La corsa alle energie green prosegue non solo per i Paesi europei, alle prese in modo scomposto per incentivare la produzione di energia rinnovabile, ma anche negli altri Paesi, soprattutto quelli che negli ultimi anni stanno emergendo come fornitori di energia.
Un esempio per tutti è l’Azerbaigian, che ha lanciato un piano di riconversione energetica che dovrebbe portare il Paese a diventare un vero e proprio “hub energetico green”, con enormi potenzialità di crescita in effetti, soprattutto con la Russia fuori gioco a causa delle sanzioni.
Una notizia che l’Italia segue con particolare attenzione visti:
- i rapporti commerciali per l’importazione di idrocarburi (circa il 30% dell’export azero finisce nei nostri confini, e rappresentava per il 2022 il 16% del nostro import);
- il mastodontico progetto in cui l’Italia si è impegnata, per la costruzione del TAP, il Trans Adriatic Pipeline, il metanodotto lungo 3.500 km che collegherà l’Azerbaigian al Salento, per poi risalire l’Italia e finire in Austria.
Baku, la capitale dell’Azerbaigian, ospiterà la prossima conferenza sul clima (COP 29), e buon senso vuole che l’Azerbaigian approfitti di questa opportunità per giocarsi la sua partita nell’ambito della green economy, soprattutto perché pare che fino a pochissimi anni fa, il Paese non avesse mai avuto una vera e propria strategia climatica.
C’è da dire che la maggior parte dei clienti dell’Azerbaigian hanno sottoscritto l’accordo di Parigi, impegnandosi a raggiungere la neutralità emissiva entro il 2050. Questo significa in altre parole ridurre drasticamente il consumo di petrolio e gas, e investire sulle rinnovabili.
Se l’Azerbaigian vuole continuare a crescere sul mercato dell’energia, si capisce bene il perché del tentativo di riciclarsi come “hub energetico green”.
In questo senso si inserisce il memorandum siglato nel 2022 tra UE e Azerbaigian, che getta le basi di un partenariato a lungo termine sull’efficienza energetica e l’energia pulita.
Garabagh, Zangezur orientale e la Repubblica autonoma di Nakhchivan sono state dichiarate in toto “green energy zones”, luoghi dove verranno favorite la protezione dell’ambiente e lo sviluppo ecologico.
Si punta su energia solare e idroelettrico ovviamente ma anche su eolico onshore e offshore. Nella penisola di Absheron e sulla costa del Mar Caspio sono stati avviati progetti per un potenziale tecnico delle rinnovabili pari a di 135 Gw onshore e 157 Gw offshore e l’anno scorso è stato inaugurato il primo mega impianto fotovoltaico da 230 Mv.
Ci sono poi gli accordi commerciali con partner internazionali privati dei Paesi OPEC in cerca di compensazioni green, come la saudita Acwa Power, con la quale si investe per la produzione di 500 Mw nella Repubblica autonoma di Nakhchivan, o come l’emiratina Masdar con la quale l’investimento punta a diversi impianti eolici, fotovoltaici e a idrogeno.
Per l’export di energia invece sono già in atto accordi con Georgia, Romania per la costruzione di un altro cavo sottomarino lungo quasi 1200 chilometri che, passando sotto il Mar Nero, collegherà il Caucaso meridionale all’Europa.
Un opera spacciata come un “Corridoio energetico verde” che assicurerà le forniture ai Paesi dell’Asia centrale e del Vecchio continente, il cui impatto sull’ambiente e soprattutto sui sistemi marini è tutto da verificare.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta TAP. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta TAP. Mostra tutti i post
17/01/2024
09/07/2020
Estrattivismo pandemico
di Alexik
Ci avevamo sperato, dal chiuso delle nostre case, osservando sorpresi l’aria della pianura padana tornare trasparente, la biodiversità riapparire e la fauna selvatica avventurarsi, timida, attraverso il cemento degli spazi urbani.
Toccavamo con mano, durante il lockdown, la dimostrazione di come sarebbe bastato fermare questo sistema di produzione, questo modello di mobilità, questo consumo insensato di roba inutile, perché la natura cominciasse a riprendersi ciò che è suo.
Avevamo sperato che fosse diventata chiara a tutti la possibilità concreta di un cambiamento radicale, ma sapevamo, in cuor nostro, che avevamo vissuto solo una fragile tregua nell’aggressione del capitale agli ecosistemi e ai territori, un rallentamento che precede la rincorsa.
Ed anche che come tregua aveva fin troppe eccezioni.
Segnali provenienti da tutto il mondo ci avvertivano che gran parte delle attività di maggiore impatto sull’ambiente e sulle comunità non solo stavano proseguendo ‘as usual’, ma approfittavano della pandemia per espandersi e riorganizzarsi.
Segnali che andavano tutti nella stessa direzione, delineando una dimensione mondiale del fenomeno, con una serie di caratteristiche ricorrenti, come – per esempio – l’inclusione sistematica nell’elenco dei ‘servizi essenziali’ di attività ad altissimo impatto ambientale e sociale.
Molti settori impattanti non hanno conosciuto fasi di arresto, ed hanno continuato ad operare anche quando si sono trasformati in fulcri di contagio, trasmettendolo alle comunità dei territori dove operavano.
Il lockdown non li ha colpiti, ma piuttosto li ha sottratti al controllo delle popolazioni e dei militanti, costretti in casa e privati della libertà di movimento, e sempre più soggetti ad aggressioni favorite dal coprifuoco: violenze poliziesche, arresti arbitrari e, soprattutto in America Latina, esecuzioni extragiudiziali.
In generale la militarizzazione dei territori, dispiegata in tutto il mondo con il pretesto della pandemia, è stata un poderoso deterrente per le proteste sociali e ambientali, facendo da copertura per la violenza selettiva contro gli attivisti, dispensando cariche e sgomberi su presidi e manifestazioni.
Una violenza che non potrà che intensificarsi, perché ciò che si prepara per il futuro è un ulteriore salto di qualità nello sfruttamento della Natura, che ci verrà venduto come l’unica scelta possibile per ‘riattivare l’economia’ di fronte alla recessione mondiale che viene.
La devastazione ambientale è ... un “servizio essenziale”?
Una molteplicità di governi ha esentato dal blocco della produzione per l’emergenza Covid le imprese estrattive, minerarie e petrolifere, la costruzione di grandi opere e di infrastrutture per il trasporto degli idrocarburi o per la produzione di energia, sebbene non abbiano nulla a che fare con il soddisfacimento dei bisogni immediati delle popolazioni colpite dalla pandemia.
In Italia è stata inserita fra i ‘servizi essenziali’ la costruzione del gasdotto TAP/Snam, grazie alla libera interpretazione del dettato del DPCM del 22 marzo, che dava il via libera al proseguo delle attività di trasporto e distribuzione del gas.
Una misura che, a buon senso, si riferiva alle reti distributive già esistenti e funzionanti, ma che con una evidente forzatura è stata estesa anche ai cantieri in corso d’opera.
Sulla “essenzialità” di un nuovo gasdotto, va detto che nel solo mese di aprile 2020 i consumi di gas in Italia sono calati di oltre il 23%, circa 1,3 miliardi di metri cubi in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, seguendo un forte trend negativo già visibile dal novembre scorso.
Comunque, in piena pandemia, i lavori di avanzamento nelle province di Lecce e di Brindisi sono continuati a pieno ritmo, spiantando altri uliveti, aprendo voragini, attingendo dal sottosuolo enormi quantità di acqua, inquinando le falde, e tuttora continuano in spregio ad ogni normativa visto che il 20 maggio scorso al TAP è scaduta anche l’Autorizzazione Unica.
Il cantiere è andato avanti nonostante fosse stata messa in quarantena una delle navi utilizzate da TAP per l’analisi dei fondali, è proseguito nonostante l’infortunio mortale di un giovane operaio, e nonostante la richiesta di sospensione per motivi di sicurezza da parte di sette sindaci salentini, motivata dall’avvicendarsi nei turni di centinaia di lavoratori, le cui condizioni sono state così descritte da un operaio ai microfoni RAI:
“Quelli della sicurezza hanno le mascherine a norma, noi lavoriamo con la carta igienica e il rischio di contagio è altissimo: in uno spogliatoio siamo 10-15 operai e non abbiamo nemmeno i 20 centimetri di distanza uno con l’altro”.
Dello stesso tenore la denuncia di due deputate del gruppo misto:
“Guanti e mascherine non a norma indossate anche per due tre giorni, operai che arrivano settimanalmente dal Nord, spogliatoi con 20 persone senza protezioni, distanze di sicurezza non rispettate, controlli farsa della Asl, che avvisa preventivamente i dirigenti sul giorno dei controlli, così da renderli perfettamente a norma”.
Uscendo dal Belpaese e attraversando l’oceano, una simile declinazione del concetto di ‘servizio essenziale’ la ritroviamo in Messico, dove il governo progressista presieduto da Andrés Manuel López Obrador ha ritenuto – nel paese latinoamericano con il più alto numero di morti di Covid (più di 25mila) dopo il Brasile – che la priorità nazionale fosse quella di autorizzare a colpi di decreto l’inizio dei lavori per la costruzione del ‘Tren Maya’.
Si tratta di una linea ferroviaria ad alta velocità lunga circa 1.500 chilometri che dovrebbe avere lo scopo di far scorazzare i turisti attraverso cinque Stati messicani, da Palenque a Cancun, con prezzi prevedibilmente al di fuori della portata della maggior parte degli abitanti dello Yucatan.
L’operazione è ad altissimo impatto ambientale e sociale in termini di esproprio di terre, espulsione e delocalizzazione delle comunità (prevalentemente indigene), deforestazione, prosciugamento delle sorgenti, distruzione di habitat ed ecosistemi, interruzione e sbarramento dei percorsi degli animali selvatici e dei collegamenti fra i villaggi.
Il tracciato della linea ferroviaria vorrebbe impattare su 709 siti archeologici, attraversando 15 aree naturali protette, fra cui la Reserva de la Biosfera de Calakmul (Campeche), riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio mondiale dell’umanità, dove vive l’80% delle specie vegetali dello Yucatan. Assieme alla Reserva de Sian Ka´an (Quintana Roo), anch’essa minacciata dal Tren Maya, ospita centinaia di specie animali.1
Tutto questo viene messo a rischio da un’infrastruttura enorme, che sarà finanziata per il 90% da capitali privati (in buona parte internazionali), costruita ad uso e consumo degli interessi degli appaltatori e dei settori immobiliare, turistico (resort, grandi catene alberghiere), agroindustriale ed energetico.
Un’infrastruttura che promette devastazioni maggiori, perché è solo un tassello di un progetto di interconnessione più vasto della stessa penisola, e che comprende aeroporti, autostrade, assieme a nuovi gasdotti, raffinerie ed alla costituzione di Zone economiche speciali, aree deregolamentate e defiscalizzate dove è massimo l’arbitrio contro i lavoratori e la natura.
Sulla popolarità di una simile opera, probabilmente lo stesso López Obrador nutriva qualche dubbio, tanto da volerne affidare la realizzazione di ampi tratti direttamente all’esercito.
Infatti il progetto ha incontrato una fiera opposizione popolare, con in prima fila l’EZLN e i movimenti indigeni, anticapitalisti e antipatriarcali, che per ora hanno segnato un punto a favore: qualche giorno fa un tribunale ha accolto la richiesta del popolo Maya Chol, determinando la sospensione definitiva di «qualunque opera che non sia di puro mantenimento delle vie già esistenti», per l’intero periodo di emergenza sanitaria.
Il Tren Maya è rimasto temporaneamente in sospeso, ma il Messico presenta altri fronti aperti.
Il Governo infatti è tornato alla carica con il Corridoio Transistmico, un mega progetto di trasporto merci intermodale che dovrebbe collegare il Golfo del Messico all’Oceano Pacifico attraverso l’istmo di Tehuantepec.
Si tratta di un sistema interamente finalizzato all’integrazione e allo scambio sul mercato mondiale, che attraverserà gli stati di Oaxaca e Veracruz.
Il corridoio, che prevede una linea ferroviaria AV, strade, porti, la costruzione di un gasdotto, l’ampliamento della raffineria di Minatitlan, lo sviluppo di 10 nuove aree industriali e l’istituzione di una ‘Zona franca’, oggi viene sbandierato dal ministero dello sviluppo economico messicano come la via per uscire dalla crisi causata dal Covid-19.
Ma i militanti delle comunità sanno bene che il corridoio non è la via d’uscita, ma la crisi:
“Le persone vedranno e saranno colpite da tutti i problemi e dai rischi che una strada ad alta velocità genera, con l’interruzione del traffico di persone e animali. Le strade bloccheranno i sentieri naturali.
Tutta l’infrastruttura che deve essere costruita attorno a una ferrovia prenderà il controllo della terra delle persone, rovinerà la loro vita naturale e li impoverirà di più. Approfondirà la disuguaglianza economica nell’area. Pochi, pochissimi, ne trarranno beneficio, e la stragrande maggioranza, ancora una volta, vedrà deprezzare il valore della propria attività e della propria terra, che servirà solo da piattaforma di passaggio”.
Così come le comunità Zapotecos e Ikoots, riunite nella Asamblea de Pueblos de Istmo en Defensa de la Tierra, sanno che il megaprogetto, la cui costruzione verrà presidiata dalla Guardia Nazionale per garantire la serenità degli imprenditori, “porterà una nuova ondata di violenza, repressione, saccheggio, spoliazione, militarizzazione e guerra per i beni naturali”.
E le comunità Ikoots conoscono la violenza: l’hanno appena subita a San Mateo del Mar (Oaxaca), che dista solo 30 km da Salina Cruz, uno dei terminali del corridoio.
Un’epidemia di violenza
Il 21 giugno scorso, militanti dell’Unione delle Agenzie e delle Comunità Indigene Ikoots, mentre si avviavano a una riunione, si sono fermati presso ciò che sembrava un posto di blocco sanitario per il Covid-19, e invece era un’imboscata. Attaccati con armi da fuoco per ore da un gruppo armato legato ad un politico locale, in 15 sono stati assassinati, anche dopo esser stati torturati, lapidati, bruciati vivi. Molti sono rimasti feriti.
La comunità ikoots ha una lunga storia di lotte e di opposizione ai grandi parchi eolici, lotte che hanno intralciato anni fa molti interessi speculativi nella regione.
Ma negli ultimi tempi, le aggressioni contro gli ikoots sono aumentate nel contesto dell’inizio di lavori per il corridoio, in particolare l’ampliamento dei frangiflutti e delle scogliere del porto di Salina Cruz, ai quali si oppone la maggioranza delle comunità poiché questo implicherebbe l’irreversibile alterazione dell’ecosistema lagunare, sul quale basano la loro vita e la loro cultura ancestrale. (Continua)
Note:
1) Ana Esther Cecena, Josué Vega, Avances de Investigacion, Tren Maya, Observatorio Latinoamericano de Geopolitica, dicembre 2019, pp. 52.
Fonte
Ci avevamo sperato, dal chiuso delle nostre case, osservando sorpresi l’aria della pianura padana tornare trasparente, la biodiversità riapparire e la fauna selvatica avventurarsi, timida, attraverso il cemento degli spazi urbani.
Toccavamo con mano, durante il lockdown, la dimostrazione di come sarebbe bastato fermare questo sistema di produzione, questo modello di mobilità, questo consumo insensato di roba inutile, perché la natura cominciasse a riprendersi ciò che è suo.
Avevamo sperato che fosse diventata chiara a tutti la possibilità concreta di un cambiamento radicale, ma sapevamo, in cuor nostro, che avevamo vissuto solo una fragile tregua nell’aggressione del capitale agli ecosistemi e ai territori, un rallentamento che precede la rincorsa.
Ed anche che come tregua aveva fin troppe eccezioni.
Segnali provenienti da tutto il mondo ci avvertivano che gran parte delle attività di maggiore impatto sull’ambiente e sulle comunità non solo stavano proseguendo ‘as usual’, ma approfittavano della pandemia per espandersi e riorganizzarsi.
Segnali che andavano tutti nella stessa direzione, delineando una dimensione mondiale del fenomeno, con una serie di caratteristiche ricorrenti, come – per esempio – l’inclusione sistematica nell’elenco dei ‘servizi essenziali’ di attività ad altissimo impatto ambientale e sociale.
Molti settori impattanti non hanno conosciuto fasi di arresto, ed hanno continuato ad operare anche quando si sono trasformati in fulcri di contagio, trasmettendolo alle comunità dei territori dove operavano.
Il lockdown non li ha colpiti, ma piuttosto li ha sottratti al controllo delle popolazioni e dei militanti, costretti in casa e privati della libertà di movimento, e sempre più soggetti ad aggressioni favorite dal coprifuoco: violenze poliziesche, arresti arbitrari e, soprattutto in America Latina, esecuzioni extragiudiziali.
In generale la militarizzazione dei territori, dispiegata in tutto il mondo con il pretesto della pandemia, è stata un poderoso deterrente per le proteste sociali e ambientali, facendo da copertura per la violenza selettiva contro gli attivisti, dispensando cariche e sgomberi su presidi e manifestazioni.
Una violenza che non potrà che intensificarsi, perché ciò che si prepara per il futuro è un ulteriore salto di qualità nello sfruttamento della Natura, che ci verrà venduto come l’unica scelta possibile per ‘riattivare l’economia’ di fronte alla recessione mondiale che viene.
La devastazione ambientale è ... un “servizio essenziale”?
Una molteplicità di governi ha esentato dal blocco della produzione per l’emergenza Covid le imprese estrattive, minerarie e petrolifere, la costruzione di grandi opere e di infrastrutture per il trasporto degli idrocarburi o per la produzione di energia, sebbene non abbiano nulla a che fare con il soddisfacimento dei bisogni immediati delle popolazioni colpite dalla pandemia.
In Italia è stata inserita fra i ‘servizi essenziali’ la costruzione del gasdotto TAP/Snam, grazie alla libera interpretazione del dettato del DPCM del 22 marzo, che dava il via libera al proseguo delle attività di trasporto e distribuzione del gas.
Una misura che, a buon senso, si riferiva alle reti distributive già esistenti e funzionanti, ma che con una evidente forzatura è stata estesa anche ai cantieri in corso d’opera.
Sulla “essenzialità” di un nuovo gasdotto, va detto che nel solo mese di aprile 2020 i consumi di gas in Italia sono calati di oltre il 23%, circa 1,3 miliardi di metri cubi in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, seguendo un forte trend negativo già visibile dal novembre scorso.
Comunque, in piena pandemia, i lavori di avanzamento nelle province di Lecce e di Brindisi sono continuati a pieno ritmo, spiantando altri uliveti, aprendo voragini, attingendo dal sottosuolo enormi quantità di acqua, inquinando le falde, e tuttora continuano in spregio ad ogni normativa visto che il 20 maggio scorso al TAP è scaduta anche l’Autorizzazione Unica.
Il cantiere è andato avanti nonostante fosse stata messa in quarantena una delle navi utilizzate da TAP per l’analisi dei fondali, è proseguito nonostante l’infortunio mortale di un giovane operaio, e nonostante la richiesta di sospensione per motivi di sicurezza da parte di sette sindaci salentini, motivata dall’avvicendarsi nei turni di centinaia di lavoratori, le cui condizioni sono state così descritte da un operaio ai microfoni RAI:
“Quelli della sicurezza hanno le mascherine a norma, noi lavoriamo con la carta igienica e il rischio di contagio è altissimo: in uno spogliatoio siamo 10-15 operai e non abbiamo nemmeno i 20 centimetri di distanza uno con l’altro”.
