Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
29/05/2026
Una guerra in cui (quasi) tutti perdono
A meno di tre mesi dall’inizio dell'aggressione di Israele e Stati Uniti contro Iran e Libano, si chiarisce l’effetto di questa: migliaia di vittime dirette e indirette e impatti negativi immediati e collaterali. Gli attacchi di Israele in Libano a partire dal 28 febbraio hanno già causato almeno 2.800 morti e 8.700 feriti, numero che continua a crescere nonostante il cessate il fuoco concordato in aprile. Verso la fine di quel mese, la Fondazione dei Martiri dell’Iran riconosceva quasi 3.500 morti come risultato dei bombardamenti nel loro paese. Da parte sua, un recente analisi della catena informativa tedesca Deutsche Welle calcola che, fino a questo momento, il conflitto ha generato spese militari vicine ai 30 miliardi di dollari e un fardello di infrastrutture distrutte, senza dubbio somme colossali per una eventuale futura ricostruzione.
Cereali tra le nuvole
L’aumento del costo dei combustibili a livello internazionale, conseguenza del controllo militarizzato dello Stretto di Hormuz, da dove circola un quinto del petrolio e del gas mondiale, si ripercuote direttamente sulle economie di numerose nazioni. Lo dimostra l’indice dei prezzi degli alimenti di base che l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) pubblica mensilmente.
Quello di aprile conferma una tendenza al rialzo rispetto a marzo, in particolare per quanto riguarda gli oli vegetali, la carne e i cereali: circa l’1,6%. Sebbene non si tratti di un incremento isolato, ma del terzo consecutivo, il costo degli alimenti ad aprile è aumentato del 2,0% rispetto allo stesso mese del 2025, anche se è inferiore a quello di marzo 2022, quando è scoppiato il conflitto tra Russia e Ucraina.
L’aumento del prezzo dei cereali (eccetto il sorgo e l’orzo) è preoccupante. Nel caso del grano, un 0,8%, conseguenza della pressione al rialzo dovuta alla siccità subita in alcune zone degli Stati Uniti e a una maggiore probabilità che le precipitazioni in Australia si situino al di sotto della media annuale. Ma i fattori meteorologici non spiegano tutto, come sottolinea bene la FAO. Questi incrementi sono dovuti anche alle “previsioni di una riduzione delle semine di grano nel 2026 [perché] gli agricoltori stanno optando per colture che richiedono meno fertilizzanti”, che i maggiori costi energetici e le perturbazioni legate alla chiusura effettiva dello stretto di Hormuz hanno notevolmente aumentato. Da parte sua, il mais è aumentato dello 0,7%, e come il grano, non solo a causa delle condizioni climatiche avverse in Brasile e negli Stati Uniti, ma anche per la forte domanda di etanolo “in un contesto di aumento dei costi” dei combustibili grezzi. Per quanto riguarda il riso in tutte le sue varietà, l’incremento è stato dell’1,9%.
Gli oli vegetali sono aumentati del 5,9% rispetto a marzo, il livello più alto dal luglio 2022, a causa dell’aumento dei prezzi della palma, della soia, del girasole e della colza. E la carne, 1,2%, ma il 6,4% in più rispetto ad aprile 2025.
Il prezzo dei prodotti lattiero-caseari e dello zucchero, gli altri due settori di riferimento, è diminuito ad aprile. Principalmente, a causa della diminuzione delle quotazioni internazionali del burro e del formaggio, anche se il prezzo del latte intero in polvere è rimasto stabile. D’altra parte, il calo del prezzo dello zucchero è stato principalmente dovuto alle aspettative di abbondanti forniture nel Mondo, rafforzate dal miglioramento delle prospettive di produzione, in particolare in Cina e Thailandia. In modo complementare, l’inizio della nuova raccolta in condizioni meteorologiche favorevoli nel sud del Brasile ha contribuito ulteriormente alla diminuzione generale dei prezzi internazionali di questo prodotto.
In sintesi, i consumatori di tutto il Mondo si confrontano con aumenti considerevoli dei prodotti essenziali come corollario diretto della guerra scatenata in Medio Oriente.
I pochi che guadagnano molto
Nonostante la tendenza perdente della maggior parte della popolazione mondiale, esistono aziende e settori economici che stanno ottenendo enormi profitti grazie a questa congiuntura così conflittuale.
Il su e giù incontrollato del mercato energetico da quando è stato imposto il doppio tappo allo Stretto di Hormuz beneficia, in primo luogo e fondamentalmente, diverse delle più grandi aziende di idrocarburi del mondo. Tra queste, come segnala un recente analisi della catena britannica BBC, le multinazionali europee con divisioni specializzate nell’acquisto e nella vendita fisica del petrolio, così come nelle operazioni di borsa. Grazie a queste attività, tra le altre, hanno potuto approfittare dei brutali movimenti del mercato durante il primo trimestre dell’anno per incrementare astronomicamente i loro guadagni.
È il caso della britannica British Petroleum (BP), che ha più che raddoppiato i suoi introiti in quel periodo, con guadagni di 3,2 miliardi di dollari. La Shell, della stessa bandiera, ha anche superato le aspettative degli analisti quando ha riportato un aumento dei suoi ricavi dell’ordine di 6,920 miliardi di dollari. Da parte sua, quelli della multinazionale francese TotalEnergies sono aumentati di quasi un terzo, con guadagni di 5,4 miliardi di dollari.
Il sito Web indipendente Democracy Now riprende un recente analisi del quotidiano britannico The Guardian che sostiene che le 100 principali aziende di petrolio e gas del mondo – tra cui Saudi Aramco, Gazprom ed ExxonMobil – hanno ottenuto più di 30 milioni di dollari all’ora in concetto di guadagni straordinari durante il primo mese della guerra contro l’Iran. Se il prezzo del barile di petrolio continua a mantenersi attorno ai 100 dollari, alla fine dell’anno queste aziende potrebbero guadagnare, insieme, 234 miliardi di dollari. Nel frattempo, “decine di paesi affrontano deficit di bilancio dopo aver ridotto le tasse sui combustibili per alleviare la situazione dei consumatori”.
L’articolo della BBC menziona altri tre settori che hanno beneficiato durante lo stesso periodo grazie alla guerra in Medio Oriente: quello bancario, quello dell’industria bellica e quello delle energie rinnovabili. Ad esempio, la divisione di borsa di JP Morgan ha registrato entrate record di 11,6 miliardi di dollari. Solo un'altra volta aveva guadagnato tanto in un solo trimestre. E le sei banche più potenti degli Stati Uniti, conosciute come “Le Sei Grandi” (Bank of America, Morgan Stanley, Citigroup, Goldman Sachs, Wells Fargo, oltre a JP Morgan), hanno anch'esse aumentato sostanzialmente i loro ricavi. Il settore bancario nel suo complesso ha generato guadagni dell’ordine di 47,7 miliardi di dollari in questo breve periodo.
Previsioni allarmanti
Proiezioni economiche molto varie e di fonti diverse prevedono che nel 2026 i prezzi delle materie prime continueranno ad aumentare a passi da gigante, il che spingerà l’inflazione e il rallentamento della crescita economica. Tale è la tesi principale, ad esempio, di Commodity Markets Outlook (Prospettive dei mercati delle materie prime), del Gruppo Banca Mondiale. Nel suo ultimo rapporto prevede che quest’anno i prezzi dell’energia aumenteranno del 24%, raggiungendo così il loro livello più alto dall’inizio del conflitto Russia-Ucraina, a causa del fatto che “la guerra in Medio Oriente sta provocando una grave perturbazione nei mercati mondiali delle materie prime”. E che i prezzi delle materie prime aumenteranno del 16%, spinti dal “vertiginoso incremento dei prezzi dell’energia e dei fertilizzanti, e dai massimi storici raggiunti dai prezzi di vari metalli chiave”.
Per quanto riguarda la crisi del petrolio, Commodity Markets Outlook segnala che gli attacchi alle infrastrutture energetiche e le interruzioni del trasporto marittimo nello stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa il 35% del commercio mondiale di questo prodotto, “hanno scatenato la maggiore crisi di approvvigionamento fino ad oggi, con una riduzione iniziale di circa 10 milioni di barili al giorno”. E precisa che, a metà aprile, i prezzi del petrolio Brent si trovavano già al 50% sopra i livelli registrati all’inizio dell’anno. Infine, prevede che nel 2026 raggiungerà una media di 86 dollari al barile, un notevole aumento rispetto ai 69 dollari nel 2025. Sempre che, avverte, “le perturbazioni più acute finiscano a maggio” e il trasporto marittimo attraverso lo stretto di Hormuz ritorni “gradualmente ai livelli precedenti alla guerra”.
Questa nuova guerra, al di là del suo risultato finale, conta già miliardi di perdenti e pochi vincitori. Perdono i più deboli, a causa dei bombardamenti indiscriminati e vedendo svanire più rapidamente i loro redditi in tutto il Mondo a causa degli aumenti incontrollabili del paniere, proprio come il dolore altrui.
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23/02/2026
Il rebus delle “materie critiche” per la UE
Negli ultimi tempi i “pensatori” dell’Unione Europea – negli Usa ci metteranno ancora decenni solo per cominciare, probabilmente – hanno preso ad interrogarsi sul come reperire quantità maggiori di “materie critiche”, fondamentali per la costruzione di auto, armi, merci tecnologiche varie, ecc..
Le forniture, è noto, arrivano principalmente dalla Cina ma proprio per questo si è creata una dipendenza considerata strategicamente pericolosa. In un mondo serio (non capitalistico, diciamo) dovrebbe essere normale che un territorio che ha determinate risorse naturali le scambi con beni che non possiede o non produce. Ma in questo mondo folle in cui “la competizione” tende a trasformarsi di frequente in guerra aperta, il fornitore di oggi può diventare il nemico di domani. E se quel che ti fornisce è indispensabile, tu sei strategicamente più debole (rischi di restare senza quei prodotti o doverli pagare cifre mostruose).
Ragionando ragionando, i “pensatori della UE” si sono accorti che una grossa quantità di quelle “materie critiche” in realtà ce l’hanno sotto il sedere: le automobili a fine vita o da metter fuori circolazione per emissioni diventate eccessive con l’avanzare delle normative ambientali. Ogni auto è piena non solo di gomma e plastica, abbastanza facilmente riciclabili, ma anche di acciaio, rame, platino-palladio-rodio (le marmitte catalitiche) e via elencando.
Il problema è che lo smaltimento del parco auto dismesso prende molte vie, solo in parte tracciate, e quei materiali diventano irraggiungibili. Perché? Per le normali leggi del capitalismo, naturalmente. Ogni soggetto della filiera cerca di guadagnare il più possibile dal suo intervento e dunque di “risparmiare” al massimo sui costi. La logica dello smaltimento resta nelle mani della logica del profitto, anarchica e irrazionale.
E quindi. Le auto ancora marcianti ma “fuori norma” con le emissioni prendono la via dell’Africa o dei paesi dell’Est. Le prime viaggiano via nave e quindi sono tracciate, anche se le materie prime utili non torneranno mai in Europa restando ad inquinare aree crescenti di quel continente. Le seconde vanno via terra e, con gli accordi Shengen, passano senza registrazioni. Di fatto “scompaiono” e restano per la maggior parte irrecuperabili.
