È di pochi giorni fa la notizia che Massimo Malvestio – ex legale e consigliere di fiducia, nonché ottimo amico del Governatore del Veneto Luca Zaia – è riuscito a creare, nel giro di pochi anni, a Malta, paradiso europeo della corruzione, una rete di fondi di investimento e di società finanziarie che gestiscono patrimoni privati per oltre 400 milioni di euro.
La sede del suo quartier generale è il quattordicesimo piano della Portomaso Business Tower: è il grattacielo più alto dell’isola, proprietà di Yorgen Fenech, il rampollo di una delle famiglie maltesi più influenti, ex manager dell’hotel Hilton Malta e del casinò di Portomaso.
Fenech era anche il CEO di Tumas Group e il direttore della compagnia maltese-azerbaigiana-tedesca Electrogas. Attualmente si trova in carcere, con l’accusa di essere uno dei mandanti dell’omicidio di Daphne Caruana Galizia, giornalista di inchiesta per il Malta Independent.
È curioso che la sede legale degli affari di Massimo Malvestio si trovi nel palazzo di uno degli imprenditori criminali più potenti d’Europa, che tra l’altro avrebbe dovuto essere processato a breve se Melvin Theuma, il testimone chiave, non fosse stato trovato in una pozza di sangue nel suo appartamento, qualche settimana fa: attualmente è in ospedale per le profonde ferite riportate.
Chissà se Massimo Malvestio sapeva degli affari loschi del suo “locatore”, dei legami profondi intrattenuti con la malavita e con politici collusi come l’ex Primo Ministro Muscat, l’ex capo di gabinetto Keith Schembri e l’ex ministro Konrad Mizzi, tutti coinvolti, insieme a Fenech nello scandalo dei “Panama Papers”. Ricordate la più grande fuga di notizie finanziarie della storia? Steven Soderbergh ci ha fatto un film.
“Panama Papers” saltati fuori dallo studio legale Mossak Fonseca: undici milioni e mezzo di documenti confidenziali con dettagli salienti su oltre 214.000 società offshore che nascondevano e nascondono il loro denaro sfuggendo i controlli statali.
Implicati in questo giro di affari illegali migliaia di politici, imprenditori, personaggi celebri di tutto il mondo, e oltre 500 banche che hanno registrato 15.600 società di comodo. Le offshore come la Black 17 del sopracitato Fenech avevano e hanno sede nei più grandi paradisi fiscali del globo, tra cui Malta.
È curioso inoltre come anche la Techint di proprietà degli eredi Rocca, e la Saipem del gruppo Eni, siano proprietarie di società offshore nate nello studio Mossak Fonseca, o almeno così risulta dal fascicolo Panama Papers.
È curioso per molti motivi: primo tra tutti, il loro coinvolgimento nello scandalo Petrobras con l’accusa di corruzione internazionale, emerso grazie all’Operação Lava Jato che ha scoperchiato il sistema illegale che coinvolgeva importanti società internazionali, politici e personaggi della finanza brasiliana in una rete di tangenti e di riciclaggio di denaro del valore di 1,7 miliardi di euro favorito appunto dall’azienda petrolifera statale Petrobas. Una operazione che coinvolse anche l’ex presidente del Brasile Lula, che venne ingiustamente accusato di “corruzione passiva”.
Il giudice “protagonista” di quell’inchiesta, Sergio Moro, che nel frattempo è stato nominato Ministro della Giustizia nel governo Bolsonaro per poi dimettersi dalla carica, è stato accusato da alcuni media brasiliani di non esser stato per niente imparziale a svantaggio proprio di Lula. Il giudice Teori Albino Zavascki, altro magistrato che si stava occupando di Lava Jato, è morto in un incidente aereo. Se non ci è possibile fare congetturare, almeno atteniamoci ai fatti.
Tornando ai Rocca – dinastia di industriali che hanno segnato la storia di Italia dal Regime Fascista ai giorni nostri anche grazie al durevole e inscalfibile sodalizio con le famiglie Einaudi e Cerri – il terzo motivo di curiosità, dopo le società elencate nei documenti segreti dello studio panamense (ancora oggi da loro negate) e il coinvolgimento nello scandalo Petrobas, è quanto emerso, nel 2017, nell’inchiesta Maltafiles, che vede i fratelli Rocca tra i tessitori di una “ragnatela di società offshore con cui la famiglia controlla il gruppo Tenaris, un colosso industriale con attività sparse ovunque nel mondo e un giro d’affari di oltre 16 miliardi. [...] Gli eredi del fondatore Agostino Rocca sono i beneficiari di un elaborato sistema di trust, quasi tutti con sede a Malta. Questa complicata struttura è stata per molti anni gestita dalla filiale della Valletta della Bsi, la Banca della Svizzera Italiana. Più di recente, l’istituto elvetico è stato affiancato da Credence, una società di servizi finanziari anche questa con base sull’isola del Mediterraneo. In totale, sono almeno una ventina gli schermi fiduciari riconducibili alla famiglia di industriali capitanata in Italia da Gianfelice Rocca” (Fonte).
È curioso quindi come sia stato possibile che Gianfelice Rocca abbia ricoperto la carica di Vice Presidente di Confindustria dal 2004 al 2012, sia stato Presidente di Assolombarda dal 2013 al 2017 e di recente abbia ricevuto la nomina di “special advisor” da Carlo Bonomi in Confindustria.
Come può un uomo che distrae capitali miliardari dal gettito fiscale, coprire cariche così importanti nel panorama dell’economia reale?
Il conflitto di interessi parrebbe evidente. Questi input sono solo minuscoli frammenti di un racconto molto più copioso sul sistema economico globale, le sue logiche, la sua etica, la corruttibilità della politica e l’assenza di confini finanziari che insieme garantiscono a una èlite la possibilità di esonerare enormi fortune dalle dinamiche del sistema produttivo.
Contrariamente alle affermazioni di principio, la UE non ha mai preso provvedimenti né corretto il tiro: il suo atteggiamento finora troppo flessibile in materia sta contribuendo a rendere la questione sempre più complessa e rilevante. Da una ricerca condotta dalla stessa Commissione Europea, tra il 2001 e il 2016, sulla stima della ricchezza “liquida” dei paesi Offshore, ai primi posti figurano Cipro, Malta e Portogallo.
La grande iniezione di liquidità che i Paesi in difficoltà stanno ricevendo può trasformarsi, come spiega Nicholas Shaxson, in un “assegno in bianco” che salverà dal fallimento proprio coloro che si sono arricchiti grazie alle scappatoie fiscali. Sarà molto difficile aggredire il gettito fiscale generato dalle multinazionali se i governi mondiali continueranno a ricoprire il ruolo di subordinati all’economia capitalista, venendo meno ai loro obblighi e favorendo le coorporations.
