiosi delle virtù del liberismo arrivino a concepire la “caduta tendenziale del saggio del profitto”. Ma nonostante questo se ne possono trarre informazioni e “relazioni concettuali” molto utili nella conduzione del conflitto politico-sociale. Certo, non servono a nulla se uno identifica la totalità del conflitto soltanto con le corse in piazza...

Sul piano politico, infine, la lezione da trarre è assolutamente semplice: è fuori bersaglio ogni mobilitazione che si concentri sull'"austerità" senza mirare al soggetto politico delle scelte continentali: ovvero l'Unione Europea (un'infratruttura politica costruita a colpi di trattati intergovernativi sottratti a qualsiasi vaglio "democratico"). Già ora, ma soprattutto nei prossimi mesi, tutti sono e saranno "contro l'austerità". Lo è oggi Confindustria, Renzi, Napolitano e naturalemnte tutto il centrodestra. Manca all'appello solo la Merkel, che continua a predicarla per ora agli altri paesi mentre all'interno sta "controriformando". Si aggiungerà presto anche lei e persino Schaeuble e Weidmann. La forza della crisi sposta le convinzioni ideologiche più radicate. Succederà anche nell'"ultrasinistra"? Ci stiamo lavorando. Oggi, in piazza, proviamo anche a farlo capire...

