Negli appalti della FERRERO e in particolare nell’indotto del confezionamento, da 30 anni migliaia di lavoratrici e lavoratori, in gran parte donne e migranti, vengono sfruttate da un sistema fondato sulla precarietà e sull’applicazione di retribuzioni al di sotto della dignità.
Un sistema costruito negli anni a tavolino tra cooperative/aziende che gestiscono gli appalti e le OOSS CGIL-CISL-UIL, che hanno deciso di creare un contratto provinciale (integrato da un contratto aziendale) ad hoc per regolare i rapporti di lavoro in questi appalti. In realtà un contratto nazionale di riferimento per il confezionamento alimentare c’è, ed è il CCNL industria alimentare (applicato ai dipendenti diretti Ferrero) ma evidentemente questi livelli retributivi erano ritenuti troppo dignitosi per la manodopera periferica ed esternalizzata!
Inoltre, la più grande di queste cooperativa, GTPM, a seguito della trasformazione in PROTECO s.r.l, ha deciso di non applicare più il vetusto contratto provinciale ma, in accordo con Cisl e Uil, il CCNL Multiservizi. Insomma, si fa di tutto, per non dare a questi lavoratori paghe e un contratto dignitoso e confacente alle reali mansioni svolte!
Dopo decenni di sfruttamento però, un cospicuo gruppo di lavoratrici/lavoratori ha scelto di organizzarsi con USB per togliere il velo a tutto a questo, e iniziare un percorso di lotta.
Il primo riuscito sciopero nella storia di questa vicenda si è svolto, davanti ai cancelli della ditta appaltatrice PROTECO, il 26 settembre scorso, dove i lavoratori, combattivi, hanno esposto lo striscione USB “Abbassate le armi, alzate i salari!”.
A distanza di una settimana si replica, in crescendo, con un altro sciopero dell’intera giornata, stavolta, nonostante l’incessante pioggia, davanti i cancelli della multinazionale FERRERO ad Alba.
Con lo slogan urlato a piene voci di “salario, diritti, dignità!” i lavoratori hanno esposto lo striscione “appalti Ferrero: 30 anni di sfruttamento. Vogliamo il tempo pieno e un salario dignitoso”. Numerosi i partecipanti, i solidali e i giornalisti interessati.
Questa giornata è uno spartiacque tra il tempo trascorso sotto il giogo dello sfruttamento e la voglia di riscatto e di dignità. Il fatto di essere davanti la FERRERO sottolinea anche il fatto dell’esistenza di “due mondi” del lavoro: da un lato i dipendenti diretti, dall’altro il lavoro sottopagato degli appalti.
Si tratta d’altronde del punto di avvio di questa vertenza, della presa di coscienza da parte dei lavoratori, consapevoli che condurremo ad oltranza questa lotta fino all’ottenimento di salario, diritti e dignità.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/10/2024
02/06/2022
America Latina, boomerang USA
Da un lato c'è il “Vertice delle Americhe”, un incontro di routine e protocollare interpretato dagli Stati Uniti come fosse una festa accessibile solo agli amici e su invito: fallita ancor prima di cominciare. Pare anche abbia scatenato uno scontro interno tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato e Partito Democratico. Dall'altro lato, un vertice “Alba-TCP”: incontro politico dall’esito positivo che ha confermato la crescente cooperazione e integrazione del blocco democratico latinoamericano. Due eventi paradigmatici in sé, poiché esprimono due sistemi di valori, ideali e programmi opposti.
Ipotesi inconciliabili sulle relazioni possibili tra i diversi Paesi che abitano il continente. Tra le pretese del Nord e le rivendicazioni del Sud. Tra annessionismo e indipendenza. Inconciliabile è il concetto di sovranità nel rapporto con il gigante USA che, invece, segue la Dottrina Monroe. Una miscela di razzismo e di violenza, una veste sotto la quale si nasconde il saccheggio dei molti per la ricchezza di uno. Un anacronismo privo di senso, ragione e possibilità di accettazione.
Nel contrasto tra i due vertici c'è il segno beffardo della casualità, un graffio che è diventato uno squarcio inesorabile consumato a partire dagli anni Duemila, quando l'ultima rivendicazione americana, l'ALCA, venne rifiutata. L'ALCA ereditava il NAFTA, che consisteva nell'esportare le risorse strategiche dell'America Latina negli Stati Uniti in cambio dell'esportazione delle eccedenze statunitensi in Messico. L'ALCA era l'evoluzione del NAFTA; l'intenzione di controllare le economie latinoamericane da Washington, dirigendone i flussi, le scelte e decidendo se, come e quando inserirle nel mercato internazionale. La dollarizzazione era il perno attorno al quale ruotava il progetto: con essa, le monete sarebbero state parificate per portare nuova domanda di valuta statunitense sui mercati dei cambi, al costo di un ancoraggio valutario interno che avrebbe affamato centinaia di milioni di latinoamericani senza sparare un colpo.
Si prevedeva la liberalizzazione delle esportazioni verso l'America Latina, ma vigeva il protezionismo per le esportazioni verso gli USA; si chiedeva la fine degli aiuti pubblici alle imprese latinoamericane mentre si scatenavano i sussidi governativi alle imprese statunitensi. Questa asimmetria metteva in ginocchio ogni possibile crescita dell'America Latina, e impediva qualsiasi efficacia nella lotta alla riduzione della povertà nel continente, necessaria, tra l'altro agli USA, per avere braccia a basso costo da importare.
Al progetto statunitense si affiancava l'OMC, che voleva ridurre o abolire le barriere doganali e chiedeva flessibilità nelle leggi nazionali per facilitare l'arrivo del capitale straniero al fine di massimizzare la sua redditività ed espandere le sue aree di controllo. Si trattava della versione moderna dei colpi di Stato e delle dittature militari, ormai considerati a livello internazionale inconcepibili e non necessari, anche se la possibilità di un loro utilizzo non si volle mai escludere. L'ALCA era in grado di controllare economie, migrazioni, governi e risorse naturali meglio dei gorilla.
La Patria Grande prende forma
La fine dell'ALCA, decretata per la prima volta da Lula e Kirchner, con l'appoggio di tutta la sinistra continentale, costrinse gli USA a ritirare l'idea di riappropriarsi delle economie latinoamericane con trattati economici. La sconfitta del progetto neocoloniale statunitense divenne il primo esempio di unità latinoamericana, la sua prima dimostrazione di forza, il momento decisivo in cui il Washington Consensus fu dichiarato defunto per la storia. Pose fine all'obbligo di prendere decisioni solo se gli Stati Uniti lo permettono, solo se vantaggiose per le multinazionali USA.
È proprio dal rifiuto della dipendenza del Nord che è nata l'identità strutturale latinoamericana, la sua spina dorsale. Prima con l'ALBA, nel 2004, con l'Alleanza Bolivariana delle Americhe, nata dalla volontà di Hugo Chávez e Fidel Castro. Poi, con Petrocaribe: nata nel 2005, ha coinvolto 18 Paesi nell'idea di uno scambio energetico facilitato. Quindi nel 2010 con la CELAC, Comunità degli Stati dell'America Latina e dei Caraibi, con 33 Paesi che la compongono. In tutti questi organismi non entrano Stati Uniti e Canada: la Patria Grande è tale se è indipendente.
L'ALBA, in particolare, ha avviato una nuova fase nella storia della cooperazione interna latinoamericana. Lo schema è semplice quanto efficace: scambio e cooperazione basati su interessi reciproci. Non ci sono ricette economiche da imporre, condizioni politiche dannose; nient'altro che l'utilità, il vantaggio reciproco del commercio. La riduzione dei costi di trasporto delle merci, la lingua comune, gli obiettivi reciproci, il rapporto tra pari, hanno fondato e sostenuto il bene comune dell'Alleanza.
L'ALBA, come PETROCARIBE, come la CELAC, incarnano il sogno di Bolivar e Sandino di una Patria Grande: sono istituzioni internazionali che hanno in sé un’idea di solidarietà e dialogo, di aiuto reciproco e cooperazione per il bene comune. Che, in America Latina più che altrove, è la guerra contro la povertà. Perché la sua riduzione e una concezione ecosostenibile dello sviluppo industriale sono i presupposti di una crescita economica duratura e non il frutto di una bolla speculativa. Una crescita che comporta la progressiva riduzione della dipendenza monetaria, industriale, distributiva e tecnologica dagli Stati Uniti. Pertanto, l’affermarsi dell'America Latina comporta automaticamente la riduzione dell'influenza nefasta degli Stati Uniti nel continente, da cui hanno estratto le risorse che gli hanno permesso di passare da potenza a superpotenza.
D'altra parte, non c'è spazio per una politica di dialogo, per quanto teoricamente auspicabile, con chi ritiene – come afferma la Dottrina Monroe – che "l'America appartiene agli americani", intendendo con la prima l'intero continente, dall'Alaska alla Terra del Fuoco, e con i secondi gli abitanti degli Stati Uniti. È anche impensabile tentare un riavvicinamento con chi considera le relazioni internazionali un ring in cui vince il più forte e il più violento. Come ha ricordato il presidente del Nicaragua, Comandante Daniel Ortega, durante l'ultimo vertice ALBA-TCP, "gli Stati Uniti hanno portato al continente solo guerre, invasioni, colpi di Stato, blocchi economici, sanzioni, ricatti e minacce", citando tra l'altro quelle appena ricevute a Washington negli ultimi giorni, debitamente respinte al mittente.
Come ha sottolineato il comandante sandinista, l'America Latina ha già i suoi organi rappresentativi. La Celac rappresenta l'embrione di un percorso praticabile verso l'unità latinoamericana, cioè verso il governo della Patria Grande. Sarà progressivamente in grado di relazionarsi con tutti i Paesi del mondo, in particolare con Cina, Russia, India, Iran e le potenze economiche emergenti, in grado di garantire un vantaggioso ciclo di domanda/offerta che renderà l'economia più competitiva su scala sub-continentale. Proprio per la sua ambizione e capacità di rappresentare gli interessi dei governi e dei popoli latinoamericani a livello interno e internazionale, e proprio per la sua metodologia inclusiva e attenta alle ragioni di ciascuno, la Celac ha seppellito la Dottrina Monroe. Oggi è l'applicazione dell'autonomia e dell'indipendenza politica dell'America Latina e la sua esistenza rende sostanzialmente inutile il Vertice delle Americhe.
Che peraltro, vista anche l'organizzazione del prossimo incontro a Los Angeles, risulta essere semplicemente una manifestazione isterica del residuo potere di controllo di Washington sul continente. Non è un caso che questo vertice abbia assunto più risalto mediatico e politico per coloro che non vi parteciperanno che per coloro che vi parteciperanno. Un incidente politico e diplomatico che evidenzia ancora una volta la continua perdita di leadership politica degli Stati Uniti, come dimostrato dal fallito vertice sulla democrazia del dicembre 2021, al quale non ha partecipato più di metà del mondo.
La Dottrina Monroe sta diventando globale?
La Dottrina Monroe, che è stata l'essenza della politica continentale degli Stati Uniti, invece di essere sottoposta a una profonda autocritica e a una totale revisione, come l'ingresso nel terzo millennio suggerirebbe, trova ora maggiore spazio politico nei corridoi della Casa Bianca. In un'esplosione di megalomania, parallela alla profondità della crisi di leadership, gli Stati Uniti credono di poter trasferire quanto disposto sull'America Latina all'intero pianeta. Una sorta di estensione della dottrina della sicurezza nazionale statunitense al mondo intero. In altre parole, ritengono che il loro dominio unipolare, ereditato dal crollo del campo socialista, debba approfondirsi e divenire irreversibile. Lo ritengono l'unica cura prescrivibile per il declino del potere economico, monetario, commerciale e militare degli Stati Uniti nel mondo.
La concezione proprietaria del pianeta, l'idea di poterne monopolizzare le risorse per colmare il divario tra la ricchezza che producono (24%) e quella che consumano (59%), credono sia l'unico modo per sostenere il loro modello fallito, che però si ostinano a proporre come unico. Basta consultare le statistiche della FAO per scoprire che un americano medio produce 730 chili di rifiuti all'anno, mangia 100 chili di carne, consuma 600 litri di acqua al giorno e brucia tanta energia quanto quattro italiani, 160 tanzaniani e 1.100 ruandesi. Le 700 basi militari statunitensi e le sei flotte da guerra degli Stati Uniti nel mondo servono a mantenere questo osceno squilibrio.
Più che ad una flessibilizzazione dell'imperialismo, assistiamo a un suo riavvitamento su se stesso, che nella sua smania onnivora non riesce più a concepire spazi, risorse e idee che non gli siano funzionali. Nei salotti del bon ton, dove la sinistra al caviale si fa destra, si dice che l'uso del termine imperialista è superato, che risponde a una dialettica scomparsa o che non è più attuale. Ma è vero il contrario.
Non esiste una parola moderna che contenga il suo pieno significato e non esiste nemmeno una politica che possa essere definita moderna. Il modernismo verbale fa parte degli utensili del vecchio vestito di nuovo. La dottrina imperialista si chiama imperialismo, è un'estensione globale della lettura coloniale.
L'obiettivo non è il governo, ma il suo dominio. L'imperialismo di oggi si basa sulla minaccia globale e sulla forza nucleare, sugli strumenti di controllo del mercato delle idee e sull'estensione in tutto il mondo della dottrina militare che è alla base dell'impero. È il feudalesimo atomico.
La ribellione latinoamericana, espressione di indipendenza dal Nord e di fratellanza con il Sud, assume forma di governo e rappresenta la sconfitta di ogni annessionismo aldilà di ogni circostanza. La lotta inconciliabile di chi non ha nulla da perdere perché nulla ha, contro chi ha tutto da perdere perché tutto possiede, è il nuovo capitolo del libro dell'umanità. Che si rifiuta di consegnare al capitalismo imperiale l'ultima pagina della sua storia.
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Ipotesi inconciliabili sulle relazioni possibili tra i diversi Paesi che abitano il continente. Tra le pretese del Nord e le rivendicazioni del Sud. Tra annessionismo e indipendenza. Inconciliabile è il concetto di sovranità nel rapporto con il gigante USA che, invece, segue la Dottrina Monroe. Una miscela di razzismo e di violenza, una veste sotto la quale si nasconde il saccheggio dei molti per la ricchezza di uno. Un anacronismo privo di senso, ragione e possibilità di accettazione.
Nel contrasto tra i due vertici c'è il segno beffardo della casualità, un graffio che è diventato uno squarcio inesorabile consumato a partire dagli anni Duemila, quando l'ultima rivendicazione americana, l'ALCA, venne rifiutata. L'ALCA ereditava il NAFTA, che consisteva nell'esportare le risorse strategiche dell'America Latina negli Stati Uniti in cambio dell'esportazione delle eccedenze statunitensi in Messico. L'ALCA era l'evoluzione del NAFTA; l'intenzione di controllare le economie latinoamericane da Washington, dirigendone i flussi, le scelte e decidendo se, come e quando inserirle nel mercato internazionale. La dollarizzazione era il perno attorno al quale ruotava il progetto: con essa, le monete sarebbero state parificate per portare nuova domanda di valuta statunitense sui mercati dei cambi, al costo di un ancoraggio valutario interno che avrebbe affamato centinaia di milioni di latinoamericani senza sparare un colpo.
Si prevedeva la liberalizzazione delle esportazioni verso l'America Latina, ma vigeva il protezionismo per le esportazioni verso gli USA; si chiedeva la fine degli aiuti pubblici alle imprese latinoamericane mentre si scatenavano i sussidi governativi alle imprese statunitensi. Questa asimmetria metteva in ginocchio ogni possibile crescita dell'America Latina, e impediva qualsiasi efficacia nella lotta alla riduzione della povertà nel continente, necessaria, tra l'altro agli USA, per avere braccia a basso costo da importare.
Al progetto statunitense si affiancava l'OMC, che voleva ridurre o abolire le barriere doganali e chiedeva flessibilità nelle leggi nazionali per facilitare l'arrivo del capitale straniero al fine di massimizzare la sua redditività ed espandere le sue aree di controllo. Si trattava della versione moderna dei colpi di Stato e delle dittature militari, ormai considerati a livello internazionale inconcepibili e non necessari, anche se la possibilità di un loro utilizzo non si volle mai escludere. L'ALCA era in grado di controllare economie, migrazioni, governi e risorse naturali meglio dei gorilla.
La Patria Grande prende forma
La fine dell'ALCA, decretata per la prima volta da Lula e Kirchner, con l'appoggio di tutta la sinistra continentale, costrinse gli USA a ritirare l'idea di riappropriarsi delle economie latinoamericane con trattati economici. La sconfitta del progetto neocoloniale statunitense divenne il primo esempio di unità latinoamericana, la sua prima dimostrazione di forza, il momento decisivo in cui il Washington Consensus fu dichiarato defunto per la storia. Pose fine all'obbligo di prendere decisioni solo se gli Stati Uniti lo permettono, solo se vantaggiose per le multinazionali USA.
È proprio dal rifiuto della dipendenza del Nord che è nata l'identità strutturale latinoamericana, la sua spina dorsale. Prima con l'ALBA, nel 2004, con l'Alleanza Bolivariana delle Americhe, nata dalla volontà di Hugo Chávez e Fidel Castro. Poi, con Petrocaribe: nata nel 2005, ha coinvolto 18 Paesi nell'idea di uno scambio energetico facilitato. Quindi nel 2010 con la CELAC, Comunità degli Stati dell'America Latina e dei Caraibi, con 33 Paesi che la compongono. In tutti questi organismi non entrano Stati Uniti e Canada: la Patria Grande è tale se è indipendente.
L'ALBA, in particolare, ha avviato una nuova fase nella storia della cooperazione interna latinoamericana. Lo schema è semplice quanto efficace: scambio e cooperazione basati su interessi reciproci. Non ci sono ricette economiche da imporre, condizioni politiche dannose; nient'altro che l'utilità, il vantaggio reciproco del commercio. La riduzione dei costi di trasporto delle merci, la lingua comune, gli obiettivi reciproci, il rapporto tra pari, hanno fondato e sostenuto il bene comune dell'Alleanza.
L'ALBA, come PETROCARIBE, come la CELAC, incarnano il sogno di Bolivar e Sandino di una Patria Grande: sono istituzioni internazionali che hanno in sé un’idea di solidarietà e dialogo, di aiuto reciproco e cooperazione per il bene comune. Che, in America Latina più che altrove, è la guerra contro la povertà. Perché la sua riduzione e una concezione ecosostenibile dello sviluppo industriale sono i presupposti di una crescita economica duratura e non il frutto di una bolla speculativa. Una crescita che comporta la progressiva riduzione della dipendenza monetaria, industriale, distributiva e tecnologica dagli Stati Uniti. Pertanto, l’affermarsi dell'America Latina comporta automaticamente la riduzione dell'influenza nefasta degli Stati Uniti nel continente, da cui hanno estratto le risorse che gli hanno permesso di passare da potenza a superpotenza.
