Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
12/04/2026
Contrabbando di armi verso Israele denunciato in Belgio
Il fatto è avvenuto a fine marzo, presso l’aeroporto di Liège-Bierset. I sospetti sono nati quando un camion proveniente dal Regno Unito ha consegnato un carico all’aeroporto, senza però che vi fosse alcun documento che ne rivelasse l’effettiva natura. Sulla base di una denuncia arrivata da una ONG specializzata nella sorveglianza dei flussi militari verso zone di guerra, le autorità di Liegi hanno dunque intercettato il carico.
In seguito a un controllo, sono state identificate e sequestrate 33 casse contenenti sistemi laser, mirini, sistemi di controllo del tiro e componenti per aerei da caccia. Il materiale era destinato a Israele tramite la Challenge Airlines, una compagnia israeliana specializzata in carichi non standard.
Il carico, però, non era stato correttamente dichiarato, e nessuna licenza di esportazione era stata richiesta, come previsto invece dalla legge belga. Ciò fa sorgere dubbi su altri carichi, dato che la compagnia ha operato con regolarità tra gli Stati Uniti e Israele negli ultimi mesi, facendo tappa proprio in Belgio.
Un’altra vicenda passata getta ulteriori ombre su come questa triangolazione fosse un contrabbando strutturato da tempo per rifornire in maniera nascosta le operazioni genocide delle IDF. Alla fine del 2024, la Challenge Airlines aveva già contestato un decreto federale e un decreto della Vallonia che limitavano le sue licenze per materiale pericoloso e impedivano l’esportazione e il transito di armi verso lo stato sionista.
Il Belgio ha visto un’importante serie di vicende riguardanti il divieto di commercio e anche del semplice transito di armi verso Israele, che ha raggiunto un nuovo traguardo lo scorso 16 marzo. La Corte d’Appello di Bruxelles ha messo nero su bianco la responsabilità di Bruxelles nel mancato controllo dei flussi di armi verso Israele.
La Corte ha stabilito che le Convenzioni di Ginevra e la Convenzione sul Genocidio non sono semplici dichiarazioni d’intenti, ma hanno “effetto diretto nel diritto interno”. Secondo i giudici, il Belgio non ha agito tempestivamente per impedire il trasferimento di materiale bellico che potrebbe essere utilizzato per crimini contro l’umanità.
Il Regio Decreto del 18 gennaio 2026, pur vietando il transito di armi, è considerato tardivo. E aggiungiamo noi che è anche incompleto, visto che la stessa sentenza sottolinea che non si applica a materiale dual use. Si tratta, ad ogni modo, di una vittoria importante per le organizzazioni che, il 22 luglio 2025, avevano intentato causa allo stato belga affinché rispettasse le disposizioni del diritto internazionale.
Droit pour Gaza, l’Associazione belga-palestinese (ABP), il Coordinamento nazionale per l’azione per la pace e la democrazia (CNAPD), SOS Gaza e due vittime palestinesi, che hanno finanziato l’iniziativa legale attraverso un crowdfunding, hanno dichiarato che la sentenza afferma che i “giudici possono obbligare uno Stato a rispettare i suoi obblighi di fronte a un genocidio, a un crimine di guerra o a un crimine contro l’umanità”.
Si tratta, ovviamente, anche di una vittoria importante per il movimento di solidarietà con la Palestina e con il popolo libanese bersagliati dalle forze israeliane, a cui deve essere data visibilità internazionale.
È possibile imporre ai propri governi di recidere i legami con lo stato genocida di Israele, e gli strumenti sono tanti: vanno usati tutti.
Fonte
01/06/2025
Cosa ci si aspetta dai colloqui russo-ucraini a Istanbul?
Tra i punti fermi: la composizione della delegazione russa sarà la stessa dei primi negoziati del 16 maggio; si discuteranno i memorandum coi termini del cessate il fuoco, che entrambe le parti presenteranno e che non verranno resi pubblici: per le lacrime del Corriere della Sera, possiamo aggiungere, che così può far proprie le lamentazioni golpiste, secondo cui, in questo modo, la Russia starebbe «sabotando i negoziati».
Negoziati che si svolgeranno direttamente, senza la partecipazione di USA e Europa, mentre il ruolo della Turchia è esclusivamente quello di occuparsi dell’organizzazione dello spazio negoziale.
Non è il caso di scordare che, in Ucraina, nessuno ha sinora revocato il divieto di negoziare con la Russia, così che, di fatto, qualsiasi delegazione ucraina che conduca negoziati con Mosca viola le “leggi” ucraine.
Punto fondamentale: durante i negoziati, non verranno interrotte le operazioni militari; ciò significa che la questione della connessione tra negoziati e cessate il fuoco è stata fattivamente eliminata.
Tra gli osservatori, non spicca comunque un particolare ottimismo sull’andamento dei colloqui, in generale. Nel corso dei negoziati, dice ad esempio il colonnello a riposo Viktor Baranets, Kiev non farà alcuna concessione, ma da ciò sarà Mosca a trarne i maggiori benefici. Su certe posizioni, saranno gli ucraini a non cedere; su altri punti, saranno i russi a non arretrare.
Non c’è nulla da fare, dice il colonnello; non si possono trovare punti di contatto su tutto: «qualsiasi memorandum è una sorta di accordo tra le parti. Qualcuno deve aver ceduto qui, qualcun altro là. Ma Zelenskij non vuole sentir parlare delle nostre regioni, ha posto una condizione: “Fuori dalla Crimea”, dice a Putin. Che razza di memorandum può mai trovarsi?».
In generale, Zelenskij sta tirando la corda e proprio per questo sta facendo a Mosca un «grosso regalo. Più Kiev tergiversa, più villaggi e cittadine, ora sotto controllo ucraino, passeranno sotto controllo russo. Dai, Zelenskij, continua a tirare la corda; continua, finché non arriveremo di nuovo a Kiev», dice Barantes.
Il regime di Zelenskij, scrive Moskovskij Komsomolets, non ha nemmeno la minima intenzione di inviare una delegazione a Istanbul. La retorica di Kiev degli ultimi giorni si è ridotta a una richiesta estremamente primitiva: mostrateci le vostre condizioni il prima possibile. Le rifiuteremo immediatamente e la necessità di volare da qualsiasi parte scomparirà completamente.
In breve, la previsione di base per Istanbul è questa: un fiasco totale, il trionfo della forma esteriore nella completa assenza di contenuti.
Perché, in effetti, quando si dice, come si è fatto più volte anche su questo giornale, che Kiev, Bruxelles e varie cancellerie europee non vogliono affatto la fine del conflitto; che quando singhiozzano su un “cessate il fuoco”, contano in realtà soltanto su una sorta di riedizione di “Minsk 1-2”, per riempire gli arsenali europei oggi paurosamente sguarniti e dar respiro alle forze ucraine al collasso; quando si dice questo, non è che si dica per “amore della propaganda di Mosca”: l’esperienza di “Istanbul 2022” ne era stata un’ulteriore conferma.
Che nel 2022 Boris Johnson fosse a Kiev a “incoraggiare” Zelenskij al proseguimento della guerra, o che lo scorso 16 maggio qualche alto funzionario “europeista” si trovasse guarda caso a Istanbul, o che anche per il prossimo 2 giugno si preveda la presenza da quelle parti di personaggi altrettanto “europeisti”, non sembrano coincidenze fortuite.
L’Europa che oggi si sente tagliata fuori da ogni tavolo di una qualche rilevanza mondiale, punta sull’Ucraina quale carta, già troppo spiegazzata, al tavolo verde della concorrenza planetaria; non ha certo a cuore le sorti del popolo ucraino e nemmeno quelle delle masse popolari dei paesi UE: intende solo cercare di impedire che venga ulteriormente incrinato il ruolo imperiale dei monopoli finanziari e industriali europei nell’assetto strategico mondiale.
E la junta nazi-golpista, sponsorizzata da USA-UE sin dal 2014 nel progetto correttamente definito “Ucraina/anti-Russia” (Nebenzja), è costretta a eseguire gli ordini ora di questo, ora di quello dei suoi sponsor.
Dunque: non la pace si vuole. Casomai, nel migliore dei casi: ci si viene costretti. E sarebbe l’ora.
Così, sembra quasi di vederli, i “volenterosi” europeisti in doppiopetto e cravatta a pois, che si coprono la bocca, tossicchiano e borbottano “ma no, sono solo le fantasie di un nazista. I democratici, quelli che davvero a Kiev difendono i valori europeisti – Zelenskij, Ermak e gli altri – si stanno dando sinceramente da fare per la pace.
Quelle sono solo parole di qualche elemento radicale che non ha influenza sul governo democratico ucraino... come gli altri, quei ‘naziki’ che hanno minacciato di morte Medinskij – ‘ma sarà poi vero? Mah: tutta propaganda di Mosca’ – Zelenskij non vuole altro che la pace e noi lo sosterremo fino alla vittoria... ehm, fino alla conquista degli obiettivi... di pace”.
E invece nulla. Ecco che ci si mette di mezzo il solito naziko, il redivivo Dmitrij Korcinskij che viene a spiattellare che Zelenskij non vuole la pace, ma è costretto a parlarne perché è ciò che l’Occidente vuole sentirsi dire.
«Penso che Zelenskij voglia solo due cose: più armi dai nostri partner occidentali e più sanzioni contro la Russia. Ma dato che ora c’è una moda così disgustosa di parlare di pace con i cannibali, è anche costretto a dire che spera nella fine della guerra, anche senza la nostra vittoria, e tutte le cose che l’Occidente vuole sentirsi dire».
Ma ve lo dico io come stanno davvero le cose, ha detto Korcinskij: «dobbiamo capire che quando Zelenskij parla di pace, in realtà sta parlando di armi e sanzioni. E penso che lo sosterremo tutti. Abbiamo bisogno di armi e sanzioni. Più armi, più sanzioni: più velocemente si raggiungerà la pace».
Certo, perché più armi significano anche tanti milioni in più da mettersi in saccoccia; perché con le armi si fa la guerra, ma si possono fare anche tanti quattrini, rivendendole a bande criminali in giro per il mondo, i cui acquisti passano oggi in larga parte anche per l’Ucraina golpista.
Lo testimonia Julija Ždanova, capo-delegazione russa ai negoziati di Vienna sulla sicurezza militare e il controllo degli armamenti. A oggi, ha detto Ždanova alle Izvestija, su spinta e «con il pieno patrocinio occidentale, il commercio illegale di armi è completamente controllato dalla criminalità organizzata ucraina e internazionale, coperta da alti funzionari della junta, comando militare e servizi segreti di Kiev».
Secondo il politologo tedesco Alexander Rahr, per ora la maggior parte delle armi finisce ancora al fronte; ma presto il contrabbando dall’Ucraina inciderà sulla scena internazionale.