*****

Lezione tedesca sul costo lavoro

Daniel Gros

Negli ultimi dieci anni l'economia europea ha visto svariati rovesciamenti di fronte: la Germania, ad esempio, da malato d'Europa ne è diventato il modello. Ma lo è veramente? Le riforme di Schröder, e ancor più le "controriforme" di oggi, non vanno verso l'aumento della produttività, come invece sembrano fare le riforme intraprese - anche se imposte - da alcuni paesi della periferia.
Il modello tedesco:
le riforme e le controriforme
Nel 2003, la Germania aveva un deficit di bilancio pari a quasi il 4% del pil, una percentuale non elevata per gli standard odierni, ma che allora superava la media Ue. Oggi i conti pubblici tedeschi sono in pareggio, mentre la maggior parte degli altri paesi dell'eurozona registra disavanzi superiori a quello tedesco di dieci anni fa. La Germania ha risanato i propri conti principalmente tagliando le spese: la spesa pubblica - che nel 2003 era pari a quasi il 46% del Pil, e quindi superiore alla media dell'eurozona - è stata ridotta di cinque punti percentuali del pil nei successivi cinque anni. Nel 2008, quindi, mentre il mondo scivolava nella "grande recessione", la Germania aveva un'incidenza della spesa sul Pil fra le più basse d'Europa.
Il governo tuttavia non poté fare molto per migliorare la bassa produttività tedesca, il grande problema della Germania dell'epoca. Anche se oggi ci può apparire strano, nei primi anni dopo l'adozione dell'euro la Germania era considerata un paese poco competitivo per effetto dell'elevato livello dei suoi costi salariali. E molti temevano che con la moneta unica il Paese avrebbe perso, insieme alla possibilità di manovrare i cambi, anche quella di risolvere il problema. Invece, come sappiamo, la Germania è tornata a essere competitiva al punto che oggi le si rimprovera di esserlo anche troppo, grazie a un mix tra moderazione salariale e riforme strutturali tese ad aumentare la produttività. Un'analisi più approfondita dei dati, tuttavia, evidenzia come questo risultato sia ascrivibile più alla prima misura (la moderazione salariale) che alla seconda. La moderazione salariale è stata dunque il fattore determinante: ma non è una misura che può essere imposta dal governo ed è stata piuttosto il risultato del buon funzionamento del mercato del lavoro tedesco. L'elevato tasso di disoccupazione tra il 2000 e il 2008 ha costretto i lavoratori ad accettare salari più bassi e orari di lavoro più lunghi, mentre nei paesi alla periferia dell'area i salari crescevano al ritmo del 2-3% annuo. È questo quindi il fattore che fino al 2008 ha spinto al ribasso il costo del lavoro per unità di prodotto tedesco rispetto a quelli del resto dell'eurozona.
Per quanto riguarda la produttività, è vero che diverse importanti riforme del mercato del lavoro sono state effettivamente varate dieci anni fa, ma il loro impatto sulla produttività sembra essere stato trascurabile. Tutti i dati disponibili indicano una crescita del tasso di produttività molto bassa per l'economia tedesca negli ultimi dieci anni. Ciò non sorprende se si considera che le riforme non hanno minimamente interessato il settore dei servizi, generalmente considerato troppo regolamentato e protetto. I tassi di produttività sono cresciuti di più nel settore manifatturiero, in ragione della sua esposizione all'intensa concorrenza internazionale. Eppure, anche in Germania il settore dei servizi è pari al doppio di quello manifatturiero.
Vediamo ora quali sono le tre proposte economiche su cui si incardina il programma del nuovo governo tedesco, la Grosse Koalition: salario minimo, riduzione dell'età pensionabile e controllo degli affitti. Tutti e tre gli elementi di controriforma tedeschi hanno un impatto economico molto significativo.
Salario minimo. È prevista un'ampia copertura (si prevede di escludere solo i giovani e i disoccupati di lunga durata) e livelli elevati (si parla di 8,5 euro all'ora). La ricerca empirica sugli effetti dei salari minimi (basata principalmente sull'esperienza degli Stati Uniti) indica che tale misura non ha in genere un effetto importante sull'occupazione.
Riduzione dell'età pensionabile. Un'importante riforma del governo socialdemocratico di Schröder aveva collegato l'età pensionabile a variabili demografiche oggettive, producendo un aumento graduale della normale età di pensionamento fino a 67 anni (con generose eccezioni per le occupazioni fisicamente più impegnative). Oggi è in atto una parziale retromarcia che consente ad alcuni lavoratori, entrati nel mercato del lavoro in età molto giovane, di ritirarsi con una pensione piena a 63 anni.
Calmieramento degli affitti. Il basso livello dei tassi di interesse ha avuto come risultato una ripresa della crescita dei prezzi delle case, dopo decenni di stagnazione. L'andamento dei prezzi immobiliari ha un impatto sui canoni di locazione, che sono quindi aumentati. In Germania, a differenza di quanto avviene nella maggior parte degli altri paesi Ue, la stragrande maggioranza delle famiglie vive in affitto: quindi, anche se l'aumento degli affitti è stato modesto e concentrato nelle zone più ricercate, il suo effetto è stato di creare una domanda di calmieramento che avrà ovviamente un effetto distorsivo sul mercato nel lungo periodo. Nel breve periodo, i controlli sugli affitti potranno incentivare il settore edilizio, dato che essi non si applicano alle abitazioni di nuova costruzione. Nel lungo periodo, produrranno un aumento della percentuale di proprietari di case, in linea con quanto accade nell'Europa meridionale, dove decenni di politiche di calmieramento degli affitti (fino agli anni Novanta) hanno prodotto tassi molto elevati di case abitate dai proprietari.
Uscire dalla crisi più competitivi.
La conclusione generale è che alcuni elementi del "modello tedesco" potrebbero essere proficuamente adottati dalle travagliate economie periferiche dell'area dell'euro. Un duraturo risanamento dei conti pubblici impone il contenimento della spesa, e le riforme del mercato del lavoro possono, nel tempo, consentire l'ingresso di nuovi occupati nel mondo del lavoro. Tuttavia, la sfida più importante per paesi come l'Italia o la Spagna resta la competitività. La periferia dell'Europa può tornare a crescere solo se riesce a esportare di più. L'elevato livello dei tassi di disoccupazione sta già imponendo un calo dei salari, ma questa è la via di uscita dalla crisi più dolorosa e genera un'aspra opposizione. Meglio sarebbe riuscire a ridurre il costo del lavoro aumentando la produttività: e da questo punto di vista, purtroppo, la Germania non costituisce un modello.
L'autore è direttore del Centre for European Policy Studies, a Bruxelles

da IlSole24Ore


*****

Da Milano Finanza: "Europa zavorra globale"
Fonte

27/06/2014

Una “questione meridionale” su scala europea

Le attuali politiche economiche riproducono lo storico dualismo tra Settentrione e Mezzogiorno d’Italia su scala europea. Con la forbice tra Nord e Sud Europa che si allarga, il quadro finanziario dell’eurozona non potrà stabilizzarsi e le prospettive di tenuta della moneta unica europea rimarranno incerte. Emerge così una nuova “questione meridionale”, che investe l’intera Unione e può incidere sui suoi destini.