Dello stesso tenore la denuncia di due deputate del gruppo misto:
“Guanti e mascherine non a norma indossate anche per due tre giorni, operai che arrivano settimanalmente dal Nord, spogliatoi con 20 persone senza protezioni, distanze di sicurezza non rispettate, controlli farsa della Asl, che avvisa preventivamente i dirigenti sul giorno dei controlli, così da renderli perfettamente a norma”.
Uscendo dal Belpaese e attraversando l’oceano, una simile declinazione del concetto di ‘servizio essenziale’ la ritroviamo in Messico, dove il governo progressista presieduto da Andrés Manuel López Obrador ha ritenuto – nel paese latinoamericano con il più alto numero di morti di Covid (più di 25mila) dopo il Brasile – che la priorità nazionale fosse quella di autorizzare a colpi di decreto l’inizio dei lavori per la costruzione del ‘Tren Maya’.
Si tratta di una linea ferroviaria ad alta velocità lunga circa 1.500 chilometri che dovrebbe avere lo scopo di far scorazzare i turisti attraverso cinque Stati messicani, da Palenque a Cancun, con prezzi prevedibilmente al di fuori della portata della maggior parte degli abitanti dello Yucatan.
L’operazione è ad altissimo impatto ambientale e sociale in termini di esproprio di terre, espulsione e delocalizzazione delle comunità (prevalentemente indigene), deforestazione, prosciugamento delle sorgenti, distruzione di habitat ed ecosistemi, interruzione e sbarramento dei percorsi degli animali selvatici e dei collegamenti fra i villaggi.
Il tracciato della linea ferroviaria vorrebbe impattare su 709 siti archeologici, attraversando 15 aree naturali protette, fra cui la Reserva de la Biosfera de Calakmul (Campeche), riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio mondiale dell’umanità, dove vive l’80% delle specie vegetali dello Yucatan. Assieme alla Reserva de Sian Ka´an (Quintana Roo), anch’essa minacciata dal Tren Maya, ospita centinaia di specie animali.1
Tutto questo viene messo a rischio da un’infrastruttura enorme, che sarà finanziata per il 90% da capitali privati (in buona parte internazionali), costruita ad uso e consumo degli interessi degli appaltatori e dei settori immobiliare, turistico (resort, grandi catene alberghiere), agroindustriale ed energetico.
Un’infrastruttura che promette devastazioni maggiori, perché è solo un tassello di un progetto di interconnessione più vasto della stessa penisola, e che comprende aeroporti, autostrade, assieme a nuovi gasdotti, raffinerie ed alla costituzione di Zone economiche speciali, aree deregolamentate e defiscalizzate dove è massimo l’arbitrio contro i lavoratori e la natura.
Sulla popolarità di una simile opera, probabilmente lo stesso López Obrador nutriva qualche dubbio, tanto da volerne affidare la realizzazione di ampi tratti direttamente all’esercito.
Infatti il progetto ha incontrato una fiera opposizione popolare, con in prima fila l’EZLN e i movimenti indigeni, anticapitalisti e antipatriarcali, che per ora hanno segnato un punto a favore: qualche giorno fa un tribunale ha accolto la richiesta del popolo Maya Chol, determinando la sospensione definitiva di «qualunque opera che non sia di puro mantenimento delle vie già esistenti», per l’intero periodo di emergenza sanitaria.
Il Tren Maya è rimasto temporaneamente in sospeso, ma il Messico presenta altri fronti aperti.
Il Governo infatti è tornato alla carica con il Corridoio Transistmico, un mega progetto di trasporto merci intermodale che dovrebbe collegare il Golfo del Messico all’Oceano Pacifico attraverso l’istmo di Tehuantepec.
Si tratta di un sistema interamente finalizzato all’integrazione e allo scambio sul mercato mondiale, che attraverserà gli stati di Oaxaca e Veracruz.
Il corridoio, che prevede una linea ferroviaria AV, strade, porti, la costruzione di un gasdotto, l’ampliamento della raffineria di Minatitlan, lo sviluppo di 10 nuove aree industriali e l’istituzione di una ‘Zona franca’, oggi viene sbandierato dal ministero dello sviluppo economico messicano come la via per uscire dalla crisi causata dal Covid-19.
Ma i militanti delle comunità sanno bene che il corridoio non è la via d’uscita, ma la crisi:
“Le persone vedranno e saranno colpite da tutti i problemi e dai rischi che una strada ad alta velocità genera, con l’interruzione del traffico di persone e animali. Le strade bloccheranno i sentieri naturali.
Tutta l’infrastruttura che deve essere costruita attorno a una ferrovia prenderà il controllo della terra delle persone, rovinerà la loro vita naturale e li impoverirà di più. Approfondirà la disuguaglianza economica nell’area. Pochi, pochissimi, ne trarranno beneficio, e la stragrande maggioranza, ancora una volta, vedrà deprezzare il valore della propria attività e della propria terra, che servirà solo da piattaforma di passaggio”.
Così come le comunità Zapotecos e Ikoots, riunite nella Asamblea de Pueblos de Istmo en Defensa de la Tierra, sanno che il megaprogetto, la cui costruzione verrà presidiata dalla Guardia Nazionale per garantire la serenità degli imprenditori, “porterà una nuova ondata di violenza, repressione, saccheggio, spoliazione, militarizzazione e guerra per i beni naturali”.
E le comunità Ikoots conoscono la violenza: l’hanno appena subita a San Mateo del Mar (Oaxaca), che dista solo 30 km da Salina Cruz, uno dei terminali del corridoio.
Un’epidemia di violenza
Il 21 giugno scorso, militanti dell’Unione delle Agenzie e delle Comunità Indigene Ikoots, mentre si avviavano a una riunione, si sono fermati presso ciò che sembrava un posto di blocco sanitario per il Covid-19, e invece era un’imboscata. Attaccati con armi da fuoco per ore da un gruppo armato legato ad un politico locale, in 15 sono stati assassinati, anche dopo esser stati torturati, lapidati, bruciati vivi. Molti sono rimasti feriti.
La comunità ikoots ha una lunga storia di lotte e di opposizione ai grandi parchi eolici, lotte che hanno intralciato anni fa molti interessi speculativi nella regione.
Ma negli ultimi tempi, le aggressioni contro gli ikoots sono aumentate nel contesto dell’inizio di lavori per il corridoio, in particolare l’ampliamento dei frangiflutti e delle scogliere del porto di Salina Cruz, ai quali si oppone la maggioranza delle comunità poiché questo implicherebbe l’irreversibile alterazione dell’ecosistema lagunare, sul quale basano la loro vita e la loro cultura ancestrale. (Continua)
Note:
1) Ana Esther Cecena, Josué Vega, Avances de Investigacion, Tren Maya, Observatorio Latinoamericano de Geopolitica, dicembre 2019, pp. 52.
Fonte
10/08/2019
Il suicidio politico del M5S
Tanto tuonò che piovve. Dopo aver logorato da dentro e da fuori il suo governo, Salvini ha rotto gli argini ed è andato alla carica aprendo la crisi.
Che l’obiettivo dichiarato sia quello di mettere a capitale i sondaggi puntando ad un risultato elettorale che gli consegni il paese, non è un mistero per nessuno. Che l’operazione gli riesca non è affatto scontato.
Ma nello scenario di crisi e nuove elezioni che si profila all’orizzonte, due sono le cose che vogliamo sottolineare con forza.
La prima è chiarire sin da subito che non accetteremo il ricatto del voto utile e del meno peggio. Il Pd è da mesi che sta lavorando per sfruttare questo ingannevole contrapposizione con la Lega. Lo ha fatto per anni con il pericolo di Berlusconi ed ha materializzato alternanze peggiori di quelle che invocava a battere. Salvo poi, specialmente sotto la “gestione Renzi”, fare accordi proprio con il Caimano e agire di conserva con la Lega. Non solo. Una onesta disamina delle questioni principali del paese – dal salario minimo alle grandi opere come Tav e Tap, dall’autonomia regionale differenziata alla politica di subalternità a Ue e Nato – vedono una sistematica convergenza tra Lega e Pd. Le uniche (molto parziali) dissonanze sono sulla gestione delle politiche migratorie, ma solo perché al ministero degli Interni ci sta Salvini e non più Minniti (in quel caso non si sentì nessun grido d’orrore per i lager in Libia). E allora dove sarebbe l’alternativa?
La seconda è un redde rationem con il M5S. Raramente abbiamo visto un movimento politico con la maggioranza dei parlamentari riuscire “a portare l’acqua con le orecchie” ad un soggetto politico differente e “vecchio” come la Lega. L’unico paragone possibile è con “antichi” leader di centro-sinistra come Rutelli, D’Alema e Veltroni nei confronti di Berlusconi; giustamente strapazzati proprio per questo dalla satira.
Ora come allora si cercano le responsabilità al di fuori e non dentro il M5S. Si enfatizzano le cose portate a casa con l’azione di governo (poche e molto depotenziate, rispetto alle promesse), mentre si occultano le occasioni perse e i regali fatti al competitore. Una rimozione e un rifiuto di mettere in discussione una strategia, o un modo d’essere.
L’unica parziale attenuante è che il depotenziamento del M5S è stato sin da subito l’obiettivo dichiarato e convergente sia della destra che del Pd, del Quirinale come della Commissione europea. Un accanimento superiore di quello contro la Lega e Salvini che in fondo è uomo subalterno agli interessi del capitale.
L’anomalia prodotta, facendo saltare il bipolarismo maggioritario, non era ulteriormente tollerabile dai poteri forti, tant’è che ZingaRenzi si è affrettato a rispolverare la jattura della “vocazione maggioritaria del Pd”, mentre Salvini evoca “i pieni poteri” e la logica dell’uomo forte al comando. Due scenari parimenti graditi alle classi dominanti, che da tempo hanno dichiarato la fine della democrazia rappresentativa e la primazia della governance autoritaria.
Ma niente e nessuno può assolvere il M5S e la sua leadership dalle proprie responsabilità.
Il successo può dare alla testa, soprattutto se viene ottenuto troppo facilmente. Un gruppo dirigente con ambizioni di governo non può nascere dalla rete e dal dilettantismo politico, non regge al confronto con i fatti né con competitori, magari per niente onesti, ma sicuramente più esperti.
I rospi ingoiati coscientemente dal M5S (con le rare eccezioni di pochi parlamentari che hanno avuto il coraggio di opporsi), ci hanno ricordato molto da vicino quelli ingoiati dagli onorevoli dei partiti di sinistra dentro i vari governi Prodi.
Sono stati tutti rospi velenosi che allora hanno ucciso l’organismo che li aveva ingoiati pur di tenere in piedi un governo e “impedire che tornasse Berlusconi”; fino al ridicolo di lasciare da soli due senatori della sinistra a votare contro le missioni di guerra e vedere il governo comunque cadere poco dopo sui guai giudiziari della consorte di Clemente Mastella.
Il sì alla Tap, il suicidio politico sulla Tav, la mancata revoca delle concessioni private sulle autostrade, l’approvazione di ben due Decreti sicurezza liberticidi, sono rospi velenosi ormai ingoiati e che saranno letali per i Cinque Stelle.
A poco serviranno un reddito di cittadinanza ancora lontano dall’essere una misura sociale strutturale o la stucchevole litania sulla “riduzione dei parlamentari”. Una idiozia vera e propria. Se c’era (e c’è) un problema di costi della politica, sarebbe stato più semplice e rapido ridurre le retribuzioni, non i numeri della rappresentanza democratica nelle istituzioni (ossia con una legge ordinaria, non con una modifica costituzionale che richiede almeno quattro passaggi e infatti non arriverà al traguardo).
Resta dunque aperto e irrisolto il problema di un’alternativa radicale e credibile al “bipolarismo fittizio” che sostanzia la governance neoliberista nell’Occidente capitalistico; e soprattutto in questo paese, dove mai come oggi questo obbiettivo appare lontanissimo.
Una stagione e una cultura politica di una dilettantesca lotta contro la “casta” (sbagliando troppo spesso bersaglio) sono finite, ma i luoghi comuni che ha prodotto, ancora aleggiano nell’aria e continuano a ostacolare la ricerca di soluzioni efficaci. Prima ce ne liberiamo, prima arriveremo a costruire qualcosa che rompa la gabbia e funzioni davvero nella lotta politica.
Per quanto ci riguarda ci stiamo provando, seriamente.
Fonte
Che l’obiettivo dichiarato sia quello di mettere a capitale i sondaggi puntando ad un risultato elettorale che gli consegni il paese, non è un mistero per nessuno. Che l’operazione gli riesca non è affatto scontato.
Ma nello scenario di crisi e nuove elezioni che si profila all’orizzonte, due sono le cose che vogliamo sottolineare con forza.
La prima è chiarire sin da subito che non accetteremo il ricatto del voto utile e del meno peggio. Il Pd è da mesi che sta lavorando per sfruttare questo ingannevole contrapposizione con la Lega. Lo ha fatto per anni con il pericolo di Berlusconi ed ha materializzato alternanze peggiori di quelle che invocava a battere. Salvo poi, specialmente sotto la “gestione Renzi”, fare accordi proprio con il Caimano e agire di conserva con la Lega. Non solo. Una onesta disamina delle questioni principali del paese – dal salario minimo alle grandi opere come Tav e Tap, dall’autonomia regionale differenziata alla politica di subalternità a Ue e Nato – vedono una sistematica convergenza tra Lega e Pd. Le uniche (molto parziali) dissonanze sono sulla gestione delle politiche migratorie, ma solo perché al ministero degli Interni ci sta Salvini e non più Minniti (in quel caso non si sentì nessun grido d’orrore per i lager in Libia). E allora dove sarebbe l’alternativa?
La seconda è un redde rationem con il M5S. Raramente abbiamo visto un movimento politico con la maggioranza dei parlamentari riuscire “a portare l’acqua con le orecchie” ad un soggetto politico differente e “vecchio” come la Lega. L’unico paragone possibile è con “antichi” leader di centro-sinistra come Rutelli, D’Alema e Veltroni nei confronti di Berlusconi; giustamente strapazzati proprio per questo dalla satira.
Ora come allora si cercano le responsabilità al di fuori e non dentro il M5S. Si enfatizzano le cose portate a casa con l’azione di governo (poche e molto depotenziate, rispetto alle promesse), mentre si occultano le occasioni perse e i regali fatti al competitore. Una rimozione e un rifiuto di mettere in discussione una strategia, o un modo d’essere.
L’unica parziale attenuante è che il depotenziamento del M5S è stato sin da subito l’obiettivo dichiarato e convergente sia della destra che del Pd, del Quirinale come della Commissione europea. Un accanimento superiore di quello contro la Lega e Salvini che in fondo è uomo subalterno agli interessi del capitale.
L’anomalia prodotta, facendo saltare il bipolarismo maggioritario, non era ulteriormente tollerabile dai poteri forti, tant’è che ZingaRenzi si è affrettato a rispolverare la jattura della “vocazione maggioritaria del Pd”, mentre Salvini evoca “i pieni poteri” e la logica dell’uomo forte al comando. Due scenari parimenti graditi alle classi dominanti, che da tempo hanno dichiarato la fine della democrazia rappresentativa e la primazia della governance autoritaria.
Ma niente e nessuno può assolvere il M5S e la sua leadership dalle proprie responsabilità.
Il successo può dare alla testa, soprattutto se viene ottenuto troppo facilmente. Un gruppo dirigente con ambizioni di governo non può nascere dalla rete e dal dilettantismo politico, non regge al confronto con i fatti né con competitori, magari per niente onesti, ma sicuramente più esperti.
I rospi ingoiati coscientemente dal M5S (con le rare eccezioni di pochi parlamentari che hanno avuto il coraggio di opporsi), ci hanno ricordato molto da vicino quelli ingoiati dagli onorevoli dei partiti di sinistra dentro i vari governi Prodi.
Sono stati tutti rospi velenosi che allora hanno ucciso l’organismo che li aveva ingoiati pur di tenere in piedi un governo e “impedire che tornasse Berlusconi”; fino al ridicolo di lasciare da soli due senatori della sinistra a votare contro le missioni di guerra e vedere il governo comunque cadere poco dopo sui guai giudiziari della consorte di Clemente Mastella.
Il sì alla Tap, il suicidio politico sulla Tav, la mancata revoca delle concessioni private sulle autostrade, l’approvazione di ben due Decreti sicurezza liberticidi, sono rospi velenosi ormai ingoiati e che saranno letali per i Cinque Stelle.
A poco serviranno un reddito di cittadinanza ancora lontano dall’essere una misura sociale strutturale o la stucchevole litania sulla “riduzione dei parlamentari”. Una idiozia vera e propria. Se c’era (e c’è) un problema di costi della politica, sarebbe stato più semplice e rapido ridurre le retribuzioni, non i numeri della rappresentanza democratica nelle istituzioni (ossia con una legge ordinaria, non con una modifica costituzionale che richiede almeno quattro passaggi e infatti non arriverà al traguardo).
Resta dunque aperto e irrisolto il problema di un’alternativa radicale e credibile al “bipolarismo fittizio” che sostanzia la governance neoliberista nell’Occidente capitalistico; e soprattutto in questo paese, dove mai come oggi questo obbiettivo appare lontanissimo.
Una stagione e una cultura politica di una dilettantesca lotta contro la “casta” (sbagliando troppo spesso bersaglio) sono finite, ma i luoghi comuni che ha prodotto, ancora aleggiano nell’aria e continuano a ostacolare la ricerca di soluzioni efficaci. Prima ce ne liberiamo, prima arriveremo a costruire qualcosa che rompa la gabbia e funzioni davvero nella lotta politica.
Per quanto ci riguarda ci stiamo provando, seriamente.
Fonte
11/01/2019
A Melendugno la “talpa” per il Tap. In clandestinità...
Tutto ciò è successo ieri.
“Un dispiegamento straordinario di forze di polizia ha scortato l’arrivo a Melendugno della talpa meccanica che sarà utilizzata per scavare il tunnel del gasdotto Tap che sfocerà a circa 900 metri dalla linea di battigia nelle acque di San Foca, in località San Basilio.
Oggi i media non parleranno di quello che è successo questa notte tra Lecce, Melendugno, Vernole e Calimera. Quello che è successo stanotte ha dell’inverosimile: sembravano prove di regime, pur di difendere la distruzione. Poche persone, circa 40, erano lì, ad assistere inermi all’arrivo della talpa che distruggerà irreversibilmente questo territorio. Mentre il paese dormiva, inconsapevole del buio che ci attende.
Le televisioni non diranno nulla dei 200 poliziotti in assetto antisommossa che hanno sequestrato tre paesi del Salento e istituito uno stato d’assedio autorizzato da un’ordinanza prefettizia giunta all’ultimo minuto.
I tg non parleranno di uno Stato servile, in totale balia del volere di una multinazionale, piegato alle logiche di un profitto che non guarda in faccia alle popolazioni.
I giornali non racconteranno che la giustizia è stata messa da parte e stracciata nel momento in cui lo Stato si schiera dalla parte di chi è pluri-indagato, consentendogli arbitrariamente di distruggere un territorio ancor prima che si abbia una sentenza.
Oggi nessun media ne parlerà, e passerà tutto nel silenzio. Intanto, è stata decretata la morte di questa terra, e questa volta gli assassini si conoscono.”
Fonte
“Un dispiegamento straordinario di forze di polizia ha scortato l’arrivo a Melendugno della talpa meccanica che sarà utilizzata per scavare il tunnel del gasdotto Tap che sfocerà a circa 900 metri dalla linea di battigia nelle acque di San Foca, in località San Basilio.
Oggi i media non parleranno di quello che è successo questa notte tra Lecce, Melendugno, Vernole e Calimera. Quello che è successo stanotte ha dell’inverosimile: sembravano prove di regime, pur di difendere la distruzione. Poche persone, circa 40, erano lì, ad assistere inermi all’arrivo della talpa che distruggerà irreversibilmente questo territorio. Mentre il paese dormiva, inconsapevole del buio che ci attende.