Daphne Caruana Galizia scrisse in un post su Running Commentary, prima di essere assassinata brutalmente da un’autobomba: “Ci sono corrotti ovunque si guardi. La situazione è disperata”. Io sono d’accordo con lei.
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19/08/2020
23/06/2020
Il “patto libico” tra governi e scafisti: petrolio contro migranti
La questione dei barconi carichi di migranti disperati provenienti dalla Libia è da qualche anno uno dei cavalli di battaglia della destra fascioleghista.
La quale, naturalmente, mette in primissimo piano – con la fattiva collaborazione dei media mainstream – sono un aspetto del problema: i senzaterra che scendono da quelle barche. Oppure quel lato ancor più secondario rappresentato dalle navi delle Ong umanitaria che, ormai pochissime, fanno qualche salvataggio per essere poi bloccate per settimane o mesi nei porti di attracco.
Questa inchiesta di Nello Scavo, giornalista de L’Avvenire – quotidiano dei vescovi italiani, non certo il tempio dell’antagonismo politico – illumina un altro po’ l’intreccio immondo che lega scafisti-schiavisti libici, contrabbandieri di petrolio, mafie di varia nazionalità e governi europei. In primo luogo quello italiano, visto che il capo riconosciuto degli scafisti e della “marina militare” libica (è la stessa persona, non ve l’avevano detto?) è stato ricevuto – “con discrezione”, ma anche con tanto di foto ufficiali – in sedi controllate dai militari e dal ministero dell’interno, in territorio italiano (il Cara di Mineo, per esempio).
Il che significa una cosa semplice, che Scavo fa intuire senza dirla esplicitamente: tutti i governi italiani degli ultimi anni hanno sottoscritto quel “patto” con gli scafisti di Al Serraj (“il nostro figlio di puttana a Tripoli”, avrebbe detto Franklin Delano Roosevelt). Petrolio contro migranti, ossia occhi chiusi sul contrabbando di petrolio con l’intermediazione di Malta in cambio del “contenimento” dei migranti nei lager di Tripoli.
Diciamo spesso che non c’è differenza tra Lega e Pd. Questa inchiesta dimostra plasticamente l’identità assoluta. Potete mettere Salvini al posto di Minniti, non avrete grandi differenze, se non una diversa sfrontatezza nell’esibirsi sui media. L’identico patto con i trafficanti di esseri umani è stato osservato da entrambi.
Non si tratta di pettegolezzi, perché ci sono documenti ufficiali dell’Onu, dopo ispezioni sul terreno e su conti bancari, ecc. Non si tratta di marachelle secondarie, perché oltre alle migliaia di migranti uccisi e torturati, c’è anche l’omicidio di una giornalista “ficcanaso” – Dafne Caruana Galizia – per cui in tanti si sono stracciati le vesti solo pubblicamente.
Notizie preziose, insomma, per stilare un giudizio anche sulla “nostra classe politica”. Tutta intera e senza alcuna eccezione.
Nello Scavo – L’Avvenire
«Oil for food» la chiamavano in Iraq. Export di petrolio in cambio di cibo. Era l’unica eccezione all’embargo. Le milizie libiche hanno cambiato i fattori: «Oil for migrants».
Dovendo rallentare la frequenza dei barconi, hanno ottenuto cospicui “risarcimenti” mentre imbastivano un colossale contrabbando di petrolio. «Oil for migrants». A tutto il resto pensano i faccendieri maltesi e la mafia siciliana.
Le ultime tracce della “Libia connection” sono del 20 gennaio. In Sicilia, per questioni di oro nero, sono finiti indagati in 23, tutti vicini ai clan di mafia catanesi. Il 5 dicembre 2019 la Procura di Bologna aveva messo i sigilli a 163mila litri di carburante. Solo due giorni prima i magistrati di Roma avevano arrestato 16 persone e bloccato 4 milioni di litri di gasolio. Abbastanza per fare il pieno a 80mila utilitarie.
Secondo la procura di Trento, che aveva chiuso un’analoga inchiesta, nel nostro Paese l’evasione delle imposte negli idrocarburi può arrivare a 10 miliardi di euro. L’equivalente di una legge finanziaria.
Per venirne a capo bisogna ficcare il naso a Malta, che «rappresenta anche uno snodo per svariati traffici illeciti, come quello dei prodotti petroliferi provenienti dai Paesi interessati da una forte instabilità politica», si legge nell’ultima relazione al parlamento della Direzione investigativa antimafia.
L’episodio chiave è del 2017, quando la procura di Catania porta a termine l’operazione “Dirty Oil”, che ha permesso «di scoprire – ricorda sempre la Dia – un traffico di petrolio importato clandestinamente dalla Libia e che, grazie ad una compagnia di trasporto maltese, veniva introdotto sul mercato italiano sfruttando il circuito delle cosiddette pompe bianche».
In mezzo, però, c’è l’omicidio di Daphne Caruana Galizia. La reporter maltese era stata eliminata con una bomba il 16 ottobre 2017, due giorni prima della retata che da Catania a Malta avrebbe confermato tutte le sue rivelazioni sui traffici illeciti tra la Libia e l’Europa via La Valletta. Messo alle strette, il governo dell’isola aveva chiesto sanzioni internazionali contro i boss del contrabbando di petrolio.
Ma è a questo punto che accade un imprevisto. Uno di quegli inciampi che da solo permette di comprendere quale sia la misura e l’estensione della partita. Ad agosto 2019 il Cremlino, a sorpresa, annuncia di voler porre il veto al provvedimento con cui il Consiglio di Sicurezza Onu si apprestava a disporre il blocco, ovunque nel mondo, dei patrimoni della gang di maltesi, libici e siciliani. Un intrigo internazionale in piena regola.
Un anno prima il Dipartimento del Tesoro Usa aveva disposto l’interdizione di tutti gli indagati da ogni attività negli Stati Uniti.
Tra le persone che Malta, dopo l’uccisione di Caruana Galizia, avrebbe voluto vedere con i sigilli ai conti corrente ci sono l’ex calciatore Darren Debono e i suoi associati, tra i quali l’uomo d’affari Gordon Debono e il libico Fahmi Bin Khalifa. Nomi che tornano spesso.
I tre, con il catanese Nicola Orazio Romeo, sono sotto processo perché ritenuti responsabili di un ingente traffico di gasolio sottratto ai giacimenti libici sotto il controllo della milizia Al-Nasr, quella del trafficante-guardacoste Bija e dei fratelli Kachlav. Dallo stabilimento di Zawiyah, il più grande della Libia, praticamente a ridosso del più affollato centro di detenzione ufficiale per migranti affidato dalle autorità ai torturatori che rispondono sempre a Bija, l’oro nero viene sottratto con la complicità della “Petroleum facility guard”, un corpo di polizia privato incaricato dal governo di proteggere il petrolchimico. Ma a capo delle guardie c’è proprio uno dei fratelli Kachlav.
