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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/05/2025

Cina-CELAC, Pechino rafforza i rapporti con l’America Latina stigmatizzando i dazi

Si è svolta a Pechino la quarta riunione ministeriale del Forum Cina-CELAC. La Comunità di Stati Latinoamericani e dei Caraibi riunisce oltre 30 paesi, e rappresenta in sostanza tutta l’America non anglosassone (anche se in alcuni paesi si parla inglese). Non sorprende perciò che tale vertice abbia attirato molta attenzione.

È stata un’occasione importante per verificare lo stato delle relazioni del Dragone con quello che, tradizionalmente, Washington considera il proprio ‘cortile di casa’. Un’idea contro cui si è scagliato il presidente brasiliano Lula, in questi giorni in Cina per una visita di stato, su invito dell’omologo cinese Xi Jinping.

La riunione è stata presieduta da Gustavo Petro, presidente della Colombia, che con l’occasione ha anche ufficializzato l’adesione alla Nuova Via della Seta. Per quanto l’Occidente si dimeni nel tentativo di mantenere una propria centralità nel mondo, il processo multipolare è ormai un dato di fatto con cui fare i conti.

Il presidente cinese ha aperto i lavori del Forum Cina-CELAC con un discorso in cui ha subito preso di petto la questione delle tariffe e delle politiche di Trump: “non ci sono vincitori in una guerra commerciale e dei dazi, e il protezionismo porta all’isolamento”. L’obiettivo, a suo avviso, deve essere invece quello di promuovere un “mondo aperto e multilaterale”.

Xi Jinping ha ricordato che l’interscambio commerciale tra il suo paese e quelli del CELAC ha superato i 500 miliardi di dollari lo scorso anno. Con i dazi statunitensi, un’altra sostanziosa porzione di merci sudamericane, in particolare i prodotti agricoli brasiliani, potrebbero trovare nei mercati cinesi uno sbocco sicuro.

Il presidente del Dragone ha invitato a “rafforzare i rapporti in una fase di confronto tra blocchi”. Per farlo, il politico cinese ha annunciato che il suo paese metterà a disposizione dei paesi latinoamericani delle linee di credito per un totale di 66 miliardi di yuan (circa 9,2 miliardi di dollari), per finanziare progetti di vario tipo, dalle infrastrutture alla crescita sostenibile.

Nel 2023 la Cina aveva già avviato 268 progetti infrastrutturali nella regione, firmando anche vari accordi commerciali e memorandum d’intesa. I nuovi fondi si inseriscono in questo solco, e di essi potrebbero avvantaggiarsi importanti progetti portuali, che aiuterebbe a migliorare la connessione tra i paesi del Forum.

Oltre al tema del commercio, Xi Jinping ha ricordato la cooperazione in campo satellitare, “un modello per la cooperazione Sud-Sud ad alta tecnologia”, così come le 38 missioni mediche inviate nei Caraibi dal 1993. Ma anche altri risultati raggiunti dalla collaborazione tra Cina e paesi CELAC sono stati sottolineati, a mostrare l’impegno per un ordine internazionale nuovo e non succube dell’Occidente.

Da una parte, il presidente cinese ha ringraziato per il sostegno alla politica di una sola Cina, dall’altra ha ricordato le 32 volte consecutive in cui Pechino ha votato all’ONU per far terminare l’embargo statunitense su Cuba. Inoltre, ha posto l’attenzione anche sull’approvazione ricevuta dal piano sino-brasiliano per una risoluzione politica del conflitto in Ucraina.

“Pratichiamo un vero multilateralismo – ha riassunto Xi Jinping – salvaguardiamo congiuntamente l’equità e la giustizia internazionali, promuoviamo la riforma del sistema di governance globale, la multipolarizzazione del mondo e la democratizzazione delle relazioni internazionali”. Per raggiungere tali obiettivi, il presidente cinese ha indicato cinque iniziative contro il protezionismo e l’unilateralismo.

L’invito di esponenti politici sudamericani per scambiare esperienze di governance; lo sviluppo e la salvaguardia delle catene di fornitura; il dialogo culturale; la cooperazione nell’ambito della sicurezza e della lotta alla criminalità, nonché nella promozione della pace e dell’America Latina e dei Caraibi come luogo privo di armi nucleari.

La quinta iniziativa riguarda la formazione: “la Cina fornirà agli Stati membri della CELAC 3.500 borse di studio governative, 10.000 opportunità di formazione in Cina, 500 borse di studio internazionali per insegnanti di lingua cinese, 300 opportunità di formazione per professionisti della riduzione della povertà e 1.000 tirocini finanziati attraverso il programma Chinese Bridge”.

Un impegno a tutto tondo per far crescere un mondo alternativo a quello imperialistico dell’Occidente.

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21/07/2023

Vertice UE-CELAC: l’incontro-scontro fra due visioni del mondo

Il 17 e 18 giugno sì è svolto a Bruxelles il vertice fra l’Unione Europea e la Comunità degli Stati dell’America latina e dei Caraibi (CELAC), per la prima volta dopo otto anni.

Un incontro rilevante se si considera il contesto internazionale in cui si svolge con la guerra in Europa ma anche le conseguenze della pandemia, la crisi climatico-ambientale, l’inflazione, la competizione tecnologica e per accaparrarsi materie prime, idrocarburi e “terre rare”.

Non solo un contesto “pesante”, ma anche una presenza molto articolata e significativa di soggetti. La CELAC infatti include oltre trenta paesi latinoamericani e vede nuovi protagonisti di peso come il colombiano Petro e il ritorno del gigante brasiliano, con il rieletto Lula che è stato senz’altro protagonista della due giorni e “portavoce” de facto della compagine latinoamericana.

L’incontro è stato preceduto negli scorsi mesi da una serie di contatti preliminari con i viaggi della Von der Leyen (e prima di lei di Scholz e recentemente di Mattarella tra gli altri) e il viaggio di Lula in Portogallo, Spagna, Italia e Francia.

Le notizie rimbalzate sui media internazionali sono state l’annuncio da parte della UE di un piano di investimenti da 45 miliardi di euro nel continente e la mancata convergenza sul tema della guerra in Ucraina: l’UE avrebbe voluto una dichiarazione comune di condanna alla Russia e un supporto attivo all’Ucraina ma il presidente brasiliano (e non solo) ha ribadito la contrarietà all’invio di armamenti e la necessità di una pace negoziale.

D’altronde il Brasile stesso come molti altri stati latinoamericani ha rifiutato già a gennaio di inviare armi e munizioni al governo di Kiev, come pressantemente richiesto dagli Stati Uniti e dall'Unione Europea.

Sulla stampa italiana, con la qualità e lo stile che la contraddistinguono, l’incontro ha avuto un eco limitato. Forse era stata data più rilevanza alla dichiarazione di Lula, lo scorso 1° luglio, dopo la visita a Roma, quando aveva espresso la sua insoddisfazione per il cibo offerto nei pranzi ufficiali in Francia e nel nostro paese.