Le televisioni non diranno nulla dei 200 poliziotti in assetto antisommossa che hanno sequestrato tre paesi del Salento e istituito uno stato d’assedio autorizzato da un’ordinanza prefettizia giunta all’ultimo minuto.
I tg non parleranno di uno Stato servile, in totale balia del volere di una multinazionale, piegato alle logiche di un profitto che non guarda in faccia alle popolazioni.
I giornali non racconteranno che la giustizia è stata messa da parte e stracciata nel momento in cui lo Stato si schiera dalla parte di chi è pluri-indagato, consentendogli arbitrariamente di distruggere un territorio ancor prima che si abbia una sentenza.
Oggi nessun media ne parlerà, e passerà tutto nel silenzio. Intanto, è stata decretata la morte di questa terra, e questa volta gli assassini si conoscono.”
Fonte
30/10/2018
Questioni in merito ai “costi” (o “penali”) connessi all’opera Tap
L’altra mattina a San Foca, la frazione di Melendugno (LE) dove si prevede l’approdo del Trans Adriatic Pipeline, centinaia di persone hanno dimostrato la loro indignazione nei confronti del voltafaccia dei 5 stelle (per i dettagli: Tap, da “lo blocchiamo in 15 giorni” a “fermarlo costerebbe troppo”: la giravolta del M5s sul gasdotto in Salento).
Il governo “del cambiamento” ha infatti cambiato posizione di 180° sul gasdotto TAP, accampando l’esistenza di penali smentite non solo da Calenda (!!!), ma dallo stesso MISE presieduto da Di Maio (!!!) come dimostra la risposta alla FOIA di circa un mese fa (vedi qui e qui).
Per orientarsi in mezzo al mare di balle sparate a più voci da parte governativa, consiglio la lettura di questo quadro riassuntivo, ad opera di Michele Carducci, Raffaele Cesari ed Elena Papadia.
Buona lettura da Alexik.
OGGETTO:
QUESTIONI IN MERITO AI “COSTI” (O “PENALI”) CONNESSI ALL’OPERA TAP
Le domande da porsi per rispondere correttamente agli interrogativi sui “costi” di abbandono di TAP, sono sostanzialmente 5.
1. se esistano contratti fra lo Stato italiano e TAP, che contemplano clausole penali o se questi contratti possano essere tenuti “segreti”;
2. quali altre fonti possano contemplare tali “penali” a favore di TAP;
3. a che titolo TAP può rivendicare “penali” o altre forme di “risarcimento” verso lo Stato;
4. quale funzione svolge, in tema di c.d. “penali”, l’Accordo intergovernativo trilaterale fra Italia, Albania e Grecia, ratificato dal Parlamento italiano nel 2013 e riferito all’opera TAP;
5. quali costi e quali benefici sono da ricomprendere nella valutazione dell’opera TAP.
In merito alle domande del gruppo 1, si osserva quanto segue.
A) Non esistono contratti fra TAP e Stato italiano, che direttamente fondino o legittimino c.d. “penali” (le quali ovviamente non possono essere meramente presupposte o sottratte all’onere della forma scritta). Di conseguenza, continuare a parlare di “penali” nei rapporti tra Italia e TAP è fuorviante e impreciso.
B) Non è possibile che esistano contratti “segreti”, stipulati dallo Stato italiano con TAP, non accessibili ai parlamentari o al pubblico, né è possibile che i Ministeri, interpellati dai Cittadini, si rifiutino di produrre documenti e ne limitino l’accesso. Si è più che certi di questo, in ragione delle disposizioni legislative sulla c.d. “trasparenza”, che presidiano l’azione amministrativa pubblica e la disciplina del c.d. “accesso civico” e di quello “generalizzato” (c.d. “FOIA”), al quale, tra l’altro, i sottoscritti hanno fatto ricorso proprio per avere riscontro sulle dichiarazioni dei Ministri in tema di “penali” e “risparmi di bolletta” connessi all’opera TAP.
In merito alle domande del gruppo 2, si osserva quanto segue.
A) TAP non è un’opera pubblica, ma un’opera privata che accede a finanziamenti non solo privati ma anche di provenienza pubblica (come quelli della BEI) e che gestisce interessi pubblici primari (il gas come energia per il fabbisogno pubblico e privato e per la transizione energetica nell’era dei cambiamenti climatici).
B) TAP autonomamente firma (o ha firmato) contratti con terzi di due tipi: il primo è con aziende fornitrici che portano avanti la costruzione del gasdotto; il secondo è con i c.d. «shipper» che vogliono acquistare il gas che arriverà dall’Azerbaijan.
C) Questi sono contratti privati fra TAP e terzi, non fra TAP e lo Stato italiano.
Non conosciamo direttamente il contenuto e il tenore di tutti questi contratti né quali clausole o condizioni che contengano, proprio perché non sono con lo Stato. In ogni caso, essi non riguardano direttamente lo Stato, il che significa che TAP non può far valere tali impegni contrattuali al di sopra o in sostituzione di obblighi di legge, costituzionali e internazionali ai quali, come qualsiasi soggetto operante in Italia, è vincolata.
D) Questo dato è importante, perché significa che non si può parlare di “penali” in capo allo Stato italiano, come conseguenza di questi contratti privati fra TAP e terzi.
In merito alle domande del gruppo 3, si osserva quanto segue.
In caso di abbandono dell’opera, TAP ha solo titolo a chiedere un risarcimento del danno emergente e del lucro cessante, connesso all’affidamento maturato con l’autorizzazione ricevuta dal MISE, ma da computare e provare sulla base di una serie di diversi elementi probatori, fattuali, normativi nazionali e internazionali.
Questo significa che il danno deve essere quantificato attraverso l’onere della prova (per es. alla luce delle clausole contrattuali sottoscritte da TAP con i terzi), la considerazione globale degli adempimenti delle parti e dei tempi (TAP e Stato), gli interessi pubblici prioritari da tutelare con l’abbandono dell’opera (per esempio, gli interessi prioritari climatici rispetto al calo dei consumi energetici e rispetto alla sostenibilità della domanda di energia fossile nel medio e lungo periodo, i contenziosi pendenti, le indagini penali in corso ecc...).
Di conseguenza, sia i conteggi formulati dalla stampa, circolanti da mesi, sia le dichiarazioni pubbliche di queste ultime settimane sulla quantificazione dell’ammontare delle c.d. “penali”, appaiono poco plausibili e metodologicamente non corretti, proprio perché prescindono da questa complessità di analisi.
In particolare, il calcolo dei 20 mld. di Euro, comunicato solo verbalmente dal Sottosegretario al MISE, Sen. Andrea Cioffi, al Sindaco di Melendugno (dato che il Sottosegretario si è rifiutato di esporre o consegnare documenti di riscontro), è molto discutibile sul piano metodologico: esso parte dalla considerazione che l’opera costa 4,5 miliardi, ma non specifica i costi direttamente riferiti al territorio italiano né considera quanto effettivamente è stato realizzato in base a report ufficiali. Presume invece che occorrerebbe risarcire circa 3,5 miliardi dell’intero gasdotto. Dopo di che, stima in 11 miliardi di Euro i danni derivanti dalle mancate consegne di gas da parte di Tap agli acquirenti, a cui si aggiungerebbero l’utile a cui Tap dovrebbe rinunciare e i costi che ricadrebbero sui produttori azeri relativi al gas estratto e non venduto. Con ulteriori 7 miliardi complessivi stimati, si arriverebbe così a circa 20 miliardi, sempre in una prospettiva di mancato utilizzo del gasdotto nei prossimi 25 anni. Nulla fornisce sui titoli giuridici a fondamento delle pretese azere (che non risultano da nessuna parte nei confronti dello Stato italiano) né contestualizza i presunti mancati guadagni al costante calo dei consumi di gas, certificato dallo stesso MISE, in Italia, e a quello altrettanto calante in Europa.
In una parola, quello del Sen. Cioffi è un calcolo presuntivo pro TAP, non un calcolo probatorio pro contesto italiano.
Sostenere poi – come si legge sul sito “scenari economici.it” – che la fonte di tali conteggi risiederebbe addirittura nell’Accordo intergovernativo trilaterale fra Albania, Grecia e Italia è del tutto erroneo, in quanto tale Accordo non è un contratto fra Stato italiano e TAP, bensì un patto fra Stati, che si impegnano a cooperare per permettere la realizzazione dell’opera TAP.
In merito alle domande del gruppo 4, si osserva quanto segue.
Va subito precisato che l’Accordo intergovernativo fra Albania, Grecia e Italia (ratificato in Italia con la legge n. 153/2013) non è un contratto fra gli Stati e TAP, ma è un patto fra Stati finalizzato alle attività transfrontaliere di realizzazione dell’opera.
In quanto mero Accordo di realizzazione dell’opera, esso deve essere conforme alla Costituzione, alle leggi dello Stato italiano e ai Trattati stipulati dallo Stato italiano nonché ai Trattati e alle fonti del diritto europeo.
Tale Accordo non contempla i c.d. “HGA” (Host Government Agreement) fra Stato italiano e TAP, il che significa che non è corredato da specifici ulteriori impegni negoziali diretti fra Italia e TAP.
Infine, tale Accordo richiama, nel Preambolo, la c.d. “Carta dell’energia” (un trattato in tema di imprese e forniture di energia) che stabilisce alcune condizioni di correttezza nei rapporti tra Stato e imprese private multinazionali.
Almeno quattro di cinque condizioni vanno ricordate:
a) il rapporto tra questa “Carta” e altri Trattati, che devono prevalere su di essa (per esempio quelli europei e le loro fonti) (è l’art. 16 della “Carta”);
b) l’impresa multinazionale deve garantire che la sua azione sia finalizzata allo “sviluppo sostenibile dei Paesi” in cui opera e deve rispettare gli Accordi internazionali in materia ambientale, ai quali lo Stato aderisce (per es. l’Accordo di Parigi sul clima, del 2015 e le norme conseguenti in Italia ed Europa) (è l’art. 19 della “Carta”);
c) la soluzione delle controversie non deve essere necessariamente contenziosa, ma anche diplomatica e solo residualmente contenziosa attraverso un tribunale arbitrale (è l’art. 26 della “Carta”);
d) in caso di recesso di uno Stato dalla “Carta”, le disposizioni della “Carta” (tutte, non solo alcune) continuano ad essere applicate per gli investimenti in corso, per un periodo di venti anni (è l’art. 47 della “Carta”, noto anche come “Zombie Clause”);
e) quindi, continua ad essere applicato all’impresa anche la clausola dell’art. 19 sulla valutazione del suo operato per lo “sviluppo sostenibile” del Paese ospitante.
Tutto questo è molto importante, perché l’Italia ha formalizzato il recesso dalla “Carta” dal 2016, ma l’Accordo intergovernativo trilaterale, che riguarda TAP, è del 2013.
Che cosa significa tutto questo? La risposta è molto semplice. In caso di abbandono dell’opera, TAP può invocare azioni di risarcimento verso lo Stato italiano, attraverso forme contenziose, arbitrali o di transazione, ma resta comunque vincolata alle condizioni della “Carta dell’energia” e soprattutto al rispetto degli altri Trattati dello Stato italiano (come quello di Parigi sul clima), della Costituzione italiana e del Diritto europeo.
Il che significa che TAP, per vedersi dar ragione delle proprie pretese risarcitorie, deve dimostrare di aver rispettato tutte le norme italiane ed europee: tutte, non solo alcune, compresi i Trattati internazionali in materia ambientale.
In merito alle domande del gruppo 5, si osserva quanto segue.
Ecco il punto nevralgico della questione.
Il Governo italiano, per decidere se portare avanti o meno l’opera TAP, si è limitato a una verifica della sola regolarità procedurale della Valutazione di Impatto Ambientale, dimenticando di considerare gli ulteriori vincoli imposti dall’ordinamento europeo: in particolare, si è dimenticato del Regolamento UE n. 347/2013 sui c.d. PIC (Progetti di interesse comune), che si applica anche a TAP.
Questo Regolamento impone il rispetto di diritti procedurali e sostanziali dei cittadini dei Paesi che promuovono l’opera:
– diritti procedurali di c.d. “democrazia ambientale”, attraverso la implementazione specifica della Convenzione di Aarhus su accesso alle informazioni, alla giustizia e partecipazione dei cittadini affinché, si legge testualmente, le «preoccupazioni del pubblico» siano « prese in considerazione, in maniera aperta e trasparente» (ed è stata proprio il Ministro Barbara Lezzi, in sede di sottoscrizione dell’ “Impegno per la promozione della democrazia ambientale nel Salento e in Italia, in merito al gasdotto TAP” come candidata del collegio salentino al Senato, ad aver denunciato, nel marzo 2018, la «negligenza dello Stato nell’implementare la democrazia ambientale» su TAP (pag. 1 del documento sottoscritto);
– diritti sostanziali di analisi costi-benefici dell’opera, nella considerazione «degli obiettivi energetici e climatici entro il 2020, nonché, più a lungo termine,
all’avanzamento verso un’economia a basse emissioni di carbonio entro il 2050», nella valutazione completa della «resilienza a breve e a lungo termine del sistema del gas» e degli «impatti economici, sociali e ambientali, ivi compresi in particolare i costi esterni come quelli correlati alle emissioni di gas a effetto serra».
Questa analisi costi-benefici non è mai stata fatta né dai Governi della precedente Legislatura né da quello attuale (come dimostrano le risposte negative di tutti i Ministeri interpellati con i c.d. “FOIA” dei Cittadini salentini, tra agosto e settembre di quest’anno), con la conseguenza di aver di fatto disapplicato il Reg. UE n. 347/2013, riferito a TAP come opera di emissione di gas climalterante, e di aver così eluso anche la “Carta dell’Energia”, in cui le pretese creditizie dell’investitore privato devono essere valutate alla luce del rispetto dei Trattati internazionali in materia ambientale.
Giova però ricordare che il Reg. UE n. 347/2013, in quanto fonte euro-unitaria
immediatamente applicabile in Italia e prevalente su altre fonti statali non conformi, vincola direttamente pure TAP e le sue aspettative e pretese giuridiche.
Di conseguenza, e conclusivamente, TAP ha titolo giuridico a richiedere “risarcimenti”, non solo provando il danno emergente e il lucro cessante nella contestualizzazione di tempi e modi di realizzazione della sua opera (comprendendo quindi le diverse variabili richiamate: dai tempi di
esecuzione ai contenziosi pendenti ecc...), ma anche dimostrando di rispettare tutte le previsioni ambientali europee e internazionali, non solo quindi la Valutazione di impatto ambientale interna, alle quali fanno rinvio tanto l’Accordo intergovernativo trilaterale del 2013, quanto la “Carta dell’Energia”, quanto la Costituzione e il Diritto europeo.
Se tutti questi oneri probatori non sono adempiuti, le pretese risarcitorie di TAP diventano fortemente ridimensionate e non sono certo computabili nella discutibile formula proposta, ma non documentata, dal Sen. Andrea Cioffi (i mancati profitti privati).
Sembra utile ricordare che, dopo l’Accordo di Parigi sul clima (sovraordinato rispetto all’Accordo intergovernativo del 2013 su TAP e alle aspettative di investimento di TAP, come dichiara appunto l’art. 19 della “Carta dell’energia”), l’interesse pubblico alla tutela climatica è ormai indiscutibilmente prioritario e preminente, sia a livello nazionale che europeo, rispetto a qualsiasi
aspettativa di profitto privata, sicché qualsiasi analisi di eventuali pretese risarcitorie private non può essere effettuata prescindendone.
L’opera TAP non garantisce lo “sviluppo sostenibile” dell’Italia (condizione di legittimazione dell’opera n base sia alla citata “Carta dell’energia” sia al Reg. UE n. 347/2013 e ss.mm).
Da qui, si sarebbe dovuti partire per una seria, completa e realistica analisi costi-benefici nella prosecuzione dell’opera; non dai conteggi non documentati del Sottosegretario Cioffi.
Anche per tali ragioni, i Cittadini salentini hanno promosso una apposita diffida climatica sia nei confronti del Governo che nei confronti di TAP, affinché si dimostri che l’opera del gasdotto e il nuovo gas garantiscano realmente il conseguimento degli obiettivi dell’Accordo di Parigi sul clima, soprattutto dopo l’allarmante Report di questo mese, reso dall’IPCC dell’ONU (“Global Warming of 1.5° C”: http://www.ipcc.ch/report/sr15/).
Tale rivendicazione si fonda su diverse fonti, che anche TAP deve rispettare; se ne citano alcune:
– la “Dichiarazione sul diritto e la responsabilità degli individui, dei gruppi e degli organi della società di promuovere e proteggere le libertà fondamentali e i diritti umani universalmente riconosciuti”, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con Risoluzione 53/144, 8 marzo 1999,
– le “Linee guida sulla Protezione dei Difensori dei Diritti Umani dell’OSCE”,
– la giurisprudenza della Corte EDU (dal caso “Taşkın e altri c. Turchia” in poi),
– la decisione della Corte di Giustizia UE 26 luglio 2017-Cause riunite C-196/16 e C- 197/16,
– i Regolamenti UE n. 1367/2006 (diritto all’informazione sulle emissioni climalteranti) e n. 347/2013 (già cit. sui PIC),
– Accordi di Parigi sul clima, del 2015.
Poiché lo Stato italiano è purtroppo ancora privo:
– della necessaria revisione della Strategia Energetica Nazionale (SEN), approvata dal precedente Governo e fondata sull’equivoco di tradurre l’inglese “decarbonization” in “decarbonizzazione” (in modo da non includere il metano come fonte da dismettere) invece che “de-fossilizzazione” (da carbonio, con evidente inclusione anche del metano),
– dell’adozione del “Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici”,
– della istituzione della “Commissione nazionale per lo sviluppo sostenibile”,
– dell’adeguamento al “Goal 7” degli obiettivi ONU dello sviluppo sostenibile 2030, come certificato dal Rapporto ASVIS 2018,
– della effettiva messa in atto del “Piano nazionale sulla biodiversità”,
il suo dovere non può non risiedere nel valutare i “costi” di TAP anche sul fronte climatico, quindi non tanto a favore di TAP, come compiuto dal Sottosegretario Sen. Cioffi, ma soprattutto a tutela dei diritti delle presenti e future generazioni di fronte al dramma dei cambiamenti climatici e della ormai certa inutilità del gas come “energia ponte” per il controllo del riscaldamento climatico (come si desume dal citato Report IPCC).
In questi termini, è riassumibile la posizione metodologicamente corretta in tema di “costi”/”penali”/”benefici” dell’opera TAP.
Fonte
Il governo “del cambiamento” ha infatti cambiato posizione di 180° sul gasdotto TAP, accampando l’esistenza di penali smentite non solo da Calenda (!!!), ma dallo stesso MISE presieduto da Di Maio (!!!) come dimostra la risposta alla FOIA di circa un mese fa (vedi qui e qui).
Per orientarsi in mezzo al mare di balle sparate a più voci da parte governativa, consiglio la lettura di questo quadro riassuntivo, ad opera di Michele Carducci, Raffaele Cesari ed Elena Papadia.
Buona lettura da Alexik.
*****
OGGETTO:
QUESTIONI IN MERITO AI “COSTI” (O “PENALI”) CONNESSI ALL’OPERA TAP
Le domande da porsi per rispondere correttamente agli interrogativi sui “costi” di abbandono di TAP, sono sostanzialmente 5.
1. se esistano contratti fra lo Stato italiano e TAP, che contemplano clausole penali o se questi contratti possano essere tenuti “segreti”;
2. quali altre fonti possano contemplare tali “penali” a favore di TAP;
3. a che titolo TAP può rivendicare “penali” o altre forme di “risarcimento” verso lo Stato;
4. quale funzione svolge, in tema di c.d. “penali”, l’Accordo intergovernativo trilaterale fra Italia, Albania e Grecia, ratificato dal Parlamento italiano nel 2013 e riferito all’opera TAP;
5. quali costi e quali benefici sono da ricomprendere nella valutazione dell’opera TAP.