Il porto di Zawiyah è assegnato alla “Guardia costiera” che, neanche a dirlo, è comandata sempre da al Milad, nome de guerre “Bija”, nel 2017 arrivato con discrezione in Italia durante il lungo negoziato per fermare le partenze dei migranti.
A sostenere la connessione tra smercio illegale di idrocarburi, traffico di armi ed esseri umani sono gli esperti delle Nazioni Unite inviati in Libia per investigare. Il gasolio «proviene dalla raffineria di Zawiyah lungo un percorso parallelo alla strada costiera», si legge nell’ultima relazione degli ispettori Onu visionata da Avvenire. Molte foto ritraggono proprio Bija alla guida di gruppi combattenti o impegnato su navi cisterna.
Le conclusioni confermano inoltre che l’area di Zuara, dove spadroneggia il clan Dabbashi – a seconda dei casi alleato o in rotta di collisione con i boss di Zawyah – «è stata la principale piattaforma per le esportazioni illecite via mare di prodotti petroliferi raffinati». Nei dintorni ci sono almeno 40 depositi illegali di petrolio.
Da questi impianti «il carburante – si legge ancora – viene trasferito in autocisterne più piccole fino al porto di Zuara, dove viene caricato in piccole navi cisterna o pescherecci con serbatoi modificati». A disposizione dei contrabbandieri c’è una flotta ragguardevole: «Circa 70 imbarcazioni, piccole petroliere o pescherecci da traino, sono dedicate esclusivamente a questa attività». Dalle stazioni di pompaggio i trafficanti utilizzano condutture che trasportano il carburante alle navi che sostano «tra 1 e 2 miglia nautiche al largo».
I nomi dei vascelli sono noti e riportati in diversi documenti confidenziali. Impossibile che in Libia nessuno veda. In totale «esistono circa 20 reti di contrabbando attive, che danno lavoro a circa 500 persone», spiegano gli esperti Onu. Manodopera da aggiungere alle migliaia di libici arruolati dagli stessi gruppi per controllare il territorio, gestire il traffico di esseri umani, combattere per le varie fazioni.
Le inchieste, però, non fermano il business. Il catanese Romeo, indagato nel 2017 per l’indagine etnea “ Dirty Oil”, in passato era stato ritenuto dagli investigatori in contatto con esponenti della famiglia mafiosa Santapaola–Ercolano. Ipotesi, in attesa di un pronunciamento dei tribunali, sempre respinta dall’interessato.
A confermare l’interesse di Cosa nostra siciliana per le petroliere sono arrivati i 23 arresti di gennaio. Tra gli indagati vi sono ancora una volta esponenti dei clan catanesi, stavolta della famiglia Mazzei, tornata ad allearsi proprio con i Santapaola–Ercolano. «Abbiamo riscontrato alcuni collegamenti con personaggi coinvolti nell’indagine Dirty Oil, dove era emersa proprio l’origine libica del petrolio raffinato», ha commentato dopo gli arresti il procuratore aggiunto di Catania, Francesco Puleio.
Alcuni degli indagati hanno anche «cercato nuovi canali di fornitura e sono entrati in contatto con l’uomo d’affari maltese Gordon Debono, coinvolto nell’indagine Dirty Oil».
Il collegamento tra mafia libica e mafia siciliana per il tramite di mediatori della Valletta è confermato da un’altra rivelazione contenuta nel dossier consegnato al Palazzo di Vetro a fine 2019.
A proposito della nave “Ruta”, con bandiera dell’Ucraina, sorpresa a svolgere attività di contrabbando petrolifero, gli investigatori Onu scrivono: «Secondo le indagini condotte dal Procuratore di Catania», il vascello è stato coinvolto in operazioni illegali, compreso il trasferimento di carburante ad altre navi, «in particolare la Stella Basbosa e il Sea Master X, entrambi collegati alla rete di contrabbando di “Fahmi Slim” e, secondo quanto riferito, ha scaricato combustibile di contrabbando nei porti italiani in 13 occasioni».
Quello di “Fahmi Slim” altro non è che il nome di battaglia di Fahmi Musa Bin Khalifa, il boss del petrolio di Zuara, in affari con Mohammed Kachlav, il capo in persona della milizia al Nasr di Zawyah.
A ostacolare il patto tra mafie dovrebbe essere l’operazione navale europea Irini «che ha già dimostrato l’utilità in termini di informazioni raccolte, e per l’effetto deterrenza anche sul contrabbando di petrolio», ha detto nei giorni scorsi il commissario agli affari Esteri Josep Borrel.
E chissà se l’aumento del 150% delle partenze sui barconi sia solo una coincidenza o non sia uno degli effetti di «Oil for migrants».
Fonte
La quale, naturalmente, mette in primissimo piano – con la fattiva collaborazione dei media mainstream – sono un aspetto del problema: i senzaterra che scendono da quelle barche. Oppure quel lato ancor più secondario rappresentato dalle navi delle Ong umanitaria che, ormai pochissime, fanno qualche salvataggio per essere poi bloccate per settimane o mesi nei porti di attracco.
Questa inchiesta di Nello Scavo, giornalista de L’Avvenire – quotidiano dei vescovi italiani, non certo il tempio dell’antagonismo politico – illumina un altro po’ l’intreccio immondo che lega scafisti-schiavisti libici, contrabbandieri di petrolio, mafie di varia nazionalità e governi europei. In primo luogo quello italiano, visto che il capo riconosciuto degli scafisti e della “marina militare” libica (è la stessa persona, non ve l’avevano detto?) è stato ricevuto – “con discrezione”, ma anche con tanto di foto ufficiali – in sedi controllate dai militari e dal ministero dell’interno, in territorio italiano (il Cara di Mineo, per esempio).
Il che significa una cosa semplice, che Scavo fa intuire senza dirla esplicitamente: tutti i governi italiani degli ultimi anni hanno sottoscritto quel “patto” con gli scafisti di Al Serraj (“il nostro figlio di puttana a Tripoli”, avrebbe detto Franklin Delano Roosevelt). Petrolio contro migranti, ossia occhi chiusi sul contrabbando di petrolio con l’intermediazione di Malta in cambio del “contenimento” dei migranti nei lager di Tripoli.
Diciamo spesso che non c’è differenza tra Lega e Pd. Questa inchiesta dimostra plasticamente l’identità assoluta. Potete mettere Salvini al posto di Minniti, non avrete grandi differenze, se non una diversa sfrontatezza nell’esibirsi sui media. L’identico patto con i trafficanti di esseri umani è stato osservato da entrambi.