D'altra parte, non c'è spazio per una politica di dialogo, per quanto teoricamente auspicabile, con chi ritiene – come afferma la Dottrina Monroe – che "l'America appartiene agli americani", intendendo con la prima l'intero continente, dall'Alaska alla Terra del Fuoco, e con i secondi gli abitanti degli Stati Uniti. È anche impensabile tentare un riavvicinamento con chi considera le relazioni internazionali un ring in cui vince il più forte e il più violento. Come ha ricordato il presidente del Nicaragua, Comandante Daniel Ortega, durante l'ultimo vertice ALBA-TCP, "gli Stati Uniti hanno portato al continente solo guerre, invasioni, colpi di Stato, blocchi economici, sanzioni, ricatti e minacce", citando tra l'altro quelle appena ricevute a Washington negli ultimi giorni, debitamente respinte al mittente.
Come ha sottolineato il comandante sandinista, l'America Latina ha già i suoi organi rappresentativi. La Celac rappresenta l'embrione di un percorso praticabile verso l'unità latinoamericana, cioè verso il governo della Patria Grande. Sarà progressivamente in grado di relazionarsi con tutti i Paesi del mondo, in particolare con Cina, Russia, India, Iran e le potenze economiche emergenti, in grado di garantire un vantaggioso ciclo di domanda/offerta che renderà l'economia più competitiva su scala sub-continentale. Proprio per la sua ambizione e capacità di rappresentare gli interessi dei governi e dei popoli latinoamericani a livello interno e internazionale, e proprio per la sua metodologia inclusiva e attenta alle ragioni di ciascuno, la Celac ha seppellito la Dottrina Monroe. Oggi è l'applicazione dell'autonomia e dell'indipendenza politica dell'America Latina e la sua esistenza rende sostanzialmente inutile il Vertice delle Americhe.
Che peraltro, vista anche l'organizzazione del prossimo incontro a Los Angeles, risulta essere semplicemente una manifestazione isterica del residuo potere di controllo di Washington sul continente. Non è un caso che questo vertice abbia assunto più risalto mediatico e politico per coloro che non vi parteciperanno che per coloro che vi parteciperanno. Un incidente politico e diplomatico che evidenzia ancora una volta la continua perdita di leadership politica degli Stati Uniti, come dimostrato dal fallito vertice sulla democrazia del dicembre 2021, al quale non ha partecipato più di metà del mondo.
La Dottrina Monroe sta diventando globale?
La Dottrina Monroe, che è stata l'essenza della politica continentale degli Stati Uniti, invece di essere sottoposta a una profonda autocritica e a una totale revisione, come l'ingresso nel terzo millennio suggerirebbe, trova ora maggiore spazio politico nei corridoi della Casa Bianca. In un'esplosione di megalomania, parallela alla profondità della crisi di leadership, gli Stati Uniti credono di poter trasferire quanto disposto sull'America Latina all'intero pianeta. Una sorta di estensione della dottrina della sicurezza nazionale statunitense al mondo intero. In altre parole, ritengono che il loro dominio unipolare, ereditato dal crollo del campo socialista, debba approfondirsi e divenire irreversibile. Lo ritengono l'unica cura prescrivibile per il declino del potere economico, monetario, commerciale e militare degli Stati Uniti nel mondo.
La concezione proprietaria del pianeta, l'idea di poterne monopolizzare le risorse per colmare il divario tra la ricchezza che producono (24%) e quella che consumano (59%), credono sia l'unico modo per sostenere il loro modello fallito, che però si ostinano a proporre come unico. Basta consultare le statistiche della FAO per scoprire che un americano medio produce 730 chili di rifiuti all'anno, mangia 100 chili di carne, consuma 600 litri di acqua al giorno e brucia tanta energia quanto quattro italiani, 160 tanzaniani e 1.100 ruandesi. Le 700 basi militari statunitensi e le sei flotte da guerra degli Stati Uniti nel mondo servono a mantenere questo osceno squilibrio.
Più che ad una flessibilizzazione dell'imperialismo, assistiamo a un suo riavvitamento su se stesso, che nella sua smania onnivora non riesce più a concepire spazi, risorse e idee che non gli siano funzionali. Nei salotti del bon ton, dove la sinistra al caviale si fa destra, si dice che l'uso del termine imperialista è superato, che risponde a una dialettica scomparsa o che non è più attuale. Ma è vero il contrario.
Non esiste una parola moderna che contenga il suo pieno significato e non esiste nemmeno una politica che possa essere definita moderna. Il modernismo verbale fa parte degli utensili del vecchio vestito di nuovo. La dottrina imperialista si chiama imperialismo, è un'estensione globale della lettura coloniale.
L'obiettivo non è il governo, ma il suo dominio. L'imperialismo di oggi si basa sulla minaccia globale e sulla forza nucleare, sugli strumenti di controllo del mercato delle idee e sull'estensione in tutto il mondo della dottrina militare che è alla base dell'impero. È il feudalesimo atomico.
La ribellione latinoamericana, espressione di indipendenza dal Nord e di fratellanza con il Sud, assume forma di governo e rappresenta la sconfitta di ogni annessionismo aldilà di ogni circostanza. La lotta inconciliabile di chi non ha nulla da perdere perché nulla ha, contro chi ha tutto da perdere perché tutto possiede, è il nuovo capitolo del libro dell'umanità. Che si rifiuta di consegnare al capitalismo imperiale l'ultima pagina della sua storia.
Fonte
03/01/2021
Intervista al Presidente Maduro: “Spero nella riconciliazione dei venezuelani”
Pubblichiamo l’intervista realizzata da Ignacio Ramonet, giornalista e analista di politica internazionale, al Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolas Maduro.
Una lunga chiacchierata in cui si è stato fatto il bilancio dell’anno passato, un 2020 segnato a livello mondiale dalla drammatica pandemia di Covid-19 alla quale però il Venezuela ha saputo rispondere prontamente, tutelando la salute pubblica e gratuita a tutti i cittadini anche prima degli interessi economici del Paese, coordinando le risorse pubbliche e private per garantire le cure necessarie nonostante il giogo del blocco economico imposto dagli Stati Uniti e da molti governi occidentali.
Il Presidente Maduro analizza anche il risultato delle elezioni parlamentari dello scorso 6 dicembre, il cui esito, che ha visto il Gran Polo Patriótico vincere largamente e riconquistare la maggioranza all’Assemblea Nazionale dopo 5 anni in mano all’opposizione, continua ad essere negato dall’opposizione golpista, ovvero Juan Guaidò e Leopoldo Lopez, e dalle potenze imperialiste che accordano a questi soggetti ancora credibilità e riconoscimento politico.
In particolare, l’Unione Europea che, come sottolinea Maduro stesso, ha notevoli responsabilità nel foraggiare l’estremismo dell’opposizione, avendo seguito l’esempio di Donald Trump e sostenendo tutte le politiche di barbarie di questa destra golpista.
Sul fronte interno, il Presidente Maduro auspica una riconciliazione con le forze dell’opposizione che non solo hanno partecipato alle elezioni del 6 dicembre riconoscendo la sconfitta politica, ma hanno da tempo scaricato il fantoccio Guaidò, che sta affondando nei consensi sulla scia dell’ormai ex Presidente degli USA Donald Trump.
Tuttavia, il Presidente Maduro è molto cauto e prudente circa le prospettive di dialogo con la nuova amministrazione guidata da Joe Biden, avvertendo come il golpista Lopez sia già in azione per acquisire due società di lobbying vicine al Partito Democratico per fare pressioni ed inasprire le sanzioni contro il Venezuela.
Parlando di economia, il Presidente Maduro ha evidenziato gli ottimi risultati economici e sociali conseguiti dalla Rivoluzione Bolivariana nel corso degli anni e consolidati anche nell’ultimo anno, mentre i Paesi che hanno puntato tutto sul capitalismo neoliberista, dall’America Latina all’Occidente, stanno vivendo una situazione sanitaria ed economica drammatica e tragica soprattutto per le fasce più povere della società.
Sul declino dell’egemonia degli USA e del dollaro, il Presidente Maduro sottolinea la necessità di sviluppare sistemi paralleli, basati su rapporti istituzionali e politici di complementarietà e di integrazione, poiché il dollaro e il sistema bancario statunitense vengono ormai utilizzati per cercare di imporre un modello economico e politico contrario a qualsiasi forma di cambiamento sociale.
L’ALBA, lanciata da Fidel e Chavez e giunta al suo 16° anno di vita, rappresenta questa prospettiva di progresso per i popoli di Nuestra America, specialmente ora che la Bolivia è tornata a far parte dell’alleanza, dopo la parentesi del governo golpista cacciato dalla vittoria elettorale del MAS.
Il Presidente Maduro sottolinea l’impegno della Rivoluzione Bolivariana e del popolo venezuelano nell’affermare e far progredire il diritto all’autodeterminazione contro ogni forma di ingerenza e di destabilizzazione, contro gli attacchi alle industrie e i tentativi di golpe o di assassinio, contro il sequestro dei beni e delle risorse del Venezuela all’estero.
L’intervista è stata trasmessa il 1° gennaio 2021 da Telesur e il video è disponibile qui.
Una lunga chiacchierata in cui si è stato fatto il bilancio dell’anno passato, un 2020 segnato a livello mondiale dalla drammatica pandemia di Covid-19 alla quale però il Venezuela ha saputo rispondere prontamente, tutelando la salute pubblica e gratuita a tutti i cittadini anche prima degli interessi economici del Paese, coordinando le risorse pubbliche e private per garantire le cure necessarie nonostante il giogo del blocco economico imposto dagli Stati Uniti e da molti governi occidentali.
Il Presidente Maduro analizza anche il risultato delle elezioni parlamentari dello scorso 6 dicembre, il cui esito, che ha visto il Gran Polo Patriótico vincere largamente e riconquistare la maggioranza all’Assemblea Nazionale dopo 5 anni in mano all’opposizione, continua ad essere negato dall’opposizione golpista, ovvero Juan Guaidò e Leopoldo Lopez, e dalle potenze imperialiste che accordano a questi soggetti ancora credibilità e riconoscimento politico.
In particolare, l’Unione Europea che, come sottolinea Maduro stesso, ha notevoli responsabilità nel foraggiare l’estremismo dell’opposizione, avendo seguito l’esempio di Donald Trump e sostenendo tutte le politiche di barbarie di questa destra golpista.
Sul fronte interno, il Presidente Maduro auspica una riconciliazione con le forze dell’opposizione che non solo hanno partecipato alle elezioni del 6 dicembre riconoscendo la sconfitta politica, ma hanno da tempo scaricato il fantoccio Guaidò, che sta affondando nei consensi sulla scia dell’ormai ex Presidente degli USA Donald Trump.
Tuttavia, il Presidente Maduro è molto cauto e prudente circa le prospettive di dialogo con la nuova amministrazione guidata da Joe Biden, avvertendo come il golpista Lopez sia già in azione per acquisire due società di lobbying vicine al Partito Democratico per fare pressioni ed inasprire le sanzioni contro il Venezuela.
Parlando di economia, il Presidente Maduro ha evidenziato gli ottimi risultati economici e sociali conseguiti dalla Rivoluzione Bolivariana nel corso degli anni e consolidati anche nell’ultimo anno, mentre i Paesi che hanno puntato tutto sul capitalismo neoliberista, dall’America Latina all’Occidente, stanno vivendo una situazione sanitaria ed economica drammatica e tragica soprattutto per le fasce più povere della società.
Sul declino dell’egemonia degli USA e del dollaro, il Presidente Maduro sottolinea la necessità di sviluppare sistemi paralleli, basati su rapporti istituzionali e politici di complementarietà e di integrazione, poiché il dollaro e il sistema bancario statunitense vengono ormai utilizzati per cercare di imporre un modello economico e politico contrario a qualsiasi forma di cambiamento sociale.
L’ALBA, lanciata da Fidel e Chavez e giunta al suo 16° anno di vita, rappresenta questa prospettiva di progresso per i popoli di Nuestra America, specialmente ora che la Bolivia è tornata a far parte dell’alleanza, dopo la parentesi del governo golpista cacciato dalla vittoria elettorale del MAS.
Il Presidente Maduro sottolinea l’impegno della Rivoluzione Bolivariana e del popolo venezuelano nell’affermare e far progredire il diritto all’autodeterminazione contro ogni forma di ingerenza e di destabilizzazione, contro gli attacchi alle industrie e i tentativi di golpe o di assassinio, contro il sequestro dei beni e delle risorse del Venezuela all’estero.
L’intervista è stata trasmessa il 1° gennaio 2021 da Telesur e il video è disponibile qui.
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Signor Presidente, mi permetta innanzitutto di ringraziarla per la gentilezza con cui ci ha concesso questa intervista. È diventata una tradizione per noi incontrarci ogni primo gennaio per fare il bilancio dell’anno passato e anche per voi per dirci come vedete le prospettive per il prossimo anno. L’intervista si articolerà in nove domande: tre sulla politica interna, tre sull’economia e tre sulla politica internazionale.
Vorrei iniziare con la politica interna. Il 2020, che si è appena concluso, passerà alla storia come “l’anno della pandemia Covid-19” con un bilancio terrificante su scala planetaria, in termini di contagi e vittime... In questo panorama spaventoso, i dati presentati dal Venezuela sono molto incoraggianti, molto positivi, e sono tra i migliori al mondo.
Come spiega questi buoni risultati nonostante i blocchi e le misure coercitive unilaterali imposte contro il suo paese dalle autorità statunitensi ed europee? Esiste forse un “modello venezuelano” per la lotta contro il Covid?
Bene, prima di tutto vi ringrazio per questa opportunità, questa finestra che ci aprite per comunicare con molte persone oneste nel mondo, in Europa, negli Stati Uniti, in America Latina, nei Caraibi, in Africa... Queste interviste fanno già parte di una tradizione che viene pubblicata il 1° gennaio e che inizierà il nuovo anno 2021.
In effetti, abbiamo fatto un grande sforzo per fronteggiare il coronavirus. Potrei dirvi che esiste un modello venezuelano. Lo dico con umiltà, perché in Venezuela c’è un sistema sanitario pubblico libero e di qualità costruito nella Rivoluzione. E perché, nonostante le persecuzioni e le sanzioni penali che ci impediscono di acquistare attrezzature mediche nel mondo e che ci impediscono di acquisire, in modo naturale, i farmaci di cui il Paese ha bisogno, siamo riusciti a mantenere, aumentare e perfezionare il sistema sanitario pubblico fondato dal comandante Chavez.
La “Misión Barrio Adentro” è stato il primo passo per costruire il nostro sistema primario di medicina di base con più di 14.000 ambulatori, con il medico di famiglia, ecc. Tutto questo con l’appoggio di Fidel Castro, di Cuba e, da sedici anni, di migliaia di medici e personale sanitario cubano. Nel frattempo, abbiamo anche formato migliaia di medici, infermieri e infermiere.
Quando, lo scorso marzo, il Venezuela ha iniziato ad affrontare il Covid, ricordo articoli del Miami Herald, dei giornali spagnoli El País e ABC, del New York Times, ecc. che “prevedevano”, come sempre con il Venezuela, il “crollo” della società venezuelana, il “crollo” del nostro sistema sanitario, davano cifre davvero terrificanti e tragiche.
Quella guerra psicologica fa effetto. Perché leggi quei numeri e dici: “Mio Dio, cosa succederà”. A marzo, quando si è saputo che si trattava di una pandemia, beh, abbiamo attivato tutti i meccanismi della medicina preventiva. Abbiamo mobilitato circa 16.000 brigate mediche – che sono ancora attive – per andare a rintracciare i casi con i test PCR, i test rapidi, per andare di casa in casa, nei quartieri, nelle comunità.
Abbiamo deciso di fornire un trattamento completo a tutti i pazienti Covid, tutti! E abbiamo eseguito il loro ricovero nel sistema sanitario pubblico e una piccola percentuale nelle cliniche private, il sistema privato con il quale abbiamo stabilito un perfetto coordinamento, per dare loro cure e ricovero al 100% dei casi.
Oggi posso dirvi che il 95% dei casi di Covid che abbiamo avuto – circa un centinaio di migliaia di casi di contagio – in Venezuela, sono stati rilevati in tempo, hanno avuto cure mediche ospedaliere e hanno avuto tutti i loro farmaci.
Abbiamo individuato un gruppo dei migliori farmaci nazionali e internazionali, abbiamo efficacemente garantito un trattamento completo a tutti i pazienti: a quelli asintomatici, a quelli lievemente infetti, a quelli moderatamente infetti e, naturalmente, a quelli gravemente infetti nelle loro diverse modalità.
Inoltre, la scienza venezuelana è riuscita a creare due farmaci: uno chiamato DR10 e un altro che io chiamo le “gocce miracolose José Gregorio Hernández”, che sono due terapie che permettono di attaccare e neutralizzare al 100% il coronavirus. Questo è il nostro piccolo contributo.
Questi due farmaci, li stiamo certificando con l’Organizzazione Panamericana della Sanità (OPS) e con l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Molto presto il Paese entrerà nella fase di produzione di massa, per il consumo nazionale, di questi due farmaci, che sono veramente incoraggianti.
Quando parliamo del “modello venezuelano”, dobbiamo anche menzionare una formula che abbiamo creato dopo le lunghe quarantene volontarie nei mesi di marzo, aprile, maggio, giugno e luglio. Perché, in seguito, abbiamo provato un metodo, che è il nostro metodo, che chiamiamo “7 + 7”: sette giorni di quarantena radicale profonda, sempre volontaria, e sette giorni di flessibilità.
Questo ci ha permesso di combinare l’indispensabile protezione sanitaria con l’attività economica, la necessaria ripresa economica combinata con una rigorosa quarantena volontaria per interrompere i cicli di contagio. Questo è il modo in cui abbiamo costruito il nostro metodo.
Da dove lo apprendiamo, Ramonet? Dallo studio delle esperienze nel mondo. Dallo studio delle esperienze positive, come ci sono state in Cina, in Vietnam, a Cuba, in Nicaragua, in Nuova Zelanda, in una tappa in Corea del Sud...
Da quelle esperienze e dallo studio delle esperienze dannose come quella degli Stati Uniti, del Brasile, della Colombia, che hanno riempito di coronavirus quei Paesi fratelli, di malattie e di morte. Così abbiamo raggiunto un equilibrio tra la necessaria quarantena, la necessaria cura, la necessaria disciplina, con flessibilità.
Bisogna anche dire che il Venezuela è stato il primo Paese delle Americhe, in tutto il continente, a prendere misure di quarantena. Se ricordo bene, l’OMS ha dichiarato la pandemia l’11 marzo e qui la quarantena è stata decretata il 13 marzo… Cioè molto prima di qualsiasi altro Paese della regione.