In merito alle domande del gruppo 1, si osserva quanto segue.
A) Non esistono contratti fra TAP e Stato italiano, che direttamente fondino o legittimino c.d. “penali” (le quali ovviamente non possono essere meramente presupposte o sottratte all’onere della forma scritta). Di conseguenza, continuare a parlare di “penali” nei rapporti tra Italia e TAP è fuorviante e impreciso.
B) Non è possibile che esistano contratti “segreti”, stipulati dallo Stato italiano con TAP, non accessibili ai parlamentari o al pubblico, né è possibile che i Ministeri, interpellati dai Cittadini, si rifiutino di produrre documenti e ne limitino l’accesso. Si è più che certi di questo, in ragione delle disposizioni legislative sulla c.d. “trasparenza”, che presidiano l’azione amministrativa pubblica e la disciplina del c.d. “accesso civico” e di quello “generalizzato” (c.d. “FOIA”), al quale, tra l’altro, i sottoscritti hanno fatto ricorso proprio per avere riscontro sulle dichiarazioni dei Ministri in tema di “penali” e “risparmi di bolletta” connessi all’opera TAP.
In merito alle domande del gruppo 2, si osserva quanto segue.
A) TAP non è un’opera pubblica, ma un’opera privata che accede a finanziamenti non solo privati ma anche di provenienza pubblica (come quelli della BEI) e che gestisce interessi pubblici primari (il gas come energia per il fabbisogno pubblico e privato e per la transizione energetica nell’era dei cambiamenti climatici).
B) TAP autonomamente firma (o ha firmato) contratti con terzi di due tipi: il primo è con aziende fornitrici che portano avanti la costruzione del gasdotto; il secondo è con i c.d. «shipper» che vogliono acquistare il gas che arriverà dall’Azerbaijan.
C) Questi sono contratti privati fra TAP e terzi, non fra TAP e lo Stato italiano.
Non conosciamo direttamente il contenuto e il tenore di tutti questi contratti né quali clausole o condizioni che contengano, proprio perché non sono con lo Stato. In ogni caso, essi non riguardano direttamente lo Stato, il che significa che TAP non può far valere tali impegni contrattuali al di sopra o in sostituzione di obblighi di legge, costituzionali e internazionali ai quali, come qualsiasi soggetto operante in Italia, è vincolata.
D) Questo dato è importante, perché significa che non si può parlare di “penali” in capo allo Stato italiano, come conseguenza di questi contratti privati fra TAP e terzi.
In merito alle domande del gruppo 3, si osserva quanto segue.
In caso di abbandono dell’opera, TAP ha solo titolo a chiedere un risarcimento del danno emergente e del lucro cessante, connesso all’affidamento maturato con l’autorizzazione ricevuta dal MISE, ma da computare e provare sulla base di una serie di diversi elementi probatori, fattuali, normativi nazionali e internazionali.
Questo significa che il danno deve essere quantificato attraverso l’onere della prova (per es. alla luce delle clausole contrattuali sottoscritte da TAP con i terzi), la considerazione globale degli adempimenti delle parti e dei tempi (TAP e Stato), gli interessi pubblici prioritari da tutelare con l’abbandono dell’opera (per esempio, gli interessi prioritari climatici rispetto al calo dei consumi energetici e rispetto alla sostenibilità della domanda di energia fossile nel medio e lungo periodo, i contenziosi pendenti, le indagini penali in corso ecc...).
Di conseguenza, sia i conteggi formulati dalla stampa, circolanti da mesi, sia le dichiarazioni pubbliche di queste ultime settimane sulla quantificazione dell’ammontare delle c.d. “penali”, appaiono poco plausibili e metodologicamente non corretti, proprio perché prescindono da questa complessità di analisi.
In particolare, il calcolo dei 20 mld. di Euro, comunicato solo verbalmente dal Sottosegretario al MISE, Sen. Andrea Cioffi, al Sindaco di Melendugno (dato che il Sottosegretario si è rifiutato di esporre o consegnare documenti di riscontro), è molto discutibile sul piano metodologico: esso parte dalla considerazione che l’opera costa 4,5 miliardi, ma non specifica i costi direttamente riferiti al territorio italiano né considera quanto effettivamente è stato realizzato in base a report ufficiali. Presume invece che occorrerebbe risarcire circa 3,5 miliardi dell’intero gasdotto. Dopo di che, stima in 11 miliardi di Euro i danni derivanti dalle mancate consegne di gas da parte di Tap agli acquirenti, a cui si aggiungerebbero l’utile a cui Tap dovrebbe rinunciare e i costi che ricadrebbero sui produttori azeri relativi al gas estratto e non venduto. Con ulteriori 7 miliardi complessivi stimati, si arriverebbe così a circa 20 miliardi, sempre in una prospettiva di mancato utilizzo del gasdotto nei prossimi 25 anni. Nulla fornisce sui titoli giuridici a fondamento delle pretese azere (che non risultano da nessuna parte nei confronti dello Stato italiano) né contestualizza i presunti mancati guadagni al costante calo dei consumi di gas, certificato dallo stesso MISE, in Italia, e a quello altrettanto calante in Europa.
In una parola, quello del Sen. Cioffi è un calcolo presuntivo pro TAP, non un calcolo probatorio pro contesto italiano.
Sostenere poi – come si legge sul sito “scenari economici.it” – che la fonte di tali conteggi risiederebbe addirittura nell’Accordo intergovernativo trilaterale fra Albania, Grecia e Italia è del tutto erroneo, in quanto tale Accordo non è un contratto fra Stato italiano e TAP, bensì un patto fra Stati, che si impegnano a cooperare per permettere la realizzazione dell’opera TAP.
In merito alle domande del gruppo 4, si osserva quanto segue.
Va subito precisato che l’Accordo intergovernativo fra Albania, Grecia e Italia (ratificato in Italia con la legge n. 153/2013) non è un contratto fra gli Stati e TAP, ma è un patto fra Stati finalizzato alle attività transfrontaliere di realizzazione dell’opera.
In quanto mero Accordo di realizzazione dell’opera, esso deve essere conforme alla Costituzione, alle leggi dello Stato italiano e ai Trattati stipulati dallo Stato italiano nonché ai Trattati e alle fonti del diritto europeo.
Tale Accordo non contempla i c.d. “HGA” (Host Government Agreement) fra Stato italiano e TAP, il che significa che non è corredato da specifici ulteriori impegni negoziali diretti fra Italia e TAP.
Infine, tale Accordo richiama, nel Preambolo, la c.d. “Carta dell’energia” (un trattato in tema di imprese e forniture di energia) che stabilisce alcune condizioni di correttezza nei rapporti tra Stato e imprese private multinazionali.
Almeno quattro di cinque condizioni vanno ricordate:
a) il rapporto tra questa “Carta” e altri Trattati, che devono prevalere su di essa (per esempio quelli europei e le loro fonti) (è l’art. 16 della “Carta”);
b) l’impresa multinazionale deve garantire che la sua azione sia finalizzata allo “sviluppo sostenibile dei Paesi” in cui opera e deve rispettare gli Accordi internazionali in materia ambientale, ai quali lo Stato aderisce (per es. l’Accordo di Parigi sul clima, del 2015 e le norme conseguenti in Italia ed Europa) (è l’art. 19 della “Carta”);
c) la soluzione delle controversie non deve essere necessariamente contenziosa, ma anche diplomatica e solo residualmente contenziosa attraverso un tribunale arbitrale (è l’art. 26 della “Carta”);
d) in caso di recesso di uno Stato dalla “Carta”, le disposizioni della “Carta” (tutte, non solo alcune) continuano ad essere applicate per gli investimenti in corso, per un periodo di venti anni (è l’art. 47 della “Carta”, noto anche come “Zombie Clause”);
e) quindi, continua ad essere applicato all’impresa anche la clausola dell’art. 19 sulla valutazione del suo operato per lo “sviluppo sostenibile” del Paese ospitante.
Tutto questo è molto importante, perché l’Italia ha formalizzato il recesso dalla “Carta” dal 2016, ma l’Accordo intergovernativo trilaterale, che riguarda TAP, è del 2013.
Che cosa significa tutto questo? La risposta è molto semplice. In caso di abbandono dell’opera, TAP può invocare azioni di risarcimento verso lo Stato italiano, attraverso forme contenziose, arbitrali o di transazione, ma resta comunque vincolata alle condizioni della “Carta dell’energia” e soprattutto al rispetto degli altri Trattati dello Stato italiano (come quello di Parigi sul clima), della Costituzione italiana e del Diritto europeo.
Il che significa che TAP, per vedersi dar ragione delle proprie pretese risarcitorie, deve dimostrare di aver rispettato tutte le norme italiane ed europee: tutte, non solo alcune, compresi i Trattati internazionali in materia ambientale.
In merito alle domande del gruppo 5, si osserva quanto segue.
Ecco il punto nevralgico della questione.
Il Governo italiano, per decidere se portare avanti o meno l’opera TAP, si è limitato a una verifica della sola regolarità procedurale della Valutazione di Impatto Ambientale, dimenticando di considerare gli ulteriori vincoli imposti dall’ordinamento europeo: in particolare, si è dimenticato del Regolamento UE n. 347/2013 sui c.d. PIC (Progetti di interesse comune), che si applica anche a TAP.
Questo Regolamento impone il rispetto di diritti procedurali e sostanziali dei cittadini dei Paesi che promuovono l’opera:
– diritti procedurali di c.d. “democrazia ambientale”, attraverso la implementazione specifica della Convenzione di Aarhus su accesso alle informazioni, alla giustizia e partecipazione dei cittadini affinché, si legge testualmente, le «preoccupazioni del pubblico» siano « prese in considerazione, in maniera aperta e trasparente» (ed è stata proprio il Ministro Barbara Lezzi, in sede di sottoscrizione dell’ “Impegno per la promozione della democrazia ambientale nel Salento e in Italia, in merito al gasdotto TAP” come candidata del collegio salentino al Senato, ad aver denunciato, nel marzo 2018, la «negligenza dello Stato nell’implementare la democrazia ambientale» su TAP (pag. 1 del documento sottoscritto);
– diritti sostanziali di analisi costi-benefici dell’opera, nella considerazione «degli obiettivi energetici e climatici entro il 2020, nonché, più a lungo termine,
all’avanzamento verso un’economia a basse emissioni di carbonio entro il 2050», nella valutazione completa della «resilienza a breve e a lungo termine del sistema del gas» e degli «impatti economici, sociali e ambientali, ivi compresi in particolare i costi esterni come quelli correlati alle emissioni di gas a effetto serra».
Questa analisi costi-benefici non è mai stata fatta né dai Governi della precedente Legislatura né da quello attuale (come dimostrano le risposte negative di tutti i Ministeri interpellati con i c.d. “FOIA” dei Cittadini salentini, tra agosto e settembre di quest’anno), con la conseguenza di aver di fatto disapplicato il Reg. UE n. 347/2013, riferito a TAP come opera di emissione di gas climalterante, e di aver così eluso anche la “Carta dell’Energia”, in cui le pretese creditizie dell’investitore privato devono essere valutate alla luce del rispetto dei Trattati internazionali in materia ambientale.
Giova però ricordare che il Reg. UE n. 347/2013, in quanto fonte euro-unitaria
immediatamente applicabile in Italia e prevalente su altre fonti statali non conformi, vincola direttamente pure TAP e le sue aspettative e pretese giuridiche.
Di conseguenza, e conclusivamente, TAP ha titolo giuridico a richiedere “risarcimenti”, non solo provando il danno emergente e il lucro cessante nella contestualizzazione di tempi e modi di realizzazione della sua opera (comprendendo quindi le diverse variabili richiamate: dai tempi di
esecuzione ai contenziosi pendenti ecc...), ma anche dimostrando di rispettare tutte le previsioni ambientali europee e internazionali, non solo quindi la Valutazione di impatto ambientale interna, alle quali fanno rinvio tanto l’Accordo intergovernativo trilaterale del 2013, quanto la “Carta dell’Energia”, quanto la Costituzione e il Diritto europeo.
Se tutti questi oneri probatori non sono adempiuti, le pretese risarcitorie di TAP diventano fortemente ridimensionate e non sono certo computabili nella discutibile formula proposta, ma non documentata, dal Sen. Andrea Cioffi (i mancati profitti privati).
Sembra utile ricordare che, dopo l’Accordo di Parigi sul clima (sovraordinato rispetto all’Accordo intergovernativo del 2013 su TAP e alle aspettative di investimento di TAP, come dichiara appunto l’art. 19 della “Carta dell’energia”), l’interesse pubblico alla tutela climatica è ormai indiscutibilmente prioritario e preminente, sia a livello nazionale che europeo, rispetto a qualsiasi
aspettativa di profitto privata, sicché qualsiasi analisi di eventuali pretese risarcitorie private non può essere effettuata prescindendone.
L’opera TAP non garantisce lo “sviluppo sostenibile” dell’Italia (condizione di legittimazione dell’opera n base sia alla citata “Carta dell’energia” sia al Reg. UE n. 347/2013 e ss.mm).
Da qui, si sarebbe dovuti partire per una seria, completa e realistica analisi costi-benefici nella prosecuzione dell’opera; non dai conteggi non documentati del Sottosegretario Cioffi.
Anche per tali ragioni, i Cittadini salentini hanno promosso una apposita diffida climatica sia nei confronti del Governo che nei confronti di TAP, affinché si dimostri che l’opera del gasdotto e il nuovo gas garantiscano realmente il conseguimento degli obiettivi dell’Accordo di Parigi sul clima, soprattutto dopo l’allarmante Report di questo mese, reso dall’IPCC dell’ONU (“Global Warming of 1.5° C”: http://www.ipcc.ch/report/sr15/).
Tale rivendicazione si fonda su diverse fonti, che anche TAP deve rispettare; se ne citano alcune:
– la “Dichiarazione sul diritto e la responsabilità degli individui, dei gruppi e degli organi della società di promuovere e proteggere le libertà fondamentali e i diritti umani universalmente riconosciuti”, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con Risoluzione 53/144, 8 marzo 1999,
– le “Linee guida sulla Protezione dei Difensori dei Diritti Umani dell’OSCE”,
– la giurisprudenza della Corte EDU (dal caso “Taşkın e altri c. Turchia” in poi),
– la decisione della Corte di Giustizia UE 26 luglio 2017-Cause riunite C-196/16 e C- 197/16,
– i Regolamenti UE n. 1367/2006 (diritto all’informazione sulle emissioni climalteranti) e n. 347/2013 (già cit. sui PIC),
– Accordi di Parigi sul clima, del 2015.
Poiché lo Stato italiano è purtroppo ancora privo:
– della necessaria revisione della Strategia Energetica Nazionale (SEN), approvata dal precedente Governo e fondata sull’equivoco di tradurre l’inglese “decarbonization” in “decarbonizzazione” (in modo da non includere il metano come fonte da dismettere) invece che “de-fossilizzazione” (da carbonio, con evidente inclusione anche del metano),
– dell’adozione del “Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici”,
– della istituzione della “Commissione nazionale per lo sviluppo sostenibile”,
– dell’adeguamento al “Goal 7” degli obiettivi ONU dello sviluppo sostenibile 2030, come certificato dal Rapporto ASVIS 2018,
– della effettiva messa in atto del “Piano nazionale sulla biodiversità”,
il suo dovere non può non risiedere nel valutare i “costi” di TAP anche sul fronte climatico, quindi non tanto a favore di TAP, come compiuto dal Sottosegretario Sen. Cioffi, ma soprattutto a tutela dei diritti delle presenti e future generazioni di fronte al dramma dei cambiamenti climatici e della ormai certa inutilità del gas come “energia ponte” per il controllo del riscaldamento climatico (come si desume dal citato Report IPCC).
In questi termini, è riassumibile la posizione metodologicamente corretta in tema di “costi”/”penali”/”benefici” dell’opera TAP.
Fonte
29/10/2018
Le penali sul Tap? Una bufala minacciata dai padroni privati del gasdotto
Come potete leggere da questa risposta ufficiale del Ministero dello Sviluppo economico, diretto dal Ministro Di Maio, tra lo Stato italiano e la Trans Adriatic Piprline non c’è alcun contratto che avalli ipotesi di penali. In questo documento è anche testualmente scritto che le cifre sparate in questi giorni, e in questi mesi, dai vari rappresentanti del governo hanno come fonte la SOCAR, compagnia energetica dell’Azerbaijan.
Quindi i proprietari di parte del TAP, e del gas che dovrebbe passare nel TAP, hanno fatto i conti dei risarcimenti che “vorrebbero” in caso di abbandono e li hanno consegnati al Presidente Mattarella e al Ministro Moavero il 23 luglio in un incontro tenutosi in Azerbaijan.
È ridicolo sapere che il Governo ha fatto fare i conti sui costi di abbandono a chi deve costruite ed esercire l’intero “corridoio sud del gas” di cui TAP fa parte.
Nessuno al governo ha letto, valutato,o aperto un comitato di conciliazione sul Trans Adriatic Pipeline.
Fonte
Quindi i proprietari di parte del TAP, e del gas che dovrebbe passare nel TAP, hanno fatto i conti dei risarcimenti che “vorrebbero” in caso di abbandono e li hanno consegnati al Presidente Mattarella e al Ministro Moavero il 23 luglio in un incontro tenutosi in Azerbaijan.
È ridicolo sapere che il Governo ha fatto fare i conti sui costi di abbandono a chi deve costruite ed esercire l’intero “corridoio sud del gas” di cui TAP fa parte.
Nessuno al governo ha letto, valutato,o aperto un comitato di conciliazione sul Trans Adriatic Pipeline.
Fonte
20/09/2018
L’incognita Tap: un futuro già scritto?
Ci soffermiamo oggi sulla questione gasdotto, nell’ambito di un’inchiesta svolta in territorio strategico per il turismo pugliese.
Il consorzio Tap ha finalmente inoltrato al comune di Melendugno le analisi dei campioni d’acqua prelevati da due pozzi di osservazione a San Basilio, sede del cantiere, poco distante dalla splendida spiaggia salentina di San Foca.
I risultati sono inquietanti: oltre a tracce di manganese, nichel e arsenico, sono stati riscontrati quantitativi di cromo esavalente tre volte superiori ai limiti massimi consentiti. Questo metallo pesante è mutageno, tossico e cancerogeno.
Sospesi al momento i lavori, continuano però le pressioni geopolitiche che appoggiano il progetto, tra cui quella di Donald Trump, che avrebbe richiesto a Conte, durante l’incontro di Washington, un maggiore impegno per portare a completamento l’opera.
Dopo l’ordinanza del sindaco Marco Potì, i lavori di trivellazione a San Basilio si sono fermati. Arpa (Agenzia Regionale Protezione Ambiente) ha confermato la mancata ottemperanza delle norme che regolano la tutela del sottosuolo durante lo scavo. Arpa.webloc
Gianluca Maggiore, membro della Commissione comunale e portavoce del movimento No Tap, ci ha concesso un’intervista, che abbiamo realizzato proprio davanti al cantiere, protetto da reticolati e pattuglie dei carabinieri affiancate dalla Digos. La tensione, anche a lavori sospesi, rimane palpabile.
D: “Com’è nato il gasdotto Tap?“ (Trans Adriatic Pipeline – N.d.A.)
R: “Il consorzio omonimo ha vinto un appalto per la costruzione del tratto finale del gasdotto, che attinge dal giacimento azero di Shah Deniz 2 nel Mar Caspio. Il percorso che ci riguarda, parte dal confine greco-turco con destino San Foca. L’intero gasdotto misura 4.000 km, Tap ne copre appena 878. Costo totale 45 Mld.