Non si tratta di pettegolezzi, perché ci sono documenti ufficiali dell’Onu, dopo ispezioni sul terreno e su conti bancari, ecc. Non si tratta di marachelle secondarie, perché oltre alle migliaia di migranti uccisi e torturati, c’è anche l’omicidio di una giornalista “ficcanaso” – Dafne Caruana Galizia – per cui in tanti si sono stracciati le vesti solo pubblicamente.
Notizie preziose, insomma, per stilare un giudizio anche sulla “nostra classe politica”. Tutta intera e senza alcuna eccezione.
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Petrolio e migranti. I documenti del «patto libico»
Nello Scavo – L’Avvenire
«Oil for food» la chiamavano in Iraq. Export di petrolio in cambio di cibo. Era l’unica eccezione all’embargo. Le milizie libiche hanno cambiato i fattori: «Oil for migrants».
Dovendo rallentare la frequenza dei barconi, hanno ottenuto cospicui “risarcimenti” mentre imbastivano un colossale contrabbando di petrolio. «Oil for migrants». A tutto il resto pensano i faccendieri maltesi e la mafia siciliana.
Le ultime tracce della “Libia connection” sono del 20 gennaio. In Sicilia, per questioni di oro nero, sono finiti indagati in 23, tutti vicini ai clan di mafia catanesi. Il 5 dicembre 2019 la Procura di Bologna aveva messo i sigilli a 163mila litri di carburante. Solo due giorni prima i magistrati di Roma avevano arrestato 16 persone e bloccato 4 milioni di litri di gasolio. Abbastanza per fare il pieno a 80mila utilitarie.
Secondo la procura di Trento, che aveva chiuso un’analoga inchiesta, nel nostro Paese l’evasione delle imposte negli idrocarburi può arrivare a 10 miliardi di euro. L’equivalente di una legge finanziaria.
Per venirne a capo bisogna ficcare il naso a Malta, che «rappresenta anche uno snodo per svariati traffici illeciti, come quello dei prodotti petroliferi provenienti dai Paesi interessati da una forte instabilità politica», si legge nell’ultima relazione al parlamento della Direzione investigativa antimafia.
L’episodio chiave è del 2017, quando la procura di Catania porta a termine l’operazione “Dirty Oil”, che ha permesso «di scoprire – ricorda sempre la Dia – un traffico di petrolio importato clandestinamente dalla Libia e che, grazie ad una compagnia di trasporto maltese, veniva introdotto sul mercato italiano sfruttando il circuito delle cosiddette pompe bianche».
In mezzo, però, c’è l’omicidio di Daphne Caruana Galizia. La reporter maltese era stata eliminata con una bomba il 16 ottobre 2017, due giorni prima della retata che da Catania a Malta avrebbe confermato tutte le sue rivelazioni sui traffici illeciti tra la Libia e l’Europa via La Valletta. Messo alle strette, il governo dell’isola aveva chiesto sanzioni internazionali contro i boss del contrabbando di petrolio.
Ma è a questo punto che accade un imprevisto. Uno di quegli inciampi che da solo permette di comprendere quale sia la misura e l’estensione della partita. Ad agosto 2019 il Cremlino, a sorpresa, annuncia di voler porre il veto al provvedimento con cui il Consiglio di Sicurezza Onu si apprestava a disporre il blocco, ovunque nel mondo, dei patrimoni della gang di maltesi, libici e siciliani. Un intrigo internazionale in piena regola.
Un anno prima il Dipartimento del Tesoro Usa aveva disposto l’interdizione di tutti gli indagati da ogni attività negli Stati Uniti.
Tra le persone che Malta, dopo l’uccisione di Caruana Galizia, avrebbe voluto vedere con i sigilli ai conti corrente ci sono l’ex calciatore Darren Debono e i suoi associati, tra i quali l’uomo d’affari Gordon Debono e il libico Fahmi Bin Khalifa. Nomi che tornano spesso.
I tre, con il catanese Nicola Orazio Romeo, sono sotto processo perché ritenuti responsabili di un ingente traffico di gasolio sottratto ai giacimenti libici sotto il controllo della milizia Al-Nasr, quella del trafficante-guardacoste Bija e dei fratelli Kachlav. Dallo stabilimento di Zawiyah, il più grande della Libia, praticamente a ridosso del più affollato centro di detenzione ufficiale per migranti affidato dalle autorità ai torturatori che rispondono sempre a Bija, l’oro nero viene sottratto con la complicità della “Petroleum facility guard”, un corpo di polizia privato incaricato dal governo di proteggere il petrolchimico. Ma a capo delle guardie c’è proprio uno dei fratelli Kachlav.
Il porto di Zawiyah è assegnato alla “Guardia costiera” che, neanche a dirlo, è comandata sempre da al Milad, nome de guerre “Bija”, nel 2017 arrivato con discrezione in Italia durante il lungo negoziato per fermare le partenze dei migranti.
A sostenere la connessione tra smercio illegale di idrocarburi, traffico di armi ed esseri umani sono gli esperti delle Nazioni Unite inviati in Libia per investigare. Il gasolio «proviene dalla raffineria di Zawiyah lungo un percorso parallelo alla strada costiera», si legge nell’ultima relazione degli ispettori Onu visionata da Avvenire. Molte foto ritraggono proprio Bija alla guida di gruppi combattenti o impegnato su navi cisterna.
Le conclusioni confermano inoltre che l’area di Zuara, dove spadroneggia il clan Dabbashi – a seconda dei casi alleato o in rotta di collisione con i boss di Zawyah – «è stata la principale piattaforma per le esportazioni illecite via mare di prodotti petroliferi raffinati». Nei dintorni ci sono almeno 40 depositi illegali di petrolio.
Da questi impianti «il carburante – si legge ancora – viene trasferito in autocisterne più piccole fino al porto di Zuara, dove viene caricato in piccole navi cisterna o pescherecci con serbatoi modificati». A disposizione dei contrabbandieri c’è una flotta ragguardevole: «Circa 70 imbarcazioni, piccole petroliere o pescherecci da traino, sono dedicate esclusivamente a questa attività». Dalle stazioni di pompaggio i trafficanti utilizzano condutture che trasportano il carburante alle navi che sostano «tra 1 e 2 miglia nautiche al largo».
I nomi dei vascelli sono noti e riportati in diversi documenti confidenziali. Impossibile che in Libia nessuno veda. In totale «esistono circa 20 reti di contrabbando attive, che danno lavoro a circa 500 persone», spiegano gli esperti Onu. Manodopera da aggiungere alle migliaia di libici arruolati dagli stessi gruppi per controllare il territorio, gestire il traffico di esseri umani, combattere per le varie fazioni.