Sì, e abbiamo avuto un grande successo con pochissimi casi nei primi tre mesi. Poi c’è stato un fenomeno: il ritorno massiccio di migliaia di migranti venezuelani dalla Colombia, dall’Ecuador, dal Perù. In fuga dal coronavirus, dalla violenza, dalla “corona-hambre” [la miseria e la povertà causata dal Covid-19, ndt] Alcuni sono arrivati a piedi dall’Ecuador, dal Perù, da Cali, da Medellín, da Bogotà alla frontiera.
Abbiamo ricevuto più di 270.000 venezuelani, di cui quasi 250.000 dalla Colombia. Un’“onda” che è arrivata a giugno, luglio. Il confine è molto poroso, anche molto lungo. Un gran numero di questi migranti è arrivato con mezzi illegali, attraverso i “trochas” [un sentiero che permette di camminare attraverso la giungla o il sottobosco, ndt].
Per questo si parla di “trochismo”: molti di loro sono arrivati dalla Colombia, dall’Ecuador, dal Perù e sono arrivati direttamente nelle loro comunità, il che ha fatto crescere il numero dei casi di Covid. Attualmente è controllato. Oggi posso dire che, nonostante abbiamo fatto una totale flessibilizzazione nel mese di dicembre 2020 – necessaria per le famiglie, per l’economia – abbiamo un buon livello di controllo.
E ora abbiamo firmato un accordo con la Russia per acquistare 10 milioni di dosi di vaccino Sputnik-V. Stiamo completando la fase 3 degli studi su questo vaccino Sputnik-V, che sono molto favorevoli. E inizieremo la fase di vaccinazione. Ma non si può ingannare la gente: i vaccini aiuteranno, ma proteggeranno solo per sei mesi o due anni, non è per sempre. La gente deve saperlo. Molte persone che si stanno vaccinando ora nel mondo, si stanno vaccinando con l’aspettativa che sia la fine definitiva di ogni pericolo di infettarsi dal Covid. No, è un esperimento. La vaccinazione di massa è ancora un esperimento che sarà valutato.
Signor Presidente, nel corso dell’ultimo anno sono proseguiti anche gli attacchi e i sabotaggi – in particolare contro l’industria elettrica e l’industria petrolifera – diretti e finanziati dall’estero contro la Rivoluzione Bolivariana. In questo senso, la sconfitta dell’incursione armata chiamata “Operación Gedeón” [guidata da mercenari statunitensi con la partecipazione di ex militari venezuelani che consisteva nello sbarco di due gruppi armati per rovesciare il governo e assassinare il Presidente, ndt], nel maggio 2020, ha dimostrato, ancora una volta, la forza dell’unione civile-militare. Quali sono le chiavi di questa unione che sembra resistere a tutte le prove? Quali nuove minacce armate teme contro il Venezuela e contro se stesso?
Beh, lavoriamo molto. In primo luogo, lavoriamo con le parole, con l’esempio, con le azioni di governo permanente. Lavoriamo sull’ideologia, la politica, i valori di tutta la società. Il Venezuela ha dimostrato, in questo anno 2020, ancora una volta, la grande forza delle sue nuove istituzioni, dei valori costituzionali. E ha dimostrato una grande forza di coscienza dell’“unione civico-militare-polizia”, come la chiamo io.
Il Venezuela è sotto attacco da una guerra permanente. Nessuno deve essere lasciato nel dubbio che l’imperialismo americano, come impero, abbia deciso di riconquistare, di ricolonizzare il Venezuela, di distruggere la nostra rivoluzione, di distruggere le nostre istituzioni.
Durante questi quattro anni di presidenza di Donald Trump, abbiamo conosciuto una versione estremista della politica imperialista contro il Venezuela. Estremismo totale. Trump ha autorizzato più volte – che si saprà a tempo debito, Ramonet – il mio assassinio. A Trump piaceva il sangue, la morte. Ha fatto assassinare Soleimani e altri. E in diverse occasioni ha autorizzato piani, coordinati con il Presidente Iván Duque della Colombia, per assassinarmi. Questi piani sono ancora in vigore oggi. Noi, di tanto in tanto, scopriamo elementi e prendiamo misure per la protezione, non solo della mia vita, della vita della mia famiglia, ma anche della vita dell’alto comando politico-militare, della vita della leadership del Paese, della vita delle istituzioni.
Abbiamo recentemente smantellato un piano nato a Riohacha, sulla costa atlantica della Colombia. Lì, il 21 dicembre 2020, si è svolta una riunione guidata da tre funzionari dei servizi segreti colombiani strettamente legati all’ex presidente colombiano Álvaro Uribe Vélez, inviato da Iván Duque per organizzare un piano per attaccare la nostra centrale idroelettrica di Guri, per attaccare le nostre raffinerie, per cercare di distruggere, con un’esplosione, la sede dell’Assemblea Nazionale. Questo piano è stato chiamato “Boicot a la Asamblea Nacional”.
La stiamo smantellando in questo momento, con le prove in mano, con le testimonianze delle persone che hanno partecipato a quell’incontro a Riohacha. Il governo colombiano ha taciuto, perché abbiamo scoperto il piano segreto che avevano per questi giorni in dicembre e gennaio. Siamo sotto attacco permanente, sotto minaccia permanente.
Ma la chiave è la consapevolezza. Indubbiamente, se ci chiedessero: qual è la chiave per mantenere in piedi la Rivoluzione Bolivariana? La risposta è: verità, parole d’impegno, azione permanente, avere iniziativa politica. E la coscienza superiore del popolo, la coscienza superiore della nostra Forza Armata Nazionale Bolivariana.
Quest’anno è stata approvata una legge – la Legge Costituzionale che governa le Forze Armate Nazionali Bolivariane – e in questa legge sono stati espressi gli elementi teorici delle azioni del soldato venezuelano: antiimperialismo, bolivarismo, latinoamericanismo. La Forza Armata si è dichiarata una Forza Armata anti-oligarchica.
Ci sono principi, elementi chiave: formare la coscienza, accrescere i valori con la verità. Questa è una chiave fondamentale dell’unione civile-militare-polizia che sostiene, in un combattimento permanente, la nostra Rivoluzione.
Signor Presidente, le elezioni legislative del 6 dicembre scorso hanno dato una nuova e clamorosa vittoria al Chavismo e ai suoi alleati. Il 5 gennaio si concluderà il mandato della precedente Assemblea, dominata dall’opposizione. Il Chavismo riprenderà il controllo dell’Assemblea Nazionale. Tuttavia, una parte dell’opposizione si è rifiutata di partecipare a queste elezioni e non ne riconosce i risultati. Quali iniziative intende prendere per convincere questa opposizione a partecipare a un nuovo dialogo per procedere verso la definitiva pacificazione della vita politica?
Beh, sì, una parte importante dell’opposizione ha adottato la visione estremista imposta da Washington nell'era di Trump. Ma l’era di Trump sta finendo e vedremo come reagirà ora quella parte dell’opposizione. Abbiamo sempre dialogato e negoziato con tutta l’opposizione, compresa quella che si è esclusa dal sistema politico democratico del Paese. Abbiamo parlato anche con loro, invitandoli ad occupare i loro spazi. L’opposizione venezuelana ha seguaci, militanti, ha elettori. Ebbene, hanno il diritto di occupare i loro spazi politici.
Spero che, con l’insediamento della nuova Assemblea Nazionale il prossimo 5 gennaio per il periodo 2021-2025 – sono cinque anni, dal 5 gennaio 2021 al 5 gennaio 2026, questo è il mandato costituzionale e qui i mandati costituzionali sono per cinque anni per il potere legislativo, non un giorno di più, non un giorno di meno – spero che questa Assemblea Nazionale che si sta costituendo richieda un grande, inclusivo, ampio, molto ampio dialogo. Mi offro di partecipare come uno in più a questo dialogo, seduto su una sedia come uno in più; mi tolgo le spalline presidenziali e mi siedo lì per contribuire all’incontro e alla riconciliazione dei venezuelani. Spero che da quel dialogo convocato dall’Assemblea Nazionale possano scaturire buoni risultati e che diventi un epicentro politico di dialogo, di riunione, di riconciliazione.
Speriamo che tutta l’opposizione partecipi alle elezioni del 2021 per i governatori che abbiamo e che sono molto importanti, hanno un mandato costituzionale e ci sono 23 governatorati nel Paese.
L’ultima volta, Ramonet, che abbiamo combattuto contro tutta l’opposizione unita contro le forze bolivariane, è stata l’elezione dei governatori, il 15 ottobre 2017. Su 23 governatorati, ne abbiamo vinti 19. Abbiamo ottenuto il 54% del voto nazionale. Una vittoria incredibile. Quella è stata l’ultima volta che abbiamo potuto misurarci. Inoltre, posso aggiungere, vogliamo misurarci con tutta l’opposizione in tutti gli Stati del Paese, a mani nude, o come vogliono loro, nel taekwondo, nel pugilato, come vogliono, ma alle elezioni, preferirei alle elezioni. Poi, nel 2022 arriverà l’elezione dei sindaci in 335 comuni, molto importante per il governo locale. E nel 2022, devo ricordare che il 10 gennaio 2022, farò tre anni di Presidenza.
C’è la possibilità di revoca...
Sì, c’è il diritto a un referendum revocatorio. Se qualcuno dell’opposizione volesse raccogliere le firme, e se le raccogliesse, rispettando i requisiti costituzionali e legali, noi, nel 2022, avremmo un referendum revocatorio, andremmo a misurarci anche noi.
E poi, nel 2024, pioggia, tuoni o fulmini, ci saranno le elezioni presidenziali in Venezuela. Quindi abbiamo una grande agenda elettorale, un’agenda politica e, al di là dell’agenda elettorale, al di là dell’agenda politica, c’è un’agenda economica di ripresa, c’è un’agenda sociale, c’è un’agenda morale di lotta alla corruzione. Vorrei parlare di tutti questi temi con tutta l’opposizione ed essere in grado di raggiungere un consenso.
Ora posso dirle sinceramente Ramonet, lei è un cittadino franco-spagnolo, conosce molto bene l’Europa. Gran parte della colpa dell’estremismo dell’opposizione, dell’esclusione dell’opposizione dalla vita politica del Paese, dell’abbandono delle sue aree naturali e dei suoi elettori, è dell’Unione Europea e dei governi europei. Non solo Donald Trump, perché l’Unione Europea ha seguito l’esempio di Donald Trump, sostenendo tutte le politiche di barbarie, di estremismo di destra, tutte le politiche insensate e impresentabili. L’unico posto al mondo in cui l’Unione Europea sostiene queste politiche è in Venezuela. Dovremo comprendere il perché. Gran parte del fatto che la destra venezuelana, l’opposizione, stia entrando in una politica di saggezza, partecipazione e dialogo, ha a che fare con l’Unione Europea, che ha una grande influenza sulla mente di questi leader politici in questo settore dell’opposizione. Speriamo che l’Unione Europea parli con loro di dialogo e li aiuti a riflettere e a correggere la propria linea.
Ora parleremo di economia, volevo chiederle quanto segue: il suo governo ha scelto, un anno fa, di permettere una parziale dollarizzazione dell’economia e del commercio. Potrebbe fare un bilancio di questa dollarizzazione? Perché è stata presa questa misura? Quali benefici ha portato? Quali inconvenienti ha portato? Fino a quando sarà mantenuta? E un’altra domanda che alcuni analisti si pongono: rivoluzione e dollarizzazione, non c’è contraddizione?
Beh, innanzitutto il Venezuela è soggetto a una situazione molto particolare. Siamo perseguiti da tutte le fonti di finanziamento. Potrei dirti, Ramonet, che praticamente l’imperialismo degli Stati Uniti ha proibito l’uso della valuta del dollaro da parte dello Stato venezuelano. Così la situazione è più chiara.
Taglio corto sulla tua domanda dicendoti questa grande verità: il Venezuela non ha il diritto di vendere petrolio al mondo e di raccogliere i proventi in dollari. Il Venezuela non ha il diritto, come Stato, di gestire conti per pagare medicine, cibo nel mondo. Non ha il diritto.
Abbiamo i nostri modi di spostare le risorse, ma devono essere tutti modi atipici, paralleli al mondo del dollaro. Tutto questo mostra come il dollaro, come il sistema bancario statunitense sia utilizzato per cercare di imporre un modello economico, un modello politico, un cambio di regime in Venezuela. Questa è la vera verità.
Siamo nel mezzo di un’economia di resistenza, un’economia di guerra. Siamo passati da un reddito di 56 miliardi di dollari nel 2013 a meno di 500 milioni di dollari nel 2020. Che ognuno tragga le proprie conclusioni. Eppure abbiamo mantenuto lo Stato sociale come dettato dalla nostra Costituzione.
Qui, l’istruzione pubblica gratuita e di qualità è stata mantenuta per il nostro popolo. Qui, la salute pubblica gratuita e di qualità è stata mantenuta e aumentata. Qui il diritto all’alloggio è stato mantenuto; abbiamo un record mondiale nella costruzione e nella consegna di alloggi e ho appena consegnato 3.400.000 case. Stiamo costruendo 1.095 unità abitative sociali al giorno. Un record, un vero record mondiale. E qui i livelli di occupazione sono stati mantenuti.
Che cosa è crollato? Il reddito nazionale e il reddito dei lavoratori. Il reddito dei lavoratori è stato colpito a seguito del furto, per il 99%, del reddito nazionale in valuta estera.
E in mezzo a tutto questo, cosa è successo? È emersa un’economia prima surrettizia, ora aperta e pubblica, dove il dollaro è controllato, soprattutto a livello commerciale. Ho dei numeri che, per la prima volta, vi darò ufficialmente. A livello di commercio e a livello di alcune attività, il dollaro ha funzionato come valvola di sfogo per il reddito, per il commercio e per la soddisfazione dei bisogni di importanti settori della vita venezuelana. È stato una valvola di sfogo.
Ma posso darvi i dati di quest’anno 2020, vedete? Tutta l’attività commerciale è raccolta in questi numeri. Nel 2020, posso dirvi, in particolare negli ultimi due mesi di novembre e dicembre, l’attività commerciale nel Paese è quintuplicata rispetto all’anno scorso. Quintuplicato in bolivar e in dollari.
Ora, posso dirvi che, in dollari – questi dati sono freschi – l’importanza relativa delle spese effettuate dalle famiglie, a seconda del mezzo di pagamento utilizzato, posso dirvi che il 77,3% delle transazioni commerciali nel Paese, nel 2020, sono state effettuate in Bolivar con metodi di pagamento digitali. Così si può ancora vedere il peso della moneta nazionale, e noi lo recupereremo. Solo il 18,6% è stato effettuato in contanti in valute convertibili, fondamentalmente dollari.
Si può vedere qui, per esempio, nel mese di giugno, luglio i pagamenti in valuta estera sono saliti a più del 20%, ma il risultato annuale è già il 18,6% dei pagamenti in contanti in dollari, in molte attività dei centri commerciali, tra cui il commercio di strada, il commercio informale. E il 3,4% in bolivar fisici, che si sa che hanno una guerra contro la valuta fisica.
Andiamo, nel 2021, verso un’economia digitale più profonda, più in espansione. Mi sono posto l’obiettivo: economia digitale al 100%, che tutti abbiano i loro metodi di pagamento in carte di debito, carte di credito...
Il denaro fisico scompare, quindi in una certa misura...
Scompare. Per il Venezuela è un grande vantaggio. Creeremo anche alcuni formati di pagamento in valuta digitale, con un conto di risparmio in valuta estera nella banca venezuelana. I conti di risparmio e i conti correnti in valuta estera sono stati autorizzati e le persone potranno pagare al prezzo della valuta in Bolivar nel mercato generale del paese.
Questo significa che il dollaro è una valvola di sfogo. Non si può dire che il Venezuela sia, come l’Ecuador per esempio, un’economia dollarizzata. Non dipende dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti come Panama. No! Il Venezuela ha la sua moneta, il bolivar, e noi la difenderemo nel 2021 migliorando le entrate. Dobbiamo migliorare la qualità della valuta venezuelana.
Dobbiamo continuare a diminuire l’inflazione, che è ancora molto alta, anche se l’abbiamo controllata gradualmente. Ma è difficile, a causa dell’intera situazione del reddito nazionale. Quindi non possiamo parlare di una dollarizzazione dell’intera economia.
Quindi alla domanda: c’è una contraddizione tra la dollarizzazione e la rivoluzione? La risposta è, per quanto possiamo vedere: no. C’è una certa complementarietà.
Signor Presidente, il Venezuela è stato vittima di uno spettacolare furto di beni all’estero. Lei è stato derubato, in particolare, della società Citgo negli Stati Uniti e anche delle riserve auree depositate a Londra. Quali iniziative ha intrapreso il suo governo per recuperare questi beni? Qual è la situazione attuale? Quali speranze ha di recuperarli?
Abbiamo sempre la speranza, perché abbiamo la ragione giuridica, abbiamo la ragione nazionale, repubblicana. Si tratta di beni della Repubblica. L’oro di Londra appartiene alla Repubblica, gestita dalla sua Banca Centrale del Venezuela. I conti bancari congelati in Portogallo, Spagna, Italia, Regno Unito, Francia, Stati Uniti, sono conti bancari di quasi 30 miliardi di dollari che se attivati e recuperati costituirebbero un’iniezione immediata di ripresa e rilancio economico del Venezuela, solo con il recupero di quel denaro.
Siamo stati derubati della compagnia Citgo, una compagnia con ottomila stazioni di servizio negli Stati Uniti. È congelata, sequestrata dal clan Trump, l’hanno tenuta d’occhio da quando Donald Trump è diventato presidente con il suo gruppo imprenditoriale per rubarci la Citgo. Con la complicità di questi subdoli banditi, ladri, dell’estrema destra venezuelana, capeggiati da Juan Guaidó, hanno rubato la Citgo. C’è speranza di recuperarla.
Abbiamo avuto difficoltà a difendere il Venezuela e i suoi interessi perché ci viene impedito anche di pagare gli studi legali internazionali. Perché, ripeto, ci hanno congelato e ci hanno rubato i conti.
Ma in Venezuela troviamo sempre un modo per avere buoni studi legali, per avere avvocati coraggiosi, competenti, capaci, e per difendere i nostri interessi sta arrivando una nuova Assemblea Nazionale. L’Assemblea Nazionale che è stata l’epicentro del saccheggio, del furto, della rapina del Venezuela se ne sta andando.
Questo cambierà molto la situazione perché sta arrivando una nuova Assemblea Nazionale con pieni poteri legislativi e credo che questo ci aiuterà a progredire nell’obiettivo di recuperare ciò che appartiene alla Repubblica. Non appartiene a Maduro, non appartiene a un gruppo, ma è patrimonio della Repubblica, è denaro e patrimonio di tutti i venezuelani, di tutte le venezuelane.