L’attuale crisi europea è un fenomeno complesso, non solo per le sue dimensioni generali ma anche per le tremende divergenze macroeconomiche che produce. Tra il 2008 e il 2013 Spagna, Italia, Portogallo, Grecia e Francia hanno perso complessivamente più di sei milioni di posti di lavoro, mentre in Germania si è registrato un aumento dell’occupazione di un milione e mezzo di unità. Inoltre, dall’inizio della crisi le insolvenze delle imprese sono diminuite in Germania mentre sono aumentate del novanta percento in Italia e del duecento percento in Spagna. Si tratta di una forbice senza precedenti in epoca di pace, che tra l’altro alimenta le sofferenze delle banche mediterranee e accentua la loro debolezza rispetto agli istituti di credito del Nord del continente. La politica monetaria della BCE è uno strumento troppo limitato per fronteggiare da sola una crisi così asimmetrica, che ricade soprattutto sul Sud Europa e che invece sembra avvantaggiare la Germania e alcuni suoi satelliti.

Il guaio è che le altre leve della politica economica, a partire da quella fiscale, restano ancorate alla linea dell’austerity. A questo proposito molti auspicano un allentamento dei vincoli di bilancio imposti dai trattati europei, cercando di scorgere nella linea del governo tedesco qualche apertura in tal senso. Per il momento, tuttavia, nell’establishment comunitario la dottrina dell’austerità resta prevalente: lo dimostrano le ultime raccomandazioni della Commissione Europea, che esorta il governo italiano ad insistere con le manovre di taglio della spesa pubblica e di aumento della pressione fiscale. Sotto questo aspetto, non solo il governo tedesco ma anche la Commissione, la BCE e le altre istituzioni europee insistono con l’idea che ulteriori restrizioni dei bilanci statali contribuiranno al risanamento finanziario e alla ripresa economica dei paesi del Sud Europa.

Eppure gli errori di previsione compiuti negli ultimi anni dovrebbero indurre qualche riflessione. Nella primavera del 2010 la Commissione europea formulò una previsione di crescita del Pil italiano per il 2011 di 1,4 punti percentuali; in realtà a fine anno l’incremento effettivo della produzione nazionale fu di appena 0,4 punti. Per il 2012 l’errore della Commissione fu ancor più accentuato: la sua previsione di crescita di 1,3 punti venne smentita da un crollo di 2,4 punti. Ed ancora, per il 2013 Bruxelles stimò un aumento del Pil di 0,4 punti, ma il risultato effettivo fu una caduta di altri 1,8 punti. C’è da scommettere che anche per il 2014 assisteremo a una pesante revisione al ribasso delle stime iniziali. Oltretutto questi peccati di ottimismo sull’andamento del Pil italiano non costituiscono un’eccezione. Un esempio ancor più lampante è costituito dalla previsione 2011 sull’andamento della produzione in Grecia per l’anno successivo: uno scarto dal dato reale addirittura superiore ai sette punti percentuali.

Ovviamente, man mano che ci si avvicina alla fine dell’anno le stime della Commissione tendono a migliorare, ma di solito gli errori iniziali sono di tale portata da pregiudicare anche le correzioni successive. Al cospetto di errori così ampi, gli economisti usano dire che non si potrebbe far peggio nemmeno se le previsioni fossero formulate in base a una “passeggiata casuale” sui numeri da parte di un ubriaco.