La Commissione Europea ha autorizzato quest’opera elefantiaca, motivandola con la fine della dipendenza dal metano di Gazprom.
In realtà noi abbiamo acquistato gas russo in quantità maggiore, perché più economico rispetto agli altri paesi fornitori da cui importiamo, che sono Algeria, Libia e Olanda; quello nazionale è in calo, per via della riconversione onerosa.
Il gas dell’Azerbaijan verrebbe al consorzio 0,28 euro di media per SMC (Standard Metro Cubo), circa il doppio di Gazprom, che ne costa allo stato attuale 0,14. Non solo: La Russia è presente comunque nel gruppo azionario tramite Lukoil, che detiene il 10% di quota, per cui il gas trasportato è anche russo.”
D: “La chiave di lettura del progetto si basa sul risparmio energetico: la diversificazione delle fonti di approvvigionamento ridurrebbe il costo in bolletta.”
R: “Sappiamo che il fine ultimo di quest’opera è puramente speculativo: il prezzo del gas non si abbasserà, essendo gas di seconda mano che passa in un circuito di scatole cinesi con dentro imprese appaltatrici e sub-appaltanti.
Ci sono troppi passaggi, che incideranno sul prezzo finale al consumatore.
Senza contare le commesse che spettano a Georgia, Turchia, Grecia e Albania e gli interessi del regime azero, che si riflettono su fornitura e trasporto” (*)
(*) In effetti a Snam e agli altri azionisti del consorzio quali BP, Socar (Azerbaijan), Fluxys (Belgio), Enagas (Spagna) e Axpo (Svizzera), si affiancano 23 imprese affidatarie – tra cui Saipem, Honeywell e Terna – che subappaltano a loro volta per forniture servizi e tubazioni. – N.d.A.) Tap.webloc
“Snam mira piuttosto a creare un mercato libero del gas, oggi occupato per il 95% da contratti Top (Take or Pay) a lungo termine, che obbligano i paesi importatori a pagare per intero una quota prefissata, anche nel caso di consumi inferiori.
L’azienda guadagnerà comunque sugli oneri di stanziamento delle tubazioni, sulle misurazioni fiscali applicate una volta immesso il gas in rete, mentre continua a usufruire di fattori di garanzia – soldi pubblici – come risarcimento delle perdite per impianti inutilizzati e riserve non sfruttate che eccedano il fabbisogno nazionale. Basti pensare che a fronte di un attivo annuo di 900 milioni di euro, Snam incassa 950 milioni di rimborso, tramite i suddetti fattori.
L’azienda punta sulla quota di gas che le spetterebbe ad opera finita, per commercializzarla al di fuori dei contratti Top, stoccandola nei vecchi impianti del Nord costruiti negli anni ’50-60, e rivendendola poi quando il prezzo risalirà.
Il prezzo al consumo oscilla tra 1-1,20 euro per SMC, un ricarico di circa il 1000%.
Queste operazioni, checché ne dica il gruppo dirigente Tap, sono finanziate da soldi pubblici, provenienti da BEI (Banca Europea Investimenti) e BERS (Banca Europea Ricostruzione e Sviluppo), che attingono da fondi europei e internazionali. Cassa Depositi e Prestiti possiede il 30% di Snam dal 2012, e ha supportato l’acquisizione della quota Tap dalla norvegese Statoil.” Snam.webloc
Due riflessioni prima di continuare:
1) Il consumo italiano del 2016 registrò 71 mld di metri cubi; un aumento del 6% rispetto al 2015, anche se sotto di 15,3 mld di mc registrati nell’anno record 2005. Nel primo semestre 2018, i consumi sono calati: -1,6%.
Il volume di approvvigionamento 2016 è stato di 159 mld (82,64 mld da società consolidate + 76,64 dall’estero) per cui le scorte non mancano. Consumi.webloc
Il nuovo gasdotto porterà un contributo di 10 mld extra, da suddividere però tra gli azionisti del gruppo; Snam rappresenta la parte italiana al 20%.
2) Bers contraddice il suo stesso statuto etico, basato su finanziamenti circoscritti a stati pluralisti, prestando denaro a un progetto che si avvale delle materie prime di regimi autoritari, quali sono Azerbaijan, Georgia e Turchia. Bers.webloc
Impatto ambientale
D: “Veniamo adesso alla nota dolente: l’ufficio Tap di Lecce ha dichiarato che i metalli pesanti riscontrati nei pressi della falda acquifera erano già presenti nel terreno, e pur ammettendo che i lavori del cantiere possano aver contribuito al loro spostamento, il gasdotto rimane, secondo loro, un’opera d’impatto ambientale minimo. Non ci sarebbero rischi d’inquinamento. Concordi?”
R: “ No. Se è pur vero che il trauma subìto dal sottosuolo a causa del cantiere potrebbe aver fatto emergere scorie già presenti, tuttavia due fattori contraddicono tale ipotesi:
1) AQP (Acquedotto Pugliese) esegue misurazioni mensili in zona dal 2007, senza aver mai riscontrato materiali contaminanti nei piezometri adiacenti.
Il piezometro è un pozzetto di osservazione che monitorizza la falda e preleva campioni acquiferi. Inoltre, abbiamo rilevato la mancata costruzione di una vasca a base di tessuto impermeabile, che avrebbe impedito il riversamento dei residui di scavo nella falda acquifera.
Difatti, il cromo esavalente potrebbe essere contenuto nei cementi scadenti, sovente utilizzati durante i lavori di cava.
Il “top soil”, cioè il terreno fertile, è stato rimosso insieme agli ulivi espiantati, e sostituito con uno strato di stabilizzato di cava, di cui il Comune ha chiesto la certificazione di controllo non ancora pervenuta.
La presenza di nichel e arsenico nel pozzo 10, è emersa solo dopo l’inizio dei lavori.
2) Il cromo esavalente è stato riscontrato proprio nel piezometro 7, quello più vicino al pozzo di spinta, cioè nel punto di partenza della condotta sotterranea, dove è in corso la trivellazione che scava il tunnel con destino San Foca.”
Secondo Lecce Prima, la testata locale che ha seguito la questione fin dall’inizio, il Ministero dell’Ambiente ha esonerato lo scorso anno la Regione Puglia, che non avrebbe ottemperato ai suoi doveri di vigilanza, superando il limite massimo di 30 giorni preposti per la verifica dell’impatto ambientale. Oltre a ciò, è mancato il monitoraggio della risposta sismica alle attività di cantiere. Prima.webloc
Intervista all’ing. Alessandro Manuelli, responsabile Commissione tecnica del Comune di Melendugno:
“Ingegnere, una delle preoccupazioni maggiori relative al percorso finale del gasdotto, è la pressione che Snam dovrebbe dare al gas una volta che questo sarà immesso nella rete nazionale, onde evitare incidenti. Può spiegarci meglio questo concetto?”
“Il punto cruciale non è tanto nella pressione, bensì nel quantitativo-limite che il Terminale di Ricezione potrà sopportare quando il gas entrerà nel circuito nazionale di distribuzione: questo avverrà quando l’inter-connessione Snam sarà ultimata, dopo un percorso di 54 km, arrivando nel brindisino, oltre Mesagne.
Ricordo che il gasdotto è stato esentato dai controlli di sicurezza della normativa Seveso, una procedura istituita dopo la nube tossica dal Ministero di Sviluppo Economico.” (*)
(*) Nel terminale di ricezione verrebbero stoccati 48,6 tonnellate di metano, mentre la soglia Seveso è fissata a 50. Però a questo quantitativo andrebbe aggiunto il gas destinato alla centrale Snam in progettazione.
La procura di Lecce ha riaperto le indagini ai fini di rivedere l’esenzione Tap da tale normativa – N.d.A.-) Seveso.webloc
Bufale: a chi appartengono?
“Ingegnere, il management Tap sostiene che l’inquinamento dovuto al gasdotto, sia in realtà una bufala. Secondo loro, le emissioni possono essere paragonate a quelle prodotte da un condominio di medie dimensioni. Lei che ne pensa a riguardo?”
“Penso che la bufala sia loro: tutte le analisi a livello internazionale attestano l’inquinamento causato dalle fonti fossili: il metano provoca emissioni di gas-serra che a loro volta portano ad alterazioni climatiche 60 volte superiori alla Co2 del carbone nell’arco di dieci anni. L’Italia ha firmato trattati importanti che ci impegnano a limitare l’emissione di codesti gas nocivi.
Oltre a ciò, esistono perdite fisse strutturali dei condotti che oscillano dal 3 al 6%.
Basterebbe documentarsi, la rete è colma di pubblicazioni a proposito. Serra.webloc
Il loro progetto è anacronistico, mal localizzato, inquinante e per giunta anti-economico, senza contare che in casi di guasti gravi, la procedura è di immettere gas tal quale nell’atmosfera. Parlando di soldi, il costo di produzione per Kw da fotovoltaico, eolico e carbone, rimane comunque inferiore al metano.”
Conclusioni
Il paradosso che scaturisce dalla questione Grandi Opere in Italia, è sempre lo stesso: siamo un Paese ancorato a strutture ormai obsolete, affiancate a progetti megalomani. Prendiamo quelle ferroviarie, basate in gran parte sul binario unico, soprattutto nel Meridione, fonte di frequenti disastri come successo a Viareggio e Andria.
Ci trastulliamo però con faraonici e costosissimi cantieri di accertato impatto ambientale quali il TAV in Val di Susa, escludendo il Sud da una modernizzazione agognata, se non nell’ambito di progetti a stampo mafioso.
Abbiamo infrastrutture pericolanti che risalgono agli anni ’60 – ponti, viadotti, strade statali – sottoposte a carichi quadruplicati da allora, senza controlli né manutenzioni efficienti, che puntualmente sfociano in tragedie annunciate come l’ultima di Genova.
Queste sono in gran parte affidate a consorzi privati – monopolizzati da miliardari – che, nonostante impongano pedaggi autostradali onerosi, investono per migliorie cifre risibili rapportate ai propri profitti, e i risultati si vedono.
Piuttosto che spendere denaro per progetti non necessari stile Tap, dovremmo iniziare a impiegare le risorse pubbliche per la messa in sicurezza del territorio, sottraendo al liberismo privato il monopolio delle opere di bene comune. E soprattutto, dovremmo salvaguardare l’ambiente, che continua a sostenere la nostra economia.
Il gasdotto in Salento impiega 32 operatori nel cantiere di San Basilio.
Basterebbe questo a sancirne l’inutilità, rispetto all’occupazione garantita invece dal turismo, che proprio a San Foca registra il cash-flow più consistente della costa nord salentina.
Fonte
Il consorzio Tap ha finalmente inoltrato al comune di Melendugno le analisi dei campioni d’acqua prelevati da due pozzi di osservazione a San Basilio, sede del cantiere, poco distante dalla splendida spiaggia salentina di San Foca.
I risultati sono inquietanti: oltre a tracce di manganese, nichel e arsenico, sono stati riscontrati quantitativi di cromo esavalente tre volte superiori ai limiti massimi consentiti. Questo metallo pesante è mutageno, tossico e cancerogeno.
Sospesi al momento i lavori, continuano però le pressioni geopolitiche che appoggiano il progetto, tra cui quella di Donald Trump, che avrebbe richiesto a Conte, durante l’incontro di Washington, un maggiore impegno per portare a completamento l’opera.
Dopo l’ordinanza del sindaco Marco Potì, i lavori di trivellazione a San Basilio si sono fermati. Arpa (Agenzia Regionale Protezione Ambiente) ha confermato la mancata ottemperanza delle norme che regolano la tutela del sottosuolo durante lo scavo. Arpa.webloc
Gianluca Maggiore, membro della Commissione comunale e portavoce del movimento No Tap, ci ha concesso un’intervista, che abbiamo realizzato proprio davanti al cantiere, protetto da reticolati e pattuglie dei carabinieri affiancate dalla Digos. La tensione, anche a lavori sospesi, rimane palpabile.
D: “Com’è nato il gasdotto Tap?“ (Trans Adriatic Pipeline – N.d.A.)
R: “Il consorzio omonimo ha vinto un appalto per la costruzione del tratto finale del gasdotto, che attinge dal giacimento azero di Shah Deniz 2 nel Mar Caspio. Il percorso che ci riguarda, parte dal confine greco-turco con destino San Foca. L’intero gasdotto misura 4.000 km, Tap ne copre appena 878. Costo totale 45 Mld.
La Commissione Europea ha autorizzato quest’opera elefantiaca, motivandola con la fine della dipendenza dal metano di Gazprom.
In realtà noi abbiamo acquistato gas russo in quantità maggiore, perché più economico rispetto agli altri paesi fornitori da cui importiamo, che sono Algeria, Libia e Olanda; quello nazionale è in calo, per via della riconversione onerosa.
Il gas dell’Azerbaijan verrebbe al consorzio 0,28 euro di media per SMC (Standard Metro Cubo), circa il doppio di Gazprom, che ne costa allo stato attuale 0,14. Non solo: La Russia è presente comunque nel gruppo azionario tramite Lukoil, che detiene il 10% di quota, per cui il gas trasportato è anche russo.”
D: “La chiave di lettura del progetto si basa sul risparmio energetico: la diversificazione delle fonti di approvvigionamento ridurrebbe il costo in bolletta.”
R: “Sappiamo che il fine ultimo di quest’opera è puramente speculativo: il prezzo del gas non si abbasserà, essendo gas di seconda mano che passa in un circuito di scatole cinesi con dentro imprese appaltatrici e sub-appaltanti.
Ci sono troppi passaggi, che incideranno sul prezzo finale al consumatore.
Senza contare le commesse che spettano a Georgia, Turchia, Grecia e Albania e gli interessi del regime azero, che si riflettono su fornitura e trasporto” (*)
(*) In effetti a Snam e agli altri azionisti del consorzio quali BP, Socar (Azerbaijan), Fluxys (Belgio), Enagas (Spagna) e Axpo (Svizzera), si affiancano 23 imprese affidatarie – tra cui Saipem, Honeywell e Terna – che subappaltano a loro volta per forniture servizi e tubazioni. – N.d.A.) Tap.webloc
“Snam mira piuttosto a creare un mercato libero del gas, oggi occupato per il 95% da contratti Top (Take or Pay) a lungo termine, che obbligano i paesi importatori a pagare per intero una quota prefissata, anche nel caso di consumi inferiori.
L’azienda guadagnerà comunque sugli oneri di stanziamento delle tubazioni, sulle misurazioni fiscali applicate una volta immesso il gas in rete, mentre continua a usufruire di fattori di garanzia – soldi pubblici – come risarcimento delle perdite per impianti inutilizzati e riserve non sfruttate che eccedano il fabbisogno nazionale. Basti pensare che a fronte di un attivo annuo di 900 milioni di euro, Snam incassa 950 milioni di rimborso, tramite i suddetti fattori.
L’azienda punta sulla quota di gas che le spetterebbe ad opera finita, per commercializzarla al di fuori dei contratti Top, stoccandola nei vecchi impianti del Nord costruiti negli anni ’50-60, e rivendendola poi quando il prezzo risalirà.
Il prezzo al consumo oscilla tra 1-1,20 euro per SMC, un ricarico di circa il 1000%.
Queste operazioni, checché ne dica il gruppo dirigente Tap, sono finanziate da soldi pubblici, provenienti da BEI (Banca Europea Investimenti) e BERS (Banca Europea Ricostruzione e Sviluppo), che attingono da fondi europei e internazionali. Cassa Depositi e Prestiti possiede il 30% di Snam dal 2012, e ha supportato l’acquisizione della quota Tap dalla norvegese Statoil.” Snam.webloc
*****
Due riflessioni prima di continuare:
1) Il consumo italiano del 2016 registrò 71 mld di metri cubi; un aumento del 6% rispetto al 2015, anche se sotto di 15,3 mld di mc registrati nell’anno record 2005. Nel primo semestre 2018, i consumi sono calati: -1,6%.
Il volume di approvvigionamento 2016 è stato di 159 mld (82,64 mld da società consolidate + 76,64 dall’estero) per cui le scorte non mancano. Consumi.webloc
Il nuovo gasdotto porterà un contributo di 10 mld extra, da suddividere però tra gli azionisti del gruppo; Snam rappresenta la parte italiana al 20%.
2) Bers contraddice il suo stesso statuto etico, basato su finanziamenti circoscritti a stati pluralisti, prestando denaro a un progetto che si avvale delle materie prime di regimi autoritari, quali sono Azerbaijan, Georgia e Turchia. Bers.webloc
*****
Impatto ambientale
D: “Veniamo adesso alla nota dolente: l’ufficio Tap di Lecce ha dichiarato che i metalli pesanti riscontrati nei pressi della falda acquifera erano già presenti nel terreno, e pur ammettendo che i lavori del cantiere possano aver contribuito al loro spostamento, il gasdotto rimane, secondo loro, un’opera d’impatto ambientale minimo. Non ci sarebbero rischi d’inquinamento. Concordi?”
R: “ No. Se è pur vero che il trauma subìto dal sottosuolo a causa del cantiere potrebbe aver fatto emergere scorie già presenti, tuttavia due fattori contraddicono tale ipotesi:
1) AQP (Acquedotto Pugliese) esegue misurazioni mensili in zona dal 2007, senza aver mai riscontrato materiali contaminanti nei piezometri adiacenti.
Il piezometro è un pozzetto di osservazione che monitorizza la falda e preleva campioni acquiferi. Inoltre, abbiamo rilevato la mancata costruzione di una vasca a base di tessuto impermeabile, che avrebbe impedito il riversamento dei residui di scavo nella falda acquifera.
Difatti, il cromo esavalente potrebbe essere contenuto nei cementi scadenti, sovente utilizzati durante i lavori di cava.
Il “top soil”, cioè il terreno fertile, è stato rimosso insieme agli ulivi espiantati, e sostituito con uno strato di stabilizzato di cava, di cui il Comune ha chiesto la certificazione di controllo non ancora pervenuta.
La presenza di nichel e arsenico nel pozzo 10, è emersa solo dopo l’inizio dei lavori.
2) Il cromo esavalente è stato riscontrato proprio nel piezometro 7, quello più vicino al pozzo di spinta, cioè nel punto di partenza della condotta sotterranea, dove è in corso la trivellazione che scava il tunnel con destino San Foca.”
Secondo Lecce Prima, la testata locale che ha seguito la questione fin dall’inizio, il Ministero dell’Ambiente ha esonerato lo scorso anno la Regione Puglia, che non avrebbe ottemperato ai suoi doveri di vigilanza, superando il limite massimo di 30 giorni preposti per la verifica dell’impatto ambientale. Oltre a ciò, è mancato il monitoraggio della risposta sismica alle attività di cantiere. Prima.webloc
*****
Intervista all’ing. Alessandro Manuelli, responsabile Commissione tecnica del Comune di Melendugno:
“Ingegnere, una delle preoccupazioni maggiori relative al percorso finale del gasdotto, è la pressione che Snam dovrebbe dare al gas una volta che questo sarà immesso nella rete nazionale, onde evitare incidenti. Può spiegarci meglio questo concetto?”
“Il punto cruciale non è tanto nella pressione, bensì nel quantitativo-limite che il Terminale di Ricezione potrà sopportare quando il gas entrerà nel circuito nazionale di distribuzione: questo avverrà quando l’inter-connessione Snam sarà ultimata, dopo un percorso di 54 km, arrivando nel brindisino, oltre Mesagne.
Ricordo che il gasdotto è stato esentato dai controlli di sicurezza della normativa Seveso, una procedura istituita dopo la nube tossica dal Ministero di Sviluppo Economico.” (*)
(*) Nel terminale di ricezione verrebbero stoccati 48,6 tonnellate di metano, mentre la soglia Seveso è fissata a 50. Però a questo quantitativo andrebbe aggiunto il gas destinato alla centrale Snam in progettazione.