Signor Presidente, nell’attuale difficile situazione economica nazionale e internazionale, segnata dalle conseguenze, come lei sottolinea, sia del blocco che della pandemia, quali sarebbero le principali questioni da risolvere per rilanciare la crescita economica del suo Paese? In che misura può contribuire a ciò il recente voto su una legge “anti-bloqueo”?
Beh, siamo allenati alle difficoltà. Il Libertador si definiva “l’uomo delle difficoltà”. E il nostro popolo come “popolo in difficoltà”. Abbiamo già indicato e guidato un piano di recupero che ha avuto come asse, questa settimana, la Ley Antibloqueo.
La Ley Antibloqueo svolge un ruolo fondamentale nel processo di recupero del reddito nazionale. Con il recupero del reddito nazionale, dobbiamo gradualmente recuperare i fattori e gli equilibri della macroeconomia. Recuperare il reddito dei lavoratori e mantenere un processo di recupero del mercato interno nazionale.
Posso darvi un’informazione importante su come, nel 2020, abbiamo fatto progressi nel processo di creazione di un’economia alternativa, un’economia post-rentista, un’economia produttiva. Abbiamo aumentato la produzione alimentare di 400.000 tonnellate, per esempio, e abbiamo superato i livelli di carenza di prodotti e di cibo, che esistevano tre, quattro o cinque anni fa. Con produzione nazionale.
Vorrei congratularmi con gli imprenditori e i produttori, l’agroalimentare. Stiamo facendo il piano per il CLAP 2021. Oggi ho approvato il piano per il CLAP 2021, che significa il mercato alimentare mensile per 7 milioni di famiglie.
Da intendersi: i CLAP sono i comitati locali di approvvigionamento e produzione che costituiscono uno strumento fondamentale nel mercato alimentare. Non c’è dubbio che c’è spazio per migliorare, per crescere. Ne parleremo già a gennaio, con il Ministero dell’Alimentazione, il Vice Presidente Esecutivo.
Ho già approvato le linee di lavoro per la produzione nazionale di tutti i CLAP, di tutti gli alimenti distribuiti ai 7 milioni di famiglie nazionali. Prima, importavamo il 60 o 70% di quel cibo. Quindi, dal 2021 in poi, con la Ley Antibloqueo, recupereremo il reddito nazionale, recupereremo l’equilibrio macroeconomico, contenendo l’inflazione ancora di più l’anno prossimo e riprendendo la crescita economica reale.
Il 2021 segna l’inizio di una nuova crescita progressiva, sostenuta, vera e propria, vi dico, dell’economia reale, dell’economia produttiva. Non dell’economia finanziaria, della speculazione, della menzogna, della farsa, no, è la crescita dell’economia che produce cereali, latte, carne, mais, arepas, vestiti, petrolio, oro, ecc. Dell’economia reale.
Credo che tutta questa crudeltà che è stata applicata contro il Venezuela ci abbia lasciato una grande lezione e siamo sulla strada dello sviluppo della nostra vera economia, che sarà molto forte, molto potente, vedrete, e inoltre, stiamo dando un esempio al mondo.
Possiamo essere banditi dal dollaro, possiamo essere banditi dal finanziamento e dal rifinanziamento nel sistema bancario occidentale, possiamo essere perseguitati e i nostri conti portati via, ma non siamo stati fermati e non lo saremo mai. E ciò che emerge qui darà un esempio al mondo che un altro mondo è possibile, che bisogna dire basta al ricatto del dollaro e del sistema finanziario del Fondo Monetario Internazionale.
In Venezuela stiamo dimostrando, con la resistenza, con una resistenza molto dura, che un altro mondo è possibile. Andremo avanti, lo vedrete.
Signor Presidente, ora parleremo di politica internazionale e cominceremo parlando dell’America Latina. Qualcosa sta cambiando in America Latina. Ai governi progressisti del Messico e dell’Argentina si sono aggiunti la recente vittoria del MAS in Bolivia, il successo del plebiscito in Cile, la sconfitta di Bolsonaro alle elezioni municipali in Brasile, la rivolta popolare in Perù, le proteste in Guatemala e in Colombia, le ragionevoli prospettive di vittoria del candidato Araúz alle prossime elezioni presidenziali in Ecuador e la clamorosa vittoria del Chavismo alle elezioni legislative del 6 dicembre in Venezuela.
Tutto ciò crea un’atmosfera molto diversa da quella che esisteva di recente quando alcuni parlavano di “fine del ciclo progressista”. Come vede la situazione geopolitica in America Latina per questo 2021 che sta iniziando?
Ebbene, posso dire che i movimenti popolari radicali di lotta, i cosiddetti movimenti progressisti, i movimenti di sinistra, i movimenti rivoluzionari sono una realtà in America Latina e nei Caraibi. Noi siamo l’alternativa dei nostri popoli, ognuno con il suo profilo, le sue caratteristiche, il suo discorso, il suo governo.
Non si può, per esempio, paragonare la leadership dei movimenti popolari in Colombia con quella dell’Ecuador, o del Venezuela, o del Brasile. Ognuno ha il suo profilo, la sua consistenza, la sua forma, il suo discorso, il suo coraggio, le sue opportunità, ma, senza dubbio, dal Messico alla Patagonia e in tutti i Caraibi c’è un movimento popolare potente, radicale, ribelle. C’è un potente movimento progressista e un potente movimento di sinistra. C’è una potente leadership rivoluzionaria.
All’avanguardia è l’ALBA, la Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América. La vittoria in Bolivia è stata una grande vittoria per ALBA e, beh, sta ricomponendo quella che è una grande alleanza per la pace, lo sviluppo sociale, la vita dei nostri popoli. Cuba, Nicaragua, Venezuela, Bolivia e Caraibi sono senza dubbio all’avanguardia, insieme ai nostri leader caraibici, Saint Vincent e Grenadine, Antigua e Barbuda, Dominica e Grenada.
L’ALBA è sempre rimasta in piedi. L’ALBA è nata come risultato e prodotto della prima ondata guidata da Chavez in quest’epoca, la prima ondata che ha portato allo storico incontro tra Chavez e Fidel, che ha portato al ritorno al potere del Sandinismo, che ha portato alla vittoria di Evo, di Correa, che ha portato alla vittoria di Kirchner. Ebbene, da quella prima ondata l’ALBA è emersa e si è costituita, forte.
Ora, senza dubbio, vedo che sta arrivando una seconda ondata. La seconda ondata di governi progressisti, popolari, sovrani, latinoamericani. Sta arrivando una seconda ondata che è in pieno sviluppo. Perché sta arrivando questa seconda ondata? Perché il capitalismo neoliberista è esaurito. Il capitalismo neoliberista genera povertà, esclusione, repressione.
Qui vediamo Cile, Perù, Ecuador, Colombia, tutta l’ala del Pacifico: repressione, miseria, disoccupazione. La Colombia quest’anno ha più di 90 massacri, più di 250 ex combattenti delle FARC assassinati. E cosa dicono i media, cosa dice il mondo? Sono silenziosi.
Così il modello repressivo, antipopolare, escludente, che genera miseria – il capitalismo neoliberista – non ha alcuna risposta per il popolo. È un esaurimento molto profondo e la cosa naturale è che emergeranno nuove leadership che sorprenderanno non solo l’America Latina e i Caraibi, ma anche il mondo.
Andiamo verso una seconda ondata, non lo dico semplicemente per ottimismo, per fede – che io ho, sono un uomo ottimista, di fede, di fede nei popoli, di fede nella lotta, di fede nella storia dei nostri Paesi – lo dico come risultato dell’osservazione diretta della realtà e con i dati che voi, anche, avete riportato nella vostra domanda.
Signor Presidente, negli ultimi anni, con l’aumento dell’ostilità verso il Venezuela da Washington e da molte capitali europee, il suo governo ha rafforzato i legami con diverse potenze come Cina, Russia, Iran, Turchia, India e altre che hanno difeso la sovranità del Venezuela. Può dirci quali sono le prospettive di progetti di cooperazione e sviluppo con queste potenze?
Siamo aperti al mondo. Senza dubbio, sono particolari le nostre relazioni con la Federazione Russa, con la Repubblica Popolare Cinese, con la Repubblica Islamica dell’Iran, con Cuba. Sono speciali anche con l’India, conoscete la mia grande identità con l’India, con la sua spiritualità, con il suo popolo. E con molti altri Paesi. Con la Turchia, con il mio fraterno Presidente Erdogan. E con l’Africa, con molti Paesi del mondo abbiamo grandi ed eccellenti relazioni.
Vogliamo che queste relazioni si consolidino, continueremo a lavorare. Grazie alla Ley Antibloqueo, sono già stati fatti progressi spettacolari in nuove alleanze in vari campi di investimento nell’economia. Non posso dire molto, è la caratteristica della Ley Antibloqueo, fare senza parlare e dirlo quando è già stato fatto.
Questo è il principio: fare, fare, fare, andare avanti senza dire nulla, per evitare la guerra imperialista, per neutralizzarla e per dire più tardi, quando sarà tutto fatto e compiuto, quando avrò il risultato qui in mano. Ora, nella stessa linea della Ley Antibloqueo, invito anche gli investitori dell’America Latina, del Messico, di Panama, i nostri colleghi investitori della Colombia, del Brasile, dell’Argentina, di tutta l’America Latina e dei Caraibi, degli Stati Uniti: venite, ecco un mondo per investire a condizioni speciali.
Se qualcuno ha danneggiato gli investitori di ogni tipo, i detentori di debiti degli Stati Uniti, se qualcuno li ha danneggiati è Donald Trump e la sua politica ostinata ed estremista contro il Venezuela.
Perché gli investitori americani hanno qui le porte aperte per investire nel petrolio, nel gas, nel petrolchimico, nelle telecomunicazioni, nel turismo, nella finanza, in quello che vogliono. Trump ha fatto un grande danno ai detentori del debito. E posso anche dirvi, come scoop, che noi ai detentori del debito, per impegno della Repubblica, li abbiamo pagati nel periodo 2014-17 più di 76 miliardi di dollari.
Con il Comandante Chavez, nel periodo 2010-2013, abbiamo pagato fino a 56 miliardi di dollari. Ecco il conto, come dice un mio amico, ecco il conto: 76 miliardi più 56 miliardi sono 132 miliardi di dollari che abbiamo pagato dal 2010 al 2017 fino a Trump.
Quelli erano i profitti degli investitori finanziari. I detentori del debito hanno perso tutto quando hanno congelato i nostri conti, quando hanno attaccato le nostre entrate petrolifere. Ho confermato a tutti i detentori del debito, a tutti gli investitori americani, la nostra volontà di negoziare e rinegoziare, e di adempiere a tutti i nostri impegni d’ora in poi e raggiungere accordi poiché abbiamo i migliori rapporti.
Sono consapevoli che saranno ben pagati, che siamo persone di parola, affidabili per l’attività finanziaria, economica, lo sanno, e sanno che Trump ha fatto un grande danno ai loro investimenti, lo sanno perfettamente.
Ci sono investitori, Ramonet, che rappresentano addirittura gruppi, sindacati di pensionati statunitensi, gruppi sociali negli Stati Uniti che hanno acquistato, per affidabilità, obbligazioni del debito venezuelano e ora, guarda, Trump le ha interrotte, Trump le ha distrutte. Un altro mondo è possibile anche sotto questo aspetto.
Quindi mando un messaggio, approfitto della sua domanda per mandare un messaggio a tutti gli investitori del mondo: siamo pronti, preparati, abbiamo la Ley Antibloqueo, c’è la nuova Assemblea Nazionale che sta per sviluppare una serie di leggi per rendere più flessibile tutto ciò che è investimento nell’attività economica venezuelana, il Venezuela è aperto al mondo per gli investimenti.
Signor Presidente, è proprio la recente sconfitta elettorale di Donald Trump negli Stati Uniti e l’imminente arrivo della nuova amministrazione democratica del Presidente Joe Biden che costituiscono un particolare momento di cambiamento nella vita politica internazionale. Cosa si aspetta da questa nuova amministrazione statunitense? Quale messaggio di benvenuto invia a Joe Biden?
A questo proposito sono obbligato ad essere prudente. Non significa che non abbia un pensiero chiaro, io sì, sui cambiamenti negli Stati Uniti, sulla clamorosa sconfitta di Donald Trump. Trump se ne va; vediamo se con la partenza di Trump se ne vanno anche le sue politiche dannose ed estremiste contro il Venezuela. Vedremo...
Ci sono molte pressioni. Ieri ho ricevuto informazioni su questo ladro e assassino di nome Leopoldo López: sta assumendo, a Washington, due società di lobbying vicine al Partito Democratico per iniziare a fare pressioni a favore dell’estremismo di destra in Venezuela prima del nuovo governo Biden. Sapete che la politica degli Stati Uniti si muove sulla base del lobbismo. È anche legale.
Ora stanno assumendo nuovi lobbisti legati a Biden, legati al nuovo segretario di Stato [Anthony Blinken] nominato da Biden, quindi, beh, speriamo che arrivi il 20 gennaio, che il presidente Joe Biden presti giuramento e che prenda strade diverse.
Ho sempre detto, mi auguro che con la partenza di Trump le sue politiche estremiste e crudeli contro il Venezuela spariranno, mi auguro che il dialogo con Biden e gli Stati Uniti sarà ripristinato su un’agenda costruttiva. Speriamo, speriamo. Intanto aspettiamo, nelle mani di Dio, sempre noi, dipendenti dai nostri sforzi.
Io dico sempre al popolo venezuelano, al popolo del mondo: non dipendiamo da nessuno, dipendiamo sempre dai nostri sforzi, dipendiamo dai nostri pensieri, dalle nostre parole, il resto è profitto, come dice il nostro popolo. Speriamo che sia per il bene, il cambiamento negli Stati Uniti, per l’umanità, e speriamo che sia anche per il bene del Venezuela. Questo è ciò che desidero.
Grazie mille, signor presidente, siamo giunti alla fine di questa intervista. Non mi resta che augurare a lei, alla sua famiglia e, ovviamente, al Venezuela e a tutto il suo popolo un felice anno nuovo.
Bene, grazie mille per questa opportunità. Prima della valanga di menzogne, di manipolazioni, di attacchi che ci sono nella stampa mondiale... vedo sempre, nella stampa e nella televisione di Madrid, attacchi e attacchi.
Madrid è diventata l’epicentro dell’attacco dell’ala di estrema destra contro il Venezuela, si legge il New York Times, il Miami Herald, la stampa colombiana e il mondo in generale: attacchi spietati, incessanti, inclementi... Ma bene, ecco la nostra verità e per la nostra verità diamo la nostra vita e con la nostra verità andiamo sulle strade del futuro.
Il 2021, che segnerà il bicentenario della battaglia di Carabobo [il 24 giugno 1821 la vittoria delle forze patriottiche di Simon Bolivar contro le truppe monarchiche nella battaglia di Carabobo fu decisiva nella guerra d’indipendenza del Venezuela, ndt], sarà un anno emblematico.
È stato fissato dallo stesso comandante Chavez: “Nel 2021, 200 anni dopo Carabobo”, disse Chavez, “dobbiamo arrivare liberi, indipendenti e sovrani”. E così siamo arrivati: liberi, indipendenti, sovrani nella resistenza, ma anche nella vittoria. Buon anno.
Fonte
05/06/2018
Venezuela - “Maduro ha vinto. I rivoluzionari devono festeggiare per questo risultato”
Intervista a Luciano Vasapollo.
Allora Luciano, sei appena tornato con Rita Martufi dal Venezuela dove hai seguito le elezioni, invitati direttamente dal Ministro degli Esteri Arreaza. Avete avuto molti incontri in rappresentanza delle vostre aree politico-culturali di appartenenza. Cominciamo da un dato: Maduro e le forze che rappresenta hanno vinto anche queste elezioni. Nel tuo lavoro sei abituato a far parlare i numeri e allora “diamo i numeri”. Con quanti voti ha vinto Maduro? Quanti voti ha preso l’opposizione? Quanta gente ha partecipato al voto?
Accolgo con favore questa intervista perchè permette di esprimere la mia opinione visto che in Europa, i media hanno la linea editoriale delle multinazionali, il cui discorso è che le frodi si sono verificate in Venezuela e c’è stata un’astensione che giustifica il fatto di non riconoscere i risultati. Maduro ha ottenuto il 68% dei voti, mentre Henri Falcón ha ottenuto solo il 21%, il che significa una differenza di 45 punti, cosa che non accadeva in Venezuela da 20 anni. Il candidato Bertucci, che è arrivato al terzo posto, ha anche sottolineato che si può non riconoscere un risultato con una limitata differenza di voti, ma che con delle cifre come quelle di domenica 20 maggio è impossibile che si verifichi una frode con un così grande margine di differenza.
E' stato un processo elettorale che ha garantito la libertà e l’indipendenza, in un sistema moderno e affidabile. Lo dico avendo assistito ad elezioni anche in altre parti del mondo. E' una vergogna, e lo dico come europeo, che l’Unione Europea abbia chiesto l’astensione in Venezuela, per dire poi che il processo non era legittimo perché avevano votato poche persone.
Grandi lotte sono state combattute per conquistare il diritto di voto, quindi è un passo indietro chiedere l’astensione. La risposta popolare del popolo bolivariano è stata l’autodeterminazione, l’indipendenza e la sovranità, perché non hanno accettato di essere una colonia.
Ho visitato i seggi elettorali e tutto è andato tranquillamente, in pace, nonostante il contesto di guerra economica, commerciale, guerra internazionale finanziaria, mediatica, psicologica in atto contro il Venezuela; è stata una vittoria eroica del compagno Maduro e della democrazia. Nicolas Maduro ha vinto nettamente le elezioni presidenziali di domenica 20 maggio, ottenendo un secondo mandato presidenziale con oltre 6,5 milioni di voti. Lo ha annunciato il Consiglio nazionale elettorale (CNE) nella tarda sera di domenica. Con il 92,6% dei voti contati, Maduro ha ottenuto 5,8 milioni di voti, mentre il suo rivale, l’ex governatore Henri Falcón, ha ottenuto 1,8 milioni di voti. Il presidente del CNE Tibisay Lucena, nel suo discorso alla nazione, ha anche aggiunto che 8,6 milioni di venezuelani (circa il 47%) si sono recati alle urne, su un totale del registro elettorale di 20,5 milioni di persone. Come detto si tratta del 92,6% dei voti scrutinati.
Alcuni paesi come gli Stati Uniti o la stessa Unione Europea contestano la validità di queste elezioni. Nei paesi che contestano le elezioni in Venezuela per il basso numero di votanti, quanta gente ha votato quando ha dovuto eleggere i presidenti o i premier?