La spiegazione più accreditata di questi abbagli è che le istituzioni europee stanno sottovalutando quel fenomeno che va sotto il nome di “moltiplicatore keynesiano”: una data contrazione del deficit pubblico può determinare una riduzione ancor più accentuata della domanda di beni e servizi e quindi anche della produzione e del reddito nazionale, con la conseguenza di peggiorare anziché migliorare le capacità di rimborso dei debiti, sia pubblici che privati. Si tratta di una sottovalutazione grave anche perché accentua la spaccatura interna all’eurozona. L’austerità, infatti, viene imposta soprattutto ai paesi mediterranei. Avere così pesantemente sottostimato gli effetti depressivi di questa politica sta determinando un ulteriore ampliamento dei divari tra il Sud e il Nord dell’Unione, senza peraltro sanare la situazione finanziaria dei paesi del Sud. Si alimenta in tal modo quella che Paul Krugman ha definito “mezzogiornificazione” europea: vale a dire, una riproduzione su scala continentale del tremendo dualismo che da decenni condiziona i rapporti tra settentrione e meridione d’Italia. Potremmo dire, insomma, che lungo la linea di faglia tra Nord e Sud Europa sta emergendo una nuova questione meridionale, che travalica i confini del nostro paese e potrebbe incidere sui destini delle istituzioni comunitarie.

E’ esattamente questo lo scenario preannunciato dal “monito degli economisti” apparso sul Financial Times nel settembre scorso: con una politica di austerity che contribuisce all’allargamento della forbice macroeconomica tra paesi del Nord e paesi del Sud, il quadro finanziario dell’eurozona non potrà stabilizzarsi e le prospettive di tenuta della Unione monetaria europea rimarranno incerte.

di Emiliano Brancaccio, da Il Mattino, 26 giugno 2014

16/06/2014

L'Unione Europea come scompone il blocco sociale antagonista? La rottura possibile

Il contributo all'incontro "Il nemico e lo spettro", tenutosi a Roma sabato 14 giugno allo Scup in preparazione della manifestazione del 28 giugno a Roma, di Torino e del controsemestre di lotta.

*****

La Spagna è uno dei paesi europei con la più alta percentuale di abitazioni di proprietà, pari al 83%, ben al di sopra della media UE che è del 65%. Ma questo dato viene ad esempio superato in molti paesi dell'Europa dell'Est  come Romania (96%), Lituania e Slovacchia (89%), Ungheria (87%) e Lettonia (84%). L'Italia che pure è sempre stata fortemente sbilanciata sul fronte delle case di proprietà scende al 67,2% (dati Banca d'Italia) più o meno il livello degli Stati Uniti.
Al contrario in Germania, Austria, Danimarca, Francia, Olanda e Polonia, meno del 60% sono case di proprietà.
In Germania il 46% sono case in affitto, in Olanda il 43% e in Danimarca il 42%, praticamente il doppio della media europea di case in affitto che è il 21%.
La dimensione fortemente privata della ricchezza immobiliare sembra dunque stridere con le condizioni sociali dei vari paesi: più è forte la dimensione privata, peggiori sono i salari e i sistemi di welfare state.

Alla fine degli anni Novanta un rapporto dell'Ocse indicava i bassi salari e la massima flessibilità del lavoro come orizzonte certo anche per il modello sociale europeo. I fatti ci dicono che il monte salari dei lavoratori si va abbassando, gli orari di lavoro si allungano, le filiere produttive continuano a distribuire la catena del valore in più aree.
Questa tendenza è forte anche nei paesi dell'Unione Europea ma non è omogenea e varia a secondo della collocazione dei vari paesi e delle varie risorse (industria, risorse naturali, servizi) nella ridefinizione della divisione del lavoro in Europa e nelle sue aree di influenza.
L'accelerazione del processo costitutivo dell'Unione Europea come polo imperialista, sta infatti producendo inevitabilmente effetti anche sulla composizione di classe dei lavoratori europei.