Sembra che uno dei principali punti di transito delle armi illegali provenienti dall’Ucraina sia la Moldavia – così tanto “attenzionata” dai curatori europeisti – da cui poi passano in Romania, Bulgaria, Macedonia del Nord e Albania, dove ci sarebbe un vero e proprio hub per le armi ucraine.
Il contrabbando diretto in Europa passerebbe anche per la Finlandia, mentre da Odessa transiterebbero armi e equipaggiamenti diretti sia in Europa, che in Medio Oriente e Africa.
A detta di Ždanova, tra gli «acquirenti di armi figurano strutture criminali in Spagna, Italia, Francia e Germania».
L’ex membro del Sejm polacco, Mateusz Piskorski, sottolinea che sul darknet sono già comparsi annunci riguardanti la vendita di missili anticarro “Javelin”, quelli che Kiev chiedeva quotidianamente agli USA sin dall’inizio dell’aggressione al Donbass nel 2014. La Polonia, dice Piskorski, sta ora «rafforzando i confini con Russia e Bielorussia, ma, sfortunatamente, nessuno pensa a cosa succederà e probabilmente sta già succedendo col conflitto ucraino in termini di contrabbando di armi».
Certo, non si tratta solo di armi contrabbandate ai migliori offerenti stranieri. Già di per sé, la continuazione del conflitto è un affare più che lucroso per i nazi-banderisti di Kiev e i loro sponsor occidentali.
L’Ucraina non vuole che il conflitto finisca perché la sua continuazione permette ai suoi capintesta e ai loro protettori occidentali di trarre profitto dalla guerra, ha dichiarato all’ONU il rappresentante russo, Vasilij Nebenzja: «fintanto che potrà agitare lo spettro della “minaccia russa”, la cricca di Zelenskij non dovrà rendere conto dei fondi depredati e degli aiuti occidentali, principalmente americani, che ammontano già a decine, se non centinaia di miliardi di dollari. Non lo vogliono nemmeno i loro complici europei e l’amministrazione Biden, arricchitisi a dismisura col conflitto ucraino».
Pertanto, ha detto Nebenzja, obiettivo principale di questa cerchia di militaristi è oggi quello di impedire al principale azionista, gli USA, di abbandonare il progetto geopolitico “Ucraina/anti-Russia” e di prolungare la guerra il più a lungo possibile.
Ad ogni modo, ha dichiarato in modo netto Nebenzja, a questo punto Kiev deve scegliere: accettare la pace che scaturirà dai negoziati o capitolare, accedendo a condizioni più dure come risultato delle operazioni militari.
In realtà, per citare ancora Moskovskij Komsomolets, il processo di indebolimento in Russia delle speranze legate alla possibilità di raggiungere un accordo con Kiev, ha raggiunto livelli impressionanti.
Il politologo Gleb Kuznetsov osserva sul proprio canale Telegram che «Le élite ucraine hanno creato un modello unico di economia di guerra. La guerra non è distruzione, ma una fonte di risorse. Quanto più efficacemente l’Ucraina “vende” il conflitto sui mercati esteri – attraverso un capitale emotivo, politico e simbolico – tanto minori sono gli incentivi a porvi fine. La pace è meno redditizia del proseguimento delle ostilità».
E ancora, a proposito dei disegni e dei “valori” europeisti, secondo Kuztetsov le capitali UE considerano la «sconfitta dell’Ucraina pari alla distruzione dell’intera architettura di sicurezza europea... là, hanno legato il proprio prestigio alla vittoria ucraina, il complesso militare-industriale ha ricevuto ordini a lungo termine. La politica di sostegno ha acquisito una natura autoriproduttiva».
Aleksandr Nosovič osserva su RIA che i timidi tentativi di negoziati sull’Ucraina si sono risolti non in una riduzione delle tensioni, ma, al contrario, hanno portato a un aumento della posta.
Le parti – non Russia e Ucraina, ma Russia e Occidente – cercano di migliorare le proprie posizioni negoziali. Ma Kiev non ha posizioni negoziali, perché non vuole i negoziati: Zelenskij vi è stato trascinato da Trump, ma essi costituiscono una minaccia per la junta; un accordo di pace è una catastrofe, dal momento che il regime è forgiato da leggi di guerra e si riproduce finché dura la legge marziale.
Il massimo su cui la squadra di Zelenskij potrebbe accordarsi è un congelamento del conflitto: un eterno stato di “né pace né guerra”. E su questo, è inteso, Mosca non è d’accordo.
Così che sono in molti, dalle parti della Russia, a pronosticare che l’unica cosa su cui le parti possono trovarsi d’accordo a Istanbul è di essere categoricamente in disaccordo.
Fonte
21/04/2025
Così si contrabbandano i microchip sotto restrizione
Al cuore della competizione tecnologica tra le superpotenze del pianeta si cela un meccanismo che ricorda vagamente il gioco per bambini del “whac-a-mole” (in italiano: “acchiappa la talpa”). Da una parte ci sono gli Stati Uniti (e, in parte, la UE) che tentano di controllare il futuro dell’innovazione con strumenti normativi (embarghi, sanzioni, veti). Dall’altra c’è una rete sempre più fitta di intermediari, snodi logistici, società fantasma che cercano di eludere i controlli sull’export, spuntando dal nulla proprio come la talpa del gioco.
Questo fenomeno caratterizza in particolare il settore dei semiconduttori, dove ha ormai assunto il nome di chip laundering (riciclaggio dei chip). Un termine generico che descrive un settore industriale sommerso, nato tra le pieghe della geopolitica dell’hi-tech. Il paragone più immediato è con l’elusione delle sanzioni nel settore energetico, ma il confronto regge solo in parte. A differenza del petrolio, i chip sono minuscoli, facili da trasportare, da camuffare e da occultare.
Dietro il contrabbando di semiconduttori c’è più di un semplice mercato nero. C’è un panorama di paesi non allineati e di supply-chain che si rimodulano di continuo per sfuggire al controllo dei grandi centri del potere normativo di questa epoca. Un mondo che ha qualcosa di piratesco (e peraltro condivide alcuni luoghi della pirateria storica), seppur stravolto in chiave cyberpunk. Esploriamo dunque questa zona grigia, dove l’elusione delle sanzioni non è solo una pratica opportunistica. Talvolta, come vedremo, è una necessità di sopravvivenza industriale.
Il contenimento russo
Come è noto, i chip sono oggi componenti essenziali degli arsenali militari. Senza microprocessori, non funzionano i missili, i droni, i radar, i sensori, le comunicazioni criptate, i sistemi di logistica e di tracciamento delle unità. È in virtù di questa pervasività che i semiconduttori sono diventati l’equivalente del carburante in una guerra moderna: senza di essi, l’apparato bellico si inceppa.
Nel contesto della guerra in Ucraina, tutto questo ha assunto un’importanza cruciale per la Russia, sottoposta a severe sanzioni nel campo dell’elettronica. Ogni drone contiene infatti chip di fabbricazione occidentale; ogni missile richiede componenti elettronici spesso prodotti in paesi NATO; perfino i sistemi di sparo necessitano di circuiti avanzati per funzionare.
Da qui l’esplosione delle forniture parallele. Paesi come Singapore, Hong Kong, la Turchia, gli Emirati e la Bielorussia sono divenuti snodi tecnologico-logistici attraverso cui i componenti occidentali vengono “riciclati”, camuffati come beni civili, e poi reindirizzati verso l’industria bellica russa, con triangolazioni finanziarie che spesso utilizzano banche locali poco trasparenti, criptofinanza e circuiti alternativi di compensazione monetaria, come quelli sino-russi basati sul renminbi.
Il risultato è un ecosistema e che prospera nel buio e che rende difficile verificare l’impatto delle sanzioni. Il paradosso, denunciato dallo stesso Zelensky, è che, mentre l’Occidente cerca di limitare il potenziale russo, ogni giorno sull’Ucraina piovono missili che contengono centinaia di brevetti tecnologici di paesi NATO.
Da quando la Russia ha invaso l’Ucraina nel 2022, quasi 4 miliardi di dollari di chip soggetti a restrizioni si sarebbero riversati in Russia da oltre 6.000 aziende, alcune delle quali si trovano a Hong Kong, ha scritto lo scorso agosto il New York Times, in un’inchiesta che ha analizzato dati doganali russi (ottenuti da un’azienda terza), registrazioni aziendali, registrazioni di domini e altre informazioni sulle sanzioni.
Un altro importante crocevia delle supply chain alternative è rappresentato dalla Malesia, dove diverse aziende locali, talvolta anche consolidate, svolgono la funzione di “camere di compensazione” per chip ad alte prestazioni destinati a Mosca. Alcune di queste aziende, come Jatronics, sono state sanzionate dal Tesoro Usa per aver “facilitato l’approvvigionamento di prodotti a uso duale (dual use) da parte della Federazione Russa”. Torneremo più avanti sulle ragioni per cui persino aziende con una reputazione “ufficiale” da difendere si prestano a questo gioco.
I “falsari” dei chip
Il mercato parallelo dei microchip si nutre attivamente delle vulnerabilità dell’industria stessa. A cominciare da quelle più strutturali come la carenza globale di chip, accelerata dalla pandemia e ormai divenuta una sorta di “new normal” dell’industria. È proprio in questo contesto che gruppi di falsari hanno trovato terreno fertile, spacciando per autentici componenti in realtà provenienti dal riciclo di rifiuti elettronici: vecchi chip smarcati, ribrandizzati e immessi sul mercato millantando prestazioni in realtà nettamente inferiori.
Qui il problema non è tanto l’evasione delle sanzioni, ma il rischio concreto che questi componenti pongono ai loro utilizzatori finali. Cosa succede se, per esempio, dei chip contraffatti finiscono nei freni di un treno ad alta velocità? Un ulteriore problema è che la distinzione tra illeciti volontari e falle strutturali è a volte sottile. I produttori di semiconduttori – pur con tutti i dovuti controlli – spesso non riescono a monitorare ciò che accade una volta che i componenti lasciano i canali ufficiali. È qui che la filiera si trasforma in un circuito fatto di documentazioni potenzialmente contraffatte e opportunità di corruzione dal basso.
Tra le tipologie di chip più prese di mira dai falsari ci sono, da diversi anni, le GPU: le (costose) schede grafiche in cui si è specializzata NVIDIA e che oggi sono centrali nell’ecosistema IA. Recenti notizie dalla Cina rivelano un’evoluzione impressionante delle tecniche di falsificazione dei prodotti NVIDIA, con falsi talmente simili agli originali da trarre in inganno persino gli operatori del settore. Non si tratta più di semplici imitazioni visive o di prodotti riciclati dai rifiuti elettronici, ma di una vera e propria ingegneria del falso che sfrutta componenti autentici per costruire contraffazioni altamente credibili.
Nonostante molti di questi falsi si siano rivelati non performanti, resta incerto se esistano versioni operative in grado di superare anche i controlli software. Strumenti diagnostici come GPU-Z – un software che fornisce informazione sulle caratteristiche e le performance delle schede grafiche – possono essere facilmente ingannati attraverso modifiche al BIOS, una pratica piuttosto comune in Cina. In alcuni casi, come quello della scheda grafica di NVIDIA RTX-4090(D), sono persino comparse sul mercato contraffazioni con memorie superiori a quelle dei prodotti originali (la memoria è uno degli aspetti più frequentemente modificati dei prodotti finiti).