Chiediamoci con quali livelli di partecipazione siano stati proclamati Donald Trump, Juan Manuel Santos o Sebastián Piñera, perché sono stati eletti con molto meno del 48% di partecipazione che Maduro ha ottenuto nelle elezioni del 20 maggio. Il 4 marzo si sono tenute le elezioni in Italia, e fino ad oggi non esiste un governo in un parlamento in cui manca un partito che rappresenti davvero gli interessi popolari. Ha vinto la Lega Nord, un gruppo indipendentista diventato un partito contro gli immigrati e fascista. L’altra parte, il Movimento 5 Stelle, è populista e si cerca ancora di formare un governo. E il balletto istituzionale di questi giorni di guerra di posizionamento in cui sono sempre prevalenti gli interessi della borghesia transazionale europea, della Troika e del profitto delle multinazionali, fa addirittura rimpiangere la prima repubblica del CAF.
L’Unione Europea non riconosce i risultati elettorali perché obbedisce agli interessi multinazionali che cercano di conquistare le ricchezze del Venezuela. Vogliono petrolio, oro, argento, gas, nell’attuale fase espansionistica dell’impero, perché per il blocco europeo la democrazia è al servizio dei grandi capitali e non rappresenta gli interessi popolari.
Anche se gli Stati Uniti e l’Unione Europea sono due espressioni diverse dell’imperialismo, alla ricerca di dominio globale, stanno applicando in Venezuela la stessa ricetta che è stata utilizzata in Libia, in Siria, Iraq, Iran e nei paesi che non accettano le regole del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e che chiamano Stati canaglia solo per la loro impertinenza di voler essere sovrani.
È ovvio ciò che stanno facendo il signor Trump e la UE, che stanno tentando attraverso le sanzioni di radicalizzare la violenta opposizione in Venezuela. La strategia è quella di generare una tremenda guerra economica, generare fame, morte e influenzare la psicologia dei venezuelani affinché incolpino la rivoluzione di tutte le loro difficoltà.
Esiste un fascismo internazionale, militare, al servizio delle multinazionali, che oggi cerca di impadronirsi del Venezuela, per questo stanno creando le condizioni per il rilancio delle guarimbas, alimentando una radicale opposizione che non accetta il dialogo, formata da delinquenti, fascisti, mercenari, pagati dall’impero per generare violenza che giustifichi un intervento umanitario. Ma se è guerra, non può essere umanitaria.
L’impero vuole creare le condizioni per iniziare in Venezuela la sua “guerra umanitaria” che gli permetta di impadronirsi degli immensi giacimenti di petrolio dell’Orinoco Oil Belt.
“Secondo l’impero o si accetta la ‘democrazia umanitaria’,o si interviene con la ‘guerra umanitaria’, come hanno fatto in Iraq, la Libia, la Siria e adesso con il genocidio in Palestina”.
Il professore chiarisce che la guerra umanitaria è un eufemismo o un modo di chiamare la guerra militare.
Quando si vuole lanciare una “guerra umanitaria”, le cosiddette ONG, che lavorano spesso per la CIA, contribuiscono a creare le condizioni di violenza per giustificare gli “aiuti umanitari”, ossia una guerra militare per controllare i territori che non Sono obbedienti alle multinazionali. In Venezuela i nemici della rivoluzione, hanno creato le condizioni per rincarare e far sparire i medicinali e gli alimenti per poter avanzare con la fase violenta del piano dell’impero. ”L’aiuto umanitario è una bugia, perché le sanzioni cercano di generare fame e disperazione.
Nonostante il Consiglio Elettorale Nazionale (CNE) sia stato assistito da 150 osservatori internazionali di 30 paesi diversi e alla presenza di diverse organizzazioni internazionali, l’Unione Europea non riconoscerà il voto e la stampa italiana è già impegnata a delegittimare la tornata elettorale prendendo a riferimento il dato delle astensioni. A costoro rispondo di ascoltare non le mie parole, ma quelle di Jose Luis Rodriguez Zapatero, ex primo ministro spagnolo moderato non certo un chavista. Ma da persona onesta intellettualmente e come osservatore internazionale, ruolo che l’Unione Europea invitata formalmente da Caracas non ha voluto fare per paura di dover dire la verità forse. Ecco Zapatero ha definito ‘incomprensibile’ l’atteggiamento dell’Unione Europea e ha ribadito la totale trasparenza e validità del voto. Ascoltate con attenzione le sue parole e avrete la sintesi della vergogna che oggi rappresenta l’Ue.
Ci sono però altri paesi che hanno ritenuto legittimo il responso elettorale. Quali sono e cosa indicano nel sistema di alleanze di un paese come il Venezuela?
Con il ritorno a destra di due grandi paesi come Argentina e Brasile, sono venuti meno due grandi polmoni di appoggio solidali che avevano interrotto il progetto dell’ALCA per far spazio all’ALBA. Un cambio di scenario che ha purtroppo ridefinito in senso negativo alcune situazioni e indebolito l’integrazione solidale. La posizione assunta dall’attuale presidente dell’Ecuador, Lenin Moreno, non è casuale. Ne abbiamo parlato a lungo negli incontri con Correa e David Choquehuanca.
In un paese dollarizzato com’è l’Ecuador e in cui le risorse passano per un mercato d’importazione determinato dagli USA, Moreno si è trovato in una situazione in cui rompere con gli Stati Uniti avrebbe creato grossi problemi. Correa ha potuto muoversi in un quadro diverso, fidando su sponde solide come quelle di Argentina e Brasile. Quando lo scenario muta e ad alcuni appare che anche Maduro possa crollare, Moreno inizia a cambiare strategie e alleanze. E oggi, nonostante l’Ecuador non sia ancora uscito dall’ALBA, non ha più un governo affidabile per i processi di trasformazione. Ora non solo c’è il fiume di denaro dell’imperialismo USA, ma anche la partita che stanno giocando in Europa le multinazionali, i vari partiti legati ai centri di potere, come quelli della vecchia e agguerrita nomenclatura dei poteri forti italiani, come i partiti della Mogherini, Tajani eccetera. Una partita per il controllo dell’America Latina e, attraverso l’America Latina, sul Medioriente, sul fronte libico e siriano: seguendo la linea del petrolio e del metano. E dell’acqua, non dimentichiamolo.
Controllare o svendere alle grandi multinazionali fiumi importantissimi che attraversano mezzo continente, controllare l’Amazzonia, pesa incredibilmente sugli scenari. Insomma, quella che si gioca in America Latina è una partita più che mai aperta.
Ripeto sempre una frase del mio amico Abel Prieto: quando diciamo “hasta la victoria siempre”, “patria o muerte, venceremos!”, dobbiamo aggiungere che la “victoria es inevitable”. Deve essere resa inevitabile pena la scomparsa dei processi rivoluzionari in corso. Non ci sono più altre strade.
Il riconoscimento elettorale è immediatamente arrivato da Cuba, Bolivia, Iran, Russia, Cina, quei paesi che l’imperialismo chiama “stati canaglia”.
Al primo posto ci sono governi, paesi che sostengono e rivendicano con forza l’appoggio alla democrazia popolare, alla resistenza eroica dei governi rivoluzionari e del popolo di Cuba e del Venezuela. E’ un punto di riferimento forte il Venezuela di Chavez e Maduro, così come Cuba socialista, così come il socialismo comunitario della Bolivia, le conquiste dell’ALBA rivoluzionaria. Sono Governi e paesi che lavorano affinché i vari golpe voluti dall’imperialismo USA e UE contro l’autodeterminazione dei popoli dell’America Latina non possano avere successo e perché la democrazia reale in Brasile possa tornare e Lula si possa candidare. Lavoriamo e lavoreremo perché i governi della Colombia, Perù, Cile smettano di sostenere gli USA ma aiutino i loro popoli a compiere conquiste verso la piena autodeterminazione.
Perché Maduro ha vinto queste elezioni? Su quali settori della società raccoglie i suoi consensi?
Il popolo venezuelano avrebbe potuto arrendersi alla guerra economica e alla strozzatura finanziaria dei potentati del mondo. Pensando al livello di lotta per i propri diritti, per la propria sovranità e per l’autodeterminazione dei popoli europei sembra un miracolo che non l’abbia fatto.
La ricetta è machiavellica, poiché l’inflazione viene creata per giustificare la sospensione degli investimenti sociali e ridurre i salari. In Venezuela, la distribuzione di beni di base è crollata per impedire l’accesso a medicinali e cibo per incolpare il governo di Maduro.
Si cerca di generare odio contro il governo attraverso il mancato accesso al cibo e alle medicine.
Penso che si stia alimentando un’opposizione violenta per generare di nuovo proteste come quelle che nel corso dell’anno 2017 hanno causato più di 100 morti.
Il Venezuela affronta una guerra psicologica che ha il supporto di media locali e internazionali.
Che lezione al resto del mondo. E’ stata una resistenza eroica. In un paese sotto assedio imperialista e con la decisione di tutte le potenze mondiali di favorire la massima astensione e boicottaggio del voto, la realtà del risultato elettorale è un trionfo per il presidente operaio.”
Confermo l’importanza del voto di ieri per un popolo, quello venezuelano, sempre più consapevole ormai di rappresentare un modello di riferimento alle ingiustizie di questo mondo. Voglio riprendere le parole con cui Maduro ha chiuso il suo discorso della vittoria: All’impero, dico: devi sapere che il Venezuela è la garanzia della stabilità sociale e politica nella regione. E’ un errore grave cercare di destabilizzare il Venezuela. Ed è proprio così lo vediamo con il Brasile del golpista Temer, nell’Argentina di Macri e laddove l’imperialismo con golpe più o meno blandi sta portando nuovamente la scure del neo-liberismo. Oggi il Venezuela di Maduro è il perno della stabilità regionale. Che cosa ha fatto Maduro subito dopo l’annuncio della vittoria? Ha aperto un dialogo permanente con l’opposizione. Tutta l’opposizione anche quella che ha boicottato le elezioni per dare impulso all’interventismo degli Stati Uniti e dell’Unione Europea. A tutta l’opposizione anche quella che ha organizzato due colpi di stato violenti contro di lui nel 2014 e 2017 noti come Guarimbas.
“Siamo la forza della storia trasformata in vittoria popolare.” Sono state le prime parole di Maduro ai suoi sostenitori dopo l’annuncio del CNE. “Grazie per aver saputo affrontare tante aggressioni e bugie, grazie per averlo superato e per avermi fatto diventare presidente del Venezuela per il prossimo mandato.” “Esigo il rispetto per tutto il popolo venezuelano, sono il presidente di tutti i venezuelani, chiedo un processo di dialogo, il dialogo permanente è ciò di cui ha bisogno il Venezuela”. Con queste parole di Maduro si comprende bene quanto escano sconfitti gli “interventisti umanitari” degli Sati Uniti e dell’Unione Europea umiliati persino dal moderato ex premier spagnolo Zapatero a Caracas come osservatore internazionale.
L’opposizione è arrivata alle elezioni spaccata. Quali sono le forze dell’opposizione e perché si sono divise?
L’impero ricorre alla violenza mediatica, psicologica ed economica, ma quando non è abbastanza, ricorre anche alla violenza fascista. Già in passato si sono avute manifestazioni violente con persone bruciate vive per il crimine di essere Chaviste.
Gli Stati Uniti sostengono le oligarchie e le multinazionali del petrolio con il terrorismo psicologico e massmediatico per condizionare e deviare quei settori della popolazione che hanno sempre sostenuto il chavismo nel paese. Maduro ha dimostrato grande responsabilità democratica e senso dello Stato facendo appello a pace, dialogo ed elezioni. L’opposizione, per così dire, che e’ dell’estrema destra e che detiene la maggioranza nel Parlamento ha chiesto insistentemente nuove elezioni presidenziali “il prima possibile” come premessa per il dialogo. Il Presidente aveva indetto le elezioni per il 22 aprile e quando c'era già il pre-accordo firmato nella Repubblica Domenicana tutto è saltato perché l’estrema destra venezuelana il giorno della firma ha ricevuto una telefonata dalla Colombia dove era in visita Tillerson – oggi Segretario di Stato USA ieri oligarca delle multinazionali del petrolio. Sotto pressione degli Stati Uniti si è interrotto tutto con lo sdegno anche dell’ex primo ministro spagnolo Zapatero, uno dei cosiddetti accompagnatori nel processo di dialogo e pace nella Repubblica Domenicana. E’ una vera e propria provocazione. Il tutto è servito per dire che il 20 maggio non ci sono state elezioni libere. Ma dittatoriali sono le elezioni quando l’opposizione non può partecipare, non quando non vuole partecipare per fare aumentare la pressione dall’esterno lavorando insieme a Unione Europea e Stati Uniti alla destabilizzazione. Chi è l’antidemocratico? Continuano veri e propri attacchi, finti incidenti alla frontiera con la Colombia o il Perù, per poi dire che lo sconfinamento possa essere il pretesto dell’invasione del Venezuela come successo in Siria o in Iraq. L'imperialismo non è solo quello degli USA, è imperialismo anche l’insistente ingerenza arrogante, antidemocratica dell’UE.
Quando c’erano i morti nelle strade si riempivano giornali e telegiornali con menzogne per accelerare il colpo di stato contro il governo. Quando si è eletta la Costituente si è gridato al “golpe di Maduro” per accelerare l’intervento militare che si stava ipotizzando in quei giorni. Quando il 54% dei venezuelani vota per eleggere 17 governatori chavisti su 22, preferiscono la menzogna del silenzio. Lo stesso vale per quei politici, molti in quel partito che si autodefinisce democratico e farebbe meglio a mettere un a avanti. Silenzio. Magari tra qualche giorno l’ordine sarà di parlare di “brogli” e allora vedrete fiumi di inchiostro con tutti che si sveglieranno. E’ la logica della guerra mediatica in corso.
Quanto ha pesato “l’opposizione economica”, ossia il sabotaggio dell’economia del paese che sta provocando problemi a vasti settori della popolazione?
L’opposizione e gli imprenditori eversivi sanno quello che hanno fatto in questi ultimi tre anni. Infatti, esistono studi in cui è dimostrato che se questi imprenditori avessero continuato a produrre e a distribuire i propri prodotti, il popolo venezuelano non avrebbe sofferto quello che oggi sta soffrendo. La crisi del prezzo del petrolio è diventata determinante solo quando gli imprenditori, legati ai politici dell’opposizione, hanno cominciato a sabotare l’economia. Quindi, è evidente che, oggi, nessuno ha più fiducia nel cosiddetto patriottismo degli industriali e dei banchieri. Infatti, i candidati deputati della nuova Assemblea Costituente è gente che ha sofferto gli effetti della guerra economica. Sanno benissimo che i barraqueros si sono arricchiti con il contrabbando, che le bande di Narcos possono essere debellate solo se il governo adotterà la “tolerancia zero”. Sanno che il valore del Bolivar sarà effettivo e reale solo se lo Stato avrà il totale controllo sulla circolazione della moneta. Sanno, anche che la struttura burocratica ereditata dai governi mafiosi di “Accion Democratica” e “Copei” potrà essere riciclata e diventare efficiente solo con lo sviluppo del Poder Popular de las Comunas. Sanno pure che il paese è stato vittima di una demonizzazione mediatica senza precedenti, operata da paesi che come l’Italia, la Spagna gli Stati Uniti e via dicendo, che si dicono campioni della democrazia e della convivenza pacifica. Infine, è gente che sa benissimo che il 75% della rendita petrolifera è destinata allo sviluppo economico e sociale e che le Missiones hanno trasformato il Venezuela. Per cui, sono sicuro che l’Assemblea Costituente modificherà l’attuale Costituzione non perché questa è oltrepassata, ma perché il governo bolivariano pretende consolidare la stabilità politica, consolidare gli istituti di democrazia di base partecipativa, affermare lo sviluppo economico, dinamizzare i nuovi settori, oltre a garantire la giustizia sociale a tutti i cittadini. Chiedo al signor Falcón di riconoscere i risultati e di accettare di partecipare al dialogo proposto dal presidente Maduro per il supremo interesse del popolo del Venezuela, assediato dalle grandi multinazionali. Si deve difendere la sovranità nazionale, ecco perché Falcón deve dialogare e accettare i risultati elettorali e le norme costituzionali. Il blocco economico, finanziario e commerciale contro il Venezuela sia anche peggiore di quello in atto contro Cuba, perché c’è anche una guerra monetaria e un’inflazione manipolata da interessi corporativi.
Il candidato perdente, Henri Falcón, ha chiesto nuove elezioni, una richiesta che ha l’approvazione dell’amministrazione Trump, che ha anche chiesto di ripetere le elezioni e ha imposto più “sanzioni” economiche contro il Venezuela.
La Spagna e l’Unione Europea studiano anche “altre misure tempestive” contro il nuovo governo di Nicolás Maduro, insieme a una dozzina di paesi dell’America Latina e al Canada che non hanno riconosciuto i risultati del 20 maggio. Perché questa brutale interferenza contro l’autodeterminazione di un popolo? Tutti noi accompagnanti possiamo testimoniare che il sistema elettorale venezuelano è inespugnabile, e che il 20 maggio c’è stato un processo legittimo e trasparente. Chiedo all’ONU di fare una dichiarazione a favore della sovranità del popolo del Venezuela.
In quale clima politico e sociale si sono svolte le elezioni?
E’ stato un voto per la sovranità e l’autodeterminazione di un popolo che dovrà affrontare nel futuro prossimo ulteriori sacrifici, perché la morsa dei potentati finanziari del mondo non si arrenderà, anzi. La resistenza e la rivoluzione continua con nuova forza per le sfide del futuro che non saranno meno complicate. Ma il popolo del Venezuela ha mandato un messaggio chiaro al mondo: NOI NON CI ARRENDIAMO. E ti prego di sottolinearlo più volte. Noi non ci arrendiamo.
E ora che fare? Nel nuovo mandato e in linea con quanto intrapreso dall’Assemblea Costituente si deve procedere immediatamente al rafforzamento del processo rivoluzionario a partire da una nuova fase di consolidamento delle conquiste sociali rivoluzionarie con una econmia diversificata creativa che sappia dare sempre più spazio alle socializzazioni e nazionalizzazioni e sempre meno dipendente dal petrolio e dai mercati monetari e finanziari internazionali. E per farlo bisogna partire dalla lezione di democrazia, libertà e resistenza data ieri, per l’ennesima volta, dal meraviglioso popolo venezuelano”
Nonostante i 120 morti del 2017, la guerra economica, la guerra mediatica messa in atto da CIA, narcos, multinazionali e dalle destre venezuelane, il risultato ottenuto è straordinario.