La procura di Lecce ha riaperto le indagini ai fini di rivedere l’esenzione Tap da tale normativa – N.d.A.-) Seveso.webloc
Bufale: a chi appartengono?
“Ingegnere, il management Tap sostiene che l’inquinamento dovuto al gasdotto, sia in realtà una bufala. Secondo loro, le emissioni possono essere paragonate a quelle prodotte da un condominio di medie dimensioni. Lei che ne pensa a riguardo?”
“Penso che la bufala sia loro: tutte le analisi a livello internazionale attestano l’inquinamento causato dalle fonti fossili: il metano provoca emissioni di gas-serra che a loro volta portano ad alterazioni climatiche 60 volte superiori alla Co2 del carbone nell’arco di dieci anni. L’Italia ha firmato trattati importanti che ci impegnano a limitare l’emissione di codesti gas nocivi.
Oltre a ciò, esistono perdite fisse strutturali dei condotti che oscillano dal 3 al 6%.
Basterebbe documentarsi, la rete è colma di pubblicazioni a proposito. Serra.webloc
Il loro progetto è anacronistico, mal localizzato, inquinante e per giunta anti-economico, senza contare che in casi di guasti gravi, la procedura è di immettere gas tal quale nell’atmosfera. Parlando di soldi, il costo di produzione per Kw da fotovoltaico, eolico e carbone, rimane comunque inferiore al metano.”
Conclusioni
Il paradosso che scaturisce dalla questione Grandi Opere in Italia, è sempre lo stesso: siamo un Paese ancorato a strutture ormai obsolete, affiancate a progetti megalomani. Prendiamo quelle ferroviarie, basate in gran parte sul binario unico, soprattutto nel Meridione, fonte di frequenti disastri come successo a Viareggio e Andria.
Ci trastulliamo però con faraonici e costosissimi cantieri di accertato impatto ambientale quali il TAV in Val di Susa, escludendo il Sud da una modernizzazione agognata, se non nell’ambito di progetti a stampo mafioso.
Abbiamo infrastrutture pericolanti che risalgono agli anni ’60 – ponti, viadotti, strade statali – sottoposte a carichi quadruplicati da allora, senza controlli né manutenzioni efficienti, che puntualmente sfociano in tragedie annunciate come l’ultima di Genova.
Queste sono in gran parte affidate a consorzi privati – monopolizzati da miliardari – che, nonostante impongano pedaggi autostradali onerosi, investono per migliorie cifre risibili rapportate ai propri profitti, e i risultati si vedono.
Piuttosto che spendere denaro per progetti non necessari stile Tap, dovremmo iniziare a impiegare le risorse pubbliche per la messa in sicurezza del territorio, sottraendo al liberismo privato il monopolio delle opere di bene comune. E soprattutto, dovremmo salvaguardare l’ambiente, che continua a sostenere la nostra economia.
Il gasdotto in Salento impiega 32 operatori nel cantiere di San Basilio.
Basterebbe questo a sancirne l’inutilità, rispetto all’occupazione garantita invece dal turismo, che proprio a San Foca registra il cash-flow più consistente della costa nord salentina.
Fonte
07/08/2018
TAP - Strategicità? Differenziazione? Risparmio economico? Tutte bufale!
Vi chiediamo di leggere fino in fondo questo comunicato, anche se è un po’ più lungo del solito, perché quello che emerge è fondamentale per valutare realmente cosa è Tap. A differenza delle passerelle televisive e dei titoloni tendenziosi di giornale, noi ci informiamo, e scoviamo documenti reali e dati di fatto su quella che sembrerebbe una delle più grandi prese in giro della storia economica mondiale, il TAP.
E’ di Luglio 2018, pubblicato il 2 Agosto scorso, un nuovo articolo scientifico di Simon Pirani, “Senior Visiting Research Fellow on natural gas” dell’Oxford Institute of Energy Studies. Già il titolo di questo articolo non lascia dubbi: “Non esageriamo. Le prospettive per il 2030 del Corridoio Sud del Gas”.
In questo articolo, una bomba che smaschera le illazioni ignoranti e non documentate degli sciacalli della speculazione, vengono utilizzati scientificamente i dati a disposizione, per arrivare a decretare l’inutilità di Tap.
L’apertura è già significativa: “l’Europa riceverà circa 10 miliardi di metri cubi, non più del 2% della sua domanda complessiva, attraverso il corridoio meridionale [...]. Mentre i leader politici continuano a dipingere le prospettive del corridoio dopo il 2021-22 con colori molto brillanti, le dinamiche del mercato [...] sono meno promettenti. Le condizioni commerciali per il successo del corridoio meridionale sono peggiorate con il crescere del sostegno politico”. In premessa, viene affermato dunque che gli interessi che ruotano attorno al Corridoio Sud del Gas sono esclusivamente di natura politica, poiché economicamente e strategicamente l’opera non porterà alcun beneficio a nessuno! Ma andiamo avanti:
Strategicità: falso!
“[...] il corridoio meridionale è stato avviato in una forma molto più modesta di quanto previsto, con l’obiettivo di fornire circa il 2% della domanda di gas europea nel 2020, piuttosto che il 10-20% inizialmente previsto. [...]” E in prospettiva, il giacimento di Shah Deniz è in costante e repentino esaurimento: “La produzione di prima fase dovrebbe entrare in declino naturale nel 2024, raggiungendo 4,1-4,2 miliardi di metri cubi nel 2030 e cessare la produzione prima del 2035.”
Come inoltre afferma lo stesso autore, “[...]È importante sottolineare la portata modesta di queste prospettive, al fine di contrastare le affermazioni vaghe ed esagerate che appaiono regolarmente nei media, non solo da alti funzionari azeri, ma anche da ricercatori.”
Differenziazione: falso!
Gazprom è implicata direttamente nella costruzione del Corridoio Sud del Gas, nella gestione dei giacimenti petroliferi nel Mar Caspio e nel trasporto di gas in Europa. Come afferma Pirani, “[...] È nell’interesse commerciale di Gazprom vendere volumi di gas, con profitto, ai clienti in Azerbaigian e Georgia che sono serviti da oleodotti esistenti. Ma non è nell’interesse di Gazprom vendere a un prezzo inferiore al netback europeo, altrimenti potrebbe liberare volumi di gas azero per l’esportazione in Europa, dove sarebbe in concorrenza con il gas di Gazprom. [...]”.
Ma non basta: nell’articolo si legge che la gestione del Mar Caspio, dal punto di vista giuridico, è in alto mare e la Russia si propone come paese capofila per definirne la gestione! “Un ostacolo di lunga data [...] è stato lo status giuridico irrisolto del Mar Caspio e le controversie di demarcazione in sospeso tra alcuni stati litoranei...”, “Il progetto di Convenzione sul quale la Russia sta lavorando non è stato pubblicato, ma ne sono state riportate notizie nei media russi. La bozza include una clausola sulla costruzione di condotte sottomarine [...]”, e soprattutto “La posizione della Russia è cambiata: la sua priorità sembra essere quella di consolidare la sua posizione strategica e di sicurezza nel Caspio, in linea con il suo ruolo più attivo in Asia centrale e in Medio Oriente.”
Ancora più interessante è la conclusione: “Mentre Gazprom preferirebbe non incoraggiare un concorrente diretto, potrebbe preferire trarre profitto dall’offrire a tale concorrente un accesso limitato a una rotta verso l’Europa che controlla, piuttosto che consentire l’apertura di una nuova rotta.”
vantaggi economici: falso!
“[...]Il confronto principale si trova tra il costo stimato del trasporto dal confine orientale della Turchia al punto di prelievo di Eskisher ($ 79/mcm) e il costo stimato del trasporto da il confine orientale della Turchia verso l’Italia ($ 103/mcm per TANAP e $ 75/mcm per TAP, totale $ 178/mcm. [...]”. Si evince, dall’articolo, che solo per il trasporto del gas andremmo a pagare più del doppio del costo naturale! Ma non basta. Continuando a leggere, notiamo che “Il costo di trasporto verso l’Italia è essenzialmente proibitivo: è difficile vedere le circostanze in cui il gas potrebbe competere con altre forniture in Italia per un periodo prolungato.”
Continua dicendo: “il livello della domanda nei mercati europei e turchi e il livello dei prezzi del gas, che sono bassi rispetto ai costi di consegna del gas del corridoio meridionale, hanno anche limitato i progressi del corridoio meridionale e continueranno a farlo. Il costo della fornitura di gas dall’Azerbaijan è stato stimato in $ 273-293/mcm in Italia e $ 179-189/mcm in Turchia [...]”. Sono costi esorbitanti rispetto agli attuali costi del trasporto e fornitura di gas in Europa, per cui, dove starebbe la convenienza economica? Questi costi influirebbero inevitabilmente sulle tasche dei cittadini! E infatti, come afferma lo stesso Pirani, “[...] tali volumi potrebbero faticare a competere nei grandi mercati europei contro le fonti alternative di approvvigionamento”. “[...]Il gas azero è molto meno competitivo in Europa agli attuali prezzi di mercato, e infatti il gas prodotto dai giacimenti di acque profonde e trasportato su lunghe distanze sarà sempre difficile da competere in un contesto di prezzi bassi. [...]” e, in conclusione, “[...] Nei maggiori mercati europei, la flessione della domanda nel periodo 2009-2014, la natura limitata della ripresa della domanda, le previsioni di una crescita della domanda molto graduale negli anni 2020 e i grandi volumi di gas russo e GNL potenzialmente disponibili, tutto ciò significa che i prezzi potrebbero rimanere bassi. Questa prospettiva ha inibito i progetti di condotte in generale e ha contribuito a ridurre le dimensioni del corridoio meridionale rispetto alle aspettative iniziali.”
Le conclusioni dell'articolo sono estremamente sintomatiche dell’inutilità di quest’opera:
“1. Il gas azero farà fatica a essere competitivo nei grandi mercati europei in un ambiente a basso costo. [...] 2. Il gas azero e probabilmente altri gas del corridoio meridionale potrebbero essere trasferiti in Turchia o nelle destinazioni dell’Europa sud-orientale in modo competitivo, più facilmente che nei più grandi mercati europei. 3. [...] altre fonti di gas importato sono disponibili per il mercato europeo a costi inferiori. 4. I paesi considerati dalla CE come potenziali fornitori del corridoio meridionale hanno investito in vie di esportazione alternative [...]. 5. L’Azerbaijan, l’unico paese con risorse di gas scoperte che è probabile che contribuisca materialmente al corridoio meridionale durante il 2020, avrebbe difficoltà a sviluppare tutte queste risorse simultaneamente. [...]”
Infine, dice che la situazione potrebbe essere differente dopo il 2030, ma “[...] tali fattori che favorirebbero l’espansione del corridoio meridionale potrebbero essere annullati da altre tendenze. Un’attuazione seria delle politiche di decarbonizzazione potrebbe significare che la domanda di gas in Europa sarà ulteriormente ridotta. Altre potenziali fonti di approvvigionamento potrebbero essersi espanse a quel punto. I cambiamenti politici ed economici a più lungo termine possono influenzare non solo i potenziali fornitori del corridoio meridionale [...]”.
Un documento di questa portata, redatto da uno degli istituti più importanti al mondo in materia energetica, non può passare inosservato. Anziché andare in televisione a fare dichiarazioni populiste e ignoranti (“abbasseremo la bolletta del 10%”, “il gas è strategico per l’Europa”, ecc.), Ministri e politici farebbero bene a studiare e a informarsi realmente!
TAP non serve, è inutile, anacronistico e figlio di un sistema speculativo. Non lo diciamo noi, lo dice la scienza! Basterebbe questo articolo per la tanto acclamata “analisi costi/benefici”, per arrivare alla conclusione che Tap non si deve fare!
Politici e giornalisti continuano la loro campagna del terrore, noi informiamo!
Fonte
E’ di Luglio 2018, pubblicato il 2 Agosto scorso, un nuovo articolo scientifico di Simon Pirani, “Senior Visiting Research Fellow on natural gas” dell’Oxford Institute of Energy Studies. Già il titolo di questo articolo non lascia dubbi: “Non esageriamo. Le prospettive per il 2030 del Corridoio Sud del Gas”.
In questo articolo, una bomba che smaschera le illazioni ignoranti e non documentate degli sciacalli della speculazione, vengono utilizzati scientificamente i dati a disposizione, per arrivare a decretare l’inutilità di Tap.
L’apertura è già significativa: “l’Europa riceverà circa 10 miliardi di metri cubi, non più del 2% della sua domanda complessiva, attraverso il corridoio meridionale [...]. Mentre i leader politici continuano a dipingere le prospettive del corridoio dopo il 2021-22 con colori molto brillanti, le dinamiche del mercato [...] sono meno promettenti. Le condizioni commerciali per il successo del corridoio meridionale sono peggiorate con il crescere del sostegno politico”. In premessa, viene affermato dunque che gli interessi che ruotano attorno al Corridoio Sud del Gas sono esclusivamente di natura politica, poiché economicamente e strategicamente l’opera non porterà alcun beneficio a nessuno! Ma andiamo avanti:
Strategicità: falso!
“[...] il corridoio meridionale è stato avviato in una forma molto più modesta di quanto previsto, con l’obiettivo di fornire circa il 2% della domanda di gas europea nel 2020, piuttosto che il 10-20% inizialmente previsto. [...]” E in prospettiva, il giacimento di Shah Deniz è in costante e repentino esaurimento: “La produzione di prima fase dovrebbe entrare in declino naturale nel 2024, raggiungendo 4,1-4,2 miliardi di metri cubi nel 2030 e cessare la produzione prima del 2035.”
Come inoltre afferma lo stesso autore, “[...]È importante sottolineare la portata modesta di queste prospettive, al fine di contrastare le affermazioni vaghe ed esagerate che appaiono regolarmente nei media, non solo da alti funzionari azeri, ma anche da ricercatori.”
Differenziazione: falso!
Gazprom è implicata direttamente nella costruzione del Corridoio Sud del Gas, nella gestione dei giacimenti petroliferi nel Mar Caspio e nel trasporto di gas in Europa. Come afferma Pirani, “[...] È nell’interesse commerciale di Gazprom vendere volumi di gas, con profitto, ai clienti in Azerbaigian e Georgia che sono serviti da oleodotti esistenti. Ma non è nell’interesse di Gazprom vendere a un prezzo inferiore al netback europeo, altrimenti potrebbe liberare volumi di gas azero per l’esportazione in Europa, dove sarebbe in concorrenza con il gas di Gazprom. [...]”.
Ma non basta: nell’articolo si legge che la gestione del Mar Caspio, dal punto di vista giuridico, è in alto mare e la Russia si propone come paese capofila per definirne la gestione! “Un ostacolo di lunga data [...] è stato lo status giuridico irrisolto del Mar Caspio e le controversie di demarcazione in sospeso tra alcuni stati litoranei...”, “Il progetto di Convenzione sul quale la Russia sta lavorando non è stato pubblicato, ma ne sono state riportate notizie nei media russi. La bozza include una clausola sulla costruzione di condotte sottomarine [...]”, e soprattutto “La posizione della Russia è cambiata: la sua priorità sembra essere quella di consolidare la sua posizione strategica e di sicurezza nel Caspio, in linea con il suo ruolo più attivo in Asia centrale e in Medio Oriente.”
Ancora più interessante è la conclusione: “Mentre Gazprom preferirebbe non incoraggiare un concorrente diretto, potrebbe preferire trarre profitto dall’offrire a tale concorrente un accesso limitato a una rotta verso l’Europa che controlla, piuttosto che consentire l’apertura di una nuova rotta.”
vantaggi economici: falso!
“[...]Il confronto principale si trova tra il costo stimato del trasporto dal confine orientale della Turchia al punto di prelievo di Eskisher ($ 79/mcm) e il costo stimato del trasporto da il confine orientale della Turchia verso l’Italia ($ 103/mcm per TANAP e $ 75/mcm per TAP, totale $ 178/mcm. [...]”. Si evince, dall’articolo, che solo per il trasporto del gas andremmo a pagare più del doppio del costo naturale! Ma non basta. Continuando a leggere, notiamo che “Il costo di trasporto verso l’Italia è essenzialmente proibitivo: è difficile vedere le circostanze in cui il gas potrebbe competere con altre forniture in Italia per un periodo prolungato.”
Continua dicendo: “il livello della domanda nei mercati europei e turchi e il livello dei prezzi del gas, che sono bassi rispetto ai costi di consegna del gas del corridoio meridionale, hanno anche limitato i progressi del corridoio meridionale e continueranno a farlo. Il costo della fornitura di gas dall’Azerbaijan è stato stimato in $ 273-293/mcm in Italia e $ 179-189/mcm in Turchia [...]”. Sono costi esorbitanti rispetto agli attuali costi del trasporto e fornitura di gas in Europa, per cui, dove starebbe la convenienza economica? Questi costi influirebbero inevitabilmente sulle tasche dei cittadini! E infatti, come afferma lo stesso Pirani, “[...] tali volumi potrebbero faticare a competere nei grandi mercati europei contro le fonti alternative di approvvigionamento”. “[...]Il gas azero è molto meno competitivo in Europa agli attuali prezzi di mercato, e infatti il gas prodotto dai giacimenti di acque profonde e trasportato su lunghe distanze sarà sempre difficile da competere in un contesto di prezzi bassi. [...]” e, in conclusione, “[...] Nei maggiori mercati europei, la flessione della domanda nel periodo 2009-2014, la natura limitata della ripresa della domanda, le previsioni di una crescita della domanda molto graduale negli anni 2020 e i grandi volumi di gas russo e GNL potenzialmente disponibili, tutto ciò significa che i prezzi potrebbero rimanere bassi. Questa prospettiva ha inibito i progetti di condotte in generale e ha contribuito a ridurre le dimensioni del corridoio meridionale rispetto alle aspettative iniziali.”
Le conclusioni dell'articolo sono estremamente sintomatiche dell’inutilità di quest’opera:
“1. Il gas azero farà fatica a essere competitivo nei grandi mercati europei in un ambiente a basso costo. [...] 2. Il gas azero e probabilmente altri gas del corridoio meridionale potrebbero essere trasferiti in Turchia o nelle destinazioni dell’Europa sud-orientale in modo competitivo, più facilmente che nei più grandi mercati europei. 3. [...] altre fonti di gas importato sono disponibili per il mercato europeo a costi inferiori. 4. I paesi considerati dalla CE come potenziali fornitori del corridoio meridionale hanno investito in vie di esportazione alternative [...]. 5. L’Azerbaijan, l’unico paese con risorse di gas scoperte che è probabile che contribuisca materialmente al corridoio meridionale durante il 2020, avrebbe difficoltà a sviluppare tutte queste risorse simultaneamente. [...]”
Infine, dice che la situazione potrebbe essere differente dopo il 2030, ma “[...] tali fattori che favorirebbero l’espansione del corridoio meridionale potrebbero essere annullati da altre tendenze. Un’attuazione seria delle politiche di decarbonizzazione potrebbe significare che la domanda di gas in Europa sarà ulteriormente ridotta. Altre potenziali fonti di approvvigionamento potrebbero essersi espanse a quel punto. I cambiamenti politici ed economici a più lungo termine possono influenzare non solo i potenziali fornitori del corridoio meridionale [...]”.
Un documento di questa portata, redatto da uno degli istituti più importanti al mondo in materia energetica, non può passare inosservato. Anziché andare in televisione a fare dichiarazioni populiste e ignoranti (“abbasseremo la bolletta del 10%”, “il gas è strategico per l’Europa”, ecc.), Ministri e politici farebbero bene a studiare e a informarsi realmente!