Tutto ciò suggerisce che non si tratti di operazioni artigianali isolate, ma di un’industria parallela di falsificazione su larga scala: un problema non solo per i consumatori – che rischiano di spendere migliaia di dollari per dell’hardware obsoleto – ma anche per la sicurezza informatica a livello globale. In un mondo dove la qualità dei componenti elettronici determina l’affidabilità di interi sistemi, la diffusione di componenti contraffatti rischia di causare danni strutturali e difficili da controllare.
Deepseek e Singapore
Negli ultimi mesi è stato spesso sollevato il dubbio che DeepSeek funzioni grazie a chip di NVIDIA che, a partire dal 2022, non avrebbero più dovuto essere disponibili in Cina. Il sospetto è che i componenti siano arrivati a Pechino attraverso una catena di “nazioni-ponte” che avrebbe come terminale Singapore, la città-stato che, dal 2022 a oggi, ha visto salire la propria quota sul fatturato globale di NVIDIA dal 9% al 22%, un incremento dalle tempistiche quantomeno sospette.
Le autorità locali negano qualsiasi coinvolgimento diretto nella questione (e hanno anzi arrestato nove persone con l’accusa di contrabbando di chip per un valore complessivo di 350 milioni di dollari), tuttavia l’assenza di meccanismi di tracciamento post-vendita lascia aperto un margine di ambiguità sufficiente a far passare una quantità significativa di chip da una parte all’altra del Mar Cinese Meridionale, senza che nessuno possa davvero impedirlo.
Secondo quanto emerso da recenti inchieste giudiziarie – confermate a febbraio dal ministro della giustizia di Singapore – uno dei modi con cui i chip di NVIDIA sono giunti in Cina, per il tramite della Malesia e di Singapore, è all’interno di server, prodotti da società americane come Super Micro Computer (SMC) e Dell, e venduti da aziende di paesi asiatici non soggetti a restrizioni dirette. NVIDIA ha perciò chiesto a Dell e SMC di condurre una verifica presso i loro clienti nel Sud-est asiatico, in modo da verificare che fossero ancora in possesso dei server che avevano acquistato.
È anche per questioni legate a queste falle se, dopo lo smacco subito a opera di DeepSeek, l’amministrazione Trump ha valutato anche l’inclusione dell’H20 – chip intenzionalmente depotenziato per il mercato cinese – tra i prodotti vietati all’export in Cina (è recentissima la notizia che il CEO di NVIDIA, Jensen Huang, avrebbe convinto Trump a ripensarci nel corso di una sfarzosa cena a Mar-a-Lago).
La maxi-multa a TSMC
Il tema si fa ancora più complesso quando entra in gioco la difficile decifrazione delle catene di fornitura “ufficiali”. Un caso emblematico, in tal senso è quello che ha coinvolto Huawei, TSMC e la cinese Sophgo. Secondo un’analisi di TechInsights, una società canadese specializzata nello studio dei semiconduttori, un componente sotto embargo ordinato da Sophgo a TSMC – apparentemente per scopi legati al mining di criptovalute – si sarebbe rivelato parte integrante dei processori Ascend 910 di Huawei, destinati a sistemi di intelligenza artificiale con potenziali applicazioni militari. Interpellata dai media, Huwaei ha negato qualsiasi violazione delle normative internazionali, sostenendo che è dal 2020, quando cioè sono entrate in vigore le prime restrizioni, che l’azienda non utilizza componenti prodotti direttamente da TSMC.
Ma il Dipartimento del Commercio statunitense ha minacciato una multa superiore al miliardo di dollari contro TSMC, accusata di aver infranto (seppure probabilmente in modo involontario) i veti all’esportazione. È una cifra enorme, che rappresenta un precedente problematico e pericoloso non solo per l’azienda, ma per tutto il settore.
Tra necessità e amici di comodo
In conclusione, torniamo alla domanda lasciata in precedenza in sospeso. E cioè: perché aziende e paesi con una reputazione da difendere scelgono di compromettersi con il mercato nero dei semiconduttori, mettendosi di traverso a quello che tuttora è il principale potere normativo mondiale? La risposta ha a che fare con l’estrema complessità della filiera dei semiconduttori. In un settore dove ogni componente attraversa decine di confini, passa per centinaia di fornitori e coinvolge processi che richiedono sapere diffuso e anni di sviluppo, esercitare un controllo totale è nei fatti impossibile.
Peggio ancora: il tentativo di esercitarlo può generare strozzature tali da minacciare la sopravvivenza di interi comparti industriali. Ogni volta che un ente americano introduce un veto, un embargo o una lista nera, crea inevitabilmente un collo di bottiglia. I chip sono del resto il frutto di una catena che coinvolge materiali grezzi (come il silicio ultra-puro), macchinari di estrema precisione (prodotti da ASML e Tokyo Electron), software avanzati (strumenti di electronic design automation come quelli di Synopsys e Cadence), processi di design (NVIDIA etc), fonderie (TSMC, Samsung, SMIC) e test di validazione finale. Ogni segmento di questa catena è concentrato in poche aziende, e uno squilibrio anche minimo in un singolo anello può compromettere l’intero sistema.
È in questo contesto che le aziende, specialmente quelle che operano in paesi che hanno rapporti economici vitali con diversi blocchi geopolitici, si trovano davanti a un bivio: rispettare gli embarghi e rischiare di bloccare la propria attività, perdendo molti soldi e potenzialmente la possibilità di stare sul mercato, o aggirare le sanzioni e continuare a produrre. Per molti non è una scelta etica, ma esistenziale.
Nel settore dei chip, la pressione è enorme: la domanda globale cresce esponenzialmente e nessuna azienda può permettersi di restare indietro. E così, pur di tenere in funzione la macchina produttiva, si ricorre a triangolazioni logistiche, a reti di subappaltatori poco tracciabili, alla ricodifica dei componenti, alla creazione di filiali ad hoc in giurisdizioni opache. In alcuni casi, sono gli stessi governi ad adottare un atteggiamento ambiguo, tollerando certe pratiche in cambio di crescita economica e attrazione di investimenti hi-tech.
Questo tema si intreccia a doppio filo con quello del cosiddetto “friendshoring”, ovvero l’incentivo alla rilocalizzazione di attività strategiche in paesi teoricamente amici o quantomeno neutrali. Paesi terzi che, in realtà, spesso si rilevano snodi funzionali a entrambi i fronti della nuova “Guerra Fredda” (un fenomeno peraltro già verificatosi nel corso della “prima” Guerra Fredda).
La fedeltà geopolitica degli “amici” di convenienza non è del resto mai assoluta, ma soggetta a un costante bilanciamento tra interessi, pressioni e convenienze. Più che alleati o avversari di qualcuno, il realismo geopolitico suggerisce ai paesi “terzi” di comportarsi da broker. Per tutti questi fenomeni, il mondo dei chip somiglia sempre più a un fiume attraversato da correnti sotterranee. Chi vuole davvero comprendere dove sta andando non può ignorare le mosse dei contrabbandieri di silicio.
09/03/2025
La gomma arabica di Coca-Cola e M&M’s è contrabbandata nel Sudan in guerra
Il Sudan è il principale produttore mondiale di gomma arabica e fornisce circa l’80% della produzione globale. Estratta dagli alberi di acacia, questa sostanza naturale è fondamentale per stabilizzare e addensare ingredienti in una vasta gamma di prodotti, dai rossetti di L’Oréal agli alimenti per animali domestici di Nestlé.
Il conflitto, esploso nell’aprile del 2023 tra le Forze di Supporto Rapido (RSF) e l’esercito nazionale del Sudan, ha visto le RSF prendere il controllo, alla fine dello scorso anno, delle principali aree di raccolta della gomma nelle regioni del Kordofan e del Darfur occidentale.
Da quel momento, la gomma grezza – che può essere venduta solo dai commercianti sudanesi previo pagamento di una tassa alle RSF – ha iniziato a fluire verso i Paesi confinanti senza le necessarie certificazioni, secondo quanto riferito a Reuters da otto produttori e acquirenti coinvolti direttamente nel commercio.
In aggiunta, due commercianti hanno confermato che la gomma viene esportata attraverso mercati di frontiera informali. Un rappresentante delle RSF, interpellato da Reuters, ha dichiarato che la forza paramilitare protegge il commercio della gomma arabica e riscuote solo piccole tasse, respingendo le accuse di violazioni della legge come “propaganda contro il gruppo”.
Dal febbraio 2022, le esportazioni sudanesi di gomma arabica verso l’Unione Europea sono diminuite, mentre quelle provenienti da paesi come Egitto, Kenya, Camerun e Sud Sudan sono aumentate. Tuttavia, fonti del settore avvertono che le forniture da alcune di queste nazioni potrebbero includere gomma contrabbandata dal Sudan.
Hervé Canevet, specialista di marketing globale presso Eco-Agri a Singapore, ha sottolineato come spesso sia difficile verificare l’origine precisa della gomma, dato che molti commercianti non rivelano se il prodotto sia stato ottenuto illegalmente.
“Oggi, la gomma proveniente dal Sudan è quasi tutta contrabbandata, perché non esiste una vera autorità nel Paese”, ha dichiarato Canevet.
Le grandi aziende di beni di consumo come Coca-Cola, Mars (produttrice degli M&M’s) e Nestlé si affidano a fornitori globali – tra cui Nexira, Alland & Robert e Ingredion – per l’acquisto di gomma arabica raffinata, utilizzata poi come emulsionante nei loro prodotti.
Ingredion ha affermato di aver adottato misure per diversificare le proprie fonti di approvvigionamento, includendo paesi come il Camerun, mentre Nexira ha ridotto le importazioni dal Sudan a causa della guerra, ampliando le proprie forniture a dieci altre nazioni.
Il commercio illegale di gomma arabica sta anche causando un drastico calo dei prezzi. Mohammed Hussein Sorge, fondatore di Unity Arabic Gum con sede a Khartoum, ha dichiarato a Reuters di aver ricevuto offerte da commercianti in Senegal e Ciad, con prezzi fino a 3.500 dollari a tonnellata per la varietà pregiata hashab – ben al di sotto del normale prezzo di mercato di oltre 5.000 dollari.
Sorge ha rifiutato le offerte per la mancanza di certificazioni etiche, temendo che la gomma fosse stata rubata o esportata tramite reti legate alle RSF.
Nel frattempo, la RSF ha anche bloccato le esportazioni di 12 merci, inclusa la gomma arabica, verso l’Egitto, in risposta a presunti attacchi aerei egiziani.