Miserie a parte, emerge un risultato solo parziale e che ha lasciato l’amaro in bocca alla UE e ciò è evidente nelle dichiarazioni pubbliche così come sulla stampa. Ciò che non si vuol dire, nel Vecchio Continente, è il perché e la portata delle difficoltà emerse con la comunità latinoamericana.

La questione infatti non riguarda solo i rapporti commerciali e gli investimenti in America Latina di Cina e Russia. A Bruxelles si sono manifestate due visioni del mondo decisamente oppositive sotto ogni punto di vista, nonché la forza dei processi in atto di là dell’Atlantico.

A casa nostra, dove la UE si è costruita attorno agli interessi del grande capitale continentale, anche a costo di feroci rese dei conti fra borghesie e pezzi di esse (Berlusconi docet), istituzioni di parvenza e sostanza discutibilmente “democratiche” impongono alle popolazioni le ricette dei think thank neoliberisti come unica strada per mantenere il ruolo preminente e il proprio “stile di vita” dentro la competizione globale.

Politiche interne cui si accompagnano i tentativi di ingerenza economica e anche militare negli affari interni dei paesi esteri laddove è possibile (vedi il Sahel e il Nord Africa), l’aumento delle spese militari e il supporto dentro la NATO all’Ucraina e così via.

I rappresentanti europei non nascondono di aver voluto l’incontro ora dopo anni di trascuratezza nei rapporti verso il continente latinoamericano spinti dalla necessità di ridefinire la catena degli approvvigionamenti che la guerra intrapresa indirettamente contro la Russia, la competizione economica con la Cina e in generale la frammentazione del mercato mondiale stanno imponendo all’industria europea.

Non a caso in America Latina si trova un’enorme riserva d’acqua dolce, la metà del litio presente sul pianeta, petrolio e metalli preziosi nonché la Foresta Amazzonica.

La visione e la prospettiva Europea si esprime chiaramente nelle parole della Presidente della Commissione. Cosa crea i rapporti fra paesi? Il mercato (capitalistico). Cosa fa da olio a questi rapporti? I flussi di capitale e le imprese. Che cosa vogliono gli europei dall’America Latina? Il litio, in primo luogo, ma anche altre materie prime, lo sviluppo delle tecnologie per la produzione e l’utilizzo dell’idrogeno e manodopera a basso costo.

Non solo, ma occorre arginare i rapporti commerciali con la Cina e sostenere militarmente e diplomaticamente l’Ucraina (ergo isolare la Russia).

Viziati da una mentalità mercantile e coloniale, tutto ciò è stato esplicitato sicuri del risultato positivo garantito dall’annuncio dei 45 miliardi di investimenti. Non sempre però, e comunque sempre meno spesso, si ha di fronte governi fantoccio e subalterni o dei tagliagole in stile libico.

Le immagini e la musica che risuonano nella sponda sud-occidentale dell’Atlantico hanno altro ritmo e tonalità. Forse il rumore delle armi e una certa “miopia strategica” hanno impedito ai tecnocrati europei di sentirla finora e di osservare con attenzione quanto veniva da quelle parti.

I rappresentanti latinoamericani hanno infatti ribadito uno dopo l’altro la necessità sì dei rapporti economici, ma in un contesto di reciprocità e di trattativa che non può (più) avere nulla a che vedere con la svendita delle proprie risorse e territori.

Ormai l’impegno è volto a respingere il ricatto del debito e le minacce economiche e militari, alla revoca dei blocchi economici e finanziari che strangolano le popolazioni e all’imporre limiti alle imprese multinazionali nello sfruttamento delle risorse naturali e delle popolazioni, alla promozione di relazioni internazionali alternative...

Nessuna sfumatura di subalternità, nessuna pietosa richiesta di clemenza o di finanziamenti, una voce unanime nonostante le differenze esistenti fra i 33 paesi membri della CELAC, che ha un livello di integrazione nettamente inferiore a quello europeo.

L’inconciliabilità di queste due visioni del mondo è palpabile tra le righe della dichiarazione ufficiale che ha richiesto molte mediazioni per essere approvata, così come nell’insoddisfazione più o meno velata della stampa europea, nonostante i sorrisi e le rassicurazioni del sig. Michel.

E non basta. Probabilmente il tentativo europeo di ritagliarsi un proprio spazio indipendente con l’America Latina, non deve essere stato gradito negli Stati Uniti, nonostante l’esito incerto del forum.

Non a caso l’Huffington Post nella sua edizione italiana titola “L’Europa ha fame di materie prime sudamericane. E pur di sottrarle alla Cina si sorbisce la lezioncina di Lula”.

Il titolo ha il pregio di rendere evidente la difficoltà a conciliare gli interessi all’interno del campo occidentale, nonostante la condivisione forzata nel contesto internazionale e le avventure in stile NATO.

Possiamo dire davvero che in pochi decenni il mondo è parecchio cambiato. A quanto pare l’ex “cortile di casa” dello zio Sam non ha alcuna intenzione di liberarsi dalle catene statunitensi per tornare alle dipendenze dei vecchi padroni europei...

Il testo della dichiarazione finale.

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20/07/2023

Celac-UE, l'Ucraina sbatte su Managua

Il vertice di Bruxelles tra Unione Europea e CELAC si è concluso in pompa magna, pur confermando i contrasti tra europei e latinoamericani. Il comunicato finale sottolinea la necessità di porre fine al blocco contro Cuba e di rimuoverla dalla lista dei Paesi che sponsorizzano il terrorismo. Questo è certamente un risultato positivo e da sottolineare, ma si tratta di punti in qualche modo scontati, dato che storicamente l'intera UE ha votato all'ONU a favore della revoca del blocco illegale e unilaterale degli Stati Uniti contro Cuba.

Semmai c’è da evidenziare come, pochi giorni fa, il Parlamento europeo ha nuovamente votato una mozione di condanna molto forte nei confronti di Cuba, ma tre giorni dopo l'UE si è presentata alla CELAC per convincerli della linea politica comune. È perfettamente inutile sostenere che il Parlamento europeo è un'istituzione legislativa con una propria autonomia, poiché l'UE sostiene a livello governativo gli orientamenti di politica estera decisi dal PE. È solo in questa ipocrisia che risiedono l'arroganza europea e l'ingenuità (o in alcuni casi la connivenza) dei Paesi latinoamericani.

Su Kiev, tuttavia, è saltata l'attesa unanimità, poiché il Nicaragua si è rifiutato di firmare un testo che facesse riferimento alla "guerra contro l'Ucraina". La questione ucraina era al centro del disaccordo tra i due blocchi, ma Managua non ha ritenuto opportuno accettare un linguaggio che incolpasse la Russia del conflitto. La mancata firma del Nicaragua significa però che non si può parlare di un documento congiunto, almeno dal punto di vista formale.