Le inchieste, però, non fermano il business. Il catanese Romeo, indagato nel 2017 per l’indagine etnea “ Dirty Oil”, in passato era stato ritenuto dagli investigatori in contatto con esponenti della famiglia mafiosa Santapaola–Ercolano. Ipotesi, in attesa di un pronunciamento dei tribunali, sempre respinta dall’interessato.
A confermare l’interesse di Cosa nostra siciliana per le petroliere sono arrivati i 23 arresti di gennaio. Tra gli indagati vi sono ancora una volta esponenti dei clan catanesi, stavolta della famiglia Mazzei, tornata ad allearsi proprio con i Santapaola–Ercolano. «Abbiamo riscontrato alcuni collegamenti con personaggi coinvolti nell’indagine Dirty Oil, dove era emersa proprio l’origine libica del petrolio raffinato», ha commentato dopo gli arresti il procuratore aggiunto di Catania, Francesco Puleio.
Alcuni degli indagati hanno anche «cercato nuovi canali di fornitura e sono entrati in contatto con l’uomo d’affari maltese Gordon Debono, coinvolto nell’indagine Dirty Oil».
Il collegamento tra mafia libica e mafia siciliana per il tramite di mediatori della Valletta è confermato da un’altra rivelazione contenuta nel dossier consegnato al Palazzo di Vetro a fine 2019.
A proposito della nave “Ruta”, con bandiera dell’Ucraina, sorpresa a svolgere attività di contrabbando petrolifero, gli investigatori Onu scrivono: «Secondo le indagini condotte dal Procuratore di Catania», il vascello è stato coinvolto in operazioni illegali, compreso il trasferimento di carburante ad altre navi, «in particolare la Stella Basbosa e il Sea Master X, entrambi collegati alla rete di contrabbando di “Fahmi Slim” e, secondo quanto riferito, ha scaricato combustibile di contrabbando nei porti italiani in 13 occasioni».
Quello di “Fahmi Slim” altro non è che il nome di battaglia di Fahmi Musa Bin Khalifa, il boss del petrolio di Zuara, in affari con Mohammed Kachlav, il capo in persona della milizia al Nasr di Zawyah.
A ostacolare il patto tra mafie dovrebbe essere l’operazione navale europea Irini «che ha già dimostrato l’utilità in termini di informazioni raccolte, e per l’effetto deterrenza anche sul contrabbando di petrolio», ha detto nei giorni scorsi il commissario agli affari Esteri Josep Borrel.
E chissà se l’aumento del 150% delle partenze sui barconi sia solo una coincidenza o non sia uno degli effetti di «Oil for migrants».
Fonte
05/12/2017
Omicidio Caruana Galizia: Malta mette in rete piccoli pesci
Quarantadue giorni d’indagini con in testa la polizia maltese, ma anche l’Fbi ed Europol, portano al fermo di dieci sospettati, una banda di malavitosi che avrebbero eseguito l’omicidio della giornalista Caruana Galizia. Il primo ministro Muscat parlando di operazione ancora in corso, può comunque presentare un primo risultato a conferma di quanto aveva dichiarato subito dopo l’omicidio: agli esecutori di questo barbaro gesto non bisogna dar tregua. Alle indagini ha offerto il contributo la tecnologia: la disamina delle celle telefoniche di vecchie conoscenze degli inquirenti che evidenziavano come tre portatili appartenenti a personaggi malavitosi già noti alla polizia locale, fra cui due fratelli, erano attivi nei minuti in cui è avvenuta la deflagrazione dell’auto (presa a nolo) su cui viaggiava la cronista. Due telefoni avrebbero fatto da vedetta durante il transito della vettura, uno è servito per innescare la carica di plastico piazzata sotto la scocca. I soggetti fermati hanno precedenti per traffico di armi e droga, potrebbero essere coinvolti in quello smercio di petrolio libico, operato anche da gruppi jihadisti che coinvolge privati e nazioni committenti. Era uno dei filoni delle indagini giornalistiche compiute dalla vittima.
Uno. Perché ciò che aveva infastidito maggiormente il premier laburista dell’isola, detta del tesoro per i segreti sui conti bancari offshore un tempo gestiti in loco e in seguito sparsi in differenti paradisi fiscali, erano altri affari con base a La Valletta. Taluni riguardavano personalmente lui e alcuni ministri del governo. Dalla società Egrant, intestata alla moglie Michelle, sul cui conto erano transitati i denari versati dal presidente azero Alijev per l’affare del metanodotto che porterà il gas dal Paese caucasico in Europa. Muscat avrebbe avuto il ruolo di facilitatore politico durante il suo periodo di presidenza di turno al Parlamento Europeo. Implicato nella vicenda, presente nel dossier denominato Panama Papers, anche il ministro Mizzi, parimente coinvolto in intrighi finanziari con una società intestata a suo nome e sede in Nuova Zelanda che forniva “servizi” nell’isola. Un altro degli aspetti evidenziato dagli articoli-denuncia di Caruana Galizia era l’inquietante, ma ormai da anni non segreta, attività di contatto fra criminalità locale e altre straniere, comprese cosche siciliane. Ai soliti traffici di armi e stupefacenti, facilitati dal traffico marittimo e dalla posizione dell’isola, s’univano i nuovi affari.
I contrabbandi di idrocarburi e la tratta di uomini, drammatiche piaghe che la destabilizzazione politica mediorientale ha riversato da oltre cinque anni sul Mediterraneo. Simili business, gestiti dalle mafie di varie nazioni che fanno cartello e si compenetrano, s’interfacciano a soggetti che ufficialmente fungono da tramite con aziende private e di Stato. Questo sottobosco trova nella lassità di norme e di controlli “dell’isola del tesoro” un terreno fertilissimo, un sistema reso tale dalle compiacenze della politica locale, di maggioranza e d’opposizione, e dai massimi rappresentanti istituzionali. Tutto ciò denunciava Daphne. E questo ormai infastidiva i vertici nazionali, oltre che la manovalanza maltese del malaffare. Gli inquirenti, se vorranno, potranno indagare se quest’ultima, come il manipolo dei fermati e probabilmente arrestati, ha agito di sua sponte. Scelta sempre rara quando si tratta di semplici banditi che agiscono per conto terzi. Certo, attualmente il primo ministro può vantare rapidità d’inchiesta e cattura di probabili omicidi, mostrandosi come integerrimo cacciatore di criminali e passando da politico sospettato a politico persecutore di giustizia. A meno che qualcuno dei fermati scelga di collaborare e rivelare possibili intrecci segreti. Quelli attorno ai quali la giornalista assassinata indagava. Quelli che i suoi familiari indicano come il vero filo della losca storia. Se la ricerca della verità sarà resa possibile.