I circuiti della rottamazione all’interno dei paesi UE sono in parte legali e in parte “di straforo”. Anche in questo caso una gran parte delle auto “scompare” andando ad alimentare il circuito dei pezzi di ricambio per le officine, che ovviamente “risparmiano” con i pezzi di origine “ambigua” anche quando fatturano regolarmente ai clienti finali.
Aggiungiamo che il recupero dei materiali “critici” richiede spesso lavorazioni industriali costose (al contrario, per esempio, della separazione degli pneumatici dai cerchioni metallici), che rendono il recupero economicamente non conveniente.
Il tutto in un “sistema” in cui la libera impresa la fa da padrone, senza alcun piano di gestione generale del ciclo di vita dell’auto (e di nessun altro prodotto, va detto), né al momento della produzione né in quello della “sepoltura”.
Alla fin fine la quantità di “materie prime” recuperate o recuperabili è una frazione del totale, e quel rapporto di dipendenza dai fornitori resta. Al massimo si può cambiare il fornitore, se esiste, ma non è detto che ci sia un guadagno (si è visto con il gnl statunitense, tre-quattro volte più costoso del gas russo che arrivava via North Stream).
Ma non ditelo ai “pensatori della UE”, che staranno lì per anni ad elaborare “normative” poi aggirate da ogni attore della filiera dell’auto (o di qualsiasi altra merce), perché ogni possibile “governo” di un’economia circolare (dalla nascita alla “morte” di ogni prodotto) richiede una pianificazione fondata sulla collaborazione attiva di tutti i soggetti.
Non la “competizione” per raschiare individualmente il massimo profitto da ogni fase del processo...
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09/02/2026
Alleanza sui minerali critici per far fuori la Cina, ma la rottura tra UE e USA rimane
È solo che in questo caso, per i costi di estrazione e l’individuazione di giacimenti utili, agli USA serve che i propri vassalli si sentano parte di un progetto comune. E che non usino le proprie opportunità sui minerali come leva politica, dopo essere stati colpiti in tutti i modi dalle politiche trumpiane.
Il cuore della strategia statunitense si chiama Project Vault, un’iniziativa da 12 miliardi di dollari per creare una riserva strategica di terre rare e minerali come gallio e cobalto, essenziali per smartphone, batterie e caccia da combattimento: high tech e complesso militare-industriale, insomma. A ciò si aggiunge quello che ha proposto il vicepresidente JD Vance, ovvero la creazione di un accordo multilaterale sui minerali critici per la creazione di un’area di libero scambio.
Questa dovrebbe prevedere anche dazi contro i paesi non partecipanti, in una sorta di promessa verso gli altri paesi di estendere anche a loro i “benefici” della politica commerciale aggressiva stelle-e-strisce. In questo spazio di libero scambio dovrebbero essere fissati anche dei prezzi minimi per i minerali, per evitare il dumping (leggi: la concorrenza) cinese. In questo senso, si aprono importanti scenari anche sul riciclo, su cui l’Italia, ad esempio, ha deciso di puntare fortemente negli ultimi anni.
Insieme alla Germania, l’Italia ha presentato un documento alla Commissione Europea per mitigare le dipendenze strategiche e che segue precedenti iniziative per spingere verso una partnership strutturale tra UE e USA. La proiezione verso l’Africa come “cortile di casa” della UE, e l’impegno già profuso tramite il Piano Mattei sono i vettori più promettenti affinché Bruxelles conti qualcosa in questa partita.
Il primo risultato del summit è una partnership strategica tra USA, UE e Giappone, finalizzata alla resilienza delle catene di approvvigionamento, oltre all’idea di un memorandum per stimolare la domanda e diversificare l’offerta, da concludere tra Washington e Bruxelles entro i prossimi 30 giorni.
Attraverso di esso, si vuole promuovere la ricerca e facilitare lo scambio di informazioni strategiche, riguardanti anche lo stoccaggio. La cooperazione con Tokyo, invece, espande il Quadro per la sicurezza dell’approvvigionamento di minerali critici e terre rare, che è stato firmato da Trump e Sanae Takaichi lo scorso 27 ottobre 2025.
È interessante riportare le posizioni espresse da Robin Roels, responsabile delle politiche per le materie prime presso l’ONG European Environmental Bureau. La sua opinione, espressa a Euronews, è che la UE abbia abbandonato l’idea di un’autonomia strategica. Non è passato un mese dalle minacce sulla Groenlandia, e secondo Roels il Commissario Europeo per l’Industria, Stéphane Séjourné, è già “tornato strisciando” dall’incontro sul terreno delle terre rare.
Parole molto pesanti, ma che esprimono una realtà che hanno tutti chiara in mente, persino i funzionari di Bruxelles: Washington vuole “frammentare” il mercato delle terre rare, per garantirsi l’accesso a vaste riserve alle proprie condizioni e minare il quasi monopolio cinese. Gli altri paesi sono pedine e, se ci saranno, otterranno solo le briciole. Per ora, tuttavia, la considerano l’unica via per non essere messi definitivamente da parte.
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15/07/2025
Il Pentagono investe direttamente in terre rare, altro passo nella guerra alla Cina
Il Pentagono ha infatti annunciato un investimento di 400 milioni di dollari in MP Materials, azienda cardine del settore grazie alla gestione della Mountain Pass, nell’entroterra californiano, a meno di 100 km da Las Vegas. Si tratta dell’unica miniera di terre rare sul suolo statunitense, ma senza dubbio una delle più importanti al mondo.
Il sito rappresenta una fetta importante nel mercato globale: si parla di percentuali che, ogni anno, viaggiano tra il 12 e il 15% del totale delle terre rare estratte. Ma per quanto i produttori stelle-e-strisce si siano impegnati, nel 2024 hanno raccolto solo un sesto di quel che ha ottenuto il Dragone (43 mila tonnellate i primi, 240 mila il secondo).
Il che è un grosso problema per un’economia digitale come quella statunitense, soprattutto se, come è successo in questi mesi, alla Casa Bianca hanno deciso di accelerare sul braccio di ferro commerciale con Pechino – e col mondo intero. La Cina, all’imposizione tariffaria, ha risposto con un taglio netto delle esportazioni di terre rare, scese da aprile del 76% in generale, del 92% verso gli USA.
Questo ha messo immediatamente a dura prova le imprese oltreoceano, e così l’amministrazione Trump ha imparato la lezione, è tornata parzialmente sui suoi passi, ma si è poi attivata per poter preparare più attentamente i prossimi colpi. È in quest’ottica che va considerata la decisione del Pentagono di acquisire il 15% di MP Materials, divenendone così il più importante azionista.
James Litinsky, che ne è sia il fondatore sia l’amministratore delegato, ha affermato che, con questa operazione, si intraprende “un’azione decisiva per accelerare l’indipendenza della filiera statunitense”. Washington, tra le altre cose, si è impegnata anche a concedere, entro 30 giorni, un prestito da 150 milioni di dollari, per espandere la miniera di Mountain Pass.
Non si sta parlando, però, solo di estrarre più tonnellate ma, appunto, dell’intera filiera. La MP ha ricevuto anche lettere di impegno per investimenti da un miliardo di dollari, firmate da JP Morgan e Goldman Sachs. L’obiettivo è finanziarie il secondo stabilimento di magneti di terre rare, strumenti con una vasta gamma di usi.
L’impianto dovrebbe avere una capacità produttiva di 10 mila tonnellate all’anno, e dovrebbe entrare in funzione nel 2028. Esso sarebbe in sinergia con altri investimenti, come quello che sta facendo l’australiana Lynas Rare Earths in Texas per uno stabilimento di raffinazione delle terre rare. Non casualmente, il valore delle sue azioni è schizzato in alto, come è successo per la MP.
C’è un ultima clausola dell’accordo col Pentagono che risulta assai interessante. I vertici militari USA hanno promesso che garantiranno le vendite del nuovo stabilimento per un decennio, accettando inoltre di acquistare i prodotti in neodimio-praseodimio (uno dei principali dei magneti di terre rare) a un prezzo minimo di 110 dollari al chilogrammo.
Altro che libero mercato: la MP mantiene un assetto proprietario privato, ma nella sostanza diventa un’impresa dello stato, tanto che la sua produzione verrà comprata a un prezzo politico. Diventa, insomma, uno strumento di politica industriale in tutto e per tutto. Il fatto che ad averne la maggioranza azionaria è il Pentagono non può che destare preoccupazione.
I magneti di terre rare sono fondamentali nella produzione dei più avanzati sistemi bellici (che siano F-35, droni o sottomarini). Dal punto di vista economico, insomma, non sorprende che la Difesa voglia avere una fornitura sicura. Ma dal punto di vista politico, ciò esprime una evidente preminenza data, nel futuro, alle ragioni e alle necessità dell’economia di guerra, piuttosto che a quella a prevalenti attività civili.
A complemento di questa notizia c’è anche il vertice organizzato a Washington tra il 9 e l’11 luglio, durante il quale Trump ha incontrato i leader di Gabon, Guinea Bissau, Liberia, Mauritania e Senegal. Se sui media nostrani se ne è parlato soprattutto per una gaffe del tycoon col presidente liberiano, in realtà è stato un importante tentativo di sondare opportunità concrete, innanzitutto proprio sulle terre rare.
La rottura dello stallo che si è vissuto per anni, e persino del legame euroatlantico, non si andrà ricomponendo, anzi. Si preparano già tutte le carte perché essa vada approfondendosi.
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01/07/2025
Pace inutile tra Congo e Ruanda
Eppure il presidente degli Stati Uniti ha definito “meraviglioso” l’accordo preliminare, intestandosene il merito. «Non riceverò un premio Nobel per la pace per questo – ha detto Donald Trump, citando poi anche i conflitti tra Russia e Ucraina e tra Israele e Iran – ma le persone sanno, e questo è quello che conta per me».
Il testo è stato firmato il 27 giugno a Washington, dal ministro degli Esteri del Ruanda, Olivier Nduhungirehe, e dalla sua omologa della Repubblica Democratica del Congo, Thérèse Kayikwamba Wagner, alla presenza del segretario di Stato americano Marco Rubio.
La foto di rito nello studio ovale includeva anche il vicepresidente J. D. Vance e Massad Boulos, uomo d’affari di origini libanesi e consuocero di Trump che dallo scorso aprile il presidente ha nominato “consigliere speciale” per l’Africa.
I particolari dell’accordo non sono stati diffusi, ma i paesi firmatari hanno emesso un comunicato congiunto con gli Stati Uniti nei quali si elencano i punti salienti. La genericità degli impegni assunti dalle parti e la mancanza di alcuni capitoli fondamentali evidenziano la provvisorietà e la scarsa solidità del compromesso, utile più che altro a rafforzare le carte di Washington nell’area.