Neanche Chavez nel 2002, quando il colpo di stato ha avuto successo per alcuni giorni, ha mai subito un attacco forte come quello che sta subendo Nicolas Maduro in questi mesi. Questa, lo voglio dire con forza, è una vittoria del Presidente Maduro.
Sul Venezuela bisogna fare chiarezza nel mare di bugie in cui siamo inondati quotidianamente. E’ in corso un grande processo rivoluzionario che ha cambiato le sorti dell’America Latina, ridato forza e dignità a milioni di persone che semplicemente nei regimi neo-liberisti del passato non esistevano e ha dato grande forza e speranza a chi come noi in occidente si rifà alla cultura di resistenza del movimento operaio e della democrazia di base. Oggi in Italia ci sono 10 milioni di persone che vivono tra la povertà relativa e quella assoluta. Non hanno dignità, sono scarti del sistema. Proprio per questo anche qui in Europa o nei paesi capitalisti a processo maturo la questione della trasformazione in Venezuela è di vitale importanza. Il comportamento dei media segue il regime del pensiero unico imposto dalle borghesie dominanti oggi.
Secondo te gli Stati Uniti stanno aumentando o diminuendo le ingerenze nel cosiddetto “cortile di casa” cioè l’America Latina? Per alcuni aspetti negli ultimi anni erano sembrati più attivi e attenti in altri quadranti come il Medio Oriente e l’Asia...
Oggi il cortile degli Stati Uniti non è solo l’America Latina, è l’intero pianeta, perché si sta verificando una crisi sistemica capitalista. Trump vuole dominare la Siria, la Russia, la Cina, la Libia, l’Ucraina, anche se l’America Latina rimane il punto focale.
Ma gli Stati Uniti non hanno la forza economica e militare che avevano 10 anni fa, da quando è emersa una competizione “interimperialista”, in cui l’Unione Europea ha i propri interessi in campo.
Ecco perché il Dipartimento di Stato ha nuovamente puntato l’attenzione sull’America Latina, per ristabilire il suo potere.
Penso che il controllo di Argentina e Brasile sia stato una priorità in questa fase di ricolonizzazione, ecco perché Lula oggi è in prigione, perché sanno che avrebbe vinto le elezioni.
Anche in Argentina sono state create le condizioni per l’ uscita di Cristina, dal momento che era necessario conquistare il paese e il Brasile in modo che non sostenessero il Venezuela chavista e anche che il gruppo di Lima è costituito da colonie al servizio delle multinazionali.
L’impero non ha permesso neanche un governo ribelle in Honduras, e sebbene esistessero condizioni per rendere illegittimo un processo non trasparente che ha causato proteste e morti, l’Organizzazione degli Stati Americani e Trump lo hanno considerato legittimo.
L’inquilino della Casa Bianca cerca una condizione di dominio assoluto in America Latina, per questo tenta di distruggere la democrazia venezuelana che, con tutte le sue contraddizioni, è una democrazia pura e legittima”. L’Imperialismo non è solo guerra militare, ma è anche l’imposizione di regole economiche, attraverso oligopoli, monopoli che obbligano intere popolazioni a sottostare ad orientamenti neo-coloniali violentando la loro sovranità e autodeterminazione.
L’Unione Europea è l’emblema di tutto questo e non è un caso che sia oggi in prima fila con le sanzioni contro la democrazia e l’autodeterminazione del Venezuela. I partiti del Parlamento europeo sono oggi per la maggior parte in particolare espressione del centro sinistra. Dobbiamo essere chiari su questo punto: è Renzi, è Gentiloni, è il cosiddetto partito “democratico” che incita a violare le regole delle Nazioni Unite contro la Rivoluzione Bolivariana dando sponda alle ipotesi fascistoidi per il futuro del Venezuela, dell’America Latina e non solo , pensando a far propaganda di regime per dar forza ai giochi dei potenti ; il Pd, il partito sedicente “democratico “ sostiene, per fare un altro esempio, in Ucraina le forze fasciste dei mercenari paramilitari e di un governo dittatoriale .
Per tutte queste ragioni credo che l’unica soluzione reale e credibile sia oggi creare e sostenere nel tempo un fronte popolare come Potere al Popolo. Non sono un portavoce di questa lista e non mi permetto di parlare a suo nome, ma posso dire che c’è grande aspettativa nelle aree politico , culturali , sindacali con cui io lavoro – ad esempio il Cestes centro studi Usb, Nuestra America, organizzazioni politiche come la Rete dei Comunisti o editoriali come Contropiano – ma anche in moltissimi altri compagni che sono dentro Potere al Popolo.
Hai fatto molti incontri politici in Venezuela. Chi sono stati i tuoi interlocutori e, se possiamo renderlo noto, di cosa avete discusso soprattutto?
La delegazione in Venezuela per la Rete dei Comunisti, per il Capitolo italiano della Rete in Difesa dell’Umanità e per il centro studi Cestes, dopo interscambi con la Cancelleria, istituzione che ci ha invitato, ha incontrato alla sede centrale del Consiglio Nazionale Elettorale la presidente Tibisay Lucena Ramírez che ha esposto l’indipendenza assoluta del potere elettorale riconosciuto costituzionalmente e del moderno e sicuro sistema elettorale che garantirà elezioni libere e pienamente democratiche ad oltre 20 milioni di Venezuelani. La Presidente ha evidenziato le gravi interferenze internazionali che stanno cercando in tutti i modi di intervenire per impedire il diritto del popolo venezuelano di esprimere liberamente il proprio voto. La presenza di accompagnanti provenienti da tutto il mondo e di tutte le tendenze politiche dimostra, se ce ne fosse bisogno, la grande trasparenza e la piena legalità delle elezioni e del loro svolgimento.
La nostra delegazione ha incontrato il ministro degli Esteri Jorge Arreaza che ha spiegato in maniera puntuale i diversi attacchi mediatici e le gravissime azioni dei governi occidentali e i diversi complotti di guerra economica e propagandistica atte ad impedire il voto ai Venezuelani residenti all’estero e a delegittimare l’intero processo elettorale.
Abbiamo poi partecipato al comizio di chiusura della campagna elettorale del Presidente Maduro alla Avenida Bolivar, con la presenza di centinaia di migliaia di operai, impiegati, pensionati, casalinghe, studenti, insomma il vero popolo chavista bolivariano, soggetto reale della rivoluzione.
Altro incontro molto interessante quello con con Tania Diaz prima vicepresidente dell’Assemblea Costituente e con William Castillo Viceministro della comunicazione internazionale con i quali si è discusso di come utilizzare al meglio i mezzi di comunicazione sociali in tutto il mondo e di come realizzare la diffusione delle notizie sul processo rivoluzionario e della verità su tutto ciò che sta realizzando la democrazia socialista Venezuelana attraverso i vari social network che sono presenti in tutto il mondo.
Abbiamo poi avuto molti incontri con varie delegazioni straniere di Cuba, Palestina,Tunisia Spagna, Portogallo e tanti paesi dell’America Latina. Altro importante incontro quello con David Choquehuanca, ex ministro degli Esteri della Bolivia ed ora segretario Esecutivo dell’ALBA (l’Alleanza Bolivariana dei popoli di Nuestra America). Emozionante l’incontro della nostra delegazione con il Presidente Correa arrivato a Caracas per appoggiare il Presidente Maduro che, in una conferenza precedente al nostro incontro, aveva esposto i gravi problemi del suo paese e la persecuzione di cui sono vittima lui e i suoi collaboratori ; ha più volte sottolineato che si rischia un nuovo Plan Condor in America Latina e che è necessario vigilare con gli strumenti della democrazia di base per una controffensiva ai criminali attacchi imperialisti.
Altro importante incontro con Ernesto Villegas Ministro del Poder Popular para la Cultura de Venezuela in cui abbiamo affrontato i temi dell’attualità della rivoluzione Bolivariana anche importanti argomenti di prospettiva nella continuità e rafforzamento della collaborazione politica e culturale col governo del Venezuela.
Molte sono state le interviste in diretta a Tele Sur, a Radio Sur, a Radio Nacional ecc. sui temi dell’attacco mass mediatico internazionale contro la sovranità e l’autodeterminazione della democrazia partecipativa Bolivariana e sul ruolo degli imperialismi della UE e degli USA con la guerra economica, monetaria, finanziaria e psicologica. In queste interviste si è evidenziata la solidità trasparenza e protagonismo della democrazia partecipativa socialista venezuelana che difende la propria autodeterminazione e indipendenza con la resistenza eroica del suo popolo per sconfiggere gli interessi delle multinazionali del petrolio e le logiche disumane del profitto.
Infine una domanda un po’ rognosa ma a nostro avviso inevitabile per le forze rivoluzionarie un po’ i tutti i paesi. Nel processo rivoluzionario bolivariano, così come in quello boliviano o anche in esperienze di governo progressiste ma non rivoluzionarie come in Brasile, spesso i partiti comunisti sono marginali nel processo o addirittura ostili ai movimenti politici e sociali che lo animano. Non è così ovunque né per tutti i partiti comunisti, ma spesso questa contraddizione si produce o si riproduce. Come te lo spieghi?
Per quel che riguarda l’autodeterminazione dei popoli, ragiono con le mie organizzazioni di riferimento da marxista in un’ottica di divenire storico e in un’ottica di classe. Dobbiamo iniziare a dare aggettivi a sostantivi che altrimenti restano vuoti. “Democrazia” non significa niente di per sé. Anche Casa Pound oggi la utilizza. Io aggiungo alla parola democrazia sempre socialista, redistributiva, egualitaria, partecipativa e popolare. “Autodeterminazione dei popoli” si. Ma poi bisogna aggiungere gli aggettivi. E gli aggettivi si aggiungono rispondendo alla domanda: a beneficio di chi? Popolo e cittadini da soli non significano niente. Era popolo venezuelano quello che per conto della CIA e delle multinazionali ha ucciso altro popolo venezuelano per cacciare Maduro. Fermo restando il mio sostegno al processo in Catalogna di rottura contro il polo imperialista spagnolo e europeo, quando parliamo di autodeterminazione dei popoli dobbiamo avere coscienza di chi sta portando avanti il percorso di indipendenza, quale classe sociale nello specifico e che percorso politico ha in mente.
Anche nella cosiddetta sinistra europea, tuttavia, Maduro viene dipinto come un “autocrate che sta affamando il popolo”, come colui che “ha fallito nell’eredità di Chavez”. Certo il dato dell’astensione poteva essere minore, non come quello a cui siamo abituati nell’occidente democratico per intenderci. Ma non c ‘è un altro paese al mondo che ha subito negli ultimi anni una così feroce guerra imperialista con attentati terroristici continui, guerriglia di fascisti e mercenari con centinaia di morti, guerra economica con incetta e sparizione dei beni di prima necessità portati dai mercenari sul mercato nero o in Colombia e dollarizzati; iper inflazione indotta da speculazione monetaria e sul cambio creata e manipolata internazionalmente; un blocco commerciale e finanziario internazionale infame e tremendo pari solo a quello imposto a Cuba; una guerra psicologica sul popolo e una guerra massmediatica terrorista sia sul piano interno sia internazionale.”
Le teorie ideologiche delle basi politiche anche nei partiti e organizzazioni comuniste sono necessarie, ma vanno misurate sul terreno della realizzabilità e verificate. Agli scettici per professione, a coloro che vogliono insegnare a fare le rivoluzioni negli altri paesi e nei propri vengono espropriati, senza che muovano un dito, dei loro diritti, delle risorse e dignità voglio solo dire che dovrebbero iniziare a studiare i rapporti di forza con cui si è scontrato il presidente Maduro negli ultimi anni. I prezzi del petrolio oggi non sono quelli dell’epoca di Chavez. L’America Latina oggi non è quella di Chavez che aveva dalla sua Evo, Correa, Lula, Kirchner, Mujica e tutto un continente che spezzava le catene del Fondo Monetario Internazionale. In questo contesto geopolitico attuale, Maduro sta compiendo un miracolo e il popolo anche per questo ieri l’ha premiato. Di fronte a una crisi sistemica a cui il capitalismo cerca di reagire per sopravvivere, era logico pensare che avrebbe giocato una partita pesantissima sul prezzo del petrolio. Si sarebbe dovuto tenere maggiormente in conto il pericolo di dipendere dal prezzo del petrolio e dall’agire delle borghesie transnazionali. Se dipendi dal prezzo del petrolio, ti colpiscono con una manovra speculativa sui tassi di cambio, impedendoti di emettere titoli del debito pubblico e agendo quindi sul mercato finanziario e poi su quello delle risorse naturali e delle merci.
Se un paese dipende fortemente e quasi unicamente dalle dinamiche indotte e controllate dai prezzi di mercato, lo colpiscono agendo condizionando e indirizzando a favore delle multinazionali i meccanismi di mercato. Perché quando il prezzo del barile scende dai 130 dollari a 35-40 dollari, quello venezuelano precipita a 22: sei volte di meno. Immettono petrolio scadente estratto con la tecnica del fracking, devastante a livello ambientale, ma a basso prezzo. Si rivolgono e ricattano le petromonarchie e impongono regole speculative: metti dentro questo mercato quantità enormi di petrolio e abbassa il prezzo.
In Europa non esiste più la possibilità di una via socialdemocratica, riformista, di un capitalismo per così dire sociale che non cada nella spirale dell’imperialismo o del neoliberismo. Dunque, l’unica via è quella della transizione verso il socialismo. Ovviamente, da marxisti che interpretano con la necessaria dialettica il rapporto tra materialismo storico e dialettico, sappiamo che non sarà per domani. Non abbiamo i rapporti di forza a nostro favore, ma solo guardando lontano possiamo agire sui processi in divenire e giocare la nostra partita. Altrimenti abbiamo perso in partenza.
Nel presente stato di cose, alla luce di quel che sta avvenendo, compresi i risultati delle ultime elezioni in Italia, ci tengo a mettere nero su bianco la seguente affermazione: la sinistra storica è socialmente e politicamente morta. D’altronde, io non sono solo un uomo della cosiddetta sinistra, ma un marxista nel pensare e nell’agire quotidiano. Dirò di più, tanto per farmi qualche altro nemico: il riformismo di maniera si è concluso. È arrivata alla fine anche quell’impostazione berlingueriana che ha zavorrato dall’interno alcuni partiti satelliti dell’ex Pci. Quel ciclo si è chiuso, ora bisogna rilanciare un’altra ipotesi. Noi, con un’impostazione e con principi di classe, riprendiamo il discorso che avevamo iniziato già dieci anni fa: quello dell’ALBA euro-afro mediterranea. Possiamo semplificarlo riferendoci a un’area di interessi di classe e di processo rivoluzionario euro-mediterraneo, che guarda con grande simpatia all’ALBA del Latinoamerica. Un processo di integrazione regionale in cui, pur con tutti i limiti, si è creata la Banca dell’ALBA, la Banca del Sur, si sono messe in campo le Misiones, mezzi di comunicazioni alternativi come Telesur, si è creato il Sucre, una moneta virtuale di compensazione per gli scambi interni, potenzialmente alternativa al dollaro.
Eppure diversi partiti o organizzazioni comuniste in America Latina e in altri paesi guardano con sospetto e talvolta con una attitudine critica che rasenta l’ostilità a queste esperienze decisamente diverse da quelle tradizionali sia nell’approccio “parlamentarista” che in quello “insurrezionale”...
Come si fa a non guardare a un’esperienza così importante? La storia ci ha insegnato che i modelli non si esportano, ma che si deve costruire il futuro anche guardando all’indietro: a quanti, seppur in contesti diversi, quei percorsi li hanno fatti.
E allora, qual è la prospettiva per l’autodeterminazione? Qual è la condizione economica del Venezuela? È brutta, certamente. Si sta cercando di uscirne? Sì. Si stanno sperimentando soluzioni? Tantissime, con creatività e coraggio. Come finirà? Torniamo al materialismo storico: dipende dai rapporti di forza che riusciamo a creare a livello locale e internazionale.
Se non organizziamo almeno una rete di solidarietà politica culturale a livello europeo, capace di ridare ossigeno a Cuba, al Venezuela e alla stessa Bolivia, l’aggressione dei poli geo-economici e delle multinazionali si farà più forte, diretta e più difficile da gestire.
E noi siamo parte in causa. Troppo spesso le organizzazioni e i partiti comunisti guardano a se stessi, alla loro tenuta organizzativa, alla loro strutturazione interna in una ipotesi di lavoro per la cosiddetta “accumulazione delle forze” dove con questa terminologia si intende guardare più dentro se stessi che all’organizzazione di classe, al saper creare prima nei territori fra i lavoratori, le basi è per l’organizzazione dell’internazionalismo proletario e poi l’organizzazione comunista per l’internazionalismo politico fra i partiti e le organizzazioni comuniste. Ma agire e muoversi oggi guardando a se stessi significa spesso non sapersi relazionare e capire i processi rivoluzionari che non sempre rispondono alle cosiddette regole classiche storiche delle modalità della presa del potere così come avvenuta ad esempio per l’Unione Sovietica, per la rivoluzione cinese o quella cubana e quindi guardare alla propria identità comunista “senza macchia, senza paura e senza peccato” significa far male al movimento di classe, al movimento rivoluzionario e far male a se stessi poiché ci si può scavare la fossa morendo d’asfissia fuori dalle dinamiche reali del processo storico.
Fonte
Allora Luciano, sei appena tornato con Rita Martufi dal Venezuela dove hai seguito le elezioni, invitati direttamente dal Ministro degli Esteri Arreaza. Avete avuto molti incontri in rappresentanza delle vostre aree politico-culturali di appartenenza. Cominciamo da un dato: Maduro e le forze che rappresenta hanno vinto anche queste elezioni. Nel tuo lavoro sei abituato a far parlare i numeri e allora “diamo i numeri”. Con quanti voti ha vinto Maduro? Quanti voti ha preso l’opposizione? Quanta gente ha partecipato al voto?
Accolgo con favore questa intervista perchè permette di esprimere la mia opinione visto che in Europa, i media hanno la linea editoriale delle multinazionali, il cui discorso è che le frodi si sono verificate in Venezuela e c’è stata un’astensione che giustifica il fatto di non riconoscere i risultati. Maduro ha ottenuto il 68% dei voti, mentre Henri Falcón ha ottenuto solo il 21%, il che significa una differenza di 45 punti, cosa che non accadeva in Venezuela da 20 anni. Il candidato Bertucci, che è arrivato al terzo posto, ha anche sottolineato che si può non riconoscere un risultato con una limitata differenza di voti, ma che con delle cifre come quelle di domenica 20 maggio è impossibile che si verifichi una frode con un così grande margine di differenza.
E' stato un processo elettorale che ha garantito la libertà e l’indipendenza, in un sistema moderno e affidabile. Lo dico avendo assistito ad elezioni anche in altre parti del mondo. E' una vergogna, e lo dico come europeo, che l’Unione Europea abbia chiesto l’astensione in Venezuela, per dire poi che il processo non era legittimo perché avevano votato poche persone.