Prima della guerra civile, la gomma sudanese veniva trasportata da Khartoum a Port Sudan per essere esportata a livello globale. Ora, secondo fonti locali, la gomma viene contrabbandata verso il Sud Sudan, il Ciad e persino la Repubblica Centrafricana, con il coinvolgimento diretto delle RSF.
Fonte
01/08/2023
Guerra in Ucraina - Il “piano Zelenskij” alla prova dei crimini di Kiev
Se queste cifre, comprese quelle sulle perdite umane (morti e feriti), possono suscitare, tra gli altri sentimenti, compassione per giovani coscritti ucraini (non certo per i nazisti di battaglioni e reggimenti “volontari”, che sparano a sangue freddo sui prigionieri), sequestrati in strada e gettati al macello dalla junta nazigolpista, le informazioni divulgate invece dal segretario del Consiglio di sicurezza russo, Sergej Patrušev, se confermate, non possono che accrescere il ribrezzo per un regime sorto sul sangue del popolo ucraino, foraggiato da USA e UE durante nove anni di massacri delle popolazioni del Donbass e puntellato oggi da armi e soldi occidentali quale materiale di usura nella contrapposizione alla Russia.
Patrušev ha detto che, al fronte, medici compiacenti (ma in quante altre guerre è accaduto: basti ricordare i medici occidentali in combutta coi macellai del UCK in Kosovo) espiantano segretamente organi ai soldati ucraini feriti, per poi venderli al mercato nero.
Ufficialmente, nell’Ucraina majdanista, questo è “legale”: lo scorso anno, Vladimir Zelenskij ha apposto la firma alla legge che permette l’espianto di organi senza consenso.
A fine maggio, era apparsa la notizia di funzionari del servizio delle emergenze sanitarie ucraine che, all’ospedale militare di Kherson, espiantavano organi dai corpi di soldati; i cadaveri venivano quindi cremati e dati per dispersi nelle comunicazioni ai parenti.
Si era parlato della stessa storia lo scorso febbraio, citando casi avvenuti all’obitorio dell’ospedale cittadino di Nikolaev.
A luglio 2022, a Lugansk, erano state segnalate tracce dell’attività di “trapiantologi borsaneristi” tra le forze ucraine, specificando che le operazioni venivano eseguite da chirurghi stranieri, dopo di che gli organi prendevano la strada dell’Ucraina occidentale e, da lì, verso paesi stranieri.
Sul fronte “diplomatico” (ci sarebbe da piangere), la Reuters scrive di incontri Washington-Kiev sulle “garanzie di sicurezza” americane al regime golpista, in attesa della sua ammissione alla NATO.
I prossimi 5-6 agosto, è inoltre previsto un incontro consultivo a Gedda, in Arabia Saudita, tra rappresentanti di una serie di paesi e Kiev, sul cosiddetto “piano di pace” di Zelenskij, che prevede il ritiro delle forze russe, il ritorno a Kiev dei territori controllati da Mosca, la restituzione di prigionieri e anche di “bambini rapiti dai russi”. Dalle consultazioni è ovviamente esclusa la Russia.
L’incontro a Gedda, osserva l’agenzia Rex, rappresenta la prosecuzione delle promesse fatte a Kiev al recente vertice NATO di Vilnius e all’incontro del G7, durante il quale sono stati previsti colloqui bilaterali dei diversi paesi con l’Ucraina sulla fornitura di armamenti supplementari.
A parere del colonnello della riserva Anatolij Matvijčuk (ucraino di nascita, ha servito nell’esercito sovietico; oggi scrive per i canali Tsar’grad, RT, FAN e dirige il portale Anna News) i colloqui USA-Ucraina potrebbero rappresentare un passo volto a saggiare le possibilità di regolazione del conflitto.
Secondo la portavoce del Ministero degli esteri russo Marija Zakharova, invece, l’incontro a Gedda potrebbe rivelarsi utile solo se permettesse all’Occidente di rendersi conto del vicolo cieco cui può condurre il “piano Zelenskij”.
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03/10/2022
Gli USA e il saccheggio della Siria
Ufficialmente, i circa 900 militari USA stanziati nel nord-est della Siria, nel quadro della cosiddetta “coalizione internazionale”, difendono un’area ricca soprattutto di petrolio dalla minaccia di ciò che resta dello Stato Islamico (ISIS). La presenza americana risale al 2015 e, se fosse necessario ricordarlo, non è mai stata richiesta dall’autorità legittima del territorio occupato – il governo siriano – né, per quel che potrebbe comunque valere, ha ottenuto alcuna ratifica tramite un mandato specifico del Congresso di Washington.
Se nella guerra all’ISIS consisteva appunto inizialmente l’incarico ufficiale del contingente militare inviato in Siria, lo scopo reale delle forze USA era piuttosto la prosecuzione della campagna per il cambio di regime a Damasco e il tentativo di ostacolare il consolidamento delle forze della “Resistenza” in Siria, a cominciare dall’Iran e da Hezbollah. Da queste premesse, non stupisce che gli Stati Uniti abbiano più di una volta preso di mira con bombardamenti sia obiettivi militari siriani sia le forze di altri paesi che sostengono il governo di Assad.
Con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca, si è poi intensificata un’altra attività a cui si dedica il contingente di occupazione USA, cioè il furto puro e semplice delle risorse del sottosuolo, in larga misura petrolio, della Siria. Damasco continua a denunciare questo stato di cose e recentemente ha stimato che nei primi mesi del 2022 i militari americani e le milizie curde hanno sottratto alla Siria e contrabbandato in media 66 mila barili di greggio al giorno, pari a oltre l’83% della produzione quotidiana di un paese tuttora flagellato da una gravissima crisi economica.
Solo nell’ultima decade di settembre, ha rivelato il ministero per il Petrolio siriano, le forze armate americane hanno fatto uscire clandestinamente dal paese più di 100 autocisterne cariche di greggio rubato. Dall’inizio della guerra nel 2011 la perdita stimata in termini di entrate per la Siria è stata superiore ai 107 miliardi di dollari.
L’indagine di The Cradle citata all’inizio è stata condotta in Iraq e si basa principalmente su fonti militari e della polizia di frontiera irachene. Gli Stati Uniti sono presenti militarmente in entrambi i lati di un confine iracheno-siriano che per centinaia di chilometri risulta di fatto al di fuori del controllo dei rispettivi governi. Almeno tre valichi di frontiera sono diventati lo snodo cruciale delle rotte del contrabbando di petrolio siriano, diretto verso la regione autonoma del Kurdistan iracheno con il coinvolgimento diretto e determinante delle forze armate americane.
Il reporter di The Cradle spiega come i droni americani pattuglino “regolarmente” i cieli della regione, mentre la sicurezza dei convogli è appaltata dai militari USA a compagnie private. I dipendenti di queste ultime, “che viaggiano su veicoli 4x4 con la copertura aerea americana, sono responsabili della sicurezza del trasporto del petrolio siriano in territorio iracheno”, anche se il loro incarico dovrebbe essere “esclusivamente di trasportare equipaggiamenti logistici per la coalizione internazionale” di stanza sia in Siria sia in Iraq.
Il greggio siriano viene recapitato alla base curda di al-Harir, nella capitale del Kurdistan iracheno Erbil, a disposizione della compagnia petrolifera curda KAR Group, di proprietà di Sheikh Baz Karim Barzanji, vicinissimo alla famiglia del numero uno del Partito Democratico del Kurdistan (KDP), Massoud Barzani. Quest’ultimo gode di ottimi rapporti con i governi di Turchia ed Emirati Arabi, nonché con le cosiddette Forze Democratiche Siriane, cioè le milizie curde che collaborano con le forze di occupazione americane nel contrabbando di petrolio appartenente alla Siria. La destinazione finale del greggio è oggetto di discussione, ma è probabile che a beneficiarne siano, tra gli altri, Turchia e Israele. Una prova di ciò potrebbe essere il bombardamento iraniano avvenuto lo scorso mese di marzo proprio dell’abitazione di Sheikh Baz Karim Barzanji, secondo un politico curdo sentito sempre da The Cradle dovuto alla vendita a Israele di petrolio e gas siriano da parte della sua compagnia.
Testimoni iracheni dell’attività di contrabbando curdo-americana affermano che ogni singolo convoglio conta dalle 70 alle 100 autocisterne cariche di petrolio siriano. L’itinerario percorso sotto la protezione USA inizia dalla regione di al-Jazira, per poi fare sosta presso la base americana di al-Hasakah e ripartire verso l’Iraq. Attraversato il confine, fuori dal controllo del governo centrale, il petrolio saccheggiato viene trasferito ad altre autocisterne nella già ricordata base curda di al-Harir. Da qui arriva infine alternativamente alla base militare americana di Ain al-Assad, nella provincia irachena di Anbar, o in quella situata nella provincia di Halabja.
The Cradle spiega che il passaggio del greggio nelle mani dei militari USA avviene solo dopo l’approvazione di uno speciale ufficio governativo iracheno, che si occupa però soltanto delle forniture logistiche destinate alla “coalizione internazionale” anti-ISIS. Il governo di Baghdad, sostiene il sito web libanese, “non è verosimilmente del tutto all’oscuro di queste ripetute violazioni della propria sovranità e integrità territoriale”, ma non ha in pratica nessuna voce in capitolo sulle attività di contrabbando gestite dagli americani.
È anche alla luce di questo sistema costruito da Washington con il pretesto della guerra al “terrorismo” che vanno giudicate le parole di Biden e del segretario di Stato, Anthony Blinken, nelle loro recenti apparizioni alle Nazioni Unite. Il già citato discorso del presidente americano all’Assemblea Generale invitava, con riferimento alla Russia, a non consentire “l’occupazione di un territorio [di un paese sovrano] con la forza”. Blinken aveva invece parlato al Consiglio di Sicurezza, assicurando che “il sostegno internazionale alla sovranità e all’integrità territoriale dell’Ucraina consiste nella protezione di un ordine internazionale nel quale nessuna nazione ha facoltà di ridisegnare i confini di un’altra con la forza”. Sempre che questa nazione non siano gli Stati Uniti o Israele.
Nella totale illegalità sia dal punto di vista del diritto internazionale sia da quello della legge americana, quindi, le forze armate USA non solo continuano a occupare una porzione di territorio di un paese sovrano, ma si assicurano di saccheggiarne le risorse e di ottenere profitti da esse. Per un breve periodo dopo il suo ingresso alla Casa Bianca, Trump aveva provato a ritirare il contingente americano dalla Siria, ma era stato immediatamente stoppato dai vertici militari, dall’intelligence e dalle pressioni degli ambienti “neo-con”.
Oggi, perciò, non è ancora in vista nessun disimpegno. Anzi, notizie recenti indicano addirittura un rafforzamento della presenza militare americana in questo paese. Qualche giorno fa, fonti locali hanno infatti osservato l’arrivo presso la base statunitense situata nella provincia siriana di al-Hasakah di nuove armi ed equipaggiamenti provenienti dall’Iraq. Il convoglio con i nuovi rifornimenti era composto da 33 veicoli pesanti e almeno un aereo cargo atterrato in territorio siriano il 26 settembre scorso.