Denis Mukwege, medico e attivista congolese insignito nel 2018 del Nobel per la pace, definisce l’accordo una resa alle forze che hanno causato milioni di morti, aggravata dalla legittimazione della rapina delle risorse minerarie del suo paese nell’ottica di una logica che definisce “estrattivista neocoloniale”. In una dichiarazione, il Nobel ha affermato che l’accordo «equivarrebbe a concedere una ricompensa per l’aggressione, legittimando il saccheggio delle risorse naturali congolesi e costringendo la vittima ad alienare il proprio patrimonio nazionale, sacrificando la giustizia per garantire una pace precaria e fragile».
Eppure è stato lo stesso presidente del Congo, Félix Tshisekedi, a sollecitare l’intervento di Trump per mettere fine al conflitto offrendo in cambio un generoso accesso alle terre rare e ai minerali preziosi i cui giacimenti si concentrano proprio nelle regioni orientali del paese occupate nei mesi scorsi dalle milizie del “Movimento 23 Marzo” (M23), costituito per lo più da ex soldati congolesi Tutsi che affermano di lottare per difendere i diritti della propria comunità etnica.
I critici dell’accordo accusano Tshisekedi di aver svenduto la sovranità del paese in cambio di un tornaconto personale. Pur sostenendo il raggiungimento di un compromesso con l’M23 che porti alla fine delle ostilità, Mukwege ha addirittura avvisato che «Nel caso in cui le nostre autorità non rispettassero la Costituzione o il diritto internazionale, saremo costretti a chiamare il popolo a una vera rivoluzione democratica per esigere il ripristino della nostra sovranità e integrità territoriale».
Alcuni analisti invece spiegano che la concessione dei diritti di sfruttamento delle ingenti risorse minerarie congolesi – controllate e sfruttate per lo più dall’M23 e dal Ruanda che finanzia e arma la milizia – sia stato considerata dal presidente il male minore rispetto ad una situazione del paese ormai disastrosa e all’incapacità da parte dell’esercito regolare di tenere testa all’invasione.
Nei primi mesi di quest’anno l’M23, che si è trasformato ormai in un esercito bene armato e addestrato, ha preso il controllo della maggior parte del Nord e del Sud Kivu, compresi i due capoluoghi Goma e Bukavu. L’offensiva è avvenuta a poche settimane dalla firma, il 25 novembre 2024, di un’intesa tra Congo e Ruanda analoga a quella sottoscritta pochi giorni fa.
Le risorse minerarie vengono estratte illegalmente e trasportate in Ruanda, che è diventato uno dei principali esportatori dell’area, permettendo alla milizia di riempire le proprie casse e al piccolo paese limitrofo di tramutarsi in paese ricco e moderno sotto il controllo del dittatore Paul Kagame.
Nelle regioni occupate l’M23, supportato da alcune migliaia di soldati ruandesi – di cui però Kigali continua a negare l’esistenza – ha messo in atto una sistematica repressione nei confronti di chi oppone resistenza. Secondo un’indagine dell’Ufficio dell’Onu per i Diritti Umani, gli occupanti compiono sistematicamente crimini di guerra, commettendo stupri, arresti arbitrari e omicidi extragiudiziali. Per non parlare del fatto che l’economia e le infrastrutture della zona sono crollate e più di un milione di persone ha dovuto sfollare dalle proprie case per scampare ai combattimenti e alle persecuzioni.
Incredibilmente l’accordo firmato a Washington contiene l’impegno da parte della Repubblica Democratica del Congo e del Ruanda a rispettare la reciproca integrità territoriale, a salvaguardare i civili, a permettere il ritorno degli sfollati e a garantire la fine delle ostilità ma non menziona mai esplicitamente il ruolo dell’M23 e non riconosce il Ruanda come paese belligerante. Da parte sua la milizia non è stata coinvolta nella trattativa e ha già affermato che non si sente condizionata in alcun modo.
Mentre la longa manus del Ruanda continuerà a occupare e a sfruttare ampie porzioni del Congo, il testo impegna Kinshasa a smobilitare le “Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda”, un movimento armato composto da poche centinaia di hutu ruandesi che secondo Kigali rappresenterebbe addirittura una “minaccia esistenziale” e giustificherebbe le “misure difensive” messe in atto dalle forze armate ruandesi.
Anche se l’accordo prevede un impegno a introdurre una maggiore trasparenza nella filiera delle terre rare e dei metalli preziosi, è l’ingresso delle imprese statunitensi nelle procedure di sfruttamento e commercializzazione il punto dirimente, al centro inoltre di specifiche intese tra Kinshasa e Washington. Lo stesso Trump ha affermato che Washington si è assicurata «una larga parte dei diritti minerari della Repubblica Democratica del Congo», un passo avanti non indifferente nella competizione con la Cina che finora sfruttava una parte consistente dei giacimenti congolesi, in particolare quelli di cobalto, che rappresentano l’80% delle riserve mondiali.
Le imprese statunitensi potranno contare sul Corridoio di Lobito, un collegamento ferroviario lungo 1.500 km che collega lo Zambia settentrionale alla costa angolana passando per il sud della RDC. Per rinnovare l’infrastruttura ed avere a disposizione un proprio corridoio alternativo a quello finanziato dalla Cina verso il Mozambico, l’amministrazione Biden ha investito circa 4 miliardi.
Il presidente congolese spera forse che gli Stati Uniti, per sfruttare i giacimenti del Congo orientale, convincano le milizie tutsi a sloggiare, ma è assai più probabile che Washington trovi un accordo reciprocamente vantaggioso con l’M23 e il Ruanda piuttosto che inimicarsi il regime di Kagame che rappresenta già il più stretto alleato di Israele in Africa.
Ad avvantaggiarsi dei nuovi equilibri sarà anche il Qatar, che sta mediando anche una trattativa parallela tra M23 e Congo e che viene citato come membro del comitato di monitoraggio dell’accordo firmato venerdì. L’emirato ha fortemente investito in Ruanda, finanziando numerose infrastrutture, acquistando il 60% della RwandAir ed acquisendo alcuni degli stabilimenti che raffinano i minerali trafugati nelle regioni congolesi occupate.
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11/04/2025
Le guerre di domani per le "terre rare"
Sono trascorsi solo pochi decenni e la situazione è radicalmente cambiata. Ormai non sono più il carbone, il petrolio e nemmeno il gas le risorse che determinano lo sviluppo dell’industria. Nel campo della tecnologia, dell’automazione e dell’informatizzazione della produzione è in corso il tanto atteso processo di miniaturizzazione. Tutto questo è stato possibile solo perché nelle profondità del nostro Pianeta si trovano anche metalli rari. Eccole qui, sono davvero tante e molto diverse tra loro.
È interessante notare che si cominciò a parlare e scrivere dei problemi legati alla mancanza di alcune materie prime per l’industria già all’inizio del XX secolo. Ad esempio, nel 1900, sulla rivista Niva apparve un articolo in cui si affermava che sarebbero bastati 40-50 anni prima che si rimanesse senza carbone. E se non ci fosse stato carbone, locomotive e navi si sarebbero fermate, non ci sarebbero stati né esplosivi né coloranti. La civiltà sarebbe sprofondata nella barbarie, perché era impossibile immaginare un transatlantico che navigava su uno scafo in legno.
“Tanto tuonò che piovve” e si cominciò a discutere della futura scarsità di carbone anche nei salotti aristocratici alla moda. Ma il carbone non finì e, a metà degli anni ’50, l’agenda informativa rivolta al grande pubblico era piena di storie spaventose su come il petrolio stesse per esaurirsi.
Inoltre, gli autori che hanno scritto tali articoli chiaramente non hanno esaminato le riviste “Oil and Gas Vertical”, “Oil Industry”, “Oil & Gas Journal Russia”, “Geology of Oil and Gas”, “Oil and Capital”. Perché se li avessero letti, avrebbero saputo che a quel tempo il petrolio veniva estratto utilizzando una tecnologia apparsa nel lontano 1847, e che è così imperfetta che lascia il 60-80% del combustibile nel sottosuolo. Quindi risulta che oggi, anche laddove la produzione di petrolio è cessata a causa dell’esaurimento del giacimento, in realtà ce n’è ancora molto nel sottosuolo.
Il problema è che non è redditizio estrarlo utilizzando la vecchia tecnologia, mentre è costoso utilizzare le nuove tecnologie. Ciò significa che siamo costantemente alla ricerca di nuovi giacimenti solo per sfruttarli al meglio e trasferire al futuro tutti i problemi legati al petrolio rimasto nelle profondità della Terra!
Questo futuro è arrivato, e si è scoperto che è redditizio estrarre anche il petrolio di scisto, qualcosa che nessuno avrebbe potuto immaginare vent’anni fa. Negli Stati Uniti, tuttavia, la produzione di petrolio di scisto ha causato gravi problemi ambientali.
Quanto gravi? Anche se consideriamo che i media russi li esagerano e quelli statunitensi li minimizzano, possiamo vedere che il problema esiste ancora. Ma nessuno vuole rimandare la produzione al futuro, quando sarà possibile “calmare l’ambiente”. Viviamo una volta sola e “dopo di noi, anche il diluvio”, non importa cosa accadrà dopo, non lo sapremo mai.
Quali paesi dispongono di terre rare e in quali quantità? Per qualche ragione i cinesi sono stati i più fortunati in questo caso, quindi è molto probabile che, man mano che saranno coinvolti negli sviluppi tecnici, il ruolo di questo paese aumenterà in proporzione diretta alla crescita del consumo di terre rare. Ancora oggi, le forniture di terre rare prodotte in Cina sono soggette a quote stabilite dal governo del Paese.
Bene, in futuro, distinguendo alcuni Paesi dai fornitori di terre rare e dando ad altri delle preferenze per la loro ricezione, la Cina potrà facilmente governare il mondo! E tutto perché possiede il 90% delle riserve mondiali accertate di terre rare. Pensateci un attimo: il 90%.
La cosa divertente è che questi metalli in sé non sono poi così rari. Inoltre, si trovano molto più spesso dello stesso oro. Sono letteralmente sparsi su tutta la superficie terrestre e molti di loro si trovano anche nelle profondità degli oceani.
Tuttavia, la concentrazione nei giacimenti è solitamente trascurabile e, di conseguenza, non redditizia per l’estrazione su scala industriale. E l’industria moderna non ne ha bisogno in grandi quantità, ma anche senza questo “piccolo pezzo” il 90% della produzione oggi non funziona.
Le terre rare sono necessarie nell’elettronica radiofonica, nell’industria nucleare, nell’ingegneria meccanica e nella metallurgia. Tra questi rientrano i catalizzatori utilizzati nell’industria chimica e petrolifera, i telefoni cellulari e i pannelli al plasma dei moderni televisori. Senza di loro, la nostra vita oggi sarebbe semplicemente impossibile!
Quali paesi dispongono ancora di riserve che potrebbero essere sviluppate? Si tratta, innanzitutto, di Russia, Bielorussia, Ucraina, Kazakistan, India, Kenya, Corea del Nord, Tanzania, Sudafrica, Australia, Sri Lanka, Brasile, Stati Uniti, Canada e... Groenlandia. Gli esperti giapponesi hanno scoperto depositi di terre rare proprio a due passi da casa loro e su diverse isole dell’Oceano Pacifico. Tuttavia, la loro profondità raggiunge diversi chilometri. E come possiamo estrarli da tali profondità in modo redditizio?