La rottura dell'uniformità da parte del Nicaragua è stata benefica, perché non accettando il paragrafo sull'Ucraina, ha ricordato che l'UE è una parte belligerante e non un forum neutrale, essendo direttamente coinvolta con forniture militari, addestramento e sostegno politico, diplomatico e finanziario alle sorti del governo di Kiev.

Il governo sandinista aveva diverse ragioni per scrollarsi di dosso quello che sembrava soprattutto un diluvio di ipocrisia, un'operazione per nascondere la polvere sotto il tappeto. Il tentativo di Bruxelles è stato quello di richiamare all'ordine l'America Latina, che non ha firmato le sanzioni contro Mosca.

Non firmando, oltre a ricordarci come l'assottigliamento delle differenze dietro pressioni e promesse nasconda in sé un rapporto tra colonizzatori e colonizzati, Managua ha anche ricordato a tutti il ruolo attivo di Bruxelles nel golpe del 2014. Altrettanto noto è il ruolo truffaldino di Francia e Germania nel monitoraggio del piano di pace di Minsk, apertamente ammesso sia dalla signora Merkel che dall'ex presidente ucraino Poroshenko e poi da Zelensky.

Va ricordato che l'OSCE era il garante ufficiale, insieme a Russia e Ucraina, del rispetto degli accordi e che Parigi e Berlino, in particolare, dovevano garantire il rispetto da parte di Kiev dell'autonomia delle regioni separatiste. Ma entrambi hanno dichiarato che non c'era alcuna intenzione di far rispettare gli accordi; in nessun momento si è ritenuto necessario monitorare l'autonomia di Donetsk e Lugansk nel Donbass e il riconoscimento della Crimea come Stato indipendente affiliato alla Russia. Il piano è servito solo a far guadagnare tempo a Kiev per armarsi e addestrarsi in vista di un confronto militare con Mosca. L'ingresso nella NATO non è stato un passo immediato, perché è stata la NATO a entrare a Kiev.

In questo senso, Managua rifiutando il proprio consenso ha opposto un sovvertimento alla storia del confronto Kiev-Mosca e questo, dal punto di vista dell'igiene politica, non può che essere apprezzato.

In una valutazione più generale, si può certamente affermare che la CELAC ha poco da guadagnare da un rapporto politico più stretto con l'UE, perché Bruxelles non ha intenzione di aprire un dialogo politico che porti a un'agenda condivisa. L'idea dell'UE è quella di utilizzare l'America Latina per le fonti energetiche e la ricchezza di suolo e sottosuolo di cui ha bisogno per uscire dalla crisi economica e sociale, che è anche una crisi del modello produttivo.

L'interesse dell'UE per il continente latinoamericano è di avere una spina dorsale politica che sostenga il ruolo internazionale di Bruxelles, ma non il contrario (cioè sostenere le ragioni latinoamericane con gli Stati Uniti).

Ritiene che lo spazio aperto dalla crisi della leadership statunitense possa consentire un maggiore inserimento dell'Europa nello scacchiere latinoamericano, che è il sesto fornitore commerciale dell'UE (399 miliardi di dollari di scambi).

Ma al di là della pomposa verbosità del comunicato, le profonde differenze tra le due istituzioni persistono. Le politiche europee contro Russia e Cina non piacciono né sono condivise nel subcontinente americano. Mentre per l'America Latina la Cina è il prestatore di ultima istanza e gli investimenti cinesi, russi e iraniani sono un'importante fonte di sviluppo, per l'UE l'interesse è opposto. Il rifiuto europeo di proseguire con gli accordi con la Cina per aderire alla Nuova Via della Seta e l'embargo e l'interruzione delle relazioni commerciali con la Russia, le difficoltà che incontra in Africa – anche grazie alla penetrazione cinese e russa – costringono quindi la UE a cercare una possibile via d'uscita per riorientare il fabbisogno energetico a livelli compatibili con le esigenze e le finanze del Vecchio Continente.

La CELAC non ha nulla da guadagnare da un'intensificazione dell'alleanza politica e commerciale con l'UE, poiché il Mercosur ha già dimostrato la sua inadeguatezza alle pretese coloniali della Spagna.

Soprattutto, la CELAC non deve commettere l'errore di confondere un'interlocuzione con un riferimento. L'UE non è, né può diventare, un riferimento per un Nuovo Ordine Internazionale basato su una governance condivisa tra tutti i Paesi. L'UE è parte integrante dell'Occidente collettivo, riconosce la leadership di Washington sul mondo e ha costruito la sua linea politica sull'obbedienza assoluta agli Stati Uniti.

Il crollo degli accordi economici e commerciali con la Cina, l'abbattimento delle barriere legali che limitano la sua penetrazione, comprese le partecipazioni in aziende europee, e la rottura totale e definitiva per motivi politici e commerciali, diplomatici e culturali con la Russia e l'Iran, trasformano l'UE in un'appendice territoriale degli Stati Uniti, garante dei loro interessi in Europa e nel Mediterraneo.

Un esempio di come Bruxelles intenda trattare con l'America Latina è stato reso evidente dalla questione delle isole Falkland. Per la prima volta, sottolineano gli osservatori interessati, l'UE appoggia le rivendicazioni dell'Argentina sulle Falkland. Bene, certo, ma si deve sottolineare che è la prima volta che c'è un incontro tra l'America Latina e l'UE dopo l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione. Non per niente, fino a tre anni fa, l'UE chiamava "Falkland" le Malvinas.

Inoltre, per chiarire la strumentalità di una posizione che non avrà alcun riflesso concreto nella disputa, il vero obiettivo di Bruxelles nei confronti di Buenos Aires emerge con la richiesta dell'UE all'Argentina di ritirare la domanda di adesione ai BRICS, perché "non sarebbe un buon segnale". È chiaro, quindi, come l'interesse dell'UE sia quello di opporsi alla crescita di organizzazioni che propongono un diverso ordine mondiale, nel tentativo di tenere fermo un modello guidato dagli anglosassoni ormai definitivamente in crisi.

Per l'America Latina appare superfluo parlare di multilateralismo con un'organizzazione internazionale impegnata nell'unipolarismo. E per chi esulta, va ricordato che confondere uno scambio di opinioni con un percorso condiviso è un errore politico da matita rossa.

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25/01/2023

Brasile e Argentina avviano i preparativi per una moneta comune

Questa settimana il Brasile e l’Argentina annunceranno l’avvio dei lavori preparatori per la creazione di una moneta comune, in un’operazione che potrebbe creare il secondo blocco valutario più grande del mondo.

Le due maggiori economie del Sudamerica discuteranno il piano in occasione di un vertice che si terrà a Buenos Aires questa settimana e inviteranno altre nazioni latinoamericane ad aderire.

L’attenzione iniziale si concentrerà su come una nuova valuta, che il Brasile suggerisce di chiamare “sur” (sud), possa dare impulso al commercio regionale e ridurre la dipendenza dal dollaro statunitense, hanno dichiarato i funzionari al Financial Times.

In un primo momento, la nuova valuta funzionerà in parallelo con il real brasiliano e il peso argentino.