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06/06/2022
Sulle armi fornite all'Ucraina c’è il rischio criminalità e terroristi
Si dà per scontato che vadano all’esercito regolare ucraino. Peccato però che quell’esercito sia composto in modo alquanto bizzarro – diciamo così – visto che ha integrato battaglioni neonazisti (formazioni armate irregolari, a rigor di classificazione militare), che non sempre riconoscono l’autorità centrale.
Ricordiamo per esempio il caso di Denis Prokopenko, comandante della parte di battaglione Azov che si era rintanato nei sotterranei dell’acciaieria Azovstal di Mariupol.
Persino gli ultrà atlantisti dell’Huffington Post, quelli che insistono ancora adesso a definire “accuse di parte” (sottintendendo “non vere”) l’identità politica esplicitamente nazista della formazione, sono stati costretti ad ammettere che non hanno mai davvero riconosciuto l’autorità di Zelenskij, rifiutandogli persino il saluto militare obbligatorio.
La domanda “dove finiscono quelle armi”, dunque, non è affatto banale. Perché se pure vengono consegnate a un “esercito regolare” – che dovrebbe garantirne il controllo, anche se già questo significa una “co-belligeranza” dei fornitori – di sicuro arriveranno anche nelle mani di formazioni che quanto meno hanno un’idea molto “soggettiva” di cosa sia prioritario per “il bene della patria”.
Questo articolo de L’Avvenire – a riprova che soltanto “all’estero” si può reperire qualche notizia utile – segnala addirittura le preoccupazioni dell’Europol, che non è un’organizzazione poliziesca putiniana, ma l’agenzia che coordina le polizie dell’Unione Europea.
Insomma, sarebbe addirittura una “notizia ufficiale”, per chi è abituato a trascrivere i mattinali di questura... Lo si può intuire dalla “delicatezza” con cui separa i traffici di armi sul confine occidentale dell’Ucraina da quelli che avvengono sul lato orientale.
Inutile cercare però pezzi analoghi su Repubblica o sul nuovo Minculpop che gestisce il Corriere della Sera.
Nel 2017, oltre 578 armi da fuoco e 776 munizioni sono state sequestrate in un’operazione congiunta contro il traffico illegale di esplosivi, materiale chimico e nucleare, lungo il confine tra Ucraina e Moldova.
Questo dato è utile per collocare un allarme proveniente da Europol: in mano a chi finiscono le armi inviate dall’Occidente?
Il Washington Post, già a fine febbraio, aveva precisato che è in circolazione «una marea di armi che fa temere per il contrabbando», in particolare a causa dei flussi illegali, diffusi nell’Europa dell’Est, dove anche l’esercito russo contribuisce a convogliare, in mani sospette, le armi occidentali catturate, come riportato dalla CNN.
Sempre a febbraio l’Amministrazione Biden, discutendo con esperti circa il controllo degli armamenti sul pericolo di proliferazione di armi leggere nel conflitto in corso, aveva disposto una clausola per evitare la vendita a parti terze, non collegate all’esercito ucraino.
Tuttavia le testimonianze dirette e le dichiarazioni del Segretario generale dell’Interpol, Jurgen Stock, riaccendono adesso i fari su un pericolo possibile, perché «i gruppi criminali stanno già adesso concentrandosi su queste armi, cercando di sfruttare queste situazioni caotiche e anche la disponibilità di armi pesanti».
L’allarme di Stock si estende a un traffico che può prendere direzioni altamente pericolose in altri continenti. Sul tema, già alcuni giorni fa, a parlare è stato un contractor, Jeffrey Morgan Hunter, già esperto di guerra nei Balcani.
«In particolare nel Donbass – racconta ad Avvenire – ma anche in altri posti di frontiera, come la Transnistria e la Romania, si sta creando una rete di scambio fra terroristi vecchi e nuovi, anche di matrice islamica, i quali hanno rinforzato i loro arsenali già ai tempi della Serbia e del Kosovo e, di recente, in Afghanistan, dopo l’abbandono improvviso degli americani. E so bene che le armi hanno viaggiato, anche attraverso la Russia, verso tutta l’Asia centrale, in questi anni di scontri in Donbass».
«Esiste – continua – un rapporto, anche precedente al 2014, dell’intelligence americana, che inserisce l’Ucraina fra i territori più ad alto rischio nel traffico criminale delle armi». Morgan Hunter fornisce così alcuni dati, ricordando che l’operazione nei Balcani, nel 2011, portò a diversi arresti di trafficanti con una buona operazione congiunta fra Italia e Albania.
«Per alcuni – conclude – questo è un “effetto collaterale” da mettere in conto, tuttavia non è davvero così, perché esperti del governo Usa stanno, da tempo, cercando di sorvegliare il fenomeno, soprattutto in relazione ai traffici verso Turchia e Medio Oriente».
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17/08/2021
Libano - Esplode deposito di benzina “accaparrata” dai soliti noti. Decine di morti
La totale assenza di trasparenza e di meccanismi di controllo con cui dal giorno zero l’intera questione dell’acquisto, dello stoccaggio e della distribuzione dei beni sussidiati è stata gestita, infatti, ha lasciato campo libero affinché importatori, distributori, e rivenditori potessero mettere in campo pratiche illecite di varia natura, dalla speculazione, alla distribuzione clientelare, al contrabbando verso la Siria che, a causa delle sanzioni imposte dal Cesar Act, è drammaticamente mancante di medicine, benzina, corrente elettrica.
Bene, si dirà. E, in effetti, qualcosa si è recuperato.
Non sono mancati tuttavia i punti oscuri e le contraddizioni.
Ieri pomeriggio, ad esempio, un’ispezione in una stazione di benzina di proprietà del Ministro dell’Agricoltura Abbas Mortada (Amal) aveva portato alla confisca di circa 65.000 litri (sì, mila) di benzina detenuti illegalmente. Per ordine dello stesso ministro, tuttavia, l’esercito è stato costretto dopo poco a restituirli al mittente.
Soprattutto, nella notte, è arrivata la tragedia.
La regione settentrionale dell’Akkar rappresenta storicamente una delle più povere e politicamente abbandonate del paese.
Data la prossimità con la Siria, nei mesi scorsi è diventata uno snodo di primo piano del contrabbando organizzato al di là del confine.
Nel pomeriggio di ieri, un gruppo di attivisti della zona segnala all’esercito la presenza di un deposito illegale di carburante nella cittadina di Tleil, che viene dunque identificato e sequestrato. Il bottino è di circa 20.000 litri, di cui la metà viene lasciata sul posto a disposizione dei cittadini.
Il terreno del deposito in questione è di proprietà di Georges Rachid, imprenditore locale con solide relazioni – come da queste parti è tristemente costume – con un deputato in quota al partito del presidente della repubblica.
A gestirlo pare fosse invece tale ‘al-Faraj’, contrabbandiere di Wadi Khaled arrestato quattro mesi fa per i suoi traffici illeciti verso la Siria.
Nel corso della notte, appena la notizia della disponibilità di carburante si diffonde, un gruppo di circa 200 persone, composto perlopiù da giovani uomini, accorre sul posto da varie località limitrofe. Non è dato sapere se e quanti uomini dell’esercito fossero presenti a presidiare le operazioni di distribuzione. Fatto sta che, non appena iniziate, il camion cisterna contenente la benzina esplode.
Il bilancio è da bollettino di guerra.
In questo momento i morti accertati sono almeno 25, più circa 80 tra feriti (di cui tantissimi grandi ustionati) e dispersi, che probabilmente verranno identificati nelle prossime ore dal solo DNA.
Date le dimensioni e le capacità ridotte degli ospedali locali, i casi più gravi sono stati affidati ai maggiori ospedali della capitale, i soli che in questo momento dispongono dei medicinali e del sangue necessario per poter tentare un salvataggio.
È altresì importante segnalare che le loro cure sono state possibili solo grazie alla presa in carico – date le dinamiche della tragedia – delle spese sanitarie da parte del Ministero della Salute, essendo la sanità Libanese quasi completamente privatizzata e dunque se non si è tra i pochi privilegiati ad avere abbastanza soldi o un’assicurazione sanitaria, si viene rispediti a casa.
Le dinamiche che hanno innescato l’esplosione sono ancora poco chiare. L’ipotesi che si sta facendo più strada tramite varie testimonianze è che sia scaturita da un colpo di pistola sparato dal figlio di Rachid per disperdere la folla. Il condizionale resta comunque d’obbligo.
Nel frattempo, mentre il balletto dello sciacallaggio politico ‘non si mette scuorno’ nemmeno di fronte alle morti che provoca, un gruppo di cittadini dell’Akkar ha da poco assaltato e dato fuoco alla villa di Rachid.
Spero che per oggi sia davvero tutto perché nessun luogo al mondo si merita tutto questo male.
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23/06/2020
Il “patto libico” tra governi e scafisti: petrolio contro migranti
La quale, naturalmente, mette in primissimo piano – con la fattiva collaborazione dei media mainstream – sono un aspetto del problema: i senzaterra che scendono da quelle barche. Oppure quel lato ancor più secondario rappresentato dalle navi delle Ong umanitaria che, ormai pochissime, fanno qualche salvataggio per essere poi bloccate per settimane o mesi nei porti di attracco.
Questa inchiesta di Nello Scavo, giornalista de L’Avvenire – quotidiano dei vescovi italiani, non certo il tempio dell’antagonismo politico – illumina un altro po’ l’intreccio immondo che lega scafisti-schiavisti libici, contrabbandieri di petrolio, mafie di varia nazionalità e governi europei. In primo luogo quello italiano, visto che il capo riconosciuto degli scafisti e della “marina militare” libica (è la stessa persona, non ve l’avevano detto?) è stato ricevuto – “con discrezione”, ma anche con tanto di foto ufficiali – in sedi controllate dai militari e dal ministero dell’interno, in territorio italiano (il Cara di Mineo, per esempio).
Il che significa una cosa semplice, che Scavo fa intuire senza dirla esplicitamente: tutti i governi italiani degli ultimi anni hanno sottoscritto quel “patto” con gli scafisti di Al Serraj (“il nostro figlio di puttana a Tripoli”, avrebbe detto Franklin Delano Roosevelt). Petrolio contro migranti, ossia occhi chiusi sul contrabbando di petrolio con l’intermediazione di Malta in cambio del “contenimento” dei migranti nei lager di Tripoli.
Diciamo spesso che non c’è differenza tra Lega e Pd. Questa inchiesta dimostra plasticamente l’identità assoluta. Potete mettere Salvini al posto di Minniti, non avrete grandi differenze, se non una diversa sfrontatezza nell’esibirsi sui media. L’identico patto con i trafficanti di esseri umani è stato osservato da entrambi.