La cosa più interessante è che fino all’inizio degli anni ‘90 del secolo scorso, il principale fornitore di terre rare erano gli Stati Uniti. Ad esempio, nel 1986 il volume di produzione mondiale di ossidi di metalli delle terre rare era di 36.500 tonnellate. Di questa quantità, gli Stati Uniti ne hanno prodotte 17.000 tonnellate, l’URSS 8.500 tonnellate e la Cina solo 6.000 tonnellate.
Tuttavia, dopo il 1991, sotto la pressione dei “verdi”, negli Stati Uniti la produzione di terre rare è stata ridotta, mentre in Cina, al contrario, è stata modernizzata l’estrazione e la produzione di terre rare, tanto che alla fine la Cina è diventata il più grande produttore al mondo. Nel 2007-2008 venivano già estratte 124 mila tonnellate di terre rare all’anno, di cui 120 mila tonnellate erano di proprietà della Cina. L’India ne ha prodotte 2.700 tonnellate, il Brasile 650 tonnellate.
Il risultato è una situazione in cui oggi la Cina controlla il 95% del mercato delle terre rare. Per non parlare poi delle riserve. Nel 2008 le stime erano le seguenti: Cina 89 milioni di tonnellate, Russia e Bielorussia 21 milioni di tonnellate, Usa 14 milioni di tonnellate, Australia 5,8 milioni di tonnellate, India 1,3 milioni di tonnellate e Brasile 84 mila tonnellate.
Ecco i dati sulla produzione del 2022: Cina 210 mila tonnellate (crescita del 2021%). Usa 43 mila tonnellate (crescita 2,4%). Il Vietnam ha suddiviso il numero dei produttori: 4300 tonnellate (con un aumento del 975%). In Russia, le riserve accertate di terre rare la pongono alla pari con il Brasile. Nel 2019 si prevedeva di aumentare la produzione a 2025 tonnellate entro il 2070 e di ridurre del 50% la dipendenza dalle importazioni. Entro il 2030 si prevede di produrne 7500 tonnellate all’anno e di diventare completamente autosufficiente.
In particolare, grandi quantità di terre rare erano necessarie per quei Paesi che avevano deciso di rinunciare al gas russo e puntare sull’“energia verde”. Non ci sono parole, le turbine eoliche che sfruttano l’energia eolica costantemente rinnovabile sono una buona cosa, ma i generatori di queste turbine eoliche necessitano di magneti potenti e per produrli è necessario il neodimio. Ciò significa che ovunque siano necessari motori elettrici o generatori di corrente, oggi è richiesto il neodimio. E viene dalla Cina.
A proposito, la dipendenza dell’Europa dalle nostre terre rare russe ha raggiunto il 50% prima dell’inizio della Seconda guerra mondiale. Inoltre, erano necessari i metalli delle terre rare più costosi, come il terbio, il neodimio, l’europio e il lutezio.
Tra l’altro, la Russia ha fornito anche terre rare agli Stati Uniti, anche se in quantità molto ridotte: solo l’1% di ciò di cui avevano bisogno. Ma chi può sapere quanto possiamo offrirne oggi, in quali volumi e a quale prezzo?
Il fatto è che negli stessi Stati Uniti, qualche anno fa, è stato elaborato lo scenario di una “guerra per il neodimio”. Bene, è proprio così! È chiaro che qualsiasi paese normale dovrebbe avere dei piani per le “situazioni di emergenza”. E sarebbe molto strano se gli Stati Uniti non avessero piani del genere. Ma qui c’è un altro aspetto importante: hanno bisogno dello stesso neodimio, e ne hanno così tanto bisogno che ci sono addirittura progetti per ottenerlo con la forza.
E anche le nuove minacce militari stanno facendo aumentare il valore delle azioni delle compagnie militari. E ne traggono vantaggio gli azionisti che le detengono nelle loro mani. Tra l’altro, sia il nostro Paese che la Cina detengono titoli americani. Il loro dumping di massa sul mercato potrebbe causare un altro “martedì nero”, che potrebbe causare molti problemi a tutti.
Quindi, quando i presidenti di diversi paesi parlano a lungo di qualcosa al telefono, non significa affatto che stiano parlando di una sorta di “pace”. Il mondo, in condizioni di crescente domanda di terre rare, non è una questione così importante. Ma le forniture sono necessarie all’industria, compresa quella militare, e possono decidere tutto, compreso il destino di un conflitto militare e il destino dei conflitti futuri.
Inoltre, sebbene i documenti del Pentagono sulla guerra per il neodimio spieghino tutto chiaramente – “La prima colonna di navi si sta muovendo, la seconda colonna di navi si sta muovendo” – questo semplicemente non significa nulla.
In effetti, è sempre possibile negoziare con chi lo ritiene necessario sulle quote di fornitura delle terre rare, nonché sui prezzi...
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09/04/2025
L’UE si insinua tra Russia e Cina
Insieme all’Africa, l’Asia Centrale si conferma una delle regioni del pianeta più ambite dalle grandi potenze in competizione.
Pur rimanendo in alcuni casi politicamente ancorate alla Federazione Russa, le repubbliche ex sovietiche dell’area hanno consolidato negli ultimi anni le proprie relazioni economiche e commerciali soprattutto con la Repubblica Popolare Cinese, che da anni aumenta la propria influenza nel quadrante proprio a spese di Mosca.
L’UE si insinua tra Russia e Cina
In questo gioco ha deciso di entrare anche l’Unione Europea alla ricerca di materie prime strategiche e di nuovi mercati. Complessivamente l’UE rappresenta già il secondo partner commerciale per la regione nonché il principale investitore, con oltre il 40% del totale.
Trainato da gas e petrolio, l’interscambio commerciale tra UE e Kazakistan ha raggiunto nel 2024 i 47 miliardi di dollari, e i 6,5 miliardi con l’Uzbekistan. Per la maggior parte, il petrolio kazako viene trasportato in Europa tramite alcuni oleodotti che attraversano la Russia e poi via mare. Astana punta però a deviare i flussi per arrivare ad esportare fino a 20 milioni di tonnellate di petrolio l’anno (contro gli attuali 1,5 milioni) tramite l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan.
Il Kazakistan, inoltre, presenta un vasto potenziale per la generazione di energia solare ed eolica, e potrebbe diventare un fornitore di energia rinnovabile di primissimo piano per l’Europa.
Il vertice UE-Asia Centrale
Per rafforzare ulteriormente la propria posizione, lo scorso 4 aprile l’UE ha organizzato a Samarcanda, in Uzbekistan, un importante vertice con i paesi dell’Asia Centrale nel corso del quale la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa hanno incontrato i leader locali e quelli di Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Turkmenistan.
Ad accompagnare le più alte cariche politiche dell’Europa a 27 c’erano Odile Renaud-Basso, presidente della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERD) e una delegazione della Banca Europea per gli Investimenti.
Con i cinque paesi, i rappresentanti europei hanno siglato una nuova partnership strategica promettendo investimenti complessivi per 12 miliardi di euro – di cui 2,5 dedicati al settore minerario – da stanziare nell’ambito del Global Gateway, il progetto varato dall’UE nel 2021 con l’obiettivo di sviluppare nuove infrastrutture nei cosiddetti “paesi in via di sviluppo”, proposto come alternativa alla Belt and Road Initiative, cioè la “Nuova via della seta” di Pechino.
I settori chiave di investimento comprendono l’energia, le industrie chimica, farmaceutica, tessile ed elettrotecnica, la produzione di materiali da costruzione, la lavorazione agricola, l’estrazione e la lavorazione mineraria, nonché la logistica e i trasporti.
Il Corridoio Trans-Caspico
In particolare Bruxelles ha promesso di accelerare la realizzazione del Corridoio di Trasporto Trans-Caspico (TITR), una rotta commerciale lunga ben 6500 km che dovrebbe collegare la Cina al continente europeo attraversando l’Asia Centrale e il Caucaso ma bypassando la Federazione Russa.
Lo sviluppo delle infrastrutture portuali e ferroviarie che dovrebbero costituire la spina dorsale del Corridoio Trans-Caspico – in grado, a regime, di ridurre i tempi di trasporto delle merci dall’Asia Centrale all’Europa a soli 15 giorni – è in forte ritardo rispetto alla tabella di marcia e i paesi coinvolti sono tornati a chiedere a Bruxelles lo stanziamento immediato di risorse economiche adeguate.
La strategia dell’UE
Per quanto molto relativa, la riuscita del vertice – alcuni governi dell’area hanno espresso dei dubbi sulla capacità europea di dar seguito agli impegni presi – rappresenta comunque un risultato importante per l’UE.
Se da una parte Bruxelles intende frenare l’espansione della Cina (che comunque rappresenta il primo partner economico delle repubbliche dell’Asia Centrale), dall’altra cerca nuove fonti di approvvigionamento energetico e minerario dopo il blocco delle forniture russe seguito all’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca, e nuovi mercati per le proprie merci gravate negli Stati Uniti dai dazi imposti da Donald Trump.
Le ambizioni europee non sembrano particolarmente frenate dal fatto che i paesi in questione siano governati da regimi più o meno autoritari e personali.
Energia e terre rare
In cambio di un impulso determinante allo sviluppo del Corridoio Trans-Caspico (che però, in totale, richiede investimenti per almeno 18 miliardi) l’UE potrà avere accesso ai minerali preziosi e alle terre rare, indispensabili per la transizione energetica e tecnologica, di cui i paesi dell’Asia Centrale sono tra i principali detentori del Pianeta.
In particolare, l’area possiede il 39% delle riserve note mondiali di manganese, il 30% dei giacimenti di cromo, il 20% di quelli di piombo, il 13% delle riserve di zinco e il 9% di quelle di titanio. Alla vigilia del vertice il Kazakistan, che è già il principale produttore al mondo di uranio, ha annunciato la scoperta di nuovi giacimenti di terre rare per un totale stimato di 20 milioni di tonnellate. Il Tagikistan, invece, vanta grandi riserve di antimonio.
Bruxelles ha firmato una dichiarazione d’intenti con l’Uzbekistan ed ha annunciato l’apertura di un ufficio regionale della BEI a Tashkent, la capitale del paese che ha ospitato il vertice. Nel suo intervento introduttivo alla conferenza, Von der Leyen ha promesso che gli europei non mirano esclusivamente a sfruttare le risorse locali – riferendosi evidentemente ai propri competitori – ma sono disponibili a garantire ricadute positive sui territori coinvolti.
L’Asia Centrale vuol fare blocco
Il vertice UE-Asia Centrale si è svolto in un clima di ritrovata stabilità nell’area, conseguita grazie ad uno storico accordo firmato lo scorso 13 marzo tra Kirghizistan e Tagikistan che delimita finalmente i confini tra i due paesi e mette fine ad una disputa durata trent’anni. Il conflitto trentennale era stato originato anche da alcune controversie sul controllo di importanti risorse idriche, e in più di un’occasione ha portato negli anni scorsi a scontri armati tra le due repubbliche ex sovietiche.