Fonte
Uno. Perché ciò che aveva infastidito maggiormente il premier laburista dell’isola, detta del tesoro per i segreti sui conti bancari offshore un tempo gestiti in loco e in seguito sparsi in differenti paradisi fiscali, erano altri affari con base a La Valletta. Taluni riguardavano personalmente lui e alcuni ministri del governo. Dalla società Egrant, intestata alla moglie Michelle, sul cui conto erano transitati i denari versati dal presidente azero Alijev per l’affare del metanodotto che porterà il gas dal Paese caucasico in Europa. Muscat avrebbe avuto il ruolo di facilitatore politico durante il suo periodo di presidenza di turno al Parlamento Europeo. Implicato nella vicenda, presente nel dossier denominato Panama Papers, anche il ministro Mizzi, parimente coinvolto in intrighi finanziari con una società intestata a suo nome e sede in Nuova Zelanda che forniva “servizi” nell’isola. Un altro degli aspetti evidenziato dagli articoli-denuncia di Caruana Galizia era l’inquietante, ma ormai da anni non segreta, attività di contatto fra criminalità locale e altre straniere, comprese cosche siciliane. Ai soliti traffici di armi e stupefacenti, facilitati dal traffico marittimo e dalla posizione dell’isola, s’univano i nuovi affari.
I contrabbandi di idrocarburi e la tratta di uomini, drammatiche piaghe che la destabilizzazione politica mediorientale ha riversato da oltre cinque anni sul Mediterraneo. Simili business, gestiti dalle mafie di varie nazioni che fanno cartello e si compenetrano, s’interfacciano a soggetti che ufficialmente fungono da tramite con aziende private e di Stato. Questo sottobosco trova nella lassità di norme e di controlli “dell’isola del tesoro” un terreno fertilissimo, un sistema reso tale dalle compiacenze della politica locale, di maggioranza e d’opposizione, e dai massimi rappresentanti istituzionali. Tutto ciò denunciava Daphne. E questo ormai infastidiva i vertici nazionali, oltre che la manovalanza maltese del malaffare. Gli inquirenti, se vorranno, potranno indagare se quest’ultima, come il manipolo dei fermati e probabilmente arrestati, ha agito di sua sponte. Scelta sempre rara quando si tratta di semplici banditi che agiscono per conto terzi. Certo, attualmente il primo ministro può vantare rapidità d’inchiesta e cattura di probabili omicidi, mostrandosi come integerrimo cacciatore di criminali e passando da politico sospettato a politico persecutore di giustizia. A meno che qualcuno dei fermati scelga di collaborare e rivelare possibili intrecci segreti. Quelli attorno ai quali la giornalista assassinata indagava. Quelli che i suoi familiari indicano come il vero filo della losca storia. Se la ricerca della verità sarà resa possibile.
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23/10/2017
La Valletta: migliaia in piazza contro la politica dell’omertà
Rispondendo agli allarmati quesiti della stampa internazionale, a ridosso dell’assassinio di Caruana Galizia, il premier maltese Muscat aveva promesso solennemente di far luce sull’efferato delitto. Quindi invitava i familiari ad aver fiducia nella giustizia. Sdegnata e ferma era giunta la risposta dei figli Mattew, Andrew e Paul. In un comunicato diffuso tramite i social media chiedevano le dimissioni del primo ministro e del suo staff, chiosando: “Chi per tanto tempo ha cercato il silenzio di nostra madre non può ora offrire giustizia”. E ancora: “Non siamo interessati a una giustizia senza cambiamenti. Il governo pensa solo a una cosa: la sua reputazione e ha bisogno di nascondere il buco dove son finite le istituzioni. Non è questo il nostro interesse, né era quello di nostra madre. Un governo e una polizia che hanno fallito nella difesa della vita di nostra madre, falliranno anche nell’indagare sulla sua morte”. Ieri una parte della società maltese ha ribadito il concetto manifestando in strada, come avevano già fatto venerdì scorso i colleghi di Daphne. Un corteo composto, ma determinatissimo s’è diretto sotto il quartier generale della polizia a La Valletta. Ha richiesto a gran voce e, poi leggendo un comunicato, le dimissioni dell’attuale capo della polizia, Lawrence Cutajar, e l’elezione di un nuovo rappresentante per dirigere le indagini assieme alla magistratura.
Fra la folla c’era anche la presidente maltese Marie-Louise Coleiro Preca, in carica dal 2014, anche lei, come il premier, aderente al partito laburista. In una dichiarazione aveva bollato l’omicidio della giornalista come un attacco codardo e osceno allo stesso Stato maltese. Ieri ha fatto richiamo a forza, coraggio e solidarietà popolari per rintuzzare un disegno che punta a impaurire le persone e a destabilizzare i rapporti civili. In realtà una parte della società locale è destabilizzata proprio dalla sequela di affari oscuri e criminali su cui Caruana Galizia indagava; su tali questioni le Istituzioni che vogliono difendere la propria credibilità e la solidità della storica nazione devono attuare quel cambiamento di rotta auspicato dai figli della giornalista. Il cui assassinio, come nella peggiore tradizione terroristica e mafiosa, rappresenta la risposta malavitosa a chi richiama legalità e rispetto delle leggi. Considerazioni fatte ieri anche dal segretario generale di Reporter senza frontiere Christophe Deloire che concordava con l’intervento d’un collega di Daphne, James Debono. Quest’ultimo, oltre a piangere la scomparsa d’una cronista d’indagine considerata una grave perdita per il Paese, ne rammentava anche il grande cuore: “Abbiamo bisogno di riflettere. Abbiamo bisogno di risposte politiche perché la questione morale strangola Malta”. Lo dice esplicitamente chi sa che una parte di quella società è avida e pensa solo agli affari.
E’ il risaputo comune: il piccolo Stato è assediato da traffici illeciti, corruzione, lavaggio di denaro sporco di tanta criminalità globale. Tutto è reso possibile dalla compiacenza che scivola nella collusione di alcuni uomini della politica presenti nelle Istituzioni, della polizia e finanche della magistratura. Una vera piovra mafiosa, con legami internazionali più vari. Per ora le piste potrebbero seguire gli affari legati alle tangenti versate dalla famiglia del presidente azero Aliyev sul conto della Pilatus Bank, aperto a nome della moglie del premier maltese, o la questione del contrabbando del petrolio libico che, tramite petroliere russe, giunge proprio in Italia. E ancora la miriade di società (ne sono state calcolate oltre cinquantamila) che per evadere il fisco nel proprio Paese s’iscrivono alla Camera di commercio dell’isola mediterranea, che ha funzione di paradiso fiscale dietro l'angolo, con buona pace del presidente Juncker e di tutta la prosopopea di rigore e regolamenti trasparenti del Parlamento di Bruxelles che ha voluto Malta, e non solo, nella grande famiglia. In un’Unione Europea per ora ben poco attenta alla vicenda, come del resto diverse sue nazioni cardine, a muoversi è proprio il Belpaese che con Rosi Bindi porta oggi la Commissione antimafia a discorrere con rappresentanti e magistrati della nazione assediata da criminali e dai metodi criminali che hanno tacitato la giornalista scomoda. Magari salta fuori anche una pista italiana.