Non si tratta di pettegolezzi, perché ci sono documenti ufficiali dell’Onu, dopo ispezioni sul terreno e su conti bancari, ecc. Non si tratta di marachelle secondarie, perché oltre alle migliaia di migranti uccisi e torturati, c’è anche l’omicidio di una giornalista “ficcanaso” – Dafne Caruana Galizia – per cui in tanti si sono stracciati le vesti solo pubblicamente.
Notizie preziose, insomma, per stilare un giudizio anche sulla “nostra classe politica”. Tutta intera e senza alcuna eccezione.
Nello Scavo – L’Avvenire
«Oil for food» la chiamavano in Iraq. Export di petrolio in cambio di cibo. Era l’unica eccezione all’embargo. Le milizie libiche hanno cambiato i fattori: «Oil for migrants».
Dovendo rallentare la frequenza dei barconi, hanno ottenuto cospicui “risarcimenti” mentre imbastivano un colossale contrabbando di petrolio. «Oil for migrants». A tutto il resto pensano i faccendieri maltesi e la mafia siciliana.
Le ultime tracce della “Libia connection” sono del 20 gennaio. In Sicilia, per questioni di oro nero, sono finiti indagati in 23, tutti vicini ai clan di mafia catanesi. Il 5 dicembre 2019 la Procura di Bologna aveva messo i sigilli a 163mila litri di carburante. Solo due giorni prima i magistrati di Roma avevano arrestato 16 persone e bloccato 4 milioni di litri di gasolio. Abbastanza per fare il pieno a 80mila utilitarie.
Secondo la procura di Trento, che aveva chiuso un’analoga inchiesta, nel nostro Paese l’evasione delle imposte negli idrocarburi può arrivare a 10 miliardi di euro. L’equivalente di una legge finanziaria.
Per venirne a capo bisogna ficcare il naso a Malta, che «rappresenta anche uno snodo per svariati traffici illeciti, come quello dei prodotti petroliferi provenienti dai Paesi interessati da una forte instabilità politica», si legge nell’ultima relazione al parlamento della Direzione investigativa antimafia.
L’episodio chiave è del 2017, quando la procura di Catania porta a termine l’operazione “Dirty Oil”, che ha permesso «di scoprire – ricorda sempre la Dia – un traffico di petrolio importato clandestinamente dalla Libia e che, grazie ad una compagnia di trasporto maltese, veniva introdotto sul mercato italiano sfruttando il circuito delle cosiddette pompe bianche».
In mezzo, però, c’è l’omicidio di Daphne Caruana Galizia. La reporter maltese era stata eliminata con una bomba il 16 ottobre 2017, due giorni prima della retata che da Catania a Malta avrebbe confermato tutte le sue rivelazioni sui traffici illeciti tra la Libia e l’Europa via La Valletta. Messo alle strette, il governo dell’isola aveva chiesto sanzioni internazionali contro i boss del contrabbando di petrolio.
Ma è a questo punto che accade un imprevisto. Uno di quegli inciampi che da solo permette di comprendere quale sia la misura e l’estensione della partita. Ad agosto 2019 il Cremlino, a sorpresa, annuncia di voler porre il veto al provvedimento con cui il Consiglio di Sicurezza Onu si apprestava a disporre il blocco, ovunque nel mondo, dei patrimoni della gang di maltesi, libici e siciliani. Un intrigo internazionale in piena regola.
Un anno prima il Dipartimento del Tesoro Usa aveva disposto l’interdizione di tutti gli indagati da ogni attività negli Stati Uniti.
Tra le persone che Malta, dopo l’uccisione di Caruana Galizia, avrebbe voluto vedere con i sigilli ai conti corrente ci sono l’ex calciatore Darren Debono e i suoi associati, tra i quali l’uomo d’affari Gordon Debono e il libico Fahmi Bin Khalifa. Nomi che tornano spesso.
I tre, con il catanese Nicola Orazio Romeo, sono sotto processo perché ritenuti responsabili di un ingente traffico di gasolio sottratto ai giacimenti libici sotto il controllo della milizia Al-Nasr, quella del trafficante-guardacoste Bija e dei fratelli Kachlav. Dallo stabilimento di Zawiyah, il più grande della Libia, praticamente a ridosso del più affollato centro di detenzione ufficiale per migranti affidato dalle autorità ai torturatori che rispondono sempre a Bija, l’oro nero viene sottratto con la complicità della “Petroleum facility guard”, un corpo di polizia privato incaricato dal governo di proteggere il petrolchimico. Ma a capo delle guardie c’è proprio uno dei fratelli Kachlav.
Il porto di Zawiyah è assegnato alla “Guardia costiera” che, neanche a dirlo, è comandata sempre da al Milad, nome de guerre “Bija”, nel 2017 arrivato con discrezione in Italia durante il lungo negoziato per fermare le partenze dei migranti.
A sostenere la connessione tra smercio illegale di idrocarburi, traffico di armi ed esseri umani sono gli esperti delle Nazioni Unite inviati in Libia per investigare. Il gasolio «proviene dalla raffineria di Zawiyah lungo un percorso parallelo alla strada costiera», si legge nell’ultima relazione degli ispettori Onu visionata da Avvenire. Molte foto ritraggono proprio Bija alla guida di gruppi combattenti o impegnato su navi cisterna.
Le conclusioni confermano inoltre che l’area di Zuara, dove spadroneggia il clan Dabbashi – a seconda dei casi alleato o in rotta di collisione con i boss di Zawyah – «è stata la principale piattaforma per le esportazioni illecite via mare di prodotti petroliferi raffinati». Nei dintorni ci sono almeno 40 depositi illegali di petrolio.
Da questi impianti «il carburante – si legge ancora – viene trasferito in autocisterne più piccole fino al porto di Zuara, dove viene caricato in piccole navi cisterna o pescherecci con serbatoi modificati». A disposizione dei contrabbandieri c’è una flotta ragguardevole: «Circa 70 imbarcazioni, piccole petroliere o pescherecci da traino, sono dedicate esclusivamente a questa attività». Dalle stazioni di pompaggio i trafficanti utilizzano condutture che trasportano il carburante alle navi che sostano «tra 1 e 2 miglia nautiche al largo».
I nomi dei vascelli sono noti e riportati in diversi documenti confidenziali. Impossibile che in Libia nessuno veda. In totale «esistono circa 20 reti di contrabbando attive, che danno lavoro a circa 500 persone», spiegano gli esperti Onu. Manodopera da aggiungere alle migliaia di libici arruolati dagli stessi gruppi per controllare il territorio, gestire il traffico di esseri umani, combattere per le varie fazioni.
Le inchieste, però, non fermano il business. Il catanese Romeo, indagato nel 2017 per l’indagine etnea “ Dirty Oil”, in passato era stato ritenuto dagli investigatori in contatto con esponenti della famiglia mafiosa Santapaola–Ercolano. Ipotesi, in attesa di un pronunciamento dei tribunali, sempre respinta dall’interessato.
A confermare l’interesse di Cosa nostra siciliana per le petroliere sono arrivati i 23 arresti di gennaio. Tra gli indagati vi sono ancora una volta esponenti dei clan catanesi, stavolta della famiglia Mazzei, tornata ad allearsi proprio con i Santapaola–Ercolano. «Abbiamo riscontrato alcuni collegamenti con personaggi coinvolti nell’indagine Dirty Oil, dove era emersa proprio l’origine libica del petrolio raffinato», ha commentato dopo gli arresti il procuratore aggiunto di Catania, Francesco Puleio.
Alcuni degli indagati hanno anche «cercato nuovi canali di fornitura e sono entrati in contatto con l’uomo d’affari maltese Gordon Debono, coinvolto nell’indagine Dirty Oil».
Il collegamento tra mafia libica e mafia siciliana per il tramite di mediatori della Valletta è confermato da un’altra rivelazione contenuta nel dossier consegnato al Palazzo di Vetro a fine 2019.
A proposito della nave “Ruta”, con bandiera dell’Ucraina, sorpresa a svolgere attività di contrabbando petrolifero, gli investigatori Onu scrivono: «Secondo le indagini condotte dal Procuratore di Catania», il vascello è stato coinvolto in operazioni illegali, compreso il trasferimento di carburante ad altre navi, «in particolare la Stella Basbosa e il Sea Master X, entrambi collegati alla rete di contrabbando di “Fahmi Slim” e, secondo quanto riferito, ha scaricato combustibile di contrabbando nei porti italiani in 13 occasioni».
Quello di “Fahmi Slim” altro non è che il nome di battaglia di Fahmi Musa Bin Khalifa, il boss del petrolio di Zuara, in affari con Mohammed Kachlav, il capo in persona della milizia al Nasr di Zawyah.
A ostacolare il patto tra mafie dovrebbe essere l’operazione navale europea Irini «che ha già dimostrato l’utilità in termini di informazioni raccolte, e per l’effetto deterrenza anche sul contrabbando di petrolio», ha detto nei giorni scorsi il commissario agli affari Esteri Josep Borrel.
E chissà se l’aumento del 150% delle partenze sui barconi sia solo una coincidenza o non sia uno degli effetti di «Oil for migrants».
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10/12/2019
Libia - «Libero» contrabbando di petrolio delle milizie verso l’Ue
Quel che comunque non può dire, per “educazione” politica (ci sono trattati da rispettare e 8×1000 da incassare...), proviamo ad aggiungerlo noi.
La storia che Nello Scavo ha scoperto e racconta riguarda tutto – tutto! – l’establishment italiano ed europeo. Coinvolge infatti le compagnie petrolifere (il petrolio di contrabbando non può mica essere acquistato dal primo che passa...), tutti – tutti! – i governi che hanno firmato accordi con il frammento di Libia controllato dal Al Serraj (o più concretamente da Bija), e tutti i paesi che hanno fatto la stessa cosa, a partire da quei “democratici” governanti maltesi che fanno saltare in aria i veri giornalisti d’inchiesta (Dafne Caruana).
In questa commistione di marciume è inascoltabile chi pretende di distinguere tra “democratici” e destra sulla base del “rispetto dei diritti umani” o del “trattamento umanitario dei migranti”. Perché sia i Minniti che i Salvini hanno firmato accordi simili proprio con il capo dei trafficanti di esseri umani che è al tempo stesso il capo della “guardia costiera libica”, “legalmente riconosciuta” dall’Unione Europea ma con un capo ricercato dall’Onu. E non è difendibile neanche il contenuto di quegli accordi: mantenere persone in catene nei lager per evitare che arrivino in Europa.
Che poi il Bija di turno faccia loro pagare carissimo un “biglietto” per il barcone che li riporterà nel lager dopo un giro in mare, è solo un dettaglio d’infamia in più. Di cui sono responsabili tutti – tutti! – i “maggiorenti” d’Europa...
Prima puntata sulle esportazioni illegali di petrolio dalla Libia: giro di affari di 750 milioni. Tripoli ridimensiona il peso delle «intese segrete» con Malta sui respingimenti dei migranti.
Un patto segreto tra Malta e Libia grazie al quale le forze armate maltesi si coordinerebbero con la guardia costiera libica per intercettare i migranti e respingerli in Libia. Paese che «sulla base delle attuali condizioni non può essere considerato un porto sicuro», ha ribadito la portavoce della Commissione europea, Mina Andreeva.