Gli ultimi sanguinosi episodi bellici si sono verificati nell’aprile del 2021 e nel settembre del 2022, quando i due eserciti si sono scontrati lungo la frontiera causando centinaia tra morti e feriti.
L’accordo, firmato a Bishkek – la capitale kirghisa – dal presidente locale Sadir Japarov e dal suo omologo tagiko Emomali Rahmon, prevede uno scambio di territori, la riapertura della frontiera e il ripristino dei collegamenti civili e commerciali diretti.
L’accordo sembra propedeutico ad una maggiore cooperazione ed integrazione tra i cinque paesi dell’Asia Centrale ex sovietica, che sembrano interessati a fare fronte comune per avvantaggiarsi del proprio ruolo strategico nella competizione tra Cina, Russia e Unione Europea.
31/03/2025
L’Ucraina costretta a scegliere tra Usa e “Europa”
Sarà, ma intanto qualcun altro, già ora, sembra proprio costretto a scegliere tra i due soggetti, ed anche molto rapidamente. Si vede che la faglia atlantica si va allargando molto velocemente, stirando fino alla lacerazione chi prova a tenere i piedi in troppe scarpe.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha dichiarato venerdì che l’Ucraina non accetterà alcun accordo con gli Stati Uniti sui minerali che possa compromettere il suo percorso di adesione all’Unione Europea.
“La Costituzione dell’Ucraina stabilisce chiaramente che la nostra direzione è verso l’UE... Ci sono riforme molto importanti e passi corrispondenti da compiere”, ha detto Zelensky durante una conferenza stampa a Kiev venerdì sera. “Niente che possa mettere in pericolo... l’adesione dell’Ucraina all’UE può essere accettato”.
In effetti, obbedendo allo scopo per cui esistono, ossia andare a vedere cosa c’è scritto negli accordi di carattere economico, Bloomberg e il Financial Times hanno riportato la nuova proposta di Washington a Kiev sullo sfruttamento delle risorse minerarie, che concederebbe agli Stati Uniti l’accesso a petrolio, gas e minerali ucraini attraverso un fondo d’investimento congiunto, dividendo i ricavi tra i due paesi.
In pratica, una vera e propria “invasione” dell’Ucraina da parte statunitense, realizzata acquisendo di default la metà delle entrate minerarie del paese, peraltro una delle poche risorse – insieme al grano – che potranno garantire una futura ricostruzione non dipendente solo dagli aiuti o dai prestiti esteri.
Zelensky ha confermato che Kiev ha ricevuto ufficialmente una nuova bozza dell’accordo da Washington, contenente “molte nuove disposizioni non discusse in precedenza” e “alcuni aspetti già respinti da entrambe le parti”, secondo i media ucraini. Si deve notare lo stile “israeliano” dell’amministrazione Usa, che prima stringe un accordo e poi cambia unilateralmente le condizioni a proprio favore...
E visto che da sola la junta di Kiev non sarebbe in grado di opporsi al diktat della Casa Bianca, ecco entrare in campo l’“altro forno” del sostegno alla guerra, l’Unione Europea.
La Commissione Europea valuterà il testo, che potrebbe garantire un trattamento preferenziale alle aziende americane, una volta che ci sarà un “accordo concreto, nero su bianco”, ha detto venerdì Paula Pinho, portavoce capo della Commissione.
“Un tale accordo dovrebbe essere esaminato nell’ottica delle relazioni tra Ucraina e UE, in particolare per quanto riguarda i negoziati di adesione”, ha aggiunto Pinho.
Evidente il cul de sac in cui si è infilato Zelenskij con la sua linea molto cinematografica ma per nulla realistica (“guerra fino alla vittoria, nessuna trattativa con la Russia”).
Se straccia il contratto con Trump si condanna a perder molto se non tutto dell’apporto Usa (basta pensare all’intelligence satellitare...), se lo conferma perde il sostegno dell’Unione Europea – o per lo meno dei “volenterosi” – che sono gli unici pazzi a condividere la sua linea.
Un capolavoro, no?
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28/03/2025
La Commissione Europea vara 47 progetti strategici sulle materie prime
Questo provvedimento ha l’obiettivo di ridurre la dipendenza, per tali materiali, da filiere che non fanno capo a Bruxelles. Entro il 2030, la UE punta a raggiungerne l’estrazione autonoma per il 10% del consumo annuale, nonché a lavorarne e a riciclarne rispettiva il 40% e il 25%.
Tra le 14 materie prime interessate dai progetti vincitori, in 22 casi è coinvolto il litio, in 12 il nichel, in 11 la grafite, in 10 il cobalto e in 7 il manganese. Tutti materiali fondamentali per la catena del valore dell’elettrico, mentre il magnesio e il tungsteno assumono un ruolo centrale nelle prospettive della difesa e dell’aerospazio.
25 progetti riguardano direttamente le attività di estrazione, e molte delle nuove miniere saranno scavate nella penisola iberica. 24 delle iniziative approvate, invece, riguardano le attività di lavorazione, 10 quelle di riciclaggio e 2 quelle di sostituzione di materie prime. Sono 4 i progetti italiani a cui è stato dato il via libera, tutti riguardanti il riciclaggio.
Negli scorsi mesi, il ministro Urso aveva spinto per la ricognizione e il potenziamento delle attività italiane di estrazione mineraria con un valore strategico per la UE. Vengono ora approvati i progetti della svizzera Glencore a Portovesme, in Sardegna, della multinazionale belga Solvay a Rosignano, in Toscana, e delle italiane Itelyum Regeneration e Circular Materials, rispettivamente a Frosinone e Padova.
Il Commissario europeo all’Industria, Stéphane Séjourné, ha commentato: “non vogliamo sostituire la nostra dipendenza dai combustibili fossili con una dipendenza dalle materie prime. Il litio cinese non sarà il gas russo di domani”. Emerge in maniera esplicita la dimensione di scontro, anziché di cooperazione, con cui la UE pensa al raggiungimento di una maggiore autonomia strategica.
Affinché i 47 progetti diventino operativi, si prevede un investimento complessivo di 22,5 miliardi di euro. Secondo una fonte riportata da Euronews, l’esecutivo comunitario spera che questi progetti trovino i fondi direttamente sul mercato. Affinché questo accada, verrà dato il “supporto coordinato della Commissione, degli Stati membri e delle istituzioni finanziarie”.
Séjourné ha per ora reso noto un finanziamento di 2 miliardi che arriverà nel 2025, messo a disposizione dalla Banca Europea per gli Investimenti. La UE, dunque, dice quello di cui avrebbe bisogno per stare al passo con la competizione globale, ma allo stesso tempo rimane ligia all’idea che il suo ruolo è innanzitutto quello di contribuire ad attivare investimenti privati.
Sono infatti previsti “prestiti, o partecipazioni azionarie, o garanzie sui prestiti”, oltre alla semplificazione burocratica. È evidente che il risultato sarà quella della devastazione di interi territori per venire incontro alle mire imperialiste di Bruxelles, con l’accelerazione delle autorizzazioni che arriveranno entro 27 mesi per i siti di estrazione, entro 15 per tutti gli altri casi.
Per quanto riguarda possibili progetti in paesi terzi, sempre Séjourné ha detto che “l’analisi verrà effettuata nelle prossime settimane”. È interessante il fatto che il Commissario europeo abbia anche annunciato la volontà di inaugurare, entro la fine del 2026, un centro comune per l’acquisto delle materie prime critiche, “un po’ sul modello che abbiamo usato per i vaccini ai tempi del Covid”.
I provvedimenti che, un po’ ovunque, segnalano la frammentazione del mercato mondiale e l’inasprirsi della competizione internazionale continuano a moltiplicarsi.
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09/03/2025
La gomma arabica di Coca-Cola e M&M’s è contrabbandata nel Sudan in guerra
Il Sudan è il principale produttore mondiale di gomma arabica e fornisce circa l’80% della produzione globale. Estratta dagli alberi di acacia, questa sostanza naturale è fondamentale per stabilizzare e addensare ingredienti in una vasta gamma di prodotti, dai rossetti di L’Oréal agli alimenti per animali domestici di Nestlé.
Il conflitto, esploso nell’aprile del 2023 tra le Forze di Supporto Rapido (RSF) e l’esercito nazionale del Sudan, ha visto le RSF prendere il controllo, alla fine dello scorso anno, delle principali aree di raccolta della gomma nelle regioni del Kordofan e del Darfur occidentale.
Da quel momento, la gomma grezza – che può essere venduta solo dai commercianti sudanesi previo pagamento di una tassa alle RSF – ha iniziato a fluire verso i Paesi confinanti senza le necessarie certificazioni, secondo quanto riferito a Reuters da otto produttori e acquirenti coinvolti direttamente nel commercio.
In aggiunta, due commercianti hanno confermato che la gomma viene esportata attraverso mercati di frontiera informali. Un rappresentante delle RSF, interpellato da Reuters, ha dichiarato che la forza paramilitare protegge il commercio della gomma arabica e riscuote solo piccole tasse, respingendo le accuse di violazioni della legge come “propaganda contro il gruppo”.
Dal febbraio 2022, le esportazioni sudanesi di gomma arabica verso l’Unione Europea sono diminuite, mentre quelle provenienti da paesi come Egitto, Kenya, Camerun e Sud Sudan sono aumentate. Tuttavia, fonti del settore avvertono che le forniture da alcune di queste nazioni potrebbero includere gomma contrabbandata dal Sudan.
Hervé Canevet, specialista di marketing globale presso Eco-Agri a Singapore, ha sottolineato come spesso sia difficile verificare l’origine precisa della gomma, dato che molti commercianti non rivelano se il prodotto sia stato ottenuto illegalmente.
“Oggi, la gomma proveniente dal Sudan è quasi tutta contrabbandata, perché non esiste una vera autorità nel Paese”, ha dichiarato Canevet.
Le grandi aziende di beni di consumo come Coca-Cola, Mars (produttrice degli M&M’s) e Nestlé si affidano a fornitori globali – tra cui Nexira, Alland & Robert e Ingredion – per l’acquisto di gomma arabica raffinata, utilizzata poi come emulsionante nei loro prodotti.
Ingredion ha affermato di aver adottato misure per diversificare le proprie fonti di approvvigionamento, includendo paesi come il Camerun, mentre Nexira ha ridotto le importazioni dal Sudan a causa della guerra, ampliando le proprie forniture a dieci altre nazioni.
Il commercio illegale di gomma arabica sta anche causando un drastico calo dei prezzi. Mohammed Hussein Sorge, fondatore di Unity Arabic Gum con sede a Khartoum, ha dichiarato a Reuters di aver ricevuto offerte da commercianti in Senegal e Ciad, con prezzi fino a 3.500 dollari a tonnellata per la varietà pregiata hashab – ben al di sotto del normale prezzo di mercato di oltre 5.000 dollari.
Sorge ha rifiutato le offerte per la mancanza di certificazioni etiche, temendo che la gomma fosse stata rubata o esportata tramite reti legate alle RSF.