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Fra la folla c’era anche la presidente maltese Marie-Louise Coleiro Preca, in carica dal 2014, anche lei, come il premier, aderente al partito laburista. In una dichiarazione aveva bollato l’omicidio della giornalista come un attacco codardo e osceno allo stesso Stato maltese. Ieri ha fatto richiamo a forza, coraggio e solidarietà popolari per rintuzzare un disegno che punta a impaurire le persone e a destabilizzare i rapporti civili. In realtà una parte della società locale è destabilizzata proprio dalla sequela di affari oscuri e criminali su cui Caruana Galizia indagava; su tali questioni le Istituzioni che vogliono difendere la propria credibilità e la solidità della storica nazione devono attuare quel cambiamento di rotta auspicato dai figli della giornalista. Il cui assassinio, come nella peggiore tradizione terroristica e mafiosa, rappresenta la risposta malavitosa a chi richiama legalità e rispetto delle leggi. Considerazioni fatte ieri anche dal segretario generale di Reporter senza frontiere Christophe Deloire che concordava con l’intervento d’un collega di Daphne, James Debono. Quest’ultimo, oltre a piangere la scomparsa d’una cronista d’indagine considerata una grave perdita per il Paese, ne rammentava anche il grande cuore: “Abbiamo bisogno di riflettere. Abbiamo bisogno di risposte politiche perché la questione morale strangola Malta”. Lo dice esplicitamente chi sa che una parte di quella società è avida e pensa solo agli affari.
E’ il risaputo comune: il piccolo Stato è assediato da traffici illeciti, corruzione, lavaggio di denaro sporco di tanta criminalità globale. Tutto è reso possibile dalla compiacenza che scivola nella collusione di alcuni uomini della politica presenti nelle Istituzioni, della polizia e finanche della magistratura. Una vera piovra mafiosa, con legami internazionali più vari. Per ora le piste potrebbero seguire gli affari legati alle tangenti versate dalla famiglia del presidente azero Aliyev sul conto della Pilatus Bank, aperto a nome della moglie del premier maltese, o la questione del contrabbando del petrolio libico che, tramite petroliere russe, giunge proprio in Italia. E ancora la miriade di società (ne sono state calcolate oltre cinquantamila) che per evadere il fisco nel proprio Paese s’iscrivono alla Camera di commercio dell’isola mediterranea, che ha funzione di paradiso fiscale dietro l'angolo, con buona pace del presidente Juncker e di tutta la prosopopea di rigore e regolamenti trasparenti del Parlamento di Bruxelles che ha voluto Malta, e non solo, nella grande famiglia. In un’Unione Europea per ora ben poco attenta alla vicenda, come del resto diverse sue nazioni cardine, a muoversi è proprio il Belpaese che con Rosi Bindi porta oggi la Commissione antimafia a discorrere con rappresentanti e magistrati della nazione assediata da criminali e dai metodi criminali che hanno tacitato la giornalista scomoda. Magari salta fuori anche una pista italiana.
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19/10/2017
Malta, crocevia dell’illegalità col marchio Ue
Non una, ma due, tre forse più di dieci le piste che il fiuto d’inchiesta e il senso di servizio, motori centrali del lavoro di Daphne Caruana Galizia, possono motivare il disegno assassino di chi l’ha tacitata per sempre. Fra gli inviati delle testate che seguono in loco le indagini di polizia, Intelligence e magistratura circola la pista dei narcos: boss maltesi con tanto di fan sui social network che minacciavano la giornalista. Ma accanto al recente timore con cui la coraggiosa cronista e blogger aveva denunciato la minaccia di morte, c’è quella sua disperata considerazione sul panorama politico, socio-economico e finanziario incancreniti dall’illegalità che aveva occupato il micro Stato col classico apparato criminale delle mafie. Amministratori pubblici, imprenditori privati, faccendieri, prestanome – interni ed esterni – interconnessi col partito di maggioranza e con quello d’opposizione, intenti a realizzare affari generali e personali per ricavarne vantaggi. Non è un caso che La Valletta vanti un Pil superiore al 4% annuo conseguito nell’ultimo decennio grazie al gioco della fiscalità compiacente messo in atto dal bipolarismo consociativo di laburisti e partito nazionalista. Col compiacimento di Bruxelles.
Da qui il tesoretto guadagnato da Joseph Muscat (lui continua a negare, ma storicamente tanti ladri di Stato l’hanno fatto) tramite la compagnìa Egrant intestata alla consorte Michelle, sul cui conto erano transitati i dollari del presidente azero Alijev felice del suo affarone del metanodotto verso l’Europa. Per parte sua era felice anche il ministro dell’energia e del turismo Konrad Mizzi, quarantenne rampante sempre di sponda laburista che porta un cognome storico nell’isola grazie al fondatore del partito nazionalista Fortunato (1844-1905) e del figlio Enrico, premier seppure per un periodo brevissimo nel 1950. Anche Konrad Mizzi, così rivelano le “carte di Panama”, aveva una società intestata, per quanto collocata in Nuova Zelanda, che comunque forniva i servizi finanziari a La Valletta. Nella correlazione degli affari, dove le famiglie che s’alternano al comando condizionano la vita nell’isola, la questione dei Panama Papers rappresenta il meccanismo più losco e più grosso dove Daphne Caruana Galicia aveva ficcato il naso. Non solo perché quei file parlano degli inconfessabili appetiti di Putin e Cameron, Sharif e Poroshenko, passando per gli immarcescibili Mubarak, ma perché nel mappamondo dei paradisi fiscali c’è una buona fetta dell’attuale economia mondiale e di ciò che la geopolitica si trascina con guerre e stragi. Oltre all’oltraggio estremo di chi ne parla.