TAP non serve, è inutile, anacronistico e figlio di un sistema speculativo. Non lo diciamo noi, lo dice la scienza! Basterebbe questo articolo per la tanto acclamata “analisi costi/benefici”, per arrivare alla conclusione che Tap non si deve fare!
Politici e giornalisti continuano la loro campagna del terrore, noi informiamo!
Fonte
01/08/2018
Governo Conte - Servo degli USA, della UE o di entrambi?
In politica estera non si improvvisa. A meno che tu non abbia alle spalle una potenza tale che gli altri devono stare attenti a quel che vuoi, solo perché lo vuoi.
Ma se sei una mezza calzetta sempre a un passo dall’essere buttata fuori dai club che contano, l’improvvisazione è un rischio gigantesco. In primo luogo perché non raccogli i risultati che speravi, in secondo perché fai vedere a tutti i concorrenti – ai tuoi cittadini puoi raccontare quel che vuoi, parlando d’altro – che non ci capisci più di tanto e non sai fare i tuoi interessi.
La visita di Conte negli Stati Uniti aveva un solo scopo: quello di “farsi proteggere” dall’invadenza francese in Libia. E già questo sembrava un obbiettivo non proprio geniale. Intanto perché la Francia è membro pesante dell’Unione Europea, dunque può agire per far sì che altri obbiettivi dell’Italia – per esempio i “margini di flessibilità” sui parametri di Maastricht – diventino più difficilmente raggiungibili. E poi, tutti sanno che gli Stati Uniti non fanno mai qualcosa in cambio di niente; specie ora che c’è un Trump bisognoso di dimostrare ai suoi elettori che è capace di fare affari migliori di prima.
Insomma, l’impressione – già dalle cronache frettolose dei media principali – era che questo governo andava a creare un’altra crepa nell’architettura europea, già traballante di suo (Macron e Merkel sono al punto più basso della popolarità, in patria e fuori), non tanto per “sovranismo” quanto per antica sudditanza verso gli Usa.
La conferma arriva da questa illuminante analisi di Alberto Negri, ex inviato di guerra de IlSole24Ore, ora battitore libero che pubblica ovunque. In questo caso su il manifesto.
Alberto Negri
Il premier Giuseppe Conte è tornato da Washington con il bollino blu di garanzia, come si usava nella vecchia pubblicità delle banane. Vedremo ora cosa mai sarà la «cabina di regia» sulla Libia che ha chiesto insistentemente a Trump, ma pensare che sulla poltroncina a dirigere le azioni principali gli Usa mettano l’Italia fa ridere i polli.
A noi permetteranno di reclutare le solite comparse di Tripoli, consumati caratteristi del doppio o triplo gioco che i nostri governi tengono in palma di mano per convocare una conferenza libica a Roma.
Ma in cambio di che cosa? Da qualche anno, ovvero dal 2011 quando gli Usa di concerto con Francia e Gran Bretagna distrussero la Libia di Gheddafi, i premier italiani vanno a Washington sperando di essere tirati fuori dai guai dove li hanno cacciati i loro stessi alleati, o presunti tali.
Era già accaduto nell’incontro tra Renzi e Obama tre anni fa: «L’Italia è il paese leader in Libia», aveva detto l’ineffabile Barack. Come è andata a finire lo sappiamo: una solenne presa in giro, la Francia in Libia fa quello che vuole, almeno in Cirenaica, e i governi del Pd sono stati spazzati via anche dalla questione immigrazione.
Si sono lette cose dell’altro mondo sulla stampa italiana: se l’Italia ferma il progetto del gasdotto Tap dell’Azerbaijan, sponsorizzato dagli Usa, ci sarebbero danni per 70 miliardi di dollari, il doppio o il triplo del valore della pipeline. Ma il Tap – osteggiato in Puglia come la Tav in Piemonte – non arriverebbe solo in Italia perché le sue diramazioni attraversano pure i Balcani. Oltretutto la sua portata iniziale è assai bassa, 10 miliardi di metri cubi l’anno, tra l’altro da dividere con la Turchia che non ha per nulla rinunciato al Turkish Stream con Mosca, anzi. I lavori di posa dei tubi si concluderanno nel 2019 con un portata di 32 miliardi di metri cubi, il triplo del decantato Tap (Trans Adriatic Pipeline).
Non è affatto vero come sostengono gli Usa che il Tap è «una struttura fondamentale per garantire energia all’Occidente». Almeno non lo è ancora. Il suo valore strategico non è tanto per l’Italia quanto per i Paesi produttori dell’Asia Centrale (adesso l’Azerbaijan e in prospettiva anche Turkmenstan e Kazakhstan) che hanno interesse a evitare la tagliola del transito sui tubi russi della Gazprom per arrivare in Europa.
Ma per il momento è soltanto una delle diverse alternative aggiuntive: non rappresenta neppure un ventesimo dei consumi europei annuali.
Il Tap, di cui Snam ha una quota del 20%, è un’opera che era stata definita «inutile» dal nuovo ministro dell’Ambiente Sergio Costa in una dichiarazione alla Reuters del 6 giugno scorso. La verità è che, al di là delle polemiche locali, il Tap è invece utilissimo all’America di Trump che ha due obiettivi: contenere l’influenza russa nei rifornimenti energetici europei e bloccare il progetto della pipeline tedesca Nord Stream 2 con Mosca.
Quindi il premier Conte si è prestato volentieri al gioco americano, tanto più che l’Italia si è vista bocciare da Bruxelles il gasdotto South Stream, la pipeline che avrebbe dovuto portare in Europa il metano russo aggirando l’Ucraina.
Ed ecco che dopo tanto blaterare dei rapporti di amicizia tra Mosca e Roma, della cancellazione delle sanzioni alla Russia, Conte ha completamente riallineato l’Italia ai piani Usa con il gioco dei gasdotti pur di ottenere da Washington vaghe investiture di primazia in Libia dove continueremo a fare i conti con la Francia, l’Egitto e la Russia stessa, soprattutto in Cirenaica.
Un ritorno all’ordine atlantico sancito ieri dalle sanzioni dell’Unione europea alle sei società russe che hanno costruito il ponte che collega la Russia alla Crimea annessa nel 2014: il tutto con l’approvazione dell’Italia che sembrava tanto amica di Mosca da essere citata nel discorso inaugurale del premier Conte.
Ma c’è dell’altro. Si dice anche che Trump sarebbe interessato a scambiare quote Eni (in cambio di concessioni in Usa) per prendere il gas libico che a noi arriva già attraverso il gasdotto diretto Greenstream (oltre a quello algerino con il Transmed e al gas russo, che costa meno di quello americano).
Visto che gli Usa vogliono vendere il loro gas liquefatto in Europa non si capisce bene che se ne fanno di quello della Libia, dove tra l’altro l’Eni fornisce l’80% dell’energia elettrica del Paese, se non per mettere una “fiche” geopolitica sul tavolo nordafricano. Tutto questo per ottenere l’appoggio americano alla conferenza in Italia sulla Libia? In poche parole l’aiuto Usa andrebbe a pesare sulla nostra bolletta del gas.
Del resto Trump all’esordio dell’incontro con Conte alla Casa Bianca era stato chiaro: «L’Italia ha un surplus commerciale di 31 miliardi di dollari con gli Usa». In poche parole: «Prima caccia i soldi, cioè riequilibra il deficit commerciale e poi parliamo del resto».
L’impressione, dalla cabina di regia saldamente nelle mani degli americani, è che gli Usa tentino di darci un’altra fregatura, anche questa con un simpatico bollino blu.
Fonte
Ma se sei una mezza calzetta sempre a un passo dall’essere buttata fuori dai club che contano, l’improvvisazione è un rischio gigantesco. In primo luogo perché non raccogli i risultati che speravi, in secondo perché fai vedere a tutti i concorrenti – ai tuoi cittadini puoi raccontare quel che vuoi, parlando d’altro – che non ci capisci più di tanto e non sai fare i tuoi interessi.
La visita di Conte negli Stati Uniti aveva un solo scopo: quello di “farsi proteggere” dall’invadenza francese in Libia. E già questo sembrava un obbiettivo non proprio geniale. Intanto perché la Francia è membro pesante dell’Unione Europea, dunque può agire per far sì che altri obbiettivi dell’Italia – per esempio i “margini di flessibilità” sui parametri di Maastricht – diventino più difficilmente raggiungibili. E poi, tutti sanno che gli Stati Uniti non fanno mai qualcosa in cambio di niente; specie ora che c’è un Trump bisognoso di dimostrare ai suoi elettori che è capace di fare affari migliori di prima.
Insomma, l’impressione – già dalle cronache frettolose dei media principali – era che questo governo andava a creare un’altra crepa nell’architettura europea, già traballante di suo (Macron e Merkel sono al punto più basso della popolarità, in patria e fuori), non tanto per “sovranismo” quanto per antica sudditanza verso gli Usa.
La conferma arriva da questa illuminante analisi di Alberto Negri, ex inviato di guerra de IlSole24Ore, ora battitore libero che pubblica ovunque. In questo caso su il manifesto.
*****
Libia, il bidone di Trump a Conte è da bollino blu
Alberto Negri
Il premier Giuseppe Conte è tornato da Washington con il bollino blu di garanzia, come si usava nella vecchia pubblicità delle banane. Vedremo ora cosa mai sarà la «cabina di regia» sulla Libia che ha chiesto insistentemente a Trump, ma pensare che sulla poltroncina a dirigere le azioni principali gli Usa mettano l’Italia fa ridere i polli.
A noi permetteranno di reclutare le solite comparse di Tripoli, consumati caratteristi del doppio o triplo gioco che i nostri governi tengono in palma di mano per convocare una conferenza libica a Roma.
Ma in cambio di che cosa? Da qualche anno, ovvero dal 2011 quando gli Usa di concerto con Francia e Gran Bretagna distrussero la Libia di Gheddafi, i premier italiani vanno a Washington sperando di essere tirati fuori dai guai dove li hanno cacciati i loro stessi alleati, o presunti tali.
Era già accaduto nell’incontro tra Renzi e Obama tre anni fa: «L’Italia è il paese leader in Libia», aveva detto l’ineffabile Barack. Come è andata a finire lo sappiamo: una solenne presa in giro, la Francia in Libia fa quello che vuole, almeno in Cirenaica, e i governi del Pd sono stati spazzati via anche dalla questione immigrazione.
Si sono lette cose dell’altro mondo sulla stampa italiana: se l’Italia ferma il progetto del gasdotto Tap dell’Azerbaijan, sponsorizzato dagli Usa, ci sarebbero danni per 70 miliardi di dollari, il doppio o il triplo del valore della pipeline. Ma il Tap – osteggiato in Puglia come la Tav in Piemonte – non arriverebbe solo in Italia perché le sue diramazioni attraversano pure i Balcani. Oltretutto la sua portata iniziale è assai bassa, 10 miliardi di metri cubi l’anno, tra l’altro da dividere con la Turchia che non ha per nulla rinunciato al Turkish Stream con Mosca, anzi. I lavori di posa dei tubi si concluderanno nel 2019 con un portata di 32 miliardi di metri cubi, il triplo del decantato Tap (Trans Adriatic Pipeline).
Non è affatto vero come sostengono gli Usa che il Tap è «una struttura fondamentale per garantire energia all’Occidente». Almeno non lo è ancora. Il suo valore strategico non è tanto per l’Italia quanto per i Paesi produttori dell’Asia Centrale (adesso l’Azerbaijan e in prospettiva anche Turkmenstan e Kazakhstan) che hanno interesse a evitare la tagliola del transito sui tubi russi della Gazprom per arrivare in Europa.
Ma per il momento è soltanto una delle diverse alternative aggiuntive: non rappresenta neppure un ventesimo dei consumi europei annuali.
Il Tap, di cui Snam ha una quota del 20%, è un’opera che era stata definita «inutile» dal nuovo ministro dell’Ambiente Sergio Costa in una dichiarazione alla Reuters del 6 giugno scorso. La verità è che, al di là delle polemiche locali, il Tap è invece utilissimo all’America di Trump che ha due obiettivi: contenere l’influenza russa nei rifornimenti energetici europei e bloccare il progetto della pipeline tedesca Nord Stream 2 con Mosca.
Quindi il premier Conte si è prestato volentieri al gioco americano, tanto più che l’Italia si è vista bocciare da Bruxelles il gasdotto South Stream, la pipeline che avrebbe dovuto portare in Europa il metano russo aggirando l’Ucraina.
Ed ecco che dopo tanto blaterare dei rapporti di amicizia tra Mosca e Roma, della cancellazione delle sanzioni alla Russia, Conte ha completamente riallineato l’Italia ai piani Usa con il gioco dei gasdotti pur di ottenere da Washington vaghe investiture di primazia in Libia dove continueremo a fare i conti con la Francia, l’Egitto e la Russia stessa, soprattutto in Cirenaica.
Un ritorno all’ordine atlantico sancito ieri dalle sanzioni dell’Unione europea alle sei società russe che hanno costruito il ponte che collega la Russia alla Crimea annessa nel 2014: il tutto con l’approvazione dell’Italia che sembrava tanto amica di Mosca da essere citata nel discorso inaugurale del premier Conte.
Ma c’è dell’altro. Si dice anche che Trump sarebbe interessato a scambiare quote Eni (in cambio di concessioni in Usa) per prendere il gas libico che a noi arriva già attraverso il gasdotto diretto Greenstream (oltre a quello algerino con il Transmed e al gas russo, che costa meno di quello americano).
Visto che gli Usa vogliono vendere il loro gas liquefatto in Europa non si capisce bene che se ne fanno di quello della Libia, dove tra l’altro l’Eni fornisce l’80% dell’energia elettrica del Paese, se non per mettere una “fiche” geopolitica sul tavolo nordafricano. Tutto questo per ottenere l’appoggio americano alla conferenza in Italia sulla Libia? In poche parole l’aiuto Usa andrebbe a pesare sulla nostra bolletta del gas.
Del resto Trump all’esordio dell’incontro con Conte alla Casa Bianca era stato chiaro: «L’Italia ha un surplus commerciale di 31 miliardi di dollari con gli Usa». In poche parole: «Prima caccia i soldi, cioè riequilibra il deficit commerciale e poi parliamo del resto».
L’impressione, dalla cabina di regia saldamente nelle mani degli americani, è che gli Usa tentino di darci un’altra fregatura, anche questa con un simpatico bollino blu.
Fonte
17/10/2017
Malta, l’isola del tesoro uccide la cronista

“Ci sono truffatori ovunque si guarda. La situazione è disperata” scriveva Daphne Caruana Galizia di ciò che vedeva in un’isola piccina ed esotica, seppur per storia e lingua legata al continente. Quell’isola, Malta, nei mesi scorsi era definita da un’inchiesta de L’Espresso, l’isola del tesoro, non per richiami letterari bensì per intrighi politico-finanziari che ne oscurano l’orizzonte. Sugli intrecci fra politica e criminalità, che in troppi casi si legano indissolubilmente, indagava e scriveva Daphne con la caparbietà della cronista, l’intuito dell’investigatrice, il coraggio della commentatrice civile. Era l’immagine della giornalista che interpreta il mestiere come servizio, non come vetrina autoreferenziale. Era. Perché Daphne, cinquantatre anni, è stata fatta saltare in aria sulla sua auto, sicuramente da una delle mani cui intralciava gli intrallazzi. Intrallazzi enormi, se si è scomodato qualcuno capace di far brillare l’auto come si fa in Medioriente o fra le cosche della mafia siciliana. Roba da terrorismo, Servizi e criminalità globale. Di nemici la giornalista maltese ne aveva un’infinità. Lei vedeva, fiutava, ricercava e scriveva. L’aveva fatto per Sunday Times of Malta e per il Malta Indipendent, ora lo faceva su Running Commentary un blog veloce come il titolo, tagliente come il suo argomentare puntuto.
Ora il premier laburista Muscat, uno dei bersagli fissi di Caruana Galizia perché implicato in mille vicende a dir poco ombrose che ne cadenzano il percorso politico, afferma che non avrà pace “finché giustizia non sarà fatta”. Dichiarazione che somiglia a quelle che nel Belpaese si ascoltavano dopo gravissimi fatti di sangue per bocca di uomini di governo. Di motivi per far brillare, com’è accaduto, l’automobile della cronista nella campagna presso Bidnija, ce n’erano diversi. Il più grosso, che ha portato copiosi capitali sui conti panamensi di Michelle Muscat, una sorta di Leila Trabelsi Ben Ali o di Anna Moncini Craxi, proveniva dalla figlia del chiacchieratissimo ed eterno presidente dell’Azerbaijan Aliyev. Pari a un milione di dollari. La divulgazione di notizie e le inchieste giornalistiche che vedevano Daphne in prima fila avevano prodotto qualche fastidio a Muscat, così durante il periodo di conduzione del semestre europeo si dimise o, per opportunità, venne costretto a farlo. I regali, più o meno occulti, provenienti dall’Azerbaijan coinvolgono diversi soggetti attorno all’affare più grosso che il Paese del Caspio s’appresta a fare con l’Unione Europea: la Trans Adriatic Pipeline.
Quel gasdotto, dopo aver attraversato tutta l’Anatolia, porta il gas azero per circa 900 km sul suolo greco, albanese, il Mar Adriatico e, per un tratto di otto chilometri, italiano. Oltre a trovare un sostegno nello Stato turco, che ne trae vantaggi di dazio e rifornimenti di metano a bassissimo costo, Aliyev ha cercato di attirare i partner europei interessati direttamente o indirettamente. Ambasciatore d’affari per conto della British Petroleum che realizzerà le condotte sul territorio greco, albanese e italiano è l’ex premier laburista Tony Blair, di casa a Malta e nella stessa casa del primo ministro maltese. Nelle ricerche giornalistiche di Daphne il cerchio non si chiudeva solo su quest’evidente incrocio d’interessi. C’erano altri canali, alcuni noti e denunciati dalla passione civile della giornalista, altri su cui lavorava con l’ausilio del figlio Matthew, impegnato nell’International consortium of investigative journalism. Alcune tracce pubblicate, altre da sviluppare. Perché nonostante la passionalità e l’irruenza caratteriale Caruana Galizia, oltre ad affermarne con coscienza la deontologia, sapeva benissimo come comportarsi secondo le normative giornalistiche. Muscat gli aveva rifilato una querela, seguendo il costume più utilizzato da chi vuole tagliare le gambe alle inchieste. Quindici giorni fa la cronista rivelava d’aver ricevuto minacce. Ieri è giunta puntuale la morte.
Fonte
14/08/2017
O c’è il gasdotto o c’è tutto il resto. Intervista a Elena Gerebizza sul Trans Adriatic Pipeline (TAP)
L’associazione Re:Common da sempre si occupa di grandi opere inutili, distruzione dei territori, politiche energetiche.
Recentemente ha curato la pubblicazione di “L’alleato azero”, una graphic novel illustrata da Claudia Giuliani in cui è raccontata la storia di Khadija Ismayilova, giornalista che ha patito il carcere a causa del suo lavoro di inchiesta sugli interessi e i traffici di Ilham Aliyev, presidente azero, e della sua famiglia. Il 20 giugno scorso abbiamo intercettato Elena Gerebizza, che di Re:Common è parte integrante, al CSOA Gabrio di Torino e le abbiamo posto delle domande sulla questione TAP e su “L’alleato azero”.
AM: Del TAP si è molto parlato a proposito del suo approdo sulle coste pugliesi, ma il progetto prevede di rifornire Nord Italia e Centro Europa, passando inevitabilmente per l’Appennino. A che stato di avanzamento è il progetto su questa parte, e quali sono gli impatti previsti? È vero che il gasdotto passa nell’area interessata dal sisma in centro Italia?