Nel frattempo, la RSF ha anche bloccato le esportazioni di 12 merci, inclusa la gomma arabica, verso l’Egitto, in risposta a presunti attacchi aerei egiziani.
Prima della guerra civile, la gomma sudanese veniva trasportata da Khartoum a Port Sudan per essere esportata a livello globale. Ora, secondo fonti locali, la gomma viene contrabbandata verso il Sud Sudan, il Ciad e persino la Repubblica Centrafricana, con il coinvolgimento diretto delle RSF.
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12/02/2025
L’Ucraina stretta nelle maglie di Trump, che imbroglia anche sui numeri
“La strategia per l’Ucraina sta silenziosamente cambiando in Europa per adattarsi al tono mutevole degli Stati Uniti: da una promessa di sostegno inflessibile a uno sforzo per portare Kiev al tavolo delle trattative con una mano forte” scrive oggi il quotidiano statunitense Politico.
La nuova amministrazione USA mira a porre fine alla guerra con la Russia a 100 giorni dal suo insediamento, lo aveva dichiarato l’8 gennaio scorso Keith Kellogg, inviato speciale di Trump per la pace in Ucraina. Kellogg visiterà l’Ucraina il 20 febbraio dopo la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco che inizia questo fine settimana.
Intanto Trump sta imbrogliando le carte e presenta il conto a Kiev. In una intervista a Fox News ha dichiarato che Washington ha investito in Ucraina “più di 300 miliardi di dollari, probabilmente 350”, mentre “l’Europa è dentro per probabilmente 100 miliardi di dollari, noi siamo dentro per più del doppio”. E adesso gli Usa vogliono una perequazione dall’Ucraina. “Ho detto loro che voglio l’equivalente di 500 miliardi di dollari di terre rare e hanno sostanzialmente accettato di farlo, così almeno non ci sentiamo stupidi. Altrimenti siamo stupidi”, ha detto Trump a Fox News. “Ho detto loro: dobbiamo ottenere qualcosa. Non possiamo continuare a pagare questi soldi”.
Ma Trump sta imbrogliando con i numeri: dal 2022 a oggi gli USA hanno inviato 183 miliardi di dollari in aiuti militari all’Ucraina, molti meno di quelli dichiarati, l’Unione Europea ne ha inviati 140.
Secondo la rivista statunitense Foreign Policy, l’Ucraina possiede “giacimenti commercialmente rilevanti di 117 dei 120 minerali più utilizzati dall’industria in oltre 8.700 depositi”. Secondo le stime della rivista Forbes, il valore totale dei depositi di minerali in Ucraina potrebbe superare i 14.800 miliardi di dollari ma più del 70% dei giacimenti si trovano in tre regioni: Donetsk, Dnipropetrovsk e Luhansk, proprio nel cuore del fronte di guerra e in larga parte controllate dalle forze armate russe.
La transizione del potere a Washington e i cambiamenti previsti nella politica degli Stati Uniti sull’Ucraina stanno mettendo in discussione anche il futuro del cosiddetto vertice di Ramstein tra i ministri della Difesa della Nato e l’Ucraina. Il vertice serviva per coordinare il modo in cui i vari paesi forniscono aiuti militari all’Ucraina. A febbraio, per la prima volta dall’istituzione del formato di Ramstein, l’incontro è stato convocato dal Regno Unito e non dagli Stati Uniti.
“Senza consegne di armi dagli Stati Uniti, penso che avremo enormi problemi sul campo di battaglia”, ha detto Yehor Cherniev, un deputato ucraino del partito di Zelensky.
I funzionari ucraini sono rimasti a bocca asciutta alla vigilia della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, anche se hanno avuto lunghi colloqui con funzionari americani ed europei. Andrii Yermak, il capo dell’ufficio presidenziale, ha parlato sia con il consigliere per la sicurezza nazionale Michael Waltz che con Keith Kellogg, inviato di Trump per la Russia e l’Ucraina ma senza ricavarne certezze sul futuro.
In Ucraina intanto si affacciano ipotesi sul come conquistarsi e mantenere un ruolo privilegiato negli interessi dell’Occidente collettivo una volta che il conflitto trovasse una sua normalizzazione.
Secondo il Kyev Indipendent questo ruolo potrebbe essere svolto in un quadrante come il Medio Oriente in funzione anti-russa.
“Una maggiore presenza ucraina in Medio Oriente offrirà molteplici vantaggi all’Occidente, contribuendo a spostare l’equilibrio di potere regionale a suo favore e contrastando l’influenza della Russia. Gli ucraini capiscono che la vittoria sulla Russia richiede l’espansione della loro influenza oltre l’Europa. L’Occidente ha tutte le ragioni per rafforzarli in questo sforzo in Medio Oriente”.
In secondo luogo, secondo il giornale, “l’Ucraina può aiutare l’Occidente a contrastare le narrazioni russe in Medio Oriente e in Africa. L’influenza di Mosca in queste regioni è stata significativa, contribuendo a spiegare perché alcuni partner mediorientali non hanno sostenuto gli sforzi occidentali per isolare la Russia”.
Infine viene avanzata la proposta che gli Stati Uniti possano sostenere il commercio ucraino con la Siria, a partire dal cibo. Fino a poco tempo fa, la Russia era il più grande fornitore di grano alla Siria. Tuttavia, con la caduta del regime di Assad, queste spedizioni sono state sospese, creando un’apertura ideale per Kiev.
Insomma l’Ucraina del futuro si candida a fare un po' di lavoro sporco per conto del blocco euroatlantico, a farsi saccheggiare le proprie risorse e a mercanteggiare negli spazi che si aprono in altri quadranti. Una brutta fine.
02/12/2024
Biden in Angola, lo scontro con la Cina ora corre su una linea ferroviaria
In gioco ci sono vaste riserve di minerali come rame e cobalto che sono componenti chiave di batterie e altri dispositivi elettronici. La Cina al momento è l’attore principale in Drc con grande preoccupazione di Washington. A settembre Pechino ha anche firmato un accordo con la Tanzania e lo Zambia per rilanciare una linea ferroviaria rivale verso la costa orientale dell’Africa.
Secondo funzionari Usa è molto probabile che Donald Trump sosterrà la ferrovia e rimarrà uno stretto partner dell’Angola quando tornerà alla Casa Bianca a gennaio.
Il progetto è sponsorizzato dal commerciante globale di materie prime Trafigura, dal gruppo edile portoghese Mota-Engil e dall’operatore ferroviario Vecturis. La US Development Finance Corporation ha erogato un prestito di 550 milioni di dollari per ristrutturare la rete ferroviaria di 1.300 chilometri da Lobito alla Drc.
Biden atterrerà oggi brevemente a Capo Verde prima di volare in Angola. Lì visiterà il Museo Nazionale nella capitale Luanda durante il viaggio di due giorni e mercoledì farà tappa al porto di Lobito.
Il suo viaggio realizza una delle promesse che aveva fatto all’Africa. Altre restano irrealizzate, come l’ottenimento di due seggi permanenti per l’Africa al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Oltre al progetto ferroviario, Washington ha fatto ben poco per gli africani con quali affermava di voler stabilire relazioni ampie e ad alto livello. Ha invece subito diversi insuccessi diplomatici. Quest’estate ha perso la principale base di spionaggio americano in Niger. Ciò lascia gli Usa senza un punto d’appoggio militare nella vasta regione del Sahel, punto caldo della militanza islamista.
L’Angola ha coltivato a lungo stretti legami con Cina e Russia, ma di recente si è avvicinata all’Occidente. I funzionari angolani affermano di essere desiderosi di lavorare con qualsiasi partner che possa far progredire la loro agenda volta a promuovere la crescita economica e sperano che il progetto stimoli gli investimenti in una serie di settori.
La visita di Biden riflette un’inversione di tendenza nei rapporti tra Stati Uniti e Angola. Gli Usa e l’Unione Sovietica hanno sostenuto parti opposte nella guerra civile angolana durata 27 anni. Washington, che appoggiava le milizie di destra contro il governo socialista, ha stabilito relazioni con l’Angola solo nel 1993.
Funzionari dell’amministrazione Biden affermano che il progetto ferroviario di Lobito è un test per dimostrare che la partnership pubblico-privato funziona e porterà ad altri importanti progetti infrastrutturali in Africa. Non pochi, tuttavia, esprimono forti dubbi. Il progetto non ha una data di completamento e lo sviluppo di un suo collegamento anche verso Est, in competizione con la ferrovia sponsorizzata dalla Cina, al momento è solo una teoria.
Fonte
11/11/2024
L’economia tedesca si è messa decisamente male
“La mancanza di ordini continua a inibire lo sviluppo economico in Germania”, ha dichiarato Klaus Wohlrabe, responsabile delle indagini IFO. “Quasi nessun settore viene risparmiato”.
Nell’industria, quasi un’azienda su due (47,7%) ha segnalato una mancanza di nuovi affari. Secondo l’indagine, sono proprio i settori chiave come l’ingegneria meccanica o l’industria metallurgica ed elettrica a preoccuparsi delle nuove attività. “L’aumento degli ordini arretrati a settembre può essere un segno di speranza”, ha detto Wohlrabe. “Ma c’è ancora molta strada da fare prima che i libri siano di nuovo pieni”.
Tra i fornitori di servizi, la percentuale di aziende che lamentano la mancanza di ordini è leggermente aumentata, passando dal 31,2 al 32,1%. Mentre è il settore dei trasporti a risultare particolarmente colpito.
Non solo. A causa della debole domanda di manodopera, anche i due terzi delle agenzie di collocamento al lavoro segnalano una mancanza di ordini. “I lavoratori temporanei sono meno richiesti nella situazione attuale”, ha detto Wohlrabe.
Ma la crisi di domanda si va abbattendo anche su settori meno strategici. Ad esempio poco più di un terzo degli esercizi di ristorazione ritiene di avere pochi clienti ai tavoli, mentre nel settore degli eventi, la percentuale di aziende che segnalano un numero insufficiente di ordini è salita al 48,5%, dopo il 38,5% di luglio.
Su tutto questo pesano poi fattori strategici come i costi dell’energia e delle materie prime. Aver perso le forniture di gas a buon mercato dalla Russia a causa delle sanzioni adottate (e del sabotaggio del North Stream 2), ha fatto schizzare in alto i prezzi dell’energia che fino ad oggi avevano garantito all’economia tedesca un vantaggio competitivo.
Inoltre, il quotidiano economico tedesco Handesblatt segnala uno studio della società di consulenza Roland Berger per la Federazione delle industrie tedesche (BDI), il quale rivela come l’industria tedesca stia diventando sempre più dipendente dalle importazioni di materie prime, in particolare dalla Cina.
Questo fattore vede aggiungersi maggiori criticità a causa del risultato delle elezioni statunitensi. Perché con Trump alla Casa Bianca, è prevedibile che i conflitti politici ed economici tra Stati Uniti e Cina si intensificheranno di nuovo, e in modo imprevedibile, e la Germania potrebbe incorrere in strozzature nelle catene di fornitura delle materie prime.