La Valletta non smentisce il negoziato. Tripoli prova a ridimensionare, parlando semmai di «cooperazione trasparente» e tirando in ballo anche «Italia e gli altri Paesi Ue».
Un nuovo caso, mentre vanno emergendo altre indicibili intese: esseri umani da tenere in catene, in cambio della libera circolazione del petrolio di contrabbando.
Il giornale Times of Malta ha pubblicato alcune foto che mostrerebbero alcuni incontri riservati in vista di un accordo di «mutua cooperazione» siglato tra l’esercito de LaValletta e la cosiddetta Guardia costiera libica, con il funzionario governativo Neville Gafà, accusato in precedenza di comportamenti illeciti e controversi, tra cui, ricorda il giornale maltese, legami con un leader delle milizie libiche che gestisce estorsioni e centri di detenzione non ufficiali.
«Abbiamo raggiunto – ha detto al quotidiano una fonte maltese – quello che potreste chiamare un’intesa con i libici: quando c’è una nave diretta verso le nostre acque, le forze armate maltesi si coordinano con i libici che la prendono e la riportano in Libia prima che entri nelle nostre acque e diventi nostra responsabilità», ha dichiarato una fonte a Times of Malta.
Ma i misteri libici non si fermano al traffico di persone. Il capo della Noc, la compagnia nazionale petrolifera di Tripoli, continua a denunciare il furto di idrocarburi. Mustafa Sanalla, ha ripetutamente stimato in almeno 750 milioni di euro annuali il valore dei prodotti petroliferi trafugati ed esportati illegalmente all’estero. Furti che avvengono alla luce del sole. Solo nei dodici mesi tra giugno 2015 e 2016 sarebbero arrivati in Italia e poi immessi in Paesi come la Spagna oltre 82 milioni di chili di gasolio di contrabbando, per un valore d’acquisto pari a circa 27 milioni di euro, a fronte di un valore industriale di mercato pari a oltre 50 milioni.
Solo la punta dell’iceberg, grazie al gioco delle tre scimmiette praticato dai governi Ue che hanno abbandonato il mare lasciando campo libero ai trafficanti di esseri umani, che hanno allargato il giro d’affari trasformandosi anche nella principale multinazionale del contrabbando.
Il principale centro di approvvigionamento è la ‘Azzawiya Oil Refinery Company’, la più grande raffineria statale controllata dalla Noc. A impedire i furti di petrolio dovrebbe pensarci la divisione di Zawyah della Petroleum facility guard (Pfg). Ma l’esercito privato incaricato di vigilare risponde agli ordini del clan guidato dai fratelli Koshlaf, i veri datori di lavoro di Abdurhaman al Milad, quel Bija che nel maggio del 2017 era in Italia durante quella che egli stesso ha definito «lunga trattativa» e che, nonostante i provvedimenti Onu, con le accuse di essere uno dei boss del traffico di esseri umani, è stato riconfermato alla guida dei guardacoste di Zawyah.
Nei giorni scorsi Euronews ha pubblicato, senza riceverne alcuna smentita, la notizia secondo cui sarebbero 236 i vascelli cisterna a disposizione dei ladri di gasolio. Un vero intrigo internazionale: a settembre il governo maltese ha chiesto a Mosca di non porre il veto alla richiesta di sanzioni proposte dal Consiglio di sicurezza Onu per bloccare ovunque nel mondo i beni dei membri dell’organizzazione di maltesi, libici e italiani indagati nel 2017 nell’operazione “Dirty Oil” della procura di Catania.
Tra questi alcuni mediatori considerati vicini al più potente clan mafioso della Sicilia orientale: la famiglia Santapaola-Ercolano.
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22/09/2018
Nave militare italiana contrabbandava sigarette con Tripoli
Avete presente il Salvini che continua a tuonare contro le Ong e a benedire la guardia costiera libica “supportata e istruita da quella italiana”?
Bene. Tre inchieste sono state aperte (una da parte della magistratura, una dalla Procura militare e una dalla Marina) per capire chi abbia caricato a bordo della nave militare Caprera 7 quintali di sigarette di contrabbando.
La notizia è stata data inizialmente dal sito della trasmissione Le iene e di lì ha cominciato a fare – con molta discrezione, imbarazzo e tanta censura – il giro dei media.
Sette quintali di sigarette sono ben 72 cartoni di grandi dimensioni, non un oggettino che chiunque può portare a bordo. Le operazioni di carico sono lunghe, richiedono l’intervento di più uomini, non può passare inosservata, specie su una imbarcazione di dimensioni abbastanza piccole (vedi foto). E stiamo parlando di una nave militare appena rientrata dalle operazioni al largo della Libia, nell’ambito di quel semi-blocco navale che tanto piace alla destra fascioleghista.
Proprio il ministro Salvini era stato a bordo della Caprera, pochi giorni prima, per fare il solito discorsetto: “Sono onorato di portare il sostegno del popolo italiano ai ragazzi che sono a bordo della Caprera a coordinare, educare, istruire e salvare. Il business dell’immigrazione clandestina è alimentato dalle navi di quelle associazioni che aspettano solo di recuperare esseri umani per continuare a giustificare la loro esistenza in vita. Mentre la Marina Militare Italiana e la Guardia costiera libica sono quelle che veramente aiutano, salvano e si propongono di bloccare partenze, diminuire il numero dei morti. Nonostante le operazioni di danno delle navi di Ong straniere. Solo nell’ultima settimana hanno salvato più di 2 mila persone”.
Seguendo il filo di questo “ragionamento” possiamo dunque dire che, siccome le partenze dei migranti sono state bloccate grazie all’accordo tra il governo italiano e i tagliagole “militarizzati” teoricamente al servizio di Al Serraj (da settimane sull’orlo del crollo e della fuga), scafisti e trafficanti di uomini si sono ritrovati senza business.
E hanno dovuto ripiegare sulle sigarette, trovando alcuni complici tra i militari italiani che li stavano “istruendo”.
A onore del comandante della Caprera, va sottolineato che l’inchiesta su questo contrabbando da poveretti è partita da una sua denuncia.
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31/07/2018
Ucraina: il deposto Janukovic si appella al Tribunale de L’Aja
Janukovic chiede di accertare la responsabilità nel putsch di vari personaggi di primo piano, tra cui Ministro degli interni Arsen Avakov, sindaco di Kiev Vitalij Klichko, Procuratore generale Jurij Lutsenko, speaker della Rada Andrej Parubij, ex capo dei Servizi di sicurezza Valentin Nalivajcenko, deputato del “Fronte popolare” Sergej Pashinskij, segretario del Consiglio di sicurezza Aleksandr Turcinov, leader di “Svoboda” Oleg Tjagnibok ed ex premier Arsenij Jatsenjuk.
Forse non del tutto stranamente, le informazioni non citano, tra i querelati, l’attuale presidente Petro Poroshenko, che all’epoca non era nelle prime linee del golpe. Il collegio legale che ha preso in carico l’azione dell’ex presidente ucraino avrebbe già pronta anche un’istanza da presentare al Tribunale de L’Aja, in cui i medesimi soggetti vengono accusati non solo del colpo di stato, ma anche di sparatorie di massa a majdan Nezalezhnosti.
Nella cerchia di Janukovic si dice che il deposto presidente, per l’avvio delle azioni legali, avrebbe atteso qualche segnale di mutamento nel clima politico, anche internazionale, attorno al regime golpista e si sottolinea come il collegio legale disponga di centinaia di testimonianze di partecipanti diretti a majdan, secondo i quali la strage fu organizzata scientemente. L’ex attivista di majdan e oggi deputato, Vladimir Parasjuk ricorda come proprio l’attuale Procuratore generale – l’elettrotecnico Lutsenko – esortasse in quei giorni gli ucraini a impadronirsi degli arsenali e a sparare sul Berkut, i reparti speciali del Ministero degli interni, secondo il piano elaborato da Pashinskij e dal boldriniano Parubij.
Parasjuk avrebbe anche detto di non aver intenzione di testimoniare pubblicamente, finché dura l’attuale regime, perché teme per la propria vita e per quella di altri “majdanisti” che pure avrebbero preziose informazioni da rendere pubbliche.
Che il clima politico, anche negli ambienti dei tutor internazionali di Kiev, si stia, se pur impercettibilmente, modificando sembra testimoniarlo anche il fatto che, secondo il servizio stampa dell’esercito ucraino, ripreso da novorosinform.org, dall’inizio dell’anno avrebbero presentato rapporto di dimissioni circa undicimila tra ufficiali e militari a contratto, mentre sempre meno “contrattisti” stranieri sarebbero disposti a sottoscrivere ferme a lunga scadenza e il corpo sottufficiali sembra disporre di appena il 65% degli effettivi.
Da qui a fine anno, secondo la stessa fonte, dovrebbero seguirne l’esempio altri diciottomila uomini; causa prima: insufficienza delle paghe. Il Ministro della difesa Stepan Poltorak avrebbe lamentato una carenza di fondi di 4,5 miliardi di grivne, da destinare alle paghe dei militari nella seconda metà dell’anno. Già la settimana scorsa, le milizie della Repubblica popolare di Donetsk avevano rilevato come, evidentemente proprio in conseguenza dei ritardi nella riscossione delle paghe, i soldati ucraini avessero intensificato la pratica, da tempo in uso, di vendere materiale bellico.
Tale commercio di armi porta spesso a sparatorie tra reparti appartenenti alle stesse brigate, con morti e feriti tra le truppe di Kiev; in qualche caso, per stroncare gli episodi di indisciplina, saccheggio, contrabbando e mercato di armi, i comandi sono stati costretti a ritirare dal fronte anche reparti operativi avanzati.
Sempre secondo le milizie della DNR, vari comandi ucraini al fronte, nei rapporti allo Stato maggiore, amplificano il numero di bombardamenti sui centri del Donbass, per mascherare il commercio di munizionamento, carburanti e lubrificanti. Secondo l’intelligence delle milizie, ad esempio, nelle ultime settimane i comandi di linea avrebbero “certificato” a quelli centrali dai 20 ai 25 bombardamenti quotidiani, contro i 5-7 effettivi. Si tratta, fatti i conti, di diverse tonnellate di carburante venduto agli abitanti delle zone occupate dalle truppe ucraine e decine di munizioni di grosso calibro, contrabbandate a “Pravyj Sektor” e “UDA”, il cosiddetto “Esercito volontario ucraino”, la nuova formazione armata dell’ex leader di “Pravyj Sektor”, Dmitro Jarosh.