Se nei paesi Pigs appare evidente il drastico abbassamento dei salari, l'aumento della giornata lavorativa sociale e lo sfruttamento del lavoro, la disoccupazione crescente, secondo l'Istituto Bruegel (quello di Monti) nei paesi dell'Europa dell'Est assistiamo ad un tendenziale aumento degli standard sociali nei paesi già integrati rispetto al crollo dei primi anni Novanta (Polonia, Rep. Ceca, Slovacchia, Ungheria e la Slovenia seppur arrivata dopo) che li porteranno a ridosso dei paesi Pigs. Mentre nei paesi di nuova o prossima adesione (Romania, Bulgaria, Serbia), siamo in fase di peggioramento, tanto che in diversi di questi paesi si sta valutando la convenienza di aderire o meno all'Unione Europea. Anche in Germania, cioè nel cuore pulsante dell'UE dove formalmente le condizioni dei lavoratori farebbero invidia a quelli degli altri paesi, il monte salari si è ridotto in relazione alla riduzione dell'orario di lavoro gestita però con la flessibilità totale da parte delle aziende. Dal 1995 in poi in Germania è stata perseguita una politica di blocco dei salari e blocco dell'inflazione. Non solo. Nel 27% delle imprese, quelle più piccole, la paga oraria è tra i 5 e gli 8 euro l'ora di salario, meno di quanto la Spd e Merkel hanno definito come il salario orario minimo: 8,50 euro.

I dati ufficiali ci dicono che le imprese manifatturiere tedesche hanno una media di 36 dipendenti, quelle britanniche 21, quelle francesi 14, quelle spagnole 12 e quelle italiane 9.
Se andiamo per settori vediamo che in quello meccanico una impresa tedesca ha in media 53 lavoratori e una italiana 14. Nella metallurgia si sale a 114 in Germania e a 38 in Italia. A confermare la divaricazione nella specializzazione produttiva, l'Italia rovescia il rapporto nel settore abbigliamento con 6,5 lavoratori per impresa, sopra la Francia con 5,2.

Investimenti, ricerca e orario di lavoro 

Paese    Spese in R&S su Pil       Ore lavorate all'anno     
Germania         2,53                             1433     
Danimarca        2,48                             1573     
Francia             2,04                             1561     
Gr. Bretagna    1,82                              1670     
Italia                1,18                              1824

Dai dati emerge come la specializzazione produttiva e le spese in ricerca e sviluppo sono inversamente proporzionali alla lunghezza dell'orario di lavoro.
Questo ad esempio ha fatto si che fino a prima della crisi, la Germania e la Francia fossero quasi equivalenti nei prodotti ad alta tecnologia delle loro esportazioni (rispettivamente 23,4 e 24,8 nei beni intermedi; 32 e 32 nei beni di consumo, mentre sui beni capitali-strumentali la Francia balzava al 52,3 e la Germania si fermava al 39,7. Nessun raffronto è possibile con l'Italia che si ferma rispettivamente al 15,8 nei beni intermedi, al 14,8 nei beni di consumo e al 18,7 nei beni capitali-strumentali cioè per la produzione di mezzi di produzione).

Possiamo dire che nell'Unione Europea agisce una disuguaglianza nelle disuguaglianze sociali. Da un lato agisce un fortissimo processo di polarizzazione sociale/proletarizzazione di lavoratori e ceti medi nei paesi Pigs, un dato questo ormai verificabile e – in Grecia, Spagna e Portogallo – ancora più pesante che in Italia dove il livello di ricchezza privata fa si che in qualche misura resista un corpo sociale centrale che ha ancora riserve e risorse che gli impediscono di precipitare in basso: parliamo di ricchezza immobiliare, risparmio investito e redditi spurii che affiancano quelli legali.
I settori popolari e una parte delle classi medie sono state trascinate verso il basso (non solo materialmente ma anche come percezione di sé, come risulta da recenti inchieste), mentre la borghesia più ricca è schizzata verso l'alto trascinando con sé qualche milionario in più.

Dall'altra nei paesi del nucleo nord europeo (Germania, Olanda, paesi scandinavi etc.) l'esistenza di un surplus (rispettivamente i surplus più alti nel 2013 sono Germania, Olanda, Svezia) e di un sistema di welfare state, ha consentito di mantenere una struttura sociale più simile a quella tradizionale dei “due/terzi”, con un terzo della società (disoccupati, immigrati, fasce povere) in basso, un ampio ceto medio composto anche da lavoratori salariati, e una consistente borghesia.

Nel 2013 il saldo commerciale attivo tedesco con l'estero è stato complessivamente di 199 miliardi di euro, ma esso è stato generato per 155 miliardi da scambi con i Paesi extra-Ue e solo per per meno di un terzo (44 miliardi) dagli scambi all'interno dell'Unione Europea.