Insomma la forte subalternità della Germania verso gli Stati Uniti – prima nella guerra contro la Russia ed ora con la Cina – ha portato la locomotiva economica europea al deragliamento. Con scelte spesso consapevolmente suicide, sia sul piano economico che politico.
Fonte
17/09/2024
La crisi climatica non conviene all’economia, parola di Panetta
Ieri, infatti, si è svolta proprio a Palazzo Koch, sede dell’istituto, una G7-International Energy Agency (IEA) Conference, ovvero uno dei tanti eventi all’interno della cornice della presidenza italiana del G7. Il titolo dell’evento, tradotto, era “Garantire una transizione energetica ordinata”.
Si è trattato di un evento che voleva essere di alto profilo, con la presenza anche del ministro dell’Economia Giorgetti. A fare gli onori di casa, comunque, è stato proprio Panetta, di cui l’intervento completo è stato reso disponibile sul sito della Banca d’Italia.
Risulta evidente già dal titolo e dagli ospiti che lo scopo dell’evento era quello di dare delle indicazioni su come i paesi raccolti nel G7 devono affrontare concretamente, a livello economico, i nodi e le sfide di una “transizione verde” non più rimandabile.
Non più rimandabile, ma sempre meno attrattiva per i grandi investitori, pubblici e privati, in particolare dopo gli eventi degli ultimi anni. La crisi ucraina e palestinese hanno influenzato pesantemente anche vari settori economici (ad esempio, quello delle materie prime), e hanno accelerato la frammentazione del mercato mondiale.
Panetta, tuttavia, sottolinea come siano le stesse ragioni del mercato a spingere verso la transizione. La sua necessità “trascende le preferenze personali, poiché ora esiste un consenso nella comunità scientifica che il danno economico a lungo termine derivante dal cambiamento climatico supera di gran lunga i costi di attuazione degli Accordi di Parigi”.
Il governatore della Banca d’Italia invita dunque le autorità del G7 a non far deviare la strada dei loro paesi dalla riduzione dell’impatto sul disastro climatico che viviamo. Lo fa, però, con la logica dei costi e dei benefici che, a quanto pare, è l’unica che questa classe dirigente riesce a comprendere.
Non è solo una questione economica, ma di controllo politico delle filiere fondamentali di questa nuova “economia verde”. Infatti Panetta evidenza come la crisi con Mosca abbia imposto all’Europa di scollegarsi dalle fonti fossili russe, rendendo le rinnovabili una soluzione utile anche per le mire belliche occidentali.
Allo stesso tempo, quello che però va evitato è che ciò porti a un’altra dipendenza, quella sui minerali critici usati nelle nuove tecnologie verdi. Se parliamo di terre rare, la Cina è il paese che ne estrae più di tutti, “controllando circa il 70% della produzione mondiale, e detiene una quota ancora maggiore nella loro lavorazione”.
Pechino controlla le filiere delle terre rare, e la paura è che la transizione verde si trasformi in una dipendenza strategica dal Dragone. Cosa che il G7 non si può permettere, in questa fase di acceso scontro anche con la Cina (peraltro voluto dagli Usa).
Una delle soluzioni proposte è quella di rafforzare i rapporti con i paesi ricchi di materie utili, ma facenti parte, in sostanza, del Sud Globale e incapaci di sfruttarle. Di nuovo, si affaccia l’ombra di un rapporto di sfruttamento dai tratti coloniali, anche se mitigata dall’idea di compensazioni.
Compensazioni che, secondo Panetta, devono essere pensate anche nella redistribuzione dei costi che i vari soggetti della collettività dovranno affrontare in questa transizione, ben diversi tra grandi imprese, famiglie e così via. Ciò è fondamentale per ottenere l’approvazione pubblica delle politiche verdi.
Quello del consenso è un tema che sta sicuramente a cuore a Giorgetti, intervenuto dopo il governatore della Banca d’Italia. La sfida che aspetta i politici nel settore riguarda il “ripensamento delle nostre politiche, il riorientamento dei flussi finanziari, la riprogettazione e lo sviluppo delle infrastrutture e la diversificazione delle nostre catene di approvvigionamento”.
Il ministro dice poi alcune cose molto interessanti. Nella stessa frase parla della necessità della “pianificazione” (parola usata per criticare il PNRR, definito ‘sovietico’ nello stabilire i tempi delle riforme) degli interventi, funzionali anche a utilizzare “in modo efficiente le scarse risorse pubbliche”.
Le parole di Giorgetti sono perfettamente dentro la logica del “più stato per il mercato” esposta in passato da Draghi. Ma allo stesso tempo, ci ricorda, come in pratica ha fatto anche Panetta, che lasciare al mercato la direzione della società verso le sfide del futuro significa andare incontro alla catastrofe.
Una direzione pubblica e centralizzata rimane l’unica alternativa, anche nella transizione verde, affinché si realizzi – questo un nodo fondamentale – senza gravare sui settori popolari e non sulle compagnie che sono le maggiori artefici di emissioni globali.
Questo emerge tra le righe della G7-IEA Conference, anche se, ovviamente, Panetta e Giorgetti continuano a professare una visione centrata sul privato. Nonostante dalla Banca d’Italia abbiano dovuto ricordare che persino le proiezioni economiche mostrano come la transizione ecologica sia più conveniente della devastazione dell’ambiente.
Fonte
10/09/2024
Rapporto Draghi: “Stato europeo oppure agonia”
Di fatto, quel che c’è scritto lì diventerà il programma di “riforme” continentali. Chi non è d’accordo (e saranno in molti, ci sembra di poter dire) dovranno lavorare parecchio per smussare i punti più pericolosi per i loro interessi. Come sempre, dipenderà dal peso politico ed economico dei diversi soggetti.
Andiamo con ordine.
Ovviamente Draghi parte dall’analisi della situazione europea attuale, segnata da un peggioramento drastico di tutti i fattori chiave per fare della UE un soggetto autonomo e centrale nello scacchiere internazionale.
La cautela politica gli impedisce comunque di chiamare le cose col loro nome o di indicare chiaramente le responsabilità di alleati o membri della UE.
Quasi comica la descrizione di come sia peggiorata la bolletta energetica continentale nell’arco di pochi mesi: “con la normalizzazione delle relazioni con la Russia, l’Europa è stata in grado di soddisfare la propria domanda di energia importata grazie ad ampi gasdotti, che hanno fornito circa il 45% delle importazioni di gas naturale dell’UE nel 2021. Ma questa fonte di energia relativamente a buon mercato è ora scomparsa, comportando un costo enorme per l’Europa. L’UE ha perso più di un anno di crescita del PIL e ha dovuto reindirizzare ingenti risorse fiscali verso i sussidi energetici e la costruzione di nuove infrastrutture per l’importazione di gas naturale liquefatto.”
Insomma, stavamo tanto bene con il gas russo a prezzi stracciati, ma adesso non ce l’abbiamo più. Silenzio sulle responsabilità Usa nello spingere l’espansione della Nato verso est per 30 anni di seguito (basta guardare la cartina e le date per capire di chi è “l’espansionismo”). Silenzio ancora più assoluto sui sabotatori materiali del gasdotto russo (i servizi segreti ucraini, secondo la magistratura tedesca).
Politicamente comprensibile, certo, ma chiaramente questi silenzi macroscopici – insieme a tanti altri – minano profondamente la pretesa di “scientificità” della diagnosi/prognosi stilata da SuperMario.
Detto questo, le “tre grandi trasformazioni” che sfidano l’Unione Europea sono comunque di dimensioni colossali, tali da definire il perimetro di una svolta strategica ad ampio spettro, da articolare con attenzione.
“La prima […] è la necessità di accelerare l’innovazione e trovare nuovi motori di crescita”. Facile a dirsi, tutt’altro che semplice a farsi in un continente che – parole di Draghi – “è bloccato in una struttura industriale statica, con poche nuove aziende che sorgono per sconvolgere le industrie esistenti o sviluppare nuovi motori di crescita. In effetti, non c’è nessuna azienda dell’UE con una capitalizzazione di mercato superiore a 100 miliardi di euro che sia stata creata da zero negli ultimi cinquant’anni”.
Silenzio sul perché la struttura industriale europea, per oltre 30 anni, abbia preferito “risparmiare” in ricerca e sviluppo, accontentandosi dei profitti facili garantiti dal modello export oriented imposto dalla Germania e dalla stessa UE, fondato sul congelamento dei salari, ossia sulla competitività di prezzo e non sull'innovazione del prodotto (che richiede forti investimenti).
Avrebbe insomma dovuto accusare la miopia dei paesi “frugali” e delle istituzioni UE di cui lui stesso è stato protagonista. Meglio glissare e indicare la necessità di uscire da questo cul de sac. Anche se qualche frecciatina se la consente: “La promozione della competitività non deve essere vista nel senso ristretto di un gioco a somma zero incentrato sulla conquista di quote di mercato globale e sull’aumento delle eccedenze commerciali. Inoltre, non dovrebbe portare a politiche di difesa dei “campioni nazionali” che possono soffocare la concorrenza e l’innovazione, o all’uso della repressione salariale per abbassare i costi relativi. La competitività oggi è meno legata al costo relativo del lavoro e più alla conoscenza e alle competenze rappresentate dalla forza lavoro”.
Un discorso che si allarga facilmente a tutte le politiche ottusamente perseguite da Maastricht in poi, indirizzate a sviluppare la “concorrenza interna all’area”, smantellare l’industria pubblica, vietare le concentrazioni industriali, ecc.
Altrettanto complicata la seconda “trasformazione”, che impone di “ridurre i prezzi elevati dell’energia proseguendo al contempo il processo di decarbonizzazione e di transizione a un’economia circolare”.
L’Europa è infatti a corto di risorse energetiche proprie e anche nel settore delle energie alternative, dove pure aveva un discreto posizionamento, sta venendo surclassata dalla Cina e altri soggetti. Per un ancora lungo periodo non potrà quindi fare a meno degli idrocarburi (e questo lascia grande spazio alle resistenze retrograde dei costruttori automobilistici), che però provengo da aree progressivamente più interessate da tensioni, guerre, sanzioni, autonomizzazioni strategiche (l’Africa, l’Arabia Saudita, l’Iran, ecc.), oltre che dal ben poco “amico americano” che ci vende il suo gas a quattro volte il prezzo russo.
“In terzo luogo, l’Europa deve reagire a un mondo geopolitico meno stabile, in cui le dipendenze stanno diventando vulnerabilità e non si può più contare su altri soggetti per la propria sicurezza” e quindi lanciare alla grande la spesa per armamenti, anche per imporre i propri interessi al di fuori del continente (in Africa, prima di tutto).
Qui come in altri campi il discorso è complicato dalla frammentazione (“in Europa vengono prodotti dodici diversi tipi di carri armati, mentre gli Stati Uniti ne producono solo uno”) e dalle gelosie-diffidenze tra ex potenze coloniali che si sono fatte la guerra per centinaia di anni. E anche il riarmo sta seguendo la stessa strada (ognun per sé), che mina alla radice le eventuali possibilità operative, necessariamente “unitarie”.