EG: Il TAP si ferma a Melendugno, almeno secondo la descrizione “istituzionale”, cioè la descrizione del progetto data dai governi e dal consorzio TAP. La verità è che se uno guarda veramente cosa stanno costruendo, questo corridoio che nasce in Azerbaigian – e che dovrebbe nascere addirittura in Turkmenistan, ma per ora non sono riusciti a trovare un accordo – arrivato in Italia, da Melendugno prosegue verso nord e cambia nome e quindi la VIA (Valutazione di impatto ambientale) ha un iter diverso, però di fatto è un corridoio unico che quindi punta a prendere gas dall’Azerbaigian – e da altri luoghi forse, perché l’Azerbaigian non ha le riserve che sostiene d’avere – e trasportarlo verso l’Europa. Un’Europa abbastanza indefinita, perché di fatto non c’è un bisogno reale che motivi la richiesta di questo gas. C’è l’idea di costruire un grande mercato del gas in Europa, idea guidata non dalla valutazione reale di quel che serve in Italia e negli altri paesi dell’Unione Europea, ma piuttosto dall’idea del “costruiamolo così ci facciamo i soldi”, facciamolo perché siccome sta finendo il petrolio abbiamo bisogno di trovare un’altra merce da rendere una commodity, come viene denominata, in modo che possa essere una sorta di base materiale per costruire poi un ulteriore sviluppo dei mercati finanziari radicati sul commercio di gas.
Il problema qual è, però? Mentre il petrolio è facilmente trasportabile, infatti una volta estratto e caricato su una nave lo muovi come vuoi, il gas ha bisogno di essere liquefatto e rigassificato se lo trasporti via mare, o se lo trasporti su terra abbisogna di infrastrutture di un certo tipo, per cui l’investimento che va fatto è enorme. In più, quello che il privato vuole è che questo investimento sia pagato dal pubblico, perché questi soggetti privati sostengono “noi ci preoccupiamo, per il bene di tutti, di trovare il gas, voi dovete costruire le vie di trasporto e tutte le infrastrutture necessarie”. Non si tratta solo di gasdotti, ma vediamo – sia nella tratta sud, che va dall’Azerbaigian a Melendugno, che nella tratta appenninica – che è prevista anche la realizzazione di centrali a compressione spinta e depositi del gas, quindi è una cosa molto articolata. La domanda vera è: ammesso che questo pubblico decida di pagare, ha i soldi per farlo? Perché comunque queste sono tutte risorse che se mettiamo lì non mettiamo da altre parti. Nel caso del TAP si sta vedendo che in realtà queste risorse, al momento, ancora non sono state messe sul tavolo. Le richieste sono state fatte, a diverse banche pubbliche europee, ma ancora i prestiti non sono stati concessi.
Per la tratta appenninica la vicenda è iniziata più o meno nello stesso periodo storico, perché il momento in cui si è pensato il TAP è anche il momento in cui si iniziava a sviluppare, come idea, la rete adriatica, poi quest’ultima è partita prima, perché l’hanno astutamente divisa in blocchi e quindi hanno provato ad avviare la realizzazione nelle tratte dove era più semplice costruire questo tubo, sempre partendo dal fatto che nessuno è stato realmente informato su quello che si stava costruendo in quel territorio. È mancata l’informazione su cos’era, quale livello di rischio comportava, a chi serviva o meglio, se serviva o non serviva a qualcuno.
AM: Il primo promotore dell’opera chi è stato?
EG: Un primo promotore è difficile trovarlo, però sicuramente chi vuole costruire questi gasdotti, ma anche le altre infrastrutture che si stanno costruendo oggi in Europa, sono principalmente società di distribuzione del gas e società che fanno trading di gas. Comprano e vendono sui mercati finanziari europei e globali. Nel caso di TAP, ad esempio, tutto è partito da una società svizzera, che oggi si chiama Axpo Trading e all’epoca si chiamava EGL, che aveva poi una EGL Produzione Italia, che principalmente fa compravendita di gas, era cioè il ramo dedicato al trading di quella società. Da lì è partita l’idea. Nel caso della rete adriatica è la SNAM, la nostra società di bandiera, a partecipazione pubblica, che principalmente però fa distribuzione del gas in Italia ma che si interessa anche di comprare e vendere gas sui mercati, quindi c’è proprio questa distinzione netta tra quella che è la distribuzione vera, quella che porta il gas nelle nostre case, e invece tutto quello che sono solamente transazioni finanziarie che sono completamente distinte dal mondo reale nostro.
AM: Dicevi prima che ci sono delle sezioni per cui i lavori sono stati già avviati.
EG: Già nel 2012 era partita la macchina per iniziare a costruire alcune tratte di quella che si chiama rete adriatica, questo gasdotto che dovrebbe attraversare quasi tutto l’Appennino, per una lunghezza di circa 740 chilometri. La parte più complessa, che infatti è quella dove non è partita la costruzione, è quella che interessa principalmente l’Appennino e va da Sulmona a Foligno, attraversa le zone sismiche. Lì oltre al gasdotto si deve costruire anche una centrale a compressione spinta, perché c’è un dislivello significativo da superare, con un rischio serio per chi vive in quel territorio.
Incidenti relativi a gasdotti ce ne sono, anche abbastanza frequenti, non è una cosa rara. Il punto è dove si trovano questi gasdotti e che tipo di sistema di sicurezza è stato messo in atto. Se tu riesci a dirmi che un gasdotto riesce a essere costruito in esenzione della Direttiva Seveso – la normativa europea che guarda al rischio industriale e anche a quello cumulativo – significa che comunque tu lo consideri a rischio molto basso. Però se questo gasdotto attraversa zone dove ci sono altri tipi di produzioni industriali, oppure se fai una centrale che di fatto contiene del gas e quindi diventa un impianto industriale vero e proprio, e mi dici che lo fai in esenzione della Direttiva Seveso allora sì che mi preoccupo. Mi preoccupo perché significa che non è stato studiato nulla per prevenire il rischio e anche per intervenire nel momento di un incidente, per cui questo è uno dei temi caldi posti sia dalle comunità salentine che da tutti gli altri sulla dorsale appenninica, come anche da chi vive in Grecia o altri paesi coinvolti.
Non è chiaro come la vicenda verrà gestita a livello complessivo, per adesso il progetto del TAP è stato fatto tutto in esenzione alla direttiva Seveso, perché dicono che la direttiva non serve applicarla. E considerando le molte forzature nell’autorizzazione del TAP, questo non è per niente rassicurante.
AM: Questo gas ci serve realmente?
EG: No, non ci serve e non ci serviva neanche quando hanno iniziato a pensare di costruire questi gasdotti. Non ci serve perché i consumi del gas sono diminuiti nel tempo, adesso stiamo a livelli più bassi del 2008, non ci serve anche perché di fatto in Europa le infrastrutture per trasportare gas già ci sono, così come i depositi di gas. Il punto è che quel che si cerca di costruire adesso è un altro sistema di distribuzione e stoccaggio che di fatto dovrebbe essere quello più funzionale ai mercati finanziari o a come loro vedono il mercato del gas, che appunto è ancora tutto in divenire. A noi non serve, ma a qualcun altro potrebbe servire. Il punto è chi è questo qualcun altro e se è giusto che l’intero territorio europeo, e anche fuori dai confini dell’Europa, venga ridefinito completamente in funzione di interessi che di fatto sono speculativi, sono interessi privati e privatistici e non hanno niente a che fare con quello che noi desideriamo per il nostro presente né per il nostro futuro.
EG: I soldi sono stati offerti, c’è chi li ha presi e chi li ha rifiutati. E comunque il punto è tu cosa stai compensando, cioè mi compensi perché? Perché avevo una terra e adesso ci passa un gasdotto e io non posso coltivare più, oppure mi compensi per l’impatto complessivo che il passaggio di quel gasdotto comporterà su tutto il territorio? Per cui nel caso del Salento è proprio la vocazione complessiva di un territorio che adesso è orientato alla tutela dell’ambiente sia per un certo modello agricolo che di sviluppo turistico e che invece verrebbe completamente stravolto se si inizia a costruire un progetto che non è solo il gasdotto, ma è proprio tutto lo sviluppo industriale che porterà con sé. La stessa cosa vale per l’Appennino, quindi sono compensazioni che non compensano per niente. E poi la domanda vera è se veramente pensiamo che dei soldi che possono essere offerti in realtà sono quello che le persone vogliono quando si trovano a perdere tutto il resto, cioè a perdere il loro modo di vivere, a perdere tutto quello che è stato costruito lì negli anni perché qualcosa di nuovo arriva e stravolge tutto.
AM: Si tratterebbe sostanzialmente di una lunghissima ferita, con una fascia di rispetto e tutta una serie di impianti...
EG: Certo, sì. Perché comunque la fascia di media è una fascia di 40 metri dove assolutamente non si può fare niente, ma che poi si allarga, perché c’è la fascia di sicurezza, dove non ci possono essere edifici, non ci possono essere coltivazioni di tipo permanente, cioè tutte le attività che si svolgono su quel territorio vengono influenzate da questo progetto, che non va assolutamente nell’interesse di chi il territorio lo vive, anzi... se guardi all’Appennino, se già c’è un problema di spopolamento, o comunque di come un po’ alla volta le persone vengono allontanate, un progetto di questo tipo una volta che tu inizi o ad affittare la terra con concessioni di 20/30 anni, o addirittura a fare espropri, un po’ alla volta forza le persone ad allontanarsi.
AM: A che punto è la realizzazione del gasdotto nelle altre nazioni toccate dal progetto?
EG: In Grecia e in Albania sono avanzati molto in quella che è tutta la fase di pre-costruzione che vuol dire acquisire le terre, togliere quello che si trova in superficie e iniziare a preparare per la posa dei tubi. La costruzione vera e propria non è ancora realmente iniziata, se non un po’ a macchia di leopardo. In Grecia l’abbiamo visto nella prima decina di chilometri nei pressi del confine turco, dove di fatto non vive quasi nessuno.
Però sia in Grecia che in Albania ci sono ancora problemi seri proprio rispetto all’acquisizione delle terre. Nella provincia di Kavala in Grecia c’è una striscia di dieci chilometri dove i contadini non sono in nessuna maniera intenzionati a vendere o a concedere affitti o passaggi sulle loro terre. Per adesso quella zona lì non è stata toccata. Loro hanno addirittura fatto denuncia contro le società che hanno cercato di entrare con le macchine e quindi è tutto fermo.
[Vedi qui il reportage di Re:Common sulla recente visita in Grecia]
In Albania ci sono un sacco di contadini che hanno cercato di denunciare acquisizione di terre fatte a prezzi bassissimi o pagando le compensazioni a persone che non erano i reali proprietari. Ci sono un sacco di questioni aperte. Io non me la sentirei di dire che la costruzione è iniziata.
AM: Hai cominciato ad accennarlo: ci sono altre opposizioni al Tap oltre a quella di Melendugno e queste che hai appena menzionato?
EG: In Grecia un’opposizione al progetto c’è e ha anche una storia abbastanza lunga. Nasce dal periodo in cui c’era ancora la campagna elettorale di Syriza. In quel periodo sono state fatte molte promesse e una delle promesse era che si sarebbe trovato un percorso alternativo per questo gasdotto e che quindi non avrebbe toccato la piana più fertile del nord della Grecia. Poi nella disillusione complessiva rispetto a Syriza che i greci stanno vivendo adesso c’è anche questo: quelle promesse non sono state mantenute, hanno cercato di cominciare comunque e quindi questa dinamica che prima era di dialogo con i contadini adesso è conflittuale. Ora c’è proprio un blocco totale della costruzione in quella zona.
In altre zone c’è un’opposizione che continua con ricorsi eccetera, ma c’è meno forza complessiva. Questo rientra nella complessità un po’ più ampia della Grecia di oggi dove il livello di pressione sui movimenti e sulle comunità è talmente alto che non ce la stanno facendo a tenere testa a tutto.
In Albania è un po’ più difficile opporsi, come anche in Turchia, perché il livello di repressione da parte dello stato è molto più forte. Si parla di persone che hanno paura a fare domande o a opporsi in maniera netta al progetto perché subiscono minacce da vari soggetti non ben identificati.
In Turchia c’è proprio pressione da parte dello stato, il gasdotto è stato presentato come un progetto di priorità nazionale e quindi chiunque è contrario al gasdotto è anche nemico dello stato. Nonostante questo anche lì, in regioni come Bursa, la regione al confine con la Georgia, ci sono state proteste molto forti sempre legate alla questione dell’acquisizione delle terre, però è più complesso contattare le persone, riuscire a parlare in maniera sicura con loro. I rischi a cui sono esposti sono molto alti.
EG: Noi abbiamo scelto di raccontare la storia di questa giornalista, Khadija Ismayilova, che è stata arrestata proprio perché aveva provato a indagare seriamente sugli interessi diretti degli Aliyev. Ha guardato a come sono state fatte le privatizzazioni in Azerbaigian e ha visto che quelle che di fatto prima erano aziende di stato nel settore minerario e nel settore delle comunicazioni poi sono diventate società private che però facevano riferimento direttamente alle figlie del presidente Aliyev. Questo ovviamente le è costato la libertà.
È stata incarcerata e detenuta per un anno e mezzo circa. È stata liberata nel marzo dello scorso anno e ancora oggi sta a casa sua, ma di fatto la sua libertà è ancora molto limitata: non ha il passaporto, non può andare all’estero, è costantemente tenuta sotto controllo. La sua storia è abbastanza emblematica, ma non è l’unica.
In Azerbaigian sono stati messi sotto attacco anche gli avvocati, gli attivisti per i diritti umani, i blogger, i cantanti. Chiunque in qualche maniera critichi il regime degli Aliyev diventa nemico dello stato. Uno stato che però si presenta come una democrazia, un paese moderno e con cui l’Europa ha relazioni sempre più strette e fondate sul petrolio prima e sul gas oggi.
La denuncia forte riguarda proprio questo: è un regime autoritario a cui l’Europa si sta legando sempre più strettamente. L’Italia anche: le relazioni commerciali che abbiamo con l’Azerbaigian sono in aumento e c’è tutta una macchina orientata a creare relazioni sempre più strette. La domanda è se guardiamo o no all’impatto complessivo che tutto questo ha e se siamo consapevoli che da un lato alcuni dittatori sono cattivi e altri dittatori sono buoni, a seconda di quella che è la convenienza.
Dal 2012 in poi in Azerbaigian la situazione ha cominciato a deteriorarsi sempre di più. Nel 2013, quando ci sono state le elezioni presidenziali, l’unico candidato alternativo ad Aliyev è stato incarcerato durante la campagna elettorale e sta ancora in carcere. Hanno chiuso tutti i giornali, le televisioni indipendenti, hanno iniziato ad arrestare gli attivisti, chiuso le associazioni. La situazione è sempre in costante peggioramento.
Nel momento in cui tu cominci a costruire il gasdotto non solo ti vincoli all’Azerbaigian, perché da lì viene il gas, ma con la Socar che è la società di stato azera che estrae petrolio e gas che è il principale azionista di tutte le tratte di questo gasdotto, anche di quella che arriva in Italia; il tipo di vincolo e di interconnessione che si stabilisce è veramente enorme.
La Socar sta cercando di entrare nel mercato della distribuzione del gas anche in Europa, sta entrando in Grecia dove sta negoziando la privatizzazione della società di stato per la distribuzione del gas greca. È come se si fosse avviata una macchina per cui l’Azerbaigian è stato scelto come partner privilegiato e tutto il resto non conta. Invece secondo noi conta eccome.
È questo il motivo per cui ne parliamo ed è per questo motivo che cerchiamo di aprire spazi in cui si riesca in qualche maniera a essere in contatto con chi lì sta cercando di portare un cambiamento nel paese.
Negli altri paesi chi vuole questo gasdotto ha cercato di utilizzare tutti i mezzi per comprarsi la stampa e l’opinione pubblica. In Grecia il tema Tap è un tema quasi tabù, non se ne parla su nessun giornale a distribuzione nazionale. In Albania è più o meno lo stesso con l’aggravante che i giornalisti ricevono minacce serie se toccano alcuni temi. Il Tap è uno di questi temi intoccabili.
Nell’insieme l’Italia è il paese dove se ne è parlato di più. Lo si è fatto in tante maniere e nel momento in cui la resistenza pacifica di queste comunità si è trovata di fronte la violenza dello stato, con la polizia che è andata in forze a difendere l’impresa – perché questo hanno fatto, hanno protetto i veicoli dell’impresa che volevano iniziare a fare le eradicazioni degli ulivi – in quel momento lì la resistenza ha avuto a livello nazionale la visibilità che prima non ha avuto. Ma è una storia che inizia nel 2011-2012, sta andando avanti da molto.
AM: La cornice utilizzata per parlare dei No Tap è molto simile a quella che si usava qualche tempo fa per i No Tav. Qua erano quattro montanari e là quattro salentini che difendono quattro olivi.
EG: Sì, e anche con i No TAP il tentativo è stato quello di dire è tutto per gli ulivi, stanno difendendo quattro ulivi.
AM: “Sono contro il progresso, hanno una visione miope”... lì non è “ce lo chiede l’Europa”, ma siamo sullo stesso tipo di narrazione...
EG: Sì, la narrazione è molto simile. Infatti anche la paura che anche lì si arrivi a una situazione di scontro netto è molto forte. Anche lì le amministrazioni locali stanno con le persone. Nel 2014 erano 43 i consigli comunali che avevano espresso mozioni contro il Tap, non chiedendo lo spostamento del gasdotto, ma esprimendo proprio la contrarietà all’opera. Adesso, dopo marzo e aprile, dopo questa massiccia presenza di polizia sul territorio e l’attacco forte subito dalla popolazione, i sindaci contrari sono diventati 93.
Questa cosa gli si sta rigirando contro. La presenza dello stato che si sta manifestando così in Salento viene vissuta proprio come un’invasione, un’imposizione dal di fuori, non solo da Roma, ma addirittura dall’Europa e lo spazio per trovare una soluzione non c’è. Se non cancellare il progetto. Nel momento in cui le persone si sono informate in maniera autonoma, come è avvenuto in Val Susa, perché nessuno le ha informate, si sono autoinformate, hanno preso coscienza di ciò che stava accadendo, hanno provato a usare tutti canali possibili per esprimere il loro no, secco, non sono state ascoltate e adesso la situazione è questa.
È una situazione in cui, come in Val Susa, le persone esprimono un no motivato, non è un no ideologico, è un no radicato che porta con sé anche tanti sì. È un no a un certo tipo di modello, ma è un sì a un modello diverso che peraltro è quello che loro stanno già costruendo.
L’Appennino secondo me è la parte in cui la sfida è più alta, perché è molto meno popolato, ma chi oggi vive l’appennino lo fa perché ha fatto una scelta e quindi sta cercando di costruire e portare avanti un modello economico; che è anche una visione complessiva della montagna, di cosa significa vivere in montagna e mantenere un certo tipo di ambiente, che è proprio in netto contrasto con tutto quello che questo progetto porterebbe.
AM: Da una parte si tratta di vivere la montagna e dall’altra di attraversarla e distruggerla.
EG: Sì, anche perché quel tipo di attività non è assolutamente compatibile con tutto il resto. Non è il tubo del gas che passa nella strada sotto casa nostra, è un progetto di un’entità completamente diversa e quindi la scelta è: o c’è il gasdotto o c’è tutto il resto. Di fronte a questo bivio è ovvio che riuscire a esprimere un no secco ha delle implicazioni. Nel caso dell’Appennino, in ballo c’è il futuro che quelle comunità si immaginano per quelle montagne.
Re:Common, con il movimento No Tap, ha scritto una lettera aperta alle istituzioni europee, si può leggere e sottoscrivere a questo link
*intervista pubblicata su Alpinismo Molotov
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)