“Ci sarà … una decisione per iniziare a studiare i parametri necessari per una moneta comune, che comprende tutto, dalle questioni fiscali alle dimensioni dell’economia e al ruolo delle banche centrali“, ha dichiarato al Financial Times il ministro dell’Economia argentino Sergio Massa.

“Si tratterebbe di uno studio sui meccanismi di integrazione commerciale“, ha aggiunto. “Non voglio creare false aspettative. È il primo passo di un lungo cammino che l’America Latina deve percorrere“.

Inizialmente un progetto bilaterale, l’iniziativa sarà offerta ad altre nazioni dell’America Latina. “Sono l’Argentina e il Brasile che invitano il resto della regione“, ha detto il ministro argentino.

Secondo le stime del FT, un’unione valutaria che coprisse tutta l’America Latina rappresenterebbe circa il 5% del PIL globale. L’unione valutaria più grande del mondo, l’euro, comprende circa il 14% del PIL globale se misurato in termini di dollari.

Altri blocchi valutari includono il franco CFA, utilizzato da alcuni Paesi africani e agganciato all’euro, e il dollaro dei Caraibi orientali. Tuttavia, questi blocchi comprendono una fetta molto più piccola della produzione economica globale.

Il progetto richiederà probabilmente molti anni per essere realizzato; Massa ha ricordato che l’Europa ha impiegato 35 anni per creare l’euro.

Un annuncio ufficiale è atteso durante la visita del presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva in Argentina, che inizierà domenica sera, il primo viaggio all’estero del veterano di sinistra da quando ha assunto la carica il 1° gennaio.

Negli anni scorsi, Brasile e Argentina hanno discusso di una moneta comune, ma i colloqui sono naufragati per l’opposizione della banca centrale brasiliana all’idea, come ha dichiarato un funzionario vicino alle discussioni. Ora che i due Paesi sono entrambi governati da leader di sinistra, il sostegno politico è maggiore.

Un portavoce del ministero delle Finanze brasiliano ha dichiarato di non essere a conoscenza di un gruppo di lavoro su una moneta comune. Ha fatto notare che il ministro delle Finanze Fernando Haddad è stato coautore di un articolo l’anno scorso, prima di assumere il suo attuale incarico, in cui proponeva una moneta comune digitale sudamericana.

Gli scambi commerciali tra Brasile e Argentina sono fiorenti e hanno raggiunto i 26,4 miliardi di dollari nei primi 11 mesi dello scorso anno, con un aumento di quasi il 21% rispetto allo stesso periodo del 2021. Le due nazioni sono la forza trainante del blocco commerciale regionale Mercosur, che comprende anche Paraguay e Uruguay.

I vantaggi di una nuova moneta comune sono più evidenti per l’Argentina, dove l’inflazione annuale si avvicina al 100 percento mentre la banca centrale stampa denaro per finanziare la spesa. Nei primi tre anni di mandato del Presidente Alberto Fernández, secondo i dati della banca centrale, la quantità di denaro in circolazione è quadruplicata e la banconota di peso di maggior taglio vale meno di 3 dollari al tasso di cambio parallelo ampiamente utilizzato.

In Brasile, invece, c'è preoccupazione per l’idea di agganciare la più grande economia dell’America Latina a quella del suo vicino perennemente instabile. L’Argentina è stata in gran parte tagliata fuori dai mercati internazionali del debito dopo il default del 2020 e deve ancora più di 40 miliardi di dollari al FMI per il salvataggio del 2018.

Lula resterà in Argentina per il vertice di martedì della Comunità dei 33 Stati dell’America Latina e dei Caraibi (Celac), che riunirà i nuovi leader di sinistra della regione per la prima volta da quando un’ondata di elezioni lo scorso anno ha invertito la tendenza della destra.

Il presidente colombiano Gustavo Petro parteciperà probabilmente all’evento, insieme al cileno Gabriel Boric e ad altre figure più controverse come il presidente socialista rivoluzionario del Venezuela Nicolás Maduro e il leader cubano Miguel Díaz-Canel. Il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador in genere evita i viaggi all’estero e non ha in programma di partecipare alla conferenza.

Il presidente colombiano Gustavo Petro, insieme al cileno Gabriel Boric e ad altre figure [“più controverse“, scrivono perché sono profondamente yankee, ndr] come il presidente socialista rivoluzionario del Venezuela Nicolás Maduro e il leader cubano Miguel Díaz-Canel, probabilmente parteciperanno.

Il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador, che in genere evita i viaggi all’estero, non è previsto che partecipi. Domenica a Buenos Aires sono previste proteste contro la partecipazione di Maduro [su input statunitense, ovvio…, ndr].

Il ministro degli Esteri argentino, Santiago Cafiero, ha dichiarato che il vertice prenderà anche impegni su una maggiore integrazione regionale, sulla difesa della democrazia e sulla lotta al cambiamento climatico.

Soprattutto, ha dichiarato al Financial Times, la regione deve discutere il tipo di sviluppo economico che desidera in un momento in cui il mondo è affamato di cibo, petrolio e minerali dell’America Latina.

“La regione ha intenzione di fornirli in modo da trasformare la sua economia [esclusivamente] in un produttore di materie prime o in un modo che crei giustizia sociale [aggiungendo valore]?“, ha affermato.

Alfredo Serrano, economista spagnolo che dirige il think-tank politico regionale Celag a Buenos Aires, ha affermato che il vertice discuterà di come rafforzare le catene del valore regionali per sfruttare le opportunità regionali, oltre a fare progressi su un’unione valutaria.

“I meccanismi monetari e di cambio sono fondamentali“, ha affermato. “Oggi in America Latina, date le sue forti economie, c’è la possibilità di trovare strumenti che sostituiscano la dipendenza dal dollaro. Questo sarà un passo avanti molto importante“.

Manuel Canelas, politologo ed ex ministro del governo boliviano, ha affermato che la Celac, fondata nel 2010 per aiutare i governi dell’America Latina e dei Caraibi a coordinare le politiche senza gli Stati Uniti o il Canada, è l’unico organismo di integrazione pan-regionale sopravvissuto nell’ultimo decennio, mentre altri sono caduti in disgrazia.

Tuttavia, i presidenti di sinistra dell’America Latina devono ora affrontare condizioni economiche globali più difficili, una politica interna più complicata con molti governi di coalizione e un minore entusiasmo dei cittadini per l’integrazione regionale.

“Per questo motivo, tutti i passi verso l’integrazione saranno certamente più cauti... e dovranno concentrarsi direttamente sul raggiungimento di risultati e sulla dimostrazione della loro utilità“, ha ammonito.