La Germania ha ridotto il suo tasso di disoccupazione introducendo la sottoccupazione (i famosi mini jobs). Ai 2.837mila disoccupati, si aggiungono 3.819mila sottoccupati. Entrambi presentano tassi quasi doppi nei lander della ex Germania Est rispetto a quelli della Germania ovest. Ma anche i bassi redditi derivati dai mini jobs, in presenza di un sistema di protezione sociale ancora solido (asili, scuole, sanità, etc.) permettono spesso di cumularli dentro il reddito familiare evitando l'infarto sociale ormai visibile – con maggiore o minore intensità – nei paesi Pigs dove dilaga invece la disoccupazione di massa e in alcuni casi una vera e propria pauperizzazione.
A dicembre del 2013 gli occupati in Germania che godono di sicurezza sociale sono 42 milioni e di questa trenta milioni versano i contributi sociali. Tutto questo in paese di 80 milioni di abitanti con circa 12 milioni di immigrati stranieri. Anche a occhio nudo è una situazione sociale non paragonabile a quella dei paesi Pigs

Gli strumenti di mantenimento della coesione sociale nel nucleo duro dell'Unione Europea, sono diversi. Alla BMW di Leipzig, ad esempio, un terzo dei lavoratori sono direttamente assunti dalla BMW, un terzo sono contratti a tempo determinato, un terzo lavorano per oltre venti ditte di subcontractors. Quanto questa situazione impatti il doppio livello della contrattazione dei salari e della condizione di lavoro lo dimostra la difficoltà di tradurre in termini di piattaforme e di mobilitazioni unitarie le differenze che attraversano la composizione di classe. Ma se la quota di subcontractors venisse sostituita dalle imprese italiane, questo consentirebbe margini per negoziare il consenso interno dei lavoratori.
Quindi una nuova divisione internazionale del lavoro che integri il “lavoro debole” della filiera tedesca in Europa (e nei Pigs saccheggiati e a bassi salari sopratutto) può rivelarsi un fattore di stabilizzazione sociale interna in Germania.

Non solo. Secondo i dati elaborati dal ministero del Lavoro tedesco, a partire dal 2030 più di un terzo dei pensionati tedeschi dovranno cavarsela con 688 euro lordi al mese, una cifra che costringerebbe i lavoratori pensionati “a chiedere il sussidio statale di povertà“. E, paradossalmente, questo non riguarderebbe solo i lavoratori che hanno svolto un part time o lavorato con discontinuità, ma anche lavoratori a tempo pieno che per 35 anni hanno percepito un salario lordo di 2.500 euro. La colpa è della riduzione della percentuale di calcolo della pensione rispetto allo stipendio, che nel 2030 sarà del 43% del salario netto, contro l’attuale 51%.

Secondo l’Ufficio statistico federale, più di un terzo degli occupati tedeschi a tempo pieno guadagna meno di 2.500 euro lordi al mese. Già oggi in Germania, dove dal 1998 è stato più volte riformato il sistema previdenziale, si va in pensione a 65 anni (per poi salire progressivamente a 67) e il costo del sistema previdenziale è pari al 10,5% del prodotto interno lordo, contro il 14,1% fatto registrare dall’Italia.

Nel sistema previdenziale tedesco esistono per questo anche un secondo e un terzo pilastro rispetto alla previdenza pubblica, rispettivamente i fondi aziendali e i fondi pensionistici volontari. I fondi aziendali sono molto diffusi e danno un contributo decisivo al totale della pensione dei lavoratori.
L’abbattimento della previdenza pubblica, sta costringendo i lavoratori a sottoscrivere una pensione aggiuntiva privata finanziata totalmente da loro stessi attraverso i fondi pensioni che fanno crescere la rendita investendo sui “mercati finanziari” e i titoli di stato di vari paesi.