Che le cose, per le forze ucraine nel Donbass, non procedano esattamente con linearità, lo testimoniano anche altri episodi. Mentre lungo la linea del fronte, ormai da da diversi giorni, le aree di Dokuchaevsk e Spartak sono sotto il fuoco di mortai pesanti da 120 mm, rispettivamente delle 93° e 92° brigate meccanizzate, la ricognizione della DNR avrebbe accertato, da fonte diretta del battaglione neonazista “Azov”, che responsabili del bombardamento lungo la direttrice Talakovka-Sakhanka, lo scorso 27 luglio, apparentemente dalle posizioni della 36° brigata di fanteria di marina, sarebbero non i fanti, ma i nazisti di “Azov”, che rispondono direttamente al Ministro degli interni Arsen Avakov. Tant’è che quel giorno è stato accertato l’arrivo nella zona di responsabilità della 36° brigata, di un camion con munizioni per mortaio da 120 mm, scortato da un’unità di sicurezza di “Azov”.
Cinque giorni fa, invece, erano state le artiglierie della 36° brigata a bersagliare le posizioni di “Azov”, “Pravyj Sektor” e “UDA”, nell’area di Lebedinskoe. Ciò risponderebbe al piano del comando delle Operazioni delle Forze Riunite (OOS, che ha sostituito la precedente sigla ATO-Operazione anti terrorismo) per accelerare il processo di allontanamento dal fronte dei battaglioni nazionalisti, che invece tendono a rimanere nelle aree in cui più agevoli sono le manovre nazi-affaristiche.
In qualche misura, tale “conflitto” tra comando di OOS e battaglioni neonazisti sembra rispecchiare una certa dicotomia che si avverte da oltre Oceano nei confronti di Kiev: mentre da un lato l’Ucraina continua a servire quale avamposto politico-militare in funzione anti-russa e, in questo senso, i sostanziosi aiuti in soldi e armi sono lontani dall’esaurirsi, dall’altro sembra farsi sempre più strada l’idea della necessità di un ricambio di personaggi ormai del tutto (quasi del tutto: sulle sponde d’Ausonia se ne glorificano ancora le gesta) da mettere da parte.
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05/12/2017
Omicidio Caruana Galizia: Malta mette in rete piccoli pesci
Uno. Perché ciò che aveva infastidito maggiormente il premier laburista dell’isola, detta del tesoro per i segreti sui conti bancari offshore un tempo gestiti in loco e in seguito sparsi in differenti paradisi fiscali, erano altri affari con base a La Valletta. Taluni riguardavano personalmente lui e alcuni ministri del governo. Dalla società Egrant, intestata alla moglie Michelle, sul cui conto erano transitati i denari versati dal presidente azero Alijev per l’affare del metanodotto che porterà il gas dal Paese caucasico in Europa. Muscat avrebbe avuto il ruolo di facilitatore politico durante il suo periodo di presidenza di turno al Parlamento Europeo. Implicato nella vicenda, presente nel dossier denominato Panama Papers, anche il ministro Mizzi, parimente coinvolto in intrighi finanziari con una società intestata a suo nome e sede in Nuova Zelanda che forniva “servizi” nell’isola. Un altro degli aspetti evidenziato dagli articoli-denuncia di Caruana Galizia era l’inquietante, ma ormai da anni non segreta, attività di contatto fra criminalità locale e altre straniere, comprese cosche siciliane. Ai soliti traffici di armi e stupefacenti, facilitati dal traffico marittimo e dalla posizione dell’isola, s’univano i nuovi affari.
I contrabbandi di idrocarburi e la tratta di uomini, drammatiche piaghe che la destabilizzazione politica mediorientale ha riversato da oltre cinque anni sul Mediterraneo. Simili business, gestiti dalle mafie di varie nazioni che fanno cartello e si compenetrano, s’interfacciano a soggetti che ufficialmente fungono da tramite con aziende private e di Stato. Questo sottobosco trova nella lassità di norme e di controlli “dell’isola del tesoro” un terreno fertilissimo, un sistema reso tale dalle compiacenze della politica locale, di maggioranza e d’opposizione, e dai massimi rappresentanti istituzionali. Tutto ciò denunciava Daphne. E questo ormai infastidiva i vertici nazionali, oltre che la manovalanza maltese del malaffare. Gli inquirenti, se vorranno, potranno indagare se quest’ultima, come il manipolo dei fermati e probabilmente arrestati, ha agito di sua sponte. Scelta sempre rara quando si tratta di semplici banditi che agiscono per conto terzi. Certo, attualmente il primo ministro può vantare rapidità d’inchiesta e cattura di probabili omicidi, mostrandosi come integerrimo cacciatore di criminali e passando da politico sospettato a politico persecutore di giustizia. A meno che qualcuno dei fermati scelga di collaborare e rivelare possibili intrecci segreti. Quelli attorno ai quali la giornalista assassinata indagava. Quelli che i suoi familiari indicano come il vero filo della losca storia. Se la ricerca della verità sarà resa possibile.
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01/10/2017
Porošenko: senza l’Ucraina, Lamborghini e Porsche falliranno
Lo ha dichiarato, inaugurando solennemente a Kolomija, un centinaio di km a nord del confine con la Romania, la nuova fabbrica di cavi di trasmissione per il complesso automobilistico tedesco “Leoni AG”. Porošenko ha parlato degli 800 occupati iniziali che, per il 2021, dovrebbero arrivare a 5.000, come testimonianza della “attrattiva dell’Ucraina per gli investimenti” stranieri; pensate, ha detto, che “la produzione che uscirà da Kolomija, verrà installata su Audi, Volkswagen, General Motors, Porsche, Lamborghini e altre marche d’élite. Senza gli ucraini è oggi impossibile produrre tutto questo”, ha proclamato Petro, sorvolando pietosamente su quali siano i salari e le condizioni di lavoro che rendono l’Ucraina golpista così “attrattiva per gli investimenti” occidentali.
E se tra le ipotesi fatte circolare a Kiev circa l’esplosione di Kalinovka (tra incendi, esplosioni e altro, questo è il quarto episodio solo nel 2017) non manca quella di depistaggio per occultare furti di materiale bellico, che gli ufficiali ucraini continuamente rivendono anche alle milizie del Donbass, Igor Karmazin osserva su lenta.ru come l’episodio del 26 settembre si sia verificato il giorno successivo alla pubblicazione del rapporto internazionale “Progetto per lo smascheramento di criminalità organizzata e corruzione”, secondo cui “rappresentanti di autorità e imprese ucraine sono il collegamento chiave nella rete che rifornisce di armamenti sovietici l’Africa e il Medio Oriente”.
Lo stesso giorno, continua Karmazin, Amnesty International ha dichiarato che Kiev, in violazione degli obblighi internazionali, ha fornito armi al Sudan meridionale, attraverso una società degli Emirati Arabi. Kalinovka, conclude Karmazin, oltre il solito gioco dei miliardi che, ora, le alte sfere militari si affretteranno a incamerare per ristabilire le quote del munizionamento esploso, mette in dubbio agli occhi USA e NATO la competenza ucraina in fatto di salvaguardia degli arsenali e, soprattutto in fatto di vigilanza contro i furti di materiale bellico.
D’altra parte, qualcuno già si premunisce dalle rapine ed è davvero una “vergogna e un’umiliazione” per gli ucraini, scrive Russkaja Vesna, vedere cartelli come quello affisso in un supermercato di Barlinek, in Polonia, con cui si avverte che “Ogni cittadino ucraino verrà controllato dopo esser passato dalla cassa”. Il proprietario del negozio, cui la procura polacca ha imposto l’immediata eliminazione del cartello, si è giustificato affermando che “può accadere una volta al mese che un polacco rubi qualcosa. Con gli ucraini, succede anche quattro volte la settimana”.
A questo, a trafugare prodotti alimentari, la “luminosa majdan” ha ridotto la popolazione ucraina: se alcune cancellerie europee lamentano da tempo che “gli aiuti” finanziari finiscano nelle tasche della élite golpista e FMI e Banca Mondiale rinnovano in continuazione i dettami (aumenti tariffari su gas, energia elettrica; riduzione di salari e pensioni; controriforme su assistenza e sanità, aumenti di prezzi sulle merci di prima necessità) per la concessione di prestiti, ai lavoratori ucraini non rimane che adattarsi a produrre cavi per Porsche e Lamborghini alle condizioni che, secondo il PC ucraino, hanno ridotto il paese a pedina “dei circoli dirigenti UE e NATO”, per “promuovere i loro interessi nel continente eurasiatico, per una nuova spartizione dei mercati e delle sfere di influenza, nell’attuale crisi sistemica mondiale”.
L’Ucraina “è diventata oggi una “piazzaforte armata” del confronto con la Russia”, afferma il PC ucraino, tanto che c’è addirittura chi si spinge (ma non è una novità) a invocare i comandamenti divini a giustificazione delle stragi nel Donbass. Un predicatore, di cui rusvesna.su non fornisce il nome (ma il suo discorso si può ascoltare tra i minuti 1,38 e 2,31 del filmato) inquadrato nella 72° Brigata meccanizzata ucraina, ha dichiarato che “Noi resistiamo, perché io predico ai ragazzi e con me è dio, leggo la bibbia e credo in dio. Non sono solo credente, sono membro della chiesa e sono venuto qui perché qualcuno deve difendere la nostra terra”. Secondo le sue parole, egli è “sulla sua terra” e dunque non uccide gli abitanti del Donbass, ma “difende” la terra: “Non sono venuto qui per uccidere qualcuno, ma per difendere la mia terra natale. Sono due cose diverse”.,
E’ dunque necessario continuare a bombardare il Donbass: in caso contrario, ha dichiarato il fascista ex leader di Pravyj Sektor, Dmitrij Jaroš, il rischio è “l’implementazione degli accordi di Minsk” e il conseguente disfacimento dell’Ucraina. “Sono preoccupato per l’indecisione, la debolezza dei nostri vertici politici circa l’attuazione degli accordi di Minsk. Se essi faranno tutto quanto previsto da quegli accordi, tutti questi status speciali e via dicendo, ciò significa piazzare una mina che farà a pezzi lo Stato”. Preoccupazione simile aveva espresso, pro domo sua ovviamente, nel giugno scorso, anche Julija Timošenko, paventando che l’Ucraina possa cessare di esistere da qui al 2019, se non si procederà a elezioni presidenziali e parlamentari anticipate. Secondo la truffaldina magnate del gas che, quanto a bombardamenti sul Donbass aveva già detto la sua prima ancora che iniziasse l’aggressione diretta, nel marzo 2014, cause del tracollo possono essere le riforme antiumane su pensioni e sanità e la privatizzazione della terra: quest’ultima, evidentemente, perché contrasta con i suoi interessi nel settore estrattivo.
Questa è l’Ucraina di majdan: colonia dei monopoli occidentali e ghetto per i lavoratori, incatenati al meccanismo della spartizione delle ricchezze nazionali tra ras regionali e finanza straniera. In questo senso, non mancano di senso le parole di Porošenko: senza le condizioni medievali dei lavoratori ucraini, “sarà impossibile continuare a produrre Lamborghini e Porsche”; in attesa del sogno dei capitalisti occidentali, di esportare dappertutto quelle medesime condizioni.
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