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Iniziato il vertice dell’America Latina, praticamente senza gli USA

Il vertice della Comunità degli Stati dell’America Latina e Caraibi (Celac) inizia oggi a Buenos Aires all’hotel Sheraton. Presenti quattordici presidenti latino e centroamericani, tra cui Lula da Silva, Miguel Díaz-Canel, Nicolás Maduro, Gustavo Petro, Gabriel Boric, Xiomara Castro. L’organizzazione regionale cerca di promuovere accordi strategici tra i paesi dell’America Latina, ma è molto probabile che quanto sta accadendo in Perù, dove è stato deposto il presidente eletto ed è instaurata una dittatura, genererà forti divergenze sull’accettazione o meno dell’attuale governo di fatto nell’alleanza.

La presenza di leader come Díaz Canel e Nicolas Maduro – e la possibile assistenza del presidente nicaraguense, Daniel Ortega – hanno innescato le proteste della destra argentina che per tutta la scorsa settimana ha cercato di boicottare l’incontro.

L’opposizione di destra al governo Fernandez ha presentato un progetto per dichiarare Maduro “persona non grata”. Anche il Forum argentino di destra per la democrazia nella regione (FADER) ha presentato una denuncia contro i presidenti del Venezuela, Nicolás Maduro; di Cuba, Miguel Díaz Canel; e dal Nicaragua, Daniel Ortega, che hanno descritto come “dittatori”.

Oltre a Ortega, non parteciperanno al vertice nemmeno il presidente del Messico, Andrés Manuel López Obrador noto per i suoi pochi viaggi all’estero. Al suo posto ci sarà il ministro degli Esteri, Marcelo Ebrard. Ma non ci sarà la presidentessa golpista del Perù, Dina Boluarte.

Invitato anche se non potrà partecipare, il presidente cinese, Xi Jinping che interverrà con un messaggio video.

A conferma che questa ambizione di integrazione latinoamericana sia del tutto indigesta per Washington, il governo degli Stati Uniti invierà al vertice solo l’ex senatore Chris Dodd. Gli USA hanno sempre utilizzato come una clava l’OSA (Organizzazione degli Stati Americani) come strumento di ingerenza contro paesi come Cuba, Venezuela, Bolivia. L’aumento di protagonismo regionale della Celac ha indebolito uno degli strumenti in mano agli Stati Uniti.

Ieri e oggi, parallelamente al vertice ufficiale, si svolgerà anche un vertice delle organizzazioni sociali, sindacali e politiche che non solo sostengono lo svolgimento della riunione del CELAC, ma discuteranno anche numerose questioni importanti per i popoli della regione. Questo Vertice Sociale ha già preparato un documento dal chiaro contenuto anticolonialista e antimperialista, che sarà presentato ai leader e ai delegati del Vertice che delibereranno martedì.

Inoltre, sempre per oggi è stata indetta nelle ore mattutine una grande mobilitazione, che raggiungerà le porte dell’hotel Sheraton, al Retiro, a sostegno del Celac ma anche per sostenere proprio quei leader latinoamericani che la destra locale e regionale cerca di demonizzare costantemente, come nel caso dei rappresentanti di Cuba, Venezuela, Nicaragua, Bolivia, Messico e Honduras.

Infine, oggi pomeriggio (alle 17:30) ci sarà un’altra mobilitazione, ma questa volta convocata dal Fronte di Sinistra-Unità, che marcerà allo Sheraton, con lo slogan “Tutto il sostegno alla lotta del popolo peruviano” e chiederà ai membri della Celac “nessun riconoscimento del governo Boluarte”.

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02/06/2022

America Latina, boomerang USA

Da un lato c'è il “Vertice delle Americhe”, un incontro di routine e protocollare interpretato dagli Stati Uniti come fosse una festa accessibile solo agli amici e su invito: fallita ancor prima di cominciare. Pare anche abbia scatenato uno scontro interno tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato e Partito Democratico. Dall'altro lato, un vertice “Alba-TCP”: incontro politico dall’esito positivo che ha confermato la crescente cooperazione e integrazione del blocco democratico latinoamericano. Due eventi paradigmatici in sé, poiché esprimono due sistemi di valori, ideali e programmi opposti.

Ipotesi inconciliabili sulle relazioni possibili tra i diversi Paesi che abitano il continente. Tra le pretese del Nord e le rivendicazioni del Sud. Tra annessionismo e indipendenza. Inconciliabile è il concetto di sovranità nel rapporto con il gigante USA che, invece, segue la Dottrina Monroe. Una miscela di razzismo e di violenza, una veste sotto la quale si nasconde il saccheggio dei molti per la ricchezza di uno. Un anacronismo privo di senso, ragione e possibilità di accettazione.

Nel contrasto tra i due vertici c'è il segno beffardo della casualità, un graffio che è diventato uno squarcio inesorabile consumato a partire dagli anni Duemila, quando l'ultima rivendicazione americana, l'ALCA, venne rifiutata. L'ALCA ereditava il NAFTA, che consisteva nell'esportare le risorse strategiche dell'America Latina negli Stati Uniti in cambio dell'esportazione delle eccedenze statunitensi in Messico. L'ALCA era l'evoluzione del NAFTA; l'intenzione di controllare le economie latinoamericane da Washington, dirigendone i flussi, le scelte e decidendo se, come e quando inserirle nel mercato internazionale. La dollarizzazione era il perno attorno al quale ruotava il progetto: con essa, le monete sarebbero state parificate per portare nuova domanda di valuta statunitense sui mercati dei cambi, al costo di un ancoraggio valutario interno che avrebbe affamato centinaia di milioni di latinoamericani senza sparare un colpo.

Si prevedeva la liberalizzazione delle esportazioni verso l'America Latina, ma vigeva il protezionismo per le esportazioni verso gli USA; si chiedeva la fine degli aiuti pubblici alle imprese latinoamericane mentre si scatenavano i sussidi governativi alle imprese statunitensi. Questa asimmetria metteva in ginocchio ogni possibile crescita dell'America Latina, e impediva qualsiasi efficacia nella lotta alla riduzione della povertà nel continente, necessaria, tra l'altro agli USA, per avere braccia a basso costo da importare.

Al progetto statunitense si affiancava l'OMC, che voleva ridurre o abolire le barriere doganali e chiedeva flessibilità nelle leggi nazionali per facilitare l'arrivo del capitale straniero al fine di massimizzare la sua redditività ed espandere le sue aree di controllo. Si trattava della versione moderna dei colpi di Stato e delle dittature militari, ormai considerati a livello internazionale inconcepibili e non necessari, anche se la possibilità di un loro utilizzo non si volle mai escludere. L'ALCA era in grado di controllare economie, migrazioni, governi e risorse naturali meglio dei gorilla.

La Patria Grande prende forma

La fine dell'ALCA, decretata per la prima volta da Lula e Kirchner, con l'appoggio di tutta la sinistra continentale, costrinse gli USA a ritirare l'idea di riappropriarsi delle economie latinoamericane con trattati economici. La sconfitta del progetto neocoloniale statunitense divenne il primo esempio di unità latinoamericana, la sua prima dimostrazione di forza, il momento decisivo in cui il Washington Consensus fu dichiarato defunto per la storia. Pose fine all'obbligo di prendere decisioni solo se gli Stati Uniti lo permettono, solo se vantaggiose per le multinazionali USA.