Una struttura sociale di questo tipo e la cooptazione dei lavoratori nei risultati degli investimenti finanziari dei fondi pensione, non solo riduce al minimo i fattori di conflitto sociale ma crea anche consenso intorno alle scelte della borghesia dominante nella spoliazione dei paesi europei più deboli.
La concentrazione economica, industriale, tecnologica e finanziaria in Europa, sta ridisegnando completamente la divisione del lavoro tra i paesi aderenti all'Unione Europea e in modo particolare quelli aderenti all'Eurozona.
Nei paesi Pigs più deboli come Grecia e Portogallo abbiamo assistito ad una vera e propria spoliazione quasi di tipo coloniale, mentre in Spagna e in Italia dove c'era una struttura industriale e finanziaria più solida, il processo si sta dando attraverso una selezione e integrazione parziale delle imprese con possibilità competitive, una crescente deindustrializzazione e la “cannibalizzazione” dei gioielli produttivi. In Italia questo processo è molto più evidente.

Le produzioni di nicchia che nei decenni scorsi hanno reso noto e competitivo il made in Italy, vengono acquisite da investitori stranieri, alcuni con vocazioni cannibalesche sui marchi, le loro quote di mercato o la qualità della subfornitura; altri – come gli sceicchi del Golfo o i fondi pensione statunitensi – con vocazioni più meramente speculative.

In pratica i paesi Pigs si stanno trasformando in un vasto esercito e mercato industriale di riserva in funzione dell'export tedesco e della sua competizione nel mercato globale. Le privatizzazioni realizzate o in cantiere renderanno questa situazione ancora più pesante perchè consegneranno ai gruppi capitalisti privati – soprattutto i monopoli e le multinazionali europee - anche le rimanenti industrie e i servizi pubblici (da Finmeccanica alle Poste alle municipalizzate).

Il futuro per l'Italia?
L'Italia è asimmetrica. Sola una parte del paese (Nord ed Emilia) è integrabile nel ciclo espansivo del modello produttivo europeo guidato dal mercantilismo tedesco. E qui ad esempio che sta avvenendo la rilocalizzazione di un settore ad alta intensità di lavoro come il calzaturiero, ovviamente per le esportazioni sui mercati esteri e non per il mercato interno.
Il Meridione mantiene e acutizza tutti gli elementi di criticità. Certo adesso che nel calcolo del Pil entrano anche attività extralegali come traffico di droga, contrabbando e prostituzione, può essere che qualche parametro possa dare risultati diversi.
Un paese frantumato tra una parte agganciata al modello mercantilista (esportazioni e attrazione di investimenti esteri); una parte sussidiata dall'economia extralegale “legalizzata” e una parte fondata sul dominio della sussidiarietà al contrario: il terziario sociale. Lo speciale del Corriere della Sera sull'Italia che ce la fa, parla esplicitamente di turismo e terziario sociale (legato al risparmio privato e dunque allo smantellamento del welfare) come volani della specializzazione economica dell'Italia nel contesto europeo.

Allora, la rottura dove è possibile oggi?
Sicuramente lì dove quantità e qualità delle contraddizioni e delle forze soggettive è maggiore, dunque nei Pigs che sono gli anelli deboli del polo imperialista europeo. Ma l'Italia ad esempio ha dimostrato di non essere un Pigs come negli altri, mentre la Francia ha dimostrato di non essere un paese centrale come gli altri se non per la dote militare e nucleare che può mettere sul piatto della bilancia. L'Italia e la Francia si percepiscono più come gli ultimi dei primi che come primi tra gli ultimi. Ma l'andamento della crisi potrebbe portare a bruschi risvegli, soprattutto in Italia.
Il problema dunque non è quello di una contrapposizione geopolitica tra i proletari dei Pigs e quelli del nucleo centrale dell'Unione Europea. Il problema è capire e lavorare affinché la rottura si produca lì dove può prodursi e trascini con se tutti gli altri. Nessuno vuole tenere fuori i lavoratori o i disoccupati tedeschi, olandesi, danesi, ma neanche è possibile aspettarsi una rottura storica lì dove più difficilmente può avvenire. Insomma qualcuno aspetta la classe operaia tedesca dal novembre del 1917 e purtroppo all'appuntamento si sono presentati solo contadini cinesi nel '49 e contadini cubani nel '59.

Fonte