Stabilita l’inutilità di perder tempo sull’analisi delle cause reali della crisi di competitività, Draghi si getta a capofitto nel delineare le soluzioni. Di fatto, piuttosto classiche e ben poco innovative.
“Per competere” l’Unione Europea deve diventare un vero Stato centralizzato, per garantire che le decisioni siano prese rapidamente (“attualmente ci vogliono 19 mesi dalla proposta della Commissione all’approvazione del Parlamento”, sorvolando sul fatto che nelle “democrazie liberali” dovrebbe essere il Parlamento a fare da potere legislativo, non il governo).
Uno Stato che rispolvera il keynesismo militare e l’intervento pubblico, benedicendo “l’emissione di debito comune” (una bestemmia per le orecchie tedesche e olandesi), ma non certo a favore delle popolazioni. Servirebbe e servirà per sviluppare innovazione tecnologica, decarbonizzazione e soprattutto industria militare.
Il tutto al modico prezzo di 750-800 miliardi l’anno, il doppio di quanto – a prezzi correnti – garantì il “piano Marshall” per la ricostruzione dell’Europa postbellica.
Una domanda, su questo punto, andrebbe fatta a Draghi: come mai l’Europa ha bisogno di essere ricostruita dopo 30 anni (da Maastricht in poi) di demolizione dello stato sociale e del peso sindacal-politico dei lavoratori, che secondo i vertici d’allora (Draghi compreso) avrebbero dovuto garantire una crescita super e per tutti? Dopo oltre 30 anni, insomma, che è stato dato “tutto il potere alle imprese” ed è stata imposta una disciplina di bilancio feroce agli Stati nazionali? Dopo 30 anni di neoliberismo senza freni e “piani B”?
Di chi è, insomma, la responsabilità di una crisi di queste dimensioni?
Non risponderebbe, naturalmente.
Meglio, molto meglio, puntare a stringere i bulloni della formazione delle decisioni continentali. “Finora, molti sforzi per approfondire l’integrazione europea tra gli Stati membri sono stati ostacolati dal voto all’unanimità. Dovrebbero quindi essere sfruttate tutte le possibilità offerte dai Trattati Ue per estendere il voto a maggioranza qualificata”.
Il voto a maggioranza qualificata dovrebbe essere “esteso a più aree”, sottolinea l’ex premier, auspicando anche il ricorso alla “cooperazione rafforzata” (gruppi di paesi che mettono in pratica progetti comuni anche senza l’unanimità continentale).
Fine di ogni autonomia per gli stati nazionali e dunque anche per la volontà popolare, come dimostra del resto l’evoluzione della crisi politica in Francia.
Lo stesso ragionamento sull’emissione di eurobond per sviluppare gli investimenti non implica affatto un collare meno stretto intorno alle regole di bilancio. “L’emissione di asset comuni su base più sistematica richiederebbe un insieme più forte di regole di bilancio che garantiscano che un aumento del debito comune sia accompagnato da un percorso più sostenibile del debito nazionale. L’emissione di asset sicuri comuni per finanziare progetti di investimento congiunti potrebbe seguire modelli esistenti, ma dovrebbe essere accompagnata da tutte le garanzie che un passo così fondamentale comporterebbe”.
L’obiettivo principale resta il riarmo, anche per riprendere l’antica postura coloniale di sequestro violento delle risorse e delle materie prime strategiche. “Per ridurre le sue vulnerabilità, l’Ue deve sviluppare una vera e propria ‘politica economica estera’ basata sulla sicurezza delle risorse critiche. A breve termine, l’Ue deve attuare rapidamente la legge sulle materie prime critiche”.
Draghi raccomanda poi d’integrare questa legge “con una strategia globale che copra tutte le fasi della catena di approvvigionamento dei minerali critici, dall’estrazione alla lavorazione al riciclaggio”. Fino a creare “una piattaforma europea dedicata alle materie prime critiche”. Armi alla mano...
I nemici di questo “programma di riforme” sono tanti. E i più incazzati dovrebbero essere i lavoratori, i giovani, i pensionati. Perché il loro ruolo sarà ancora una volta quello dei donatori di sangue (un forte indebitamento comunitario, abbiamo visto, implicherà “regole più stringenti” sui bilanci pubblici).
Ma ci sono e ci saranno, non paradossalmente, anche tutti i soggetti che hanno fin qui prosperato sulle politiche di austerità, sui differenziali dello spread, sui vantaggi competitivi conservati fino a diventare tappi allo stesso sviluppo capitalistico.
E dunque in primo luogo la Germania e gli altri “frugali” del Grande Nord. Basta leggere il commento del ministro delle Finanze tedesco Christian Lindner, su X: «Con il debito comune dell’Ue non risolveremo nessun problema strutturale: le sovvenzioni non mancano alle imprese. Sono vincolati dalla burocrazia e dall’economia pianificata». Vivevamo in un sistema socialista e non ce n’eravamo accorti...
I tempi sono però stretti e gli strumenti ben pochi. Andare avanti come è accaduto finora, tra strategie orientate all’austerità e crisi frequenti che impongono di “sospenderla temporaneamente”, tra egoismi nazionali che premiano chi è già più forte (anche se ora colpito dalla recessione, come Berlino)... insomma come un’armata brancaleone messa insieme obtorto collo, “sarebbe un’agonia”.
Nessun serio salto di qualità nell’innovazione tecnologica è possibile affidandosi soltanto alla buona volontà delle imprese o a qualche colpo di teatro di governi nazionali con qualche “tesoretto” da mettere in campo. Nessuna politica energetica può avere respiro senza un progetto e infrastrutture comuni. Nessun riarmo metterà “l’Europa” in grado di competere, se affidato ad eserciti e tecnologie disallineati.
Anche perché – ed è l’unica vera novità del rapporto Draghi, comprensibilmente la meno strombazzata – i competitor sono fondamentalmente due: ovviamente la Cina, ma anche gli Stati Uniti.
La frammentazione del mercato mondiale, avviata ormai da parecchi anni, sta producendo una differenziazione di interessi strategici anche all’interno dell’“Occidente collettivo”. Presto per parlare di “separazione” – soprattutto l’Unione Europea, per le carenze strategiche indicate dallo stesso rapporto, non se lo può ancora permettere – ma la strada appare oggettivamente segnata.
L’alternativa, dice Draghi e quindi la frazione di capitale finanziario che rappresenta, è la scomparsa “dell’Europa” come soggetto autonomo di un qualche peso internazionale.
In ogni caso, aggiungiamo noi, questa classe dirigente (imprenditori, finanzieri, politici), se lasciata comandare ancora a lungo, può produrre solo devastazione sociale interna e guerra. Oppure crisi e degrado storico, di lungo periodo.
Padella o brace, insomma. Non certo pace, sviluppo e giustizia sociale.
Fonte
04/08/2024
In dirittura d’arrivo il decreto materie prime, ma c’è tensione nel governo Meloni
Con questa norma viene adeguata la legge italiana al Critical Raw Material Act della UE. E infatti viene pure riconosciuta l’importanza di questi beni “nella realizzazione delle transizioni verde e digitale e nella salvaguardia della resilienza economica e dell’autonomia strategica”.
Una legge tutto interna alla logica imperialistica europea. Sul sito del ministero delle Imprese si legge “che al 2030 l’Europa avrà bisogno di 18 volte più litio e 5 volte più cobalto […]. Nel 2050 questo fabbisogno crescerà a 60 volte più litio e 15 volte più cobalto rispetto ai livelli attuali. Per il neodimio già nel 2025 potrebbe servire 120 volte l’attuale domanda dell’Unione Europea”.
Sarà proprio questo dicastero ad avere il compito di monitorare le catene del valore strategiche e di misurare il fabbisogno nazionale di queste materie prime, conducendo anche degli stress test. Con questa prospettiva è stato creato il Registro nazionale delle aziende e delle catene del valore strategiche.
Il provvedimento individua 34 materie prime critiche e 17 strategiche, fondamentali anche per l’industria della difesa e dell’aerospazio. Stabilisce, inoltre, le percentuali da rispettare rispetto alla loro provenienza e lavorazione: il 10% dovrà provenire da estrazioni locali, il 40% sarà trasformato nella UE e il 25% sarà recuperato tramite riciclaggio.
Per quanto riguarda le concessioni minerarie relative a progetti strategici è ora previsto il versamento di un’aliquota del prodotto tra il 5% e il 7%. Gli introiti ottenuti saranno poi destinati a finanziare altri progetti per lo sviluppo del settore, in mare e sulla terraferma.
È stato attribuito all’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra – Servizio geologico d’Italia) l’elaborazione del Programma nazionale di esplorazione per queste materie. Esso si basa su di una convenzione stipulata con il ministero delle Imprese e quello dell’Ambiente e della sicurezza energetica.
Il viceministro di quest’ultimo, Vannia Gava, ha detto che Palazzo Chigi vuole “rilanciare il settore minerario italiano attraverso iter autorizzativi semplificati per i progetti strategici, con procedure non più lunghe di 18 mesi per le estrazioni e 10 mesi per il riciclo”. Ispra ha da poco presentato la banca dati sulle risorse minerarie nazionali.
Si tratta di 76 miniere ancora attive in Italia, 22 delle quali estraggono materiali che rientrano nell’elenco della UE. A giudicare dalle parole della Gava, possiamo immaginare la devastazione senza regole del territorio che ci aspetta, per le mire di potenza della UE, e la repressione di chi vi si opporrà attraverso il nuovo ddl Sicurezza.
Ma non c’è accordo totale all’interno del governo, anche se considerata la necessità di convertire in legge il decreto prima del 25 agosto è difficile che ciò porti a qualche modifica al Senato. La Difesa, dietro la critica retorica e propagandistica verso possibili acquirenti esteri, voleva infatti un provvedimento più sbilanciato verso il complesso militare-industriale.
Dopo il voto alla Camera, Gianclaudio Torlizzi, consigliere del ministro della Difesa per le materie prime, ha scritto su X che “la Difesa ha fatto tutto quello che ha potuto per scongiurare un rischio che purtroppo diventa ora una certezza: ossia quella di favorire il depauperamento minerario del paese. Il paese da questo provvedimento ne esce sconfitto”.
“La Difesa aveva presentato un emendamento che prevedesse, nell’ambito delle attività di riconoscimento dei progetti strategici di estrazione, trasformazione o riciclo di materie prime, di cui all’articolo 2 del provvedimento in esame, uno specifico meccanismo di prelazione esercitabile da Difesa Servizi SpA per l’acquisto delle materie prime nei casi in cui la loro carenza sia in grado di compromettere gli interessi essenziali della Difesa e della sicurezza nazionale”.
Crosetto e compagnia volevano una misura che desse priorità alla filiera della guerra, per accelerare ulteriormente sulla transizione verso un’economia di guerra (altro che verde). Ma era probabilmente più un favore a qualche consorteria perché, come abbiamo visto, la norma è pensata precisamente dentro il rafforzamento dell’autonomia, e dunque della Difesa europea.
Continua la svolta bellicista UE, che più che una deriva è lo svelamento del suo vero volto.
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