È proprio dal rifiuto della dipendenza del Nord che è nata l'identità strutturale latinoamericana, la sua spina dorsale. Prima con l'ALBA, nel 2004, con l'Alleanza Bolivariana delle Americhe, nata dalla volontà di Hugo Chávez e Fidel Castro. Poi, con Petrocaribe: nata nel 2005, ha coinvolto 18 Paesi nell'idea di uno scambio energetico facilitato. Quindi nel 2010 con la CELAC, Comunità degli Stati dell'America Latina e dei Caraibi, con 33 Paesi che la compongono. In tutti questi organismi non entrano Stati Uniti e Canada: la Patria Grande è tale se è indipendente.

L'ALBA, in particolare, ha avviato una nuova fase nella storia della cooperazione interna latinoamericana. Lo schema è semplice quanto efficace: scambio e cooperazione basati su interessi reciproci. Non ci sono ricette economiche da imporre, condizioni politiche dannose; nient'altro che l'utilità, il vantaggio reciproco del commercio. La riduzione dei costi di trasporto delle merci, la lingua comune, gli obiettivi reciproci, il rapporto tra pari, hanno fondato e sostenuto il bene comune dell'Alleanza.

L'ALBA, come PETROCARIBE, come la CELAC, incarnano il sogno di Bolivar e Sandino di una Patria Grande: sono istituzioni internazionali che hanno in sé un’idea di solidarietà e dialogo, di aiuto reciproco e cooperazione per il bene comune. Che, in America Latina più che altrove, è la guerra contro la povertà. Perché la sua riduzione e una concezione ecosostenibile dello sviluppo industriale sono i presupposti di una crescita economica duratura e non il frutto di una bolla speculativa. Una crescita che comporta la progressiva riduzione della dipendenza monetaria, industriale, distributiva e tecnologica dagli Stati Uniti. Pertanto, l’affermarsi dell'America Latina comporta automaticamente la riduzione dell'influenza nefasta degli Stati Uniti nel continente, da cui hanno estratto le risorse che gli hanno permesso di passare da potenza a superpotenza.

D'altra parte, non c'è spazio per una politica di dialogo, per quanto teoricamente auspicabile, con chi ritiene – come afferma la Dottrina Monroe – che "l'America appartiene agli americani", intendendo con la prima l'intero continente, dall'Alaska alla Terra del Fuoco, e con i secondi gli abitanti degli Stati Uniti. È anche impensabile tentare un riavvicinamento con chi considera le relazioni internazionali un ring in cui vince il più forte e il più violento. Come ha ricordato il presidente del Nicaragua, Comandante Daniel Ortega, durante l'ultimo vertice ALBA-TCP, "gli Stati Uniti hanno portato al continente solo guerre, invasioni, colpi di Stato, blocchi economici, sanzioni, ricatti e minacce", citando tra l'altro quelle appena ricevute a Washington negli ultimi giorni, debitamente respinte al mittente.

Come ha sottolineato il comandante sandinista, l'America Latina ha già i suoi organi rappresentativi. La Celac rappresenta l'embrione di un percorso praticabile verso l'unità latinoamericana, cioè verso il governo della Patria Grande. Sarà progressivamente in grado di relazionarsi con tutti i Paesi del mondo, in particolare con Cina, Russia, India, Iran e le potenze economiche emergenti, in grado di garantire un vantaggioso ciclo di domanda/offerta che renderà l'economia più competitiva su scala sub-continentale. Proprio per la sua ambizione e capacità di rappresentare gli interessi dei governi e dei popoli latinoamericani a livello interno e internazionale, e proprio per la sua metodologia inclusiva e attenta alle ragioni di ciascuno, la Celac ha seppellito la Dottrina Monroe. Oggi è l'applicazione dell'autonomia e dell'indipendenza politica dell'America Latina e la sua esistenza rende sostanzialmente inutile il Vertice delle Americhe.

Che peraltro, vista anche l'organizzazione del prossimo incontro a Los Angeles, risulta essere semplicemente una manifestazione isterica del residuo potere di controllo di Washington sul continente. Non è un caso che questo vertice abbia assunto più risalto mediatico e politico per coloro che non vi parteciperanno che per coloro che vi parteciperanno. Un incidente politico e diplomatico che evidenzia ancora una volta la continua perdita di leadership politica degli Stati Uniti, come dimostrato dal fallito vertice sulla democrazia del dicembre 2021, al quale non ha partecipato più di metà del mondo.

La Dottrina Monroe sta diventando globale?

La Dottrina Monroe, che è stata l'essenza della politica continentale degli Stati Uniti, invece di essere sottoposta a una profonda autocritica e a una totale revisione, come l'ingresso nel terzo millennio suggerirebbe, trova ora maggiore spazio politico nei corridoi della Casa Bianca. In un'esplosione di megalomania, parallela alla profondità della crisi di leadership, gli Stati Uniti credono di poter trasferire quanto disposto sull'America Latina all'intero pianeta. Una sorta di estensione della dottrina della sicurezza nazionale statunitense al mondo intero. In altre parole, ritengono che il loro dominio unipolare, ereditato dal crollo del campo socialista, debba approfondirsi e divenire irreversibile. Lo ritengono l'unica cura prescrivibile per il declino del potere economico, monetario, commerciale e militare degli Stati Uniti nel mondo.

La concezione proprietaria del pianeta, l'idea di poterne monopolizzare le risorse per colmare il divario tra la ricchezza che producono (24%) e quella che consumano (59%), credono sia l'unico modo per sostenere il loro modello fallito, che però si ostinano a proporre come unico. Basta consultare le statistiche della FAO per scoprire che un americano medio produce 730 chili di rifiuti all'anno, mangia 100 chili di carne, consuma 600 litri di acqua al giorno e brucia tanta energia quanto quattro italiani, 160 tanzaniani e 1.100 ruandesi. Le 700 basi militari statunitensi e le sei flotte da guerra degli Stati Uniti nel mondo servono a mantenere questo osceno squilibrio.

Più che ad una flessibilizzazione dell'imperialismo, assistiamo a un suo riavvitamento su se stesso, che nella sua smania onnivora non riesce più a concepire spazi, risorse e idee che non gli siano funzionali. Nei salotti del bon ton, dove la sinistra al caviale si fa destra, si dice che l'uso del termine imperialista è superato, che risponde a una dialettica scomparsa o che non è più attuale. Ma è vero il contrario.

Non esiste una parola moderna che contenga il suo pieno significato e non esiste nemmeno una politica che possa essere definita moderna. Il modernismo verbale fa parte degli utensili del vecchio vestito di nuovo. La dottrina imperialista si chiama imperialismo, è un'estensione globale della lettura coloniale.

L'obiettivo non è il governo, ma il suo dominio. L'imperialismo di oggi si basa sulla minaccia globale e sulla forza nucleare, sugli strumenti di controllo del mercato delle idee e sull'estensione in tutto il mondo della dottrina militare che è alla base dell'impero. È il feudalesimo atomico.