Trasferimenti di ricchezze
1.Isole Vergini 2. Panama 3. Bahamas 4. Seychelles 5. Samoa-Niue
Intermediari
Europa: 1. Svizzera 2. Isola Jersey 3. Lussemburgo 4. Regno Unito
Medio Oriente: Emirati Arabi Uniti
Asia: 1. Hong Kong 2. Cina
Americhe: Panama
Proprietari ricchezze nascoste
Europa: 1. Russia 2. Svizzera. 3. Regno Unito 4. Principato di Monaco e Italia
Medio Oriente: 1. Emirati Arabi Uniti 2. Israele
Asia: 1. Cina 2. Hong Kong
America: 1.Stati Uniti 2. Brasile e Argentina 3. Perù 4. Uruguay
(fonte: Süddeutsche Zeitung)
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Da qui il tesoretto guadagnato da Joseph Muscat (lui continua a negare, ma storicamente tanti ladri di Stato l’hanno fatto) tramite la compagnìa Egrant intestata alla consorte Michelle, sul cui conto erano transitati i dollari del presidente azero Alijev felice del suo affarone del metanodotto verso l’Europa. Per parte sua era felice anche il ministro dell’energia e del turismo Konrad Mizzi, quarantenne rampante sempre di sponda laburista che porta un cognome storico nell’isola grazie al fondatore del partito nazionalista Fortunato (1844-1905) e del figlio Enrico, premier seppure per un periodo brevissimo nel 1950. Anche Konrad Mizzi, così rivelano le “carte di Panama”, aveva una società intestata, per quanto collocata in Nuova Zelanda, che comunque forniva i servizi finanziari a La Valletta. Nella correlazione degli affari, dove le famiglie che s’alternano al comando condizionano la vita nell’isola, la questione dei Panama Papers rappresenta il meccanismo più losco e più grosso dove Daphne Caruana Galicia aveva ficcato il naso. Non solo perché quei file parlano degli inconfessabili appetiti di Putin e Cameron, Sharif e Poroshenko, passando per gli immarcescibili Mubarak, ma perché nel mappamondo dei paradisi fiscali c’è una buona fetta dell’attuale economia mondiale e di ciò che la geopolitica si trascina con guerre e stragi. Oltre all’oltraggio estremo di chi ne parla.
Trasferimenti di ricchezze
1.Isole Vergini 2. Panama 3. Bahamas 4. Seychelles 5. Samoa-Niue
Intermediari
Europa: 1. Svizzera 2. Isola Jersey 3. Lussemburgo 4. Regno Unito
Medio Oriente: Emirati Arabi Uniti
Asia: 1. Hong Kong 2. Cina
Americhe: Panama
Proprietari ricchezze nascoste
Europa: 1. Russia 2. Svizzera. 3. Regno Unito 4. Principato di Monaco e Italia
Medio Oriente: 1. Emirati Arabi Uniti 2. Israele
Asia: 1. Cina 2. Hong Kong
America: 1.Stati Uniti 2. Brasile e Argentina 3. Perù 4. Uruguay
(fonte: Süddeutsche Zeitung)
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17/10/2017
Malta, l’isola del tesoro uccide la cronista

“Ci sono truffatori ovunque si guarda. La situazione è disperata” scriveva Daphne Caruana Galizia di ciò che vedeva in un’isola piccina ed esotica, seppur per storia e lingua legata al continente. Quell’isola, Malta, nei mesi scorsi era definita da un’inchiesta de L’Espresso, l’isola del tesoro, non per richiami letterari bensì per intrighi politico-finanziari che ne oscurano l’orizzonte. Sugli intrecci fra politica e criminalità, che in troppi casi si legano indissolubilmente, indagava e scriveva Daphne con la caparbietà della cronista, l’intuito dell’investigatrice, il coraggio della commentatrice civile. Era l’immagine della giornalista che interpreta il mestiere come servizio, non come vetrina autoreferenziale. Era. Perché Daphne, cinquantatre anni, è stata fatta saltare in aria sulla sua auto, sicuramente da una delle mani cui intralciava gli intrallazzi. Intrallazzi enormi, se si è scomodato qualcuno capace di far brillare l’auto come si fa in Medioriente o fra le cosche della mafia siciliana. Roba da terrorismo, Servizi e criminalità globale. Di nemici la giornalista maltese ne aveva un’infinità. Lei vedeva, fiutava, ricercava e scriveva. L’aveva fatto per Sunday Times of Malta e per il Malta Indipendent, ora lo faceva su Running Commentary un blog veloce come il titolo, tagliente come il suo argomentare puntuto.
Ora il premier laburista Muscat, uno dei bersagli fissi di Caruana Galizia perché implicato in mille vicende a dir poco ombrose che ne cadenzano il percorso politico, afferma che non avrà pace “finché giustizia non sarà fatta”. Dichiarazione che somiglia a quelle che nel Belpaese si ascoltavano dopo gravissimi fatti di sangue per bocca di uomini di governo. Di motivi per far brillare, com’è accaduto, l’automobile della cronista nella campagna presso Bidnija, ce n’erano diversi. Il più grosso, che ha portato copiosi capitali sui conti panamensi di Michelle Muscat, una sorta di Leila Trabelsi Ben Ali o di Anna Moncini Craxi, proveniva dalla figlia del chiacchieratissimo ed eterno presidente dell’Azerbaijan Aliyev. Pari a un milione di dollari. La divulgazione di notizie e le inchieste giornalistiche che vedevano Daphne in prima fila avevano prodotto qualche fastidio a Muscat, così durante il periodo di conduzione del semestre europeo si dimise o, per opportunità, venne costretto a farlo. I regali, più o meno occulti, provenienti dall’Azerbaijan coinvolgono diversi soggetti attorno all’affare più grosso che il Paese del Caspio s’appresta a fare con l’Unione Europea: la Trans Adriatic Pipeline.
Quel gasdotto, dopo aver attraversato tutta l’Anatolia, porta il gas azero per circa 900 km sul suolo greco, albanese, il Mar Adriatico e, per un tratto di otto chilometri, italiano. Oltre a trovare un sostegno nello Stato turco, che ne trae vantaggi di dazio e rifornimenti di metano a bassissimo costo, Aliyev ha cercato di attirare i partner europei interessati direttamente o indirettamente. Ambasciatore d’affari per conto della British Petroleum che realizzerà le condotte sul territorio greco, albanese e italiano è l’ex premier laburista Tony Blair, di casa a Malta e nella stessa casa del primo ministro maltese. Nelle ricerche giornalistiche di Daphne il cerchio non si chiudeva solo su quest’evidente incrocio d’interessi. C’erano altri canali, alcuni noti e denunciati dalla passione civile della giornalista, altri su cui lavorava con l’ausilio del figlio Matthew, impegnato nell’International consortium of investigative journalism. Alcune tracce pubblicate, altre da sviluppare. Perché nonostante la passionalità e l’irruenza caratteriale Caruana Galizia, oltre ad affermarne con coscienza la deontologia, sapeva benissimo come comportarsi secondo le normative giornalistiche. Muscat gli aveva rifilato una querela, seguendo il costume più utilizzato da chi vuole tagliare le gambe alle inchieste. Quindici giorni fa la cronista rivelava d’aver ricevuto minacce. Ieri è giunta puntuale la morte.
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