Grandi lotte sono state combattute per conquistare il diritto di voto, quindi è un passo indietro chiedere l’astensione. La risposta popolare del popolo bolivariano è stata l’autodeterminazione, l’indipendenza e la sovranità, perché non hanno accettato di essere una colonia.
Ho visitato i seggi elettorali e tutto è andato tranquillamente, in pace, nonostante il contesto di guerra economica, commerciale, guerra internazionale finanziaria, mediatica, psicologica in atto contro il Venezuela; è stata una vittoria eroica del compagno Maduro e della democrazia. Nicolas Maduro ha vinto nettamente le elezioni presidenziali di domenica 20 maggio, ottenendo un secondo mandato presidenziale con oltre 6,5 milioni di voti. Lo ha annunciato il Consiglio nazionale elettorale (CNE) nella tarda sera di domenica. Con il 92,6% dei voti contati, Maduro ha ottenuto 5,8 milioni di voti, mentre il suo rivale, l’ex governatore Henri Falcón, ha ottenuto 1,8 milioni di voti. Il presidente del CNE Tibisay Lucena, nel suo discorso alla nazione, ha anche aggiunto che 8,6 milioni di venezuelani (circa il 47%) si sono recati alle urne, su un totale del registro elettorale di 20,5 milioni di persone. Come detto si tratta del 92,6% dei voti scrutinati.
Alcuni paesi come gli Stati Uniti o la stessa Unione Europea contestano la validità di queste elezioni. Nei paesi che contestano le elezioni in Venezuela per il basso numero di votanti, quanta gente ha votato quando ha dovuto eleggere i presidenti o i premier?
Chiediamoci con quali livelli di partecipazione siano stati proclamati Donald Trump, Juan Manuel Santos o Sebastián Piñera, perché sono stati eletti con molto meno del 48% di partecipazione che Maduro ha ottenuto nelle elezioni del 20 maggio. Il 4 marzo si sono tenute le elezioni in Italia, e fino ad oggi non esiste un governo in un parlamento in cui manca un partito che rappresenti davvero gli interessi popolari. Ha vinto la Lega Nord, un gruppo indipendentista diventato un partito contro gli immigrati e fascista. L’altra parte, il Movimento 5 Stelle, è populista e si cerca ancora di formare un governo. E il balletto istituzionale di questi giorni di guerra di posizionamento in cui sono sempre prevalenti gli interessi della borghesia transazionale europea, della Troika e del profitto delle multinazionali, fa addirittura rimpiangere la prima repubblica del CAF.
L’Unione Europea non riconosce i risultati elettorali perché obbedisce agli interessi multinazionali che cercano di conquistare le ricchezze del Venezuela. Vogliono petrolio, oro, argento, gas, nell’attuale fase espansionistica dell’impero, perché per il blocco europeo la democrazia è al servizio dei grandi capitali e non rappresenta gli interessi popolari.
Anche se gli Stati Uniti e l’Unione Europea sono due espressioni diverse dell’imperialismo, alla ricerca di dominio globale, stanno applicando in Venezuela la stessa ricetta che è stata utilizzata in Libia, in Siria, Iraq, Iran e nei paesi che non accettano le regole del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e che chiamano Stati canaglia solo per la loro impertinenza di voler essere sovrani.
È ovvio ciò che stanno facendo il signor Trump e la UE, che stanno tentando attraverso le sanzioni di radicalizzare la violenta opposizione in Venezuela. La strategia è quella di generare una tremenda guerra economica, generare fame, morte e influenzare la psicologia dei venezuelani affinché incolpino la rivoluzione di tutte le loro difficoltà.
Esiste un fascismo internazionale, militare, al servizio delle multinazionali, che oggi cerca di impadronirsi del Venezuela, per questo stanno creando le condizioni per il rilancio delle guarimbas, alimentando una radicale opposizione che non accetta il dialogo, formata da delinquenti, fascisti, mercenari, pagati dall’impero per generare violenza che giustifichi un intervento umanitario. Ma se è guerra, non può essere umanitaria.
L’impero vuole creare le condizioni per iniziare in Venezuela la sua “guerra umanitaria” che gli permetta di impadronirsi degli immensi giacimenti di petrolio dell’Orinoco Oil Belt.
“Secondo l’impero o si accetta la ‘democrazia umanitaria’,o si interviene con la ‘guerra umanitaria’, come hanno fatto in Iraq, la Libia, la Siria e adesso con il genocidio in Palestina”.
Il professore chiarisce che la guerra umanitaria è un eufemismo o un modo di chiamare la guerra militare.
Quando si vuole lanciare una “guerra umanitaria”, le cosiddette ONG, che lavorano spesso per la CIA, contribuiscono a creare le condizioni di violenza per giustificare gli “aiuti umanitari”, ossia una guerra militare per controllare i territori che non Sono obbedienti alle multinazionali. In Venezuela i nemici della rivoluzione, hanno creato le condizioni per rincarare e far sparire i medicinali e gli alimenti per poter avanzare con la fase violenta del piano dell’impero. ”L’aiuto umanitario è una bugia, perché le sanzioni cercano di generare fame e disperazione.
Nonostante il Consiglio Elettorale Nazionale (CNE) sia stato assistito da 150 osservatori internazionali di 30 paesi diversi e alla presenza di diverse organizzazioni internazionali, l’Unione Europea non riconoscerà il voto e la stampa italiana è già impegnata a delegittimare la tornata elettorale prendendo a riferimento il dato delle astensioni. A costoro rispondo di ascoltare non le mie parole, ma quelle di Jose Luis Rodriguez Zapatero, ex primo ministro spagnolo moderato non certo un chavista. Ma da persona onesta intellettualmente e come osservatore internazionale, ruolo che l’Unione Europea invitata formalmente da Caracas non ha voluto fare per paura di dover dire la verità forse. Ecco Zapatero ha definito ‘incomprensibile’ l’atteggiamento dell’Unione Europea e ha ribadito la totale trasparenza e validità del voto. Ascoltate con attenzione le sue parole e avrete la sintesi della vergogna che oggi rappresenta l’Ue.
Ci sono però altri paesi che hanno ritenuto legittimo il responso elettorale. Quali sono e cosa indicano nel sistema di alleanze di un paese come il Venezuela?
Con il ritorno a destra di due grandi paesi come Argentina e Brasile, sono venuti meno due grandi polmoni di appoggio solidali che avevano interrotto il progetto dell’ALCA per far spazio all’ALBA. Un cambio di scenario che ha purtroppo ridefinito in senso negativo alcune situazioni e indebolito l’integrazione solidale. La posizione assunta dall’attuale presidente dell’Ecuador, Lenin Moreno, non è casuale. Ne abbiamo parlato a lungo negli incontri con Correa e David Choquehuanca.
In un paese dollarizzato com’è l’Ecuador e in cui le risorse passano per un mercato d’importazione determinato dagli USA, Moreno si è trovato in una situazione in cui rompere con gli Stati Uniti avrebbe creato grossi problemi. Correa ha potuto muoversi in un quadro diverso, fidando su sponde solide come quelle di Argentina e Brasile. Quando lo scenario muta e ad alcuni appare che anche Maduro possa crollare, Moreno inizia a cambiare strategie e alleanze. E oggi, nonostante l’Ecuador non sia ancora uscito dall’ALBA, non ha più un governo affidabile per i processi di trasformazione. Ora non solo c’è il fiume di denaro dell’imperialismo USA, ma anche la partita che stanno giocando in Europa le multinazionali, i vari partiti legati ai centri di potere, come quelli della vecchia e agguerrita nomenclatura dei poteri forti italiani, come i partiti della Mogherini, Tajani eccetera. Una partita per il controllo dell’America Latina e, attraverso l’America Latina, sul Medioriente, sul fronte libico e siriano: seguendo la linea del petrolio e del metano. E dell’acqua, non dimentichiamolo.
Controllare o svendere alle grandi multinazionali fiumi importantissimi che attraversano mezzo continente, controllare l’Amazzonia, pesa incredibilmente sugli scenari. Insomma, quella che si gioca in America Latina è una partita più che mai aperta.
Ripeto sempre una frase del mio amico Abel Prieto: quando diciamo “hasta la victoria siempre”, “patria o muerte, venceremos!”, dobbiamo aggiungere che la “victoria es inevitable”. Deve essere resa inevitabile pena la scomparsa dei processi rivoluzionari in corso. Non ci sono più altre strade.
Il riconoscimento elettorale è immediatamente arrivato da Cuba, Bolivia, Iran, Russia, Cina, quei paesi che l’imperialismo chiama “stati canaglia”.
Al primo posto ci sono governi, paesi che sostengono e rivendicano con forza l’appoggio alla democrazia popolare, alla resistenza eroica dei governi rivoluzionari e del popolo di Cuba e del Venezuela. E’ un punto di riferimento forte il Venezuela di Chavez e Maduro, così come Cuba socialista, così come il socialismo comunitario della Bolivia, le conquiste dell’ALBA rivoluzionaria. Sono Governi e paesi che lavorano affinché i vari golpe voluti dall’imperialismo USA e UE contro l’autodeterminazione dei popoli dell’America Latina non possano avere successo e perché la democrazia reale in Brasile possa tornare e Lula si possa candidare. Lavoriamo e lavoreremo perché i governi della Colombia, Perù, Cile smettano di sostenere gli USA ma aiutino i loro popoli a compiere conquiste verso la piena autodeterminazione.
Perché Maduro ha vinto queste elezioni? Su quali settori della società raccoglie i suoi consensi?
Il popolo venezuelano avrebbe potuto arrendersi alla guerra economica e alla strozzatura finanziaria dei potentati del mondo. Pensando al livello di lotta per i propri diritti, per la propria sovranità e per l’autodeterminazione dei popoli europei sembra un miracolo che non l’abbia fatto.
La ricetta è machiavellica, poiché l’inflazione viene creata per giustificare la sospensione degli investimenti sociali e ridurre i salari. In Venezuela, la distribuzione di beni di base è crollata per impedire l’accesso a medicinali e cibo per incolpare il governo di Maduro.
Si cerca di generare odio contro il governo attraverso il mancato accesso al cibo e alle medicine.
Penso che si stia alimentando un’opposizione violenta per generare di nuovo proteste come quelle che nel corso dell’anno 2017 hanno causato più di 100 morti.
Il Venezuela affronta una guerra psicologica che ha il supporto di media locali e internazionali.
Che lezione al resto del mondo. E’ stata una resistenza eroica. In un paese sotto assedio imperialista e con la decisione di tutte le potenze mondiali di favorire la massima astensione e boicottaggio del voto, la realtà del risultato elettorale è un trionfo per il presidente operaio.”
Confermo l’importanza del voto di ieri per un popolo, quello venezuelano, sempre più consapevole ormai di rappresentare un modello di riferimento alle ingiustizie di questo mondo. Voglio riprendere le parole con cui Maduro ha chiuso il suo discorso della vittoria: All’impero, dico: devi sapere che il Venezuela è la garanzia della stabilità sociale e politica nella regione. E’ un errore grave cercare di destabilizzare il Venezuela. Ed è proprio così lo vediamo con il Brasile del golpista Temer, nell’Argentina di Macri e laddove l’imperialismo con golpe più o meno blandi sta portando nuovamente la scure del neo-liberismo. Oggi il Venezuela di Maduro è il perno della stabilità regionale. Che cosa ha fatto Maduro subito dopo l’annuncio della vittoria? Ha aperto un dialogo permanente con l’opposizione. Tutta l’opposizione anche quella che ha boicottato le elezioni per dare impulso all’interventismo degli Stati Uniti e dell’Unione Europea. A tutta l’opposizione anche quella che ha organizzato due colpi di stato violenti contro di lui nel 2014 e 2017 noti come Guarimbas.
“Siamo la forza della storia trasformata in vittoria popolare.” Sono state le prime parole di Maduro ai suoi sostenitori dopo l’annuncio del CNE. “Grazie per aver saputo affrontare tante aggressioni e bugie, grazie per averlo superato e per avermi fatto diventare presidente del Venezuela per il prossimo mandato.” “Esigo il rispetto per tutto il popolo venezuelano, sono il presidente di tutti i venezuelani, chiedo un processo di dialogo, il dialogo permanente è ciò di cui ha bisogno il Venezuela”. Con queste parole di Maduro si comprende bene quanto escano sconfitti gli “interventisti umanitari” degli Sati Uniti e dell’Unione Europea umiliati persino dal moderato ex premier spagnolo Zapatero a Caracas come osservatore internazionale.
L’opposizione è arrivata alle elezioni spaccata. Quali sono le forze dell’opposizione e perché si sono divise?
L’impero ricorre alla violenza mediatica, psicologica ed economica, ma quando non è abbastanza, ricorre anche alla violenza fascista. Già in passato si sono avute manifestazioni violente con persone bruciate vive per il crimine di essere Chaviste.
Gli Stati Uniti sostengono le oligarchie e le multinazionali del petrolio con il terrorismo psicologico e massmediatico per condizionare e deviare quei settori della popolazione che hanno sempre sostenuto il chavismo nel paese. Maduro ha dimostrato grande responsabilità democratica e senso dello Stato facendo appello a pace, dialogo ed elezioni. L’opposizione, per così dire, che e’ dell’estrema destra e che detiene la maggioranza nel Parlamento ha chiesto insistentemente nuove elezioni presidenziali “il prima possibile” come premessa per il dialogo. Il Presidente aveva indetto le elezioni per il 22 aprile e quando c'era già il pre-accordo firmato nella Repubblica Domenicana tutto è saltato perché l’estrema destra venezuelana il giorno della firma ha ricevuto una telefonata dalla Colombia dove era in visita Tillerson – oggi Segretario di Stato USA ieri oligarca delle multinazionali del petrolio. Sotto pressione degli Stati Uniti si è interrotto tutto con lo sdegno anche dell’ex primo ministro spagnolo Zapatero, uno dei cosiddetti accompagnatori nel processo di dialogo e pace nella Repubblica Domenicana. E’ una vera e propria provocazione. Il tutto è servito per dire che il 20 maggio non ci sono state elezioni libere. Ma dittatoriali sono le elezioni quando l’opposizione non può partecipare, non quando non vuole partecipare per fare aumentare la pressione dall’esterno lavorando insieme a Unione Europea e Stati Uniti alla destabilizzazione. Chi è l’antidemocratico? Continuano veri e propri attacchi, finti incidenti alla frontiera con la Colombia o il Perù, per poi dire che lo sconfinamento possa essere il pretesto dell’invasione del Venezuela come successo in Siria o in Iraq. L'imperialismo non è solo quello degli USA, è imperialismo anche l’insistente ingerenza arrogante, antidemocratica dell’UE.
Quando c’erano i morti nelle strade si riempivano giornali e telegiornali con menzogne per accelerare il colpo di stato contro il governo. Quando si è eletta la Costituente si è gridato al “golpe di Maduro” per accelerare l’intervento militare che si stava ipotizzando in quei giorni. Quando il 54% dei venezuelani vota per eleggere 17 governatori chavisti su 22, preferiscono la menzogna del silenzio. Lo stesso vale per quei politici, molti in quel partito che si autodefinisce democratico e farebbe meglio a mettere un a avanti. Silenzio. Magari tra qualche giorno l’ordine sarà di parlare di “brogli” e allora vedrete fiumi di inchiostro con tutti che si sveglieranno. E’ la logica della guerra mediatica in corso.
Quanto ha pesato “l’opposizione economica”, ossia il sabotaggio dell’economia del paese che sta provocando problemi a vasti settori della popolazione?
L’opposizione e gli imprenditori eversivi sanno quello che hanno fatto in questi ultimi tre anni. Infatti, esistono studi in cui è dimostrato che se questi imprenditori avessero continuato a produrre e a distribuire i propri prodotti, il popolo venezuelano non avrebbe sofferto quello che oggi sta soffrendo. La crisi del prezzo del petrolio è diventata determinante solo quando gli imprenditori, legati ai politici dell’opposizione, hanno cominciato a sabotare l’economia. Quindi, è evidente che, oggi, nessuno ha più fiducia nel cosiddetto patriottismo degli industriali e dei banchieri. Infatti, i candidati deputati della nuova Assemblea Costituente è gente che ha sofferto gli effetti della guerra economica. Sanno benissimo che i barraqueros si sono arricchiti con il contrabbando, che le bande di Narcos possono essere debellate solo se il governo adotterà la “tolerancia zero”. Sanno che il valore del Bolivar sarà effettivo e reale solo se lo Stato avrà il totale controllo sulla circolazione della moneta. Sanno, anche che la struttura burocratica ereditata dai governi mafiosi di “Accion Democratica” e “Copei” potrà essere riciclata e diventare efficiente solo con lo sviluppo del Poder Popular de las Comunas. Sanno pure che il paese è stato vittima di una demonizzazione mediatica senza precedenti, operata da paesi che come l’Italia, la Spagna gli Stati Uniti e via dicendo, che si dicono campioni della democrazia e della convivenza pacifica. Infine, è gente che sa benissimo che il 75% della rendita petrolifera è destinata allo sviluppo economico e sociale e che le Missiones hanno trasformato il Venezuela. Per cui, sono sicuro che l’Assemblea Costituente modificherà l’attuale Costituzione non perché questa è oltrepassata, ma perché il governo bolivariano pretende consolidare la stabilità politica, consolidare gli istituti di democrazia di base partecipativa, affermare lo sviluppo economico, dinamizzare i nuovi settori, oltre a garantire la giustizia sociale a tutti i cittadini. Chiedo al signor Falcón di riconoscere i risultati e di accettare di partecipare al dialogo proposto dal presidente Maduro per il supremo interesse del popolo del Venezuela, assediato dalle grandi multinazionali. Si deve difendere la sovranità nazionale, ecco perché Falcón deve dialogare e accettare i risultati elettorali e le norme costituzionali. Il blocco economico, finanziario e commerciale contro il Venezuela sia anche peggiore di quello in atto contro Cuba, perché c’è anche una guerra monetaria e un’inflazione manipolata da interessi corporativi.
Il candidato perdente, Henri Falcón, ha chiesto nuove elezioni, una richiesta che ha l’approvazione dell’amministrazione Trump, che ha anche chiesto di ripetere le elezioni e ha imposto più “sanzioni” economiche contro il Venezuela.
La Spagna e l’Unione Europea studiano anche “altre misure tempestive” contro il nuovo governo di Nicolás Maduro, insieme a una dozzina di paesi dell’America Latina e al Canada che non hanno riconosciuto i risultati del 20 maggio. Perché questa brutale interferenza contro l’autodeterminazione di un popolo? Tutti noi accompagnanti possiamo testimoniare che il sistema elettorale venezuelano è inespugnabile, e che il 20 maggio c’è stato un processo legittimo e trasparente. Chiedo all’ONU di fare una dichiarazione a favore della sovranità del popolo del Venezuela.