La ribellione latinoamericana, espressione di indipendenza dal Nord e di fratellanza con il Sud, assume forma di governo e rappresenta la sconfitta di ogni annessionismo aldilà di ogni circostanza. La lotta inconciliabile di chi non ha nulla da perdere perché nulla ha, contro chi ha tutto da perdere perché tutto possiede, è il nuovo capitolo del libro dell'umanità. Che si rifiuta di consegnare al capitalismo imperiale l'ultima pagina della sua storia.

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18/05/2022

Il “cortile di casa” degli Usa non obbedisce più ai diktat di Washington

Sta diventando una bella rogna per Washington il Vertice delle Americhe, in agenda a Los Angeles dal 6 al 10 giugno. La Casa Bianca ha posto il veto alla partecipazione dei Paesi da lei ritenuti “non democratici” come Cuba, Venezuela e Nicaragua, ma la posizione Usa questa volta ha innescato una imprevista (ma prevedibile, ndr) reazione critica dell’America Latina che rischia di mettere in pericolo il successo del Vertice voluto e caldeggiato dagli Stati Uniti.

“Uno scenario non invitante per Washington, che si troverebbe con il “fianco Sud” scoperto, proprio nel momento in cui la crisi Ucraina sta ridisegnando parte della geografia politica mondiale” commenta un ampio servizio dell’agenzia Nova.

Washington ha spedito a Città del Messico l’ex senatore Democratico Chris Dodd, organizzatore del Vertice, per cercare di depotenziare le posizioni del presidente, Andrés Manuel Lopez Obrador, il più intransigente nel chiedere a Biden di ritirare la pregiudiziale nei confronti di Cuba, Venezuela e Nicaragua.

Lopez Obrador ha già fatto sapere che, in assenza di Raul Diaz-Canel, Nicolas Maduro e Daniel Ortega, non si recherebbe al vertice a Los Angeles, inviando solo il ministro degli Esteri, Marcelo Ebrard. La stessa posizione è stata ribadita anche dal presidente della Bolivia, Luis Arce. Ma ancora più pesanti potrebbero rivelarsi gli inviti alla marcia indietro lanciati da Alberto Fernandez, non solo a nome del governo dell’Argentina, ma anche in qualità di presidente di turno della Comunità dei Paesi dell’America latina e dei Caraibi (Celac).

Paradossalmente ma per altri motivi, dal vertice potrebbe sfilarsi anche il presidente del Brasile, Jair Bolsonaro. Il capo dello Stato brasiliano, ha confermato ad “Agenzia Nova” che il ministero degli Esteri, non ha ancora deciso e sta “valutando” la sua partecipazione.

Sempre più governi latinoamericani sostengono l’iniziativa di Messico e Argentina di rilanciare la Celac come organismo regionale di punta. Un contenitore che non pone vincoli ideologici in entrata (come accadeva ad esempio ai tempo dell’Unione delle nazioni sudamericane, Unasur), da lanciare in competizione se non in alternativa all’Organizzazione degli Stati americani (Osa), l’organizzazione più subalterna agli Usa.

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26/08/2017

Caracas. Domenica vertice di governi solidali con il Venezuela


Il presidente venezuelano Nicolás Maduro ha convocato per Domenica un vertice mondiale di solidarietà con il popolo del Venezuela per respingere l’aggressione costante degli Stati Uniti contro la democrazia e il diritto internazionale nel paese sudamericano.

In un’intervista, il presidente venezuelano ha dichiarato che i preparativi per la riunione internazionale si sono svolti nel corso della settimana con iniziative e contatti in diversi paesi di tutto il mondo.

Maduro ha anche spiegato alla catena televisiva Televen, come l’evento di domenica punti ad affrontare la campagna delle corporation dei mass media contro la sovranità e il diritto all’autodeterminazione del Venezuela.

Il capo dello Stato venezuelano ha detto che durante la giornata di solidarietà di domenica si discuterà come migliorare la mobilitazione dell’opinione pubblica mondiale in difesa della verità sulla situazione politica, economica e sociale della patria di Simon Bolivar.

Inoltre, nel corso dell’evento il presidente dell’Assemblea Nazionale Costituente, Delcy Rodríguez; il ministro della comunicazione e dell’informazione, Ernesto Villegas e il costituente Adán Chávez, si incontreranno con i vari rappresentanti della comunità internazionale per spiegare il corso degli avvenimenti in Venezuela.

Il ministro degli Esteri Jorge Arreaza ha anche riferito sulla situazione sfavorevole generata dalla guerra economica del paese, contro cui, una “grave” azione legale sarà annunciata la prossima settimana.

A breve, a Caracas si sta pensando anche ad una conferenza della Celac (Conferenza Economica dell’America Latina e Caraibi). Il presidente venezuelano Maduro ha spiegato all’Assemblea Nazionale Costituente che l’idea di una riunione della Celac è stata sollevata da Salvador Sánchez Cerén, presidente di El Salvador, presidente protempore dell’organismo di integrazione regionale. La proposta è stato approvata nella recente riunione politica dei paesi dell’Alba (Alleanza Bolivariana della Nostra America – Trattato di commercio dei popoli tenutasi a Caracas).

Le dichiarazioni e le iniziative intraprese dal Venezuela, sono la risposta ai 12 paesi latinoamericani che hanno firmato la “Dichiarazione di Lima” nella quale è stato evocata l’ipotesi di un blocco economico e finanziario contro il Venezuela.

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02/05/2017

Venezuela: “da Maduro una lezione di democrazia popolare”. Intervista a L. Vasapollo (RdC)

Intervista all'AntiDiplomatico: "Quello che sta accadendo oggi in Venezuela è una guerra, alimentata da attacchi infami dei grandi potentati della stampa internazionale, che agiscono su ordini precisi di Usa e Unione Europea"

«Oggi 1 di maggio annuncio che in base alle mie facoltà presidenziali come Capo dello Stato d’accordo con l’articolo 347 convoco il Potere Costituente Originario affinché la classe operaia e il popolo convochino l’Assemblea Nazionale Costituente», queste le parole di Maduro pronunciate in Avenida Bolivar in occasione delle celebrazioni per la festa dei lavoratori. Nelle prossime ore verrà consegnata al Potere Elettorale la proposta per l’elezione di 500 costituenti.
L’opposizione, responsabile dei tentativi di golpe del 2002, del 2014 e quella attuale è in pieno fermento. Non solo la violenza nelle strade. Si grida al “golpe” con il megafono di tutta la stampa internazionale. Addirittura il presidente del Parlamento Borges ha dichiarato che questo è il momento di “colpire il paese”. Queste dichiarazioni gravissime contro il proprio paese seguono quelle dell’ex presidente Allup, altro leader dell’opposizione, che aveva minacciato due settimane fa “altri morti” nelle manifestazioni. Nelle violenze generate dalle frange più estreme dell’opposizione, nell’ultimo mese sono morte 30 persone, che si vanno a sommare alle 43 uccise nelle cosiddette “Guarimbas”, il tentativo di golpe del 2014.

Abbiamo chiesto al Professor Luciano Vasapollo, delegato del rettore della Sapienza per l’America Latina e Direttore del Centro Studi Cestes (Usb), di aiutarci a comprendere meglio il momento che attraversa il Venezuela con un’intervista telefonica che vi proponiamo.

Cosa cambia dopo l’annuncio di Nicolas Maduro di ieri di una nuova Assemblea costituente ed è la mossa giusta per uscire dall’impasse?

Quello che dirò non rappresenta la Sapienza, ma la mia opinione personale. La situazione in Venezuela era divenuta insostenibile. L’attacco di Trump, delle multinazionali del petrolio perfettamente rappresentate oggi da Tillerson nel Dipartimento di Stato Usa, e dell’”internazionale nera” non può che essere definita con un termine: guerra. L’invasione militare non se la possono permettere in questa fase, ma quello che sta accadendo oggi in Venezuela è una guerra, alimentata da attacchi infami dei grandi potentati della stampa internazionale, che agiscono su ordini precisi di Usa e Unione Europea. Non lo dico solo io, del resto, ma è quello che ha espresso nella sua analisi lucida della situazione venezuelana il premio Nobel della pace Esquivel. Una guerra alimentata dai media che ogni giorno ci bombardano di bufale sulla crisi umanitaria nel paese e sulla “repressione del regime” contro i ”manifestanti pacifici”. In Venezuela non c’è nessuna crisi umanitaria e se gli stessi atti di violenza e terrorismo fossero accaduti a Parigi, Roma, Bruxelles e per non citare una città degli Stati Uniti avremmo avuto una repressione migliaia di volte superiore a quella pacata e lungimirante dell’esercito e della polizia bolivariana.

Cosa cambia ora con l’annuncio di Nicolas Maduro?

Per comprendere il passaggio annunciato dal Presidente è necessario fare una premessa. Meglio di me, l’ha fatta sempre in questi giorni l’ex presidente dell’Uruguay in un’intervista che so avete tradotto come AntiDiplomatico. Quello che mi spaventa di più del Venezuela è l'opposizione, o una gran parte di essa. Credo che ci sia un clima di radicalizzazione che si è trasformata in irrazionale e che nel lungo periodo finisca per favorire la destra. Questo è molto pericoloso dato che c'è Trump negli Stati Uniti. Siamo ormai abituati alla retorica della difesa della democrazia, dei diritti umani, contro le armi di distruzione di massa. E dopo arriva sempre il terribile intervento armato degli Stati Uniti. Il peggio che possiamo fare come latinoamericani è fare da sponda all'interventismo. La radicalizzazione e quello che sta facendo Almagro nell'OSA è un pericolo, non solo per il Venezuela, ma per tutto il continente"

Ecco in questa situazione in cui la destra non solo si pone come sponda dell’interventismo, paralizzando il paese e lavorando solo perché il Venezuela sprofondi in una crisi per giustificare l’intervento umanitario bisognava agire e il presidente Maduro ha scelto la via più democratica e sensata possibile: ritornare al popolo.

Convocare il popolo per una nuova assemblea costituente che nel rispetto dei capisaldi e dei poteri della Costituzione del 1999 di un gigante della storia come Hugo Chavez sappia dare una soluzione all’impasse politico e sociale del paese.
Una lezione di democrazia popolare annunciata il giorno della festa dei lavoratori di fronte a milioni di persone. Una lezione, come la celebrazione del primo maggio a Cuba.

Perché il presidente del Venezuela è arrivato a questa scelta?

Per rispondere voglio prendere a riferimento le parole di Papa Francesco che di ritorno dalla visita di Cuba ha chiaramente fatto capire come l’impasse del dialogo sia dovuta ad un’opposizione divisa. Sono mesi che il governo Maduro chiama l’opposizione al dialogo, mediato da Unasur e Vaticano con quattro ex presidenti ibero-americani. Non solo non hanno risposto, se non una minima parte moderata. Non solo hanno paralizzato il Parlamento, non accettando le decisioni della Corte suprema sull’ineleggibilità per frode accertata di tre parlamentari e non ratificando riforme economiche con l’obiettivo dichiarato di far sprofondare il paese nel caos. Non solo dopo il colpo di stato del 2002 e il tentativo di golpe del 2014 hanno scelto la via della violenza e del terrorismo. Non solo tutto questo. Ma ora, come ha espressamente dichiarato Capriles, non hanno rispetto neanche delle dichiarazioni di Papa Francesco. Con un’opposizione del genere e in un clima di guerra indotta dall’esterno, che fare? Richiamare il popolo in una nuova assemblea costituente. Nell’Assemblea non saranno rappresentati il Psuv o gli altri partiti, ma sindacati, associazioni di imprese, i pensionati, l’esercito e tutte le altre componenti della società. All’interno ci sono diverse idee e riferimenti culturali. Ma saranno loro, il popolo, a scegliere la via per uscire da quest’impasse.

Degli Stati Uniti abbiamo detto. Come giudica il comportamento dell’Europa in questa guerra contro il Venezuela?

Proprio 4 giorni fa ero a Bruxelles per solidarizzare contro il bloqueo a Cuba e denunciare il vergognoso attacco che sta subendo il Venezuela. Bene, mentre su Cuba ho trovato solidarietà anche dalla cosiddetta “sinistra moderata”, sul Venezuela quella anche “radicale” ha un atteggiamento influenzato dalle idiozie che scrivono i giornali. La settimana scorsa il Parlamento europeo ha approvato una vergognosa risoluzione d’ingerenza contro il governo di Caracas. L’Europa si è macchiata dell’ennesima vergogna con 450 voti a favore e soli 35 contro. Nei 450 c’erano il Pd europeo nelle sue varie sfaccettature, figli degli interessi delle oligarchie. Il dato poi è di 100 astenuti. 100 Ponzio Pilato, molti della “sinistra radicale”, che fanno ancora più male in una fase come questa.

Cosa si aspetta dalla riunione della Celac convocata d’emergenza dal Venezuela e che si riunirà oggi a El Salvador?

Celac è oggi il livello più alto di rappresentanza possibile dell’America Latina. Sia perché all’interno, al contrario dell’Osa, non ci sono Stati Uniti e Canada a dettare la linea, sia per la presenza di Cuba. L’OSA di Almagro è divenuto lo strumento di ingerenza principale contro il Venezuela. Dopo il “golpe interno” contro la presidenza della Bolivia per imporre arbitrariamente una risoluzione contro il governo Maduro e dopo che Almagro si è trasformato nel prossimo candidato della destra veenezuelana nelle prossime elezioni, bene ha fatto la ministra degli esteri Delcy ad annunciare il ritiro e convocare la Celac, l’unico organismo rappresentativo del continente.

Da http://www.lantidiplomatico.it

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