In quale clima politico e sociale si sono svolte le elezioni?
E’ stato un voto per la sovranità e l’autodeterminazione di un popolo che dovrà affrontare nel futuro prossimo ulteriori sacrifici, perché la morsa dei potentati finanziari del mondo non si arrenderà, anzi. La resistenza e la rivoluzione continua con nuova forza per le sfide del futuro che non saranno meno complicate. Ma il popolo del Venezuela ha mandato un messaggio chiaro al mondo: NOI NON CI ARRENDIAMO. E ti prego di sottolinearlo più volte. Noi non ci arrendiamo.
E ora che fare? Nel nuovo mandato e in linea con quanto intrapreso dall’Assemblea Costituente si deve procedere immediatamente al rafforzamento del processo rivoluzionario a partire da una nuova fase di consolidamento delle conquiste sociali rivoluzionarie con una econmia diversificata creativa che sappia dare sempre più spazio alle socializzazioni e nazionalizzazioni e sempre meno dipendente dal petrolio e dai mercati monetari e finanziari internazionali. E per farlo bisogna partire dalla lezione di democrazia, libertà e resistenza data ieri, per l’ennesima volta, dal meraviglioso popolo venezuelano”
Nonostante i 120 morti del 2017, la guerra economica, la guerra mediatica messa in atto da CIA, narcos, multinazionali e dalle destre venezuelane, il risultato ottenuto è straordinario.
Neanche Chavez nel 2002, quando il colpo di stato ha avuto successo per alcuni giorni, ha mai subito un attacco forte come quello che sta subendo Nicolas Maduro in questi mesi. Questa, lo voglio dire con forza, è una vittoria del Presidente Maduro.
Sul Venezuela bisogna fare chiarezza nel mare di bugie in cui siamo inondati quotidianamente. E’ in corso un grande processo rivoluzionario che ha cambiato le sorti dell’America Latina, ridato forza e dignità a milioni di persone che semplicemente nei regimi neo-liberisti del passato non esistevano e ha dato grande forza e speranza a chi come noi in occidente si rifà alla cultura di resistenza del movimento operaio e della democrazia di base. Oggi in Italia ci sono 10 milioni di persone che vivono tra la povertà relativa e quella assoluta. Non hanno dignità, sono scarti del sistema. Proprio per questo anche qui in Europa o nei paesi capitalisti a processo maturo la questione della trasformazione in Venezuela è di vitale importanza. Il comportamento dei media segue il regime del pensiero unico imposto dalle borghesie dominanti oggi.
Secondo te gli Stati Uniti stanno aumentando o diminuendo le ingerenze nel cosiddetto “cortile di casa” cioè l’America Latina? Per alcuni aspetti negli ultimi anni erano sembrati più attivi e attenti in altri quadranti come il Medio Oriente e l’Asia...
Oggi il cortile degli Stati Uniti non è solo l’America Latina, è l’intero pianeta, perché si sta verificando una crisi sistemica capitalista. Trump vuole dominare la Siria, la Russia, la Cina, la Libia, l’Ucraina, anche se l’America Latina rimane il punto focale.
Ma gli Stati Uniti non hanno la forza economica e militare che avevano 10 anni fa, da quando è emersa una competizione “interimperialista”, in cui l’Unione Europea ha i propri interessi in campo.
Ecco perché il Dipartimento di Stato ha nuovamente puntato l’attenzione sull’America Latina, per ristabilire il suo potere.
Penso che il controllo di Argentina e Brasile sia stato una priorità in questa fase di ricolonizzazione, ecco perché Lula oggi è in prigione, perché sanno che avrebbe vinto le elezioni.
Anche in Argentina sono state create le condizioni per l’ uscita di Cristina, dal momento che era necessario conquistare il paese e il Brasile in modo che non sostenessero il Venezuela chavista e anche che il gruppo di Lima è costituito da colonie al servizio delle multinazionali.
L’impero non ha permesso neanche un governo ribelle in Honduras, e sebbene esistessero condizioni per rendere illegittimo un processo non trasparente che ha causato proteste e morti, l’Organizzazione degli Stati Americani e Trump lo hanno considerato legittimo.
L’inquilino della Casa Bianca cerca una condizione di dominio assoluto in America Latina, per questo tenta di distruggere la democrazia venezuelana che, con tutte le sue contraddizioni, è una democrazia pura e legittima”. L’Imperialismo non è solo guerra militare, ma è anche l’imposizione di regole economiche, attraverso oligopoli, monopoli che obbligano intere popolazioni a sottostare ad orientamenti neo-coloniali violentando la loro sovranità e autodeterminazione.
L’Unione Europea è l’emblema di tutto questo e non è un caso che sia oggi in prima fila con le sanzioni contro la democrazia e l’autodeterminazione del Venezuela. I partiti del Parlamento europeo sono oggi per la maggior parte in particolare espressione del centro sinistra. Dobbiamo essere chiari su questo punto: è Renzi, è Gentiloni, è il cosiddetto partito “democratico” che incita a violare le regole delle Nazioni Unite contro la Rivoluzione Bolivariana dando sponda alle ipotesi fascistoidi per il futuro del Venezuela, dell’America Latina e non solo , pensando a far propaganda di regime per dar forza ai giochi dei potenti ; il Pd, il partito sedicente “democratico “ sostiene, per fare un altro esempio, in Ucraina le forze fasciste dei mercenari paramilitari e di un governo dittatoriale .
Per tutte queste ragioni credo che l’unica soluzione reale e credibile sia oggi creare e sostenere nel tempo un fronte popolare come Potere al Popolo. Non sono un portavoce di questa lista e non mi permetto di parlare a suo nome, ma posso dire che c’è grande aspettativa nelle aree politico , culturali , sindacali con cui io lavoro – ad esempio il Cestes centro studi Usb, Nuestra America, organizzazioni politiche come la Rete dei Comunisti o editoriali come Contropiano – ma anche in moltissimi altri compagni che sono dentro Potere al Popolo.
Hai fatto molti incontri politici in Venezuela. Chi sono stati i tuoi interlocutori e, se possiamo renderlo noto, di cosa avete discusso soprattutto?
La delegazione in Venezuela per la Rete dei Comunisti, per il Capitolo italiano della Rete in Difesa dell’Umanità e per il centro studi Cestes, dopo interscambi con la Cancelleria, istituzione che ci ha invitato, ha incontrato alla sede centrale del Consiglio Nazionale Elettorale la presidente Tibisay Lucena Ramírez che ha esposto l’indipendenza assoluta del potere elettorale riconosciuto costituzionalmente e del moderno e sicuro sistema elettorale che garantirà elezioni libere e pienamente democratiche ad oltre 20 milioni di Venezuelani. La Presidente ha evidenziato le gravi interferenze internazionali che stanno cercando in tutti i modi di intervenire per impedire il diritto del popolo venezuelano di esprimere liberamente il proprio voto. La presenza di accompagnanti provenienti da tutto il mondo e di tutte le tendenze politiche dimostra, se ce ne fosse bisogno, la grande trasparenza e la piena legalità delle elezioni e del loro svolgimento.
La nostra delegazione ha incontrato il ministro degli Esteri Jorge Arreaza che ha spiegato in maniera puntuale i diversi attacchi mediatici e le gravissime azioni dei governi occidentali e i diversi complotti di guerra economica e propagandistica atte ad impedire il voto ai Venezuelani residenti all’estero e a delegittimare l’intero processo elettorale.
Abbiamo poi partecipato al comizio di chiusura della campagna elettorale del Presidente Maduro alla Avenida Bolivar, con la presenza di centinaia di migliaia di operai, impiegati, pensionati, casalinghe, studenti, insomma il vero popolo chavista bolivariano, soggetto reale della rivoluzione.
Altro incontro molto interessante quello con con Tania Diaz prima vicepresidente dell’Assemblea Costituente e con William Castillo Viceministro della comunicazione internazionale con i quali si è discusso di come utilizzare al meglio i mezzi di comunicazione sociali in tutto il mondo e di come realizzare la diffusione delle notizie sul processo rivoluzionario e della verità su tutto ciò che sta realizzando la democrazia socialista Venezuelana attraverso i vari social network che sono presenti in tutto il mondo.
Abbiamo poi avuto molti incontri con varie delegazioni straniere di Cuba, Palestina,Tunisia Spagna, Portogallo e tanti paesi dell’America Latina. Altro importante incontro quello con David Choquehuanca, ex ministro degli Esteri della Bolivia ed ora segretario Esecutivo dell’ALBA (l’Alleanza Bolivariana dei popoli di Nuestra America). Emozionante l’incontro della nostra delegazione con il Presidente Correa arrivato a Caracas per appoggiare il Presidente Maduro che, in una conferenza precedente al nostro incontro, aveva esposto i gravi problemi del suo paese e la persecuzione di cui sono vittima lui e i suoi collaboratori ; ha più volte sottolineato che si rischia un nuovo Plan Condor in America Latina e che è necessario vigilare con gli strumenti della democrazia di base per una controffensiva ai criminali attacchi imperialisti.
Altro importante incontro con Ernesto Villegas Ministro del Poder Popular para la Cultura de Venezuela in cui abbiamo affrontato i temi dell’attualità della rivoluzione Bolivariana anche importanti argomenti di prospettiva nella continuità e rafforzamento della collaborazione politica e culturale col governo del Venezuela.
Molte sono state le interviste in diretta a Tele Sur, a Radio Sur, a Radio Nacional ecc. sui temi dell’attacco mass mediatico internazionale contro la sovranità e l’autodeterminazione della democrazia partecipativa Bolivariana e sul ruolo degli imperialismi della UE e degli USA con la guerra economica, monetaria, finanziaria e psicologica. In queste interviste si è evidenziata la solidità trasparenza e protagonismo della democrazia partecipativa socialista venezuelana che difende la propria autodeterminazione e indipendenza con la resistenza eroica del suo popolo per sconfiggere gli interessi delle multinazionali del petrolio e le logiche disumane del profitto.
Infine una domanda un po’ rognosa ma a nostro avviso inevitabile per le forze rivoluzionarie un po’ i tutti i paesi. Nel processo rivoluzionario bolivariano, così come in quello boliviano o anche in esperienze di governo progressiste ma non rivoluzionarie come in Brasile, spesso i partiti comunisti sono marginali nel processo o addirittura ostili ai movimenti politici e sociali che lo animano. Non è così ovunque né per tutti i partiti comunisti, ma spesso questa contraddizione si produce o si riproduce. Come te lo spieghi?
Per quel che riguarda l’autodeterminazione dei popoli, ragiono con le mie organizzazioni di riferimento da marxista in un’ottica di divenire storico e in un’ottica di classe. Dobbiamo iniziare a dare aggettivi a sostantivi che altrimenti restano vuoti. “Democrazia” non significa niente di per sé. Anche Casa Pound oggi la utilizza. Io aggiungo alla parola democrazia sempre socialista, redistributiva, egualitaria, partecipativa e popolare. “Autodeterminazione dei popoli” si. Ma poi bisogna aggiungere gli aggettivi. E gli aggettivi si aggiungono rispondendo alla domanda: a beneficio di chi? Popolo e cittadini da soli non significano niente. Era popolo venezuelano quello che per conto della CIA e delle multinazionali ha ucciso altro popolo venezuelano per cacciare Maduro. Fermo restando il mio sostegno al processo in Catalogna di rottura contro il polo imperialista spagnolo e europeo, quando parliamo di autodeterminazione dei popoli dobbiamo avere coscienza di chi sta portando avanti il percorso di indipendenza, quale classe sociale nello specifico e che percorso politico ha in mente.
Anche nella cosiddetta sinistra europea, tuttavia, Maduro viene dipinto come un “autocrate che sta affamando il popolo”, come colui che “ha fallito nell’eredità di Chavez”. Certo il dato dell’astensione poteva essere minore, non come quello a cui siamo abituati nell’occidente democratico per intenderci. Ma non c ‘è un altro paese al mondo che ha subito negli ultimi anni una così feroce guerra imperialista con attentati terroristici continui, guerriglia di fascisti e mercenari con centinaia di morti, guerra economica con incetta e sparizione dei beni di prima necessità portati dai mercenari sul mercato nero o in Colombia e dollarizzati; iper inflazione indotta da speculazione monetaria e sul cambio creata e manipolata internazionalmente; un blocco commerciale e finanziario internazionale infame e tremendo pari solo a quello imposto a Cuba; una guerra psicologica sul popolo e una guerra massmediatica terrorista sia sul piano interno sia internazionale.”
Le teorie ideologiche delle basi politiche anche nei partiti e organizzazioni comuniste sono necessarie, ma vanno misurate sul terreno della realizzabilità e verificate. Agli scettici per professione, a coloro che vogliono insegnare a fare le rivoluzioni negli altri paesi e nei propri vengono espropriati, senza che muovano un dito, dei loro diritti, delle risorse e dignità voglio solo dire che dovrebbero iniziare a studiare i rapporti di forza con cui si è scontrato il presidente Maduro negli ultimi anni. I prezzi del petrolio oggi non sono quelli dell’epoca di Chavez. L’America Latina oggi non è quella di Chavez che aveva dalla sua Evo, Correa, Lula, Kirchner, Mujica e tutto un continente che spezzava le catene del Fondo Monetario Internazionale. In questo contesto geopolitico attuale, Maduro sta compiendo un miracolo e il popolo anche per questo ieri l’ha premiato. Di fronte a una crisi sistemica a cui il capitalismo cerca di reagire per sopravvivere, era logico pensare che avrebbe giocato una partita pesantissima sul prezzo del petrolio. Si sarebbe dovuto tenere maggiormente in conto il pericolo di dipendere dal prezzo del petrolio e dall’agire delle borghesie transnazionali. Se dipendi dal prezzo del petrolio, ti colpiscono con una manovra speculativa sui tassi di cambio, impedendoti di emettere titoli del debito pubblico e agendo quindi sul mercato finanziario e poi su quello delle risorse naturali e delle merci.
Se un paese dipende fortemente e quasi unicamente dalle dinamiche indotte e controllate dai prezzi di mercato, lo colpiscono agendo condizionando e indirizzando a favore delle multinazionali i meccanismi di mercato. Perché quando il prezzo del barile scende dai 130 dollari a 35-40 dollari, quello venezuelano precipita a 22: sei volte di meno. Immettono petrolio scadente estratto con la tecnica del fracking, devastante a livello ambientale, ma a basso prezzo. Si rivolgono e ricattano le petromonarchie e impongono regole speculative: metti dentro questo mercato quantità enormi di petrolio e abbassa il prezzo.
In Europa non esiste più la possibilità di una via socialdemocratica, riformista, di un capitalismo per così dire sociale che non cada nella spirale dell’imperialismo o del neoliberismo. Dunque, l’unica via è quella della transizione verso il socialismo. Ovviamente, da marxisti che interpretano con la necessaria dialettica il rapporto tra materialismo storico e dialettico, sappiamo che non sarà per domani. Non abbiamo i rapporti di forza a nostro favore, ma solo guardando lontano possiamo agire sui processi in divenire e giocare la nostra partita. Altrimenti abbiamo perso in partenza.
Nel presente stato di cose, alla luce di quel che sta avvenendo, compresi i risultati delle ultime elezioni in Italia, ci tengo a mettere nero su bianco la seguente affermazione: la sinistra storica è socialmente e politicamente morta. D’altronde, io non sono solo un uomo della cosiddetta sinistra, ma un marxista nel pensare e nell’agire quotidiano. Dirò di più, tanto per farmi qualche altro nemico: il riformismo di maniera si è concluso. È arrivata alla fine anche quell’impostazione berlingueriana che ha zavorrato dall’interno alcuni partiti satelliti dell’ex Pci. Quel ciclo si è chiuso, ora bisogna rilanciare un’altra ipotesi. Noi, con un’impostazione e con principi di classe, riprendiamo il discorso che avevamo iniziato già dieci anni fa: quello dell’ALBA euro-afro mediterranea. Possiamo semplificarlo riferendoci a un’area di interessi di classe e di processo rivoluzionario euro-mediterraneo, che guarda con grande simpatia all’ALBA del Latinoamerica. Un processo di integrazione regionale in cui, pur con tutti i limiti, si è creata la Banca dell’ALBA, la Banca del Sur, si sono messe in campo le Misiones, mezzi di comunicazioni alternativi come Telesur, si è creato il Sucre, una moneta virtuale di compensazione per gli scambi interni, potenzialmente alternativa al dollaro.
Eppure diversi partiti o organizzazioni comuniste in America Latina e in altri paesi guardano con sospetto e talvolta con una attitudine critica che rasenta l’ostilità a queste esperienze decisamente diverse da quelle tradizionali sia nell’approccio “parlamentarista” che in quello “insurrezionale”...
Come si fa a non guardare a un’esperienza così importante? La storia ci ha insegnato che i modelli non si esportano, ma che si deve costruire il futuro anche guardando all’indietro: a quanti, seppur in contesti diversi, quei percorsi li hanno fatti.
E allora, qual è la prospettiva per l’autodeterminazione? Qual è la condizione economica del Venezuela? È brutta, certamente. Si sta cercando di uscirne? Sì. Si stanno sperimentando soluzioni? Tantissime, con creatività e coraggio. Come finirà? Torniamo al materialismo storico: dipende dai rapporti di forza che riusciamo a creare a livello locale e internazionale.
Se non organizziamo almeno una rete di solidarietà politica culturale a livello europeo, capace di ridare ossigeno a Cuba, al Venezuela e alla stessa Bolivia, l’aggressione dei poli geo-economici e delle multinazionali si farà più forte, diretta e più difficile da gestire.
E noi siamo parte in causa. Troppo spesso le organizzazioni e i partiti comunisti guardano a se stessi, alla loro tenuta organizzativa, alla loro strutturazione interna in una ipotesi di lavoro per la cosiddetta “accumulazione delle forze” dove con questa terminologia si intende guardare più dentro se stessi che all’organizzazione di classe, al saper creare prima nei territori fra i lavoratori, le basi è per l’organizzazione dell’internazionalismo proletario e poi l’organizzazione comunista per l’internazionalismo politico fra i partiti e le organizzazioni comuniste. Ma agire e muoversi oggi guardando a se stessi significa spesso non sapersi relazionare e capire i processi rivoluzionari che non sempre rispondono alle cosiddette regole classiche storiche delle modalità della presa del potere così come avvenuta ad esempio per l’Unione Sovietica, per la rivoluzione cinese o quella cubana e quindi guardare alla propria identità comunista “senza macchia, senza paura e senza peccato” significa far male al movimento di classe, al movimento rivoluzionario e far male a se stessi poiché ci si può scavare la fossa morendo d’asfissia fuori dalle dinamiche reali del processo storico.
Fonte
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